Nuova Evangelizzazione
I PASTORI DI BETLEMME.
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei
Salvatori
1. L’annuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo[1].
I primi adoratori del Verbo incarnato.
Esperienze carismatiche del portavoce
1Scrivo avendo presente il mio Gesù-Maestro. Per me, tutto per me. Tornato, dopo tanto, tutto per me. Lei dirà : “Ma come? E’ quasi un mese che torni a sentire e a vedere e dici che lo hai dopo tanto?” Rispondo ancora una volta quello che a voce e per scritto ho detto più volte.
2Altro è vedere e altro è udire. E soprattutto altro è vedere e udire per gli altri, e altro e vedere e udire tutto per me, esclusivamente per me. Nel primo caso io sono una spettatrice e una ripetitrice di ciò che vedo e odo, ma se questo mi dà gioia perché sono sempre cose che infondono una grande gioia, è anche vero che è una gioia che è, dirò così : esterna. Il vocabolo dice male ciò che io sento tanto bene. Ma non trovo di meglio. Insomma faccia conto che la mia gioia è simile a quella di uno che legge un bel libro o vede una bella scena. Se ne commuove, la gusta, ne ammira l’armonia, pensa. “Che bello essere al posto di questa persona!”
3Mentre quando è il secondo caso, ossia l’udire e il vedere è per me, allora “questa persona” sono io. Per me è la parola che odo, per me la figura che vedo. Sono io e Lui, io e Maria, io e Giovanni. Vivi, veri, reali, vicini. Non di fronte e come se io vedessi sfilare una pellicola cinematografica. Ma di fianco al mio letto, ma aggirantisi per la camera, ma appoggiandosi ai mobili o seduti, o in piedi, come persone vive, mie ospiti, ciò che è ben diverso da una visione per tutti. Insomma “è mio” tutto questo.
4E oggi, anzi da ieri nel pomeriggio, è qui Gesù, nella sua solita veste di lana bianca dal bianco piuttosto avoriato, così diversa nella pesantezza e nella sfumatura dalla splendida veste che pare di un lino immateriale, e tanto candido da parere luce filata, che lo copre in Cielo.
5E’ qui con le sue belle mani lunghe e affusolate di un bianco tendente all’avorio vecchio, col suo bel volto lungo e pallido dove splendono gli occhi dominatori e dolci di zaffiro scuro fra le folte ciglia di un castano scintillante di biondo-rosso.
6E’ qui coi bei capelli lunghi e morbidi, dal biondo rosso più vivo nei punti di luce e più cupo nel fondo delle pieghe. E’ qui! E’ qui! E mi sorride e mi guarda scrivere di Lui. Come faceva a Viareggio[2]e come non faceva più dalla Settimana Santa… dandomi tutta quella desolazione divenuta febbre di quasi disperazione quando al dolore che mi veniva dall’esser privata di Lui, si unì anche quello di venire privata di vivere là dove almeno lo avevo visto e potevo dire. “Lì si è appoggiato, là si è seduto, qui si è chinato per posarmi la mano sul capo” e dove erano morti i miei.
7Oh! chi non ha provato non può capire! Non è che si pretenda di avere tutto ciò. Lo sappiamo bene che sono grazie gratuite e che non meritiamo di averle, né possiamo pretendere che durino quando ci sono concesse. Lo sappiamo. E più esse ci vengono date e più noi ci annichiliamo nell’umiltà, riconoscendo la nostra ripugnante miseria rispetto alla Infinita Bellezza e alla Divina Ricchezza che si dà a noi.
8Ma che dice, Padre? Un figlio non desidera di vedere suo padre e sua madre? Una moglie di vedere il marito? E quando la morte o una lunga assenza li priva di vederli, non soffrono e non trovano conforto nel vivere dove essi vissero, e se devono lasciare quel posto non soffrono doppiamente perché perdono anche il luogo dove il loro amore fu amato dall’assente? Si possono riprovare questi che soffrono per questo dolore? No. Ed io? Non è Gesù mio Padre e Sposo? Più caro, molto più caro del più caro dei padri e degli sposi?
9E che mi sia tale lo giudichi dal come ho sopportato la morte di mia madre. Ho sofferto, sa? Piango ancora perché le volevo bene, nonostante il suo carattere. Ma lei ha visto come ho superato quell’ora. C’era Gesù. E m’era più caro della mamma. Le devo dire una cosa? Ho sofferto e soffro più ora della morte, ormai avvenuta da otto mesi, della mamma, che non allora.
10Perché in questi ultimi due mesi ero senza Gesù per me e senza Maria per me, e anche adesso, basta che io sia Lasciata un momento da loro, che ecco che sento più che mai la mia desolazione di orfana ammalata e riprecipito nel dolore aspro e umano di Quei giorni disumani.
11Scrivo sotto gli occhi di Gesù e perciò non esagero o non sviso nulla. Non è mio sistema, d’altronde. Ma anche lo fosse, sarebbe impossibile persistervi sotto questo sguardo. Ho scritto questo, qui, dove non uso, perché nelle visioni di Maria non interseco il mio povero io, perché so già che devo continuare a descrivere delle sue glorie.
12La sua Maternità, in tutti i suoi momenti, non è stata una corona di glorie Io sto molto male e lo scrivere mi pesa molto. Dopo sono un cencio. Ma pur di farla conoscere perché sia più amata, non calcolo nulla. Le spalle dolgono? Il cuore cede? La testa spasima? La febbre cresce? Non importa! Che Maria sia conosciuta, tutta bella e cara quale io la vedo per bontà di Dio e sua, e mi basta.
La veglia dei pastori (Lc 2,8)[3]
13Più tardi vedo una vasta estensione di campagna. La luna è allo zenit e veleggia placida in un cielo gremito di stelle. Sembrano tante borchie di diamante infisse in un enorme baldacchino di velluto celeste cupo, e la luna vi ride in mezzo col suo faccione bianchissimo, da cui scendono fiumi di luce lattea che fa bianca la terra. Gli alberi spogli sembrano più alti e neri sul suolo così imbiancato, mentre i muretti, che qua e là sorgono a confine, sembrano di latte, e una casina lontana pare un blocco di marmo di Carrara.
14Alla mia destra vedo un luogo cintato da una siepe di pruni su due lati e da un muro basso e scabro da altri due. Questo muro sorregge il tetto di una specie di tettoia larga e bassa, che nella parte interna del recinto è costruita parte in muratura e parte in legname, quasi che nell’estate le parti in legno debbano esser tolte e la tettoia mutarsi in porticato. Da questo chiuso esce, di tanto in tanto, un belare intermittente e breve. Devono essere pecorelle che sognano o che forse credono sia prossimo il giorno per il chiarore che dà la luna. Un chiarore persino eccessivo, tanto è intenso, e che cresce, quasi che il pianeta si avvicini alla terra o sfavilli per un misterioso incendio.
L’apparizione angelica (Lc 2,9)[4].
15Un pastore si affaccia sulla porta e, portandosi un braccio sulla fronte per fare riparo agli occhi, guarda in alto. Pare impossibile che ci si debba riparare dal chiarore della luna. Ma questo è così vivo che abbacina, specie chi esce da un chiuso dove è tenebra. Tutto è calmo. Ma quella luce stupisce. Il pastore chiama i compagni. Si affacciano sulla porta tutti. Un mucchio d’uomini irsuti, di età diverse. Ve ne sono di appena adolescenti e di già canuti. Commentano il fatto strano e i più giovani hanno paura. Specie uno, un fanciullo sui dodici anni, che si mette a piangere attirandosi le baie dei più vecchi.
16«Di che temi, stolto?» gli dice il più vecchio. «Non vedi che aria quieta? Non hai mai visto splendere la luna? Sei sempre stato sotto le vesti della mamma come un pulcino sotto la chioccia, vero? Ma ne vedrai delle cose! Una volta io mi ero spinto verso i monti del Libano, oltre ancora. In alto. Ero giovane e non mi pesava l’andare. Ero anche ricco, allora… Una notte vidi una luce tale che pensai che fosse per tornare Elia sul suo carro di fuoco. Il cielo era tutto un incendio. Un vecchio – allora il vecchio era lui – mi disse: “Grande avventura sta per venire nel mondo”. E per noi fu sventura, perché vennero i soldati di Roma. Oh! ne vedrai, se campi!…»
17Ma il pastorello non lo ascolta più. Pare non abbia neppur più paura, perché lascia la soglia e sguscia da dietro le spalle di un nerboruto mandriano, dietro il quale si era rifugiato, ed esce nello stazzo erboso che è davanti alla tettoia. Guarda in alto e cammina come un sonnambulo o come uno ipnotizzato da qualcosa che lo attira totalmente. Ad un certo punto grida: «Oh!» e resta come pietrificato, a braccia un poco aperte. Gli altri si guardano stupefatti.
18«Ma cosa ha quello stolto?» dice uno.
«Domani lo rimando a sua madre. Non voglio pazzi a custodia delle pecore» dice un altro.
E il vecchio che ha parlato poco prima dice: «Andiamo a vedere prima di giudicare. Chiamate anche gli altri che dormono e prendete i bastoni. Che non sia una bestia cattiva o dei malandrini…»
19Entrano, chiamando altri pastori, ed escono con torce e randelli. Raggiungono il fanciullo.
20Là, là» egli mormora sorridendo. «Al di sopra dell’albero, guardate quella luce che viene. Pare cammini sul raggio della luna. Ecco che si avvicina. Come è bella!».
21«Io vedo solo un più vivo chiarore».
«Io pure».
«Anche io» dicono gli altri.
22«No. Io vedo come un corpo» dice uno in cui riconosco il pastore che ha dato il latte a Maria.
Il lieto annunzio (Lc 2,10-12)[5].
23«E’ un… è un angelo!» grida il bambino. «Eccolo che scende e si avvicina… Giù! In ginocchio davanti all’angelo di Dio!».
Un «oh!» lungo e venerabondo si alza dal gruppo dei pastori, che cadono con il volto verso il suolo, e tanto più paiono schiacciati dall’apparizione fulgente quanto più sono anziani. I giovanetti sono in ginocchio, ma guardano l’angelo, che sempre più si avvicina e si ferma sospeso, ventilando le grandi ali, candore di perla nel candore di luna che lo circonda, al disopra del muro del recinto.
24«Non temete. Non porto sventura. Io vi reco l’annuncio di una grande allegrezza per il popolo d’Israele e per tutto il popolo della terra». La voce angelica è un armonia d’arpa su cui cantino gole d’usignoli.
25«Oggi, nella città di Davide, è nato il Salvatore». L’angelo, nel dire questo, apre più grandi le ali e le muove come per soprassalto di gioia, e una pioggia di faville d’oro e di pietre preziose pare ne sfugga. Un vero arcobaleno che fa un arco di trionfo sul povero stabbio.
26«…il Salvatore che è Cristo». L’angelo sfavilla di aumentata luce. Le sue due ali, ora ferme e tese a punta verso il cielo come due vele immobili sullo zaffiro del mare, sembrano due fiamme che salgano ardendo.
27«…Cristo, il Signore!». L’angelo raccoglie le sue due fulgide ali e se ne veste come di una sopraveste di diamante sull’abito di perla, si curva come adorasse, con le braccia conserte sul cuore e il volto che scompare, curvato come è sul petto, fra l’ombra dei sommi dell’ali piegate. Non si vede che una oblunga forma luminosa, immobile per lo spazio di un ”Gloria”.
28Ma ecco che si muove. Riapre le ali, alza il volto in cui la luce si fonde al paradisiaco sorriso, e dice: «Lo riconoscerete da questi segni: in una povera stalla, dietro Betlemme, troverete un bambino nelle fasce in una mangiatoia di animali, ché per il Messia non vi fu un tetto nella città di David». L’angelo si fa serio nel dire questo, mesto anzi.
Il gloria angelico (Lc 2,13-14)[6].
29Ma dai Cieli vengono tanti – oh! quanti! – tanti angeli simili a lui, una scala d’angeli che scende esultando e annullando la luna col loro splendore paradisiaco, e si riuniscono intorno all’angelo nunziante in un agitar di ali, in uno sprigionare di profumi, in un arpeggiare di note, in cui tutte le voci più belle del creato trovano un ricordo, ma portato alla perfezione di suono.
30Se la pittura è lo sforzo della materia per divenire luce, qui la melodia è lo sforzo della musica per fare balenare agli uomini la bellezza di Dio, e udire questa melodia è conoscere il Paradiso, dove tutto è armonia di amore, che da Dio si sprigiona per far lieti i beati e che da questi va a Dio per dirgli: «Ti amiamo!».
31Il “Gloria” angelico si sparge in onde sempre più vaste per la campagna quieta, e la luce con esso. E gli uccelli uniscono un canto che è saluto a questa luce precoce, e le pecore i loro belati per questo anticipato sole. Ma io, come già nella grotta per il bue e l’asino, amo credere che siano gli animali che salutano il loro Creatore, venuto in mezzo ad essi per amarli come Uomo oltre che come Dio.
L’ubbidienza dei semplici (Lc 2,15)[7].
32Il canto si attenua e la luce pure, mentre gli angeli risalgono ai Cieli… I pastori tornano in loro.
«Hai udito?».
«Andiamo a vedere?».
«E le bestie?».
33«Oh! non succederà loro nulla! Andiamo per ubbidire alla parola di Dio!…»
«Ma dove andiamo?».
34«Ha detto che è nato oggi? e che non ha trovato alloggio in Betlemme?». E’ il pastore che ha dato il latte, questo che parla ora. «Venite, io so. Ho visto la Donna e mi ha fatto pena. Ho insegnato un luogo per Lei, perché pensavo non trovassero alloggio, e all’uomo ho dato del latte per Lei. E’ tanto giovane e bella, e deve esser buona come l’angelo che ci ha parlato. Venite, venite. Andiamo a prendere latte, formaggi, agnelli e pelli conciate. Devono esser poveri molto e… chissà che freddo ha Colui che non oso nominare! E pensare che io ho parlato alla Madre come ad una povera sposa!…»
35Vanno nella tettoia e ne escono poco dopo chi con delle fiaschette di latte, chi con delle reticelle di sparto intrecciato con dentro tondi formaggini, chi con delle ceste in cui vi è un agnellino belante, e chi con delle pelli di pecora conciate.
36«Io porto una pecora. Ha figliato da un mese. Il latte lo ha buono. Potrà loro servire se la Donna non ha latte. Mi pareva una bambina, e così bianca!… Un viso di gelsomino sotto la luna» dice il pastore del latte. E li guida.
37Vanno alla luce della luna e delle torce dopo aver chiuso tettoia e recinto. Vanno per sentieri campestri, fra siepi di pruni spogliati dall’inverno. Girano dietro Betlemme. Raggiungono la stalla venendo non dalla parte da cui venne Maria, ma dall’opposta, di modo che non passano davanti alle stalle più belle, ma trovano questa per prima. Si accostano al pertugio.
38«Entra!».
«Io non oso».
«Entra tu».
«No».
«Guarda, almeno».
39«Tu, Levi, che hai visto l’angelo per primo, segno che sei buono più di noi, guarda».
Veramente prima gli hanno dato del pazzo… ma ora fa loro comodo che egli osi ciò che loro non osano. Il fanciullo tituba, ma poi si decide. Si accosta al pertugio, scosta un pochino il mantello, guarda… e resta estatico.
40«Che vedi?» lo interrogano ansiosi a bassa voce.
«Vedo una donna giovane e bella e un uomo curvi su una mangiatoia e sento…, sento piangere un piccolo bambino, e la donna gli parla con una voce… oh! che voce!».
41«Che dice?».
«Dice: “Gesù, piccolino! Gesù, amore della tua Mamma! Non piangere, piccolo figlio!”. Dice: “Oh! potessi dirti: ‘Prendi il latte, piccolino’. Ma non ce l’ho ancora!”. Dice: “Hai tanto freddo, amore mio! E ti punge il fieno. Che dolore per la tua Mamma sentirti piangere così e non poterti dare conforto!”. Dice: “Dormi, anima mia! ché mi si spacca il cuore a sentirti piangere e a vederti lacrimare!”, e lo bacia e gli scalda certo i piedini con le sue mani, perché sta curva con le braccia giù nella mangiatoia».
41«Chiama! Fatti sentire!».
«Io no. Tu, che ci hai condotti e la conosci».
Il pastore apre la bocca e poi si limita a fare un mugolio.
I primi adoratori del Messia (Lc 2,16-17)[8].
42Giuseppe si volge e viene alla porta. «Chi siete?».
«Pastori. Vi portiamo cibo e lana. Veniamo ad adorare il Salvatore».
43«Entrate».
Entrano e la stalla si fa più chiara per il lume delle torce. I vecchi spingono i bambini davanti a loro.
44Maria si volge e sorride. «Venite» dice. «Venite!» e li invita con la mano e col sorriso, e prende quello che ha visto l’angelo e lo attira a sé, fin contro la greppia. E il fanciullo guarda beato.
45Gli altri, invitati anche da Giuseppe, si avanzano coi loro doni e li mettono tutti, con brevi, commosse parole, ai piedi di Maria. E poi guardano il Bambinello, che piange piano, e sorridono commossi e beati.
46E uno, più ardito, dice: «Prendi, o Madre. E’ soffice e pulita. L’avevo preparata per il bambino che mi sta per nascere. Ma te la dono. Metti il Figlio tuo fra questa lana, sarà morbida e calda». E offre la pelle di una pecora, una bellissima pelle ricca di lana candida e lunga.
47Maria solleva Gesù e ve lo avvolge. E lo mostra ai pastori, che in ginocchio sul fieno del suolo lo guardano estatici.
48Si fanno più arditi e uno propone: «Bisognerebbe dargli un sorso di latte, meglio acqua e miele. Ma non abbiamo miele. Si dà ai piccolini. Ho sette figli e so… Qui c’è il latte. Prendi, o Donna».
49«Ma è freddo. Caldo ci vuole. Dove è Elia? Egli ha la pecora».
Elia deve essere quello del latte. Ma non c’è. Si è fermato fuori e guarda dalla fessura, e nel buio della notte si perde.
50«Chi vi ha guidati?».
«Un angelo ci ha detto di venire, e Elia ci ha guidati qui. Ma dove è ora?».
La pecora lo denuncia con un belato.
51«Vieni avanti, ti si vuole».
Entra con la sua pecora, vergognoso di esser il più notato.
52«Tu sei?» dice Giuseppe che lo riconosce, e Maria gli sorride dicendo: «Sei buono».
53Mungono la pecora e, con la punta di un lino intriso nel latte caldo e spumoso, Maria bagna le labbra del Bambinello, che succhia quel dolciore cremoso. Sorridono tutti e più ancora quando, con l’angolino di tela ancora fra le labbruzze, Gesù si addormenta nel caldo della lana.
I primi servi fedeli (Lc 2,18-20).[9].
54«Ma qui non potete rimanere. Fa freddo e vi è umido. E poi… vi è troppo odore di bestie. Non fa bene… e… non sta bene per il Salvatore».
«Lo so» dice Maria con un grande sospiro. «Ma non c’è posto per noi a Betlemme».
55«Fa’ cuore, o Donna. Noi ti cercheremo una casa».
«Lo dirò alla padrona mia» dice quello del latte, Elia. «E’ buona. Vi accoglierà, dovesse cedervi la sua stanza. Appena è giorno glielo dico. Ha la casa piena di gente. Ma vi darà un posto».
56«Per il mio Bambino, almeno. Io e Giuseppe stiamo anche per terra. Ma per il Piccino…
57«Non sospirare, Donna. Ci penso io. E lo diremo a molti ciò che ci è stato detto. Non mancherete di nulla. Per ora prendete ciò che la nostra povertà vi può dare. Siamo pastori…».
«Siamo poveri noi pure. E non vi possiamo compensare» dice Giuseppe.
58«Oh! non vogliamo! Anche lo poteste, non vorremmo! Il Signore ce ne ha già compensato. La pace l’ha promessa a tutti. Gli angeli dicevano così: “Pace agli uomini di buona volontà”. Ma a noi ce l’ha già data, perché l’angelo ha detto che questo Bambino è il Salvatore, che è Cristo, il Signore. Siamo poveri e ignoranti, ma sappiamo che i profeti dicono che il Salvatore sarà il Principe della Pace. E a noi ci ha detto di andare ad adorarlo. Perciò ci ha dato la sua pace. Gloria a Dio nei Cieli altissimi e gloria a questo suo Cristo, e benedetta sia tu, Donna, che lo hai generato! Santa sei, perché hai meritato di portarlo! Comandaci come Regina, ché saremo contenti di servirti. Che possiamo fare per te?».
«Amare il Figlio mio ed avere sempre in cuore i pensieri di ora».
59«Ma per te? Non desideri nulla? Non hai parenti ai quali far sapere che Egli è nato?».
«Si, li avrei. Ma non sono qui vicino. Sono a Ebron…»
60«Ci vado io» dice Elia. «Chi sono?».
«Zaccaria il sacerdote ed Elisabetta mia cugina».
61«Zaccaria? Oh! lo conosco bene. Nell’estate vado su quei monti, perché i pascoli vi sono ricchi e belli, e sono amico del suo pastore. Quando ti so sistemata vado da Zaccaria».
«Grazie, Elia».
62«Niente grazie. Grande onore per me, povero pastore, andare a parlare al sacerdote e dirgli: “E’ nato il Salvatore».
63«No. Gli dirai: “Ha detto Maria di Nazareth, tua cugina, che Gesù è nato, e di venire a Betlemme”.»
«Così dirò».
«Dio te ne compensi. Mi ricorderò di te, di voi tutti…»
I dodici pastori
64«Dirai al tuo Bambino di noi?».
«Lo dirò».
«Io sono Elia».
«E io Levi».
«Ed io Samuele».
«E io Giona».
«Ed io Isacco».
«Ed io Tobia».
«Ed io Gionata».
«Ed io Daniele».
«E Simeone io».
«E Giovanni mi chiamo io».
«Io Giuseppe e mio fratello Beniamino, siamo gemelli».
65«Ricorderò i vostri nomi».
«Dobbiamo andare… Ma torneremo… E ti porteremo altri ad adorare!…».
«Come tornare all’ovile lasciando questo Bambino?».
«Gloria a Dio che ce lo ha mostrato!».
66«Facci baciare la sua veste» dice Levi con un sorriso d’angelo. Maria alza piano Gesù e, seduta sul fieno, offre i piedini, avvolti nel lino, da baciare.
67E i pastori si chinano fino al suolo e baciano quei piedini minuscoli, velati di tela. Chi ha la barba se la forbisce prima e quasi tutti piangono e, quando devono andare, escono a ritroso, lasciando il cuore indietro…
68La visione mi cessa così, con Maria seduta sulla paglia col Bambino in grembo e Giuseppe che, appoggiato alla greppia con un gomito, guarda e adora.
Requisiti per essere adoratori[10] (Insegnamento)
I primi adoratori del Corpo di Dio.
Dice Gesù:
69«Oggi parlo Io. Sei molto stanca, ma abbi pazienza ancora un poco. E’ la vigilia del Corpus Domini. Potrei parlarti dell’Eucarestia e dei santi che si fecero apostoli del suo culto, così come ti ho parlato dei santi che furono apostoli del Sacro Cuore. Ma voglio parlarti di un’altra cosa e di una categoria di adoratori del Corpo mio che sono i precursori del culto per Esso. E sono i pastori. I primi adoratori del mio Corpo di Verbo divenuto Uomo. Una volta ti dissi, e ciò è detto anche dalla mia Chiesa, che i Santi Innocenti sono i protomartiri del Cristo. Ora ti dico che:
70i pastori sono i primi adoratori del Corpo di Dio. E in loro vi sono tutti i requisiti richiesti per essere adoratori del Corpo mio, anime eucaristiche.
Requisiti richiesti.
71Fede sicura: essi credono prontamente e ciecamente all’angelo.
72Generosità: essi danno tutta la loro ricchezza al loro Signore.
73Umiltà: si accostano a dei più poveri, umanamente, di loro con modestia di atti che non avvilisce, e si professano servi loro.
74Desiderio: quanto non possono dare da loro, si industriano a procurare con apostolato e fatica.
75Prontezza di ubbidienza: Maria desidera sia avvertito Zaccaria, e Elia va subito. Non rimanda.
76Amore, infine: essi non sanno staccarsi di là, e tu dici: “lasciano là il loro cuore”. Dici bene.
77Ma non bisognerebbe fare così anche col mio Sacramento?
Segreto per esperimentare Dio
78E un’altra cosa, tutta per te, questa: osserva a chi si svela per primo l’angelo e chi merita di sentire le effusioni di Maria.
79Levi: il fanciullo. A chi ha l’anima di fanciullo Dio si mostra e mostra i suoi misteri e permette che oda le parole divine e di Maria. E chi ha anima di fanciullo ha anche il santo ardimento di Levi e dice: “Fammi baciare la veste di Gesù”. Lo dice a Maria. Perché è sempre Maria quella che vi dà Gesù. E’ Lei la Portatrice dell’Eucarestia. E’ Lei la Pisside viva.
A Gesù per Maria
80Chi va a Maria trova Me. Chi mi chiede a Lei, da Lei mi riceve. Il sorriso di mia Madre, quando una creatura le dice: “Dammi il tuo Gesù, ché lo ami”, fa trascolorare i Cieli in un più vivo splendore di letizia, tanto è felice.
81Dille dunque: “Fammi baciare la veste di Gesù. Fammi baciare le sue piaghe”. E osa di più ancora. Di’: “Fammi posare il capo sul Cuore del tuo Gesù, perché ne sia beata”.
Vieni. E riposa. Come Gesù nella cuna, fra Gesù e Maria».
2. A Betlem, nella casa di un contadino e nella grotta della Natività[11].
I colpevoli dell’eccidio.
Presso il sepolcro di Rachele.
1Una strada di pianura sassosa, polverosa, asciugata dal sole estivo. Procede fra ulivi potenti, tutti carichi di ulivette appena formate. Il suolo, nei posti non calpestati, ha ancora uno strato dei minuti fiorellini dell’ulivo, caduti dopo la fecondazione.
2Gesù, coi tre, procede in fila indiana lungo la sponda della via, dove l’ombra degli ulivi ha mantenuto l’erba ancora verde, e perciò vi è meno polvere. La strada fa una svolta ad angolo retto, oltre la quale sale lievemente verso una conca ad ampio ferro di cavallo, sulla quale sono sparse numerose case e casette sino a formare una cittadina. Proprio là dove la strada fa gomito, vi è una costruzione cubica sormontata da una cupoletta bassa. E’ tutta chiusa, come abbandonata.
3«Ecco là il sepolcro di Rachele» dice Simone.
4«Allora siamo quasi giunti. Entriamo subito in città?».
«No, Giuda. Prima vi mostrerò un luogo… Poi entreremo in città e, posto che è ancor giorno chiaro e sera di luna, potremo parlare alla popolazione. Se vorrà ascoltare».
5«Vuoi che non ti ascolti?».
Sono giunti al sepolcro, antico ma ben conservato, bene imbiancato.
L’odio porta seco maledizione.
6Gesù si ferma a bere ad un rustico pozzo lì vicino. Gli offre l’acqua una donna venuta ad attingere. Gesù l’interroga: «Sei di Betlemme?».
7«Lo sono. Ma ora in tempo di raccolti sto col marito in questa campagna, a curare gli orti ed i frutteti. E Tu sei galileo?».
«Sono nato a Betlemme, ma sto a Nazaret di Galilea».
8«Perseguitato anche Tu?».
«La famiglia. Ma perché dici “anche Tu”? Fra i betlemmiti vi sono molti perseguitati?».
9«E non lo sai? Quanti anni hai?».
«Trenta».
10«Allora sei nato proprio quando… oh! che sventura! Ma perché nacque qui Colui?».
«Chi?».
11«Ma quello che si diceva il Salvatore. Maledizione agli stolti che ubriachi di sicera videro nelle nubi degli angeli, udirono nei belati e nei ragli delle voci di Cielo, e nelle nebbie dell’ebbrezza scambiarono tre miserabili per i più santi della terra. Maledizione a loro! E a chi in loro credette».
12«Ma non mi spieghi, con tutto il tuo maledire, che avvenne. Perché maledici?».
13«Perché… Ma senti, dove vuoi andare?».
«A Betlemme coi miei amici. Ho interessi là. Devo salutare vecchi amici e portare loro il saluto della Madre mia. Ma prima vorrei sapere tante cose, perché manchiamo, noi della famiglia, da molti anni. Lasciammo la città che ero di pochi mesi».
Il pellegrino porta seco benedizione.
14«Prima della sventura, allora. Senti, se non ti schifa la casa di un contadino, vieni a dividere con noi il pane e il sale. Tu e i tuoi compagni. Parleremo durante la cena e vi darò alloggio sino al mattino. Ho piccola casa. Ma sopra la stalla vi è molto fieno ammucchiato. La notte è calda e serena. Se credi, puoi dormire».
15«Il Signore d’Israele compensi la tua ospitalità. Verrò con gioia nella tua casa».
16«Il pellegrino porta seco benedizione. Andiamo. Devo però versare ancora sei anfore sulle verdure da poco nate».
«E Io ti aiuterò».
«No. Tu sei un signore. Lo dice il tuo modo di fare».
17«Sono un operaio, donna. E costui è pescatore. Questi, giudei, sono di censo e d’impiego. Non Io». E prende un’anfora adagiata sul suo pancione presso il bassissimo muretto del pozzo, la lega e la cala. Giovanni lo aiuta. Anche gli altri non vogliono esser da meno. Dicono alla donna: «Dove è l’ortaglia? Mostrala a noi. Vi porteremo le giare».
«Dio vi benedica! Ho le reni spezzate dalla fatica. Venite…».
E mentre Gesù estrae la sua brocca, i tre scompaiono giù per un viottolo… poi tornano con le due brocche vuote, le empiono, tornano via. E così fanno non per tre, ma per ben dieci volte.
18E Giuda ride dicendo: «Si sta sgolando a benedirci. Le diamo tant’acqua all’insalata che per almeno due giorni la terra sarà umida e la donna non si spezzerà le reni».
19Quando torna per l’ultima volta, dice: «Maestro, però credo che siamo caduti male».
«Perché, Giuda?».
20«Perché ce l’ha col Messia. Le ho detto: “Non bestemmiare. Non sai che è la più grande grazia per il popolo di Dio il Messia? Geovà lo ha promesso a Giacobbe[12] e da lui a tutti i profeti e giusti d’Israele. E tu lo odii?”.» Mi ha risposto: “Non Lui. Ma quello che dissero ‘Messia’ dei pastori ubbriachi e dei maledetti indovini d’Oriente”. E siccome quello sei Tu…».
21«Non importa. So d’essere posto a prova e contraddizione di molti. Le hai detto che sono Io?».
«No. Non sono stolto. Ho voluto salvare le tue e le nostre spalle».
22«Facesti bene. Non per le spalle. Ma perché desidero manifestarmi quando lo giudico giusto. Andiamo».
Il buono e il cattivo è ovunque.
23Giuda lo guida sino all’ortaglia. La donna versa le ultime tre brocche e poi li conduce verso una rustica costruzione in mezzo al frutteto.
«Entrate» dice. «Mio marito è già in casa».
Si affacciano ad una bassa e affumicata cucina.
24«La pace sia a questa casa» saluta Gesù.
«Chiunque Tu sia, la benedizione a Te e ai tuoi. Entra» risponde l’uomo. E prima porta un catino con dell’acqua perché i quattro si rinfreschino e si mondino. Poi entrano tutti e si siedono ad una rozza tavola.
25«Io vi ringrazio per la mia donna. Mi ha detto. Non avevo mai avvicinato galilei e mi era stato detto che erano rozzi e rissosi. Ma voi siete stati gentili e buoni. Già stanchi… e lavorare tanto. Venite da lontano?»
«Da Gerusalemme. Questi sono giudei. Io e quest’altro siamo di Galilea. Ma credi, uomo, il buono e il cattivo è ovunque».
26«E’ vero. Io, per primo incontro con i galilei, trovo il buono. Donna, porta il cibo. Non ho che pane, verdure, ulive e formaggio. Sono contadino».
27«Non sono un signore neppure Io. Legnaiuolo sono».
«Tu? Con questi modi?».
28La donna interviene: «L’ospite è di Betlem, ti ho detto, e se sono, i suoi, perseguitati, saranno stati forse ricchi e istruiti come lo erano Giosoè di Ur, Mattia di Isacco, Levi di Abramo… poveri infelici!…»
29«Non sei stata interrogata. Perdonala. Le donne sono più ciarliere di passere a sera».
«Erano famiglie betlemmite?».
30«Come? Non lo sai chi erano, se sei di Betlemme?».
«Siamo fuggiti che Io avevo pochi mesi…»
31La donna, che proprio deve esser ciarliera, torna a parlare: «E’ andato via prima del massacro».
«Eh! lo vedo. Altrimenti non ci sarebbe più al mondo. Non vi sei più tornato?».
«No».
I colpevoli dell’eccidio.
32«Che gran sventura! Pochi troverai di quelli che, mi ha detto Sara, Tu vuoi conoscere e salutare. Molti uccisi, molti fuggiti, molti… mah! dispersi, né si è mai saputo se morirono nel deserto o se furono spenti in carcere per punirli della loro ribellione. Ma fu ribellione? E chi sarebbe stato inerte lasciando sgozzare tanti innocenti? No, che giusto non è che sia ancor vivo Levi e Elia mentre tanti innocenti sono morti!».
«Chi sono i due, e che fecero?».
33«Ma… almeno dell’eccidio saprai. L’eccidio d’Erode[13]… Più di mille pargoli in città, un altro migliaio quasi nelle campagne[14]. E tutti, anzi, quasi tutti maschi, perché nella furia, nel buio, nella mischia, i feroci presero, strapparono dalle cune, dai letti materni, dalle case assalite, anche delle bambinelle e le trafissero come gazzelline poppanti prese di mira da un arciere. Ebbene, tutto questo perché? Perché un gruppo di pastori, che per vincere il gelo notturno certo avevano bevuto sicera a gran sorsi, furono presi da delirio e dissero di aver visto angeli, udito canzoni, avuto indicazioni… e dissero a noi di Betlemme: “Venite. Adorate. Il Messia è nato”. Pensa: il Messia in una spelonca!
34In verità devo dire che ebbri fummo tutti, anche io, allora adolescente, anche la moglie, di allora pochi anni… perché credemmo tutti, e in una povera donna galilea volemmo vedere la Vergine partoriente di cui parlarono i Profeti[15]. Ma se era con un rozzo galileo! Il marito certo. Se era moglie, come poteva esser la “Vergine”? Insomma, credemmo. Doni, adorazioni… case aperte per ospitarli… Oh! l’avevano saputa far bene la parte! Povera Anna! Ci ha rimesso i beni e la vita, e anche i figli di sua figlia, la prima, l’unica che si è salvata perché sposata con un mercante di Gerusalemme, persero i beni, perché la casa fu arsa e tutto il podere segato per ordine d’Erode. Ora è un campo incolto su cui pascolano gli armenti».
35«Tutta colpa dei pastori?».
«No, anche di tre stregoni venuti dai regni di Satana. Forse erano compari dei tre… E noi, stolti, ce ne tenevamo per tanto onore! Quel povero archisinagogo! Lo uccidemmo per aver giurato che le profezie mettevano suggello di verità alle parole dei pastori e dei maghi…»
36«Tutta colpa dei pastori e dei maghi, dunque?».
«No, galileo. Anche nostra. Della nostra credulità. Lo si aspettava da tanto il Messia! Secoli di attesa. Molte delusioni negli ultimi tempi per i falsi Messia. Uno era galileo, come Te, un altro aveva nome Teoda[16]. Bugiardi! Messia loro! Non erano che avidi avventurieri in caccia di fortuna! Doveva farci sveglia la lezione. Invece…»
Compimento delle profezie.
La luce splende nelle tenebre.
37«E allora perché maledite, tutti, i pastori e i maghi? Se vi giudicate stolti voi pure, allora dovreste maledire voi pure. Ma la maledizione non è permessa dal precetto d’amore. Maledizione attira maledizione. Avete voi la sicurezza che siete nel giusto? Non potrebbe esser vero che i pastori e i maghi avessero detto il vero, loro rivelato da Dio? Perché voler credere che fossero mentitori?».
38«Perché gli anni della profezia[17] non erano compiuti. Dopo ci pensammo… dopo che il sangue, che fece rosse le vasche e i rii, ci aperse gli occhi del pensiero».
39«E non avrebbe potuto l’Altissimo, per eccesso d’amore verso il suo popolo, anticipare la venuta del Salvatore? Su che basarono i maghi la loro asserzione? Mi hai detto che venivano da Oriente…»
«Dai loro calcoli su una nuova stella».
40«E non è detto: “Una stella nascerà da Giacobbe e una verga si alzerà da Israele”[18]? E Giacobbe non è il grande patriarca e non ebbe sosta in questa terra di Betlem a lui cara come pupilla del suo occhio, perché ivi morì la sua diletta Rachele?[19]
41E ancor non è detto da bocca profetica: “Un germoglio spunterà dalla radice di Jesse e un fiore verrà da questa radice”?[20] Isai, padre di Davide, qui nacque. Il germoglio sulla stirpe, segata alla radice da usurpazione di tiranni, non è la “Vergine” che partorirà il Figliolo, non avuto da uomo, ché allora non più vergine sarebbe, ma da volere divino, onde Egli sarà “l’Emmanuele”[21] perché Figlio di Dio, sarà Dio e porterà perciò Dio fra il popolo di Dio come il suo nome dice?
42E non sarà annunciato, dice la profezia, ai popoli delle tenebre, ossia ai pagani “da una gran luce”?[22] E la stella vista dai maghi non potrebbe esser la stella di Giacobbe, la grande luce delle due profezie di Balaam[23] e di Isaia[24]?
43E lo stesso eccidio compiuto da Erode non rientra nelle profezie? “Un grido s’è sentito nell’alto… E’ Rachele che piange i suoi figli”[25]. Era segnato che lacrime gemessero le ossa di Rachele nel suo sepolcro di Efrata quando, per il Salvatore, sarebbe venuta la ricompensa al popolo santo. Lacrime per poi mutarsi in celeste riso, come l’arcobaleno che è fatto delle ultime gocce del temporale, ma dice: “Ecco, il sereno è concesso».
Le tenebre non l’hanno accolto.
44«Sei molto dotto. Sei rabbi?».
«Lo sono».
45«E io lo sento. Vi è luce e vero nelle tue parole. Ma però… oh! troppe ferite sanguinano ancora in questa terra di Betlem per il vero o falso Messia… Non consiglierei lo Stesso a venire mai qui. La terra lo respingerebbe come si respinge un figliastro per causa del quale morirono i figli veri. Ma già… se era Lui… è morto con gli altri sgozzati».
46«Dove abita ora Levi, e dove Elia?».
«Li conosci?». L’uomo è in sospetto.
47«Non li conosco. Il loro viso m’è ignoto[26]. Ma sono infelici, ed Io ho sempre pietà degli infelici. Voglio andare a trovarli».
48«Umh! sarai il primo dopo quasi sei lustri. Sono ancora pastori e servono un ricco erodiano di Gerusalemme che si è appropriato di molti beni degli uccisi… C’è sempre chi guadagna! Li troverai coi greggi verso le alture che vanno a Ebron. Ma, un consiglio. Non ti far vedere a parlare con essi dai betlemmiti. Ne avresti danno. Li sopportiamo perché… perché c’è l’erodiano. Se no…»
49«Oh! l’odio! Perché odiare?».
«Perché è giusto. Ci hanno fatto del male».
50«Hanno creduto fare bene».
«Ma fecero male. E male si abbiano. Dovevamo ucciderli come fecero uccidere con la loro stoltezza. Ma eravamo inebetiti e dopo… c’era l’erodiano».
51«Se non c’era lui, allora, anche dopo il primo, ancor compatibile sussulto di vendetta, avreste ucciso?».
52«Anche ora uccideremmo se non avessimo paura del padrone loro».
53«Uomo, Io ti dico: non odiare. Non desiderare il male. Non desiderare di fare il male. Qui non vi è colpa. Ma anche vi fosse, perdona. In nome di Dio perdona. Dillo agli altri betlemmiti. Quando cadrà l’odio dai vostri cuori verrà il Messia; lo conoscerete, allora, perché Egli è vivente, Egli era già quando la strage avvenne. Io ve lo dico. Non per colpa dei pastori e dei maghi, ma per colpa di Satana avvenne la strage. Il Messia vi è nato qui, è venuto a portare la Luce alla terra dei suoi padri. Figlio di Madre vergine della stirpe di Davide, nelle rovine della casa di Davide aperse al mondo il fiume delle grazie eterne, aperse la Vita all’uomo…»
54«Via, via! esci di qui! Tu, seguace di questo falso Messia, che non poteva che esser falso, perché ci ha portato sventura, a noi di Betlemme. Tu lo difendi, perciò…»
55«Silenzio, uomo. Io sono giudeo e ho amici in alto. Potrei farti pentire dell’insulto» scatta Giuda, prendendo per la veste il contadino e scuotendolo, violento e acceso d’ira.»
56«No, no, via di qua! Non voglio noie né coi betlemiti, né con Roma ed Erode. Andatevene, maledetti, se non volete che vi lasci un segno. Via!…»
57«Andiamo, Giuda. Non reagire. Lasciamolo nel suo livore. Dio non penetra dove è astio. Andiamo».
58«Sì, andiamo. Ma me la pagherete».
«No, Giuda. No. Non dire così. Sono ciechi… Ce ne saranno tanti sul mio percorso…»
59Escono, seguendo Simone e Giovanni che sono già fuori e che parlottano con la donna, dietro l’angolo della stalla.»
60«Perdona al marito mio, Signore. Non credevo di far tanto male… Ecco, tieni. Le prenderai domattina. Sono fresche, di oggi. Non ho altro… Perdono. Dove dormirai?» (Dà delle uova).
61«Non ci pensare. So dove andare. Va’ in pace per la tua bontà. Addio».
L’amore non è amato.
62Camminano per qualche metro in silenzio, poi Giuda esplode: «Però Tu, a non farti adorare! Perché non far curvare nella mota quel lurido bestemmiatore? A terra! Atterrato per aver mancato a Te, Messia… Oh! io lo avrei fatto! I samaritani vanno inceneriti col miracolo. Non li scuote che quello».
63«Oh! quante volte lo sentirò dire! Ma dovessi incenerire per ogni peccato verso Me!… No, Giuda. Io sono venuto per creare. Non per distruggere».
«Già. Ma intanto gli altri distruggono Te».
64Gesù non ribatte. Simone chiede: «Dove andiamo, ora, Maestro?».
«Venite con Me. So un luogo».
65«Ma se non ci sei mai stato, da quando fuggisti, come lo sai?» chiede, ancora irritato, Giuda.
«Lo so. Non è bello. Ma ci fui un’altra volta. Non è in Betlemme… un poco fuori… Pieghiamo da questa parte».
66Gesù avanti, poi Simone, poi Giuda, ultimo Giovanni… Nel silenzio, rotto solo dal fruscio dei sandali sulle ghiaiuzze del sentiero, si sente un singhiozzo.
67«Chi piange?» chiede Gesù voltandosi. E Giuda: «E’ Giovanni. Ha avuto paura».
68«No. Non paura. Avevo già la mano sul coltello che ho alla cintura… Ma mi sono ricordato del tuo: “Non uccidere, perdona”. Lo dici sempre…».
69«E allora perché piangi?» chiede Giuda.
«Perché soffro a vedere che il mondo non vuole Gesù. Non lo riconosce e non lo vuole conoscere. Oh! è un tal dolore! Come mi frugassero in cuore con degli spini fatti di fuoco. Come avessi visto calpestare mia madre e sputare sul volto di mio padre… Più ancora… Come avessi visto i cavalli romani mangiare nell’Arca Santa e far riposo nel Santo dei Santi».
70«Non piangere, Giovanni mio. Lo dirai, per questa e per infinite altre volte: “Egli era la Luce venuta a splendere fra le tenebre, ma le tenebre non lo compresero. Venne nel mondo che per Lui era stato fatto, ma il mondo non lo conobbe. Venne alla sua città, alla sua casa, e i suoi non lo ricevettero”[27]. Oh! non piangere così!».
71«Questo non succede in Galilea!» sospira Giovanni.
72«Allora neppure in Giudea» ribatte Giuda. «Gerusalemme ne è la capitale e, or sono tre giorni, osannava a Te, Messia. Qui… posto di rozzi pastori, contadini e ortolani… non è da prender per base. Anche i galilei, va’ là, non saranno tutti buoni. Del resto Giuda, il falso Messia, di dove era? Si diceva…».
73«Basta, Giuda. Non conviene inquietarsi. Io sono calmo. Siatelo voi pure. Giuda, vieni qui. Ti devo parlare».
Giuda lo raggiunge.
74«Prendi la borsa. Tu farai le spese. Per domani».
«E per ora, dove albergheremo?».
Il Padre del secolo futuro.
L’alloggio del Re d’Israele (Insegnamento).
75Gesù sorride e tace. La notte è scesa. La luna veste tutto di candore. Gli usignoli cantano fra gli ulivi. Un rio è un nastro d’argento sonante. Dai prati falciati viene odor di fieni: caldo, direi carnale. Qualche muggito. Qualche belato. E stelle, stelle, stelle… una semina di stelle sul velano del cielo, un baldacchino di gemme vive steso sulle colline di Betlemme.
76«Ma qui!… Son rovine. Dove ci conduci? La città è più là».
77«Lo so. Vieni. Segui il rio, dietro a Me. Ancora pochi passi, e poi… poi ti offrirò l’alloggio del Re d’Israele».
Giuda si stringe nelle spalle e tace.
78Ancora pochi passi. Poi ecco un ammasso di case franate. Resti di abitazioni… Un antro fra due spacchi del muraglione.
79Gesù dice: «Avete l’esca? Accendete».
Simone accende un fanaletto tratto dalla sua bisaccia e lo dà a Gesù.
80«Entrate» dice il Maestro alzando il lumino. «Entrate. Questa è la camera della natività del Re d’Israele».
81«Tu scherzi, Maestro! Questa è una fetida spelonca. Ah! io non ci sto per davvero! Ne ho schifo: umida, fredda, puzzolente, piena di scorpioni, di serpi forse…»
82«Eppure… Amici, qui, la notte del 25, d’Encenie, dalla Vergine nacque Gesù Cristo, l’Emmanuele, il Verbo di Dio fatto Carne per amore dell’uomo: Io che vi parlo. Anche allora, come ora, il mondo fu sordo alle voci del Cielo che parlavano ai cuori… ed ha respinto la Madre… e qui… No, Giuda, non torcere con disgusto lo sguardo da quelle nottole svolazzanti, da quei ramarri, da quelle tele di ragno, non sollevare con schifo la tua bella veste ricamata perché non strusci sul suolo coperto degli escrementi animali. Quelle nottole sono le figlie delle figlie di quelle che furono i primi balocchi agitati sotto gli occhi del Bambino, per il quale gli angeli cantavano il “Gloria” udito dai pastori, non ebbri altro che di estatica gioia, di vera gioia. Quei ramarri, col loro smeraldo, furono i primi colori che colpirono la mia pupilla, i primi dopo il candore della veste e del materno volto. Quelle tele di ragno, i baldacchini della mia culla regale. Questo suolo… oh! lo puoi calpestare senza sdegno… E’ coperto di escrementi… ma è santificato dal piede di Lei, la Santa, la grande Santa, la Pura, l’Inviolata, la Puerpera deipara, Colei che partorì perché doveva partorire, partorì perché Dio, non l’uomo, glielo disse e l’incinse di Sé. Lei, la Senza Macchia, l’ha premuto. Tu lo puoi calpestare. E per le piante dei tuoi piedi Dio voglia ti salga al cuore la purezza da Lei effusa…»
Il Padre del secolo futuro.
83Simone si è inginocchiato. Giovanni va dritto alla greppia e piange col capo appoggiato ad essa. Giuda è esterrefatto… poi lo vince l’emozione e, senza più pensare alla sua bella veste, si butta al suolo, prende il lembo della veste di Gesù, la bacia e si batte il petto dicendo: «Oh! misericordia, Maestro buono, della cecità del tuo servo! La mia superbia cade… ti vedo qual sei. Non il re che io pensavo. Ma il Principe eterno, il Padre del secolo futuro, il Re della pace. Pietà, Signore e Dio mio! Pietà!».
84«Sì. Tutta la mia pietà! Ora dormiremo dove dormì l’Infante e la Vergine, là dove Giovanni ha preso il posto della Madre adorante, qui dove Simone pare il mio padre putativo. Oppure, se lo preferite, vi parlerò di quella notte…»
85«Oh! sì, Maestro. Facci conoscere il tuo fiorire».
86«Perché sia perla di luce nei nostri cuori. E perché lo possiamo ridire al mondo».
87«E venerare la Madre tua, non solo per esserti madre, ma per essere… oh! per essere la Vergine!».
88Prima ha parlato Giuda, poi Simone, poi Giovanni col volto che piange e ride, là presso la greppia…
Gesù racconta la notte del suo natale.
89«Venite sul fieno. Udite…» e Gesù racconta la sua notte natale: «…essendo la Madre già prossima al tempo di partorire, venne, per ordine di Cesare Augusto, fatto bando dal delegato imperiale Publio Sulpizio Quirino, mentre era governatore della Palestina Senzio Saturnino. Il bando era: censire tutti gli abitanti dell’Impero. Coloro che schiavi non fossero dovevano recarsi nei luoghi di origine, per iscriversi negli albi dell’Impero. Giuseppe, sposo della Madre, era della stirpe di Davide, e di Davide era la Madre. Ubbidendo perciò al bando, lasciarono Nazareth per venire in Betlemme, culla della stirpe regale. Rigido il tempo…».
Gesù continua il racconto e tutto cessa così.
3. All’albergo di Betlem e sulle macerie
della casa di
Anna[28].
Segni dell’eccidio di Erode.
Mattino d’estate a Betlem.
1Le prime ore di un luminoso mattino d’estate. Il cielo pennella di rosa in alcune sottili nuvolette, che paiono sfilacciature di garza perse su un tappeto di raso turchese. Vi è tutto un cantare di uccelli, già ebbri di luce… Passere, merli, pettirossi zirlano, cinguettano, rissano per uno stelo, per un bruco, per un rametto da portare nel nido, da mettere nel gozzetto, da prendere per appollatoio. Rondini saettano dal cielo al piccolo rio per bagnarsi il petto di neve tinto al sommo di ruggine e, presa la freschezza dell’onda, carpita la ancor dormente moschina sospesa ad uno stelo, si impennano in alto col guizzo di una lama brunita, garrendo giulive.
2Due cutrettole, vestite di seta cenerina, passeggiano graziose come due damine lungo la sponda del ruscello e tengono ben alta la lunga coda ornata di vellutini neri, si specchiano, si trovano belle, riprendono la passeggiata, beffate da un merlo che fischia loro dietro col suo lungo becco giallo, vero monello del bosco.
3Dentro ad un folto melo selvatico, che si alza solitario presso le rovine, una rosignola chiama insistentemente il suo compagno, e tace solo quando lo vede giungere con un lungo bruco che si divincola nella stretta del becco sottile. Due colombi torraioli, probabilmente evasi da qualche colombaia cittadina, e che hanno eletto libera dimora fra le crepe del torrione diroccato, si abbandonano alle loro espansioni sgrugolando lui, seduttore, tubando lei, pudica.
4Gesù, con le braccia conserte al petto, guarda tutte queste liete bestioline e sorride.
5«Già pronto, Maestro?» chiede Simone alle sue spalle.
«Già pronto. Gli altri dormono ancora?».
«Ancora».
«Sono giovani… Mi sono lavato a quel rio… Un’acqua fresca che snebbia la mente…».
«Ora vado io».
Mentre Simone, vestito solo di una corta tunichella, si lava e poi si riveste, spuntano Giuda e Giovanni.
«Dio ti salvi, Maestro. Abbiamo fatto tardi?».
«No. E’ appena mattutino. Ma ora fate presto e andiamo».
6I due si lavano e poi si mettono tunica e mantello. Gesù, prima di incamminarsi, strappa dei fioretti nati fra le crepe di due massi e li pone in una scatoletta di legno, in cui sono già altre cose che non distinguo bene. Spiega: «Li porterò alla Madre. Li avrà cari… Andiamo».
L’apostolo delle missioni difficili.
7«Dove, Maestro?».
«A Betlemme».
«Ancora? Mi pare che non ci sia buon’aria per noi…»
8«Non importa. Andiamo. Voglio farvi vedere dove scesero i Magi e dove ero Io».
9«Allora, senti. Scusa, sai, Maestro? Ma lascia che parli. Facciamo una cosa. A Betlem, e nell’albergo, lascia che sia io quello che discorre e chiede. Per voi galilei non c’è molto amore in Giudea, e qui meno che altrove. Anzi facciamo così: Tu e Giovanni apparite galilei anche alla veste. Troppo semplice. E poi… quei capelli! Perché vi ostinate a tenerli così lunghi? Io e Simone vi diamo il mantello e prendiamo il vostro. Tu, Simone, a Giovanni; io al Maestro. Ecco… così. Vedi? Sembrate subito un poco più giudei. Ora questo».
10E si leva il copricapo – un telo a righe gialle, marroni, rosse, verdi, come il mantello, tutte alternate, tenuto a posto da un cordone giallo – e lo mette sul capo di Gesù e lo accomoda lungo le guance per celare i lunghi capelli biondi. Giovanni prende quello verde scurissimo di Simone.
11«Oh! ora va meglio! Io ho il senso pratico».
«Sì, Giuda. Tu hai il senso pratico. E’ vero. Guarda però che non superi l’altro senso».
«Quale, Maestro?».
«Il senso spirituale».
12«Noooh! Ma in certi casi è bene saper esser politici più di ambasciatori. E senti… sii buono ancora… e per tuo bene… Non mi smentire se dirò delle cose… delle cose… non vere, ecco».
13«Che vuoi dire? Perché mentire? Io sono la Verità e non voglio menzogna, né in Me né intorno a Me».
14«Oh! non dirò che mezze menzogne. Dirò che siamo tutti di ritorno da luoghi lontani, dall’Egitto magari, e che vogliamo aver notizie di cari amici. Dirò che siamo giudei di ritorno da un esilio… In fondo, in tutto c’è un poco di vero… e poi, parlo io… bugia più, bugia meno…».
15«Ma Giuda! Perché ingannare?».
«Lascia perdere, Maestro! Il mondo si regge sugli inganni. E sono necessari qualche volta. Bene, per farti contento dirò solo che veniamo da lontano e che siamo giudei. Questo è vero per tre su quattro. E tu, Giovanni, non parlare mai. Ti tradiresti».
«Starò zitto».
16«Poi… se le cose si mettono bene… allora diremo il resto. Ma ci spero poco… Sono astuto, e sento a volo».
17«Lo vedo, Giuda. Ma preferirei fossi semplice».
18«Serve poco. Nel tuo gruppo io sarò quello delle missioni difficili. Lasciami fare».
Gesù è poco propenso. Ma cede.
Giorno di mercato.
19Vanno. Girano lungo le rovine, poi costeggiano un muraglione senza finestre, oltre il quale si sente ragliare, muggire, nitrire, belare, e quel versaccio sgangherato dei cammelli o dromedari. Il muraglione fa angolo. Lo girano. Eccoli sulla piazza di Betlemme. La vasca della fonte è al centro della piazza, che è sempre con la sua forma sghimbescia, eppure è diversa nel lato opposto all’albergo. Là, dove c’era la casetta, che quando la penso la vedo ancor tutta d’argento puro sotto il raggio della Stella, è una grande apertura sparsa di macerie. Solo la scaletta è ancora ritta col suo piccolo poggiolo. Gesù guarda e sospira. La piazza è piena di gente intorno a venditori di cibarie, utensili, stoffe ecc., che hanno steso su stuoie o messo in ceste le loro mercanzie, tutte posate sul suolo, e sono loro pure accoccolati per lo più al centro del loro… negozio, se però non urlano e gesticolano in piedi, alle prese con qualche compratore tirchio.
«E’ giorno di mercato» dice Simone.
Ezechia l’oste di Betlem.
20La porta, anzi, il portone dell’albergo è spalancato e ne esce una fila di asini carichi di mercanzie. Giuda entra per primo. Si guarda intorno. Afferra altezzoso un piccolo stalliere sporco e scamiciato, ossia con una sola sottoveste che è senza maniche e corta al ginocchio. «Servo!» urla. «Il padrone! Subito! Va’ svelto, ché non sono uso ad aspettare».
21Il ragazzo va di corsa, tirandosi dietro una scopa di fascina.
«Ma Giuda! Che modi!».
«Zitto, Maestro. Lasciami fare. Ci devono credere ricconi, e di città».
22Corre il padrone, che si spezza la schiena in inchini davanti a Giuda, imponente nel mantello rosso cupo di Gesù sulla sua ricca veste giallo oro, tutta cinture e frange.
23«Noi veniamo da lontano, uomo. Giudei delle comunità asiatiche. Perseguitato questo, di nascita betlemmita, ricerca i suoi cari amici di qui. E noi con Lui. Veniamo da Gerusalemme, dove abbiamo adorato l’Altissimo nella sua Casa. Puoi ragguagliarci?».
«Signore… il tuo servo… Tutto per te. Ordina».
24«Vogliamo sapere di molti… e specie di Anna, la donna che aveva casa di fronte al tuo albergo».
«Oh! infelice! Anna non la troverete più che nel seno di Abramo. E i suoi figli con lei».
25«Morta? Perché?».
«Non sapete dell’eccidio di Erode? Tutto il mondo ne parlò e anche il Cesare lo definì “porco che si nutre di sangue”. Uh! che ho detto! Non mi denunciare! Sei proprio giudeo?».
26«Ecco il segno della mia tribù. Sicché? Parla».
«Anna è stata uccisa dai soldati di Erode, con tutti i suoi figli, meno una».
«Ma perché? Era tanto buona!».
27«La conoscevi?».
«Benissimo». Giuda mente spudoratamente.
«Fu uccisa per avere ospitato quelli che si dicevano padre e madre del Messia… Vieni qui, in questa stanza… I muri hanno orecchie, e parlare di certe cose… è pericoloso».
Entrano in una stanzetta scura e bassa. Siedono su un basso divano.
28«Ecco… io ho avuto buon naso. Non sono alberghiere per nulla! Sono nato qui, figlio di figli di alberghieri. Ho la malizia nel sangue. E non li ho voluti. Forse un buco per loro lo avrei trovato. Ma… galilei, poveri, sconosciuti… eh! no, Ezechia non ci casca! E poi… sentivo… sentivo che erano diversi… quella donna… degli occhi… un che… no, no, doveva avere il demonio in sé e parlargli. E ce lo ha portato qui… a me no, ma in città. Anna era più innocente di una pecorella, e li ha ospitati pochi giorni dopo, con il Bambino ormai. Dicevano che era il Messia… Oh! quanti denari ho fatto in quei giorni! Altro che censo! Venivano anche quelli che non avevano da venire per il censo. Venivano fin dal mare, fin dall’Egitto a vedere… e per mesi! Che guadagno ho fatto!…
29Per ultimi sono venuti tre re, tre potenti, tre maghi… che so? Un corteo! non finiva più! Mi hanno preso tutte le stalle e hanno pagato, in oro, tanto fieno da bastare per un mese, e poi sono andati via il giorno dopo lasciando tutto lì. E che regali agli stallieri, alle donne! E a me! Oh!… Io del Messia, vero o falso che fosse, non ne posso che dire bene. Mi ha fatto guadagnare monete a sacchi. Disastri non ne ho avuti. Morti neppure, perché avevo appena preso moglie. Quindi… Ma gli altri!»
I luoghi della strage.
30«Vorremmo vedere i luoghi della strage».
«I luoghi? Ma tutte le case furono luogo di strage. Per miglia intorno a Betlemme vi furono morti. Venite con me».
Salgono una scala, montano su un terrazzone sul tetto. Dall’alto si vede molta campagna e tutta Betlemme stesa come un ventaglio aperto sulle sue colline.
31«Vedete i punti rovinati? Lì furono arse anche le case, perché i padri difesero i figli con le armi. Vedete là quella specie di pozzo coperto di edera? Quella è il resto della sinagoga. Bruciata con l’archisinagogo, che aveva asserito esser quello il Messia. Bruciata dai superstiti, pazzi per la strage dei figli. Ne abbiamo avute delle noie, dopo… E là, e là, e là… vedete quei sepolcri? Sono delle vittime… Paiono pecorelle sparse fra il verde, a perdita d’occhio. Tutti innocenti e padri e madri degli stessi… Vedete quella vasca? Era rossa la sua acqua dopo che i sicari si ebbero nettate armi e mani in essa. E quel rio qui dietro, l’avete visto?… Era rosa per il gran sangue che aveva raccolto dalle cloache… E lì, ecco, lì… di fronte. Quello è quanto rimane di Anna».
32Gesù piange. «La conoscevi bene?».
Risponde Giuda: «Era come una sorella per sua Madre. Vero, amico?».
Gesù risponde solo: «Sì».
«Capisco» fa l’alberghiere e resta pensieroso. Gesù si china a parlare piano con Giuda.
33«Il mio amico vorrebbe andare su quelle rovine» dice Giuda.
«E vi vada! Son di tutti!».
34Scendono. Salutano. Se ne vanno. L’oste resta deluso. Forse sperava guadagno. Traversano la piazza. Salgono sulla superstite scaletta.
35«Da qui» dice Gesù «mia Madre mi fece salutare i Magi e da qui scendemmo per andare in Egitto».
36Della gente guarda i quattro sulle rovine. Uno interroga: «Parenti dell’uccisa?».
37«Amici». Una donna urla: «Non fate del male, almeno voi, alla morta, come gli altri suoi amici lo fecero alla viva e poi scapparono in salvo».
38Gesù è dritto sul ballatoio, contro il muretto che lo limita, alto perciò sulla piazza di un due metri circa, col vuoto di dietro. Un vuoto solare, che lo innimba tutto e fa ancor più candida la veste di lino candidissimo che lo copre da sola, ora che il mantello è scivolato giù dalle spalle e sta ai piedi di Lui come una base multicolore.
39Dietro ancora, lo sfondo verde e spettinato di ciò che era l’orto e il campo di Anna, ora inselvatichito e sparso di macerie.
Il Messia venne ai suoi.
“Fratelli della mia terra” (Discorso).
40Gesù stende le braccia. Giuda, che vede il gesto, dice: «Non parlare! Non è prudente!».
41Ma Gesù empie la piazza della sua voce potente: «Uomini di Giuda! Uomini di Betlemme, udite! Udite o voi, donne della terra sacra a Rachele! Udite un che da Davide viene, che perseguitato ha sofferto, che, fatto degno di parlare, parla per darvi luce e conforto. Udite».
42La gente cessa di vociare, litigare, comperare, e si affolla. E’ un rabbi!».
«Viene da Gerusalemme certo».
«Chi è?». Che bell’uomo!».
«Che voce!».
«Che modi!». Eh! se è progenie di Davide!».
«Nostro, allora!».
«Udiamo, udiamo!». Tutta la piazza è ora contro la scaletta, che pare un pulpito.
43«Nella Genesi è detto: “Io porrò inimicizia fra te e la donna… essa ti schiaccerà il capo e tu la insidierai nel calcagno”[29]. E ancora è detto: “Io moltiplicherò i tuoi affanni e le tue gravidanze… e la terra produrrà triboli e spine”[30].
44Questa la condanna dell’uomo, della donna e del serpente. Venuto da lontano a venerare la tomba di Rachele, ho udito nel vento della sera, nella rugiada della notte, nel pianto dell’usignolo al mattino, ripetersi il singhiozzo di Rachele antica, ripetuto da bocche e bocche di madri di Betlemme nel chiuso dei sepolcri, o nel chiuso dei cuori. Ed ho sentito ruggire il dolore di Giacobbe nel dolore dei vedovi consorti, senza più sposa perché il dolore l’ha uccisa[31]… Piango con voi. Ma udite, fratelli della mia terra. Betlem, terra benedetta, la più piccola delle città di Giuda, ma la più grande agli occhi di Dio e dell’umanità perché culla del Salvatore, come dice Michea[32], appunto perché tale, perché destinata ad esser il tabernacolo su cui si sarebbe posata la Gloria di Dio, il Fuoco di Dio, il suo incarnato Amore, ha scatenato l’odio di Satana.
45“Porrò inimicizia fra te e la donna. Essa ti terrà sotto il suo piede e tu insidierai il suo calcagno”. Quale inimicizia più grande di quella che ha per mèta i figli, il cuore del cuore della donna? E quale più forte piede di quello della Madre del Salvatore? Ecco perciò che naturale fu la vendetta di Satana vinto, il quale, no, non al calcagno, ma al cuore delle madri, per la Madre, avventò la sua insidia. Oh! moltiplicati affanni del perdere i figli dopo averli partoriti! Oh! tremendi triboli dell’aver seminato e sudato per la prole, ed esser padre senza più prole! Ma giubila, Betlemme! Il tuo sangue più puro, il sangue degli innocenti, ha fatto via di fiamma e porpora al Messia…».
46La folla, che è andata sempre più rumoreggiando da quando Gesù ha nominato il Salvatore, e poi la Madre dello Stesso, ora ha un più chiaro indizio di agitazione.
47«Taci, Maestro» dice Giuda. «E andiamo».
48Ma Gesù non lo ascolta. Continua: «…al Messia che la Grazia del Padre-Dio salvò dai tiranni per conservarlo al popolo per sua salvezza e…»
L’inizio della gazzarra.
49Una stridula voce di donna grida: «Cinque, cinque ne avevo partoriti, e più nessuno è nella mia casa! Misera me!» e urla istericamente.
E’ l’inizio della gazzarra.
50Un’altra si voltola nella polvere, si lacera le vesti, mostra una mammella mutilata nel capezzolo, e urla: «Qui, qui, su questa poppa me l’hanno sgozzato il mio primogenito! La spada gli ha reciso la faccia insieme al capezzolo mio. Oh! il mio Eliseo!».
52«E io? E io? Ecco là la mia reggia! Tre tombe in una, vegliata dal padre. Marito e figli insieme. Ecco, ecco!… Se c’è il Salvatore, mi renda i figli, mi renda lo sposo, mi salvi dalla disperazione, da Belzebù mi salvi».
Urlano tutti: «I nostri figli, i mariti, i padri! Li renda, se c’è!».
Gesù agita le braccia imponendo silenzio.
53«Fratelli della mia terra, Io vorrei rendervi alla carne, anche alla carne, i figli. Ma Io ve lo dico: siate buoni, rassegnati, perdonate, sperate, gioite in una speranza, in una certezza giubilate. Presto riavrete i vostri figli, angeli nel Cielo, perché il Messia sta per aprire le porte dei Cieli, e se giusti sarete la morte sarà Vita che viene, e Amore che torna…».
I suoi non l’accolsero.
53«Ah! sei Tu il Messia? In nome di Dio, dillo».
Gesù abbassa le braccia col suo gesto così dolce, mansueto, che pare un abbraccio, e dice: «Lo sono».
«Via! Via! Per tua colpa, allora!».
Vola un sasso fra fischi e dileggi.
54Giuda ha uno scatto bello… oh! fosse stato sempre così! Si butta davanti al Maestro, ritto sul muretto del poggiolo, a manto spiegato, e riceve imperterrito i colpi di pietra, ne sanguina anche, e urla a Giovanni e Simone: «Portate via Gesù. Dietro quelle piante. Io verrò. Andate, in nome del Cielo!».
55E alla folla: «Idrofobi cani! Sono del Tempio, e al Tempio e a Roma vi denuncerò».
56La folla ha un attimo di paura. Ma poi riprende la sassaiola, per fortuna, maldestra. E Giuda imperterrito la riceve, rispondendo con contumelie alle maledizioni della folla. Anzi, afferra a volo un sasso e lo spedisce sulla testa di un vecchietto urlante come una gazza spennata viva. E, siccome tentano di dar la scalata al suo piedistallo, svelto raccoglie un ramo secco che è al suolo (ora è sceso dal muretto) e lo rotea sulle schiene, teste, mani, senza pietà. Accorrono delle milizie e con le lance si fanno largo.
57«Chi sei? Perché questa rissa?».
«Un giudeo assalito da questi plebei. Era con me un rabbi noto ai sacerdoti. Parlava a questi cani. Si sono scatenati e ci hanno assaliti».
58«Chi sei?».
«Giuda di Keriot, già del Tempio, ora discepolo di Rabbi Jesù di Galilea. Amico del fariseo Simone, del sadduceo Giocana, del consigliere del Sinedrio Giuseppe di Arimatea, e infine, ciò lo puoi confrontare, di Eleazar ben Anna, il grande amico del Proconsole».
59«Verificherò. Dove vai?».
«Col mio amico a Keriot, e poi a Gerusalemme».
«Vai. Noi ti difenderemo le spalle».
60Giuda allunga delle monete al soldato. Deve essere cosa illecita… ma usuale, perché il milite prende, svelto e guardingo, saluta e sorride. Giuda balza giù dal suo podio. Va a salti per il campo incolto, raggiunge i compagni.
61«Sei molto ferito?».
«Roba da niente, Maestro. Poi! Per Te!… Le ho anche date, però. Devo essere tutto sporco di sangue…»
«Sì, sulla guancia. Qui vi è un filo d’acqua».
62Giovanni bagna un piccolo telo e lava la guancia di Giuda.
«Mi spiace, Giuda… Ma vedi… anche a dir loro che si era giudei, secondo il tuo senso pratico…»
63«Bestie sono. Credo che ti sarai persuaso, Maestro. E che non insisterai».
64«Oh! no! Non per paura. Ma perché è inutile, per ora. Quando non ci vogliono, non si maledice, ma ci si ritira pregando per i poveri folli che muoiono di fame e non vedono il Pane. Andiamo per questa via remota. Credo si possa prendere la strada di Ebron… Dai pastori, se li troveremo».
65«A prendere altre sassate?».
«No. A dir loro: “Son Io”.»
66«Eh! allora!..; Certo ci bastonano. Soffrono da trenta anni per causa tua!…»
«Vedremo».
67Vanno per un folto boschetto, ombroso, fresco, e li perdo di vista.
4. Gesù ritrova i pastori Elia e Levi[33].
I primi amici del Messia.
In fretta verso gli amici
1Le alture si fanno molto più alte e selvose di quelle di Betlemme e salgono sempre più, in una vera catena di monti.
2Gesù sale avanti a tutti, spingendo lo sguardo avanti, intorno, come a cercare qualcosa. Non parla. Ascolta più le voci delle selve che quelle dei discepoli, arretrati di qualche metro da Lui e parlottanti fra loro.
3Un campano suona lontano, ma il vento porta il dindolare della campanella. Gesù sorride. Si volge: «Sento delle pecore» dice.
«Dove, Maestro?».
«Mi sembra verso quel poggio. Ma il bosco non mi fa vedere».
4Giovanni non fa parole. Si leva l’abito – il mantello lo hanno tutti a tracolla, arrotolato, perché sono accaldati – e con la sola tunichella corta abbraccia un tronco alto e liscio, che direi di un frassino, e sale, sale… sinché vede. «Si, Maestro. Molti greggi e tre pastori là, dietro quel folto». Scende e vanno sicuri.
5«Saranno, poi, loro?».
«Chiederemo, Simone, e se loro non sono ci diranno qualcosa… Si conoscono fra loro».
6Ancora circa un centinaio di metri, poi ecco un largo pascolo verde, tutto contornato da grosse piante annose. Molte pecore sono sul prato ondulato e brucano l’erba folta. Tre uomini le guardano. Uno è vecchio, già tutto canuto, gli altri sono uno sui trenta, l’altro sulla quarantina, circa.
7«Sta’ attento, Maestro. Sono mandriani…» consiglia Giuda, vedendo che Gesù affretta il passo.
8Ma Gesù non risponde neppure. Va, alto, bello, col sole occiduo in faccia, nella sua veste bianca. Pare un angelo, tanto è luminoso… «La pace sia con voi, amici» saluta quando è sul limite del prato.
9I tre si volgono stupiti. Un silenzio. Poi il più vecchio chiede: «Chi sei?».
«Uno che ti ama».
10«Saresti il primo da molti anni. Da dove vieni?».
«Dalla Galilea».
11«Dalla Galilea? Oh!». L’uomo lo guarda attento. Anche gli altri si sono fatti vicini. «Dalla Galilea» ripete il pastore, e aggiunge piano, come per sé stesso: «Anche Egli era veniente dalla Galilea… Da che luogo, signore?».
«Da Nazareth».
12«Oh! dimmi, allora. E’ più tornato un bambino, con una donna di nome Maria e un uomo di nome Giuseppe, un bambino bello ancor più di sua madre, che fiore più vago mai vidi sulle pendici di Giuda? Un bambino nato a Betlem di Giuda, al tempo dell’editto? Un bambino fuggito poi, per grande fortuna del mondo. Un bambino che darei la vita per saperlo proprio vivo e uomo ormai!».
13«Perché dici che è stata grande fortuna del mondo l’esser fuggito?».
«Perché Egli era il Salvatore, il Messia, e Erode lo voleva morto. Io non c’ero quando Egli fuggì col padre e la madre… Quando seppi della strage e tornai… – perché anche io avevo dei figli (singhiozzo), signore, e una donna… (singhiozzo) e li sentivo uccisi (altro singhiozzo), ma, ti giuro per il Dio d’Abramo, di Lui tremavo più che per la mia stessa carne – lo seppi fuggito e neppur potei chiedere; neppur potei raccogliere le mie creature sgozzate… A colpi di pietra come un lebbroso, come un immondo, come un assassino sono stato preso… e ho dovuto fuggire nei boschi, far la vita di un lupo… finché trovai un padrone. Oh! non è più Anna… E’ duro e crudele… Se una pecora si scoscia, se il lupo mi preda un agnello, o esser bastonato a sangue o levarmi il poco guadagno, lavorare nei boschi per altri, far qualche cosa, ma pagare, il triplo sempre del valore. Ma non importa. Ho sempre detto all’Altissimo: “Fammi vedere il tuo Messia, fammi almeno sapere che è vivo, e tutto è nulla”. Signore, ti ho detto come sono stato trattato dai betlemmiti e come sono trattato dal padrone. Avrei potuto rendere male per male, o fare il male, rubando, per non soffrire col padrone. Ma non ho voluto che perdonare, soffrire, essere onesto, perché gli angeli hanno detto: “Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Amici fedeli.
14«Proprio così dissero?».
«Sì, signore, credilo tu, tu almeno che sei buono. Conosci tu almeno, e credilo, che il Messia è nato. Nessuno lo volle più credere. Ma gli angeli non in mentono… e noi non si era ebbri come dissero. Questo, vedi, era un fanciullo allora, e vide per primo l’angelo. Non beveva che latte. Può il latte fare ebbri? Gli angeli hanno detto: “Oggi nella città di Davide è nato il Salvatore che è Cristo, il Signore. E lo riconoscerete da questo. Troverete un Bambino a giacere in una mangiatoia, avvolto nelle fasce».
15«Così proprio dissero? Non avete inteso male? Non vi sbagliate, dopo tanto tempo?».
«Oh! no! Vero, Levi? Per non dimenticare – già non avremmo potuto, perché erano parole di Cielo e si scrissero col fuoco del Cielo nei nostri cuori – tutte le mattine, tutte le sere, quando il sole sorge, quando brilla la prima stella, noi le diciamo per preghiera, per benedizione, per forza e conforto, col nome di Lui e della Madre».
16«Ah! dicevate: “Cristo”?».
«No, signore. Diciamo: “Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in terra agli uomini di buona volontà, per Gesù Cristo che è nato da Maria in una stalla di Betlemme e che, avvolto in fasce, era in una mangiatoia, Egli che è il Salvatore del mondo»
17«Ma insomma, voi chi cercate?».
«Gesù Cristo, Figlio di Maria, il Nazareno, il Salvatore».
18«Sono Io». Gesù sfavilla nel dirlo, manifestandosi a questi suoi tenaci amatori. Tenaci, fedeli, pazienti.
«Tu! Oh! Signore, Salvatore, Gesù nostro!».
19I tre sono a terra e baciano i piedi di Gesù, piangendo di gioia.
«Alzatevi. Alzati, Elia, e tu, Levi, e tu che non so chi sia».
«Giuseppe, figlio di Giuseppe».
20«Questi sono i miei discepoli Giovanni, galileo, Simone e Giuda, giudei».
21I pastori non sono più faccia a terra ma, ancora sui ginocchi, abbandonati all’indietro sui calcagni, adorano il Salvatore con occhi d’amore, labbra che tremano di emozione, volti sbiancati o arrossati dalla gioia.
22Gesù si siede sull’erba.
«No, Signore. Sull’erba Tu no, Re di Israele».
23«Lasciate, amici. Sono povero. Un legnaiolo, per il mondo. Ricco solo d’amore per il mondo, e dell’amore che i buoni mi danno. Sono venuto per stare con voi, spezzare con voi il pane della sera, dormire al vostro fianco sul fieno, prendere conforto da voi…»
«Oh! conforto! Noi siamo rozzi e perseguitati».
24«Anche Io perseguitato. Ma voi mi date ciò che cerco: amore, fede e speranza che resiste per anni e dà fiore. Vedete? Mi avete saputo attendere, credendo senza dubbi che ero Io. E Io sono venuto».
25«Oh! sì! Sei venuto. Ora, anche se muoio, non ho niente più che mi dia pena di cosa sperata e non avuta».
26«No, Elia. Tu vivrai fino a dopo il trionfo del Cristo. Tu, che hai visto la mia alba, devi vedere il mio fulgore. E gli altri? Eravate dodici: Elia, Levi, Samuele, Giona, Isacco, Tobia, Gionata, Daniele, Simeone, Giovanni, Giuseppe, Beniamino. Mia Madre mi diceva sempre i vostri nomi. Come dei miei primi amici».
«Oh!». I pastori sono sempre più commossi.
Amici pazienti.
27«Dove sono gli altri?».
«Il vecchio Samuele morto, per età, da vent’anni. Giuseppe ucciso per aver combattuto sulla porta del chiuso, dando tempo alla sposa, madre da poche ore, di fuggire con costui che io ho raccolto per amore dell’amico e per… e per avere ancora dei bambini intorno. Anche Levi ho preso meco… Era perseguitato. Beniamino è pastore sul Libano con Daniele. Simeone, Giovanni e Tobia, che ora si fa chiamare Mattia a ricordo del padre, anche lui ucciso, sono discepoli di Giovanni. Giona è nel piano di Esdrelon, a servizio di un fariseo. Isacco è con le reni spezzate, in miseria assoluta, e solo, a Jutta. Lo aiutiamo come possiamo… ma siamo tutti percossi e sono gocce di rugiada in un incendio. Gionata è ora servo di un grande di Erode».
28«Come avete potuto, specie Gionata, Giona, Daniele e Beniamino, esser a questi servizi?».
«Mi ricordai di Zaccaria, tuo parente… Mi ci aveva mandato la Madre. E quando ci trovammo nelle gole della Giudea, fuggiaschi e maledetti, li guidai a lui. Fu buono. Ci protesse, ci sfamò. Ci cercò padrone. Come poté. Io avevo già avuto preso tutto il gregge di Anna dall’erodiano… e sono rimasto con lui… Fatto uomo il Battista e principiato a predicare, Simeone, Giovanni e Tobia andarono con lui».
29«Ma ora il Battista è prigioniero».
«Sì. Ed essi sono di ronda presso Macheronte, con un pugno di pecore, per non dare sospetti, date da un ricco, discepolo di Giovanni tuo parente».
30«Vorrei vederli tutti».
«Sì, Signore. Andremo a dir loro: “Venite. Egli è vivo. Egli ci ricorda e ama».
«E vi vuole fra i suoi amici».
«Sì, Signore».
Amici per sempre.
31«Ma per primo andremo da Isacco.»
32«E Samuele e Giuseppe dove sono sepolti?».
«Samuele a Ebron. Restò a servizio di Zaccaria. Giuseppe… non ha tomba, Signore. Fu arso con la casa».
33«Non fra le fiamme dei crudeli, ma fra le fiamme del Signore, nella gloria, presto sarà. Io ve lo dico; a te, Giuseppe figlio di Giuseppe, lo dico. Vieni, che Io ti baci per dir grazie al padre tuo».
34«E i miei bambini?».
«Angeli, Elia. Angeli che ripeteranno il “Gloria” quando il Salvatore sarà coronato».
35«Re?».
«No. Redentore. Oh! corteo di giusti e santi! E sul davanti le falangi bianche e porporine dei pargoli martiri! E, aperte le porte del Limbo, ecco che saliremo insieme al Regno che non muore. E poi voi verrete e ritroverete padri, madri e figli nel Signore! Credete».
«Sì, Signore».
La preghiera prima della cena.
36«Chiamatemi Maestro. La sera scende, la prima stella nasce. Di’ la tua preghiera prima della cena».
«Non io. Tu».
37«Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in terra agli uomini di buona volontà, che hanno meritato di vedere la Luce e di servirla. Il Salvatore è fra loro. Il Pastore della stirpe regale è fra il suo gregge. La Stella del mattino è sorta. Giubilate, o giusti! Giubilate nel Signore. Lui che ha fatto la volta dei cieli e li ha seminati di stelle, Lui che ha messo a limite delle terre i mari, Lui che ha creato i venti e le rugiade, e regolato il corso delle stagioni per dare pane e vino ai figli suoi, ecco che più alto Cibo ora vi manda: il Pane vivo che scende dal Cielo, il Vino dell’eterna Vite. Venite, voi, primizie dei miei adoratori. Venite a conoscere il Padre in verità per seguirlo in santità e averne eterno premio».
38Gesù ha pregato in piedi con le braccia stese, mentre discepoli e pastori stanno in ginocchio. Poi viene dato pane e una scodella di latte appena munto, e dato che tre sono le ciotole, o zucche svuotate, non so, prima mangiano Gesù, Simone e Giuda. Poi Giovanni, al quale Gesù passa la sua tazza, con Levi e Giuseppe; ultimo mangia Elia.
39Le pecore non brucano più, si riuniscono in gran gruppo serrato in attesa di esser condotte forse al loro chiuso. Ma vedo invece che i tre pastori le conducono nel bosco, sotto una rustica tettoia di rami recinta da funi. Loro si danno da fare a preparare del fieno per letto a Gesù e discepoli.
Vengono accesi dei fuochi, forse per le bestie selvatiche.
Istruzione agli amici.
40Giuda e Giovanni, stanchi, si sdraiano e dopo poco dormono. Simone vorrebbe far compagnia a Gesù. Ma dopo poco dorme lui pure, seduto sul fieno e col dorso addossato a un palo. Restano svegli Gesù coi pastori. E parlano: di Giuseppe, di Maria, della fuga in Egitto, del ritorno… E poi, dopo queste domande d’amore, ecco le domande più alte: che fare per servire Gesù? Come lo potranno, loro, rozzi pastori?
41E Gesù istruisce e spiega: «Ora Io vado per la Giudea. Voi sarete sempre tenuti informati dai discepoli. Poi vi farò venire. Riunitevi, intanto. Fate che l’uno sappia dell’altro, e di questo mio essere nel mondo, come Maestro e Salvatore. Come potete, fatelo sapere. Non vi prometto che sarete creduti. Dileggio Io ho avuto e percosse. Voi pure le avrete. Ma, come avete saputo esser forti e giusti in questa attesa, siatelo più ancora ora che siete miei. Domani andremo verso Jutta. Poi a Ebron. Potete venire?».
42«Oh! sì! Le strade sono di tutti ed i pascoli sono di Dio. Solo Betlemme ci è interdetta dall’odio ingiusto. Gli altri paesi sanno… ma ci scherniscono solo chiamandoci “beoni “. Perciò poco potremo fare qui».
«Vi chiamerò altrove. Non vi abbandonerò».
43«Per tutta la vita?».
«Per tutta la mia vita».
«No. Prima morirò io, Maestro. Sono vecchio».
44«Lo credi? Non Io. Uno dei primi volti che vidi fu il tuo, Elia. Uno degli ultimi sarà. Porterò meco nella pupilla il tuo volto sconvolto dal dolore per la mia morte. Ma poi sarà il tuo a portare nel cuore il radioso di un mattino trionfale, e con quello aspetterai la morte… La morte: l’incontro eterno col Gesù che hai adorato piccino. Anche allora gli angeli canteranno il Gloria: “per l’uomo di buona volontà”.»
Non sento più nulla, la dolce visione si offusca. Finisce.
5. A Jutta dal pastore Isacco. Sara
e i suoi
bambini[34].
Il miracolo dell’amore.
La valle di Jutta.
1Una fresca valle sonante d’acque che vanno verso sud fra balzi e spume di un torrentello d’argento, che spruzza la sua ridente freschezza sui piccoli pascoli delle prode, ma pare che la linfa sua salga anche per le pendici, tanto sono verdi: uno smeraldo, variegato nel suo verde, che dal suolo sale, attraverso i cespugli e gli arbusti del sottobosco, sino alle cime delle alte piante, fra cui sono molti noci, del bosco vero e proprio, tutto intersecato di zone aperte, che sono pianori verdi dall’erba nutrita, pascolo sano e robusto per gli armenti.
2Gesù scende, coi suoi e coi tre pastori, verso il torrente. Pazientemente si ferma quando c’è da attendere una pecora che si attarda o uno dei pastori che deve rincorrere un’agnella che si svia. E’ proprio il Buon Pastore ora. Anche Lui si è munito di un lungo ramo per scansare le ramaglie delle more e dei biancospini e vitalbe, che sporgono da tutte le parti e cercano afferrare le vesti. E ciò completa la sua figura pastorale.
3«Vedi? Jutta è lassù. Ora passeremo il torrente, vi è un posto di guado che nell’estate serve, senza ricorrere al ponte. Sarebbe stato più breve venire da Ebron. Ma Tu non hai voluto».
La vita oltre la morte.
4«No. A Ebron dopo. Prima sempre da chi soffre. I morti non soffrono più, quando sono dei giusti. E Samuele era un giusto. Per i morti, poi, che hanno bisogno di preghiere, non è necessario esser presso le loro ossa per darle.
5Le ossa? Che sono? Prova della potenza di Dio, che con la polvere creò l’uomo. Ma non oltre. Anche l’animale ha le ossa. Scheletro meno perfetto dell’uomo, quello di ogni animale. Solo l’uomo, il re del creato, ha posizione eretta, da re sui suoi sudditi, col volto che guarda diritto e in alto senza aver da torcere il collo; in alto, là dove è la dimora del Padre. Ma sono sempre ossa. Polvere che polvere ritorna. La Bontà eterna ha deciso di ricostruirla nel Giorno eterno per dare un ancor più vivo gaudio ai beati. Pensate: non solo gli spiriti saranno riuniti e si ameranno come e molto più che sulla terra, ma anche gioiranno di rivedersi con quegli aspetti che in terra ebbero: i bimbi ricciuti e cari come i tuoi, Elia, i padri e le madri dal cuore e dal volto tutto amore come i vostri, Levi e Giuseppe. Anzi, per te, Giuseppe, sarà un conoscere finalmente quei volti di cui hai nostalgia. Non più orfani, non più vedovi fra i giusti, lassù…
6Suffragio ai morti si può dare ovunque. E’ preghiera di uno spirito, per lo spirito di chi ci era congiunto, allo Spirito perfetto che è Dio e che è ovunque. Oh! santa libertà di tutto ciò che è spirituale! Non distanze, non esilii, non prigioni, non sepolcri… Nulla che divida e incateni in una impotenza penosa ciò che è fuori e al disopra delle catene della carne. Voi andate, con la parte migliore di voi, ai vostri diletti. Loro, con la loro parte migliore, vengono a voi. E tutto rotea, di questa effusione di spiriti che s’amano, intorno al Fulcro eterno, a Dio: Spirito perfettissimo, Creatore di tutto quanto fu, è e sarà, Amore che vi ama e vi insegna ad amare…»[35]
Il guado.
7Ma eccoci al guado, credo. Vedo una fila di pietre affiorare dalla poca acqua del fondo».
8«Sì, è quello, Maestro. In tempo di piena è sonante cascata, ora non è che sette rivoli d’acqua che ridono fra le sei grosse pietre del guado».
9Infatti sei grossi massi, abbastanza squadrati, sono stesi, alla distanza di un buon palmo fra loro, sul fondo del torrente, e l’acqua, prima unita in un unico nastro brillante, si separa in sette nastri minori, affrettandosi, ridente, a riunirsi al di là del guado in un’unica freschezza che scorre via parlottando fra le ghiaie del fondo.
10I pastori sorvegliano il passaggio delle pecorelle, che parte passano sui sassi e parte preferiscono scendere nell’acqua, alta non più di un palmo, e bere a questa diamantina onda che spuma e ride.
11Gesù passa sulle pietre e dietro Lui i discepoli. Riprendono l’andare sull’altra sponda.
Il miracolo dell’amore.
12«Mi hai detto che vuoi far noto a Isacco che Tu ci sei, ma non entrare in paese?».
«Sì, così voglio».
13«Allora è bene separarci. Io andrò da lui, Levi e Giuseppe resteranno col gregge e con voi. Salgo di qui. Farò più presto».
14E Elia intraprende a salire su per la costa, verso un biancheggiare di case che splendono al sole là, in alto.
15Mi pare di seguirlo. Eccolo alle prime case. Prende un vicoletto fra case e orti. Cammina per qualche decina di metri. Poi svolta in una via più larga e da questa entra in una piazza. Non ho detto che tutto ciò avviene nelle prime ore del mattino. Lo dico ora per spiegare che sulla piazza vi è ancora il mercato, e massaie e venditori vociano intorno alle piante che fanno ombra alla piazza.
16Elia va sicuro sino al punto dove la piazza torna ad esser via, una via abbastanza bella. La più bella, forse, del paese. All’angolo vi è una casupola, meglio, una stanza con la porta aperta. Quasi sulla porta un povero letto e, sopra, uno scheletrico infermo, che lamentosamente chiede ad ogni passante un obolo.
17Elia entra come un razzo. «Isacco… sono io».
«Tu? Non ti attendevo. Sei venuto la scorsa luna».
«Isacco… Isacco… Sai perché sono venuto?».
«Non so… sei commosso… che avviene?».
18«Ho visto Gesù di Nazaret, uomo, rabbi ormai. E’ venuto a cercarmi… e ci vuole vedere. Oh! Isacco! Stai male?».
19Infatti Isacco si è abbandonato come morisse. Ma si riprende: «No. La notizia… Dove è? Come è? Oh! lo potessi vedere!».
20«E’ giù, a valle. Mi manda a dirti così, proprio così: “Vieni, Isacco, ché ti voglio vedere e benedire”. Ora chiamerò qualcuno che mi aiuti e ti porterò giù».
«Così ha detto?».
«Così. Ma che fai?».
«Vado».
21Isacco respinge le coperture, muove le gambe inerti, le getta dal pagliericcio, le punta al suolo, si alza, ancora un poco incerto e traballante. Tutto in un attimo, sotto gli occhi sbarrati di Elia… che finalmente capisce e urla… Si affaccia una donnetta curiosa. Vede l’infermo in piedi che si ammanta, non avendo altro, in una delle coperture, e scappa via urlando come una gallina.
«Andiamo… di qua andiamo, per fare più presto e non avere folla… Presto, Elia».
Ed escono di corsa dalla porticina di un orticello posteriore, spingono la chiusura di rami secchi, sono fuori, filano per un vicoletto miserabile, poi giù per una stradetta fra orti e da questa giù per i prati e i boschetti, sino al torrente.
Discepolo promosso.
22«Ecco là Gesù» dice Elia, additàndolo.
«Quello alto, bello, biondo, vestito di bianco, col manto rosso…»
Isacco corre, fende il gregge brucante, e con un grido di trionfo, di gioia, di adorazione, si prostra ai piedi di Gesù.
23«Alzati, Isacco. Sono venuto. A portarti pace e benedizione. Alzati, che ti conosca il volto».
Ma Isacco non può alzarsi. Troppe emozioni insieme, e sta, col suo felice pianto, contro il suolo.
24«Sei subito venuto. Non ti sei chiesto se potevi…».
«Tu mi hai detto di venire… e sono venuto».
«Neppure ha chiuso la porta, né raccolto gli oboli, Maestro».
25«Non importa. Gli angeli veglieranno nella sua dimora. Sei contento, Isacco?».
«Oh! Signore!».
26«Chiamami Maestro».
«Sì, Signore, Maestro mio. Anche non fossi guarito, sarei stato beato a vederti. Come ho potuto trovare tanta grazia presso Te?».
27«Per la tua fede e pazienza, Isacco. So quanto hai sofferto…».
«Niente, niente! Più niente! Ho trovato Te! Sei vivo! Ci sei! Questo c’è proprio… Il resto, tutto il resto è passato. Ma, Signore e Maestro, ora non te ne vai più, vero?».
28«Isacco, ho tutto Israele da evangelizzare. Io vado… Ma se Io non posso restare, tu mi puoi sempre servire e seguire. Vuoi esser mio discepolo, Isacco?».
«Oh! Ma non sarò buono!».
29«Saprai confessare che Io sono? Contro gli schemi e le minacce confessarlo? E dire che Io ti ho chiamato e sei venuto?».
«Anche se Tu non volessi, direi tutto questo. In questo ti disubbidirei, Maestro. Perdona se lo dico».
30Gesù sorride. «E allora, vedi che sei buono di fare il discepolo?».
«Oh! se non è che per fare questo! Credevo fosse più difficile. Che bisognasse andare a scuola dai rabbi per servire Te, Rabbi dei rabbi… e andare a scuola da vecchio…». Infatti l’uomo ha almeno cinquant’anni.
31«La scuola l’hai già fatta, Isacco».
«Io? No».
32«Tu, sì. Non hai continuato a credere e ad amare, a rispettare e benedire Dio e prossimo, a non avere invidie, a non desiderare ciò che era d’altri e anche ciò che era tuo e che non avevi più, a non dire che il vero anche se ciò ti nuoceva, a non fornicare con Satana facendo peccati? Non hai fatto tutto questo, in questi trent’anni di sventura?».
«Sì, Maestro».
33«Tu vedi. La scuola l’hai fatta. Continua così e aggiungi la rivelazione del mio essere nel mondo. Non c’è altro da fare».
34«Ti ho già predicato, Signore Gesù. Ai bambini che venivano quando, sciancato, giunsi a questo paese chiedendo un pane e facendo ancora qualche lavoro di tosa e di latticini, e poi che venivano intorno al mio letto quando il male si fece forte e mi perse dalla vita in giù. Di Te parlavo ai bambini di allora e ai bambini di ora, figli di quelli… I bambini sono buoni e credono sempre… Dicevo di quando eri nato… degli angeli… della Stella e dei Magi… e della Madre tua… Oh! dimmi! E’ viva?».
«E’ viva e ti saluta. Sempre parlava di voi».
35«Oh! vederla!».
«La vedrai. Verrai nella mia casa un giorno. Maria ti saluterà: amico».
Regola per imitare Maria.
Una famiglia consacrata al Messia.
36«Maria… Sì. E’ come avere in bocca il miele a dire quel nome… Vi è una donna a Jutta, ora è donna, madre da poco del suo quarto figlio, che un tempo era bambina, una delle mie piccole amiche… e ai suoi figli ha messo nome: Maria e Giuseppe ai due primi e, non osando chiamare il terzo Gesù, lo ha chiamato Emanuele, per augurio a se stessa, alla sua casa e ad Israele. E pensa al nome da dare al quarto, nato sei giorni sono. Oh! quando saprà che son guarito! E che Tu sei qui! Buona come il pane della mamma è Sara, e buono Gioacchino il suo sposo. E i loro parenti? Per loro son vivo. Mi hanno dato ricovero e aiuto sempre».
37«Andiamo da loro a chiedere ricovero per le ore di sole e a portare benedizione per la loro carità».
38«Di qua, Maestro. Più comodo per il gregge e per sfuggire alla gente, certo eccitata. La vecchia, che mi ha visto alzarmi in piedi, certo ha parlato».
39Seguono il torrente, lo lasciano, più a sud, per prendere un sentiero che sale piuttosto ripido, seguendo uno sperone del monte fatto come un tagliamare di nave. Ora il torrente è in direzione contraria a chi sale, e scorre nel fondo fra due ordini di monti, che si intersecano formando valle accidentata e bella. Riconosco il luogo. E’ inconfondibile. E’ quello della visione di Gesù e i fanciulli, avuta nella scorsa primavera. Il solito muretto a secco delimita la proprietà che scoscende a valle. Ecco i prati con i meli, i fichi e i noci, ecco la casa, bianca sul verde, con la sua ala sporgente che protegge la scala e fa portico e loggia, ecco la cupoletta sulla parte più alta, ecco l’orto giardino con il pozzo, la pergola e le aiuole…
40Gran vocìo esce dalla casa. Isacco va avanti. Entra. Chiama a gran voce: «Maria, Giuseppe, Emanuele! Dove siete? Venite da Gesù».
Corrono tre piccini: una bimba di quasi cinque anni, e due maschietti dai quattro ai due, l’ultimo ancora un poco incerto nel passo. Restano a bocca aperta davanti al… risorto. Poi la bimba strilla: «Isacco! Mamma! Isacco è qui! Giuditta ha visto bene!».
41Da una stanza dove è gran vocio esce una donna, la florida madre bruna, alta, formosa, della visione lontana, tutta bella nelle sue vesti di festa: una veste di candido lino, come una ricca camicia, che scende a crespe sino alle caviglie, stretta ai fianchi opulenti da uno scialle a righe variopinte, che la modella nelle anche stupende ricadendo con frange sino al ginocchio, dietro, e rimanendo socchiuso sul davanti dopo essersi incrociato all’altezza della cintura sotto una fibbia di filigrana. Un velo leggero a rami di rose in colore su uno sfondo avanato è appuntato, sulle trecce nere, come un piccolo turbante, e poi scende dalla nuca, con onde e pieghe, per le spalle e sul petto. Lo tengono fermo sulla testa una coroncina di medagliette legate da una catenella fra loro. Orecchini ad anelli pesanti scendono dalle orecchie, e al collo tiene stretta la tunica una collana di argento passata fra occhielli della veste. Alle braccia, pesanti braccialetti d’argento.
42«Isacco! Ma come? Giuditta… credevo il sole l’avesse impazzita… Tu cammini! Ma che fu?».
«Il Salvatore! Oh! Sara! Egli c’è! E’ venuto!».
43«Chi? Gesù di Nazareth? Dove è?».
«Là! Dietro al noce, che chiede se lo ricevi!».
44«Gioacchino! Madre! Voi tutti, venite! C’è il Messia!».
Donne, uomini, ragazzi, bambini, corrono fuori urlando, strillando… ma, quando vedono Gesù alto e maestoso, perdono ogni ardire e restano come pietrificati.
45«La pace a questa casa e a voi tutti. La pace e la benedizione di Dio». Gesù cammina piano, sorridente, verso il gruppo. «Amici, volete ospitare il Viandante?» e sorride più ancora.
46Il suo sorriso vince i timori. Lo sposo ha il coraggio di parlare: «Entra, Messia. Ti abbiamo amato senza conoscerti. Più ti ameremo conoscendoti. La casa è in festa per tre cose, oggi: per Te, per Isacco, e per la circoncisione del mio terzo maschio. Benedicilo, Maestro. Donna, porta il bambino! Entra, Signore».
“Il suo nome è Jesai”.
47Entrano in una stanza parata a festa. Tavole e vivande, tappeti e frasche da per tutto. Torna Sara con un bel neonato fra le braccia. E lo presenta a Gesù.
48«Dio sia con lui, sempre. Che nome ha?»
«Nessuno. Questa è Maria, questo è Giuseppe, questo è Emanuele, questo… non ha nome ancora…».
Gesù fissa i due sposi vicini, sorride: «Cercate un nome. Se oggi deve esser circonciso…»
I due si guardano, lo guardano, aprono la bocca, la chiudono senza dir nulla. Tutti sono attenti.
49Gesù insiste: «Tanti nomi grandi, dolci, benedetti, ha la storia di Israele. I più dolci e benedetti sono già imposti. Ma forse ve ne è ancora qualcuno».
Insieme i due sposi erompono: «Il tuo, Signore!» e la sposa termina: «Ma è troppo santo…»
Gesù sorride e chiede: «Quando sarà circonciso?».
«Attendiamo il circoncisore».
50«Starò presente alla cerimonia. E intanto vi ringrazio per il mio Isacco. Ora non ha più bisogno dei buoni. Ma i buoni hanno ancor bisogno di Dio. Chiamaste il terzogenito “Dio con noi”. Ma Dio lo aveste da quando aveste carità per il mio servo. Siate benedetti. In terra e in Cielo sarà ricordato il vostro atto».
51«Isacco parte, ora? Ci lascia?».
«Ve ne duole? Ma egli deve servire il suo Maestro. Pure tornerà, ed Io pure verrò. Voi, intanto, parlerete del Messia… Vi è tanto da dire per convincere il mondo! Ma ecco l’atteso».
52Entra un pomposo personaggio con un servente. Saluti e inchini.
«Dove è il bambino?» chiede con sussiego.
53«Qui è. Ma saluta il Messia. E’ qui».
«Il Messia?… Quello che ha guarito Isacco?… So. Ma… Ne parleremo poi. Ho molta fretta. Il bimbo e il suo nome».
54I presenti sono mortificati dai modi dell’uomo. Ma Gesù sorride come gli sgarbi non fossero per Lui. Prende il piccino, lo tocca sulla piccola fronte con le sue belle dita, come a consacrarlo, e dice: «Il suo nome è Jesai» e lo rende al padre, che con l’uomo superbo e con altri va in una stanza vicina. Gesù resta dove è sinché tornano con l’infante che strilla disperatamente.
55 «A Me il piccino, donna. Non piangerà più» dice per confortare la madre angosciata.
Il bambino, posato sulle ginocchia di Gesù, tace infatti.
Gesù fa un gruppo a sé, con i piccoli tutti intorno, e poi i pastori e i discepoli. Fuori è un belare di pecorelle, che Elia ha messe in un chiuso. Nella casa vi è rumore di festa. Portano a Gesù e ai suoi dolciumi e bevande. Ma Gesù le distribuisce ai piccoli.
56«Non bevi, Maestro? Non accetti? E’ dato di cuore».
«Lo so, Gioacchino, e di cuore lo accetto. Ma lascia che prima faccia contenti i piccini. Sono la mia gioia…»
Regola per imitare Maria.
57«Non badare a quell’uomo, Maestro».
58«No, Isacco. Prego perché veda la Luce. Giovanni, porta i due bambini a vedere le pecorelle. E tu, Maria, vieni più vicino e dimmi: Chi sono Io?».
59«Tu sei Gesù, Figlio di Maria di Nazaret, nato a Betlemme. Isacco ti ha visto e mi ha messo il nome di tua Mamma perché io sia buona».
60«Buona come l’angelo di Dio, pura più di un giglio sbocciato su vetta alpina, pia come il levita più santo devi essere per imitarla. Lo sarai?».
«Sì, Gesù».
«Di’ “Maestro” o “Signore”, bambina».
61«Lascia che mi chiami col mio Nome, Giuda. Solo passando su labbra innocenti non perde il suono che ha sulle labbra di mia Madre. Tutti, nei secoli, diranno quel Nome, ma chi per un interesse, chi per un altro, e molti per bestemmiarlo. Solo gli innocenti, senza calcolo e senza odio, lo diranno con amore pari a quello di questa piccina e di mia Madre. Anche i peccatori mi chiameranno, ma per bisogno di pietà. Ma mia Madre e i pargoli! Perché mi chiami Gesù?» chiede accarezzando la piccina.
62«Perché ti voglio bene… come al padre, alla mamma e ai miei fratellini» dice abbracciando le ginocchia di Gesù e ridendo col visetto alzato.
E Gesù si china e la bacia… e così tutto ha fine.
6. A Ebron nella casa di Zaccaria.
L’incontro con Aglae[36].
La vita è solo un tempo di prava.
Fedeltà dei pastori.
1«Verso che ora giungeremo?» chiede Gesù, che cammina al centro del gruppo, preceduto dalle pecore che brucano l’erba delle prode.
«Verso l’ora terza. Sono circa dieci miglia» risponde Elia.
2«E poi andiamo a Keriot?» chiede Giuda.
«Sì. Andiamo là».
«E non era più breve andare da Jutta a Keriot? Non ci deve esser molto. Vero, tu, pastore?».
«Due miglia di più, poco meno, o poco più».
«Così ne facciamo più di venti per niente».
3«Giuda, perché così inquieto?» dice Gesù.
«Non inquieto, Maestro. Ma mi avevi promesso di venire a casa mia…».
«E vi verrò. Mantengo sempre le mie promesse».
«Ho mandato ad avvertire mia madre… e Tu, del resto, lo hai detto: coi morti si è anche con lo spirito».
4«L’ho detto. Ma, Giuda, rifletti: tu per Me non hai ancora sofferto. Questi è trent’anni che soffrono, e non hanno mai tradito, neppure il ricordo di Me. Neppure il ricordo. Non sapevano se ero vivo o morto… eppure sono rimasti fedeli. Mi ricordavano neonato, infante senza altro che pianto e bisogno di latte… eppure mi hanno sempre venerato come Dio. Per causa mia sono stati colpiti, maledetti, perseguitati come un obbrobrio della Giudea, eppure la loro fede ad ogni colpo non vacillava, non inaridiva, ma metteva radici più fonde e si faceva più vigorosa».
La vita è solo una prava.
5«A proposito. E’ da qualche giorno che la domanda mi brucia le labbra. Sono amici tuoi e di Dio costoro, non è vero? Gli angeli li hanno benedetti con la pace del Cielo, non è vero? Loro sono rimasti giusti contro tutte le tentazioni, non è vero? Mi spieghi allora perché furono infelici? E Anna? E’ stata uccisa per averti voluto bene…»
«Tu arguisci perciò che il mio amore e l’amarmi porti sfortuna».
«No… ma…».
6«Ma è così. Mi spiace vederti tanto chiuso alla Luce e tanto posseduto dall’umano. ‘No, lascia stare, Giovanni, e anche tu, Simone. Preferisco che egli parli. Io non rimprovero mai. Solo voglio apertura di animi per potervi mettere luce. Vieni qui, Giuda, ascolta. Tu parti da un giudizio comune a tanti viventi e a tanti che vivranno. Ho detto: giudizio. Dovrei dire: errore. Ma, posto che lo fate senza malizia, per ignoranza di ciò che è verità, non è errore, è solo giudizio imperfetto, come lo può essere quello di un bambino. E bambini siete, poveri uomini. Ed Io sono qui, Maestro, per fare di voi degli adulti capaci di discernere il vero dal falso, il buono dal cattivo, il migliore dal buono. Ascoltate, dunque.
7Cosa è la vita? E’ un tempo di sosta, direi il limbo del Limbo, che il Padre Dio vi dà per provare la vostra natura di figli buoni o di bastardi, e per destinarvi, in base alle vostre opere, un futuro che sarà senza più soste né prove. Ora ditemi voi: sarebbe giusto che uno, perché ha avuto il raro bene di avere il modo di servire Dio in maniera speciale, abbia anche un bene continuo, per tutta la vita? Non vi pare che già molto ebbe, e che perciò può dirsi beato, anche se, nell’umano, beato non è ? Non sarebbe ingiusto che chi ha già luce di divina manifestazione nel cuore, e sorriso di coscienza che approva, abbia anche onori e beni terreni? E non sarebbe anche imprudente?».
8«Maestro, io dico che sarebbe anche profanatore. Perché mettere gioie umane dove sei Tu? Quando uno ti ha – e costoro ti hanno avuto, loro, unici ricchi in Israele per aver avuto Te da trent’anni – non altro deve avere. Non si mette l’oggetto umano sul Propiziatorio… e il vaso consacrato non serve che per sacri usi. Costoro consacrati sono, dal giorno che han visto il tuo sorriso… e nulla, no, nulla che Tu non sia deve entrare nel loro cuore, che ha Te. Fossi io come loro!» dice Simone.
L’Iscariota si sente turbato.
9«Però ti sei affrettato, dopo aver visto il Maestro ed esser guarito, a riprendere possesso dei tuoi beni» risponde ironicamente Giuda.
10«E’ vero. L’ho detto e l’ho fatto. Ma sai perché? Come puoi giudicare se tutto non sai? Il mio agente ha avuto ordini netti. Ora che Simone lo Zelote è guarito – e non possono più i nemici nuocergli col segregarlo, né perseguitarlo perché non è più che di Cristo e non ha sètta: ha Gesù e basta – Simone può disporre dei suoi averi che un onesto, un fedele gli ha conservati. E io, padrone ancor per un’ora, ne ho ordinato il riordino per averne più denaro nella vendita e poter dire… no, questo non lo dico».
11«Lo dicono gli angeli per te, Simone, e lo scrivono nel libro eterno» dice Gesù.
Simone guarda Gesù. I due sguardi si allacciano, uno stupito, l’altro benedicente.
12«Come sempre, io ho torto».
«No, Giuda. Hai il senso pratico. Tu stesso lo dici».
«Oh! ma con Gesù!… Anche Simon Pietro era attaccato al senso pratico, e ora invece!… Anche tu, Giuda, diventerai come lui. E’ poco che sei col Maestro, noi è di più, e siamo già migliorati» dice Giovanni, sempre dolce e conciliante.
«Non mi ha voluto. Altrimenti sarei stato suo da Pasqua». Giuda ha proprio i nervi, oggi.
13Gesù tronca la questione dicendo a Levi: «Sei mai stato in Galilea?».
«Sì, Signore».
14«Verrai tu con Me, per condurmi da Giona. Lo conosci?».
«Sì. A Pasqua ci si vedeva sempre. Andavo da lui, allora».
14Giuseppe china la fronte mortificato. Gesù vede. «Insieme non potete venire. Elia rimarrebbe solo alle pecore. Ma tu verrai con Me sino al passo di Gerico, dove ci separeremo per qualche tempo. Ti dirò poi quello che devi fare».
«Noi più niente?».
«Anche voi, Giuda, anche voi».
7. Andando dai pastori. I gioielli di Aglae e una parabola sulla sua conversione[37].
La sorte migliore.
Dove si forgiò Israele.
1Gesù cammina fra i discepoli per una strada lungo il torrente. Lungo per modo di dire. Il torrente è in basso; in alto, lungo la costa, è la strada a giravolte, come è facile trovarne nei luoghi montuosi. Giovanni è rosso come una porpora, carico, come un portatore, di una grossa sacca ben gonfia. Giuda porta invece quella di Gesù, unita alla sua. Simone non ha che la sua e i mantelli. Gesù ha la sua veste ed i suoi sandali. Però la madre di Giuda la deve aver fatta lavare, perché è senza spiegazzature.
2«Quante frutta! Belli quei vigneti su quelle colline!», dice Giovanni che non perde il suo buon umore per il caldo e la fatica.
3«Maestro, è questo il fiume sulle cui sponde colsero i padri i grappoli miracolosi?[38]».
«No, è l’altro, e più a mezzogiorno. Ma tutta la regione era luogo benedetto da frutti opimi».
«Ora non lo è più tanto, per quanto bella ancora».
4«Troppe guerre hanno devastato il suolo. Qui si fece Israele… ma per farsi dovette fecondarsi col sangue suo e dei nemici[39]».
5«Dove li troviamo i pastori?».
«A cinque miglia da Ebron, sulle rive del fiume di cui chiedevi».
«Oltre quel colle, allora».
«Oltre».
6«È molto caldo. L’estate… Dove andiamo dopo, Maestro?».
«In un luogo ancor più caldo. Ma vi prego di venire. Viaggeremo di notte. Le stelle sono tanto chiare che non vi è tenebra. Vi voglio mostrare un luogo…».
«Una città?».
«No… Un luogo… che vi farà capire il Maestro… forse meglio delle sue parole».
La sorte migliore.
7«Abbiamo perduto dei giorni con quello stupido incidente. Ha sciupato tutto… e mia madre, che tanto aveva fatto, è rimasta delusa. Non so poi perché Tu hai voluto segregarti sino alla purificazione».
8«Giuda, perché chiami stupido un fatto che fu grazia per un vero fedele? Non vorresti tu, per te, tal morte? Aveva atteso tutta la vita il Messia; si era portato, già anziano, per vie disagiate ad adorarlo quando gli dissero: “C’è”. Aveva conservato in cuore per trent’anni la parola di mia Madre. L’amore e la fede lo hanno investito, nell’ultima ora che Dio gli serbava, dei loro fuochi. Il cuore gli si è spezzato nella gioia, incenerito, come olocausto gradito, dal fuoco di Dio. Quale sorte migliore di questa? Ha sciupato la festa che tu avevi preparata? Vedi in questo una risposta di Dio. Non vada mescolato ciò che è dell’uomo con ciò che è di Dio… Tua madre mi avrà ancora. Quel vecchio non mi avrebbe più avuto. Tutta Keriot può venire al Cristo, il vegliardo non aveva più forze per farlo. Sono stato felice di aver raccolto sul cuore il vecchio padre morente e di avergli raccomandato lo spirito. E per il resto… Perché dare scandalo mostrando sprezzo alla Legge? Per dire: “Seguitemi” occorre camminare. Per portare su via santa bisogna fare la stessa via. Come avrei potuto, o come potrei dire: “Siate fedeli”, se infedele fossi Io?».
9«Credo che questo errore sia la causa della nostra decadenza. I rabbi e i farisei accasciano il popolo sotto i precetti e poi… poi fanno come quello che ha profanato la casa di Giovanni facendone un luogo di vizio», osserva Simone.
10«È un di Erode… », ribatte l’Iscariota.
«Sì, Giuda. Ma le stesse colpe sono anche nelle caste che si dicono, da sé se lo dicono, sante. Che ne dici, Maestro?», dice Simone.
11«Dico che solo se vi sarà un pugno di vero lievito e di vero incenso in Israele, si formerà il pane e si profumerà l’altare».
«Che vuoi dire?».
«Voglio dire che, se vi sarà chi verrà alla Verità con cuore retto, la Verità si spargerà come lievito nella massa della farina e come incenso per tutto Israele».
L’operaio ha diritto alla sua mercede.
12«Che ti ha detto quella donna?», chiede Giuda.
Gesù non risponde. Si volge a Giovanni: «Pesa molto e fatichi. Dammi il tuo carico».
«No, Gesù. Sono uso ai pesi e poi… me lo fa leggero il pensiero della gioia che ne avrà Isacco».
Il poggio è girato. All’ombra del bosco, sull’altro versante, sono le pecore di Elia. E i pastori, seduti all’ombra, le guardano. Vedono Gesù e corrono.
13«La pace a voi. Qui siete?».
«Eravamo in pensiero per Te… e per il ritardo… incerti se venirti incontro o ubbidire… abbiamo deciso venire sin qui… per ubbidire a Te e al nostro amore insieme. Dovevi esser qui da molti giorni».
«Abbiamo dovuto sostare…».
14«Ma… nulla di male?».
«No, nulla, amico. La morte di un fedele sul mio petto. Non altro».
15«Cosa vuoi che accadesse, pastore? Quando le cose sono ben preparate… Certo bisogna saperle preparare, e preparare i cuori a riceverle. La mia città ha dato al Cristo ogni onore. Non è vero, Maestro?».
16«È vero. Isacco, siamo passati, nel ritorno, da Sara. Anche la città di Jutta, senza altra preparazione fuor di quella della sua semplice bontà e della verità delle parole di Isacco, ha saputo capire l’essenza della mia dottrina e amare, di un amore pratico, disinteressato e santo. Ti ha mandato vesti e cibo, Isacco, e agli oboli rimasti sul tuo giaciglio tutti hanno voluto unire qualcosa per te, che torni nel mondo e che sei privo di tutto. Tieni. Io non porto mai denaro. Ma questo l’ho preso perché è purificato dalla carità».
«No, Maestro, tienilo …sono abituato a farne senza».
17«Ora dovrai andare per i paesi in cui ti manderò. E ti occorre. L’operaio ha diritto alla mercede, anche se operaio d’anima… perché ancora vi è un corpo da nutrire, come fosse l’asinello che aiuta il padrone. Non è molto. Ma tu saprai fare… Giovanni in quella sacca ha vesti e sandali. Gioacchino ha preso dei suoi. Saranno grandi… ma c’è tanto amore nel dono!».
Isacco prende la bisaccia e si ritira a vestirsi dietro un cespuglio. Era ancora scalzo e nella sua bizzarra toga fatta di una coperta.
L’anima che si lavora.
I gioielli di Aglae.
18«Maestro», dice Elia. «Quella donna… quella donna che sta nella casa di Giovanni… quando Tu eri via da tre giorni e noi pasturavamo le pecore sui prati di Ebron ché son di tutti, i prati, e non ci potevano cacciare ci mandò una servente con questa borsa e dicendo che ci voleva parlare… Non so se ho fatto bene… ma per la prima volta ho reso la borsa e ho detto: “Non ho nulla da udire”… Poi lei mi ha fatto dire: “Vieni in nome di Gesù” e sono andato… Ha aspettato che non ci fosse il suo… insomma l’uomo che la tiene… Quante cose ha voluto… anzi, voleva sapere. Ma io… ho detto poco. Per prudenza. È una meretrice. Temevo fosse un tranello per Te. Mi ha chiesto chi sei, dove stai, che fai, se sei un signore… Io ho detto: “È Gesù di Nazaret, è dappertutto perché è un maestro e va insegnando per la Palestina”; ho detto che sei un uomo povero, semplice, un operaio che la Sapienza ha fatto sapiente… Non di più».
19«Hai fatto bene», dice Gesù; e contemporaneamente Giuda esclama: «Hai fatto male! Perché non hai detto che è il Messia, che è il Re del mondo? Schiacciarla, la superba romana, sotto il fulgore di Dio!».
20«Non mi avrebbe capito… E poi? Ero certo se era sincera? L’hai detto tu, quando la vedesti, cosa è lei. Potevo gettare le cose sante – e tutto ciò che è Gesù è santo – in bocca a lei? Potevo mettere in pericolo Gesù dando troppe notizie? Da tutti gli venga male, ma non da me».
21«Andiamo noi, Giovanni, a dirle chi è il Maestro, a spiegarle la verità santa».
«Io no. A meno che Gesù me lo ordini».
22«Hai paura? Che vuoi che ti faccia? Hai schifo? Non lo ha avuto il Maestro!».
«Non paura e non schifo. Ho pietà di lei. Ma penso che, se Gesù voleva, poteva fermarsi ad istruirla. Non lo ha fatto… non è necessario farlo noi».
23«Allora non c’erano segni di conversione… Ora… Fai vedere, Elia, la borsa». E Giuda rovescia su un lembo del mantello, poiché si è seduto sull’erba, il contenuto della borsa. Anelli, armille, braccialetti, una collana rotolano: giallo oro sul giallo opaco della veste di Giuda. «Tutti gioielli!… Che ce ne facciamo?».
«Si possono vendere», dice Simone.
«Sono cose noiose», obbietta Giuda che però li ammira.
24«Gliel’ho detto anche io, nel prenderli; ho anche detto: “Il tuo signore ti batterà”. Mi ha risposto: “Non è roba sua. Mia è, ne faccio ciò che voglio. So che è oro di peccato… ma diventerà buono se usato per chi è povero e santo. Perché si ricordi di me”, e piangeva».
25«Vacci, Maestro».
«No».
«Mandaci Simone».
«No».
«Allora vado io».
«No».
I «no» di Gesù sono secchi e imperiosi.
26«Ho fatto male, Maestro, a parlare con lei, a prendere quell’oro?», chiede Elia che vede Gesù serio.
«Non hai fatto male. Ma non c’è nulla di più da fare».
Parabola della farina e il lievito.
27«Ma forse quella donna vuole redimersi ed ha bisogno di essere ammaestrata… », obbietta ancora Giuda.
28«In lei sono già tante scintille atte a suscitare l’incendio in cui può ardersi il suo vizio e rimanere l’anima rinverginizzata dal pentimento. Poco fa vi ho parlato di lievito che si sparge per la farina e la fa santo pane. Udite una breve parabola. Quella donna è farina. Una farina in cui il Maligno ha mescolato le sue polveri di inferno. Io sono il lievito. Ossia la mia parola è il lievito. Ma se troppa pula è nella farina, o se sassi e rena vi è mescolata, e cenere con essa, può farsi il pane anche se il lievito è buono? Non può farsi. Occorre che pazientemente si levi dalla farina pula, cenere, sassi e rena. La Misericordia passa e offre il crivello…
29Il primo: quello fatto da brevi verità fondamentali. Quali sono necessarie per esser comprese da uno che è nella rete della completa ignoranza, del vizio, del gentilesimo. Se l’anima lo accoglie, comincia la prima purificazione. La seconda avviene col crivello dell’anima stessa, che confronta il suo essere con l’Essere che si è rivelato. E ne ha orrore. E inizia la sua opera. Per una operazione sempre più minuta, dopo i sassi, dopo la rena, dopo la cenere, giunge anche a levare quello che è già farina, ma con granelli ancor pesanti, troppo pesanti per dare ottimo pane. Ora eccola tutta pronta. Ripassa allora la Misericordia e si immette in quella farina preparata – anche questa è preparazione, Giuda – e la solleva e la fa pane. Ma è operazione lunga e di “volontà” dell’anima.
30Quella donna… quella donna ha già in sé quel minimo che era giusto darle e che le può servire a compiere il suo lavoro. Lasciamo lo compia, se vorrà farlo, senza turbarla. Tutto turba un’anima che si lavora: la curiosità, gli zeli inconsulti, le intransigenze come le eccessive pietà».
Programma di viaggio.
31«Allora non ci andiamo?».
«No. E, perché nessuno fra voi abbia tentazione, partiamo subito. Nel bosco è ombra. Sosteremo alle falde della valle del Terebinto. E là ci separeremo. Elia tornerà ai suoi pascoli con Levi. Mentre Giuseppe verrà con Me sino al guado di Gerico. Poi… ci riuniremo ancora. Tu, Isacco, continua ciò che facesti a Jutta, andando da qui, per Arimatea e Lidda, sino a raggiungere Doco. Là ci ritroveremo. Vi è da preparare la Giudea. E tu sai come farlo. Come hai fatto a Jutta».
32«E noi?».
«Voi? Verrete, l’ho detto, per vedere la mia preparazione. Anche Io mi sono preparato alla missione».
33«Andando da un rabbi?».
«No».
34«Da Giovanni?».
«Ne presi solo il battesimo».
35«E allora?».
«Betlemme ha parlato con le pietre ed i cuori. Anche lì dove ti porto, Giuda, le pietre ed un cuore, il mio, parleranno e ti daranno risposta».
Fanatismo degli ebroniti.
36Elia, che ha portato latte e pane scuro, dice: «Ho cercato, mentre attendevo, e con me ha cercato Isacco, di persuadere quelli di Ebron… Ma non credono, non giurano, non vogliono che Giovanni. È il loro “santo” e non vogliono che quello».
37«Peccato comune a molti paesi e a molti credenti presenti e futuri. Guardano l’operaio e non il padrone che ha mandato l’operaio. Chiedono all’operaio senza neppur dirgli: “Di’ al tuo padrone questo”. Dimenticano che l’operaio c’è perché c’è il padrone, e che è il padrone che istruisce l’operaio e lo rende atto al lavoro. Dimenticano che l’operaio può intercedere. Ma uno solo può concedere: il padrone. In questo caso, Dio e il suo Verbo con Lui. Non importa. Il Verbo ne ha dolore, ma non rancore. Andiamo».
La visione ha termine.
8. Al guado del Giordano con i pastori Simeone, Giovanni e Mattia. Un piano per liberare il Battista[40].
Il buon uso delle ricchezze.
I fedelissimi del Battista.
1Rivedo il guado del Giordano: la via verde che costeggia il fiume tanto dall’una che dall’altra parte, molto battuta da viandanti per la sua ombra. File di asinelli vanno e vengono, e uomini con essi.
2Sul margine del fiume tre uomini pascolano poche pecore. Sulla via Giuseppe, in attesa, guarda in su e in giù. Da lontano, là dove una strada si innesta in questa fluviale, spunta Gesù coi tre discepoli. Giuseppe chiama i pastori e questi spingono sulla via le pecorelle, facendole camminare sulla proda erbosa. Vanno lesti incontro a Gesù.
3«Io quasi non oso… Che gli dirò per saluto?».
«Oh! è tanto buono! Gli dirai: “La pace sia con Te”. Anche Lui saluta sempre così».
«Lui sì… ma noi…».
4«Ed io chi sono? Non sono neppure uno dei suoi primi adoratori, e mi vuole tanto bene… oh! un bene!».
5«Quale è?».
«Quello più alto e biondo».
6«Gli diremo del Battista, Mattia?».
«Oh! sì!».
7«Non crederà che l’abbiamo preferito a Lui?».
«Ma no, Simeone. Se è il Messia, vede nei cuori e vedrà nel nostro che nel Battista cercavamo ancora Lui».
«Hai ragione».
8Ormai i due gruppi sono a pochi metri l’uno dall’altro. Gesù già sorride del suo sorriso che non si può descrivere. Giuseppe affretta il passo. Le pecore si danno a trottare anche loro; spinte dai mandriani.
9«La pace sia con voi», dice Gesù alzando le braccia come per un abbraccio. E specifica: «La pace a te Simeone, Giovanni e Mattia, miei fedeli, e fedeli di Giovanni il Profeta! Pace a te, Giuseppe», e lo bacia sulla gota. Gli altri tre sono ora in ginocchio.
10«Venite, amici. Sotto queste piante, sul greto del fiume, e parliamo».
11Scendono, e Gesù siede su un radicone sporgente, gli altri in terra. Gesù sorride e li guarda fisso fisso, uno per uno: «Lasciate che Io conosca i vostri volti. Gli animi già li conosco come quelli di giusti che perseguono il Bene, da loro amato contro tutte le utilità del mondo. Vi porto il saluto di Isacco, Elia e Levi. E un altro saluto, quello della Madre mia. Notizie del Battista ne avete?».
Un piano per liberare il Battista.
12Gli uomini, sin qui imbavagliati dalla soggezione, si rinfrancano. Trovano parole: «È ancora in prigione. E il nostro cuore trema per lui, perché è in mano di un crudele dominato da una creatura di inferno e circondato da una corte corrotta. Noi lo amiamo… Tu lo sai che lo amiamo e che egli merita il nostro amore. Dopo che Tu lasciasti Betlemme, noi fummo percossi dagli uomini… ma più che dal loro odio fummo desolati, abbattuti, come piante che un vento ha troncato, per avere perduto Te. Poi, dopo anni di pena, come chi abbia le palpebre cucite e cerchi il sole e non lo possa vedere, perché è anche chiuso entro una carcere e neppur lo vede il sole nel tepore che sente sulle sue carni, ecco che abbiamo sentito che il Battista era l’uomo di Dio, predetto dai Profeti per preparare le vie al suo Cristo[41], e siamo andati da lui. Ci siamo detti: “Se egli lo precede, andando da lui lo troveremo”. Perché eri Tu, Signore, quello che cercavamo».
«Lo so. E mi avete trovato. Io sono con voi».
13«Giuseppe ci ha detto che Tu sei venuto dal Battista. Noi non c’eravamo quel giorno. Forse eravamo andati per lui in qualche luogo. Lo servivamo, nei servizi d’anima che egli ci chiedeva, con tanto amore, come con amore l’ascoltavamo, benché tanto severo, perché non eri Tu-Verbo, ma diceva sempre parole di Dio».
14«Lo so. E questo non lo conoscete?», e indica Giovanni.
«Lo vedemmo con altri galilei nelle folle più fedeli al Battista. E, se non erriamo, tu sei quello che ha nome Giovanni e del quale egli diceva, a noi suoi intimi: “Ecco: io il primo, egli l’ultimo. E poi sarà: egli il primo ed io l’ultimo”. Né mai si comprese che voleva dire».
15Gesù si volge alla sua sinistra dove è Giovanni e se lo attira contro il cuore, con un sorriso ancor più luminoso, e spiega: «Egli voleva dire che egli era il primo a dire: “Ecco l’Agnello”, e che questi sarà l’ultimo degli amici del Figlio dell’uomo che parlerà alle folle dell’Agnello[42]; ma che, nel cuore dell’Agnello, questi è il primo, perché gli è caro sopra ogni uomo. Questo voleva dire. Ma quando vedrete il Battista – lo vedrete ancora, e ancora lo servirete sino all’ora segnata – ditegli che non è egli l’ultimo nel cuore del Cristo. Non tanto per il sangue quanto per la santità, egli è l’amato pari a questo. E voi ricordatevelo. Se l’umiltà del santo si proclama “ultima”, la Parola di Dio lo proclama compagno al discepolo a Me caro. Ditegli che amo questo, perché ha il suo nome e perché in lui trovo i segni del Battista, preparatore di animi al Cristo».
16«Lo diremo… Ma lo vedremo ancora?».
«Lo vedrete».
17«Sì. Erode non osa ucciderlo per paura del popolo e, in quella corte di avidità e corruzione, facile sarebbe liberarlo se avessimo molto denaro. Ma… ma, per quanto molto ci sia – gli amici hanno dato – molto manca ancora. E noi abbiamo gran paura di non fare a tempo… e che egli sia ucciso».
18«Quanto credete vi manchi per il riscatto?».
«Non per il riscatto, Signore. È troppo inviso ad Erodiade, ed essa è troppo padrona di Erode, per poter pensare che si avvenga ad un riscatto. Ma… in Macheronte sono adunati, io credo, tutti gli avidi del regno. Tutti vogliono godere, tutti vogliono grandeggiare, dai ministri ai servi. E per fare questo ci vuole denaro… Avremmo anche trovato chi per grossa somma lascerebbe uscire il Battista. Anche Erode forse lo desidera… perché ha paura. Non per altro. Paura del popolo e paura della moglie. Così farebbe contento il popolo e non sarebbe accusato dalla moglie di averla scontentata».
19«E quanto chiede questa persona?».
«Venti talenti d’argento. Ne abbiamo solo dodici e mezzo».
Il buon uso delle ricchezze.
20«Giuda, tu hai detto che quei gioielli sono molto belli».
«Belli e preziosi».
21«Quanto potranno valere? Mi sembra che tu te ne intendi».
«Sì, me ne intendo. Perché vuoi sapere il loro valore, Maestro? Li vuoi vendere? Perché?».
22«Forse… Di’: quanto potranno valere?».
«Se ben venduti, almeno, almeno sei talenti».
23«Ne sei sicuro?».
«Sì, Maestro. La collana sola, così grossa e pesante, d’oro purissimo, vale almeno tre talenti. L’ho guardata bene. E anche i bracciali… Non so neppure come i polsi sottili di Aglae li potessero sostenere».
24«Erano i suoi ceppi, Giuda».
«È vero, Maestro… Ma molti vorrebbero avere di questi ceppi!».
«Lo credi? Chi?».
«Ma… molti!».
24«Sì, molti che di uomo han solo il nome… E conosceresti un possibile compratore?»
25«Li vuoi vendere, insomma? E per il Battista? Ma guarda, è oro maledetto!».
26«Oh! incoerenza umana! Finisci ora di dire, con palese desiderio, che molti vorrebbero avere quell’oro, e poi lo chiami maledetto?! Giuda, Giuda!… E maledetto, sì. È maledetto! Ma ella lo ha detto: “Si santificherà servendo per chi è povero e santo”, e lo ha dato per questo, perché il beneficato preghi per la sua povera anima che, come embrione di futura farfalla, si gonfia nel seme del cuore. Chi più santo e povero del Battista? Egli è per missione pari a Elia, ma per santità più grande di Elia[43]. Egli è più povero di Me. Io ho una Madre e una casa… Quando si ha queste, e pure e sante come Io le ho, non si è mai derelitti. Egli non ha più casa e non ha più neppure il sepolcro della madre. Tutto manomesso, profanato dalla nequizia umana. Chi è dunque il compratore?».
27«Ve ne è uno a Gerico e molti a Gerusalemme. Ma quello di Gerico!!! Ah! è un astuto levantino, battiloro usuraio, barattiere, mercante d’amore, certo ladro, forse omicida… di sicuro perseguitato da Roma. Si fa chiamare Isacco per parere ebreo. Ma il suo vero nome è Diomede. Lo conosco bene…».
28«Lo vediamo!», interrompe Simone Zelote che poco parla ma che tutto osserva. E chiede: «Come fai a conoscerlo tanto bene?».
«Ma… sai… Per far piacere a degli amici potenti. Sono andato da lui… e ho fatto affari… Noi del Tempio… sai…».
«Già!… fate tutti i mestieri», termina Simone con fredda ironia.
Giuda avvampa, ma tace.
29«Può comprare?», chiede Gesù.
«Io credo. Non gli manca mai il denaro. Certo bisogna saper vendere, perché il greco è astuto, e se vede di avere a che fare con un onesto, un… colombo di nido, lo spenna a dovere. Ma se ha a che fare con un avvoltoio suo pari…».
30«Vacci tu, Giuda. Sei il tipo adatto. Hai l’astuzia della volpe e la rapacità dell’avvoltoio. Oh! perdona, Maestro. Ho parlato prima di Te!», dice ancora Simone Zelote.
31«La penso come tu pensi, e perciò dico a Giuda di andare. Giovanni, va’ con lui. Noi vi raggiungeremo al calar del sole. Il luogo di ritrovo sarà presso la piazza del mercato. Vai. E fa’ per il meglio».
32Giuda si alza subito. Giovanni ha gli occhi imploranti di un cagnolo scacciato. Ma Gesù parla di nuovo coi pastori e non vede questo sguardo implorante. E Giovanni si avvia dietro a Giuda.
Spiritualizzare la bontà umana.
33«Vorrei farvi contenti», dice Gesù.
«Lo farai sempre, Maestro. L’Altissimo ti benedica per noi. Quell’uomo è tuo amico?».
34«Lo è. Non ti pare possa esserlo?».
Il pastore Giovanni china il capo e tace. Parla il discepolo Simone: «Solo chi è buono sa vedere. Io non sono buono e non vedo quel che la Bontà vede. Vedo l’esterno. Il buono scende anche nell’interno. Anche tu, Giovanni, vedi come me. Ma il Maestro è buono… e vede…».
35«Che vedi, Simone, in Giuda? Ti ordino di parlare».
«Ecco: penso, guardandolo, a certi luoghi misteriosi che paiono antri di fiere e stagni di febbre. Se ne vede solo un grande intrico e si gira al largo paurosi. Invece… invece dentro sono anche tortore e usignoli, e il suolo è ricco d’acque di salute e di erbe salutifere. Io voglio credere che Giuda sia così… Lo credo perché Tu lo hai preso. Tu che sai…».
36«Sì. Io che so… Vi sono molte pieghe nel cuore di quell’uomo… Ma non manca di lati buoni. Lo hai visto a Betlemme e anche a Keriot. Va alzato, questo lato buono, e che è tutto un buono umano, ad una bontà che sia spirituale. Allora Giuda sarà come tu vorresti che fosse. È giovane…».
«Anche Giovanni è giovane…».
37«E tu concludi in cuor tuo: ed è migliore. Ma Giovanni è Giovanni! Amalo, Simone, questo povero Giuda… Te ne prego. Se lo amerai… ti parrà più buono».
38«Mi sforzo a farlo… per Te… Ma è lui che rompe i miei sforzi come fossero canne del fiume… Ma, Maestro, io ho una legge sola: fare ciò che Tu vuoi. Perciò amo Giuda, nonostante qualcosa gridi in me contro di lui e verso me stesso».
39«Che cosa, Simone?».
«Non so di preciso… Qualcosa che è come il grido del milite di guardia nella notte… e che mi dice: “Non dormire! Osserva!”. Non so… Non ha nome questa cosa. Ma c’è… c’è in me contro di lui».
40«Non ci pensare più, Simone. Non sforzarti a definirla. Fa male conoscere certe verità… e potresti sbagliare la conoscenza. Lascia fare al tuo Maestro. Tu dammi il tuo amore e pensa che esso mi fa felice…». E tutto ha termine.
Giuda e i pastori.
31Giuda e i pastori sono ormai nell’androne.
32«Pace a voi tutti», dice Gesù. E vorrebbe dire altro, ma una giovinetta esile, ma ridente, fende il gruppo e gli si butta ai piedi: «La benedizione tua, ancora, su me, Maestro e Salvatore, e il mio bacio ancora a Te!». E gli bacia le mani.
33«Va’. Sii lieta, buona. Buona figlia, poi buona sposa, e poi buona madre. Insegna ai tuoi pargoli futuri il mio Nome e la mia dottrina. Pace a te e a tua madre. Pace e benedizione a tutti quelli che sono amici di Dio. Pace anche a te, Alessandro».
Gesù si allontana.
34«Abbiamo fatto tardi. Ma ci hanno assediato quelle donne», spiega Giuda.
35«Erano al Getseiemmi e volevano vederti. Noi eravamo andati, senza sapere l’un degli altri, là, per fare con Te la strada. Ma Tu eri già andato via e invece c’erano loro. Le volevamo lasciare… Ma erano più insistenti di mosche. Volevano sapere tante cose… Hai guarito la fanciulla?».
«Sì».
36«E hai parlato al romano?».
«Sì. É un cuore onesto. E cerca la Verità…».
Giuda sospira.
37«Perché sospiri, Giuda?», chiede Gesù.
«Sospiro perché… perché vorrei che fossero i nostri quelli che cercano la Verità. Invece o la fuggono, o la scherniscono, o restano indifferenti. Sono sfiduciato. Ho voglia di non rimettere piede qui e di non fare altro che ascoltare Te. Tanto, come discepolo non riesco a fare nulla».
38«E credi tu che Io riesca molto? Non ti sconfortare, Giuda. Sono le lotte dell’apostolato. Più sconfitte che vittorie. Ma sconfitte qui. Lassù sono sempre vittorie. Il Padre vede la tua buona volontà e, se anche questa non riesce, ti benedice lo stesso».
«Oh! Tu sei buono!». Giuda gli bacia una mano.
39«Io diventerò mai buono?».
«Sì, se lo vorrai».
40«Credo di esserlo stato in questi giorni… Ho sofferto ad esserlo… perché ho molti appetiti… ma lo sono stato pensando sempre a Te».
41«Persevera, allora. Tu mi dai tanta gioia. E voi che notizie mi date?», chiede ai pastori.
«Elia ti saluta e ti manda un poco di cibo. E dice di non dimenticarlo».
42«Oh! Io ho nel cuore i miei amici! Andiamo sino a quel paesello nel verde. Poi a sera proseguiremo. Sono felice di esser con voi, di andare dalla Madre e di aver parlato della Verità ad un onesto. Sì, sono felice. Se sapeste che è per Me fare la mia missione e vedere che ad essa vengono i cuori, ossia al Padre, oh! come sempre più mi seguireste con lo spirito!…».
Non vedo altro.
9. Con pastori e discepoli presso Doco. Isacco resta in Giudea[44].
Sapienza e fede di Isacco.
1«E io ti dico, Maestro, che sono più buoni gli umili. Questi a cui mi rivolsi ebbero derisione o noncuranza. Oh! i piccoli di Jutta! Isacco parla a Gesù. Sono tutti a crocchio sull’erba del margine fluviale. Isacco pare dia il resoconto delle sue fatiche.
2Giuda interviene e, caso raro, chiama a nome il pastore: «Isacco, io penso come te. Perdiamo tempo e fede a loro contatto. Io ci rinuncio».
3«Io no. Ma ne soffro. Rinuncerò solo se il Maestro lo dice. Sono abituato da anni a soffrire per fedeltà alla verità. Non potevo mentire per ingraziosirmi i potenti. E sai quante volte vennero per burlarsi di me, nella mia stanza di infermo, promettendomi oh! certo false promesse! aiuti se avessi detto che avevo mentito e che Tu, Gesù, non eri Tu il neonato Salvatore?! Ma io non potevo mentire. Mentire sarebbe stato rinnegare la mia gioia, sarebbe stato uccidere la mia speranza unica, sarebbe stato respingerti, o Signore mio! Respingere Te! Nel buio della mia miseria, nello squallore della mia infermità, avevo sempre un cielo sparso di stelle: il volto di mia madre, unica gioia della mia vita di orfano, il volto di una sposa che non fu mai mia e alla quale serbai l’amore anche oltre la morte. Queste le due stelle minori. E poi due stelle più grandi, pari a purissime lune: Giuseppe e Maria, sorridenti ad un Neonato e a noi poveri pastori, e fulgido, al centro del mio cielo del cuore, il volto tuo, innocente, soave, santo, santo, santo. Non potevo respingere questo mio cielo! Non volevo levarmi la sua luce che più pura non vi è. La vita piuttosto avrei respinto, e fra i tormenti, che respingerti, mio ricordo benedetto, mio Gesù Neonato!».
Gesù posa la sua mano sulla spalla di Isacco e sorride.
4Giuda parla ancora: «E allora tu insisti?».
«Io insisto. Oggi, domani e domani ancora. Qualcuno verrà».
5«Quanto durerà il lavoro?».
«Non so. Ma credi. Basta non guardare avanti né indietro. Fare giorno per giorno. E, se a sera si è fatto con utile, dire: “Grazie, mio Dio”; se senza utile, dire: “Spero nel tuo aiuto per domani”».
6«Sei saggio».
«Non so neppure che voglia dire ciò. Ma faccio nella mia missione quello che ho fatto nella mia malattia. Quasi trent’anni di infermità non sono un giorno!».
«Eh! lo credo! Io non ero ancora nato e tu già eri infermo».
7«Ero infermo. Ma non li ho mai contati quegli anni. Non ho mai detto: “Ecco, torna nisam ed io non rifiorisco con le rose. Ecco, torna tisri ed io ancora qui languo”. Andavo avanti, parlando a me e ai buoni di Lui. Mi accorgevo che gli anni passavano, perché i piccoli di un giorno venivano a portarmi i loro dolci di nozze e quelli delle nascite dei loro piccini. Ora, se guardo indietro, ora che sono da vecchio tornato giovane, che vedo del passato? Nulla. É passato».
Tutto è pazienza e ordine (Insegnamento)
8«Nulla qui. Ma in Cielo è “tutto” per te, Isacco, e quel tutto ti attende», dice Gesù. E poi, parlando a tutti: «Bisogna fare così. Lo faccio anche Io. Andare avanti. Senza stanchezze. La stanchezza è ancora una radica della superbia umana. E così la fretta. Perché ci si nausea delle sconfitte, perché ci si inquieta delle lentezze? Perché l’orgoglio dice: “A me dire di no? Con me tanta attesa? Questa è mancanza di rispetto per l’apostolo di Dio”. No, amici. Guardate tutto il creato e pensate a Chi lo fece. Meditate sul progredire dell’uomo e pensate alla sua origine. Pensate a quest’ora che si compie e calcolate quanti secoli l’hanno preceduta. Il creato è opera di calma creazione. Il Padre non fece disordinatamente tutto. Ma fece per successivi tempi il creato. L’uomo è opera di un progredire paziente, l’uomo attuale, e sempre più progredirà nel sapere e nel potere. Questi poi saranno santi o non santi a seconda del suo volere. Ma l’uomo non si fece dotto di un subito.
9I Primi, espulsi dal Giardino, dovettero imparare tutto, lentamente, continuamente. Imparare persino le cose più semplici: che il chicco del grano è più buono sfarinato e poi impastato e poi cotto. E imparare come sfarinarlo e come cuocerlo. Imparare come fare accesa la legna. Imparare come si fa una veste guardando il vello degli animali. Come una tana osservando le fiere. Come un giaciglio osservando i nidi. Imparare a curarsi con le erbe e le acque osservando le bestie che con esse si curano per istinto. Imparare a viaggiare per deserti e per mari studiando le stelle, domando i cavalli, imparando l’equilibrio nelle acque, a lui insegnato da un guscio di noce galleggiante sull’onda di un rio. Quante sconfitte prima di riuscire! Ma riuscì. E andrà oltre. Non sarà più felice per questo, perché, più che nel bene, si farà esperto nel male. Ma progredirà. La Redenzione non è opera paziente? Decisa nei secoli dei secoli, e oltre decisa, ecco che viene ora che i secoli l’hanno preparata. Tutto è pazienza. Perché essere impazienti, allora? Non poteva Dio far tutto in un baleno? Non poteva l’uomo, dotato di ragione, uscito dalle mani di Dio, saper tutto in un baleno? Non potevo Io venire all’inizio dei secoli? Tutto poteva essere. Ma nulla deve essere violenza. Nulla. La violenza è sempre contraria all’ordine; e Dio, e ciò che da Dio viene, è ordine. Non vogliate essere da più di Dio».
I conoscitori del Messia.
10«Ma allora quando sarai conosciuto?».
«Da chi, Giuda?».
«Ma dal mondo!».
«Mai».
11«Mai? Ma non sei il Salvatore?».
«Lo sono. Ma il mondo non vuole essere salvato. Solo nella misura da uno a mille mi vorrà conoscere, e nella misura da uno a diecimila mi seguirà realmente. E dico ancora molto. Non sarò conosciuto neppure dai miei più intimi».
«Ma, se ti sono intimi, ti conosceranno».
12«Sì, Giuda. Mi conosceranno come Gesù, l’israelita Gesù. Ma non mi conosceranno come Quello che sono. In verità vi dico che non sarò conosciuto da tutti i miei intimi. Conoscere vuol dire amare con fedeltà e virtù… e vi sarà chi non mi conoscerà». Gesù ha la sua mossa di rassegnato sconforto, che sempre ha quando annuncia il futuro tradimento: apre le mani e le tiene così, volte all’infuori, col volto accorato che non guarda né gli uomini né il cielo, ma solo il suo futuro destino di Tradito.
12«Non lo dire, Maestro», supplica Giovanni.
13«Noi ti seguiamo per sempre più conoscerti», dice Simone e a lui fanno coro i pastori.
14«Come una sposa ti seguiamo e ci sei più caro di essa; più gelosi di Te che di una donna noi siamo. Oh! no. Noi ti conosciamo già tanto che non possiamo più misconoscerti. Lui (e Giuda indica Isacco) dice che rinnegare il tuo ricordo di Neonato sarebbe stato per lui più atroce di perdere la vita. E non eri che un neonato. Noi ti abbiamo Uomo e Maestro. Noi ti udiamo e vediamo le tue opere. Il tuo contatto, il tuo alito, il tuo bacio sono la nostra continua consacrazione e la nostra continua purificazione. Solo un satana potrebbe rinnegarti dopo esser stato tuo intimo!».
«È vero, Giuda. Ma vi sarà».
«Guai a lui! Sarò il suo giustiziere», esclama Giovanni di Zebedeo.
15«No. Lascia al Padre la giustizia. Sii il suo redentore. Il redentore di quest’anima che tende a Satana. Ma salutiamo Isacco. La sera è venuta. Io ti benedico, servo fedele. Sai allora che Lazzaro di Betania è nostro amico e che vuole aiutare i miei amici. Io vado. Tu resti. Arami il terreno arido di Giuda. Poi verrò. Tu sai, al bisogno, dove trovarmi. La mia pace a te», e Gesù benedice e bacia il suo discepolo.
10. Nella pianura di Esdrelon. L’amore di Giovanni e dei pochi come lui. Visita al pastore Giona[45].
Amare per solo amore. (Insegnamento)
Nella pianura di Esdrelon.
1Per un sentieruolo fra campi arsi, tutti stoppie e grilli, Gesù cammina avendo ai lati Levi e Giovanni. Dietro, in gruppo, sono Giuseppe, Giuda e Simone.
2É notte. Ma non c’è refrigerio. La terra è un fuoco che continua a bruciare anche dopo l’incendio del giorno. La rugiada non può nulla su questa arsione. Io credo che si asciughi ancor prima di toccare il suolo, tanta è la vampa che esce dai solchi e dalle crepe del suolo. Tacciono tutti, spossati e accaldati. Ma vedo Gesù sorridere. La notte è chiara, per quanto la luna calante appena appaia ora all’estremo oriente.
3«Credi che ci sarà?», chiede Gesù a Levi.
«Ci sarà certo. In questo tempo sono riposte le messi, né ancora sono iniziate le raccolte delle frutta. I contadini sono perciò occupati a sorvegliare vigneti e pometi dai predoni, e non si allontanano, specie quando i padroni sono esosi come quello che ha Giona. Samaria è vicina e quando quei rinnegati possono… oh! ci danneggiano volentieri, noi di Israele. Non sanno che poi i servi sono bastonati? Sì, che lo sanno. Ma ci odiano, ecco».
4«Non avere astio, Levi», dice Gesù.
«No. Ma vedrai per loro colpa come fu ferito Giona cinque anni or sono. Da allora vive la notte di guardia. Perché il flagello è supplizio crudele…».
5«C’è ancora molto ad arrivare?».
«No, Maestro. Vedi là dove finisce questo squallore e c’è quel mucchio scuro? Là sono i pometi di Doras, il duro fariseo. Se mi lasci, vado avanti per farmi udire da Giona».
«Va’».
L’Amore è avido di amore
6«Ma sono tutti così i farisei, Signor mio?», chiede Giovanni. «Oh! non vorrei esser a loro servizio! Preferisco la mia barca».
7«É la barca la prediletta?», chiede semiserio Gesù.
«No, sei Tu! La barca lo era quando io non sapevo che c’era l’Amore sulla Terra», risponde pronto Giovanni.
Gesù ride della sua veemenza.
8«Non sapevi che sulla Terra c’era l’amore? E come sei nato, allora, se tuo padre non amò tua madre?», chiede Gesù come per burla.
«Quell’amore è bello, ma non mi seduce. Sei Tu il mio amore, sei Tu l’Amore sulla Terra per il povero Giovanni».
9Gesù lo stringe a Sé e dice: «Avevo voglia di sentirtelo dire. L’Amore è avido di amore, e l’uomo alla sua avidità dà e darà sempre impercettibili stille, come queste che cadono dal cielo e sono tanto meschine che si consumano a mezz’aria, nella vampa dell’estate. Anche le stille d’amore degli uomini si consumeranno a mezz’aria, uccise da vampe di troppe cose. Il cuore ancora le spremerà… ma gli interessi, gli amori, gli affari, le avidità, tante, tante cose umane, le bruceranno. E che salirà a Gesù? Oh! troppo poca cosa! Gli avanzi, i superstiti di tutti i palpiti umani, gli interessati palpiti degli umani per chiedere, chiedere, chiedere, mentre il bisogno urge. Amarmi per solo amore sarà proprietà di pochi: dei Giovanni…
Parabola del seme coraggioso.
10Guarda una spiga rinata. É forse un seme caduto alla mietitura. Ha saputo nascere, resistere al sole, alla siccità, alzarsi, incespire, far spiga… Senti, è già formata. Non c’è che lei, viva, in questi campi spogliati. Fra poco i chicchi maturi cadranno al suolo rompendo la veste glabra che li tiene serrati allo stelo, e saranno carità per gli uccellini, oppure, dando il cento per uno, rinasceranno ancora e, prima che l’inverno riporti l’aratro alle zolle, saranno di nuovo maturi, e sfameranno molti uccelli già stretti dalla fame delle più tristi stagioni… Vedi, Giovanni mio, quanto può fare un seme coraggioso? Così saranno i pochi che mi ameranno per amore. Uno solo servirà alla fame di tanti. Uno solo farà bella la zona dove è, prima era, il brutto del nulla. Uno solo farà vita dove era morte e a lui verranno gli affamati. Mangeranno un chicco del suo amore operoso e poi, egoisti e svagati, voleranno via. Ma anche a loro insaputa quel chicco deporrà germi vitali nel loro sangue, nel loro spirito… e torneranno… E oggi, e domani, e domani ancora, come diceva Isacco, verrà aumentata la cognizione dell’Amore nei cuori. Lo stelo, spogliato, non sarà più nulla. Un arso filo di paglia. Ma dal suo sacrificio quanto bene! E sul suo sacrificio quanto premio!».
Premio alla paziente attesa.
11Gesù, che si era fermato un istante davanti ad un esile spiga nata ai bordi del sentiero, in una cunella che in tempi di piogge forse era ruscello, ha poi proseguito, ascoltato sempre da Giovanni nella sua solita posa di innamorato che beve non solo le parole ma le mosse dell’amato. Gli altri, che parlano fra loro, non si accorgono del dolce colloquio. Ora è raggiunto il pometo e sostano, riunendosi tutti. Il caldo è tale che sudano nonostante siano senza mantello. Tacciono e attendono.
Dal folto oscuro, che ora appena la luna illumina, emerge la macchia chiara di Levi e, dietro, un’altra ombra più scura.
12«Maestro, qui è Giona».
«La mia pace venga a te!», saluta Gesù prima ancora che Giona lo raggiunga.
13Ma Giona non risponde. Corre e si butta piangendo ai suoi piedi e li bacia. Quando può parlare dice: «’Quanta attesa di Te! Quanta! Quanto sconforto sentire la vita passare, venire la morte, e dover dire: “E non l’ho visto!”. Eppure, no, non tutta la speranza moriva. Neppur quando fui per morire. Dicevo: “Ella lo ha detto: ‘Voi lo servirete ancora’, ed Ella non può aver detto cosa non vera. É la Madre dell’Emmanuele. Nessuna perciò più di Lei ha seco Dio, e chi ha Dio sa ciò che è di Dio”».
14«Alzati. Ella ti saluta. L’hai avuta vicina e vicina l’hai. Nazaret l’ospita».
15«Tu! Lei! A Nazaret? Oh! l’avessi saputo! Di notte, nei freddi mesi del ghiaccio, quando dorme la campagna e i cattivi non possono nuocere ai coltivatori, sarei venuto, di corsa, a baciarvi i piedi, e sarei tornato via col mio tesoro di certezza. Perché non ti sei manifestato, Signore?».
16«Perché non era l’ora. Ora l’ora è venuta. Bisogna saper attendere. Tu l’hai detto: “Nei mesi del gelo quando la campagna dorme”. Eppure è già seminata, non è vero? Ebbene, Io pure ero come il chicco già seminato. E tu mi avevi visto all’atto della semina. Poi ero scomparso. Seppellito sotto un necessario silenzio. Per crescere e giungere al tempo della messe e splendere agli occhi di chi mi aveva visto Neonato e del mondo. Quel tempo è venuto. Ora il Neonato è pronto ad esser Pane del mondo. E per primi cerco i miei fedeli, ed a loro dico: “Venite. Sfamatevi di Me”».
17L’uomo lo ascolta, sorridendo beato, e continua a dire, come fra sé: «Oh! ci sei proprio! Ci sei proprio!».
18«Sei stato per morire? Quando?».
«Quando fui fustigato a morte perché m’erano state spogliate due vigne. Guarda quante ferite!».
19Cala la veste e mostra le spalle tutte segnate da cicatrici irregolari.
«Con una frusta di ferro mi ha percosso. Ha contato i grappoli raccolti, si vedeva dove il picciolo era stato strappato, e mi ha dato un colpo per ogni grappolo. E poi mi ha lasciato là, semimorto. Mi ha soccorso Maria, una giovane sposa di un mio compagno che mi ha sempre voluto bene. Suo padre era il fattore prima di me, ed io, venuto qui, alla bambina ho messo amore perché si chiamava Maria. Mi ha curato e sono guarito dopo due mesi, perché le piaghe col caldo si erano invelenite e davano febbre forte. Ho detto al Dio di Israele: “Non importa. Fammelo rivedere il tuo Messia. E non mi importa questo male. Prendilo per sacrificio. Non posso sacrificarti mai. Sono servo di un crudele e Tu lo sai. Neppure a Pasqua mi permette di venire al tuo altare. Prendi me per ostia. Ma dammi Lui!”».
Evangelizzare i vivi e i morti.
20«E l’Altissimo ti ha fatto contento. Giona, mi vuoi servire come i tuoi compagni già fanno?».
«Oh! come farò?».
21«Come essi fanno. Levi sa e ti dirà quanto è semplice servire Me. Voglio solo la tua buona volontà».
22«Quella te l’ho fin data quando Tu vagivi. Per essa tutto ho superato. Tanto gli sconforti che gli odii. É… che qui non si può parlare che poco… Il padrone una volta mi ha colpito col piede perché io insistevo che Tu eri. Ma quando egli era lontano, e con chi potevo fidarmi, oh! lo dicevo il prodigio di quella notte!».
23«E allora ora di’ il prodigio del mio incontro. Vi ho trovati quasi tutti, e tutti fedeli. Non è questo un prodigio? Sol per avermi contemplato con fede e amore vi siete fatti giusti presso Dio e gli uomini».
24«Oh! ora avrò un coraggio! Un coraggio! Ora so che ci sei e posso dire: “Egli è là. Andate a Lui!…”. Ma dove, Signore mio?».
25«Per tutto Israele. Sino a settembre starò in Galilea. Nazaret o Cafarnao mi avranno sovente, e da lì mi si potrà trovare. Poi… sarò dovunque. Sono venuto a radunare le pecore d’Israele».
26«Oh! mio Signore! Troverai molti caproni. Diffida dei grandi in Israele!».
27«Nulla mi faranno di male se non sarà l’ora. Tu, ai morti, ai dormenti, ai vivi, di’: “Il Messia è fra noi”».
28«Ai morti, Signore?».
«Ai morti dello spirito. Gli altri, i giusti morti nel Signore, già trasalgono di gioia per la prossima liberazione dal Limbo. Dillo ai morti: Io sono la Vita. Dillo ai dormenti: Io sono il Sole che sorge levando dal sonno. Dillo ai vivi: Io sono la Verità che essi cercano[46]».
29«E guarisci anche i malati? Levi mi ha detto di Isacco. Solo per lui il miracolo, perché il tuo pastore, o per tutti?».
30«Ai buoni il miracolo per giusto premio. Ai men buoni per spingerli alla bontà vera. Ai malvagi anche, talora, per scuoterli e farli persuasi che Io sono e che Dio è con Me. Il miracolo è un dono. Il dono è per i buoni. Ma Colui che è Misericordia e che vede la pesantezza umana, non scuotibile che per evento potente, ricorre anche a questo per poter dire: “Tutto ho fatto con voi e nulla è valso. Dite dunque da voi stessi che vi devo più fare”».
Angeli custodi.
31«Signore, non ti sdegna entrare nella mia casa? Se Tu mi assicuri che il ladro non penetrerà nei poderi, io ti vorrei ospitare e chiamare intorno a Te i pochi che ti conoscono per la mia parola. Il padrone ci ha piegati e franti come steli ignobili. Non abbiamo che la speranza di un premio eterno. Ma, se Tu ti mostri ai cuori avviliti, essi avranno un’altra forza in loro».
32«Vengo. Non temere per piante e vigneti. Puoi credere che gli angeli ti faranno guardia fedele?».
33«Oh! Signore! Li ho visti i tuoi servi celesti. Credo. E vengo con Te sicuro. Benedette queste piante e queste vigne che hanno vento e canzone di ali e voci angeliche! Benedetto questo suolo che Tu santifichi col tuo piede! Vieni, Signore Gesù! Udite, piante e viti. Udite, zolle. Ora quel Nome, che a voi confidai per mia pace, lo dico a Lui. Gesù è qui. Udite, e per rami e tralci sussulti la linfa. Il Messia è con noi».
Tutto termina su queste gioiose parole.
Esperienza carismatica del Portavoce.
Apparizione di Satana[47]
34Se non fosse tempo di coprifuoco l’avrei mandato a chiamare, tanto sono stata terrorizzata dall’apparizione del demonio. Vero Demonio, senza camuffamenti di sorta. Ossia un alto, sottile, fumoso personaggio dalla fronte bassa e stretta, viso pontuto, occhi fondi e di uno sguardo talmente cattivo, ironico, falso che per poco non mi sono data a gridare al soccorso.
35Stavo pregando, al buio della mia stanza mentre Marta era in cucina, e pregavo proprio il Cuore Immacolato di Maria quando presso la porta chiusa mi è apparso lui. Scuro nello scuro, eppure ne ho visto tutti i particolari del corpo nudo e brutto non per deformità ma per un che di ferocia e di serpentino che traspariva da ogni suo membro.
36Non ho visto né corna né coda, ne piede biforcuto, né ali come generalmente logorano. Ma tutto il suo mostruoso era nell’espressione. Per dire quello che era dovrei dirlo : Falsità, Ironia, Ferocia, Odio, Agguato. Questo era quanto diceva la sua espressione subdola e cattiva.
37Mi derideva e mi insultava. Ma non osava venire più accosto. Era là, inchiodato presso l’uscio. Vi è stato lo spazio di un buon dieci minuti e poi se ne è andato. Ma io sudavo freddo e caldo insieme.
38Mentre sgomenta mi chiedevo perché di quella venuta, ha detto Gesù : “Perché tu lo avevi così duramente respinto nel suo principale elemento”. Mentre pregavo Maria, mi era tornata insistente la… non so come chiamarla perché non è voce, non è idea, non è niente eppure è qualcosa che dice: (“Se non c’eri tu qui succedeva qualcosa. Per tuo merito non è accaduta. Perché tu sei tanto amata da Dio. “Io non so se faccio bene o male, ma mi pare di fare bene quando sento questo dico : “Va’ via, Satana. Non mi tentare”. Perché se è Gesù che dice questo, lo accetto. Ma nessun altro Io deve dire per stuzzicare in me il compiacimento verso me stessa.” ”).
39Dunque Gesù disse : “ Perché tu lo avevi così duramente respinto nel suo principale elemento la superbia. Oh! se ti potesse far cadere in quella! Lo hai visto bene? Non hai notato come il suo aspetto, direi la sua sovranità o paternità, appaia e traspaia da coloro che lo servono anche temporaneamente?
40Non guardare se in una persona esso ti appariva coll’aspetto ripugnante di un animale di sozzura e libidine, di un mostro enfiato dal fermento, dal lievito della lussuria.
41Questo perché quella povera creatura è un letamaio di molti vizi e peccati, ma quelli carnali sono in essa i maggiori. Pensa a tutti quelli che in altre maniere ti hanno fatto sussultare e soffrire.
42Quelli che, magari per un’ora, sono stati strumenti di Satana per tormentare un’anima fedele, darle dolore, portarla a desolazione. Non avevano, nel ferire, la stessa espressione di dispetto crudele che hai visto, perfetta, in lui? Oh! egli traluce nei suoi servi! Ma non aver paura. Non ti può far male se tu resti con Me e Maria. Ti odia. Oh! Senza misura. Ma è impotente a nuocerti. Se tu la .tua anima non la rivuoi per darla a te stessa e la lasci nel riparo del mio Cuore, come vuoi che egli possa far male alla tua anima?
43Scrivi questo e scrivi anche le altre minori visioni che hai avute. Il Padre le deve sapere tutte e non è senza scopo saperle. E sappi che viene il tempo della mia primavera. Quella che dò ai miei prediletti. Le viole e le primule costellano i prati a primavera. La compartecipazione ai miei dolori costella i giorni di preparazione alla Passione nei miei amici. Va’ in pace. Ti benedico, per fluire di dileguare la rimanente paura, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
11. Commiato da Giona, che Simone Zelote pensa di affrancare. Arrivo di Gesù a Nazareth[48].
Il segno degli amici del Messia.
Uomini o macchine?
1Appena appena un baluginare di luce. Sulla porta di una misera capanna, e dico così perché chiamarla casa è troppo onore, sono Gesù coi suoi e con Giona e altri miseri contadini come lui. E’ l’ora del commiato.
2«Non ti vedrò più, mio Signore?», chiede Giona.
«Tu ci hai portato la luce nel cuore. La tua bontà ha fatto di queste giornate una festa che durerà per tutta la vita. Ma Tu lo hai visto come siamo trattati. Il giumento ha più cure di noi. E la pianta è più umanamente trattata. Essi sono denaro. Noi siamo solo macine che diamo denaro. E andiamo usati sinché uno muore per eccesso d’uso. Ma le tue parole sono state tante carezze d’ali. Il pane ci è parso più abbondante e buono, poiché Tu con noi lo gustavi, questo pane che egli non dà ai suoi cani. Torna a spezzarlo con noi, Signore. Solo perché sei Tu, oso dire questo. Per chiunque altro sarebbe offesa offrirti un ricovero ed un cibo che sdegna il mendico. Ma Tu… »
3«Ma Io trovo in essi un profumo e un sapore celesti, perché vi è in essi fede e amore. Verrò, Giona. Verrò. Resta al tuo posto, tu legato come animale alle stanghe. Il tuo posto sia la tua scala di Giacobbe. E invero dal Cielo a te vanno e vengono gli angeli, attenti a raccogliere tutti i tuoi meriti e portarli a Dio. Ma Io verrò a te. A sollevare il tuo spirito. Rimanetemi tutti fedeli. Oh! Io vorrei darvi pace anche umana. Ma non posso. Vi devo dire: soffrite ancora. E ciò è triste per Uno che ama…».
Colei che effonde i doni d’amore.
4«Signore, se Tu ci ami, non è più soffrire. Prima non avevamo nessuno che ci amasse… Oh! se potessi, io almeno, vedere tua Madre!».
5«Non ti angustiare. Io te la condurrò. Quando più dolce è la stagione, verrò con Lei. Non incorrere in castighi disumani per fretta di vederla. Sappila attendere come si attende il sorgere di una stella, della prima stella. Ella ti apparirà d’improvviso, proprio come fa la stella vespertina che ora non c’era e subito dopo palpita nel cielo. E pensa che anche da ora Ella effonde i suoi doni d’amore su te. Addio, voi tutti. La mia pace vi sia tutela contro le durezze di chi vi angustia. Addio, Giona. Non piangere. Hai atteso tanti anni, con fede paziente. Io ti prometto ora un’attesa ben breve. Non piangere. Non ti lascerò solo. La tua bontà ha asciugato il mio pianto puerile. Non basta la mia ad asciugare il tuo?».
«Sì… ma Tu vai… e io resto…».
6«Amico, Giona, non farmi partire accasciato dal peso di non poterti sollevare…».
7«Non piango, Signore… Ma come farò a vivere senza più vederti, ora che so che sei vivo?».
Sigillo di protezione.
8Gesù carezza ancora il vecchio disfatto e poi si stacca. Ma, ritto sul limite della misera aia, apre le braccia benedicendo la campagna. Poi si avvia.
9«Che hai fatto, Maestro?», chiede Simone che ha notato l’insolito gesto.
«Ho messo un sigillo su tutte le cose. Perché i satana non possano, nuocendo ad esse, nuocere a quegli infelici. Non potevo nulla di più…».
Il segno degli amici del Messia.
10«Maestro… andiamo avanti più svelti. Ti vorrei dire una cosa che non fosse udita». Si staccano ancor più dal gruppo e Simone parla.
11«Vorrei dirti che Lazzaro ha ordine di usare la somma per soccorrere tutti coloro che in nome di Gesù ad esso ricorrono.
12Non potremmo affrancare Giona? Quell’uomo è sfinito e non ha più che la gioia di averti. Diamogliela. La sua opera, lì, che vuoi che sia? Libero, sarebbe il tuo discepolo in questa pianura così bella e così desolata. Qui i più ricchi in Israele hanno terre opime e le spremono con usura crudele, esigendo dai lavoratori il cento per uno. Lo so da anni. Qui poco potrai sostare, perché qui impera la setta farisaica e non credo ti sarà mai amica. I più infelici in Israele sono questi lavoratori oppressi e senza luce. Tu l’hai udito, neppure per la Pasqua hanno pace e preghiera, mentre i duri padroni, con grandi gesti e studiate manifestazioni, si mettono in prima fila fra i fedeli. Avranno almeno la gioia di sapere che Tu ci sei, di udire, ripetute da uno che non ne altererà uno iota, le tue parole. Se credi, Maestro, dà ordini, e Lazzaro farà».
“Che è dunque Dio?”.
13«Simone, Io avevo compreso perché tu ti spogliavi di tutto. Non mi è ignoto il pensiero dell’uomo. E ti ho amato anche per questo. Facendo felice Giona, fai felice Gesù. Oh! come mi angustia vedere soffrire chi è buono! La mia condizione di povero e spregiato dal mondo non mi angustia che per questo. Giuda, se mi udisse, direbbe: “Ma non sei Tu il Verbo di Dio? Ordina, e le pietre diverranno oro e pane per i miseri. Ripeterebbe l’insidia di Satana. Ben Io voglio sfamare le fami. Ma non come Giuda vorrebbe. Ancora siete troppo informi per capire la profondità di quanto dico. Ma a te lo dico: se Dio a tutto provvedesse, commetterebbe furto verso i suoi amici. Li priverebbe della facoltà di essere misericordiosi e di ubbidire perciò al comandamento d’amore. I miei amici devono avere questo segno di Dio, in comune con Lui: la santa misericordia che è di opere e di parole. E le infelicità altrui danno modo ai miei amici di esercitarla. Hai compreso il pensiero?».
14«É profondo. Lo medito. E mi umilio, comprendendo quanto sono ottuso e quanto grande è Dio, che ci vuole con tutti i suoi attributi più dolci per dirci suoi figli. Dio mi si svela, nella sua molteplice perfezione, da ogni luce che Tu mi getti nel cuore. Di giorno in giorno, come uno che procede in luogo sconosciuto, io aumento la cognizione di questa immensa Cosa che è la Perfezione che ci vuole chiamare “figli”, e mi pare di salire come un’aquila o di immergermi come un pesce in due profondità senza confine quali sono il cielo e il mare, e sempre più salgo e mi immergo, né mai tocco limite. Ma che è dunque Dio?».
15«Dio è l’irraggiungibile Perfezione, Dio è la compiuta Bellezza, Dio è l’infinita Potenza, Dio è l’incomprensibile Essenza, Dio è l’insuperabile Bontà, Dio è l’indistruttibile Compassione, Dio è l’immisurabile Sapienza, Dio è l’Amore divenuto Dio. É l’Amore! É l’Amore! Tu dici che più conosci Dio nella sua perfezione e più ti pare di salire o immergerti in due profondità senza confine, di azzurro senz’ombre… Ma, quando tu capirai cosa è l’Amore divenuto Dio, non salirai, non ti immergerai più nell’azzurro, ma in un gorgo incandescente di fiamme, e sarai aspirato verso una beatitudine che ti sarà morte e vita. Dio lo avrai, con completo possesso, quando, per la tua volontà, sarai riuscito a comprenderlo e a meritarlo. Allora ti fisserai nella sua perfezione».
«O Signore!»… Simone è sopraffatto.
Il ritorno.
16Si fa il silenzio. La strada viene raggiunta. Gesù sosta in attesa degli altri. Quando il gruppo si riunisce, Levi si inginocchia: «Dovrei lasciarti, Maestro. Ma il tuo servo ti fa una preghiera. Portami da tua Madre. Costui è orfano come me. Non negare a me ciò che a lui dai perché veda un volto di madre…».
17«Vieni. Quanto in nome di mia Madre si chiede, in nome di mia Madre Io do»
12. L’arrivo dei discepoli e dei pastori
a Nazareth[49].
L’arrivo dei discepoli e dei pastori.
16La porta viene spinta dal di fuori.
«Mamma, ecco i miei amici. Entrate».
17Entrano in gruppo i discepoli e i pastori. Gesù tiene per le spalle i due pastori e li guida alla Madre: «Ecco due figli che cercano una madre. Sii la loro gioia, Donna».
18«Io vi saluto… Tu?… Levi… tu? Non so, ma per l’età, Egli mi ha detto, sei certo Giuseppe. Quel nome è dolce e sacro qui dentro. Vieni, venite. Con gioia vi dico: la mia casa vi accoglie e una Madre vi abbraccia, in ricordo di quanto voi, tu in tuo padre, avete avuto di amore per il mio Bambino».
19I pastori sembrano incantati, tanto sono estatici.
«Sono Maria, sì. Tu hai visto la Madre felice. Sono sempre quella. Anche ora felice di vedere il Figlio mio fra cuori fedeli».
20«E questo è Simone, Mamma».
«Tu hai meritato la grazia perché sei buono. Lo so. E la Grazia di Dio sia sempre con te».
21Simone, più esperto degli usi del mondo, si inchina fino a terra, tenendo le braccia incrociate sul petto, e saluta: «Ti saluto, Madre vera della Grazia, e altro non chiedo all’Eterno, ora che conosco la Luce e te, più di luna soave».
22«E questo è Giuda di Keriot».
«Ho una madre, ma il mio amore per lei scompare rispetto alla venerazione che sento per te».
«No. Non per me. Per Lui. Io sono perché Egli è. Né nulla per me voglio. Ma solo per Lui chiedo. So quanto hai onorato il Figlio mio nella tua patria. Ma ancora ti dico: sia il tuo cuore il luogo in cui Egli riceve da te il sommo onore. Allora io ti benedirò con cuore di Madre».
«Il mio cuore è sotto il calcagno del Figlio tuo. Felice oppressione. La morte sola scioglierà la mia fedeltà».
23«E questo è il nostro Giovanni, Mamma».
«Ero tranquilla da quando sapevo che tu eri presso Gesù. Ti conosco e riposo nello spirito quando ti so col Figlio mio. Sii benedetto, mia quiete». Lo bacia.
13. A Tiberiade nella casa di Cusa.
Assenza di Gionata[50].
Tiberiade.
1Vedo la bella e nuova città di Tiberiade. Che sia nuova e ricca me lo dice tutto il suo insieme, che ha un piano regolatore più ordinato di quello delle altre città palestinesi e presenta un insieme armonico e civile come neppure lo ha Gerusalemme. Bei viali e vie diritte, munite già di un sistema di fognature per cui non stagnano acque e immondezze per le strade, vaste piazze con fontane, fatte di larghi bacini di marmo le più belle. Palazzi già arieggianti allo stile di Roma con porticati ariosi. Da alcuni portoni aperti in quest’ora mattutina l’occhio vede ampi vestiboli, peristili di marmo decorati di tende preziose, di sedili, di tavolini; quasi tutti hanno al centro un cortile lastricato di marmo, con una fonte a zampillo, e vasche di marmo piene di piante in fiore. Insomma è una imitazione dell’architettura di Roma, abbastanza bene copiata e riccamente scimmiottata.
2Le case più belle sono nelle vie più prossime al lago. Le tre prime, parallele al medesimo, sono veramente signorili. La prima, lungo il viale che segue la dolce curva del lago, è addirittura splendida. L’ultima parte di essa è un seguito di ville che hanno la facciata principale sulla via posteriore, e verso il lago hanno degli opulenti giardini che scendono sino ad esser lambiti dalle onde. Quasi tutte hanno un piccolo porticciuolo, in cui sono barche da diporto con baldacchini preziosi e sedili purpurei.
3Gesù pare sia sceso dalla barca di Pietro non nel porto di Tiberiade, ma in qualche altro luogo, forse dei sobborghi, e viene avanti per il viale lungo lago.
4«Sei mai stato a Tiberiade, Maestro?», chiede Pietro.
«Mai».
«Eh! l’Antipa ha fatto le cose bene, e in grande, per adulare Tiberio! È un bel venduto, quello lì!…».
«Mi pare più città di riposo che di commerci».
«I commerci sono dall’altra parte. Ma ha anche molto commercio. È ricca».
5«Queste case? Palestinesi?».
«Sì e no. Molte sono di romani, ma molte… eh! sì! Per quanto piene di statue e simili fole, sono di ebrei». Pietro sospira e mormora: «…ci avessero levato solo l’indipendenza… ma ci hanno levato la fede… Più pagani di loro stiamo diventando!…».
6«Non per colpa loro, Pietro. Loro hanno le loro abitudini e non ci forzano a farle nostre. Ma siamo noi che ci vogliamo corrompere. Per utile, per moda, per servilismo…»
«Dici bene. Ma il primo è il Tetrarca…»
Assenza di Gionata.
7«Maestro, siamo giunti», dice il pastore Giuseppe.
«Questa è la casa dell’intendente d’Erode».
Sono fermi al limite del viale, dove questo presenta una biforcazione per cui il viale diviene la seconda delle vie, mentre le ville restano fra questa e il lago. La casa indicata è la prima, bellissima, tutta avvolta in un giardino fiorito. Fragranze e rami di gelsomini e rose si spargono fino sul lago.
8«E qui sta Gionata?».
«Qui, mi hanno detto. È l’intendente dell’intendente. Lui è capitato bene. Cusa non è cattivo, ed è giusto nel riconoscere i meriti del suo intendente. É uno dei pochi della corte che sia un onesto. Vado a chiamarlo?».
«Va’».
9Giuseppe va all’alto portone e bussa. Accorre il portinaio. Confabulano fra loro. Vedo che Giuseppe ha una mossa di disappunto e che il portinaio mette fuori la sua testa grigia e guarda Gesù, e poi chiede qualche cosa alla quale Giuseppe annuisce. Parlano ancora fra loro.
Poi Giuseppe viene verso Gesù, che ha atteso pazientemente all’ombra di un albero.
10«Gionata non c’è. È sull’Alto-Libano. È andato a portare in quell’aria fresca e pura Giovanna di Cusa, molto malata. Dice il servo che è andato lui perché Cusa è a corte e non può venire via dopo lo scandalo della fuga di Giovanni il Battezzatore, e la malata peggiorava e il medico diceva che qui sarebbe morta. Però il servo dice di entrare a riposarti. Gionata ha parlato del Messia bambino e anche qui sei, di nome, conosciuto e atteso».
«Andiamo».
11Il gruppo si muove. Il portinaio, che ha sbirciato, vede e chiama altri servi e spalanca il portone, fino allora socchiuso, e corre incontro a Gesù con vero rispetto. «Spargi, Signore, la tua benedizione su noi e su questa triste casa. Entra. Oh! come Gionata se ne dorrà di non esserci! Era la sua speranza: vederti. Entra, entra, e con Te i tuoi amici».
12Nell’atrio sono servi e serve di ogni età. Tutti rispettosamente proni nel saluto e pur curiosi. Una vecchietta piange in un angolo. Gesù entra e benedice col suo gesto e il suo saluto di pace. Gli offrono ristoro. Gesù siede su un sedile e tutti gli si fanno intorno.
13«Vedo che non vi sono ignoto», osserva Gesù.
«Oh! Gionata ci ha allevati col tuo racconto. È buono Gionata. Lui dice di esserlo solo perché il bacio che ti ha dato lo ha fatto buono. Ma è anche perché lo è».
14«Io ho dato e ho ricevuto baci… ma, come tu dici, solo nei buoni questi aumentarono la bontà. Ora è assente? Ero venuto per lui».
15«L’ho detto: è sul Libano. Là ha degli amici… É l’ultima speranza per la giovane padrona; se questo non giova…».
Malattia di Giovanna.
16La vecchierella nel suo angolo piange più forte. Gesù la guarda interrogativamente.
«É Ester, la nutrice della padrona. Piange perché non si può rassegnare a perderla».
17«Vieni, madre. Non piangere così», invita Gesù.
18«Vieni qui presso a Me. Non è detto che malattia voglia dire morte!».
«Oh! è morte! è morte! Da quando ebbe quell’unico parto infelice, ella mi muore! Le adultere hanno parti segreti e pur vivono, e lei, lei buona, onesta, cara, tanto cara, deve morire!».
19«Ma che ha, ora?».
«Febbre che la consuma… E come una lampada che arde a gran vento… ogni giorno più forte e lei più debole. Oh! io volevo andare con lei. Ma Gionata ha voluto serve giovani, perché ella è priva di forze e va mossa di peso ed io non sono più buona… Buona di quello, no… ma di amarla, sì… Io l’ho raccolta dal seno di sua madre… ero serva sposa io pure, e avevo da un mese avuto un figlio, ed io le ho dato latte, perché la madre, debole, non poteva… io da madre le ho fatto quando fu orfana e appena sapeva dir “mamma”. Mi sono fatta canuta e rugosa vegliandola nelle sue malattie… io l’ho vestita da sposa, io l’ho condotta nel talamo… io ho sorriso alle sue speranze di madre… io ho pianto con lei sul nato, morto… Tutti i sorrisi e lacrime della sua vita ho raccolto… Tutti i sorrisi e i conforti del mio amore le ho dato… e ora ella muore e non mi ha vicina…».
La vecchia fa pena. Gesù la accarezza, ma non giova.
Fede della nutrice.
20«Ascolta, madre. Hai fede?».
«In Te? Sì».
21«In Dio, donna. Puoi credere che Dio può tutto?».
«Lo credo, e credo che Tu, suo Messia, lo puoi. Oh! già si parla nella città del tuo potere! Quell’uomo lì (e accenna a Filippo) tempo fa parlava dei tuoi miracoli presso la sinagoga. E Gionata gli chiese: “Dove è il Messia?”, e lui ha detto: “Non so”. Gionata mi disse allora: “Fosse qui, io te lo giuro, ella si sanerebbe”. Ma Tu non eri qui… e lui è andato via con lei… e ora ella morirà…»
22«No. Abbi fede. Dimmi proprio quel che hai nel cuore: puoi credere che ella non morrà per la tua fede?».
«Per la mia fede? Oh! se vuoi quella, eccotela. Anche la vita prenditi, la mia vecchia vita… solo fammela veder sanata».
23«Io sono la Vita. Do vita e non morte. Tu le hai dato la vita, un giorno, col latte del tuo seno, ed era povera vita che poteva finire. Ora con la tua fede le dai una vita senza fine. Sorridi, madre».
«Ma lei non c’è…» la vecchia è fra la speranza e il timore. «Lei non c’è, e Tu sei qui…».
24«Abbi fede. Ascolta. Io ora vado a Nazaret per qualche giorno. Ho anche là degli amici malati… Poi andrò al Libano. Se Gionata torna entro sei giorni, mandalo a Nazaret, da Gesù di Giuseppe. Se non viene, andrò Io».
25«Come lo troverai?».
«Mi guiderà l’arcangelo di Tobia[51]. Tu fortificati nella fede. Non ti chiedo che questo. Non piangere più, madre».
26La vecchia, invece, piange più forte. É ai piedi di Gesù e tiene il capo sulle ginocchia divine, baciando e lacrimando sulla mano benedetta. Gesù, con l’altra, l’accarezza e, posto che altri servi dolcemente la rampognano di sfinirsi nel pianto, Egli dice: «Lasciatela fare. Ora è pianto di sollievo. Le fa bene. Siete contenti tutti che la padrona risani?».
27«Oh! è tanto buona! Quando uno è così, non è padrone, è un amico e lo si ama. Noi l’amiamo. Credilo».
«Vi leggo in cuore. Siate voi pure sempre più buoni. Io vado. Non posso attendere. Ho la barca. Vi benedico».
28«Torna, Maestro, torna ancora!».
«Tornerò. Più e più volte. Addio. La pace a questa casa e a voi tutti».
Gesù esce con i suoi, accompagnato dai servi che lo acclamano.
14. Incontro con l’ex-pastore Gionata e guarigione di Giovanna di Cusa[52].
Interessi opposti.
Dio onora i suoi servi.
1I discepoli stanno cenando nell’ampio laboratorio di Giuseppe. Il bancone fa da tavola, sulla quale vi è quanto serve. Ma vedo che il laboratorio è anche dormitorio. Sugli altri due tavoloni del falegname sono stuoie che li mutano in giacigli, e dei bassi lettucci (stuoie su graticci) sono stati messi lungo le pareti. Gli apostoli parlano fra loro e col Maestro.
«Allora vai proprio sul Libano?», chiede l’Iscariota.
2«Non prometto mai per non mantenere. E qui l’ho promesso due volte: ai pastori ed alla nutrice di Giovanna di Cusa. Ho atteso i cinque giorni che le avevo detto, e ancor vi ho aggiunto oggi per prudenza. Ma ora vado. Appena la luna sorge partiremo. Sarà lungo cammino anche se useremo la barca sino a Betsaida. Ma voglio dare gioia al mio cuore salutando anche Beniamino e Daniele. Tu lo vedi che anime hanno i pastori. Oh! merita andarli ad onorare, perché neppur Dio si diminuisce onorando un suo servo, ma anzi accresce la sua giustizia».
3«Con questo caldo! Guarda quello che fai. Per Te lo dico».
«Le notti sono già meno afose. Il sole ancor per poco è in Leone, e i temporali fanno meno ardente il calore. E poi, ve lo ripeto. Non obbligo alcuno a venire. Tutto spontaneo in Me e intorno a Me. Se avete commerci o se vi sentite stanchi, sostate. Ci ritroveremo dopo».
L’Iscariota preferisce gli interessi di casa.
4«Ecco, Tu lo dici. Io avrei da pensare ad interessi di casa. Viene il tempo delle vendemmie e mia madre mi aveva pregato di vedere degli amici… Sai, io sono il capo-famiglia, in fondo. Voglio dire: sono l’uomo della mia famiglia».
5Pietro borbotta: «Meno male che si ricorda che la madre è sempre la prima dopo il padre».
Giuda, sia che non senta o non voglia sentire, non mostra di intendere il borbottio, che del resto Gesù frena con uno sguardo mentre Giacomo di Zebedeo, seduto presso Pietro, gli dà una tirata alla veste per farlo tacere.
6«Vai pure, Giuda. Devi andare, anzi. Non bisogna mancare di ubbidienza alla madre».
«Allora vado subito, se permetti. Sarò a Naim in tempo per trovare ancora alloggio. Addio Maestro, addio amici».
7«Sii amico della pace e merita di aver sempre Dio con te. Addio», dice Gesù mentre gli altri salutano con un cumulativo saluto.
8Non c’è molta pena a vederlo partire, anzi… Pietro, forse per la paura che Giuda si penta, lo aiuta a stringere le cinghie del suo sacco ed a infilarlo a tracolla, lo accompagna sulla porta del laboratorio, già aperta come lo è l’altra che da questo va nell’orto, certo per ventilare la stanza afosa dopo un giorno torrido, sta sull’uscio a guardarlo andare e, quando lo vede proprio allontanarsi, fa una mossa di gioia e di ironico addio, e torna fregandosi le mani. Non dice niente… ma ha già detto tutto.
Qualcuno, che ha visto, ride sotto i baffi.
Lo scrupolo di Giacomo.
9Ma Gesù non lo nota, perché scruta il cugino Giacomo che si è fatto rosso e si è incupito, smettendo di mangiare le sue ulive. Lo interroga: «Che hai?».
10«Hai detto: “Non bisogna mancare di ubbidienza alla madre…”. E noi, allora?».
«Non avere scrupolo. In linea di massima così si deve. Quando non si è che uomini e figli di una carne. Ma quando si è preso un’altra natura e un’altra paternità, no. Questa, più alta, si segue nei suoi ordini e desideri. Giuda è arrivato prima di te e di Matteo… ma è tanto indietro ancora. Bisogna che si formi, e lo farà molto lentamente. Abbiate carità con lui, abbi carità, Pietro! Io capisco… ma ti dico: abbi carità. Sopportare le persone moleste è una virtù non indifferente. Usala».
11«Sì, Maestro… Ma quando lo vedo così… così… Bene, taci, Pietro, che tanto Lui capisce…, mi pare di esser una vela troppo tesa dal vento… Scricchiolo, scricchiolo nello sforzo, e mi si rompe sempre qualche cosa… Ma Tu sai, cioè non sai perché come barcaiolo non vali nulla, te lo dico perciò, che se a una vela si rompono per troppa tensione tutti i legami, ti giuro che questa dà un tale schiaffo allo stolto barcaiolo che lo sbalordisce… Ecco, io sento che… rischio di avere i lacci tutti rotti… e allora… É meglio, sì, che ogni tanto lui se ne vada. Così la vela si calma per mancanza di vento, e faccio a tempo a rinforzare i legami».
Gesù sorride e crolla il capo, compatendo il giusto e bollente Pietro.
La fede merita premio.
L’ex-pastore Giona adora il Messia.
12Un grande suonare di zoccoli ferrati e un vocio di monelli si fa per la via. «Qui è! Qui è! Ferma, uomo». E, prima che Gesù e discepoli se ne rendano ragione, davanti al vano dell’uscio si presenta il corpo scuro di un cavallo fumante di sudore, e scende un cavaliere che si precipita dentro come un bolide e si prostra ai piedi di Gesù e glieli bacia con venerazione. Tutti guardano stupiti.
13«Chi sei? Che vuoi?».
«Gionata sono».
Un grido di Giuseppe, che per essere seduto dietro l’alto bancone e per la fulmineità dell’ arrivo non ha potuto riconoscere l’amico, risponde. Il pastore corre presso al prostrato: «Tu, proprio tu!…».
14«Sì. Adoro il mio adorato Signore! Trent’anni di speranza, oh! lunga attesa! ecco: ora fioriti come fior di agave solitario, e fioriti in un colpo, in un’estasi beata, più beata ancora di quella lontana! Oh! il mio Salvatore!».
15Donne, bambini e qualche uomo, fra cui il buon Alfeo di Sara con ancora un pezzo di pane e cacio in mano, si affollano sull’uscio e fin dentro lo stanzone.
«Alzati, Gionata. Stavo per venire a cercarti, e con te Beniamino e Daniele…».
«Lo so…».
16«Alzati, che ti dia il bacio che ho dato ai tuoi compagni». Lo forza ad alzarsi e lo bacia.
La fede merita premio.
17«Lo so», ripete il robusto vecchio, ben portante e ben vestito. «Lo so. Ella aveva ragione. Non era delirio di morente! Oh! Signore Iddio! Come l’anima vede e come ti sente, quando Tu la chiami!». Gionata è commosso.
18Ma si riprende. Non perde il suo tempo. Adorante e pur attivo, va al suo scopo: «Gesù, Salvatore e Messia nostro, sono venuto a pregarti di venire con me. Ho parlato con Ester e mi ha detto… Ma prima, prima Giovanna ti aveva parlato e mi ha detto… oh! non deridete un uomo felice, voi che udite, felice e angosciato finché non avrò il tuo “Vengo”. Sai che ero in viaggio con la padrona morente. Che viaggio! Da Tiberiade a Betsaida fu buono. Ma poi, lasciata la barca e preso un carro, per quanto l’avessi attrezzato del mio meglio, fu una tortura. Si andava piano, di notte, ma ella soffriva. A Cesarea di Filippo fu per morire dai trabocchi sanguigni. Sostammo… La terza mattina, sette giorni or sono, mi manda a chiamare. Pareva già morta, tanto era bianca e sfinita. Ma, quando l’ho chiamata, ha aperto i suoi dolci occhi di gazzella morente e mi ha sorriso. Mi ha fatto cenno con la manina gelata di curvarmi, perché ha solo un filo di voce, e mi ha detto: “Gionata, riportami a casa. Ma subito”. Era così grande lo sforzo del suo comando, lei che è sempre più dolce di una pargola buona, che le si sono colorate le guance e tornati per un attimo fulgidi gli occhi. Ha continuato: “Ho sognato la mia casa di Tiberiade. Dentro c’era Uno dalla faccia di stella, alto, biondo, cogli occhi di cielo e una voce più dolce di suono d’arpa. Mi diceva: ‘Io sono la Vita. Vieni. Torna. Ti attendo per dartela’. Voglio andare”.
19Io dicevo: “Ma padrona! Non puoi! Stai male! Ora, quando starai meglio, vedremo”. Lo credevo delirio di morente. Ma lei ha pianto e poi… – oh! è la prima volta che l’ha detto in questi sei anni che m’è padrona, e si è fin seduta, lei che non può nulla, per l’ira – e poi mi ha detto: “Servo, lo voglio. Io sono la padrona tua. Ubbidisci!”, e poi si è rovesciata fra il sangue. Ho creduto morisse… e ho detto: “Facciamola contenta. Morire per morire!… Non avrò rimorso di averla scontentata alla fine, dopo avere sempre voluto farla contenta”. Che viaggio! Non voleva riposo fuorché nelle ore fra terza e sesta. Ho sfinito i cavalli per fare presto. Siamo arrivati a Tiberiade all’ora di nona, stamane… Ed Ester mi ha detto… Allora ho capito che eri Tu che l’avevi chiamata. Perché l’ora era quella e quello il giorno in cui Tu promettevi miracolo ad Ester e apparivi allo spirito della mia padrona. Ha voluto ripartire appena data l’ora di nona, e me mi ha mandato avanti… Oh! vieni, Salvatore mio!».
20«Subito vengo. La fede merita premio. Chi mi vuole mi ha. Andiamo».
Preparativi e partenza.
21«Attendi. Ho gettato una borsa ad un giovane dicendo: “Tre, cinque, quanti asini volete, se non avete cavalli, e presto, alla casa di Gesù”. Staranno per venire. Faremo più presto. Spero incontrarla presso Cana. Se almeno…».
«Cosa, Gionata?».
«Se almeno è viva…».
22«Viva è. Ma, anche fosse morta, Io sono Vita. Ecco mia Madre».
23La Vergine, certo avvertita da qualcuno, infatti sta accorrendo seguita da Maria d’Alfeo. «Figlio, Tu parti?».
24«Sì, Madre. Vado con Gionata. É venuto. Lo sapevo di potertelo mostrare. Ho atteso per questo un giorno di più».
25Gionata ha prima salutato profondamente con le braccia incrociate sul petto, ora si inginocchia e solleva appena la veste di Maria e ne bacia l’orlo dicendo: «Saluto la Madre del mio Signore!».
26Alfeo di Sara dice ai curiosi: «Eh! che ne dite? Non c’è da vergognarsi ad esser solo noi senza fede?».
27Uno szoccolìo numeroso si ode nella via. Sono i ciuchini. Credo che siano tutti quelli di Nazaret, e sono tanti che basterebbero ad uno squadrone. Mentre Gionata sceglie i migliori e contratta, pagando senza lesinare, e prende due nazareni con altri ciuchini per tema che qualche animale per via si sferri, e perché possano riportare indietro tutta questa ragliante cavalleria asinina, Maria e l’altra Maria aiutano a chiudere sacchi e bisacce.
28Maria d’Alfeo dice ai figli: «Lascerò qui i vostri letti. E li carezzerò… Mi parrà di farvi carezze. Siate buoni, degni di Gesù, figli… ed io… io sarò felice…», e intanto piange a grossi goccioloni.
29Maria aiuta invece il suo Gesù e se lo carezza con amore, facendo mille raccomandazioni e incarichi per gli altri due pastori libanesi, perché Gesù dichiara che non tornerà prima di averli ritrovati.
L’Uomo biondo dagli occhi di cielo.
30Partono. La sera è scesa e il primo quarto di luna si alza ora. In testa è Gesù con Gionata, dietro tutti gli altri. Finché sono in città vanno al passo, perché la gente si affolla. Ma, appena fuori, vanno al trotto in una carovana sonante di zoccoli e bubboli.
«É nel carro con Ester», spiega Gionata.
31«Oh! mia padrona! Che gioia farti felice! Portarti Gesù! Oh! mio Signore! Averti qui, al mio fianco! Averti! Hai proprio il viso di stella che lei ti ha veduto, e sei biondo e dagli occhi di cielo e la tua voce è proprio un suono d’arpa… Oh! ma tua Madre! La porterai alla padrona, un giorno?».
32«Verrà la padrona a Lei. Saranno amiche».
«Sì? Oh!… Sì, lo può essere. É sposa e fu madre, Giovanna. Ma ha un’anima pura come una vergine. Può stare vicino a Maria benedetta».
Eventi nel viaggio.
33Gesù si volge per una fresca risata di Giovanni, imitato da tutti gli altri.
34«Sono io, Maestro, che faccio ridere. Sulla barca sono più sicuro di un gatto… ma qui sopra! Sembro una botte lasciata libera sul ponte di un naviglio preso dal libeccio!», dice Pietro.
35Gesù sorride e lo rincuora, promettendo di finire presto la trottata.
36«Oh! non è niente. Se i ragazzi ridono, niente di male. Andiamo, andiamo a far felice questa buona».
37Gesù si volge ancora per un altro scoppio di risa.
38Pietro esclama: «No. Questo non te lo dico, Maestro. Ma perché no? Sì, che lo dico. Dicevo: “Il nostro supremo ministro si roderà le mani sapendo che è mancato proprio quando c’era da “fare il pavone presso una dama”. E loro ridono. Ma è così. Sono sicuro che, se se lo fosse immaginato, non aveva più le vigne paterne da tutelare».
Gesù non ribatte.
39La via si fa presto su questi somarelli ben pasciuti. Nel chiaro di luna Cana è superata.
40«Se permetti, ti precedo. Fermo il carro. Le scosse la fanno tanto soffrire».
«Vai pure».
Gionata mette il cavallo al galoppo. Ancora via e via nel bianco della luna. E poi ecco la forma scura di un grande carro coperto, fermo al bordo della via. Gesù eccita il suo asino, che prende un piccolo galoppo sghimbescio. Eccolo al carro. Smonta.
“Sii felice. Dio ti ama”.
“Eccomi”.
41«Il Messia!», annuncia Gionata.
La vecchia nutrice si getta dal carro sulla via, dalla via nella polvere.
«Oh! salvala! Sta morendo».
42«Eccomi». E Gesù sale sul carro, dove è steso un mucchio di cuscini e su questi un esile corpo. Vi è un fanaletto in un angolo e coppe e anfore. Vi è una giovane serva che piange, asciugando il sudore gelato della morente.
Gionata accorre con uno dei fanali del carro.
43Gesù si china sulla donna abbandonata, veramente morente. Non vi è differenza fra il candore della veste di lino e il pallore fin lievemente azzurrino delle mani e del volto emaciati. Solo le folte sopracciglia e le lunghe ciglia nerissime mettono un colore su quel volto di neve. Non ha neppure più quel rosso infausto dei tisici sui pomelli smunti. Le labbra sono appena un’ombra di un rosa violaceo, semiaperte nel respiro difficile.
44Gesù le si inginocchia al fianco e l’osserva. La nutrice le prende una mano e la chiama. Ma l’anima, già alle soglie della vita, non sente più nulla.
Sono giunti i discepoli e i due giovani di Nazaret, e si affollano al carro.
“Sii sanata. Sorgi!”(Lc 8,2-3)[53].
45Gesù pone una mano sulla fronte della moribonda, che apre per un momento gli occhi annebbiati e vaghi e poi li richiude.
«Non sente più», geme la nutrice. E piange più forte.
46Gesù fa un gesto: «Madre, udrà. Abbi fede». E poi chiama: «Giovanna! Giovanna! Sono Io! Io che ti chiamo. Sono la Vita. Guardami, Giovanna».
47La morente apre con uno sguardo più vivo i suoi grandi occhi neri e guarda il volto su lei chinato. Ha un moto di gioia e un sorriso. Muove piano le labbra in una parola che però non prende suono.
48«Sì, Io sono. Sei venuta e Io son venuto. A salvarti. Puoi credere in Me?».
49La morente annuisce col capo. Tutta la vitalità è accumulata nello sguardo e tutta la parola che non può altrimenti esprimere.
50«Ebbene (Gesù, pur rimanendo in ginocchio e con la sinistra sulla fronte di lei, si raddrizza e prende l’aspetto di miracolo) ebbene, Io lo voglio. Sii sanata. Sorgi». Leva la mano e si alza in piedi.
51Una frazione di minuto e poi Giovanna di Cusa, senza aiuto di sorta, si siede, ha un grido e si butta ai piedi di Gesù, gridando con voce forte e felice: «Oh! amarti, o mia Vita! Per sempre! Tua! Per sempre tua! Nutrice! Gionata! Io sono guarita! Oh! presto! Correte a dirlo a Cusa. Che venga ad adorare il Signore! Oh! benedicimi, ancora, ancora, ancora! Oh! mio Salvatore». Piange e ride baciando le vesti e le mani di Gesù.
“Sii felice. Dio ti ama”.
52«Ti benedico, sì. Che altro vuoi che ti faccia?»
«Nulla, Signore. Fuorché amarmi e lasciare che io ti ami».
53«E un bambino non lo vorresti?».
«Oh! un bambino!… Ma fa’ Tu, Signore. Io ti abbandono tutto: il mio passato, il mio presente, il mio futuro. Tutto ti devo e tutto ti do. Da’ Tu, alla tua serva, ciò che sai meglio».
54«La vita eterna, allora. Sii felice. Dio ti ama. Io vado. Ti benedico e vi benedico».
55«No, Signore. Sosta nella mia casa, che ora, oh!, ora è realmente roseto fiorito. Permettimi di rientrarvi con Te… Oh! me felice!».
56«Vengo. Ma ho i miei discepoli».
«I miei fratelli, Signore. Giovanna avrà per loro, come per Te, cibo e bevanda ed ogni ristoro. Fammi felice!».
57«Andiamo. Rimandate i ciuchi e seguiteci a piedi. La strada è poca, ormai. Andremo lentamente perché ci possiate seguire. Addio, Ismaele e Aser. Salutate ancora mia Madre per Me e i miei amici».
58I due nazareni, sbalorditi, vanno coi loro raglianti somari, mentre il carro intraprende il ritorno con il suo carico di gioia, ora. Dietro vengono in gruppo i discepoli commentanti il fatto.
E tutto ha fine.
15. Sul Libano dai pastori Beniamino
e Daniele[54].
Fango dietro la porpora.
1Gesù cammina a fianco di Gionata lungo un argine verde e perciò ombroso. Dietro sono gli apostoli, che parlano fra di loro. Ma Pietro se ne stacca e viene avanti e, franco come sempre, chiede a Gionata: «Ma non era più svelta la via che va a Cesarea di Filippo? Abbiamo preso questa e… quando arriveremo? Tu con la padrona ci sei pure andato per quella!».
2«Con una malata ho osato tutto. Ma pensa che io sono di un cortigiano di Antipa, e Filippo, dopo quel lurido incesto, non vede molto bene i cortigiani di Erode… Non è per me, sai, che temo. Ma non voglio dare a voi, al Maestro particolarmente, delle noie e crearvi dei nemici. Nella Tetrarchia di Filippo occorre la Parola come in quella di Antipa… e se vi odiano, come potete? Al ritorno verrete da quella via, se credete meglio».
3«Lodo la tua prudenza, Gionata. Ma al ritorno conto passare verso le terre fenicie», dice Gesù.
«Sono avvolte nelle tenebre dell’errore».
«Mi affaccerò ai confini per ricordare loro che vi è una Luce».
4«Credi che Filippo si rifarebbe su un servo del torto fattogli dal fratello?», domanda Pietro a Gionata.
«Sì, Pietro. L’uno equivale l’altro. Li dominano tutti gli istinti più bassi, e non fanno distinzione. Sembrano animali e non uomini, credilo».
5«Eppure noi, ossia Lui, parente di Giovanni, lo dovrebbe aver caro. Giovanni, in fondo, ha parlato anche in suo nome e favore, parlando in nome di Dio».
6«Non vi chiederebbe neppure da dove venite, né chi siete. Visti con me, se mi riconoscesse o gli fossi indicato da qualche nemico della casa d’Antipa come servo del suo Procuratore, sareste subito incarcerati. Se sapeste che fango dietro le vesti di porpora! Vendette, soprusi, delazioni, lussurie e furti sono l’impasto della loro anima. Anima?… Mah! diciamo così. Io credo non abbiano più anima. Lo vedete. A buon fine. Ma perché fu libero Giovanni? Per una vendetta fra due ufficiali della corte. Uno, per levare di mezzo l’altro, favorito tanto dall’Antipa da avere in custodia Giovanni, per una somma, di notte, aprì la carcere… io credo abbia stordito il rivale con un vino drogato, e al mattino di poi… il miserello perse la testa al posto del Battezzatore evaso. Uno schifo, te lo dico».
7«E il tuo padrone ci sta? Mi pare buono».
«Lo è. Ma non può fare diversamente. Suo padre, e il padre di suo padre, furono della corte del Grande Erode, e il figlio lo dovette essere per forza. Non approva. Ma non può che limitarsi a tenere lontana la moglie da quella corte di vizio».
8«E non potrebbe dire: “Mi fai ribrezzo” e andarsene?».
«Potrebbe. Ma, pur essendo buono tanto, non è ancora capace di tanto. Vorrebbe dire quasi certamente: morte. E chi vuole morire per onestà di spirito, portata al punto più alto? Un santo come il Battista. Ma noi, poveretti!».
Santi contenti di morire.
9Gesù, che li ha lasciati parlare fra loro, interviene: «Fra non molto su ogni punto della Terra conosciuta saranno fitti come fiori su un prato d’aprile i santi contenti di morire per questa onestà alla Grazia e per amore a Dio!».
10«Davvero? Oh! mi piacerebbe salutare questi santi e dire loro: “Pregate per il povero Simone di Giona! “», dice Pietro.
Gesù lo guarda fisso e sorridente.
11«Perché mi guardi così?».
«Perché tu li vedrai come loro assistente e li vedrai quando ti assisteranno».
12«A che, Signore?»
«A divenire la Pietra consacrata dal Sacrificio, su cui si celebrerà ed edificherà la mia Testimonianza».
«Non ti capisco».
«Capirai».
Gli altri discepoli, che si erano accostati e che hanno udito, parlottano fra loro.
13Gesù si volge: «In verità vi dico che dell’uno o dell’altro supplizio tutti sarete provati. Per ora è quello della rinuncia agli agi, agli affetti, agli utili. Dopo sarà una sempre più vasta cosa, sino a quella eccelsa che vi cingerà di un diadema immortale. Siate fedeli. Ma voi tutti lo sarete. E questo avrete».
14«Ci uccideranno i giudei, il Sinedrio, forse, per amor nostro a Te?»
«Gerusalemme lava le soglie del suo Tempio col sangue dei suoi Profeti e dei suoi Santi. Ma anche il mondo attende d’esser lavato… Templi e templi di dèi orrendi vi sono. Saranno in futuro templi del Dio vero, e la lebbra del paganesimo sarà mondata con l’acqua lustrale fatta del sangue dei martiri».
15«Oh! Dio altissimo! Signore! Maestro! Io non sono degno di tanto! Debole sono! Pauroso del male! Oh! Signore!… O rimanda il tuo inutile servo, o dammi Tu forza. Non vorrei farti sfigurare, Maestro, con la mia vigliaccheria». Pietro si è gettato ai piedi del Maestro e lo supplica proprio col cuore nella voce.
16«Alzati, mio Pietro. Non avere paura. Ancor molto hai da camminare… e verrà l’ora che non vorrai che compiere l’ultima fatica. E allora avrai tutto, dal Cielo e da te stesso. Io ti starò a guardare ammirato».
«Tu lo dici… ed io lo credo. Ma sono un così povero uomo!».
Panorama libico.
17Si rimettono a camminare…
… e dopo una bella interruzione riprendo a vedere quando già si è lasciata la pianura per inerpicarsi su un monte selvoso e sempre più alto. Non deve neppure essere lo stesso giorno, perché, mentre allora la mattina era già torrida, qui è appena una bella aurora che accende, su tutti gli steli, diamantini liquidi. Boschi e boschi di conifere sono stati superati e dominano dall’alto e, come duomi verdi, accolgono nei loro intercolomni i pellegrini instancabili.
18Veramente questo Libano è una catena stupenda. Non so se sia Libano tutto il complesso, o questo monte solo. So che vedo giogaie selvose ergersi in nodo alto ed aggrovigliato di creste e di balze, di valli e pianori lungo i quali scorrono, per poi rimbalzare a valle, dei torrenti che paiono nastri di argento lievemente verd’azzurro. Uccelli d’ogni genere empiono di canti e di voli i boschi di conifere, tutto un profumo di resine in quest’ora mattutina. Voltandosi verso valle, meglio, verso occidente, si vede lontano ridere il mare, ampio, quieto, solenne, e tutta la costa che si dilunga a nord, a sud, con le sue città, i suoi porti e i rari corsi d’acqua che sfociano in mare, facendo appena una virgola lucente sulla terra arida, colla loro poca acqua che il sole dell’estate asciuga, e una ditata giallastra nell’azzurro marino.
19«Sono belli questi posti», osserva Pietro.
«Non c’è neppure tanto caldo», dice Simone.
«Con questi alberi il sole fa poca noia…», aggiunge Matteo.
L’uomo-iena.
20«Li hanno presi qui i cedri del Tempio?», chiede Giovanni.
«Qui. Sono questi boschi che danno i legni più belli. Il padrone di Daniele e Beniamino ne ha moltissimi, oltre che ricche mandrie. Li segano sul posto e poi li portano a valle per quelle canalature o a braccia. Lavoro difficile, quando i tronchi devono essere usati interi, come lo fu per il Tempio. Ma paga bene e molti lo servono. E poi è abbastanza buono. Non è come quel feroce Doras. Povero Giona!», risponde Gionata.
21«Ma come mai i suoi servi sono quasi schiavi?
Mi ha detto Giona, a me che gli dicevo: “Ma piantalo in asso e vieni con noi. Un pane per te, Simone di Giona lo avrà sempre”; mi diceva: “Non posso se non mi riscatto”. Che storia è?», domanda Pietro.
22«Doras, e non lui solo in Israele, usa così: quando vede un servo buono, lo porta con sottile astuzia ad esser schiavo. Gli addebita somme non vere, che il poveretto non può pagare, e quando la somma è sufficiente dice: “Tu mi sei schiavo per debito”».
«Oh! vergogna! Ed è fariseo!».
23«Sì. Giona, finché ebbe risparmi, ha potuto pagare… poi… Un anno fu la grandine, un altro la secca. Il grano e la vite dettero poco, e Doras moltiplicò il danno per dieci e dieci ancora… Poi Giona fu malato per troppo lavoro. E Doras gli prestò la somma per la cura, ma volle il dodici per uno, e poiché Giona non lo aveva aggiunse questo al resto. Breve: dopo qualche anno c’era un debito che lo rese schiavo. E non lo lascerà andare mai… Sempre troverà altre scuse ed altri debiti…». Gionata è triste pensando all’amico.
24«E il tuo padrone non poteva…».
«Che? Farlo trattare da uomo? E chi si mette contro i farisei? Doras è uno dei più potenti; credo sia anche parente col Sommo Sacerdote… Almeno così si dice. Una volta, quando fu bastonato a morte ed io lo seppi, piansi tanto che Cusa mi disse: “Lo riscatto io per farti contento”. Ma Doras gli rise sul viso e non accettò nulla. Eh! quello lì… Ha i campi più ricchi d’Israele… ma, ti giuro, sono concimati dal sangue e dalle lacrime dei suoi servi».
Gesù guarda lo Zelote e lo Zelote guarda Lui. Sono ambedue addolorati.
25«E questo, di Daniele, è buono?».
«E’ umano, almeno. Vuole, ma non opprime. E, posto che i pastori sono onesti, li tratta con amore. Sono i capi del pascolo. Me, mi conosce e rispetta perché sono servo di Cusa e… potrei servire al suo utile… Ma perché, Signore, l’uomo è così egoista?».
26«Perché l’amore fu strozzato nel Paradiso terrestre. Ma Io vengo ad allentare il laccio ed a rimettere vita all’amore».
Gli amici fedeli.
27«Eccoci nei possessi di Eliseo. I pascoli sono ancora lontani. Ma in quest’ora le pecore sono quasi sempre negli ovili per il sole. Vado a vedere se ci sono». E Gionata parte quasi di corsa.
Torna dopo qualche tempo con due brizzolati e robusti mandriani, che veramente si precipitano giù per la china per venire da Gesù.
«La pace a voi».
28«Oh! Oh! Il nostro Bambino di Betlemme!», dice uno; e l’altro: «Pace di Dio, venuta a noi, che Tu sia benedetta». Gli uomini sono proni nell’erba. Non è così profondo il saluto ad un altare quanto questo al Maestro.
29«Alzatevi. Vi rendo la benedizione e felice sono di farlo, perché essa viene con gioia su chi ne è degno».
«Oh! degni noi!».
«Sì, voi, sempre fedeli».
30«E chi non lo sarebbe stato? Chi può cancellare quell’ora? Chi dire: “Non è vero ciò che vedemmo”? Chi dimenticare che Tu ci hai sorriso per dei mesi, quando, tornando fra le pecore a sera, noi ti chiamavamo e Tu battevi le manine al suono dei nostri zufoli?… Te lo ricordi, Daniele? Quasi sempre vestito di bianco nelle braccia della Madre, Tu ci apparivi fra raggi di sole sul prato di Anna o dalla finestra, e parevi un fiore posato sulla neve della veste materna».
31«E quella volta che sei venuto, facendo i primi passi, ad accarezzare un agnellino meno riccio di Te? Come eri felice! E noi non sapevamo che fare delle nostre rustiche persone. Avremmo voluto esser degli angeli per apparirti meno rozzi…».
32«Oh! amici miei! Io vedevo il vostro cuore, e quello vedo anche ora».
«E ci sorridi come allora!».
«E sei venuto fin qui, dai poveri pastori!».
33«Dai miei amici. Ora sono contento. Vi ho tutti ritrovati e più non vi perderò. Potete ospitare il Figlio dell’uomo e i suoi amici?».
34«Oh! Signore! Ma lo chiedi? Non ci manca pane e latte. Ma avessimo un solo boccone te lo daremmo, pur di tenerti con noi. Vero, Beniamino?».
35«Il cuore ti daremmo per cibo, nostro desiderato Signore!».
«Andiamo, allora. Parleremo di Dio…».
36«E dei tuoi parenti, Signore. Giuseppe, tanto buono! Maria… oh! la Madre! Ecco, voi guardate questo narciso rugiadoso. É bello e puro nella sua testa che pare una stella diamantata. Ma Lei… oh! questo è sozzura rispetto alla Madre! Un suo sorriso era purificazione, l’incontrarla una festa, l’udirla santificarsi. Te le ricordi quelle parole anche tu, Beniamino».
37«Sì. Te le posso ridire, Signore. Perché quanto Ella ci disse, nei mesi che la potemmo udire, è scritto qui (e si batte il petto). É la pagina della nostra sapienza. E questa la comprendiamo anche noi, perché è parola di amore. E l’amore… oh! l’amore è inteso da tutti! Vieni, Signore, entra e benedici questa dimora felice».
Entrano in una stanza presso il vasto ovile e tutto ha fine.
16. Nei campi di Giocana e in quelli di Doras. Morte di Giona nella casa di Nazareth[55].
Nella terra dei Lupi.
Bestie da soma!
1Rivedo il piano di Esdrelon, di giorno, un giorno seminuvoloso di fine autunno. Vi deve essere stata della pioggia nella notte, una delle prime piogge dei tristi mesi invernali, perché la terra è umida per quanto non fangosa. E vi è ancora vento. Un vento umido che strappa le foglie ingiallite e penetra nelle ossa col suo alito pregno d’umidità.
2Nei campi sono rare coppie di buoi all’aratro. Rivoltano a fatica la terra grassa e pesante di questa fertile pianura per prepararla al seme. E quello che mi fa pena è vedere che in certi luoghi sono gli stessi uomini che fanno l’ufficio dei buoi, spingendo il vomere con tutta la forza delle loro braccia, e persino del petto, puntando i piedi nel suolo già smosso, faticando come schiavi in quest’opera in cui faticano anche i robusti giovenchi.
3Anche Gesù guarda e vede. E il suo volto si fa triste fino al pianto.
4I discepoli – undici, perché Giuda è ancora assente e i pastori non ci sono più – parlano fra loro, e Pietro dice: «Piccola, povera, faticosa anche la barca… Ma cento volte meglio di questo servizio da bestie da soma!». E poi interroga: «Maestro, saranno già servi di Doras?».
Risponde Simone Zelote: «Non credo. I suoi campi sono oltre quel frutteto, mi pare. E noi non li vediamo ancora».
Cani da frustare!
5Ma Pietro, curioso sempre, lascia la strada e va lungo una proda fra due campi. Sui margini di essa si sono seduti per un momento quattro magri e sudati agricoltori. Anelano per la fatica. Pietro li interroga: «Siete di Doras?».
6«No. Siamo del suo parente però, di Giocana siamo. E tu chi sei?».
«Sono Simone di Giona, pescatore di Galilea fino alla luna di ziv. Ora Pietro di Gesù di Nazaret, il Messia della Buona Novella». Pietro dice questo col rispetto e la gloria con cui uno direbbe: «Appartengo all’alto e divino Cesare di Roma» e molto più ancora. Il suo onesto viso splende proprio nella gioia del professarsi di Gesù.
7«Oh! il Messia! Dove, dove è?», dicono i quattro infelici.
«Quello è. Quello alto e biondo, vestito di rosso scuro. Quello che guarda ora qui, e sorride attendendomi».
8«Oh!… Se noi si andasse… ci caccerebbe?».
«Cacciarvi? Perché? É l’amico degli infelici, dei poveri, degli oppressi, e mi pare che voi… sì, siate proprio di questi…».
9«Oh! se lo siamo! Mai come quelli di Doras. Almeno abbiamo pane a volontà e non siamo frustati altro che se si smette il lavoro, ma…».
10«Sicché, se ora il bel signorino Giocana vi trovasse qui a parlare, vi…».
«Ci frusterebbe come non frusta i suoi cani…».
11Pietro fa una fischiatina significativa. Poi dice: «Allora è meglio fare così…», e messe le mani ad imbuto alla bocca chiama forte: «Maestro. Vieni qui. Ci sono dei cuori che soffrono e ti vogliono».
«Ma che dici?! Lui?! Da noi?! Ma noi siamo servi ignobili’!». I quattro sono esterrefatti di tanto ardire.
12«Ma le frustate non sono piacevoli. E se capita quel bel fariseo non vorrei averne una porzione anche io…», ride Pietro scuotendo con la sua manona il più esterrefatto dei quattro.
Amati dal Messia.
13Gesù, col suo lungo passo, sta già raggiungendoli. I quattro non sanno che fare. Vorrebbero corrergli incontro, ma il rispetto li paralizza. Poveri esseri che la cattiveria umana ha reso di tutto impauriti. Cadono bocconi al suolo, adorando di lì il Messia che viene a loro.
14«La pace a tutti coloro che mi desiderano. Chi mi desidera ha desiderio di bene, ed Io lo amo come un amico. Alzatevi. Chi siete?».
Ma i quattro alzano appena il volto dal suolo e stanno in ginocchio e muti.
15Parla Pietro: «Sono quattro servi del fariseo Giocana, parente di Doras. Vorrebbero parlarti, ma… se arriva lui sono legnate, e allora ti ho detto: “Vieni”. Su, ragazzi. Non vi mangia! Abbiate fiducia. Pensate che sia un vostro amico».
«Noi… noi sappiamo di Te… Lo diceva Giona…»
16«Vengo per lui. Lo so che mi ha annunciato. Che sapete di Me?».
«Che sei il Messia. Che ti ha visto piccino, che gli angeli hanno cantato la pace ai buoni con la tua venuta, che sei stato perseguitato… ma che ti sei salvato, e che ora hai cercato i tuoi pastori e… e li ami. Questo lo diceva ora, queste ultime cose. E noi pensavamo: se è così buono da amare e cercare dei pastori, certo vorrebbe un poco di bene anche a noi… Abbiamo tanto bisogno di chi ci ami…».
17«Io vi amo. Soffrite molto?».
«Oh!… Ma quelli di Doras più ancora. Se Giocana ci trovasse qui a parlare!… Ma oggi è a Gerghesa. Ancora non è tornato dai Tabernacoli. Però il suo intendente questa sera ci darà il cibo dopo avere misurato il lavoro. Ma non importa. Riprenderemo il tempo non riposando per il pasto dell’ora di sesta».
Maestri d’aratura.
18«Di’, ragazzo. Non sarei buono io di mandare avanti quell’arnese lì? É un lavoro difficile?», chiede Pietro.
«Difficile no. Ma faticoso. Ci vuole forza».
19«Ce l’ho. Fammi vedere. Se riesco, tu parli ed io faccio il bove. Tu, Giovanni, Andrea e Giacomo, avanti alla lezione. Passiamo dai pesci ai vermi del suolo. Su!». Pietro mette mano all’asse traversa del timone. Ad ogni aratro sono due uomini, l’uno di qua, l’altro di là della lunga stanga timoniera. E guarda e imita tutte le mosse del contadino. Forte come è, e riposato, lavora bene e l’uomo lo loda.
20«Sono un maestro d’aratura», esclama contento il buon Pietro. «Su, Giovanni! Vieni qui. Un toro e un giovenco per aratro. All’altro, Giacomo e quel muto vitello del fratello mio. Forza! Ah… issa!», e le due coppie di aratori vanno affiancate rivoltando la terra e tracciando i solchi per il lungo campo, e al limite di esso rivoltano l’aratro e fanno il nuovo solco. Sembra che abbiano fatto sempre i contadini.
Servi del Dio d’Abramo.
21«Come sono buoni i tuoi amici!», dice il più audace dei servi di Giocana. «Tu li hai fatti tali?».
«Io ho dato una regola alla loro bontà. Come tu fai con le cesoie del potatore. Ma la bontà era in loro. Ora fiorisce bene perché vi è chi la cura».
22«Sono umili anche. Amici tuoi e servire così dei poveri servi!».
«Con Me non possono essere che coloro che amano l’umiltà, la mitezza, la continenza, l’onestà e l’amore, soprattutto l’amore. Perché chi ama Dio e prossimo ha di conseguenza tutte le virtù e acquista il Cielo».
23«Anche noi potremo averlo, noi che non abbiamo tempo di pregare, di andare al Tempio, di neppure alzare il capo dal solco?».
24«Rispondete: è in voi odio verso chi vi tratta così duramente? É in voi ribellione e rimprovero a Dio per avervi messi fra gli infimi della Terra?».
«Oh! no, Maestro! É la nostra sorte. Ma quando, stanchi, ci buttiamo sul giaciglio, diciamo: “Ebbene, il Dio di Abramo lo sa che siamo tanto sfiniti che non possiamo dirgli di più di: ‘Sia benedetto il Signore!”‘, e anche diciamo: “Anche oggi abbiamo vissuto senza peccare”… Sai… potremmo anche frodare un pochino, e col pane mangiare un frutto, o versare dell’olio sull’erbe lessate. Ma il padrone ha detto: “Ai servi basta il pane e l’erbe cotte, e nel tempo della messe un poco d’aceto nell’acqua per temperare la sete e dare il vigore”. E noi lo facciamo. Infine… si potrebbe stare peggio».
25«Ed Io vi dico che in verità il Dio d’Abramo sorride ai vostri cuori, mentre volge viso acerbo a coloro che lo insultano nel Tempio con bugiarde preghiere mentre non amano i loro simili».
26«Oh! ma fra simili si amano! Almeno… sembra così, perché si venerano a vicenda con doni e inchini. É con noi che non hanno amore. Ma noi siamo diversi da loro, ed è giusto».
I membri del Regno dei Cieli (Insegnamento messianico)
27«No. Nel Regno del Padre mio non è giusto. E diverso sarà il modo di giudicare. Non i ricchi e potenti, perché tali, avranno onori. Ma solo coloro che avranno sempre amato Dio amandolo sopra se stessi ed ogni altra cosa quale il denaro, il potere, la donna, la mensa; e amando i propri simili che sono tutti gli uomini, sia che siano ricchi o poveri, noti o ignoti, dotti o senza coltura, buoni o malvagi. Sì, anche i malvagi bisogna amarli. Non per la loro malvagità, ma per la pietà verso la loro anima da loro ferita a morte. Occorre amarli di un amore che supplica il Padre celeste di guarirli e redimerli. Nel Regno dei Cieli saranno beati coloro che avranno onorato il Signore con verità e giustizia, e amato i genitori ed i parenti per rispetto; coloro che non avranno rubato in nessun modo e nessuna cosa, ossia avranno dato e preteso il giusto, anche nel lavoro dei servi; coloro che non avranno ucciso né riputazioni né creature e non avranno avuto desiderio di uccidere, anche se i modi degli altri sono tanto crudeli da sollevare il cuore a sdegno e a rivolta; coloro che non avranno giurato il falso danneggiando il prossimo e la verità; coloro che non avranno commesso adulterio o vizio carnale quale che sia; coloro che miti e rassegnati avranno sempre accettato la loro sorte senza invidie verso gli altri. Di questi è il Regno dei Cieli, ed anche il mendico può essere lassù un re beato, mentre il Tetrarca nel suo potere sarà men che nulla, più che nulla anzi: sarà pasto di Mammona se avrà agito contro la legge eterna del Decalogo».
Il Santo e la Bestia.
Incontro del Santo e la bestia.
28Gli uomini sono a bocca aperta ad udirlo. Presso a Gesù sono Bartolomeo, Matteo, Simone, Filippo, Tommaso, Giacomo e Giuda d’Alfeo. Gli altri quattro continuano il loro lavoro, rossi, accaldati, ma allegri. Basta Pietro a tenere allegri tutti.
29«Oh! come aveva ragione Giona di dirti “Santo”! Tutto in Te è santo. Le parole, lo sguardo, il sorriso. Noi non abbiamo mai sentito l’anima così!…»
30«É molto che non vedete Giona?».
«Da quando è malato».
30«Malato?».
«Sì, Maestro. Non ne può più. Si trascinava già prima. Ma dopo i lavori d’estate e la vendemmia non sta più in piedi. Eppure… lo fa lavorare quel… Oh! Tu dici che bisogna amare tutti. Ma è molto difficile amare le iene! E Doras è più di una iena».
«Giona lo ama…».
«Sì, Maestro. E io dico che è santo come quelli che per fedeltà al Signore Iddio nostro sono stati uccisi con martirio».
31«Hai detto bene. Come ti chiami?».
«Michea, e questo Saulo, e questo Gioele, e questo Isaia».
32«Ricorderò i vostri nomi al Padre. E dite che Giona è molto malato?».
«Sì. Appena finito il lavoro si butta sullo strame e noi non lo vediamo. Ce lo dicono altri servi di Doras».
33«É sul lavoro a quest’ora?».
«Se sta ritto, sì. Dovrebbe essere oltre quel pometo».
34«Fu buono il raccolto di Doras?».
«Oh! celebre in tutta la regione. Le piante ebbero puntello per le frutta di grossezza di miracolo, e Doras dovette fare fabbricare nuovi tini perché l’uva non avrebbe potuto esser posta in quelli soliti, tant’era».
35«Allora Doras avrà premiato il suo servo!».
«Premiato! Oh! Signore, come lo conosci male!».
36«Ma Giona mi disse che anni or sono lo colpì a morte per la perdita di qualche grappolo e che divenne schiavo per debiti, avendogli il padrone fatto accusa di perdita per poca messe. Quest’anno che ebbe miracolosa abbondanza, avrebbe dovuto dunque dargli premio».
37«No. Lo frustò ferocemente, accusandolo di non avere gli scorsi anni ottenuto la stessa abbondanza per non avere curato la terra a dovere».
38«Ma quest’uomo è una belva!», esclama Matteo.
39«No. É un senza anima», dice Gesù.
Operazione riscatto.
40«Vi lascio, figli, con una benedizione. Avete pane e cibo per oggi?».
41«Abbiamo questo pane», e mostrano una pagnotta scura tratta da un sacchetto gettato al suolo.
42«Prendete il mio cibo. Non ho che questo. Ma Io sono da Doras oggi e…».
«Tu da Doras?».
43«Si. Per riscattare Giona. Non lo sapevate?».
«Nessuno sa nulla… diffida, Maestro. Sei come una pecora nell’antro del lupo».
44«Non potrà farmi nulla. Prendete il mio cibo. Giacomo, dai quanto abbiamo. Anche il vostro vino. Giubilate un poco anche voi, poveri amici. E per l’anima e per il corpo. Pietro! Andiamo».
45«Vengo, Maestro. Non c’è che questo solco da finire». E corre a Gesù congestionato di fatica. Si asciuga col mantello che aveva spogliato, se lo rimette e ride felice. I quattro non finiscono di ringraziare.
46«Passerai di qui, Maestro?». «Sì, attendetemi. Saluterete Giona. Lo potete fare?».
«Oh! sì. Il campo doveva essere arato a sera. Più di due terzi è fatto. Come bene e svelto! Sono forti i tuoi amici! Dio vi benedica. Oggi per noi è più di festa d’Azzimi. Oh! che Dio vi benedica tutti! Tutti! Tutti!».
47Gesù se ne va dritto al pometo. Lo traversano, giungono ai campi di Doras. Altri contadini all’aratro o curvi a mondare i solchi dalle erbe strappate. Ma Giona non c’è. Gesù è riconosciuto e, senza lasciare il lavoro, gli uomini lo salutano.
48«Dove è Giona?».
«Dopo due ore è caduto sul solco ed è stato portato a casa. Povero Giona. Ancora per poco ha da soffrire. É proprio alla fine. Mai più avremo un amico più buono».
49«Me avete sulla Terra ed egli in seno ad Abramo. I morti amano i vivi di duplice amore: il loro e quello che assumono essendo con Dio, amore perfetto perciò».
«Oh! vai subito da lui. Che ti veda sul suo soffrire!».
Gesù benedice e va.
50«Ed ora che farai? Che dirai a Doras?», chiedono i discepoli.
«Andrò come nulla sapessi. Se egli si vede preso di fronte è capace di infierire su Giona e sui servi».
51«Ha ragione il tuo amico: è uno sciacallo», dice Pietro a Simone.
«Lazzaro non dice mai altro che il vero e non è maldicente. Lo conoscerai e lo amerai», risponde questi.
L’uomo sciacallo.
52Si vede la casa del fariseo. Larga, bassa, ma ben costrutta, in mezzo ad un frutteto ormai spoglio. Casa di campagna ma ricca e comoda. Pietro e Simone vanno avanti ad avvertire.
53Esce Doras. Un vecchio dal profilo duro di vecchio rapace. Occhi ironici, bocca di serpe che guizza in un sorriso falso fra la barba più bianca che nera. «Salute, Gesù», saluta famigliarmente e con palese degnazione.
54Gesù non dice: «Pace»; risponde: «Essa ti ritorni».
«Entra. La casa ti accoglie. Sei stato puntuale come un re».
55«Come un onesto», ribatte Gesù.
Doras ride come di una celia.
Gesù si volge e dice ai discepoli, non invitati: «Entrate. Sono i miei amici».
56«Vengano… ma… quello non è il gabelliere figlio d’Alfeo?».
«Questo è Matteo il discepolo del Cristo», dice Gesù con un tono che… l’altro capisce e torna a ridere più verde di prima.
57Doras vorrebbe schiacciare il «povero» maestro galileo sotto l’opulenza della sua casa, che dentro è fastosa. Fastosa e gelida. I servi paiono schiavi. Vanno curvi, sgattaiolando rapidi, timorosi sempre di punizione. Si sente la casa in cui regna freddezza e odio. Ma Gesù non si schiaccia con l’esposizione delle ricchezze né con il ricordargli il censo e le parentele… e Doras, che capisce l’indifferenza del Maestro, lo porta seco per il frutteto-giardino, mostrando piante rare e offrendo frutti delle stesse che i servi portano su vassoi e in coppe d’oro. Gesù gusta e loda la squisitezza delle frutta, parte conservate come in un giulebbe, e sono pesche bellissime, parte allo stato naturale e sono pere di una grossezza rara.
58«Le ho io solo in tutta la Palestina e credo che neppure nella intera penisola ve ne siano. Le ho mandate a prendere in Persia e più lontano ancora. La carovana mi costò quanto un talento. Ma neanche i Tetrarca hanno questi frutti. Forse neanche Cesare li ha. Ne conto i frutti e voglio tutti i noccioli. E le pere solo alla mia tavola si consumano, perché non voglio che ne sia carpito un seme. Ad Anna ne mando, ma solo di già cotte perché siano sterili».
59«Sono piante di Dio, però. E gli uomini sono tutti uguali».
«Uguali? Noooh! Io uguale a… ai tuoi galilei?».
60«L’anima viene da Dio, ed Egli le crea uguali».
«Ma io sono Doras, il fedele fariseo!…». Pare un tacchino che faccia la ruota nel dirlo.
61Gesù lo dardeggia con i suoi occhi di zaffiro che si fanno sempre più accesi, segno che denuncia in Lui o rigurgito di pietà o di severità. Gesù è tanto più alto di Doras e lo domina, imponente nel suo abito purpureo presso il piccolo, un poco curvo fariseo incartapecorito nel suo abito di un’ampiezza e una abbondanza di frange impressionante.
Fariseo subdolo, mentitore, spergiuro, assassino.
62Doras, dopo qualche tempo di auto-ammirazione di sé, esclama: «Però, Gesù, perché mandare nella casa di Doras, il puro fariseo, Lazzaro, fratello di una meretrice? Tuo amico Lazzaro? Ma non devi! Non sai che è nell’anatema perché la sorella Maria è meretrice?».
«Non conosco altro che Lazzaro e le sue azioni che sono oneste».
63«Ma il mondo ricorda il peccato di quella casa e vede che la sua macchia si estende sugli amici… Non vi andare. Perché non sei fariseo? Se vuoi… io sono potente… ti faccio accogliere per tale nonostante Tu sia galileo. Tutto io posso nel Sinedrio. Anna è in mia mano come questo lembo del mio mantello. Saresti più temuto».
«Voglio solo essere amato».
64«Io ti amerò. Vedi che già ti amo cedendo al tuo desiderio e dandoti Giona».
«L’ho pagato». vero, e mi sono stupito che Tu potessi versare tale somma».
«Non Io. Un amico per Me».
65«Bene, bene. Non indago. Dico: vedi che ti amo e voglio farti contento. Avrai Giona dopo il pasto. Solo per Te faccio questo sacrificio…», e ride del suo crudele riso.
Gesù lo dardeggia sempre più severo con le braccia conserte al petto. Sono ancora nel giardino-frutteto in attesa del pasto.
66«Però Tu mi devi fare contento. Gioia per gioia. Io ti do il servo migliore. Mi privo perciò di un utile futuro. Quest’anno la tua benedizione – so che sei venuto all’inizio del gran calore – mi ha dato raccolti che hanno reso celebri i miei poderi. Ora benedici le mie mandre ed i miei campi. Per l’anno prossimo non rimpiangerò Giona… e intanto troverò uno suo pari. Vieni, benedici. Dammi la gioia d’esser celebrato per tutta la Palestina e di avere ovili e granai rigurgitanti di ogni bene. Vieni», e lo afferra e cerca trascinarlo, preso dalla febbre dell’oro.
Morire da uomo libero.
“Amico fedele, sei libero”.
67Ma Gesù resiste: «Dove è Giona?», chiede severo.
«All’aratura. Ha voluto fare ancora questo per il suo buon padrone. Ma prima che il pasto sia finito verrà. Intanto vieni a benedire le mandre, i campi, i frutteti, le vigne, i frantoi. Tutto, tutto… Oh! come saranno fertili l’anno veniente! Vieni dunque».
«Dove è Giona?», tuona Gesù più forte.
«Ma te l’ho detto! Presiede l’aratura. É il primo servo e non lavora: presiede».
«Mentitore!».
«Io? Lo giuro su Jeové!».
«Spergiuro!».
«Io? Io spergiuro? Io che sono il fedele più fedele? Guarda come parli!».
«Assassino!». Gesù ha sempre più elevato la voce, e l’ultima parola è un tuono.
68I discepoli gli si fanno intorno, i servi si affacciano dalle porte timorosi. Il volto di Gesù è insostenibile nella sua severità. Gli occhi sembrano emanare raggi fosforescenti.
69Doras ne ha un attimo di paura. Si fa più piccolo, matassa di stoffa finissima presso l’alta persona di Gesù vestita di pesante lana rosso cupo. Ma poi la superbia lo riprende e urla con la sua voce squittente, proprio come quella delle volpi: «In casa mia ordino io solo. Esci, vile galileo».
70«Uscirò dopo avere maledetto te, i tuoi campi, armenti e vigne, per questo e per gli anni avvenire».
«No, questo no! Sì. È vero. Giona è malato. Ma è curato. Bene è curato. Ritira la tua maledizione».
«Dove è Giona? Un servo mi conduca a lui, subito. Io l’ho pagato e, poi che per te è una merce, una macchina, tale lo considero; e poi che l’ho acquistato, lo voglio».
71Doras trae un fischietto d’oro dal seno e fischia tre volte. Un nuvolo di servi della casa e della terra sbucano da ogni parte, corrono, talmente curvi da strisciare quasi, fino presso il temuto padrone.
«Portate Giona a costui e consegnatelo. Dove vai?».
72Gesù neppure risponde. Cammina dietro i servi che si sono precipitati oltre il giardino verso le case dei contadini, le luride tane dei miseri contadini. Entrano nella stamberga di Giona.
73Questo ha finito di scheletrirsi e anela seminudo per la febbre sul graticcio di canne, su cui fa da materasso una veste rattoppata e da copertura un ancor più rotto mantello. La giovane dell’altra volta lo cura come può.
74«Giona! Amico mio! Sono venuto a prenderti!».
«Tu? Signor mio! Muoio… ma sono felice di averti qui!».
74«Amico fedele, sei libero ora, e qui non morrai. Ti porto a casa mia».
«Libero? Perché? A casa tua? Ah, sì! lo avevi promesso che l’avrei vista tua Madre».
75Gesù è tutto amore, curvo sul miserabile letto dell’infelice. E Giona pare rianimarsi dalla gioia.
«Pietro, tu sei forte. Solleva Giona, e voi date il mantello. È troppo duro questo letto per uno nel suo stato».
I discepoli si spogliano dei loro mantelli con prontezza, li piegano a più doppi e li stendono, di alcuni fanno guanciale. Pietro depone il suo carico d’ossa e Gesù lo copre col suo stesso mantello.
76«Pietro, hai denaro?».
«Sì, Maestro, ho quaranta denari».
«Va bene. Andiamo. Coraggio, Giona. Un poco di fatica ancora, poi tanta pace nella mia casa, presso Maria…».
«Maria… sì… oh! la tua casa!». Nel suo sfinimento piange il povero Giona. Non sa che piangere.
77«Addio, donna. Ti benedirà il Signore per la tua misericordia».
«Addio Signore, addio Giona. Prega, pregate per me». La giovane piange…
A morte il Messia!
78Quando sono sulla soglia, ecco Doras. Giona ha un atto di paura e si ripara il viso. Ma Gesù gli pone una mano sul capo ed esce al suo fianco, più severo di un giudice. Il misero corteo esce nella corte rustica, prende il sentiero del brolo.
«Quel letto è mio! Ti ho venduto il servo. Non il letto».
79Gesù gli butta ai piedi la borsa senza parlare. Doras la prende, la svuota. «Quaranta denari e cinque didramme. É poco!».
80Gesù squadra, ed è impossibile dire cosa è il suo atto, l’avido e ripugnante aguzzino e non risponde.
«Almeno dimmi che ritiri l’anatema!»
81Gesù lo fulmina con un nuovo sguardo e una breve frase: «Ti affido al Dio del Sinai», e passa eretto oltre, a fianco della rustica lettiga portata con precauzione da Pietro e Andrea.
81Doras, vedendo che tutto è inutile, che la condanna è certa, urla: «Ci rivedremo, Gesù! Oh! ti avrò fra le unghie ancora! Guerra a morte ti farò. Prenditi pure questo straccio d’uomo. Non mi serve più. Risparmierò il seppellimento. Va’, va’, satana maledetto! Ma tutto il Sinedrio ti metterò contro. Satana! Satana!».
Il milite romano Publio.
82Gesù non mostra di udire. I discepoli sono costernati. Gesù si occupa solo di Giona. Cerca i sentieri più piani, più riparati, fino a che giunge ad un crocicchio presso i campi di Giocana. I quattro contadini corrono a salutare l’amico che parte e il Salvatore che benedice.
Ma lunga è la strada da Esdrelon a Nazaret, né si può procedere spediti con quel pietoso carico. Lungo la via maestra non vi è nessun carro o carretto. Nulla. Procedono in silenzio. Giona pare che dorma. Ma non abbandona la mano di Gesù.
83Verso sera, ecco un carro militare romano che li raggiunge.
«In nome di Dio, fermate», dice Gesù alzando il braccio. I due soldati fermano; dalla tenda tirata sul carro, poiché comincia a piovere, fa capolino un graduato tutto pomposo.
84«Che vuoi?», chiede a Gesù.
«Ho un amico morente. Vi chiedo posto per lui sul carro».
«Non si potrebbe… ma… sali. Non siamo cani neppure noi».
Viene issata la barella.
«Tuo amico? Chi sei?».
«Rabbi Gesù di Nazareth».
«Tu? Oh!…».
85Il graduato lo guarda curioso. «Se sei Tu allora… salite in quanti più potete. Basta non vi facciate vedere… È ordine così… ma sopra l’ordine c’è anche l’umanità, no? E Tu sei buono. Lo so. Eh! noi soldati sappiamo tutto… Come lo so? Anche le pietre parlano in bene e in male, e noi abbiamo orecchie ad udirle per servire Cesare. Tu non sei un falso Cristo come gli altri di prima, sediziosi e ribelli. Tu sei buono. Roma lo sa. Quest’uomo… è molto malato».
«Lo porto da mia Madre per questo».
«Umh! lo curerà per poco! Dagli un poco di vino. È in quella borraccia. Tu, Aquila, sferza i cavalli e tu, Quinto, dammi la razione di miele e burro. E, mia, ma gli farà bene. Ha molta tosse e il miele medica».
Una è la dottrina, per tutti.
86«Sei buono».
«No. Sono meno cattivo di molti. E sono contento di averti con me. Ricordati di Publio Quintilliano dell’Italica. Sto a Cesarea. Ma ora vado a Tolemaide. Ispezione d’ordine».
«Non mi sei nemico tu».
87«Io? Nemico dei cattivi. Mai dei buoni. E vorrei essere buono anche io. Dimmi: per noi, uomini d’arme, quale dottrina Tu predichi?».
88«Una è la dottrina, per tutti. Giustizia, onestà, continenza, pietà. Esercitare il proprio ufficio senza abusi. Anche nella dura necessità delle armi, seguire l’umanità. E cercare di conoscere la Verità, ossia Dio uno ed eterno, senza la quale conoscenza ogni azione rimane priva di grazia e perciò di premio eterno».
«Ma quando sono morto, che me ne faccio del bene fatto?».
89«Chi viene al Dio vero trova quel bene nell’altra vita».
«Rinasco un’altra volta? Divento tribuno o anche imperatore?»
90«No. Diventi simile a Dio sposandoti alla sua eterna beatitudine nel Cielo».
«Come? Nell’Olimpo io? Fra gli dèi?».
91«Non vi sono dèi. Vi è il Dio vero. Quello che Io predico. Quello che ti ode e segna la tua bontà e il tuo desiderio di conoscere il Bene».
«Questo mi piace! Non sapevo che Dio si potesse occupare di un povero soldato pagano».
92«Egli ti ha creato, Publio. Perciò ti ama e ti vorrebbe con Lui».
«Eh! … perché no? Ma… nessuno ci parla di Dio… mai…».
«Io verrò a Cesarea e mi udrai».
«Oh! sì. Ed io verrò ad udirti. Ecco là Nazaret. Io ti vorrei servire ancora. Ma se sono visto…».
93«Scendo, e ti benedico per la tua bontà».
«Salve, Maestro».
«Il Signore vi si mostri, militi. Addio».
Dolce sorella morte.
Scendono. Riprendono l’andare.
«Fra poco riposerai, Giona», rincuora Gesù.
94Giona sorride. È sempre più calmo man mano che scende la sera e che è sicuro di esser lontano da Doras.
Giovanni col fratello corre avanti, ad avvisare Maria. E quando il piccolo corteo giunge in Nazaret quasi deserta nella sera che scende, Maria è già sulla soglia in attesa del Figlio.
95«Madre, ecco Giona. Si ricovera sotto la tua dolcezza per cominciare a gustare il suo Paradiso. Felice, Giona?».
«Felice! Felice!», mormora come in estasi lo sfinito. Viene portato nella stanzetta dove morì Giuseppe.
96«Sei sul letto di mio padre. E qui è la Madre, e qui sono Io. Vedi? Nazaret diventa Betlemme, e tu ora sei il piccolo Gesù fra due che ti amano, e questi sono quelli che venerano in te il servo fedele. Gli angeli non li vedi, ma alitano su te le loro ali di luce e cantano le parole del salmo natalizio…».
97Gesù versa la sua dolcezza sul povero Giona che si accascia di attimo in attimo. Pare che abbia resistito fino allora per morire qui… ma è beato. Sorride, cerca baciare la mano di Gesù, quella di Maria, e di dire, dire… ma l’affanno spezza la parola. Maria lo conforta come una madre. E lui ripete: «Sì… sì» col suo sorriso beato nel volto scheletrito. I discepoli, sulla porta dell’orto, tacciono e osservano commossi.
98«Dio ha ascoltato il tuo lungo desiderio. La Stella della tua lunga notte ora diventa la Stella del tuo eterno mattino. Tu ne sai il Nome», dice Gesù.
99«Gesù, il tuo! Oh! Gesù! Gli angeli… Chi mi canta l’inno angelico? L’anima l’ode… ma anche l’orecchio lo vuole udire… Chi, per farmi dormire felice… Ho tanto sonno! Tanta fatica ho fatto!… Tante lacrime… Tanti insulti… Doras… io lo perdono… ma non voglio sentire la sua voce e la sento… È come la voce di Satana presso al mio morire. Chi me la copre quella voce con le parole venute dal Paradiso?».
100È Maria che, sull’aria stessa della sua ninna-nanna, canta piano: «Gloria a Dio negli alti Cieli e pace agli uomini quaggiù». E lo ripete due o tre volte, poiché vede che Giona si fa calmo nell’udirla.
101«Non parla più Doras», dice dopo qualche tempo. «Solo gli angeli… Era un Bambino… in una greppia… fra un bue e un asino… ed era il Messia… Ed io l’ho adorato… e con Lui c’era Giuseppe e Maria…». La voce si spegne in un breve gorgoglio e subentra il silenzio.
102«Pace in Cielo all’uomo di buona volontà! È morto. Lo metteremo nel nostro povero sepolcro. Merita di attendere la risurrezione dei morti presso al giusto mio padre», dice Gesù.
E mentre, avvertita da non so chi, entra Maria d’Alfeo, tutto cessa.
Isacco operatore della Provvidenza[56].
15Passa qualche tempo, poi entrano contemporaneamente Isacco, con delle uova e una cesta di pagnotte fragranti, e Andrea con dei pesci in una nassa.
«Ecco», dice Isacco. «Le manda il fattore e dice se occorre niente. Ha ordine così».
16«Lo vedi che di fame non si muore?», dice Tommaso all’Iscariota. E poi dice: «Dammi il pesce, Andrea. Che bello! Ma come si fa a prepararlo?… Qui non so fare».
«Ci penso io», dice Andrea. «Sono pescatore», e si mette in un angolo a sventrare i suoi pesci ancora vivi.
17«Sta venendo il Maestro. Ha fatto un giro in paese e per le campagne. Vedrete che presto ci sarà chi viene. Ha già guarito un malato d’occhi. E poi io avevo già percorso queste campagne e sapevano…».
18«Eh! già! Io, io!… Tutto i pastori… Noi abbiamo lasciato, io almeno, una vita sicura e abbiamo fatto questo e quello, ma non si è fatto nulla…».
Isacco guarda l’Iscariota stupito… ma filosoficamente non ribatte. Gli altri lo imitano… ma bollono di dentro.
17. I discorsi dell’Acqua Speciosa:
“Non tentare il Signore Iddio tuo”. Testimonianza del Battista[57].
Fatti del giorno
Ambiente
1Una serenissima giornata d’inverno. Sole e vento e un cielo sereno, unito, senza neppure il più piccolo ricordo di nuvola. Le prime ore del giorno. Ancora un leggero velo di brina, meglio di rugiada quasi gelata, fa da spolvero diamantifero sul suolo e sulle erbe.
Tre pastori discepoli del Battista.
2Vengono verso la casa tre uomini, che camminano sicuri come chi sa dove si reca. Infine vedono Giovanni che traversa la corte carico di secchi d’acqua attinta al pozzo. E lo chiamano.
3Giovanni si volge, posa le brocche e dice: «Voi qui? Benvenuti! Il Maestro vi vedrà con gioia. Venite, venite, prima che sia qui la gente. Ora ne viene tanta!…»
4Sono i tre pastori discepoli di Giovanni Battista. Simeone, Giovanni e Mattia seguono contenti l’apostolo.
5«Maestro, ci sono tre amici. Guarda», dice Giovanni entrando nella cucina, dove arde allegro un grande fuoco di stipe spandendo un odore grato di bosco e di alloro bruciato.
6«Oh! La pace a voi, amici miei. Come mai venite a Me? Sventura al Battista?».
7«No, Maestro. Con sua licenza siamo venuti. Egli ti saluta e dice di raccomandare a Dio il leone inseguito dagli arcieri. Non si illude sulla sua sorte. Ma per ora è libero. Ed è felice perché sa che Tu hai molti fedeli. Anche quelli che prima erano suoi. Maestro… noi pure ardiamo di esserlo, ma… non vogliamo abbandonarlo ora che è perseguitato. Comprendici…», dice Simeone.
8«Vi benedico perché lo fate, anzi. Il Battista merita ogni rispetto e amore».
9«Sì. Dici bene. É grande il Battista e sempre più giganteggia. Sembra l’agave che, quando è presso a morire, fa il grande candelabro del settiforme fiore e fiammeggia con esso e profuma. Così lui. E sempre dice: “Solo vorrei vederlo una volta ancora…”. Vedere Te. Noi abbiamo raccolto questo suo grido d’anima e, senza dirglielo, te lo portiamo. Egli è “il Penitente”, “l’Astinente” è. E si macera anche del desiderio santo di vederti e di udirti. Io sono Tobia, or Mattia. Ma penso che non diverso da lui doveva essere l’arcangelo dato a Tobiolo[58]. Tutto in lui è saggezza».
Gioia del Precursore del Messia
19«Lo dice anche Giovanni. Giorni or sono alcuni discepoli suoi gli hanno detto, noi presenti: “Rabbi, Colui che era con te al di là del Giordano e al quale tu hai reso testimonianza, ora battezza. E tutti vanno da Lui. Resterai senza fedeli”.
20E Giovanni ha risposto: “Beato il mio orecchio che ode questo annuncio! Voi non sapete che gioia mi date. Sappiate che l’uomo non può prendere nulla se non gli è dato dal Cielo. Voi potete testimoniare che io ho detto: ‘Io non sono il Cristo, ma colui che sono stato mandato innanzi a Lui a preparargli la via’. L’uomo giusto non si appropria di un nome non suo e, anche se l’uomo vuol dargli lode col dirgli: ‘Sei quello’, ossia il santo, egli dice: ‘No. Per la verità, no. Io sono il suo servo’. E ne ha ugualmente grande gioia perché dice: ‘Ecco, un poco io gli somiglio se l’uomo può scambiarmi con Lui’. E che vuole colui che ama se non assomigliare all’amato suo? Solo la sposa gode dello sposo. Il paraninfo non potrebbe goderne, perché sarebbe immoralità e furto. Ma l’amico dello sposo, che gli sta vicino e ne ascolta la parola piena di gioia nuziale, prova una gioia tanto viva da essere quasi simile a quella che fa beata la vergine a lui sposata, che in essa pregusta il miele delle parole nuziali. Questa è la mia gioia, ed è completa.
Bisogna che il Messia cresca
21Che fa ancora l’amico dello sposo, dopo avere per mesi servito l’amico ed avergli scortato alla casa la sposa? Si ritira e scompare. Così io! Così io! Uno solo resta, lo sposo con la sposa: ‘l’Uomo con l’Umanità. Oh! profonda parola! Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca.
Il Messia è al di sopra di tutti
22Chi viene dal Cielo è al di sopra di tutti. Patriarchi e Profeti scompaiono al suo venire, perché Egli è pari al sole che tutto illumina e di così viva luce che gli astri e pianeti, spenti di luce, se ne vestono, e quelli che spenti non sono si annullano nel suo supremo splendore. Così avviene perché Egli viene dal Cielo, mentre i Patriarchi ed i Profeti andranno al Cielo, ma dal Cielo non vengono. Chi viene dal Cielo è superiore a tutti. E annunzia ciò che ha visto e udito. Ma nessuno può accettare la sua testimonianza fra quelli che al Cielo non tendono e perciò rinnegano Iddio. Chi accetta la testimonianza di Colui che dal Cielo è disceso, suggella, con questo suo credere, la sua fede che Dio è vero e non fola senza verità, e sente la Verità perché ha l’animo volonteroso di lei.
Chi crede nel Messia ha la Vita eterna
23Perché Colui che Dio ha inviato pronunzia parole di Dio, perché Dio gli dà lo Spirito con plenitudine, e lo Spirito dice: ‘Eccomi. Prendimi, ché voglio essere teco, Tu delizia del nostro amore. Perché il Padre ama il Figlio senza misura e tutte le cose ha messo in sua mano. Perciò chi crede nel Figlio ha la vita eterna. Ma chi rifiuta di credere nel Figlio non vedrà la Vita. E la collera di Dio resterà in lui e su lui”.
24Così ha detto. Me le sono stampate nella mente per dirtele, queste parole», dice Mattia…
Colui che più al Cielo si accosta.
25«Ed Io te ne do lode e grazie. Il Profeta ultimo di Israele non è Colui che dal Cielo discende, ma, per essere stato beneficato dei divini doni dal ventre della madre – voi non lo sapete ma Io ve lo dico – è colui che più al Cielo si accosta».
26«Che? Che? Oh! racconta! Egli dice di sé: “Io sono il peccatore”». I tre pastori sono ansiosi di sapere e anche i discepoli sono lo stesso vogliosi di sapere.
27«Quando la Madre mi portava, di Me-Dio essendo incinta, andò a servire, perché è l’Umile e Amorosa, la madre di Giovanni, cugina a Lei per madre, e gravida in vecchiezza. Già il Battista aveva la sua anima, perché era al settimo mese della sua formazione. E il germe dell’uomo, chiuso nel seno materno, trabalzò di gioia nel sentire la voce della Sposa di Dio. Precursore anche in questo, egli precorse i redenti, perché da seno a seno si effuse la Grazia, e penetrò, e cadde la Colpa d’origine dall’anima del fanciullo. Onde Io dico che sulla Terra tre sono i possessori della Sapienza, così come in Cielo tre sono coloro che Sapienza sono: il Verbo, la Madre, il Precursore sulla Terra; il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo in Cielo».
28«Il nostro animo è ricolmo di stupore… Quasi come quando ci fu detto: “É nato il Messia…”. Perché Tu eri l’abisso della misericordia e questo nostro Giovanni è l’abisso della umiltà».
29«E mia Madre è l’abisso della purezza, della grazia, della carità, dell’ubbidienza, dell’umiltà, di ogni altra virtù che è di Dio e che Dio infonde ai suoi santi».
40Non vi sono malati né miracoli, e Pietro dice ai tre discepoli del Battista: «Me ne spiace per voi».
41«Oh! non occorre. Noi crediamo senza vedere. Abbiamo avuto il miracolo del suo natale a farci credenti. E ora abbiamo la sua parola a confermare la nostra fede. Non chiediamo che di servirla sino al Cielo come Giona, fratello nostro».
Tutto ha fine.
18. Le Encenie in casa di Lazzaro, presente y pastori. Potere della volontà e rievocazione della nascita di Gesù[59].
La festa delle luci.
Sorpresa …!
Ti abbiamo fatto attendere, Marta. Ma parlavo a Simone di stelle e ci siamo dimenticati di queste luci. Veramente la tua casa è un firmamento questa sera…».
14«Non solo per noi e per i servi, ma anche per Te e per gli ospiti tuoi amici abbiamo acceso. Grazie di essere venuto per l’ultima sera. Ora la festa è proprio la Purificazione…». Marta vorrebbe dire di più, ma sente salire il pianto e tace.
15«Pace a tutti voi», dice Gesù entrando nell’atrio folgorante di decine di lumi di argento, tutti accesi e posti per ogni dove.
16Lazzaro si fa avanti sorridente: «Pace e benedizione a Te, Maestro, e molti anni di santa felicità». Si baciano. «Mi hanno detto certi nostri amici che Tu sei nato mentre Betlemme ardeva per una lontana Encenie. Di averti questa sera noi ed essi giubiliamo. Non chiedi chi sono?»
17«Altri amici non ho, che non siano i discepoli e i cari di Betania, fuor dei pastori. Sono dunque essi. Venuti? A che?».
18«Ad adorarti, Messia nostro. Lo sapemmo da Gionata e qui siamo. Coi nostri armenti, ora nelle stalle di Lazzaro, e coi nostri cuori ora e sempre sotto i tuoi piedi santi». Isacco ha parlato per Elia, Levi, Giuseppe e Gionata, che sono tutti prostrati ai suoi piedi: Gionata nella soffice veste dell’intendente beneamato dal padrone; Isacco nella sua di instancabile pellegrino, di grossa lana marrone scuro, impermeabile all’acqua; Levi, Giuseppe, Elia in vesti date da Lazzaro, fresche, monde per poter assidersi alle mense senza portarvi la povera veste stracciata e sitente di mandra dei pastori.
19«Per questo mi avete mandato nel giardino? Dio vi benedica tutti! Non manca che la Madre alla mia felicità. Alzatevi, alzatevi. È il mio primo Natale che faccio senza la Madre. Ma la vostra presenza mi solleva dalla tristezza, dalla nostalgia del suo bacio».
“Cadano le regole per dare posto all’amore”.
20Entrano tutti nella stanza delle mense. Qui i lumi sono per la maggior parte in oro e il metallo si avviva della luce delle fiamme, e le fiamme sembrano più splendide per il riflesso che dà loro tanto oro. La tavola è stata messa a U per dare posto a tanta gente e poterla servire senza ostacolare le operazioni degli scalchi e dei servi. Oltre a Lazzaro vi sono gli apostoli, i pastori, Massimino, il vecchio servo di Simone.
21Marta sorveglia la disposizione dei posti e vorrebbe stare in piedi. Ma Gesù si impone: «Oggi non sei l’albergatrice, sei la sorella e ti siedi come mi fossi di un sangue. Siamo una famiglia. Cadano le regole per dare posto all’amore. Qui, al mio lato, e presso te Giovanni. Io con Lazzaro. Ma datemi un lume. Fra Me e Marta vegli una luce… una fiamma, per le assenti e pure presenti: per le amate, le attese, per le donne care e lontane. Tutte. La fiamma ha parole di luce. L’amore ha parole di fiamma, e vanno lontano queste parole, sull’onda incorporea degli spiriti che si trovano sempre, oltre monti e mari, e portano baci e benedizioni… Tutto portano. Non è forse vero?».
22Marta posa la lampada dove Gesù vuole, ad un posto che resta vuoto… e, poiché Marta capisce, si curva a baciare la mano di Gesù, che poi le si posa sulla testa bruna, benedicente e riconfortante.
Il Natale del Messia.
Ricordi del Natale.
23Il pasto ha inizio. Un poco confusi sul principio i tre pastori mentre Isacco è già più sicuro e Gionata non mostra disagio – ma si rinfrancano sempre più, più il pasto procede, e dopo avere taciuto parlano. E di che devono parlare se non del loro ricordo? «Ci eravamo ritirati da poco», dice Levi. «Ed io avevo tanto freddo che mi rifugiai fra le pecore, piangendo per desiderio della mamma…».
24«Io pensavo invece alla giovane madre che avevo incontrata poco prima e mi dicevo: “Avrà trovato posto?”. Ad averlo saputo che era in una stalla! Nello stabbio l’avrei condotta… Ma era così gentile – un giglio delle nostre valli – che mi parve offesa dirle: “Vieni fra noi”. Ma pensavo a Lei… e sentivo ancora più il freddo pensando a quanto la doveva far soffrire. Ti ricordi che luce quella sera? E la tua paura?».
25«Sì… ma poi… l’angelo… Oh!…». Levi, un poco trasognato, sorride al suo ricordo.
La verità di tanti nel giorno del giudizio.
26«Oh! sentite un poco, amici. Noi non sappiamo che poco e male. Abbiamo sentito parlare di angeli, di greppie, di greggi, di Betlemme… E noi sappiamo che Lui è galileo e falegname… Non è giusto che non si sappia noi! Al Maestro l’ho chiesto all’Acqua Speciosa… ma poi si parlò d’altro. Costui, che sa, non mi ha detto nulla… Sì, parlo a te, Giovanni di Zebedeo. Bel rispetto che hai per l’anziano! Tieni tutto per te e mi lasci crescere da discepolo zuccone. Non lo sono già di mio abbastanza?».
27Ridono per lo sdegno buono di Pietro. Ma lui si volge al suo Maestro: «Ridono. Ma ho ragione»; e poi a Bartolomeo, Filippo, Matteo, Tommaso, Giacomo e Andrea: «Avanti, ditelo anche voi, protestate con me! Perché non sappiamo nulla noi?».
28«Veramente… Dove eravate quando moriva Giona? e dove sul Libano?».
«Hai ragione. Ma per Giona, io almeno, l’ho creduto delirio di morente, e sul Libano… ero stanco e assonnato. Perdonami, Maestro, ma è la verità».
29«E sarà la verità di tanti! Il mondo degli evangelizzati sovente risponderà al Giudice eterno, per scusare la sua ignoranza nonostante l’insegnamento dei miei apostoli, risponderà ciò che tu dici: “Lo credetti delirio… Ero stanco e assonnato”. E sovente non ammetterà la verità perché la scambierà per delirio, e non ricorderà la verità perché sarà stanco e assonnato per troppe cose inutili, caduche, peccaminose anche. Una sola cosa è necessaria: conoscere Iddio».
30«Ebbene, ora che ci hai detto quello che ci sta bene, raccontaci le cose come sono state… Al tuo Pietro. Poi le dico alla gente. Se no… te l’ho detto: che posso dire? Il passato non lo so, le profezie e il Libro non lo so spiegare, il futuro… oh! povero me! E che evangelizzo allora?».
31«Sì, Maestro. Che si sappia anche noi… Sappiamo che sei il Messia e lo crediamo. Ma, almeno per mio conto, ho dovuto faticare ad ammettere che da Nazaret potesse venire del buono… Perché non mi hai subito reso noto il tuo passato?», dice Bartolomeo.
L’Immacolata concezione.
32«Per provare la tua fede e la luminosità del tuo spirito. Ma ora vi parlerò, anzi, vi parleremo del mio passato. Io dirò ciò che anche i pastori non sanno, ed essi ciò che videro. E conoscerete l’alba di Cristo. Udite.
33Essendo venuto il tempo della Grazia, Dio si preparò la sua Vergine. Voi bene potete comprendere come non potesse risiedere Dio là dove Satana aveva messo un incancellabile segno. Perciò la Potenza operò per fare il suo futuro tabernacolo senza macchia. E da due giusti, in vecchiezza e contro le regole comuni del procreare, fu concepita Quella su cui non è macchia veruna. Chi depose quell’anima nella carne embrionale che rinverdiva il vecchio seno di Anna di Aronne, la nonna mia? Tu, Levi, hai visto l’arcangelo di tutti gli annunzi. Puoi dire: è quello. Perché la “Forza di Dio”[60] fu sempre il vittorioso che portò lo squillo di gioia ai santi e ai Profeti, l’indomabile sul quale la pur grande forza di Satana si spezzò come stelo di musco disseccato, l’intelligente che stornò con la buona e lucida intelligenza le insidie dell’altro intelligente ma malvagio, rendendo con prontezza eseguito il comando di Dio.
34In un grido di giubilo egli, l’Annunziatore che già conosceva le vie della Terra per essere sceso a parlare ai Profeti[61], raccolse dal Fuoco divino la immacolata scintilla che era l’anima della eterna Fanciulla e, serrandola in un cerchio di fiamme angeliche, quelle del suo spirituale amore, la portò sulla Terra, in una casa, in un seno[62]. E il mondo, da quel momento, ebbe l’Adoratrice; e Dio, da quel momento, poté guardare un punto della Terra senza averne disgusto. E nacque una creaturina: l’Amata di Dio e degli angeli, la Consacrata a Dio, la santamente Amata dai parenti. “E Abele dette a Dio le primizie del suo gregge”[63]. Oh! che in verità i nonni dell’eterno Abele seppero dare a Dio la primizia del loro bene, tutto il loro bene, morendo per avere dato questo bene a chi lo aveva loro dato!
La sempre Vergine .
35Mia Madre fu la Fanciulla del Tempio dai tre ai quindici anni e affrettò la venuta del Cristo con la forza del suo amare. Vergine avanti il suo concepimento, vergine nelle oscurità d’un seno, vergine nei suoi vagiti, vergine nei suoi primi passi, la Vergine fu di Dio, di Dio solo, e proclamò il suo diritto, superiore al decreto della Legge d’Israele, ottenendo dallo sposo a Lei dato da Dio di rimanere inviolata dopo le nozze.
36Giuseppe di Nazaret era un giusto. Solo a lui poteva essere dato il Giglio di Dio e solo lui lo ebbe. E, angelo nell’anima e nella carne, egli amò come amano gli angeli di Dio. L’abisso di questo forte amore, che ebbe tutte le tenerezze coniugali senza sorpassare la barriera di celeste fuoco oltre la quale era l’Arca del Signore, sarà compreso solo da pochi sulla Terra. É la testimonianza di ciò che può un giusto sol che voglia. Ciò che può, perché anche l’anima, ancor lesa dalla macchia d’origine, ha forze potenti di elevazione, e ricordi e ritorni alla sua dignità di figlia di Dio, e divinamente opera per amore del Padre.
L’Annunciazione.
37Ancora era Maria nella sua casa, in attesa della unione con lo sposo, quando Gabriele, l’angelo dei divini annunzi, tornò sulla Terra e chiese alla Vergine d’essere Madre. Già aveva promesso al sacerdote Zaccaria il Precursore e non era stato creduto. Ma la Vergine credette che ciò potesse essere per volere di Dio e, sublime nella sua ignoranza, chiese solo: “Come può ciò avvenire?”. E l’angelo le rispose: “Tu sei la Piena di Grazia, o Maria. Non temere dunque, ché grazia hai trovato presso il Signore anche per quanto è la tua verginità. Tu concepirai e partorirai un Figlio al quale metterai nome Gesù, perché Egli è il Salvatore promesso a Giacobbe e a tutti i Patriarchi e Profeti d’Israele. Egli sarà grande e Figlio vero dell’Altissimo, perché per opera di Spirito Santo sarà concepito. A Lui il Padre darà il trono di Davide, come è predetto, e regnerà sulla casa di Giacobbe sino alla fine dei secoli, ma il suo vero Regno non avrà mai fine. Ora il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo attendono la tua ubbidienza per compiere la promessa. Già è il Precursore del Cristo nel seno di Elisabetta, tua cugina, e se tu consenti lo Spirito Santo scenderà su te, e santo sarà Colui che da te nascerà e porterà il suo vero nome di Figlio di Dio”.
38E allora Maria rispose: “Ecco l’Ancella del Signore. Si faccia di me secondo la sua parola”. E lo Spirito di Dio scese sulla sua Sposa e nel primo abbraccio le impartì le sue luci che sopra-perfezionarono le virtù di silenzio, umiltà, prudenza e carità di cui Ella era piena, ed Ella fu tutt’una con la Sapienza, e non più fu scindibile dalla Carità, e l’Ubbidiente e Casta si perse nell’oceano della Ubbidienza che Io sono, e conobbe la gioia d’esser Madre senza conoscere il turbamento d’esser sfiorata. Fu la neve che si concentra in fiore e si offre a Dio così…».
Giuseppe era un santo.
39«Ma il marito?», chiede sbalordito Pietro.
«Il sigillo di Dio chiuse le labbra di Maria.
40E Giuseppe non seppe del prodigio che quando, di ritorno dalla casa di Zaccaria parente, Maria apparve madre agli occhi dello sposo».
41«E che fece lui?».
«Soffrì… e soffri Maria…».
«Se ero io…».
42«Giuseppe era un santo, Simone di Giona. Dio sa dove mettere i suoi doni… Acerbamente soffrì e decise di abbandonarla, addossandosi taccia di ingiusto. Ma l’angelo scese a dirgli: “Non temere di prendere con te Maria tua sposa. Perché quello che in Lei si forma è il Figlio di Dio e per opera di Dio Ella è Madre. E quando il Figlio sarà nato gli metterai nome Gesù, perché Egli è il Salvatore”».
43«Era dotto Giuseppe?», chiede Bartolomeo.
«Come un discendente di Davide».
44«Allora avrà avuto subita luce nel ricordare il Profeta: “Ecco una vergine concepirà…»[64]
45«Sì. La ebbe. Alla prova successe il gaudio…».
46«Se ero io…», torna a dire Simon Pietro, «non succedeva, perché prima avrei… Oh! Signore, come è stato bene che non fossi io! L’avrei spezzata come uno stelo senza darle tempo di parlare. E dopo, se assassino non fossi stato, avrei avuto paura di Lei… La paura di tutto Israele, da secoli, per il Tabernacolo…».
47«Anche Mosè ebbe paura di Dio, e pure fu soccorso e stette con Lui sul monte[65]… Giuseppe andò dunque nella casa santa della Sposa e provvide ai bisogni della Vergine e del Nascituro. E venendo per tutti il tempo dell’editto, con Maria andò nella terra dei padri, e Betlemme li respinse perché il cuore degli uomini è chiuso alla carità. Ora parlate voi».
Gli eventi all’alba del Messia.
L’annuncio degli angeli ai pastori.
48«Io incontrai verso sera una donna giovane e sorridente a cavallo d’un somarello. Un uomo era con lei. Mi chiese del latte e informazioni. Ed io dissi ciò che sapevo… Poi venne la notte… e una grande luce… e uscimmo… e Levi vide un angelo presso lo stabbio. E l’angelo disse: “É nato il Salvatore”. Era la notte piena. E pieno di stelle era il cielo. Ma la luce si perdeva in quella dell’angelo e di mille e mille angeli… (Elia piange ancora nel ricordare). E ci disse l’angelo: “Andate ad adorarlo. É in una stalla, in una greppia, fra due animali… Troverete un piccolo Bambino avvolto in poveri panni… Oh! come sfavillava l’angelo dicendo queste parole!… Ma ti ricordi, Levi, le sue ali come mandavano fiamme quando, dopo essersi inchinato per nominare il Salvatore, disse:… che è il Cristo Signore”?».
49«Oh! se ricordo! E le voci dei mille? Oh!… “Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà!”. Quella musica è qui, è qui, e mi porta in Cielo ogni volta che la sento», e Levi alza un viso estatico su cui luce il pianto.
50«E andammo», dice Isacco. «Carichi come bestie da soma, lieti come per nozze, e poi… non seppimo più far nulla quando udimmo la tua piccola voce e quella della Madre, e spingemmo Levi, fanciullo, perché guardasse. Noi ci sentivamo lebbrosi presso tanto candore… E Levi ascoltava, e rideva piangendo, e ripeteva, così con voce d’agnello che la pecora di Elia ebbe un belato. E Giuseppe venne all’apertura e ci fece entrare… Oh! come eri piccino e bello! Un boccio di rosa carnicina sul ruvido fieno… e piangevi… Poi ridesti per il tepore della pelle di pecora che ti offrimmo e per il latte che ti mungemmo… Il tuo primo pasto… Oh!… e poi… e poi ti baciammo… Sapevi di mandorla e gelsomino… e noi non potevamo più lasciarti…».
«Non mi avete più lasciato, infatti».
L’adorazione dei Sapienti.
51«È vero», dice Gionata. «Il tuo viso restò in noi e la tua voce e il tuo sorriso… Crescevi… eri bello sempre più… Il mondo dei buoni veniva a bearsi di Te… e quello dei malvagi non ti vedeva… Anna… i tuoi primi passi… i tre Sapienti… la stella…».
52«Oh! quella notte, che luce! Il mondo pareva ardere con mille luci. Invece, la sera della tua venuta, la luce era fissa e di perla… Ora era la danza degli astri, allora l’adorazione degli astri. E noi da un’altura vedemmo passare la carovana e le andammo dietro per vedere se si fermava… E il giorno dopo tutta Betlemme vide l’adorazione dei Sapienti. E poi… Oh! non diciamo l’orrore!… Non lo diciamo!…» Elia sbiadisce nel ricordare.
53«Sì, non lo dire. Silenzio sull’odio…».
54«Il più grande dolore era non avere più Te e non sapere di Te. Neppure Zaccaria ne sapeva. Ultima nostra speranza… Più niente».
Formazione spirituale di Zaccaria.
55«Perché, Signore, non hai confortato i tuoi servi?».
«Chiedi il perché, Filippo? Perché era prudenza farlo. Vedi che anche Zaccaria, la cui formazione spirituale si completò dopo quell’ora, non volle sollevare il velo. Zaccaria…»
56«Ma ci hai detto che fu lui ad occuparsi dei pastori. E allora perché lui non disse, a loro prima, a Te poi, che gli uni cercavano l’Altro?».
57«Zaccaria era un giusto tutto uomo. Divenne meno uomo e più giusto nei nove mesi di mutismo, si perfezionò nei mesi successivi alla nascita di Giovanni, ma divenne uno spirito giusto quando sulla sua superbia di uomo cadde la smentita di Dio. Aveva detto: “Io, sacerdote di Dio, dico che a Betlemme deve vivere il Salvatore” e Dio gli aveva mostrato come il giudizio, anche sacerdotale, se non è illuminato da Dio è un povero giudizio. Sotto l’orrore del pensiero: “Potevo fare uccidere Gesù per la mia parola” Zaccaria divenne il giusto, che ora riposa attendendo il Paradiso. E giustizia gli insegnò prudenza e carità. Carità verso i pastori, prudenza verso il mondo al quale doveva essere sconosciuto il Cristo. Quando, di ritorno in patria, ci dirigemmo a Nazaret, per la stessa prudenza che ormai guidava Zaccaria evitammo Ebron e Betlemme, e costeggiando il mare tornammo in Galilea. Neppure il giorno della mia maggiore età fu possibile vedere Zaccaria, partito il giorno avanti col suo fanciullo per la stessa cerimonia.
Smarrimento.
58Dio vegliava, Dio provava, Dio provvedeva, Dio perfezionava. Avere Dio è anche avere sforzo, non solo avere gioia. E sforzo ebbero il padre mio d’amore e la Madre mia d’anima e di carne. Anche il lecito fu vietato perché il mistero fasciasse d’ombra il Messia fanciullo. E questo spieghi, a molti che non comprendono, la ragione duplice dell’affanno quando fui smarrito per tre giorni. Amore di madre, amore di padre per il fanciullo smarrito, tremore di custodi per il Messia che poteva essere disvelato anzi tempo, terrore di avere mal tutelato la Salute del mondo e il grande dono di Dio[66]. Questo il motivo dell’insolito grido: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre ed io, angustiati, ti cercavamo!”. Tuo padre, tua madre… Il velo gettato sul fulgore del divino Incarnato. E la rassicurante risposta: “Perché mi cercavate? Non sapevate che Io devo essere attivo nelle cose del Padre mio?”. Risposta raccolta e compresa dalla Piena di Grazia per quanto essa vale, ossia: “Non abbiate tema. Piccolo sono, un fanciullo. Ma se cresco, secondo umanità, in statura, sapienza e grazia agli occhi degli uomini, Io sono il Perfetto in quanto sono il Figlio del Padre e perciò so regolarmi con perfezione, servendo il Padre col farne splendere la luce, servendo Dio col conservargli il Salvatore”. E così feci fino a or è un anno. Ora il tempo è giunto. Si alzano i veli. E il Figlio di Giuseppe si mostra nella sua natura: il Messia della Buona Novella, il Salvatore, il Redentore e il Re del secolo futuro».
59«E non vedesti mai più Giovanni?».
«Solo al Giordano, Giovanni mio, quando volli il Battesimo».
60«Sicché Tu non sapevi che Zaccaria aveva fatto del bene a questi?».
«Ti ho detto: dopo il bagno del sangue innocente i giusti divennero santi, gli uomini divennero giusti. Solo i demoni rimasero quel che erano. Zaccaria imparò a santificarsi con l’umiltà, la carità, la prudenza, il silenzio».
61«Io voglio ricordare tutto questo. Ma lo potrò?», dice Pietro.
L’Evangelista Matteo.
62«Sta’ buono, Simone. Domani mi faccio ripetere tutto dai pastori. Con pace. Nel frutteto. Uno, due, tre volte se occorre. Io ho buona memoria, esercitata al mio banco, e ricorderò per tutti. Quando vorrai ti potrò ripetere tutto. Non tenevo neppure le note a Cafarnao, eppure…», dice Matteo.
63«Oh! non ti sbagliavi di un didramma!… Me lo ricordo… Bene! Te lo perdono il passato, ma proprio di cuore, se ti ricordi questo racconto… e se me lo dici sovente. Voglio mi entri in cuore come è in questi… come lo ebbe Giona… Oh! morire dicendo il suo Nome!…»
64Gesù guarda Pietro e sorride. Poi si alza e lo bacia sul capo brizzolato.
65«Perché, Maestro, questo tuo bacio?».
«Perché fosti profeta. Tu morrai dicendo il mio Nome. Ho baciato lo Spirito che parlava in te».
Inno levitico(Neemia 9,5-37).
66Poi Gesù intona forte un salmo e tutti, in piedi, fanno eco: « “Alzatevi e benedite il Signore vostro Dio, di eternità in eternità. Sia benedetto il suo Nome sublime e glorioso con ogni lode e benedizione. Tu solo sei il Signore. Tu hai fatto il cielo e il cielo dei cieli e tutto il loro esercito, la terra e tutto quello che contiene” ecc.» (è l’inno cantato dai leviti alla festa della consacrazione del popolo, cap. IX del II libro di Esdra); e tutto ha termine con questo lungo canto, che non so se sia nel rito antico o se Gesù lo dica di suo.
Il Precursore affida al Messia i suoi discepoli[67].
12«Io vado a morire. Ma come un padre si preoccupa dei figli suoi, io dei miei discepoli mi preoccupo. I miei discepoli… Tu sei Maestro e sai come per essi è vivo in noi l’amore. L’unica pena del mio morire è la tema che essi si perdano come pecore senza pastore. Raccoglili Tu. Io ti rendo i tre che sono tuoi e che mi furono perfetti discepoli in attesa di Te. In essi, e specie in Mattia, è realmente presente la Sapienza. Altri ne ho. E a Te verranno. Ma questi, lascia che io te li affidi personalmente. Sono i tre più cari».
13«Ed Io cari li ho. Va’ tranquillo, Giovanni. Non periranno. Né questi né gli altri che hai, veri discepoli. Io raccolgo la tua eredità e la veglierò come il tesoro più caro venuto dal perfetto amico mio e servo del Signore».
19. L’incontro con la Madre a Betania. Jabé cambia il suo nome in Marjziam[68].
Incontro con la madre
1Attraverso alla ombrosa strada che congiunge il monte degli Ulivi a Betania – e potrei dire che il monte giunge con le sue propaggini verdi sino alle campagne di Betania – Gesù coi suoi cammina sollecito verso la città di Lazzaro. E non vi è ancora entrato che viene riconosciuto, e volontarie staffette corrono in tutti i sensi ad avvertire della sua venuta. Per cui ecco accorrere Lazzaro e Massimino da un lato, Isacco con Timoneo e Giuseppe dall’altro, terza viene Marta con Marcella che alza il suo velo per curvarsi a baciare la veste di Gesù, e subito dopo accorrono Maria d’Alfeo e Maria Salome che venerano il Maestro e poi si abbracciano i figli; e mentre il piccolo Jabé, sempre per mano di Gesù, sballottato da tutti questi irruenti arrivi, osserva stupefatto, e Giovanni di Endor, sentendosi estraneo, si ritira in fondo al gruppo, in disparte, ecco farsi avanti, sul sentiero che conduce alla casa di Simone, la Madre.
2Gesù abbandona la mano di Jabé e dolcemente respinge gli amici per affrettarsi verso di Lei. Le note parole rompono l’aria, squillando come un assolo d’amore sul brusio della folla: «Figlio!»; «Mamma!».
3Si baciano, e nel bacio di Maria è l’affanno di chi ha temuto per tanto tempo ed ora, nello sciogliersi del terrore che l’ha tenuto, sente la stanchezza dello sforzo fatto, misura in tutta l’estensione il pericolo in cui è incorso…
4Gesù la carezza, Lui che comprende, e dice: «Oltre il mio angelo avevo il tuo, Madre, a vegliarmi. Non poteva accadermi nulla di male».
«Ne sia data lode al Signore. Ma ho tanto sofferto!».
5«Volevo venire più sollecito, ma ho dovuto fare altra via per ubbidire a te. E bene fu, perché il tuo comando, Madre mia, come sempre è fiorito in bene».
«La tua ubbidienza, Figlio!».
«Il tuo comando sapiente, Madre…» Si sorridono come due innamorati.
6Ma è possibile che questa Donna sia Madre di quest’Uomo? Dove sono i sedici anni di differenza? La freschezza e la grazia del volto e del corpo verginale fanno di Maria la sorella del suo Figlio, che è nella pienezza della sua bellissima virilità.
7«Non mi chiedi perché è fiorito in bene?» chiede Gesù sempre sorridendo.
«So che il mio Gesù non mi tiene nascosto nulla».
«Mamma cara!». La bacia ancora…
8La gente si è tenuta lontana qualche metro e mostra di non osservare la scena. Ma scommetto che non c’è uno, di tutti questi occhi che pare guardino altrove, che non sbirci la dolce scena.
Due figli dell’ ubbidienza
9Quello che guarda più di tutti è Jabé, che Gesù ha lasciato andare quando è corso ad abbracciare sua Madre e che è rimasto solo, perché nell’affollarsi delle domande e delle risposte l’attenzione è distratta dal povero bambino… Guarda, guarda, poi china il capo, lotta con il pianto… ma infine non ce la fa e scoppia in pianto, gemendo: «Mamma! Mamma!».
10Tutti, Gesù e Maria per i primi, si volgono, e tutti cercano riparare o sapere chi è il bambino. Maria d’Alfeo accorre, e accorre Pietro – erano insieme – dicendo entrambi: «Perché piangi?».
11Ma prima che fra il suo grande pianto Jabé possa trovare fiato per parlare, è accorsa Maria e lo ha preso in braccio dicendo: «Sì, figliolino mio, la Mamma! Non piangere più… e scusa se non ti ho visto prima. Ecco, amici, il mio figliolino…».
12Si capisce che Gesù, nel fare i pochi metri, le deve avere detto: «E’ un orfanello che ho preso con Me». Il resto lo ha intuito Maria.
13Il bambino piange ancora, ma meno desolatamente, e posto che Maria lo tiene in braccio e lo bacia, finisce col sorridere col visetto ancora lavato di pianto.
14«Vieni che ti asciugo tutte queste lacrime. Non devi piangere più! Dammi un bacio…»
Jabé… non chiedeva che quello, e dopo tante carezze di uomini barbuti si crogiola tutto nel baciare la guancia liscia di Maria.
15Ma Gesù ha cercato e scorto Giovanni di Endor e lo va a prendere nel suo angolino remoto. E mentre tutti gli apostoli salutano Maria, Gesù viene a Lei tenendo per mano Giovanni di Endor e dice: «Ecco, Madre, l’altro discepolo. Questi due figli ti ha ottenuto il tuo comando».
16«La tua ubbidienza, Figlio» ripete Maria, e poi saluta l’uomo dicendo: «La Pace è con te».
17L’uomo, il rude, inquieto uomo di Endor, che tanto si è già mutato da quel mattino in cui il capriccio dell’Iscariota ha portato Gesù a Endor, finisce di spogliarsi del suo passato mentre si inchina a Maria. Io credo sia così, tanto il volto che si rialza dopo il profondo inchino appare sereno, veramente «pacificato».
In casa di Simone
18Si avviano tutti verso la casa di Simone: Maria con Jabé in braccio, Gesù tenendo per mano Giovanni di Endor e poi, intorno e dietro, Lazzaro e Marta, gli apostoli con Massimino, Isacco, Giuseppe, Timoneo.
19Entrano nella casa sulla cui soglia il vecchio servo di Simone venera Gesù e il suo padrone. «La pace a te, Giuseppe, e a questa casa» dice Gesù alzando la mano a benedire dopo averla posata sulla testa bianca del vecchio servitore.
20Lazzaro e Marta, dopo la prima gioia, sono un poco tristi, e Gesù chiede: «Perché, amici?».
21«Perché Tu non sei con noi, e perché tutti vengono a Te meno l’anima che vorremmo fosse tua».
22«Fortificate pazienza, speranza e preghiera. E poi, Io sono con voi. Questa casa!… Questa casa non è che il nido da cui il Figlio dell’uomo volerà ogni giorno dai cari amici, così vicini nello spazio, ma, se si considera la cosa soprannaturalmente, infinitamente più vicini nell’amore. Voi siete nel mio cuore ed Io sono nel vostro. Si può essere più vicini di così? Ma questa sera staremo insieme. Vogliate sedervi alla mia tavola».
23«Oh! povera me! Ed io qui mi ciondolo! Vieni, Salome. Abbiamo da fare!». Il grido di Maria d’Alfeo fa sorridere tutti, mentre la buona parente di Gesù si alza sollecita per andare al suo lavoro.
24Ma Marta la raggiunge: «Non ti preoccupare, Maria, per il cibo. Vado a dare ordini. Tu prepara solo le mense. Ti manderò sedili sufficienti e quanto abbisogna. Vieni, Marcella. Torno subito, Maestro».
Storia di Jabè – Marziam
25«Ho visto Giuseppe d’Arimatea, Lazzaro. Lunedì viene qui con degli amici».
«Oh! allora quel giorno sei mio!».
26«Sì. Viene per stare insieme, ma anche per combinare per una cerimonia che si riflette a Jabé. Giovanni, porta il bambino sulla terrazza. Si divertirà».
27Giovanni di Zebedeo, ubbidiente sempre, si alza subito dal suo posto, e dopo poco si sente il cinguettio del bambino e le sue piccole pedate sulla terrazza che cinge la casa.
28«Il bambino» spiega Gesù alla Madre, agli amici, alle donne, fra cui è Marta, che ha volato per non perdere un minuto di gioia presso il Maestro, «è nipote di un contadino di Doras. Sono passato da Esdrelon… E’ vero che i campi sono una desolazione e che li vuole vendere?».
29«Una desolazione lo sono. Della vendita non so. Un contadino di Giocana me ne ha accennato. Ma non so se è cosa sicura».
30«Se li vendesse… li comprerei volentieri per avere un asilo per Te anche in mezzo a quel nido di serpenti».
«Non credo che ci riuscirai. Giocana è pronto a prenderli».
31«Vedremo… Ma continua il racconto. Che contadini sono? Quelli di prima li ha tutti sparsi».
32«Sì. Questi vengono dalle sue terre di Giudea, almeno il vecchio che è parente del bambino. Il bambino era tenuto nel bosco, come un animale selvatico, perché Doras non lo scorgesse… e vi è dall’inverno…»
33«Oh! povero bambino! Ma perché?». Le donne sono tutte commosse.
«Perché suo padre e sua madre sono rimasti sepolti dalla frana nei pressi di Emmaus. Tutti: padre, madre, fratellini. Lui è vissuto perché non era in casa. Lo hanno condotto dal vecchio padre. Ma che poteva un contadino di Doras? Tu, Isacco, hai parlato di Me come di un salvatore, anche per questo caso».
34«Ho fatto male, Signore?» chiede umilmente Isacco.
«Hai fatto bene. Dio lo voleva. Il vecchio mi ha dato il bambino, che deve anche divenire maggiorenne in questi giorni».
35«Oh! miserello! Così piccolo a dodici anni?! Il mio Giuda era alto quasi il doppio a quell’età… E Gesù? Che fiore!» dice Maria d’Alfeo.
E Salome: «Anche i miei figli erano ben più forti!».
Marta mormora: «Veramente è ben piccolino! Credevo non avesse ancora dieci anni».
36«Eh! la fame è brutta! E la deve avere fatta da quando fu al mondo. Ora poi… Cosa gli doveva dare il vecchio, se là si muore tutti di fame?» dice Pietro.
«Sì, ha molto sofferto. Ma è molto buono e intelligente. L’ho preso per consolare il vecchio e il bambino».
37«Lo adotti?» chiede Lazzaro.
«No. Non posso».
«Allora lo prendo io».
Il manto regale del Messia
38Pietro si vede dileguare la speranza e ha un gemito vero e proprio: «Signore! Tutto a lui?».
39Gesù sorride: «Lazzaro, tu hai già fatto tanto e te ne sono grato. Ma questo bambino non te lo posso confidare. E il “nostro” bambino. Di tutti noi. La gioia degli apostoli e del Maestro. Inoltre qui crescerebbe fra il fasto. Io gli voglio fare dono del mio manto regale: “l’onesta povertà”. Quella che il Figlio dell’uomo volle per Sé, per poter avvicinare tutte le più grandi miserie senza mortificare nessuno. Tu hai avuto anche di recente un mio dono…»
40«Ah! sì! Il vecchio patriarca e sua figlia. Molto attiva la donna, e il vecchio molto buono».
41«Dove sono ora? Voglio dire: in quale luogo?».
«Ma qui, a Betania. Ti pare che volessi allontanare la benedizione che Tu mi mandavi? La donna è al lino. Ci vogliono mani leggere ed esperte per quel lavoro. Il vecchio, posto che vuole proprio lavorare, l’ho messo agli alveari. Ieri – vero, sorella? – aveva la lunga barba tutta d’oro. Le api, sciamando, si erano attaccate tutte a quel barbone, ed egli parlava loro come a tante figlie. E’ felice».
«Lo credo! Che tu sia benedetto!» dice Gesù.
Gara di solidarietà
42«Grazie, Maestro. Ma quel bambino ti costerà! Mi permetterai almeno..»
«Ci penso io alla sua veste di festa» strilla Pietro. Ridono tutti per l’impulsività del grido.
43«Va bene. Ma avrà bisogno di altre vesti. Simone, sii buono. Sono anche io senza bambini. Lascia che io e Marta ci si consoli pensando a delle piccole vesti da fare».
44Pietro, così pregato, si commuove subito e dice: «Le vesti… sì… Ma la veste per mercoledì la prendo io. Me l’ha promesso il Maestro, e ha detto che andrò con la Madre ad acquistarla domani». Pietro dice tutto per paura di qualche mutazione in suo sfavore.
45Gesù sorride e dice: «Sì, Madre. Ti prego di andare domani con Simone. Altrimenti quest’uomo mi muore d’affanno. Lo consiglierai nella scelta».
«Io ho detto: veste rossa e cintura verde. Starà molto bene. Meglio che con quel colore che ha ora».
46«Rosso andrà molto bene. Anche Gesù era vestito di rosso. Ma io direi che starebbe meglio sul rosso una cintura rossa, o almeno ricamata in rosso» dice dolcemente Maria.
«Io dicevo così perché vedo che Giuda, che è bruno, sta molto bene con quelle strisce verdi sull’abito rosso».
47«Ma queste non sono verdi, amico!» ride l’Iscariota.
«No? E che colore è allora?».
48«Questo colore è detto “vena d’agata”»
«E che vuoi che ne sappia io?! Mi pareva verde. L’ho visto anche sulle foglie…»
49Maria SS. interviene benigna: «Simone ha ragione. È il colore esatto che prendono le foglie alle prime acque di tisri…».
50«Ecco! e siccome le foglie sono verdi io dicevo che era verde» termina contento Pietro. La Soave ha messo pace e gioia anche in questa piccola cosa.
Margziam: piccola stilla nel mare dei salvati
51«Chiamate il piccino» prega Maria. E il bambino accorre subito insieme a Giovanni.
52«Come ti chiami?» chiede Maria accarezzandolo. Sono… ero Jabé. Ma ora aspetto il nome… Lo aspetti?».
«Sì, Jabé vuole un nome che voglia dire che Io l’ho salvato. Tu lo cercherai, Madre. Un nome d’amore e di salvezza».
53Maria pensa… e poi dice: «Marjiam (Maarhgziam). Tu sei la piccola stilla nel mare dei salvati di Gesù. Ti piace? Così ricorda anche me oltre che la Salvezza».
«E’ molto bello» dice contento il bambino.
54«Ma non è un nome di donna?» chiede Bartolomeo.
«Con una elle al fondo, invece della emme, quando questa stilla di Umanità sarà adulto, potrete mutare il suo nome in nome d’uomo. Ora porta il nome che gli ha dato la Mamma. Non è vero?».
55Il bambino dice di sì e Maria lo carezza. La cognata la interpella: «E’ bella questa lana» e tocca il mantellino di Jabé.
«Ma ha un tal colore! Che dici? Io la tingerei in rosso scurissimo. Verrà bene».
«Domani sera lo faremo. Perché domani avrà la sua nuova veste. Ora non glielo possiamo levare».
56Marta dice: «Verresti con me, bambino? Ti porto qui vicino, a vedere tante cose, e poi si torna qui…»
57Jabé non si rifiuta. Non rifiuta mai niente… ma pare un poco spaurito ad andare con la donna quasi sconosciuta. Dice timido e gentile: «Potrebbe venire con me Giovanni?».
«Ma certo!…»
Convegno dei pastori[69]
58Se ne vanno. E nella loro assenza le conversazioni continuano fra i vari gruppi. Narrazioni, commenti, sospiri sulla durezza umana. Isacco racconta quanto ha potuto sapere del Battista. C’è chi lo dice in Macheronte e chi a Tiberiade. I discepoli non sono ancora tornati…
59«Ma non lo avevano seguito?».
«Sì. Ma presso Doco i catturatori traversarono il fiume col prigioniero e non si sa se poi sono risaliti al lago o scesi a Macheronte. Giovanni, Mattia e Simeone si sono sguinzagliati per sapere e non lo abbandoneranno certo».
60«E tu, Isacco, non mi abbandonerai certo questo nuovo discepolo. Per ora sta con Me. Voglio faccia la Pasqua con Me».
«Io la farò in Gerusalemme, in casa di Giovanna. Mi ha visto e mi ha offerto una stanza per me e i compagni. Vengono tutti, quest’anno. E saremo con Gionata».
61«Anche quelli del Libano?».
«Anche. Ma non potranno forse venire i discepoli di Giovanni».
62«Vengono quelli di Giocana, lo sai?».
«Davvero? Starò alla porta, presso i sacerdoti che immolano. Li vedrò e li porterò con me».
«Attendili proprio per l’ultima ora. Non hanno che tempo misurato. Ma hanno l’agnello».
63«Io pure. Splendido. Me lo ha dato Lazzaro. Immoleremo questo, e l’altro, il loro, servirà loro per il ritorno».
Marziam in veste di lino
Rientra Marta con Giovanni e il bambino in una piccola veste di lino bianco con una sopraveste rossa. Sul braccio ha un mantello pure rosso. Li riconosci, Lazzaro? Vedi che tutto serve?».
I due fratelli si sorridono.
Gesù dice: « Io ti ringrazio, Marta».
64«Oh! Signore mio! Ho la malattia di conservare tutto. L’ho ereditata dalla madre mia. Ho ancora molte vesti di mio fratello. Care perché toccate dalla madre. Ogni tanto ne levo un capo per qualche bambino. Ora li darò a Marjziam. Sono un poco lunghe, ma si possono rimborsare.. Lazzaro, divenuto maggiorenne, non le volle più… Un bel capriccio, tutt’affatto da pargolo… e l’ebbe vinta perché mia madre adorava il suo Lazzaro».
65La sorella lo carezza con amore e Lazzaro ne prende la bellissima mano, la bacia e dice: «E tu no?». Si sorridono.
«E’ una provvidenza questa» osservano in molti. «Sì, il mio capriccio ha fatto del bene. Forse mi sarà perdonato per questo».
La cena è pronta e ognuno va al suo posto…
20. Maria SS. rivede il pastore Elia[70].
A due a due in cerca di Elia
1«Quasi sicuramente li troveremo se ci rimetteremo sulla via di Ebron per qualche tempo. Ve ne prego. Andate due per due in cerca di essi sui sentieri delle montagne. Da qui alle piscine di Salomone, poi da lì a Betsur. Noi vi seguiremo. E’ la sua zona di pascolo questa» dice il Signore ai dodici, e comprendo che parla dei pastori.
2Gli apostoli si apprestano ad andare ognuno con il compagno preferito, e solo la coppia quasi inseparabile di Giovanni e di Andrea non si unisce, perché tutti e due vanno dall’Iscariota dicendo: «Vengo con te», e Giuda risponde: «Sì, vieni, Andrea. E’ meglio così, Giovanni. Io e te saremmo due che già conosciamo i pastori. Meglio perciò che tu vada con qualche altro».
3«Con me, allora, il ragazzo» dice Pietro lasciando Giacomo di Zebedeo, che senza proteste va con Tommaso, mentre lo Zelote va con Giuda Taddeo, Giacomo di Alfeo con Matteo e i due inseparabili Filippo e Bartolomeo per conto loro. Il bambino resta con Gesù e con le Marie.
4La strada è fresca e bella fra monti tutti verdi per diverse colture boschive e prative. Si incontrano greggi che vanno, nella luce bionda dell’aurora, ai pascoli.
5Ad ogni suono di campanaccio Gesù cessa di parlare e guarda, poi chiede ai pastori se Elia, il pastore betlemmita, è in quei luoghi. Comprendo che ormai Elia è detto «il betlemmita». Anche se altri pastori lo sono, egli è per diritto o per scherno «il betlemmita». Ma nessuno lo sa. Rispondono fermando il gregge e cessando di suonare i loro rustici flauti. I giovani hanno quasi tutti questi primordiali flauti di canne, cosa che fa andare in estasi Marziam, finché un pastore vecchio e buono gli dà quello del nipote dicendo: «Lui se ne farà un altro», e Marjziam se ne va felice col suo strumento a tracolla, anche se per ora non lo sa usare.
“Interrogativi di Marzjiam”
6«Mi piacerebbe tanto incontrarli!» esclama Maria.
«Li troveremo certo. In questa stagione sono verso Ebron, sempre».
7Il bambino si interessa a questi pastori che hanno visto Gesù bambino e fa mille domande a Maria che spiega tutto, paziente e buona.
8«Ma perché li hanno castigati? Non avevano fatto che bene!» chiede il bambino dopo il racconto delle loro sventure.
9«Perché molte volte l’uomo fa degli errori, accusando gli innocenti del male che in realtà ha fatto un altro. Ma siccome loro sono stati buoni ed hanno saputo perdonare, Gesù li ama tanto. Bisogna sempre sapere perdonare».
10«Ma tutti quei bambini che sono stati uccisi come hanno fatto a perdonare a Erode?».
11«Sono piccoli martiri, Marziam, e i martiri sono santi. Essi non solo perdonano al loro carnefice, ma lo amano perché egli apre loro il Cielo».
12«Ma loro sono in Cielo?».
«No, per ora no. Ma sono nel Limbo ad essere gioia dei patriarchi e dei giusti».
«Perché?».
13«Perché hanno detto, arrivando con la loro anima imporporata di sangue: “Eccoci, noi siamo gli araldi del Cristo Salvatore. Gioite, voi che attendete, perché Egli è già sulla terra”. E tutti li amano perché portatori di questa buona novella».
14«La buona novella mi ha detto il padre che è anche la Parola di Gesù. Allora quando mio padre andrà al Limbo dopo averla detta sulla terra, e io anche andrò là, saremo amati noi pure?».
15«Tu non andrai al Limbo, piccino».
«Perché?».
«Perché Gesù sarà già tornato ai Cieli e li avrà aperti, e tutti i buoni alla loro morte andranno subito in Cielo».
16«Io sarò buono, lo prometto. E Simone di Giona? Anche lui, eh? Perché non voglio diventare orfano una seconda volta».
17«Anche lui, sta’ certo. Ma in Cielo non si è orfani. Abbiamo Dio. E Dio è tutto. Neppure qui lo siamo. Perché il Padre è sempre con noi».
18«Ma Gesù, in quella bella preghiera, che tu di giorno e la mia mamma di notte mi avete insegnato, dice: “Padre nostro che sei nei Cieli”. Noi non siamo in Cielo ancora. Come dunque siamo con Lui?».
19«Perché Dio è dappertutto, figlio mio. Egli veglia sul bambino che nasce e sul vecchio che muore. L’infante che nasce in questo momento, nel posto più remoto della terra, ha l’occhio e l’amore di Dio con sé e lo avrà fino alla morte».
Marziam in crisi di odio
20«Anche se è cattivo come Doras?».
«Anche».
21«Ma può amarlo, Dio che è buono, Doras che è tanto cattivo e fa piangere il vecchio padre?».
22«Lo guarda con sdegno e dolore. Ma se egli si pentisse gli direbbe ciò che disse il padre della parabola al figlio pentito. Tu dovresti pregare perché egli si penta e…»
23«Oh! no, Madre! Io pregherò perché muoia!!!» dice con foga il bambino. Per quanto l’uscita sia poco… angelica, il suo impeto è tale e così sincero che gli altri devono per forza ridere.
24Ma poi Maria riprende la sua dolce serietà di maestra: «No, caro. Ciò non lo devi fare per un peccatore. Dio non ti ascolterebbe e guarderebbe anche te con severità. Noi dobbiamo augurare al prossimo, anche se molto cattivo, il maggior bene. La vita è un bene perché dà modo all’uomo di acquistare meriti agli occhi di Dio».
25«Ma se uno è cattivo acquista peccati».
«Si prega perché diventi buono».
26Il bambino pensa… ma non gli va molto giù questa lezione sublime e conclude: «Doras non diventerà buono anche se io prego. E’ troppo cattivo. Neanche se con me pregassero tutti i bambini martiri di Betlemme lo sarebbe. Non sai che… non sai che… che un giorno ha picchiato con una verga di ferro il vecchio padre perché lo ha trovato seduto nell’ora del lavoro? Non poteva alzarsi perché si sentiva male, e lui… lo ha picchiato lasciandolo come morto e poi gli ha dato un calcio nel viso… Io vedevo perché ero nascosto dietro una siepe… Ero andato fin là perché nessuno mi aveva portato pane da due giorni e avevo fame… Ho dovuto scappare per non farmi sentire, perché piangevo a vedere il padre così, con del sangue sulla barba, a terra, come morto… Sono andato piangendo a mendicare un pane… ma quel pane l’ho sempre qui… e ha sapore del sangue e del pianto di mio padre e mio, e di tutti quelli che sono torturati e che non possono amare chi li tortura. Io, Doras, io lo vorrei percuotere perché senta cosa è la percossa, senza pane lo vorrei lasciare perché sappia cosa è la fame, io lo vorrei far lavorare sotto il sole, nel fango, con la minaccia del sorvegliante e senza mangiare, perché sappia cosa è quello che lui dà ai poveri… Io non posso volergli bene perché… perché egli lo uccide il mio vecchio padre, ed io, se non trovavo voi, di chi ero dopo?». Il bambino, preso da un convulso di dolore, grida e piange, tremando, stravolto, coi piccoli pugni chiusi a percuotere l’aria non potendo percuotere l’aguzzino.
27Le donne sono stupite e commosse e cercano di calmarlo. Ma egli è proprio in una crisi di dolore e non sente niente. Urla: «Non posso, non posso amarlo e perdonarlo. Io lo odio, per tutti lo odio, lo odio, lo odio!…»
28Fa pena e paura. Éla reazione della creatura che ha troppo sofferto. E Gesù lo dice: «Questo è il più grande delitto di Doras: portare un innocente ad odiare…»
L’odio fa perdere il cielo
29Ma poi prende in braccio il bambino e gli parla: «Ascolta, Marzjiam. Vuoi tu andare un giorno con la mamma, il padre, i fratellini e il vecchio padre?».
«Siii…».
30«E allora non devi odiare nessuno. In Cielo non entra chi odia. Non puoi pregare, per ora, per Doras? Ebbene non pregare, ma non odiare. Sai cosa devi fare? Non devi mai voltarti indietro a pensare il passato…»
«Ma il padre che soffre non è passato…»
31«E’ vero. Ma guarda, Marzjiam, prova a pregare solo così: Padre nostro che sei nei Cieli, pensa Tu a ciò che è desiderio mio…”. Vedrai che il Padre ti ascolta nel migliore dei modi. Se anche tu uccidessi Doras, che faresti? Perderesti l’amore di Dio, il Cielo, l’unione col padre e la madre e non leveresti dalle pene il vecchio che ami. Tu sei troppo piccino per poterlo fare. Ma Dio lo può. Dillo a Lui. Digli: “Tu lo sai come amo il vecchio padre e come amo tutti quelli che sono infelici. Pensaci Tu che puoi tutto”. Come? Non vuoi predicare la Buona Novella? Ma essa parla di amore e perdono! Come puoi dire ad un altro: “Non odiare. Perdona” se tu non sai amare e perdonare? Lascia, lascia fare al buon Dio, e vedrai quanto bene Egli predispone. Lo farai?».
«Sì, perché ti voglio bene».
32Gesù bacia il bambino e lo mette a terra. L’episodio è superato e anche la strada.
L’incontro di Maria col pastore Elia
I giardini di Salomone
33I tre grandi bacini scavati nella roccia del monte, un’opera veramente grandiosa, splendono nella superficie limpidissima e nella nappa d’acqua che dal primo bacino scende nel secondo più vasto e da questo nel terzo, che è veramente un piccolo lago e che poi la convoglia nelle sue tubazioni verso città lontane.
34Ma per l’umidità del suolo in questa zona, tutto il monte, dalla sorgente alle piscine e da queste al suolo, è di una fertilità bellissima, e fiori più composti di quelli selvaggi ridono per le coste verdi insieme ad erbe profumate e rare. Sembra che qui siano stati seminati dall’uomo i fiori dei giardini e le erbe profumate, che spargono per l’aria, per il sole che le scalda, i loro aromi di cannella, canfora, garofano, lavanda e altri odori piccanti, fragranti, forti, soavi, in una fusione meravigliosa dei migliori odori della terra. Io direi che è una sinfonia di profumi, perché realmente è il poema delle erbe e dei fiori nelle tinte e nelle fragranze.
35Tutti gli apostoli sono seduti all’ombra di un albero carico di grandi fiori bianchi di cui non so il nome – delle enormi campanelle di smalto bianco, pendule – ondeggianti al minimo soffio di vento, e ad ogni ondulìo e un’onda di fragranza che si sparge. Non conosco il nome di quest’albero. Nel fiore mi ricorda quell’arbusto che è in Calabria, che là chiamano «bottaro», ma nel fusto no certo, perché questo è un albero alto, dal tronco robusto, non un arbusto.
36Gesù li chiama ed essi accorrono. «Abbiamo trovato quasi subito Giuseppe che tornava da un mercato. Questa sera saranno tutti a Betsur. Noi ci siamo riuniti chiamandoci a gran voce e siamo stati qui, al fresco» spiega Pietro.
38«Che bel posto! Pare un giardino! Fra noi si discuteva se era naturale o meno, e c’è chi si ostina in una cosa o nell’altra» dice Tommaso.
39«La terra di Giudea ha di queste meraviglie» dice l’Iscariota, inevitabilmente portato alla superbia da tutto, anche dai fiori e dalle erbe.
40«Sì, ma… io credo che, se per esempio il giardino di Giovanna a Tiberiade venisse abbandonato e divenisse selvaggio, anche la Galilea avrebbe la meraviglia di rose splendide fra le rovine» ribatte Giacomo di Zebedeo.
41«E non sei in errore. In questa zona erano i giardini di Salomone, celebri nel mondo di allora come i suoi palazzi. Forse qui ha sognato il Cantico dei cantici[71], applicando alla Città santa tutte le bellezze cresciute qui per suo volere» dice Gesù.
«Allora avevo ragione io!» dice il Taddeo.
42«Avevi ragione. Sai, Maestro? Egli citava l’Ecclesiaste (Qoèlet)[72], riunendo l’idea dei giardini a quella dei serbatoi, e terminava dicendo: “Però si accorse che ogni cosa è vanità e niente dura sotto al sole, fuorché la Parola del mio Gesù”» dice l’altro fratello Giacomo.
43«Io ti ringrazio. Ma ringraziamo anche Salomone. Suoi o non suoi gli originari fiori. Certamente sue le vasche che alimentano erbe e uomini. Ne sia benedetto. Andiamo allora fino a quel grande rosaio scapigliato che ha fatto una galleria fiorita da albero ad albero. Lì sosteremo. Siamo quasi a mezza via»…
Panorama e fatti del viaggio
44…E il cammino riprende verso l’ora di nona, quando le ombre si allungano da ogni albero di questa zona molto ben coltivata in ogni sua parte. Sembra di passare in un immenso orto botanico, perché ogni specie di pianta da fusto, da frutto, o di bellezza, vi è rappresentata. I lavoratori della terra spesseggiano per ogni dove ma non si interessano della comitiva che passa. Non è la sola, d’altronde. Altri gruppi di ebrei sono sulla strada, di ritorno dalle feste pasquali.
45La strada è abbastanza buona nonostante sia tagliata fra i monti, e i panorami sempre variati levano la monotonia dell’andare. Ruscelli e torrenti fanno virgole di argento liquido e scrivono parole che poi cantano coi loro mille meandri che si intersecano, che si effondono sotto i boschi, o si nascondono sotto caverne e poi ne escono più belli. Sembra che giuochino con le piante ed i sassi come lieti bambini. Anche Marzjiam ora, completamente rasserenato, giuoca e tenta suonare il suo strumento per imitare gli uccellini. Ma veramente i suoi non sono canti ma lamenti molto discordi, che mi sembrano assai sgraditi ai più difficili della comitiva, ossia a Bartolomeo per l’età sua e a Giuda di Keriot per molti motivi. Ma nessuno parla chiaramente, e il bambino fischia saltellando qua e là. Solo due volte accenna ad un paesello annidato fra i boschi e dice: «E’ il mio?» e diviene tutto pallido. Ma Simone, che se lo tiene ben vicino, risponde: «Il tuo è molto lontano di qui. Vieni, vieni che vediamo di cogliere quel bel fiore per portarlo a Maria» e lo distrae così.
Incontro della Madre col pastore Elia
46Il tramonto ha inizio quando appare Betsur sulla sua collina, e quasi subito, sulla via secondaria presa per andarvi, ecco i greggi dei pastori e i pastori che accorrono. Ma quando Elia vede che c’è anche Maria, alza le braccia con stupore e resta così, non osando credere a se stesso.
47«La pace a te, Elia. Sono proprio io. Ti era stato promesso e a Gerusalemme non fu possibile vederci… Ma non ci pensare. Ora ci vediamo» dice dolcemente Maria.
48«Oh! Madre, Madre!…» Elia non sa che dire. Poi finalmente trova: «Ecco, la mia Pasqua la faccio ora. E’ lo stesso, e meglio ancora».
49«Ma sì, Elia. Abbiamo venduto bene. Possiamo uccidere un agnellino. Oh! siate ospiti della povera tavola…» prega Levi e anche Giuseppe.
50«Questa sera siamo stanchi. Domani. Udite. Conoscete una certa Elisa, sposa ad Abramo di Samuele?».
Da semplici pastori a discepoli del Messia
21Gesù dice: «Ma siete obbligati da contratto oppure potete liberarvi dall’impegno in ogni tempo?».
«Ecco, veramente siamo servi liberi. Ma lasciarlo subito, ora che le greggi richiedono tante cure e che è difficile trovare pastori, non ci sembra bello».
22«Bello non è. Ma non è necessario subito. Ve lo dico in tempo perché provvediate con giustizia. Vi voglio liberi. Per unirvi ai discepoli e darmi aiuto…»
23«Oh! Maestro!…» I tre sono in estasi dalla gioia.
«Ma saremo capaci?» dicono poi.
24«Non ne ho dubbio. Allora è inteso. Non appena lo potete fare, vi unite a Isacco».
«Sì, Maestro».
25«Andate pure fra gli altri. Dirò due parole alla gente».
E lasciati i pastori si volge alla folla.
21. La fecondità del dolore nel discorso di Gesù presso la casa di Elisa a Betsur[73].
Servire Dio nel prossimo (discorso)
Compito degli evangelizzatori
26«La pace sia con voi. Ieri ho sentito parlare due grandi sventurati. L’uno all’aurora della vita, l’altra al tramonto: due anime che piangevano la loro desolazione. Ed ho pianto nel mio cuore con loro, vedendo quanto dolore è sulla terra e come solo Dio lo può sollevare. Dio! La conoscenza esatta di Dio, della sua grande, infinita bontà, della sua costante presenza, delle sue promesse. Ho visto come l’uomo può essere torturato dall’uomo e come può essere travolto dalla morte in desolazioni, sulle quali lavora Satana per aumentare il dolore e per creare rovine. Mi sono detto allora: “Non devono i figli di Dio soffrire di questa tortura nelle torture. Diamo la conoscenza di Dio a chi la ignora, ridiamola a chi l’ha dimenticata sotto bufere di dolore”. Ma anche ho visto che da Me solo non basto più agli infiniti bisogni dei fratelli. E ho deciso di chiamare molti, in numero sempre più grande, perché tutti coloro che hanno bisogno del conforto della conoscenza di Dio lo possano avere.
27Questi dodici sono i primi. Come secondi Me sono capaci di condurre a Me, e perciò al conforto, tutti coloro che piegano sotto pesi troppo grandi di dolore. In verità Io ve lo dico: venite a Me, voi tutti che siete addolorati, disgustati, col cuore ferito, stanchi, ed Io condividerò il vostro dolore e vi darò pace. Venite, attraverso ai miei apostoli, attraverso ai miei discepoli e discepole che ogni giorno si aumentano di nuovi volonterosi. Troverete il conforto nei vostri dolori, la compagnia nelle vostre solitudini, l’amore dei fratelli a farvi dimenticare l’odio del mondo; troverete, alto su tutti, consolatore sopra tutti, compagno perfetto, l’amore di Dio. Non dubiterete più di niente. Non direte mai più: “Tutto è finito per me!”. Ma direte: “Tutto per me ha inizio in un mondo soprannaturale che abolisce le distanze e annulla le separazioni”, per cui i figli orfani saranno riuniti coi genitori assurti al seno d’Abramo, e i padri e le madri, le spose e i vedovi, ritroveranno i figli perduti e il perduto consorte.
Noemi e Rut
28In questa terra di Giudea, ancora prossima a Betlemme di Noemi, Io vi ricordo che l’amore solleva dal dolore e rende gioia.
29Guardate, voi che piangete, la desolazione di Noemi dopo che la sua casa rimase senza uomini. Udite le sue parole di sconfortato commiato ad Orfa e a Rut: “Tornatevene alla casa di vostra madre. Il Signore usi misericordia con voi come voi l’avete usata a quelli che sono morti e con me…”. Udite le sue stanche insistenze. Non sperava più nulla dalla vita colei che un tempo era Noemi la bella e che ora era la tragica Noemi spezzata dal dolore, ma solo tornare, per morire, nei luoghi in cui era stata felice nel tempo della sua giovinezza fra l’amore del marito e i baci dei figli. Diceva: “Andate, andate. Inutile venire con me… Io sono come una morta… La mia vita non è più qui, ma là, nell’oltre vita dove essi sono. Non sacrificate più la vostra giovinezza al fianco di una cosa che muore. Perché realmente io sono ‘una cosa’. Tutto m’è indifferente. Dio tutto mi ha preso… Sono un’angoscia. E farei la vostra angoscia… ed essa mi peserebbe sul cuore. E il Signore me ne chiederebbe ragione, Lui che mi ha già tanto percossa, perché tenere voi, vive, presso me morta, sarebbe egoismo. Andate dalle vostre madri…”
30Ma Rut rimase a sorreggere la dolente vecchiaia. Rut aveva compreso che ci sono dolori sempre più grandi del proprio, e che il suo di giovane vedova era più lieve di quello della donna che aveva perduto, oltre che il marito, i due figli; così come il dolore dell’orfano bambino, che si vede costretto a vivere mendicando, senza mai più carezze, senza più consigli buoni, è ben più grande di quello della madre orbata dei figli; così come il dolore di chi, per un complesso di motivi, giunge all’odio contro l’uman genere e vede in ogni uomo un nemico da cui deve difendersi e temere, è ancora più grande degli altri dolori, perché coinvolge non solo carne e sangue e mente, ma lo spirito con i suoi doveri e diritti soprannaturali, e lo porta a perdersi. Quante madri senza figli per i figli senza madre vi sono nel mondo! Quante vedove senza prole vi sono per essere pietose alle vecchiezze solitarie! Quanti vi sono, fatti privi di amori perché siano tutti per gli infelici, con il loro bisogno di amare e combattere così l’odio, dando, dando, dando amore all’umanità infelice, che sempre più soffre perché sempre più odia!
Volontà di servire
31Il dolore è croce, ma è anche ala. Il lutto spoglia ma per rivestire. Sorgete, voi che piangete! Aprite gli occhi, uscite dagli incubi, dalle tenebre, dagli egoismi! Guardate… Il mondo è la landa dove si piange e muore. E grida: “aiuto!” il mondo, per le bocche degli orfani, dei malati, dei soli, dei dubbiosi, per le bocche di quelli che un tradimento, che una crudeltà fanno prigionieri del rancore. Andate a questi che gridano. Dimenticatevi fra i dimenticati! Guarite fra i malati! Sperate fra i disperati! Il mondo è aperto alle buone volontà di servire Dio nel prossimo e di conquistarsi il Cielo: l’unione con Dio e la riunione con coloro che piangiamo. Qui è la palestra. Là è il trionfo. Venite. Imitate Rut presso tutti i dolori. Dite voi pure: “Io sarò con voi fino alla morte”. E se anche vi risponderanno, queste sventure che si credono insanabili: “Non chiamatemi più Noemi, ma chiamatemi Mara perché Dio mi ha colmata d’amarezze”, persistete. Ed Io in verità vi dico che un giorno, per il vostro persistere, queste sventure esclameranno: “Sia benedetto il Signore che mi ha levata dall’amarezza, dalla desolazione, dalla solitudine, per opera di una creatura che ha saputo far fruttificare il suo dolore in bene. Dio la benedica in eterno perché ella è la mia salvatrice”.
32L’atto buono di Rut presso Noemi, pensatelo, dette al mondo il Messia, perché da David di Isai, da Isai di Obed, viene il Messia, come Obed da Booz, Booz da Salmon, Salmon da Nahasson, Nahasson da Aminadab, Aminadab da Aram, Aram da Esron, Esron da Fares sono venuti, per popolare i campi di Betlemme preparando gli antenati del Signore. Ogni atto buono è origine a grandi cose. Quali voi non vi pensate. E lo sforzo di uno sul proprio egoismo può provocare un’onda tale d’amore che è capace di salire, salire, tenendo fra la sua limpidezza colui che l’ha provocata, sino a portarlo ai piedi dell’altare, al cuore di Dio. Dio vi dia pace».
33E Gesù, senza tornare nel giardino dalla porticina aperta fra la siepe, veglia acciò nessuno si accosti alla siepe, oltre la quale viene un lungo pianto… Solo quando tutti quelli di Betsur se ne sono andati, si allontana coi suoi senza turbare quel pianto salutare…
22. Apostolato dei Pastori presso Emmaus della pianura[74].
Rispetto e ospitalità.
Rispetto della proprietà altrui e ospitalità.
1Presso la porta di Emmaus vi è una casa di contadini. Silenziosa, perché tutti sono nei campi, al lavoro. Sull’aia già sono ammucchiati i covoni del giorno avanti. E vi sono fieni nei rustici fienili. Il sole cocente del mezzodì trae un odore caldo dai fieni e dai covoni. Non c’è alcun rumore fuorché lo sgrugolìo dei colombi e il chiacchiericcio dei passeri, sempre pettegoli e rissosi. Gli uni e gli altri vanno senza tregua dal tetto o dagli alberi vicini ai mucchi di covoni e di fieni e, primi fra tutti coloro che gusteranno di quei prodotti, sbeccuzzano fra le spighe erette, si azzuffano con colpi d’ala, giostrano per carpire più semi, per rubare i fili più morbidi di fieno, avidi, battaglieri, spregiudicati. Gli unici ladri comuni in Israele, dove, l’ho notato, vi è un massimo rispetto della proprietà altrui. Le case hanno voglia di rimanere aperte e le aie o le vigne incustodite! Meno i rarissimi predoni di mestiere, i veri briganti che assalgono nelle gole dei monti, non ci sono i ladruncoli, o anche semplicemente i… golosi che allungano la mano alla pianta da frutto o al piccioncino altrui. Ognuno va per la sua via e, anche traversando le proprietà del prossimo, è come non avesse occhi e mani. Vero è che l’ospitalità è così largamente esercitata che non vi è necessità di rubare per poter mangiare. Solo per Gesù, e per causa di un odio che è tanto grande da far trascurare l’abitudine secolare di essere ospitali al pellegrino, solo per Lui si verifica il fatto di case che negano ospitalità e cibo. Ma per gli altri, generalmente, vi è sempre pietà, e specie nelle classi più umili.
Il riposo in un Fienile.
2Così è che senza paura gli apostoli, dopo avere bussato alla casa chiusa e non avere trovato nessuno, si sono messi al riparo di una tettoia sotto la quale sono attrezzi agricoli e orci vuoti, e da padroni si sono serviti dei fieni per sedile, delle secchie per attingere al pozzo, degli orcioli per bere e bagnare così i bocconi di pane stantio e di agnello freddo, che mangiano quasi in silenzio, tanto sono assonnati e sbalorditi dal sole. E, con la stessa libertà con cui si sono serviti dei fieni e degli orcioli, si sdraiano poi sui fieni odorosi, e presto è un coro di russamenti vari di tono e di durata.
3Anche Gesù è stanco. Più che stanco, mesto. Guarda per qualche tempo i dodici addormentati. Prega. Pensa… Pensa seguendo macchinalmente con gli occhi le lotte dei passeri e dei colombi e il saettare delle rondini sull’aia assolata. Sembra che gli stridi di queste veloci padrone del volo mettano affermazioni recise agli interrogativi penosi che si pone Gesù. Poi Lui pure si sdraia sul fieno, e presto i dolci e tristi occhi di zaffiro si velano sotto le palpebre, mentre il viso si compone nel sonno e, forse perché nel sonno sprofonda con la mestizia nel cuore, il suo volto prende molto dell’espressione stanca e dolorosa che avrà nella morte…
Discepoli consapevoli del loro amore per Gesù.
4Tornano i contadini proprietari della casa. Uomini, donne, fanciulli. E con loro sono i discepoli visti prima. Vedono Gesù e i suoi dormenti sui fieni e spengono le voci in un sussurro per non risvegliarli. Qualche mamma allunga uno scappellotto al bimbo che non vuole tacere. O almeno ne fa l’atto. Un piccolo va con passetti di tortorino e un ditino in bocca ad osservare Gesù, «il più bello» dice, che dorme col capo appoggiato sul braccio ripiegato a far da guanciale. E tutti, scalzi, in punta di piedi, finiscono ad imitarlo, primi fra tutti Mattia e Giovanni, i quali si commuovono vedendolo così dormiente sul fieno, e Mattia osserva: «Come nel suo primo sonno anche ora, il nostro Maestro, e meno felice di allora… Anche la Madre gli manca…».
5«Sì. Non ha che la persecuzione vicina sempre. Ma noi lo ameremo sempre, lo amiamo sempre come in quell’ora…», risponde Giovanni.
6«Più ancora, Mattia. Più ancora. Allora amavamo solo per fede e perché è dolce amare un bambino. Ma ora noi amiamo anche per conoscenza…».
7«É stato odiato fin da piccino, Giovanni. Ricorda che avvenne per colpire Lui!…», e Mattia sbiadisce nel ricordo.
8«E’ vero… Ma sia benedetto quel dolore! Abbiamo tutto perduto, meno Lui. E ciò conta. Che ci avrebbe giovato avere ancora i parenti, la casa, il nostro piccolo benessere, se Egli fosse morto?».
9«E’ vero. Hai ragione, Mattia. E che ci gioverà avere anche tutto il mondo quando Egli non sarà più nel mondo?».
10«Non me ne parlare… Allora saremo proprio derelitti… Andate voi. Noi restiamo presso il Maestro», dice poi Giovanni congedando i contadini.
11«Ci spiace non avere pensato a dar loro la chiave. Potevano entrare in casa, stare meglio…», dice l’uomo più anziano della casa.
12«Glielo diremo… Ma Egli sarà felice anche per il vostro amore. Andate, andate…».
13I contadini vanno in casa, e presto un fumo che si alza dal camino dice che stanno preparando il cibo. Ma lo fanno con garbo, trattenendo i piccoli, facendo poco rumore… e ugualmente senza rumore portano poi le vivande ai discepoli e mormorano: «Per loro le abbiamo tenute in disparte… Per quando si desteranno»…
14Poi il silenzio riavvolge la casa. Forse i mietitori, al lavoro dall’alba, si sono gettati sui letti per riposare in queste ore in cui sarebbe impossibile stare nei campi sotto il sole rovente. Sonnecchiano anche i discepoli… Anche i colombi e i passeri sono a sosta… Solo le rondini saettano instancabili e il loro volo rapido scrive parole azzurre negli spazi e parole d’ombra sull’aia bianca…
La logica infantile del piccolo Micael.
Il piccolo cercatore di Gesù.
15Il piccoletto di prima, bellissimo nella breve tunichella alla quale si è ridotto in quest’ora torrida il suo vestimento, mette il capino bruno fuori dall’uscio di cucina, sbircia, viene avanti cauto coi piedini tenerelli, che soffrono sul suolo bollente di sole. La tunichella, slegata, scivola quasi giù dalla spalla grassoccia. Raggiunge i discepoli e fa per scavalcarli, per andare da capo a guardare Gesù. Ma le sue gambette sono troppo corte per poter superare i corpi muscolosi degli adulti e incespica cadendo addosso a Mattia, che si sveglia e vede il visetto mortificato, prossimo al pianto, del piccolino. Sorride e dice, intuendo la manovra del bambino: «Vieni qui, ti metterò fra me e Gesù. Ma sta’ zitto e fermo. Lascialo fare la nanna, ché è stanco».
Perché Gesù è stanco?
16E il piccolo, felice, si siede in adorazione del bel viso di Gesù. Lo guarda, lo studia, ha una grande voglia di fargli una carezza, di toccargli i capelli d’oro. Ma Mattia veglia sorridendo e non lo permette. Allora il piccolino chiede piano: «Fa la nanna sempre così?».
«Sempre così», risponde Mattia.
17«È stanco? Perché?».
«Perché cammina tanto e parla tanto».
18«Perché parla e cammina?».
«Per insegnare ai bambini ad essere buoni, ad amare il Signore per andare con Lui in Cielo».
19«Lassù? Come si fa? Èlontano…».
Cosa è l’anima e dove è?
20«L’anima, lo sai cosa è l’anima?».
«Nooo!»
«É la cosa più bella che è in noi, e…».
21«Più degli occhi? La mamma mi dice che ho per occhi due stelle. Sono belle le stelle, sai?!».
Il discepolo sorride e risponde: «É più’ bella delle stelline dei tuoi occhi, perché l’anima buona è più bella del sole».
22«Oh! E dove è? Dove ce l’ho?».
«Qui. Nel cuoricino. E vede, sente tutto, e non muore mai. E quando uno non fa mai il cattivo e muore da giusto, l’anima vola lassù, col Signore».
23«Con Lui?», e il piccolo accenna a Gesù.
«Con Lui».
Gesù ce l’ha l’anima?
24«Ma Lui ce l’ha l’anima?».
«Lui ha l’anima e la divinità. Perché è Dio quell’Uomo che tu guardi».
25«Come lo sai tu? Chi te lo ha detto?».
«Gli angeli».
26Il bambino, che si era seduto del tutto addosso a Mattia, non può ricevere tranquillamente questa notizia e scatta in piedi dicendo: «Tu hai visto gli angeli?», e guarda Mattia sbarrando gli occhioni. Tanto stupefacente la notizia, che per un istante dimentica Gesù e perciò non vede che Egli socchiude gli occhi, destato dal grido leggero del fanciullino, e poi con un sorriso li rinchiude girando il capo di là.
«Zitto! Vedi? Lo svegli… Ti mando via».
Ancora una pioggia di domande.
27«Sto buono. Ma come sono gli angeli? Quando li hai visti?». La vocina è tornata un sussurro. E Mattia, paziente, racconta la notte di Natale al piccolino, che si è tornato a sedere sul suo petto, estatico. E paziente risponde a tutti i perché: «Perché era nato in una stalla? Non aveva casa? Povero tanto da non trovare una casa? E ora non ha casa? Non ha la mamma? Dove è la mamma? Perché lo lascia solo, lei che sa che già l’hanno voluto uccidere? Non gli vuole bene?…». Una pioggia di domande e una di risposte. E l’ultima – alla quale Mattia risponde: «Gli vuole molto bene quella Mamma santa al suo divino Figlio. Ma fa il sacrificio del suo dolore di lasciarlo andare perché gli uomini si salvino. Per consolarsi pensa che ci sono ancora uomini buoni capaci d’amarlo…», – suscita questa risposta: «E che ci sono bambini buoni che lo amano non lo sa? Dove sta? Dimmelo, che io ci anderò e le dirò: “Non avere del pianto. Al tuo Figlio ci do io l’amore”. Che dici? Sarà contenta?».
«Tanto, fanciullo», dice Mattia baciandolo.
28«E Lui sarà contento?».
«Tanto, tanto. Glielo dirai quando si sveglia».
29«Oh! sì!… Ma quando si sveglia?». Il bambino è ansioso…
Il piccolo contemplativo.
30Gesù non resiste più. Si rivolge, con gli occhi bene aperti e col sorriso luminoso, e dice: «Me lo hai già detto, perché ho sentito tutto. Vieni qui, fanciullo».
31Oh! non se lo fa dire due volte il bambino e si rovescia addosso a Gesù carezzandolo, baciandolo, toccandogli col ditino la fronte, le sopracciglia, le ciglia d’oro, specchiandosi negli occhi azzurri, strofinandosi sulla barba morbida e sui capelli setosi, dicendo ad ogni scoperta: «Come sei bello! Bello! Bello!».
32Gesù sorride e sorride Mattia. E poi, man mano che si svegliano gli altri, perché ora il piccolo non ha più tanti riguardi, sorridono discepoli e apostoli nel vedere quell’esame accurato, ripetuto dall’ometto in miniatura, seminudo, grassoccio, che se la passeggia beatamente sul corpo di Gesù per osservarlo dalla testa ai piedi, e finisce col dire: «Vòltati!», e spiega poi: «per vedere le ali», e chiede deluso: «Perché non le hai?».
«Non sono un angelo, bambino».
Logica infantile.
33«Ma sei Dio! Come fai a essere Dio se non sei pieno d’ali? Come farai ad andare in Cielo?».
«Sono Dio. Appunto perché Dio, non ho bisogno di ali. Faccio ciò che voglio e tutto posso».
34«Allora fammi gli occhi come i tuoi. Sono belli».
«No. Quelli che hai te li ho dati Io e mi piacciono così. Di’ piuttosto di farti un’anima di giusto per amarmi sempre più».
35«Anche quella me l’hai data Tu e allora ti piacerà come ce l’ho», dice con logica infantile il piccolo.
«Sì, ora mi piace tanto perché è innocente. Ma mentre i tuoi occhi saranno sempre di questo colore di uliva matura, la tua anima da bianca può divenire nera se diventi cattivo».
36«Cattivo no. Ti voglio bene e voglio fare come dicevano di fare gli angeli quando sei nato: “Pace a Dio in Cielo e gloria agli uomini di buona volontà”», dice il fanciullino sbagliando, il che provoca una fragorosa risata negli adulti, cosa che lo mortifica e ammutolisce.
37Ma Gesù lo consola pur correggendolo: «Dio è sempre Pace, fanciullo. É la Pace. Ma gli angeli gli davano gloria per l’avvenuta nascita del Salvatore, e davano agli uomini la prima regola per ottenere la pace che dalla mia nascita sarebbe venuta: “avere buona volontà”. Quella che tu vuoi».
Il futuro confessore del Dio vero.
38«Sì. Allora dammela. Mettimela qui dove quell’uomo dice che ho l’anima», e coi due indici picchia più volte sul piccolo petto.
39«Sì, piccolo amico. Come ti chiami?».
«Micael!».
40«Nome del potente arcangelo. Allora la buona volontà a te, Micael. E che tu sia un confessore del Dio vero, dicendo ai persecutori come il tuo angelico patrono: “Chi come Dio?”[75]. Sii benedetto ora e sempre», e gli impone le mani.
41Ma il piccolo non è persuaso. Dice: «No. Bacia qui. Sull’anima. E dentro c’entrerà la tua benedizione e ci resterà chiusa», e scopre il piccolo petto per essere baciato senza che nessun ostacolo si frapponga tra il suo corpicino e le labbra divine. Sorridono e sono commossi insieme i presenti. E c’è di che! La fede meravigliosa dell’innocente, che per istinto, direbbero alcuni, io dico “per sprone di spirito”, è andato a Gesù, è veramente commovente, e Gesù lo fa notare dicendo: «Eh! se tutti avessero il cuore dei fanciulli…»
I bambini non danno mai dolore a Gesù.
42Le ore sono passate intanto. La casa si rianima. Voci di donne, di bimbi, di uomini si fanno sentire. E una madre chiama: «Micael! Micael! Dove sei?», e si affaccia spaurita guardando il pozzo basso con un atroce pensiero in cuore.
43«Non temere, donna. Tuo figlio è con Me».
«Oh! temevo… Tanto gli piace l’acqua…».
«É infatti venuto all’Acqua viva che dal Cielo discende a dare Vita agli uomini».
«Ti ha disturbato… Mi è scivolato via così piano che non ho sentito…», si scusa la donna.
«Oh! no! Non m’ha disturbato. Consolato mi ha! I bambini non dànno mai dolore a Gesù».
Terreno bonificato dai pastori.
44Si accostano gli uomini, le altre donne. Il capo famiglia dice: «Entra e ristorati. E perdona se non ti abbiamo fatto padrone della nostra casa da quando ti vedemmo…».
45«Non ho nulla da perdonare. Qui sono stato, e bene. Il tuo rispetto mi dà ogni onore. Avevamo cibo e il tuo pozzo è fresco, morbidi i fieni. Più che non occorra per il Figlio dell’uomo. Non sono un satrapo siriano».
46E Gesù, seguito dai suoi, entra nell’ampia cucina per prendere il cibo, mentre sull’aia gli uomini preparano in modo che vi sia posto per quelli che già vengono da ogni parte per sentire il Maestro, e altri si affrettano a preparare bevande, cibarie e a scuoiare un agnelletto per darlo di viatico agli evangelizzatori, e le donne portano uova e burro. Ciò che provoca le proteste di Pietro, che giustamente dice non potersi portare nelle bisacce quell’alimento così facile a sciogliersi in quei calori. Ma gli orcioli ci sono per qualcosa… Ed esse ne colmano uno di burro, lo chiudono e lo calano nel pozzo perché raffreddi più che mai. Gesù ringrazia e vorrebbe limitare quelle offerte. Ma sì! Parole sprecate. Altri doni vengono da ogni parte e ognuno si scusa di dare poco…
47Pietro mormora: «Si vede che qui ci sono stati i pastori. Terreno bonificato… terreno buono».
48L’aia è piena di gente, imperterrita nonostante ancor non sia rinfrescato il giorno e ancora un superstite raggio di sole sfiori l’aia.
Il Promesso di Dio (Discorso)
Il potere della fede sul cuore di Dio.
49Gesù inizia a parlare: «La pace sia con voi! Non sto, qui dove vedo che già è conosciuta la dottrina del Maestro d’Israele per opera dei discepoli buoni, a ripetere ciò che già voi sapete. Lascio ai buoni discepoli la gloria e il compito di avervi istruito e di farlo sempre più fino a darvi la sicurezza perfetta che Io sono il Promesso di Dio e che la mia Parola è da Dio».
50«E i tuoi miracoli sono da Dio, Te benedetto!», grida una voce di donna dal mezzo alla folla, e molti si volgono a guardare in quella direzione. La donna alza sulle braccia un fanciullo florido e ridente e grida: «Maestro, è il piccolo Giovanni che Tu guaristi all’Acqua Speciosa. Il bambinello dalle anche spezzate, che nessun medico poteva guarire e che io ti portai con fede e che Tu guaristi tenendolo seduto sul tuo grembo».
51«Ricordo, donna. La tua fede meritava miracolo».
52«É cresciuta, Maestro. Tutta la mia parentela crede in Te. Vai, figlio, a ringraziare il Salvatore. Lasciatelo andare a Lui…», prega la donna. E la folla si fende lasciando passare il fanciullo, che va svelto a Gesù tendendo le braccia per poterlo abbracciare. Il che avviene fra gli osanna e i commenti della gente della città o avventizia. Perché quelli della campagna sanno già il fatto e non ne hanno stupore.
Gesù riprende a parlare tenendo per mano il fanciullo.
53«Ed ecco confermata da una madre riconoscente la mia Natura e confermato il potere della fede sul cuore di Dio, che non delude mai le fidenti e giuste richieste dei suoi figli.
Fede nella potenza di Dio.
54Vi invito a ricordare Giuda Maccabeo quando si affacciò su questa pianura a studiare il formidabile accampamento di Gorgia, forte di cinquemila fanti e di mille cavalieri addestrati alla battaglia, ben protetti da corazze e da armi e torri di guerra. Giuda guardava coi suoi tremila fanti, senza scudo né spada, e sentiva il timore insinuarsi nei cuori dei suoi soldati. Allora parlò, forte del suo diritto che Dio approvava, perché volto non a soprusi ma a difesa della Patria invasa e profanata. E disse: “Non vi spaventi il loro numero, non abbiate paura del loro attacco. Ricordate come i nostri padri furono salvati nel mar Rosso, quando Faraone l’inseguiva con grande esercito”. E, rianimata la fede nella potenza di Dio, che è sempre coi giusti, insegnò ai suoi i mezzi per ottenere aiuto. Disse: “Or dunque alziamo la voce al Cielo e il Signore avrà pietà di noi e, ricordandosi dell’alleanza fatta coi padri nostri, oggi distruggerà dinanzi a noi quest’esercito, e tutte le genti conosceranno che vi è un Salvatore che libera Israele”[76].
I mezzi per ottenere aiuto da Dio.
55Ecco. Io vi indico due punti capitali per avere Dio con sé, ad aiuto nelle giuste imprese. La prima: per averlo alleato, avere l’animo giusto dei nostri padri. Ricordate la santità, la prontezza dei patriarchi nell’ubbidire al Signore, sia che la cosa richiesta fosse di poco o di sommo valore. Ricordate con che fedeltà essi rimasero fedeli al Signore. Molto ci lamentiamo in Israele di non avere più il Signore con noi, benigno come lo era un tempo. Ma Israele ha più l’animo dei suoi padri? Chi ruppe e rompe continuamente l’alleanza col Padre?
56Seconda cosa capitale per avere Dio con sé: l’umiltà. Giuda Maccabeo era un grande israelita ed era un grande soldato. Ma non dice: “Io oggi distruggerò quest’esercito e le genti conosceranno che io sono il salvatore di Israele”. No. Dice: “E il Signore distruggerà quest’esercito davanti a noi, incapaci di farlo, deboli come siamo”[77]. Perché Dio è Padre ed ha cura dei suoi piccoli e, per non farli perire, manda le sue potenti schiere a combattere con armi sovrumane i nemici dei figli suoi.
Se Dio è con noi, chi contro di noi?
57Quando Dio è con noi, chi può vincerci? Questo ditevi sempre ora e più in futuro, quando vorranno vincervi e non già per cosa relativa come è una battaglia nazionale, ma in una cosa molto più vasta nel tempo e nelle conseguenze come è per la vostra anima. Non lasciatevi prendere da sgomento o da superbia. Ambedue sono dannosi. Dio sarà con voi se sarete perseguitati a causa del mio Nome e vi darà forza nelle persecuzioni. Dio sarà con voi se sarete umili, se riconoscerete che voi, per voi, non siete capaci di nulla, ma tutto potete se uniti al Padre.
58Giuda non si pompeggia ornandosi del titolo di salvatore di Israele. Ma dà quel titolo al Dio eterno. Infatti inutilmente gli uomini si agitano se Dio non è coi loro sforzi. Mentre senza agitarsi vince colui che fida nel Signore, il quale sa quando è giusto premiare con vittorie e quando è giusto punire con sconfitte.
Stoltezza di chi vuole consigliare Dio.
59Stolto quell’uomo che vuole giudicare Dio, consigliarlo o criticarlo. Ve la immaginate una formica che, osservando l’opera di un tagliatore di marmo, dicesse: “Tu non sai fare. Io farei meglio e più presto di te”? Uguale figura fa l’uomo che vuole fare da maestro a Dio. E alla figura ridicola unisce quella di un ingrato e prepotente, dimentico di ciò che è: creatura, e di ciò che è Dio: Creatore. Or dunque, se Dio ha creato un essere tanto ben creato che egli può credersi capace di consigliare lo stesso Dio, quale sarà la perfezione dell’Autore di ogni creatura? Questo solo pensiero dovrebbe bastare a tenere bassa la superbia, a distruggerla, questa malvagia e satanica pianta, questo parassita che, insinuatosi che sia in un intelletto, lo invade e soppianta, soffoca, uccide ogni albero buono, ogni virtù che fa l’uomo grande sulla Terra, veramente grande, non per censo né per corone ma per giustizia e sapienza soprannaturale, e beato nel Cielo per tutta l’eternità.
Lotta spirituale continua.
60E guardiamo un altro consiglio che ci danno il grande Giuda Maccabeo e gli avvenimenti di quel giorno in questa pianura[78].
Appiccatasi la battaglia, le schiere di Giuda, con le quali era Dio, vinsero e sgominarono i nemici, parte mettendoli in fuga fino a Jezeron, Azoto, Idumea e Jamnia, dice la storia, e parte trapassandoli di spada, lasciandone morti per i campi oltre tremila. Ma ai suoi armati, ebbri di vittoria, Giuda dice: “Non vi fermate a far preda, perché la guerra non è finita e Gorgia col suo esercito è nella montagna vicino a noi. Or dobbiamo combattere ancora contro i nostri nemici e vincerli completamente, e dopo, tranquillamente, fare la preda”[79]. E così fecero. Ed ebbero sicura vittoria e preda opima e liberazione e, tornando, cantavano benedizioni a Dio perché “è buono, perché la sua misericordia è eterna”.
I nemici esterni e interni dell’uomo.
61Anche l’uomo, ogni uomo, è come i campi intorno alla città santa dei giudei. Circondato di nemici esterni e interni, e tutti crudeli, tutti speranzosi di dare battaglia alla città santa del singolo uomo – il suo spirito – e darla all’improvviso per prendere di sorpresa con mille astuzie e distruggerla. Le passioni, che Satana coltiva e aizza, e che l’uomo non sorveglia con tutta la sua volontà per tenerle a freno, pericolose se non riesce a domarle, ma innocue se sorvegliate come ladrone incatenato, e il mondo che dall’esterno congiura con esse con le sue seduzioni di carne, di censo, di orgoglio, sono ben simili ai potenti eserciti di Gorgia, corazzati, dotati di torri di guerra, di arcieri buoni frecciatori, di cavalieri veloci, sempre pronti ad iniziare l’attacco agli ordini del Male.
Il Male va combattuto finché la vita dura.
62Ma che può il Male se Dio è con l’uomo che vuole essere giusto? L’uomo soffrirà, resterà ferito, ma avrà salva libertà e vita, e conoscerà vittoria dopo la buona battaglia. La quale però non avviene una volta, ma sempre si rinnova finché la vita dura, o finché l’uomo tanto si spoglia della sua umanità e diviene spirito più che carne, spirito fuso a Dio, che le frecce, i morsi, i fuochi di guerra non possono più fargli male nel profondo e cadono, dopo averlo percosso superficialmente come può fare una goccia su un duro e lucente diaspro.
63Non fermatevi a far preda, non distraetevi finché non siete alle soglie della vita. Non di questa vita della Terra, ma della vera Vita dei Cieli. Allora, vittoriosi, raccogliete le vostre prede ed entrate, e inoltrate, gloriosi, davanti al Re dei re e dite: “Ho vinto. Ecco le mie prede. Le ho fatte col tuo aiuto e con la mia buona volontà e ti benedico, Signore, perché sei buono e la tua misericordia è eterna.
Lotta contro il dubbio, le parole e le persecuzioni.
64Questo per la vita in generale, per tutti. Ma per voi, per voi che in Me credete c’è in agguato un’altra battaglia. Più battaglie. Quella contro il dubbio. Quella contro le parole che vi verranno dette. Quella contro le persecuzioni.
65Io sto per essere assunto al luogo per il quale sono venuto dal Cielo. Questo luogo vi farà paura, vi parrà smentita alle mie parole. No. Guardate con occhio spirituale l’evento. E vedrete che quello che avverrà sarà la conferma di ciò che realmente Io sono. Non il povero re di un povero regno. Ma il Re predetto dai profeti, ai piedi del cui trono unico, immortale, come fiumi all’oceano, verranno tutte le genti della Terra dicendo: “Ti adoriamo, o Re dei re e Giudice eterno, perché per il tuo santo Sacrificio hai redento il mondo”.
66Resistete al dubbio. Io non mento. Io sono Colui di cui parlano i profeti. Come la madre di Giovanni poco fa, alzate il ricordo di ciò che Io vi ho fatto e dite: “Queste opere sono da Dio. Egli ce le ha lasciate a ricordo, a conferma, ad aiuto per credere, e credere proprio in quest’ora”. Lottate e vincerete contro il dubbio che strozza il respiro delle anime. Lottate contro le parole che vi verranno dette. Ricordate i profeti e le mie opere. E alle parole nemiche rispondete con i profeti e con i miracoli che mi avete visto fare. Non abbiate paura. E non siate ingrati per paura tacendo ciò che vi ho fatto. Lottate contro le persecuzioni. Ma non lottate dando persecuzione a chi vi perseguita. Ma dando eroismo di confessione a chi vorrà con minacce di morte persuadervi a rinnegarmi. Lottate sempre contro i nemici. Tutti. Contro la vostra umanità, le vostre paure, i compromessi indegni, le alleanze utilitarie, le pressioni, le minacce, le torture, la morte.
Imparare da Gesù a redimere.
67La morte! Io non sono il capo di un popolo che dice al suo popolo: “Soffri per me mentre io godo”. No. Io soffro per il primo per darvi l’esempio. Io non sono un duce d’eserciti che dice agli eserciti: “Combattete per difendermi. Morite per darmi la vita”. No. Io combatto per il primo. Io morirò per il primo per insegnarvi a morire. Così come ho sempre fatto ciò che ho detto di fare, e predicando la povertà sono rimasto povero, la continenza casto, la temperanza temperante, la giustizia giusto, il perdono e ho perdonato e perdonerò, come ho fatto tutto questo farò anche l’ultima cosa. Vi insegnerò come si redime. Ve lo insegnerò non a parole ma con i fatti. Vi insegnerò a ubbidire ubbidendo alla più dura ubbidienza, quella della mia morte…
Imparare da Gesù a perdonare.
68Vi insegnerò a perdonare, perdonando fra gli ultimi strazi come ho perdonato sulla paglia della mia cuna, all’Umanità che mi aveva strappato dai Cieli[80]. Perdonerò come ho sempre perdonato. A tutti. Per mio conto a tutti. Ai piccoli nemici, agli inerti, indifferenti, volubili, e ai grandi nemici che non solo mi danno il dolore di essere apatici al mio potere e al mio desiderio di salvarli, ma che mi danno e daranno lo spasimo di essere i deicidi. Perdonerò. E poiché ai deicidi impenitenti non potrò dare assoluzione, pregherò ancora, con gli ultimi spasimi, il Padre per loro… perché li perdoni… essendo ebbri di un satanico liquore… Perdonerò… E voi perdonate in mio Nome. E amate. Amate come Io amo, come Io vi amo e vi amerò, in eterno.
69Addio. La sera scende. Preghiamo insieme e poi ognuno torni alle sue case con la parola del Signore nel cuore, e vi faccia essa granita spiga per le vostre fami future, quando desidererete di udire ancora l’Amico, il Maestro, il Salvatore vostro, e solo lanciando lo spirito nei Cieli potrete trovare Colui che vi ha amati più di Se stesso.
70Padre nostro che sei nei Cieli…».
71E Gesù, a braccia aperte, alta e candida croce contro il muro scuro della facciata di settentrione, dice lentamente il Pater.
72Poi benedice con la benedizione mosaica. Bacia i bimbi. Li benedice ancora. Si accomiata e va verso il nord, costeggiando la cinta di Emmaus senza entrarvi.
73Le tinte violacee del crepuscolo assorbono lentamente la dolce visione del Maestro che va, sempre più va verso il suo destino. Nella corte semioscura è un silenzio di pace dolorosa… Quasi di attesa.
74Poi il pianto del piccolo Micael, un pianto di agnellino che si trova solo, rompe l’incanto, e molti occhi si bagnano di lacrime e molte labbra ripetono le innocenti parole del piccolo: «Oh! perché sei andato via? Torna! Torna!… Fallo tornare, Signore!».
75E quando Gesù è proprio scomparso, il desolato riconoscimento del fatto compiuto: «Non c’è più Gesù!», inutilmente cercato di consolare dalla madre del piccolo Micael, che piange come avesse perduto più della madre, e dalle braccia di lei non ha occhi che per il punto dove è sparito Gesù, e tende le braccia chiamando: «Gesù! Gesù!».
76Gesù attende di essere alquanto lontano, poi dice: «Andremo a Joppe. I discepoli vi hanno molto lavorato e attende la parola del Signore».
77Non c’è molto entusiasmo per la prospettiva di allungare ancora la via, ma Simone Zelote fa osservare che da Joppe ai poderi di Nicodemo e Giuseppe ci si va presto e per belle strade, e Giovanni è contento di andare verso il mare. E gli altri, trascinati da queste considerazioni, finiscono coll’andare con più volontà per la strada che si dirige al mare.
Dice Gesù: «Metterete qui la visione del 20 settembre 1944: “Gesù e i Gentili in una città di mare”, che intitolerete: “Gesù a Joppe parla a Giuda di Keriot e a dei Gentili”, perché quell’episodio là avvenne dopo un giorno di miracoli e di predicazione».
23. Gesù orante nella grotta della Natività,
contemplato dai
discepoli ex-pastori[81].
Il Messia si ritira dai cuori gelidi.
Il Messia rimproverato.
1Gesù è alle spalle del Tempio, presso la porta del Gregge, fuori città. Intorno a Lui sono gli apostoli e i discepoli pastori, meno Levi, sbigottiti e inferociti anche. Non vedo nessun altro dei discepoli che erano prima al Tempio con Lui. Discutono fra loro. Potrei dire anzi che disputano fra di loro e con Gesù, e con Giuda di Keriot in maniera speciale. Rimproverano a quest’ultimo le ire dei giudei, e lo fanno con ironia mordente alquanto. Giuda li lascia parlare ripetendo: «Io ho parlato coi farisei, scribi e sacerdoti, e non uno di essi era fra la gente».
2Rimproverano Gesù di non aver troncato la discussione dopo averla fatta cadere una prima volta. E Gesù risponde: «Dovevo completare la mia manifestazione».
In cerca d’alloggio.
3E ancora sono in disaccordo sul dove andare, ora che il sabato è prossimo e che sono giorni di festa. Simon Pietro propone Giuseppe d’Arimatea, posto che a Betania non è luogo di andare a dare del disturbo, specie dopo che Gesù ha dichiarato che a Betania non è più da andare.
4Tommaso risponde: «Non c’è Giuseppe e non c’è Nicodemo. Sono via. Per la festa. Li ho salutati ieri quando eravamo in attesa di Giuda e me lo hanno detto».
5«Da Niche, allora», propone Matteo.
6«É a Gerico per la festa», risponde Filippo.
7«Da Giuseppe di Sefori», dice Giacomo d’Alfeo.
«Uhm! Giuseppe… Non gli faremmo un regalo! Ha avuto delle noie e… Ma sì che lo dico! E venera il Maestro, ma vuole la sua pace. Sembra una barca presa fra due correnti opposte… e per stare sempre a galla… tiene conto di tutte le zavorre. Anche del piccolo Marziale… tanto che non gli è parso vero di passarlo a Giuseppe d’Arimatea», dice Pietro.
«Ah! è per quello che ieri era con lui?!», esclama Andrea.
«Già! Perciò è meglio lasciarlo abbonacciare in un porticello sicuro… Eh! non si è molto coraggiosi! E il Sinedrio fa paura a tutti!», dice ancora Pietro.
8«Parla per te, te ne prego. Io non ho paura di nessuno», dice l’Iscariota.
«Neppur io. Per difendere il Maestro sfiderei tutte le legioni. Ma noi siamo noi… Gli altri… Eh! Hanno gli affari, le case, le mogli, le figlie… Ci pensano».
«Anche noi le abbiamo, allora», osserva Bartolomeo.
«Ma noi siamo gli apostoli e…».
9«E siete uguali agli altri. Non criticate alcuno, perché la prova non è ancora venuta», dice Gesù.
«Non è venuta? E che cosa vuoi di più di quelle che abbiamo già passate? Eppure hai visto oggi come ti ho difeso! Tutti ti abbiamo difeso. Ma io più di tutti! Ho fatto largo con certe spinte che avrebbero varato una barca… Un’idea! Andiamo a Nobe. Sarà felice il vecchio!».
«Sì. Sì. A Nobe», approvano tutti.
10«Giovanni non c’è. Fareste la strada per niente. A Nobe potete andare, ma non da Giovanni».
Il Messia si allontana dai cuori gelidi.
11«Potete! E Tu non puoi?».
«Non voglio, Simone di Giona. Io ho già dove andare per queste sere di Encenie. Ma, levato Io di mezzo, voi potete stare tranquilli in ogni luogo. Perciò vi dico: andate dove volete. Io vi benedico. Vi ricordo di stare uniti di corpo e di spirito, soggetti a Pietro vostro capo[82], ma non come a padrone sibbene come a fratello maggiore[83]. Non appena Levi sarà di ritorno con la mia sacca ci separeremo».
12«Questo no, mio Signore! Che io ti lasci andare da solo, mai sia!», esclama Pietro.
13«Sempre sia, se Io lo voglio, Simone di Giona. Ma non temere. Non starò in città. Nessuno che non sia angelo o demone scoprirà il mio rifugio».
«E bene è. Perché ci sono troppi demoni che ti odiano. Io ti dico che solo non andrai!».
«Ci sono anche degli angeli[84], Simone. E Io andrò».
«Ma dove? Ma in che casa, se hai rifiutato le migliori, o per volontà tua o delle circostanze?! Non vorrai certo stare in questa stagione in qualche grotta sui monti?».
«E se fosse? Sarebbero sempre meno gelide dei cuori degli uomini che non mi amano», dice quasi a Se stesso Gesù chinando il capo per nascondere un luccichio di pianto negli occhi.
14«Ecco Levi. Viene di corsa», dice Andrea che guarda dal ciglio della via.
«E allora diamoci la pace e separiamoci. Se volete andare a Nobe fate appena in tempo prima del tramonto».
Levi giunge trafelato: «Ti cercano da per tutto, Maestro… Me lo hanno detto coloro che ti amano… Sono stati in molte case, specie di povera gente…».
«Ti hanno visto?», chiede Giacomo di Zebedeo.
«Certo. Mi hanno anche fermato. Ma io, che sapevo già, ho detto: “Vado a Gabaon”, e sono uscito dalla porta di Damasco e ho corso dietro le mura… Non ho mentito, Signore, perché io e questi andiamo a Gabaon dopo il sabato. Questa notte staremo nelle campagne della città di Davide… Sono giorni di ricordi per noi…», e guarda Gesù con un sorriso d’angelo sul volto virile e barbuto, un sorriso che risveglia nei suoi tratti il fanciullo della notte lontana.
Il Carisma degli Evangelizzatori.
15«Va bene. Voi andate pure. E così voi. Io pure andrò. Ognuno per la sua via. Mi precederete nel paese di Salomon dove sarò fra pochi giorni. E prima di lasciarvi vi ripeto le parole che vi dissi prima di mandarvi due a due per le città[85]: “Andate, predicate, annunciate che il Regno dei Cieli è molto vicino[86]. Guarite i malati, mondate i lebbrosi, risuscitate i morti dello spirito e della carne imponendo nel mio Nome la risurrezione dello spirito, la ricerca di Me che è vita, o la risurrezione dalla morte[87]. E non insuperbitevi di ciò che fate. Evitate le dispute fra voi e con chi non ci ama. Non esigete nulla per quanto fate[88]. Preferite andare fra le pecore sperdute della casa d’Israele che non fra gentili e samaritani, e ciò non per ribrezzo ma perché non siete ancora da tanto da poterli convertire[89]. Date ciò che avete senza preoccuparvi del domani. Fate tutto ciò che mi avete visto fare, e con spirito uguale al mio. Ecco, Io vi do il potere di fare ciò che Io faccio e che voglio che facciate perché Dio sia glorificato”». Alita[90] su di loro e poi uno per uno li bacia e congeda.
Gesù orante nella grotta della Natività.
Chi ama il Messia lo segue.
16Tutti partono a malincuore, volgendosi più volte. Egli li saluta con la mano finché li vede tutti andati, poi si cala nel letto del Cedron, fra i cespugli, e si siede su un masso in riva all’acqua che gorgoglia. Beve quest’acqua chiara e certo gelida. Si lava il viso, le mani, i piedi. Poi si riveste e torna a sedere. Pensa… E non si accorge di ciò che gli avviene intorno, ossia che l’apostolo Giovanni, che era coi compagni già lontano, torna indietro da solo e lo imita nascondendosi in un cespuglio fitto…
17Gesù sta lì qualche tempo, poi si alza, mette la borsa a tracolla e, seguendo il Cedron, fra i cespugli, giunge al pozzo di En Rogel e poi taglia verso sud-ovest sino a prendere la via di Betlemme. E Giovanni, a un cento passi indietro, lo segue tutto imbacuccato nel mantello per non essere riconosciuto.
18Via, via, via, per le strade spogliate dall’inverno. Gesù, col suo passo lungo, divora la via. Giovanni lo segue a fatica, anche perché deve essere cauto per non essere scorto. Due volte Gesù si ferma e si volta. La prima passando presso il piccolo colle dove Giuda andò per parlare con Caifa e compagni, la seconda presso un pozzo dove siede e sbocconcella un po’ di pane bevendo poi all’anfora di un uomo. Poi riprende a camminare mentre il sole scende, scende, scende… e viene il crepuscolo. Giunge al sepolcro di Rachele quando l’ultimo rossore del tramonto si spegne in una pennellata di viola. Il cielo ad occidente sembra tutto una pergola di glicine in fiore, mentre a oriente ha già il puro cobalto di un freddo firmamento invernale d’oriente, e già le prime luci sideree si affacciano al più lontano limite del cielo.
19Affretta il passo Gesù. Per essere a posto prima che la notte sia completa. Ma, giunto ad un punto alto, dal quale si vede tutta la cittadina di Betlemme, si ferma, guarda, sospira… Poi scende rapido. Non entra in città. La gira intorno alle ultime case. Va dritto alle macerie della casa o torre di Davide, là dove è nato. Passa il rio che scorre presso la grotta, pone piede sul piccolo spiazzo coperto di foglie secche… Sbircia nella maceria. É vuota. Entra…
Preghiera del discepolo amante.
20E Giovanni resta più là, cauto per non essere né sentito né visto. Fruga, guarda. Più a tentoni che con la vista trova un’altra delle diroccate stalle. Vi entra a sua volta e fa luce in un angolo. Vi è un poco di paglia. Dello strame sporco. Qualche frasca secca. Del fieno nella mangiatoia.
21Giovanni è contento. Monologa fra sé: «Almeno… sentirò… e… O moriamo insieme o lo salvo». Poi sospira e dice: «Ed è nato così! E viene qui a piangere il suo dolore… E… Ah! Eterno Iddio! Salva il tuo Cristo! Mi trema il cuore, o Dio altissimo, perché Egli si isola sempre prima di opere grandi… E che opera grande può fare, se non manifestarsi come Re Messia? Oh! tutte le sue parole mi sono dentro… Io sono un fanciullo stolto e comprendo poco. Tutti comprendiamo poco, o eterno Padre nostro! Ma io ho paura. Paura ho! Perché Egli parla di morte. E di morte penosa, e di tradimento e di cose orrende… Ho paura! Paura, mio Dio! Fortifica il mio cuore, Signore eterno. Fortifica il mio cuore di povero fanciullo come certo fortifichi quello del tuo Figlio alle future vicende… Oh! che io lo sento! Egli è venuto qui per questo. Per sentirti più che mai e fortificarsi nel tuo amore. Io lo imito, o Padre SS.! Amami e fa’ che io ti ami per avere la forza di tutto patire senza viltà, a conforto del Figlio tuo».
Unici rumori nella notte dicembrina.
22Giovanni prega a lungo, ritto in piedi a braccia levate, al lume tremolante di due frasche che ha acceso sul focolare primitivo. Prega finché vede che il fuoco sta per spegnersi. Poi sale nella larga mangiatoia e si accoccola nel fieno. É tutto un’ombra con l’ombra, avvolto come è nel mantello scuro, e avvolta come è nelle tenebre la spelonca. Sinché un primo chiaror di luna si insinua dall’apertura volta ad oriente, a dire che è notte alta. Ma Giovanni, stanco, dorme. Il suo respiro e il lieve fruscio del ruscello sono gli unici rumori nella notte decembrina.
23In alto il cielo, sul quale sono nubi leggere come veli che la luna investe, pare tutto corso da schiere d’angeli… Ma non c’è canto di angeli, però. Ad intervalli nelle macerie si rispondono i lamentosi «cucù! cucù! cucù!» degli uccelli notturni, e talora finiscono con quella specie di risata da strega propria delle civette, e da lontano viene un lagno simile ad un ululato. Qualche cane chiuso in qualche ovile e uggiolante alla luna, oppure qualche lupo al quale il vento porta odor di preda e che si batte i fianchi con la coda e ulula di desiderio non osando avvicinarsi agli stabbi ben guardati? Non so.
Gli umili e prudenti Pastori.
24Poi ecco delle voci e delle pedate e una luce rossastra e tremula fra le rovine. Ed ecco, l’un dietro l’altro, i discepoli pastori Mattia, Giovanni, Levi, Giuseppe, Daniele, Beniamino, Elia, Simeone. Mattia tiene alto un ramo acceso per vedere la via. Ma chi corre avanti è Levi, e mette dentro il capo nella grotta di Gesù per primo. E subito si volge e fa cenno di sostare e di tacere e guarda ancora… e poi, con la mano destra sporta indietro, fa cenno agli altri di venire e si scosta, tenendo un dito sulle labbra con gesto di silenzio, per far posto agli altri che l’uno dopo l’altro guardano e si ritirano commossi come Levi.
25«Che facciamo?», dice in un sussurro Elia.
«Stiamo qui a contemplarlo», dice Giuseppe.
«No. Non è lecito ad alcuno violare i segreti spirituali delle anime. Ritiriamoci più là», dice Mattia.
«Hai ragione. Entriamo nella stalla accanto. Saremo ancora qui, e vicino a Lui», dice Levi.
«Andiamo», dicono. Ma prima di scostarsi guardano di sfuggita ancor una volta dentro la spelonca della Natività e poi si ritirano, commossi, cercando di non far rumore. Ma quando sono sulla soglia della stalla vicina sentono il russare di Giovanni.
«C’è qualcuno», dice Mattia arrestandosi.
«Che fa? Entriamo noi pure. Come si è rifugiato qui qualche mendico, perché certo è un mendico, così possiamo rifugiarvici noi», ribatte Beniamino.
26Entrano tenendo alto il ramo acceso. Giovanni, tutto un gomitolo nel suo improvvisato e scomodo letto, col viso velato a metà dai capelli e dal mantello, continua a dormire. Si accostano adagio, nell’intenzione di sedersi sulla paglia sparsa presso la greppia. Ma nel farlo Daniele getta uno sguardo più attento sul dormente e lo riconosce. Dice: «É l’apostolo del Signore. Giovanni di Zebedeo. Si sono rifugiati qui in preghiera… e il sonno ha vinto l’apostolo… Ritiriamoci. Potrebbe sentirsi umiliato dal sapersi scoperto assonnato in luogo che orante…».
Saggi e santi Pastori.
27Tornano fuori e a malincuore entrano nell’altro androne che è dopo questo. Anzi Simeone se ne lamenta: «Perché non stare sulla soglia della sua grotta e vederlo ogni tanto? Siamo stati per tanti anni alle guazze e al lume delle stelle per vegliare gli agnelli! E per l’Agnello di Dio non lo facciamo? Ne abbiamo ben diritto, noi che lo adorammo nel primo suo sonno!».
28«Hai ragione come uomo e come adoratore dell’Uomo-Dio. Ma che hai visto tu, guardando là dentro? L’Uomo forse? No. Noi, senza volere, abbiamo varcato l’invalicabile soglia dopo aver scostato il triplice velo steso a riparo del mistero, e abbiamo visto ciò che neppure il Sommo Sacerdote vede, entrando nel Santo dei santi. Abbiamo visto gli ineffabili amori di Dio con Dio. Non ci è lecito spiarli ancora. La potenza di Dio potrebbe punire le nostre pupille audaci che hanno visto l’estasi del Figlio di Dio. Oh! stiamo contenti di ciò che abbiamo avuto! Volevamo venire qui per passare la notte in preghiera prima di allontanarci per la nostra missione. Pregare e ricordare la notte lontana… Abbiamo invece contemplato l’amore di Dio! Oh! che ci ha veramente molto amati l’Eterno, dandoci la gioia della contemplazione del Pargolo e quella di soffrire per Lui, e quella di annunciarlo al mondo come discepoli del Pargolo Dio e dell’Uomo-Dio!
29Ora ci ha concesso anche questo mistero… Benediciamo l’Altissimo e non vogliamo di più!», dice Mattia[91], che ho l’impressione sia il più autorevole per sapienza e giustizia fra i pastori.
30«Hai ragione. Dio ci ha molto amati. Non dobbiamo esigere di più. Samuele, Giuseppe e Gionata non hanno avuto che la gioia dell’adorare il Pargolo e soffrire per Lui. Giona è morto senza poterlo seguire. Lo stesso Isacco[92] non è qui a vedere ciò che noi abbiamo visto. E se c’è uno che merita, questo è Isacco, che si consuma nell’annunciarlo», dice Giovanni.
Il sigillo della prudenza.
31«É vero! É vero! Come sarebbe stato felice Isacco di vedere questo! Ma glielo diremo», dice Daniele.
«Sì. Ricordiamo tutto nel nostro cuore per dirlo a lui», dice Elia.
«E agli altri discepoli e fedeli!», esclama Beniamino.
32«No. Non agli altri. E non per egoismo, ma per prudenza e per rispetto al mistero. Se Dio vorrà, verrà l’ora in cui lo potremo dire. Per ora dobbiamo saper tacere», dice ancora Mattia, e rivolgendosi a Simeone: «Tu sei stato con me discepolo di Giovanni. Ricordati come ci istruiva sulla prudenza sulle cose sante: “Se Dio un giorno, come già vi ha beneficati, ancora vi beneficherà con straordinari doni, questo non vi faccia come ebbri ciarlieri. Ricordate che Dio si manifesta agli spiriti, i quali sono chiusi nella carne perché sono gemme celesti che non devono essere esposte alle sozzure del mondo. Siate santi nelle membra e nei sensi per saper frenare ogni istinto carnale. Negli occhi come nelle orecchie, nella lingua come nelle mani. E santi nel pensiero, sapendo frenare l’orgoglio di far sapere che voi avete. Perché i sensi e gli organi e l’intelletto devono servire e non regnare. Servire allo spirito, non regnare sullo spirito. Devono tutelare, non turbare lo spirito. Perciò sui misteri di Dio in voi, salvo un suo esplicito comando, mettete il sigillo della vostra prudenza, come lo spirito ha quello della temporanea carcere nella carne. Sarebbero cose tutt’affatto inutili, cattive e pericolose la carne e l’intelletto, se non servissero a dar merito con l’afflizione che diamo loro a risposta dei fomiti che ci danno, e se non servissero a far da tempio all’altare sul quale si libra la gloria di Dio: lo spirito nostro”.
33Ve lo ricordate? Tu, Giovanni, e tu, Simeone? Io spero che sì, perché se non ricordaste le parole del nostro primo maestro, veramente egli sarebbe morto per voi. Un maestro vive finché la sua dottrina vive nei discepoli. E anche se poi è surrogato da un maestro più grande e, per i discepoli di Gesù, dal Maestro dei maestri, non è mai lecito dimenticare le parole del primo, che ci hanno preparati a comprendere ed amare con sapienza l’Agnello di Dio».
«E’ vero. Tu parli con sapienza. Ti ubbidiremo».
Ricordando l’estasi del Messia.
34«Ma come è penoso, faticoso resistere, essendo così a Lui vicini, a non guardarlo ancora una volta! Sarà ancora come era?», chiede Simeone.
35«Chissà! Come splendeva il suo volto!».
36«Più di luna in notte serena!».
37«La sua bocca aveva un divino riso…».
38«E le sue pupille davano divino pianto…».
39«Non diceva parola. Ma tutto era preghiera in Lui».
39«Che avrà mai visto?».
«L’eterno Padre suo. Ne dubiti? Solo quella vista può dare quell’aspetto. Anzi, che dico? Più che vederlo, era con Lui, in Lui! Il Verbo col Pensiero! E si amavano!… Ah!…», dice Levi che pare in estasi lui pure.
40«Ben per questo che dissi non essere lecito a noi di rimanere là. Considerate che neppure il suo apostolo ha voluto seco…»
41«Già. É vero! Maestro santo! Ne ha bisogno, più che terra arsa di acqua, di essere inondato dall’amore di Dio! Tanto odio intorno a Lui!…».
Atto di consacrazione alla Volontà di Dio.
42«Ma anche tanto amore. Io vorrei… Sì, lo faccio! L’Altissimo è qui presente. Io mi offro e dico: “Signore Iddio altissimo, Dio e Padre del tuo popolo, che accetti e consacri i cuori e gli altari e immoli le vittime a Te gradite, scenda come un fuoco il tuo volere e mi consumi vittima con Cristo, come Cristo e per Cristo, tuo Figlio e tuo Messia, mio Dio e Maestro. A Te mi raccomando. Esaudisci la mia preghiera“». E Mattia, che ha pregato alzandosi in piedi a braccia levate, torna a sedere sul fastello di fascine che li accoglie.
Carità provvidente dei Pastori.
43La luna cessa di illuminare lo speco perché volge ad occidente. Il suo candore è ancora sulla campagna, ma non più qua dentro; e volti e cose si annullano in una sola ombra. Anche le parole si fanno più rare e le voci più basse. Finché la sonnolenza vince la buona volontà, e sono soltanto parole staccate, talora senza risposta… Il freddo, che si fa pungente verso l’alba, è stimolante contro il sonno, e si rialzano, accendono delle frasche, si scaldano le membra intirizzite…
44«Come farà Egli, che certo non pensa al fuoco?», dice Levi che quasi batte i denti.
45«E avrà almeno del cibo?», chiede Elia e soggiunge: «Ora non abbiamo più che il nostro amore e poco cibo gramo… ed è sabato oggi…».
46«Sai che? Mettiamo tutto il nostro cibo sulla soglia della grotta e poi ce ne andiamo. Noi possiamo sempre trovare un pane prima di sera, da Rachele o da Eliscià. E saremo la provvidenza della Provvidenza, del Figlio di Colui che a noi tutti provvede», propone Giuseppe.
47«Sì, sì. Facciamo un bel fuoco per vedere bene e per scaldarci bene, e poi portiamo là tutto, e ci allontaniamo prima che coll’alba Egli o l’apostolo escano e ci vedano».
48Al fuoco fiammeggiante aprono le loro sacche e traggono pane, formaggi secchi, qualche mela. Poi si caricano delle legna ed escono cauti, mentre ancora Mattia fa lume con un ramo tratto dal fuoco. Mettono tutto proprio fuor dell’entrata della grotta, le fascine a terra, sopra il pane e gli altri cibi. Poi si ritirano, ripassano il rio, l’un dietro l’altro, e se ne vanno in un primo silenzioso crepuscolo d’alba che un canto di gallo lacera all’improvviso.
24 624. Apparizione ai pastori[93].
“E’ proprio il Re”.
Letizia di bambini felici.
1Anche essi vanno lesti sotto gli ulivi, e sono talmente sicuri della sua Risurrezione che parlano con la letizia di bambini felici. Vanno direttamente verso la città.
2«Diremo a Pietro di guardarlo bene e di dirci come è bello il suo Volto», dice Elia.
3«Oh! io, per quanto possa essere bello, non potrò mai dimenticare come era torturato», mormora Isacco.
4«Ma lo hai presente quando è stato alzato con la Croce?», chiede Levi.
5«E voi altri?».
«Perfettamente, io. Allora la luce era ancora buona. Dopo, coi miei vecchi occhi, non ho visto che ben poco», dice Daniele.
6«Io invece l’ho visto finché non parve morto. Ma avrei voluto essere cieco per non vedere», dice Giuseppe.
7«Oh! bene. Ora è risorto. Questo deve farci felici», lo consola Giovanni.
8«E il pensiero che noi non lo abbiamo lasciato altro che per una carità», aggiunge Gionata.
9«Ma il cuore è rimasto lassù. Sempre», mormora Mattia.
10«Sempre. Sì. Tu che lo hai visto sul Sudario, di’: come è? somigliante?», chiede Beniamino.
11«Come parlasse», risponde Isacco.
12«Lo vedremo quel velo?», chiedono in molti.
“E’ proprio il Re”.
13«Oh! la Madre lo mostra a tutti. Lo vedrete certo. Ma è triste vista. Meglio sarebbe vedere… Oh! Signore!».
14«Servi fedeli. Eccomi. Andate. Vi attendo a giorni in Galilea. Ancora voglio dirvi che vi amo. Giona è beato, cogli altri, in Cielo».
«Signore! Oh! Signore».
15«La pace a voi di buona volontà».
16Il Risorto si fonde nel raggio del vivo sole del mezzogiorno. Quando essi alzano il capo, Egli non c’è più. Ma c’è la grande gioia di averlo visto come è ora. Glorioso. Si alzano in piedi, trasfigurati di gioia. Nella loro umiltà non sanno capacitarsi di avere meritato di vederlo e dicono: «A noi! A noi! Come è buono il nostro Signore! Dalla nascita al suo trionfo, sempre umile e buono con i suoi poveri servi!».
17«E come era bello!».
18«Oh! bello così non fu mai! Che maestà!».
19«Sembra più alto ancora e più maturo d’anni».
20«É proprio il Re!».
21«Oh! lo dicevano il Re pacifico! Ma è anche il Re tremendo per coloro che devono avere timore del suo giudizio!».
22«Hai visto che raggi si sprigionavano dal suo Volto?».
23«E che balenii nei suoi sguardi!».
24«Io non osavo fissarlo. E fissarlo avrei pur voluto, perché penso che forse non mi sarà più concesso di vederlo così altro che in Cielo. E voglio conoscerlo per non averne tremore allora».
Cantico spirituale.
25Mattia: «Oh! non dobbiamo temere se rimaniamo quali siamo: suoi servi fedeli. Hai udito: “Ancora voglio dirvi che vi amo. Pace a voi di buona volontà”. Oh! non una parola di troppo. Ma in questo poco c’è tutto il consenso sul nostro aver fatto fino ad ora e tutta la più alta promessa per la vita futura. Oh! intoniamo il canto della gioia. Della nostra gioia: “Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà. Veramente il Signore è risorto, come aveva detto per bocca dei profeti e con la sua parola senza difetto. Ha perduto col Sangue tutto quanto il bacio di un uomo aveva in Lui deposto di corrotto; e, mondato come è l’altare, il suo Corpo ha assunto l’inesprimibile bellezza di Dio. Prima di salire ai Cieli si è mostrato ai suoi servi. Alleluia. Andiamo cantando, alleluia!, l’eterna giovinezza di Dio! Andiamo annunciando alle genti che Egli è risorto, alleluia! Il Giusto, il Santo è risorto, alleluia, alleluia! Dal Sepolcro è uscito immortale. E l’uomo giusto con Lui è risorto. Nel peccato come in grotta serrato era il cuore dell’uomo. Egli è morto per dire: ‘Sorgete!’. E i dispersi sono sorti, alleluia! Aperte le porte dei Cieli agli eletti ha detto: ‘Venite’. Ci conceda per il santo suo Sangue di salire noi pure. Alleluia!”».
26Mattia, l’anziano ex-discepolo di Giovanni Battista, va in testa cantando, come un tempo forse aveva cantato Davide davanti al suo popolo per le strade di Giudea. Gli altri lo seguono, facendo coro ad ogni “alleluia” con giubilo santo.
Il servo dei servi di Cristo.
27Gionata, che fa parte del gruppo, dice, mentre già Gerusalemme è ai loro piedi dal piccolo colle che essi scendono a passo veloce: «Per la sua nascita ho perso la patria e la casa, e per la sua morte ho perso la nuova casa dove da trent’anni operai da onesto. Ma, anche mi fosse stata levata la vita per Lui, sarei morto in letizia, perché per Lui l’avrei persa. Non ho rancore per colui che è con me ingiusto. Il mio Signore mi ha insegnato col suo morire la perfetta mansuetudine. E non ho pensiero del domani. La mia dimora non è qui. Ma nel Cielo[94]. Vivrò nella povertà a Lui tanto cara e lo servirò fino all’ora del suo chiamarmi… e… sì… gli offrirò anche la rinuncia… alla mia padrona… Questa è la spina più dura… Ma, ora che ho visto il dolore del Cristo e la sua gloria, non devo pesare il mio dolore, ma solo sperare la celeste gloria. Andiamo a dire agli apostoli che Gionata è il servo dei servi del Cristo».
S O M M A R I O
1. L’annuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo.
I primi adoratori del Verbo incarnato.
Esperienze carismatiche del portavoce
La veglia dei pastori (Lc 2,8)
L’apparizione angelica (Lc 2,9).
Il lieto annunzio (Lc 2,10-12).
Il gloria angelico (Lc 2,13-14).
L’ubbidienza dei semplici (Lc 2,15).
I primi adoratori del Messia (Lc 2,16-17).
I primi servi fedeli (Lc 2,18-20)..
Requisiti per essere adoratori (Insegnamento)
I primi adoratori del Corpo di Dio.
2. A Betlem, nella casa di un contadino e nella grotta della Natività.
Presso il sepolcro di Rachele.
L’odio porta seco maledizione.
Il pellegrino porta seco benedizione.
Il buono e il cattivo è ovunque.
La luce splende nelle tenebre.
Le tenebre non l’hanno accolto.
L’alloggio del Re d’Israele (Insegnamento).
Gesù racconta la notte del suo natale.
3. All’albergo di Betlem e sulle macerie della casa di Anna.
L’apostolo delle missioni difficili.
“Fratelli della mia terra” (Discorso).
4. Gesù ritrova i pastori Elia e Levi.
La preghiera prima della cena.
5. A Jutta dal pastore Isacco. Sara e i suoi bambini.
Una famiglia consacrata al Messia.
6. A Ebron nella casa di Zaccaria. L’incontro con Aglae.
La vita è solo un tempo di prava.
7. Andando dai pastori. I gioielli di Aglae e una parabola sulla sua conversione.
L’operaio ha diritto alla sua mercede.
Parabola della farina e il lievito.
Un piano per liberare il Battista.
Spiritualizzare la bontà umana.
9. Con pastori e discepoli presso Doco. Isacco resta in Giudea.
Tutto è pazienza e ordine (Insegnamento)
10. Nella pianura di Esdrelon. L’amore di Giovanni e dei pochi come lui. Visita al pastore Giona.
Amare per solo amore. (Insegnamento)
Evangelizzare i vivi e i morti.
Esperienza carismatica del Portavoce.
11. Commiato da Giona, che Simone Zelote pensa di affrancare. Arrivo di Gesù a Nazareth.
Il segno degli amici del Messia.
Colei che effonde i doni d’amore.
Il segno degli amici del Messia.
12. L’arrivo dei discepoli e dei pastori a Nazareth.
L’arrivo dei discepoli e dei pastori.
13. A Tiberiade nella casa di Cusa. Assenza di Gionata.
14. Incontro con l’ex-pastore Gionata e guarigione di Giovanna di Cusa.
L’Iscariota preferisce gli interessi di casa.
L’ex-pastore Giona adora il Messia.
L’Uomo biondo dagli occhi di cielo.
“Sii sanata. Sorgi!”(Lc 8,2-3).
15. Sul Libano dai pastori Beniamino e Daniele.
16. Nei campi di Giocana e in quelli di Doras. Morte di Giona nella casa di Nazareth.
I membri del Regno dei Cieli (Insegnamento messianico)
Incontro del Santo e la bestia.
Fariseo subdolo, mentitore, spergiuro, assassino.
Isacco operatore della Provvidenza.
17. I discorsi dell’Acqua Speciosa: “Non tentare il Signore Iddio tuo”. Testimonianza del Battista.
Tre pastori discepoli del Battista.
Gioia del Precursore del Messia
Il Messia è al di sopra di tutti
Chi crede nel Messia ha la Vita eterna
Colui che più al Cielo si accosta.
“Cadano le regole per dare posto all’amore”.
La verità di tanti nel giorno del giudizio.
Gli eventi all’alba del Messia.
L’annuncio degli angeli ai pastori.
Formazione spirituale di Zaccaria.
Il Precursore affida al Messia i suoi discepoli.
19. L’incontro con la Madre a Betania. Jabé cambia il suo nome in Marjziam.
Margziam: piccola stilla nel mare dei salvati
20. Maria SS. rivede il pastore Elia.
L’incontro di Maria col pastore Elia
Incontro della Madre col pastore Elia
Da semplici pastori a discepoli del Messia
21. La fecondità del dolore nel discorso di Gesù presso la casa di Elisa a Betsur.
Servire Dio nel prossimo (discorso)
22. Apostolato dei Pastori presso Emmaus della pianura.
Rispetto della proprietà altrui e ospitalità.
Discepoli consapevoli del loro amore per Gesù.
La logica infantile del piccolo Micael.
Ancora una pioggia di domande.
Il futuro confessore del Dio vero.
I bambini non danno mai dolore a Gesù.
Terreno bonificato dai pastori.
Il potere della fede sul cuore di Dio.
I mezzi per ottenere aiuto da Dio.
Se Dio è con noi, chi contro di noi?
Stoltezza di chi vuole consigliare Dio.
I nemici esterni e interni dell’uomo.
Il Male va combattuto finché la vita dura.
Lotta contro il dubbio, le parole e le persecuzioni.
23. Gesù orante nella grotta della Natività, contemplato dai discepoli ex-pastori.
Il Messia si ritira dai cuori gelidi.
Il Messia si allontana dai cuori gelidi.
Il Carisma degli Evangelizzatori.
Gesù orante nella grotta della Natività.
Preghiera del discepolo amante.
Unici rumori nella notte dicembrina.
Ricordando l’estasi del Messia.
Atto di consacrazione alla Volontà di Dio.
Carità provvidente dei Pastori.
24 624. Apparizione ai pastori.
[1]Poema: I, 49. 7 giugno 1944. Vigilia del Corpus Domini.. GESU’ DI NAZARET, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, inedito, non smerciabile. Vol 1 N° 30
[2] Da cui il Portavoce era temporaneamente sfollata a causa della seconda guerra mondiale.
[3]IL VANGELO ETERNO:C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge (Lc 2,8).
[4]IL VANGELO ETERNO: Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento (Lc 2,9).
[5]IL VANGELO ETERNO: ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore, Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2,10-12).
[6]IL VANGELO ETERNO: E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà” (Lc 2,13-14).
[7]IL VANGELO ETERNO: Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (Lc 2,15).
[8]IL VANGELO ETERNO: Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro (Lc 2,16-17).
[9]IL VANGELO ETERNO: Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro (Lc 2,18-20).
[10] Poema: I, 50
[11] 8 gennaio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol. 1, N° 73
[12] Gen. 28,10-17
[13] Mt 2,16-18
[14] (in foglio aggiunto) In merito agli Innocenti uccisi nella strage di Erode: numero esatto è trentadue. Di essi, diciotto furono uccisi nella vera città di Betlemme e quattordici nelle campagne prossime a betlemme. Fra gli uccisi vi furono anche sei fanciulline, non identificate per femmine dai sicari, dato che erano, maschi e femmine, vestiti tutti a un modo, e anche per la fretta di uccidere e per il buio notturno. Come sempre avviene, il contadino esagera e svisa la verità delle cose. E così molte leggende false si sono create sostituendosi alla verità. E’ il caso anche degli evangeli apocrifi
[15] Isaia (Is) 7,14
[16] Att (At) 5,3637
[17] Daniele (Dn) 9,20-27
[18] Numeri (Nu) 24,17
[19] Gen 35,16-20
[20]Isaia (Is) 11,1
[21] Is 7,14
[22]Is 9,1
[23]Numeri (Nm) 24,17
[24] Is 9,1
[25] Geremia 31,15; Gen. 35,19
[26] Sottintendi: non come Dio, ma come Uomo, cioè per esperienza umana. Vedi: dove dice: “Vi ho conosciuto ed ho conosciuto, con esperienza d’uomo, il mondo”. E, più chiaramente ancora: “Sono uomo e sono il Figlio di Dio. Quanto potrei ignorare come uomo, e mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio…”.
[27]<in margine> Il futuro principio del Vangelo di san Giovanni: Gv 1,4-5 e 9-11
[28] 9 gennaio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol. 1, N° 74
[29]Genesi (Gen) 3,15
[30]Gen 3,16-18
[31]Gen 35,19-20; Geremia (Ger) 31,15; Mt 2,16-18;
[32] Michea (Mi) 5,2
[33] 11 gennaio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 1, N° 75
[34] 12 gennaio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 1, N° 76
[35] (vedi: per l’origine dalla polvere, Gen 2,7; per il ritorno in polvere, Gen 3,19; per i suffragi verso i defunti, 2 Maccabei (2Mac) 12,38-46; per la resurrezione della carne, Salmo (Sal) 48,15-16; Giobbe (Gb)19,25-27; e specialmente Ezechiele 37,1-14; Daniele 12,1-3; 2 Mac 7,1-42; Mt 22,23-33; Romani 8,11; I Corinti 15; 2 timoteo (2 Tm) 2,17-18)
[36] 13 gennaio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 1, N° 77
[37] 15 gennaio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2. N° 79
[38] Numeri (Nm) 13,16-27
[39] (Probabilmente si allude alle guerre e agli avvenimenti narrati in: 1 e 2 Samuele
[40] 18 gennaio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N° 81
[41] Is 40,3-5; Mt 3,3; Mc 1,3-4; Lc 3,2-6; Gv 1,23
[42] Giovanni Evangelista, infatti, nell’Apocalisse, ultimo libro della Bibbia, col quale si chiude la rivelazione pubblica, inneggia all’agnello (Gesù) una trentina di volte
[43] 1 Re 17,1; 2 Re 2,18; Mt 17,9-13; Mc 9,9-13; Lc 1,13-17
[44] 25 gennaio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N° 87
[45] 26 gennaio1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N° 88
[46]Evangelizzare i morti: E’ arrivato il tempo ed è questo in cui i morti ascolteranno la voce del Figlio dell’Uomo, quelli che ascolteranno vivranno: Morti, la vostra vita è Gesù Cristo; dormenti il vostro sole è Gesù Cristo, che sorge svegliando; vivi, la verità che cercate è Gesù Cristo, affinché possiate raggiungere la vita eterna per i meriti e il sangue di Gesù Cristo. Dio onnipotente abbia misericordia di voi perdoni i vostri peccati, vi conduca alla vita eterna.
[47] Sera dello stesso 26 gennaio 1945, ore 20: In MARIA VALTORTA, Poema dell’Uomo-Dio, C.E.V, Isola del Lire, 1986, pag. 312
[48] 27 gennaio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N° 89
[49] 28 gennaio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N° 90
[50] 6 febbraio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N°99
[51] Uscì Tobia in cerca di uno pratico della strada che lo accompagnasse nella Media. Uscì e si trovò davanti l’angelo Raffaele, non sospettando minimamente che fosse un angelo di Dio. Il giovane partì insieme con l’angelo. Al ritorno del viaggio, Tobia fece venire l’accompagnatore e gli disse: “Prendi come tuo salario la metà di tutti i beni che tu hai portato e va’ in pace”, ma l’accompagnatore disse loro: Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore. Quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. A voi sembrava di vedermi mangiare, ma io non mangiavo nulla: ciò che vedevate era solo apparenza. Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a colui che mi ha mandato” Tobia (Tb) Capi. dal 5 al 12.
[52] 8 febbraio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N° 102
[53]IL VANGELO ETERNO:Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di erode, era stata guarita da infermità (Lc 8,2-3)
[54] 10 febbraio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N° 103
[55] 15 febbraio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N° 109
[56] 26 febbraio 1945. Vol 2 N° 118
[57] 11 marzo 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N° 127
[58] Tobia capitolo 5
[59] 2 marzo 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 2 N° 136 Poema: II, 103
[60]<Tale è, in sostanza, il significato etimologico del nome “Gabriele”>
[61] Gabriele, spiega a Daniele la visione che riguarda il tempo della fine (Daniele: Dn 8,15-27). Gabriele, in altra occasione, istruisce e fa comprendere la visione delle “Settanta settimane” (Dn 9,20-27).
[62]<Modo di esprimersi immaginoso, per inneggiare alla mirabile azione di Dio, alla singolare perfezione dell’anima di Maria, all’ardente amore degli spiriti angelici per la loro Regina. Al termine dei giorni terreni, saranno ancora gli Angeli che riporteranno in Cielo Maria>
[63] Genesi 4,1-4.
[64] Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Isaia: Is 7,14).
[65] Al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore (Es. 19,16). Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura, nella quale era Dio (Es. 20,21).
[66]<in calce> Nota: Spiegazione divina al Cap. 2,44-48 di Luca.
[67] 27 aprile 1945. Vol 2 N° 148
[68] 23 giugno 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 3 N° 198. Poema: III, 59
[69] 23 giugno 1945. Vol 3 N° 198
[70] 4 luglio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 3 N° 208
[71] “Cantico dei cantici, (il Cantico per eccellenza), che è di salomone” (Cantico dei Cantici 1,1)
[72] “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità, Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?” Qoèlet 1,1-2; 11,7; 12,
[73] 5 luglio 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 3 N° 209
[74] 28 marzo 1946. La Buona Novella, op. cit. Vol 6 N° 405
[75] Michele: secondo la tradizione giudaica, è il campione di Dio. Il suo nome vuol dire: “Chi è come Dio?”. Protettore del popolo d’Israele: “In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo” (Dn 12,1). Aiuta gli angeli che servono il popolo del Signore: L’angelo disse a Daniele: Michele, uno dei primi principi, mi è venuto in aiuto… Nessuno mi aiuta in questo se non Michele, il vostro principe” (Dn 10,13.21). Si oppone a Satana: “L’arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signor!” (Giuda 9). E’ il vincitore di Lucifero: “Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago, il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo” (Ap 12,7).
[76] 1 Maccabei 4,6-11
[77] “Come potremo resistere di fronte a loro, se tu non ci aiuterai?. Il Cielo farà succedere gli avvenimenti secondo quanto è stabilito lassù. Alziamo la nostra voce al Cielo, perché ci usi benevolenza e si ricordi dell’alleanza con i nostri padri e voglia sconfiggere questo schieramento davanti a noi oggi; si accorgeranno tutti i popoli che c’è uno che riscatta e salva Israele” (1 Mac 3,53.60; 4,10-11).
[78] 1 Maccabei 4,14-25
[79] Quando Giuda e i suoi armati tornarono dal loro inseguimento, egli disse alla sua gente: “Non siate avidi delle spoglie, perché ci attende ancora la battaglia. Gorgia e il suo esercito è sul monte vicino a noi; ora voi state pronti ad opporvi ai nemici e a combatterli; in seguito farete tranquillamente bottino”(1 Mac 4,16-18)
[80]< L’Umanità da Dio creata e da Lui amata più che un padre ami la propria figlia e uno sposo la propria sposa, peccando aveva praticamente costretto il Buonissimo. Che è tutto Amore e Misericordia, a farsi Uomo per salvarla; così come un naufrago costringe (pur non togliendogli la libertàl) un generoso a gettarsi in acqua per tararlo a riva>
[81] 11dicembre 1946. La Buona Novella, op. cit. Vol 8 N° 538
[82] “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18). “A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19).
Pietro è il capo di tuttala Chiesa perché è incaricato da Cristo a pascere tutto il gregge peccore madri e agnelli (Giovanni 21, 16-17).
[83]“Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8).
[84]“Il Signore, alla cui presenza io cammino, manderà con te il suo angelo e darà felice esito al tuo viaggio” (Gen 24,40). “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato” (Es 2320). “Manderò davanti a te un angelo e scaccerò il Cananeo, l’Amorreo, l’Hittita, il Perizzita, l’Eveo e il Gebuseo” (Es 33,2). Solo l’angelo di Dio che camina davanti a ogni figlio di Dio può scacciare troni, potenze, dominazioni, serpenti, draghi e mostri tenebrosi che abitano in torno a noi.
[85] Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi (Lc 10,1).
[86] Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi (Lc 10,1).
[87] Guarite gli infermi, risuscitate i morte, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni (Mt 10,8; Lc 10,9)
[88] Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8).
[89] Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 10,5-6).
[90] Gesù disse loro : “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,21-23).
[91] Giuseppe e Mattia, dei quali si parla in: atti 1,23 sarebbero ex-Pastori, cioè appartenenti a quel gruppo che venerò il Neonato Messia nella grotta di Betlemme.
[92] Isacco è il primo dei Discepoli.
[93] 4 aprile 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol 10 N° 624
[94] La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose (Filp 3,20-21).
