Lezioni dell’angelo Azaria

A Z A R I A

 

Angelo custode di

Maria Valtorta.

 

 

Lezioni per salvatori corredentori in olocausto d’amore.

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI

 

A cura di Fray Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S

(Servo dell’Ordine dei Salvatori)

L’angelo custode.

    Dice Azaria:

“Tu, anima che mi sei affidata, lo sai quante volte seduce il Tentatore, proponendo di fare commedie, di aggiungere orpelli, per stupire, per appa­rire più ancora! Il grande pericolo! Solo chi sa resistere ed essere ciò che Dio lo fa, e nulla più, conserva il dono e resta strumento. Con quanto tremore ti ho visto tentata ogni volta! E con che laude di gloria ho benedetto il Signore e ringraziato la Corte ce­leste per averti aiutato a resistere, ogni volta che ti ho visto uscire dalla prova, stanca, sofferente, ma più matura, ma vincitrice!

L’angelo del Signore è come un giardiniere che cura una pianta preziosa. Dal nascere al maturare… Sempre vigile, tre­mando dei venti, dei geli, delle tempeste, dei parassiti, dei ro­ditori. La sua completa pace di angelo, l’angelo la ritrova quando risale al cielo col frutto colto dal ramo, levato alla Terra, con l’anima che si è salvata fino alla fine. Allora, con un ardore di gioia, va a ritrovare i fratelli, e dice: ” L’anima mia si è sal­vata! È con noi nella pace! Gloria, gloria, gloria al Signore! “

Riconoscimento dunque umile, sempre costante, del vostro “nulla” e supplica continua ai beati cittadini dei Cieli di dar­vi il loro aiuto. La S. Comunione dei Santi invocata ad aiuto dei militanti, e specie da quelli che, per la loro particolare condizione, sono più esposti, è vero, al Sole Eterno, ma anche alle tempeste che scatena Satana e il mondo. Le tempeste sì avven­tano sulle cime isolate”.


1.  Introduzione

Pubblicata l’Autobiografia di Maria Valtorta[1], uscita la terza edizione de Il poema dell’Uomo-Dio[2]e la sua traduzione parziale in giapponese[3], mentre sono in preparazione le versioni nelle principali lingue europee, siamo lieti di offrire al pubblico, sempre più numeroso, vario e impressionato, un altro considerevole Scritto, dovuto alla penna della stessa Inferma.

1. Titolo

Maria Valtorta aveva premesso a questo libro un titolo ed un sottotitolo: Messe Angeliche, Direzioni; ma tali appellativi, se lasciano assai chiaramente immaginare il contenuto e lo scopo del volume, sembrano però abbastanza inadatti.

Indubbiamente, Gesù sommo ed eterno Sacerdote, Maria Madre di Cristo e della Chiesa, gli Angeli e i Santi, intrecciano la celeste Liturgia con quella terrestre, celebrata dai sacerdoti cui si associano i semplici fedeli, i quali costituiscono con loro la Chiesa, universale o locale, pellegrinante nel mondo, in cammino verso l’eterna Gerusalemme[4]. Anzi, la vetusta Preghiera eucaristica siro-antiochena, detta di S. Giacomo, arriva ad asserire che noi, durante il sacro Rito, invochiamo i Santi affinché essi offrano con noi il Sacrificio incruento.  Tuttavia, il titolo Messe Angeliche potrebbe far supporre che gli Angeli siano sacerdoti e dicano Messa: pensiero che non rispecchia affatto la sana teologia e non concorda con la dottrina esposta nel presente volume.

Ugualmente, il sottotitolo Direzioni, mentre sembra significare che il volume contenga indicazioni teoriche o pratiche, non lascia per niente trasparire quale sia la natura di tali avvertimenti e consigli, e da quali persone o categorie siano rivolti.

Tutto considerato, tra i vari titoli suggeritici, ne abbiamo scelto uno, semplicissimo, di sapore biblico: Libro di Azaria; titolo che si giustifica da sé, alla luce del seguente numero.

2. Autore e scrittore

Allo scopo di rispettare la costante persuasione che nutriva Maria Valtorta, distinguiamo tra Autore e Scrittore:

a) Autore di questo Libro sarebbe infatti, secondo l’Inferma un Angelo, il suo Angelo Custode, Azaria, che glielo avrebbe dettato; b) Scrittore, anzi Scrittrice, è invece Maria Valtorta, che ha fedelmente messo su carta quanto il Celeste Messaggero le avrebbe annunziato.

3. Luogo e tempo di composizione

La Valtorta scrisse questo volume, come tutti gli altri d’indole religiosa, a Viareggio, in Via Antonio Fratti, nella casetta che ora porta il numero civico 257; lo scrisse stando a letto, con il quaderno appoggiato alle ginocchia, di proprio pugno, con una delle penne stilografiche attualmente conservate in archivio, di getto, senza possedere o consultare libri adatti, senza correzioni, schemi previ, o revisione di sorta.

Lo scrisse tra il 1946 e il 1947, in un tempo cioè assai triste e difficile per la Valtorta, come appare o traspare qua e là in questo volume e come sarà ancor più manifesto in seguito alla progettata pubblicazione del molteplice ampio Epistolario.

Questo libro in giapponese, di 381 pp., pubblicato a Tokyo nel 1971, è stato curato da P. Giovarmi Escobar, O.F.M., e consiste in una Vita di Gesù estratta dai 10 predetti volumi valtortiani del Poema.

4. Contenuto

Il presente libro consiste, soprattutto, in un commento teologico e spirituale a 58 Messe festive, che figurano nel Messale riformato per ordine del Concilio Ecumenico Tridentino, promulgato da S. Pio V nel 1570 e aggiornato dai susseguenti Pontefici; Messale che ora ha ceduto il posto a quello restaurato per volontà del Concilio Ecumenico Vaticano II, promulgato per ordine di Paolo VI nel 1970.

I due Messali, come è noto, sono sostanzialmente identici; tuttavia il recente ha aggiunto, trasferito, ritoccato, rifatto numerose orazioni; ha introdotto tante altre letture bibliche, molte le ha cambiate di posto, ecc.

Non è possibile, perciò, fornirne qui la tavola comparativa: si entrerebbe in un ginepraio intricato, inaccessibile e inutile a buona parte dei nostri Lettori. Del resto, i più preparati ed esigenti troveranno l’indicazione di ogni fonte, innovazione, trasferimento, in alcuni numeri della rivista Notizie e in altri articoli o libri scientifici che sicuramente non tarderanno a venir pubblicati.

Tuttavia, siccome col tempo diventerà sempre più difficile reperire in casa o in commercio Messali di S. Pio V, nell’Indice finale

– riprodurremo il titolo di ciascuna Messa;

– forniremo l’indicazione dei rispettivi brani biblici, dell’introito, epistola, graduale o tratto o versetto alleluiatico, vangelo, offertorio, comunione;

– e riporteremo il rispettivo testo della orazione, della segreta e della dopo-comunione.

Finalmente, al termine del volume daremo un prospetto ben ordinato dei predetti brani della S. Scrittura, affinché il Lettore, che si serve del nuovo, li ritrovi immediatamente nel vecchio Messale e in questo commento teologico – spirituale.

5. Destinatari

In quanto è un commento teologico al Messale festivo, questo volume è rivolto, si può dire, ad ogni categoria di persone, tanto più che, data la chiarezza cristallina con cui vengono esposti anche gli argomenti dottrinali più eccelsi, esso è veramente accessibile a tutti, dotti e semplici, grandi e piccoli.

In quanto, invece, è un commento spirituale, contiene direttive, consigli ecc. che riguardano la Scrittrice e persone con le quali ebbe relazione speciale, nonché due categorie ben definite: quella dei direttori spirituali dei carismatici e quella dei carismatici stessi, cioè di coloro che hanno ricevuto doni e compiti straordinari da Dio.

6. Giudizio

Maria Valtorta – lo abbiamo già detto – presenta questo suo Scritto come dettatole da un Angelo, dal suo Angelo Custode, Azaria.

Che pensare di tale affermazione?

Indubbiamente non è impossibile che un Angelo, apparendo o non apparendo in forma umana o simile, parli, detti, o comunque manifesti il suo pensiero: la Bibbia stessa, dell’Antico e del Nuovo Testamento, pullula di interventi angelici, sia per insegnare che per dirigere[5]. E non si capisce perché fenomeni del genere non si possano o non si debbano assolutamente più verificare nella Chiesa d’oggi, che è identica a quella di tutti i precedenti secoli.

Comunque, data la sublimità, originalità, esattezza, chiarezza, di tanti insegnamenti e consigli contenuti in questo volume, se un Angelo non l’ha dettato, senza dubbio un Angelo ha illuminato l’inferma Scrittrice, esercitando una di quelle missioni chela Teologia cattolica concordemente riconosce agli Angeli, servizi Dio e annunziatori agli uomini dei misteri e delle volontà dell’Altissimo[6].

7. Conclusione

Terminiamo ripetendo quanto abbiamo sempre asserito, e quanto abbiamo scritto alla fine dell’Introduzione alla terza edizione de Il poema dell’Uomo-Dio[7].

La nostra missione è quella di pubblicare criticamente gli Scritti valtortiani, e non di pronunziarci a riguardo delle varie spiegazioni che si danno o si daranno del fenomeno.

Riserviamo il giudizio canonico alla sola competente Autorità ecclesiastica, il giudizio strettamente scientifico ai dotti nelle singole branche del sapere.

Noi curatori ed editori ci atteniamo a quanto Papa Pio XII, in una speciale udienza accordata a Padre Migliorini ed a me il 26 febbraio 1948, saggiamente, prudentemente e autorevolmente suggerì:

«Pubblicate quest’Opera così come sta: chi legge, capirà».

Roma, 2 febbraio 1972

Festa della Presentazione del Signore

P. Corrado M. Berti O. S. M.

2. Lezione sull’umiltà delle voci[8].

1. L’umiltà negli strumenti di Dio.

Mi dice S. Azaria[9]:

«Vieni, sentiamo insieme la S. Messa. La liturgia di oggi, pur rivolgendosi a tutti, si rivolge in particolare proprio a voi, strumenti straordinari di Dio[10].

Mentre cantano gli uomini in Terra e cantano gli angeli in Cielo, contempliamo gli insegnamenti della S. Messa d’oggi, ap­plicandoli a voi in particolare.

Senti? ” O Dio che vedi come noi non confidiamo in nessuna azione nostra, concedici propizio d’essere difesi in ogni avver­sità dalla protezione del Dottore delle Genti “.

Ecco. L’umiltà: una delle virtù essenziali negli strumenti straordinari, portati più di ogni altro a cadere in peccato di orgoglio per ciò che sono, confondendo la Fonte con la foce. Un fiume non deve essere glorioso e grato alla sua foce. Ma alla sua sorgente, non ti pare? Senza di essa, inesausta nel darsi, sec­cherebbe il fiume e non vi sarebbe la foce. Il fiume deve dunque riconoscere che è la Fonte quella che va lodata e ringraziata.

Nello spirito del giusto, e specie dello strumento straordina­rio, vi deve essere sempre riconoscimento che egli è foce perché Dio gli è fonte. Perciò mai superbia di dire la demoniaca pa­rola ” Io sono “, causa di ogni male, sempre.

Solo Dio è. Solo Lui può dire: ” Io sono. Sono per Me stes­so”. Tutti gli altri sono perché Egli li fa essere. Gli strumenti sono perché Egli li fa tali. Per loro propria potenza nulla sono e nulla sarebbero, sempre.

Non confidare mai perciò in ogni vostra azione, è prudente e santa abitudine.

Le azioni dell’uomo, fossero fatte per sua sola capacità, sa­rebbero sempre limitate e imperfette al sommo grado.

2. I doni gratuiti di Dio.

La conoscenza della Legge di Dio, la Grazia, i Sacramenti e i sacramentali, aumentano la capacità dell’uomo di fare azioni sante e giuste. I doni gratuiti di Dio fanno sì che queste azioni raggiungano lo straordinario, superando le comuni facoltà dell’’uomo e del credente, per raggiungere potenze al di sopra dell’ordinario. Ma di essi non si deve l’uomo vantare. Riceverli con l’anima umile, ubbidiente e adorante, non esigerli, non sciuparli col volerli aumentare di volume con gli stracci che porge il padre della Menzogna e della Superbia. E li porge con arte sot­tile e sorriso tentatore. Oh! non metta mai, lo strumento straor­dinario, sul metallo prezioso che Dio gli ha dato, luridi e poveri cenci per farlo apparire più grandioso! Ve lo immaginate un dia­mante, piccolo ma di luce purissima, ricoperto di involucri di semplice vetro? Sembrerà, sarà più grosso. Ma il vetro verdastro, messo a strati e strati sulla gemma, ne diminuirà la luce facen­dola apparire come di un vetro comune.

Sincerità. Essere ciò che si è, e nulla più. Tu, anima che mi sei affidata, lo sai quante volte seduce il Tentatore, proponendo di fare commedie, di aggiungere orpelli, per stupire, per appa­rire più ancora! Il grande pericolo! Solo chi sa resistere ed essere ciò che Dio lo fa, e nulla più, conserva il dono e resta strumento. Con quanto tremore ti ho visto tentata ogni volta! E con che laude di gloria ho benedetto il Signore e ringraziato la Corte ce­leste per averti aiutato a resistere, ogni volta che ti ho visto uscire dalla prova, stanca, sofferente, ma più matura, ma vincitrice!

3. L’angelo custode.

L’angelo del Signore è come un giardiniere che cura una pianta preziosa. Dal nascere al maturare… Sempre vigile, tre­mando dei venti, dei geli, delle tempeste, dei parassiti, dei ro­ditori. La sua completa pace di angelo, l’angelo la ritrova quando risale al cielo col frutto colto dal ramo, levato alla Terra, con l’anima che si è salvata fino alla fine. Allora, con un ardore di gioia, va a ritrovare i fratelli, e dice: ” L’anima mia si è sal­vata! È con noi nella pace! Gloria, gloria, gloria al Signore! “

Riconoscimento dunque umile, sempre costante, del vostro “nulla” e supplica continua ai beati cittadini dei Cieli di dar­vi il loro aiuto. La S. Comunione dei Santi invocata ad aiuto dei militanti, e specie da quelli che, per la loro particolare condizione, sono più esposti, è vero, al Sole Eterno, ma anche alle tempeste che scatena Satana e il mondo. Le tempeste sì avven­tano sulle cime isolate.

4. Esempio di S. Paolo.

Secondo ammaestramento della Liturgia d’oggi, specialmen­te per voi, strumenti straordinari, è nelle parole di Paolo, Dot­tore delle Genti, il quale ” rapito fino al terzo cielo… udì parole arcane che non è lecito all’uomo di proferire”.,

Voi non siete rapiti al terzo cielo, ma udite parole arcane, che però vi sono date perché siano date. Siete dunque molto in­feriori a Paolo. Eppure: udite le parole di colui che meritò di essere rapito tanto in alto da sentire i segreti, i misteri di Dio! Egli confessa di essere stato schiaffeggiato da un angelo di Sa­tana, e, giustificando il Signore di averlo permesso, illustra le ragioni di bontà per cui fu permesso l’assalto satanico: finché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, m’è stato dato lo stimolo della carne, un angelo di Satana che mi schiaffeggi “. Riconosce di essere ancora uomo, ossia sogget­to alle tentazioni sataniche. Non dice: ” Io, che fui nel terzo cielo, sono un serafino intangibile “. No. Umilmente dice di es­sere un uomo, circuito da Satana, e vede che questo serve a te­nerlo umile nonostante la grandezza di ciò che egli ha ricevuto.

5. Pregare per non cadere in tentazione.

E vi insegna la medicina per essere liberati: ” Tre volte ne pregai il Signore perché lo allontanasse da me”.

Buono è umilmente dire ” non mi indurre in tentazione, ma salvami dal Maligno”. Lo disse il Ss. Signore Gesù, l’Innocen­te, il Figlio di Dio. Debbono dirlo tutte le creature che credono in Dio Uno e Trino, Santo, Buono, Padre degli uomini. Volere fare da sé per respingere Satana non è buona cosa. È presun­zione. La presunzione è superbia. La superbia è maledetta da Dio.

Invocate, invocate il Signore Benedetto, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, invocate i celesti cori dei santi e degli angeli. Contro l’astio di Satana non sono mai sufficienti le difese. Ed essi, la Trinità Benedetta e tutti gli abitanti dei Cieli, non chie­dono che di aiutarvi in questa lotta senza tregua fra le potenze infere e la parte inferiore da una parte; la parte superiore e le Potenze celesti dall’altra;

E sentite, a conforto delle vostre constatazioni penose sulla vostra impotenza ad essere intoccabili da Satana, che per ira vi schiaffeggia, e lo fa proprio perché non può trascinarvi dove vorrebbe, sentite la risposta del Signore all’apostolo sconfortato per gli schiaffi del Male: ” Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si fa sentire meglio nella debolezza”.

Non bisogna pretendere tutto, anime elette allo straordina­rio. Avete il Cielo. Dovete sopportare l’Abisso che vi si presenta per terrorizzarvi. Ma voi lo sapete adesso: ciò è perché non insu­perbiate.

In tal modo, conoscendo come siete nulla, conoscendolo il mondo che nulla siete, e vedendo che compite ministeri superio­ri, e secondo la dottrina di ciò che sentite per dare, vi rimo­dellate in perfezione “meglio si fa sentire (meglio si mani­festa) la potenza di Dio che soccorre la vostra debolezza “.

Su dunque, o care anime che sapete dei doni straordinari farvene grazia e santificazione! Cantate con l’apostolo: “Volentieri dunque mi glorierò delle mie infermità affinché abiti in me la potenza di Cristo “.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo[11]! Gloria a Gesù per cui tutto fu fatto. Gloria in eterno per le opere meravigliose di Dio!».

E il mio Azaria, che ha parlato con una dolcezza meravi­gliosa, mi saluta con un sorriso e tace…

6. Carisma di Maria Valtorta[12].

6Al mio risveglio alle 7,25, perché solo al mattino ho trovato arioso, è già presente S. Raffaele[13]. Come ieri al momento della Comunione, nel quale c’era, insieme a N. Signore. Stamane è solo. Ma la prima azione dei sensi e del pensiero, usciti dal sonno, sono la visione, contemplazione e saluto al caro angelo che mi sorride e mi invita ad ini­ziare il mio lavoro senza ascoltare la stanchezza che mi abbatte. E poi saluta e se ne va…

3. La difesa, il pascolo i granai
del popolo di Dio
[14]

La difesa

1. La parola di Dio è nutrimento.

Dice Azaria:

«Vieni, comprendiamo insieme la Liturgia d’oggi. Perché pensa, anima mia, che così farebbe il Signore, sempre, se anche gli uomini ti escludessero da ciò che è la vita della Congrega­zione dei santi sulla Terra. Egli ti nutrirebbe della sua Parola che è Assoluzione e Comunione, che è Crisma e Viatico, che tutto è per coloro che vivono in Lui.

2. Il nome di Dio è difesa

Anche oggi io te la farò gustare, a te, come portavoce, per questa tua missione. Ascolta l’Introito. Oh! in verità Egli è la rocca e il rifugio di coloro che lo amano e lo è ancor più per quelli che per essere al suo servizio in maniera speciale sono soggetti come cittadella e come reggia dove abitano il Re, e i fedelissimi al Re, agli assalti dei nemici del Re, ossia di quelli che il senso, la superbia e altre miserie rendono nemici alla Luce. Contro le rocche di Dio sono sempre lanciate le onde di Satana e dei carnali. Ma ascolta, anima mia, ciò con cui esse rocche sono difese: il Nome santo di Dio. Per questo nome, che vuol dire amore e salvezza, Egli ti sarà difesa e ti sarà guida e con­forto. Con tutte le tue azioni scrivi il suo Ss. Nome su tutto il tuo io e non temere.

Come una torma di leoni e altre fiere, il Male, nelle sue di­verse manifestazioni, vorrà darti battaglia e giungerà fino a schiaffeggiare l’esterno, come maroso infuriato; e poi cadrà sbriciolato, perché dove è Dio non può prevalere il Nemico. Scrivi il Ss. Nome con tutte le tue azioni. La Luce di questo nome ti guiderà come la stella che segna la via al gregge trasmi­grante e Io conduce ai pascoli buoni, sempre più buoni, ossia a quelli che non sono solo scienza e sapienza, profezia, generosità materiale; ma sono carità, carità vera, da non confondersi con l’elemosina, data con mal garbo; con lo spirito profetico, usato con superbia, tanto da indurre il Signore a levarlo; con la solo apparente unione con Dio, mentre è verità di egoismo della car­ne e della mente.

3. L’età perfetta è la Carità profeta.

Senti, senti? Le profezie passeranno… ma la carità resterà dopo la fine di tutte le cose: umane, materiali o morali che siano. Persino la fede e la speranza avranno fine quando tutto ciò che è da credere e da sperare sarà compiuto. Ma la Carità resterà. Eterna come Dio.

Pensa, anima mia! Ti sembra tanto bello, così bello che ne resti sbalordita, ciò che vedi e conosci. Io ti potrei ottenere una ancor più vasta comprensione ed estensione visiva e auditiva per aumentare la tua gioia fra le tribolazioni della tua immolazione. Ma sarebbe sempre una conoscenza relativa. Anche nelle cose umane tu sai che non si può forzare una caldaia, un ingranag­gio, il calore, e così via, oltre un dato limite, altrimenti l’esperi­mento si muta in distruzione. Anche nelle cose straordinarie non si può ottenere il massimo, il tutto, perché non potrebbe l’uomo resistere ad un solo attimo di completa conoscenza, per­fetta visione del Cielo coi suoi Misteri divini. Ma allora — quando l’anima sarà non più compressa, limitata, puerile nelle sue ca­pacità e, nutrita di carità, quando sarà giunta all’età perfetta[15] — allora lo spirito dell’uomo conoscerà l’Inconoscibile: faccia a faccia.

Oh! Osanna alla beatifica visione di Dio Uno e Trino!

Il pascolo.

4. Il pascolo celeste: Luce e Carità.

Anima, anima mia, dopo aver adorato in un impeto di gioia, vedendo tu presentendo la visione ineffabile, alziamo la fron­te, ed io con giubilo per essere l’angelo testimone del prodigio di Dio, tu con umiltà che sola mantiene il dono, cantiamo: ” Ci ha fatto Lui. Non ci siamo fatti da noi. Noi siamo il suo popolo, gregge da Lui pascolato “.

5. Il pascolo terrestre: Luce e Verità.

Non lo sai che con splendori di gioia noi, noi: gli angeli di Dio, non facciamo che dirci con gioioso, perpetuo stupore, con riconoscenza senza fine: ” Ci ha fatto il Signore! Siamo il suo popolo celeste, il gregge da Lui pascolato con Luce e Carità! “? E così, così è per gli uomini, e più per quelli, fra gli uomini, che Dio, avendoli messi a ponte fra Sé e l’Umanità, ha particolarmente fatto, e pascola con Luce e Verità speciali, per farli ad altri miele soave di conoscenze eterne.

6. La Volontà di Dio.

Offriamo. Io ti offro[16], tu ti offri, insieme al Cristo: la Vit­tima offerta per la salute di tutti. ” Insegnami a fare la Tua Vo­lontà[17] “. La preghiera umile della Grande Vittima. La preghiera umile delle piccole vittime che sono generose ma deboli. ” In­segnami a fare la Tua Volontà. Insegnami a vivere, insegnami a patire, insegnami ad ubbidire, insegnami a morire. Prima a me stessa, poi a tutto ciò che potrebbe sedurre me stessa e risusci­tare l’io umano. Insegnami acciò «le sentenze della tua bocca che io ho ripetuto per tutti ” nascano per primo luogo nel campò mondo del mio cuore, e prosperino e diano frutti di vita eterna senza che uccelli, spine, logli, gramigne e passanti distrug­gano ciò che in me Tu hai seminato “.

I Granai.

7. Mistici granai per chi ha fame.

Granai, del Signore potete essere chiamati, o portavoce. I mistici granai ai quali chi ha fame viene a prendere. Ricordi Giuseppe di Giacobbe? Prevedendo la carestia fece riporre in granai la sovrabbondanza delle messi, salvaguardando queste raccolte, con somma cura, da insetti, roditori e ladri che sem­pre accorrono dove c’è da nuocere. Venuti i sette anni di care­stia, gli egiziani non morirono di fame perché furono aperti i granai di Giuseppe, e anche altri, d’altri paesi, vennero a pren­dere grano dove la previdenza l’aveva raccolto[18].

Quanta carestia per le anime affamate anche ora! Ecco, essa crescerà, ed esse avranno sempre più fame. Ed ecco che il Si­gnore accumula i grani nei suoi granai. Per darli a chi ha fame. Ma state vigilanti, o granai di Dio, perché insetti, roditori e ladri, non manomettano il tesoro. Come scolte vigili dovete ac­cogliere e conservare, instancabili, ciò che il Signore versa in voi per vostro nutrimento onde si possa dire: ” Mangiarono e fu­rono oltremodo sazi, il Signore accordò loro quanto desidera­vano e non li defraudò nelle loro voglie sante “.

8. Mezzi per nutrire, salvare, santificare.

Sì. Se le anime chiamate a straordinaria via saranno fedeli, Dio farà loro questo. Ed esse, come pianta opima, cresceranno e daranno il nutrimento di cui sono nutrite, amato non tanto perché è dono speciale quanto perché è mezzo per nutrire, sal­vare, santificare i fratelli. Cosa che chi è nutrito di Dio deve avere come abito naturale: la Carità. La Carità che ringrazia Id­dio del dono, e spezza ai non abbienti lo stesso dono, dicendo: “Venite, fratelli! Venite e mangiate! Gustiamo insieme il cibo di Dio “.

Benediciamo il Signore! Rispondi: ” A Dio le grazie “.

Gloria al Padre al Figlio, allo Spirito Santo».

4. Promessa Trinitaria alle “Voci”[19]

Il nostro Signor Iddio Uno e Trino.

1. Dio Uno e Trino.

Dice Azaria:

«Anima mia, la nostra Messa. La Messa vista e considerata per le ” voci “, per te. Si inizia con una promessa verace come tutto ciò che è di Dio: ” Mi invocherà ed Io lo esaudirò. Lo li­bererò e lo glorificherò. Lo accontenterò con lunga vita “.

Sembra che parli un solo Dio, non ti pare? Ma il nostro Ss. Iddio è Tre pur essendo Uno. E ognuno dei Tre Ss. ha i suoi attributi speciali che non mancano negli altri ma che più particolarmente rifulgono in Uno, e che uniti dall’Amore, attributo comune, formano l’inconcepibile e perfettissima Perfezione del Nostro Signore Iddio Uno e Trino.

2. L’amore di Dio Padre.

E si ammirano e si completano con amore i Tre Ss., river­sando il fiume delle loro tre unite perfezioni sui figli, sui salvati, sugli istruiti. Ed ecco che il Padre promette: ” Mi invocherà ed Io lo esaudirò “. È padre. Può un padre essere sordo al grido d’aiuto del figlio? Non può. E un Padre perfettissimo non può meno ancora, non può assolutamente essere sordo ai figli che lo invocano. Si volge sui peccatori che, per un dolore o per un pentimento, si risovvengono nodi Lui. Come allora non lo farà per coloro che lo amano da figli fedeli?

Appoggiati, anima mia, con tutto abbandono all’amore del Padre. Non è offesa l’abbandono come possono crederlo quelli che non conoscono Iddio come noi lo conosciamo! L’amore è sempre reverente e rispettoso; tanto più reverente e rispettoso quanto più è ampio; perfettamente reverente e rispettoso quan­do è assoluto. Perché è l’anima che ama. E l’anima, una volta entrata nella via della conoscenza amorosa di Dio, è umile. La confidenza genera mancanza di rispetto solo negli amori umani, sempre gravati da materialità. Ma negli amori spirituali — parlo dei veri amori, non degli esaltati e transitori, e superficiali palpiti dei sentimentalisti — la confidenza non degenera in mancan­za di rispetto. L’anima si appoggia a Dio, umiliando la fronte sui piedi di Dio, prostrata in ginocchio, conscia dell’infinita di­stanza che è sempre fra la sua piccola perfezione e la Perfezione infinita. Sta là, adorando, ma con effusione di figlia, finché Dio le dice: “No, così no, come schiava. Ma sui ginocchi, sul Seno del Padre, o figlia che ho creata”. Ed è l’estasi, lo sai, finché Dio non congeda, e l’anima torna ad amare, adorando, ai piedi di Dio.

3. La promessa di Dio Figlio.

Il Figlio promette: ” Lo libererò e lo glorificherò “. Per i suoi infiniti meriti Egli libera i suoi redenti. Fu il Cristo per questo. Lasciò il Cielo per questo. Patì e morì per questo. E non ha chiesto per voi, avanti di andare alla Passione, che la stessa gloria che il Padre gli aveva data e che Egli aveva trasmessa ai suoi discepoli, fosse data a tutti coloro che avrebbero creduto in Lui affinché fossero una sola cosa con Dio Uno e Trino[20]? Gesù, Signor Nostro Ss., non smentisce mai le sue parole. Perciò co­loro che vivono secondo il suo insegnamento saranno glorificati da Lui, al Quale ogni giudizio è stato dato perché è Dio, perché è Figlio diletto del Padre, perché è l’Ubbidiente, il Consolatore del Padre suo, il Redentore, perché è Colui che tutto ha dato: l’unione in Cielo col Padre e la pace dei Cieli incarnan­dosi, e la Vita morendo per l’uomo.

4. La promessa dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo promette: ” Lo accontenterò con lunga vita”. Può lo spirito, che ha compreso la Verità, desiderare la miseria di giorni prolungati sulla Terra? No. E allora di quale vita parla lo Spirito eterno? Della vita eterna data a quelli che hanno saputo amare. Perché saper amare vuol dire tutto sapere, tutto ben fare, salvarsi vuol dire, santificarsi vuol dire, conoscere vuol dire, essere sapienti vuol dire. E l’Amore promette: “A que­sti che hanno saputo amare Io darò lunga vita “. Oh! vita che non ha più fine! Uno scorrere di secoli e secoli in un gaudio che non muta e che non stanca, che ogni attimo si accresce, pare nuovo, più vasto, più bello… Il nostro gaudio di angeli… Gloria a Dio!

Ed ecco il profeta che dice: ” Chi riposa nell’aiuto dell’Al­tissimo vivrà sotto la protezione del Dio del Cielo “. Non temere. Tu fidi in Lui, e come creatura e come portavoce. Il Cielo ti pro­teggerà. Anche se tutto il mondo ti si avventasse contro per condannarti, puoi credere che ciò valga ad influenzare il giudizio di Dio? Esso non è turbato dalle vociferazioni umane. Tu sta’ ferma nella tua ubbidienza. Più di tutti è Dio. Lui servi, ed Egli, anche fossi colpita d’anatema, vilipesa, torturata, riverse­rà su te i suoi fiumi d’amore[21] e ti sentirai protetta.

E unisciti, nel modo che Dio ti ha presentato, alle astinenze quaresimali. Molto soffri di quanto avviene. Io numero queste tue sofferenze. E dici, soffrendo: “La tua Volontà sia fatta”. Anima mia, ciò vale molto più dei digiuni fatti con mal garbo e procurando solo disagio alla carne. E soffri con pace. Da par­te del mio Signore ti dico che tu sei immune da colpevolezza in quanto sta avvenendo. Dunque sta’ in pace. Hai praticato ub­bidienza e prudenza. Sta’ in pace.

Gratitudine e buon uso delle promesse

5. Non ricevere invano l Grazia di Dio.

Ecco la parola di Paolo. Fu anch’egli una voce da quando Dio lo fece suo, una voce instancabile ed eroica, ed è un maestro delle voci. Ascolta questo maestro che parla ai diffusori della Parola di Dio in modo speciale, pur parlando ai fedeli in genere. Del resto ogni cristiano non dovrebbe predicare Cristo e il Dio vero, avendo a principale scopo della sua istruzione quello di istruirsi nella Sapienza per poterne parlare, e, a principale scopo dei suoi giorni: praticare ciò che ha imparato per predicare an­cora Dio e il suo Cristo con tutti gli atti della sua vita vir­tuosa[22]?

Paolo dice: ” Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio “. Il mio Signore ti ha più volte parlato per formarti ad una capacità buona di ricevere la grazia straordinaria. Ti ha detto che ove entrasse superbia e disubbidienza il dono diverreb­be castigo. Ti ha mostrato che se è dono è anche giogo, e obbliga ad una virtù continua per non divenire condanna. Egli lo ha det­to: ” A chi molto è dato, molto è chiesto[23] “. Sì. A voi è negato di poter dire: ” Non sapevo “. Perciò, sapendo, dovete essere per­fetti secondo le vostre forze e conoscere che sempre più aumen­tano perché la Sapienza fortifica le anime che l’accolgono con umiltà.

Tu pensi: ” E se uno riceve tiepidamente il dono? ” Se uno così fa, o, peggio ancora, lo corrompe con aggiunte umane o sataniche, allora le forze non aumentano ma regrediscono, si tra­viano, e la Sapienza si ritira dopo aver condannato.

Ricevi allora attivamente, sempre più attivamente, la grazia di Dio. Devi giungere al punto che anche un respiro sia regolato secondo una buona volontà di servire la grazia e farla fruttare. Il Signore può esigere questo dono totale di te dopo che ” ti ha esaudita nel tempo propizio e nel giorno della salvezza ti ha soc­corso “.

6. Come esplicare il dono totale.

Come allora devi esplicare questo dono totale? Te lo dice Paolo: ” Non dando motivo di scandalo a nessuno, affinché non sia vituperato il tuo ministero “, e tu ti diporti in ogni cosa co­me strumento di Dio, con molta pazienza nelle tribolazioni, nelle necessità e angustie. In qualunque evento. Le flagellazioni dei giudizi malevoli non sono meno dolorose di quelle dei flagelli. E le proibizioni non sono meno carceranti delle prigioni. E le incomprensioni o le male interpretazioni, che privano del con­forto di essere aiutate nel vostro compito, non sono meno pe­nosa delle fatiche, vigilie e digiuni.

Ma tu sopporta tutto con purezza, scienza, longanimità, con soavità, con lo Spirito Santo, con carità non simulata, con la parola della verità, con la virtù di Dio, colle armi della giustizia a destra e a manca, in mezzo alla gloria, nelle ore di gloria come in mezzo all’ignominia, nelle ore amare, nella buona e nella cat­tiva fama.

7. Tu lo sai ciò che sei.

Tu lo sai ciò che sei. Possono dirti ciò che vogliono. Posso­no accusarti d’essere sedotta e seduttrice, ma tu sai che sei verace. Possono dirti: ” E chi siete voi? Un’ignota. Una nullità “. E che è la fama degli uomini? Basta che tu sia nota nei Cieli. Che tu abbia aspetto di povera inferma che importa? Più grande risplende la potenza di Dio che contro le leggi naturali fa com­piere il prodigio di un moribondo che sostiene fatiche superiori alle forze di un sano per gloria di Dio, e vive cosi perché Dio lo alimenta della sua vita perché lo serva finché Egli vorrà.

Potranno castigarti gli uomini. Ma la morte, la vera morte[24]non ti sarà data perché tu vivila petizione del ” Pater ” e fai ciò che Dio da te vuole. Melanconica sei, come lo furono i santi, da Cristo in poi, per la miseria degli uomini, ma per te trovi nell’amore reciproco l’ilarità santa dello spirito in pace.

Sembrerai povera, e di mezzi materiali e di mezzi soprannaturali, non potendo lavorare e andare alla chiesa. Ma tu hai dei tesori, accumulati col tuo soffrire più che con tutto il resto, e tutto hai avendo Dio a tuo amore e conforto. Povera che arric­chisci molti altri coi tesori che Dio ti ha aperti e con la sof­ferenza che hai chiesta. Possidente, possedendo il Tutto. Canta, canta con me il salmo. Io sono l’angelo che ti è custode. Canta con me il salmo davidico e non temere, non temere.

Gli uomini sono peggio dell’aspide, del basilisco, del leone e del dragone. Molto vicini ai demoni sono molti uomini. Ma chi è con Dio e coi suoi angeli non deve temere»

Fa’ tue le parole del sublime Tentato, e a Satana, ai suoi servitori, al mondo, agli uomini, che ti vorrebbero spaventare, mortificare, allontanare dalla tua missione con minacce o con profferte di immediati e tangibili onori e utili, rispondi: ” Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che viene da Dio. Indietro, o Satana! Io servo il Signore Iddio e non altri “.

Anima mia, non temere. Procedi. Il Gloria dei Cieli ti ap­pagherà di ogni desiderio santo e compenserà d’ogni dolore. Benediciamo il Signore (A Dio le grazie). Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

Inizio da oggi, come mi ha detto l’angelo, a mentalmente invocare prima di scrivere, su quaderni o lettere e su ogni mia azione, la frase “In Nomine Domini”. Me lo ha detto domenica 3 marzo dopo la spie­gazione della S. Messa: «Quando sarà compiuta questa nuova mutila­zione e non sarai più difesa che da Dio perché anche il Padre[25] non ti potrà più sovvenire e proteggere, invocherai prima di scrivere lettere o quaderni o di fare ogni altro scritto o azione, le parole ” In Nomine Domini “, sem­pre mettendo la frase insegnata da Gesù Ss.: “La pace sia con te”».

In Nomine Domini


5. Le anime vittime sono
“stirpe dei Santi”
[26]

1. L’angelo e l’anima vittima.

Dice Azaria:

«Eccomi, anima mia, per la nostra S. Messa. La bella Messa delle “voci”.

Non ti parlo da maestro, stando di fronte a te, ma ti cingo le spalle per farti sentire che il Cielo è con te e che tutta questa pace che ti inonda è il Cielo, è il Cielo perché tu sei la piccola voce ubbidiente, e Dio ti ama, ti ama tanto, tanto più ti ama più tu sei disamata dagli uomini. Lo vedi chi c’è con me? I tre arcangeli. Per portarti sempre più Cielo. Giovanna di Francia non ebbe mai tanto con sé Michele come nell’ora del martirio[27]. Noi non abbandoniamo le ” vittime “. Ci stringiamo ad esse per­ché in esse rivediamo Cristo e perché esse sono ciò che noi vor­remmo essere, per amore. Sono gli olocausti.

Guarda il sorriso dei miei tre fratelli. Sono pronti a cantare con noi due le lodi di Dio.

2. L’amore di Dio per le sue anime.

Ecco l’introito. È un memorare, dolce, figliale. Ma è detto senza tema come Dio non può dimenticare un solo istante i suoi figli diletti. È come la parola innocente dei pargoli alla mam­ma: ” Mi vuoi bene? ” Lo sanno che la mamma ama. Ma è così dolce sentirsi dire dalla mamma che ella ama, che il piccolo, già sicuro della risposta, la fa più volte al dì.

Anche i figli di Dio, per sentirsi dare la dolce paterna ri­sposta dicono: ” Ricordati, o Signore…” Oh! la risposta già scende. Io te la porto. Egli, l’Altissimo, dice: ” Prima ancora che tu ti ricordi di dirmi: «Ricordati di me’, Io di te mi ricordo”. Sì. Si ricorda, nelle sue misericordie senza confine nel tempo, nel numero, nella potenza.

Lascia fare i suoi nemici. Ma non oltre un termine, Ho detto ” suoi ” nemici. Non per errore, anima mia. Chi offende la creatura diletta a Dio, chi la tortura, Dio offende, e perciò gli è nemico. Perché Dio splende nei suoi diletti e chi alza la mano su essi l’alza sulla Luce Ss. Ho detto anche che Dio lascia fare, ma non oltre un termine. Anima mia, stai per toccarlo. Come un muro assalito da forsennati, ogni amore, anche santo, ti crolla intorno. La morte, o il pre-volere, oppure la indifferenza, ti fanno desolata di compagnia, e nuda. Come Gesù sulla croce. Oh! te, beata che non hai più che i santi a tuoi amici! Parenti, amici, suo­re, le tue suore! le compagne, le tue compagne! Vedi come sono poveri e limitati gli amori umani? O la morte, sulla quale non c’è che dire ” fiat! “, o il volere degli uomini, e l’incomprensione superba e meschina degli uomini, ecco che ti han fatta sola.

3. “Della stirpe dei santi”

Piccolo Giovanni, non hai più che una per darti quelle cure materiali che da te, crocifissa, più non puoi darti. Eppure con le tue parole, con le tue parole dette avanti la mia lezione, tu mostri d’essere come il vecchio Tobia ” della stirpe dei santi, una che aspetti quella vita che Dio darà a coloro i quali non perdono mai la loro fede nel Signore”.

Lo sai che le tue parole, liete della letizia di chi vive nel Signore, sono state scritte nel libro del Cielo? Persevera, anima mia, e sarai liberata da ogni afflizione e non rimarrai delusa, tu che confidi nel Signore.

4. Le guide delle “piccoli voci”

Preghiamo il Signore. Preghiamolo insieme perché sulla tua debolezza di creatura mai prevalga il male, né con Io sconforto, né con la superbia, così come mai hai desiderato; e Dio, Dio solo, ti custodisca pura per la sua gloria.

Ed ora i tre venuti dal Cielo ti dicono, loro che erano pre­senti quando l’Apostolo scriveva a quei di Tessalonica e parla­va, per i secoli, ai fedeli tutti, ” in qual modo ” deve una piccola voce ” diportarsi per piacere a Dio, per progredire sempre più “. Sono proprio le tue guide gli angeli del Cielo e l’Angelo degli Angeli per il primo, ossia il Ss. Signore Gesù, quelli che sono venuti a portarti i precetti del Signore per farti camminare si­cura nella via di Dio. Di questo non ne dubitare mai, mai. Ed ora ti ripetono, ti ripetiamo con l’Apostolo, che Dio vuole che tu sempre più ti santifichi e nessuna fornicazione ti morda.

5. Il morso delle fornicazioni con Satana.

Quante te ne presenterà Satana, ora che il tuo aiuto terreno[28]ti viene allontanato! Il suo aspetto, la sua veste, allontanavano Satana, il suo animo lo metteva in fuga. Per questo tu lo volevi presso nelle tue agonie. Ma Gesù nel Getsemani fu solo. Solo nel Sinedrio, solo nel Pretorio, solo sul Calvario… Anima, anima mia, sii come Cristo. Lotta da sola e vinci, nel Nome del Si­gnore. L’inferno non prevarrà, se tu operi per la gloria di Dio sempre.

A chi ti vorrà far fornicare col pensiero, l’orgoglio, il giu­dizio, lo spirito, di’: ” No! ” No, a chi ti vuol fare giudicare le superiori gerarchie ecclesiastiche. No, a chi ti vuol far dire che hanno agito male[29]. No, a chi ti vorrebbe intiepidire nell’amore a Dio, alla Chiesa, all’orazione. No, a chi ti tenterà ad avere sod­disfazioni umane. No, sempre no, alle concupiscenze. E sì, sem­pre sì, un ” sì ” simile a stella purissima, a canto celeste detto a Dio, alla sua adorabile volontà.

6. Dominio di sé.

Sii padrona del tuo corpo che è tempio all’anima dove vive Cristo e sii soprattutto padrona del tuo intelletto, delle sue pos­sibili debolezze che Satana potrebbe stuzzicare per vincerti. Mai, per nessuna cosa, non imitare gli istrioni della religione e del misticismo con soperchierie e frodi. Sii limpida come una sor­giva di monte. Da quel filo o da quel fiume di parola che Dio ti dà, senza accogliere altre acque[30] per aumentare il tuo gettito e sedurre. Dio fa giustizia di queste frodi, inesorabilmente. Ti ha eletta non perché tu ti profani, ma perché il suo dono ti san­tifichi. Una parola sola può salvare un cuore. E a te, per salvare i cuori dotati di buona volontà di salvezza. Dio ne da mille e diecimila. E saranno fruttuose, perché tu le irrori e concimi con le tue sempre aumentate tribolazioni.

7. Il sacrificio di lode.

Celebriamo la bontà del Signore con null’altro che non sia l’osservanza perfetta della sua Legge. Questo è il sacrificio di lode che Dio accetta dai cuori, quello che Egli vuole totale da quelli a cui tutto ha dato, dandosi come Amore e Parola. Dam­mi sempre la gioia di vederti celebrare il tuo sacrificio di lode, anima che Dio mi ha data a custodire e che amo dì amor grande…

Anima che ho visto trasfigurare, lentamente, come si con­viene a natura umana, ma costantemente, tanto a poter dire o pure come i tre apostoli: ” È bello, o mio Signore, stare qui, con quest’anima che il tuo amore ha lavorato e che più hai lavorato più per il suo amore ha accettato d’essere lavorata “. Sempre, Maria, sempre, come una pasta molle fra le mani di Dio, la­sciati lavorare, senza resistenza, e rimodellare sempre più secon­do il Suo pensiero Ss.

Prometti al Signore, insieme al tuo Azaria: ” Mediterò i tuoi precetti, a me tanto cari, ed alzerò le mie mani ai tuoi coman­damenti da me amati “. Infatti solo quelli che amano meditano e rigustano le parole di Colui che amano, e nel farlo eliminano le distanze e si fondono nell’amore. E solo chi ama di amor vero tende le mani per accogliere ciò che l’Amato comanda, an­che se

è pesante e penoso volere, per la creatura, ma amato vo­lere per lo spirito che vede e gusta come gioia ogni che, che venga da Colui che è la sua ragione d’amore.

E l’amore salva, sempre salva. Per questo il Ss. Signore No­stro ha pregato che i suoi avessero lo Spirito Santo, ossia l’Amo­re, dopo la sua dipartita, acciò coi suoi fuochi mondasse coloro che, senza malizia ostinata, cadessero in manchevolezze, ma, con amore, nell’Amore si tuffassero, per averne assoluzio­ne[31], e pace, e ammaestramento perfetto, continuo, salvifico. Quello che ti è dato, anima mia.

Benediciamo il Signore!»

«A Dio le grazie.»

«Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

6. Angeli, Verità, consigli[32].

L’Arcangelo Gabriele

1. Luce in forma d’angelo.

Aspettate tanto, con ansia, di sentire la parola angelica così dolce, limpida, confortevole.

Ma le devo dire però che dal momento che Lei se ne è andato[33], un angelo, che non mi pare il mio, mi è costantemente e visibilmente pre­sente. Le dico che non mi pare il mio perché, mentre Azaria di solito mi si mostra materializzandosi in bellezza come glie l’ho descritto a suo tempo, questo è spiritualizzato affatto, di una luce vivissima che solo un miracolo di Dio mi concede di fissare, ed ha degli esseri spirituali l’incorporea bellezza, né usa i piedi per muoversi, ma le due luci delle ali, e tutto è luce in lui, il volto, le mani incrociate sul petto, la veste candi­dissima e immateriale… E dico: mani, volto, vesti, perché noi poveri mor­tali non possiamo che esprimerci materialmente per dire ciò che vediamo. Ma questo spirito bellissimo che non mi lascia mai e col quale l’anima intreccia continui colloqui d’amore, non ha che l’incorporea condensa­zione del suo spirito in forma di viso, mani, vesti, per farsi presente al mio occhio spirituale, e così ridotto al minimo necessario per poterlo raggiungere questo scopo, che è proprio dire parola impropria e molto materiale parlare del suo viso, mani, veste.

2. L’Angelo del Getsemani

Mi appare insomma come l’Angelo del Getsemani che “era luce in forma d’angelo “; mi sembra uno dei tanti visti nei cori del Paradiso… Oh! luce, luce cantante negli sterminati azzurri del Cielo!… Mi sembra uno di quelli natalizi… ai pastori… uno di quelli che a Compito, in una, delle ultime notti di esilio, mi sollevarono all’estasi col loro trasvolare cantando armonie non ripetibili…

3. L’Angelo confortatore.

Chi sia non so. So che la sua presenza è il mio conforto. Più di dolce lume di luna al viandante solitario e sperduto, egli mi è, e mi dà la si­curezza che io non sono sola, ma sono con la migliore delle compagnie e delle guide, e sulla migliore delle vie: quella dell’angelo di Dio e sulla via che gli angeli fanno: quella di Dio. Chi sia non so. Mi bea con la sua presenza, ma non si disvela. Ieri Marta fu per sei ore assente, a Camaiore… Ebbene io, sola nella mia stanza per 3 ore su sei, ero tanto con­tenta di questa angelica presenza che ne avevo persino un sollievo fisico. Mi sono raccolta in quel meditare e contemplare che agli estranei può parere quasi sonnolenza e invece è fervere di spirito, e mi sono beata… Quanta pace!…

Ma ora Azaria si mostra e parla. Allora l’angelo luminoso non è Aza­ria… e io scrivo.

4. L’Arcangelo delle gioie celesti.

Dice Azaria:

«Con l’umiltà del fratello minore davanti al maggior fra­tello vengo per la nostra S. Messa. E l’Angelo delle Settanta Set­timane, il Confortatore del Getsemani, il beatissimo arcangelo Gabriele che l’Eterno ti concede ad amico perché ti conforti, perché egli è l’Arcangelo della gioia, delle gioie celesti, aumen­terà con la sua luce il tuo potere di comprendere.

Importanza dell’ubbidienza, della carità e della verità.

5. Lo spirito si evolve nella misura della ubbidienza e la carità.

Così egli ti appare per darti una lieve idea della sua realtà nei cieli. Ai sensi dello spirito, purificato sempre più dall’ultima prova[34], va data nuova capacità di vedere. Credi, anima mia, che più la creatura si fa ubbidienza e carità, e più lo spirito si evolve verso ciò che sarà la sua vita nel Paradiso in attesa della risurrezione dei corpi. Cadono le pesantezze e le limitazioni ad ogni ubbidienza perfetta e pronta, e si sfaldano, come corrose dalla fiamma della carità — perché l’ubbidienza è carità — le scaglie che ancora limitano le potenze spirituali nel loro vedere, e l’anima si accosta, con giubilo grande, alla conoscenza della vita dei Cieli, di ciò che è lassù… adorazione, beatitudine, pace, giu­bilo di luce…

Vedi, anima mia, se avessi fatto, anche internamente, un moto di ribellione, una minima disubbidienza, un compromesso, semplicemente un compromesso, uno di quei poveri compromes­si che usano troppo spesso i cristiani anche migliori, in luogo di farsi meno pesanti, le limitazioni del tuo poter vedere di creatura, si sarebbero fatte più pesante e spesse, come nebbie che si accumulano; ti avrebbero allontanato come veicolo che porta altrove… Te ne sei accorta del tranello in cui il Nemico ti voleva far cadere per creare un disgusto del Cielo verso te. Con riflessioni menzognere ti voleva far disubbidire all’ordine avuto di segnare con sincerità i libri che hai[35]. Non c’è nulla di censurabile nei tuoi libri, né di natura tale che possa dare adito ai miscredenti nel soprannaturale di dire che tu hai aiuti culturali nel tuo lavoro. (Invece si vuol proprio dire questo… 9-12-47). Ma egli ti voleva impaurire, dicendo questo e quello, per por­tarti a.… dimenticare volutamente qualche libro.

6. Le restrizioni mentali sono menzogne.

Dimenticare non è peccato, quando è vera lacuna della nien­te. Ma volere dimenticare, per fare ubbidienza come si crede sia umanamente utile farla, è peccato. Le restrizioni mentali, le ri­serve, il dire, ad esempio: ” Ho detto che non ho altri libri per­ché al presente non li ho in casa “, una delle scappatoie molto in uso fra i cristiani, come quella di dire, ad esempio ” Non ho visto, solo perché non si vede in quel momento, non sono buone cose. Sono menzogne. Non bisogna mai mentire neppu­re nelle sfumature.

7. Il potere della verità.

La verità non è una cosa sfumata, vaga come una nubicella in cielo… È un blocco solido, squadrato, di diamante, luminoso, trasparente, bellissimo, ma duro, ma inattaccabile dai venti, dal­le piogge, dalle dita. E siccome la verità viene direttamente da ciò che è più perfetto della Terra, ossia dal Cielo, anche se l’uomo vuole distruggerla, e sulla Terra, talora, sembra riuscirvi, in real­tà la verità resta intatta nel suo regno, e prima o poi viene conosciuta e riconosciuta, insieme ai meriti dello spirito che fu fedele alla verità.

Tanto diamantina la verità che, in luogo di essere rigata, riga e spezza anche le vitree anime degli infelici che non la vo­gliono riconoscere, che non la vogliono accogliere e, volenti o nolenti essi, scrive le sue parole, e sono condanna, per i morti, i sordi, i ciechi dello spirito, gli apatici, i tiepidi che Dio re­spinge e vomita lungi da Sé; scrive la sua verità di ” essere ve­rità “, anche se la si nega, sui poveri cristalli affumicati e pol­verosi, coperti di ragnatele inutili, che si credono migliori del diamante solo perché chiusi in cornice ornata…

8. La verità non si insozza coi compromessi.

Vedi, anima mia, se tu avessi accettato una restrizione men­tale, una di quelle che ti proponeva Satana, e se avessi omessa questo libro di tuo nonno perché poteva dare ombra ai preti, quest’altro di tua madre perché all’Indice, quell’altro tuo perché parla di Dio, in parte tanto minima che non può certo spiegare ciò che tu fermi sulla carta, e tutto ciò per apparire santa anche nei libri che conservi per ricordo, come conservi i quadri di famiglia che non puoi contemplare, così inferma come sei, ma che ti darebbe dolore distruggere perché sono il volto del padre, della madre, dei nonni…, tu avresti mentito, ed ora non meri­teresti questa pace di cui godi e non vedresti il glorioso Ga­briele. Hai meritato più con questa perfetta ubbidienza, che ai superficiali potrà apparire cosa ridicola, che se avessi detto mil­le preghiere vocali.

Questo per dirti il valore dell’ubbidienza che non si insozza coi compromessi; Sii sempre eroica così e aumenterà sempre più in te pace e luce.

Le anime “voci” di Dio.

9. Sono prigioniere ma libere

Ed ora meditiamo la nostra S. Messa.

Non sembra proprio scritto per te, piccola voce, l’introito? Ma, veritiero nel definire la tua situazione attuale: ” il laccio messo ai tuoi piedi “, è veritiero anche nel descrivere il tuo stato spirituale ” i miei occhi sono sempre rivolti al Signore “.

Ecco, sì! Sempre così! La malvagità, l’incredulità degli uomini, ai quali però sempre devi perdonare con le parole del Ss. Signor Nostro Gesù: ” Padre, perdona loro perché non sanno ciò che fanno “, potranno metterti dei lacci. Ma dove? Ai piedi, alla parte infima, più materiale, posata fra le lordure delle vie del mondo, perché per ora sei ancora nel mondo, come vi era il Ss. Signore Gesù durante i suoi trentatré anni di Uomo-Dio in Palestina. Ma non possono metterti lacci allo spirito, alla tua vista contemplatrice, alla tua carità, che sempre più fiammeggia e si condensa verso l’Altissimo e Ss. Signore Uno e Trino quanto più ti accorgi che quaggiù tutto è vanità e labilità.

10. Sono ricche delle compagnie celesti.

Ed ecco che tu, col laccio ai piedi, ma con lo spirito libero, fissi te stessa nel Signore. ” Volgiti a me ” gridi. Tanto Egli si volge che ti da Sé stesso.

” Sono povera e sola ” gridi. No. Sei con i suoi angeli e con Lui, con Lui, con Lui! Alleluia! L’anima mia è col Signore! Può esservi gioia più grande per un angelo custode? Sola dunque non sei: hai le infinite amicizie del Cielo. È povera non sei: possiedi la ricchezza che non può essere rubata. Non temere. La tua confidenza nel Padre Ss. ‘non verrà delusa.

Misteri angelici.

11. Ciò che fa grandi gli angeli.

E qui, per dar lode a Dio per il suo Arcangelo santo, intrec­ciamo la S. Messa della III domenica di Quaresima con la lu­minosa S. Messa di S. Gabriele.

Contempliamo insieme la nostra virtù d’angeli. Cosa è ciò che ci fa grandi? La bellezza nostra? La nostra sorte? La nostra origine? No: la nostra prontezza di ubbidienza al suono delle parole dì Dio, al balenare del suo, Ss. Pensiero, perché baleno di luce beatifica è il suono che noi percepiamo, non già voce ma­teriale di ugola. E. la nostra luce si accende in giubilo accoglien­do quel baleno e più aumenta nell’eseguire il suo comando. Tu sai. Se non ubbidissimo si spegnerebbe la nostra luce, cesserebbe la nostra bellezza, muterebbe la nostra sorte, condanna ci diverrebbe l’origine, come lo fu per lucifero ed i ribelli. Di nulla ci possiamo gloriare, noi, gli angeli del Signore, non della bellezza, sorte e origine, perché tutto ci viene da Dio Ss. Ma come per le creature del Creatore che sono gli uomini, gloriarci possiamo per il servizio ubbidiente al Signore.

12.  virtù degli angeli.

Il Primogenito degli uomini toccò la perfezione assoluta nell’essere ” ubbidiente fino alla morte ” per fare la Volontà del Signore. Quali meriti avremmo se, spirituali come siamo, non avessimo ad esercitare le virtù? Carità, umiltà, ubbidienza, verità. Poiché non possiamo avere lussurie carnali, né dobbiamo avere fede e speranza, noi che vediamo la Realtà Ss. di Dio, e, superiori agli uomini perché non appesantiti da materia, non abbiamo necessità di essere temperanti e forti, giusti, prudenti, che tali ci fa la contemplazione stessa di Dio. Oh! Dio ci com­penetra! Quanto è buono il Signore che si lascia contemplare e che si infonde così nei suoi spariti! Ma che ci dà modo di of­frirgli onori con la carità, umiltà, ubbidienza e verità.

Benediciamo il Signore! Noi angeli, tu, anima, con tutti noi stessi benediciamo il Signore!              ,

E tu, anima mia, impetra dal santo arcangelo patrocinio per­petuo. Amalo, amalo tanto, perché è l’angelo dei felici annunci e dei sublimi conforti.

13. Le ore e luoghi dove operano gli angeli.

Leggiamo le prime parole della Lettura “Ecco Gabriele… subito volando mi toccò nel tempio del sacrificio della Sera. Mi istruì, mi parlò e disse: ” Ora sono venuto a istruirti, ‘a farti comprendere “. Non occorre di più, per ora.

“Mi toccò nel tempio del sacrificio della sera”. Ecco quan­do fu tocco Daniele! Nell’ora. del, sacrificio, nel tempio, e nella sera. La tua sera si approssima. Ma prima che essa venga e pre­ceda l’alba — perché la sera non è fine, ma è preannuncio di pros­simo giorno nella continuità perfetta degli elementi creati, che ubbidiscono a Dio più degli, uomini — tu sarai istruita dall’arcan­gelo. E perché tale onore? Perché sei nel tempio che la Carità reciproca fra Dio e te ha creato, e nell’ora del tuo sacrificio finale. Il più dolce. Quello che ottiene l’allontanamento di Satana nelle ore notturne.

Dopo la tentazione tenebrosa Gesù Signor Nostro fu conso­lato da Gabriele, e Satana non lo turbò più. Rimasero gli uo­mini a torturare il divino Morente. Ma che sono gli uomini ri­spetto a Satana? Per quanto demoni, sono nulla in potenza torturatori rispetto a Satana. Tu lo sai. Ma fa’ cuore! Il sacrificio della sera è proprio fatto per allontanare Satana, imporgli il ” Basta ” divino, e portare la Fortezza di Dio ai figli olocausti.

14. Il tremendo segreto mai rivelato.

Ti parlerà Gabriele di un tremendo segreto e ti darà un ordine che da Dio viene, tremendo esso pure, non per te, ma per coloro che lo provocano, e saranno le parole di istruzione di colui che porta le più eccelse volontà e richiede le più alte ubbidienze.

Ed ora torniamo all’epistola paolina. Ma rispondo avanti alla tua domanda, così scriverai la risposta e anche ciò che ti dissi due domeniche fa sul mio tacere sul Vangelo.

Perché S. Gabriele, e non io, ti dirà ordine e segreto? Perché il minore non deve mettere parola dove parla il maggiore. Così per questo segreto come per le spiegazioni del Vangelo. Ti istrui­sce in quelle il Signore Gesù, Maestro Sommo di tutti quanti sono in Terra e in Cielo, ed io taccio, ascoltando, e nulla ho da aggiungere dove Egli ha parlato.

Programma del cristiano.

15. Imitare Dio nelle sue perfezioni.

Paolo delinea tutto il programma del cristiano, e perciò quello delle voci, che solo per riconoscenza al Signore del gran dono da Lui concesso, devono essere perfetti più degli altri, ten­dere a questa perfezione con perfezione di pensiero. Sai quale è questa “perfezione di pensiero”? È voler essere perfetti non per la gloria futura che concederà la perfezione, ma per amore di figlio beneficato in maniera sovrumana dal Padre e con mi­sura quale solo l’Infinito può dare.

Ecco allora: ” Siate imitatori dì Dio come figli diletti “. Oh! non vi dice Paolo: ” Imitate questo o quel santo! ” Vi dice: ” Imitate Dio nelle sue perfezioni “. Imitare Dio! Fare perciò un continuo sforzo per raggiungere la perfezione. E farlo con carità, ma anche con umiltà; con fede, ma anche con umiltà; con speranza, ma anche con umiltà.

Voi sapete che nonostante ogni sforzo eroico sarete sempre incapaci di possedere la Perfezione di Dio. Ma non vi scoraggia­te! Il Padre Ss. sa, perché è perfetto, che la creatura non può essere come il Creatore, e per confortarvi, per giustificare la vo­stra misura relativa, proclamandola con giustizia “perfetta per la creatura”, ha messo a questa misura un limite: il vostro. Ha detto: ” con tutti voi stessi “. ” Con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze ” dice il comando im­mutabile fino alla fine dei secoli; ed eretico e maledetto è chi lo muta o altera, o lo sostituisce con comando d’uomo per altri culti a idee che non da Dio sono, ma sono mescolanza di fumo infernale e d’infernale veleno con fumo e veleno di mala creatura.

Quando un’ama con tutto il suo cuore, anima e forze, ha, per sé stesso, amato perfettamente. Perciò ha imitato Dio che perfetto è nel Bene.

16. Vivere nell’amore.

Secondo precetto di Paolo: ” Vivete nell’amore come Cristo che ci ha amati e ha dato per noi Sé stesso a Dio in olocausto come ostia di soave odore”.

L’amore perfetto! L’amore di Gesù Cristo Figlio di Dio e Signore Nostro. Amore che giunge al sacrificio. Amore del pros­simo che giunge ad immolarsi per il prossimo. Amore per Dio fino a divenire l’Immolato sull’altare della Riparazione.

17. Bandire le impurità di qualsiasi natura.

Altro precetto: ” Non solo non siano in voi, ma neppure siano ricordate fra voi ” — fra voi che dovete solo ricordare i doni, le perfezioni, le istruzioni di Dio — ” le fornicazioni, le impurità di qualsiasi natura, l’avarizia”. Non più uomini siete. Siete “voci”. 

La voce non ha pesantezze. È suono. Non siate pesanti di umanità. Non pervertite la vostra sorte di ” voci ” con oscenità, discorsi sciocchi e buffonerie. Ricordate che il simbolico gesto delle labbra purificate col fuoco preso sull’altare non si è limi­tato al profeta. Tutti coloro che Dio elegge, le “vere” voci pure, indubbie, sono state purificate avanti la missione dal fuo­co del Divino Amore. Le palme sacerdotali sacre sono per l’ordi­nazione ricevuta, e non dovrebbero quelle mani toccare nulla di impuro o fare gesti impuri dovendo toccare il Corpo Ss. di No­stro Signore. Ma le labbra che ha consacrato la Parola Divina, che per suo ordine hanno ripetuto quella Parola, devono conservar­si santificate, con sommo rispetto, per ciò che da esse è passato, E così la mente, così il cuore. Altrimenti diverreste impudichi e fornicatori, e perdereste il vostro posto in Terra e in Cielo. E avari non dovete essere, ma prudenti, perché l’uomo, non pro­fani, ma chi ha fame prenda il dono di Dio.

18. L’ira di Dio è sugli increduli.

E state fermi. Senza superbie e senza paure. I vani discorsi degli uomini, se superficiali, trascurateli per non avere a rispon­dere del tempo perduto in povere cose, se volti a spaurirvi o a insuperbirvi, o a denigrare e a tendere di diminuire l’opera che Dio fa in voi, non vi seducano. L’ira di Dio è sugli increduli. Non vi associate perciò a loro, ma rispondete loro: “Una volta noi pure eravamo tenebre, ma ora siamo luce nel Signore. E preghiamo per voi perché possiate divenire luce”.

Non più di così, Maria. Non più. E vivi sempre più come figlia della Luce, perché il suo frutto è tutto ciò che è buono, giusto e vero. Né — questo lo puoi dire agli increduli e ai razio­nalisti — né si può dare che Belzebù serva Dio, dando parole sante per la conversione dei cuori. (Eppure mi si vuol dire che può esser Belzebù a dettare!… 9-12-47).

Vola alla casa, al nido, o Tortorella di Dio, e fa’ dimora nel suo Amore. E di là ascolta, che hai bisogno di quella difesa per ascoltare ciò che ti dice l’Arcangelo, e abbi in Esso Amore la tua pace».’

19. “Ben più tremendo del segreto di Fatima”.

E Azaria si inginocchia per ascoltare Gabriele che, aumen­tando la sua luce, mi saluta col saluto: «Ave Maria!». Non altro che Ave Maria. Poi mi dice una tremenda, oh! è proprio tre­menda parola e mi dà un ordine. Così di condanna nelle sue ra­gioni!!! Ma lo porterò con me nella tomba. «È ben più tre­mendo» dice l’Arcangelo «del segreto di Fatima, e non va ri­velato perché gli uomini, anche questi per cui è emesso, non meritano di conoscerlo». E poi l’Arcangelo, insieme ad Azaria che si rialza dalla sua genuflessione, canta: «Benediciamo il Si­gnore». Rispondo: «A Dio le grazie» come mi ha insegnato Azaria, e con loro dico: «Gloria, al Padre, al Figlio, allo spirito Santo».

 

E ora ho anche il peso angoscioso di questa tremenda conoscenza…

7. La Chiesa la Gerusalemme terrena[36].

La Chiesa Apostolica

1. È la Gerusalemme terrena.

Dice Azaria:

«Perché, di che, si deve rallegrare Gerusalemme? Forse ché della sua lunga vita? Non già. Ma di essere vitale per la sua unione con il Cristo che la nutre coi suoi doni e la ingemma coi suoi santi. Se di natura soprannaturale non fosse, non avrebbe questi doni e questi santi, e perirebbe come tutto quanto è nato per opera d’uomo, tutto quanto dura un tempo relativo e poi, per lotte di nemici, si indebolisce e muore.

Ma la Gerusalemme terrena non è divisa dalla Gerusalemme celeste, e i cittadini di quella celeste sono con la Gerusalemme terrestre per confortarla, aiutarla, difenderla dal livore del Male che contro lei si lancia per abbatterla, senza riuscirvi peraltro.

Ma non sono solo gli aiuti celesti quelli che le mantengono vita. Il Ss. Signore Gesù ha promesso che nulla prevarrà su di Essa. Basterebbe questa promessa a difenderla. Perché le pro­messe di Dio sono sempre attive. Ma Dio, pur bastando da Sé stesso a compiere qualunque prodigio, non spoglia i suoi figli. del diritto di cooperare agli interessi del Padre, del diritto di contribuire alla prosperità della Casa del Padre.

2. È la dimora di Dio sulla Terra.

E la Chiesa è la grande dimora del Padre, di Dio, sulla Ter­ra. Non è più il vasto Tempio sul monte di Gerusalemme, vasto, ma un nulla rispetto alla Terra, un super nulla rispetto al Creato. Non è più ciò la Casa attuale del Padre. Essa ha allargato i suoi padiglioni dall’uno all’altro Polo, ad oriente e ad occidente; ed essi ormai sono sparsi su tutta la Terra, e dovunque è, con amo­re o con odio, conosciuto il nome di Dio e di Gesù Salvatore.

E dovunque è un altare a santificare i continenti, a riunirli nel segno santo. E dovunque si celebra un Sacrificio non di arieti o di agnelli, ma delle Carni Ss. dell’Agnello divino, immolato per lavare col suo Sangue gli stipiti e i. limitari della Terra, luogo di esilio, e farne già un piccolo Cielo, perché gli uomini esuli siano meno esuli dal luogo eterno per cui Dio li aveva creati, e possano avere aiuto e sprone dalle gioie che gustano ai piedi di un altare, alla Mensa del Pane soprassostanziale. Così si è dilatata la dimora del Padre! La Gerusalemme terrestre ha allargate le sue mura, sparso i suoi eserciti pacifici e i suoi maestri per­ché dovunque fosse noto il Nome che è sopra di ogni altro e davanti al cui suono si curvano in ginocchio i figli di Dio, quale che sia la loro razza, lingua, latitudine e costume.

Orbene, non sono dunque anche questi cittadini di una così vasta città, quelli che coi loro sacrifici e le loro orazioni coope­rano col Padre per il trionfo della stessa contro l’Inferno e i suoi seguaci? Sono anche questi cittadini.

3. È la sorgente delle mistiche acque.

Come le mistiche acque che Ezechiele vide sgorgare da sotto la porta del Tempio, e che all’inizio sono alte quanto dal suolo ad una caviglia, e poi crescono fino ad arrivare ai ginocchi, e poi tanto sono alte che sommergerebbero una statura d’uomo, così sono i meriti dei santi sulla Terra. All’inizio della Chiesa erano pochi perché pochi erano i cittadini della Chiesa militante, e poco poterono spingersi a fecondare le aride sabbie e le amare paludi. Ma poi, nei secoli e secoli, e per martiri, e per vergini, e per confessori, noti e ignoti sulla Terra, ma tutti noti a noi dei Cieli, le acque sono cresciute. Si sono riversate nell’alveo iniziale, nato sul Golgota, dall’acqua gemuta da un Cuore squar­ciato oltre la morte[37], e hanno aumentato la Ss. onda con le loro onde di meriti. E il piccolo torrente si è fatto gran fiume, sem­pre più grande, capace di spingersi e penetrare, con la massa imponente delle sue acque, anche nei deserti più lontani, nelle più pestifere paludi, e purificarle, e fare fertili le sabbie, per­mettendo il sorgere di alberi fruttiferi, che non conoscono, perdita di foglie o sterilità di frutti, alberi buoni, atti a nutrire, a guarire, a legittimare i figli bastardi, dando loro il Nome be­nedetto che viene dal Fondatore della Chiesa: ” cristiani di Roma, sede del Papato fondato da Gesù Ss. sulla sua Pietra “.

4. I figli della Madre Chiesa.

Ecco, o figli benedetti della Gerusalemme terrena, di che avete a rallegrarvi con Essa che vi è Madre e con Dio che vi è Padre! Di essere coloro che con la loro fedeltà ed eroismo con­tribuiscono a mantenere potente il fiume della sua espansione bonificatrice e a farlo attivo. Onde l’invito dell’introito non è solo parola, ma è parola di verità, ma è già premio, e promessa di un premio più grande.

L’Eterno vede le vostre opere e i vostri cuori. Numera gli affetti e sentimenti santi. Vi vede ansiosi del materno trionfo, tristi del disamore e della misconoscenza colpevole dei figli che dopo essere stati della Casa, escono dalla Casa paterna, o dell’ignoranza dolorosa, ma non colpevole come la misconoscenza, di quelli che ancora ignorano il Dio vero, e vi fa dire: ” Voi che amate la Chiesa, rallegratevi con Lei, godete con letizia, voi che foste in tristezza, esultate e saziatevi alle fonti della sua conso­lazione, perché voi che per Essa avete amore attivo, avete diritto a succhiare al suo seno mentre già qui, in Cielo, è pronto, nella Gerusalemme celeste, il vostro posto al banchetto dell’Agnel­lo, al banchetto dei trionfatori eterni, che vi siete meritato per il vostro lavoro spirituale e materiale a pro della Madre Chiesa che è la Sposa del Verbo”.

5. Multiforme martirio delle care “voci”

E se ciò è per tutti i fedeli che versano il contributo delle loro opere sante nel fiume della Comunione dei santi, con spe­ciale misura sarà per voi, dilette ” voci “, che alle opere comuni aggiungete il martirio di essere ” voci ”. Il multiforme martirio della vigilanza soprasensibile per essere sempre pronti ad inten­dere, distinguere e combattere. Intendere le voci che vi vengono dall’Oltre Terra. Distinguerle per non confondere il mendace e così seduttore parlare di Satana, dal più reciso ma veritiero par­lare delle voci buone. Combattere la superbia che potrebbe in­sinuarsi dietro alla umiltà che dice: “Dio parla alla sua serva”. Insinuarsi serpentina come Lucifero dal quale è nata per zufo­lare in sordina ” …perché io ho meritato questo”.

Oh! che martirio di vigilanza continua, di ubbidienza con­tinua, di sforzo continuo, dovete mai fare, care ” voci ” che Dio ha beneficato e crocifisso in questa missione! E martirio di contraddizioni dolorose da parte degli uomini ciechi e superbi che non vogliono vedere Dio ed ammettere che Dio possa com­piere questo miracolo d’amore. E martirio di derisioni, di cu­riosità, di immeritati castighi.

E martirio di vedere l’inerzia delle anime che non si scuo­tono neppure davanti a queste parole che vengono da Dio.

E martirio di non potere andare dai veri ” poveri “, dai veri ” affamati “, dai veri ” ignoranti “, dicendo: Ecco, non siate più poveri, affamati, ignoranti. Qui c’è tesoro, c’è cibo, c’è sapienza. Viene da Dio. Egli ve la dà per i vostri dolori, per i vostri dubbi, per le vostre solitudini. Perché vi ama. Perché ha pietà di tutti gli uomini. Perché è Padre. Prendete e santificatevi col dono di Dio”.

6. Incarcerati martire della carità verso Dio e verso il prossimo.

Siete gli apostoli incarcerati, o ” portavoce”, che non potete far nota agli uomini la parola santa. Il tesoro che avete fra le braccia vi porta al Cielo. Ma per voi stessi. Quando, dopo avere goduto l’estasi del riceverlo — fino ad averne compartecipe la car­ne, tanto è violento l’uragano dolcissimo e fiammeggiante che si è abbattuto su voi, per spogliarvi di tutto ciò che è umanità e farvi comprendere che l’umanità è miseria fugace, mentre solo valore ha ciò che è eterno e spirituale, e così, consci, rapirvi sem­pre più in alto, nelle sfere caritative e contemplative — quando, dopo avere goduto l’estasi, abbassate lo sguardo dal Fuoco, dal­la Sapienza, dalla Potenza, alla povera umanità che brancola mi­sera, ignorante, assiderata, per le vie della Terra e degli Errori — e sapete ciò che la salverebbe, questa umanità, e le darebbe sa­pienza, ricchezza, vita, calore, e non potete dare il tesoro in cui molti troverebbero la Via, la Verità, la Vita, invano, invano cercati altrove — allora subite il martirio della carità verso Dio, non conosciuto e amato, e verso il prossimo che vedete morire senza pace e che vi è impossibile soccorrere, incarcerati come siete da una categoria di uomini che la carità mi impone di non clas­sificare, e l’indifferenza ignara od ostile dell’altra più vasta ca­tegoria: quella stessa dei bisognosi della Parola e della Cono­scenza, che stendono le mani a tutti i ” pomi di Sodoma ” del loro deserto e si trovano il nulla nelle mani. Perché quei pomi, come quelli del deserto di Giudea, sono vuoti sotto la bugiarda apparenza. Ma non stendono le mani agli alberi della Vita che crescono in mezzo alla piazza della Città Celeste e sui Iati del fiume d’acqua viva che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello, come lo vide l’angelo Giovanni, apostolo del Signore, e che por­tano i dodici frutti, e danno, mese per mese, questi frutti eterni ai beati cittadini della Città della Santità e della Gioia sublime.

7. La Grazia di Dio è la vostra consolazione.

E allora piangete come il Cristo e con Cristo, dicendo le pa­role sue sulla città ostile: ” Oh! se anche voi conosceste quello che giova alla vostra pace! Ma è celato agli occhi vostri dalla crosta dei vostri peccati e voi non ve la ‘volete levare, questa crosta che vi fa ciechi, e guardare la Luce!”.

Ma consolatevi, o voci, Voi potete rallegrarvi. Perché a voi è detto: ” Andrete nella casa del Signore “. Sì. Vi andrete se per­severerete nelle virtù come vi viene insegnato. Allora per, “le vostre azioni ” purificate e divenute, da umane: sante, potrete “respirare per la consolazione della Sua Graziaed essere beati perché la Sua Grazia è beatitudine.

I figli della Libera e i figli della Schiava.

8. I figli hanno immagine e somiglianza del loro padre.

Ed ora leggiamo S. Paolo.

Anche l’eterno Abramo ha due specie di figli. Quelli della schiava e quelli della libera.

Chi è l’eterno Abramo? Molti potrebbero dirti questo o quello. Io ti dico di dare qui il nome di Abramo eterno all’Eterno, Padre di una moltitudine straordinaria e duratura, di progenie in progenie, fino alla fine dei secoli.

L’eterno Abramo si è congiunto all’Umanità, metaforicamen­te parlando, per generare figli che del Padre hanno l’immagine e somiglianza soprannaturale e della madre avrebbero dovuto ave­re la somiglianza naturale, perfetta come il Padre e Creatore dell’Umanità aveva data ai primi semi dell’Umanità.

Nella prolificazione usuale delle razze, sia umane che ani­mali, si vede che i caratteri somatici familiari si fanno più mar­cati quando due stretti parenti si uniscono generando figli che fissano, dirò così, fortemente le caratteristiche dei genitori, fra loro consanguinei.

Or dunque che sempre aumentabile perfezione di somiglianza divina sarebbe venuta nei figli nati dal Padre Creatore e dall’Umanità da Lui creata! Meravigliosa somiglianza! Ma per aver­la doveva l’Umanità conservare intatta la sua somiglianza del Padre. Invece la forma perfetta fu deturpata da Lucifero, e nell’esterno e nel profondo, e la somiglianza non crebbe, non si per­fezionò, ma anzi ebbe lacune, regressi, ebbe aspetti diversi nei figli di Dio e dell’Umanità di modo che dal seno che generò l’an­gelico Abele, in cui era palese la somiglianza divina, già era usci­to il satanico Caino, nel quale era palese la prostituzione dell’Umanità al Seduttore. E sempre, sempre così, nei secoli. Anche dopo che l’innesto di Cristo fu sulla pianta imbastardita dell’Umanità.  

Or dunque l’eterno Abramo ebbe due figli: uno dalla schiava e uno dalla libera. I due rami dell’Umanità. E il figlio della schia­va — attenta bene — nacque secondo la carne, mentre quello della libera nacque in virtù della promessa, ossia secondo lo spirito.

9. I figli della schiava.

Credi che l’allegoria sia stata solo per quel tempo? No. È realtà che si perpetua. Tuttora nei figli del Creatore, dell’eterno Abramo — perché figli del Creatore sono tutti gli uomini, essen­do Egli il Datore della vita — vi sono i due grandi rami. Quello dei nati dallo spirito e quello dei nati dalla carne.

E questi ultimi sono nemici ai primi e nemici di Dio e del­le due Gerusalemme, perché non della Religione santa e del Regno santo sono, ma dell’Arabia, ossia del popolo pagano, e più ancora: satanico, che adora Satana, la carne, il mondo, le concupiscenze in luogo di Dio, che segue le male dottrine in luogo della Religione di Dio, che si perverte e scende, scende, scende sempre più in basso, e dal suo basso esala fetori e lancia strali ai figli dello spirito, per traviarli, ferirli, torturarli, per nuocere, nuocere, dare dolore, dare morte, spogliare il Padre dei suoi figli più cari…

Oh! profanazione che penetri per ogni dove, e come stru­mento di guerra — e guerra è, satanica guerra alla quale degli uomini si prestano a far da strumento e milizia — sgretoli, ab­batti, sommergi, spegni!

Ma chi spegni?

Quelli che hanno lasciato posti vuoti nel loro spirito, nel loro intelletto, coloro che credono di essere completi perché sono stipati di formule, di preconcetti, di superbie, e non san­no che ciò è fumo ed è nuvola che cedono subito ad un turbine che li disperde, occupando quei posti, lasciati vuoti dalle disper­se formule, preconcetti, superbie, razionalismi, egoismi, settari­smi e così via, dalle dottrine umane insomma, con formule, assio­mi, superbie, dottrine ancor più letali: con cose sataniche. Per­ché è Satana che lavora dove vi sono posti vuoti di Dio.

10. La novella Agar: l’Umanità schiava di Satana.

Pregate per questi figli della novella Agar: dell’Umanità schiava di Satana. E per voi, per voi, figli della libera, nati dallo spirito, perseguitati per questo, ma non vinti in eterno, perché ogni persecuzione cade ai piedi delle barriere di Dio, — ed esse barriere sono: il possesso assoluto da parte dì Dio del vostro cuore che Dio riconosce per suo solo Signore e Lui solo serve; e le soglie dell’Al di là, — io dico: non temete.

Non temete! L’uomo e Satana potranno ferire la carne. Ma voi lo sapete! Essa è transitoria. Lo spirito dei liberi è tetra­gono ai veleni e agli strali satanici e umani. Solo se vi voleste, di vostra libera volontà, fare schiavi, potrebbero nuocervi. Non mai finché siete i ” liberi ” di Dio.

È Dio stesso che ve li allontana i nemici, ne circoscrive le opere malvagie. Dio: il Padre vostro. Dio che, come dice la Scrit­tura, da eterno Abramo, caccia lungi dai suoi padiglioni i figli dell’Umanità, schiava di tutto ciò che non è Dio e che andrà er­rando, di punizione in punizione, per deserti sempre più aridi perché, peggiore dì Agar, sotto il castigo meritato non si conver­te, ma imbestia sempre più, e non piange, pentendosi, ma be­stemmia allontanandosi sempre più dai pozzi dell’acqua di Vita.

11. I figli della libera.

figli della libera. Ricordatevelo, o cristiani. Siete som­mamente ” figli della libera “, ricordatevelo voi, o ” voci ” che Gesù Ss. ha affrancato anche dalla schiavitù della relatività e materialità umane dandovi vista e udito, soprannaturali per farvi conoscere le verità più segrete, le dottrine più perfette, e vedere il Signore, conoscerlo come di più non lo può la creatura sulla. Terra, e trasalire della gioia che sarà vostra — e nostra, già è — della gioia che sarà vostra quando, cessato il Tempo per voi, sarete ammessi alla beata Eternità.

Grida, grida tu pure, tu che da ieri sera sei fuori di te per la gioia che ti viene dal Cielo, grida: ” Mi sono rallegrato per ciò che mi è stato detto!” E come giogiosamente te l’ho detto, piccolo Giovanni del mio Signore! Piccolo, piccolo Giovanni che il mio Signore ha cinto di monti a custodirti, e ti ha fatta colma di pace e di abbondanza! Loda il tuo Signore! Lodiamolo insieme perché ” è buono “; cantiamo inni al suo Nome. perché è “soave”. Benediciamolo perché tutto quello, “che ha voluto fare lo ha fatto, in Cielo, in Terra ” e nel cuore dei suoi figli fe­deli. Benediciamo il Signore!»

«A Dio le grazie!»

«Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo!».

8. Vocazione dei Portavoce e Vittime[38]

1. Meta delle vittime l’immolazione, corredenzione.

1. Un muro che si alza nel sogno.

Mi sveglia da un calmo sonno nel quale sognavo di essere su di un prato di erba corta, novella, smeraldina, limitato da un muro già atto, ma che, per non so che ragione, io stessa dicevo: «Va alzato ancora» e specificavo: «a difesa»; e infatti il muro si alzava fino ad essere alto al­meno 5 metri. Proprio insuperabile così liscio e alto… Non vedevo che questo grande prato, vergine di pedate umane, e questo muro altissimo, e in alto un cielo gremito di stelline che l’alba avanzante faceva sempre più piccole e pallide. E chi mi sveglia è il Signor mio che mi chiama e tocca sul capo. Apro gli occhi e dico: «Eccomi, Signore. Dormivo…» e mi trovo un poco confusa pensando che ho imitato Pietro, Giacomo e Giovanni che hanno dormito un po’ troppe volte nelle ore più solenni del loro Maestro: al Tabor e al Getsemani.

2. La vittima condivide le sofferenze con il Redentore.

Ma Gesù sorride e dice: «Ed Io ti vegliavo, mia dolce vittima che ti consumi per mio amore. Sono venuto a dirti che Io sono là dove una creatura soffre la sua passione e le parlo, per la bocca di tutti gli spiriti celesti, con le figure di tutta la Liturgia, oltreché col mio Amore sempre più forte e presente. Perché Io so cosa è la Passione, nei suoi precedenti e nel suo termine. Ed ho infinita compassione di chi la patisce per amor mio e delle anime. Le vostre angosce, anime vittime del mondo e dell’amore, Io le ho tutte provate. Giorno per giorno, più ti disvelo la mia trienne Passione di Maestro incompreso, di Voce schernita, di Salvatore perseguitato, tu ti ritrovi, nella tua misura di creatura.

3. Scopo delle sofferenze corredentrice.

come te tutti coloro che Io ho scelto a straordinario servizio. Ma come Io affissavo lo Sguardo allo ” scopo “, al luminoso, sereno, glorioso scopo del mio lungo e molteplice soffrire e dicevo: ” Devo passare per questo, doloroso, per raggiungere quello glorioso”, così voi, per poter procedere fra i rovi crudeli della vostra via, pieni di serpi, di spine, di tranelli, e procedere col vostro peso sulle spalle per attingere la mèta: l’immolazione che è anche raggiungimento dello scopo vostro, ossia corredenzione, dovete sempre tenere gli occhi fissi a questo ” scopo “, alla carità perfetta per le anime, che si compie col sacrificio totale di sé stessi. Non c’è amore più grande di quello di colui che dà la propria vita per i fratelli e gli amici. Io l’ho detto e l’ho fatto.

4.  muro che separa i due mondi.

Maria, mia cara, diletta Maria, mia vio­letta che ti consumi per Me, tuo Amore, e per i fratelli, e che soltanto da Me hai vero ricambio di amore, mia Consumata, vieni, procedi… An­diamo insieme. Il mondo e Satana potranno odiarti ma fino al limite che Io ho messo, alto, insuperabile come il muro da te visto nel sogno. Essi al di là, nel loro rumoroso, caotico mondo, sporco di tutte le concupi­scenze, seminato di tutte le più tossiche eresie… tu al di qua nel deserto di questo prato che non ha che serenità e povertà semplice e fiorita di erba vergine di corruzioni. L’abbiamo fatto questo prato Io e te insieme, Io con le mie parole, tu colle tue ubbidienze. Vedi come è grande? Che pace emana!…

5.  celesti amici della vittima.

E in alto il sereno del cielo e le innumerevoli stelle che ti guardano e ti aspettano. Sono i tuoi amici del Cielo, mia diletta sposa. La mia Luce li fa parere più piccoli e sbiaditi. Ma quando Io ti lascio essi subentrano con la loro luce paradisiaca e ti confortano. Sola, ma. non mai sola, procedi. Fino alla fine. E poi, in un raggio di stella della tua   Stella   del   Mattino, sarai   assorbita, anima   consacrata dal dolore, Maria consumata per il tuo Dio e per le anime — e questo sia quello da scriversi sul tuo loculo, o piccola martire, questo e non di più su tutto quanto ti ricorderà agli uomini — sarai assorbita al Luogo della eterna Pace e raggierai di là luce sugli uomini, luce di amore, e luce di verità saranno le pagine che tu hai ubbidientemente scritte per fissare sulla carta le mie Parole, e come una luce ti ricorderanno gli uomini buoni. Gli uomini buoni!… Anche in questo simile a Me, perché solo da pochi del mio tempo la mia infinita Luce fu amata e accolta. Gli altri, le tene­bre, non vollero, accogliermi e tenebre rimasero. Ti benedico con tutto il mio amore di predilezione a tuo confortò, a tuo conforto, a tuo conforto!».

Resto commossa e beata… “Così finché il mio Azaria comincia la sua spiegazione.

Onestà dei chiamati a via straordinaria.

6. Parole concesse solo i retti di cuore.

Dice Azaria:

«Vieni alla nostra S. Messa delle voci, alla ” tua ” S. Messa degli appassionati. Parla e prega con Cristo e come Cristo. Vol­giti al Padre con le parole del Figlio che lo Spirito Santo mi concede di spiegare.

” Sii mio giudice, o Dio “.

Solo i retti di cuore possono dire così, nell’intimo della loro coscienza. Perché se è facile lusingare gli uomini, invocando Dio a testimoniò — e non comprendiamo noi angeli come possano farlo senza tremare di paura, ossia lo comprendiamo solo mi­surando di quanto fa decadere Satana l’uomo: creatura di Dio, e satanico tanto lo fa da dargli forza di osare di invocare Dio senza temenza sulle proprie malvagie azioni — se è facile ingan­nare gli uomini con questa invocazione, che è sacrilega su certe bocche, non è facile, non è possibile farlo quando il colloquio è intimo, avendo solo a testimonio l’angelo che è custode.

Oh! non osa l’uomo colpevole e impenitente, invocare Dio quando non trae conforto da vicinanza di altri suoi simili! An­che il più rotto al delitto, alla menzogna, al sacrilegio, anche uno che, se il Ss. Signore Gesù ritornasse in Terra, sarebbe capace di inchiodarlo di nuovo al legno, perché Satana gli mostrerebbe Cristo come un semplice uomo e gli mostrerebbe inezia l’ucci­dere un uomo, anche costui non osa quando è solo con sé stes­so, di fronte alla propria coscienza e all’infinito Mistero di Dio, impudentemente dire: ” Sii mio giudice, o Dio “.

7. I colpevoli fuggono da Dio.

I colpevoli, da Adamo ed Eva in poi, non sanno che fug­gire, o tentare di fuggire dal cospetto di Dio. Anche colui che nega esservi un Dio, se per un’improvvisa riflessione ha un ba­leno di ammissione che Dio può anche essere, non fa che fug­gire… per dimenticare questa Esistenza. E così fa l’assassino, il ladro, il corruttore, tutti i colpevoli, e tanto più lo fanno quanto più la loro colpa è grande, quanto più si ripete più e più volte. Anzi giungono a nuove colpe per stordirsi con la pseudo certez­za che Dio non è perché li lascia fare. Il poter uccidere, seviziare, rubare, usurpare, per loro è prova che essi sono ” i super-uomini “, gli ” dèi “, e nessuno è al disopra di loro. In questa ragione di volersi dire che essi sono ” dèi “, che Dio non è, e non è se­conda Vita, Giudizio, Castigo, che ognuno è libero di fare ciò che gli è utile, a qualunque costo, con qualunque mezzo, è la spiegazione dei ripetuti e sempre più gravi peccati dei grandi peccatori.

Ma soli, di fronte al Solo, non sanno mettersi, e friggono. Colpevoli, davanti al Giudice, non sanno erigersi e gridare: “Sii mio giudice, o Dio “. Per quanto lo neghino e lo irridano, hanno di Lui l’istintiva paura che ha la belva dell’uomo, quando questo uomo viene coraggiosamente incontro ad essa, con audacia e difesa pronte, la paura istintiva, rabbiosa, delle belve per il domatore, di cui temono la punizione e sentono la potenza. Cer­cano di distruggere con una subdola unghiata l’idea di Dio, ma aggirandola; non sanno, non possono aggredirla di fronte. Trop­po alta quell’Idea, troppo potente quel Dio!» Li incenerisce, li schiaccia come pigmei sui quali caschi un masso marmoreo, come vermi sotto il piede del gigante. E fuggono.

8. Le facce dell’onestà.

Ma gli onesti sì, gli onesti possono gridare: ” Sii mio giu­dice, o Dio “. L’onestà ha molte facce. Non è solo onestà mate­riale sulle materie che hanno nome: monete, pesi e misure, ri­spetto delle frutta, dei raccolti, dei beni altrui; non è solo one­stà morale sulle cose morali che hanno nome: buon nome, sin­cerità, amicizia, rispetto della donna o della posizione altrui; ma è anche onestà spirituale, ossia verità nell’apparire ciò che realmente si è spiritualmente, non un atomo di più.

9.  disonesti spirituali

Nel tuo caso, nel vostro caso, o strumenti straordinari, è proprio e principalmente questo.

Sono disonesti spirituali anche quelli che solo in apparenza sono cristiani-cattolici, ma che, potendo arretrare il tempo di 20 secoli, sarebbero perfetti esemplari di farisei, ossia solo in apparenza ossequiosi di Dio e della sua Legge, e di quella della S. Romana Cattolica Apostolica Chiesa, ma che in realtà, usciti dalla ribalta e rientrati nell’interno delle loro case, dei loro com­merci o uffici, o occupazioni, sono dei veri e propri anticristia­ni, calpestanti tutti gli articoli e i precetti del Cristianesimo, co­minciando da quello dell’amore a Dio, ai congiunti, ai dipendenti, al prossimo. E per disonesti saranno giudicati e pagati, se­condo i loro atti menzogneri, dal Giudice che è pietoso per le colpe involontarie, ma che è inesorabile per le calcolate ipocri­sie-impenitenti.

Onestà che le “voci”. Devono esercitare.

10Ma voi, “voci”, strumenti straordinari, avete delle onestà dell’onestà da esercitare: quella di non aggiungere nulla al te­soro, quella di non dilapidare il tesoro, quella di riconoscere sem­pre che non è opera vostra, ma è Opera di Dio.

Stare in ginocchio, sempre, a braccia tese a ricevere, a so­stenere il peso che vi viene dato e che dovete tenere elevato in un continuo offertorio all’Altissimo dal quale viene. Ricordate: ciò che ricevete va offerto a Colui che ve lo dona, così come nell’antica Legge erano offerti i sacrifici di ciò che Dio aveva da­to: gli agnelli, gli arieti, i favi, l’olio, i mannelli di spighe, tutte. cose che erano perché Egli le aveva create, così come nella Nuova Legge sono offerti sacrifici. Ma con che? Col Corpo e Sangue di Colui che il Padre vi ha dato: l’Agnello Ss. che leva i peccati del mondo. Va offerto con quegli onori che a cosa sacra si conviene. Ossia con mani monde, con monda veste, su prezioso drappo, su preziosa patena.

Quali? La vostra vita intemerata, il vostro spirito che giorno per giorno si deve fare prezioso di virtù, sul vostro cuore im­molato con l’Immolato.

11. La sofferenza è prezzo e gloria dell’anima vittima.

Oh! benedetti! Non piangete nel vostro soffrire! Non pian­gere. Maria diletta al Signore, nel tuo soffrire! Questo è quello che ti fa cara: il tuo soffrire.

Ascolta: che cosa ha avuto valore agli occhi di Dio? La tua nascita? La tua coltura? La posizione sociale? Nulla di questo. Che eri, finché eri unicamente Maria di Giuseppe e Iside, edu­cata come a figlia di famiglia benestante era conveniente? Eri una comune anima, come ce ne sono a milioni fra i cattolici os­servanti. Sul tuo altare c’era soltanto un ornamento. Sai quale? Il tuo amore per Gesù Appassionato. Il resto era, né più né meno, quello della grande massa dei cattolici. Il puro necessario per non essere grandi peccatori.

Poi il dolore ti ha portato all’amore del dolore. Hai com­preso, in grazia del tuo amore relativo e dell’infinito amore di Dio per te, cosa è il dolore di Dio e come lo si consola… E ti sei fatta ostia. E Dio ti ha accolto per ostia.

La sofferenza! La tua gloria.

Anima mia diletta, tu forse credevi che non fosse che la carne destinata a consumare? Al massimo spingevi le possibilità di soffrire al morale? No, Maria. Quando un incendio avvolge una casa essa arde dai sotterranei ai culmini, non ti pare? Il Fuoco del Cielo è sceso su te, non per punirti, ma per assorbirti in Sé stesso. E tutto di te ha preso. E tutto si è mutato in dolore. Il tuo Crisma. Vedi: è dolore anche questa beatifica gioia che è udire parlare il Ss. Signor Nostro.

12. Continua sofferenza del Redentore e la Corredentrice.

I superficiali diranno: “Non può avere dolore una che è letificata dall’unione con Dio! ” E il Divino ed Incarnato Verbo non ebbe continuo dolore quando era Gesù di Nazareth? Eppure, eccettuata Torà del supremo rigore e della totale immolazione, Egli era unito al Padre e allo Spirito!

E la Piena di Grazia, la Senza Macchia, non ebbe il dolore a compagno nella sua vita di orfana, di sposa, di madre, e di Regina degli Apostoli? Eppure Ella non meritava il dolore, es­sendo senza colpa, e tanto era unita a Dio da averlo a Sposo e a Figlio, oltreché a Padre.

Mia diletta anima, non piangere! Gioisci che tutto in te porti il crisma del dolore perché ciò ti uniforma a Gesù Ss. ed a Ma­ria Ss. E fidati nel Signore. Tu lo puoi chiamare e dire: “‘ Sii mio Giudice, o Dio! “

Come deve esservi dolce, o creature della Terra, poter dire: “Sii il mio giudice” a Dio vostro Padre! Veramente è fiducio­samente filiale questa parola, questo rifugiarvi contro il vostro Dio che non temete perché la buona coscienza vi assicura di non averlo offeso e mettervi sotto la sua protezione potente che prende le vostre difese “contro la gente profana” e vi libera “dall’uomo iniquo e ingannatore” perché Dio è la vostra forza. Quanta umiltà, quanto amore, quanta sicurezza, quanta pace in questo filiale ricorso che testimonia che voi sapete di essere un ” nulla ” che si sa amato e giustificato dal Tutto!

13.  prediletti della famiglia di Dio.

Ma sì! Non lacrimare. Egli, Egli, il, tuo Ss. Iddio, irraggierà «la Sua Luce e la Sua Verità. Non solo su te. Questo lo fa tanto che ti parla come a discepola prediletta. Ma anche sulla verità della tua missione. Lo hai sentito nelle prime ore del giorno nella sua luminosa promessa: “Come una luce ti ricorderanno gli uomini buoni[39]“. Se come luce ti ricorderanno, segno è che sei nella Luce. I non buoni non crederanno. Ebbene: servirà a farti più simile al Verbo che le tenebre non vollero riconoscere.

Ma che ti preoccupi?   Ricordati   quelle   parole   di   Gesù: ” Col loro non credere essi accumulano le pietre con le quali saranno lapidati “. Tu procedi nella tua via. Va’ diretta al monte di Dio, ai tabernacoli eterni di cui parla il salmo all’Introito.

Preghiamo: ” Ti preghiamo, o Dio Onnipotente, di riguar­dare la tua famiglia, affinché dalla tua grazia sia governata nel corpo e custodita nell’anima ‘”. E ciò per meriti del tuo Verbo benedetto, incarnato e morto per gli uomini.

“La tua famiglia”! Tutti i fedeli sono famiglia di Dio. Ma in ogni famiglia ci sono i prediletti, i più prossimi al capo fa­miglia. In quella dei fedeli i prediletti siete voi, anime vittime chiamate a sorte straordinaria. Dio non deluderà la preghiera, e come Padre ti custodirà perché, lo dice Paolo, tu sei della por­zione eletta che Gesù ha riscattato col suo Sacrificio.

Il pontefice dei beni futuri.

14. Entrò una volta per sempre nel Santuario.

Leggiamo Paolo e meditiamolo. Come il Ss. Signore Gesù Cristo, venuto come pontefice dei beni futuri, entrò una volta per sempre nel Santuario?

Ma Gli antichi israeliti, nella grande maggioranza — e ciò che è doppiamente colpevole, proprio nella maggioranza colta — non hanno compreso come il Cristo era Pontefice eterno, e in che sarebbe consistito il suo Regno e il suo Pontificato. E l’odia­rono per la infondata paura, venuta da una fede snaturata, avvilita a materialità, di essere spogliati delle loro prerogative di potenza.

Ma Gesù Cristo non aveva mire umane. Non tendeva le mani alla Tiara e alla Corona. Egli tendeva le mani a raccogliere i figli del Padre suo, avviliti, immiseriti, imbastarditi, malati, fe­riti, dispersi, e a guarirli, istruirli, guidarli, riconsacrarli nella loro dignità di figli del Padre. Perciò, per ottenere questo, non usò i mezzi e i luoghi comuni, ” ma attraversando un taberna­colo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo “, os­sia: usando della sua Divinissima Natura e Potenza eterna e per­fetta per redimere la Colpa, altrimenti non redimibile, Sé stesso ridusse a Uomo, costringendo il Santo dei Santi, che Egli era, nella tenda mortale della Carne, per immolare Sé stesso in luo­go dei capri e dei vitelli, e, col suo Sangue sparso per la re­denzione degli uomini, poter entrare alla testa dei redenti nel Santuario eterno una volta per sempre.

15.  introduce nel Santuario quelli che Lui elegge.

Ecco di che e come siete stati redenti da Colui di cui la Chiesa in questi giorni narra la super santa epopea terminata nell’ultimo grido sul Golgota. Ecco con che ti ha preparata la coscienza alla purezza che è necessaria per ricevere le sue Parole e lo spirito alle opere di vita che Egli giudica buone per gli uo­mini. Senza il suo Sangue, senza la sua Immolazione compiuta per lo Spirito Santo, ossia per l’Amore, né sulla Terra, né nel Cielo, tu avresti potuto servire il Dio vivo.

Per ciò che gli costi, non temere del suo amore. Per la poten­za di questo suo amore, che Lo ha spinto a morire per farti de­gna di ascoltarlo e comprenderlo, non avere dubbi sulla sua misericordia. Egli, Pontefice eterno, può ben introdurre nel Santua­rio coloro che Egli elegge.

La nuova alleanza è questa. Che non il volere degli uomini, il denaro, le congiure, le amicizie fra le caste sociali che si odia­no ma si spalleggiano per nuocere ai soli, e usurpano, prevari­cando, il posto ai designati da Dio, ma Dio stesso elegge i suoi strumenti, e questi chiamati ricevono, per la promessa di Gesù Cristo e per la sua immolazione, l’eredità eterna.

16. L’agonia del Getsemani.

Suvvia, non piangere, anima-ostia. O meglio, piangi col Cristo che dell’umana natura prese anche la — sconosciuta in Cielo — debolezza e amarezza del pianto

Lacrime e sangue gli hai visto versare… e la prima maschera sanguigna glie la mise il dolore sul Volto benedetto. La corona di spine, gli spruzzi della flagellazione non fecero che mante­nere quella maschera sul Viso che gli uomini non meritavano più di vedere nella perfezione della sua bellezza pacifica. Unifor­mati, uniformati al tuo Maestro. Maestro di dottrina e Maestro di immolazione.

Anche Lui ha sparso, schiacciato contro la pietra del Getsemani, premuto da tutto il dolore del Mondo, da tutto il rigore del Cielo, il suo ultimo pianto di creatura umana. La sua carne ha gemuto allora la sua ultima voce contro l’imminente spasi­mo. ” Signore, se è possibile passi da Me questo calice! “.

A coloro che non riescono a credere che Gesù era vero Uomo, e dell’Uomo aveva l’affetto alla vita è il ribrezzo della morte, questo grido è risposta che dice: ” Egli era vera Carne “.

” Ma non la mia, sebbene la tua Volontà sia fatta “. A coloro che non riescono a credere che Gesù era vero Dio, e di Dio aveva le perfezioni, questo grido è la risposta che dice: ” Egli era vero Dio “.

Carisma di Maria Valtorta.

17. Lo strumento eletto a “portavoce”

A coloro che non riescono a credere che tu possa essere il “portavoce”, il tuo vivere, il tuo patire, il tuo morire dopo aver bevuto tutte le amarezze dicendo: ” La tua Volontà sia fatta “, è la risposta che dice che tu sei il…” portavoce”, colui che Dio ha preso per un imperscrutabile mistero che solo in Cielo sarà noto, per farti strumento ad un’opera di grande misericordia.

Piangi con Lui, col tuo Maestra nel dolore ” Liberami dal­le genti furiose! ” e professa: ” Tu solo mi puoi esaltare e sal­vare sopra gli avversari e gli iniqui che non ti conoscono e che mi odiano per via del tuo Nome che brilla sulle mie azioni “.

Piangi con Lui la tua lunga derelizione: ” Molto mi hanno tormentato dalla mia giovinezza ” Sì. Sei venuta a Lui attra­verso a molte lotte e tormenti, e martire sei stata per causa della tua fedeltà al suo richiamo. Ma ” non ti hanno potuto vin­cere “, perché sopra ogni voce tu seguivi quella del tuo Gesù.

18. Con la Crocifissione si ha in comune la risurrezione.

che sei ai Suoi piedi, e sei lo strumento, è naturale che i nemici della Verità fabbrichino sulle tue spalle un edificio ca­lunnioso per schiacciarti sotto di esso. Ma gli ” altri Cristi ” hanno in comune la Passione e la Crocifissione, ma anche hanno in comune la Risurrezione. E se gli uomini serrano nei sepolcri, credendo di seppellirla per sempre, la Voce di Dio, le forze della natura, ubbidienti a Dio, scrollano le inutili chiusure, e le pietre, le stesse pietre proclamano Dio Trionfatore in Sé stes­so e nei suoi servi, aprendosi, lasciando uscire profumi e luce dalle chiuse viscere dove non si decompone il giusto, ma riposa per sorgere più forte e più bello.

19. Tempo di passione.

Intanto, in attesa di quest’ora, a coloro che ti vogliono ac­cusare, o spaurire coi dubbi, tu, forte della sincerità delle tue opere, rispondi col Maestro tuo: ” Chi di voi mi può convin­cere di peccato?”.

E a chi ti vorrebbe esaltare, e rovinarti così, attraverso alla superbia, come i primi attraverso allo scoramento, rispon­di ” Io non cerco la mia gloria. C’è chi ne prende cura: il Padre mio. La gloria che da me mi darei o che voi mi date è nulla. Ma quella che Dio mi darà con la sua pace eterna, per l’onore che gli ho dato, quella è “.

E sta’ in pace. Avrai la Vita per la Sua Parola, per il Suo Sacramento d’Amore, per il Suo Sacrificio di Croce e per il tuo di ” vittima “.

Benediciamo il Signore».

«A Dio le grazie».

«Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

Le mie pene vengono tutte dalla giornaliera constatazione di come le Parole che Dio mi ha dette sono in mano di tutti, propagate, alterate, usate senza approvazione alcuna… Quanto, quanto dolore che mi viene da que­sto disubbidire ai così aperti ordini di Gesù!… Solo Dio misura in lar­ghezza e in profondità il tormento che le altrui disubbidienze mi pro­curano[40].

Ma è tempo di Passione…

9. Le 12 fontane e le 70 palme[41].

Realtà delle figure bibliche.

1. Le 70 palme dell’oasi di Elim.

Dice Azaria:

«Non è parte della S. Messa ma è parte della liturgia di oggi la lettura che precede la benedizione delle Palme.

Un giorno, al principio della tua istruzione da parte del Ss. Signor Nostro Gesù, Egli ti disse: ” Nelle pagine del Libro, nella Storia del mio Popolo, sono adombrate sotto figure e fatti gli avvenimenti del futuro[42]“.

Generalmente alle 70 palme dell’oasi di Elim la gente ap­plica la figura delle palme di oggi. Ma il mio Signore mi concede di istruirti sulla vera figura della Lettura di oggi.

La gente d’Israele, dopo i tempi santi dei patriarchi, che si potrebbero paragonare a terre fertili ricche d’ogni bene, si era corrotta divenendo ” deserto sterile ” dove solo rare oasi, e ancor più rare fontane, dimostravano che tutto non era morto e come un richiamo di pietà celeste attiravano gli sperduti, ma di buona volontà, intorno ai solitari spiriti dei Giusti di Israe­le. I patriarchi, i Giudici e i Profeti, i grandi re d’Israele, i Maccabei, Giuditta, Ester, Giaele, Tobia, Nehemia, i santi, ecco le palme e le fonti sorgenti solitarie fra l’aridume desolato della coscienza d’Israele, che ingrato si allontanava dal suo Benefat­tore, dimenticandone i benefici.

2. Vero dono di Gesù: 12 apostoli e 72 discepoli.

Tale trovò la sua Terra Colui che al Popolo suo aveva dato quella Terra già promessa, e la cui ricca bellezza superava ogni speranza dei patriarchi. Tale la trovò il Cristo quando scese a compiere la seconda parte delle grandi promesse fatte ad Abra­mo, ossia: dopo avergli dato, a lui e alla sua progenie, la terra vista in visione, e posterità più numerosa delle stelle, quella di dargli il Messia nato dal seno di una figlia d’Abramo per redimere il mondo.

E il Cristo, al popolo languente nell’aridume del deserto, dette l’oasi con dodici fontane e settanta palme, perché avesse refrigerio, nutrimento, e si accampasse nell’oasi donata dal Sal­vatore.

Vero dono di Gesù Ss. i dodici apostoli lasciati a perpe­tuarlo nel magistero e a dare alle anime l’acqua viva delle parole divine, e il Cibo contenuto nei Sacramenti. Vero dono di Gesù Ss. i settantadue discepoli che, coadiutori degli apostoli, fu­rono con essi il nucleo iniziale della Chiesa Apostolica, l’Oasi in­torno alla quale sempre più numerose sono divenute le turbe dei credenti, l’oasi che si è estesa fertilizzando il suolo, vincendo il deserto, fino ad elevare i gloriosi suoi palmizi in tutti i punti della Terra. L’oasi che ristora, l’oasi che salva.

Vedi questa verità nella prima parte della lettura di questo pun­to dell’Esodo e non essere mai simile al popolo che presso le fonti e le palme di Elim mormorò contro questo dono del No­stro Signore Gesù.

3. Il pane del Cielo: l’Eucarestia

La seconda figura: il Pane del Cielo. La Manna che l’uomo non poteva immaginare né esigere, che l’uomo non poteva dar­si, ma che il Signore eterno largisce ai suoi figli perché non muoiano di fame, la manna dolce, bianca, e che è data in misura che ce ne sia per tutti coloro che di essa vogliono nutrirsi, per tutti i giorni. E solo la ribellione ai comandi di Dio, le infra­zioni alla Legge, fanno sì che da Cibo santo, datore di Vita, divenga Corruzione. Non per Sé stessa, perché Essa è incor­rotta, incorrompente e incorrompibile, come Colui che neppure la Morte corruppe e che è Essa stessa, col suo Corpo e Sangue, Anima e Divinità, come era nei giorni suoi sulla Terra. Ma che corruzione diviene per il riceverla in peccato; perché male­detto è chi se ne ciba con animo di Giuda, nemico all’ubbidien­za e alla giustizia.

Riflettete alla parola del Ss. Iddio: ” E così Io provi se egli cammina o no secondo la mia Legge “. Infatti colui che cibandosi della Santissima Eucarestia, cibo che non è dato agli angeli stes­si, ma che l’Infinito Amore dà agli uomini, non sì santifica, ma resta qual era o regredisce nel peggiore, mostra di non cammi­nare secondo la Legge, perché con l’anima in ostinata colpa, più o meno grave, deve prendere quel Cibo dato che esso Cibo non giunga a mutarlo.

4. Eucarestia e buona volontà.

Eucarestia e buona volontà — Eucarestia: amore di Dio, e buona volontà: amore dell’uomo — insieme unite non pos­sono che produrre santità. La buona volontà sgombra il terreno da quanto potrebbe rendere sterile il Seme Ss. che germina la Vita eterna. La buona volontà depone sull’altare quanto serve a consumare l’olocausto: ossia quanto il fuoco eucaristico può accendere, bruciando l’uomo materiale per accendere lo spirito, purificarlo, farlo agile come fiamma, tendente al Cielo, saliente coi suoi bagliori e i suoi profumi al Cielo per riunirsi al Fuo­co che lo ha acceso: Fuoco con fuoco per unione d’amore.

Ma quando la buona volontà manca ed è presente disubbi­dienza, ossia stato di peccato, che può l’Eucarestia? Nulla più di quanto poteva la Manna raccolta in forma contraria a quella comandata da Dio. Resta inerte come azione propria, diviene nociva, come effetto, in chi la riceve. Né parlo già dei veri sa­crileghi, ma anche dei tiepidi e dei superbi che per abitudine se ne cibano, quasi dicendo: ” Noi siamo che facciamo questa degnazione a Dio, noi che compiamo questa consuetudine “.

” II sesto giorno devono preparare ciò che hanno portato, e sia il doppio di quel che solevano raccogliere giorno per giorno “. Che grande consiglio eucaristico!

Il sesto giorno, ossia la vigilia del giorno del Signore — e ogni giorno di Mensa Eucaristica è giorno del Signore per l’ani­ma — le anime debbono preparare ciò che hanno abitualmente: il fervore, il pentimento, i propositi, per andare degnamente e con utilità a ricevere il Pane del Cielo. Beati quelli che ciò fan­no. E beati quelli per i quali ogni giorno è vigilia al giorno del Signore, e in perpetua preparazione dell’incontro mirabile, san­tificante, vitale, scorrono la loro vita. Giunti alla vigilia del grande giorno del loro riposo: la morte in grazia di Dio, dai Sacer­doti di Dio, e dalla voce del cuore e del Custode Angelico si sen­tiranno confortare nell’agonia con queste parole: “Questa sera (la morte è la sera) voi conoscerete che il Signore è Colui che vi ha tratti dalla terra d’Egitto (ossia dalla vita terrestre che è esilio e dolore). E domattina (cioè superata la morte) vedrete la gloria del Signore” ossia il Cielo, vostra dimora di santi, in eterno.

5. La “vittima” porta in sé un segno di Gesù.

Ecco ciò che ti deve dire la lettura della Benedizione delle Palme. Ed ora meditiamo la S. Messa.

Supplica col tuo vero e perfetto Maestro. Veramente tu sei colata, come metallo sciolto dal calore, nella forma di Lui e di Lui appassionato ne prendi la somiglianza. La tua umanità si è sciolta al calore della carità, lo spirito si è fatto molle per poter essere rimodellato, e ora per ora si imprime su te un segno del tuo amato Gesù Appassionato. I suoi desideri sono tuoi, i suoi dolori sono tuoi, le sue solitudini, le sue amare constatazioni di ciò che sono gli uomini, le sue desolazioni nel vedersi incom­preso, respinto, schernito così, sono le tue. E tuoi sono i suoi gemiti e le sue preghiere al Padre.

Settimana Santa, settimana dolorosa. Ma di averti dato le sue gemme più belle sempre in questa settimana, che è la per­fezione fra le sue molte settimane di Uomo — né alcuna delle tan­te 1737 che lo videro nel mondo equivale a questa estrema di Uomo soggetto al dolore — sia la grata come della prova d’amore più bella. Non chiederti ” Quale tortura mi porterà questa? Quale calice berrò fra il giovedì e il venerdì? Quale agonia? Quale morte? Quale sconforto? Quale tradimento? “.

Non te lo chiedere. Abbandonati al Padre tuo. Un’ora ti sarà preservata: quella dell’abbandono di Dio. L’hai già vissuta, quan­do era necessaria, per soccorrere le anime portate a disperazione e rendere loro il Cielo e loro al Cielo, e non si vive due volte quella tortura.

Perciò il Padre Eterno e Santo non respingerà più la sua piccola ” voce ” e puoi gridare a Lui, certa di essere sentita: “Oh! Signore, non tenere lontano il tuo soccorso da me, accorri in mia difesa, liberami dalla bocca del leone, me, così debole, dalle corna del bufalo “.

Una preghiera te l’ha già esaudita in questi giorni. Ma per­severa in quello scopo perché molto c’è ancora da fare per quel­l’anima. E ancor più c’è da fare per te che realmente vedi spa­lancata su te la bocca orrenda che vorrebbe divorarti come por­tavoce e vedi puntate minacciose le corna del diabolico bufalo che atterrarti vorrebbe per cancellare l’opera di Dio. Né sei di­fesa da chi ne ha il dovere di difenderti, come prossimo, come fedele, e come strumento.

Anche questo conosci del tuo Maestro: la fuga degli aposto­li, degli amici quando la tempesta infuriava sull’Innocente, l’egoi­stico pensiero dell’uomo in tutti i casi consimili: ” Che io mi salvi! ” e con quello abbandonare senza eroismo e senza giusti­zia l’inerme ai suoi accusatori.

Ma Dio, anche se pare assente, è presente. Ma Dio giudica e misura. Ma Dio difende. E non potrà l’ingiustizia umana, an­cora una volta lo ripeto, incidere sulla Giustizia divina.

” Mio Dio, volgiti a me! Perché mi hai abbandonato? ” Sì, è il gemito dell’anima nelle ore delle tenebre. Ma non è condan­nato da Dio. Ma non è offesa a Dio. Ma non denuncia disperazio­ne di Dio. Altrimenti il Verbo Ss. non lo avrebbe gridato, e nel Getsemani e sulla Croce. Nel suo lamento, che ai superficiali può apparire rimprovero a Dio e disperazione, è fede. Fede nel suo aiuto, nella sua presenza, nella sua giustizia, anche se le forze del male, trionfando per la loro breve ora, paiono negare tutto e indurre così l’anima a tremare come un colpevole davanti al Giudice Perfetto.

Le forze del male che gettano l’anatema sugli innocenti e li accusano di delitti per schiacciarli anche nello spirito e ” al­lontanarli dalla salvezza”.

6.  gloriose ferite dell’anima vittima.

Oh! anima mia, se anche fossi carica di peccato, vittima espiatrice e redentrice dei peccati

degli uomini, vittima offertasi per continuare l’opera del Redentore Gesù, carica di accuse di peccati come lo era il Cristo in quelle tremende ore, pensa che è peso esterno, esterna veste. Non è colpa nello spirito, non è lebbra su esso, non è veste immonda, tutte cose che ti fareb­bero cacciare dal convito di Dio, ma su esso spirito sono solo le gloriose ferite dell’anima vittima, e quelle ferite sono orna­mento, non disdoro. L’apostolo angelo lo ha detto chi sono co­loro che stanno davanti al trono di Dio e dell’Agnello “Questi sono coloro che vengono dalla grande tribolazione, e hanno la­vato e imbiancato le loro vesti nel sangue dell’Agnello”.

Quelle vesti imbiancate col Dolore dei dolori, con la Vitti­ma delle vittime, e con la grande tribolazione dei fedeli veri, delle “vittime”, dei martirizzati per essere corredentori, sono ornate delle gemme dei vostri patimenti, anche con quella del­le accuse ingiuste.

Non temere, anima mia. E non ti lagnare se sei umiliata e crocifissa. L’Orazione lo dice: per essersi umiliato a rivestire carne mortale e per essersi sottoposto alla morte di croce il Ss. Verbo divenne Salvatore. Tu, piccola voce, ostia volontaria, unisciti, e anche supera la richiesta dell’Orazione e chiedi non solo di meritare di accogliere gli insegnamenti e i frutti del sacrifi­cio vitale e mortale di Cristo, ma bensì di essere come Lui e con Lui umiliata e crocifissa per salvare un grande numero di anime.

Salvare è più grande di essere salvato. Perché è affermazione che il piccolo salvatore è già un salvato, perché solo dove vive Dio nella pienezza delle sue grazie vi è la virtù eroica; ed è virtù eroica l’amore alla croce, al dolore, all’olocausto per amore di quell’amore grande che ha ” colui che dà la sua vita per i fra­telli “. E perché salvare vuol dire essere ” altro Cristo “‘. Per la Pazienza giungerai alla Gloria e alla risurrezione in Cielo, in Dio, per sempre, dopo la morte che è la vita sulla Terra.

Il modello delle anime vittime e voci: Gesù Cristo.

7. Avere gli stessi sentimenti di Gesù.

Leggiamo Paolo: ” Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo “. Ecco il modello. Non dice Paolo: di questo o quel santo. Vi dice: di Gesù Cristo.

Il Cristo ha detto “Siate perfetti come il Padre mio che o nei Cieli “.

È ovvio, anche per umana e retta riflessione, che anche se il Cristo fosse stato unicamente un grande profeta si sarebbe sforzato per il primo a raggiungere la Perfezione del Padre, se­condo che insegnava. E in verità Gesù è lo specchio della Per­fezione Celeste del Dio triniforme Non una manchevolezza in Lui in trentatré anni di vita, tanto che la Verità, vivente in forma mortale, poté dire: “Chi di voi mi può convincere di pecca­to?”; e prossimo a morte, nell’ora in cui non mente neppure l’uomo comune, ma solo può sostenere menzogna chi della Men­zogna è servo: ripete davanti al Pontefice: ” Io ho parlato al cospetto di tutti e niente ho detto in segreto. Perché interroghi Me? Interroga quelli che mi hanno udito su quello che ho detto loro”.

Oh! beati coloro che agli accusatori possono senza arrossire ripetere queste parole sicuri di non aver fatto cose riprovevoli! Beati! Beatissimi! Uccisi, ma non smentiti dai fatti, essi salgono a Dio già incoronati, e se col tempo gli uomini mutano il loro giudizio sui condannati un giorno da loro, non sono già loro che dalla tenebrosa Terra alzano la corona per porla sul capo del beato, ma è corona che scende, e nel suo sfavillio non terre­stre parla, e fa tremare coloro che alzarono la mano e apersero la bocca su colui che Dio amava e che amava Dio e lo serviva con perfetto servizio.

“Abbiate in voi i sentimenti di Cristo Gesù il quale, esi­stendo nella forma di Dio, non considerò questa sua uguaglianza come una rapina “.

8. La natura divina e la natura umana di Gesù.

Gesù, per essere il Nato da Maria, non era meno Dio di quanto lo fosse come Verbo in Cielo. La Carne non ha annul­lato la Divinità nel Cristo. Vero Dio e Vero Uomo ebbe, non una, ma due perfezioni in Sé. Quella della Natura Divina, celata, ma non sminuita dalla Carne, e quella della Natura umana riportata e anzi super perfezionata da quella che era quella di Adamo, perché al dono di una natura umana perfetta, dono di Dio gra­tuitamente dato ad Adamo, aveva unito la volontà propria di super perfezionare l’umana Natura. Il Primogenito di fra i morti ha voluto redimere l’uomo decaduto non solo col Sangue, ma col portare l’Umanità, un dì perfetta, poi decaduta ad una su­per-perfezione onde l’Inferno e i bestemmiatori del Vero rima­nessero vinti e confusi.

Chinate la fronte, o uomini, che volete spiegare l’inspiegabile con la povera scienza da voi creata, buia e spoglia di luci e di guide soprannaturali. Annichilatevi, o voi che non sapete che scoprire l’Errore, oppure il Nocivo. Vinti siete. Gesù Cristo, l’Uomo, col fulgore della sua Umanità distrugge i vostri assiomi, annulla i vostri calcoli, vi illumina per ciò che siete: dei farne­ticanti superbi che misurate Dio, se Dio ammettete, secondo la vostra piccolezza, e se non lo ammettete, delirando su impossi­bili auto creazioni della materia, su avvilenti e impossibili di­scendenze.

9. Gesù Cristo è l’Uomo in cui era la pienezza della Divinità.

Gesù Cristo è l’Uomo. E non c’è filosofo, né pazzo fondatore di sacrileghe religioni, che possa creare un superuomo più su­peruomo dell’Uomo non nato da voler carnale, ma da Volere Di­vino.

E questo Perfetto, in cui era la Pienezza della Divinità e quella dell’Umanità santa, non ha ritenuto che per la prima Egli potesse abusare di ogni potere a favore della seconda… ” Ma annichilò Sé stesso, prendendo forma di servo, e divenendo simile agli uomini, apparve come semplice uomo, umiliò Sé stes­so fattosi ubbidiente fino alla morte, e morte di croce “.

Le anime vittime e voci.

10. La perfezione delle anime vittime e voci.

Ecco, o care voci, o care vittime, dove dovete giungere ap­punto perché più forte in voi brilli Dio. L’onore importa l’onere. L’essere strumenti straordinari non deve darvi orgogli o prete­se di gioire di benefici materiali, pretese di immunità dal dolo­re, dalle offese, calunnie, accuse ingiuste, sprezzi, abbandoni, da tutte le cose, insomma, che patì Gesù, l’Uomo-Dio. Ma anzi, rite­nendovi più che ripagate d’ogni sacrificio per i doni straordi­nari che Dio vi concede e per l’accettazione del vostro sacrificio — perché non c’è più grande onore di quello di essere giudicate degne di esser ” ostie ” — dovete perfezionarvi in umiltà e in ub­bidienza, in ubbidienza eroica fino alla morte, e morte di croce.

Però ascoltate ciò che dice terminando Paolo: ” Per questo però anche, Dio lo esaltò e gli donò un Nome che è sopra ogni altro nome, tale che nel nome di Gesù si deve piegare ogni gi­nocchio in Cielo e in Terra e nell’Inferno, ed ogni lingua deve confessare che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre “.

11.  nome nuovo delle anime vittime e voci.

Con le dovute proporzioni, oh! non temete, care anime vit­time e voci, vi sarà dato da Dio un nome che è sopra a quello che vi hanno dato gli uomini, un nome già scritto in Cielo. E un giorno verrà che almeno per uno spazio di tempo- ogni gi­nocchio d’uomo, che non meritò di essere alla destra del Signore e Giudice, dovrà piegarsi davanti ai trionfatori, e il vostro no­me sarà noto, e più di uno di quelli che vi giudicarono, sba­gliando il giudizio, muterà di colore davanti alla verità. Si pie­gheranno non per darvi spontaneo onore, ma schiacciati dai fulgori che dal Cristo Giudice ai suoi santi usciranno, facendo un abbacinante mare di luce tutto scritto a parole di Verità, coi nomi di verità. E la Verità separerà per sempre i volontari ciechi dai volonterosi veggenti, e la Luce si stabilirà nella glo­ria coi suoi eletti, mentre le Tenebre ingoieranno le tenebre, e nell’Abisso sarà l’urlo d’angoscia e di riconoscimento disperato di coloro che non hanno saputo conoscere Dio e riconoscere Dio nei suoi servi, e Dio nelle opere degli stessi servi. River­bero del Nome di Gesù scritto sulle fronti dei santi! E non uno, allora, sarà ignoto. Centoquarantaquattro volte mille Nome di Cristo scritto sulla fronte dei santi! Frecce di luce scoccata a fulminare i cento quarantaquattromila volte 144.000 colpevoli che negarono Dio nelle sue creature predilette e le torturarono con le loro negazioni[43]!

Merita per quell’ora soffrire la Croce, anima cara. Metti la tua destra nella mano dell’Agnello che ascende al suo Calvario e lasciati condurre a suo beneplacito per essere accolta poi con onore là dove i segnati del Nome di Gesù attendono l’ora della trionfale rassegna.

Quanto è buono il Signore coi retti dì cuore! Quanto è buo­no! Ma veglia e sorveglia acciò i tuoi passi non escano fuori di strada e il tuo cuore non faccia mormorazione contro la giusti­zia vedendo il momentaneo trionfo dei peccatori.

12. Le torture delle anime vittime e voci.

Anche Cristo lo vide e pianse gridando: “Io grido a Te e non m’ascolti. Ma; in quest’ora, Io sono verme e non uomo, l’ob­brobrio degli uomini e il rifiuto della plebe. Tutti quelli che mi vedono mi deridono, borbottano colle labbra, scuotono la testa dicendo: “Ha sperato nel Signore. Lo liberi, allora, lo salvi, giac­ché gli vuoi tanto bene! ‘ E mi spogliano dopo avermi deriso, e si dividono le cose mie, gettando la sorte sulla mia Verità, quasi fosse oggetto di scommessa!… “.

Oh! santo pudore del Cristo non solo per il velo della Carne rimasta senza velo, ma per la Verità malmenata, schernita, al­terata, per renderla ridicola e sacrilega come opera di un pazzo o di un demone.

La vostra tortura, crocifissi strumenti straordinari. La vostra tortura! Attendete chi abbia rispetto e compassione, e non trovate uomo che vi consoli. Chiedete carità e vi danno fiele. Supplicate il refrigerio di una parola fraterna, di una compren­sione santa, e vi danno aceto per acutizzare il dolore delle vostre ferite.

Prostrati, e col tuo Custode prega: ” Padre, se questo ca­lice non può da me allontanarsi senza che io lo beva, sia fatta la tua Volontà “. La grande parola che molti, che sono severi ai fra­telli, non sanno dire per ciò che li riguarda. Ma tu dilla, per pie­gare il Signore al compimento dei tuoi giusti desideri.

Benediciamo il Signore!»

«A Dio le grazie».

«Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

10. L’Onniveggente[44].

1. Dio onniveggente.

Dice Azaria:

«II mio Signore mi ordina di portarti queste parole: ” La parola dell’Introito, che la liturgia ha come se Io la dicessi al Padre mio, Io te la dico per tuo conforto. Credi alla mia Parola. Io sono risorto e sono ancora con te .

Avere il Signore con sé è certezza di aiuto ed è pace di non aver demeritato. Conservati in questa unione e non temere.

Sono oltre due mesi che nelle nostre S. Messe ti dico: ” Non temere “. E un angelo non dice lusinghe vane. Dice ciò che è vero. In Nome di Dio io, tuo custode, ti assicuro che non hai a temere perché Gesù Ss. è con te, la sua Mano trafitta è posata su te a difesa ed Egli, Egli: la Sapienza Incarnata, ti istruisce e ti parla con la sapienza meravigliosa che tutte le sapienze supera.

Tu non hai, per conservare questi doni, che di conservarti in modo da potere sempre dire con verità davanti a Colui che non può essere ingannato: ” Signore, Tu mi scruti e mi conosci o che io segga o che io mi alzi in piedi, Tu lo sai. Tu sai, o Dio onniveggente, se io mi seggo, ossia se mi lascio invadere dal­  l’accidia spirituale, o se io sorgo a battaglia continua contro le forze del Male che vorrebbero spegnere Te in me, e spegnere la mia luce che da Te mi viene per farmi * tenebre *, Tu sai la ve­rità delle mie azioni e delle mie sofferenze, e in nome e a ricor­do di tutte le volte che il tuo Verbo incarnato fu mal giudicato, perché mal conosciuto, io ti prego a sorreggermi e a difendermi negli sconforti che vengono dagli uomini ottusi che dimentica­no il  Non giudicate ‘ insegnato dal tuo Verbo, e giudicano an­che ciò che non sanno “.

2. I “segregati”

È il destino di quelli che sono i ” segregati “, secondo la parola paolina, l’essere non capiti. Te ne ha parlato molto tempo fa il mio Signore e non ripeto, per reverenza, la lezione. Ma tu la puoi leggere per capire e compatire l’incapacità degli uo­mini a capire i segregati da Dio. Nel Cielo, dove non ci saranno più differenze perché tutta l’intelligenza, tutta la sapienza, tutta la giustizia, tutta la carità saranno date in uguale misura con l’uguale possesso di Dio, sia coloro che non furono compresi perché percorrenti una via straordinaria, come coloro che per via ordinaria giunsero al medesimo S. Regno di Dio, si ca­piranno.

Per ora esiste e persiste l’incapacità di capirsi come esiste per il Cristo e i suoi contemporanei, e come esiste fra i primi apostoli e discepoli, pure congiunti da un solo scopo e tendenti ad una sola mèta. Gli Atti parlano. Eppure si amavano. Si amavano in un unico Cristo. La sua gloria volevano. Ma erano grandi spiriti in corpi d’uomo, perciò schiavi ancora delle rea­zioni e miserie dell’uomo, di quest’uomo che non muore mai completamente, e che ha dei sopravventi impensati anche nei più santi. E in questo è tanta spiegazione di quegli screzi e incompatibilità che, pur rimanendo alla superficie del ma­gnifico blocco base della Apostolica Chiesa, l’hanno rigato, dando modo ai nemici di Essa di criticare e di tentare di smi­nuire.

Ma l’uomo è sempre uomo. E Dio, anche nei migliori e nei beneamati, allo scopo di spronarli a sempre più eroica virtù, permette che resistano delle particelle di umanità, provocanti reazioni non biasimevoli ai suoi Occhi, ma atte a procurare loro, da parte del mondo imperfettissimo e che si crede più per­fetto dei servi di Dio, critiche, biasimi, canzonature, offese e giudizi malevoli. Queste particelle non cuociono al disegno di Dio e dell’anima di tendere alla perfezione e di portare alla per­fezione; anzi aiutano, tenendo bassa l’anima, potata del ramo venefico, il più venefico, nato dalla mala pianta di Lucifero, della superbia.

L’unione dei meriti infiniti di Gesù Ss. con la buona volon­tà dell’uomo e con l’umiltà che le vostre stesse debolezze e im­perfezioni alimentano, vi concede che per la Grazia, ispiratrice di desideri santi, e per la dolorosa morte e gloriosa Risurrezione del Figlio Unigenito di Dio, voi possiate compiere le aspirazioni che Dio vi ha messe in cuore e per le porte dell’eternità, riaper­te dalla Vittima immolata e dal Trionfatore eterno, possiate giungere al beato Regno che non conosce fine.

3. Occorre levare “levare il vecchio fermento”.

Ma occorre, come dice Paolo, ” levare il vecchio fermento “. Il fermento delle passioni si rinnovella con maggior sveltezza di quello che fa il lievito nella farina che la massaia intride e tiene al tepore. L’anima volonterosa sempre lo leva e sempre lo ritro­va. Il mondo, gli avvenimenti, le delusioni, le constatazioni, le gioie, le pene, tutto tende a mettere nell’anima un lievito di ma­lizia, di impurità, di menzogna, di rivolta. No, no, care anime. Un solo lievito deve essere in voi. Quello santo, puro, vero, della Parola di Dio, dell’Amore di Dio. Perché la Parola è Amore. La Parola si è immolata anche per potervi ora istruire. Anche per questo. La Parola si è immolata facendosi Uomo per potere parlare agli uomini e dare loro la Parola vera, lievitante il vero conoscimento della Legge, che è Amore, in luogo dell’acido lie­vito impuro, malizioso, malvagio che era ormai, vecchio e noci­vo, fra i figli di Dio.

La Parola si è immolata facendosi Vittima per potere por­tare il Paraclito, Lievito d’Amore per cui tutte le particelle del­la farina del Frumento-Gesù, le sue innumerevoli parole gonfias­sero, lievitando in purezza, verità, sapienza, comprensione, santità negli intelletti umani.

Ma se il Lievito buono viene mescolato a quello vecchio e malvagio, non si migliora il malvagio ma anzi si corrompe il buono, e perciò non serve averlo ricevuto il Lievito santo che da Dio viene. Perciò occorre sgombrare ogni particella di lievito malvagio e farsi puri, nuovi come fanciulli da poco nati, e far­lo continuamente, per impedire l’opera di Satana e della carne, farlo con sorveglianza assidua, senza sconforti, senza pigrizia, senza presunzioni. Fare, fare, fare perché, finché l’uomo è sulla Terra, Satana, carne e mondo fanno. E sempre novellamente ri­cevere nel cuore mondo il Lievito santo, onde sempre siate pasta nuova, senza muffe né corruzioni, formata secondo la forma di Dio e degna di Dio.

4. La Misericordia si fa vittima.

Questo giorno, come ogni cosa che esiste, è stato fatto da Dio. Ma veramente questo è giorno perfetto, giorno che supera ogni altro giorno creativo perché in esso splende in tutta la sua potenza la Potenza e la Misericordia divine ed eterne.

Solo un Dio poteva spingere la Misericordia a farsi vittima per i peccatori, e solo un Dio poteva da Sé stesso risorgere per testimoniare che vero Dio è, come con la morte aveva testimo­niato di essere vero Uomo, per dire che la Vita: Dio, è più forte della Morte: Satana, che l’Autore del Tutto non può essere ucciso da una parte. E Dio, Autore del Tutto, non poté essere ucciso dall’uomo, e ucciso rimanere. Perché se è vero che per l’amore all’uomo gustò la cenere amara della morte, è anche vero che vinse la morte e per sempre, né tutte le forze del Male, abbiano il nome del grande Satana o dei piccoli satana, non potranno mai più uccidere il Vivente.

5. Il dono è prova come è dato può essere levato.

, piccola Maria di Gesù, tu pure, con la grande Maria di Lazzaro, ” hai visto il sepolcro di Cristo vivente e la gloria di Lui risorto, e gli angeli testimoni, e il sudario e le vesti ” come dice la sequenza pasquale. Per questo dono, dolce ti sia ogni amara pena che da tutti, fuorché da Dio, ti viene. E ogni dono che ti viene dato ti sia aiuto al conseguimento del Cielo, non imitando coloro che, di un beneficio gratuitamente dato, ne usano con superbia, disubbidienza, imprudenza, credendosi già sicuri perché beneficati, non pensando che il dono è prova e che come viene dato può essere levato, e insieme ad esso — se esso, in luogo di produrre amore alla verità, ubbidienza, giustizia, fer­menta menzogna, superbia e disubbidienza — può essere levato l’immediato possesso del premio eterno, o, se l’ingratitudine del beneficato raggiunge la gravita, levato in eterno il possesso del premio, che è Dio stesso.

I Giudei, i Principi dei Sacerdoti, gli Scribi e Farisei ebbero tempo a ravvedersi e rendere benigno a loro il Dono in­finito del Verbo fatto Uomo in Israele, fino al momento in cui la Giustizia non disse: “Basta”. Dopo, quando non la Dottrina, non la Morte, non i segni degli elementi e il compiersi delle profezie; dopo, quando non il nuovo sussulto del Creato al tor­nato respiro nel Corpo esanime, poterono piegare alla Verità le superbe menti d’Israele; dopo ” si alzò Dio a fare giustizia “.

E giustizia fu, paziente giustizia, la separazione netta dei caproni dai capretti, ossia di quelli che assolutamente respin­sero il dono, da quelli, come Gamaliele e altri, che dopo lo spi­rare del Cristo andarono battendosi il petto e dicendo: “Abbia­mo peccato! Egli era ciò che diceva dì essere! Dio abbia pietà di noi “. Non ancora agnelli, ma già predisposti a divenirlo, fu­rono separati giustamente, divinamente giustamente, dagli indo­miti e infernali caproni che il dono di Dio avevano volto in loro rovina.

E fra quelli che da capretti seppero divenire agnelli, e ai quali la Misericordia concesse perdono per il loro pentimento, quanti sono fra i santi che con la Vergine Madre, con gli apo­stoli e i martiri nominati nel Prefazio, vengono ricordati oggi ed invocati perché aiutino i viventi della Terra a divenire i ” vi­venti ” del Cielo, unendosi nell’orare e nell’offrire, onde i giorni dei credenti scorrano nella pace spirituale, e non siano colpiti da eterna dannazione, ma annoverati nel gregge degli eletti.

Hanno pure conquistato il Regno costoro che capretti era­no! Perché tutto può Iddio, sol che l’uomo ci metta buona volontà.

6. Le virtù che confermano il dono.

Non temete perciò, voi, care voci, e non raccogliete le insi­nuazioni del mondo che troppo sovente si crede dotto, solo per­ché molte teorie ha nella testa, e che si chiede: “‘ È mai possi­bile che un nulla divenga qualcosa, se noi non lo diveniamo? “.

Questa ragione, tutta composta della superbia dell’io, è già risposta a questa domanda. E risponde da sé: ” Sì, è possibile che ciò sia; per prima ragione perché tutto è possibile a Dio e lecito a Dio, e per seconda perché appunto Dio, a confondere i superbi, prende le nullità e le fa ciò che Egli vuole.

La Piena di Grazia l’ha detta questa verità: ” Ha abbattuto i potenti ed ha esaltato gli umili”.

E pecca di superbia colui che vorrebbe mettere limiti a Dio, o suggerire a Dio le azioni da farsi. Non superbia, ma carità sia in voi, o giudici; in voi, o giudicati. Perché chi perde la carità perde Iddio. Non umanità di pensiero, ma fede nella potenza del Signore. Non superbia, ma abdicazione di giudizio al Giu­dizio perfetto. Carità nell’ accettare, carità nell’esaminare, carità nel sopportare. Carità per non accrescere il peso che grava su coloro che hanno il peso di un dono straordinario a renderli sbi­gottiti e timorosi di conoscere morte di spirito per quel dono. Carità pensando che chi dice ” raca ” al fratello fa peccato, e, a sguardi umani, troppo sovente appariscono per stolti o inde­moniati coloro che sono soltanto i ” segregati ” a servizio di Dio. Carità pensando che la condanna che date senza avere giustizia di prove, vi sarebbe incresciosa se vi venisse data.

E a voi, voci crocifisse, dico: Carità! Carità nel perdonare a chi parla senza sapere ciò che dice, a chi giudica senza averne diritto, e perciò senza lume spirituale, a chi vi affligge in mille modi. Carità e silenzio. Chiusi nel cuor vostro, come gli Apostoli nel Cenacolo, aumentate la vostra fede. Non rinnegate il dono per paura degli uomini. E avrete il Paraclito che già si annuncia ad aiutarvi a convenire i superbi ed a rispondere a coloro che vi perseguitano. Egli, Gesù, lo ha detto prima di andare alla mor­te. Egli ve lo ripete ora che da morte è uscito. Egli lo farà, perché Gesù, Dio, non mente.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

11. Il Late spirituale e la fede
che vince il mondo
[45]

Il Late spirituale.

1. I “puri” da poco nati alla vita della Grazia.

Dice Azaria:

«Uniamo la candida frase del grande Apostolo Pietro al gaudioso pensiero della innocente che oggi si rigenera al S. Bat­tesimo e cessando di essere solo un nato d’uomo, che trae vita dal latte che gli viene porto per nutrire il suo corticicolo, pas­sa ad un nutrimento più perfetto: quello dello spirito, e sugge dalla inesausta mammella dei meriti del Cristo la sua prima pop­pata rigenerante in lui la Vita dell’anima con la Grazia infusa dal Sacramento.

La sua prima poppata! Quanto le basta nella sua innocenza a nutrirla di Dio e a farla di Dio. In seguito, con l’uso della ragione che le impetreremo dai Cieli precoce, onde essere pre­sto capace di avere e gustare in sé vive le tre teologali virtù e di raggiungere l’età perfetta in Cristo, con meravigliosa solle­citudine, sempre più appetirà al latte spirituale e crescerà per esso in salute.

Ma i ” pueri ” non sono soltanto quelli da poco nati da un seno di donna. Ma sono pueri anche quelli che da poco sono nati alla vita della Grazia; onde nella tua famiglia, lontana ma cara — cara per ciò che ti è costata di preghiere e sacrifici — più di uno è ” puero spirituale ” al quale va porta la divina mammella perché cresca sollecito in Cristo nel tempo che gli resta a vivere nel mondo.

Perciò questo inizio della S. Messa della Domenica in Albis può essere loro dedicato, onde rigustino un sorso di Sapienza soprannaturale che è sempre dono di infinito valore dando Vita che non conosce morte.

2. Discernimento delle voci.

, o voi che la bontà del Signore ha portato presso il getto dal quale sgorga la sua Parola — e vi ci ha portati per la Sua infinita Misericordia e per un fine previdente e provvidenziale, perché foste Suoi, e ci fossero voci esenti da ogni prevenzione e da ogni precedente formazione che potessero parlare, perché ci fossero cuori che mostrassero ciò che può Dio nei cuori, perché ci fossero prove indubbie sulla veridicità del “portavoce”, a proclamare con le parole e con i fatti che Maria è ” voce ” sin­cera, è ” voce ” di grazia — bramate, o voi che questo dono avete avuto, di sempre più nutrirvi alla mammella che versa negli af­famati che ad Essa si attaccano i meriti santificanti del Cristo, i fiumi corroboranti della Grazia, le luci della Sapienza. Sempre più Cattolici per essere sempre più giusti.

Voi potete e dovete dire, esperti di voci di tenebre e di voci di luce, che i frutti di queste due voci opposte sono ben diversi, e diversi gli stati d’anima che esse voci creano. Voi potete concludere che unicamente la voce di luce, perché veniente dalla Luce, vi fece figli della Luce e amici di Gesù Ss. che vi mostra amore dandovi miracoli di protezione. Voi lo potete dire. Satana non serve Dio, redimendo a Dio chi era su sentiero d’errore. Solo Dio e i suoi servi servono Dio, portando nella Luce e sulla Via che finisce al Cielo, le anime che erano nelle caligini e fuori strada.

Dio, qui da Maria vi ha voluti, perché, come molti miraco­lati del Vangelo, voi poteste dire ai negatori, agli incerti, o ai denigratori del miracolo che è la vostra parente — un ” nulla ” che Dio usa perché delle miserie si compiace a sbalordire e mor­tificare i superbi — perché voi poteste dire. “Chi Egli sia non so. So che ero un infelice ed Egli mi ha guarito nell’anima e nel corpo”. E soprattutto poteste dire la frase luminosa del cieco nato a quelli che gli rinfacciarono di aver avuto la vista da un reprobo: ” Se sia peccatore non so, ma so questo solo: che ero cieco e ora ci vedo… Da che mondo è mondo non si è mai sen­tito che uno abbia aperto gli occhi ad un cieco nato. Se questo che mi ha guarito non fosse Dio non avrebbe potuto farlo “.

Sì, così potete rispondere a chi insinua dubbi sul portavoce: ” Ciò che ella sia non sappiamo. Sappiamo solo che ella ci ha guarito lo spirito. Da che mondo è mondo non si è mai sentito che il demonio aprisse gli occhi di chi era in peccato alla Luce Divina. Se questa che ci ha guariti non fosse strumento di Dio, le sue pagine non ci avrebbero potuto convertire “.

3. Come accogliere il Late spirituale.

Ed ora, tenendo stretti nel mio abbraccio d’amore l’anima che ho in custodia, la piccola cristiana, i suoi parenti, e tutte le anime che bramano a crescere spiritualmente, procedo ad am­maestrare nello spirito delle parole liturgiche. E fate bene atten­zione, o care voci, che per le vostre missioni avete gran bisogno di essere supernutriti di sapienza.

Come accogliere il latte spirituale perché sia giovevole allo spirito? L’apostolo lo dice: “Come bambini di fresco nati”. Ossia: senza malizia di sorta. Non malizia di compromessi fra l’Alto e il Basso, fra lo spirito e la carne, fra il lecito e l’illecito; non malizia di pensiero, di atti, di appetiti, di speranze.

Dovete essere puri da calcoli d’ogni specie. Desiderare per unico cibo questo, non precedentemente ingombrando lo spi­rito di altri alimenti pesanti e nocivi; e se il vostro spinto già ne è ingombro, sgombrarlo, respingendo i cibi stuzzicanti, pe­santi, acidi, delle sensualità d’ogni specie e dell’egoismo dalle mille facce. Desiderare questo cibo perché lo credete vitale, ope­rante nell’interno. Perciò non andare ad esso, che viene distri­buito per lo più nelle case di orazione, attraverso alle funzioni e alle prediche, ai Sacramenti ed altro, solo per essere visti e per dire: ” Praticando così, alla morte sarò beato “.

Oh! non è nel frequentare i luoghi di orazione che l’uomo si santifica. È con tutta la vita. Voi dite impropriamente: “praticare” ciò che è soltanto “frequentare”. Frequenta chi va sovente in un luogo. Pratica chi mette in effetto ciò che da quel luogo gli viene insegnato o impartito. Ma quanti scribi e farisei vedono gli angeli, dell’altare fra quelli che una o Più volte al giorno vengono nei luoghi di orazione! Quanti!

Occorre praticare gli insegnamenti, fare agire i frutti di que­sti e dei Sacramenti, non per calcolo di avere una lode in Terra e un buon posto in Cielo, ma per il super spirituale desiderio di onorare così il Signore e di non godere imperfettamente dell’alimento che Egli porge al vostro spirito. Allora veramente, nella sincerità, umiltà e carità di intenti, il latte spirituale, che è sin­cero, può agire in voi e farvi crescere nella Salute.

4. Le fornicazioni della falsa pietà.

Qualcuno scuoterà il capo dicendo: ” Chi è assiduo alle pra­tiche di pietà non può peccare”.

Oh! le fornicazioni della falsa pietà sono più numerose di quanto non si creda! Molte anime, simili a molti coniugi libidinosi, hanno due vite, e una cessa al limitare della Chiesa. Usciti da essa vanno agli adulteri amori con la carne, l’egoismo, le concupiscenze. Nutriti del Mite, sono crudeli ai fratelli; mondati dal Sangue caritativo sparso per tutti, sono anti caritativi con i loro egoismi feroci; istruiti della Parola fanno atti contrari all’insegnamento di Essa. E non possono costoro dirsi adulteri? Non possono essere chiamati mentitori? Al minimo: svagate farfalle o oziosi e rumorosi mosconi, che perdono il tempo in curiosità

infruttuose, in vagabondaggi di sensualità spirituale; mentre il vero amatore del latte spirituale a questo cibo sta unito, e non cerca cosa che da esso lo divaghi, ma cerca questo e produce poi i dolci succhi di questo, come ape operosa.

5. Bisogno dell’aiuto di Dio.

voi, veri pueri del Signore Ss., “cantate con gioia a Dio vostro protettore, alzate grida di giubilo al Dio di Giacobbe”, al Dio vostro che di Sé vi nutre. Alleluia! E Lui pregate perché ” con la Sua grazia vi conceda di conservare nella vita e nelle opere i frutti delle feste pasquali”. Che, se non li conservaste, inutile sarebbe che aveste succhiato il latte spirituale, che non si muterebbe in succo nutritivo ma in elemento nocivo, come ogni dono di Dio non saputo   far fruttare. Pregate   il Signore perché niun uomo al mondo può sentirsi tanto forte nello spirito da dire: ” Io posso fare da me “. Se così dicesse ben debole sa­rebbe. Perché il tarlo della maledetta superbia sarebbe in lui ad infracidargli il midollo dell’anima, e la pianta, rosa nel profon­do, anziché rimanere eretta verso il Cielo, pronta ad esser tra­piantata lassù, crollerebbe, perendo nel fango della sensualità. Fino all’ultimo respiro l’uomo ha bisogno di Dio e dei Santi per perseverare nelle vie della Luce e Giustizia.

La fede che vince il mondo.

6. Ciò che vince il mondo.

Ed ora leggiamo le parole del Serafino apostolico, del Fra­tello nostro Giovanni, fratello per la purezza illibata e l’amore perfetto, compagno nel ministero presso la Croce di Cristo, an­gelo di carne e anima nella teoria degli spiriti veglianti il su­blime Martire e la sublime Martirizzata, compagno nell’assisten­za alla Regina degli Angeli e degli uomini, ” voce ” del palpito del Cuore divino, possessore della Carità, e della Carità aposto­lo. Giovanni benedetto, luce fra le luci dei Cieli.

” Tutto ciò che è nato da Dio trionfa del mondo “.

Sì. Una risposta ai sillogismi, alle dubitanze, ai troppi ” per­ché ” di quelli che, anche nelle cose dello spirito, vogliono trat­tare come per le cose della materia — e Sapienza e scienza, la pri­ma soprannaturale, l’altra umana, vogliono sviscerare con lo stesso sistema di ragionamento limitato, perché spogliato della luce che permette di comprendere e accettare la prima, ossia la Sapienza che solo la Fede fa comprensibile — è data dalla durata di ciò che viene da Dio. Le opere umane non durano agli urti degli avveni­menti, non resistono all’erosione del tempo. Ma ciò che viene da Dio non perisce. Tutta la Storia divina ne è prova. Sia l’antece­dente alla venuta del Verbo, come quella che da quel momento fino ad ora si è fatta, come quella che verrà fino a che la fine del mondo porrà la parola ” fine ” alla lunga descrizione storica dei rapporti di Dio con l’Umanità.

Dal primo capitolo di questa multi millenaria storia non si perde mai, non si annulla mai, la verità che l’uomo viene da Dio e che Dio gli procura Salute e gli destina il Cielo. E quando il tem­po non sarà più, e alla lunga Storia sarà posta l’ultima parola, i risorti vedranno che, poiché era cosa nata da Dio, la stirpe dei santi trionfò sul mondo e del mondo, e del tempo, e delle insi­die umane o sataniche, avendo perpetua vita nel Regno eterno creato nel principio per i figli di Dio, conservato ai figli anche dopo la colpa, restituito con l’Olocausto di Cristo, aperto con la sua Morte, donato ai giusti per gioia del Padre di dare ciò che aveva creato per essi.

7. La nostra fede.

Ma quale è la vittoria che trionfa del mondo? ” È la nostra fede ” assicura Giovanni. Infatti senza fede in Dio, nel suo Pre­mio, nella sapienza dei suoi Comandi, come può l’uomo supe­rare gli angeli nel merito delle lotte da subire per meritare il Premio promesso? Non soccomberebbe come il soldato che si sa separato dai compagni, senz’arma, senza speranza, e che si ab­bandona ai nemici, vinto dalla disperazione prima che da essi?

Ma il credente sa! Il credente sa! Egli vede, dietro al baluar­do duro, crudele, insidioso che lo circonda, e segrega, e osteggia, e tenta da ogni parte, e che lo vuole fare persuaso che tutto ha termine quaggiù, che l’Al di là non è, che Dio non è, che non è premio o castigo, e che è saggio godere l’ora presente, egli vede, come già fosse nell’Ai di là, perché la fede da vista soprannaturale, vede che Dio è, che la Vita dura, che il premio è. E giunge a detto premio per la fede che lo fa sperare, e amare, e lottare, e vincere su Satana, il mondo e la carne.

E se ancor difficile poteva essere credere prima della venuta di Gesù Salvatore, nei tempi del rigore e del corruccio nei quali l’uomo non aveva che parole a base della sua fede, dopo la venuta del Salvatore la fede ebbe ogni mezzo per crescere e trionfare. Fede nel perdono di Dio, nella possibilità di salvezza, nella verità della Legge, nel Regno dei Cieli. Gesù ha testimo­niato per tutto, e su tutto, e, con tutto. Con la sua Ss. Incarna­zione. Con la sua Divina Parola. Con la sua Ss. Morte. Con la sua gloriosa Risurrezione.

La fede, nei cuori non venduti alle Tenebre, ingigantì per queste testimonianze, sentendo che un Dio, che si umilia in una Carne per salvare l’uomo, non vi è dubbio che perdoni ed abbia un premio e un Regno da dare ai salvati. Ingigantì la certezza di una seconda vita immortale, perché altrimenti non sarebbe stata necessaria l’Incarnazione se tutto avesse dovuto finire con l’esistenza. La fede nel Cristo Figlio vero di Dio vero ingigantì con la prova della sua vera Umanità, data dal poter versare san­gue e morire, e con la prova della sua vera Divinità per le testi­monianze della voce del Padre, dei miracoli, e della Risurre­zione.

Perciò chi ebbe cuore desideroso di credere, ebbe resa più facile la Fede per Gesù Cristo, creduto vero Uomo e vero Dio, prova d’amore, di perdono e di potenza.

E chi questo crede vince il mondo, perché la sua fede è ap­poggiata su una base che non crolla.

8. I testimoni della fede.

8Questo è quel Gesù che è venuto con l’acqua e col Sangue ” dice l’Apostolo.

Quale acqua? Quale Sangue? Soltanto l’acqua materiale del Battesimo che, per i Suoi meriti, ebbe mutata natura, divenen­do da rito purificatore rito rigeneratore? No, non soltanto con l’acqua materiale. Ma con la testimonianza del Padre e dello Spirito venuti ad indicarlo nella sua divina Natura all’inizio del suo ministero nel momento dell’acqua battesimale, ad illuminare la sua figura, a celebrare la sua umiltà, a comandare di vene­rarlo come Colui nel quale l’Eterno prendeva le sue compiacen­ze. Non soltanto con l’acqua materiale. Ma con l’acqua uscita dal petto squarciato a dire, ai negatori di allora e di ora e di sempre, che Egli era vera Carne e che era veramente morto dopo aver dato tutto il suo Preziosissimo Sangue per gli uomini.

Oh! quando si benedice il Fonte battesimale si versano nel­lo stesso le sostanze che la liturgia prescrive. Ma non pensate che in ogni fonte battesimale, a far valido lo strumento, onde rigeneri alla Grazia, all’acqua naturale, si è infusa, per prodigio divino, una stilla meritevole di quell’acqua Ss. uscita dal petto squarciato dell’Agnello crocifisso? Questa è l’acqua che rige­nera l’uomo, annullando la colpa d’origine! Quella che è tratta dall’Agnello immolato per la Redenzione degli uomini, colpito anche oltre la morte perché non sussistesse dubbio, svuotato da ogni resto vitale, fin dell’acqua dopo il Sangue, perché la gran­dezza della Colpa esigeva la totalità del Sacrificio.

Lo Spirito ha testimoniato che Cristo è verità. Il Sangue ha testimoniato che Cristo è Uomo. L’acqua ha testimoniato che la Redenzione era compiuta totalmente, così come sul Giordano e sull’acqua aveva Dio testimoniato che la Manifestazione aveva inizio.

Tre in Cielo a testimoniare della Divinità: il Padre che lo proclama suo Figlio, il Verbo che si manifesta, lo Spirito che lo incorona dei suoi fulgori.

Tre sono sulla Terra a testimoniare della sua Umanità: lo spirito reso dopo tremenda agonia, il Sangue versato nella do­lorosa Passione, l’acqua, unica superstite nello Svenato, gocciata in una super generosa totalità di redenzione dal costato senza più palpito. Redentore anche dopo la Morte!

9. No c’è pace in chi non crede.

E come non si può negare la testimonianza resa dagli uo­mini, così non si può negare la testimonianza resa da Dio, ma anzi, per prima e più valevole, si deve accettare quella di Dio, che Dio ha sempre resa al suo Figlio, dal momento della sua Incarnazione per opera di Spirito Santo a quello della sua Ascen­sione in Corpo ed Anima dopo il compimento della sua missione sulla Terra. Perciò, chi accetta queste testimonianze, della Terra e del Cielo, crede che Gesù Cristo è il Redentore, Salvatore, Giu­dice, è il Figlio di Dio, e perciò ha in sé la testimonianza di Dio. Ma quelli che dicono di credere in Dio, e respingono la fede nel­la SS. Divinità e Umanità del Cristo, non hanno in sé la Fede e perciò sono separati da Dio, offensori a Dio, morti a Dio.

Per essi è nullo il precederli del Risorto nel Regno dei Cicli. Per essi è nullo il continuo mostrarsi di Cristo nelle opere dei Servi di Dio e della Chiesa da Lui fondata. Inutili sono le parole di augurio divino. Non è pace in chi non crede. Inutile anche il mostrarsi di Dio. Lo respingono come un delirio. Per­duta la fede, o anche semplicemente sgretolata dai razionalismi di una scienza arida, non è più possibile ammettere che Dio è Onnipotente e perciò anche i miracoli, quale che sia la loro for­ma e natura, sono negati. Oh! a quanti potrebbe Gesù Ss. dire le parole dette a Tommaso: ” Vieni qui, constata, e non essere incredulo, ma fedele! “

II mondo rigurgita di Tommasi! Ebbene il mio Signore mi fa dire, a quelli che per superbia — questa è la mala pianta che estingue la fede — non possono ammettere altro che ciò che capiscono, dimenticando che Dio è infinito in tutto e loro in tutto sono limitati: ” Beati coloro che sanno credere anche senza comprendere il perché di una cosa “. Beati per la loro sempli­cità, per la loro umiltà. Beati per il loro abbandono.

Discernimento.

Beati sempre, anche se, per caso, potessero essere ingannati. Perché veramente il tranello peserebbe su chi l’ha ordito, e non su chi nel tranello è caduto. E del resto, riprendendo le prime parole dell’Epistola, ciò che viene da Dio si testifica per la sua durata, ì fenomeni falsi presto cadono. O perché cessano o perché degenerano in atti e parole d’errore. Perciò, se la cosa dura, e dura con dignitosa serietà e santa virtù, da Dio viene, ed è pre­feribile accettarla e dire: ” Gloria a Te, o Signore, per questo tuo manifestarti “, anziché dire: ” Io non posso credere che Dio pos­sa questo “.

Due peccati alla Carità. E per il Signore Iddio, che offendete mettendogli delle limitazioni; e per i suoi strumenti, che incol­pate ingiustamente. Se non capite: tacete. In Cielo capirete. Ma non giudicate per non essere giudicati. Lasciate a Dio il compito di far brillare la Verità e la Misericordia.

Maria, anima mia, non offendere il Signore accogliendo per un attimo il dubbio degli uomini e di Satana. Prega per chi non sa vedere e sentire Dio, ma sii ferma nella tua verità. Respingi il Nemico, che usa il dubbio quando non può usare altra tenta­zione per allontanare le anime da Dio, con le parole sempre vit­toriose: “Indietro, o Satana, nel Nome Santo di Dio e per i meriti Ss. di Gesù Cristo Signor Nostro “.

Ti lascio, Maria. Vado a dare il tuo bacio all’innocente che nasce alla Grazia. Il Signore sia con te e gli angeli miei fra­telli ti facciano compagnia».

(L’innocente della quale parla in questa S. Messa Azaria è la figliolina di Paola Beffanti[46]: Marcella, oggi battezzata.)

12. La Misericordia e i fratelli separati[47]

1. La Misericordia e la pigra Sulamite.

Dice S. Azaria:

1Della Misericordia del Signore è piena la Terra; e se fosse accolta dagli animi così come essa è sparsa su tutti i viventi non ci sarebbero più infelici, peccatori, separati. Ma tutta unita in un Unico Gregge, guidato e protetto dal Pastore che ha dato la sua Vita per le sue pecorelle e che si offre: Vita, a tutti, per dare Vita, l’Umanità procederebbe compatta, e forte della sua compattezza, difesa da essa contro gli odii, le divisioni politi­che, gli egoismi e le cupidigie fra Stato e Stato, Popolo e Po­polo, difesa contro questo male sul quale soffia l’Avversario per dare mali sempre nuovi e sempre più grandi all’Umanità.

Ma la Misericordia rimane inerte per troppi, non per causa propria, ma per causa dei troppi che non la vogliono accogliere. Come il Signore, di cui è attributo soave, essa può dire: ” Io sto alla porta dei cuori e picchio”. Ma troppe volte riceve a rispo­sta, l’eterno e beneficante Amatore, la risposta della Sposa del Cantico: “Mi son levata la tunica, a che rimetterla? Mi sono la­vati i piedi, perché rinsudiciarli? “.

Sì, così risponde questa povera Umanità al suo Potente Ama­tore, all’Unico che la ama e la potrebbe salvare, e non riflette quanto è grande il Suo amore, e quanto, da questo grande amore di un Dio che si umilia offrendosi e chiedendo di essere accol­to, essa possa sperare!

Quelli che superbi dicono: ” Abbiamo troppo voluto fare da noi e Lui non può più amarci “, e così quelli che gemono con­triti — ma di una spuria contrizione che non supera il punto sta­gnante della desolazione umana che geme per le sofferenze ma­teriali e si duole di esserne martoriata, ma non passa al grado luminoso della contrizione, ossia a quello che dice: ” Ho peccato, il tuo castigo è giusto. Grazie di darmi modo di espiare col do­lore in questa vita. Ma abbi pietà per la tua Misericordia ” — sembrano la pigra Sulamite che ancor non conosce perfettamente lo Sposo nelle sue infinite bellezze e potenze per possedere le quali nessun sacrificio è troppo grave, e non sorgono all’invito di chi li perdona prima ancora che essi chiedano perdono, e viene dicendo: ” Accoglietemi “.             

Oppure sorge, quando la desolazione sua è tale che l’Uma­nità riconosce in essa l’unghiata della Bestia infernale, ma sor­ge quando Egli, stanco d’attesa, se ne è andato. Né sa imitare la pentita sposa che ripara alla sua fredda pigrizia con l’andare instancabile alla ricerca di Lui, sfidando tenebre, guardie, guaz­ze, pericoli, accettando di esser spogliata delle sue vesti — che son ben povere anche se paiono regali quanto sono quelle di una Umanità regina decaduta che ha smarrito il Re che la faceva tale — pur di ritrovarlo. Eppure la sua Parola riempie i cieli creati da Lui e che lo testimoniano, così come tutto nel Creato testi­monia la sua potenza provvidenziale, e gli eventi confermano le profezie, e non vi è dubbio che il Verbo del Padre sia il Re, Salvatore, Redentore e perciò anche l’Unico Pastore.

2. Misericordia e le chiese separate.

può l’uomo, tanti uomini, persistere in una sordità che non hanno gli esseri inferiori, i quali ubbidiscono agli ordi­ni ricevuti in principio e, se astri e pianeti, danno luce e calore, e vivono la loro vita beneficando, come non sapete, gli abitanti del vostro pianeta; se animali, procreano e danno ognuno ciò che deve; se piante, fruttificano o servono col legname; se elementi, scaldano, irrorano, ventilano, trasportano, nutrono? Perché l’uomo, tanti, troppi uomini non accolgono l’invito che li vuole uniti in Una sola Chiesa fondata da Chi per gli uomini è morto? Per­ché i rami vogliono rimanere separati e selvatici, mentre ricon­giunti al tronco sarebbero nutriti di succhi buoni? Peggiore l’uomo alle piante che accolgono l’innesto e il trapianto per essere più utili e feconde?

Sì. L’uomo è peggiore dell’albero. E si priva di tanto bene per essere cocciuto nella sua separazione. E, benché non man­chino i retti di cuore fra i separati, ecco che essi mutilano e sterilizzano la loro rettezza perché vogliono rimanere separati dal tronco le cui radici sono abbrancate alla terra catacombale e la cui vetta tocca i Cieli: da Roma, per cui Romana è detta l’Unica Chiesa Cattolica, l’Apostolica, creata non da un povero uomo, povero anche se re potente su un trono umano, non da uno scomunicato già segnato del segno d’Inferno, ma dall’Uomo Dio, Re eterno, Santo, Santo, Santo.

Sì, l’uomo, troppi fra gli uomini che pure conoscono Cristo essendo evangelici o ortodossi, orientali, greci, scismatici, maroniti, e luterani, calvinisti, valdesi — tanto per nominare alcuni fra i rami separati più importanti — calpestano anche la prova dell’amore che il Cristo ha dato per la loro salvezza: le sue umi­liazioni. E preferiscono rimanere decaduti mentre potrebbero es­sere nobilitati, preferiscono essere ” morti ” mentre potrebbero essere ” vivi “, per la loro ostinata volontà di essere i ” separati “.

Condanna su loro? No. Sono sempre vostri fratelli. Poveri fratelli lontani dalla Casa del Padre. Mangianti un pane che non sazia, viventi in una foschia che impedisce loro di vedere la radiosa Verità, dissetati a fonti non pure che non danno l’Acqua che dal Cielo viene e al Cielo porta. La tristezza delle loro re­ligioni si rispecchia nei loro riti. Canti di esuli, canti di schia­vi sembrano i loro inni. Ricerca di chi sa di avere un padre, ma più non lo trova, è nelle loro predicazioni. Pompe di chi sop­perisce con la coreografia al vuoto del vero è nelle loro cerimonie.

3.  riconobbero quando franse il pane.

Cercano di sentire Dio e di far sentire Dio, parlano il lin­guaggio del Cristo e dei suoi Santi per potersi persuadere che sono ancora di Lui fratelli e da Lui salvati. Ma la malinconia della separazione è su loro e in loro. Sono i falsi ricchi, i falsi nutriti, i poveri fissati di avere nutrimento e dovizie; ma sono denutriti, e poveri, poveri, poveri. I tesori grandi della Cattolicità, quelli infiniti del Cristo, Capo della Cattolicità, sono chiu­si a loro. Preghiamo per loro., E voi, che potete soffrire, sof­frite per loro.

Soffrire! Dono di Dio agli uomini. Compartecipazione alla missione del Cristo. Mezzo per essere salvatori oltre che salva­ti. Nobiltà che possiedono i migliori in sapienza e santità fra gli uomini. Perché solo coloro che hanno compreso e che voglio­no sapienza e santità, amano il soffrire. Ma se l’uomo cristiano meditasse come Cristo si è rivelato e come ha sempre fatto, ame­rebbe il soffrire.

Dice Luca che i discepoli riconobbero il Signore quando Egli franse il pane. Forse perché Gesù aveva un modo speciale di frangere il pane? No. Ogni uomo lo frange come Egli lo franse. Ogni capo famiglia, ogni direttore di mensa…

Ma nel gesto simbolico di Sé stesso: il Divino Pane, franto e suddiviso perché ogni uomo ne avesse, si manifestò per ciò che era. Il Pellegrino trovato per via dai due di Emmaus si rivelò per Gesù con quel gesto simbolico. Già aveva parlato ad essi e spiegato le Scritture. Eppure, nonostante essi fossero di­scepoli che da anni lo conoscevano nell’aspetto e nel modo di insegnare, essi non lo avevano riconosciuto. La perfetta beltà del Risorto poteva trasfigurare i tratti del Rabbi che essi ricor­davano spesso sudato, impolverato, stanco nelle fatiche evangeliche, e che essi avevano visto un’ultima volta per un attimo nelle ore del venerdì, alterato dalle sofferenze e dalle brutture lanciate su Lui, enfiato dalle percosse, sfigurato dalla crosta di polvere e sangue che gli si ingrommava sul Volto. Ma la parola era quella. Gesù non ha mai mutato il suo accento, tono e me­todo. Eppure essi non lo riconobbero per il Salvatore.

Ma quando prese il pane intatto e lo benedisse, lo offerse, e poi lo spezzò e lo dette, allora lo riconobbero.

Gesù era il Pane del Cielo, l’Intatto Pane che non conosceva manipolazione d’uomo. Intatto, santo, soave, era sceso dal Cielo sulla Terra in una notte d’inverno e si era separato in una mi­steriosa misura una prima volta dai Due che con Lui formavano la Triade santa. Il dolore della separazione, della prima frattura, segnò l’entrata della Luce fra le Tenebre. E per trentatré anni, con ritmo crescente, la vita del Cristo non fu che un seguirsi di umiliazioni paragonabili metaforicamente a quelle del pane ri­dotto a briciole e sparso in successive frazioni, annichilito ad essere: mezzo per tutti i bisogni. Gli ultimi tre anni non furono un ridursi a briciole per tutte le fami, per tutte le anime, per tutte le necessità di esse? Chi più annichilito di Lui, incompre­so da amici ignoranti e duri di mente e da nemici astiosi? Chi più franto per dare, con sofferenza e con instancabile operare, salute a corpi ed anime, e sapienza, e perdono, e esempio, a tutti?

E nell’ultima Cena non riassunse in un rito tutto il signifi­cato di Sé stesso e della sua missione e del suo olocausto? Gli evangelisti sono concordi nel dire che, giunto ad un punto del­la Cena pasquale, nel vecchio rito ne introdusse uno nuovo: prese un pane, lo benedisse e lo franse dandone un pezzetto uno ai suoi Dodici, dicendo: ” Questo è il mio Corpo dato per voi. Fate questo in memoria di Me “.

Oh! ve ne prego, o cristiani! Sciogliete dalle vostre pesanti limitazioni il vostro pensiero, schiarite il vostro sguardo spiri­tuale, e vedete, e comprendete oltre i soliti limiti!

” Questo è il mio Corpo dato per voi “. Dato, voleva dire, così: ” franto perché l’amore del vostro bene mi spinge a fran­germi, e a farmi frangere. Io, l’Intoccabile, dagli uomini…”.

” Fate questo in memoria di Me “. Il rito eucaristico è sta­bilito con queste parole. Ma non quello solo.

In quelle parole è anche il consiglio agli eletti fra i suoi re­denti. E quel consiglio dice: ” Per essere degni dell’elezione con la quale vi ho prescelti, voi, miei veri servi fra i servi, fate, in memoria di Me che con questo vi insegno cosa e come si diviene Maestri e Redentori, fate la frazione di voi stessi. Senza ripu­gnanze, senza orgogli, senza paure e umane considerazioni. Spez­zatevi, frangetevi, annichilitevi, distruggetevi, datevi agli uomini per gli uomini e per amore di Me che per amor loro mi dò a chi mi frange come mi sono dato a chi voleva miracolo e istru­zione “.

Non è buon discepolo chi non si sa frangere e darsi. E la generosità, l’immolazione di chi sa frangersi per saziare le fami dei fratelli, è il segno che fa riconoscere i veri servi di Dio.

” E lo riconobbero quando franse il pane”. E vi riconosce­ranno dal vostro frangervi per la carità e la giustizia. Vi ricono­sceranno per servi veri.

4. Sulle orme del Maestro.

Amate perciò, o care voci, o strumenti eletti, ciò che è umi­liante, dolorosa, operosa, santa frazione per il bene dei fratelli e la gloria di Dio. Allora per voi parlerà il Pastore buono e dirà: ” Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecorelle ed esse conoscono Me”. Dirà: “Le mie pecorelle? Eccole. Queste sono! Queste che mettono i loro piedi dove Io li ho messi, anche se l’ultima via è quella del Calvario. E siccome mi conoscono vera­mente, fanno ciò che Io ho fatto disposte ad esser frante pur di salvare i fratelli loro “.

Il beato apostolo Pietro conferma con la sua epistola le mie parole. Uditelo: ” Cristo ha patito per noi, lasciandovi l’esempio affinché ne seguiate le orme “.

Le pecore del vero Ovile non sarebbero più di esso, se ab­bandonassero il loro Pastore andando dietro orme non sue, ad altri pascoli che non siano quelli del Padrone del Gregge. E le sue orme non sono di materiale gaudio, ma di sofferenza, frut­tuosa a chi la soffre e agli altri, perché patire con Cristo e in Cristo vuol dire continuare la Redenzione di Cristo.

Né alcuno di voi, strumenti eletti in speciale modo, e poi tutti voi che volete dirvi cristiani ferventi, deve rammaricarsi delle prove, delle pene, delle angosce, dicendole ingiuste perché immeritate.

” Egli ” dice l’Apostolo ” Egli che non commise mai peccato, né ebbe mai frode sulla bocca, che essendo maledetto non male­diceva, strapazzato non minacciava, e si rimetteva nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava, Egli stesso portò i nostri pec­cati, nel suo Corpo, sulla croce”.

Chi fra gli uomini può dire questo sapendo di non mentire? Chi può dire: ” Io non ho mai peccato, né fatto frode, né ma­ledetto o avuto rancore per chi mi ha odiato e senza reagire mi sono messo nelle mani dei miei carnefici”? Nessuno può dirlo. E allora perché vi lamentate, se Egli non si lamentò? Perché reagite, se Egli non fece resistenza?

Non avete allora in voi la chiave del segreto per cui si può patire con gioia e volonterosa fretta di patire? Il segreto è que­sto: ” Affinché, morti al peccato, gli uomini potessero vivere nel­la giustizia, risanati dalle loro piaghe per le sue Piaghe”.

Ecco! L’amore, una volta ancora l’amore, sempre l’amore perfetto, dà la chiave della gioia del soffrire. Coloro che hanno capito il Maestro e che hanno totalmente voluto imitare il Mae­stro, sanno morire perché gli uomini vivano nella giustizia e siano risanati dalle ferite dei loro peccati.

Per tutti i fratelli, Maria! Per tutti i fratelli, o veri cristiani! Senza fariseismi che annullano il cristianesimo: religione d’amore, per riportare all’antica Israele piena di rigore.

Perciò soffrire non soltanto per i fratelli cattolici, ma per i fratelli ” separati “, per le pecore erranti, perché possano ritor­nare al Pastore e Vescovo istituito da Cristo: al Successore di Pietro, Capo degli agnelli e agnello Esso pure dell’Agnello eterno.

E nelle braccia del Pastore buono ti affido, agnella consu­mata, per carità della tua sofferenza di oggi, della sofferenza tua che depongo nei celesti turiboli acciò insieme a tutte le ora­zioni dei santi arda e profumi davanti al trono di Dio per ot­tenere Misericordia sui ” separati ” e grazia di ritorno all’Unico Ovile.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo! Alleluia!».

L’Eterno, a sera: «Maria! Ti benedico per quanto fai per le anime!».

13. L’uomo e l’autorità[48]

1. L’uomo senza Dio.

Dice Azaria:

«Sarebbe infatti giusto che la Terra tutta cantasse con voce di giubilo lodi al Signore. Ma se, con le facoltà a loro concesse, lo fanno i minori della Terra, perché è cantare le lodi al Dio Creatore anche semplicemente eseguire ciò per cui si fu creati, il re della Terra, l’uomo-re nelle creature animali, padrone e sfruttatore dei regni animale, vegetale, acquoreo, minerale, non lo sa fare. Non coll’ordine, non con l’amore. L’ordine per la na­tura animale che lo equipara, lasciandogli il primo posto nella scala dei viventi sulla Terra, a tutte le specie create con materia. L’amore per la natura spirituale di cui Dio l’ha dotato per ren­derlo a Lui somigliante, questo anello di congiunzione fra la materialità dei bruti e la spiritualità degli angeli, questo es­sere al quale Dio ha riserbato una vita immortale, non potendo perire nel nulla ciò che è particella di Dio, e per il quale Egli ha creato un Regno di eterna beatitudine.

L’uomo viola l’ordine, ogni ordine. Perciò viola anche l’amo­re. Perché il disordine è odio, portando ad opere di nocumento ai fratelli e di trascuranza a Dio. Chi nuoce ai fratelli, usando dei regni su cui l’uomo è re e sfruttatore per nuocere, chi nuoce ai fratelli, usando dell’intelligenza superiore di cui è dotato per nuocere, chi, credendosi un piccolo dio di un tempo breve, in quel tempo non sa dare a Dio ossequio e ubbidienza, mostra di contravvenire all’ordine e perciò di essere un disordinato nell’ordine, mostra di odiare i suoi simili e di odiare Dio, nuocen­do ai primi, offendendo Dio in mille maniere.

La Liturgia ricorda questo dovere dell’uomo, essere vivente sulla Terra, di amare e lodare il Signore, prima fra le forme di reverenziale amore al Degno di ogni lode, prudente atto che, richiamando all’intelletto il pensiero di Dio, trattiene tutto l’es­sere dal fare opere quali solo i senza fede possono fare. Ma troppo pochi accolgono il consiglio, l’invito liturgico, e la Terra manca di troppe voci umane nel coro del creato al suo Crea­tore. Le voci più belle dell’immenso coro sono scarse perché troppi uomini si dimenticano che essi sono perché Dio li man­tiene.

Al tempo del salmista erano ancora riconosciute a Dio le opere del Creato. Adesso l’uomo nega anche queste. E questo essere, che non sa di suo creare un esile, un solo ed esile ma in­nocente e utile stelo di fieno, nega a Dio l’attributo di Creatore, sovente mette al posto di Dio il Luminoso, la pesante e oscura Materia, e ripetendo la frase maledetta: ” Come Tu, io sono “, la frase del Ribelle, sa essere creatore di morte e dolore, pren­dendo dalle cose create da Dio, e che ” erano buone “, gli ele­menti per creare ciò che non è buono “, ciò che è tormento e disamore.

Ma però, come al tempo del salmista, mentre vanno con le opere e col pensiero contro Dio, contro l’ordine, contro la pace, contro tutto, ecco che vanno anche contro la sincerità, e, per ipocrisia, calcolo e viltà, adulano Dio con false celebrazioni uti­litarie, volte a ingannare gli altri uomini, atte a offendere Dio più di ogni assenza leale dal culto.

Ipocriti che dite sempre: “Dio! Dio! ” mentre in cuor vo­stro dite: ” Io! Io! “, le vostre opere coprono la Terra. Ma di che? Di rovine, di dolore, di morte! La sublime terribilità di Dio ha dato ” cose buone ” nella sua terribile Potenza, secondo l’antico modo di esprimere il grandioso, il perfetto di una potenza; le ha date nella sua infinita potenza, secondo il giusto esprimersi di un riconoscimento a Dio. E queste opere terribili in potenza, fatto da Dio, avevano ricoperto il Creato di cose, di esseri, di elementi, di aiuti, di leggi naturali e di Leggi soprannaturali, che davano costruzione, contento, vita.

Ecco l’uomo senza Dio, perché senza carità né verso Dio né verso i fratelli, fare le sue opere, veramente terribili nel senso attuale della parola, spaventose, crudeli, le quali distruggono il fatto da Dio, calpestano ogni diritto e ogni dovere, deridono ogni legge naturale e soprannaturale; annullano l’amore e danno rovine, dolore, morte.

2. Per vincere l’ateismo.

Può l’uomo frenare questa valanga dei senza Dio? Lo può singolarmente non cooperando ad essa, ossia vivendo una vita veramente cristiana di ordine, giustizia, amore. E Dio li aiuta, questi volonterosi, col dare loro tutti i mezzi per vivere con ordine, giustizia, amore.

Rende loro la Grazia per i meriti del Cristo, la sostiene coi Sacramenti, amplifica la Fede con le prove della Verità e del­l’Amore di Dio. E, dalla nascita alla morte dell’uomo, non fa che continuare questi aiuti ed altri ancora, tutti soprannaturali, fra i quali non ultimo il ministero angelico, per far sì che l’uomo giunga alla morte in grazia e in pace per avere gloria eterna.

Lo può collettivamente, unendosi con fraternità buona agli altri fratelli. Una società cristiana contro una società anticristia­na, una famiglia di figli fedeli al Padre contro una famiglia di figli degeneri che hanno abbandonato il Padre delle Luci per eleggere a padre loro il padre delle Tenebre.

Ma tanto è debole l’uomo che non basta la sua volontà a fare resistenza contro la forza del Male che con mille forme scorre il mondo e lo corrompe, e corrompe le anime, o definiti­vamente o saltuariamente, con assalti improvvisi. L’uomo da solo non può resistere a Satana, che Satana sono e lo stesso e la carne e il mondo. E allora oriamo, noi angeli, con voi uomini buoni, chiedendo all’Onnipotente, che agli erranti ha dato ciò che serve a tornare nelle vie della giustizia, che conceda a quelli che in questa via già sono, ma che potrebbero venirne strappati da qualche insidia o da qualche flessione della loro volontà, ciò che serve ad aver forza di rigettare tutto ciò che è contrario alla vita cristiana e di praticare ciò che ad essa è conforme, con for­tezza e costanza sino alla fine; ossia che Dio conceda il suo aiuto. Con l’aiuto del Signore il debole si fa forte, il pavido eroico, il sensuale temperante, e la Giustizia è raggiunta e in Essa vi si mantiene e si vive, perché anche se uno cade per violento assal­to, per sonnolenza spirituale di un momento, ecco che con l’aiuto di Dio tosto si rialza e procede, verso la meta: il Cielo.

Ed ora meditiamo gli insegnamenti di Pietro, che da mae­stro può parlare, e per la sua esperienza d’uomo e per essere stato ammaestrato dal Verbo e illuminato dallo Spirito Paraclito per essere capace di essere il perpetuo docente della Chie­sa apostolica.

Simone di Giona di Cafarnao, Cefa di Gesù Signor Nostro, può parlare agli uomini, da uomo che volle e seppe divenire Apostolo e da Apostolo sul quale scese la Fiamma Pentecostale a con­sacrarlo all’insegnamento perfetto.

3. Simbolo della frazione del Fuoco Paraclito.

Hai mai meditato, o anima mia, il simbolo di quella lingua di fuoco che, tu l’hai visto, si posò su ogni capo apostolico men­tre incoronò di un serto la Tutta Santa? Io te lo voglio far comprendere. Generalmente vi si dice: in forma dì fiamma per essere sensibile agli apostoli e significare amore e luce. Sì. An­che questo. Ma non questo solo.

Poteva, e sarebbe bastato, il Paraclito venire nel ” gran ven­to impetuoso e penetrare nel Cenacolo — dove già si era com­piuto il Rito Eucaristico: la donazione del Dio fatto Carne ai suoi fedeli perché in essi Egli fosse anche dopo la separa­zione e desolati non fossero del Maestro diletto — poteva pe­netrare e stare, globo di meraviglioso splendore, ad illuminare le menti che dovevano parlare al mondo del Dio Vero e del suo Cristo.

Ma il Paraclito non si limitò a questo. Egli pure, come il Verbo Incarnato, si franse e si donò, in una Comunione, in una effusione e donazione dei suoi doni di Sapienza, Intelletto, Con­siglio, Scienza, Fortezza, Pietà, Timor di Dio, così come Gesù si era dato in Corpo e Sangue, Anima e Divinità. E poiché, nonostante il lavacro sanguigno e Ss. del Sangue dell’Agnello, che aveva mondato le loro anime ma che non aveva distrutto la loro umanità — la quale da sé doveva lottare ed evolversi a spiri­tualità perfetta — essa persisteva, ancor dopo la Risurrezione, pesante e opaca, l’Ineffabile Amore, Creatore insieme al Padre e al Figlio — perché è inscindibile l’Unione e il Volere dei Tre che si amano divinamente — volle creare il nuovo uomo apostolico, avendolo già il Padre, a suo tempo, creato alla vita, e il Figlio alla Grazia. Il Paraclito, agendo su queste due creazioni, le volle completare e perfezionare, bruciando nell’uomo apostolico le più pesanti scorie dell’umanità persistente, le più venefiche, site nel­la testa, in cui i cinque sensi sono riuniti a servizio delle sen­sualità materiali   in cui è chiuso l’organo che presiede alle sen­sazioni e le trasmette agli organi più lontani, e in cui è l’agente del pensiero. Il capo: culmine dell’uomo, unico animale che sia eretto, quasi a testimoniare la sua regalità, e che, per la sua erezione, sembra simboleggiare che come sulle cime regna più a lungo il sole e scendono le saette dell’elettricità naturale, così egli, cima del creato, raccoglie su sé stesso il Sole divino e riceve i soprannaturali meravigliosi comandi e conforti del Padre suo che sta nei Cieli.

Ma nel capo, ferrato talora troppo sovente da lastre pesanti di sensualità triplice, non può entrare il Sole divino e i mes­saggi paterni mentre dall’interno del cuore salgono i fumi cor­rotti di una umanità corrotta.

Egli l’ha detto, il Maestro Ss.: ” È dal cuore che vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, i furti, gli   adulteri, e le fornicazioni, le false testimonianze, le invidie, le bestemmie”. E sal­gono, come fumo da un maleolente braciere, al capo, dando pen­sieri turbatori che vengono poi trasmessi agli organi esecutori.

Anche se negli Apostoli non erano omicidi, furti, adulteri, fornicazioni, false testimonianze, bestemmie, quanta folla mino­re di minori miserie, ma sempre indegne di maestri spirituali, era in loro, e poteva crescere, per la superbia di essere maestri e beneficati in modo straordinario dei doni straordinari di Dio! Quanti cadono in demerito per questo! In quanti i doni straor­dinari sono rovina!

Veramente va detto che la selezione degli spiriti si compie, è vero, per il peccato, ma può dirsi che non solo per il mezzo tenebroso si separano gli agnelli dai caproni, bensì anche per il mezzo luminoso dei doni straordinari. Molte volte si effonde Dio con questi doni. Poche persevera, perché è messo in fuga dalla superbia, menzogna e sensualità spirituale della creatura beneficata del dono straordinario.

Negli Apostoli ciò non doveva avvenire. Nel figlio della Te­nebra, in Giuda miserabile e deicida, il dono del miracolo aveva iniziato la rovina dell’Apostolo. Ma nei dodici destinati ad evangelizzare il mondo non dovevano più essere rovine. Ed ecco lo Spirito nella sua Comunione pentecostale, ardere e purificare la sede del senso e del pensiero: il capo degli uomini apostolici; mentre coronò d’amore la testa della Vergine e Sposa sua, e si strinse per baciare con l’unico bacio degno della Beatissima Madre Vergine, della Tutta Grazia, Figlia, Sposa e Madre della Grazia, Maria, Regina degli Apostoli e della Chiesa in Terra, Re­gina degli Angeli nei Cieli. Alleluia!

4. Condotta del cristiano.

Ed ora che ti ho spiegato il simbolo della frazione del Fuoco Paraclito in tante lingue e della ardenza delle stesse sul capo degli Apostoli, torniamo a Pietro apostolo, il quale, divenuto spirituale dopo la Comunione dello Spirito, ricordava di essere stato uomo, e con carità e conoscenza e verità diceva e dice agli uomini suoi discepoli e fratelli le regole per raggiungere la spi­ritualità che fa santi.

Dice: ” Vi scongiuro di guardarvi, come forestieri e pelle­grini, dai desideri carnali “.

Infatti l’uomo cristiano è un forestiero e pellegrino fra turbe pagane. Il mondo, pagano nei suoi costumi, e l’umanità stessa latente più o meno, o violenta più o meno anche nel cristiano, fa sì che lo spirito proceda come un pellegrino e forestiero per contrade non sue, ignote e pericolose.

Ed ecco che Pietro avvisa: ” Guardatevi dai desideri carna­li ” come esseri di altra nazione che potrebbero prendervi e farvi poi schiavi di essi.

Procedete guardinghi. Perché non conoscete il vero volto del­le cose che vi circondano. Possono avere aspetto buono ed es­sere abbiette, aspetto innocente ed essere malandrine. State a voi. Non stringete facili alleanze. Carità, ma non lasciate pene­trare in voi ciò che è di altri, non della vostra stirpe eletta.

Carità che prega e compatisce e ammaestra col contegno più ancora che con le parole. Ma riservatezza. Pensate sempre che lo spirito è più delicato di una vergine, e che, deflorato che sia, non ha più la bella freschezza dell’innocenza. Scende il perdono sullo spirito pentito, e la penitenza lo ritorna accettevole al Si­gnore. Ma il ricordo resta, il ricordo della caduta. E il ricordo mortifica e può servire a Satana per agitare fantasmi nelle ore crepuscolari che ogni uomo incontra, e specie nell’ora della morte per fare l’uomo pauroso e diffidente di Dio.

Oh! sovrana sicurezza di uno spirito vergine di colpe mortali e di colpe volontarie! Come andresti ricercata e tutelata, sovrana sicurezza, a fare lieto l’uomo di te!

Siate dunque guardinghi mentre siete forestieri e pellegrini. Per voi stessi e per l’onore di Dio. Non volete lavorare per la sua gloria? E allora dovete esser tesi a convertire i pagani schia­vi del senso e del mondo. Ma come potete farlo se i sensuali e i mondani alle vostre parole potessero opporvi che voi siete come loro? Attenzione dunque a non provocare mormorazioni sul conto vostro, ma anzi, per le vostre opere realmente sante, a provocare riflessioni buone, preparatorie alla venuta del Si­gnore nei pagani del mondo, i quali, nel giorno della loro conversione per vostro merito, vi glorificheranno come loro salva­tori insieme al Grande e tre volte Santo Dio e Salvatore.

5.  d’obbedienza alle autorità.

E Pietro dice: ” State soggetti ad ogni autorità per riguardo a Dio “.

E che? Forse che Dio protegge certe autorità nefaste? Oh!        non lo pensate! Ma ciò che accumula meriti su voi — la vostra ubbidienza ad ogni autorità umana, onde non si possa dire che siete ribelli e turbolenti e di scandalo agli altri — accumula in pari tempo condanne su chi, avendo autorità, la usa con ne­fando modo. Perciò siate soggetti. E fin dove? Fin dove giunge il diritto umano. Ma quando un’autorità umana volesse pene­trare nel dominio di Dio e imporvi leggi contrarie alla Legge di­vina, allora siate liberi e sappiate morire ma non tradire Dio e la sua Legge per paura di un uomo o di più uomini.

Né fate ciò per calcolo, onde avere favorevoli gli uomini, ma con spirito soprannaturale che sa distinguere e praticare l’or­dine buono dal malvagio e fare ciò che non lede il suo diritto alla Vita che le persecuzioni non distruggono, ma anzi ad essa portano i fedeli alla Legge Santa.

Rispettate tutti. Dio lascia libero l’arbitrio dell’uomo. L’uo­mo non ha il diritto di violentare l’arbitrio dei fratelli. E male­detti in eterno sono coloro che con la violenza impongono schia­vitù al pensiero umano per avere turbe di schiavi legati alle loro idee eretiche e perniciose.

Siate avversari leali dei vostri nemici di idee. Cercate di portarli alla vostra che è santa, con la santità della vita prima che con l’eloquenza della vostra parola. Ma non scendete mai ai loro stessi sistemi di delazione e violenza, di sprezzo e calun­nia. Se anche sono poveri fratelli avvolti in idee eretiche che li traviano, sono sempre vostri fratelli. Anche per loro il Salva­tore è venuto, ed ha pregato e sofferto, ed è morto. Voi dovete pregare e soffrire per la loro conversione, ad imitazione del Cri­sto Signor Nostro.

Non date al re o ai capi di Stato un onore più grande di quello che date a Dio. Voi piangete per averlo fatto. Avete scam­biato un uomo, un misero uomo, per un messo di Dio, dimen­ticando che sono le opere degli uomini quelle che parlano della loro appartenenza a Dio o a Satana. E questa vostra idolatria stolta la state scontando amaramente. Ogni idolatria non passa senza castigo. Pensatelo, Perciò onorate i Capi, ma date adora­zione a Dio solo.

E dalla grande dipendenza, che è quella del cittadino ai suoi Capi, a quella dei figli ai genitori, e dei servi ai padroni, siate rispettosi, senza rancori e invidie, senza prevaricare o tra­dire. Imparate a vedere Dio al di là dell’uomo, e mentre ubbidite ai magistrati, ai parenti o ai padroni, i quali possono essere anche tali da non attirare l’amore, guardate al di là degli stes­si, e dite: ” Padre, io ti servo. Te servo, facendo il tuo comando che è di essere miti e ubbidienti”. Oh! vedrete allora che è fa­cile ubbidire se credete fermamente che questa ubbidienza è vista e benedetta da Dio come la più grande delle opere meritorie dell’uomo, il quale — come dice il Santo in cui tanto visibile è Cristo, il tuo S. Francesco d’Assisi — dice che la perfetta le­tizia non sta nella scienza né nelle diverse cose, ma nel fare la Volontà di Dio e nel saper soffrire con pazienza pene e dolori per amore di Dio.

Tu vedi, anima mia, come le parole dell’Apostolo abbiano eco in quelle del Serafico, proclamando grazia, e grande grazia, saper sopportare, per riguardo a Dio, molestie e soffrire ingiu­stamente, perché quando si soffre per punizione di colpe com­messe è unicamente espiazione, debito che si salda, e nulla più. Ma quando senza aver fatto colpe, anzi avendo fatto del bene, vi è dato di soffrire, è grazia grande che brilla agli occhi di Dio, è tesoro che si accumula in vostro utile nel Regno dei Cieli.

Ed ora ti lascio, anima mia, sotto il manto dell’Incoronata Sposa dello Spirito Santo e Regina degli Apostoli, e perciò delle ” Voci “, delle grandi ” Voci “; e, per la sua missione, che si perpetua nei secoli dei secoli, di tutte le ” voci ” che meritevol­mente compiono la loro missione a gloria di Dio e salute delle anime. Perciò anche Regina tua, o voce.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».


14. I doni vengono da Dio[49].

1. I negatori di Dio.

Dice S. Azaria:

«Gli uomini, che non vogliono più, che non possono più leg­gere e capire le parole che gli avvenimenti scrivono sulle pagine del Tempo, non dicono certo le parole dell’Introito, anzi, alzando il pugno e l’odio verso Dio, bestemmiano: ” Nessuna meraviglia! Nessuna giustizia! O Dio non è, o, se è, è un Dio idolo che non può opporsi agli uomini. Un Dio idolo. Più dio è l’uomo perché l’uomo può fare ciò che vuole e nessuno lo punisce”.

Così parlano degli uomini, quella parte fra gli uomini che la più numerosa, ma nella quale la regalità soprannaturale dell’uomo è annullata avendo in loro uno spirito morto su cui sta seduto il Male nelle sue diverse forme di ateismo, di odio a Dio, di odio agli uomini, di ferocia, di corruzione.

Ma io non parlo ad essi. Parlo a te, piccola voce, parlo a tutte le ” voci ” e poi a quelli che ancora sono uomini fatti a immagine e somiglianza di Dio ‘: ossia un misto di corpo e anima, e nel quale misto è re lo spirito che ricorda Dio, che serve Dio, che ubbidisce a Dio e che avrà il possesso di Dio, il beatifico possesso che fa degli uomini altrettanti dèi, eterni, beatissimi.

E a voi faccio considerare la verità delle parole dell’Introi­to. Verità che un’osservazione superficiale sembra smentire, ma che è luminosa al di là dello schermo fumoso e opaco delle ro­vine, delle stragi, delle miserie, degli altri castighi che hanno percosso e che percuoteranno l’Umanità.

Dio ha operato meraviglie. Se, come vi avviene quando dall’alto di un vostro aereo guardate in basso i continenti che sor­volate, poteste dall’alto, molto dall’alto, ossia dalle sfere dove la spiritualità che vi regna e la Verità e Luce che vi sono regine compenetrano gli abitanti di quel mondo soprannaturale; se po­teste vedere con un unico sguardo di intelligente osservazione tutto quanto è avvenuto in questi ultimi anni sul vostro pianeta, vedreste come in un mosaico grandissimo ricomporsi le fram­mentarie meraviglie operate da Dio, ed apparire un capolavoro vastissimo, meraviglioso, testimoniante la giustizia del Signore.

Perché, o cari figli che nel Signore siete fedeli, non c’è al­cuno fra voi che non possa dire: ” II Signore mi ha tutelato, ha provveduto ai miei giusti bisogni, ho visto la sua Mano in quella ora di guerra, in quest’altra di persecuzione”. Molti fra voi piangono perché la famiglia non è più quale era prima della guerra, perché il benessere non è più quello. Figli del Signore, voi piangete, ma non piangereste di più se, per caso, colui che piangete non fosse ancora fra i viventi? Per quanti la morte non è stata misericordia!

Voi non sapete. Misericordia nel tempo. Misericordia nell’eternità. Vivendo ora avrebbero pericolato come ancora non avevano fatto. Vivendo avrebbero trovato la giustizia degli uo­mini, la quale, nelle sue forme, è sempre crudele rispetto a quel­la di Dio, fatta più di odio che di equanimità, comunicante odio verso il colpevole e al colpevole. Vedete invece quanta pietà ha avuto Dio in certe morti che sono state espiazione, saldo del grande debito che colui o colei che piangete aveva verso Dio. E anche nel caso che non un pensiero di pentimento sia affiorato dallo spirito corrotto nell’ora della morte— e sarebbe bastato un solo grido di invocazione al Padre, al Salvatore, per salvare lo spirito dalla morte e renderlo alla Vita nell’ora che la piccola vita cessava — sempre giustizia misericordiosa è stata quella mor­te perché vi ha impedito di vergognarvi, di rabbrividire di orrore, o madri, o mogli, o figli, davanti al nuovo aspetto morale di quello che ora piangete.

E giustizia sono stati e sono gli avvenimenti generali. Pre­tendereste forse che il Divino Offeso fosse e stesse inerte davan­ti alle continue provocazioni dell’uomo che calpesta, distrugge in mille modi il precetto capitale? Credete che sia lecito irridere Dio e fare come se Egli non fosse? Molto potete, e abusate di questo potere. Ma ecco la risposta di Dio: il suo non intervento in vostro favore, favore non di singoli, ma di masse.

” II Creatore non è ” gridano. ” Dio non è ” bestemmiano. E il Creatore vi mostra la sua esistenza con inspiegabili flagelli me­teorici e animali.

Non dite: “Allora non è buono”. Bontà è virtù, stoltezza è malattia. Dio non può esser malato, imperfetto, menomato in nessuno dei suoi poteri. E all’uomo che ha distrutto, violato, calpestato i diritti dei suoi simili — e questa criminalità è stata di tutta la Terra — risponde col suo diritto di distruggere ciò che ha creato. All’uomo, che non rinsavisce con la guerra ma che sempre più diventa demonio, Dio dà la percossa della fame. Trattandovi da animali bruti che non capiscono che i bisogni brutali. Trattando l’Umanità da ciò che è.

2. Ogni dono perfetto viene da Dio.

Voi, ai quali parlo, direte: “E noi?” È vero. Pei peccati di un popolo periscono anche i giusti di esso. Ma mentre pian­gete per i castighi attuali alzate i cuori, come insegna l’Orazio­ne, fissandoli là ” dove sono le vere gioie ”. Nelle cose spirituali, nella promessa di una vita futura, di un premio per i perseve­ranti, in Dio vostro Padre e vostro Premio.

Ad annullare ogni residuo di dubbio sulla provvidenziale presenza di Dio anche nei fatti che non pare abbiano origine da Dio, e origine buona, perché fanno piangere, ecco le parole dell’apostolo Giacomo: ” Ogni ottima cosa ricevuta, ogni dono per­fetto viene dall’Alto”.

Bisogna saper vedere. Questo è l’essenziale. Vedere per cre­dere. Non vedere per credere all’esistenza di Dio[50], perché per questa è beato chi sa credere anche senza vedere, e il suo atto continuo di fede gli darà grande gloria in Cielo. Ma vedere oltre la materialità del fatto le soprannaturali giustizie che in esso fatto si celano. Quando uno sa vedere così, ecco che, per una meta­morfosi del fatto materiale, esso si muta in fatto soprannaturale e benefico, si nobilita in moneta di acquisto e merito immortali.

Osservate la crisalide chiusa nel bozzolo: un brutto animale che si schiaccia volentieri per quanto suscita di ribrezzo. Ma se la crisalide riesce a sfuggire alla distruzione dell’uomo, del gelo, degli uccelli, delle piogge, e a stare, attaccata col suo bozzolo là dove la previdente cura di chi l’ha deposta l’ha messa, ecco che allora, all’ora stabilita da leggi immutabili e sapienti, il bozzolo si apre e l’uomo stupito vede che il bruco inerte, schifoso, si è mutato in agile e bella farfalla.

Lo stesso fa Dio nei suoi fedeli e a favore dei suoi fedeli. Prende i brutti, crudeli, respingenti fatti umani, voluti dall’egoi­smo, dall’odio, dalle avidità della maggior parte degli uomini, e che percuotono come grandine, e che feriscono come flagelli la parte migliore insieme a quella che merita di torturarsi fra sé stessa perché ha perduto la fratellanza umana e si è mutata in una sterminata torma di fiere e di demoni, e — sol che i fedeli di Dio sappiano stare dove la previdente cura di Dio li ha messi: nel raggio della Sua Luce — li metamorfosa in ottime cose, in doni perfetti. Cosicché si vede che da una comune sventura nasce una selezione, e i figli della Luce più luminosi ed eletti si fanno, perché sanno vedere. Mentre i figli delle tenebre sem­pre più tenebrosi e reprobi si fanno, perché neppure la consta­tazione del tanto male fatto col loro malvagio volere, li fa pen­titi, pensosi almeno, mettendoli al principio della via che ricon­duce a Dio.

Perciò, buoni figli del mio Signore, sappiate vedere. Soprannaturalmente vedere. Vedere che dalle torture mondiali di cui soffrite, e che sono opera d’uomini, potete ottenere un aumento di meriti e di gloria. Vedere perciò, al di là della mano artiglia­ta del Male e dei malvagi che vi adunghia e tormenta, la Mano Ss. del Padre che vi presenta il mezzo di avere un grande, eterno dono per la vostra pazienza, la vostra fede, la vostra accetta­zione di ciò che non si può respingere, come se tutto venisse da Dio.

Ecco perciò che sapientemente può dirsi che ogni ottima co­sa, ogni dono perfetto viene dall’Alto, mentre le cose malvagie e senza perfezione salgono dal Basso e affiorano, come spore malefiche, e vengono raccolte da coloro che del Bassissimo sono servi, e sparse, pioggia di tormento, su tutta l’Umanità.

” Ogni dono perfetto viene dall’alto e scende dal Padre dei lumi “.

Vedete quanta sicurezza viene da questa frase: ” Scende dal Padre dei lumi “. Se dei lumi è Padre può mai essere come uno che brancola nelle tenebre e sceglie a caso ciò che nelle tenebre gli cade sotto mano, ma del quale ignora la natura e gli effetti? No. Non può essere tale. E allora state fidenti, o cari figli di questo Padre dei lumi, state fidenti. Egli sa cosa, quando, come, darvi i doni perfetti per farvi perfetti. Non respingeteli, non usateli male, non corrompeteli. Accettateli. Con umiltà. Con tan­ta più umiltà quanto più sono doni straordinari; e questo lo dico per voi, care voci. Con tanto amore alla verità senza aggiungere o levare uno iota di ciò che Dio vi confida, senza velare una parte o mettere un fronzolo per false vergogne o false paure.

Siate come Dio vi fa. Vi credono? Beati quelli che sanno vedere Dio nello strumento. Non vi credono? Pregate per loro. Vi scherniscono? Tentano indurvi a sconfessare ciò che siete? Siate dolci nel reagire col perdono all’offesa, ma incrollabili, tenaci come monte di granito nella vostra certezza. Solo Dio ha il diritto di non farvi più essere ciò che siete. E voi non ve ne dovete lamentare se, dopo avervi usato, vi lascia in disparte sulla Terra per suscitare altri. Credetemi, o voci: se voi siete ubbidienti tanto alla chiamata che all’ordine di riposo in uguale maniera, anche la vostra voce avesse avuto a trasmettere una sola parola, il vostro merito in Cielo sarebbe grande per la vo­stra ubbidienza nel fare e nel riposare dopo aver fatto.

3. Dio è immutabile.

Giacomo lo dice: ” dal Padre dei lumi nel quale non vi è variazione, né ombra di mutamento”.

Sentite come è stabile Dio, di suo, nei suoi decreti? Solo la, creatura è instabile, e perciò talora sfugge dal volere stabile di Dio, facendosi di suo la sua triste sorte. Ma Dio non varia e non muta. E se vi ha amati tanto da attirarvi a Sé per darvi una missione fra gli uomini non può, dopo, abbandonarvi e mutare decreto.

Il Ss. Signor Nostro Gesù non ha mutato, essendo uguale al Padre, il suo cuore verso gli apostoli. Senza ignorare chi era Giuda, il mutevole per eccellenza, Gesù non mutò mai. Fino al­l’ultime ore trattò Giuda da apostolo e amico. Nella Cena lo pu­rificò come gli altri, gli si comunicò come agli altri, e nel Getsemani lo salutò ancora: ” Amico “. E se, per un supposto, Giuda in luogo di impiccarsi, fosse corso ai piedi della Croce, il Morente avrebbe raccolto le forze per dirgli ancora: ” Amico, a che sei venuto? Per avere perdono? Eccotelo, e completo. Va’ non più peccare. Amami e fammi amare”. E avrebbe detto alla Madre: ” Donna, ecco i tuoi figli! “, accumunando l’innocen­te al deicida pentito; né la Donna Ss., la Creatura più grande dopo Dio, lo avrebbe respinto perché Ella è la Santa, seconda soltanto a Dio in perfezione. Il pianto di Giuda ai piedi della Croce avrebbe dato al mondo la preghiera superperfetta di Gesù al Padre in favore del peccatore. Ma il Mondo non meritava di avere l’esatta misura di ciò che è l’amore misericordioso. E questa preghiera non fu pronunciata…

Ma Gesù, Dio come il Padre, non ha mai mutato il suo Cuo­re e il suo Pensiero verso i suoi eletti. Non Lui, ma Giuda mutò cuore e pensiero, e liberamente si dannò. ” Egli “‘ dice Giacomo ” di sua volontà ci ha generati colla parola di verità affinché noi siamo quali primizie delle sue creature “,

4. Virtù dei consacrati.

Ecco: questo va detto per tutti i veri fedeli di Dio, specia­lissimamente va detto agli eletti fra il gregge eletto. Ma le pri­mizie, per essere tali, ossia di gran pregio, devono essere senza tare. Rispondere con la buona volontà alla Volontà di Dio, ossia essere: “pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira”.

Anima che io ho affidata, ecco ora un grande consiglio che il mio Signore mi dà da portarti. Accoglilo perché viene dalla Luce ed è tutto luce, viene dalla Sapienza ed è tutto sapiente, viene dalla Giustizia ed è tutto giustizia. Accoglilo come hai ac­colto i precedenti, con la stessa docilità con cui un fiocco di nuvola si fa condurre dal vento. Dio è il tuo vento e ti conduce, su vie utili e giuste. Non uno dei suoi atti verso di te che non sia di benevolenza infinita. II mio Signore ti fa dire dal tuo “buon compagno”, da me, Azaria: ” Sii lenta a parlare”.

Fino ad ora tu hai parlato, rispondendo con sincerità anche a quelle che erano semplici curiosità. Ora basta. Ricordati che non hai di fronte intenzioni rette, carità vere. Con molta umani­tà, e non sempre con buona umanità, ti interrogano. Perché? Per aiutarti? No. Per curiosità sola, i migliori; per desiderio di trovarti in fallo, gli altri. Anche Gesù veniva interrogato da fa­risei, scribi e sadducei per queste due cose: curiosità o mala­nimo, oziosaggine di discorsi inutili o speranza di coglierlo in colpa.

Quali siano i tuoi testimoni te l’ho detto quando il mio e tuo Signore mi ha comandato di dirtelo. Ogni altro vedilo e trattalo come un forestiero da non ammettere nei domini del Re perché è dubbio, per Io meno dubbio il suo spirito, lo spirito con cui cerca entrare indagatore ” nell’orto chiuso “. Sii lenta, lentissima, avara, avarissima di parole con tutti, meno che con i tuoi testimoni. Tu vedi che gli altri non mutano atteggiamen­to. Pare risalgano la china verso la Luce, poi, pesanti di troppe teorie e non alleggeriti dall’aura spirituale che potrebbe contro­bilanciare il peso delle teorie, ricadono al punto di prima. E talora travisano i discorsi, o volutamente o per incapacità di in­tendere, e tentano, contro prudenza e contro carità.

Hai socchiusa la porta per comando di Dio, acciò non aves­sero a loro scusa il non sapere. Ora, per comando di Dio, chiu­dila. Chiuditi in te, col tuo grande Tesoro, e col tuo minore tesoro: Dio e l’Opera, avendo una grande carità di preghiere e di perdono per coloro che non l’hanno per te, e lo dimostrano in molti modi; ma anche avendo una doverosa prudenza perché quando tutto si è detto per convincere, e gli altri non si voglio­no convincere, è inutile fare parole oziose su cose che oziose non sono. Imita il Ss. Signore Gesù il quale, dopo aver parlato per tre anni instancabilmente, davanti a coloro che nessuna pa­rola, atto, esempio, avevano mutati in suo favore ed erano adu­nati per condannarlo, oppose il silenzio. Tu e loro parlate ormai due lingue diverse. E posto che da una parte manca la carità, quella parte non ha lume per comprenderti.

È venuto così il tempo dei ” grandi silenzi ” che la beatissima Teresa del B. G. ti aveva profetati nel tuo esilio fra i monti nell’estate 1944[51]. Sprofonda in essi. Immedesimati sempre più a Dio separandoti sempre più dagli uomini. Dio ti sia nuova­mente il tuo unico Direttore e Confidente[52], come nel tempo in cui Gesù Signor Nostro ti preparava ad essere ” voce “. Di volta in volta ti indicherà la condotta da tenere. Perché se è vero che gli uomini si credono molto lecito, è anche vero che Dio oppone il suo ” basta ” quando viene offesa la carità.

Mostra per una volta tanto queste parole e poi silenzio. Si­lenzio di inutili risposte e inutili domande, e silenzio di inutili riferimenti a chi non può mutare le cose, o non le vuole mutare.

5. L’ira non fa adempiere la Giustizia di Dio.

Ed ora riprendiamo l’epistola. ” Lento all’ira perché Tira dell’uomo non fa adempiere la giustizia di Dio “.

Anche per questo è bene che tu taccia. Vi sono creature che non si ricordano di avere di fronte altre creature e, capovolgen­do il comando, fanno agli altri ciò che non vorrebbero fatto a loro, e pretendono dagli altri ciò che loro, per molto meno, non sanno fare. Perciò silenzio, silenzio, silenzio. Non dire. E se in­terrogata e stuzzicata, in modo da dare turbamento a ciò che muore con l’uomo e turba lo spirito, dà la breve risposta: ” In nome del Signore la prego di astenersi di chiedere ciò che non è necessario che io dica “. Rispetta il comando di giustizia di Dio, il comando di silenzio, onde non peccare di risentimento e non ammettere forestieri nei domini del Re.

In tal modo, anima mia, ti libererai anche dalla polvere che solleva il vento del risentimento, dal fango che il conoscere a fondo la psiche umana risolleva alla superficie dei cuori: laghi di umanità, impedendo che vi si rifletta limpido il Cielo; dimen­ticherai sempre più la malizia, segno del veleno satanico rima­sto nel sangue dell’uomo a farlo astioso e incredulo; di tutto ti libererai e ” con mansuetudine ” abbraccerai il tuo grande te­soro: Dio e la sua Parola, ” la parola deposta in te, la quale può salvare la tua anima “. Salvare, sì. E per l’insegnamento che è in ogni parola, e per la pace che ti comunica.

È detto: ” Cristo risuscitato da morte non muore più. Sopra di Lui non regna più la morte “.

Ma anche per i piccoli ” Cristi ” ciò è dopo la prova. Ora sei nel sepolcro[53]. Nel sepolcro è solitudine e silenzio. Nel se­polcro non entrano che coloro che sono i testimoni del sacri­ficio e della consecutiva gloria. A quelli puoi narrare ” quante cose ha fatto il Signore per l’anima tua “. Per gli altri, silenzio.

6. Lo Spirito di Verità convincerà di peccato.

6” Quando poi verrà il Consolatore convincerà il mondo ri­guardo al peccato, alla giustizia, al giudizio “.

Nel caso tuo, sebbene in misura proporzionata alla creatura rispetto al Ss. Salvatore, come per Gesù Signore nostro, il Con­solatore mostrerà a coloro che ti respingono e non hanno pietà dello strumento e perciò si elevano a giudici contro Dio che lo ha scelto, mostrerà il loro peccato, il loro errore di ostinatezza e sordità, lo spregio fatto alla Parola che una volta di più ha parlato per fine di amore, e l’anticarità avuta per una sorella; mostrerà la giustizia del suo operato in te e attraverso a te, e di ogni ordine che ti ha dato; mostrerà il suo giudizio, inappellabile, riguardo alla piccola ” voce ” che il mondo, che i grandi del mondo, del tuo piccolo mondo di cristiana non hanno voluto ac­cogliere. Perché una volta di più gli uomini respingono la Luce la quale si manifesta quando e dove vuole, coi mezzi più umili, coi fini più santi, per controbilanciare le tenebre di una falsa sapienza che sa molto di umano, ma non sa più che ben poco della Sapienza vera, di quella che ha parlato sempre agli umili per elevarli sopra i potenti, ed è fluita dalle labbra dei semplici più che dei dotti, perché lo Spirito del Signore non cerca cat­tedre preparate pomposamente, ma cuori ardenti di amore dai quali irraggiare i suoi ammaestramenti.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo! Alleluia!».

15. Maria e il Vangelo sono segni della vera religione[54].

1. Incoraggiata da Maria.

La spiegazione di Azaria, che certo verrà, è preceduta in questa do­menica dal sorriso della Vergine Immacolata, perché appare in tale veste bianca come nelle apparizioni di Lourdes e Fatima ma senza fascia azzurra o cordone dorato: un semplice cordone bianco come la veste glie la tiene raccolta alla cintura e il dolce oro dei capelli appare perché non ha né velo, né manto. È la Soave bianco-vestita come lo era sovente nelle estati a Nazareth. Solo che ora la sua veste è splendida più di tutte le stoffe terrene e pare di un lino veramente ultraterreno. È da ieri sera che mi conforta e sorride e nei miei dolori che mi impediscono ogni son­no, che sarebbe evasione per qualche ora dai troppi crucci che mi oppri­mono, la ritrovo sempre presente ad ogni uscire dal dormiveglia inter­rotto che è l’unico riposo della carne stanca, sfinita, e che non può vera­mente riposare in un vero sonno. Il suo candore, l’emanazione candida del suo Corpo glorificato e l’inesprimibile espressione del suo Volto rag­giano come stella nella stanza buia e nel mio cuore afflitto. Passa così la notte e la Madre soave è ancora qui al mattino, e poi nelle ore che procedono nel giorno. Sola con Lei, la venero con le mute parole dello spirito e non chiedo nulla perché so che sa tutto, perché so che è qui per consolarmi e non è necessario che io glie lo chieda perché la Madre precorre ogni richiesta di quelli che sa suoi figli… In questi pensieri passo le ore. Molti diranno: «Io avrei chiesto questo e questo». Io, se un latente chiedere è in me, posso avere soltanto questo: «Fa’ Tu ciò che sai meglio». Io non chiedo, per me, nulla di nulla. Dio sa quale è il me­glio, Maria sa quale è il meglio. Perciò io dico: «Fate Voi per il meglio…» ed è la pace assoluta. Una pace che galleggia al di sopra di tutto quanto gli uomini scatenano con le loro cattiverie, egoismi, viltà, menzogne e si­mili brutte cose, soffiando queste brutte cose sul piccolo mare del mio spirito che di suo è placido perché riflette il Cielo. Penso: quale castigo avranno quelli che turbano gli spiriti dedicati tutti al servizio del Signore?

E la Madre Purissima mi risponde:

 

«Quello che Gesù ti ha spiegato in molti dettati. E che, nel tuo caso, hai già notato verificarsi più volte. Perché è inutile dare altri nomi a ciò che avviene a questo o a quello che hanno mancato alla loro missione presso di te o ti hanno dato dolore e turbamento. Il nome è quello che sai.

Figlia mia, ti ricordi quell’ora di mesta pace nella quale ti apparii in veste di Servita e ti attrassi a Me, sotto al manto nero, a proteggerti mentre piangevo guardando verso settentrione? Ora ti spiego il significato di quella profetica visione.

Mio Figlio — e non posso per ora spiegartene le ragioni — ti aveva messa sotto la tutela dei Servi di Maria perché sola non puoi stare, figlia mia, col tuo grande Tesoro. Anche a Me l’Eterno aveva dato la tutela di uno sposo, inutile per il generare, necessario per tutelare, quando stava per scendere in Me il Tesoro del Cielo e del Mondo. Ben avrebbe potuto compiersi la mia Divina Maternità anche senza Giuseppe. Ma, e per lo scandalo di una non sposata generante un figlio, e per il segnale che questa maternità in una innocente avrebbe dato a quell’in­stancabile scrutatore di anime che è Satana, ed infine per la necessità che un pargolo ha di un padre a protettore, la Sapienza Ss. mi impose lo sposo. Tutte le ragioni suddette mi si illuminarono dal momento in cui lo Spirito Santo mi si infuse facendomi Madre. Allora compresi la giustizia del mio matrimonio che fino allora avevo accettato per ubbi­dienza.

Ebbene, figlia mia, anche a te Gesù aveva data una tutela. Quella tutela. Non indagare perché fu quella e non altra. Tanto varrebbe voler indagare perché il dodicesimo apostolo fu Giuda di Keriot e non, ad esempio, uno dei santi ed umili pastori. Ebbene Io ti ho accolta sotto il manto nero di Servita, Io che in quella veste piangevo perché vedevo — e puoi capire dove guardassi — perché vedevo che troppo si contravveniva ai decreti del mio Gesù sull’Opera, sullo strumento, e sul modo di trat­tare quella e questo. Perché tu non sentissi troppo vuoto là dove per un Suo speciale e sempre adorabile motivo il mio Gesù ti aveva messa. Io, a farti sentire tutta la protezione della Regina dell’Ordine e dei figli di quest’Ordine che, per una vita perfetta, sono meco in Cielo, ti ho at­tratta a Me, presso il mio Cuore, protetta dal mio manto mentre pian­gevo per coloro che mancavano al loro compito.

Ma, o figlia mia, tu non ti sconfortare. Abbi presente la Mamma anche in questa contingenza. Come sei simile alla tua Mamma quando fore­stiera in Betlemme e carica della Parola incarnata, invano bussava alle porte chiedendo aiuto, ricovero, pietà! Pietà più per la Parola che parlava che per sé stessa, povera donna pesante di maternità e stanca del lungo cammino…

Il nostro Giovanni la dice la grande verità su queste ripulse, su queste sordità a comprendere, su queste tiepidezze o geli ad accogliere la Parola: ” II Verbo — la Luce — splende nelle tenebre, ma le tenebre non la com­presero. Il Verbo — la vera Luce — era nel mondo, ma il mondo non la conobbe. Venne alla sua casa e i suoi non lo ricevettero “.

E per non ricevere Lui respinsero anche Colei che lo portava e che, agli occhi di Israele, non era che una povera donna alla quale “era im­possibile che Dio si fosse concesso”. Perciò era una truffatrice, una men­zognera che cercava con menzogna protezioni e onori immeritati. È sempre così, figlia diletta. Noi siamo invise, perseguitate, schernite, in­comprese, perché portiamo la Parola che il mondo non vuole accogliere. E noi andiamo stanche, addolorate, di cuore in cuore, chiedendo: «Per pietà, accoglieteci! Pietà di voi. Non già di noi. Perché noi, in questo dono che portiamo, abbiamo, è vero, il nostro peso, la nostra croce di creature, ma anche la nostra pace e gloria di spirito e non chiediamo di più. Ma della Parola, della Parola che vi portiamo perché sia data, perché è Vita, a coloro per cui è stata in noi deposta, noi siamo sollecite e affannate.,.”.

Quanti, in Betlemme, dopo che la gloria del Signore si manifestò con la Risurrezione, e la sua Dottrina si diffondeva nel mondo, non avrebbero voluto aver accolto la Portatrice della Parola in quella gelida notte di Casleu, per potere dire: “Noi l’abbiamo riconosciuta”! Ma ormai era tardi! II momento di Dio viene e passa. Ed i rimpianti tardivi non ripa­rano l’errore. Questo andrebbe ricordato a chi di dovere.

Ma tu non ti affliggere. Agli occhi di Dio sei giustificata così come lo ero io per dare alla luce il Re dei re in una spelonca fetida. Non nostra la colpa del non onorare degnamente il Verbo che si effonde, ma di coloro che ci vietano di onorarlo pubblicamente. L’incenso della nostra amorosa e segreta adorazione è sufficiente a sostituire ogni altro onore che ci si nega di dare al Verbo in noi deposto.

Sorridi, figlia mia, e spera, ricordando che l’Onnipotente può suscitare figli di Abramo anche dalle pietre e non ti lascerà senza conforto e aiuto di guide sacerdotali, suscitando chi di dovere per questo dovere così come ti ha concesso, proprio al giusto momento, il maestro angelico a tuo aumentato conforto…».

E Maria Ss. splende più che mai gloriosa e dolce mentre riceve il saluto angelico di Azaria la cui luminosa presenza par tenue rispetto alla luminosissima Vergine.

E Azaria parla stando inginocchiato con le braccia incrociate sul petto, a capo chino, di fronte a Maria come fosse di fronte ad un altare.

Vangelo segno della vera religione.

2. Generosità e Carità.

Dice Azaria:

«Tu, anima mia, sei uno – di quegli spiriti che il Signore ha redento, dal suo popolo. Perché se il Cristo si è incarnato ed è vissuto, ha evangelizzato, ha patito ed è morto per redi­mere tutta l’Umanità; se, più particolarmente, lo ha fatto per coloro che erano d’Israele, e più ancora per quelli in Israele che avevano accolto il Maestro, non tutti fra questi e fra i di­scendenti di questi, ossia fra i Cattolici, sono ugualmente re­denti, perché non tutti ugualmente rispondono con generosità alla generosità della Grande Vittima Salvatrice. Il nome di cri­stiani cattolici è stato portato ed è portato da milioni e milioni di anime, ma non tutte queste anime sulle quali era scesa la Grazia a rifarli figli di Dio, hanno saputo esser per sempre re­denti, esserlo in eterno, e subito dopo la morte, poiché la ” buona volontà ” fu difettosa più o meno in loro.

Alla generosità va risposto con generosità. Noi, spiriti che vediamo gli uomini dall’alto dei Cieli e che li seguiamo con la luce divina a nostra guida, vediamo i meravigliosi prodigi pro­vocati da questa gara di generosità fra l’anima che si dona a Colui che le si è donato e Dio che ancor più si dona per ricom­pensare il generoso che a Lui si dona. E veramente possiamo dire, a risposta dei perché di molti sulle ascese o discese, in­spiegabili umanamente, delle anime, che il salire o il discendere è congiunto e conseguente al grado di generosità con cui un’ani­ma aderisce al Signore. Cultura, stato nel mondo, non hanno che un peso relativo. Ciò che conta è la generosità. Perché gene­rosità è ancora carità. Perciò chi è più generoso più è caritativo. Più è grande il grado di carità e più è grande l’unione con Dio. E dove Dio è grandemente unito ad uno spirito, questo spirito, prescindendo da altri agenti esterni, si muta da spirito comune a spirito eletto, capace di ciò che di suo non sarebbe capace, perché nell’unione è Dio che agisce con le sue perfezioni e se­condo i suoi fini.

3. L’umiltà sorregge le buone opere.

Quando perciò una creatura si trova rapita a speciali altez­ze umilmente deve cantare, perché sia data la lode a Colui che la merita: ” II Signore ha redento Giacobbe suo servo “.

Guai, guai a coloro che dicono: ” Io sono divenuto così per­ché l’ho voluto. Il merito è mio “. L’uomo non ha altro merito che quello della buona volontà ” che deve essere attiva e umile sino alla morte della creatura. Ma il merito è di Dio che vi dà gli aiuti per mutarvi da uomini a dèi. La superbia del dirvi unici autori della vostra elezione è sufficiente a fare di un eletto un reprobo, perché la superbia è invisa a Dio il quale si ritira coi suoi doni mentre il superbo, in luogo da chinare il capo di­cendo ” ho peccato “, persiste nel voler apparire quale più non è, persiste per orgoglio, cadendo così in menzogna e sacrilegio, e finendo, da ciò che era, a futuro dannato.

Parlo davanti alla Piena di Grazia, alla Senza Macchia d’Ori­gine, a Colei che ha meritato di esser Madre di Dio. Quali glorie più grandi di queste? Quali sicurezze più grandi di glo­ria? Ecco, Ella lo sa. Se, per un supposto, in un momento qualsiasi della sua vita, tutta cosparsa di eventi atti a destare su­perbia in ogni creatura, Ella avesse avuto un moto di superbia, vano le sarebbe stato l’essere senza Macchia, Piena di Grazia e Madre di Dio. Né più né meno di ogni creato, sarebbe deca­duta dalla sua splendida natura. Perché la superbia tutto di­strugge.

Ed è inutile pregare il Signore di dare buone ispirazioni per metterle in pratica, come dice l’Orazione, se per prima cosa non si tiene sgombro il terreno del cuore da ogni pianta di superbia. Dove non è umiltà non possono le buone ispirazioni mutarsi in buone opere, perché le buone opere sono sempre appoggiate su una base di umiltà che le sorregge.

Giacomo apostolo scrive, continuando l’epistola della dome­nica scorsa: ” Mettete in pratica la parola del Signore, non l’ascoltate soltanto ingannando voi stessi “.

Ma come potete metterla in pratica se per prima cosa non abbassate per sempre l’orgoglio dell’io? Ubbidire è umiliare il proprio giudizio ad un altro giudizio che, con l’ubbidirlo, confes­siamo più grande del nostro. Perciò una prima azione di umiltà: il riconoscimento che altri hanno maggior capacità di dirigere e giudicare di essi.

L’orgoglio e l’egoismo, come due corna puntute e sempre rinascenti, tentano di distruggere questa umiltà. Ma l’uomo deve incessantemente farla rinascere se vuole esser capace di mettere in pratica gli insegnamenti di Dio, i suoi comandi o i suoi consigli e ispirazioni.

4.La pratica vera della Parola.

La parola del Signore è una parola che conculca tutto ciò che è basso nell’uomo per far crescere vigoroso tutto ciò che è alto, spiritualmente alto. Ma se resta appena appoggiata sul cuo­re, fatto di granito dall’egoismo o dalla superbia, oppure fatto morto dall’ignavia, non può gettare frutto. Frutto fa quando pe­netra, mette radice, getta fusto, fa chioma, fa fiore, fa frutto, ossia quando è accolta, quando è curata con amore e costanza, quando è aiutata con ogni sforzo a crescere e ornarsi di tutte le virtù che sono il connubio della Parola docente con la volon­tà operante.

Giacomo dice: ” Ingannando voi stessi “.

Quanti si ingannano in tal modo! Credono di essere a posto solo perché vanno ad ascoltare la parola di Dio. Ma ascoltare e non praticare, credersi salvi per essere andati ad ascoltare, è un ingannare sé stessi.

La parola deve essere assimilata, fatta una sola cosa con l’io, così come i succhi del cibo fanno un unico che col sangue nel quale si riversano. Se uno fosse malato di una malattia per la quale cessasse ogni assimilazione di cibo, anche se mangiasse un intero agnello al giorno morirebbe di consunzione. Altrettan­to è di coloro che ascoltano, ascoltano, ascoltano la divina Pa­rola ma poi non ne fanno succo allo spirito loro e si credono nutriti mentre sono semplicemente zavorrati di materiale inerte.

Giacomo dice: ” Colui che così fa, è come chi dopo aver fissato il proprio volto in uno specchio se ne va e lo dimentica “.

Io direi di più. Direi: è come chi si pone davanti ad uno specchio, ma per non voler aprire gli occhi, o per volerlo fare al buio, non vede i particolari di ciò che ha davanti e perciò non può ricordarli.

La Legge santa, divenuta dolcissima nel Vangelo di Cristo, va conosciuta, per ricordarla o praticarla, in pienezza di luce e di volontà. E invano si dice religioso e servo a Dio chi la contravviene per pigrizia, per stoltezza, o per odio alla carità.

Quale è dunque la vera religione, la pratica vera della Parola divenuta Dottrina? Quella che si muta in opere buone. E Gia­como non cita la frequenza alle funzioni, l’ostentazione nei riti, e simili altre cose. Ma si limita a nominare la prudenza e la carità.

Oh! quanti calpestano l’una e l’altra! Quanti fanno piange­re i propri fratelli per non saper frenare la lingua facendo mal­dicenze, o facendo anche lodi fuori tempo e luogo, o non sa­pendo mantenere un segreto la cui divulgazione può mettere una piccola aureola mondana al loro povero capo che va cercando festuche di paglia invece delle fronde vere delle palme celesti, ma che può ledere il diritto di Dio, l’ubbidienza a Dio e la pace ai fratelli!

La prudenza è pure una delle virtù cardinali. Ma chi la pra­tica in modo eroico è molto, troppo raro, e le lacrime che cadono per le imprudenze tanto più colpevoli quando vengono da es­seri che per la loro missione sono preposti ad essere di aiuto, e guida, e freno, e sollievo ai fratelli, sono innumerevoli. E gran­di i danni. Danni non su una cosa umana ma su cose più alte che vengono maneggiate senza prudenza e perciò sciupate di quel velo santo e soave con cui Dio avvolge le sue luci troppo sante per esser gettate nude in pasto ai mortali.

Ricordassero costoro il grande Mosè che aveva tanto ritegno di presentare il riflesso del Divino, che permaneva sul suo volto, da coprirsi di un velo perché non tutto Israele era degno di co­noscere il riflesso di Dio!

5. La pratica della vera carità verso il prossimo.

L’altra delle due manifestazioni della religione pura e im­macolata, secondo Giacomo e secondo tutti i veri giusti, è quel­la della carità verso il prossimo di cui Giacomo cita i due casi più pietosi: gli orfani e le vedove da visitare nella loro tribola­zione acciò non si sentano derelitti e non vengano travolti dal mondo che non conosce la carità.

Ma vedove e orfani non sono soltanto coloro che hanno per­duto uno sposo o i genitori. Vi sono dei lutti, delle solitudini, delle derelizioni ancor più vaste di quelle di un affetto ed una tutela che cessano per una carne ed un cuore. Ci sono le dere­lizioni di quelli che ” voci di Dio ” non si sentono più sostenuti e protetti da chi ne ha il dovere. E questo grida a Dio col grido di chi geme in un deserto e non ha che la Stella nel Cielo per guida dei suoi passi.

Sacerdoti, quale è il vostro ministero se non essere tutto a tutti, e specie a questi, a questi martiri del volere di Dio? Non siete più dunque i discendenti da quei preti, da quei dia­coni, da quei Vescovi e Pontefici che in tempo di persecuzione scendevano nelle carceri, uscendo dalle catacombe, penetravano nelle arene pronti a morire se scoperti nella loro azione d’amore di portare un soccorso fraterno e spirituale ai martiri per il nome di Cristo? I vostri pericoli sono simili a festuche rispetto ai pericoli enormi di quelli. Eppure nulla li tratteneva dall’affrontarli perché il Sacerdozio è milizia, milizia che deve saper combattere a fianco dei laici, a protezione degli strumenti di Dio per essere di detti strumenti gli arcangeli che fugano l’Av­versario nelle sue diverse forme. Pronti a morire nella tranquil­lità di una vita piana, pronti ad uscirne momentaneamente me­nomati, e in che? Nel misero concetto degli umani, ma aureolati del serto fulgido di una giustizia eroica per essere stati i ” pa­dri “, i ” cirenei ” degli strumenti crocifissi.

Perché se anche nessun’altra impurità vi lede, questa, di te­mere il mondo nel suo giudizio, e perciò di essere impuri nel vostro operare presso gli strumenti, è su voi; e immacolati per­ciò dal mondo non siete, poiché pensate coi modi di pensare di questo vostro mondo dove ha valore il rispetto umano e non ha valore il sacrificio per essere fedeli alla giustizia e carità.

Molto si soffre in Cielo, della nostra sofferenza d’amore, vedendo le sofferenze delle anime da Dio elette, e dal mondo schernite, e il Cielo si abbassa su esse, moltiplicando le sue luci per asciugare le loro lacrime e raccogliere i loro gemiti. Ma la carità del Cielo non esclude la carità che i fratelli devono ai fra­telli, perché i fratelli sono ancora carne oltre che spirito.

E se, venuti dal Padre che li ha suscitati per motivi di bontà che solo in Cielo saranno noti, torneranno al Padre carichi delle loro corone di spine, essi, gli strumenti afflitti e tormen­tati, pregheranno ancora per i loro tormentatori; non è però det­to che tutto il Padre perdoni a quelli che li hanno ingiustamente tormentati gravandoli di some inumane, non approvate da Dio.

Spegnete pure le “voci”. Il vostro cielo così sempre più si oscura di stelle. Ma non vi lamentate poi se il vostro leggen­dario non si infiora di fiori. Il fiore, per fiorire, va coltivato, non calpestato sotto pesi di indifferenza, o intristito con durez­ze ingiuste.

Guai a coloro che fanno curvare lo stelo che si tendeva al cielo sotto il peso di questo pensiero: ” Sono forse io un sata­na? ” Strale che appesantisce, che abbassa verso terra l’occhio che fissava sicuro il suo Dio, anime ferite, rese dubitose, stan­che… Povere anime! Ma non esse, sibbene coloro che le avvili­scono saranno chiamati a giustificarsi presso il loro Signore. E tu, anima mia, ricorda questo: ” Quando ogni gioia umana è scomparsa da un lavoro eppure si continua quel lavoro col solo spirito soprannaturale di dare gloria a Dio e aiuti ai fratelli, al­lora è che il lavoro si sovrasantifica e super naturalizza, divenen­do proficuo “.

Questo ricorda. E ciò che ti schiaccia, ti sostenga insieme. Sali, sali, sino all’ultima vetta, col tuo peso santo del Tesoro di Dio. Scrivi, scrivi, fino all’ultima parola, anche se ogni parola ti strappa una lacrima sapendola perla destinata a giacere igno­ta e perciò inutile a tanti che ne hanno invece bisogno. La tua carità, anima vittima, verso Dio che ti parla, verso i fratelli che attendono, sarà sempre attiva anche se la tiepidezza umana non sa scuotersi e rendere attivo il dono di Dio.

Sta’ in pace. Non piangere più. E salutiamo la Benedetta col suo stesso canto che è quello degli umili grandi». E Azaria canta il Magnificat così celestialmente che le mie molte lacrime si arrestano per seguire questa armonia celeste…

16. La preghiera e l’amore dei consacrati[55].

1. Beati quelli che sanno pregare.

Dice Azaria:

«Questa S. Messa è proprio tutta per te, anima mia. Per te in quest’ora, per te per illuminarti il cuore coi raggi della spe­ranza, e della confidente speranza nel Signore tuo Padre, Fra­tello e Sposo.

Guarda. Si apre con le parole del tuo interno pregare: Ascolta, o Signore, la voce della mia preghiera; a te parla il cuore”.

Sì, veramente il tuo cuore parla al Signore Dio tuo e con una parola che non perora per bisogni terreni, per sollievi fisici, per nessuna di quelle perorazioni usuali dell’uomo il quale chie­de all’Altissimo cose molto terrene. Non è un peccato chiederle. Il Ss. Signore Gesù Cristo ha insegnato agli uomini a chiedere il pane quotidiano. Ma, se lo si sapesse meditare, ha messo questa petizione, di una necessità tutta umana, dopo le tre su­blimi petizioni che il Nome Ss. di Dio abbia gli onori ad Esso dovuti, che il Suo Regno venga, che la Sua Volontà sia fatta come in Cielo così in Terra. La preghiera perfetta, perché inse­gnata dal Verbo, come una rondine di luce amorosa, dopo avere spaziato nell’alto scende con un rapido colpo d’ala a supplicare: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”; ma ecco che subito ri­sale dalla necessità animale del cibo alle necessità spirituali del­l’anima, e vola, fatta leggera di nuovo dalla volontà di perdono della creatura ” come noi rimettiamo i loro debiti ai nostri de­bitori “, chiedendo d’esser perdonata e finisce a posarsi, dopo aver fatto un cielo di orazione perfetta, di nuovo ai piedi di Colui che adorando ha chiamato ” Padre ” al principio, chieden­dogli ciò che un Padre amoroso può fare: di difendere i suoi figli dalla tentazione.

Questa orazione, senza lacuna e difetto, insegna all’uomo co­me, perché, per cosa si deve pregare. Ma l’uomo, generalmente, non fa che pregare per il pesante bisogno materiale. E fosse per la necessità del pane! Ma quante, quante stolte, persino offensive, richieste sono causa delle affannose preghiere dell’uomo!

Uno che preghi unicamente per cose di spirito e per la gloria di Dio e il bene dei fratelli è come una stella accesa nel grigiore uniforme della Umanità. Così il Cielo vede questi solitari oranti e la loro supplica squilla con voce d’oro fra la nenia delle stonate, roche, povere richieste del 90/100 delle creature.

Veramente, se per un attimo il Perfetto aderisse alle richie­ste dell’imperfezione, ossia dell’Umanità che è volutamente aman­te dell’imperfezione, si vedrebbero compiersi delle cose che sa­rebbero peccato. — perché poche volte l’uomo si astiene dal pregare per avere assecondati i suoi istinti, per avere satollamenti ai suoi desideri viziosi — o, se al peccato non giunges­sero, sarebbero sempre abbassamento della creatura che, dimen­tica di avere un’anima, solo si occupa e preoccupa di dare gioia al corpo.

Ma beati quelli che sanno pregare per lo spirito e per le cose dello spirito. Più beati quelli che sanno pregare neppure per chiedere cose sante, ma per dire: ” Tu che sai ciò che è ‘ il meglio ‘ per me, dammi il meglio “. Beatissimi quelli che giun­gono a dimenticare sé stessi e di chiedere a Dio di fare per il meglio, ma chiedono soltanto: ” Ti prego perché si compia ciò che è tua gloria e ciò che può essere santificazione dei fratelli “.

Allora l’orante sale alla perfetta orazione, a quella che di­mentica i propri martiri, ma supplica per gli altri. La preghiera di Gesù Ss. sulla Croce, più alta ancora di quella di ubbidienza del Getsemani. Più alta perché perfetta carità: Padre, perdona loro “.

Quando dici: ” Padre, non per me, ma per il bene che tanti fratelli possono averne, ma perché questo bene aumenti la Tua gloria ” allora tu tocchi il perfetto pregare. Quello della crea­tura che aderisce talmente al suo Dio da fondersi in Esso e da avere i suoi stessi desideri: il bene, la santificazione, la gloria degli uomini per dare gloria al Signore. La voce della tua preghiera è questo. Così parla il tuo cuore a Dio e Dio per questo ti ama come figlia diletta.

2. Alzare lo sguardo spirituale a Dio.

” Cercai la tua Faccia e la tua Faccia cercherò ” Ecco! Così! Non imitare mai coloro che, dopo avere cercato la Faccia di Dio nell’ora del bisogno, più non la cercano a grazia ottenuta, e neppure coloro che, non avendo avuto grazia, più non cercano la Faccia di Dio come Egli fosse un nemico inviso ai loro occhi.

No. La vita di un’anima amante deve essere sin dalla Terra ciò che sarà in Cielo: un affissarsi continuo nella Divinità per adorarla, per onorarla, per amarla, per bearsene, per capire le sue Parole di luce, così come noi angeli facciamo. Nella neces­sità? Alzare lo sguardo spirituale a Dio. Nella soddisfazione della grazia ottenuta? Alzare lo sguardo spirituale a Dio. Nella gioia? Alzare lo sguardo spirituale a Dio. Nel dolore? Alzare lo sguardo spirituale a Dio. Nelle solitudini? Alzare lo sguardo spirituale a Dio. Per avere aiuto, per ringraziarlo, per renderlo partecipe del­la gioia vostra, per avere chi compassiona il vostro dolore, per non essere soli.

Oh! gioia di potere tenere allacciato lo sguardo nella Divi­nità! Maria, ciò è la beatitudine del Cielo. Tu vedi. A compiere l’ultimo tocco della straziantissima e completa Passione del Re­dentore, fu permesso che si occultasse al suo spirito la Divinità. E allora il Volonteroso, l’Eroico, il Silenzioso nel dolore gettò il grido del suo completo dolore: ” Padre, perché mi hai Tu ab­bandonato? “.

Oh! se si approfondisse l’immensità di dolore, la compiu­tezza di dolore che quel grido racchiude! Il Cielo ne ha fremuto, la Divinità ha dovuto forzare Sé stessa a resistere, a non avere pietà, perché tutto fosse riparato, tutto compiuto dell’espiazione dell’Umanità che aveva abbandonato Dio seguendo il Tentatore; gli Angeli hanno tremato davanti allo sconosciuto aspetto della Divinità per la prima volta immisericorde ed hanno pianto, me­ditando e comprendendo in pieno quale abisso di peccato aves­se compiuto Lucifero e gli altri ribelli, instaurando il Male e provocando le sofferenze conseguenti, culminate in quelle della Grande Vittima; hanno super adorato il Verbo ubbidientissimo e mitissimo, confrontandolo con tutto ciò che era, è e sarà creato; e persino nel regno delle Tenebre quel grido ha prodotto un fremito e ucciso l’ultimo tenace pensiero di poter essere un giorno perdonati.

No. La Terra si è scardinata, si è lacerato il velo del Tem­pio, si sono aperti i sepolcri al grande grido con cui il Mar­tire rese lo spirito. Ma è stato l’orrore del deicidio compiuto, ma è stato il segno dato agli increduli e odiatori, ma è stato il soprassalto di gioia dei giusti attendenti, che ha fatto scuote­re la Terra, lacerare il Velo, uscire dai sepolcri i giusti. Mentre, oh! mentre il grido della derelizione perfetta ha scosso gli spiri­ti, tutti gli spiriti e li ha stritolati in un’angoscia che mai era stata e mai più sarà. Perché l’abbandono di Dio, il non poter più affissarsi in Dio, è la prova più grande per i viventi, e il ca­stigo più grande dei trapassati. E qui non era soltanto la prova data ad una creatura, non era soltanto l’Uomo che si trovava separato da Dio, ma era il Verbo non più in contatto col Pen­siero, era il Figlio separato dal Padre. Il Figlio Dio, dal perfetto amore, che non sentiva più il perfetto amore del Padre-Dio, e amava desolatamente solo.

Ma tu, anima mia, sei vittima, ma non sei la Gran Vittima. Perciò non t’è data questa desolazione. L’hai conosciuta, per comprenderla; l’hai consumata per sollevare tanti fratelli dalle disperazioni della ferocia umana; l’hai avuta, al tempo giusto. Ora non più. Alza lo sguardo dell’anima. Guarda. Beati… E canta con me l’alleluia. La Divinità ti tiene sotto il suo sguardo d’amore come la chioccia i suoi pulcini. Raccogliti sotto questo fulgore beato… sostiamo dallo scrivere tu, io dal parlare, e adoriamo…

3. Servire con cuore sincero.

Ed ora, uscendo dal Fuoco Ss., tutta rinforzata, purificata, accesa, volonterosa, di’ la parola dell’orazione: ” O dio, fa’ che io abbia una volontà sempre a Te devota, e che serva la Tua Mae­stà con cuore sincero “. Sì. Mai la tua volontà prevalga. Mai co­nosca stanchezze, né si sporchi con compromessi o si menomi con riflessioni volte a giudicare se la Volontà Ss., secondo il giu­dizio umano, ti dia ordini che non ti sembrino i migliori.

Abbi sempre questa fede reale che Dio non fa che cose buone. Fa’. E se anche al momento non comprendi il perché di un or­dine, fa’. E se anche l’ordine ti pare pericoloso, fa’. Servi con cuor sincero. E basta. I buoni servi, devoti, fedeli, non sinda­cano mai gli ordini dei loro signori. Si rimettono al loro giu­dizio che, per i buoni servi, è sempre ottimo. Ora tu servi non già un re, un principe, un qualsiasi signore della Terra, che, per quanto buono, è sempre soggetto ad errare, ma servi il Signore Iddio Onnipotente, Sapiente, Buono. Perciò con la calma di chi si sa comandato da chi non erra, ascolta e fa’ secondo il suo volere. È ordine che ti letifica? Non insuperbirti, ma fa’ e adora, lodandolo, il Signore. È ordine che ti strazia? Non sconfortarti, ma fa’, ed ama, ubbidendolo, il Signore.

4. Riparare con amore ogni collasso dell’amore.

Ascoltiamo ora l’Apostolo Pietro, il grande e buono Simone di Giona che si è formato con costante e penoso lavoro di buo­na volontà per divenire degno del suo Maestro, senza calcoli per il futuro, con l’unico sprone di dar gioia al suo Rabbi e Dio. Ascoltiamo l’uomo che di tutto quanto viveva umanamente in lui ha saputo fare dote per il suo ministero futuro, mutando l’uma­no in spirituale per forza d’amore. E padre di genti è divenuto, pastore, maestro e nauta della Chiesa, ma soprattutto padre, pa­dre di dolcissima e ferma paternità per tutti i figli che il suo Gesù gli aveva affidati con le tre raccomandazioni dopo le tre professioni d’amore: ” Pasci i miei agnelli e pasci le mie peco­relle “. E Pietro, apostolo e pastore, ti parla, agnellina del gregge di Cristo. Ascolta.

” Siate prudenti e vegliate nella preghiera. Ma soprattutto abbiate continuamente tra voi la mutua carità, perché la carità copre la moltitudine dei peccati “.

Aveva ben compresa la lezione del suo Signore, d’adulto israelita! E la trasmette ai suoi figli e fratelli che perfetti non sono, che hanno bisogno di continue assoluzioni per le loro man­canze, e che non sempre hanno pronto l’assolutore. Perché la morte è in agguato in mille modi e ogni momento può suonare l’appello davanti al Giudice eterno. Eccolo allora l’assolutore: l’amore. Ogni peccato, ogni omissione, ogni imperfezione cosa è se non un momentaneo o un pertinace collasso dell’amore nell’uomo?

II peccato mortale, ostinato, impenitente, è il pertinace col­lasso dell’amore, il coma, l’agonia mortale che termina alla mor­te eterna. II peccato veniale è un meno profondo collasso, ma tiene sempre in torpore l’anima. L’imperfezione è ancor meno. Se involontaria, è appena un cedimento di un attimo della vi­gilanza amorosa. Ma un uomo morrebbe asfittico anche se ripe­tesse troppo sovente una sosta nel respirare, e così morrebbe un uomo anche per dei ripetuti, all’infinito, colpi di spillo. Mor­rebbe non dissanguato ma per spossamento da spasimo. E non è diverso per lo spirito. Corroborarlo si deve quando è ferito anche da punture leggere. E l’assolutore che corrobora, che tiene sempre pronti all’appello, in modo da non dover temere, è l’amore.

Riparare con l’amore al più o meno grave collasso di amore avuto. Riconquistare il Dio perduto con l’amore. Amore al pros­simo offerto a Dio per avere Dio ad incenerire col suo Amore le vostre colpe ed a ricoprire con la sua Misericordia verso l’umi­le, che riconosce l’amore e lo ripara col mezzo acconcio, la mi­seria della creatura così facile a macchiare la sua anima.

In questa e nell’altra vita le colpe non meritevoli di danna­zione, si riparano con l’amore. Quando lo spirito ha imparato ad amare in modo da non più offendere l’Amore, allora è beato.

5. Colui che converte è l’amore.

5Non temere la morte improvvisa, non il giudizio di Dio. Non sono cose che fan paura. Ma temi di mancare alla Carità. Le mancanze alla Carità provocano il rigore di Dio. E solo chi deve incontrare quel rigore deve aver paura della morte. Gli altri no. Sia che venga lentamente, o come fulmine veloce, essa non fa male allo spirito continuamente lavato dalla carità.

Tanta dovrebbe essere in voi la carità che persino un sem­plice sguardo dovrebbe esser carezza ai fratelli per tanto che fosse saturo d’amore. E veramente quando Dio è così vivente nello spirito da esser tutt’uno con la creatura, l’occhio umano diviene quella sorgente di pace, di affetto, per cui chi soffre si sente consolato, chi è solo si sente presso un fratello, chi du­bita raggiunge la fede perché, come al tempo dei primi cristiani, colui che converte è l’amore

“Vedete come si amano!?” si dicevano fra loro i pagani. E con questo mezzo semplice e sublime i cristiani facevano prose­liti più numerosi e convinti che se avessero dottamente parlato da mattina a sera, e sostenuto dispute, ed esercitato pressioni.

” Praticate l’ospitalità… senza mormorazioni “. Ecco, Pietro nomina una delle forme materiali di amor di prossimo. Ma per tutte vale lo stesso consiglio. La carità deve essere silenziosa, pudica, comprensiva, prudente. Il Ss. Signore Nostro Gesù lo ha detto: ” Non sappia la vostra sinistra ciò che fa la destra “. E non solo per le elemosine, ma anche per altri soccorsi a più alte sventure, ossia a quelle morali e spirituali, la carità deve saper fare e tacere per essere pura da ogni scoria, perché anche il semplice stupore, l’intimo pensiero: ” Che cosa è mai questa del fratello? ” è, sebbene lievemente, lesione alla carità. Non giudicate, mai, neppure nel vostro cuore, perché anche nel cuore vostro scende l’Occhio divino e legge. Non gonfiatevi di super­bia dicendo: ” Io sono più santo perché non ho queste cose che menomano il fratello”. Non più santi. Più fortunati. Più pro­tetti. E perché? Solo per i vostri meriti? Non sarebbe un grande merito pensare invece umilmente che Dio vi risparmia perché siete i più imperfetti di tutti, ed Egli non vuole la vostra rovina?

Ed ora, proprio per le voci, ecco la parola di Pietro: ” Cia­scuno secondo il dono ricevuto lo metta al servizio di tutti gli altri come buoni dispensatori della multiforme grazia di Dio”.

Voi, voci, avete avuto il dono di ricevere le parole Ss. per passarle ai fratelli. Orbene, fatelo con gioia, umiltà, solerzia, ge­nerosità.

Voi, direttori delle voci, avete avuto il dono di dirigere que­sti strumenti. Fatelo con gioia, solerzia, carità, pazienza ed eroi­smo. Non sedete dicendo: ‘” II Signore farà “. È detto di non tentare il Signore, e di non essere servi inutili. Voi, stando inerti ad attendere che il Signore faccia, fareste tentazione a Dio e sareste servi inutili, senza più sapore nel vostro sale, non buoni neppure più per conservare ciò che Dio vi ha affidato e che va sempre tutelato perché Dio parla allo spirito delle ” voci “, ma le voci non sono solo spirito, sono anche carne e intelletto. Vegliate e sorvegliate perché carne e intelletto non vengano se­dotti dal Nemico che li sorveglia per tentarli, vincerli, farli de­cadere. Non conducete a superbia le ” voci ” con l’esaltarle. Non conducete a stanchezze le ” voci ” col lasciarle senza aiuto. Non conducete a decadere le ” voci ” col lasciarle sole. Non mancate di carità alle ” voci “. La loro croce è di piombo pesante, e tutto serve a farla più pesante. Se non avessero l’amore non la potreb­bero portare. Volete voi aggravarla coi macigni dell’indifferen­za, incomprensione, pigrizia, ed eccesso di attesa di aiuti soprannaturali? Dio vi ha fatti pastori anche dì questi. Dio vi ha fatto fratelli anche di questi.

Sentite Pietro? Allora era il tempo in cui le ” voci “, per de­creto giusto di Dio e per ardenza dei primi cristiani che vera­mente amavano con eroismo, passeggiavano. Ecco Pietro che dice: ” Se uno parla, parli come chi espone gli oracoli di Dio; se uno esercita un ministero lo faccia per virtù comunicata da Dio affinché in tutto sia glorificato Dio per Gesù Cristo di cui è la gloria e l’impero nei secoli dei secoli “.

Le voci non possono appropriarsi delle parole che ricevono. Sarebbe sacrilego furto. I sacerdoti direttori delle voci, e di ogni altra anima, non possono, per nessuna ragione, rifiutarsi o fare stancamente il ministero. Perché sarebbe sprezzare la virtù comunicata da Dio ai suoi ministri. E sia chi si abusasse, come chi lasciasse inerte il proprio dono, farebbe peccato agli occhi di Dio.

Lo scopo di ognuno che voglia essere giusto è di dare gloria al Signore. E al Signore datela, perché tutto ciò che voi siete, nelle vie del Bene, è perché Egli vi dà di che esserlo.

E tu, anima mia, riposa nella promessa di Gesù Signor No­stro Ss.: ” Non vi lascerò orfani. Vado, ma ritornerò e il vostro cuore gioirà”. Riposa nella preghiera del Cristo: ” Padre… venen­do a Te non chiedo che Tu li levi dal mondo, ma che Tu li salvi dal male “. Il Consolatore sta per venire, Maria. Viene prece­duto dalla preghiera e dalla promessa di Gesù Ss. Viene! Alle­luia! Alleluia! Alleluia!».

E dopo aver adorato e lodato il suo Signore, S. Azaria mi dice: «Di’ a Mariano di comprendere soprannaturalmente le parole». Non di più…

17. Epifania dell’Amore[56].

Epifania di Dio Padre.

1. Importanza del grado d’amore raggiunto dell’anima.

Dice Azaria:

«Gloria al Divino Paraclito! Gloria! Alleluia! Celebriamo in­sieme le sue lodi in questa sua Epifania d’amore. E consideria­mola nella sua preparazione, nella sua forma, nei suoi effetti.

Generalmente la limitatezza umana considera una sola Epi­fania dell'[…]e una sola di Dio: quella del Cristo. Veramente l’uomo non sa vedere, riflettere, comprendere. Se l’uomo sapesse amare, l’uomo vedrebbe, rifletterebbe, comprenderebbe. La pro­porzione del vedere, comprendere, riflettere, è data dal grado di amore raggiunto dall’anima.

Più l’uomo si dona e abbandona all’amore per esserne avvi­luppato, bruciato, distrutto per essere costrutto con nuova for­ma, arso per ardere, ed onorare con l’ardere, e santificare por­tando fra gli uomini l’ardore dell’immensa fornace dove la creatura si trasforma in serafino perché entrave amente in Dio, nel Tabernacolo ardente che è Dio — l’Operatore dal quale tutto vie­ne, l’Instancabile che tutto opera, il Perfetto, il Compiuto, il San­to, la Potenza, la Sapienza, la Luce, il Pensiero, la Parola, l’Amore, la Vita, la Grazia, il Confermatore della Grazia — e più l’uomo è atto a vedere, riflettere e comprendere, perché possiede la sag­gezza. L’amore è saggezza. La saggezza è fonte di virtù. Non è mai disgiunto l’amore, ossia la saggezza, dalla santità. Anzi sem­pre è istigatore di perfezione perché spinge l’uomo ad opere fe­conde. E le opere feconde, costruttive, sono sempre opere d’amo­re. Come gradini di un’aurea scala tali opere lo elevano sempre più verso il Cielo. Come penne che si fortificano nel volo, e ogni opera d’amore è volo verso il Cielo, tali opere si fanno sempre più vaste, più sante, più gioiose della stessa gioia che gode Dio nell’operare.

2. L’uomo vivente nella Trinità

L’uomo, compenetrato  dall’Amore, si   appropria, dirò  così, dei sentimenti dell’Amore e, con l’Amore Trino ed Uno, ricrea sé stesso, redime gli altri oltre sé stesso, gioisce di creare e di redimere; e pur essendo attivo oltre misura nel suo operare nelle due forme della carità: adorazione a Dio e amore al prossimo, acquista, per l’estasi dolce, continua, e continuamente percipiente, le luci sapienziali di Dio in cui è immerso, una maestà pro­fonda, equilibrata, pacata, solenne, che è il tralucere dell’unione sovrumana col Divino.

In una parola: essendo l’uomo amante, vivente col suo spi­rito nella Ss. Trinità, prende del Luogo dove abita i modi e gli affetti e perciò amore attivo, contemplativo, gaudioso, e perciò Luce e Sapienza, facoltà di vedere, riflettere, comprendere.

Ora, per quello che ti dico, per la Luce che ti porto, per l’ardore che ti alimento, io voglio che con me tu ti affissi alle conoscenze superiori, a quelle che l’uomo comunemente non contempla, e che tu veda quale è Dio, il Multiforme e l’Uguale, Colui che si completa in Sé stesso, ma non si supera per pre­valere di Una su un’altra delle sue parti, perché prevalenza, e spirito di prevalenza, è già egoismo, e Dio non conosce egoismo, perché in Dio è Ubbidienza nel Figlio, Aderenza nello Spirito a splendere presso la Potenza del Padre, ma non mai spirito di sopraffazione di Uno, volta a svalutare le azioni degli Altri Due.

Vedere Dio vuol dire notarne le azioni, anche quelle che i pesanti non notano. E vedere vuol dire notare che alle Epifanie di Cristo, che il Ss. Signore Gesù ti ha già spiegate, corrispon­dono le precedenti Epifanie del Padre e quelle, anche susseguen­ti, dello Spirito.

3. Epifania di Dio Padre.

Il Padre si manifesta la prima volta nella Creazione. Immensa Epifania della Potenza che ha, dal nulla, fatto tutto, per­ché il Tutto può fare dal nulla le cose, mentre il nulla, il non es­sere, non può da sé formarsi né formare.

Risposta ai superbi negatori di Dio è ciò che i loro occhi vedono, innegabilmente vedono, e l’impotenza, che la loro su­perbia non può che costatare, del loro non poter creare dal nul­la un filo, un solo filo d’erba. Non è creare ciò che essi fanno di strumenti, o farmaci, o incroci nuovi di metalli, di piante, di animali. Quello è lavorare su materie già esistenti. Creare è quando dal nulla si ottiene questo tutto che vi circonda, questo firmamento coi suoi pianeti, questi mari con le loro acque, que­sta terra con le piante e gli animali che l’abitano, questi uomini sorti dalla polvere prima, da Dio trasformata in uomo, questo creato uomo che viene non solo vivificato di vita limitata, ma di vita eterna con lo spirito, non solo munito d’istinto ma di intelletto. Questo è creare. E il Creatore si è manifestato nel creare. La prima Epifania di Dio posta come un raggiante sole al principio dei tempi per non offuscarsi più, mai più.

Quale l’organismo che duri, una volta formato, in eterno? Quale la cosa che non conosca dispersione, offuscamento, disgre­gazione, dimenticanza, morte? Gli astri, anche il sommo sole, un momento verrà che non saranno più. I continenti più non sono quali erano quando la Terra fu creata da Dio. Le dinastie periscono. Dei grandi che furono, molte volte è ignorato il nome perché i secoli l’hanno ricoperto della polvere obliosa del tem­po. Ma l’Epifania del Creatore e Padre è e sarà. Perché coi risorti dell’Ultimo Giorno resterà di questa Epifania la parte superperfetta della perfetta: ossia i Viventi, gli Uomini, gli eterni.

Resti sbalordita, anima mia? Non ti pare proprio dire superperfetti i dannati? Essi saranno la perfezione del Male e te­stimonieranno laggiù, nel regno del Ribelle che non volle pie­gare il suo spirito in adorazione del Perfettissimo, e dio volle essere al posto di Dio, ciò che può Colui che egli volle trattare da suo pari; ciò che può come Creatore, ciò che può come Giu­dice: fare dal nulla degli esseri non solo vitali ma eterni, non solo animali ma dotati di spirito e giudicarli con tutto il loro essere, dando a tutto ciò che fu ribelle ciò che ha meritato, man­tenendoli viventi nei secoli dei secoli mentre tutto quanto è stato creato conoscerà morte, e segregandoli nel regno da loro liberamente eletto per loro regno.

Come tu vedi, la Ia epifania del Creatore e Padre resterà, anche oltre il Tempo, nei due Regni che non. conosceranno fine: li Paradiso, l’Inferno, a ricordare sempre, e ad ognuno, a se­conda della sua condizione, che Dio è, e che si è manifestato per tale sin dal primo giorno creativo. Ricordo luminoso e beato per i cittadini dei Cieli. Ricordo di punizione per quelli dell’Infer­no. Ma per ambi incancellabile, anche dopo che tutto sarà can­cellato, fuorché i due regni.

Alla manifestazione creativa fanno seguito le altre manifestazioni della Prima Persona, ai patriarchi, dei primi giorni sino alla, seconda in potenza, manifestazione del Sinai, e alla terza, completa, perché presenti in essa le Tre Persone, del Gior­dano, e l’altra ancora, per scuotere Gentili e Giudei, migliori i primi dei secondi, onde, per l’ormai imminente Passione del Salvatore, avessero l’animo preparato dalla fede in Lui a bene­ficiare dei suoi meriti.

Epifania dell’Amore.

4. Lo Spirito del Signore riempie tutto il mondo.

E alle Epifanie del Padre ecco unite quelle dell’Amore, dell’Amore presente sempre in tutte le azioni del Padre, e perciò manifestatesi con Esso e con la Parola del ” Fiat “sino dalla Ia Epifania della Ia Persona, perché, come dice l’Introito: ” Lo Spirito del Signore riempie tutto il mondo “, ma particolarmente manifestandosi nelle lezioni sapienziali e nelle operazioni redentive.

Oh! sublime manifestazione dell’Amore, nella casa verginale di Maria! L’Amore che si manifesta in tutto il suo amore, ri­versandosi sull’Amorosa per generare il Salvatore! Riempiendo ogni cosa sa quello che vi dice ” professa l’Introito. Riempiendo il cuore della Vergine sapeva quello che faceva: faceva che la Vergine concepisse l’Uomo onde si compissero le promesse e l’uomo tornasse amico e figlio di Dio attraverso a successive operazioni d’amore.

Guarda! Medita! Colui che aveva presieduto a tutte le azioni del Creatore, e perciò anche al Pensiero di creare l’Immacolata, futura Madre del Redentore, ecco che ora scende a disposarla, trovandola più bella dello stesso Paradiso perché bella di giusti­zia per volontà propria, oltre che per volontà del Signore del Paradiso.

Quale più dolce Epifania dell’Amore Divino di questa? E per questa dolce Epifania ecco formarsi nel seno della Vergine la Carne del Verbo Ss. e avervi inizio il Cuore del Cristo, quel Cuore che non ebbe e non avrà del suo primo palpito un sol moto che non sia ubbidienza e amore e che vi si propone a modello per giungere alla gloria del Cielo.

Ma a quell’Epifania del marzo gallico, all’altra delle rive giordaniche, ecco unirsi la luminosa, coronante Epifania Pen­tecostale, la promessa epifania che il Cristo aveva detta ai suoi Apostoli per consolarli nella sera pasquale e nel mattino dell’A­scensione. Eccola compiersi, preceduta da una preparazione di ubbidienza e di preghiera, per fare dei poveri apostoli grandi Apostoli, ” a battezzarli col fuoco”, come Gesù aveva loro pre­detto perché fossero mondati dalle loro pesantezze, e, più spiriti che carne, nel Fuoco sapessero tuffarsi e spargerlo per ogni dove, incendiando di Esso tutto il mondo. Ben sapeva lo Spi­rito ciò che operava in quel momento. Operava la trasforma­zione dei cuori. E da cuori di uomini ne faceva ” voci ” di Dio.

Ecco. Lo Spirito compie queste operazioni. Prende il nulla che sa amare, che è ubbidiente, che è fedele, che parla a Dio nella confidente orazione, e lo investe di Sé, lo trasforma, lo fa strumento di Dio.

” Opererai novella creazione.  ” è detto. Sì. Opera la ricrea­zione dell’uomo in strumento, perché poi la buona volontà del­lo strumento, congiunta all’Amore, supererei il santo.

E osserva: la Prima Persona sorse e comandò: “Sia la Luce. La Terza dice: ” Sia l’Amore “. La Prima comandò: ” Sia l’uomo ” e la Terza: ” Sia il santo ‘”. La Prima gridò a Lucifero: “Sii maledetto”. La Terza mette in fuga l’Odio col fulgore dell’Amore.

5. Per meritare l’Amore.

Sorge il Signore e disperde i nemici suoi e dei suoi figli, e fuggono dal suo cospetto e dalle vicinanze dei suoi figli coloro che odiano l’Amore.

Io ti ho detto prima che Maria era bella e amata perché bella di giustizia per volontà propria oltre che per volontà di Dio, e per questo meritò il divino connubio. E ancor ti ho detto che gli apostoli meritarono il Crisma Pentecostale per la loro ubbidienza e preghiera preparatoria all’evento.

Ogni anima per meritare l’Amore deve con volontà propria volere l’Amore, e deve mantenersi degna dell’Amore con ubbi­dienza e orazione instancabile. Se ciò non facesse, vana sarebbe su lei la discesa dello Spirito Santo, perché scendendo non po­trebbe farvi dimora, e rapido risalirebbe al Cielo, lasciando ari­dità, gelo, tenebre, silenzio, dove avrebbe potuto essere fecondità, calore, luce e divine lezioni.

6. Per ricevere l’Amore.

Ma se questo è per tutti i fedeli, per gli strumenti più an­cora Io è. Gli Apostoli furono trasformati da uomini in voci di Dio per l’opera del Paraclito e per preparazione propria di ubbi­dienza e preghiera. I chiamati a speciale missione — ed ogni chiamata è prova, non è già elezione sicura e immutabile — sono trasformati in ” voci ” per opera d’Amore e per preparazio­ne propria di ubbidienza e preghiera. Non date mai altro nome che non siano questi due ai ” nulla ” che divengono strumento. È la loro ubbidienza, il loro parlare con Dio, il loro ubbidire ai comandi di Dio che li fa ciò che sono. E non date altro nome che quello di disubbidienza e orgoglio alle cadute di quelli che parevano giusti e di giusti avevano soltanto la vernice esterna.

Io, anima mia, non cesserò mai, a costo di parerti monoto­no, di esortarti a quelle virtù — necessarie a tutti, ma assoluta­mente indispensabili, e in misura piena, nell’essere eletto a via straordinaria — che sono una perfetta ubbidienza e una perfetta umiltà, uno spirito di unione con Dio, ossia preghiera vissuta e non già macchinale borbottio di preghiere in determinate ore.

7. Il sapere vero.

L’altro ieri, in intimo ammaestramento, ti ho spiegato come anche quello che la tua mente non comprende, perché non è nu­trita da nozioni teologiche, opera in te spirituali trasformazioni perché l’anima, ad insaputa del tuo stesso intelletto che non la può seguire essendo ignorante di nozioni teologiche, assorbe il succo delle lezioni che ricevi e se ne nutre. Lascia pure che, come tu dici, il tuo cervello non senta che il suono esteriore e incom­prensibile di tante profonde lezioni. ‘C’è una parte di te, la migliore, che se ne nutre ugualmente, veracemente. E ciò ha più valore che se tu, col tuo intelletto, potessi analizzare e capire ogni parola, ma questa analisi rimanesse freddo studio della mente e non pane e fuoco dello spirito.

Molti sono i sapienti ma pochi coloro che alla sapienza con­giungono giustizia. E perché? Perché sanno ciò che è Dio, ma non vogliono far scendere questo sapere dal cervello al cuore, allo spirito, e dotti sono, ma non sono giusti, ma non si evolvono da creature umane a spirituali. Grandi sono in orgoglio, ma non sono grandi in ubbidienza. Audaci nel giudicare ma pusilli nel­l’amare. Molte parole fluiscono dalle loro labbra. Ma scendono in luogo di salire, perché sono parole, non frecce d’amore lan­ciate verso il Cielo. L’orazione… oh! ti voglio portare un para­gone di ciò che è l’orazione vera.

8. L’orazione vera.

Pensa ad una donna che porti nel seno suo figlio. Il cuore del nascituro non è tutt’uno con quello materno; distanti, sepa­rati da organi e membrane, si direbbero indipendenti. Eppure ad ogni battito del cuore materno corrisponde un battito del cuore figliale, perché uno è il sangue che scorre nelle vene. Ecco, così è dell’orazione quando è veramente ” orazione “. E1 un uni­formare i propri palpiti d’amore di creatura ai palpiti d’amore del suo Dio, quasi che uno stesso sangue d’amore imprima il moto ai due cuori distanti, sincronizzandoli nei loro movimenti. Ma se il bambino nasce, ecco che piglia un indipendente pulsare perché ormai è separato dalla madre, fuori da essa.

Così, se il credente si separa ed esce da Dio, i suoi moti non sono più sincroni a quelli di Dio. II bimbo esce per legge natu­rale e buona. Il credente esce per elezione volontaria e non buo­na. Tu non uscire mai dal seno amoroso dell’Amore.

E torniamo alla considerazione di questa Manifestazione del­lo Spirito Paraclito.

La Pentecoste nella sua preparazione, forma ed effetti.

9. I tre tempi della preparazione.

Ti ho detto all’inizio che avremmo considerato la Pentecoste nella sua preparazione, forma ed effetti. La preparazione si può dividere in tre tempi. Quelli remoti, quelli prossimi, quelli im­mediati.

Remota preparazione della Pentecoste è quella che era nel Pensiero di Dio da quando decretò la venuta del Verbo sulla Terra per redimere e per dare la Religione santa e perfetta che dal Cristo prende nome. Molto remota preparazione, ma sempre presente e sempre più viva mano a mano che i tempi scorrevano avvicinandosi al limite del tempo di castigo, e perciò al limite del tempo di perdono. Essendo l’Amore in tutte le azioni di Dio, non è errore dire che la preparazione ebbe principio al princi­pio dei tempi.

Prossima preparazione è quella del tempo che va dall’Annun­ciazione all’Immolazione.

Immediata, quella che va dalla Risurrezione alla Pentecoste. Per questo è, piccolo Giovanni, che il Signore Nostro Gesù ti trasporta immediatamente nel tempo giordani che non appe­na è terminato il giorno di Pasqua. Ti tratta come uno dei suoi beneamati discepoli, anima mia. Ad essi, risorto da morte, dette ancora insegnamento, e lo dette, direi quasi, in una segregazione d’amore: Egli e loro, loro e il Signore, senza più predicazione alle turbe e miracoli strepitosi, per non avere distrazione di folle intorno al suo estremo ammaestrare. E così li condusse fino al momento della sua Ascensione, lasciandoli con l’imposizione di stare raccolti in orazione in attesa del Paraclito, e sotto la di­rezione di Maria Ss.

10. La Pentecoste forma ed effetti.

Anche con te fa così. E ti porta nell’aura della Pentecoste quando si spegne l’ultimo suono delle campane pasquali. Né è troppo cinquanta giorni per prepararsi a ricevere lo Spirito, il Fuoco che non consuma che ciò che è inutile, ma che, per essere accolto, santificatore e operatore, occorre di uno spirito prepa­rato come un cenacolo, silenzioso, isolato, profumato di ubbi­dienza e orazione.

Allora la Pentecoste apre i suoi sette fiumi e da luce e viri­lità spirituale, alimenta l’anima dei suoi doni e la rende atta ad accogliere i saettiformi frutti di cui lo Spirito depone il seme che la buona volontà dell’anima porta a maturazione. Non può certo essere accolto dove non è luogo per la sua abbondanza, dignità per la sua Natura, dove vano gli sarebbe l’ammaestrare, perché rumore di mondo conturba e soverchia, dove l’ubbidienza è in difetto e l’orazione è parvenza, dove altri sapori, che non sono il fior della farina e il miele della roccia — come dice la Messa di do­mani ossia le cose semplici e soavi, veramente nutritive, quali sono le cose che vengono da Dio e che Dio dona per sua bontà ai suoi figli — ma sono i piccanti e travianti sapori del mondo, della carne e del demonio.

11. Superare la battaglia della soddisfazione.

Maria, anima mia, sino ad ora la mortificazione che ti ha oppressa ti ha tenuta in condizione di umiltà e aderenza a Dio per cui lo Spirito ti amò e si comunicò con grazia grande. Ora fortifica il tuo cuore perché il fumo delle lodi non lo travii e ti faccia sonante cembalo, ma senza luminose parole di Sapienza.

Fortifica il tuo cuore. Ti dico: ” fortifica “. Ti ho detto: ” Non temere ” quando gli uomini ti muovevano battaglia ed eri sola col tuo Dio e il tuo angelo. Ora ti dico: ” Fortifica te stessa “. Fatti tetragona alle lodi così come lo fosti ai biasimi. Non tu, ma Lui, è il degno di lode.

Alza e affissa il tuo cuore in Lui e qualunque omaggio ti venga reso rendilo a Colui che ne è degno. Sei stata e sei il tra­mite che porta la Parola di Dio agli uomini. Sii il tramite che porta la lode degli uomini all’Autore del prodigio. L’umile tra­mite per essere l’utile tramite. Il giusto tramite per essere il santo tramite. Hai sempre superato le battaglie del dolore e ogni dolore ti ha sempre più fatta di Dio. Sappi superare le batta­glie della soddisfazione. Sii giusta, umile, fedele.

A Dio le grazie, Maria mia, diamole a Dio alla fine di questa singolare spiegazione che è ciò che il Signore voleva che io ti di­cessi. A Dio le grazie! Alleluia! »

18. Le Tre adorabili persone riunite.[57].

1. Dalla Pentecoste all’Avvento.

Dice Azaria:

«Ho l’ordine di spiegarti le due S. Messe di questa gloriosa domenica. Contempliamo dunque insieme queste due S. Messe.

Abbiamo già contemplato e onorato il Padre che splende nelle opere del Figlio Redentore che fu tale perché Dio Padre lo permise per atto di immisurabile bontà. Abbiamo già contem­plato e onorato il Figlio nel vertice della sua perfezione di Uomo Dio che muore, e risorge, e risale al Padre dopo aver tutto com­piuto. Abbiamo già contemplato e onorato lo Spirito Santo dall’inizio delle sue opere sino alla sua perfetta e completa epifania pentecostale.

Oggi contempliamo e adoriamo le Tre adorabili Persone riu­nite, per iniziare con questo atto la preparazione a comprendere con frutto la venuta del Verbo sulla Terra e le sue sante parole.

L’anno liturgico non ha inizio oggi. Lo sai e lo so. Esso ha inizio con l’Avvento. Ma come per preparare la venuta del Si­gnore ci furono secoli di preparazione in cui furono maestri a questa preparazione i patriarchi e i profeti, così ora io voglio che tu consideri le molte domeniche che vanno da dopo Pente­coste all’Avvento come preparazione all’inizio dell’anno liturgico.

Sono domeniche di Sapienza. Veramente lo Spirito Santo le pervade tutte e vi fa da Maestro per preparare gli uomini alla S. Venuta del Messia, di modo che quando Egli sia commemo­rato Infante lo sia con un robusto amore attivo e non soltanto con un superficiale, sentimentale, e inutile affetto per il Pargolo.

Nel Pargolo già è il futuro Redentore che morirà coperto di piaghe sulla Croce dopo aver faticato nell’evangelizzare e su­bito mortificazioni e disagi. Conoscendo il Cristo per ciò che è realmente, si giunge a comprendere il Natale per ciò che è real­mente.

2. Dio è continuità.

Dio è eternità, perciò è continuità. Non vi sono fratture nelle sue opere. Una genera l’altra, come i Tre procedono l’Uno dall’Altro. La Triade ha impresso il suo sigillo e somiglianza sulle sue azioni. Perciò esse sono uniformi e multiformi, ma non mai scisse o interrotte. Infinita ed eterna, e inestinguibile catena d’amore, perché tutto è amore ciò che Dio opera, che procede per anni e per secoli senza interruzione. Così anche l’anno litur­gico è una catena di cui una parte genera l’altra, e non vi è ter­mine perché ognuna ha ragione d’essere per preparare all’altra.

Glorifichiamo il Signore per questo magnifico procedere dei Suoi tempi che si riflette nel piccolo tempo dell’anno liturgico. E procediamo nella conoscenza di esso dopo il doveroso omaggio alla Triade perfetta.

3. Dio è tutto misericordia nelle sue opere.

II santo patriarca esclama, e la liturgia fa sue le parole del giusto: ” Benedite il Dio del Cielo e dategli lode dinanzi ai viventi perché Egli ha usato con voi misericordia “. La frase iniziale si muta, nella specificazione liturgica, in: ” Ss. Trinità e indivisibile Unità ” e più oltre in specificazioni delle Tre Persone, a ribadire il dogma sublime non mai abbastanza contemplato, meditato, amato, dell’Unità e Trinità di Dio. Ma l’essenza dell’invito è questa: ” Proclamate coraggiosamente anche di fronte ai nemi­ci di Dio o a coloro che pur non combattendolo sono freddi o apatici verso la Divinità o la credono un mito venuto dalla ne­cessità dell’uomo di credere a qualcosa, che Dio è, ed è operoso perché è, ed è tutto misericordia nelle sue opere.

Questa predicazione umile e santa è concessa ad ogni cre­dente. Non c’è ignoranza, per profonda che sia, che interdica ad un vero credente di predicare Dio e la sua misericordia. Non sono soltanto le parole dotte né le opere altisonanti che predi­cano Dio. È — e penetra più profondamente anche in chi non conosce e non vuole conoscere Dio — la fede semplice, incrolla­bile, serena anche nel dolore, la professione, con le opere tutte pace, tutte speranza, carità e rassegnazione, che Dio è misericorde, e che da Lui non può venire che del bene.

4. Pratica della fede.

Quante creature, che non sanno di scienza, che sono isolate dalla malattia, che sono povere, desolate nella miseria fisica o di denaro, non superano in potenza convincente ogni predicatore, soltanto per la pace che emanano nelle loro opere e parole, e nella semplice frase, messa a corollario di ogni loro parola, op­posta ad ogni insinuazione di chi conosce male Iddio: ” Se Dio vuole che io sia così, certo è giusto. Sia fatta la sua Volontà. Certo Egli vuole il mio bene. Io non ne dubito. In Lui ho riposta ogni mia speranza. Come mi ha liberato dal peccato, per il sa­crificio di Gesù, così mi darà ogni grazia che veramente mi ne­cessita, e io lodo la sua Provvidenza”.

E se anche nell’interno del cuore il credente, oppresso dalle croci, geme: ” Fino a quando? Mi dimenticherai per sempre?

Quando volgerai su me il tuo volto?” non è già con ira che questo lamento sale a Dio, ma con l’amoroso affanno di figlio al Padre, così come lo ebbe il Cristo nelle ore più dolorose. Non è rimprovero, ma speranza in questo grido. Non è ribellione per il ritardo, ma attesa, serena attesa nella certezza che un momen­to verrà in cui cesserà il dolore la fede sarà premiata.

5. La fede è conoscenza che viene dall’amore.

Sentiamo le due orazioni. Cosa è che ci dà di adorare e di ottenere? La vera fede.

La fede, per essere vera, deve essere coraggiosa. Eroicamen­te coraggiosa contro tutte le cose che sono create a deriderla, ad osteggiarla, ad abbatterla. Il mondo, la carne, oltre Satana, co­stituiscono i nemici della fede contro i quali occorre essere eroicamente coraggiosi.

La bontà di Dio è tale che concede la gloria del martirio non solo ai martiri veri e propri, periti nel loro sangue per la Fede, ma anche a quelli che, contro tutto e tutti, sanno rimanere fe­deli, integralmente fedeli al Signore.

Quanti combattimenti sono mossi alla Fede! Quante astute manovre usa Satana per sminuirla, per coprirla di ridicolo, per mostrarla impossibile a seguirsi! Ma ecco dove si vede la giusti­zia delle tre virtù teologali. La Fede, sorretta dalla Speranza, e soprattutto dalla Carità, non crolla per nessuna ragione, e vince. La fede è conoscenza che viene dall’amore. Più forte è l’amore, più forte è la fede, perché l’amore fa conoscere Dio.

6. Mistero dell’Unità e Trinità di Dio.

Ecco dunque veritiere le parole dell’Orazione della S. Messa in onore della Ss. Trinità: ” O Dio che desti ai tuoi servi di co­noscere mediante la professione della vera fede, la gloria dell’E­terna Trinità e di adorare l’Unità nella potenza della sua maestà…”.

È un mistero l’Unità e Trinità di Dio. Nessuno, per santo che sia, lo può penetrare. Neppure quelli ai quali fu rivelato in parte — che tutto non può esser detto a chi è ancora mortale — possono dire di averlo conosciuto. È un così abbagliante mi­stero che l’uomo non può affissarcisi per conoscerlo integralmen­te. Superiore ad ogni altro mistero. L’Incomprensibile mistero perché il Sublimissimo mistero. Perciò solo la fede eroica, sorretta da un forte amore, può portare, se non dentro, alle soglie di esso, e concedere di sentire, dirò così, il divino murmure dell’Unità Trina, celata al di là del muro abbacinante del suo Fuoco. Più forte è l’amore — e ti ricordo che al grado d’amore al quale giunge la creatura corrisponde un corrispondente grado di amore di Dio moltiplicato per la sua potenza, perché Dio ama darsi a chi lo cerca senza misura. Lui che si dona con la mi­sericordia e provvidenza anche ai figli che non lo cercano — e più forte è la conoscenza, perché più ridotta la distanza, perché più unita l’anima al Dio che scende — poiché ella non può salire sino all’abisso di altezza dove la Trinità arde — al Dio che si concede per essere conosciuto il più possibile, ardendo di esser tutto conosciuto, tutto posseduto dal figlio quando, alla sua fede, al suo amore, al suo eroismo, sarà dato il premio del Paradiso.

7. L’uomo con la su Trinità nel cuore.

Questo che ti dico è giusto prologo alle parole dell’altra orazione di questa Ia Domenica dopo Pentecoste. ” Nulla può l’umana debolezza senza di Te”. Ma è mai più debole l’uomo che vive con Dio in sé? Con la sua Trinità nel cuore? Con la sua conoscenza di Dio, col suo amore per Dio, e col suo amore di Dio a lui, creatura, a farlo forte, capace di operare ciò che Dio vuole, di essere calmo per la speranza, sicuro nella fede? No, non può. Perché l’unione delimita la debolezza, e la fusione l’annulla. Non è più la creatura, ma Dio che vive nell’uomo e opera.

Tu sai come si mantiene l’unione. Nulla ti faccia indebolire la stretta del tuo amore a Dio. Nulla. Non le gioie e non le pene. Non queste pene che la tua conoscenza di Dio ti dice non vo­lute da Dio, non approvate da Colui che è Amore e Bontà.

Anima mia, come una colomba stanca e ferita tu stai nel cavo che ti è nido. Stai in Dio. Non parli, non ti muovi. Ti affissi. Questo solo. Non puoi fare altro, oppressa come sei dal dolore che viene dagli uomini, tramortita dalla loro anticarità, e assorbita dal Dio che ti si mostra per consolarti, per dirti: “Io ti sono tutto”. Ma non occorrono parole per essere capita da Colui che ti ama. Parla il tuo amore col suo palpito fedele. Ed è sufficiente.

Dimentica il mondo, isolati nel tuo silenzio d’amore. Taci, perché è inutile, sterile, perniciosa ogni parola. Sta’ nella tua giustizia. Sta’ nella tua ubbidienza. Non vi è nessuno più grande di Dio. Segui dunque i suoi comandi e nulla più.

8. L’amore è ubbidienza.

Sentilo Paolo come ti parla, anima ferita dall’umanità che ti circonda. Paolo, la grande “voce”, ti assicura che le imper­scrutabili vie di Dio e i suoi giudizi, incomprensibili agli uo­mini, sono giusti e buoni, ricchi di sapienza e scienza Divine. Non Lui sbaglia, ma coloro che si pretendono da più di Dio e, con le opere, se non con le parole, mostrano di reputarsi degni di consigliare Iddio. E parlano mentre l’occhio di Dio li misura, e non pensano che tutto è prova, e non temono di essere puniti per aver fallito la prova. E non tremano di mostrare di mancare all’amore, e di amarsi ma non di amare. Né Dio né la creatura. Perché amore è ubbidienza, e qui non c’è ubbidienza. Perché amore è azione, e qui non c’è azione. Non c’è carità.

9. La carità è attiva.

La carità è attiva. Attiva nel fare risplendere le glorie e misericordie di Dio, nel difendere gli innocenti, nel superare il timore degli uomini. E come? Temono gli uomini e non Iddio? E temono di non avere aiuto di Dio, se seguono il volere di Dio? Perché temono questo, se non perché non hanno carità?

Non ricordano Giovanni? “Se uno dice: «.’ Io amo Dio ‘ e odia il fratello è bugiardo”. Perché chi non ama colui che vede e conosce, e del quale conosce l’innocenza e le azioni, come può amare Dio che non conosce? Non sanno più il comandamento? Chi ama Dio, ami anche il proprio fratello, è detto. Dove è il loro amore?

10. Vivi in Dio e di Dio.

Ti ripeto l’ordine della IV D. dopo Pasqua. Se non si pie­gano alle parole del Signore possono mai piegarsi alle tue? Taci perciò. Chiuditi in Dio. Egli guarirà la tua anima ferita. Nel silenzio Egli parlerà. Segregati. Vivi in Dio e di Dio. Lascia che il castigo si compia e non giudicare. Non giudicare. Dio li giudica già. Imita il Maestro per essere simile al Maestro, come dice il Vangelo. Imitalo in amore e umiltà.

Vieni, vieni, povera anima che Satana ha trovato il modo di ferire per opera di chi ti doveva più di ogni altro proteggere.

Vieni. Il Signore è la tua forza e la tua protezione ed Egli è sopra te con la sua Trina potenza. Vieni. Esulta in Lui solo perché ve­ramente i nemici dei fratelli sono i servi di Satana, che è Do­lore, mentre Dio è Gioia, e non conviene affidarsi a chi è malva­gio dolore.

Esulta in Dio tuo Maestro e Salvatore. Esultanza tutta spi­rituale, perciò tutta santa. E a loro di’, se insistono, soltanto questo: ” Poiché avete detto ‘ peso del Signore ‘ ciò che era dono, io mi ritiro come mi è stato detto. Ma ricordate che, come è detto in Geremia, voi siete il peso che schiacciate i servi di Dio e rendete pesante l’azione, e perciò Colui che non si sopraffà, vi getterà via. Ricordate che – peso ‘ sono le vostre paro­le, non quelle di Dio, le parole con le quali cambiate senso alle parole e ai decreti del Dio vivente. E ricordate che per me è già la pace perché già sento il rumore dei passi del messaggero della buona novella, di Colui che annunzia la pace e seco la porta (Nahum c. 1 v. 15) “.

Entra nella Sua pace. Sempre più entra. Non temere. Non tremare. Il silenzio non è per te. Il silenzio non è disamore o pu­nizione per te. È pietà per te, vittima che ti consumi, e pu­nizione per loro.

Anima mia, il Signore è con te e la Madre ti copre del suo manto così come io delle mie ali».

19. Vita e voci eucaristiche[58].

Carisma di Maria Valtorta.

1. Il canto di Azaria.

S. Azaria mi si annuncia con uno di quei dolcissimi e non ripetibili canti angelici che sono rimasti nell’anima mia come le cose più ultra­terrene che io abbia gustato. La luce e il canto del Paradiso sono qualche cosa di non descrivibile né nella bellezza né negli effetti.

Già calmata nel mio tormento dopo le parole del mio Gesù di ieri l’altro, questo canto finisce di rituffarmi nella pace piena, gaudiosa, so­lenne e pur ilare che è il mio elemento da quando sono lo strumento di Gesù mio adorato.

E ascolto, mentre scrivo, questo canto, pura melodia che non è parola, che è solo suono di una dolcezza ascendente sino alla beatitudine. Oh! non si può dire! Ascolto… e comprendo più cose in questo momento che in mesi di meditazione tutta mia.

So che non potrò, passato questo attimo, neppur spiegare ciò che ho capito. È troppo sublime! Ma il frutto di ciò che ho compreso re­sterà nell’anima mia…

Questo canto mi fa comprendere ciò che è l’Eucarestia per i Cieli, per coloro che li abitano… Questo canto mi illumina sull’ardente desiderio an­gelico di avere questo Pane…

Oh!…

Azaria parla;

Eucaristia.

2. Maria fior di farina.

«Vieni, sali, perché più che meditazione questa spiegazione sarà contemplazione e adorazione, e sarà immedesimazione col nostro pensiero angelico che differisce molto dalle usuali spie­gazioni del mistero. E vi differisce sin dall’Introito. Ascolta.

Si dice che il fior del frumento e il miele con cui l’Introito richiama alle dolcezze eucaristiche siano detti a ricordo della Manna: il pane piovuto dal cielo, simile a rugiada e a seme di coriandolo e dal sapore di fior di farina con miele, simbolo dell’Eucarestia, dato al popolo ebreo.

Ma io, io, angelo, voglio che tu sappia ciò che noi pensiamo guardando il Figlio e la Madre: il Figlio divenuto Pane, e la Madre, beata, che voi, cibandovi di Lui, di Lei anche vi cibate. Perché, oh! veramente è così! Perché voi di che vi nutrite, se non del Pane che è il Figlio di Maria, da Lei, Purissima e dolcis­sima, formato Uomo col meglio di Sé Stessa: col suo sangue vergine, col suo latte di Madre Vergine, col suo amore di Sposa Vergine?

Sì. Dio vi nutre col puro fiore del frumento. L’intatta spiga, nata in terreno eletto, nell’Orto chiuso di Dio, maturata nell’ardore del Sole Dio, si è fatta farina, fior di farina per darvi il Pane Gesù.

Si è fatta fior di farina. Non è un modo di dire! Per vostro amore, per amor degli uomini, si è immolata, si è ridotta in polvere fra le mole dell’ubbidienza e del dolore, Lei, l’Intatta che. non le nozze, non il Parto e non la Morte, hanno potuto incidere, violare, o ridurre in polvere come ogni mortale. Solo l’amore. Esso l’ha consegnata alla macina in cui la Correden­trice è divenuta, da spiga, fior di frumento…

II Figlio ha detto: ” Se il granello non muore non diviene spiga futura “. Quale mortale più di Maria: la non moritura, ha saputo morire a sé stessa, ai suoi affetti, per darvi il Pane di Vita? Colei che non conobbe la morte, ha gustato tutte le morti delle rinunce per darvi il frutto opimo del Salvatore e del Redentore.

E poi, come Madre, ve lo ha cresciuto col meglio di Sé, col suo Latte verginale, perciò ancora col suo sangue che dava moto al Cuore che pulsava per Dio solo, col suo sangue divenuto materno amore. Ve lo ha cresciuto col suo calore, con le sue cure, con tutto il miele tratto dalla rupe intatta, alta con­tro il Cielo, baciata dal Sole-Dio, e infine ve lo ha dato a man­giare, insaporito non solo dal miele del suo amore, ma anche dal sale del suo pianto.

Oh! Santa! Santa Madre e Nutrice del Genere Umano! Gra­naio eletto! Giardino colmo di fiori e api d’oro! Orto chiuso e fonte soave!

Veramente il Pane vero è Gesù, ma è ancor Maria, è ancor Colei che ha della Parola fatto un Uomo per darlo agli uomini, a redenzione e nutrimento. Sapienza, Vita, Forza è questo Pane. Ma ancor è Purezza, Grazia, Umiltà. Perché se questo Pane è Gesù, questo pane è ancor Maria che ha fatto Gesù col fiore del suo corpo e col miele del suo Cuore. Pane che ricorda la Passio­ne divina, Pane che ricorda il vero Corpo e il vero Sangue di Gesù Cristo, ma Pane che, per aiutarvi ad esser degni di fruire della Redenzione, che è la Consumazione dell’Agnello sull’Altare della Croce, deve pure ricordarvi la Deipara che quel Pane for­mò nel suo Seno.

Ora quale è quel fedele che fa oltraggio al suo Signore? E quale quel suddito che fa offesa al suo Re? E quale quel disce­polo che beffeggia il suo Maestro? E quale quel figlio che offende sua Madre? È il fedele, il suddito, il discepolo, il figlio peccatore, duro di cuore, degno di castigo. Quello che da sé stesso si crea la condanna, le condanne anzi. Perché nel tempo è la perdita dell’aiuto di Gesù e Maria, nell’eternità è la perdita del possesso di Dio.

3. Comunione santa.

Eppure molti, dimentichi dell’ammonimento di Paolo, van­no alla Mensa Santa senza ” provare sé stessi ” e mangiano di quel Pane, si abbeverano di quel Sangue, con l’anima impura, e Pane e Sangue, che sono Redenzione, condanna diventano, es­sendo sacrilegamente ricevuti dal peccatore.

Non per questo Egli, il Divino, si è fatto Uomo e si è dato. Ma affinché l’uomo diventi dio. Non si è fatto Pane per darvi morte, ma per darvi Vita, Folle d’amore, dopo avervi salvati e redenti, volle vivere in voi, crocifissori, e farvi dèi, perché l’amo­re sublime ha di questi sublimi paradossi. Da Dio si fece Uomo, e gli uomini lo uccisero, ed Egli, degli uomini, volle fare degli dèi. E dèi vi fa con l’Eucarestia che, bene ricevuta, vi transustanzia in Lui, come dice Paolo: ” Non vivo io, ma vive Cristo in me “.

Morituri — eterni morituri, perché la colpa di origine tiene in voi sempre attive le tossine di morte, e ad ogni momento po­tete perire, nonostante la Grazia che il Redentore vi ha resa con l’immolazione sua e coi Sacramenti, da Lui creati e vivificati coi suoi meriti — voi potete combattere la morte con la Vita: con l’Eucarestia.

Egli lo ha detto: ” Se non mangerete la Carne del Figlio del­l’uomo e non berrete il suo Sangue non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue avrà la Vita eterna ed Io lo risusciterò all’Ultimo Giorno”. E ancora: “Io sono venuto perché abbiano la Vita e l’abbiano con sovrabbondanza… Per questo dò la mia vita… “.

Ma guai a quelli che scientemente fanno del Pane del Cielo la loro condanna, il tossico che uccide, usando del Sacramento più sublime con sacrilega maniera. E male anche a chi ne limita la potenza trasformatrice ricevendolo con indifferenza e con tiepidezza, senza verace volontà di trasformarsi, in Dio e con l’aiuto di Dio, per essere sempre più degni di riceverlo.

4. Vita eucaristica.

Vita eucaristica: vita di fusione. La Comunione non cessa quando uscite dalla Chiesa o quando le Specie si sono consu­mate in voi. Essa “vive”. Non più materialmente. Ma pure vive, con i suoi frutti, con i suoi ardori, con la coabitazione, anzi con l’inabilitazione di Cristo in voi, con la vostra fruttificazione in Cristo, perché ” il tralcio che resta unito alla vite porta frutto “, e ” Coloro che restano in Me e nei quali Io rimango, costoro portano molto frutto “.

Vita eucaristica: vita d’amore. E per quello che l’Eucarestia, memoriale d’amore, e d’amore sorgente e fornace, trasmette in chi la riceve — ed è innegabile che là dove è buona volontà, anche se la creatura è debole e informe, si vede che l’Eucare­stia porta aumento di formazione, irrobustimento di volon­tà, trasformazione del sentimento da tiepido in ardente, del desiderio da debole in forte, dell’ubbidienza al precetto di co­municarsi nelle Feste a fame di farlo ogni giorno — e per quello che l’anima vi mette di suo, sempre più aiutata dalla grazia del Sacramento.

L’Eucarestia tiene presente il Cristo in tutte le sue opera­zioni di Cristo. La sua Incarnazione: l’Eucarestia è una perpe­tua Incarnazione del Cristo. La sua vita nascosta: il Taberna­colo è una continua casa di Nazareth. La sua vita di operaio: Gesù Eucarestia è l’artefice instancabile che lavora le anime. La sua missione di Sacerdote presso chi muore o chi soffre: come presso il letto di Giuseppe morente e presso tutti quelli che a Lui andavano per essere consolati, così ora Gesù è là per con­solare, consigliare, fortificare, domandare, come ai due di Emmaus: ” Perché siete così tristi? ” e rimanere con voi, Amico e Cireneo, mentre ” si fa sera e il giorno declina “, mentre si consuma la via della Croce e l’estrema immolazione.

Egli è là come quando evangelizzava le turbe e diceva: ” Ho pietà di questo popolo. Diamogli del pane acciò non perisca per via ” e come allora vi evangelizza nelle virtù della carità, del­l’umiltà, della pazienza, della mitezza. Agnello, più che mai Agnello che non apre la sua bocca davanti a quelli che lo per­cuotono, Egli, nel suo silenzio esteriore, vi parla con i torrenti di scintille divine che escono dall’Ostia Ss. in cui la sua Divi­nità si annichila e vi dice: ” Siate miei imitatori nella gene­rosità, nella mitezza, nell’umiltà, nella misericordia “. E, come dalla sera del giovedì all’ora di Nona, vi insegna ad essere redentori…

Maria, una volta ti ho detto che Gesù Cristo è ” il compen­dio dell’amore dei Tre “. Ora ti dico che l’Eucarestia ” è il compendio dell’amore di Gesù in cui è già il compendio del Trino Amore Perfetto “. E questo tutto ti dica.

Gesù Eucarestia vi insegna a parlare e a tacere, a operare e a contemplare, a soffrire e umiliarvi, e soprattutto ad amare, amare, amare.

Lo Spirito Santo da i lumi per comprendere. Ma il Verbo Incarnato e divenuto Eucarestia, da i fuochi per parlare e convertire per la carità che è quella che abbatte le eresie, sana i cuori, li fa dotti di Dio e a Dio li guida. E da gli ardori per essere martiri. Dalle labbra della creatura eucaristica fluisce la Sapienza, perché vita eucaristica è anche vita di Sapienza, e dal suo cuore esce l’eroismo, perché l’Eucarestia comunica Cri­sto, l’Eroe Ss. e perfettissimo. E vita eucaristica è vita aposto­lica, perché Gesù dentro di voi, in apostoli vi muta, e mai è disgiunto, dal grado di vita eucaristica raggiunta, il grado di apo­stolo più o meno potente.

E infine, vita eucaristica è vita deificata dalla Carne e San­gue, Anima e Divinità di Gesù che scende in voi, a fare in voi dimora.

5. Sacro cielo eucaristico.

Dite ” sacri” i vasi eucaristici, sacri i tabernacoli, sacro tutto ciò che tocca il Ss. Sacramento. Ma non è che un contenere o un essere toccato. Azione perciò esteriore. Eppure imprime un carattere sacro all’oggetto che ha la sorte di contenere o di toc­care l’Eucarestia perché la S. Ostia è il Corpo del Signore Gesù.

Ma allora che diverrà il vostro corpo nel cui intimo scende il Corpo Ss. e si annulla nelle Specie, assorbite, come ogni cibo dell’uomo, dai succhi che lo mutano in sangue vostro? Capite? In sangue vostro. Il vostro sangue, di voi che vi cibate della Ss. Eucarestia, contiene, non metaforicamente, ciò che fu Specie del Corpo Ss., così come lo spirito vostro trattiene la grazia che da questo Corpo completo, dotato di Carne, Sangue, Anima come quello di ogni uomo, e in più di Divinità essendo il Corpo del Verbo Divino, si emana.

Se il corpo vostro santo dovrebbe essere perché tempio allo Spirito Santo che in voi discende e alita, che dovrebbe divenire, per essere degno tabernacolo al Dio che viene ad abitarvi — più: a fondersi a voi, a divenire voi — e, poiché il Maggiore non può essere assorbito dal minore: ad assorbirvi, a farvi divenire Lui, ossia dèi come Egli è Dio? Io ve lo dico: dovreste con ogni sforzo imitare la Vergine alla quale il Verbo si unì tanto da farsi Carne della sua carne e Sangue del suo sangue, e rice­vere vita da Lei, ubbidendo ai moti del cuore materno, alle leggi vitali materne, per formarsi ed essere Gesù.

Il Cristo concepito ubbidì alla Madre. Ma la Madre a che superabbondanze purezza portò Sé stessa, Ella, la già Tutta Pura, per mettere intorno al Divino un Santo dei Santi ancor più elet­to di quello splendente sul Moria! Maria fece di Sé un taber­nacolo celeste, un celeste trono onde Dio vivesse ancora in un Cielo, il più a lungo possibile, avanti di soffrire dei contatti del mondo.

Gli amanti di Gesù così devono fare. Fare di sé dei recessi di Cielo perché l’Eucarestia in loro viva ancora in un palpitante, adorante Cielo, preservata dai fetori e dalle bestemmie del Mondo.

E in questo piccolo Cielo, nel vostro piccolo Cielo nel quale, se tale è, realmente nulla manca — perché nell’Eucarestia sono presenti i Tre, inscindibili anche se Tre sono, formando la su­blime Unità che Trinità si chiama, e non è assente la carità di Maria e dei Santi, adorante sempre là dove è il Signore, né assen­ti sono gli angelici cori coi loro inni che ti portano al Cielo — sappiate lodare. Non con le parole, ma con l’amore. Sappiate lo­dare. Non temete di lodare troppo. Gesù Eucaristia merita lodi senza misura perché il suo miracolo di potenza e di amore è superiore ad ogni lode umana.

6. Voci eucaristiche.

Io non ti commento, anima mia, la perfetta sequenza del grande e santo Tommaso. Semplice e profonda come tutte le cose che da Dio vengono, essa si fa intendere da sé. Questo però ti dico: che Tommaso, l’innamorato dell’Eucarestia, sua Luce e sua Maestra nel comprendere e rendere comprensibili le verità teologiche, mentre la componeva non faceva che ascoltare ciò che dal suo spirito saliva con voce di luce. Ossia Tommaso Aquinate era allora una ” voce ” che trasmetteva quanto l’Amato Di­vino diceva, a gioia del suo adoratore.

Ma è sempre così, anima mia. Quando Egli vi parla lo fa per vostra gioia. Quando un “nulla ” dice ciò che a malapena possono esprimere gli angeli, è perché Egli parla o da ad un cit­tadino dei Cieli di parlarvi, per vostra istruzione e istruzione dei fratelli. È il Buon Pastore che vi conduce ai pascoli fio­riti di fiori di verità e di sapienza. È l’Amore che vi satolla e vi dà le parole. Sé Stesso: Parola e Cibo.

Oh! esultiamo! Non c’è, no, non c’è in me, angelo, che esul­tanza per vedere te nutrita del Celeste Pane e della Divina Pa­rola. Mi accosto, e odo la Parola. Mi accosto, e sento la fragranza del Pane paradisiaco. Hai detto sublime la mia musica iniziale? Ma no. Questa! Questa Voce del mio e tuo Signore che ti parla, questa è la musica che solo una grazia speciale concede di udire senza morire di gioia, o mortali tutti! Questa Parola è quella che ci fa cantare, noi angeli, di gioia grande… E questa si dà per essere data e, come per il Pane Eucaristico, questa Parola è Pane, pane sapienziale che sotto diverse specie, che son parven­ze e non sostanze, nasconde cose sublimi. Infatti dettati o vi­sioni sono forme (specie); ma la sostanza è il Verbo che insegna. Si da, e produce frutti diversi, sempre come l’Eucarestia, a se­conda che sia ricevuta da buoni o non buoni. È giusto è che ciò sia perché il Verbo è Eucarestia e Eucarestia è ancora il Verbo sotto diversa forma ma con uguale santità divina. Essendo quin­di una sola cosa, uguali sono i doni e frutti che produce: Vita, Sapienza, Santità, Grazia.

Comunione può dirsi la Parola e può dirsi il Pane. Che la prima è Comunione di Dio-Spirito allo spirito ed intelletto del­l’uomo, e l’altra è Comunione di Dio Carne e Sangue all’uomo tutto, per trasformarlo in Dio per operazione di grazia Ss. e di infinito amore.

Come per la Comunione del Pane Angelico io ti dico anche per la Parola: non riceverla mai indegnamente onde non ti sia ” morte ”, ma con spirito retto, umile, ubbidiente, tutta amore, di essa e dell’Eucarestia saziati nel tempo per esserne pingue per l’eternità. Perché questi Cibi, che dal Cielo vengono, fra loro si aiutano e si completano, dando la completa ed eterna Vita secondo la promessa del Verbo Gesù: ” Chi custodisce le mie pa­role non vedrà la morte in eterno ” e ” Chi mangia questo Pane vivrà in eterno “.

 

Alleluia! Alleluia! Alleluia!!».

Tre squillanti alleluia e poi di nuovo l’inesprimibile canto che an­nulla ogni dolore, inquietudine, affanno, e immerge nell’aura dei Cieli…


20. La Forza e la misura dell’amore[59].

1. Discernere la presenza e la voce del Signore.

Dice Azaria:

«Nel tempo passato, nel tempo presente, nel tempo futuro, e nel tempo eterno, il Signore ti trasse al largo e ti salvò perché ti volle bene, e ti salva e salverà perché ti vuole bene. Ma tu lo devi riconoscere e non temere. Lo hai sempre riconosciuto, an­che quando il tuo amore era ancora molto imperfetto e combat­tuto dalla giovinezza e dalle prove e pene della tua giovinezza. Lo devi riconoscere anche ora, e sempre, fino a quando sarai con Lui.

Le azioni degli altri non devono sovrapporsi come veli spessi fra Lui e te per modo che tu non conosca più il suo Volto, la sua Voce, il suo amore, la sua pace e verità. Io non dirò pa­rola su quelli che spezzano la pace e la fiducia di un cuore col loro modo di agire che sconforta le anime e le rende dubbiose. Ma dico a te: le loro azioni se anche ti feriscono, non ti vin­cano con le paure e i dubbi sulla verità della Voce e sulla sua provenienza.

Ti ha curato il Signore, povera anima, e tu lo hai ricono­sciuto. Perché non è possibile fare errore fra Dio e Satana, fra voci celesti e voci infernali, se chi le ode tiene presente non le delizie delle parole ma gli effetti che esse producono. Satana può scimmiottare Dio nell’eloquio, ma non può comunicare quel­la grazia e pace che sempre producono le parole divine o di spi­riti di luce. Non può produrre grazia e santità perché le sue pa­role sono sempre mescolate a insinuazioni che non possono es­sere accolte da un’anima in grazia. E non può produrre senso di pace perché l’anima in grazia trassale d’orrore per le voci in­fernali, e anche se l’individuo non ha altri segni per riconoscere chi è lo spirito che parla, basta questo brivido d’anima per dare all’uomo il segnale che è la Tenebra quella che in quel momento si manifesta. Satana può ingannare i peccatori intontiti dal pec­cato, gli svagati e irriflessivi, i curiosi che per troppo voler sa­pere si accostano imprudentemente a tutte le fonti. Ma non può ingannare uno spirito retto e unito a Dio. Tutto ciò che può, è turbarlo, accostandosi ad esso, o ferendolo per azione propria, o di infelici che raramente sapendo di farlo, molto più facilmente ignorando di farlo, sono, ad un dato momento, gli strumenti usati da Satana per dare dolore e sgomento agli strumenti di Dio. Ma allora Dio interviene e vi trae fuori, al largo, e vi salva, immergendovi nel suo oceano di pace e di amore. Come ha fatto con te, perché ti vuole bene.

2. Fede assoluta.

Oggi è anche vigilia alla Natività del Battista e l’Introito di quella S. Messa canta: ” Non temere, o Zaccaria, perché è stata esaudita la tua preghiera… “Io ti dico: ” Non temere, o Maria, perché è stata esaudita la tua preghiera”. Gesù esaudisce le preghiere di quelli che Io amano. Ed è intervenuto per non farti perire in un mare di sconforto. Ma, non parlando a te sola, ma a tutte le anime, io dico che sempre il Signore ama e porta al largo, in salvo, quelli che a Lui si affidano senza paura.

Vincete la paura che paralizza l’amore, la confidenza e la preghiera. Vincete la paura che mostra ancora in voi ignoranza di Dio e della sua potenza, e che mostra anche una non buona fede in Dio. La fede buona e vera è umile e tutto accetta perché dice: ” Se Dio lo dice o me lo fa dire segno è che è cosa vera “. Ma questa fede totale non è mai congiunta a paura, diffidenza, dubbio o, peggio ancora, a cocciuta ed intima persuasione che Dio non può quella data cosa. Tutto può Dio. Tutto dovete spe­rare che Dio possa. Tutto dovete credere che Dio possa.

Non uccidete l’amore con il dubbio o la negazione. Mai. Non spezzate la catena d’amore che vi congiunge a Dio con la frase dei dubbiosi e di quelli che vogliono giudicare Dio secondo la loro misura, la frase di Zaccaria, così punita: ” Come è possibile questo se…?” Zaccaria rimase col suo interrogativo sigillato sul­le labbra finché non seppe nuovamente credere e lodare il Si­gnore riconoscendolo capace di operare ogni prodigio.

Non meritate mai, o care anime, la punizione della mutezza spirituale per delle diffidenze verso l’Onnipotente. E pregate per essere mantenuti in questo spirito di fede assoluta nel Signore Dio vostro e di timore unito all’amore del Signore Benedetto secondo che ricordano le Orazioni delle S. Messe di oggi.

Osservate la bella fede del Battista in Colui che non cono­sceva che per ciò che di Lui dicevano i profeti. Nulla indicava il Messia nell’umile viandante che veniva verso le sponde del Giordano. Ma la fede, quando è assoluta, quando è fusa con una assoluta carità, da prescienza e possibilità di vedere e in­tendere Dio anche quando si cela sotto un’apparente forma di vita comune. E Giovanni vide il Messia Divino nell’uomo galileo, e come il santo timore di Dio aveva fatto di lui un santo, così il santissimo amore lo fece veggente.

3. Il timore di Dio ceda il posto all’amore.

Il timore di Dio che preserva dalle colpe da vista sicura allo spirito dell’uomo, e lo spirito che ” vede ” non può non cre­dere in Dio e nelle sue Parole, e così salvarsi da morte spirituale. Giovanni, il Precursore, predicava il timore di Dio per sgombrare le vie al Cristo che veniva a salvare il suo popolo. Gesù, il Salva­tore, predicò l’amore per portare il suo popolo sulle vie della salvezza.

Il timore sempre precede l’amore; è, dirò così, l’incubazione dell’amore, è la metamorfosi del sentimento in un grado più alto. Il timore è ancora dell’uomo, l’amore è già dello spirito. L’uomo che teme Dio è innegabilmente su via buona se il suo timore di Dio è giusto, ossia non è ignorante e sragionevole paura di Dio; ma però è sempre via battuta da chi non ha sprigionato ancora le ali per volare ad una conoscenza più alta di ciò che è Dio. Ossia: Misericordia e Amore. L’uomo che teme si sente ancora il “castigato” per la Colpa antica e per le sue attuali. L’uomo che ama si sente il ” perdonato ” per i meriti di Cristo e rivestito di essi, tanto che il Padre lo vede non più come sud­dito, ma come figlio. Buono il timore per tenere morso e re­dini alla materia, ma ottimo l’amore per mettere calore di san­tità nello spirito.

4. Chi ama passa da morte a vita.

Il colpevole col solo timore si pente, ma il suo pentimento è ancora muto e oscuro perché soffocato, come una fiamma sot­to al moggio, dalla paura del Dio Giudice. Il colpevole che al timore congiunge l’amore ha sospiri, e la sua anima è già in una luce che lo aiutano a parlare al Padre e a vedere il suo stato spirituale, per cui non solo le colpe gravi ma anche le ve­niali e le imperfezioni si disvelano come basso strato di erba sotto alberi altissimi e, vedendo, può non solo risegare gli al­beri ma anche strappare gli steli, facendo mondo il terreno per seminarvi le virtù grate a Dio, il colpevole poi che ha l’amore come sua forza non solo ha il pentimento perfetto — perché si pente non già per tema di castigo, ma per spasimo di aver addolorato il suo amato Dio — ma ha nell’amore stesso la sua prima assoluzione. E, vera­mente, poche volte colui che ama con tutto sé stesso giunge alle colpe mortali. Solo un assalto improvviso e feroce di Satana e della carne lo possono abbattere per un momento. Ma general­mente l’amore preserva dal cadere, e tanto è più forte e altret­tanto è più debole il peccare, sia in numero che in gravita, sino a ridursi il peccare, a ridursi in imperfezioni appena apparenti in coloro che hanno raggiunto l’assoluto nell’amore, e perciò la santità.

Giovanni apostolo, il beato e amoroso Giovanni, vi da nel­l’epistola la misura di ciò che può la carità, e le altezze che rag­giunge, e, per contrapposto, vi fa vedere l’abisso in cui preci­pita chi non ha la carità. ” Noi sappiamo di essere stati tra­sportati da morte a vita perché amiamo i fratelli “.

Da morte a vita! Che frase lapidaria. Maria! L’uomo è morto, è un morto se non ama. L’uomo risuscita e acquista vita, dopo esser stato un morto, se ama. Come questo miracolo? I poveri, i veri poveri del mondo, ossia quelli che non conoscono Dio non possono comprendere questa verità e la deridono come parola di delirio. Ma chi crede, chi realmente crede, la comprende.

Dio è Carità. Perciò chi ama è in Dio. Chi è Colui che dà o rende la vita? Dio. Sia che dal limo tragga l’uomo, e lo vivifichi con l’alito divino spirato sulla forma di creta, sia che cooperi alla procreazione degli uomini col creare un’anima per l’embrio­ne animale che si è concepito in un seno; l’anima: la vita dell’uomo che non è un bruto e che, senza questa vita della sua esi­stenza, non sarebbe neppur materialmente vivo perché a lui, per esserlo, non basta: avere il respiro come l’animale nelle narici, ma deve possedere questa spirituale gemma, questa vena spiri­tuale che lo tiene congiunto al Seno Ss. del suo Creatore e nu­trito di Lui che è Spirito e Luce e Sapienza e Amore. E sia, infine, che a colui che ha già reso la sua anima, Egli rinfonda detta anima risuscitandolo. È sempre il ” Voglio ” divino quello che fa vivere la creatura.

Ma la creatura ha una vita nella vita: la sua anima. E questa, che non muore per la morte fisica, essendo immortale, può ben morire, se, come ho detto sopra, si recide dal Seno del suo Si­gnore. L’odio, qual che ne sia la forma e la testimonianza, è il coltello che recide il legame col Signore, e l’anima, separata dal suo Dio, muore.

Perciò soltanto la carità fa dei morti dei vivi. Perché senza carità morti siete. E morti erano molti, i più, prima che la Ca­rità fatta Carne venisse ad insegnare l’Amore come Salute.

Perciò può ben dire Giovanni apostolo che i veri cristiani sanno di essere trasportati da morte a vita per la Carità che ha loro comandato di amare i fratelli sino all’olocausto, dando l’esempio dell’amore perfetto. Il comando d’amore, che i buoni accolgono, è come il soffio della vita ispirato sulla creta per farne l’Adamo, o il fiat che si ripete per ogni infusione d’anima in un germe d’uomo, e soprattutto come il grido del Risuscitatore ” Io te lo dico: alzati! “e il ” Lazzaro, vieni fuori! ” ai risusci­tati di Palestina.

Dio, che rientra con l’amore, riporta i morti a vita per l’amo­re. Ma chi non ama resta nella morte, ossia nel peccato, perché il peccato, in tutte le sue forme, è odio. Il figlio che non rispetta i genitori e li opprime di pretese e di egoismo, colui che nuoce al suo prossimo con la violenza, il furto, la calunnia, l’adulterio, è omicida. Non occorre uccidere per essere omicida. Anche chi fa morire di vergogna o di dolore, anche chi porta le anime alla disperazione per azioni che levano loro pace e fede e onore e stima, e mezzo di lavorare, e vivere, e far vivere ai suoi famigliari; anche chi porta colla sua ferocia sanguinaria o con la sottile persecuzione morale a disperare di Dio e a morire odiandolo, sono omicidi dei fratelli, ed è come tentassero di uccidere Dio, in una nuova Crocifissione, perché Dio è nei fratelli vostri e i vostri fratelli sono in Dio di cui sono figli e l’omicida dei fra­telli, colui che odia i fratelli materialmente o moralmente, o spi­ritualmente, non colpisce essi solo, ma colpisce, attraverso essi, Dio, e come tutti i deicidi è un morto.

5. La misura dell’amore è l’immolazione.

Nel Regno di Dio i morti non entrano. Il Regno di Dio si inizia nello spirito dell’uomo sulla Terra con l’unione con Dio, si completa in Cielo col pieno possesso di Dio. Qui, sulla Terra, Dio in voi; in Cielo: voi in Dio. Ma Dio non entra nella putrefa­zione di morte, e la putredine di morte non entra in Cielo. Nella Gerusalemme eterna come non vi saranno templi ” perché suo tempio è il Signore nel quale tutti saremo”; come non vi sarà bi­sogno di sole o di luna, perché suo splendore è Dio, e suo lumi­nare l’Agnello; come non avrà porte, perché non ci sarà più ne­mico per Essa, né Tenebra ad odiarla; così non ci sarà in essa nessuno di impuro e corrotto, nulla di morto, ma solo coloro che avranno scritto il loro nome nel libro della Vita, ossia nel­la Carità che Vita è. ” Da questo abbiamo conosciuto la carità di Dio; dall’avere dato la sua vita per noi”.

Ecco la misura del perfetto amore: l’immolazione. E Gesù – amore ve l’ha data con Sé Stesso morto su un patibolo dopo avervi dato dottrina e miracoli, ossia ancora amore, ma non per­fetto amore. La perfezione dell’amore è nel sacrificio. Egli stes­so, alle soglie ormai della Passione, quando già poteva dire di aver finito la predicazione, quando avrebbe dovuto essere scon­fortato perché al fiume delle parole dette non corrispondeva che un minuscolo ruscello di convertiti, esclamò: ” Quando sarò in­nalzato da terra trarrò tutto a Me “. Perciò il Cristo sapeva che solo l’immolazione avrebbe vinto gli ostacoli di Satana e della carne, e le parole sarebbero germinate sotto la pioggia del suo Sangue.

L’immolazione. La generosità. Generosità materiale nelle opere di misericordia corporale. Generosità morale nelle opere di misericordia spirituale. Super generosità, perché spirituale, sa­pendo morire d’amore per dare vita agli spiriti dei fratelli mor­ti nello spirito, comunicando la carità di cui sono privi. L’esem­pio è la più santa e attiva delle lezioni e l’azione è l’unica cosa vera. Perciò sappiate amare ” colle opere e in verità “, non solo a parole, e la carità di Dio sarà in voi.

6. Potenze delle nullità.

E tu, anima mia? Per te ecco l’epistola della S. Messa della vigilia di San Giovanni Battista. Te ne ha già parlato il Si­gnore molti mesi fa di questo brano di Geremia. Ma non ti farà male, per persuaderti che tu sei ciò che sei perché Dio vuole che ciò tu sia — ed è volontà di Dio, parola di Dio ciò che in te avviene e risuona — che tu rilegga le azioni che la Divinità compie per preparare le sue ” voci “.

” Avanti di formarti nel seno di tua madre ti conobbi “.

Certo, anima mia! Dio non ignora le sue creature. Ne rispet­ta la libertà d’azione; sa per che vie passeranno per santificarsi o per dannarsi, vede ciò che sarà per loro causa di male o causa di bene, conosce già chi si immolerà nascostamente per conten­dere un’anima a Satana, al senso della creatura che possiede quell’anima, e coopera con le sue luci, ispirazioni e meriti di Gesù, a lottare contro Satana e il senso per salvare un suo figlio al Cielo.

E Dio, per sua aspirazione di Padre, non avrebbe voluto che santi fra gli uomini. Ma il Male è contro il Bene, e se la batta­glia aumenta i meriti del vincitore, è anche vero che la battaglia lascia molti deboli uccisi nel fango…

Dio, prima ancora che tu fossi, ti conobbe. Conobbe la piccola Maria, la piccola “voce”, tutta ardimento nella sua pic­colezza, e per questo ti ha amato. Le operazioni di grazia che ha operato in te le conoscerai tutte quando sarai in Cielo. Ma credi al tuo angelo: come ogni battito di cuore spinge il sangue nelle vene del petto e lo muta in onde di latte nella madre amo­rosa, nutrice del suo nato, e dal capezzolo lo versa nella bocca dell’infante, e questo se ne nutre e cresce senza neppur sapere di trarre vita e crescita da quel liquido tiepido e dolce, così in te, a tua stessa insaputa, il Padre Ss. ha versato le sue operazioni e ti ha formata a ciò che sei ora. Ma anche: come il poppante sorride istintivamente alla mammella che lo nutre senza neppur sapere ciò che di preciso da essa gli viene, e tende ad essa le piccole mani e la bocca avida, così tu, istintivamente, hai teso a Lui te stessa e non hai voluto che Lui. Reciproca azione di amore che ha permesso a Dio di formarti, e a te di formarti, perché la riuscita del Volere di Dio ha sempre due fonti che la for­mano: il Suo amore e l’amore della creatura, fusi in un solo amore e desiderio fare ciò che è buono.

” Io non so parlare ” disse Geremia. E tu dicesti e dici: ” Io non sono degna. Perché a me? Possibile che il nulla sia scelto da Te? “.

E il Signore, a Geremia e a te: ” Non dire così perché «qua­lunque commissione ti affiderò tu la farai e dirai ciò che Io ti ordinerò. Non temere davanti agli uomini perché Io sono con te per liberarti “.

Oh! il Signore come si compiace dei nulla umili e ubbidien­ti! Non temere, anima mia, la tua ” nullità ” non sarebbe che ca­pace di amare. Ma ” il Signore stese la sua mano e toccò la sua ‘vittima’ e ti disse: * Ecco! Io metto le mie parole sulla tua bocca per il bene dei tuoi fratelli “.

” Quando sarò innalzato trarrò tutto a Me ” ha detto il Re­dentore.

Tu hai chiesto e ottenuta la croce, e innalzata su essa hai sperato, col tuo sacrificio, di attirare tanti al Signore. E il Si­gnore non questa sola calamità, ma anche l’altra: la Parola, ti ha dato, per attirare i fratelli a Dio.

Resta sulla croce, sino alla fine, e attira i fratelli a Dio, sof­frendo e ricevendo le parole, morendo ad ogni attimo e dando, ad ogni attimo, per amore, con amore, con un amore che nessun sgomento vince: ” Perché l’amore totale è più forte della morte e le acque non lo possono estinguere né i fiumi sommergerlo “. Non sia neppur scosso il tuo né dalle apatie degli uomini, né dal livore di Satana.

Resta là dove Dio ti ha tratto: nel suo amore. E non te­mere perché Egli, prima ancora che tu lo invochi, agisce, libe­rando l’anima tua da chi ti perseguita.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo».

21. Vera umiltà, vera fiducia, sobrietà spirituale e mentale[60].

1. Umili della vera umiltà.

Dice Azaria:

«La fiducia non deve annullare l’umiltà, né il riconoscimen­to delle vostre debolezze deve annullare la fiducia nella bontà del Signore. Un’anima che avesse una delle due cose, ma fosse dell’altra mancante, sarebbe imperfetta e procederebbe mala­mente sulle vie della perfezione.

Ieri parlava il Signore Ss. e io ho taciuto. Se ti avessi po­tuto parlare ti avrei fatto considerare che Pietro è un perfetto esemplare dell’anima che è in equilibrio di santità tra la fiducia che annulla il timore e l’umiltà che tiene l’anima nelle condizioni che sono necessarie per servire il Signore e avere da Lui aiuto.

Pietro aveva peccato come uomo e come apostolo. Ma i suoi peccati di uomo, avanti l’elezione ad apostolo, non gli fu­rono di ostacolo a divenire l’Apostolo perché anzi, per essi, la sua umiltà si irrobustì e la sua fiducia nella Giustizia Divina, che lo eleggeva ad apostolo, si manifestò.

Uno dei trabocchetti dell’anima è, molte volte, la falsa umil­tà o la debole fiducia. La falsa umiltà giunge a farvi negare i prodigi di Dio in voi. Ma perché? Per sentirvi dire: ” Oh! no! Tu lo meriti perché sei buono, sei degno “e così via. La debole fiducia fa sì che vi porta a dubitare dì Dio, della sua potenza, e a giudicare le sue azioni. Non abbiate né l’una né l’altra di queste imperfette cose.

Siate umili, ma della vera umiltà, quella che, per prima, in­tercorre nei rapporti fra voi e Dio e che a Lui confessa umil­mente i propri smarrimenti e a voi mantiene presente ciò che siete e che foste, perché non giungiate mai ad autoproclamarvi santi, e che Dio è obbligato a beneficarvi per questo. La vera umiltà, quella dei santi veri, riconosce sempre che i meriti del­la creatura sono sempre atomi rispetto alla vastità dei doni che il Padre concede alla creatura. E da questo riconoscimento viene un aumento di amore, perciò di unione con Dio.

2. In Dio la mia fiducia.

La vera fiducia si abbandona al Signore. Sa ciò che è: un nulla. Ma crede che Dio è giusto nelle sue azioni. Perciò lo serve senza giudicare se lo strumento è imperfetto al compito. Si ab­bandona. Si pone nelle mani di Dio, e dice: ” Fa’ di me ciò che vuoi”. È l’atto che ha ottenuto alla Terra il Salvatore.

Maria, nella solitudine della sua casa, sbigottì non per l’an­nunciato miracolo, ” ma per la forma del saluto ” usata dal ful­gido Annunziatore. Ma quando Gabriele le spiegò perché il Si­gnore era con Lei e perché Ella era la Benedetta fra tutte le donne, quando seppe che Ella sarebbe la Vergine che partorisce l’Uomo, e quando le fu rivelato come le sue intatte viscere avreb­bero potuto portare un frutto senza che opera d’uomo avesse seminato il seme, ecco che allora Ella, la vera Umile e la vera Fidente, dice: ” Ecco l’ancella di Dio. Si faccia di me secondo la sua Parola “. E il Verbo lasciò il Cielo e si incarnò per opera di Spirito Santo, ossia dell’Amore, e abitò fra voi e patì e morì sulla Croce, e l’uomo fu redento. Tutto per l’umile e fidente ” si faccia ” di Maria Beatissima.

Tanto vi sentite “niente”, vi sentite “miseria”, vi sentite ” bruttezza “, tanto ricordate di esser stati ” peccato “, di esser stati ” dolore a Dio “? E per questo la vostra fiducia non osa slanciarsi? Oh! no!

Ecco Paolo, l’antico Saulo, persecutore ingiusto di Cristo nei suoi servi. Dice: ” So bene in chi ho posto la mia fiducia e sono certo che Egli è così potente da conservare il mio depo­sito… “. Senti come Paolo si riposa, e per sé stesso, per l’uomo passato, per l’apostolo presente, per la dottrina che la morte gli impedirà di continuare a diffondere, per tutto. Egli sa in chi ha posto la sua fiducia e non teme di nulla. Come Dio lo ha levato dal pantano del passato, come lo ha guidato per le vie dell’apostolato, così raccoglierà dalle mani dell’apostolo ucciso il tesoro che vi aveva messo, per consegnarlo ad altri che lo propaghino, continuando il lavoro spezzato dalla morte.

Tesoro di Dio non perisce e Dio non delude le buone vo­lontà. Non temere. Getta sopra il Signore le tue ansietà, come dice il Graduale della S. Messa tra l’Ottava del Sacro Cuore, perché quando un figlio ” grida al Signore, Egli ne esaudisce la voce”. Egli che sa la verità delle azioni degli uomini e non oc­corrono lunghe orazioni per spiegargli di che c’è bisogno, né per sbalordirlo onde non veda. Egli, che ” scruta e conosce, e sia che uno si segga o si alzi lo sa “. Egli che tutto può e che come ha fatto di Simone un Apostolo, così del fariseo zelante e ne­mico del Cristianesimo, del Cristianesimo ne ha fatto l’Apostolo e ciò perché, sia nell’uno che nell’altro, ” la grazia di Dio non fu vana in essi, ma rimase sempre in essi;‘ attiva e trasformante.

3. Umiliarsi sotto la potenza di Dio.

Ma io ti voglio spiegare le Epistole delle due S. Messe. Pie­tro canta la potenza dell’umiltà. ” Umiliatevi sotto la potente mano di Dio affinché Egli vi esalti nel tempo della visita”.

Pietro sapeva per esperienza come l’onore di essere stato toccato dalla mano di Dio e segnalato come suo servo, possa in­durre l’uomo a superbia. E come la superbia, assopendo la vi­gilanza dell’anima, possa permettere al Tentatore di indurre l’uomo al peccato. Egli lo aveva provato. Si era creduto sicuro di sé. Si sentiva sicuro. Era il Capo degli Apostoli. Perciò Dio lo aveva riconosciuto il migliore. Quella sera, poi, si sentiva come un soldato in una fortezza sicura: aveva Gesù Eucarestia nel suo petto. Si poteva perciò rallentare la vigilanza, compiacersi di sé cedere all’umanità un pochetto, lasciando Gesù nel suo petto lottare per lui. Ecco un esempio di fiducia sbagliata. Dio può tutto. Ma l’uomo non deve abbandonarsi a ciò che può Dio, qua­si che il potere di Dio in favore dell’uomo sia un obbligo da parte di Dio. Anche l’uomo deve lavorare di suo, unire il suo lavoro a quello di Dio. Da questo mutuo aiuto, da questa cooperazione, nasce l’operazione santa e perfetta.

Pietro quella sera dimenticò di cooperare con Dio e ” si ad­dormentò “. Tre volte. Che simbolico sonno e che simbolico nu­mero! Tre le concupiscenze: tre i sonni dell’Apostolo che aveva ceduto all’umanità e si era perciò abbandonato, come uno che dorme, al Malandrino in agguato. E come Sansone dopo che per essersi addormentato sul seno della Tentazione aveva perduto l’unione con Dio, anche Pietro fu uno zimbello senza forza nelle mani di Satana che lo portò a mentire, a rinnegare, a fuggire vilmente.

Pietro dunque sapeva il male che un pensiero di compiaci­mento semina e che poi nasce e cresce con forme sempre più peccaminose, e dice: “Umiliatevi sotto la mano di Dio”. Che il dono di Dio non vi sia rovina, vuol dire, ma anzi per l’umiltà che conserva il dono e l’unione con Dio, Egli, il Signore, vi esalti, nel tempo della visita.

Il tempo della visita è quello della venuta di Dio per pre­miare o punire all’ultimo giorno. Altre visite vi sono: le ma­nifestazioni di Dio in voi con consigli, ispirazioni o missio­ni. Ma la visita di cui parla Pietro è il Giudizio finale. Ogni vi­sita di Dio è esaltazione perché è elevazione della creatura a Lui. E se la creatura ne usa male, di questi doni senza prezzo, ne avrà pena e dolore. Ma può sempre rimediare con atti di ripa­razione finché ha vita. Mentre la venuta ultima è senza riparo o modifica. O è esaltazione o è condanna eterna dell’uomo. Fate perciò di vivere in modo che Dio vi possa esaltare nel tempo della visita.

4. Sobrietà spirituale e mentale.

” E gettate in Lui ogni vostra ansietà perché Egli ha cura di voi”.

Dio è Padre. Quale quel figlio, che sa che suo padre lo ama, che quando qualcosa l’accora non va dal padre suo a confidargli i suoi affanni per averne aiuto, consiglio e conforto? Fate allora, per questa paternità più grande e perfetta di quella relativa e sempre imperfetta della paternità secondo la carne, ciò che fate nelle occasioni di dolore della vita sinché il padre vostro, se­condo la carne, è al vostro fianco. Cosa è che vi fa piangere quando la morte vi leva il genitore? Il sapervi senza più il suo amore solerte intorno a voi. II mondo vi pare un deserto perché chi aveva cura di voi non è più.

Ma Dio sempre è. E Dio sempre è Padre. Non piangete, quin­di, o voi tutti che siete ansiosi, perché c’è chi vuole placare le vostre ansietà: Dio. Siatene sempre figli, ed Egli sempre vi sarà Padre. Per esserne figli, occorre essere “sobri e vegliare perché il diavolo, vostro avversario, come leone ruggente vi gira intorno cercando di divorare: resistetegli, forti nella fede, sapendo che i vostri fratelli, dispersi per il mondo soffrono gli stessi vostri patimenti “.

Oh! Pietro li conosceva gli improvvisi attacchi dell’Avver­sario! E conosceva come occorre essere sobri in ogni cosa per poter essere svegli a respingerlo. La sobrietà non è soltanto di cibo o bevanda. Vi è quella intellettuale e quella spirituale, ugual­mente necessarie per salvarsi da Satana. Se anche uno non beve e mangia come un crapulone, ma poi soddisfa senza misura la fame e sete della scienza e va cercando di bere alle fonti di tutti i trionfi e lodi umane; se anche uno non eccede a tavola o in altri soddisfacimenti della natura corporale, ma poi, nel campo spirituale, fa degenerare la carità in sentimentalismo, la pietà in quietismo, oppure in ricerca del brivido emotivo di un misticismo sterile perché commuove i sensi ma non rinnova sempre più e continuamente Io spirito nel bene, e si ubriaca di queste esteriorità, accatastandole le une alle altre per averne lode dagli uomini e darsi lode, ecco che egli infrange la bella sobrietà che non è soltanto del palato e del ventre ma soprattutto della mente, ma dello spirito, contrapposta alla triplice concupiscenza, ragio­ne di ogni rovina delle anime.

Siate sobri. Accontentatevi del ” pane quotidiano “, ossia di ciò che Dio vi da, e non vogliate di più. Egli sa ciò che vi è sufficiente. Volere di più e procurarsi di più produce veleno, perché questo ” più ” imprudente è composto di cibo nocivo e non benedetto.

E non abbiate egoismo di dire che a voi soli accadono cose penose. Ogni uomo porta la sua croce e non è certo segno di predilezione divina esserne privi o averla piccina. Più lo spi­rito è formato e più Dio lo identifica al Modello: all’Uomo-Dio la cui passione fu completa. Sappiate soffrire e soffrire con gioia, pensando che la vostra sofferenza, unita a quella dei fratelli vo­stri, si fonde alla sofferenza di Cristo per la salute del mondo e la vittoria su Satana. Sappiate soffrire, e con gioia, sapendo che ” con un po’ di patire il Dio di ogni grazia vi perfezionerà, conforterà e conformerà, dandovi infine la gloria eterna per il vostro soffrire unito ai meriti infiniti di Gesù Ss. “.

5. Quando Dio chiama non fate resistenza.

E dopo il beato Pietro a tutti i credenti, e tanto più a quelli che per ciò che hanno avuto di elezione devono corrispondere con assoluta dedizione, ecco Paolo che pare parli proprio a voi “voci “. Parli anzi in vostro nome, rispondendo per voi al mondo degli increduli o dei titubanti. ” Vi dichiaro che il Vangelo da me predicato non è dall’uomo, perché io non l’ho ricevuto né imparato dall’uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo “.

E che di diverso potete dire voi, portavoce del Signore? È vostro ciò che dite? O vi fu dato da alcuno che fosse maestro sulla terra? No. Dal Verbo vi viene. È Suo. Voi lo ricevete per darlo. Non potete né gloriarvene né rifiutarlo. Perché se faceste quest’ultima cosa dispiacereste a Dio il quale, d’altronde, potrebbe ripetere in voi il miracolo di Damasco e atterrarvi per persuadervi che contro il volere di Dio non c’è resistenza che valga. Quanti di voi hanno cercato di rifiutarsi, presi da paura, a questo fulgente soprannaturale che vi piombava addosso come una folgore celeste? Quanti, prima di esser voci, hanno quasi o senza quasi schernito o negato il soprannaturale che viene a cercare un ” nulla ” dicendo che ” non poteva essere “.

Ebbene? Ora sentite che ” può essere”? Ma però, poiché talvolta vi assale la tema di aver peccato per questo pensiero e per la resistenza fatta, io vi dico che meglio è essere in tal modo che ansiosi di possedere certi doni, tanto ansiosi da cadere nel tranello satanico e favorirlo con la smania di vestirsi di vesti che solo Dio può dare.

E vi dico che male fareste a gloriarvene, perché è dono gra­tuito dato per fini divini, non perché voi siete voi, ma perché c’è bisogno di voi. Non è vostro il potere. Non rubate mai a Dio la gloria che è sua. Presto sareste smascherati e puniti dallo scherno del mondo e dal giudizio di Dio.

Taluni, come Paolo, credendo di far bene, hanno respinto il dono? Lo hanno detto: ubbia, vedendolo in cuore ad altri? Si esamino. Perché? Con quale pensiero lo hanno fatto? Con quello di negare che Dio può tutto? Se sì, hanno peccato. Con quello che ciò che la Chiesa possiede è sufficiente e che è inutile voler perfezionare ciò che è perfetto? Se è per questo pensiero non hanno peccato, perché un amore rispettoso, zelante ” della tradizione dei padri”, li ha mossi.

Ma quando Dio chiama non fate resistenza. Imitate Paolo. Ascoltate ciò che dice: ” io subito, senza dare retta alla carne e al sangue… mi ritirai… poi… tornai a Damasco… “, ossia ubbidì al Signore.

Ogni tanto un complesso di cose vi spaventa, povere anime, e voi pensate di resistere per paura di peccare disubbidendo alla “tradizione dei Padri”. No, care anime, no! Ascoltate: quale è il più forte? Dio. Chi vi chiama? Dio. Perciò, senza tenere conto né di questo né di quello, ubbidite a Colui che è al disopra di tutti, e andate sicuri. Pensate che il segno di Dio è su voi. Egli sa. Andate sicuri. Le paure sono di origine satanica per farvi disubbidire a Dio e strappare a Dio uno strumento. E le insinua­zioni del mondo sono suono senza valore che cade dopo aver suonato, lasciatele suonare. Ritiratevi in Dio e servite Lui solo.

La grazia del Signore sia sempre con voi. Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo!».


22. Le opere di Dio[61].

1. L’intelligenza del povero e dell’indigente.

Dice Azaria:

«Tutta per te, tutta per te, anima mia, per esserti conforto e cibò sapienziale al posto del Pane che per te realmente doveva essere ” quotidiano “, cara anima che tutto hai dato per amore dei fratelli per imitazione del Cristo e che nella tua prigionia di segregata dall’Amore che immola non avevi che questo Sole.

È detto nei salmi:Beato colui che ha l’intelligenza del po­vero e dell’indigente “. E della povertà nelle sue forme. Perché povero e indigente non è soltanto chi manca di pane materiale e di denaro. Povero, e in un senso molto più alto, è anche colui che, per un crocifiggente volere di Dio, è impossibilitato a sfa­marsi anche del pane che Gesù per bocca di Isaia promette, of­fre ai poveri, a quelli che non hanno denaro, con le parole: ” Si­tibondi, venite alle acque, e voi che non avete denari venite a comperare e a mangiare, venite a comperare senza denaro “. Pa­role nelle quali si ritrova amplificata in potenza la Parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni: ” Cercate di procurarvi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’Uomo darà… Il Padre mio vi dà il vero pane del Cielo… Io sono il Pane di Vita: chi viene a Me non avrà più fame, chi crede in Me non avrà più sete… Tutto quello che il Padre mi dà verrà a Me, né Io scaccerò chi a Me viene, perché Io sono disceso dal Cielo per fare la volontà del Padre mio. E la Volontà del Padre è che Io non perda nemmeno uno di quelli che Egli mi ha dato… Io sono il Pane vivo disceso dal Cielo…Il Pane che Io darò è la mia Carne data per la vita del mondo “. E ancora: “Chi ha sete venga a Me e beva”.

La parola di Dio è chiara. Egli vuole che il suo Pane sia dato, e con abbondanza, a tutti coloro che lo chiedono, e specie a quelli che portano una croce, perché siano fortificati col Pane dei forti.

La carità, che troppi confondono con l’elemosina, non ha limitazioni nella impossibilità di uno ad andare, a parlare, a di­fendersi, a potersi procurare cibo e difesa. Ma anzi la carità, la vera carità intelligente e cosciente — e tale perché essendo vera, ha perfezione di cosa divina — va sollecita là proprio dove, per un complesso di cose, vi è impossibilità di venire, dì parlare, di procurarsi cibo e difesa. La carità comprende i bisogni mate­riali e spirituali dei poveri, di questa categoria speciale di po­veri che sono nell’impossibilità di andare là dove si compera ” senza denaro ” il Pane disceso dal Cielo. È la più alta delle ca­rità, questa, perché è portare Dio alla creatura che di Lui appe­tisce, e mettere nella creatura il Consolatore, il Maestro, l’Amico, Colui che grida con instancabile voce: ” Voi tutti che soffrite venite a Me ”.

Chi non comprende questo non ha l’intelligenza, delle po­vertà e del povero e dell’indigente, e non conosce le anime dei fratelli, come non conosce Dio. Non lo conosce perché non ha e non è nella carità, e chi non è e non ha la carità non è in Dio.

E allora? Che farai, povera anima che non sei soccorsa da chi non ha pietà della tua miseria? Sarai “sola” perché essi si ritirano? Sarai desolata per questo? Dovrai dubitare di es­ser amata o salvata da Dio? Nulla di questo. Ma anzi giubilare devi, così come il Cristo che dopo l’Ora tremenda del Getsemani nella quale tutto il dubbio del mondo e dei mondani, mosso da Satana come una macchina di guerra per abbattere il Forte, risorse nella certezza della sua missione, vedendo che il Signore lo consumava nei patimenti caricandolo di tutto il peso del­l’espiazione, abbandonandolo all’odio dei nemici, per poi farlo Trionfatore della Morte, del Peccato. Allora, morendo trafitto, percosso, vilipeso, maledetto, il Cristo disse, nel suo Cuore mo­rente: ” Io sono il Re e Redentore. Invano, o Satana, mi hai vo­luto rendere dubitoso. Questo è il segno che Io sono nella Grazia del Signore e nella sua compiacenza, e che tutto otterrò perché tutto è contro Me. Le contraddizioni di Satana e del mondo, con­tro uno che del mondo non è, è il segno più sicuro che colui che è perseguitato è in Te, o Padre mio “.

2. Le opere di Dio.

Sì, Maria. La contraddizione .su un’opera buona, la persecu­zione su un’anima innocente, è il segno probatorio più sicuro, mai mancato, che quell’opera è da Dio e che quell’anima è al servizio di Dio.

Credilo, credilo come fosse certezza di fede; lo puoi credere perché un angelo non mente, che quando uno è perseguitato senza aver meritato persecuzione, che quando un’opera buona è osteggiata, è perché Satana li odia. E l’odio di Satana è sem­pre contro là dove è Dio.

Giubila dunque di essere perseguitata e contraddetta perché questo è il segno che tu sei in Dio e la tua Opera è da Dio. E ripeti al tuo animo affranto le parole dell’Introito: ” II Signore è la mia luce e la mia salvezza. Di che allora ho da temere? Il Si­gnore protegge la mia vita. Chi potrà allora farmi tremare? “

Oh! Maria! Alza gli occhi dello spirito a contemplare i cit­tadini dei Cieli. Quei cittadini che prima di essere spiriti bea­ti nella contemplazione di Dio furono uomini sulla Terra. Eb­bene? Che vedi su essi? I segni per cui conquistarono quel po­sto. E non uno, meno i pargoli morti avanti l’uso di ragione, manca del segno della contraddizione del mondo alla loro virtù e missione. Questo segno di martirio, sia cruento o incruento, non manca in nessuno di essi. Perché il mondo odia, perseguita e schernisce chi è da Dio.

Così come ad un inferocito toro è di aizzamento il rosso, ugualmente agli invidi o ai negatori è di aizzamento il fulgore della carità che si espande dai diletti al Signore, e contro essa si avventa per abbatterla, distruggerla. Non può. Ogni urto la fa aumentare in potenza. E la potenza di essa è tale che, come dice l’Introito: “i nemici vacillano e cadono”. Lasciali cadere senza rancore, senza giubilare della loro caduta. Lasciali cadere senza distrarti per il rumore della loro caduta. Ascolta Dio e le sue voci, e non tremare nel tuo cuore.

Prega soltanto. Prega il Signore che il corso del mondo si svolga tranquillamente, secondo i suoi ordini, e che la Chiesa abbia le gioie di una tranquilla devozione. E intendi ciò che que­sto vuol dire.

3. Apocalittico succedersi di castighi.

Il mondo non è, secondo il pensiero comune, tranquillo. Sventure, calamità di ogni sorta lo scorrono e tormentano. Ma tutto ciò avviene ancora per volontà di uomini. Il mondo in sé stesso, la Terra, il pianeta, svolge tranquillamente il suo corso secondo che la volontà del Creatore gli ha ordinato. Come astro che compia la sua traiettoria nel firmamento, il pianeta che ha nome Terra, da decine di migliaia di anni segue il suo corso che si è iniziato coll’esser creato e che avrebbe dovuto terminare con la disgregazione, quando la sua fine fosse venuta al tempo segnato.

Ma come, nella sua infanzia, fu minacciato di distruzione perché la corruzione degli uomini aveva fatto pentire il Creato­re di averli creati, così, in questa sua età nella quale la cor­ruzione supera ogni misura — e si trova nelle regie e nei tuguri in uguale misura e non è esente il luogo sacro da inquinamenti corrotti, e l’amore è morto, per far luogo all’odio, senza più neppure ragione nazionale, all’odio per l’odio, all’odio per l’uma­nità, e perciò per sé stessi, e gli uomini sono insieme suicidi, omicidi e deicidi alzando la mano armata di livore e di empie­tà e delle sataniche scoperte contro Dio nelle creature, e contro Dio in Sé stesso, e contro sé stessi e contro tutto — non può questo peccato continuo contro la carità e questo satanico ribollire di superbie in molti, in troppi uomini e per tutti i mo­tivi, provocare un  ” Fiat ” divino che interrompa il corso del mondo e provochi il disgregamento di esso con orribili convul­sioni per cui folli di terrore gli uomini — per guerre, fami, stragi di epidemie e terremoti, cicloni, inondazioni, grandine, fuoco,. pestilenze, invasioni di animali distruttori e creazione di mac­chine e veleni micidiali, in un apocalittico succedersi di casti­ghi — gli uomini accecati nella vista per le tenebre e nel cuore per il terrore e l’ateismo vadano a morte e poi al tremendo Giudizio avanti l’ora?

Ricordate tutti che se le preghiere dei giusti e della Tutta Grazia accelerarono * di anni la venuta del Cristo, e fu grazia grande, questo accelerare i tempi della fine del mondo, con le colpe senza numero, sarà la disgrazia più grande di cui l’Umani­tà avrà a soffrire, perché sarà l’ira del Signore quella che colpirà.

Pregate dunque, o voi buoni, perché il mondo muoia quando è segnato che muoia. Pregate perché Dio non mandi i suoi giu­stizieri a colpirlo, così come fece con Lucifero e con Adamo. Perché i decreti di Dio sono eterni, sì. Ma possono conoscere mutazione quando la sua Giustizia e il decoro di Sé stesso im­pone all’Amore di ricordare alle creature che Uno solo è Dio e nessuno è più grande di Lui. Questo per il mondo.

E per la Chiesa ” le gioie di una tranquilla devozione ” sai quali sono, anima mia? Quelle che vengono da una esatta cono­scenza, da una giusta applicazione, da una santa volontà, della Fede, del Vangelo, della carità.

Una esatta conoscenza della Fede e una giusta applicazione del Vangelo, nel quale, portata alla perfezione, è tutta la religione antica fusa alla religione cristiana, impediscono la crea­zione di eresie e di sette, di esaltazioni o di freddezze colpevo­li, e una santa volontà di amore distrugge, col suo fuoco, le venefiche piante delle eresie e delle sette.

È l’amore, sempre, quello che salva e conserva. Non è l’esaltazione fanatica, né il rigore agghiacciante. È l’essere cri­stiani, così come Cristo ha voluto. E nella Chiesa in tutte le sue gerarchie, e nei fedeli in tutte le loro condizioni. Allora, da una Chiesa militante, veramente cristiana in tutti i suoi membri, nu­trita di Cristo come la pianta si nutre del midollo e ne spinge il vigore sino all’ultima fogliuzza sulla più alta fronda, verrà la gioia della tranquilla devozione, priva di febbri intercorrenti di misticismo sterile e di oscuramenti per cui le tenebre salgo­no ad avvolgere la Luce, dando scosse dannose agli spiriti che non sono tutti di adulti, ma anzi, per la più parte, sono di de­boli pargoli spirituali, bisognosi di tranquilla gioia per crescere nel Signore, di costante fede, di calda carità che li fasci e cor­robori per proteggerli dalle insidie dell’Avversario, del mondo e della carne.

Prega, prega sempre, tu figlia della Chiesa, per questa tua Madre, prega per i fratelli che sono come te figli della Chiesa, forse prodighi, talora separati, tal altra traviati, perché siano con la Madre, e la Madre non abbia che la carità di Cristo per il gregge fedele e per le pecorelle sviate, e richiami, esorti, conforti, sostenga, materna, materna, materna, santa, perfetta come il suo Capo: il Signore Nostro Gesù.

4. Patimenti e gloria futura.

Ed ora leggiamo Paolo. Ecco che ti conforta con una santa parola. Accettala perché è verità. Paolo la disse sulla Terra. Ma ora scende dai Cieli, confermata dall’approvazione di Colui che più di tutti patì e che divinamente glorioso manifesta nel suo Corpo che ha patito e che perciò è glorioso come Uomo oltre che come Dio. ” Io tengo per certo che i patimenti del tempo pre­sente non sono da paragonarsi alla futura gloria che sarà mani­festata in noi “.

Ciò è. Molti i patimenti dei figli veri del Dio vero. Ma su­periore, senza misura, la gloria futura che avranno in Cielo.

Il Verbo era Dio. Perciò era infinita la sua gloria di Dio. Ma Egli stesso era gloria a Sé stesso. Si fece Uomo e patì nel tempo, atrocemente, completamente. Poi salì al Cielo, e alla sua gloria infinita unì la gloria di tutti i salvati. E ogni santo è au­mento di gloria che il Verbo si è ottenuto col patimento nel tempo. Che cosa sarebbero stati i Cieli senza il suo patire? La statica gloria di Dio li avrebbe empiti, è vero. Ma non avrebbero conosciuto gli osanna dei mille e diecimila beati, dei cento quarantaquattromila di ogni tribù, né avrebbero conosciuto il can­tico nuovo appoggiato su un suono simile a quello di molte acque e al rombo del tuono, simile ad un concerto di arpisti che suonino i loro strumenti, il cantico nuovo dei vergini che seguono l’Agnello dovunque vada, e portano sulla fronte il suo Nome e quello del Padre, il cantico che solo quelli che furono riscattati dalla Terra, primizie all’Agnello e a Dio, possono can­tare.

Tutta questa gloria che si moltiplica intorno a quella del Verbo per ogni santo viene al Cristo perché, nel tempo, patì, e ciò che era rifulse per i suoi patimenti e rifulge in eterno in Lui e nel suo Corpo glorificato come nel suo Spirito Divino.

5. L’attesa della creazione.

” Difatti, la creazione sta ansiosamente aspettando la rivela­zione dei figli di Dio”.

Attenta bene, anima mia. Cosa vuol dire questa frase? Di quale rivelazione parla? Una volta ti ha parlato dei due rami dell’Umanità: il ramo dei figli della libera e quello dei figli della schiava. Ecco: quella spiegazione ti aiuta a capire questa frase.

La creazione attende di conoscere i figli di Dio per distin­guerli dai figli del peccato. Quando lo conoscerà? Quando, il tempo essendo finito, saranno passati nella grande rassegna tutti gli uomini e separati, secondo giustezza, i figli di Dio dai figli del peccato.

Per ora è un lavoro continuo, incessante per giungere a questa rivelazione. Ogni creatura lo deve compiere in sé stessa, e l’unione di tutte le creature, e la conoscenza del lavoro di ognu­na, darà la rivelazione dei figli di Dio da distinguersi da quelli che non vollero esserlo.

La vita di ogni singolo è simile ad una tessera di mosaico. E ognuno può dare ad essa, liberamente, il colore che vuole. Quando tutte le vite saranno riunite nella risurrezione finale, si comporrà il gran, quadro della storia dell’umanità, di questo lato della creazione, il più eletto, e, per essere il più eletto, il più in­sidiato dall’Avversario che nei progenitori assoggettò tutta l’U­manità alla vanità, con la permissione di Dio, per provare i suoi figli e poterli premiare con moltiplicati meriti per la loro santità conseguita con sforzo proprio e non con dono gratuito di Dio.

A quale funesto orgoglio sarebbe mai giunto l’uomo se per una colpa in due modi felice e propizia non avesse conosciuto l’umiliazione all’alba della sua esistenza! Felice la colpa per avere ottenuto il Cristo, felice per aver mortificato l’uomo pri­ma che secoli di immunità lo avessero fatto orgoglioso quanto Lucifero che, per essere senza colpa, si credete simile a Dio.

Provvidenza anche questo cadere dell’Umanità, questo suo mordere il fango per ricordarsi che è fango animato da Dio, per sé stessa soltanto fango, per volontà di Dio: spirito in un fango, a santificarlo, a dargli l’impronta, la somiglianza con lo Sconosciuto, col Perfetto, con lo Spirito, con l’Eterno. Provvidenza questo cadere all’inizio del suo giorno, per avere un lungo espiare e poter risalire tutta la via, tornare al Cielo dall’abisso, tornarvi con la buona volontà, con l’aiuto del Salvatore, con la battaglia contro la Tentazione, con la fortezza che spezza le catene della concupiscenza, con la Fede, la Speranza, la Carità, con l’Umiltà santa e la santa Ubbidienza, per giungere ad essere meritatamente gloriosi e liberi della libertà gloriosa dei figli di Dio.

Troppe volte l’uomo maledice sterilmente il primo peccato e bestemmia contro Dio come un imprudente Signore che ha messo l’Uomo in tentazione più forte di lui. Ma cosa sarebbe av­venuto se l’Uomo, in luogo di cedere alla Tentazione che lo in­duceva a credere che mangiando il frutto proibito sarebbe dive­nuto simile a Dio, fosse giunto, senza alcun tentatore, a cre­dersi da sé Dio perché senza peccato, perché senza dolore, per­ché senza morte?

Non più redenzione allora, perché l’Uomo sarebbe stato un nuovo Lucifero. Anzi una legione senza numero di luciferi per­ché col corso dei secoli l’Umanità si sarebbe aumentata per tutti i procreati, e non un uomo e una donna, ma tutti avrebbero peccato per questa eresia sacrilega e la razza sarebbe perita tutta in un castigo infernale.

Il Creatore amò la creatura più bella del creato. Quella in cui l’anima gettava luci celesti. E la volle in condizione d’esser salvata ancora. E che? Può l’uomo dubitare che Dio non avrebbe potuto impedire a Satana di entrare nell’Eden? No. Non pensate questo. Ma credete che l’atto di Dio fu buono come ogni suo atto, e causa ad atto infinitamente buono, quale fu quello dell’Incarnazione del Verbo per la salvezza dell’uomo.

6. L’ora del parto.

” Noi sappiamo che fino ad ora tutte le creature sospirano e son nei dolori del parto “.

Infatti ognuna deve partorire sé stessa, l’eterna sé stessa, colei che nasce al Cielo o all’Inferno nel momento in cui la pri­ma morte leva l’anima e il respiro, e la prima chiamata, davanti a Colui che non si può ingannare, avviene. Dalla materia, come da fiore frutto — dalla materia che i Sacramenti aiutano a dive­nire (da catena, intralcio, peso alla santificazione, alla nascita, alla Vita del figlio immortale di Dio, al beato abitante cittadino del Cielo) strumento di santificazione col suo stare soggetta allo spirito, e spirito di giusto, di ubbidiente, di umile a Dio e alla sua Legge — della materia, come frutto dal fiore, ecco che sarà partorito, con doglie di tutta la vita, con peso di gestazione per tutta la vita, il figlio di Dio, fratello al Cristo, compartecipe, per promessa divina, alla divinità.

“‘ Voi siete dèi ” è scritto nella Scrittura e nelle lettere di Paolo. Né Gesù ha negato che l’uomo, facendosi santo con uno sforzo costante verso la perfezione, non divenga simile a Dio Padre suo con la proporzione di figlio verso il Padre, dello spi­rito creato allo Spirito Ss. Increato.

Ma per giungere a questa glorificazione occorre sospirare e soffrire con pazienza e speranza, con fede e amore, proprio come una madre che per lunghi mesi soffre e spera, e va volentieri incontro al dolore pur di dare alla luce la sua creatura.

Vedete come è buono Dio? Alla materia concede di procrea­re, di quasi essere dei piccoli creatori. Ma a tutti gli spiriti concede di ricreare sé stessi, perché l’anima, data da Dio, può ricrearsi e super crearsi, raggiungendo la dignità eccelsa di figli di Dio, compartecipi della gloria eterna del Padre.

” E non esse soltanto, ma anche noi che abbiamo le primi­zie dello Spirito, anche noi sospiriamo dentro di noi stessi aspettando l’adozione dei figli di Dio e la redenzione del nostro corpo, in Gesù Cristo Signor Nostro”.

Il possedere doni straordinari non elimina dal dover soffri­re per ricrearsi al Cielo. Anzi, in proporzione della gioia che dal Cielo vi viene, dovete saper soffrire per giungere a sempre più alti gradi di perfezione spirituale. E avere la ” parola di Dio ” non è avere le primizie dello Spirito, anima mia? Perciò propor­zionata a questa grazia sia la tua forza. Procedi, dal tuo rifugio sicuro, dalle braccia del Padre tuo che ti conforta nella tua tri­bolazione e ti dà i suoi conforti per compensarti di quelli che gli uomini ti negano. Tenti nella Luce perché i tuoi occhi sia­no illuminati e perché tu non ti addormenti mai nella morte spirituale affinché chi ti è nemico non possa dire mai: ” L’ho vinta! ” Pensa che devi essere desta, giusta, luminosa, sapiente, e per l’anima tua e per l’Opera di Dio che una tua defezione anche lieve svaluterebbe. Sii santa per dar gioia a Dio, pace alla tua anima e vita eterna e per non menomare il dono di Dio. Pensa che faresti il giuoco dei nemici. Incoronati la fronte di spine, sii ferma sotto la flagellazione, vai sotto la croce. Ma fa’ che chi ti tormenta debba dire un giorno la parola dei crocifis­sori sul Calvario: ” Era uno spirito giusto “, e si batta il petto dicendo: ” Le sofferenze che le demmo pesano sulla nostra coscienza e gridano a Dio perché abbiamo conculcato un’innocente che serviva Dio. Perciò Dio abbiamo combattuto”.

Vieni, vieni, anima mia, anima sempre più amata. Vieni, riposati sul seno di chi non tradisce i figli suoi. Riposati su chi ti è dato per padre.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

23. Seguire il Redentore[62].

1. Fiducia nei divini aiuti.

Dice S. Azaria:

“Ascolta, o Signore, la voce della mia preghiera; sii il mio aiuto, non mi abbandonare, non mi disprezzare, o Dio, mio Sal­vatore. Il Signore è la mia luce e la mia salvezza. Di che ho a temere? ” dice l’Introito.

L’Introito che io spiego sempre molto, perché è la nota base di ogni singola S. Messa. Dopo, il cantico liturgico prosegue, si scioglie, sale sempre più in alto, ma la nota iniziale perdura in tutte le sue parti. Qui è nota di fiducia nei divini aiuti, quelli dei quali tutti hanno bisogno, e tu in specie, anima mia, che non hai che Dio a tuo aiuto in quest’ora. Ma confida. Uno sguar­do solo di Dio è più potente di tutte le male forze degli uomini messe insieme.

Che vuoi mai cercare di far piegare gli uomini che resisto­no anche al Signore, tu, povera creatura? Le tue parole e le tue prove cadono, dopo aver percosso il blocco durissimo del loro volere che ti è nemico, senza neppure lasciare uno sfregio sul­la superficie tetragona ad ogni penetrazione. Solo un volere di­vino può penetrarli, può sbriciolarli come il fulmine spezza ciò che colpisce. E il fulmine divino è il più forte di tutti e non si resiste ad esso. Ma tu non desiderare per essi fulmini che non siano d’amore. Anche questo è fulmine, ma non distrugge, anzi edifica, trasforma, ammolla, rende buoni i non buoni, muta in sostenitori i persecutori, e soprattutto impedisce la rovina della loro anima.

2. La meta di ogni buon’azione.

Questo, tu, vittima offertasi per la salute delle anime e per­ché il Regno di Cristo, ossia l’amore, si instauri nelle anime, lo devi avere a meta principale di ogni tua azione. Essi duri, tu dolce; essi nemici, tu sorella; essi mossi a ferirti, tu a carezzarli. Sino ad ora sei stata eroica in questo amore opposto all’astio, in questa pazienza contro il loro volere ostinato a dissolvere ciò che Dio vuole e tu chiedi in nome di Dio. Essi hanno alzato la mano, spiritualmente, a trafiggere il tuo spirito. Ebbene, imita l’agnello che bacia la mano di chi lo sgozza e il Divino Agnello che, mansueto, non si sottrasse ai suoi persecutori, ma anzi spin­se l’amore a pregare per loro con le sue ultime parole.

Fa’ così. E se neppure questo li ammolcirà e tu morrai con­sumata davanti alla loro muraglia impenetrabile, non temere. Giustizia è nel Cielo. E giustizia sarà per la fiamma che si è spen­ta dando luce e calore sino all’estremo, e per coloro che rima­sero gelidi e oscuri davanti al suo guizzare amoroso. Affidati a Dio. Supplicalo soltanto che non ti abbandoni e non ti di­sprezzi Lui e poi non ti preoccupare degli abbandoni e disprez­zi del mondo. Sono un onore per chi li riceve, perché è segno che egli non è del mondo ma di Dio.

3. Supremo olocausto e il più meritorio.

l’Orazione? ” O Dio che per quelli che ti amano tieni preparati invisibili beni “.

Tu lo ami. Molto più di te stessa. Quel che non sia gloria di Dio non ti suscita desiderio di averla. Solo questa gloria. Tut­to quanto Dio ti aveva concesso hai dato per la sua gloria. Ricorda, a tuo conforto, l’episodio del giovane ricco. Egli chie­de al Maestro: ” Che devo fare per avere la vita eterna? ” E Gesù gli dice: ” Tu sai i comandamenti “. Quello risponde: ” Li ho os­servati fin dalla mia giovinezza “. E allora il Maestro Divino gli dice: ” Ti manca ancora una cosa: vendi quanto hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in Cielo, poi vieni e seguimi “.

Ecco. Dopo i Comandamenti osservati dalla tua giovinezza, e dopo avere venduto ogni tuo bene col sacrificio della tua sa­lute, supremo olocausto e il più meritorio, perché offerto da te — non accettato come gli altri che Dio ti chiedeva — ti sei messa al seguito, non del Re, ma del Martire. I poveri, per te, sono coloro ai quali hai ottenuto amicizia di Dio colla tua oscura im­molazione. Ora se Gesù Ss. assicura la vita eterna a chi vende il suo, il suo materiale, per darlo in materiale soccorso ai poveri, che non darà a quelli che si spogliano anche della vita e con questa moneta acquistano la Vita a coloro che sono languenti o morti nello spirito?

Hai dato tutto. Dio ti darà infinitamente. E ti dà da ora infinito amore, ti dà il bene del suo amore sensibile, la sua pa­rola, anticipi del bene immisurabile che ti attende lassù: il bene che sarà Lui stesso, il tuo Dio, non più costretto a velare Sé stesso per adeguarsi alla tua capacità di creatura di sostenerne la presenza.

“Infondi nei cuori i sentimenti    del tuo amore”.

Oh! E di che vivi, tu spoglia di tutto, di tutto priva, sin del suo Pane, se non di questi sentimenti di amore divino? Ma guarda i fratelli tuoi. In quali, in quanti è la pingue misura che Dio ti dà di Sé stesso?

” Affinché amandoti in tutto e sopra tutto “.

4. Guarda l’eternità e l’Eter­no.

L’amore si ricambia con l’amore, e nell’amore ogni sacrifi­cio è possibile, e con l’amore ” si conseguono le cose che Dio ha promesse, le quali sono superiori ad ogni desiderio “.

Sono superiori ad ogni desiderio! Veramente, quale creatu­ra per quanto possa esser avanti nella conoscenza del Bene può giungere col suo pensiero desideroso ai limiti, anche solo ai li­miti di ciò che è il premio che lo attende nel Cielo? E là, non ai limiti, ma dentro, nella beatitudine perfetta, sarà immerso lo spirito di quelli che, avendo amato Dio in tutto e soprattutto, avranno conseguito il possesso di Dio. Ora esausta, là nutrita; ora sanzionata dalle creature, là dal Creatore premiata.

Dimentica il tempo e gli uomini. Guarda l’eternità e l’Eter­no. Non è qui il tuo luogo. Come pellegrina in un albergo dove i mercenari ti servono male, o negano di servirti, tu sei sulla Terra. Ma nella Casa del Padre tuo non conoscerai più i disagi di ora. Non ti affliggere dunque di ciò che soffri ora, ma pensa che ogni giorno che cade ti avvicina al luogo celeste in cui sarai amata dal Padre e dai fratelli come si ama in Cielo dove è soltanto perfezione, e sempre più aumenta la tua forma­zione, ricordando la Parola di Gesù Signor Nostro: Siate per­fetti come è perfetto il Padre mio “‘.

5. Le vie dell’amore perfetto.

Come si giunge a questa perfezione? Oh! sempre attraverso l’amore. Non ha insegnato altro mezzo il Maestro vostro Ss., non ne ha insegnato altro il suo primo Vicario, il Beato Pietro. ” State tutti concordi, compassionevoli, amanti dei fratelli, mi­sericordiosi, modesti, umili “. Queste diverse manifestazioni di virtù cristiane non sono forse amore? Amore ai fratelli nelle prime quattro. Amore a Dio nelle due ultime riconoscendo che se una sua bontà vi fa qualcosa più che non siano gli altri, que­sto è dono di Dio, e perciò, nella vostra elezione, siate sempre più modesti, sempre più umili, perché l’elezione non si muti in rovina, in una falsa santità atta ad ingannare gli uomini ma non il Signore, ipocrita santità di cui sarete chiamati a giustificarvi davanti al Giudice e della quale sarete puniti.

Da queste prime virtù ecco che Pietro passa a virtù più dif­ficile: quella del perdono. Il perdono alle offese è il saggio della vostra carità e della vostra unione al Verbo. ” Che se voi amate quelli che vi amano, che merito avete? Amate quelli che vi odia­no e porgete l’altra guancia a chi vi schiaffeggia”. Così ha detto il Signor Nostro Gesù. Perché vi vuole salvi. E se a chi lan­ciava un insulto al suo simile il Sinedrio dava condanna e il fuoco della Geenna era promesso a chi offendeva il suo simile — e ciò mentre ancora l’Amore non era venuto ad ammaestrare e regnare sulla Terra, nel cuore dei suoi seguaci — colui che, nella Nuova Legge, non sa amare i suoi nemici e sopportare le offese ma reagisce, con animalità opposta all’animalità altrui, belva pronta ad ogni bassa reazione del bruto, incontrerà un ben più grave giudizio di quello del Sinedrio, e un fuoco ben più atroce quando, spogliato della carne come di una corazza che lo faceva offensivo e oscuro, si presenterà col suo spirito nudo al Giudice che insegnò l’amore e che redense con l’amore.

6. Segreto per vincere l’io umano.

Pietro, eco fedele del suo Maestro, ripete: ” Non rendete ma­le per male, né maledizione per maledizione, ma anzi benedite; perché per questo siete stati chiamati: per ereditare la benedi­zione “.

Oh! è difficile! Lo comprendo che è difficile! Nelle creature anche più spirituali la carne non è annullata e tenta dei so­prassalti sotto la sferza delle offese. Ma ti voglio insegnare il segreto per ottenere vittoria sull’io umano, troppo aizzato dal­le frecce continue che ti feriscono.

Senti, anima mia. Se tu contempli le frecce delle offese per quello che sono: offese, non le puoi amare. Se tu contempli quelli che te le scoccano per ciò che sono: ingiusti, non li puoi amare. Ma se tu contempli le frecce delle offese come armi di martirio e pensi, come pensava il beato Sebastiano, che ogni nuova freccia era una nuova penna concessa al suo prossimo volo, se tu le contempli come tanti strali di fuoco che, consu­mando con accelerato incendio la tua carne, valgono a purifi­carla e a sciogliere la carcere della tua anima, se tu guardi i tuoi torturatori come i cooperatori più validi a darti la corona di martire, se pensi che Dio ti ama senza limite al punto di per­mettere che tu sia simile ai suoi Confessori, simile al Figlio suo, ucciso dagli uomini per redimere gli uomini, se tu farai questo che ti dico tu amerai le offese che ti trafiggono, le bacerai come i martiri le loro catene, e amerai quelli che, aprendoti il Cielo col levarti la vita, sono, senza saperlo, i tuoi primi bene­fattori.

” Non sanno quello che fanno ” nel male. Perché se Io sa­pessero e lo facessero ugualmente, misere le loro anime! Ma cre­dono di servire Dio, novelli giudei, e di salvare il popolo, met­tendo a morte l’innocente. E però anche “non sanno quello che fanno ” nel bene. Perché ti danno di loro mano i mezzi con cui essere coronata dopo quest’ultima battaglia. Li devi amare per ciò.

Il Nostro Signore Ss. te lo ha detto una volta, parlando in una visione: ” Non c’è nessun uomo che sia completamente cat­tivo, volontariamente cattivo per tutta la vita. Perciò bisogna compatire, pensando a ciò che uno ha potuto fare di bene, e che noi non conosciamo”. Fa’ così, anima mia.

7. Segreto per giungere alla pace vera.

Chi dunque vuole amare la Vita e vedere giorni felici raf­freni la sua lingua dal male e le sue labbra dal parlare fraudo­lento, schivi il male, faccia il bene, cerchi la pace, si sforzi di conseguirla “.

Non la povera vita di un’ora, ma la Vita eterna nomina il Beato Pietro, e parla dei giorni eterni, quelli che per i “vivi” nel Signore saranno veramente felici. Oh! merita saper tacere, che il parlare tante volte trascina fuor dalla carità, facendo sba­lordito lo spirito col frastuono delle parole proprie e altrui, e, nello sbalordimento, può uscir fraudolenza pur di primeggiare nel combattimento coll’avversario, e la disputa può degenerare da giusta in ingiusta, e chi ha ragione può passare dalla parte del torto passando la misura del rispetto e dell’amore, e soprattutto altera la pace e la altera nel cuore altrui.

Nella pace è Dio. Non conviene dunque, per conseguire una povera vittoria, perdere Dio. Ma anzi, soffocando ogni rivolta dell’umanità, che si inalbera sotto le sferzate ingiuste, lasciate cadere ogni diritto, anche giusto e lecito, per essere liberi dì aderire con tutte le vostre forze a Dio solo. E la pace sarà in voi piena, luminosa, amica buona e maestra santa, ” perché il Si­gnore ha gli occhi sopra i giusti e le orecchie intente alle loro preghiere “. Anzi, non ” sopra “, ma dentro voi sarà Iddio, perché i pacifici saranno nel Padre e il Padre in loro, secondo la pro­messa beatifica del Verbo.

Avere Dio, la Pace in voi! Se noi angeli consideriamo cosa è vedere Dio, possiamo ben capire cosa deve esser per voi ciò che è avere Dio, il Pacifico in voi. E possiamo anche intuire cosa debba essere la vita di quelli che, in un’ora di meditazione, comprende di aver agito male e perciò di avere su di sé, fisso, lo sguardo irato di Dio e il suo severo giudizio.

8. ” E le forze del male non prevarranno ”.

Oh! Anima mia! La pace, la pace, sempre in te la pace. Perché tu sei nel tabernacolo, sotto la tenda di Dio. Non ne uscire neppure se tutti i turbini scuotono la tenda e squassano il ta­bernacolo per spaurirti, neppure se sciacalli o malandrini si ag­girano intorno per il deserto che ti circonda. Nella fuga ti per­deresti, nella reazione saresti vinta. Resta dove sei. Ricordati ciò che dice Gesù della sua Chiesa: ” E le porte dell’inferno non pre­varranno su dì lei “.

Tu, chiusa nel padiglione sapienziale di Dio, nel taberna­colo del suo Cuore, del suo Amore, sei come in una Chiesa vi­vente ” e le forze del male non prevarranno ”. Io te lo dico perché il mio Signore mi comanda di dirtelo insieme al Beato Pietro, che vi assicura che nessuno potrà nuocere a chi è zelante nel bene e chiama, con verità, beatitudine il soffrire per la giustizia, ricordando ancora una volta le parole del suo Maestro che ha promesso il Regno dei Cieli a chi soffre persecuzione per causa della giustizia.

E con l’Apostolo e Pontefice ti dico: ” Non temere le loro minacce, non ti turbare, ma santifica nel tuo cuore Cristo Si­gnore, dandogli la lode della tua giustizia onde gli uomini ab­biano a proclamare: ” Veramente in lei era vivo Cristo, il Santificatore, e per questo ella fu vittoriosa sulla sua umanità e sulle tentazioni, e su coloro che la perseguitarono senza ragione, come perseguitarono il Cristo, suo Sposo, Maestro e Signore”.

Benedici il Signore che ti dà consiglio. Sta’ sempre davanti al Signore e tieni davanti ai tuoi occhi il Divino Modello per ricopiarlo fedelmente in te. Appoggiati a Colui che ti ama, e non vacillerai. Chiedi una sola cosa al Signore e cerca questa sola: di abitare nella casa di Dio, sotto la tenda sapienziale che ti ha eretta a difesa e conforto, nella sicurezza del suo tabernacolo vivo, nel suo Cuore, per tutti i giorni della vita terrena, sino al momento in cui la fiamma, dopo un ultimo guizzo, si stac­cherà dalla lampada terrena e salirà al Cielo, piccola luce che torna alla Luce, piccolo fuoco che viene riassorbito dal Fuoco Divino, amore di creatura che si divinizza perdendosi in quello di Dio.

Gloria, Gloria, Gloria al Signore che divinamente compensa i suoi servi e martiri! Gloria al Padre, al. Figlio, allo Spirito Santo».

24. Il Battesimo[63].

1. Natura del Battesimo.

Dice Azaria:

1«Per dare conforto al tuo spirito, compatendo la debolezza della materia che non può stare applicata, Dio mi manda a par­lare, come è supplicato nell’Introito, onde tu non abbia a sentirti “come coloro che discendono nella fossa”. E per rassicu­rarti che “non morrai” ma “vivrai in Cristo”, ti propongo la meditazione dell’epistola di Paolo, così poco compresa anche da chi si dice fervente cattolico.

Cosa è di preciso il battesimo? I più risponderebbero: ” Una cerimonia che si usa fare al principio della vita per mostrare che siamo cattolici “; un’altra parte, più piccola, direbbe: ” È quel Sacramento che cancella il peccato originale e ci rende la Grazia “. Avrebbero già risposto bene, mostrandosi possessori di un minimo di cognizioni religiose sufficienti per vivere catto­licamente, in modo da salvarsi se, alle cognizioni, si unisce la buona volontà.

Ma molto pochi andrebbero più in là col pensiero sino a sviscerare cosa è il Battesimo veramente, di che è formato, la sua natura vera, celata sotto le sostanze usate per il rito. Se molti pensassero alla “natura” del Battesimo cattolico, e se molti si industriassero a far capire ai figli o figliocci loro sin dalla più tenera età questa natura, veramente verrebbe, tanto in questi pueri, come nei loro padri o padrini, un profondo amo­re per il Cristo, un amore tale che tratterrebbe dal peccare, un amore così forte da portare ad opere sante per compensare il dono ricevuto all’inizio della vita e, con l’amore, saldare il de­bito che abbiamo verso il Cristo, così come, con il dolore, sal­dare quello verso l’Altissimo.

” Rimetti a noi i nostri debiti ” voi pregate. Egli ve lo ha insegnato. Ma giusto è anche, fin dove si possa, sforzarsi a sal­dare il debito per proprio conto, senza pretendere che l’unico generoso sia Dio.

Questo trattenere dal peccare, questa riconoscenza amorosa verso Colui che vi rende la natura di figli di Dio — la compartecipazione, attraverso la Grazia, alla Vita, alla gloria, alla divinità — viene spontanea in chi sa contemplare il Battesimo per ciò che è realmente.

2. Il Battesimo è l’immersione nei patimenti di Gesù.

Esso è l’immersione nel patimento di Gesù, nelle sue lacri­me, nel suo Sangue, nelle sue umiliazioni, nella sua morte. Que­sto è sotto la specie dell’acqua. Il Vincitore della Morte è morto per distruggere la più vera morte: quella del peccato. E si è svenato per darvi di che far bianche le vostre anime, e si è fat­to squarciare il petto per accogliervi nel cavo del suo Cuore. E di là risorgiate a vita di Grazia.

Vincitore e consumatore, Egli ha vinto e consumato. Ma si richiede che l’uomo lo secondi acciò il sangue dell’Agnello non gridi contro voi come contro sacrileghi derisori e dissipatori del suo Sacrificio.

Se il cattolico pensasse queste cose non chiamerebbe più il Battesimo “cerimonia”; lo vedrebbe non soltanto come Sa­cramento che rende la Grazia e annulla la Colpa, ma come olo­causto del Cristo che si è svenato per darvi il lavacro che toglie il Male e fa partecipi del Bene; per farvi, da creature, semidei; per infondervi le Virtù indispensabili per salvarvi e perciò anche per rendervi capaci di comprendere la Sapienza, credere, sperare nella Misericordia.

Chi è nato e risorto nel Sangue di Cristo e resta fedele a quel Sangue non muore più. Ma vive in Gesù Cristo Salvatore, avendo, come Lui, vinto il mondo e Satana nelle concupiscenze domate.

Riposa, anima mia. Ti ho dato poche parole perché tu non tremassi di esser abbandonata. Ma la carità mi vieta di esigere da te uno sforzo anche solo di attenzione. Riposa. Io pregherò in tua vece. Tu offri il tuo soffrire come compartecipazione al S. Sacrificio di questa domenica…».

Infatti non ne posso più e a fatica riesco a seguire le parole angeliche…


25. Potenza dell’immolazione[64].

1. La palestra dei santi.

Dice Azaria:

1«Anche oggi poche parole che vengono dai Cieli per pietà del tuo soffrire fisico, ma tutta, tutta la gioia spirituale a com­penso di tutto il dolore.

L’averti persuasa, attraverso questa passione e questa perse­cuzione che ti hanno data, che l’Opera è proprio da Dio, ti deve far riguardare questa tortura — che Dio ha permessa per mettere a prova i metalli dei cuori, il tuo e quello degli altri, saggiarne la materia e misurarne le vibrazioni al tocco del soprannaturale — come cosa buona, non inutile e sterile.

Ti è stato spiegato altre volte. Dio, il Padre buono, a rendere meno malvagie le azioni di Satana e degli uomini, non le lascia passare senza trarre da esse un merito per chi le subisce.

Hai mai riflettuto, o Maria, che anche la nequizia satanica, che si crede libera di fare, padrona di torturare, capace di competere con Dio, di cui si crede uguale, e di beffare e contraddire Dio, finisce a servire ai disegni di Dio, facendo brillare più vive che mai le azioni dei figli di Dio?

Oh! non c’è che un Dio. E tutto è a Lui soggetto. Anche l’Av­versario, che gli si crede simile, non è che un soggetto, e, volendo nuocergli, in realtà lo serve perché aumenta la corte celeste, os­sia la gloria di Dio, dei santi che egli tentò e tormentò, e che sep­pero resistergli ed esercitare le virtù sotto la sferza della perse­cuzione.

Sì, i santi, che senza l’Avversario sarebbero divenuti dolce­mente santi, unicamente per riconoscenza ai doni gratuiti di Dio, per l’opera del demonio divengono fortemente santi, perché devono per tutta la vita lottare contro le sue insidie, tanto più vive quanto più egli capisce che sono prede che gli sfuggono. Ecco perché tutto è provvidenza che amorosamente segue un di­segno di bene, anche se alla limitatezza umana ciò non può ap­parire.

Lo so! Capire questo è difficile per chi è sotto la morsa del dolore. Ma tu, anima mia, vivente già nell’aurea pacifica e bea­tifica che ti avvolge scendendo dai Cieli, vivendo già nella luce che illumina ogni vero, esperta ormai del linguaggio sapienziale che si parla in Cielo, fatta felice dai sorrisi e sguardi che noi, che ti amiamo, ti diamo per dirti che ci sei cara — e oso unire il mio sorriso e sguardo di creatura angelica, tanto inferiore a Dio, a quelli divinamente perfetti di Dio, del tuo Gesù e della Regina nostra gloriosa — tu, che mentre le tenebre cercano di fasciarti di tenebre per darti paura e dolore, conservi sempre lo sguardo fisso nella Luce che ti ama, tu comprendi questa verità e dici con me: ” Tutto è provvidenza che amorosamente segue un disegno di bene “.

Tu fai questo continuo atto di fede, speranza e carità, per­ché credi nella Bontà Sapiente del Signore, perché lo ami e ami coloro che, ferendoti, ti danno una corona di più, li ami col Cristo ” perdonandoli perché non sanno ciò che fanno “, e per­ché speri fortemente che per questo soffrire il Signore ti darà una più grande e sollecita pace.

2. Utilità del soffrire.

Leggiamo Paolo, ora, il beato Paolo che da un’altra versione sulla utilità del soffrire.

È cosa vera che raggiungere la santificazione vuol dire sof­frire, mentre seguire la Tentazione vuol dire materialmente go­dere. Perché la via della santificazione è cosparsa di rinunce, di lotte, di dolore, mentre la via della Tentazione è cosparsa di appagamenti e di una apparente calma che è inganno celante la verità della disperazione futura ed eterna.

Ed è anche vero che non vi è creatura che non abbia mai ceduto alla Tentazione, facendo dono di sé stessa delle proprie membra — e non di esse sole, ma anche dell’intelletto che consen­te e dell’anima che non reagisce — alle immondezze di varie spe­cie che vengono dette ” peccati ” e che sono altrettante disubbi­dienze ai Comandamenti di Dio e ai precetti santi.

Per questo consentire alla colpa l’uomo merita il castigo, tanto più grave quante e quali sono le colpe. Né viene annullato del tutto il debito dovuto a Dio col Sacramento della Penitenza che cancella il peccato, ma richiede ancora espiazione per esso. Ebbene, la bontà del Padre dà alla creatura di espiare sulla Terra, facendo servire alla conquista del Bene eterno quelle stesse cose: le membra, l’intelletto e lo spirito, che avevano stol­tamente acconsentito al male. Ecco allora che, come raccoman­da l’Apostolo, l’uomo può, con ciò che servì al peccato, servire alla giustizia e riparare il passato conquistando la santificazione.

Una dolce schiavitù, questa, di seguire e servire la giustizia, una schiavitù santa per ottenere la libertà senza fine. Coloro che sono i servi del mondo la deridono e deridono come stolti coloro che in essa sapiente schiavitù si mettono, rifiutando le false li­bertà del mondo e della carne, scontabili in perpetua schiavitù tremenda nell’altra vita.

Ma voi, anime di giusti, che preferite la mortificazione e ab­bracciate il dolore come l’amico più sicuro per andare a Dio, come il trasformatore più certo dell’uomo animale in uomo spi­rituale, e poscia in spirito regale nel Regno celeste, in figlio di Dio nella Patria di Dio, guardando il tempo in cui ancora non eravate in questo servizio del Bene, che dite? Era forse libertà vera quella di allora? Vi dava realmente dell’utile? No. Nelle strette delle mortificazioni, talora del dolore, non vi sentite forse ricchi e beati per dei doni reali i quali non passeranno, ma anzi, completi, perfetti, beatifichi, aumenteranno quando li potrete godere nel Cielo, da spiriti capaci di gustare completamente ciò che da uomini non poteste gustare per limitatezza delle vostre forze?

” Certamente la fine delle cose vergognose è la morte ” dice Paolo. Mentre, con la liberazione dalle schiavitù del senso e del peccato, e col servizio leale di Dio, la fine è la pace, la gloria, la Vita, il Possesso di Dio.

3. Potenza dell’immolazione.

Amate dunque la sofferenza e la mortificazione, come mezzi di espiazione in un primo tempo, di santificazione poi, e lodate il Signore che vi concede di offrire un sacrificio continuo, più eletto di quello di offerte materiali di denaro o di doni simili agli arieti e ai vitelli dell’antica Legge. Il sacrificio della vostra volontà, delle vostre passioni, di tutto l’io alla paterna provvi­denza di Dio, perché vi conduca, come ha condotto suo Figlio anche alla morte di Croce, per essere oltre che redentori vostri, redentori dei vostri fratelli.

Sì, Maria. Offri per i tuoi fratelli e confratelli il tuo sacri­ficio. Di’ col tuo Gesù: ” L’anima mia è turbata “. Non sei da più di Gesù. Egli ha provato il ribrezzo per il dolore e la morte. Lo puoi provare tu pure e confessarlo umilmente.

Ma prosegui: ” E che dirò? Padre salvami da quest’ora? Io sono venuta appunto per quest’ora “, ossia perché, col sacrificio totale, si aumenti la gloria di Dio con la conquista di molte anime a Dio.

E chiedi, certa di essere ascoltata, che dove tu vai essi pure siano, ossia in Dio. L’immolazione ottiene tutto ciò che chiede. E non c’è cosa più grande, per mostrare ai tuoi fratelli e con­fratelli il tuo amore, di questa di compiere il tuo sacrificio chie­dendo per essi la Luce e l’Amore per salvezza e gloria futura».

26. Il Tempio dello Spirito Santo[65].

1. Cristo è il Tempio di Dio.

Dice Azaria:

«Comprendi bene la frase dell’Introito di questa S. Messa. Per esattezza di traduzione è scritto: “Abbiamo ricevuta la tua misericordia in mezzo al tuo tempio”. Ma per rendere esatta l’idea della frase liturgica io ti dico di meditare la frase modifi­cata così: ” Abbiamo ricevuta la tua misericordia a mezzo, o: per mezzo del tuo tempio “.

Considera. Chi è il Cristo? Il Cristo reale e il Cristo mistico? Egli è il Tempio di Dio. Egli stesso lo ha detto. E questa sua ve­rità gli fu gettata contro come un’accusa e una beffa nelle ore della sua Passione, e persino negli ultimi momenti: ” Tu che hai detto di poter ricostruire il Tempio in tre giorni”; e prima: ” Lo abbiamo sentito dire: Posso distruggere il Tempio di Dio e riedificarlo in tre giorni ‘ , mentendo vilmente, perché è men­tire alterare una parola detta da un altro allo scopo di rendere la frase più accusativa, o tale da mutarsi da frase giusta in in­giusta, e passibile di severo giudizio, è mentire come inventare totalmente una notizia o dire: ” Io non ho fatto questo ” quando invece lo si è fatto.

2. L’oppressione dei malvagi.

I malvagi usano questo sistema, perché tutto serve ai mal­vagi, tutto serve per nuocere, anche la bontà, anche la verità, anche la condiscendenza e la pazienza altrui. E serve persino il miracolo che essi sanno prendere e mostrare come prova di sa­tanismo o di anomalia fisica e psichica. E non dovete stupirvi o rammaricarvi, voi, anime predilette, voi, care voci, per i com­menti e le derisioni degli uomini, per la loro condotta verso di voi. Non dovete neppure giudicarla.

Limitatevi a pensare che non è tutta volontà di nuocervi ciò che fanno, ma è difetto, ma è, talora, oppressione del Nemico che lavora, come può, a rallentare e sminuire le opere di Dio e a vendicarsi sugli strumenti, facendoli oggetto della per­secuzione altrui. È difetto: come non tutti gli uomini sono per­fetti nei cinque sensi e nelle membra, così pure non tutti gli spiriti sono perfetti nella loro sensibilità al divino e al soprannaturale.

È oppressione del Nemico. Non è detto che chi è oppresso sia un demonio o un peccatore. Anzi molto sovente è proprio uno spirito che cammina nelle vie del Signore, e che perciò è inviso a Satana, il quale, non potendo in altro modo farlo ap­parire malvagio e ostacolatore di Dio agli occhi degli uomini, lo appesantisce, lo sbalordisce, lo opprime, finché Dio lo permette. Vedi che io non dico: sono possessioni, e neppure ossessioni. Dico: sono oppressioni. Il leone infernale ha colto un momen­to di languore spirituale, o di distrazione, e ha abbattuto la pre­da, tenendola oppressa sotto la sua tenebra, ma non la può di­vorare perché essa è un guerriero abbattuto, ma difeso ancora dalla corazza delle sue virtù, per cui potrà rimanere ottuso dal­l’urto per qualche tempo ma poi rinvenirsi e risorgere liberan­dosi del peso che l’opprime.

Altri ancora sono oppressi perché, per uno sbaglio iniziale, si sono messi sul sentiero del leone, ossia hanno fatto un pec­cato, lieve per qualità, di modo che non hanno perduta la Grazia, ma tale da avvilupparli sempre in una rete che non si rompe altro che quando essi percorrono a ritroso il mal sentiero, di­cendo umilmente: “Ho sbagliato”. Questi, finché non si rimet­tono di spontanea volontà sul sentiero buono, stentano di più a liberarsi, perché, annaspando alla cieca in tutti i sensi, meno che in quello eroico di confessare con umiltà il loro primo er­rore, sempre più si impigliano nella rete che ha teso loro Satana, senza neppur aver faticato ad assalirli, la rete messa per fare dispetto a Dio, e nello spirito di chi vi è caduto, e in quelli che il suo errore mette in difficile situazione, rendendo di conseguen­za difficile il loro ministero straordinario.

3. La potenza del perdono.

Siamo andati lontano dall’Introito, anima mia. Ma il desi­derio di noi, Celesti, che tu sia sempre più dotta di quella Scien­za delle Scienze che è la conoscenza degli spiriti e dei loro mo­vimenti, di modo che tu non possa errare nel conoscere e giudi­care, rendendoti disforme dalla Carità, è tale, che prendiamo ogni cura per istruirti in essa Scienza. L’istruzione in essa crea bontà e misericordia perché quando si sono sviscerati i meandri degli animi viene, per i loro mancamenti o imperfezioni, la stessa com­passionevole pietà che hanno i buoni medici per i corpi malati o costituzionalmente deboli o deformi. Il Ss. Signore Gesù, perché conosceva con perfezione di Dio i meandri dei cuori, tu sai con quale misericordiosa bontà su essi curvava la sua Perfezione as­soluta.

Noi vogliamo in te questa completa conoscenza perché essa generi un mare di misericordia dolcissima in cui tu possa depu­rare gli animi dei fratelli, assolvendoli, di tuo, da ogni colpa, e chiedendo al Dio della misericordia di assolverli. Ricordati sem­pre che il tuo e mio Signore ti ha insegnato che la forza che ot­tiene il perdono di Dio a un peccatore è il perdono dell’offeso. È un capovolgimento della petizione dell’Orazione di Gesù Ss. ” Padre, perdona a noi i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri debitori ” dice il Pater. La misericordia di un cuore che tutto e tutti assolve dicendo: ” Sono degli infelici, non dei mal­vagi “, grida invece: ” Padre: perdona ai nostri debitori perché noi abbiamo loro tutto perdonato già”.

Non senti tu che questa è la dolcezza che sommergeva nei suoi amarissimi affanni il Cuore morente di Cristo mentre pre­gava il perdono per i suoi crocifissori e fra le tenebre della tremenda sua Ora gli faceva chiudere gli occhi in pace nella contemplazione di un sole in cui erano i volti di tutti i ” salvati dal suo perdono “? Non senti che tu, per il moto che avesti in questi giorni, così pieno, così completo, così benedetto dalla Ca­rità, hai lo spirito nella dolcezza?

Veramente come Ezechia tu puoi dire: ” Ecco che si cambia in pace l’amarissima amarezza mia. Tu hai liberata l’anima mia “. Dio medica tutte le tue ferite, anima mia, ricordalo. Ab­bandonati sempre più al Dolcissimo e ogni piaga prodotta dagli uomini sarà guarita da chi ti ama di amor di predilezione, rima­nendo solo le cicatrici dei dolori, le gemme che splenderanno in Cielo.

4. Il Tempio vivente di Dio.

Ma torniamo all’Introito. Io ti dicevo: Chi è il Cristo, il Cristo reale e mistico?

È il Tempio vivente di Dio. In Lui riposa la Promessa e la Legge, ed è deposta la Manna, e splende la Divinità nella sua Trina Gloria. Questo è il Cristo reale. Il Cristo mistico è poi quel Corpo di cui Egli è il capo e i fedeli le membra, e che ha nome: Chiesa.

Ora, da che è venuta misericordia agli uomini? Dal Tempio vivo di Dio, dal Verbo Incarnato che per gli uomini è morto sul­la Croce, e dal Tempio che è la Chiesa, attraverso la quale, nelle sue gerarchie, scendono le acque dei sette Sacramenti ad irrorare le anime e a nutrirle dei frutti di essi. Ed ecco che è giusto dire, e giusto comprendere, che è per il vero Tempio di Dio: Gesù vivente in eterno in Cielo e vivente nella sua Chiesa, che gli uomini hanno ricevuto e ricevono la misericordia del Signore, ossia la Grazia e il Perdono.

La riconoscenza degli spiriti al Ss. Gesù, per il quale la Mi­sericordia si effonde, dovrebbe essere proporzionata alla grandez­za del dono e alla santità del Donatore, ossia dovrebbe essere perfetta e completa, perché perfetto e infinito fu il donarsi di Gesù Cristo, Dio e Uomo, perché voi, a Suo mezzo, aveste la Di­vina Misericordia e poteste sussistere, nello spirito, perché que­sto è ciò che è importante che sussista, onde avere la Vita eterna.

La Sapienza viene da Dio, e da Dio la Giustizia, da Dio la Fortezza, e ogni altra virtù che vi renda capaci di ” vivere secon­do il volere divino “, e tutte queste forze: nutrimento e luce dei vostri spiriti, vengono da Dio, sì, per cui giusto è dire che per Lui voi sussistete, ma vengono propriamente da Dio Figlio, da Gesù, nel quale si sono compendiate le Perfezioni dei Tre Ss. Per farne il capolavoro dell’Amore che salva, del Divino Amore Misericordioso.

5. La regalità dello spirito.

Ascolta S. Paolo: ” Noi non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne”. Nulla dovete di sudditanza alla carne, se realmente volete vivere. Perché la carne è morte, quando è re­gina; la carne è mezzo, quando è schiava. Morte e mezzo di che? A che? Allo spirito e dello spirito.

Lo spirito dominato da una carne prepotente muore. Lo spi­rito dominatore della carne vive e si orna dei meriti acquistati, delle vittorie conseguite attraverso le sofferenze della carne do­mata. Se gli uomini meditassero la regalità dello spirito, e quale dignità da all’uomo essere un essere in cui lo spirito regna, ve­ramente nessun uomo vorrebbe vivere diversamente che per lo spirito.

Sentite l’Apostolo: ” Coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio sono figli di Dio “.

6. Il Maestro e guida dello spirito dell’uomo.

Lo Spirito di Dio, Io sapete, non abita che colà dove la carne è incatenata nelle sue fami animali e regna la libertà priva di uno spirito-re. Allora lo Spirito di Dio scende ad essere Maestro e Guida dello spirito dell’uomo, e poiché il contatto di Dio non può lasciare allo stato che trova, ecco che lo spirito dell’uomo, per la coabitazione in lui dello spirito di Dio, si trasforma, si di­vinizza, e prende, del Padre, la paternità. Ecco che l’uomo, per essere tanto spinto da meritare dì essere abitato e ammaestrato dallo Spirito di Dio e condotto da Lui nelle diverse sue azioni, fa opere ed ha pensieri, luci, movimenti, non più umani, ma di­vini; è un piccolo dio, perché la sua personalità umana si an­nulla nella potenza di Colui che lo possiede. Il servo non è più neppur servo: è assorbito dall’Eterno Padrone e perciò diviene Lui, parte di Lui, parte beata, erede dei paterni beni, coerede col Figlio diletto del Padre, fratello al Cristo, avente come Egli il diritto di chiamare “Padre” l’Altissimo.

7. Il Sacrificio di Cristo meritò per noi lo Spirito S.

A noi angeli non è concesso di chiamare ” Padre ” l’Eterno. A voi uomini sì. E Padre, realmente Padre, Egli vi è, o voi, giusti, che avete ricevuto, che avete saputo ricevere in voi questo be­nedetto Spirito dì Dio non per avere in voi un nuovo motivo di timore, ma per avere un nuovo motivo di fiducia, di pace, di gioia, non sentendovi nell’esilio soli, nelle prove deboli, ma uniti al Cristo, fratello vostro, che vi ha amato fino alla morte per darvi la Vita e per darvi lo spinto di Dio il quale è Sapienza e Luce.

“È bene per voi che Io me ne vada (alla morte) perché se io non vado non verrà a voi il Consolatore. Se me ne vado ve lo manderò. E quando sarà venuto questo Spirito di Verità vi ammaestrerà in ogni vero “. E ancora: ” Pregherò il Padre che vi dia un altro Consolatore che resti con voi per sempre: lo Spi­rito di verità che il mondo (ossia la carne che è mondo) non può ricevere… Egli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà quello che vi ho detto”.

Anime, ricordate attraverso che avete ricevuto lo Spirito Dio! Attraverso il sacrificio del Cristo. Egli, questa Luce beatissima, questo Fuoco d’amore, è passato attraverso gli squarci della Carne dell’Agnello e, come fiamma che prorompe fuori da una fornace scoppiata, è sgorgato dal Cuore dilacerato del Figlio di Dio e fratello vostro Ss.

Sia dunque il vostro amore al Cristo sempre più forte, perché veramente tutto quanto avete, per Lui l’avete. E santificatevi per glorificarlo, che questo è il vostro debito verso di Lui.

Riposa, anima mia, e sii sempre più spirito condotto dallo Spirito di Dio. Non errerai mai perché Egli conduce attraverso i sentieri infiammati della Carità.

Sia gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

27. Gesù è venuto e non lo vogliono ascoltare[66].

1. È tempo dell’amore.

Dice Azaria:

«II salmo è del tempo del rigore. Perciò ancora puoi invo­care vendetta sui nemici. Ma tanta è in noi la carità, e tanta deve essere in te, anima mia, che non ci fermeremo a commentare la prima frase dell’Introito.

Tu sei del tempo dell’amore, cristiana sei, e sulle tue lab­bra solo la preghiera in favore dei nemici deve fiorire. Anzi: non nemici, ma ” poveri fratelli ” devi chiamare chi ti dà dolore. Non sono forse privi delle vere ricchezze, non possedendo carità, non avendo giustizia, ignorando le voci del soprannaturale, di modo che non comprendono la lingua dei Cieli e la dicono de­lirio di creatura o, peggio ancora, menzogna di creatura? Poveri, poveri fratelli tuoi!

Un giorno il Signore dirà loro: ” Io ho parlato e non mi avete conosciuto. Ho preso, secondo la mia Parola, un ‘ piccolo ‘, e l’ho messo in mezzo a voi, dottori, e l’ho istruito perché vi dicesse le mie parole, dato che lo Spirito del Signore si compiace di ri­velarsi agli umili coi quali scherza come padre coi suoi pargoli, trovando in essi il suo ristoro. Io sono venuto e non mi avete accolto. Ho parlato e non mi avete ascoltato. Vi ho chiamato e invitato ad entrare nella stanza dei miei tesori che vi aprivo, e non siete venuti. Il mio amore non vi ha commossi. La mia dot­trina l’avete negata, dicendo che non poteva avere aggiunta quel­la che avevo predicata in Palestina. Vi volevo fare ricchi, vi vo­levo fare dotti, volevo darvi in mano uno strumento arricchito di nuove note perché poteste cantare le infinite, e da molti igno­rate, misericordie di Dio, convertendo i cuori; vi volevo santi: la mia conoscenza è amore, e non vi è limite ad essa, perché il Cristo docente è Dio, e Dio è infinito nel suo amore e in ogni altro suo attributo, e chi più conosce più ama e chi più ama più si santifica. Voi, santi, voi, ardenti, voi sapienti della ‘ mia ‘ san­tità, del ‘ mio ‘ amore, della ‘ mia ‘ sapienza, avreste santificato, acceso, istruito. Oh! mia Sapienza, Amore, Perfezione! Perché non mi avete voluto? Ora siete poveri. Più del povero Lazzaro. Egli aveva per veste le sue piaghe, ma nel suo cuore aveva il te­soro del suo saper conoscere Dio. Andate a vestirvi di luce, an­date ad imparare l’amore, andate a meditare sulle parole che non avete accolte, e quando vi sarete vestiti e ornati di carità, verità e sapienza, venite… “

Tu prega, tanto, perché nel tempo che loro resta sappiano vestirsi e ornarsi di quanto il Signore esige per gli invitati alle nozze, senza far sosta penosa fuor dalla Casa di Dio, espiando la loro ignavia e tiepidezza, e con esse superbia ed egoismo.

Per questo, dell’Introito, tu soffermati molto a chiedere pro­tezione per te. Non altro. Sei del tempo dell’amore e l’amore vuole per gli altri quanto vuole per sé. Invoca quindi la potenza di Dio a tua difesa e a loro conversione, e non altro. E veramen­te tu chiederai al Signore ciò che gli è gradito perché risponde ai suoi desideri, primo fra tutti che gli uomini si amino l’un l’altro come fratelli.

2. Peccato d’idolatria.

” Non desideriamo cose cattive ” dice l’Apostolo. Desiderare che il male ricada sui propri nemici è cosa sommamente cattiva, perché è la negazione del precetto d’amore e di perdono. E, se tu bene mediti, vedrai in questo desiderio di male ai nemici non soltanto peccato d’odio, ma anche di idolatria. L’idolo è il pro­prio io, amato esageratamente, adorato come il signore, il dio più grande, amato così disordinatamente da farlo centro sacro di tutti i pensieri e movimenti dell’uomo, amato così disordina­tamente da uscire, per esso, dall’ordine, perché, essendo l’uomo composto di materia e di spirito, ma essendo immortale lo spi­rito, erede del Cielo, è ordine procedere in modo da dare allo spirito ciò che gli è destinato. Vivere perciò soprannaturalmente, da figli di Dio, mossi e condotti dallo Spirito di Dio, con regale sudditanza e figliolanza eccelsa; non vivere da bruti, fuor dalla giustizia, fuor dalla Via e dalla Verità, nel disordine della carne, del mondo e di Satana.

” Io sono il Signore Iddio tuo “. Dio è Dio, l’Unico. Nessuno deve sostituire altro dio all’Unico e Santo. Chi ama sé stesso come unico a cui tutto deve dare onore e gioia, è idolatra di sé. E l’idolatria porta l’uomo a culti selvaggi, quali quello di volere il male, la vendetta sui nemici, e di invocarla per dare soddisfazione all’io, uscendo dalla Religione Cristiana, ossia dal­la Religione vera, dalla Carità.

Paolo enumera i peccati di Israele: il culto all’idolo d’oro. Considera a quale avvilimento, non solo della religione, ma della ragione porta un’idolatria. L’uomo, re degli animali, avente a Padre Iddio, avente come Dio Spirito in sé lo spirito che lo fa a immagine e somiglianza del Padre — perché l’anima è spi­rituale, libera, immortale, intelligente, capace di ornarsi delle virtù che sono in Dio, meno la potenza creativa, e nella propor­zione che è giustizia sia conservata fra l’Altissimo e l’uomo, fra il Creatore e il creato — l’uomo, creatura perfetta, ecco che giun­ge ad adorare la figura di un suo servo animale, di un vitello, ecco che, essendo figlio del Creatore, giunge ad abbacinarsi da­vanti ad una sostanza dal Creatore creata: del povero oro che splende solo se la luce lo investe, mentre Dio è Splendore di Luce Increata e infinita. E poi scende ancora, si avvilisce nella crapula, facendo del mangiare non un bisogno ma un vizio, ed ebbro poi di vino e di cibo si alza per darsi a lascivi divertimenti come i più lascivi fra gli animali non fanno.

E qui, incidentalmente, ti faccio osservare la condotta di Mosè. Egli, santo, rifiuta l’onore che Dio voleva dargli a premio: ” … lasciami fare, li sterminerò e poi farò di te il capo di una grande nazione “, ma supplica che i ” poveri fratelli peccatori “siano perdonati e salvati. Mosè aveva già compreso l’amore, il quale vuole il bene altrui, il vero bene, più che il proprio onore temporaneo.

3. La fornicazione e il suo castigo.

Paolo, dopo l’idolatria, ricorda la fornicazione e il suo ca­stigo: l’uccisione dei licenziosi, perché nel Popolo di Dio, de­stinato ad entrare nella Terra Promessa, non potevano essere impuri, fornicatori, idolatri, omicidi, menzogneri e abominevo­li, per opera dei figli di Levi, zelanti dell’onore di Dio più che dello stesso amore per il proprio sangue che ” nel sangue del figlio e del fratello ” uccisi per riparare l’offesa fatta al Signore “consacrarono le loro mani per ottenere la benedizione”.

Ora, nella Legge d’amore, si lavano ancora coi sacrifici le offese. Ma non svenando e uccidendo i colpevoli, bensì offrendosi vittime per essi, ad esempio del Redentore Ss., e non solo le mani, e non solo la benedizione sacerdotale, ma tutto l’essere viene consacrato, e gli viene data la benedizione che apre il Regno di Dio ai Santi, a questi che si immolano per salvare i pec­catori e riparare le offese fatte a Dio

” Ne tentiamo Cristo, come lo tentarono alcuni di loro che furono uccisi dai serpenti “.

Dio aveva provveduto il suo Popolo di manna, gli aveva dato prima di essa protezione dalla sera del passaggio angelico in Egitto, ed essi, dimentichi delle sofferenze patite in Egitto e del miracoloso intervento del Signore, già avevano rimpianto i pesci, i poponi, i cocomeri, e le altre verdure d’Egitto prepo­nendo il ventre e le sue delizie alla delizia dell’indipendenza e dell’unione con Dio.

Nuovamente dicono: ” Siamo nauseati di questo cibo leggerissimo “, dimentichi della morte dei saziati oltre misura con le quaglie avute prima di giungere ad Asciot. Si lamentano di non avere acqua e non avere pane. Avevano visto il miracolo dell’acqua dalla rupe. Avevano Dio a loro fornitore per il ne­cessario. Mormorano. Lo tentano. Vogliono il superfluo.

Triste esempio di molti cristiani! Ed ecco che avendo ascol­tato il sibilo del Serpente insinuatore di concupiscenze, dai serpenti vengono uccisi. Perché chi accoglie Satana, da Satana ha morte. Troppi, avendo avuto tutto da Gesù Ss., respingono l’Agnello per il Serpente e guardano poi con terrore il serpaio che si muove ad ucciderli, dimenticando di alzare lo sguardo alla Croce su cui è il Salvatore.

Infine gli Ebrei fecero cosa cattiva col mormorare contro il Signore che, per un poco di sacrificio, voleva loro dare la terra che stilla latte e miele.

Dieci volte tentatori del Signore, dieci volte ribelli e mor­moratori, meritarono la morte nel deserto colpiti da Dio sdegnato del loro pervicace spirito ribelle. Morire nel deserto, colpiti da Dio — quando c’è chi assicura esser beata la dimora promessa, e sicuro il possesso, sol che lo voglia la volontà dell’uomo che Dio aiuta in ogni maniera, onde non è a temersi l’insidia del Male come cosa invincibile — è grande stoltezza.

Eppure è ciò che avviene continuamente, né questi fatti — fi­gura degli eventi che voi, venuti alla fine dei secoli del rigore, ossia venuti nel tempo della misericordia, nel tempo che pre­cede l’eterno tempo della Gioia, avreste incontrato spiritualmen­te — servono a impedire all’uomo la grande stoltezza di perdere il Cielo eterno per il mondo fugace.

4. Chi è in piedi guardi di non cadere.

Grande l’ammonimento di Paolo: ” Chi crede di stare in pie­di guardi di non cadere “.

Tenete sempre presente come gli uomini peccarono in an­tico, nonostante il terrore che avevano di Dio. Non dite: ” Erano meno progrediti di noi “. Avete, è vero, avuto il perfezionamento della Legge e l’aiuto senza misura dei Sacramenti, fatti canali di Grazia per merito del Cristo. Ma siete forse migliori? Avete progredito nelle cognizioni umane e i 9/10 di esse sono contro voi stessi. Avete progredito nel sapere. Ma nello spirito no. Ma­lizia vi conduce, superbia vi regge. La triplice concupiscenza vi distrugge. L’egoismo dei singoli e delle collettività inonda di lacrime e sangue il mondo con sporadiche e multiple effusioni, o con veri diluvi mondiali e micidiali di sangue e lacrime.

Non siete progrediti. Anzi, fra quelli che erano rapinatori, idolatri, violenti, incestuosi in antico, perché non sapevano esat­tamente le leggi morali e religiose — e lo sono perché ancora selvaggi — e voi, evoluti e a conoscenza della Legge di Gesù Cristo, voi siete i più colpevoli perché fate, sapendo di fare. Perciò non si vanti chi fino al momento che si vive non peccò gravemente. Il momento che segue potrebbe farlo, perché rilas­sate sono le redini che tengono a freno l’io dell’uomo. Egli si mette in condizioni di cadere perché si allontana da Dio.

5. Il giogo delle tentazioni.

Paolo dice: ” Non vi hanno, finora, assaliti che tentazioni umane “. Non vuol dire con ciò che sono da non temersi queste tentazioni o da vivere tranquilli dicendo: ” Io sono tanto forte che inutilmente sono tentato. Io vinco sempre”. Chi dicesse così cederebbe istantaneamente a una tentazione spirituale: alla tentazione nella superbia, la quale apre la via agli altri sei vizi capitali. E la superbia impedirebbe l’effondersi di Dio coi suoi aiuti, perché Dio non si comunica ai superbi, e perché i superbi non ricorrono a Dio. Ma quando l’uomo è umile e ama il suo Si­gnore, Dio non lo delude, fedele come è nel suo amare e nel suo promettere e mantenere.

Gesù Ss. non ha detto parola che fosse inutile e non desse frutto. Egli ha detto: “Quando pregate, pregate così: ” Padre nostro… e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal Male “. Se ve lo ha detto è perché sa che il Padre vuole farlo e perciò non permetterà che le forze dell’uomo, suo figlio, siano inferiori della violenza della tentazione.

Rifletti bene. Io non dico: ” E il Signore permette ai suoi figli fedeli piccole tentazioni, mentre quelle date ai figli infedeli sono grandissime “. Ma dico: ” Non permette che le forze del figlio siano inferiori alla violenza della tentazione “.

Egli vi vuole combattenti per essere vittoriosi. Il merito deve essere vostro. La gloria deve essere proporzionata al merito e alla lotta sostenuta, Come un buon padrino del guerriero in lizza, Egli passa a questo le armi novelle per opporre resistenza sempre valida contro i reiterati assalti della Tentazione, e offre il calice corroborante della sua Grazia per ritemprare le forze di suo figlio che combatte, ed è pronto, a lotta finita, ad accoglierlo sul cuore per incoronarlo di pace, serbando il gaudio della paradisiaca gloria al momento del ritorno a Dio.

Conforta Paolo, schiaffeggiato tre volte dall’infido angelo tenebroso, a non temere. Ed io con lui ti conforto. E tutti con­forto dicendo le parole liturgiche: ” I precetti del Signore sono giusti, i suoi giudizi dolci più del miele “. Siate dunque fedeli ad essi, crescendo in grazia e sapienza al cospetto di Dio e degli uomini.

E ancor vi dico le parole del Ss. Maestro: ” Prendete su voi il giogo di Cristo. È dolce e leggero “. Prendetelo con santa audacia ed eroica volontà. Prendetelo con assoluta fiducia nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, i quali sono Amore, e l’Amore è forza. Ad essi gloria in eterno».

28. Dio colpito dall’odio[67].

1. Dio è Ordine perfetto.

Dice Azaria:

«L’altra domenica ti ho detto che non era da commentare la frase invocante male sui nemici. Un’anima datasi all’Amore solo amore invoca, amore e misericordia.

Ma oggi l’Introito non è un grido invocante vendetta. È il riconoscimento della prontezza con cui Dio ascolta i suoi figli e tutela i loro interessi. E’ il riconoscimento del giusto operare di Dio che sa sollevare gli oppressi e prendere le loro parti, che sa ricordare a coloro che si credono più grandi di Dio — e per­ciò ostacolano il volere di Dio mettendo limitazioni alle sue opere, credendo di poterle mettere, ma in realtà creando sol­tanto barriere fittizie che non reggono altro che quanto ci vuole per farli giudicare e per dare un merito maggiore al giusto che soffre di essere oppresso perché serve il Signore — che Egli vi­gila e può ristabilire l’ordine violato, perché è disordine mettere ostacoli alla Volontà di Dio, quando Egli vuole. Può ristabilire l’ordine, sempre, Egli che è Ordine perfetto, come lo ristabilì in Cielo dopo la rivolta dei Ribelli, e come lo ristabilì nell’Eden dopo, il peccato di Adamo, cacciando dall’uno e dall’altro Para­diso i disordinati.

Alza quindi il tuo grido al Signore e getta in Lui tutte le tue ansietà. Egli ti sosterrà soprannaturalmente con le ore di bea­tifico amore, e materialmente, non permettendo che tu sia pre­muta e provata oltre misura.

2. Dio colpito nei suoi tributi.

L’Orazione… Anima mia, l’orazione di questa S. Messa sem­bra l’eco, o sembra il motivo musicale che ha sorretto e ispirato il tuo canto di giorni sono. Tu hai chiesto, a costo di sacrificio tuo, ” che Dio mostri la sua onnipotenza più col perdonare e compatire “, dandosi ad essi con la pienezza del suo amore come a te, perché essi per virtù del fuoco d’amore dilatino il loro chiuso cuore, lo facciano caldo e luminoso, libero da ciò che li opprime e li santifichi.

Molto hai chiesto. Hai chiesto alla Giustizia di deviare il suo corso. Hai chiesto che l’Amore Misericordioso vada dove è diretto il Castigo, e al posto di quest’ultimo. Può Dio mutare i suoi giusti decreti? Può non esercitare una giustizia verso Sé stesso? Perché — medita questo — perché verso Lui si è man­cato principalmente. Tu, come uno schermo messo fra loro e Dio, sei stata trapassata dai loro strali, Ma dove sono finiti questi strali? A chi erano diretti? Chi hanno colpito al termine della loro corsa malvagia? Dio. La Carità. La Volontà di Dio. La sua Parola. La sua Onnipotenza. La sua Generosità, Io non aggiungo altre parole a spiegare perché hanno colpito questi attributi di Dio, che sono Dio stesso. Ma ognuno che sappia ciò che Dio aveva voluto e dato, e come si è agito, può capire perché dico che fu colpito Dio, la sua Carità, Volontà, Parola, Onnipo­tenza, Generosità. Anche sul Golgota, e nel Cristo Ss., fu colpito Dio, e in questi attributi.

3. L’uomo percosse la Carità nel Cristo.

L’uomo alzò la mano contro Dio. Percosse la Carità che era nel Cristo e che si era incarnata per dare il supremo amore di Dio agli uomini, che per tre anni aveva beneficato con l’evan­gelizzazione, coi miracoli, coi soccorsi materiali avuti miracolo­samente o umanamente da parte di chi poteva darli in favore di chi era derelitto. Rinnegò e bestemmiò la Parola Divina, di­cendola di pazzo e di Satana. Rinnegò l’Onnipotenza visibile nell’Incarnazione per opera non d’uomo ma di Spirito Santo, e nei miracoli sopra gli elementi, i morbi, e le conversioni stre­pitose, che sono miracoli più grandi di una guarigione corporale. Derise la sua Generosità e la respinse come fosse contamina­zione. Dio aveva mandato il suo Figlio diletto, aveva mandato il suo Verbo, e con Lui il suo perdono e il suo amore; e gli uomini derisero e schiaffeggiarono come un obbrobrio, un mostro, ciò che era Generosità di Dio.

4. Il Re del Cielo e il re dell’abisso.

Ma la Grande Vittima — schermo Ss. attraverso il quale, trafitto fino ad essere tutto una piaga, così come lo descrivono Davide ed Isaia, fu ferito Iddio, l’Amore Celeste, dall’Odio com­posto di Satana e degli uomini, da tutto l’Odio che è sulla Terra e nell’Inferno, perenne, eterno — ma la Grande Vittima ha chiesto proprio ciò che tu hai chiesto: che la Giustizia deviasse il suo corso. Perché le Ostie questo chiedono, mentre vengono im­molate: che si compia ciò per cui sono venute e si sono offerte: che l’Amore trionfi, rigeneratore degli spiriti in Dio.

Ho detto ” tutto l’Odio che è sulla Terra e nell’Inferno, pe­renne, eterno”. Non ho sbagliato nel mettere il presente per un’azione passata, come è ormai la Morte del Redentore.

Il Verbo, Gesù, è l’eterno Espiatore, è l’Amore Eterno ed Espiatore. Lo era prima che l’Uomo fosse, lo sarà fino all’ultimo uomo. E il frutto della sua Espiazione resterà anche oltre il tem­po, perché eterno è il popolo dei Santi e quelli saranno, oltre il tempo, il frutto dell’espiazione di Gesù.

E come l’Amore così eterno è l’Odio. Non perfezione di eternità, come quella di Dio che non ha avuto mai principio, che è l’eterno è. Ma eterno dal momento che sorse nello spi­nto maledetto di Lucifero e dei suoi. Eterno nell’Inferno, che è da allora, e che non avrà mai termine. Eterno nel Cuore degli uomini che lo eleggono come loro signore, e che seco lo porteranno oltre il tempo. Scorazzatore sulla Terra da quando il sangue di Abele fu sparso per odio da Caino, instancabilmente ferisce Dio. Tutto presente al Cristo nell’ora del suo patire, lo frantumò, come corpo gettato in una macina, tante furono le ferite che inferse all’Amore Incarnato. Dopo il tempo continue­rà a bestemmiare nel popolo dei maledetti i quali saranno, oltre il tempo, il frutto del lavoro di Satana. E queste due eternità: l’Amore e l’Odio, l’Espiatore e il Peccato, Gesù e Lucifero, sa­ranno, in un continuo è, il Re del Cielo e il re dell’Abisso, a capo ognuno del suo popolo.

5. La Chiesa romana.

Di quel popolo che doveva essere uno: dell’Umanità al se­guito del suo Creatore e Signore, e che, con libera volontà, elesse di dividersi in due popoli eleggendosi, il ramo novello, un re maledetto per il quale volse le spalle a Dio, eleggendo il Male a sua legge. Perché Male insanabile non è essere nati fra le te­nebre del Gentilesimo o di una idolatria, e neppure fra le neb­bie di una fede eretica nella quale persiste un ricordo del Vero, delle parti della Vera Religione, ma private di Vita perché se­parata dal Corpo mistico che è l’unico Corpo vivente. Ma male è, essendo nati nella Chiesa, vivere da eretici, pagani, separati e morti per il peccato.

Non c’è Vita fuor della Chiesa Romana. Ma tutti possono entrare nella Vita, e la Chiesa Romana non ricusa di ricevere nel suo seno i ” morti “, provenienti da altre religioni, rivelate o idolatre, e partorirli alla Vita così come il Sepolcro di Gesù Ss. accolse un cadavere e partorì il Vivente, quel Vivente che da Sé stesso ritornò alla vita perché Egli è la Vita, quel Vivente che essendo il Capo del Corpo Mistico non può che vivificare tutto quanto ad esso appartiene e in esso entra.

La Chiesa fa questo. È Sposa. Ed è Madre. Come Sposa santa non desidera che di partorire figli al suo Sposo perché molti uomini portino il Nome di Lui in ogni lato della Terra. È Madre. Sposata alla Divinità, che è Padre avendo questa qua­lità come Prima Persona, come Generatore del Figlio, come Fe­condatore della Vergine che ha partorito l’Uomo per opera di Spirito Santo, come Creatore degli uomini, Padre perciò rispetto a Sé stesso e rispetto alle sue creature. Avendo a sposo un Pa­dre, non può la Chiesa che essere Madre. Ha preso del suo Crea­tore, Fondatore, Sposo e Capo, il pensiero, gli affetti: è Madre. E come Madre ha palpiti di desiderio per ogni creatura. Vede in ogni creatura sparsa sulla Terra un germe che deve essere por­tato e partorito al Cielo e tende le braccia e apre il suo seno ad accogliere i germi informi per nutrirli di Sé e per partorirli al suo Sposo.

Ma la Chiesa militante è composta di Chiesa docente e di­scente, così come il corpo è composto di organi e di carne. Gli organi, senza la carne che li protegge, non potrebbero formare un corpo. La carne, senza gli organi che la mantengono irrorata di sangue, nutrita di succhi ghiandolari e di ossigeno, depurata dalle tossine che si formano giornalmente e dalle scorie, non po­trebbe vivere. Anche la Chiesa, il Corpo mistico, ha bisogno, per vivere ed essere corpo, di un mutuo lavoro fra gli organi e le membra, fra la parte docente e quella discente. E la Chiesa do­cente si rivolge alla discente, si rivolge, questa grande Madre, e dice: ” aiutatemi a partorire alla Vita i germi informi che sono sulla Terra “.

6.  vero Cristiano.

Come? Coi sacrifici, perché il sacrificio dei fedeli aiuta i sacerdoti. E con gli oboli. Perché l’evangelizzare importa onere costosissimo. Penetrare, espandersi, farsi amare vuol dire spen­dere. Il denaro è uno dei tranelli che Satana ha creato per la rovina dell’uomo. Ma, come tutte le cose che il Male ha creato, può essere redenta. È redenta la gran Colpa per ‘il sacrificio di Cristo. Può essere redenta anche la ricchezza se usata a fine santo. E, io te lo dico, non c’è fine più santo di usare la ricchezza per le opere di misericordia. E quasi tutte le opere di misericor­dia corporali e spirituali sono compiute da chi è missionario, ossia sacerdote buono perché tutta la Terra è terra di missione e fuor della porta della sua chiesa, sulla soglia del suo convento, il Sacerdote o il Religioso trova l’idolatra, l’eretico, l’incredulo, l’ateo, il ” morto “, il germe informe da portare nel grembo della Chiesa Madre perché Essa lo partorisca a Dio.

Egli, il Verbo, lo ha detto: ” Chi darà un solo calice d’acqua in favore di un mio discepolo non perderà la sua ricompensa “. E ha detto: ” Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste affinché quando moriate quelli vi ricevano nelle tende eterne “.

Per dovere verso la Madre e per santa furbizia verso sé stessi i cattolici, credenti nel Signore Gesù Cristo, dovrebbero procu­rarsi questi amici: i cristianizzati attraverso il loro aiuto spiri­tuale o finanziario — meglio, perché perfetto, se spirituale e finan­ziario insieme — i quali alla morte dei loro indiretti salvatori li ricevano nelle tende eterne.

Non è buon cattolico chi prega per sé solo. Non è buon figlio della Chiesa di Cristo chi pensa alla sua gloria futura, ai suoi’. bisogni presenti, alle sue lotte, alle sue fatiche, e non pensa alla gloria della Madre, ai suoi bisogni, alle sue lotte, alle sue fatiche, per raccogliere e generare alla Verità, Vita, Via e Luce, i poveri fratelli che sono come bastardi senza padre né madre né in Terra né in Cielo, perché fuori dalla Famiglia in cui il Padre è Dio, Madre la Chiesa, fratelli i santi e i cattolici. Nella dolce e santa Comunione dei Santi perché siete, o cattolici, così tiepidi a procurare che entrino tanti fratelli in umanità? Perché, se dite di amare il Signore e il Suo Nome, non vi affaticate col sacrificio e col denaro perché Egli sia amato da tutti gli uomini?

7. La messe è molta, gli operai sono pochi.

Egli lo ha detto: La messe è veramente grande, ma gli ope­rai sono pochi. Pregate il Padrone della messe perché mandi molti operai alla sua messe “. E non ricordate quando lo ha det­to? Dice Matteo: ” E come vide le turbe ebbe compassione di loro stanche e sfinite come pecore senza pastore “. Dunque quelle parole uscirono dal labbro di Gesù Signor Nostro quando un amore di compassione lo faceva afflitto per coloro che erano senza pastore, stanchi e sfiniti.

Chi non ha una speranza di Vita futura, chi non ha la Fede che appaga lo spirito, ossia la vera Fede senza lacune: quella Cattolica — perché ogni altra Religione, ogni altra Fede pre­senta lacune, fratture, perché insolvibili, davanti alle quali tre­ma in certe ore l’animo che sente di non essere nel vero — chi non medica il suo dolore di uomo col balsamo e miele della Carità, chi non ha infine tutti gli aiuti spirituali che sono largiti dal vivere nella Chiesa e fruire dei meriti di Cristo e dei Sacra­menti, è ben sfinito e stanco, e si sente proprio come pecora senza pastore in balìa dei ladri e dei lupi.

8. Il mondo perisce per mancanza di Sacerdoti.

Le tristezze delle anime fuori della Grazia voi uomini non le conoscete e non le meditate. Noi le vediamo. E abbiamo per esse la stessa pietà che ne ebbe il Maestro vedendo tanta messe la­sciata in abbandono.

Anime viventi nella Chiesa, raccogliete il lamento di Cristo. I granai del Signore attendono la messe prima che scocchi l’ora della grande rassegna. Agite, perché le zolle selvagge siano se­minate e diano frutto, e ci siano poi gli operai che seguono i se­minatori. Perché fra gli operai del Signore, fra i veri operai, passa presto la falce della morte e recide, e chi ha seminato sovente non coglie, onde bisogna pregare, pregare e pregare perché siano numerosi, tanto, quanto le spighe, vorrei dire, per­ché il seme, ogni singolo seme, abbia due angeli a sua tutela: quello di Dio, spirituale; quello ecclesiastico, sacerdotale. Il mondo muore per mancanza di Sacerdoti.

Sai cosa vuol dire Sacerdote? Vuol dire consacrato. Vuol dire dedicato, offerto, completamente al suo Dio e per portare anime al suo Dio. Tutto deve perire per il Sacerdote. Tutto. E rimanere Dio solo e le anime solo. Egli deve essere spogliato di tutto, anche della sua umanità. Deve essere immolato alla sua missione. Come Cristo.

Quando è così è un operaio di Cristo. Può seminare e miete­re, sicuro che non gli crescerà zizzania nel suo solco, sicuro di fare di ogni uomo un’anima, una candida anima.

9. Nel Cielo non c’è differenza di persone.

Nel Cielo non ci sono i colori delle diverse razze. Tutto è luce e bellezza, tutto è purezza e amore. Nel Cielo il Padrone del Cielo e della Terra lascia entrare chi ha l’anima candida e or­nata. Non ripudia il nero, non il mongolico, non il polinesiano, nessuno. Sono i suoi figli. Sono i fratelli del suo Figlio che li ha tutti amati dal seno del Padre, poi sulla Terra, poi sulla Croce, contemplando anche quelli che il mondo di allora ignorava che esistessero. Gli indios come il patagone, quelli della lontana Ocea­nia, gli Australiani come i Pellirosse e questi come gli esquimesi, sono stati tutti visti dagli occhi del Morente passare come in rassegna sul cielo tenebroso del Venerdì Santo. E lande set­tentrionali coperte di ghiacci e boschi, e lande desolate, e foreste vergini equatoriali e isole ignote, grandi come continenti, piccole come atolli, e regioni arse dal fuoco sotterraneo e calotte artiche dove pare impossibile la vita, gli si sono disegnate nel loro fu­turo, e su tutte il suo Sacrificio e il suo Amore sconfinato ha de­siderato che il sole di Dio disegnasse l’ombra di una croce cosi come il suo Tau impresso dal Missionario sulle anime facesse degli idolatri e dei pagani, dei membri del suo Popolo.

Non dimenticate l’ultimo desiderio del Cristo, espresso nella preghiera del Giovedì Santo, sottinteso già nelle parole: ” Ti prego per tutti quelli che crederanno in Me per la parola dei miei sacerdoti, perché siano una sola cosa come Tu sei in Me ed Io in Te “, e ancor prima espresso nel discorso del Buon Pastore: ” Io ho altre pecorelle che non sono di questo ovile; anche queste bisogna che Io le raduni, e daranno ascolto alla mia Voce, e si avrà un solo Ovile e un solo pastore. Per questo mi ama il Padre, perché do la mia vita per le mie pecorelle “. E ripetuti ambedue nel Cuore morente quando l’agonia già inchiodava le labbra, fra sesta e nona.

10. Fare realtà il desiderio del Salvatore.

Lavorate per fare realtà il desiderio del vostro Salvatore. Non siate superbi come gli antichi farisei che si credevano unici eletti da Dio. Non giudicate che fra gli idolatri e voi, fra gli scismatici e voi, vi sia un abisso incolmabile, e che è bene che ci sia perché voi siete “‘ i puri ” ed essi gli immondi.

Paolo dice: ” Sapete che quando eravate i Gentili vi lascia­vate trascinare dietro agl’idoli muti a talento di chi vi con­duceva “.

Ma erano più grandi peccatori quei Gentili che si lasciavano trascinare dietro agli idoli da quelli che, con veste di sacerdoti pagani, presentavano loro gli idoli come dèi, o voi che, cono­scendo il Dio vero, già rigenerati dalla Grazia, seguite tanto so­vente gli idoli che la triplice concupiscenza e Satana vi pre­sentano?

Veramente voi siete più peccatori perché conoscendo la Ve­rità la posponete alle cose vane e viziose. Quei Gentili, come i Gentili di ora, come gli idolatri attuali, una volta conosciuta la Verità l’hanno seguita, anche a costo della vita, ripudiando eroi­camente il passato per abbracciare la Fede divenuta il loro eter­no Presente.

Non fatevi dunque sdegno e stupore per questi che ancora ignorano il Dio vero, ma fate che escano dall’ignoranza per en­trare nella sapienza, e soprattutto fate di non essere scandalo a coloro che vivono fra voi come idolatri, eretici, increduli o scismatici. Fate che non possano dire: essi non credono a ciò che dicono perché altrimenti sarebbero diversi “. Le vostre azioni siano opere missionarie per i gentili che sotto diversi nomi convivono nelle vostre città, talora nelle vostre stesse fa­miglie. Guai a chi predica e alza la voce in nome di Dio e poi fa azioni riprovevoli che il prossimo giudica. Mostra allora che è un falso figlio di Dio e un ipocrita.

Dia ognuno ciò che Dio gli permette di dare per edificazione del suo prossimo, e lo dia santamente, perché siano manifeste le opere misericordiose di Dio. Perché se uno male usa dei doni di Dio, o finge di possedere ciò che non ha, oppure ciò che gli fu tolto per castigo avendone usato male, è un ipocrita inviso a Dio, un bugiardo e un idolatra, perché ha il culto di sé e lo esige da altri, e parla parole di menzogna, e perciò ha in sé il demonio.

11. Lo stesso Unico Spirito.

” Nessuno che parli per Spirito di Dio dice anatema a Gesù “. È dire anatema a Gesù condurre una vita disforme alla sua dottrina.

” E nessuno può dire ‘ Signore Gesù ‘ se non per Spirito Santo”. Infatti riconosce il Cristo solo colui che avendo in sé la Grazia può riconoscere, ossia conoscere Gesù per quello che è realmente, in Gesù il Signore Salvatore, la Sapienza, la Pa­rola, che vanno seguite e ascoltate con fede, carità, speranza e umiltà, con verità sempre, senza invidie che giungono a negare i doni di un fratello perché non sono i propri, senza egoismi avari, tenendo per sé ciò che, lo Spirito divino ha dato in forma e misura diversa, ma traendoli da un’unica Fonte: Sé stesso, lo Stesso Unico Spirito.

12. Vogliate vedere in ogni cosa Dio.

Siate ognuno contento della vostra sorte spirituale: chi ha perché può dare; chi non ha perché può ricevere. Perché, sia che diate come che riceviate, tutto avete da Uno solo: da Dio, il quale distribuisce con sapienza perfetta i doni, sapendo a chi fanno bene e a chi no, dando e volendo dare soltanto per vostro bene. Perciò, non potendo esigere ciò che vi viene gratuita­mente dato, e non dovendo ricusare ciò che Dio vi dona, vogliate vedere in ogni cosa Iddio e il suo desiderio di essere amato da tutti gli uomini. E siate gioiosi di dare ognuno ciò che potete. Tanto, poco, non importa. Basta che sia ciò che potete dare.

Dio sa. Dio vede. Dio giudica. Ogni azione dell’uomo buono è giustificata da Dio anche se è piccola. Ogni atto dell’uomo è visto dagli occhi di Dio con giustizia.

Amate perciò e tutto farete bene. Verso Dio, verso la Chiesa, verso il prossimo che è più prossimo a voi, essendo della vera e sola Chiesa; verso quello più lontano, essendo fuori dell’Ovile; verso chi pecca, per riportarlo alla Salute. Fate che l’Amore vin­ca l’Odio. Nei singoli e nell’Umanità intera.

State nella certezza che Dio è con voi, o voi tutti che con questo o quel dono servite il Signore, state nella speranza sicura che Dio non permette siano confusi i suoi servi, e procedete sem­pre, fino alla mèta, rendendo di tutto grazie al Signore.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

29. La carità compendia
la felicità
[68].

1. La carità è la dimora di Dio.

Dice Azaria:

1«Quale è la santa dimora di Dio? A questa domanda alcuni risponderebbero: ” II Cielo “, altri: ” La Chiesa “, altri: ” II cuore dell’uomo “. E nessuno sbaglierebbe completamente, pur non raggiungendo la perfezione nella risposta. Perché Dio abita in Cielo, è nella sua Chiesa, è nel cuore degli uomini che sono nella sua Grazia. Ma, per dire esattamente, Dio è in Sé stesso. Egli ha dimora nella sua Carità infinita, l’unica dimora che, per per­fezione e infinità, può contenere il Perfetto e l’Infinito. Nella Carità tutto si opera, procede, si genera, si soddisfa, si riposa, si placa. La Carità, ossia Sé stesso, è la santa dimora di Dio.

Per questo la parola liturgica che dice: ” è Dio che fa abi­tare nella sua casa persone di uguale carattere “, sta a significare sapientemente che soltanto quelli che dimorano nella carità abi­tano in Dio. Concetto contenuto nella frase di Gesù Signor No­stro: ” Rimanete in Me ed Io in voi… Se uno rimane in Me ed Io in lui costui porta molto frutto “, e in quella della divina preghie­ra: ” che siano tutti una sola cosa come Tu sei in Me, o Padre, ed Io in Te “. Parole che, raccolte dall’Apostolo dell’Amore, risuo­nano nella sua Epistola scritta tanti anni dopo la S. Cena, quan­do, sulle soglie dell’Aldilà, Giovanni, senza bisogno di estasi, già contemplava ” la dimora di Dio” che si abbassava ad accogliere colui che aveva capito la Carità: “Chi ama è nato da Dio e lo conosce…! Dio è Amore… Se ci amiamo l’un l’altro Dio abita in noi e la carità di Lui in noi è perfetta. Da questo conosciamo che siamo in Lui e che Egli è in noi: dal fatto che Egli ci ha dato il suo Spirito “.

2. Chi ama è nato da Dio.

2Tre operazioni che compendiano tutte le opere, tutti i frutti di esse, tutte le fasi della creatura uomo che, dopo un tempo, torna all’Origine in eterno. ” Chi ama è nato da Dio “. Quando una donna dà alla luce un figlio si dice: ” questo bambino è nato da questa donna “. Nato da. Ossia è uscito da lei, dal suo seno. Ella lo ha formato, rivestito di carne, dotato di sangue e organi, e non solo di queste cose materiali. Ma gli ha impresso, se non tutto, almeno qualche lato di carattere e somiglianza fisica con sé stessa.

La donna non è che una creatura imperfetta, ed imperfetta è la sua matrice. Ma Dio non è imperfetto. Pensate dunque quale carattere e somiglianza imprimerà a quelli che escono dal suo seno. Ogni anima è creata da Dio, e del Padre prende una prima immagine e somiglianza. Ma, per spontanea volontà, ogni ani­ma può, dirò così, tornare nel Padre e nascere una nuova volta da Lui. È questa la ” ricreazione ” dell’anima di cui hanno par­lato i dottori della Chiesa.

Tu vedi, dopo queste mie parole, tutta la profonda verità delle parole di S. Giovanni: Chi ama è nato da Dio e lo conosce. Chi ama. Perché se non amasse Dio non cercherebbe di rientrare in Lui e rinascere in piena e propria volontà da Dio.

La vostra prima nascita è voluta da chi vi ha generato. Dio la sanziona e nobilita col concedere alla materia l’anima, ma è indipendente questo nascere dalla volontà vostra. La Chiesa, Sposa a Dio, coopera alla vostra nascita col fortificare la crea­tura con la Grazia Battesimale e, susseguentemente, con gli altri Sacramenti. Ma solo la creatura, giunta in età di comprendere e volere, può voler nascere da Dio in una seconda e più perfetta nascita. Questa si compie mediante l’amore a Dio e al prossimo, perché questa è la Legge.

3. Coabitazione di Dio in noi.

Seconda operazione: la coabitazione di Dio in voi e di voi in Dio attraverso la Carità. Dio scende ad abitare in un cuore che lo ama. L’anima sale ad abitare nella dimora di Dio, ossia nella carità. Ecco allora che ” la carità di Lui in voi è perfetta “. Perfetta tanto che si annulla la distanza fra Cielo e Terra, la sepa­razione fra creatura e Creatore, ed essi: il finito e l’Infinito, il nulla e il Tutto, divengono ” una sola cosa ” come ha chiesto il vostro Maestro Ss.

4. La concessione dello Spirito Santo a noi.

Terza operazione: la concessione alla creatura dello Spirito di Dio. Lo Spirito di Dio è l’Amore. Lo Spirito che Gesù chiama Spirito di Verità, Consolatore, Colui che può essere ricevuto da chi non è del mondo, Colui che insegnerà ogni cosa e farà ricordare ogni cosa santa, Colui che procede dal Padre. Lo Spirito Santo imprime in chi lo riceve il carattere di veri cristiani, ossia fratelli a Cristo e perciò figli di Dio.

5. Il segreto per essere cittadini celesti.

L’Introito dice che Dio fa abitare nella sua dimora persone di uguale carattere. Il carattere è quello dell’amore. Gesù Ss. ha detto: ” Nella casa di mio Padre ci sono molti posti”. Ma per occuparli si richiede un unico carattere: quello della carità.

Uno avrà il suo posto in Cielo coll’esser stato maestro d’ani­me sulla Terra, un altro coll’esser stato discepolo, uno con la sofferenza, l’altro con la sapienza, l’altro con la predicazione, un altro colla vita nascosta, chi rimanendo nel mondo ma come buon cittadino, buon figlio, marito e padre, chi invece rinuncian­do a tutto per vocazione claustrale o monastica. Ma tutti coloro che dimorano nella casa di Dio: fanciulli o vegliardi, ricchi o poveri, dotti o analfabeti, devono possedere un solo carattere: quello della carità che è ” paziente, benefica, non invidiosa, in­solente, faziosa, egoista “, la carità che ama nel prossimo il proprio fratello e non fa agli altri ciò che non vuole per sé, la carità che frena le concupiscenze, che favorisce la fede, che so­stiene la speranza, che crea, come un albero potente, sul suo tronco rami e rami, e sono la fortezza, giustizia, prudenza, tem­peranza, umiltà, ubbidienza, sincerità, per cui chi la possiede può entrare nella Gerusalemme celeste da dove sono esclusi i paurosi, increduli, esecrati, omicidi, fornicatori, venefici, idola­tri, bugiardi; e non entra nulla di impuro.

La Carità, infine, o anima mia, che da sé sola mette in fuga il demonio, perché la carità è luce ed il demonio ama le tenebre; perché la carità è Sapienza, e le ingannevoli parole di Satana vengono smentite dalla Sapienza; perché la carità è Verità e il Male la odia; perché la Carità è Dio e Satana non sopporta la vista di Dio.

Ogni turbamento che l’Avversario possa creare per ricordo di mancanze passate, per suggestione di tentazioni presenti, vie­ne annullato dalla Carità che è misericordiosa e sorpassa i meriti e i desideri delle creature che l’amano, accordando, oltre alla liberazione dal Maligno e dalle sue arti turbatrici, anche ciò che la creatura umile ed amorosa non osa presumere di ottenere con la sua preghiera.

6. Folgorati dalla Carità e vivificati dalla Grazia.

Gesù Ss. ti chiama ” piccolo Giovanni “. Io oggi vorrei chia­marti ” piccolo Paolo “. Non Saulo, ma Paolo. Perché Saulo non sei mai stata. La Carità ti ha folgorato prima che l’età della ragione ti facesse responsabile delle tue azioni, e tu fosti cieca al mondo da allora, vedendo soltanto il fulgore gaudioso in cui il tuo Signore ti si disvelava sempre più, tu fosti morta al mondo e il mondo a te, perché sempre e per sempre ti aveva preso lo Spirito che non è del mondo e tu avevi preso Lui per tua Vita.

Ma un piccolo Paolo sei divenuta per volere di Dio. E il vo­lere di Dio è questo: che tu abbia a dare ai fratelli il Vangelo che hai ricevuto. Anche a te, non apostolo, non maestro, mi­nima fra tutti, come scienza e grado secondo gli uomini, stru­mento utile soltanto per il merito della tua carità che non ha mai rifiutato a Dio di servirlo e ha desiderato di essere consumata nel servizio purché i fratelli amino il Signore, anche a te, e proprio per queste due ultime cose, è apparso anche a te il Si­gnore, e lo hai visto e udito, e lo vedi e senti, e lo vedrai e sen­tirai qui e oltre.

E allora, piccolo Paolo, con il grande Paolo di’ le parole sincere, umili, riconoscenti, e siano queste la chiusura di questa meditazione domenicale prima di volgere gli sguardi dello spi­rito a Colui che una volta di più ti si presenta per farti beata, per ammaestrarti e per darti le lezioni da passare alle anime.

” Per la grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia che mi ha data non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro. Non io però, ma la grazia di Dio che è con me “.

Giustizia di questo riconoscimento delle opere di Dio in te; salvezza dell’umiltà che sa ciò che ha fatto e perché lo ha fatto: per merito della grazia di Dio che ha voluto che tu sia ciò che se! E tu l’onori. E onoralo sempre per non divenire un Caino che non riconosce a Dio il merito e il diritto delle sue ricchezze e bellezze dei frutti della tua anima.

Onoralo coi tuoi beni, colle primizie di ogni tuo avere, of­frendo tutto a Lui che tutto ti dà, perché Egli, abbattendo le barriere innalzate dall’Invidia vivente per sé stessa e in molti, sparga i tesori su coloro per i quali sono stati dati. E non te­mere che mai l’effusione su te cessi. Più darai più avrai, perché i tesori di Dio, i fiumi della Sapienza, sono inesauribili, e ancor persistono i frutti sui rami che già la pianta si infiora di novelle corolle che domani saranno nuovi frutti.

L’albero della Vita s’infiora, e si infoglia, e matura i suoi frutti senza soste per coloro che lo amano e servono e rispon­dono con buona volontà ai desideri della Grazia di Dio.

La Grazia di Dio che è con te ti protegge e sostiene contro quelli che vorrebbero rallegrarsi di una tua caduta per far tacere la voce della coscienza che li rimprovera di molte cose, prime fra tutte delle mancanze di carità, seconde il modo come hanno saputo far fruttare il dono di Dio.

Ma tu prega per essi, per tutti, perché abbiano la carità che è origine di ogni virtù e di salute.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

30. I servi di Dio[69].

1. Il profumo di Cristo.

Dice Azaria:

«Uniamoci all’altare dove in quest’ora (sono le 15,30) si celebra una S. Messa. Consolante pensiero! Non c’è un momen­to nelle 24 ore che in un punto del globo non sia consumato il Sa­crificio eterno. Come più grande questa celebrazione continua dell’Agnello divino dall’immolazione, che stupisce gli uomini di ora, delle ostie animali nel Tempio sul Moria!

Ma non ti voglio stancare, anima mia, appena uscita da una agonia tanto profonda, vittima con la Vittima per i peccati del mondo. E non ti parlo che dell’epistola. Ma in compenso, per fartela comprendere, ti faccio considerare qualche versetto che precede l’epistola di oggi e la chiarifica.

Ascolta. ” Ma grazie siano rese a Dio che ci fa sempre trion­fare in Cristo Gesù e per mezzo nostro spande in ogni luogo il profumo della sua conoscenza. Noi siamo infatti davanti a Dio il buon odore di Cristo per quelli che si salvano e per quelli che si perdono, per questi un odore di morte che dà la morte, per quelli un odore di vita che dà la vita “.

Ecco ciò che sono i servi di Dio, i suoi strumenti nelle di­verse missioni alle quali Dio li consacra. Sia che siano apostoli o vittime, sia che siano dottori o fedeli, sia che siano “voci”, devono essere gli altari dell’incenso e dell’olocausto dai quali deve esalare a Dio non già l’odore di Paolo o di Pietro, di Bene­detto o Buonaventura, di Maddalena o Teresa, di Maria, te, o di altri, ma unicamente il profumo di Cristo. Spargerlo in onore a Dio, spargerlo per profumare i fratelli e impregnarli di esso. Apostoli o vittime, strumenti o voci, i servi di Dio devono essere talmente un’unica cosa col Cristo Gesù da portarlo fra gli uo­mini in una perpetua incarnazione, onde il mondo lo conosca e di libera volontà si dia vita o morte, accettando o respingendo il Signore senza poter dire a sua scusa: non lo abbiamo conosciuto.

2. Immolazione per amore.

Paolo chiede: ” E per tali cose chi di noi più adatto? “

Infatti chi, se non coloro che per amore tutti si consacrano al servizio di Dio, sono indicati a compiere questo lavoro? Non già quelli che lo fanno per abitudine o per necessità, non già quelli che lo fanno per forza — e ci sono anche questi — non già quelli che lo fanno per riflessione umana, ma soltanto quelli che lo fanno per amore, con una immolazione conosciuta soltan­to da Dio e dagli angeli, possono profumare il mondo, perché l’odore dell’olocausto non si sprigiona quando esso è ancora lon­tano, dal sacrificatore e dall’ara, ma quando ha già subito il mar­tirio e si consuma totalmente, ardendo fra le fiamme del rogo.

Chi, se non coloro che fanno il sacrificio mossi soltanto da amore, di modo che non si permettono di adulterare la parola di Dio per averne un utile, ma ” nella sua purezza, come viene da Dio, la danno ai fratelli ” anche se da questo viene a loro dolore e astio di coloro per i quali la parola di Dio diviene morte, non ricevendola essi con amore, ma schernendola come pazzia?

3. Pagine viventi del Cristo.

Paolo, parlando a nome degli Apostoli di cui è l’ultimo, per partecipazione al corpo apostolico — ma non è ultimo veramente per valore — dice: ” Siete voi la nostra lettera… conosciuta e letta da tutti gli uomini, essendo noto che voi siete una lettera di Cristo redatta da noi, scritta non con l’inchiostro ma con lo spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole vive dei cuori di carne “.

E queste parole, che sono di Paolo, sono in realtà parole dello Spirito di Dio il quale a voi si rivolge, o strumenti di Dio, parlando per le labbra dell’Apostolo: ” Voi siete una pagina vi­vente del Cristo redatta da Noi: Padre, Figlio, Spirito Santo, col nostro Spirito, sul vostro stesso cuore “. Ecco ciò che siete, veri strumenti di Dio.

E voi questo lo dovete credere, non già per gloriarvene, ma per riconoscere l’opera del Signore in voi e dargliene lode, e avere culto del dono che ricevete, e usarlo con venerazione e giustizia per voi e per i fratelli, perché col dono Dio vi dà le ca­pacità di trattarlo, e queste capacità si perdono soltanto quando uno strumento decade per superbia, menzogna, disubbidienza, egoismo.

Ministri dello Spirito.

Molti, troppi si credono maestri soltanto perché conoscono le parole. Ma non è il conoscere le parole quello che vivifica, è saperle far vivere in voi. Molti si gloriano di essere i ” dottori ” perché portano la veste di dottori e spregiano chi non l’ha, e vorrebbero imporre silenzio a chi parla in nome di Dio. Ma quale è la mano che può interdire allo Spirito del Signore di parlare negli esseri che sanno essere spirituali nel dare e nel ri­cevere, nell’imparare e nel praticare?

E qui leggiamo la considerazione paolina. ” Se il ministero di morte … fu circondato di tal gloria … di quale maggior gloria non dovrà essere circondato il ministero dello Spirito?”.

Ma questo andrebbe detto ai negatori e ai derisori, a coloro che credono poter dire a Dio: ” Perché a questo nulla, e non a noi? ” E a questi risponderà il Signore un giorno, e sarà tardi per loro.

Tu, anima mia, lascia pur cadere tutto quanto potrebbe es­ser gloria caduca, e veglia e veglia su ciò che è dono incorrutti­bile e gloria che rimane. Veglia, e veglia onde non sia profanato, alterato, umiliato ciò che viene da Dio. Tu al tuo dovere sino all’ora di nona e all’ultimo palpito, essi ai loro fumi. E morendo riaffida al Signore il dono dicendo: ” Nelle tue Mani affido il mio spirito e la parola del tuo Spirito perché Tu li salvi da cor­ruzione e smembramento”.

Sta’ in pace. Dio è con te».

31. Fede nella Giustizia di Dio
e nelle sue promesse
[70].

1. Maria è la preparazione di Gesù.

Dice Azaria:

«Della S. Messa propria di Maria Ss. Neonata io non par­lerò. Te ne hanno già parlato il Ss. Signore Gesù e la Beatissima nostra Regina quando ti hanno fatto dono della Vita di Maria. E io non ho altro da aggiungere perché Essi sono la Sapienza ed io un solo riflesso di Essa. Ma tanto per avere la gioia di par­lare di Maria Ss. Regina nostra ti voglio dire il significato pro­fondo di una frase della Sapienza che si legge nella S. Messa del Nome di Maria.

È detto, in quella frase: ” Chi mi mangia avrà ancora fame, e chi mi beve avrà ancora sete “. Frase in opposizione ai concetti detti più di una volta da Gesù Ss. parlando alla Samaritana e ai Giudei e discepoli: ” … Chi beve l’acqua che Io gli darò non avrà più sete in eterno “. ” Io sono il Pane di vita; chi viene a Me non avrà mai più fame, e chi crede in Me non avrà mai più sete “.

È dunque così inferiore Maria al suo Divinissimo Figlio che il nutrirsi e dissetarsi di Lei non valga a levare fame e sete dello spirito pellegrino sulla Terra e anelante alla Casa del Padre e ai cibi che in essa si gustano? Oppure è tanto superiore — il che è supposizione impossibile — che mentre del Cristo, una volta sa­ziati, non si ha più desiderio, per Lei il desiderio dura? Né l’una né l’altra cosa. Ma una terza, veramente sapienziale e senza men­zogna.

Ascolta. Maria è la preparazione di Gesù. Come certe bevan­de, date a chi è debole, disappetente, malato, nauseato da cibi e droghe o malattie diverse, servono a risuscitare forza, appetito. salute, desiderio di nutrimento, preparano, insomma, il ritorno dello stato fisico alla sanità e aiutano questo ritorno fino al rista­bilimento perfetto, così Maria, Madre del Signore, è Quella che prepara lo spirito ad una unione vera e fruttuosa con Gesù.

Ella, Genitrice universale, versa il suo latte di grazia sui suoi poveri figli peccatori, deboli, malati, paurosi, nauseati, stan­chi. Da una Madre è sempre dolce avere conforto e cure. E li ir­robustisce, da loro un sano appetito, una volontà di più perfetto Cibo, di quel Cibo che è in Lei, una sola cosa con Lei: il suo Gesù.

Oh! la Regina Nostra è il perfetto Ciborio. Sempre il Pane di Vita e la Grazia è in Lei, e non vi giungete, voi uomini, a quel Pane e a quella Ponte di Grazia altro che andando a Lei.

Ecco perché di Lei è giusto dire: ” Chi mi mangia avrà an­cora fame e chi mi beve avrà ancora sete “, mentre di Gesù Ss. si legge che chi di Lui si pasce e disseta non conoscerà più fame né sete. Maria è la santa Necessità. Gesù è il Compimento. Ella prepara. Egli completa. Ella mantiene la fame e la sete e l’aumenta, per portarvi, con la dolcezza dei suoi santi sapori, al sempre più vivo e rinnovato desiderio di vivere di Cristo.

È l’Eva vera, la radice e l’Albero dei Viventi. Il Padre l’ha creata, l’Amore l’ha fecondata, e dal suo midollo è venuta la linfa di Grazia che vi ha dato il Frutto che è la Grazia stessa.

Le sue verginali, immacolate radici, non hanno lasciato la zolla natia: il seno splendente della Triade Ss. Le auree del Pa­radiso l’hanno sempre baciata. Vero Albero di Vita, Ella ten­de i suoi rami, carichi del Frutto del suo Seno, perché voi ne mangiate. Ora chi mai non va all’albero per cogliere i frutti? E non vi torna quando i frutti sono soavi? Nessuno, a meno che non sia stolto. Così voi pure andateci, o spiriti cristiani, e man­giate e bevete di Maria per giungere al santo appetito di Gesù che, a voi comunicandosi, vi dia la Vita Eterna.

2. Dio mantiene sempre le sue promesse.

Che Dio abbia riguardo al patto fatto con l’Umanità lo mo­stra la stessa Nascita di Maria. Il primo suono di esso viene dall’Eden, minacciosa parola rivolta al più astuto dei creati: ” Io porrò inimicizia fra te e la donna… Essa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno “. Il secondo ad Abramo, e ad Isacco in Abramo. E il patto si compie quando da Maria nasce il Redentore e, dopo breve vita, sale sulla Croce per sal­vare le anime dei poveri di Dio, i figli in disgrazia per il Peccato, ed in esilio.

Dio mantiene sempre le sue promesse. Non è sempre sollecito nell’operare. Gli uomini vorrebbero attese meno lunghe. Ma Egli opera sempre al giusto momento. Una grande fede, un’assoluta speranza, un’ardente carità, sono necessarie per giun­gere ad accettare questo pensiero. Ma beati quelli che sotto la grandine del dolore, davanti alla constatazione degli eventi uma­ni, sanno dire e credere fermamente che Dio interverrà al mo­mento giusto.

Lasciate i ” perché ” senza altro frutto fuor che quello di stancarvi la mente e avvelenarvi l’anima desolandola, inaspren­dola, sconfortandola, facendola timorosa, di un timore non buo­no, verso il suo Dio. Fidatevi e affidatevi. La giustizia umana, anche più giusta e severa, è sempre manchevole rispetto alla giustizia divina, che non ha fretta, che sembra che lasci fare, ma che non perde, per un attimo, di vista gli uomini e le loro azioni.

Cercate voi, veri figli buoni, di ubbidire sempre al comando che ebbe Abramo dall’Altissimo” Cammina alla mia presenza e sii perfetto “, e poi lasciate fare al vostro Dio. Contro le pe­corelle di Dio non infuria il furore divino, anche se rumore di fulmini scroscia sul loro capo. Alle pecorelle molte volte si me­scolano i lupi e i capri, e i fulmini sono per loro, non per le pe­corelle. Altri fulmini scocca, nella mischia della vita, il perpetuo e invidioso scimmiottatore di Dio: Satana. E questi sono contro le pecorelle che ne restano anche ferite. Ma non è ferita mortale. La loro veste si impreziosisce con i rubini del loro dolore e le perle del loro pianto e sono più degne della splendente dimora del Cielo.

Abbiate questa fede nella giustizia di Dio e nelle sue pro­messe, così come la ebbe il patriarca Abramo. Vedete? La fede nelle promesse di Dio è un incentivo a vita perfetta più ancora che la Legge. Tanto che molto prima che la Legge venisse data agli uomini Dio dette ad Abramo, e alla progenie di popoli che sarebbe venuta da lui, la, promessa, perché in essa i popoli trovassero il motivo di camminare alla presenza di Dio per me­ritare il compimento della promessa.

L’infinita Misericordia di Dio, sempre misericordia anche nel tempo del rigore, dette poi la Legge, vedendo che il ve­leno di Satana tanto agiva da rendere difficoltoso agli uomini il camminare con perfezione al cospetto di Dio.

Come bambini, deficienti per nascita o per malattia, i quali hanno bisogno continuo di una sorveglianza, di un istitutore che dica: ” Fa’ questo, non fare quello “, gli uomini, prima del tempo della Grazia, vennero muniti da Dio di un codice minu­zioso perché sapessero vivere da giusti e graditi al loro Signore. E nel suo ufficio di custode e di preparatrice delle anime dura sino al momento che la Promessa diviene realtà con la venuta del Vivente a vincere la Morte e il peccato.

Bene dice l’Apostolo: ” Se la Legge fosse di suo stata «‘Vita’, allora sì che sarebbe venuta la giustizia. Ma la Legge non era che preparazione alla Vita. La Grazia mancava, durava il Peccato, e perciò non la Legge ma la Promessa ha provocato la Vita, il Cristo Gesù venuto a rendere la Grazia, a cancellare il Peccato, per dare i mezzi per resistere alle concupiscenze per mezzo della Legge nuova, la Sua, basata sull’amore, resa facile dall’amore reciproco, dai meriti di Gesù, dai Sacramenti, dall’unione, per il Corpo mistico, col Santo, il Vittorioso, l’Immortale.

Dio mantiene sempre le sue promesse. Sia questa la le­zione e la forza che ti comunica la S. Messa della 13a domenica dopo Pentecoste.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

32. La Chiesa[71].

1. Gli inferi non prevarranno.

Dice Azaria:

«Come singola creatura, o come società unita in un unico organismo, il cristiano e i cristiani trovano ogni soccorso dall’essere protetti presso il Signore Eterno dal suo diletto Figlio.

Così come quando una persona si dirige ad un’altra o per salutarla, o per beneficarla, o per rimproverarla, o soltanto per conoscerla, non ne guarda le mani o i piedi, non le spalle o il petto, ma la fissa nel volto, così il Padre vostro, quando si volge udendo le vostre suppliche, oppure si sdegna dei vostri peccati, o vi osserva per conoscere le vostre azioni e pensieri, che guarda per prima cosa? II Volto di Colui che è la sua compiacenza e che splende nello spirito dei buoni, ma che resta anche sulle membra inferme del gran corpo che è la Chiesa di tutti i cristiani cattolici.

Per prima cosa incontra lo sguardo del suo Cristo, e il suo sdegno si placa, e la sua misericordia si accresce per giustizia e per giubilo. Giustizia: avendo il Cristo già scontato i peccati di tutti gli uomini che poi tornano pentiti al Signore o per i quali un altro cristiano prega e soffre insieme al Cristo. Giubilo: perché in ogni giusto, che implora il Signore, Egli risente la voce del suo Impetratore diletto, ed è beato di concedere in suo Nome.

Ecco perché la liturgia usa la formula: ” Per Gesù Cristo Si­gnor Nostro “. Tutto il bene avviene per Lui, la Grande Vittima che ha sforzato, con l’efflusso del suo Sangue e con la pienezza del suo dolore, le dighe della misericordia e dell’amore, chiuse a limitare i sentimenti di Dio, violenza che Dio aveva fatto a Sé stes­so, sotto lo sdegno della Prima Colpa.

Saputo che tutto si ottiene attraverso il Cristo e che il Padre non sa rimanere severo se chi alza gli sguardi supplici è il Cristo, Capo della Chiesa, ecco che potete pregare con parole sicure per Essa che ha bisogno di tante preghiere per essere forte, compatta e santa. L’ora di Satana batte come una tem­pesta contro i lidi segnati dalla Croce. Una promessa sta come scogliera a difesa della Chiesa Apostolica. La parola di Gesù: ” Non prevarranno “.

2. La Chiesa militante.

Ma osservate le parole che accompagnano questa promessa! Esse ricordano una qualità della Chiesa. E suscitano un altro paragone evangelico. Dicono: ” Tu sei Pietra e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa ”.

Costruzione solida, perciò. Di pietra. Non di molle mota che il vento dissecca e disperde, o l’acqua discioglie; non di calcina che il tempo deteriora; non di mattoni che un piccone può scal­zare se insinuato fra l’uno e l’altro, oppure abbattuto con rabbia su essi può frantumare. Ma di pietra. Una pietra sola, potente, incrollabile, inattaccabile, solida, sicura. Vi ricordate di Giovanni Battista? Quale è l’elogio che fa Gesù al suo Precursore? È que­sto: ” Che siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? “.

Giovanni, il Precursore, non era una canna che il vento scuote a destra e a manca, e la mano di un fanciullo o il passare di un animale spezza. Egli era un forte sino alla violenza, a quella violenza con cui si difende e si conquista il Regno dei Cieli. Giovanni, Precursore del Cristianesimo, doveva essere questa forza che nulla incrina e abbatte. Altrimenti come avrebbe po­tuto preparare le vie del Signore se fosse stato un debole che chicchessia poteva gettare da parte?

Ma la Chiesa militante non è forse colei che precede la Chiesa trionfante ed eterna, e prepara il gran Trionfo dell’Agnello nella Gerusalemme celeste? Come potrebbe la Sposa vestirsi di bisso rilucente per le sue nozze senza più pianto, se da regina divenisse schiava, se davanti all’onde di Satana si spogliasse dei suoi mem­bri come di foglie strappate dal turbine, o si sgretolasse come casa che crolla? Orrore! Orrore senza nome! Ma colui che vide il Cielo e l’Ultimo Tempo lo dice: ” Ecco venire un gran dragone rosso… e con la coda si traeva dietro la terza parte delle stelle e le faceva precipitare “.

3. Preghiera dei fedeli nel tempo del Drago rosso.

Pregate, cristiani, pregate perché non più di un terzo cada travolto da Satana, dalle sue sette maledette idre, dalle decuple armi infernali, dal serpentino e diabolico suo lavoro.

Pregate, pregate perché l’organismo dei credenti, la Chiesa militante, rimanga ” Pietra ” e non divenga mota, calcina o mat­tone. Alzatele intorno la barriera del vostro orare perché vera­mente l’ora è tremenda. Tremenda più dell’ora delle tenebre in cui fu immolato il Cristo. Perché contro il livore di un mondo insatanassato si drizzava allora il Cristo contro il Quale il pre­valere era relativo, essendo senza misura il suo potere e la sua Santità; ma in quest’ora, lunga e sempre più tenebrosa, il mondo insatanassato che si drizza contro voi cristiani, contro la Chiesa, non ha di fronte che uomini, ossia esseri in cui, come dice l’Ora­zione, è la mortale natura umana la quale, senza l’aiuto di Dio, soccombe. E tanto più soccombe quanto più è già infettata e ammollita dai vapori del mondo e della scienza del mondo.

Pregate indicando al Padre il mistico Capo della Chiesa onde, per rispetto al Volto del suo Cristo, l’Altissimo intervenga ad impedire gli sfregi che già subì nel Venerdì Santo, figura di quel­li che nei secoli, e sempre più violenti, si sarebbero avventati contro il Capo e il Corpo mistico di Cristo. E per pregare con merito pregate da giusti, ossia, come dice il Beato Paolo ” cam­minate secondo lo spinto”, non soddisfacendo i desideri della carne.

4. Nel perpetuo contrasto fra carne e spirito.

La parte eletta è lo spirito. Date allo spirito la precedenza, dategli la regalità. La carne è l’ancella, lo spirito è il re. Se l’an­cella avesse a divenire abusivamente regina, la vostra natura — in cui si delinea la somiglianza del Creatore facendo dell’uomo l’anello che congiunge le perfezioni creative animali, vegetali, minerali, alle super creazioni angeliche, e più ancora, dandovi una parte spirituale come noi siamo, e dandovi una parte car­nale come lo stesso Cristo assunse per redimere, vi fa simili al Fratello Divino, al Primogenito dei Viventi — perderebbe somiglianza col Padre e col Figlio, e con lo Spirito Santo, per la spirituale immortalità, per la facoltà di unirvi a Gesù, compien­do nella vostra carne ciò che manca alla Passione di Cristo, per l’intelletto acceso dalle Virtù infuse e dai Sette Doni, e diverreste simili ad animali inferiori che solo carne sono e che, cessato il respiro, nulla più sono in eterno.

Nel perpetuo contrasto fra carne e spirito: il vostro campo di battaglia e di vittoria, siate fermi a dare tutte le armi allo spi­rito perché sia giustiziere della carne. Santa giustizia che ferisce, doma, spezza, per dare un giorno la sua stessa gloria eterna alla materia che ora ferisce perché sia sanata! Santo combattimento che vi libera dai rigori della Legge perché colui che è guidato dallo spirito non pecca in maniera volontaria e meditata, ma, se anche cede per un improvviso assalto della materia, subito si rialza e non è più male la sua caduta, ma buona cosa, perché segna una vittoria sullo sconforto, sulla sfiducia, sulla superbia. Il Male che serve contro sua voglia al Bene. Perché il Male è un ” libero incatenato “. Ricordatevelo sempre. Può nuocere anco­ra, ma non oltre un limite, e la sua presenza, la sua possibile astuzia, la sua instancabile attenzione a ferire, servono a mante­nere vigilanti, a farvi invocare l’aiuto di Dio e a darvi corone di vittoria.

5. I frutti dello Spirito. S

Dio è Bontà. Tutto Egli fa ” cosa buona “. Se proprio Sa­tana fosse stato uno non vincibile dagli uomini, Dio non avrebbe lasciato questa ” cosa cattiva “. Ma nel suo perfetto male Satana serve alla glorificazione degli eroi dello spirito, ai veri fedeli al Signore.

E per questi eroi dello spirito la Legge del rigore non è più. Così come la loro volontà respinge le cose della carne, così la Volontà e Giustizia Divine annullano le involontarie debolezze, subito riparate per desiderio d’amore, e aprono le porte del Regno ai figli fedeli. Le apre da quando ancor dura il giorno terreno, dando i suoi doni, che sono la carità, il gaudio, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la longanimità, la mansuetu­dine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Le virtù che erano nell’Uomo perfetto, nel Signor Nostro Gesù Cristo, il quale, pur essendo Dio, quando rivestì una carne, facendosi si­mile a voi volle dare al suo spirito i doni e le virtù per poter resistere a Satana e al mondo e conservarsi perfetto agli occhi del Padre e degli uomini.

” Chi di voi mi può convincere di peccato? “. Oh! pace, pace davanti agli accusatori, e ai giudici, e alla morte, e a Dio, poter dire questa frase! E questa frase divina può fiorire lumi­nosa, dolce, incutente rispetto a chi l’ode, calma e serenità in chi la dice, in coloro che hanno camminato secondo lo spirito crocifiggendo come Cristo, del Quale sono, la loro carne nei vizi e nelle concupiscenze. Allora servendo con lo spirito-re lo Spi­rito Ss. meriterete l’Angelo del Signore ed egli vi salverà quando, troppo furente per le vostre capacità di resistenza, sarà l’assalto di Satana e dei suoi servi.

Non temete! Non temete, o dolci anime che amate il Signore sino al sacrificio di voi e delle sue stesse gioie purché il mondo si salvi e venga il Regno di Dio.

Non temete! Voi avete capito la Verità che ha parlato. Ave­te cercato prima di ogni cosa il Regno di Dio, e non per voi sol­tanto, ma per tutti. Ed esso è in voi. È già in voi. E questo soltanto ha valore. Le altre cose vi saranno date per giunta. Ma se anche non vi venissero date, perché la guerra di Satana e degli uomini le distruggessero mentre vi scendono dal Cielo, non te­mete. È come se voi tutto aveste compiuto, e dato, e ricevuto. Coloro che non avranno le cose date per giunta non siete voi. Sono gli altri.

A chi non vuole ricevere, non viene dato. A chi vorrebbe ri­cevere, ma non per lo spirito sibbene per le concupiscenze e le opere della carne, non viene dato. Ma nulla e nessuno può rapire i doni dello Spirito a coloro che lo amano con tutto sé stessi sino al sacrificio.

6. La Rosa mistica.

Ed ora veneriamo la Benedetta dal Cuore trafitto. Maria, non è questo un dono? Vederla. Così come la mirò Giovanni ai piedi della Croce.

Piccolo Giovanni, prendi il tuo posto. Consola tua Madre. Anche l’Apostolo era straziato, eppure consolò la Straziatissima. Perché egli aveva il suo solo dolore. Ella tutti i dolori presenti e futuri di Corredentrice. Anche quelli che tu sai… Imita Gio­vanni, tu, piccolo Giovanni spezzato dal tuo dolore, che è tanto grande, ma che non è nulla rispetto al dolore della Madre Dolo­rosa. Rosa Mistica, tutte le spine dell’immenso roseto che è il mondo, nessuna classe esclusa, si appuntano nel suo cuore can­didissimo e lo fanno vermiglio… Bevi il suo pianto e sta’ sotto al suo manto. Ti è Madre. In Cielo saprai quanto…»

7. Pianto della Dolorosa.

e vedo la Dolorosa… e vedo una mano avventarle nel cuore un fascio di spine… E la Dolorosa volge il capo in direzione opposta di quella mano maschile, forte, adunca… e piange senza singulti… Una pioggia di lacrime che cadono a destra, per terra… Lo sconforto di Maria Ss… Oh! non posso tutto dire di ciò che vedo!… Dimentico il mio dolore davanti al suo e la chiamo con tutto l’amore di cui sono capace…

Sono una povera piccola creatura… Ma, oh! Madre, aumenta le mie capacità di consolarti per quanti sono coloro che ti colpiscono… ci colpi­scono così!…

Madre! Non basta aver chiesto che mi venga tolta ogni dolcezza, ogni estasi d’amore per loro? Quando, allora, renderò loro lo spirito che Tu vorresti in essi? Quando morirò?

Sia fatta la Volontà di Dio… Ma amami e consolati col mio amore, Madre, Madre, Madre Dolorosa…

33. Consigli ai maestri di spirito[72].

1. Il bisogno della Grazia.

Dice Azaria:

« Anima mia, come un viandante che passando per via in­contra un oggetto repellente, ma dopo il primo involontario sguardo passa oltre, senza soffermarsi a considerare e si lascia alle spalle la ripugnante vista, sforzandosi di neppur più ricor­darla, fissando invece i fiori, le piante, i buoni viandanti che in­contra, così fa’ tu dopo questa nuova dolorosa conoscenza di ciò che si cela in certi cuori, e guarda avanti, guarda le buone cose di Dio, i buoni fratelli, guarda il tuo Signore in cui confidi. Lasciati alle spalle anche il ricordo delle doppiezze, degli inte­ressi, degli egoismi, delle avidità, delle superbie, del disamore celato sotto un falso scenario di amore. Lascia nel fango ciò che è fango, e procedi, e apri le ali, alzati, vola dove l’Amore ti vuole, allietati nel tuo Signore, e con l’ilare e attiva carità dei figli di Dio prega per la Chiesa di Dio nella quale tanto è il bi­sogno di Grazia.

Grazia è Salute, Sapienza, Amore. Ora molto è più necessa­ria alla Chiesa nei suoi membri preposti alla cura delle anime più Amore e Sapienza che Scienza. Ma abbonda questa a sca­pito delle altre cose. E la luce spirituale si spegne, sostituendosi ad essa il rossastro bagliore dei loro fuochi umani. Offri tutto il tuo dolore e il tuo disgusto, tutto il tuo sacrificio e il tuo per­dono, perché la Grazia rianimi i troppi spiriti languenti che sono nel Sacerdozio.

2. “Dare è più grande che ricevere”.

Sarai più beata per questo che per quello che ti darebbe e ti darà la tua missione di portavoce. È un dono questo che tu ricevi. Il tuo amore, dolore, disgusto, sacrificio, perdono, sono invece doni che tu dai. E tu lo hai sentito il Ss. Signore Gesù dire: ” Dare è più grande che ricevere “.

Ricevere impone anche un peso di obblighi. Dare è allegge­rimento allo spirito, è mettere le ali e accendersi dei fuochi ce­lesti. Dai dunque, senza misura, e per la promessa che non è menzogna, ” misura traboccante ti sarà versata in grembo ” qui, e ti coprirà di luce beata nell’altra vita.

3. Lo spirito di vanagloria.

Tu vedi! Essi sanno a memoria le parole ispirate e quelle evangeliche. Sanno a memoria ciò che è lettera, ma non possie­dono lo spirito della lettera. E perché questo, questo che impe­disce loro di procedere su vie di reale giustizia? Perché la vo­lontà è fiacca in loro — parlo di quella spirituale — la Grazia è ostacolata, anche quando non è messa in fuga da vere e proprie colpe, da spirito di vanagloria. Vanagloria della carica ricoperta, vanagloria della parola facile nella predicazione, vanagloria sopra esistente ad un inizio reale di virtù poi rilassate, ma che hanno creato una fama di santità che è accettata da chi ne ha fruito anche dopo che la virtù è sminuita, e persino vanagloria della propria prestanza fisica, vanagloria del sapere acquisito. Quanta vanagloria! Vanagloria dei successi ottenuti, delle chiese costruite, dei conventi fondati, vanagloria, vanagloria, vanaglo­ria.

” Se viviamo di spirito, camminiamo secondo lo spirito, sen­za provocarci o invidiarci a vicenda ” dice l’Apostolo nell’Epi­stola di oggi.

4. Prima vincere poi avere.

Confrontiamo le azioni. Da un lato sei tu, col tuo disinte­ressato spogliarti di ciò che ti poteva dar gloria anche umana. Su questo ti ha tentato Satana più e più volte. Su te, di mente e posi­zione elevata, non poteva tentare che questo, e lo ha fatto. Su te, in ristrettezze e bisognosa di cure, era facile assalire suscitando la paura del domani e prospettando l’utile di una pubblicazione tua. Ecco che il Tentatore per farti cadere ha stuzzicato il tuo morale e il tuo materiale: l’orgoglio della mente, il bisogno della carne. Avessi accettato il suo maledetto consiglio, mentendo a Dio e agli uomini, e rubando a Dio, tutto sarebbe finito. Non hai mai riflettuto che il vero Vangelo ordinato è cominciato dopo che tu hai superato le tentazioni in tal senso di appropriazione in­debita, di scopo di lucro e gloria? Prima hai dovuto vincere, e poi avere.

5. Dio si usa di tersi per provare i primi.

Ora osserviamo l’altro lato. Senza merito alcuno da parte loro, a loro Dio offerse un dono, un grande dono, mettendo al­cune clausole. Se avessero meditato le parole di accompagnamen­to al dono, avrebbero compreso che non era che la prova del loro spirito. Severo l’accenno all’altro Ordine al quale il tuo spirito tendeva e tende per vera vocazione che un imperscruta­bile pensiero di Dio ti ha contrastato. Perché, ti chiedi, io, fran­cescana nello spirito sin dalla fanciullezza, così totalmente fran­cescana, fedelmente francescana, per quanto un deplorabile di­sinteresse dei tuoi confratelli non si occupi di te, ho dovuto su­bire l’imposizione di un altro Terz’Ordine, non chiesto? Perché non sono stata neppure interrogata in una cosa di così grande im­portanza? Il tuo perché continuo quando baci i due scapolari. Il perché lo saprai in Cielo. Dio si usa di terzi per provare i primi, ricordatelo sempre. E in questa frase è la spiegazione quale la puoi avere per ora.

6. Ai maestri nello spirito.

Severo l’accenno all’altro Ordine. Li avrebbe dovuti far me­ditare. E meditare li avrebbero dovuti fare le clausole unite al dono condizionato ad esse. Non hanno meditato. La vanagloria li ha presi nei suoi tentacoli, ne ha strozzato la carità, la giusti­zia, il discernimento, l’ubbidienza. Li ha fatti crudeli, invidi, pro­vocatori, e torturatori di un’innocente.

Parla a te, Paolo, o parla a loro? A loro parla, come a quelli che dovrebbero essere maestri nello spirito. Tu non puoi parlare ad essi. Ognuno al suo posto. Parlano, attraverso a te, ad essi la Sapienza, e le tue azioni, e non servono. Ma Paolo, l’Apostolo delle Genti, può parlare ad essi. Caritatevole, ma fermo, egli dice loro: ” Se uno fosse caduto in qualche fallo… istruitelo con spi­rito di dolcezza “.

Ecco un loro errore nell’errore di giudizio che non è sin­cero. Dicono che tu puoi essere ingannata? Ma allora perché, con amore, non ti mostrano in che? Perché? Perché non è vero il loro asserto, e non hanno base per provare le loro dimostra­zioni. E a questo primo errore di volerti mortificare, per non confessare che Dio ti ha amata straordinariamente, ecco che uniscono quello di essere senza dolcezza con te.

“‘ E bada bene a te stesso, che tu pure non sia tentato “. Oh! quanto la carità mi fa tacere in questo senso. La disubbi­dienza alla parola di Dio, l’arroganza e il disordine verso le re­gole canoniche e i presuli delle diocesi, la vanagloria di sentirsi e mostrarsi dotti di sapienza e spiritualità non propria, non sono forse state le tentazioni accolte da essi e divenute loro seconda natura?

” Portate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete la Legge di Cristo “. A te, sopra-affaticata dalla tua missione, Gesù Ss. non voleva dare altri pesi, e ad essi aveva consegnato ciò che tu non potevi portare perché lo portassero, da tuoi buoni fratelli. Essi non lo hanno voluto, e anzi rigettandolo sulle tue spalle lo han­no aggravato delle loro azioni. La carità è così perita.

” Se uno crede di essere qualcosa, mentre non è nulla, questi illude sé stesso “. L’Unico che è, è Dio. Gli uomini, tutti, sono ciò che Dio e la loro volontà vogliono. Dio sceglie i suoi strumenti e i suoi servi. Se essi rispondono alle chiamate e agli ordini di Dio allora si mutano in ciò che Dio vorrebbe che fossero. Quelli che si gloriano di essere qualcosa o sono illusi e rientrano nella classe di ” coloro che non sanno ciò che fanno “, oppure sono scientemente colpevoli di rivestirsi di meriti non loro, e sono dei satana.

7. Agli illusi e agli avari.

Agli illusi Paolo consiglia: ” Ciascuno esamini le proprie opere e avrà così da gloriarsi soltanto in sé stesso e non per altri, perché ciascuno porterà il suo peso “. Gloriarsi in sé stesso del­l’aiuto che Dio gli ha dato, della missione che gli ha presentato, eleggendolo con speciale amore, e della sua propria rispondenza alla volontà del Signore. Non d’altro gloriarsi. E umiliarsi, rico­noscendo i propri errori, causa delle proprie sventure e delle altrui, e dolersi non delle sventure proprie che sono espiazione all’errore, ma di aver danneggiato il prossimo. Agli avari e in­vidi, che avidamente prendono e del preso fanno uso ingiusto, Paolo dice: ” Chi è catechizzato… faccia parte dei suoi beni a chi lo catechizza “.

8. Ai disertori della propria milizia.

Il primo verso il quale essi hanno obbligo di far parte è colui che disinteressatamente, sentendosi gerarchicamente infe­riore, ha loro dato. E se anche egli non ha bisogno della Parola, che la riceve direttamente, di molte altre cose ha bisogno da chi è suo superiore gerarchico. E non è valido agli occhi di Dio la loro storpia giustificazione: ” Egli ha già Dio che lo dirige “. Mai dalla voce di Dio fu detto: ” Costui non ha bisogno del sacerdote perché Io lo istruisco e curo “.

Quando mai il Cristo ha detto ai suoi lebbrosi guariti: ” Non vi occorre andare dal Sacerdote perché Io, direttamente, ho constatato che siete mondati “? E quando mai il Cristo ha detto: ” Non vado al Tempio perché Io non ho bisogno di esso per essere nella Legge e con Dio ‘? Cristo ha sempre indicato il Tempio e il Sacerdozio come tramite fra gli uomini e Dio. Chi si ricusa di tutelare un’anima perché Dio la usa è un disertore nella propria milizia.

9. Ai derisori di Dio.

”Non vogliate ingannarvi”! Oh! Che vale il dire: “Ora noi siamo quelli che diciamo queste cose “? Anche certi strumenti e certi animali ripetono le parole che vengono loro insegnate o trasmesse. Ma sono forse gli strumenti e gli animali quelli che hanno creato quelle parole con un loro proprio pensiero? Il mec­canismo o la pappagallesca loquela possono dire: ” Ciò che dico è mio”? Ingannare sé stessi e gli uomini che vale, quando dal Cielo c’è chi vi guarda e vede anche il più piccolo dei vostri pen­sieri? Volete schernire Iddio? Pensate poter falsificare le sue parole e credere che Egli non le riconosca? Volete schernirlo?

Dio non si irride! Non appoggiatevi sul pericoloso e pre­suntuoso sostegno di questo pensiero: ” Fino ad ora ho fatto ciò che ho voluto, anche contro ciò che si diceva volere di Dio, e non me ne è venuto del male, ma anzi sempre più del benessere “. Non sapete ciò che vi può portare il minuto che segue. E, dopo i molti minuti della Terra, c’è un’eternità per scontare le irrisioni date a Dio e le durezze date ai fratelli. Nell’eternità si miete ciò che qui si è seminato. Per questo si dovrebbe instan­cabilmente fare opere di spirito e fare perciò il bene se non si vuole poi mietere triboli per i fuochi purgativi o, non lo voglia Iddio, per i bracieri infernali. Fare il bene sinché avete tempo di farlo. Tutti, e specie quelli che sono rivestiti di una veste che li fa osservare dal mondo, da questo mondo che perisce più per lo spegnersi delle luci preposte ad illuminare che non per le dot­trine perverse suscitate da Satana.

Questo dice Paolo ai suoi successori: i maestri di spirito. Ma a loro è inutile dirlo. A te l’ho detto, perché senta il dovere di intensificare sempre più preghiera e sacrificio per essi, e perché tu possa dire parole giuste — te le ho indicate — a chi si inte­resserà al tuo caso.

10. Il compagno angelico.

Fidati del tuo compagno angelico. Io ti tengo per mano, ti proteggo sotto le mie ali, ti purifico l’aria che il tuo spirito respira e che le altrui azioni rendono acre e malsana. E cantiamo insieme, nella gioia di fare, tu e io, il nostro dovere: ” È bello dar lode al Signore, cantare inni al suo nome per proclamare al mattino la sua misericordia e la sua fedeltà durante la notte. È bello dar lode a Colui che ci ascolta, ci posa sulla roccia, e guida su vie sicure “.

Questo, anima mia, è il nuovo cantico che Dio ti pone sulle labbra con la liturgia di oggi.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo!»

 

Direzione non scritta (per ordine di Gesù) su ciò che è l’Opera nelle intenzioni del Suo Divino Donatore (avuta oggi 25-946).

28-9-46. Gesù Ss. mi spiega perché Satana cerca impedire che io possa scrivere i dettati sul Vangelo di S. Giovanni. Direzione segreta.

34. Gloria futura della sofferenza temporale[73].

1. La paga del dolore è Luce e Gloria.

Dice Azaria:

«II Signore, che ti ha ammaestrato dalla tua fanciullezza e del Quale tu ricordi aver ricevuto soltanto amore, mi dice di con­siderare con te unicamente l’Epistola, per la tua debolezza e per non ripetere ciò che è ricordo di dolore. Tu e Dio avete parlato. Egli ti ordina di tenere per te soltanto ciò che ti ha detto. Ub­bidiamo. Nell’Introito dovrei sfiorare l’argomento. Ma ormai tutto è detto. Tu sei convinta della bontà e misericordia di Dio. Egli sa i tuoi bisogni. Nulla più c’è da dire che non sia superfluo e penoso alla tua debolezza.

Ma l’Apostolo è conforto ascoltarlo. Egli ti si rivolge con una parola di paterno maestro: ” Io vi esorto a non perdervi d’animo per le tribolazioni che io soffro per voi e che sono la vostra gloria “.

Ecco, il tuo spirito dica alle tue membra, alla tua carne, ai tuoi organi consumati e languenti in sofferenza di morte: ” Io vi esorto a non tremare per ciò che io soffro e che voi di riflesso soffrite. Perché questo mio soffrire che è anche il vostro soffrire, è la cagione della vostra gloria”.

Di che brilleranno un giorno, il giorno eterno, i corpi dei santi? Delle sofferenze patite per la giustizia, per essersi affati­cati per essa, per coltivarla in sé stessi, per darla ad altri, per essere stati perseguitati per questo lavoro.

” Quelli che insegnarono a molti la giustizia brilleranno come stelle per tutta l’eternità ” dice Daniele. E la Sapienza: ” I giusti brilleranno, correranno come scintille per un canneto, e giudi­cheranno le nazioni, domineranno i popoli, e il Signore regnerà in essi per l’eternità “.

E che promette il Verbo nelle beatitudini? Gloria e luce, e appagamento e pace a quelli che piansero e soffrirono per fe­deltà alla giustizia.             

Or dunque, posto che siete e corpo e anima — ed anzi la pe­sante legge della carne tende a predominare finché siete nel­l’esilio — ecco che proprio quelle carni che furono macerate per volere dello spirito eroico e sopportarono tribolazione per rifles­so al gran patire dello spirito, avranno gloria nell’eternità. Per­ciò giusto è far dire dal tuo spirito alla tua carne: ” Non per­derti d’animo a causa delle mie tribolazioni che io soffro anche per te, corpo mio, e che saranno la tua gloria futura ed eterna “.

2. L’aiuto soprannaturale.

E Paolo insegna cosa fare per ottenere il soprannaturale aiuto a corroborazione della creatura che è spirito e carne. ” A questo fine piego il ginocchio dinanzi al Padre del Signor Nostro Gesù Cristo … perché vi conceda… mediante lo Spirito di lui potente­mente corroborati in modo che Cristo abiti per la fede in voi… e voi, radicati e fondati nella carità, possiate con tutti i santi com­prendere… ciò che supera ogni scienza, ossia la carità di Cristo, perché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio “.

Dio è Carità. Chi ha carità ha in sé Dio. Gesù Ss., te l’ho detto, è il compendio della Carità dei Tre Divini. Perciò chi ha in sé Cristo è ripieno della pienezza di Dio.

Nell’antica Legge, nel tempo antico, gli ebrei avevano il Pa­dre che empiva della sua gloria il Tempio, e lo Spirito che dentro per dentro empiva di sé qualche creatura. Ma nel Tempo Nuovo, nell’era di Cristo, i cristiani hanno non già la Prima o la Terza Persona. Ma hanno la completezza di Dio Uno e Trino in Gesù Cristo Signore Ss.

Lo hanno per la Grazia e per i Sacramenti e specie per il Sacramento d’Amore nel quale col Corpo, Sangue, Anima e Di­vinità del Verbo Incarnato, sono il Padre e il Paraclito inscindibili dalla Divinità della Seconda Persona per la sublime Unità dei tre Dei che sono Un sol Dio. A questa invisibile, ma sensi­bile e attiva Presenza, a questo Infinito che si costringe in una minuscola parte del tutto: in un uomo credente — e da questa carcere, dove soltanto l’amore lo costringe, opera e trasforma, poiché tutto Egli può fare, anche ciò che è al di sopra di tutto quanto l’uomo può domandare e fare e pensare, e desiderare, e di una nullità può fare una grandezza perché non la nullità, ma chi l’abita, opera con i suoi mezzi infiniti — vada la gloria che gli è dovuta e vada la fiducia di chi si sa sorretto da un Forte, guidato da un Sapiente, che pari non ha. E in questa fiducia trovi pace il tuo spirito e forza il tuo corpo per la lotta gloriosa che raggiunge la Vita attraverso la preparazione del dolore e della morte.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

5-10-46. Elevazione non scritta (per ordine di G. S.) sulle meraviglie della Creazione.

35. La buona volontà è l’arma potente per vincere[74].

1. L’ubbidienza unisce a Dio.

Dice Azaria:

«Sempre ti tratta con misericordia, nelle grandi e piccole cose, con paterna misericordia esigendo da te solo l’ubbidienza. Perché l’ubbidienza ha per conseguenza una vita senza macchia volontaria e un procedere secondo la legge del Signore e il suo volere. Dio Ss. non può volere che il bene dei suoi figli, perciò chi ubbidisce al suo volere fa il bene per quanto le sue capacità comportano, e Dio è contento di quel tanto, perché è tutto quan­to gli può dare la creatura.

E anche ha un altro frutto l’ubbidienza: quello di unire stret­tamente a Dio. Beati quelli che possono dire ciò che disse Gesù Cristo a chi lo rimproverava: ” Io ho sempre fatto e faccio ciò che l’Altissimo vuole “. L’ubbidienza, unendo strettamente a Dio, fondendo quasi a Dio, per l’uniformità del volere — Dio vuole il bene di una creatura, la stessa vuole il bene che Dio vuole da lei — fa sì che Dio scenda col suo amore ad abitare in chi lo ama: l’ubbidienza è amore. E allora, poiché il più forte sempre predomina — e qui il più forte è Dio — avviene anche che chi opera è Dio, possessore assoluto dello spirito fedele, e la crea­tura non fa più azioni proprie, ma azioni divine, tanto è persa e dominata dal Divino e nel Divino, e azioni divine non possono che essere azioni sante, scevre di contagi diabolici, come prega invocando l’Orazione.

Questa unione assoluta, questa totale donazione a Dio, que­sto annullarsi in Dio, spogliandosi dell’io per essere assorbiti da Dio — l’io è materiale e con esso non si può entrare nel Signore che è puro Spirito — predispone a quella unione, donazione, umiltà, carità, pazienza e mansuetudine che Paolo dice essere es­senziali per poter essere veri cristiani, uniti al Cristo, uniti a Dio, uniti allo Spirito, col vincolo della pace fra i fratelli, e della carità nei suoi due rami che si stendono, uno al Cielo ad abbrac­ciare il trono di Dio, l’altro sulla Terra a carezzare il prossimo. Allora realmente formate un sol corpo e un solo spirito, tutt’uni con il Signore, con una sola fede, un sol battesimo, un solo Padre che è su tutti e in tutto, e specialmente nelle membra del corpo di Cristo, viventi membra, nelle quali le grazie infuse realmente vi­vono e vivificano.

2. La santità è fata dal buon volere.

Essere battezzati, cresimati, assolti, comunicati, poco è, se sono inerti doni. Tutto è, se il buon volere della creatura rende attivi i doni ricevuti attraverso i Sacramenti, e rende realtà eter­na la speranza che allieta l’esilio dei vocati da Dio al grande po­polo di Cristo.

Il buon volere! Quale arma potente per vincere! Come dice il Graduale, il Signore guarda dal Cielo e mira i suoi figli e li vede animati dal buon volere di servirlo, anche se incapaci di farlo perfettamente. Ebbene, allora si sgomenterà Iddio di que­sta vostra incapacità di fare perfettamente? Dirà forse: ” Per quanto essi facciano non potranno entrare qui, nel mio Paradiso, dove entrano solo le cose perfette e le creature perfette, perché essi sono imperfetti e le loro azioni sono pure imperfette “?

Oh! no. Quel Dio che con una parola ha creati i cieli, radu­nando le molecole dei gas, e così ha creato gli astri e la Terra, adunando le diverse parti sparse nel cosmo per farne la massa solida che è il mondo vostro, quelle ardenti che sono gli astri, quelle liquide che sono i mari, tutte quelle cose che sono, da al­lora, l’Universo, non potrà forse, delle informi e imperfette vo­stre azioni, fatte con buon volere, compiere opere perfette?

Lasciatelo fare con fede, speranza e carità viva, ed Egli farà. La santità è fatta del buon volere eroico dei figli di Dio e del potere di Dio che completa e rende perfetto l’eroico buon volere dei figli. Ed è tanto bello, o uomini, che il vostro Padre, che è Dio, sia Colui che prende ciò che i suoi piccoli fanno e lo renda simile a cosa fatta da un dio, completandolo con la sua bontà. Noi non abbiamo questo. Ed è giusto. Giusto sempre. Ma come è bello, come vi deve far pieni di gioia riconoscente, pensare che per servirlo ed aiutarlo nella Redenzione e nell’apostolato Egli si serva di uomini e non di angeli, e che per fare degli uomini degli dèi, suoi figli, Egli si serva della sua potenza tutta amore!

3. I santi desideri sono il desiderio di Dio.

Tutto potete, sol che viviate da figli, sul Padre vostro che è Dio Altissimo; anche parlargli così come a paterno amico, anche a chiedere di stornare la già pronta punizione sui fedifraghi che lo offendono, anche ad ottenere il compimento dei desideri au­daci che vi sorgono in cuore nell’impeto dell’amore acceso.

I desideri! I santi desideri! Sai cosa sono, Maria? Sono il desiderio stesso di Dio — ispirato da Lui nei cuori dei figli, e specie dei più amanti, e tanto più sono desideri audaci quanto più il figlio di Dio è amante di Dio; il desiderio di Dio, ispirato da Lui, raccolto dalla creatura amante e lanciato come freccia d’oro ai piedi di Dio, e lo spirito sale dietro allo strale prezioso, per chiedere le cose che all’umanità sembrano follie, le azioni del­l’amore — di poter compire queste azioni a Sua gloria.

Oh! voi amanti che fate vostri i desideri di Dio per voi, siete i sublimi folli al seguito del Divino Gesù, folle per amore sino alla morte di Croce. Voi siete i folli della sublime follia dell’amore e del sacrificio. Lanciatevi! Non temete! Il mondo ha bisogno di voi, santi folli, per ottenere misericordia ancora. E di voi hanno bisogno le anime per essere ancora salvate. Esse, le più, non sanno più farlo di salvare sé stesse. Sono con le ali spezzate, strappate, bruciate. Strisciano e si avviliscono a terra. Il vostro sacrificio, la vostra follia d’amore, rida loro ali e pupille, e risu­scita il desiderio dell’alto, ed esse risorgono, cercano Dio, aprono le ali…

È la vostra sete di amore, è il vostro inesausto desiderare ciò che Dio vuole e compiere ciò che Dio desidera che le trascina al Cielo. La carne, il mondo, il demonio, sono il laccio che le trattengono. Voi ardete quel laccio pesante, mettete al loro collo l’aureo filo della carità e le trascinate con voi, in alto, in alto, al Cielo, a Dio.

Sia lode all’Amore che ispira. Sia lode all’amore che opera. Sia lode all’amore che salva. Sia lode a Dio ispiratore delle azioni dei santi. Sia lode ai santi che operano con Cristo. Sia lode al­l’Amore, all’Amore, all’Amore!

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

Notte fra il 6 e il 7 ottobre. Risveglio fra sofferenze di agonia fisica e l’Avversario insinua, per spaventare: «Come farai a presentarti a Dio, tu? Il Giudizio… Il castigo…» Rispondo lottando contro l’Orrore: «Farò come tutti, da Adamo all’ultimo uomo. Morirò. E in più, per esser sicura nell’ultimo momento, confiderò nella Misericordia di Dio più che mai». Vinto, se ne va. E se ne va anche l’agonia fisica… Mi addormento placida sul seno di Dio.

12 ottobre ore 16. Mordente come un veleno l’insinuazione — certo è lui — di Satana: «Tu che tanto desideri il Cielo anche per ritrovare tuo padre, sappi che non ce lo troverai mai. Non padre, non madre. Soffrirai anche là». Rispondo per attutire Io spasimo di questo pensiero: «Non soffrirò. Amerò Dio. Non si può soffrire di rimpianto per alcuno e per nessun motivo quando si gode Iddio».

36. I consacrati sono i
testimoni di Cristo
[75].

1. Abbandono fiducioso alla Misericordia di Dio.

Dice Azaria:

«Certa è la ricompensa data al paziente perché il paziente imita il suo Padre Celeste, che tanto è paziente nell’attendere le conversioni degli uomini peccatori, ma che poi ha ricompensa della sua amorosa pazienza col godere dei suoi salvati. L’imita­zione di Dio, essendo amore in atto, ottiene sempre ricompensa da Dio. E, finché dura questo giorno vostro terreno, la ricom­pensa è pace profonda di spirito, pace che ignorano quelli che non sanno servire il Signore. Oltre il piccolo giorno terreno la ricompensa è gloria eterna e gaudiosa. Altra ricompensa di chi sa essere paziente è l’esaudimento delle grazie richieste che po­tranno essere procrastinate, ma che, prima o poi, vengono con­cesse, e sempre nel momento che è buono concederle.

Abbandonati perciò con piena fiducia alla Misericordia che ti ama e ti dirige, e dirige i tuoi affari più cari, e piacerai tanto a Dio, e tutto quanto ti preme riuscirà a bene, perché Dio stesso prenderà fra le sue mani le tue cose e le farà sue, difendendole e portandole a termine.

Così sapessero fare tutti gli uomini e si lasciassero muovere dalla Misericordia Sapiente come morbida stoffa che si piega al soffio del vento, anche se leggero come la brezza in cui il profeta sentì Iddio! Si troverebbero portati al Cielo senza neppur sa­pere come ci sono venuti, così come un infante che, incapace di camminare, può toccare la vetta di un monte e gioire del sole, dell’azzurro, della vastità, dei fiori, perché portato lassù dalla madre, fra il dolce rifugio delle sue braccia.

2. Cosa vuol dire essere testimonianza di Cristo.

meditiamo Paolo. Esser la testimonianza di Cristo confer­mata in mezzo ai fedeli non vuol dire già che quei fedeli abbiano ricevuto il Battesimo e gli altri Sacramenti. Ma vuol dire che le loro opere testimoniano il loro essere imitatori di Cristo. Le pratiche religiose limitate alle ore del culto, l’osservanza di certe date cerimonie senza che poi, finite queste, la religiosità, l’ubbi­dienza ai precetti e consigli di vita cristiana prosegua intensa e sincera in tutte le ore, ed eventi, e azioni della giornata, non costituiscono testimonianza di Cristo in voi, ma unicamente ipo­crisia, o, per lo meno, una ben debole vita cristiana. Sareste si­mili, se così faceste — e così sono chi in tal modo fanno — a quegli sterili infanti che dal latte e dalle cure materne traggono un minimo sufficiente appena a non morire, ma insufficiente a crescere, rimanendo degli atrofici esseri senza moto e senza forza, soggetti a tutte le malattie, finché una disavvertenza nel cibo o contro gli elementi li uccide.

Ugualmente è di quegli spiriti che non fanno succo vitale con quanto vien loro dato attraverso i Sacramenti e si limitano a ricevere e non si sforzano a dare, parassiti che vegetano e non vivono, invalidi nel corpo vitale di Cristo destinati a morire perché tiepidi, abulici, sterili, facilissima preda dì tutte le infe­zioni spirituali, sempre più deboli, finché periscono come piante dalle radici marcite.

3. Paolo coerente alla dottrina del Corpo mistico.

Paolo, grande maestro della dottrina del corpo mistico di cui Cristo è il capo, rallegrandosi coi suoi corinzi per la testi­monianza di Cristo che essi danno, della magnifica vitalità dei membri vivi e volonterosi, si rallegra, e non già dei parassiti che sono un peso e un pericolo per gli altri e uno scandalo e una vergogna e un’offesa a Dio che ” né tiepidi né caldi “, come sono, ” li rigetta da Sé”, come dice l’Apocalisse.

Paolo si rallegra per vedere confermata dalle virtù dei cri­stiani il carattere di cristiani dei corinzi ” divenuti ricchi di ogni cosa, di ogni dono di parole e di scienza ” per la grazia di Dio ottenuta per il Cristo, e mantenuta e aumentata dei meriti della creatura di buona volontà.

Se ne rallegra e li esorta a sempre più crescere in Cristo, suggendo e assimilando i succhi vitali del Cristianesimo, che è vita e non formula, che è verità e non ipocrisia, che è via e non pantano dove si sprofonda e si sta, perché ” non manchi in essi nessun dono ” — ho già spiegato che i doni vivono veramente solo se la buona volontà della creatura li fa vivere — ” onde alla venuta del Signore Gesù essi siano senza colpa”. Senza la colpa più grande: quella di avere sprezzato i doni infiniti di Dio, trascurandoli tanto da non farne vita della propria vita e per­fezione dello spirito, mancando perciò in tutte le virtù e dive­nendo non perseveranti nella Fede, Speranza, Carità, Fortezza, Prudenza, Giustizia e Temperanza, ma cedendo alle lusinghe del demonio, del mondo e della carne, spiriti decaduti o morti af­fatto, per i quali vano è stato il sacrificio di Cristo, o penoso oltre misura.

Non ti dico di più, anima mia, anima vittima. Soffri col Cri­sto e per il suo trionfo regale, e sia questa la tua perpetua S. Messa.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

Appendice.

4. Lezione segreta

13 ottobre (ma dopo due ore della spiegazione della S. Messa).

Lezione segreta sul merito che un infermo può ottenere anche dal saper sopportare con pace il pensiero: «per mia colpa A non può andare alla Messa, B non può riposare» e così via. Sopportarsi anche per quanto vediamo con dolore di essere peso agli altri è sempre virtù. E Dio sa trarre per il malato e per chi in causa dello stesso è impedito a fare cose diverse, motivo di premio.

5. Castigo meritato.

E a spiegazione di chi leggerà a suo tempo questi brevi accenni a lezioni segrete dico che Gesù Ss. mi ha detto (25-9) di non scrivere più le sue direzioni intime alla mia anima per castigo a quelli che non sanno riconoscere che è Lui che parla a me, o che mentono dicendo di non riconoscerlo per avvilire l’anima mia mancando alla carità e alla sincerità. E così faccio dal 25-9, limitandomi come Egli vuole a segnare il soggetto e il giorno dell’istruzione segreta.

6. Esperienza dell’amore di Dio[76].

Si può far violenza al Fuoco quando divampa e a Dio-Amore quando vuole amare? Amare sensibilmente? No. E lo esperimento.

Oggi si abbatte su me una delle ore di amore divino fra le più vio­lente che io abbia conosciuto.

La sento venire… E non è un peso che opprime, nonostante sia un’on­data immensa, ma è forza che attira, che strappa alla Terra e porta su, su, su…

La sento venire, sempre più estasiante, e prima di essere smemorata dalla sua dolcezza inesprimibile, memore della mia preghiera e offerta del 15 agosto, supplico: «Non a me! Non a me! A loro. Perché ti amino». La volontà di rinuncia alle mie mistiche gioie purché essi vedano e com­prendano, è sempre in me.

Ma con una più forte dolcezza nella dolcezza già immisurabile, dall’oceano di Luce e Fuoco che mi sovrasta abbassandosi dai Cieli, viene l’inesprimibile Voce del Dio Uno e Trino e dice: «No. Inutilmente mi respingi per un sacrificio d’amore. Io voglio te. Io voglio darmi a te. Cerco sollievo a Me stesso. Cerco un cuore che mi ami. Non voglio scienza, ma amore. Non voglio discutere ma possedere. Non voglio rimproverare ma amare. Voglio te. Saziami. Consolami, Amami. Mi riverso dove trovo chi mi comprende nel mio desiderio infinito di comunicarmi. Scrivi e poi vieni…».

E non resta che abbandonarsi…. e sentirsi dire: «Tu devi amare an­che per loro. Voglio essere saziato da te dell’amore che essi non sanno darmi così come Io lo voglio. E voglio compenetrarti di Me perché tu li giunga ad amare così come Io ho amato i miei carnefici: smisuratamen­te. Perché quando si ama con perfezione si amano in modo smisurato i più infelici, quelli che sono il nostro dolore. Senza questo nostro amore essi si perderebbero».

E mi inebrio e ardo come non è lecito descrivere, e amo Dio, e in Dio tutto il Creato, cogli abitanti del Cielo, coi viventi sulla Terra, coi penanti nel Purgatorio, tutti, tutte… — oh! essi non lo crederebbero anche se io lo dicessi loro! — e amo essi come una madre può amare dei figli malati e che se non curati con sommo amore possono perire e sof­frono perché sono malati, anche se non credono di esserlo e di soffrire.

Signore, non così violento, se ti devo servire!… Tu sai la mia totale debolezza!…

Ma quando torno ad essere la povera creatura, con una dolcezza pacifica a ricordo dell’uragano d’amore che mi ha presa, sento che Dio non ha accolto la mia preghiera e il cuore ha resistito solo per Suo volere, ma ora palpita stanco come un uccello che è salito troppo in alto e ha cantato troppo forte…

Ma se il mio Signore si è consolato, se la mia nullità ha potuto ser­vire al Tutto, viva l’amore e soave il patimento del cuore stanco… Morire anche per violenza d’amore! Che conta vivere e che morire? Conta sol­tanto fare contento Iddio.

37. Condizioni per essere realmente dei cristiani[77].

1. Farsi più spirituali negli affetti e pensieri.

Dice Azaria:

«Quanto affanno è nell’uomo per la propria salute e pro­sperità! Se si considera con attenzione, l’uomo è tormentato e legato da quest’ansia perenne, come un galeotto al suo banco. È un’ossessione che leva alla vita anche quel poco di felicità materiale che la buona salute o i buoni affari possono dare. La paura del domani! Lo spavento delle malattie! L’incubo di una possibile perdita di denaro, dell’impiego, dell’azienda, il terrore di sconvolgimenti meteorologici per le campagne, di epidemie per gli allevatori di animali, di rivolte operaie per gli industriali, di rivolte nazionali per la maggioranza del popolo.

E l’uomo, che non può fare nulla contro queste cose imma­teriali in sé stesse, sebbene compiute da forze materiali, l’uomo che non può respingere il microbo, il furto, il licenziamento, il fulmine, la grandine, il vento, il terremoto, la moria, la rivolta, vive col capestro al collo della sua paura. Questo vivere senza pace è conseguenza dell’aver fatto del materialismo la legge della vita. Se l’uomo fosse spirituale, nei suoi affetti e pensieri, non tremerebbe così. Per prima cosa: perché alzerebbe lo sguardo a Dio, pregandolo; seconda: perché direbbe: ” Questo è il passag­gio, il Cielo è la mèta. Il passaggio sarà penoso, ma la mèta è luminosa è gaudiosa. Sopportiamo oggi per godere domani, in eterno. Tremiamo soltanto di perdere la mèta e non di perdere qualcosa nel passaggio, qualcosa che non potremo portare di là, nella mèta. Industriamoci soltanto con la costanza e la fede, con la carità, con la speranza e le altre virtù, a costruirci il te­soro da portare con noi nel luogo di metà! E confidiamo nel Si­gnore che dice: Io sono la salute del popolo, da qualunque tri­bolazione grideranno Io li esaudirò “.

2. La preghiera dell’anima vittima.

Ma la richiesta che è nell’Orazione come si può conciliare con l’offerta delle anime vittime? Io parlo a te perché lo sei, come lo sono tutte le piccole voci, e attraverso a te parlo alle altre anime vittime. Come potete voi dire la preghiera dell’Orazione se vi siete offerte all’immolazione e se Dio vi ha accettate? Fa­rete un cammino all’indietro, allontanandovi dal vostro luogo di supplizio? Supplicherete forse il Padre di rendervi salute, be­nessere, affetti, tutto quanto gli avete offerto per essere vittime? Oppure non pregherete dicendo queste parole? No. Potete dirle. Ma elevando tanto alto il vostro spirito da chiedere il perfetto, ossia che Dio vi ” allontani placato ogni avversità spirituale affinché liberi nell’anima (dalle tentazioni e turbamenti) e nel cor­po (dalle paure del domani e dagli appetiti naturali della carne, appetiti che non è peccato sentirli ma è merito non acconten­tarli) possiate attendere con libertà di spirito al servizio di Dio “. Diviene preghiera perfetta, tutta soprannaturale, angelicale, tanto è superiore al comune pregare dell’uomo nel quale le preoccupa­zioni materiali causano il 98% delle sue preghiere.

3. Rinnovarsi nello spirito della mente.

E meditiamo Paolo che continua ad enumerare le condizioni per essere realmente dei cristiani. Rinnovarsi nello spirito della mente. Ossia assumere un pensiero che contempli e giudichi eventi e azioni da subire o da fare da un punto di vista soprannaturale.

L’uomo, anche cattolico, non si sforza a vivere e ad agire nella morale cristiana. Vive in un continuo compromesso fra il cristianesimo e la carne, il cristianesimo e il mondo, il cristiane­simo e Satana, dimentico di una grande parola: ” Non si pos­sono servire contemporaneamente due padroni “. Invece l’uomo serve più padroni: sé stesso, il mondo, Satana. Può mai allora essere di Dio se è già di tre Mammona esigenti e feroci?

Come l’uomo si rende e resta schiavo di questi Mammona? Assumendo sin dalla fanciullezza i pensieri della carne, del mon­do, di Satana. Li assorbe anche senza avvertirli, per spirito imi­tativo, da ciò che lo circonda e che soltanto eccezionalmente è perfetto, anche nel nucleo principale che è la famiglia. Ma, di­venuto maturo, capace perciò di distinguere completamente ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è spirito del secolo e ciò che è spirito soprannaturale, ciò che è cristianesimo e ciò che non lo è, il cristiano, che vuole essere realmente tale, ha il dovere di rinnovarsi nello spirito della mente, di rivestirsi dell’uomo nuovo, che è quello nato dalle conseguenze del sacrificio, di Nostro Si­gnore Gesù Cristo, l’uomo nuovo, creato, ricreato nella giusti­zia e nella vera santità. E come è quest’uomo nuovo? Sincero come lo fu Gesù Cristo anche di fronte al pericolo di morte per dire la verità. Perché la sincerità è uno dei caratteri principali di Gesù Cristo, ed Egli lo ha imposto come uno dei caratteri principali ai suoi seguaci dicendo: ” II vostro parlare sia sì, sì; no, no “.

4. Nessuno voglia essere bugiardo.

Ed è logico che così sia. Gesù Cristo è l’Antagonista di Sata­na. Satana è Menzogna. Gesù Cristo è Verità. Può mai uno che si dice di Cristo assumere il carattere di Satana? Perciò l’uomo rinnovi il suo pensiero con una fedeltà eroica alla sincerità. Since­rità con tutti e in tutti i casi, senza riflettere a possibili utili ve­nienti dal mentire e a possibili danni venienti dall’essere sinceri. Come una lebbra è la bugia, e sempre più si aggrava dopo la pri­ma macchia. Nessuno vorrebbe essere lebbroso. Nessuno voglia essere bugiardo. La menzogna è, oltre che danno a sé stessi, danno al proprio spirito, e anche danno ai fratelli. Sia che voi mentiate con loro, ingannandoli sul conto di altri, o su vostri sentimenti, sia che voi diciate falsa testimonianza, calunnia o mormorazione, sia che, per non farveli nemici, voi non diciate loro: ” Tu sbagli per questo e questo. Tu hai questo e quel difetto “, voi danneg­giate i fratelli che sono ” membra ” con voi, e perciò devono ser­vire ad essere servite da altre membra, così come avviene nel vostro corpo, con mutuo scambio di aiuti e funzioni fra organi e membra.

5. ” Se vi adirate potete e dovete non peccare “.

Se vi adirate guardatevi dal peccare. Convivere è tanto dif­ficile in una società in cui virtù è eccezione e vizio è regola. Se fosse virtù la regola, sarebbe dolce il convivere fra voi. Ma do­mina il vizio multiforme, il peccato settemplice, regnano gli egoismi, ed è brutto e difficile vivere. Il prossimo si procura a vicenda continui motivi di inquietudine.

Osservate però come è equilibrato l’Apostolo nell’esigere la virtù dai cristiani. Non impone una virtù inumana, impossibile, quale sarebbe quella di non inquietarsi per nessun motivo. Anche se l’inquietudine non trabocca e passa a manifestazioni palesi, un’offesa, una disubbidienza, un inganno, non possono che tur­bare la quiete del cuore, agitarlo, sommuoverlo. Ecco che sorge uno sdegno per il colpevole che ha offeso, disubbidito, tradito. È umano.

Però nel vero cristiano, essendo più forte lo spirito che la carne, presto il movimento umano si placa e, fermo restando l’amaro della esperienza fatta, si perdona, non si reagisce verso chi ci ha procurato questa amara esperienza, e nessuna vendetta viene fatta verso il colpevole. Ecco allora che. come dice Paolo: ” Se vi adirate potete e dovete non peccare “. Non si può impedire all’io di soffrire per un’offesa ricevuta, ma ciò non è peccare. Peccare è quando si ribatte offesa a offesa mancando alla carità.

6. non tramonti il sole sulla vostra ira.

Il sole non tramonti sull’ira vostra. Ricorda la parola evan­gelica: ” Se mentre sei per fare la tua offerta all’altare ti ricordi che tuo fratello è teco irato, posa l’offerta ai piedi dell’altare e va’ prima a riconciliarti col fratello”. Il sacrificio del vostro risentimento, se siete voi gli offesi, della vostra superbia se siete gli offensori, vale ben più del sacrificio materiale e della pre­ghiera macchinale. E nulla è l’offerta o la preghiera, e anche il Sacramento, se non è preceduta dalla carità che è perdono e umiltà. Il sole non tramonti sulla vostra ira. Sì. Come racco­mandarsi a Dio nella preghiera della sera, quella preghiera santa e atta ad allontanare i fantasmi della notte e le suggestioni sataniche, così acute in quelle ore, se avete in voi Satana avendo del rancore verso chi vi ha offeso o danneggiato? Come dire la Orazione delle Orazioni se non perdonate? ” Come noi li rimet­tiamo ai nostri debitori ” dite. Ma se non perdonate, non ri­mettete niente. Perdonate dunque giornalmente ciò che giornal­mente di male vi viene fatto. Né fate posto al diavolo. Sì, chi non perdona non ama, chi non ama scaccia Dio e accoglie Sa­tana. È una verità poco meditata ma verissima.

7. Evitare il latrocinio in tutte le sue forme.

Chi rubava non rubi più. In quanti modi si può rubare te lo ha già detto il Ss. Signore Gesù. Molti si ribellerebbero se venisse detto loro: ” Siete ladri “, e infatti non hanno rubato un soldo o un acino d’uva mai. Ma il ladrocinio non è solo di monete o di cibi o di gemme. E i ladri sono molto più numerosi di quel che non si creda. Ladri morali senza numero, ladri spirituali su doni spirituali avuti da un terzo. Veramente in troppi non ricordano e non meditano che il 10° comandamento ordina di non desiderare la roba d’altri. Ora: se è già peccato desiderare, non sarà furto prendere ciò che è d’altri, sia che sia un affetto umano (la moglie altrui, sedurre la figlia altrui e strapparla al suo dovere di figlia), sia che sia un impiego, sia che sia un dono di Dio, col vestirsene come di gloria propria, magari denigrando chi lo ha avuto da Dio per persuadere altri che non può essere esso il beneficato, tormentandolo, facendolo dubitare della sua ragione e della sua anima, dell’origine del dono, e così via, per poi godere della sua eredità come di cosa propria? Sì. Questo è furto, e aggravato da menzogna e premeditazione. E guai a chi lo compie. Solo una sincera confessione del peccato, una restituzione e reintegrazione del preso o del menomato, può ottenere perdono.

8. Lavoro onesto!

” Ma faccia qualche onesto lavoro per aiutare i bisognosi ” consiglia l’Apostolo. Lavoro onesto! Quanto avrei da dire! Ma tu comprendi e io taccio, e ambedue perdoniamo per amore alla carità e perché io possa sollevare il mio spirito e tu il tuo come il sacrificio della sera a spargere odor gradito ai piedi di Dio. Spiriti puri da ogni più lieve nube contro la carità, profumati di pazienza e mansuetudine, aromatizzati da perdono, sempre, sempre.

9. La condotta segua i santi voleri di Dio.

Sempre così, anima mia, e allora, pur continuando ad an­dare fra le tribolazioni, o anima vittima che sali da anni il tuo calvario, e sempre su sentiero più arduo quanto più sei vicina alla vetta e alla consumazione, Dio sarà con te e ti conforterà, stendendo la sua mano a difesa tua contro i tuoi suppliziatori o avversari, perché non vadano oltre il limite. Quel limite che Dio sa, che la sua prudenza vuole rispettato. Perché pretendere di ferire e di combattere oltre sarebbe tentare le forze della tua anima, e questa è imprudenza che Dio non permette.

Dio permette le prove per dare maggior beatitudine, ma non permette i capricci e le voglie ingiuste, perché vuole la sal­vezza e non la morte degli spiriti, e specie di quelli che si sono generosamente dati per la sua gloria.

E termino con l’augurio liturgico: ” Possa la tua condotta seguire sino alla fine i santi voleri di Dio “.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

38. Fraternità corredentrice[78].

1. L’Agnello immolato.

Dice Azaria:

«Sarà un doppio lavoro. Ma il ciclo liturgico deve essere compiuto e non deve passare inosservata la solennità d’oggi. Contempliamo dunque le luci della S. Messa di Gesù Cristo Re.

Ha inizio con una frase che è chiave per capire come si di­venta gloriosi. Dice: ” L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la fortezza e l’onore. A Lui gloria e impero nei secoli dei secoli”.

Chi è l’Agnello? È il Figlio di Dio e di Maria Immacolata. Dal Padre ha avuto in eterno vita, dalla Madre ha avuto, nel giusto tempo, l’umanità, ed è divenuto Gesù Cristo. Ha forse cessato, essendo Gesù Cristo, di essere Dio? No, non ha cessato di esserlo, ma ha assunto anche la natura umana, divenendo vero Uomo per potere essere il Salvatore, ossia Jeos(c)iuà.

I dotti spiegano che ciò vuol dire Salvatore. Ma, anima mia, vuol anche dire una ben più potente cosa! Contempla e paragona il Nome di Dio, quale lo dicevano gli ebrei, e il nome del Figlio di Maria. Hanno la stessa radice, a significare la stessa origine e natura. Gesù vuol dunque dire Dio, ancora Dio. E vuol dire salvezza con la finale os(c)iuà. Ma la discendenza, anzi il pro­cedere dal Padre Iddio, è confermata dalla radice del nome.

Essendo Dio poteva Colui che è detto l’Agnello non essere degno di ricevere potenza, divinità, sapienza, fortezza e onore? Non solo poteva queste cose, ma le aveva per sua propria natura divina. È allora un errore dire che l’Agnello è degno di riceverle? Non è un errore. Dal momento che il Verbo si fece carnee divenne l’Agnello di Dio per la grande Pasqua redentrice, Egli, alla perfezione propria di Dio, unì la natura di Uomo, e come tutti gli uomini ebbe una libera volontà, delle passioni, dei sen­timenti, dei sensi.

Il Padre Ss. non esercitò nessuna coercizione sul Figlio incar­nato e lo trattò alla stregua di ogni altro uomo perché la sua santità di Uomo fosse reale e perfetta, e pari alla sua Santità di Dio. Se il Padre avesse legato o attutito la libertà, e i sensi, e sentimenti del Figlio; se — e lo poteva fare — avesse interdetto al demonio, al mondo, e alla carne, di avere voce per il Figlio in­carnato, l’Umanità del Figlio e la sua Santità di uomo sareb­bero state una parvenza soltanto. Ma il Padre volle la piena e perfetta Santità del Figlio fattosi Carne perché la Vittima fosse realmente l’Agnello senza macchia, ostia immacolata e immolata pro omnibus.

Il Figlio di Dio fu tentato non una, ma mille e mille volte nella sua Umanità, perché unicamente in essa poteva esserlo, e dalla sua stessa Umanità e dal mondo e dal demonio. E rimase Santo e Fedele di sua libera volontà alla Legge, alla Giustizia e perciò anche alla sua Missione. E perciò anche fedele al Sacri­ficio per compiere il quale aveva preso Carne.

Ed ecco allora che per questo Colui che essendo Dio si fece Uomo, si fece Vittima, si fece Agnello, è degno di ricevere, anche come Uomo, ciò che già possedeva come Dio, e la gloria e l’im­pero nei secoli dei secoli.

Se non si fosse sacrificato — ecco la chiave — non avrebbe avuto. E’ per il suo amore al sacrificio, che è la forma più alta dell’amore, che all’Agnello viene dato lo scettro di Re dei Re e Signore dei Signori.

Chi vuole avere la gloria vera ami il sacrificio, imitando l’Agnello, e con l’Agnello dividerà la gloria beatifica.

2. Necessità della redenzione.

L’Orazione canta: ” O Dio onnipotente ed eterno che volesti restaurare ogni cosa nel tuo diletto Figlio, Re dell’Universo “. Vedete, o anime, il desiderio di Dio e la sua generosità d’amore? Non c’era che un Dio che potesse placare Dio e restituire l’Ordi­ne, turbato nell’Eden, alla primitiva perfezione. L’Ordine era che coloro che sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio potessero godere di Dio ed essere dèi nel bel Paradiso.

Lo spirito, concesso da Dio, emanazione di Dio, germe di Dio, Padre degli uomini, negli uomini non era conveniente che si sperdesse dopo la morte della carne. E neppure era convenien­te che un perpetuo esilio tenesse gli spiriti giusti lungi dalla Dimora del Padre in un limbo sempiterno. La prima cosa non era conveniente per la dignità che va data a tutto ciò che viene da Dio, la seconda per la Giustizia di Dio. I giusti dovevano avere un premio. Quale, se non il Paradiso? Ma nel Paradiso non pote­vano entrare anime lese dalla colpa d’origine che nessun purga­torio annulla. Ecco allora la necessità di annullare questa Colpa. Ecco la necessità che un Dio ristabilisse l’Ordine e lo su­blimasse anche, perché la mondezza dalla Colpa non viene ora unicamente da un’eredità quale sarebbe stata quella degli uomi­ni da un Adamo ed Eva fedeli, ma dal Sacrificio di un Dio-Uomo, dai suoi meriti infiniti, dalla sua Dottrina che, accolta da anime di buona volontà, le fa imitatrici del Figlio di Dio nelle opere e nelle virtù.

3. Fraternità corredentrice.

sacrificio, l’amore eroico, l’imitazione del Martire divino, la compartecipazione delle povere creature alla Passione di un Dio, con pari meriti e frutti, sempre tenendo presente la diffe­renza che è fra Dio e l’uomo, non sarebbero stati, se la colpa di due non avesse provocato la necessità della Incarnazione Ss. e della Redenzione Ss. Quanto sarebbe mancato agli uomini per fare invidia agli angeli se la Bontà di Dio Padre e la Generosità di Dio Figlio, nate e sorrette dall’Amore Infinito, non avesse man­dato agli uomini il Salvatore, il Maestro perfetto, nel quale ogni uomo, che vuol divenire ” dio ‘‘, deve rispecchiarsi ed imitare per condividere la gloria di Gesù Ss. nel Cielo.

Le vostre corone non sono più le ingenue e facili corone che avrebbero avuto nell’Eden i figli dell’uomo, ma le auree, spinose, preziose corone regali dei fratelli di Cristo, del Coronato Re del dolore, del Coronato Re della Gloria, le corone del martirio, di duri rami spinosi imperlati di sangue, le corone di gloria im­perlate dei vostri sacrifici che vi attendono in Cielo.

” Fratelli ‘” esclama l’Apostolo ” ringraziamo Dio Padre che ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella Luce, e li­berandoci dall’impero delle tenebre ci ha trasportati nel regno del suo Figlio diletto, nel sangue del quale abbiamo avuto re­denzione e remissione dei nostri peccati “.

Un inno di grazie perpetuo dovrebbe sgorgare dal cuore de­gli uomini, per tanto amore. Un inno non di parole vane, ma di palpiti d’amore e di azioni sante fatte ad imitazione di Cristo. Un inno di riconoscenza e di lode per avervi fatti compartecipi con Cristo della redenzione dei fratelli, per avervi fatti fratelli al suo Verbo, a Gesù, figlio di Dio e di Maria, al Dio Perfettis­simo, al Perfettissimo Uomo, al Re eterno che ha portato agli uomini ” l’immagine dell’invisibile Dio “, al Primogenito vero ” perché in Lui tutte le cose si sono fatte in Terra e in Cielo”, e ” tutto è stato creato per mezzo di Lui: ‘ Parola ‘ e in vista di Lui “, ossia perché il Diletto del Padre potesse divenire Re dei’ Re dopo aver assunto tutte le regalità: l’Umanità, la Sapienza, il Dolore, la Tiara di Pontefice l’impero sulla Morte” .

Di tanta Perfezione voi siete fratelli per il Sangue Preziosis­simo che al Padre piacque che il Figlio prendesse e versasse, umiliando la pienezza della sua divinità, congiunta alla Carne immacolata, sul patibolo della Croce per riconciliare ” le cose della Terra con quelle del Cielo “. E, Fratello Perfetto, Egli vi tende la Mano e porge lo scettro perché, come si legge nella storia di Ester, voi lo baciate e non abbiate più a temere il Re grande e terribile che per voi, o voi che lo amate ed imitate, è Fratello del quale non dovete temere.

Il Padre a Lui dice in perpetuo: ” Chiedimi, e Io ti darò in retaggio i popoli… “. Ed Egli, il Re sublime, chiede voi, voi che amate, i prediletti, e chiede i peccatori, e a voi si volge perché uniate la vostra supplica alla Sua, il vostro soffrire attuale al suo soffrire di un tempo, e insieme uniti lavoriate con Lui a propagare il suo dominio sino agli ultimi confini della Terra. Siate alteri di questa elezione, e militate eroicamente sotto il ves­sillo di Cristo Re per poi regnare con Lui nella gloria celeste.

Militare eroicamente è procedere secondo il codice che Paolo fissa ai suoi cristiani. La vita del cristiano è perpetua milizia, e milizia eroica, perché in lotta continua contro le stesse cose che combatté Gesù Cristo Ss. nei suoi 33 anni di vita terrena per conservarsi Agnello senza macchia.

La Liturgia di questo tempo che precede l’Avvento già pre­para gli animi al tempo del Natale, ricordando, attraverso le epi­stole, in quali condizioni deve mantenersi il cristiano per fruire del grande dono dell’Incarnazione del Verbo.

4. Prudenza compagna delle azioni.

Vivere con la prudenza a compagna delle proprie azioni, senza perdere del tempo, che non sapete se potete poi ritrovare. Pensare sempre che di molte ore anche i migliori avranno a ren­dere conto. Ore di tiepidezza, di ciance vane, di sonnolenza pigra, di peccato anche. Fruire perciò di ogni minuto per riparare il male fatto o il bene non fatto. Il domani non è mai sicuro. Usare perciò del presente che è sempre un dono di Dio, per darvi modo di acquistare meriti ai suoi Occhi Ss.

Essere prudenti, ossia riflettere prima di fare cose che uno stimolo interno vi spinge a fare e che sembrano anche buone. Talora il demonio suscita un impulso, buono in apparenza, ma che crea un successivo procedere errato. Talora anche di una ispirazione o di un dono veramente divini se ne serve il demonio per suggestionare al male o sprezzandoli o esagerandoli, o con­tinuando a dirli esistenti anche quando sono già passati. È la ragione della caduta di molte anime che Dio aveva predilette, e che non hanno saputo essere prudenti, e tanto più vegliare quan­to più i doni o le ispirazioni sono sublimi. Prudenza nel pensiero, nell’azione, nell’uso del dono, o nell’eseguire l’ispirazione. Che non ne sorga fumo di superbia o smania di esagerazione, che sciuperebbe tutto.

Saper tacere e saper ascoltare nel silenzio le reazioni della coscienza alle voci che ode. Ricordare che ciò che viene dall’alto comunica sempre pace e fortezza contro le voci dei sensi e delle seduzioni, mentre ciò che viene dall’invidioso Avversario da sem­pre turbamento e favorisce il cedere dell’io a ciò che seduce la parte inferiore con la sensualità, o il pensiero con l’orgoglio e la menzogna. Imparare a leggere la volontà di Dio. In una vita raccolta ciò si ottiene. In una svagata, no.

Paolo dice: Non vi ubriacate col vino, sorgente di lussu­ria, ma siate ripieni di Spirito Santo[79] “. Oh! non è a temersi sol­tanto il vino tratto dalla vite, ma anche e più ancora il vino della superbia, inebriante più del succo della vite. La superbia non fa dell’uomo un superuomo ma un pigmeo, ma un animale, uni­camente un animale ragionevole — e poco anche questo, perché la superbia offusca la ragione — un animale, e non più un dio, e ciò per l’assenza dello Spirito Santo che fugge dai superbi e dagli impuri. Del resto la superbia è l’impurità dello spirito. La pre­senza dello Spirito di Dio divinizza l’uomo, la superbia lo priva di questo Spirito, e l’uomo discende.

Prudenza nelle parole. Quanto si pecca con le parole! Parole licenziose, parole di mormorazione, parole d’ira, parole vane. Sappiate vegliare sulla lingua, facendola organo di lode a Dio e di edificazione ai fratelli, e non strumento di ferita o di fra­stuono.

Prudenza nel dire a sé stessi e agli altri: ” Io sono da più, e comando”. Quelli che sono realmente da più degli altri siano umili nella loro grandezza, fratelli maggiori e non despoti dei minori. I minori siano umili e aiutino, con la loro ubbidiente umiltà, i maggiori nel disimpegno della loro missione. E tutto avvenga nell’amore di Gesù Ss. che fu umile come nessuno, e per gloria di Dio.

Gli antichi ebrei potevano, nel loro dolore privo della fra­tellanza col Cristo Ss., sedersi sulle rive dei fiumi di Babilonia e piangere, ricordandosi del Signore del quale avevano meritato il corruccio “. Ma i cristiani, anche se hanno peccato, devono procedere, rialzarsi dopo la caduta, mondarsi nel sangue dell’A­gnello, ristorarsi del Pane dei forti, e procedere con fiducia. Essi sanno che a perorare la loro causa ed a placare il Padre vi è l’Ostia pura e immacolata che ha nome Gesù.

Iddio lo ha promesso per la bocca del suo Verbo che chi spe­rerà in Lui non sarà deluso. Questa parola confermi i buoni, conforti i deboli, spinga i colpevoli ad un umile pentimento, e ogni cristiano trovi in essa una luce di amorosa letizia per procedere verso il Regno di Dio.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

39. Armatura di Dio e rifugio
delle anime
[80].

1. Dolori che si mutano in gioia.

Dice Azaria:

«L’uomo, novello Lucifero, vuole sovente ribellarsi al Signo­re e, superbo, si crede padrone di deviare gli eventi voluti da Dio, annullarli anche, e crearne dei nuovi, dei suoi. Fa resistenza, mette leggi sue, si gloria di farlo. Il risultato è il dolore. Perché ogni cosa che esca dalla giustizia e dall’ordine è causa di dolore. E l’uomo si procura il dolore perché esce dall’ordine e dalla giu­stizia soprannaturale. Si castiga da sé stesso, e poi accusa Dio di castigarlo duramente. Ma il primo autore del castigo all’uomo è proprio l’uomo, perché Dio è tanto Padre che a certe ferocie di castighi non giungerebbe mai.

Castighi ingiusti quelli degli uomini, perché provocati da in­giuste cose; castighi che travolgono colpevoli e innocenti, anzi che si accaniscono più sugli innocenti che sui colpevoli, che, soprattutto, sugli autori principali del castigo. È la loro ora. Satana li protegge perché essi lo servono a dovere. Ma, oltre la vita ter­rena, l’equilibrio di giustizia sarà rifatto, e Satana non potrà più proteggere i suoi servi, né tormentare i servi di Dio, e il vo­lere di Dio sarà intoccabile e decreterà gaudio ai martiri dell’uo­mo e di Satana, gaudio a coloro che piansero e soffrirono perse­cuzioni, gaudio a chi seppe mantenersi fedele alle virtù e alla Legge d’amore, e punizione tremenda ai ribelli, ai superbi, ai crudeli, agli ingiusti, ai persecutori dei fratelli e offensori di Dio.

Nel giorno di Tutti i Santi io ho taciuto, perché tutto il Pa­radiso ti parlava con il suo amore. Tutto era lezione nel gaudio di cui gioivi. Io perciò sono stato al tuo fianco, tutore del mistero e adoratore con te della Divinità che ti beneficava. Che dovevo dire più di quanto ti dicesse ciò che vedevi e ciò che gustavi e comprendevi? La Chiesa gloriosa, dandoti ciò che tu hai chia­mato: il suo amore — ed era giusta definizione — ti dava la spie­gazione più bella e più giusta di ciò che è il dogma della Comu­nione dei santi, di ciò che è la santità, di quale sia il modo per divenire santi e di ciò che costituisce il premio a chi sa divenire santo. La liturgia della festività di Tutti i Santi si mutava da pa­rola in visione, da visione in comprensione, da comprensione in partecipazione. Io tacevo, vegliando e venerando.

2. Amare da santi.

Ma oggi posso ben dire: Ecco, hai visto la beatitudine di coloro che seppero essere senza macchia nella loro via. Procedi come essi nella Legge del Signore e giungerai a quella beatitudine che vi compensa di ogni dolore sofferto quaggiù.

E ama, come ti sei sentita amare dal grande e luminoso Popolo dei Santi; ama e prega per tutti i tuoi fratelli militanti, per attirare su loro la custodia protettrice di Dio che li difenda da prove che essi non sanno superare e li attiri, con la sua bontà, a bontà di opere e di pensieri. E tu sai da quali devi sempre in­cominciare… Gesù sulla croce ebbe la prima parola, e di pre­ghiera, per coloro che erano i maggiori peccatori e i suoi più sottili carnefici, anzi suppliziatore, perché anche alla parte che non è carne, davano dolore, il maggior dolore.

Amare così richiede una grande fortezza di spirito, una ine­sausta fortezza. L’io vostro è una trinità di forze diverse e di sensazioni diverse. Quello superiore a tutti, l’io spirituale, nei veri figli di Dio ha volontà continua di amore e perdono per imitare il Cristo Ss. e per conseguenza del suo vivere nell’Amore e con l’amore. L’io morale reagisce già con più forza contro ciò che lo colpisce. Gli affetti lesi si risentono. Le stime scosse si accasciano. Le delusioni portano a severi giudizi. Le offese, a volontà di rendere ciò che si è ricevuto, o quanto meno a risenti­menti che induriscono verso i colpevoli.

3. Asse della bilancia del bene e del male.

L’uomo ha pesantezze di materia anche nel suo modo di pensare e di agire in risposta a ciò che riceve. Soltanto l’io spi­rituale evade da questa vostra condanna di essere sensuali anche nel morale, quasi che le radici dell’albero della vostra carnalità si sprofondassero, oltre la carne, dentro alle immateriali — eppur già opache e pesanti, rispetto allo spirito — fibre del vostro pen­siero.

La parte materiale poi, l’io animale — anche perché il do­lore, quale che ne sia l’origine e la forma, è sempre esasperazione di carne e sangue, nervi e organi — urla — ad ogni più piccola causa di dolore o di offesa che, turbando l’equilibrio fisico e psi­chico, da disturbi a tutto l’uomo — la sua animale volontà di rea­gire violentemente. Nell’uomo è nascosto un dio e una belva. Al centro, a far da asse alla bilancia di queste due forze opposte, sta la volontà, la ragione dell’uomo, il suo che morale, e l’ago della bilancia è soggetto a continue scosse. Pende alla belva se predominano le forze oscure. Pende al dio se predominano le luminose forze spirituali. Ma se l’asse sta saldo, se non si disimperna e l’uomo sa conservarsi animale ragionevole, l’ago della bilancia si sposta là dove è fervore di opere soprannaturali, e la belva è vinta, e trionfa il dio.

4. Rivestirsi dell’armatura di Dio.

Potrei anche dirti che la volontà dell’uomo, libera e co­sciente, è come l’ago calamitato di una bussola tremante sul sottile perno centrale, sospesa quasi ma attirata dalla forza di­vina, dal Polo perfetto opposto al polo demonico. Se la volontà sa conservarsi buona l’ago deve necessariamente volgersi sempre là dove è il soprannaturale. Possono i fatti della vita volgere e ri­volgere la creatura in ogni direzione, come foglia presa da un turbine di vento. Ma il suo ago, la sua volontà, sarà sempre in direzione di Dio. Talora dovrà fare un giro completo su sé stessa per ritrovare Dio. Ma lo farà quando Dio è il suo Tutto. E sarà sempre in Dio, sempre nell’amore, anche se uomini e demoni si studieranno con lavoro inesausto a turbarla, a travolgerla, a por­tarla nella tempesta, verso scogliere di perdizione. No. Se uno è forte in Dio il suo ago non perde il suo magnetismo, e a Dio si volge, e per Dio opera, e per Dio perdona.

Come si ottiene di rimanere in questa fortezza? Lo dice Paolo: ” Rivestendosi dell’armatura di Dio “, ossia prendendo le sue virtù per farne piastre alla corazza di difesa. Perché solo le forze di Dio possono resistere alle forze che vi assalgono, e che non sono i piccoli uomini, che all’apparenza sono i vostri as­salitori; non sono le forze della carne e del sangue latenti, in voi stessi; ma sono i dominatori di questo mondo tenebroso, i principi e le potestà infernali che sono in realtà gli agenti mo­tori di quelli che vi danno assalto e dolore. Gli uomini, molte volte, sono fantocci manovrati da Satana, e non lo sanno, e non lo credono. Da soli non potrebbero fare tanto male. Ma, su­perficiali svagati e superbi come sono, non si tengono sulle di­fese, sprezzano le difese che Dio offre loro, e nudi, deboli, asson­nati, suggestionati, finiscono con l’essere afferrati dall’Avversario che li agita, a dolore dei figli di Dio.

Altra forza pericolosa è la carne. Essa è in voi, ed è la ri­belle che drizza sempre il capo. Ma le armi di Dio la domano. Prendetele dunque per resistere nelle tentazioni che hanno mille e mille nomi, che vengono da mille e mille parti, che si avventano tanto alla animalità dell’uomo, come al suo morale, come al suo spirito, e sarete vittoriosi. Verità, giustizia per spada e coraz­za. Fede per scudo. Conoscenza profonda della Sapienza pre e post cristiana per poter camminare senza pericolo di errore sulla via pacifica e santa di Dio.

Fede, fede, fede. Chi crede alla vita futura da godere uniti a Dio, chi crede alle verità insegnate non si perde. I dardi infuo­cati, dice Paolo — io dico anche i dardi avvelenati del Maligno — vengono resi freddi e innocui dal candido fiume della Fede. Fede, Fortezza e Sapienza. E avrete lo spirito vittorioso sulle seduzioni e assalti di tutto ciò che è odio a Dio.

5. Rifugio delle anime.

E pazienza anche con voi stessi. Non impazientirsi se, nono­stante ogni cura, qualche botta vi raggiunge. Non dirvi: ” Segno è che sono in disgrazia di Dio”. Pensate sempre che Satana la­vora contro chi non è suo. Non è uno stolto, da perdere tempo con quelli che ha soggetti. Il suo tempo lo usa intelligentemente bene a fare il male là dove merita farlo, là dove vi è da dar do­lore a Dio, là dove lasciare in pace vorrebbe confessare che si vuole una sconfitta e una perdita. Perché Satana vede il passato e il presente, ma non il futuro. Perciò può lusingarsi, sinché l’uomo vive, di far suo anche colui che al presente è un giusto. E con la sua perseveranza qualche volta ci riesce.

Rifugiatevi nel rifugio di Dio, e non temete. Abbiate pre­sente Giobbe di Uz. Satana sfidò Iddio, Satana che non vede il futuro e spera vittoria anche su chi ha già il suo nome scritto in Cielo, e, derisore di Dio e del giusto, satireggiò: ” Toccalo in ciò che possiede, e vedrai se non ti maledice[81]! “. E il Signore gli permise di tentarlo, ma non di levargli la vita. E Satana in­furiò sul giusto, non risparmiandogli nessun dolore, neppure quello dei rimproveri ingiusti di falsi giusti, ossia di giusti sol­tanto a parole e perché godevano di ogni bene.

Tu conosci cosa è questo dolore. È quello che è più penoso della malattia, della morte, della perdita dei beni. Quello che cimenta le virtù più di ogni altra cosa. Ma Giobbe — non osser­vare se nel dolore ebbe lamenti, era sempre un uomo — perché era rivestito della fortezza delle virtù di Dio, rimase un giusto, e Satana perse la battaglia, e furono umiliati i tre fantocci mossi da lui per aumentare il dolore del provato e indurlo a parole di lamento[82].

Satana può sino ad un limite, e non di più. Ricordalo sem­pre. E lascia pure che ti perseguitino i novelli Elifaz, Baldad e Sofar, parlando con la sola lingua come uccelli parlanti o stru­menti meccanici, senza la luminosità della ragione. Lasciali fare, e non ti struggere nella tema che Dio non ti soccorra. Dio vede te e loro, e Dio provvede. Stai nella via del Signore ed Egli sarà con te.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

40. L’altare della Misericordia
e delle vittime
[83].

1. L’Altare della Misericordia.

Dice Azaria:

«Nessuno troverebbe grazia presso il Signore se Egli esigesse, per darla, immacolatezza di spirito. Ma i cristiani sanno che è tempo di Misericordia da quando si sono aperti i Cieli per lasciar piovere il Giusto, e si sono riaperti per accogliere il Trion­fatore che regna ed ha instaurato il suo tempo. Ossia il tempo della Misericordia. Essa è presso il Dio d’Israele, il Dio Eterno e Immenso, e ha nome Gesù Cristo, il Divino vostro Fratello, il Figlio diletto nel quale il Padre si compiace e al quale nulla nega.

Un tempo veramente l’uomo gridava ” dal profondo “. Era il tempo del rigore. L’uomo tremava di Dio, di questo Dio immen­so in tutti i suoi attributi, di una Maestà e Perfezione così subli­mi che i poveri uomini, consci della loro miseria colpevole, ne tremavano e non osavano neppure chiamarlo col suo vero Nome, né alzare gli sguardi verso il suo trono. Perciò, schiacciati da tanta Infinità, gemevano nel profondo del loro abisso. Come era lontana, separata, allora, la Terra dal Cielo!

Ma ora, ma in questa ora che ha già 20 secoli, non dal pro­fondo, ma dal sommo dell’altare di Cristo l’uomo può gridare a Colui che sa Padre. L’altare: la Croce di Gesù Cristo.

Essa era ben alta, in cima ad un colle, in quel venerdì. Ma molto più alta, e su un monte altissimo che tocca il Cielo, ella è col suo carico di misericordia che parla per voi. Sulla Croce del Divino Martire sono stati tutti i peccati degli uomini per essere espiati. Ma sono anche tutti i bisogni degli uomini, e Gesù li ha già pagati per voi. Tutto quanto voi ottenete Egli lo ha pagato col suo Amore e Dolore. Tutto avete per i meriti di Lui. E per tema che non sapeste parlare al Padre con parola perfetta, Egli vi ha insegnato la Preghiera nella quale tutte le vere necessità degli uomini sono compendiate, tanto quelle per la carne che quelle per lo spirito. E non contento ancora, dalla Croce ha pregato, e dalla Croce prega, indicando al Padre suo il suo patibolo tremendo e dicendo: ” Per quello che soffrii dam­mi le grazie per loro “.

2. L’altare delle vittime.

Maria, anima vittima, è sempre per la Croce che ottenete grazie. Per la Croce di Gesù, e per la vostra croce di vittime. Esse tengono aperte le porte dei Cieli. Esse sostengono il mondo e innalzano i dolori dei fratelli presentandoli all’Eterno. La S. Messa perpetua dell’amore. E la patena è il vostro dolore in­sieme a quello del Cristo, è la vostra immolazione, e sulla patena sono i bisogni del mondo e dei fratelli: bisogni di perdono con­tinuo, di continua misericordia, di lume, di guida, di salute spi­rituale e corporale, di cibo, di vesti, di tutto.

Quanta sofferenza è nel mondo per causa sua propria! Quan­ti dolori si danno gli uomini da sé stessi! E poi piangono e sì disperano, e non sanno cercare la fonte di pace, di pace almeno, di rassegnazione almeno, per subire con merito gli amari frutti dei loro fiori di male.

E voi li sovvenite, anime morte a voi stesse, alle vostre necessità, e attive, vive, vivissime per quelle dei fratelli, anime prese. dall’amore compassionevole per quelli che, innocenti o colpe­voli, soffrono intorno a voi e non sanno soffrire.

Non cessare mai di ringraziare il Signore che ti ha dato il dono di amare il dolore. È il dono più grande che Dio ti abbia dato. Benediciamolo insieme.

Dunque ora gli uomini non gridano più dal profondo. Parlo di quelli che sono membra vive del Corpo di Cristo. Ma gridano dall’alto del suo Ss. Patibolo. E come temere che il Padre non ascolti la voce che grida a Lui dalla Croce del Suo Di­letto? Sappiate pregare da quel punto, o cristiani, e pregare con fede, e avrete ciò che è di vostra utilità.

Senti Paolo che quasi riprende il mio concetto di prima? L’Apostolo confida di salvare i suoi fratelli. Perché? Perché li ama con le stesse viscere di Cristo, col suo amore, col suo Cuore, col suo dolore. Li ama nelle catene avute per avere evangelizzato, nel martirio che si avvicina, li ama, con Cristo, sino alla fine. ” E avendoli amati… li amò sino alla fine[84] “.

3. L’amore più grande.

Persevera, anima mia, nel glorioso amore. Ama, ama tutti, sino alla fine. Perfeziona sempre più il tuo amore. E, per mi­nima cosa che tu ottenga, avrai la pace in te, ossia Dio. Un mi­nimo che è un massimo assoluto e beato. Se anche Dio non potrà per giustizia dare a quelli per i quali preghi e soffri ciò che tu impetri, se anche essi respingeranno le grazie che per il tuo pregare Dio concede, o ne fanno mal uso, la pace dell’amore sarà in te. E tutto sarà dolce in essa. Tu lo senti quanto è dolce vivere in questa pace! È vivere già nell’aura del Cielo. Speran­do nel Cristo, impetrando per i fratelli che ” la carità abbondi sempre più nella conoscenza e in ogni finezza di discernimento perché essi eleggano il meglio e siano schietti e irreprensibili fino al giorno di Cristo “procedi tranquilla. Là dove è carità, là dove rigogliosa è la fioritura della carità, non può essere Satana a possessore e dominatore. Sta tran­quilla. Egli, il tuo e mio Signore, lo ha detto: ” È dalle frutta che si conosce la pianta[85] “.

Non potrebbe una pianta satanica dare frutti di amore. Guarda indietro. Sei stata sempre amante della Carità. Ma se ciò era sufficiente a farti amare di un amore di predilezione, come era ancora meschino il tuo amore, imperfetto, umano ri­spetto a quello che ti è venuto da quando sei l’alunna del Mae­stro. Robusto il tuo ramo di amor di Dio, ma debole ancora quello dell’amor di prossimo. Un amore ancor troppo umano per essere perfetto. Anche quando ti offristi era ancor amore im­perfetto perché non sapevi tutto perdonare. Davi la vita per loro, non sapevi dare il perdono totale. Non avevi compreso che non c’è amore più grande di quello che dà la sua vita per i propri nemici. Perché allora vuol dire che oltre alla vita materiale si sacrificano anche le forze della vita mentale e affettiva, quelle che è più faticoso sacrificare.

4. Compito dello Spirito Santo.

Il Ss. Signore Gesù nel discorso della Cena, avendo a com­mensali degli uomini ancor molto uomini, non parlò di questo perfetto amore. Non sarebbe stato capito. Già difficilmente essi potevano allora comprendere l’amore di sacrificio per gli amici. Lasciò perciò allo Spirito Paraclito, a Colui che avrebbe com­pletato l’insegnamento del Verbo comunicando in pari tempo la capacità di comprendere e di assimilare, il compito di far com­prendere questa perfezione dell’amore, limitandone per suo conto a darne un accenno, che nessuno comprese degli Undici — l’Apostolo uccisore dell’Amore, immeritevole di sentire gli ul­timi insegnamenti di esso, se ne era già andato — un accenno che nessuno comprende neppur ora, o rare anime alle quali sem­pre lo stesso Spirito d’Amore lo rende comprensibile, un accenno non meditato abbastanza nelle parole: ” II mio comandamento è che vi amiate come Io vi ho amato “, ossia morendo anche per i suoi nemici perché avessero vita.

Gesù Ss., parlando agli Undici, parlava in realtà a tutto il mondo presente e futuro, a quelli che lo amavano come a quelli che l’odiavano, a quelli che lo avrebbero amato come a quelli che lo avrebbero odiato e impugnate con scherno le sue Parole per distruggerle in molti cuori. Parlava anzi più ai tiepidi e agli avversari che a quelli che erano suoi, perché per la redenzione dei tiepidi e colpevoli era maggiormente preoccupato.

Anche del compito dello Spirito Santo di completare l’inse­gnamento aveva dato accenno dicendo: ” Ho ancora molte cose da dirvi che adesso non siete in grado di comprendere, ma quan­do lo Spirito di Verità sarà venuto vi porterà verso la Verità intera[86]

L’ammaestramento diretto che tu hai ricevuto col tuo lavoro di portavoce ti ha portato Colui che perfeziona ogni affetto, e il tuo amore si è formato raggiungendo la misura completa che è il saper morire anche ai propri risentimenti giusti, il saper sacrificare tutto, anche il giudizio su altri, la severità giusta su altri, al perfetto amore.

Come è bello e dolce che i fratelli dimorino insieme! Sì, sarebbe bello se fossero realmente fratelli. Ma molte volte sono fratellastri, e talora Caini[87], e feriscono. Ecco allora che la carità che perdona scende come un olio a consolare il cuore ferito e che pur perdona pensando al suo Signore Crocifisso. Questi i sentimenti che io ti avvivo perché fioriscano nel tuo cuore e sulle tue labbra con parole adatte a conciliarti il favore del tuo Pastore.

Non temere. Lo Spirito Consolatore ti aiuterà a parlare quando sarai interrogata. Lo ha promesso il tuo Gesù Ss.: ” Non vi mettete in pena del come rispondere e di quanto dovrete dire perché in quel punto vi saranno date le parole. Perché non siete voi che parlate, ma lo Spirito del Padre vostro[88] “.

Sta’ perciò in pace. Il Padre, il Figlio e Io Spirito Santo sono con te.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo!».

41. Opere di Giustizia[89].

1. Il feudo di Satana.

Dice Azaria:

«Le colpe dei popoli sono tali e tante che se non fosse infi­nita la benignità di Dio e la sua divina pazienza, da tempo il mondo sarebbe distrutto come orrore dell’Universo, orrore che va tolto, perché nella creazione perfetta non devono sussistere cose obbrobriose.

Ma nel mondo, che è veramente ormai il vestibolo dell’In­ferno e il feudo di Satana, sono sempre dei giusti. Rari come stelle in una notte di tempesta, come palme nella vastità arida dei deserti. E come già si comprende dall’episodio di Abramo Dio è pronto ad usare misericordia anche ai peccatori e salvarli dalla punizione, se fra essi sono giusti che pregano. Salvarli dalle sventure materiali e morali finché dura il loro giorno, lasciando tempo sino alla loro sera di tornare al Signore. Non salvarli ol­tre la vita, se hanno meritato castigo, perché nel Giorno di Dio non servono più le intercessioni dei giusti a rendere salute ai morti alla Grazia. La Giustizia vuole il suo corso. E se anche con ira e ribellione essi urlano al Giudice Eterno: ” Tu ci odi e ci defraudi della nostra parte di bene “, Egli risponderà loro con giustizia: ” No. Vi ho dato la vostra parte. Volevate godere. Go­dere ricchezze, potenze, lussurie, gozzoviglie, ottenute con ogni mezzo. Le avete avute. Vi ho lasciato godere come volevate. Voi avete scelto. Io rispetto la vostra scelta e ve la lascio in eterno. Nel mio Regno entrano quelli che hanno vissuto casti, temperan­ti, giusti, misericordiosi, quelli che hanno sofferto e pianto an­che per causa vostra, e che hanno   amato Dio, il   prossimo, e anche voi che li angustiavate. Andate. Non dicevate forse che era stoltezza rimettere al futuro la gioia e che era saggio godere del certo presente? Così vi concedo. Avete goduto nel piccolo presente; ora soffrite nell’eterno presente “.

2. Le opere di giustizia salvano il mondo.

I giusti pregano per i peccatori. Guai se così non fosse! Al lavacro quotidiano e perpetuo del Sangue Divino si mescono le preghiere e le lacrime dei giusti. E questa rugiada di carità de­terge il mondo da quel soprappiù di lordura che l’Infinita Miseri­cordia non potrebbe sopportare. Onde il mondo può durare benché l’Occhio di Dio lo guardi con una severità che impres­siona noi angeli. Se per un caso passasse un solo giorno senza che neppure un’opera di giustizia venisse compiuta in tutto l’Orbe, se per un caso venisse un giorno nel quale i giusti divenis­sero peccatori, la luce non tornerebbe ad illuminare la Terra, perché essa non sarebbe più. La Giustizia, nella notte, l’avrebbe cancellata di fra le opere creative.

Quanto dico vi dia la misura di quanto è il valore della giu­stizia degli uomini al cospetto di Dio. Una delle cause di giu­stizia è il sincero ed umile conoscere sé stessi e le opere di Dio in voi. Questa è una delle sapienze più difficili a trovarsi nei cristiani anche migliori. Una errata valutazione delle virtù fa sì che per essere umili si diventa insinceri, e talora anche ipocriti, senza pensare che si diventa, con ciò, anche sconoscenti.

Molti sono che, essendo buoni ed avendo doni particolari, e sapendolo di esser buoni, o di essere specialmente beneficati dal Signore, per una umiltà ingiusta si dicono perfidi o nudi di quei doni che altri sanno essere in essi.

3. Non ci indurre in tentazione.

Anche in queste cose ci vuole giustizia, prudenza, umiltà, sincerità somme. Prudenza col tenere celato il dono gratuitamen­te avuto, acciò la conoscenza di esso non degeneri in fanatismo della gente, in turbamento del beneficato, in perdita di tempo — che potrebbe invece essere usato degnamente al servizio del Si­gnore — in tentazione, e talora in peccato, di orgoglio. Non indur-si in tentazione è obbligatorio. L’uomo, anche maggiormente be­neficato da Dio, deve ricordarsi sempre che è un uomo, perciò non lusingarsi di essere perfetto, né lusingarsi temerariamente che qualunque imprudenza si faccia il Signore riparerà per amo­re al suo figlio prediletto. Dire al Padre che non vi induca in ten­tazione è buona parola. Ma è doverosa maniera di comportarsi quella di guardarsi da sé dal mettersi in tentazione.

Il demonio è un grande seduttore. Ma molte volte l’uomo calunnia lo stesso demonio perché lo fa causa di ogni sua caduta. Ma molte volte è l’uomo che va a cercare il terreno scivoloso, non il demonio che ve lo spinge. Potrebbe uno, che andasse a camminare su l’orlo di un tetto, accusare il padrone della casa di averlo fatto cadere e ferire? Non potrebbe. Ugualmente l’uomo che, o in un senso o nell’altro, spontaneamente e imprudente­mente si mette in rischio di peccare, non può accusare né Dio né il diavolo per il suo peccato, perché né Dio né il diavolo lo hanno indotto in tentazione ma la sua volontà è stata l’unica colpevole, essendosi messa in occasione di peccato.

4. La prudenza nei consacrati.

Questo per tutti. In particolare nei prediletti dal Signore con doni straordinari è indursi in condizione di peccare di orgo­glio il non tutelare con segretezza il dono avuto onde evitare fanatismi che possono suscitare compiacenze di sé stessi, e per­ciò funesto orgoglio. Imprudente è lo strumento di Dio che non custodisce, in segreto il dono del Signore. Tre volte imprudente il Sacerdote che, essendo direttore dello strumento, o confessore, o parroco, o Pastore diocesano, o temporaneamente messo in condizioni di consigliare e dirigere (come predicatore quaresimalista, o eserciziante, o missionario), venuto a conoscenza di un caso straordinario, saputolo lo divulghi, oppure, saputo che lo strumento non sa condursi e arrischia di rovinare sé stesso e il dono o per ignoranza o per imprudenza, non intervenga con santi consigli in aiuto dello strumento per il bene dello stesso e del dono del quale lo strumento è depositario.

La prudenza, che è sempre compagna ad un riserbo silen­zioso che non permette propagande, e cela lo straordinario sotto apparenze ordinarie di vita, non deve mai però degenerare in falsa umiltà e in menzogna.

5. Magnificare il Signore con l’umiltà.

Quando e con chi di dovere è necessario per voi, care anime straordinarie, parlare o rispondere a chi ha dovere di interrogar­vi, non dovete, per una falsa modestia, dire: ” Io non ho nulla perché sono la più grande peccatrice”, mentre dentro di voi sen­tite che siete sì piccole anime, ma anche che, per grazia di Dio, non siete peccatrici al punto di disgustare il Signore. Sarebbe menzogna. Se foste convinte di esserlo, dirlo non sarebbe che umile confessione della colpa e miseria vostra, ritenuta tale da voi, ma se la coscienza vi assicura che la vostra piccolezza non è sporca di colpe gravi non dovete mentire. E soprattutto non lo dovete fare col segreto desiderio di sentirvi dire: ” No, tu sei santa “, per compiacervene. Con lo spirito inginocchiato umil­mente davanti all’amorosa potenza di Dio che vi ama, rispondete sinceramente a chi ha diritto di interrogarvi: ” Sì, il Signore ha fatto in me queste cose benché io sia povera e imperfetta “.

Non fu superba Maria nel cantare il suo salmo. Riconosce­va umilmente le grandi cose che Dio le aveva fatte perché la sua lode salisse al Cielo, e con la sua quella della parente, ca-posti pite di tutte le anime che avrebbero lodato il Signore attra­verso a Maria, strumento soave e santo, delle opere del Signore e della vostra salute.

Non è superbo Paolo dicendo: ‘” Imitate me[90] “. Semplice­mente dice ai suoi fedeli di imitarlo, perché la misericordia di Dio, unita alla volontà dell’uomo, aveva fatto di lui: Paolo, un perfetto ritratto di Cristo. Così come altrove aveva detto le sue colpe passate, così come altrove aveva confessato che, già Apostolo, l’angelo di Satana lo aveva percosso, altrettanto qui dice: ” Imitatemi “, come altrove dice sinceramente di aver go­duto delle rivelazioni del Signore e di essere stato assunto al terzo cielo.

Dire: ” Dio mi ha amato straordinariamente ” non è peccare di superbia, se lo dite — e Dio vi vede — con un sentimento e una volontà soltanto: quella di magnificare il Signore per ciò che vi ha fatto. Non ha detto forse il Maestro Divino: ” Quando si accende un lume non si mette sotto al moggio ma in alto per­ché sia veduto e faccia luce”? E ancora non è detto: ” I giusti saranno come stelle’?

Dio li accende. Dio vi accende. Oh! l’uomo che va per una via solitaria nella notte alza il capo e vede le stelle seguire il loro corso da oriente a occidente, e anche se non sa il nome di ogni singola luce, sa dirsi: ” Questa è via per andare alla mèta ” per­ché il trasvolare degli astri, da oriente a occidente, gli dà la direzione dei punti cardinali.

6. La santità salva le anime incarcerate

Ugualmente è degli strumenti di Dio. Devono splendere. Alti nella loro sfera speciale dove Dio li ha collocati, separati, segre­gati dal resto del mondo, ignoti per nome e domicilio, ignoti talora per anni anche oltre la morte come speciali strumenti, devono però splendere. E come? Con la santità della vita, con l’indefesso lavoro ubbidiente ai voleri di Dio, con il loro amore e le altre virtù che nei giusti momenti ” magnificano il Signore per le grandi cose in loro fatte “, ma sempre illuminano perché il Signore, vivendo in loro completamente, traspare ed emana da essi la sua luce e la sua santità, e come naviganti spersi in un tenebroso mare sconvolto, gli spiriti si dirigono a questi fari solitari, percossi dalle tempeste del Nemico e dei nemici di Dio e dei suoi strumenti, ma forti, eroici, sempre pronti ad accoglie­re la Luce e a raggiarla sui naufraghi perché abbiano salvezza.

Le anime cercano Dio. Vi sembra molte volte che non Io facciano. Voi non sapete le spirituali sofferenze delle anime chiu­se in un corpo e soggette a un pensiero nemici a Dio. Gli stessi che possiedono queste anime avvilite non se ne accorgono delle lacrime della loro anima accecata e incatenata che si agita e cerca la Luce dal fondo del suo carcere, che qualche volta cerca evadere e cercare Dio, e bere un sorso di aria celeste, e empirsi la vista spirituale di una luce celeste, e raccogliere pa­role arcane da portarsi seco nella segreta. Parole che sembrano dette e raccolte invano, e che talora risorgono al letto di morte e vincono l’estrema battaglia, consegnando uno spirito a Dio. Parole che talora fermano una discesa nell’orrore e nel delitto. Parole che talora traggono dall’abisso uno spirito e lo rimettono sulla via di Dio,

Non occorrono molte parole. Talora nessuna. Vedersi: uno sguardo. I vostri occhi guardano in modo che non è più terreno. Guardate, ma non voi; Cristo guarda attraverso voi. Vedete: ma non vedete l’uomo che vi è di fronte. La sua anima vedete con la vostra anima. È per questo guardare con l’anima dopo che avete empito il vostro sguardo di luce celeste che non guar­date al modo di tutti. Ascoltate i racconti altrui e molte volte tacete. Ma mentre le vostre labbra tacciono, la vostra anima ama. E amando carezza e conforta l’anima inasprita, malata, irata, che parla a voi. Parlate anche, qualche volta, e dite parole banali ad ascoltatori banali, ai quali volete tenere celato il vostro segreto. Ma come nota di canto che dentro per dentro sfugge da una sala serrata, ed empie la via di dolcezza, e la rac­coglie il povero e se ne consola, così, dentro per dentro, una (gemma spirituale cade dalle vostre labbra: scintilla sfuggita al Fuoco che vi possiede, e chi vi è interlocutore l’accoglie e vi me­dita sopra, e la sua anima si desta, riflette, decide talvolta.

7. Le anime e i selvaggi spirituali.

Nulla è mai perduto delle opere d’amore. In voi è l’Amore, e perciò tutto è attivo. Sì. Vi sono molti, troppi, che vivono come nemici della Croce di Cristo. La loro fine è la perdizione, il loro Dio è il loro ventre, e la loro gloria la fanno consistere nella loro vergogna, e non pensano che alle cose della terra. È vero. Ma molte volte non sono che anime selvagge, o inselvatichite da un complesso di cose. Non sanno. Non conoscono. Perciò non amano e non distinguono. Le chiese non servono per loro. Cosa sono per loro le chiese? I sacerdoti non servono a loro. Cosa sono per essi i Sacerdoti? I Sacramenti sono inutili per loro. Cosa sono per essi i Sacramenti?

Il selvaggio sa forse cosa è la nave che vede passare davanti alle sue coste, o l’aereo che solca il cielo? Li crede misteriose forme magiche e paurose, capaci di nuocergli, e se può le com­batte. Sa forse l’antropofago ciò che è l’uomo che in nome della Croce o della Scienza si avventura nelle sue terre per portarvi una fede, o per studiare i morbi e curarli? Per lui antropofago è la preda che va uccisa per essere mangiata, o per lo meno uc­cisa come stregone malefico. Sa forse il selvaggio, o anche l’uo­mo primitivo o ignorante, cosa è il siero che il medico gli vuole inoculare per salvarlo da certa pestilenza? Per lui è veleno, ven­detta dell’uomo bianco sulle razze inferiori, e, fra bianchi di paesi civili, è mezzo usato dai governanti per sopprimere i più meschini. Quanti medici non sono morti linciati dal furore della paura dei selvaggi e degli ignoranti?

Non fatevi perciò stupore se i selvaggi spirituali, abitanti fra voi, temono e odiano, sfuggono o si avventano su quanto è dello spirito e della Chiesa, e vivono nella loro ignoranza bruta. Sono infelici. Non vanno alle fiumane spirituali. Le vedono, per­ché sono vistose, e le sfuggono. Ma chi evita di bere ad un fresco zampillo che esce da un fianco di monte? Pare così umile, così privo di potere miracoloso. Non c’è sospetto e prevenzione con­tro di esso. E si beve della sua freschezza. E la Grazia entra così, inavvertita, là dove in nessun altro modo sarebbe entrata.

Molti, che erano nemici della croce e vivevano per il ventre e per le cose della Terra, cessano di esserlo per le segrete opera­zioni dei segreti missionari del mondo civile che siete voi, stru­menti di Dio.

Anche molti vi odiano: quelli in cui Satana regna e vi odia da essi. Ma non ve ne curate, non abbiate paura di essi. Ditevi: ” Noi siamo cittadini del Cielo dal quale ci viene il Cristo che trasforma il corpo della nostra umiliazione in luce che non si spegnerà “. E state saldi nel vostro lavoro.

Se anche non troverete chi vi porge la mano fra i sacerdoti di Cristo, così come Paolo esorta il fedele compagno e i suoi Filippesi a fare con Sintica ed Evodia, state salde, pensando che i vostri nomi sono scritti nel libro della vita, perché vivete, la­vorate, soffrite e morite per la gloria di Dio e la conoscenza del Vangelo.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

42. La via della perfezione[91].

1. Rinnegare sé stessi e amare la Croce.

Dice Azaria:

«Nell’Orazione della Messa propria di S. Giovanni della Croce è compendiata, con poche parole, tutta la teoria per es­sere perfetti cristiani: rinnegare sé stessi e amare la Croce. Il santo Dottore e Riformatore del Carmelo è grande in Cielo per avere saputo fare queste due cose in modo perfetto.

Poco sarebbe stato aver riformato le antiche Costituzioni. Anche i capi delle Nazioni riformano le Costituzioni degli Stati. Ma pochi di essi sono santi. Anche i padroni di un’azienda rifor­mano gli usi e costumi del lavoro. Ma pochi di essi sono santi.

E ugualmente poco, anzi men che nulla, più ancora: causa di condanna, sarebbe stata per S. Giovanni della Croce aver scritto i trattati di mistica, se alle parole non avessero corrispo­sto le sue azioni. Anche gli scrittori scrivono pagine morali per fare brillare la figura di un personaggio o di più personaggi dei loro libri, ma poi, nella vita quotidiana, conducono una vita che è l’antitesi della tesi morale che hanno sostenuta nel loro libro. Perciò non sono santi, pur avendo scritto pagine morali e anche mistiche. Il loro non è stato profumo della loro vita che esala in parole, convinzione della loro mente che si fissa sulla carta, ma unicamente pezzo di bravura formato per averne plauso e guadagno. Sono perciò degli istrioni. Questo soltanto.

Se S. Giovanni della Croce avesse scritto quei lavori di mi­stica unicamente per capacità di scrittore e poscia fosse stato un tiepido, anche solamente un tiepido, avrebbe scritto da sé la sua condanna ad una pena più o meno lunga. Perché la Giusti­zia gli avrebbe chiesto: ” Perché sei stato ipocrita? A te non giova la scusa che hanno gli ignoranti del non conoscere. Tu hai co­nosciuto l’amore e lo hai descritto, ma poi non ne sei stato arso. Perciò va’ ad imparare ad amare e ad essere sincero .

Ma S. Giovanni della Croce riformò eroicamente sé stesso prima che altri, e praticò la perfezione che descriveva per la­sciare un codice di perfezione alle anime. E per questo fu gran­de, per questo è santo.

2. L’unica via.

E per le stesse ragioni ogni cristiano può essere santo: rin­negando sé stesso, ossia riformando l’io umano in un io spiri­tuale perfetto, e amando la Croce. Senza imitazione del Divino Crocifisso non si può riformare sé stessi, e senza amore alla croce non si può operare trasformazione dell’io. Perché riformare l’io vuol dire lavorare di cesoie e di cauterio sulla pianta ribelle del­l’umanità, lavorarvi non una ma cento e mille volte, perché essa è pianta ribelle che dai luoghi stessi delle amputazioni getta nuovi polloni, o respinge gli innesti che la costringono a cam­biare natura e a stare soggetta al volere del più alto: lo spirito.

In quanto ti ho detto, riferendomi al Santo oggi commemo­rato, non vi è forse già trattato ciò che dice l’Epistola? Quel­l’epistola scritta tanti secoli prima della venuta di S. Giovanni della Croce, ma che illustra le virtù del cristiano e indica quali vie sono da tenersi per avere le virtù sempre secondo una linea. Perché la verità non muta. Essa è quella che è oggi, come era venti secoli sono, e come sarà l’ultimo giorno. Non c’è che una via per giungere al Cielo. Quella del rinnegamento di sé stessi e dell’amore alla croce. Via che è, come dice Paolo: sapienza e intelligenza spirituale e conoscenza della volontà di Dio.

3. Pratica dell’imitazione del crocifisso divino.

Conoscenza di questa divina Volontà che vi propone, e anche vi impone, ogni cosa al fine di potervi dare gloria e gioia, e sa­pienza e intelligenza spirituali, che si sviluppano rigogliose dal rinnegamento di tutto ciò che appesantisce lo spirito, e dalla meditazione amorosa del Modello Divino che rinnegò sé stesso sino alla morte di croce, vi concedono di ” diportarvi in ma­niera degna di Dio “, in modo da piacergli in ogni azione, facen­do azioni che abbiano a frutto la vita eterna oltre la vita, e la virtù a sostegno e a sigillo. Oh! la gioiosa e attività di quelli che sanno rinnegare sé stessi e amare la croce!

È simile ad una feconda giornata di primavera nella quale tutto coopera a far aprire fiori sulle piante e a fecondarli perché non sia vana fioritura. Dall’una azione altre se ne creano, da un sacrificio si suscita un perfezionamento. Da un palpito d’amore ne viene un amore al sacrificio. Da un amore al sacrificio un’azio­ne d’amore. Da un’azione d’amore un coraggio a maggior rinne­gamento e a più grande imitazione del Crocifisso Divino. È una catena. Gli anelli si saldano agli anelli, si seguono sempre più robusti, sempre più nella luce, nell’alto, verso Dio, la Patria, la gioia. E l’artefice della sua perfezione procede: ringraziando Dio Padre di ” farlo degno di partecipare alla sorte dei santi ” che vivono nella Luce qui e godono della Luce nel Cielo, liberi dalle seduzioni delle Tenebre, perché le Tenebre non trovano dove appigliarsi per nuocere in un cuore che ha amputato sé stesso di tutti i punti di presa atti al Grande Nemico per entrare e ro­vinare.

4. La sorte dei piccoli Mosè

Coraggio, Maria. Sino all’annichilimento assoluto della crea­tura perché la causa di Dio trionfi. E la sua gloria aumenti di molti altri spiriti, sui quali il Sangue di Cristo attende di scen­dere per redimere e perdonare.

Ricordati che le piccole voci, che sono sempre anime vitti­me, sono anche dei piccoli Mosè. E la sorte dei Mosè è di pregare sul monte, mentre gli atleti del Signore combattono fra i nemici del Signore per la sua gloria.

La gloria di Dio viene dalla conoscenza di Dio. Dove è igno­ranza di Dio non vi è neppure la sua gloria, perché l’ignoranza combatte il Signore perché non lo conosce. Non conoscendolo non lo ama e non ne ricerca le parole. Vive perciò nel peccato più per ignoranza che per volontà di peccare.

Aiuta con tutta te stessa gli atleti che vengono a combattere Satana e l’ignoranza, le eresie e le tiepidezze. Il tuo Amore, Gesù Ss., attende anche da te un’offerta di anime.

Piccola voce, piccola ostia, sii anche una piccola missionaria sostenendo i missionari coi tuoi sacrifici. A gloria del Padre, del Figlio, dello Spirit3 Santo».

43. Dio solo basta[92].

1. L’anima nelle persecuzioni.

Dice Azaria:

È faticoso, quando gli uomini appesantiscono o feriscono le ali, alzarsi con lo spirito a Dio. Gli uomini sono crudeli. Il precetto d’amore fraterno è il più calpestato da essi. Con l’ac­canimento di un folle sanguinario, o di un bambino su un gio­cattolo, a seconda del caso e dell’individuo, essi si accaniscono sui fratelli, e specie, potrei dire: unicamente, su quelli fra i fra­telli che, per la loro formazione spirituale, li fanno sicuri che non reagiranno rendendo male per male.

Ma, anima mia, anche se è faticoso, occorre farlo, anzi più è faticoso occorre farlo, perché nessuno può sanare le ferite date dagli uomini allo spirito se non il Medico, il Confortatore degli spiriti: Dio, il Padre buono che non delude chi in Lui confida.

Sei così ferita che non puoi volare? Come una colomba che il cacciatore ha piagata mentre andava sicura verso il suo buon padrone e che, non potendo più volare alta e rapida, va con brevi voli, con rapidi passi, soffocando, con la volontà di andare al suo padrone che l’ama, la voce della carne che soffre e implora di non sottoporla ad altri sforzi e dolori, così tu, povera ferita, va’, va’ almeno sotto al raggio del tuo Sole, e poniti là, guar­dandolo, amandolo, stendendo le tue ali ferite perché Egli veda lo strazio che ti hanno dato gli uomini, e ti medichi coi balsami del suo amore.

2. solo Dio basta.

Anima mia, non rivolgerti più agli uomini. I loro consigli sono: quali malvagi, quali derisori, quali stentati; i migliori si­mili a quelli che un guercio può dare nel crepuscolo a coloro che gli chiedono quale è la via da seguire. Solo Dio vede, solo Dio sa, solo Dio ama con perfezione.

Anima mia, non sei tu la piccola voce? Non ti è Egli Maestro? Puoi dubitare che Egli non sia Colui che ti parla e che ti conduce come sua agnella più cara? Segui le sue voci e i suoi sentieri. Mai ti ha lasciato errare. Ti ha presa dal seno della madre, ti ha vegliata nella infanzia, nella puerizia, nella fanciullezza, gio­vinezza ed età matura. Ti ha istruita, ti ha protetta, ha scansato da te quelli che potevano in un modo o nell’altro nuocerti real­mente, ti ha avvicinata a persone o a cose che potevano gio­varti. Come un Padre e come un Amante. Ciò che è per te. Non ha atteso la tua preghiera per risvegliare la sua potenza e venire. Prima ancora che. tu sapessi cosa è amare, ti ha teso le braccia. Solo io, tuo angelo custode, so quanto ti ha amata il Signore, e quanto ti ama.

3. La salvezza è vicina.

Ed ora io ti dico ciò che Paolo diceva ai Romani. Ma te lo dico in un altro senso di quello che Paolo ha dato al suo dire. Ti dico: la tua salvezza è più vicina ora di quanto tu puoi imma­ginare. La notte è inoltrata. Il più del periodo triste e buio è passato e il giorno si avvicina. Mi intendi? Il giorno si avvicina. Quando si avvicina il giorno, e giorno di Dio, i convitati si appre­stano alla festa. Si levano le vesti di lutto e di dolore, e si ve­stono di vesti bianche e luminose e si osservano attentamente se neppur un piccolo che di impuro resta indosso. Anima mia, l’ora che precede l’alba è la più nera della notte, ma poi sorge il sole. Anima mia, l’amante che attende lo sposo anticipa l’ora mattutina per esser pronta al suo venire.

Io non ti parlo mai del Vangelo perché è il Signore Ss. il tuo Maestro nel Vangelo. Ma oggi ti dico: Quando vedrai che tutto, in una particolare piccola apocalisse, ti si volterà contro per darti dolore e sconvolgerti, quando ti sentirai tramortire dal­lo sbigottimento per tanto accanirsi di forze contrarie a te, quan­do ti sembrerà che persino il Cielo sia sordo al tuo soffrire, allora alza il capo perché il tuo gaudio sarà vicino.

Non sto, che troppo è chiara l’epistola, a spiegarti le parole di Paolo. Ma termino con le parole della Comunione: ” II Signo­re si mostrerà benigno “.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

44. Maria Regina e Maestra[93].

1. Misteri celesti.

Dice Azaria:

«Meditiamo cantando le glorie di Maria Ss. La S. Messa di questa festività è tutta un inno alla potenza di Dio e alla gloria di Maria. Mettiamoci, per ben comprenderla questa liturgia di luce e fuoco, nei sentimenti della Regina e Maestra di ogni crea­tura che ami il Signore.

Regina e Maestra! Degli uomini. Ma anche degli angeli. Vi sono misteri che voi non sapete, che non ci è concesso di svelare completamente. Ma sollevarne un velo è concesso perché qual­che anima molto amata ne goda. Ed io lo sollevo per te. Un lem­bo di velo. Dall’ostacolo rimosso ti si concederà di affissare lo sguardo spirituale sull’infinita Luce che è il Cielo, e nella Luce meglio comprenderai. Guarda, ascolta e sii beata.

2. Il peccato di Lucifero.

Quando il peccato di Lucifero sconvolse l’ordine del Para­diso e travolse nel disordine gli spiriti meno fedeli, un grande orrore ci percosse tutti, quasi che qualcosa si fosse lacerato, si fosse distrutto, e senza speranza di vederlo risorgere più. In realtà ciò era. Si era distrutta quella completa carità che prima era sola esistente lassù, ed era crollata in una voragine dalla quale uscivano fetori d’Inferno.

Si era distrutta l’assoluta carità degli angeli, ed era sorto l’Odio. Sbigottiti, come lo si può essere in Cielo, noi, i fedeli al Signore, piangemmo per il dolore di Dio e per il corruccio suo. Piangemmo sulla manomessa pace del Paradiso, sull’ordine violato, sulla fragilità degli spiriti. Non ci sentimmo più sicuri di essere impeccabili, perché fatti di puro spirito. Lucifero e i suoi uguali ci avevano provato che anche l’angelo può peccare e divenire demonio. Sentimmo che la superbia poteva — era la­tente — e poteva svilupparsi in noi. Tememmo che nessuno, fuorché Dio, potesse resistere ad essa se Lucifero aveva ad essa ceduto. Tremammo per queste forze oscure che non pensavamo potessero invaderci, che potrei dire: ignoravamo che esistessero, e che brutalmente ci si disvelavano. Abbattuti, ci chiedevamo, con palpiti di luce: ” Ma dunque l’esser così puri non serve? Chi mai allora darà a Dio l’amore che Egli esige e merita, se anche noi siamo soggetti a peccare? “.

3. Regina e Maestra.

Ecco allora che, alzando il nostro contemplare dall’abisso e dalla desolazione alla Divinità, e fissando il suo Splendore, con un timore sino allora ignorato, contemplammo la seconda Rive­lazione del Pensiero Eterno. E se per la conoscenza della prima venne il Disordine creato dai superbi che non vollero adorare la Parola Divina, per la conoscenza della seconda tornò in noi la pace che si era turbata.

Vedemmo Maria nel Pensiero eterno. Vederla e possedere quella sapienza che è conforto, sicurezza, e pace, fu una sola cosa. Salutammo la futura nostra Regina con il canto della nostra Luce, e la contemplammo nelle sue perfezioni gratuite e volon­tarie. Oh! bellezza di quell’attimo in cui a conforto dei suoi angeli l’Eterno presentò ad essi la gemma del suo Amore e della sua Potenza! E la vedemmo umile tanto da riparare da sé sola ogni superbia di creatura.

Ci fu maestra da allora nel non fare dei doni uno strumento di rovina. Non la sua corporea effige, ma la sua spiritualità ci parlò senza parola, e da ogni pensiero di superbia fummo pre­servati per aver contemplata per un attimo, nel Pensiero di Dio, l’Umilissima. Per secoli e secoli operammo nella soavità di quella fulgida rivelazione. Per secoli e secoli, per l’eternità, gioim­mo e gioiamo e gioiremo del possedere Colei che avevamo spiri­tualmente contemplata. La Gioia di Dio è la nostra gioia e noi ci teniamo nella sua Luce per essere di essa compenetrati e per dare gioia e gloria a Colui che ci ha creati.

4. Carattere della vera umiltà è la vera gioia che nessuna cosa turba.

Ora dunque ripieni dei suoi stessi palpiti meditiamo la Li­turgia che parla di Lei.

” Con gioia “. Carattere della vera umiltà è la vera gioia che nessuna cosa turba.

Chi è umile in modo relativo ha sempre un motivo di tur­bamento anche nei suoi più schietti trionfi. Il vero e completo umile, invece, non ha turbamento di sorta. Quale che sia il dono o il trionfo che lo riveste di speciale veste, egli è gioioso e non teme, perché sa e riconosce che quanto lo fa diverso dai più non è cosa che egli si è fatta con mezzi umani, ma è cosa che viene da altre sfere e che nessuno gli può rapire. La contempla e con­sidera come vestimento di gran valore che gli è stato dato per portarlo un tempo e che deve essere usato con quella cura che si ha per ciò che non è nostro e va reso senza lesioni a chi lo ha donato.

Sa anche che questo rivestimento regale, non chiesto per avidità di apparire, gli è stato dato da una Sapienza infinita che ha giudicato bene di darlo. Non c’è dunque affanno per ottenerlo o per conservarlo. L’umile che è veramente tale non brama cose straordinarie e non si turba se chi ha dato leva. Dice: ” Tutto è bene perché la Sapienza così vuole”. Perciò l’umile è sempre nella gioia. Perché non brama, perché non è avaro di ciò che gli viene dato, perché non si sente menomato se gli vien tolto.

Maria Ss. ebbe questa gioia. Dal suo nascere al suo assur­gere la ebbe sulla Terra, anche fra le lacrime del suo lungo Cal­vario di madre del Cristo, anche sotto il mare di strazio del Cal­vario di suo Figlio. Ebbe, nel suo dolore che non fu simile a nes­sun altro, la gioia esultante di fare, sino al sacrificio totale, ciò che Dio voleva, ciò che Dio le aveva significato di pretendere da Lei da quando l’aveva rivestita con le vesti della salvezza e coperta col manto di giustizia come sposa ornata di gioielli.

Misura quale caduta sarebbe stata quella di Maria se, aven­do avuto la Concezione Immacolata, la giustizia, e ogni altro gioiello divino, avesse calpestato ogni cosa per seguire la voce dell’eterno Corruttore? Ne misuri la profondità? Non ci sarebbe più stata redenzione per gli uomini, non più Cielo per gli uo­mini, non più possesso di Dio per gli uomini. Maria vi ha dato tutto questo perché con la vera gioia degli umili ha portato le sue vesti di Beneamata dall’Eterno e ha cantato le lodi di Lui, di Lui solo, pur fra i singhiozzi e le desolazioni della Passione.

5. Ha esultato magnificando con lo spirito il suo Signore.

Ha esultato! Che profonda parola! Ha sempre esultato magnificando con lo spirito il suo Signore, anche quando la sua umanità conosceva lo scherno di tutto un popolo, ed era som­mersa e torchiata dal suo dolore e dal dolore della sua Creatura. Ha esultato pensando che quel suo dolore, quel dolore del suo Gesù, dava gloria a Dio salvando uomini a Dio.

Sopra i gemiti della Madre, sopra i suoi lamenti di Donna, cantava la gioia del suo spirito di Corredentrice. Cantava con la sommissione a quell’ora, con la speranza nelle parole della Sa­pienza, con l’amore che benediceva Dio di averla trafitta.

La lunga passione di Maria ha completato Maria, unendo alle grandi cose che Dio in Lei aveva fatte, le grandi cose che Ella sapeva fare per il Signore. Veramente mentre le sue visce­re di Madre gridavano lo strazio della sua tortura, il suo spirito fedele cantava: ” Io ti esalto o Signore, perché mi hai protetta e non hai permesso che i miei nemici potessero rallegrarsi a mio riguardo “.

Vedi che umiltà? Chiunque altro avrebbe detto: ” Sono con­tento di aver saputo rimanere fedele anche nella prova. Sono contento di aver fatto la Volontà di Dio “. Non sono queste pa­role di peccato. Ma un filo di orgoglio è ancora in esse. ” Io sono contento perché ho fatto “. L’io della creatura che si sente autore unico del bene compiuto. Maria Ss. dice: ” Io ti esalto perché Tu mi hai protetta“. Dà a Dio il merito di averla tenuta santa in quelle ore di lotta.

Dio aveva preparata una degna dimora al suo Verbo. Ma Maria ha saputo serbare quella dimora degna di Dio, che in lei doveva incarnarsi. Imitatela, o creature. In misura minore, come si conviene a voi, che non dovete concepire il Cristo, ma per quanto vi è necessario a portare il Cristo in voi, Dio vi dà i mezzi ed i doni atti a fare di voi dei templi e altari. Imitate Maria, sapendo serbare la dimora del vostro cuore degna del Santo che chiede di entrare in voi per godere di voi e vivere fra i figli degli uomini, da Lui amati senza misura.

E se non avete saputo imitarla, e la vostra dimora è ormai una dimora profanata o smantellata dai troppi che l’hanno abi­tata, ricostruitela in Maria che è l’amabile e instancabile Madre che genera i figli al Signore, perché attraverso a Maria si va alla Vita, e perciò, chi è languente o morto e non osa alzare gli occhi al Signore, può tornare vivo e gradevole all’Eterno se entra nel Seno, nel Cuore che hanno dato al mondo il Salvatore.

6. Madre dei figli di Dio.

Il Signore Gesù ti ha spiegato la luce del capitolo sapienziale. Io non mi permetto di parlare dove Egli ha parlato. Ma a conferma del mio dire ti faccio notare le parole che la Sapien­za applica a Maria: ” La mia delizia è stare coi figli degli uomini “. Con questi figli, che le sono costati tanto pianto. Ma è delle vere Madri piangere e amare, e amare per quanto si è pianto, amare tanto da portare all’amore, piangere tanto da convertire i per­versi. Perché troverebbe delizia a stare fra gli uomini — questa Benedetta la cui dimora è ab eterno il Cielo, questa Benedetta che ebbe ad abitazione il Seno meraviglioso di Dio, e che fu abi­tazione a Dio, questa Benedetta il cui Popolo è quello degli An­geli e dei beati — se non per ricostruire i poveri cuori che il mon­do e Satana, che la carne e le passioni hanno devastato? Perché troverebbe delizia, se non perché stando fra voi vi ripartorisce a Dio?

7. Canto della Sapienza.

Sentitela cantare nella sua luce di perla: ” Beati quelli che battono le mie vie “. Le vie di Maria finiscono nel Cuore di Dio. “Ascoltate i miei consigli per diventare saggi, non li ricusate”. Una Madre, e santa quale Ella è, non può che dare parole di vita. Ma considerate quanto, nella già piena di Grazia, e perciò di Sapienza, avrà lasciato la Parola portata per nove mesi nel seno, e sul seno per tanti anni. Sul seno nell’infanzia e puerizia, e nella morte, nel Cuore purissimo per 33 anni. Mai è stato inerte Dio-Figlio per la sua amabile Madre. Mai, Egli che non è mai inattivo neppur coi colpevoli uomini. Perciò tutta la Sapienza si è fusa con tutta la Purezza, e Maria non può che parlare con la parola di Dio, con quella parola che il Cristo ha detto Vita di chi l’ascolta. Canta Maria, Lei che sa ciò che è in Lei: ” Beato l’uomo che mi ascolta e veglia alla mia porta e attende all’ingresso della mia casa “. Abitacolo di Dio, Ella sa che chi in Lei entra trova Dio. Ossia, così come Ella canta: “Chi troverà Lei avrà trovata la Vita e riceverà dal Signore la salute “.

Veramente chi vive in Lei ha salute, vita, sapienza, gloria, letizia e onore perché Ella è tutto questo, avendo le sue radici in Dio stesso, fondata come è sul monte di Dio per esserne il Tempio, amata più di ogni altra creatura dal Signore Altissi­mo, dovendo Essa in eterno essere la Madre dell’Uomo.

8. Ave Maria.

Oh! parola poco meditata, meno ancora compresa, nella quale è compendiata tutta la figura di Maria. Cosa è Maria? È la Riparatrice. Ella annulla Eva. Ella riporta le cose sconvolte al punto dove erano quando le sconvolse il Serpente maligno ed Eva imprudente. L’angelo la saluta: ” Ave “. Si dice che Ave è il capovolgimento di Eva[94]. Ma Ave è ancora un’eco che ricorda il Nome Ss. di Dio, così come lo ricorda ancor più vivamente, e come te l’ho spiegato, il nome del Verbo: Jeoscué.

Nel tetragramma sacro che i figli del Popolo di Dio avevano formato per pronunciare nel segreto tempio dello spirito l’irri­petibile Nome, già è Ave. Il principio della parola con cui Dio mandò a far della Tutta Bella la Santa Madre e Corredentrice. Ave: quasi che, come realmente avvenne, Egli annunciandosi col suo Nome, entrasse a farsi carne in un seno, nell’Unico Seno che poteva contenere l’Unico.

Ave, Maria, Madre dell’Uomo come Eva, più di Eva, che hai riportato l’uomo, attraverso all’Uomo, alla sua Patria, alla sua eredità, alla sua figliolanza, alla sua Gioia.

Ave, Maria, Seno di santità in cui è riposto il seme della Specie, perché l’eterno Abramo abbia i figli di cui l’invidia sa­tanica lo aveva fatto sterile.

Ave, Maria, Madre Dei para del Primogenito eterno, Ma­dre pietosa dell’Umanità, lavata nel tuo pianto e nel Sangue che è tuo sangue.

Ave, Maria, Perla del Cielo, Luce di Stella, Bellezza soave, Pace di Dio.

Ave, Maria piena di Grazia in cui è il Signore, mai divisa da Lui che in Te prende le sue delizie e i suoi riposi.

Ave, Maria, Donna benedetta fra tutte le donne, amore vi­vente, fatta dall’Amore sposa all’Amore, Madre dell’Amore.

In Te purezza, in Te Pace, in Te Sapienza, in Te ubbidienza, in Te umiltà, in Te perfette le tre e le quattro virtù…

Maria, il Cielo delira d’amore nel contemplare Maria. Il suo canto aumenta sino a note incomparabili. Nessun mortale, per santo che sia, può comprendere cosa sia per tutto il Cielo Maria.

Tutte le cose sono state fatte per il Verbo. Ma anche tutte le opere più grandi sono state fatte dall’Amore Eterno in Mariae per Maria. Perché Colui che è potente l’ha amata senza limite, e l’ama. E la Potenza di Dio sta nelle sue mani di Giglio puris­simo per essere sparsa su chi a Lei ricorre.

Ave! Ave! Ave! Maria!».

Cristo è l’amore universale[95].

9. Aprire il cuore a Maria.

9«Ave Maria, attraverso la quale il Signore viene a salvare le nazioni e a far intendere la gloria sua nella letizia del Salvatore concesso al mondo.

La liturgia della S. Messa della II domenica di Avvento si affianca molto bene alla liturgia della S. Messa propria dell’Im­macolata Concezione perché è ancora per Maria che il Salvatore viene a salvare i popoli e ad essere l’Agnello che è pastore, e Pastore buono, venuto a guidare i giusti nei pascoli del Signo­re. I giusti, ombreggiati in Giuseppe, mite e giusto come peco­rella ubbidiente ad ogni comando dell’Eterno, Supremo Pasto­re dei popoli.

Ed è ancora per Maria che i poveri e deboli uomini riescono ad ottenere i mezzi di salute e le ricchezze eterne. Giovanni pre­corse il Cristo preparandogli le vie. Maria precorre il Cristo preparandogli la via nei vostri cuori. Aprite il cuore a Maria, mettete il vostro spirito nelle sue materne mani perché essa lo prepari alla Divina venuta. Imitate Maria in questo tempo di Avvento, e sarete pronti a ricevere il Natale ed i suoi frutti soprannaturali in modo degno dell’elogio angelico.

10. Le certezze della fede.

Paolo dice che tutto quanto è stato scritto per farvi sapienti nel Signore, è stato scritto perché si conservi la speranza. Quale speranza? Quella delle promesse divine. Ma le promesse, che sono certe — e perciò bisogna, più ancor che sperare: credere, assolutamente credere che si compiranno — avranno compimento se voi saprete perseverare e operare con pazienza e con la forza che viene dalle consolazioni, di cui è ripiena la Scrittura, nelle diverse contingenze della vita.

Perché questa vita è lotta continua, sempre nuova, piena di incognite e di sorprese, lotta che stancherebbe anche un eroe, se questo non fosse sorretto da qualcosa più che terreno. Questo qualcosa è Dio e la sua Legge, e le sue promesse, è la certezza della vita futura, la fede certa che l’Uomo che si è immolato per voi non poteva che essere che Dio, perché nessuno, che non sia stato Cristo, ha mai saputo vivere e morire come Egli visse e morì. Queste le cose che alimentano le forze di voi, lottatori al presente, vincitori domani. Queste le certezze e consolazioni che il Dio della pazienza e delle consolazioni vi infonde perché sap­piate lottare con Cristo e per il Cristo, giungendo alla gloria che per il Cristo potete avere.

E con la fede e la speranza ecco, nelle parole di Paolo, an­cora ricordata la Carità, senza la quale ogni altra cosa è vana. Anche la vita di più austera virtù sarebbe vana se non fosse congiunta alla carità. Colui che praticasse le più austere peni­tenze, che fosse temperante, onesto, continente, che credesse in Dio, che sperasse in Lui, che fosse osservante dei Comandi e Pre­cetti, ma che non amasse il suo prossimo, mortificherebbe le sue virtù in modo tale da espiare ben lungamente il suo peccato di egoismo.

Santo l’amore a Dio, santa l’ubbidienza ai precetti, santa la temperanza e buona l’onestà. Ma se non vi è amore al prossimo, non è tutto ciò come un albero troppo mortificato che resta solo duro tronco, senza rami né foglie, senza fiori né frutti, inu­tile al viandante accaldato che cerca l’ombra, o il riparo dall’acquazzone, inutile allo sconfortato che, dalla vista dei suoi fiori, trae quasi una parola di speranza per l’avvenire, inutile al­l’affamato che non può sostenere le languenti forze con il frutto colto ai suoi rami e sentire che c’è un Dio che veglia sui bisogni dei figli, inutile persino all’uccello che invano cerca un rifugio contro il tronco spoglio? Veramente la rigida virtù che è privo di amore è una triste visione di tronco poderoso, ma brullo e destinato a morire. È egoismo ancora. È ancora fariseismo. È un paganesimo che si sostituisce al vero culto. Perché la vera Religione si appoggia sulle due colonne dei due amori di Dio e di prossimo, e tutto l’edificio è precario se sostenuto da una sola colonna, disarmonico sempre.

La Legge è di amare Dio e di amarsi fra fratelli, accoglien­dosi gli uni gli altri, sorreggendosi, istruendosi, compatendosi come Cristo fece.

11. La carità di Cristo.

Tu, piccola voce, vedi come Cristo amasse i circoncisi, per­ché loro diritto di essere amati essendo del Popolo della promes­sa, e gli incirconcisi, come era suo diritto di amarli, essendo il popolo nuovo del Re dei Re. Tanto li ha amati che i primi ne fecero un ingiusto capo di accusa contro di Lui, così come ora i ” circoncisi ” di ora, quelli che per essere, o per credersi d’essere gli eletti fra le nazioni, delle pagine che rivelano l’impareggiabile amore del Maestro divino per i Gentili se ne fanno scandalo e oggetto di negazione.

Non comprendevano i rabbi di allora, e non comprendono i rabbi di ora, la suprema carità che vede negli uomini tanti fra­telli e che li ama, se sono santi e del popolo di Dio perché tali; e li ama, se non sono santi, per farli tali.

Io ti dico però con Paolo che questi ultimi, dei tempi d’ora, superano nell’amore che rendono all’amore quelli che si credono i perfetti. Sempre così, ora come 20 secoli fa. I sapienti insipienti, ossia quelli che sanno la lettera ma non lo spirito di essa, non sanno comprendere, e credere, e accettare che Gesù Cristo, il Salvatore, è venuto, e viene, più per i Gentili che per i suoi, più per le pecore senza pastore, o per quelle inselvatichite, o anche ferite e rognose, che per le 99 pecorelle già in salvo nel suo Ovile.

12. Cristo è di tutti quelli che lo cercano.

Gesù Cristo è stato, è, e sarà, Colui che è Salute per tutti quelli che lo sanno cercare o desiderare.

Or dunque senza differenza per quelli che sono del gregge e per quelli che non lo sono, sappiate amare, soffrire, operare, pensando che 20 secoli or sono il Cielo si è aperto per concedere non a Betlem o a Nazareth o a Gerusalemme e all’intera Palestina, all’ancor più vasto Israele disseminato per il mondo, il Salvatore e Maestro, ma per darlo a tutti gli uomini.

Questo è lo spirito di preparazione alla venuta del Cristo, suprema carità di Dio: uno spirito di amore universale perché tutti gli uomini vadano al Regno di Dio, alla casa del Padre.

13. La vittima.

A te, poi, spetta un compito d’amore più grande ancora, e tu sai perché e per chi. Ma non ti sconforti la grandezza del­l’amore che ti si chiede. Tanto è quello che hai ricevuto. Sii dunque generosa nel dare. Nel dare in tutti i modi. Sino alla consumazione totale. Sii eroica. Sei vittima. Sii eroica. Il tempo passa e la pace viene. Sii eroica. Dopo, tutto ti parrà così poco rispetto a ciò che avrai.

Alza il tuo spirito! Guarda la gioia che ti viene dal tuo Dio, guarda il tuo Dio che è la tua gioia, e che viene a te per con­fortarti.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

14. Processione della Madonna Immacolata, detta di Lourdes.

È passata la Processione. Ho voluto vedere… Mi sono ridotta un cencio soltanto per essermi sforzata a stare sollevata per guardare… Mi sono commossa ricordando tante cose… Ho gettato baci e anima ai piedi di Maria… Avrei voluto essere e per sempre al posto di Bernardina… ma in Cielo, non qui sulla Terra. Ma, o Vergine Santa, se tutto il mio omaggio di fedele ti ho dato, e tu lo sai, sai anche che ho dovuto più che il tuo simulacro ricordare, guardare la tua effigie con il mio spirito, perché chi ti vede come io ti vedo trova così fredda, materiale, avvilita la ri­produzione più bella, che non la può guardare senza soffrire.

Il nostro castigo di veggenti. La spirituale realtà è troppo diversa dalla materiale realtà e ne abbiamo un senso di gelo, di… disagio quasi. Oh! Tu! Tu! Tu come ti vediamo, come sei! Quale artista ti può scolpire e dipingere senza menomarti, e in modo che noi ti si possa guardare senza averne pena, la pena di chi vede avvilito ciò che è ineffabile bellezza?…

Come ci ami, o Dio! Solo per questo dono di vedervi quali siete, ogni altra penosa cosa è ripagata…

Ma intanto io dico che mi è stato più dolce vedere l’omaggio del po­polo e soprattutto sentire questa mattina al mio doloroso risveglio il tuo materno saluto, che non vedere il tuo simulacro così diverso da come tu sei.

45. Il cuore posseduto da Dio[96].

1. I dubbi del Portavoce.

1Mi sveglio. Trovo la mia afflizione al mio capezzale e me la carico come una croce. Ma contemporaneamente ecco la cara, divina Voce: «Viene Gesù a dare il suo bacio (l’Eucarestia) alla sua piccola sposa».

Rispondo: «Oh! mio Signore, dammi una luce. Dimmi se proprio sei Tu! Tutto quanto mi fanno soffrire i Padri Servi di Maria in generale, e Padre Migliorini in particolare, mi inducono a credere che io sia una il­lusa, una malata di mente e un’ossessa. Sei Tu che parli o è il mio cervello che si è ammalato e che delira? Sei Tu o è Satana? Il mio maggior dolore è questo, e Tu lo sai. La tema di ascoltare voci che non sono le tue e dei tuoi santi, o di sbagliare dicendo ” parola tua ” ciò che invece è soltanto pensiero mio».

2. Dal cuore escono i pensieri degli uomini.

Gesù mi risponde:

«E anche se fosse? Non ho Io detto che dal cuore escono i pensieri degli uomini e che dal frutto si conosce se la pianta è buona? Non è detto nella Scrittura e nella Sapienza che chi illustra Me ha già la vita eterna e chi per Me lavora non peccherà? Quante volte è detto aperta­mente o velatamente che chi è saturo di Sapienza è saturo di Me, che chi parla parole soprannaturali è voce dello Spirito di Dio che abita nel suo cuore? Perché è lo Spirito di Dio, anima mia diletta, che compie queste operazioni nel cuore degli uomini in cui fa dimora trovandoli me­ritevoli di essere da Lui abitati. E lo Spirito Paraclito è l’Amore del Padre e del Figlio. Dunque se tu nel tuo cuore senti suonare queste parole segno è che tu ascolti i divini colloqui della Trinità Ss. Dunque se tu mi senti parlare segnò è che Io sono in te col mio amore. Dunque, anche fosse proprio il tuo cuore che suggerisce questi pensieri che poi tu scrivi, segno è che il tuo cuore è pieno di Dio perché ” è dal cuore dell’uomo che viene quello che esce dalla bocca “. Or dunque se il tuo cuore spinge alla bocca e alla mente pensieri, viste e parole divine o soprannaturali, segno è che il tuo cuore è santo, che il tuo cuore ospita unicamente amore, giu­stizia, cose celesti, segno è che la tua conversazione è in Cielo e tu abiti col tuo spirito in Cielo avendo il Cielo chiuso dentro di te.

3. Gesù vive nel cuore del Portavoce.

Beati quelli che come te sono! E di che ti affliggi, o mio bell’albero, dolce pomo, soave ulivo, se tu dai frutti celesti, dolci della Sapienza che Noi siamo, luminosi come puro olio acceso della Luce che noi siamo?

Sta’ in pace! Sta’ in pace, mia diletta, mia fedele, mia innamorata e mia amata piccola sposa. Sta’ in pace. E procedi con pace. Tu fai ciò che Io voglio. Chi ti osteggia non ferisce te, ma Me ferisce, perché Me osteg­gia, Me solo, tanto Io, e nessun altro che Io, possiedo e grandeggio e splendo e ammaestro e vivo in te.

Procedi. Tu fai amare il Signore, Maria e la Celeste Popolazione dei Santi. Soltanto per questo, soltanto per questo avresti la vita eterna! E poi c’è tutto il tuo lungo e sempre crescente amore. C’è la tua sofferenza. C’è la tua immolazione. Tutto te c’è. Oh! non temere. Tu non puoi er­rare perché tu sei immersa nell’amore eroico.

Non temere. Ciò che è colmo o ciò che è immerso non può ricevere alcuna cosa più, o essere più bagnato e sommerso da altro che non sia quello in cui già si trova.

Non temere. Procedi e perdona.

4. I miopi spirituali.

I miopi e quelli che per la sensualità triplice, o anche solo per l’or­goglio vivono nella piatta pianura, hanno cateratte sulle pupille dell’in­telletto e non possono vedere il sole che splende sulle cime dei monti che si tendono al cielo perché amano il cielo, le altezze, le purezze, non vedono le piante che il sole fa crescere sulle cime. Ugualmente essi non vedono i divini contatti del Sole Dio con la vetta del tuo spirito e le piante che il tuo volere di amarmi ha fatto nascere là, sulla vetta dello spirito tuo, e che il Sole Dio fa crescere sempre più rigogliose e nessuna tempesta te potrà sradicare.

5. Chi si dona alla Sapienza esala la Sapienza.

Ad ogni anima che si dona tutta alla Sapienza si possono applicare le parole del libro sapienziale: ” Mi sono elevata come cedro sul Libano e qual cipresso sul monte Sion. Mi sono innalzata come palma di Cades e rosa di Gerico. Come un bell’ulivo nei campi e un platano nelle piazze presso le fonti. Come pianta d’aromi o resine soavi io esalo i miei pro­fumi ed empio di essi la mia casa “. Perché chi si dona alla Sapienza esala la Sapienza. E la Sapienza è ubertosa; è utile e bella selva di piante d’ogni specie, dai fiori, frutti, profumi soavi, nutrita dalle Fonti eterne della sua stessa Natura: la Divinità. Non è solo di Maria Ss. questo elogio. In Lei la Sapienza fu completa e ogni perfezione di creatura fu da Lei raggiunta. Ma, Io te lo dico, è anche di tutte le anime che si donano alla Sapienza, e la Liturgia lo applica a molte di esse che hanno saputo possedere la Sapienza.

6. Il nome nuovo.

Chi sei tu? Chiedono e ti chiedi chi sei? Io te lo dico con le parole di Isaia quale è il nome tuo: ” Io, il Signore, dò e darò ad essi un nome migliore di quello di figli e figlie: darò loro un nome eterno che non pe­rirà giammai”. Io te lo dico con le parole di Giovanni il Prediletto: “Al vincitore darò nascosta manna, e gli darò un sassolino bianco nel quale sarà scritto un nome nuovo, che nessuno conosce se non colui che Io riceve “. E già te l’ho dato, e non te lo leverò se tu mi resti fedele. Non te lo leverò, e tu lo porterai con molti altri, con tutti ” quelli che vengono dalla gran tribolazione ” a dove non è più dolore ” perché Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi[97] “‘.

7. Andare all’Amore dando amore.

Sei in pace, piccola sposa? Sono venuto a baciarti come ti ho detto all’inizio? II mio eucaristico miele è in te? Lo senti come è soave? Non battono i nostri due cuori con un sol palpito? Ti inebria il mio Sangue? Splende in te il mio Sole? Ti scalda, ti consola? Oh! Maria mia! Ma vieni! Ma abbandonati! È così bello amarsi e dimenticare le quadrighe di Aminadab, feroci, dure, scure, gelide, materiali. Vieni all’amore. Dammi l’amore. Ho tante poche anime che mi amino senza riserva come tu fai. Perché vorresti ritirarti spaurita dalle voci di chi sta fra l’erba e il pan­tano, simile ai ranocchi che vorrebbero far tacere l’usignolo e volare nel sole come la colomba, e sono irritati di non poterlo fare? Vieni. Son proprio Io. Vieni. Non puoi dubitare, non dubiti più quando Io ti tengo così. Ma l’estasi non è di tutte le ore. E tu devi saper rimanere beata, si­cura come ora sei, anche quando l’estasi si ritira e ti fasciano l’incom­prensione e la diffidenza, volute, degli uomini.

Tutto passerà, anima mia. Ma Io ti resterò sempre, e per sempre. Dopo il Calvario viene la Risurrezione. Dopo la Passione l’Ascensione. Per il Cristo e per le spose di Cristo.

La mia pace, la mia carità in te, a te, con te sempre».

46. Dare a Dio ciò che è di Dio[98].

1. Responsabilità dei Sacerdoti

Dice Azaria:

«II Ss. Signor Nostro ti ha anticipato il quadro che la litur­gia canta oggi. È venuto a consolarti e a raffermarti, povera ani­ma che sei scrollata senza pietà per piegarti a dire il non vero.

Non lo dire mai. Ti ricordo le parole del Maestro: ” Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio “. Là si riferiva ad un’imposta, qui si riferisce ad un’opera. Ma sia nel­l’uno che nell’altro caso va sempre dato a Dio ciò che è di Dio. Anche se insistendo a voler riconosciuta l’origine soprannaturale dell’opera tu ottenessi che nessuno più se ne occupasse — parlo di sacerdoti — lasciali fare. Di tre cose avranno a rispondere a Dio: di non aver riconosciuta la Parola, di avere dato scandalo a mol­te anime, di aver mancato di carità verso di te, e anche verso gli affamati della Parola per i quali, avendone misericordia, Gesù Ss. aveva dettato l’Opera. Tu, per tuo conto, volendo fare ciò che Dio vuole, hai fatto, anche se ti è impedito di fare. Da­vanti agli occhi di Dio tu hai fatto, sia come portavoce che come esecutrice degli ordini di Dio. E ti deve bastare. Al resto e agli altri pensa Iddio. Oh! che parole sono nel Vangelo applicabili a questo caso!

Ma sempre beati i piccoli che servono con semplicità e amo­re il Signore, e guai sempre a coloro che col loro modo di agire, opposto alle bontà del Signore, accumulano sul loro capo i ri­gori della Giustizia!

E preghiamo ancora e sempre perché colla grazia della ve­nuta del Cristo siano rischiarate le tenebre dalla mente di molti.

2. ” Io faccio ciò che Dio vuole “

E voi, anime fedeli, che con semplicità e amore servite e seguite Dio e la sua Volontà, state sempre ilari nel Signore. Il gaudio di questo amore reciproco e della pace che viene dal dire: ” Io faccio ciò che Dio vuole ” vi accompagni sempre, fra le croci e le prove. Quale che sia la giustizia alla quale pervenite, quale ne sia il riflesso tralucente dalle vostre azioni e palesante agli uomini le operazioni congiunte di Dio in voi e di voi per amor di Dio, quali che siano le grazie che la Bontà eterna vi concede, siate modesti, di modo che gli uomini guardandovi possano dire: ” Egli è un vero figlio di Dio perché ai suoi meriti congiunge la modestia in ogni atto o parola o sguardo “.

3. La perfetta umiltà.

Siate molto vigilanti perché vi sono sguardi che tradiscono un’imperfetta virtù meglio di aperte parole. Veramente alcuni, che per tutte le altre cose sono virtuosi, mancano in questa virtù della perfetta umiltà. La perfetta umiltà non carezza, nep­pure nel segreto del cuore, il compiacimento per essere buoni e beneficati da Dio. La perfetta umiltà non si turba per lode altrui e non assume quelle ipocrite pose di umiltà che sono raffinata superbia e studio volto a farsi più ancora lodare. Vi sono sguardi, sorrisi, atti che senza parola dicono chiaramente che godete della lode. E allora non è più vera umiltà.

4. Modestia in ogni cosa.

Voi, anime che tendete alla perfezione per amore di Dio, siate veramente modeste in ogni cosa. L’occhio di Dio è sempre su voi e vede la realtà dei vostri cuori. Ricordatevelo sempre. E ancora il Signore può essere vicino col suo giudizio, perché nessuno sa quando verrà la morte a liberare le vostre anime e a indirizzarle al giudizio di Dio. Vivete sempre come se il Signore fosse per apparirvi chiamandovi all’altra vita.

5. Giornaliera fiducia in Dio.

Non vi affannate di niente, memori delle parole del Cristo: ” II Padre vostro sa di che avete bisogno. Ad ogni giorno il suo affanno[99] “. Perché mettervi in tristezza e tedio per cose future e che forse vedete solo per suggestione e opera demoniaca volta a spaurirvi e farvi dubitare della Provvidenza? L’affanno del do­mani è come acqua gettata sul dolce fuoco della speranza nella divina bontà, e come della rena gettata a distruggere le tenere pianticelle della vostra giornaliera fiducia in Dio.

Gesù Ss. nell’insegnarvi la orazione domenicale vi ha detto di dire ” Dacci oggi[100] “, non ” Dacci per tutto l’anno o per tutta la vita ” Perché il Pater è, deve essere un atto giornaliero di ca­rità, di fede, di speranza, di dolore che chiede perdono.

6. I 4 atti doverosi verso Dio e utili per aumentare sapienza e grazia.

Non lo avete mai riflettuto che nel Pater sono i 4 atti di fede, speranza carità e dolore che la Chiesa mette fra parti dell’orazione che un buon cristiano deve giornalmente fare per aiutarsi a raggiungere queste virtù, ad accrescerle nella propria anima, e a pro­fessarle eroicamente contro il rispetto umano e lo scherno del mondo, mentre l’atto di dolore è utile riparazione e mezzo a mag­giore virtù nel dì successivo, perché si presuppone che in chi prega sia presente l’attenzione a ciò che dice, altrimenti non sa­rebbe pregare, ma balbettare suoni senza valore, e perciò l’atto di dolore sia il termine ad un giornaliero ed utilissimo esame di coscienza durante il quale l’uomo umilmente riconosce i peccati e le omissioni fatte durante il giorno e se ne accusa con sincero dolore di aver offeso Dio?

Meditate e vedrete che nel Pater sono inseriti questi quattro atti, doverosi verso Dio e necessari al vostro crescere in sapienza e grazia.

7. Le vane preoccupazioni allontanano da Dio.

Non vi affannate perciò del domani per non cadere in tristezza e paura. Le vane preoccupazioni allontanano da Dio. Sono come schermi opachi e tetri messi fra voi e il vostro eterno Sole. Sono come catene che vi tengono prigionieri qui in basso, mentre senza di esse e con la bella fiducia in Dio volereste con lo spirito a Dio. Sono feritoie aperte a Lucifero che può entrare di lì a ferirvi e attossicarvi.

Non vi affannate, ma in ogni cosa rivolgetevi a Dio con pre­ghiere e suppliche unite a rendimento di grazie. E rimanete nella pace. La carità, la fede, la speranza, l’umiltà, la fiducia in Dio e a Dio, l’ubbidienza ai suoi voleri, danno questa pace che sorpassa ogni intelligenza. Sia essa in voi. E voi con essa in cuore pregu­sterete il Paradiso, perché avere pace è avere Gesù Cristo ed es­sere stabiliti in Lui.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo.

47. Mistico sacerdozio[101].

1. Frutto di ogni Natale.

Dice Azaria:

«Alleluia! Alleluia! Alleluia! La gioia della Nascita è già alle porte. Cantiamo per coloro che in tal giorno sapranno far na­scere in loro il Messia. Ogni Natale crea delle risurrezioni d’ani­me. Alleluia per queste che vengono al Signore, sino allora sco­nosciuto, e che piegano il ginocchio, adorando, davanti al Par­golo Divino. Per essi le parole del Battista si sono avverate. Hanno preparato la via al Signore raddrizzando il loro io, col­mando le lacune, abbassando ogni orgoglio, abbracciando la Ve­rità che è diritta, e l’umiltà che è dolce. Cantiamo per i nuovi nati al Signore. Alleluia!

E dopo leggiamo l’epistola paolina. Molto il Ss. Gesù ti fa lavorare, e molto sei sofferente. Offri la sofferenza per ultimo aiuto a coloro che nascono in Dio in questi giorni, e ubbidisci al tuo Maestro. Io ascolto e godo con te. Per questo, poco ti dirò di commento. Però ti dico che l’epistola d’oggi è proprio per te e per tutti coloro che hanno straordinario servizio nel servizio di tutti i fedeli a Dio.

2. Mistico sacerdozio.

” Così ci consideri ognuno, come servitori di Cristo e dispen­satori dei misteri di Dio”.

Parola sacerdotale ai sacerdoti. Ma vi sono altri sacerdozi, oltre quello dell’altare, pubblico, noto a tutti[102]. Vi sono le consacrazioni segrete, i segreti ministeri nei quali i chiamati ad essi non servono questo o quel Tempio, non ufficiano a questo o a quell’altare, ma servono l’immenso Tempio di Dio e ufficiano all’immenso suo altare, direttamente, tutti presi dal suo servizio in una dedizione assoluta.

Servi di Dio e dei fratelli. Dispensatori della Parola, della Luce, della Sapienza e Misericordia di Dio, di questa Parola che è come un immateriale Sacramento che non ha bisogno di mezzi, di specie, di formule per essere impartito e comunicato, ma che ha in sé la somma della Grazia e della Vita, quella che aumenta la luce nelle anime che la Grazia fa già luminose, e che accresce la vita in quelle che la Grazia fa vive, ma che anche da sé sola può dare anelito alla Luce e Vita e portare alla Grazia attraverso la settemplice fonte dei S. Sacramenti, sino allora trascurati o derisi.

3. Ministri straordinari della Parola

” Chi ascolta la mia Parola non vedrà la morte in eterno[103] ” ha detto il Signore Gesù. Perché infatti se uno non ascolta la sua Parola, e non l’ascolta credendola divina e Colui che la dice: Dio, Figlio di Dio, quale valore ha per costui la settemplice fonte sacramentale? La Grazia infusa dal battesimo muore perché chi non segue la Parola pecca, e chi pecca perde la Grazia, e con la Grazia la Luce e la Vita e più non crede in Cristo, nei suoi meriti, nei Sacramenti, nelle sacre Gerarchie della Chiesa, e, come em­brione d’uomo che si stacchi dalla matrice, muore, non più ali­mentato dai succhi di vita.

Dispensatori straordinari della Parola, non mai sufficiente­mente data, dato il lavoro continuo delle forze avverse contro la Parola e lo spirito dell’uomo, non mai sufficientemente con­servata, assimilata, fatta vita dell’individuo per fare dell’indivi­duo il cittadino eterno, sono le “voci”. Cosa si richiede da esse, come dai Sacerdoti, maestri nella spiegazione della Parola così come le ” voci ” sono i canali della Parola? Ecco quello che dice S. Paolo: ” Quel che si richiede nei dispensatori è che ciascuno sia trovato fedele “.

4. Dispensatori fedeli.

Molti sono i chiamati, pochi quelli che sanno rimanere fe­deli alla loro missione. Proprio è un anno oggi che un’anima che tu e colui che allora ti dirigeva conoscete, lui personalmen­te, te di riflesso, ha commesso la sua prima infedeltà alla grazia che Dio le aveva data, e di conseguenza si è fatta di un grado più forte l’influenza delle forze tenebrose. Poteva salire, liberarsi dalle catene che le gettava Lucifero, furente sempre e verso tutti, ma specie verso quelli che vede maggiormente sulle vie di Dio. Aveva tanti aiuti dall’alto e anche sulla Terra. Più di te, che dalle creature non hai avuto che opposizione e che ti sei dovuta fare, personalmente, matura stando costantemente sotto i raggi di Dio, ferma e fedele anche se da ogni parte il dolore ti colpiva, e sarebbe stato giustificato il pensiero: ” Iddio non mi ama “. Ma tu sentivi che ti amava e che le tempeste erano predilezione perché ti facevano sapiente nella grande verità che Dio solo me­rita tutto l’amore delle sue creature, e che Dio solo sa amare.

5. Esempio d’infedeltà che fa ottusi.

Eppure, nonostante i grandi aiuti, quell’anima non ha sa­puto conservarsi fedele. Anzi gli aiuti, e particolarmente certi aiuti, le sono stati nocivi, unendo la loro imperfetta spiritualità alla sua, pure imperfetta. E sempre più il soprannaturale santo si è allontanato da lei. Prega per lei.

E l’esempio — uno, ma te ne potrei ricordare mille, e uno te lo illumino in fondo al cuore senza nominarlo qui, per rispetto all’indelebile carattere sacro che ha la creatura che è esempio di una infedeltà che fa ottusi e oscuri, puniti con la privazione delle luci spirituali per la propria infedeltà — ti serva ad essere sempre più fedele, acciò non ti avvenga ciò che ad altri è avve­nuto. E quando sai rimanere fedele e sai che Dio ti può consi­derare tale, di’, a quelli che ti vorrebbero giudicare, che anzi esprimono giudizi — e non tutti quei giudizi sono creduti buoni dagli stessi che li fanno, ma li fanno per ragioni in parte scu­sabili e in parte inscusabili — di’ le parole di Paolo. Ditele, tutti voi, dispensatori della Voce di Dio: ” A me pochissimo importa di essere giudicato da voi o da un tribunale umano, anzi neppur da me mi giudico; perché, sebbene io non mi senta colpevole di cosa alcuna, non per questo sono giustificato, essendo il mio giudice il Signore “.

6. I saggiatori dei santi.

E anche, per essere nella perfetta giustizia, o anime straor­dinarie chiuse in creature nelle quali non è soppressa la reazione morale della creatura — e la dovete tener doma in un’eroica e continua lotta dello spirito e dell’umanità per avere la finale vit­toria dello spirito sull’umanità — non giudicate i vostri saggia­tori. Questo è il loro vero nome. Essi sono l’acido che prova il metallo del vostro cuore. Corrodono, ma il metallo nobile splen­de più bello dopo la loro corrosione dolorosa, e appare in tutta la sua reale nobiltà. Fosse solo uno strato ipocrita di aurea vir­tù, presto l’erosione dei saggiatori metterebbe a nudo il piombo del vostro interno. Non li ” giudicate avanti il tempo, finché non venga il Signore il Quale metterà in luce ciò che è nascosto nelle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori, e allora ciascuno avrà da Dio la lode che gli spetta “.

7. Difensore e Cireneo.

Ecco! Allora nessuna veste e nessuna calcolata maniera di parlare, di muoversi, di agire, sarà baluardo alla Luce che sco­prirà le più segrete pieghe degli spiriti. Allora nessuna calunnia, nessuna insinuazione, negazione, o altro, sarà valida a macchiare lo spirito eroico del dispensatore fedele. Le ombre delle altrui male volontà sulle pagine pure degli spiriti fedeli, sulle quali Dio ha scritto la sua Parola perché essi la dispensassero agli uomini, diverranno nulla, perché Dio le disperderà e apparirà l’interezza senza macchie degli spiriti fedeli alla loro missione, accettata, compiuta, portata, perché è elezione ma è anche fati­ca e dolore, a sola gloria di Dio. Accettata, compiuta, portata fra gli ostacoli sempre gettati contro le ” voci ” a far loro più pe­noso il servizio, potuta portare perché se intorno alle voci è la turba dei tormentatori, come lo fu intorno al Cristo per tre anni di missione, e specie per la via della Croce, vicino alle voci è, divino Cireneo, lo stesso Cristo, perché il Signore è vicino a quelli che l’invocano con sincerità.

Sia gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo!».

48. La Chiesa è Madre[104].

1. La Parola di Dio.

Dice Azaria:

«La parola di Dio è sempre giudizio. È sempre messa pietra di paragone davanti agli uomini. A seconda del Ioro metallo le reazioni sono diverse, e a seconda delle reazioni Dio giudica.

Scesa una prima volta, a metà della notte nel tempo dell’ira, ad essere inesorabile castigo sui conculcatori dei servi di Dio. Scesa a metà della notte la seconda volta nel tempo della misericordia, ad essere potentissimo amore salvatore, la Parola di Dio continua, nei secoli dei secoli, ad essere giudizio e pietra di paragone degli uomini. Inesorabile castigo, per coloro che la deridono e che perseguitano** per Essa coloro che ad Essa sono fedeli. Potentissimo amore che salva e ammaestra, per colore che con la buona volontà cercano questa Parola e l’amano come sposa diletta del loro spirito dalla quale mai non si separano perché in lei trovano ogni delizia.

La discesa della Parola generalmente avviene delle ore intime quando l’uomo è con sé stesso e col ricordo delle sue azioni, di quelle azioni giornaliere che ha compiuto con umile desiderio di ubbidire al Signore nei suoi precetti di santità e di duplice amore, o con spavalda derisione di Dio della morale e dell’amore.

Dolce e lungo colloquio dello Spirito Divino con lo spirito dell’uomo, o breve sfolgorante grido di Dio al peccatore, la Parola di Dio scende nelle ore più impensate, cogliendo il momento in cui l’io è solo con sé stesso. E canta l’amore, o rugge l’ira, dolce come carezza, pauroso come schianto di saetta, promessa di una più grande beatitudine, o monito di un tremendo fulmine di Dio. Ed è sempre misericordia, anche se minaccia. Sempre misericordia anche se atterra. Atterra volendo rialzare. Fulmina per purificare. Acceca perché si veda.

Le vie di Damasco si sono ripetute per infinite creature. E beati quelli che hanno saputo su esse rialzarsi, con la materia incenerita dalla misericordia di Dio, con gli occhi morti alle va­nità del mondo, disposti a diventare, da nemici, servi di Dio, e tanto più esserlo quanto più Dio mostra loro quanto dovranno patire per il Nome di Dio.

E beati quelli che, sempre amici di Dio, non insuperbiscono per la Parola che li ama, ma, umili, la ubbidiscono in ogni ordine o consiglio che Essa da loro, e senza calcoli né avarizie la usano e la diffondono per solo spirito di amore, di onore, di gloria di Dio.

Essi tutti, sia quelli che vanno alla perfezione con procedere costante della loro buona volontà, sia quelli che ci vanno per un. miracoloso intervento di Dio che li annichila sulla via del Male per farli risorgere sulla via del Bene, per la Parola, da fanciulli quali erano, divengono adulti, pronti a ricevere l’eredità paterna come figli intelligenti e degni di portare tal nome.

2. Necessità della Chiesa.

Essere battezzati, essere cristiani in virtù del S. Battesimo, essere perciò nati alla Luce, viventi nella grande società dei ” vi­venti “, è grande cosa. Ma non basta ancora. Basterebbe se nella puerizia materiale l’anima venisse richiamata a Dio. Allora altro non è richiesto per entrare a far parte del gioioso popolo dei Cieli. Ma, come il nato di donna cresce in età, deve, a somi­glianza del Primogenito di tutti i nati, di tutti i ” viventi “, cre­scere anche in sapienza e in grazia davanti a Dio ed agli uomini.

La S. Chiesa, sposa a Cristo, e Madre perciò, Madre fecon­da dei suoi nati, veglia e amministra i tesori dello Sposo suo, gli infiniti tesori che il Cristo ha istituiti e che col suo Sacrificio ha reso fonti perenni di Grazia e Salute. E le anime possono crescere e nutrirsi, crescere e irrobustirsi, crescere e giungere all’età adulta, nella quale, da fanciulli che non possono ancora usare dell’eredità paterna, divengono eredi nel possesso dei pa­terni beni.

La Chiesa porge; il lattante, il fanciullino deve accogliere l’alimento. Se egli lo rifiuta, o se lo prende con nausea, se pre­ferisce mescolarlo ad altri cibi, o addirittura sostituirlo con altri cibi, inutilmente la Chiesa Madre gli porgerà i cibi che fanno del fanciullo un adulto spirituale, uno che “‘ vive ” e che “vede”, perché ha in sé la Vita ed ha la Luce ad amica. Il fanciullo al­lora non crescerà, ma morirà, o per lo meno resterà in un in­fantilismo che non è colpa ma che non è santità eroica e dovrà, con lunga espiazione, raggiungere l’età perfetta fra i fuochi pur­gativi e misericordiosi. Il fanciullo allora, lo spirito pigro, apati­co, svogliato, non passerà, alla sua morte, da fanciullo ad erede, ma dovrà lungamente soffrire per riparare alle sue tiepidezze, egoismi e leggerezze, e farsi di perfetta età.

3. Necessità di essere praticante.

” Finché l’erede è fanciullo in nulla differisce dal servo ben­ché sia padrone di tutto, ma rimane sotto i tutori e i procuratori sino al tempo prestabilito dal padre “. Ecco in queste parole ce­lato l’ammonimento che l’uomo, sempre fanciullo nella perfe­zione rispetto all’Infinita Perfezione, ha l’obbligo di rimanere sotto la tutela e nell’ubbidienza della sua S. Madre la Chiesa, la quale, perfetta nelle cose dello spirito, sa come condurlo e con quali cibi nutrirlo, con quali medicamenti curarlo per difenderlo dai veleni del peccato d’origine, della carne, del Mondo e di Sa­tana. I fomiti[105] non sono distrutti anche se la macchia è cancel­lata, e sugli striscianti fuochi dei fomiti soffia Satana perché, ol­tre che serpeggiare, dando scottatura molesta, fiammeggino dan­do vampa che brucia e distrugge. La S. Chiesa sparge i suoi bal­sami, i suoi crismi, le sue acque, il Divino Sangue di Cristo a placare le tempeste, a spegnere le fiamme, a medicare le scotta­ture, a rendere ignifugo lo spirito onde non sia arso, a ristorare l’esausto dalla lotta contro i ripetuti assalti satanici e carnali, col vivificante Sangue, col vivificante Corpo del Signore Ss. Gesù.

Perciò il prendere alimento dalla Madre S., la Romana Chie­sa, Unica, Cattolica e Universale, è necessità più che dovere se si vuole vivere e divenire eredi del Regno del Padre. Perciò chi non lo fa, e con continuo ricorso ai suoi tesori, imprudente­mente si espone ai languori e alla morte. Perciò chi dice che ciò non è necessario e la S. Chiesa è un’inutile istituzione della quale non hanno bisogno le anime che hanno saputo farsi spirituali, dice satanica parola, e per le sue labbra già parla colui che odia la Chiesa come odia il Cristo, al Quale, prima ancor che l’uomo fosse, negò di dare adorazione.

Non potete, non potete divenire spirituali senza gli aiuti dello Spirito di Dio. E lo Spirito viene a voi attraverso i Sacra­menti e la Chiesa.

Non potete, non potete conservarvi spirituali, se per grazia di Dio siete pervenuti a tanto col mezzo degli alimenti che la Madre Chiesa vi porge, se non continuate a vivere in Lei, con Lei e di ciò che Essa vi dà.

4. L’istituzione della Chiesa è eterna.

Dovreste poter essere immersi come pesci in peschiera nella settemplice fonte né mai uscirvi, per essere preservati dal morso di Satana. Colui che dice: “‘ Con me è Dio e perciò della Chiesa non ho più bisogno “, per questo stesso superbo pensiero dalla Chiesa esce e dalla Vita, e appare agli occhi di Dio sozzo della bava del Serpente infernale.

Tanto più crescete in sapienza e grazia quanto più nella ub­bidienza e amore alla S. Chiesa di Cristo vivete. Tanto più rag­giungete la robustezza virile dei forti più dai suoi santi capez­zoli succhiate la Vita. Tanto più siete in Dio e con Dio e tanto più Dio è in voi più voi siete nella S. Romana, Cattolica, Apo­stolica Chiesa per il cui corpo circola il Sangue Ss. di Gesù, Si­gnor mio e vostro. Guai a chi si stacca! Guai a chi, tre volte guai a chi fa staccare dalla Chiesa! Guai a chi per provare le ani­me, o per sedurle, le tenta a staccarsi o rallentare i contatti di­cendo: “Non venire alla fonte e al granaio. Se è vero che sei con Dio e che Dio è in te, nulla muterà anche se tu non ti nutrì degli alimenti ecclesiastici”; oppure: “Tanto Dio è con te che tu puoi fare a meno di ciò[106]“.

Ancora dalla Parola non è venuto l’ordine e il consiglio di fare a meno della Chiesa e delle sue gerarchie. Mai verrà. È istitu­zione eterna, contro la quale neppure Satana ha vittoria. E se ora la violenza dell’inferno e della valanga delle eresie e dei pec­cati dei secoli sembrano volerla travolgere, essa non ne subirà che un duro urto che la farà tremare e soffrire, ma dal quale uscirà più bella, avendo rifatte di bisso lucente le sue vesti che la pol­vere di tante Cose aveva impolverato, e purpureo il suo manto di perseguitata. Lacrime e sangue sono necessari per imbiancare il bisso e imporporare il manto alla grande Sposa di Cristo che non morrà.

5. L’era dello Spirito verrà.

l’oscurità la luce. Sempre. Nella creazione del mondo. Nel nascere del giorno dopo la notte. Nel succedersi delle epo­che e delle ere. La corruzione genera dalla morte elementi di vita. Dalle fosse oscure dei cimiteri si generano fiammelle dan­zanti che raccolte potrebbero dare calore e luce. Anche dai pe­riodi spirituali tristissimi, in cui pare che la Morte debba spe­gnere la Vita e le Tenebre vincere la Luce, e la materia strozzare lo spirito, la Vita, la Luce, lo spirito, non sono vinti. Sono con­culcati. Sono nascosti. Come il grano gettato nei solchi e coperto di letame nei mesi tristi dell’inverno. Sembra avvilito quel gra­nello sepolto sotto strati di polvere e fetore di letame. Sembra perduto al sole, e il sole a lui. Ma proprio perché è là sotto, mortificato, premuto, sopraffatto dalla polvere e dal grano, può radicarsi, non essere più leggero granello che il passante può stritolare col piede, il vento trasportare altrove, l’uccello inghiot­tire, ma divenire stabile pianta, gaia, utile, prospera, moltiplicata in valore e potenza, benefica, trionfante sotto il sole vivo dei mesi più belli.

La Luce sembra oscurarsi e la Morte venire[107]. La corruzione dilaga e sormonta con le sue pesanti onde. Non temete. È quello che ci vuole per riscuotere gli assopiti e farli desiderosi di voci dell’alto. La lotta è utile a tenere forte l’atleta. La nausea della corruzione fa desiderare ciò che è puro. Le tenebre spingono a cercare la luce. La materialità, spinta a limiti paurosi, genera spinta alla spiritualità.

L’Umanità, afferrata come una palla da Satana perché si era addormentata nella nebbia di epoche senza lotte religiose e get­tata con scherno nel fango, per reazione della percossa rimbal­zerà verso l’alto. L’era dello spirito verrà dopo questa di mate­rialità. L’era della Luce ritornerà dopo l’oscurantismo attuale. L’era della Vita succederà alla quasi mortale agonia. L’era di Dio sorgerà per essere forza nell’ultima lotta. L’èra di Dio regne­rà dopo quella di Satana[108].

6. Figli di Dio Padre.

In piedi, o cristiani, nella pienezza della vostra carità per Dio, per la Chiesa, per il prossimo, per voi. Dio Padre vi ha mandato suo Figlio, e Fratello vostro per la Madre, perché vi fosse Maestro e Redentore, e perché foste figli di Dio. E siccome siete figli, Dio ha infuso lo Spirito del suo Figliuolo nei vostri cuori, ed Egli per voi grida: ” Abba! Padre! “.

L’uomo, anche il più perfetto, non saprebbe mai pregare con quell’amorosa violenza che ottiene il miracolo, tutti i mira­coli. Ed allora ecco che lo Spirito di Dio prega in voi, per voi, a ottenere ciò che vi è utile e necessario, e che, santo, è atto a santificarvi. È sempre lo Spirito del Signore che chiuso nei cuori dei fedeli chiede e grida con gemiti ineffabili: “Abba! Padre! “.

E per voi lo dice. Di che dunque temete se potete dire ” Pa­dre ” a Dio? Se lo stesso Spirito di Dio lo dice per voi, confes­sando così che potete dirvi figli del Padre, che siete figli di Dio? Se lo stesso Spirito che Dio ama infinitamente, essendo Sé stes­so, prega e chiama per voi?

Su dunque, e non temete delle cose che passano. Non temete. Non siete servi che possano essere licenziati dall’oggi al domani e che non hanno diritto sui beni del Padre di famiglia. Ma figli siete. Nati alla Vera Vita per i meriti di Cristo, conservati alla Vita ancora per questi meriti che la Sposa di Cristo vi porge materna. Figli siete. E l’eredità paterna non può esservi levata. Non può essere distrutta, perché il Regno dei Cieli è intoccabile agli elementi disgregatori che offendono e menomano, scorrazzando sulla Terra. I fuochi di Satana e le orde scatenate degli insa­tanassati, le nere orde del nero Principe Ribelle, non giungono alle luminose plaghe dove il gioire dei santi si completa, dove la pace si perfeziona, dove la carità è tanto sublime che solo oltre vita ne conoscerete l’estensione e la super beatifica dolcezza.

Questo gioire, questo essere in pace, questo possedere la Carità, gioia già dei veri servi di Dio qui dove siete, e che io, angelo del Signore, vi auguro sempre più perfette, vi attendono là. Vostre sono. Sono di coloro che contro tutto e tutti, e per la fedeltà alla Parola, sanno divenire e permanere figli di Dio.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

49. Il poema dell’ubbidienza[109].

1. Domenica celebrativa del S. Nome di Gesù

Dice Azaria:

«Le S. Messe di oggi: domenica celebrativa del S. Nome di Gesù e Vigilia dell’Epifania, sono il poema dell’ubbidienza, di questa grande virtù che, dopo le tre virtù teologali, andrebbe amata e seguita alla perfezione, e che all’opposto passa quasi inosservata, o osservata male e amata meno ancora. Eppure essa è uno dei cardini dell’Increato e del Creato, ed è indispensabile cardine per sorreggere l’edifizio della santità. Contempliamola insieme, anima mia, e vedrai che essa è, dovunque è, cosa buona.

2. L’ubbidienza del Verbo.

Ubbidienza nell’Increato: Il Verbo ubbidisce al desiderio del Padre. Sempre. Non si rifiuta mai di essere Colui per la cui Pa­rola i voleri del Padre si fanno. Del Verbo Divino si sanno le perfette ubbidienze. Brillano, a voi mortali, dalle prime parole della Genesi: ” Dio disse: Sia fatta la luce “. Ecco che subito il Verbo espresse il comando che il Padre aveva pensato, e la luce fu. Fu la luce, e il Verbo prese presso gli uomini Carne di­chiarandosi più volte ” Luce “, e Luce è detto dalla bocca ispi­rata di Giovanni Apostolo: ” In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questi era in principio presso Dio. Tutte le cose sono state fatte per mezzo di Lui, e senza di Lui nessuna delle cose create è stata fatta. In Lui era la Vita e la Vita era la Luce degli uomini. E la Luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non la compresero. Ci fu un uomo mandato da Dio. Il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone, per attestare la Luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la Luce, ma venne per rendere testimonianza alla Luce. Era la vera Luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo[110] “.

Questa pagina serafica del serafico che aveva conosciuto Dio, e non soltanto Dio-Uomo, Salvatore e Maestro, ma Dio, l’Inconoscibile, e ne aveva compreso la Natura, è “veramente un canto, il canto della verità sulla Natura del Verbo e mette ali all’anima di chi lo sa ascoltare, ali per salire a contemplare il Verbo che si fece Uomo per dare la Vita e la Luce agli uomini.

Il Verbo ha voluto a sua caratteristica il nome di ” Luce“. Ha quasi battezzato Sé stesso di questo nome che è stato detto da Lui nel primo suo atto di ubbidienza al Padre: ” La Luce sia! “

II Verbo ha sempre ubbidito. Il Padre gli disse: ” Tu sarai Uomo perché Tu solo puoi istruire l’Umanità “. Il Verbo disse: ” Sarò Uomo. La tua Volontà sia fatta[111] “. Il Padre disse: ” Tu morrai perché solo il tuo Sacrificio potrà redimere l’Umanità “. Il Verbo disse: ” Io morrò. La tua Volontà sia fatta[112]. ” Il Padre disse: ” E morrai sulla Croce perché per redimere il mondo non mi è sufficiente il sacrificio della tua vita fra i dolori della morte per malattia “. Il Verbo disse: ” E morirò sulla Croce. La tua Volontà sia fatta[113] “.

3. Ubbidienza del Verbo Incarnato.

Passarono i secoli, e il Verbo, venuta la sua ora, si incarnò nel Seno della Vergine e nacque come tutti i nati d’uomo[114]; pic­cino, debole, incapace di parlare e di camminare; e crebbe lenta­mente come tutti i figli degli uomini, ubbidendo anche in questo al Padre che lo voleva soggetto alle leggi comuni per preser­varlo dalle insidie di Satana e degli uomini, guatanti feroci in attesa del temuto Messia, e per prevenire le future obbiezioni dei negatori e degli eretici sulla vera Umanità del Figlio di Dio.

Crebbe in sapienza e grazia, ubbidendo. Si fece uomo e operaio, ubbidendo. A Dio Padre, e ai parenti. Giunto al 30° anno divenne il Maestro per istruire l’Umanità, ubbidendo. Pas­sati tre anni e tre mesi, e giunta l’ora del morire, e di morte di Croce, ubbidì ripetendo: ” La tua Volontà sia fatta[115] “.

E ubbidire sinché l’ubbidienza è soltanto di pensiero è fa­cile ancora. Dire: ” Tu farai… ” E rispondere: ” Io farò “, avendo davanti anni fra l’ordine e l’esecuzione del medesimo — nel caso di Cristo: secoli — è ancora facile. Ma ripetere: Sia fatta la tua Volontà ” quando la Vittima ha già davanti tutti gli strumenti della Passione ed è l’ora di abbracciarli per compiere la volontà di Dio, è molto più difficile. Tutto ripugna alla creatura umana: il dolore, le offese, la morte. Nel caso di Cristo, anche il peso dei peccati degli uomini che si accalcavano su Lui, Redentore prossimo alla Redenzione. Ma Gesù ubbidì dicendo: ” Sia fatta la tua Volontà ” e morì sulla Croce dopo aver tutto sofferto e consumato. Questa l’ubbidienza nell’Increato.

4. Ubbidienza nel Creato

Nel Creato. Gli elementi, che erano confusi nel caos, ubbidirono ordinandosi. Ricordati qui le parole della Genesi, per non dire che il portavoce sente malamente: ” Dio creò il cielo e la terra, e la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso, e lo Spirito di Dio si librava sulle acque e Dio disse: ” Sia fatta la Luce[116] ‘ “. Aria, acqua, fuoco, luce, erano dunque fatti, ma non erano separati e ordinati. Dio comandò loro di separarsi e di ordinarsi, secondo la legge che Egli dava loro, ed essi ubbidirono, e ubbidiscono da migliaia di anni, fa­cendo il giorno e la notte, i mari e le terre, e lavorando, il fuoco, nelle vene del globo, a preparare i minerali dei quali l’uomo necessita.

Ubbidienza nel Creato: Dio, dopo aver fatto il cielo, ossia gli strati dell’atmosfera, li sparse d’astri comandando loro di se­guire una certa via immutabile, e gli astri ubbidirono. Dio, dopo aver fatto la Terra, ossia dopo aver reso compatta e ordinata la materia, prima sparsa e confusa di polvere e di acque, creò le piante e gli animali della Terra e delle acque, e comandò loro di fruttificare e moltiplicare, ed animali e piante ubbidirono.

Poi venne l’uomo[117], la creatura re del creato, e Dio diede all’uomo comando di ubbidienza. E l’ubbidienza dell’uomo avreb­be mantenuto la Terra allo stato di un Paradiso terrestre nel quale morte, fame, guerre, sventure, malattie, fatiche, sarebbero state ignorate; un giocondo soggiorno di pace e amore nell’ami­cizia di Dio sarebbe stata la vita dell’uomo sino al suo passaggio alla Dimora celeste, nel modo che lo fu per Maria Ss., che non morì, ma si addormì nel Signore e si svegliò sul suo Seno, bella e glorificata col suo spirito perfetto e con le sue carni senza colpa[118].

E Satana non volle questa gioia dell’uomo, questa gioia di poco inferiore a quella degli angeli e con, a compenso della dif­ferenza fra gli angeli e gli uomini, la gioia dei figli avuti senza concupiscenza, che è sempre dolore, e senza dolore, frutto della concupiscenza. E l’uomo secondò il desiderio di Lucifero e di­subbidì, portando a sé e ai suoi discendenti tutte le conseguenze della disubbidienza che non è mai buona e che crea sempre del­le rovine.

Da allora, da quando lo spirito dell’uomo si è inquinato con la disubbidienza, caratteristica di Satana, soltanto gli amanti di Dio sanno ubbidire e, su questo cardine che è lo spirito di ub­bidienza, santificarsi.

5. L’ubbidienza si trova in tutte le virtù.

L’ubbidienza, che sembra inferiore alle tre teologali virtù[119], soltanto perché non è nominata neppure nelle quattro virtù car­dinali[120], è in realtà presente in tutte, inscindibile da tutte le vir­tù. Essa è come il sostegno su cui esse si appoggiano per cre­scere in voi.

Medita. Come potete avere la Fede? Ubbidendo a Dio che vi dice e propone di credere nelle sue verità e misteri, e ubbidendo a ciò che vi dice la S. Chiesa: Voce delle voci di Dio[121]. Come potete avere la Speranza? Anche qui ubbidendo a Dio il quale vi infonde questa virtù dicendovi che dovete sperare in Lui che vi darà gli aiuti e le misericordie sue per giungere alla Vita eter­na e al suo possesso. Come potete avere la Carità? Ubbidendo al precetto dell’amore verso Dio e verso il prossimo.

Come potete avere la Prudenza? Stando ubbidienti ai pre­cetti di Dio e ai suoi consigli che hanno lo scopo di indirizzare ogni azione dell’uomo al suo giusto fine.

E come la Giustizia? Ubbidendo alla Legge della morale soprannaturale la quale vi insegna a non fare agli altri ciò che non si vorrebbe fatto a sé stessi.

E come la Fortezza? Ubbidendo eroicamente a Dio che sapete più grande di tutte le cose create, e per il Quale dovete essere disposti a tutto patire per conservarvi fedeli a Lui e pos­sederlo per l’eternità; ubbidendo eroicamente con la sua promes­sa nel cuore: ” Io sarò con voi nelle ore delle prove”. Perché questo è ciò che promettono tutte le parole della Verità che bi­sogna saper capire nel loro spirito. Fare, e non temere. Dio è con gli ubbidienti al suo volere. I persecutori restano quaggiù. Oltre vita non vi raggiungono, o ubbidienti di Dio. E un giorno verrà in cui vi rivedranno e stupiranno vedendovi fra i benedetti.

E come potete avere la Temperanza? Ancora per l’ubbidien­za ai divieti santi di Dio e ai limiti messi a vostra salvezza per usare senza pericolo delle cose temporali.

Voi vedete che l’Ubbidienza, virtù taciuta, è in tutte le virtù. In tutte.

6. La S. Messa del Ss. Nome di Gesù.

Ed ora che abbiamo fatto l’elogio dell’ubbidienza, meditiamo la S. Messa del Ss. Nome di Gesù.

Gesù ubbidì anche nell’assumere il Nome che il Padre voleva portato da Lui. Non obbiettino gli uomini: ” Certo che prese quel Nome, posto che era il Salvatore! ” Diranno forse anche: ” Sal­vatore lo avevano già chiamato i profeti “. Gli uomini vogliono sempre sminuire le eroicità delle virtù dei santi, e perciò anche la perfetta eroicità del Santo dei Santi: Gesù, Figlio di Dio e di Maria.

Molti nomi erano nella lingua di Israele che avrebbero po­tuto servire a significare chi era il figlio di Maria. Poteva chia­marsi Eliseo, Joab, Gionata, Malachia, Mattia e Matatia, Zaccheo e Zebedeo, Natanaele e Uria, e Gioachino anche, perché il Signore Iddio innalzò il suo Verbo e sulla Croce e sul mondo e su tutte le creature[122]. E vi erano i nomi usati dai Profeti, sotto l’impulso dello Spirito Santo, per indicare il Verbo Incarnato[123]. Perciò non è da dirsi che unicamente quel Nome Egli doveva assumere. Ma lo assunse perché così lo voleva il Padre suo. E Maria e Giu­seppe, altri eroici ubbidienti, lo imposero al Bambino perché così ” l’angelo lo aveva chiamato prima che Egli fosse concepito nel seno materno “.

Cosa voglia dire ” Gesù ” già te l’ho spiegato, e con più am­pia spiegazione di quella data comunemente dai dotti. Ma alla potenza e giustizia di questo Nome tu ora puoi unire anche la cognizione di quale virtù cela. La santa ubbidienza presa a sua fedele compagna nelle grandi e piccole cose, e anche nel pren­dere il Nome da portare in eterno come Dio-Uomo. Quel Nome davanti al quale si deve piegare ogni ginocchio in Terra, in Cielo, e nell’Inferno, ed ogni lingua deve confessare che il divino Signor Gesù Cristo è nella gloria del Padre. Quel Nome che è am­mirabile più di ogni altro portato da creatura. Quel Nome che opera miracoli e libera dai demoni col solo nominarlo, perché è il Potente nome dell’Onnipotente[124]. E che quanto onnipotente sia, e che miracoli operi ad averlo fra voi, tu più volte ne hai esperimentato la verità e misura.

Dire ” Gesù ” è già dire preghiera e supplica che il Padre dei Cieli non respinge mai. Dire ” Gesù ” è vincere le forze avverse, quali che siano. Satana e i suoi neri ministri non possono tenere la preda se essa, o chi per essa, grida: ” Gesù “.

Lodiamolo, io e te, questo Nome, e lodiamo Gesù di dirlo e di volerlo re nelle case per ristabilire pace e gioia, ordine e amo­re là dove Lucifero ha sconvolto. Lo dice il Principe degli Apo­stoli, fatto ormai vero apostolo e maestro dal battesimo pente­costale: ” Sia noto a voi tutti e a tutto il popolo d’Israele come in nome di Gesù Cristo Nazareno…. in virtù di questo Nome co­stui è sano davanti a voi… Non c’è altra salvezza. E non c’è altro Nome sotto il Cielo… in virtù del quale possiamo salvarci“.

Il Nome dell’Ubbidiente sino alla morte, e morte di Croce, è il nome vittorioso su tutto e sempre. Anche oggi tu hai visto come in virtù dell’amore e del Nome di Gesù, colui che sai è sano davanti a chi prima lo sapeva malato. È liberato. Il Nome di Cristo tenga lontano da lui i ritorni del Male che odia coloro che vogliono vivere nella Legge di Dio.

7. L’ubbidienza di Maria e Giuseppe.

Che odia. Come ha odiato Maria e Giuseppe, aizzando tutto quanto poteva nuocere loro e dare loro dolore perché essi erano ubbidienti al Signore. Che odia. Come ha odiato i tre Savi, tanto da tentare che il loro ossequio si mutasse in danno al Fanciullo Divino e a loro stessi, ricercati da Erode, deluso e irritato del loro sfuggirgli. Anche essi erano degli ubbidienti. Hanno ubbi­dito alle voci dell’alto. Sempre. Sia quando queste voci dicevano loro: ” Partite per adorare il nato Re dei Giudei “, sia quando esse dicevano: ” Non ripassate da Erode “. Hanno ubbidito e hanno meritato di piegare il ginocchio, primizie dei popoli tut­ti, davanti al Cristo, davanti al Figlio di Dio e di Maria: Gesù.

Tutta ubbidienza è la vita di Cristo, e dei parenti e amici di Cristo. L’ubbidienza pavimenta la via del Signore, e su essa Egli è passato, con sua Madre e con Giuseppe, dai primi attimi della sua vita terrena. Anzi, Pargolo incapace, su essa lo hanno portato coloro che per volere di Dio rappresentavano per Lui e presso di Lui Iddio: il Padre putativo e la Madre Vergine. E se la Madre sapeva, per la Grazia onde era piena, che non c’era da insegnare al Fanciullo le vie della Giustizia, Giuseppe, che non sapeva tutti i misteri che Maria serbava nel suo cuore — ricorda qui la spiegazione avuta nel libro dell’Infanzia di Gesù Signor Nostro* — da giusto qual era volle insegnare al Fanciullo sin dai primi bagliori dell’intelligenza che ubbidire si deve agli or­dini di Dio, anche se questi ordini vogliono dire esilio, maggior povertà, dolore. E Maria, Sposa umile e prudente, secondò lo sposo, facendosi simile a lui presso il Fanciullo che, a sviare Sa­tana, andava trattato come ogni altro piccolo figlio di uomo.

Che profondità di virtù in queste parole dette dopo le altre inerenti all’ubbidienza del nome da imporsi al Fanciullo! ” E Giu­seppe, alzatesi nella notte, prese il Bambino e la Madre e si ri­tirò in Egitto dove stette… ” e nelle altre: ” Ed egli, alzatesi, prese il Bambino e la Madre e tornò in terra di Israele… e av­vertito in sogno si ritirò in Galilea., “.

Ubbidienza pronta e assoluta, tanto da non rispondere pa­rola per discutere, tanto da neppur attendere il mattino per met­terla in pratica. E ciò non solo la Ia volta, quando il ritardo di un’ora poteva dire anche ” morte ” per il Bambino, ma anche la IIa volta, quando meno urgente era la partenza, quando, anzi, lasciare la città ospitale voleva dire perdere nuovamente i clienti, e perciò gli utili e quel minimo che col lavoro si era nuovamente rifatto. Giuseppe non sapeva cosa avrebbe trovato tornando in patria. Ma parte, perché Dio lo vuole, e va dove Dio lo vuole.

Aveva dubitato una sola volta Giuseppe, e di una creatura. Mai di Dio. Ora, progredito nella virtù per la vicinanza di Ma­ria, non dubiterebbe, non dubita, anzi, più neppure delle crea­ture. Accetta tutto. E dice a sé stesso: ” Mi fido dell’Altissimo. Egli conosce i cuori degli uomini e salverà me dalle insidie dei mentitori e degli empi “. Riguardo alle voci del Cielo non ha mai dubitato e non dubita. E va.

Imitate l’ubbidienza degli eletti e dei Prediletti che appare luminosa dalle due sante Messe di oggi e dalla ricorrenza di domani. Chi sa ubbidire regnerà. Perché se la carità è Dio, l’ubbi­dienza è segno di figliolanza da Dio.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

50.  Natura umana e divina
di Gesù
[125].

Demerito di questa generazione adultera e perversa[126].

1. Gesù non butta le perla ai porci.

Io vivo nella gioia dai primi dell’anno. Quanta gioia! Quante lezioni intime di Gesù nelle mie lunghe notti di inferma! Che amore! Dalla notte 2-3 la sua Mano mi ha levato quello spasimo che a nulla cedeva nel mio stomaco e poi… Stamane la dolce parabola dei due lumi. Ma se non mi dà ordine di scriverla non la scrivo. Egli ormai mi da molte lezioni segrete e soavissime, ma dice che è inutile che io le scriva. E io ubbidisco.

2. Natura umana di Gesù.

Dice Azaria:

«Anche oggi sono da contemplarsi due S. Messe, e lo farò con amorosa sollecitudine per lasciarti libera di fare ciò che il Signore ti ha detto.

Gli introiti delle due S. Messe cantano le due nature di Gesù Ss. In quello della S. Messa della Sacra Famiglia, ecco l’Umanità del Salvatore apparirci dalle parole: ” II padre del giusto esulti contento… possa gioire colei che ti ha dato alla luce “. Se è ” giusto ” il Salvatore, segno è che uomo è. Perché gli uomini, soltanto gli uomini, con la loro natura in cui la parte inferiore è in opposizione a quella superiore, hanno modo di potere con libera volontà essere o non essere, divenire o non di­venire dei ” giusti “.

Dio non può essere ingiusto essendo la Perfezione. Noi an­geli non abbiamo peso di carne e fomite di peccato, non abbiamo quindi che a vegliare per essere umili, ubbidienti e caritativi spi­ritualmente per servire con perfezione l’Altissimo Signore, Creatore nostro. Voi uomini avete invece la penosa e gloriosa pos­sibilità di essere giusti, ossia di lottare contro i fomiti della carne e contro le tentazioni e le concupiscenze di ogni natura. Questa lotta contro ciò che è male, forma la vostra giustizia. Perciò ” giusto ” è detto colui che opera con giustizia trionfando sopra le voci tentatrici e le tendenze della creatura umana. È giusto può essere perciò l’uomo.

Quindi se Gesù fu giusto, Gesù fu vero uomo, così come, se nacque da donna, fu vero uomo. Perché ciò che è spirituale non ha bisogno di un seno per formarsi, e ciò che è fantasma non ha bisogno di un seno per prendere aspetto.

Noi angeli ci mostriamo con la concretizzazione che ci da Dio per renderci sensibili ai vostri sensi pesanti, quando è ne­cessario di farlo, ma tu vedi che in linea di massima non è agli occhi che sono nella testa che noi ci presentiamo, ma alla vista spirituale, e parliamo al vostro udito spirituale, che ne godono entrambi, vista e udito, con la vivezza che ne avrebbero gli occhi e le orecchie materiali, e più ancora, perché mentre lo spirito vede e sente, giubila pure per la pace che seco noi portiamo. Così appaiono i Santi che il Signore Gesù manda quando giusto è farlo. E sempre a chi ne ha bisogno o lo merita. Ma lo fanno senza bisogno di rinascere da seno per formarsi ed apparire.

Gesù invece, vero Uomo, nacque da seno in tutto uguale ad ogni altro nato d’uomo[127], e si fece giusto per sua volontà di ser­vire il Signore Altissimo come giustizia è di fare da parte di ogni uomo[128].

Le controverse teorie sulle reazioni del Salvatore alle tenta­zioni e a ciò che circondava la sua Umanità non sta a me di com­batterle. Solo dico che sbagliano tanto gli eretici, che negano al Cristo una vera Umanità e che Egli abbia potuto avvertire ciò che è sensazione dell’uomo[129], come coloro che per una malin­tesa venerazione del Cristo ne fanno un Uomo nel quale la San­tità perfetta del Dio produceva una insensibilità fisica, morale e spirituale ad ogni evento[130].

3.  della divinità di Gesù.

Ma Egli stesso, se vorrà, parlerà su questo. A te basti com­prendere che le parole dell’Introito sono affermazione della sua vera Umanità così come in quelle dell’Introito della S. Messa dell’Ottava dell’Epifania è l’affermazione della Divinità dell’Uo­mo nato da Maria. ” Sopra l’eccelso trono vidi assise un uomo adorato da moltitudini di angeli salmodianti in coro: «Ecco Co­lui il cui impero è eterno ‘ “. Chi, se non Dio, può stare sul trono dei cieli ed essere adorato da angeli pur essendo uomo? E chi ha un impero eterno ed è Dio ed è Uomo, se non Gesù Cristo, il Salvatore?

Ecco dunque stabilita la duplice Natura del Messia bene­detto, del Cristo Redentore, di Colui che si è incarnato per sal­varvi, e che vi ha amato sino alla morte, e morte di croce, dan­dovi il suo Sangue per lavacro[131] e la sua Carne per cibo[132], dan­dovi la Sapienza con la sua Parola, e la salute per la potenza infinita del suo amore.

A chi ama totalmente va dato totale amore. Chi non è riconoscente non ha amore. Chi non ha amore non appartiene a Dio, e a Dio non tornerà.

4. La carità è il vincolo della perfezione

La riconoscenza porta ad amare non solo il benefattore ma anche tutto quanto forma il benefattore. Fra uomini non si tende forse a prendere le abitudini e i pensieri di colui che è, o sembra, il benefattore di un singolo o di un popolo tutto? Sì, così fate. E allora non dovete con maggior cura sforzarvi di assumere ciò che era nel vostro vero benefattore Gesù? Rivestitevi dunque, come dice l’Apostolo, di quanto rivestiva il Verbo Ss. che vi ha eletti a suoi seguaci. Siate santi. Amate come siete stati amati da Dio, amate Dio nel prossimo, avendo misericordia, benignità, umiltà, modestia e pazienza, sopportazione e perdono scambie­voli, pensando sempre che nessuno può dirsi tanto perfetto da potersi dire: ” Io non do perdono perché di perdono non ho bisogno.

Gesù era senza difetto alcuno, e perdonò a tutti. Dio è la Perfezione, eppure perdona a chi invoca perdono. Non vogliate essere da più del Salvatore e di Dio.

La carità è il vincolo della perfezione, è il sigillo su ogni creatura. Se manca la carità la creatura non ha il segno che le apre il Cielo. Il Tau è il segno dei redenti. La carità il segno dei santi. Membri del corpo mistico dovete amare come il Capo dì questo corpo ama. Se non amate non permanete nel corpo, e morite come parti di carne che si separano da ciò che le nutre, e cadono in atrofia e cancrena, con turbamento e dolore perché chi si separa dal vero Cristo si separa dalla sua pace.

5. Il vero Cristo.

vero Cristo non è la figura ideale e idealizzata che lenta­mente si è andata sostituendo alla vera in troppe coscienze le quali, o individualmente o collettivamente, si sono formato, se­condo ciò che a loro piace, un Cristo irreale che altro non è che il riflesso del loro stesso pensiero, più o meno lontano dalla verità. Il vero Cristo è quello che appare vivo nel Vangelo, un gi­gante di mortificazione, di bontà, di altruismo, di modestia, di eroismo, di disinteresse, un eroe dell’amore e del dolore, che ha fatto prima ancora di dire: “Fate”, e che ha nettamente det­to: ” Fate ciò che Io faccio… Siate perfetti… Non abbiate avi­dità… Non temete per la vostra vita, “

Questo è il Cristo. Il Cristo povero, il Cristo mite, il Cristo umile, il Cristo paziente, il Cristo instancabile, il Cristo volon­teroso, il Cristo ubbidiente, il Cristo martire, il Cristo che ama. Non già il Cristo dal quale l’odio, o l’estetismo, e anche il quie­tismo, potano tutti i rami robusti di ciò che è per l’azione spi­rituale, costituzione della materia, mortificazione dell’io, per non doversi dire: ” Egli era realmente grande. Egli è stato rudemente eroe. Egli è stato fortemente Maestro ed Esempio. E noi dobbia­mo imitarlo “.

Non è il Cristo sminuito in artistiche bellezze, in poetiche azioni, in placidi episodi dai quali esula ogni lotta. Egli è il Forte che lavora, si affatica, combatte contro Satana e contro le male tendenze degli uomini, si sfigura in fatica e sofferenza, e si tra­sfigura da Uomo in Martire di tutti i martiri, e da martire in Vincitore Divino.

Questo è il Cristo che tutto un mondo da 20 secoli vuole atterrare e non ci riesce, che tutte le eresie e i quietismi vogliono alterare, che le adorazioni malsane o imperfette tendono a ne­gare, credendo di confessarlo e di essere le uniche perfette e sane. Questo è il Cristo: Dio per Natura, Santo per volontà, Uomo per Nascita. Questo è il Cristo, l’Essere perfetto in cui è una trinità di perfezioni riunite. La Perfezione di Dio, la perfe­zione dell’Uomo, la perfezione dell’anima dell’Uomo-Dio. Nel Cristo il Verbo, ossia Dio come il Padre, nel Cristo l’Uomo, nel­l’Uomo l’anima piena di Grazia, ossia di Sé stesso ancora. Se si potesse dire che Dio, sempre perfetto, ha potuto una volta supe­rare Sé stesso, lo si dovrebbe dire contemplando la trina perfe­zione della Divinità, dell’Umanità, della Grazia, riunite nel Cristo in cui è la super perfezione di tutto ciò che è.

Un Dio che genera da Sé il suo Unico Figlio, e che di questa Figlio fa un giorno un Uomo, senza costringere il Divino a ser­virsi di un voler carnale per dare una carne all’Infinito. Un Uomo che per l’amore si forma come il diamante dall’igneo ca­lore del profondo. L’amore della Divinità e l’amore della crea­tura Immacolata che si uniscono, e, nella fornace caritativa, ge­nerano l’Amore degli amori, il Redentore di tutta l’Umanità. E mentre l’Immacolata cresce nell’inviolato seno il Primogenito, l’Onnipotente crea per Esso, al giusto momento, l’anima perfetta e senza macchia che può scendere a fondersi, al giusto momento, nella Carne, concepita per volere di Spirito Eterno e ubbidienza di creatura. E l’Uomo-Dio è nel Tabernacolo vivo degno di ospitarlo sino al suo dì natale.

6. Membra vive nel vivo Corpo mistico di Cristo

Questo è il Cristo che vi dice: ” Siate come Io sono. Siate perfetti”, e vi si propone a modello, perché sa che voi potete imitarlo se vi immolate totalmente alla carità come Egli alla Carità si è immolato. Perché questo è il segreto della perfezione e dell’imitazione di Gesù Cristo Signor Nostro: sapersi immola­re all’amore con Cristo e come Cristo, e per gli stessi scopi di Cristo[133], secondo la sua Parola di dottrina che è sapienza e grazia e che Egli vi ha dato e vi dà perché insieme ai Sacramenti vi sia Via, Verità e Vita e Luce come Egli è.

E — ricordando l’altra epistola dell’altra S. Messa — e così facendo veramente offrirete i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito al Signore, e sarà ” il ragionevole vostro culto “. Quel culto vivo che non è coreografia o inganno, quale sono tutte le cose del secolo, ma è vera e continua riforma dell’uomo vec­chio in uomo nuovo nel Cristiano, che è figlio di Dio e fratello del Cristo; quel, culto che è rinnovamento dello spirito che, volonteroso, dopo aver distinto per la ragione il bene e il male, e la volontà del Signore, ripudia il male e la volontà della carne, e sposa la volontà del suo spirito a quella di Dio, e quella segue perché buona, gradita e perfetta.

Con questo ” ragionevole culto “, che è imitazione vera del Signore Gesù, voi veramente sarete membra vive nel vivo Corpo mistico di Cristo e abiterete nel tempo e nell’eternità nella casa del Signore e nella sua pace.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo!»

51. 10° Comandamento. Non desiderare la donna, la roba altrui[134].

1. Desiderio della perfezione.

Dice Azaria:

«Grande lezione è nell’Epistola di S. Paolo. Lezione nella quale è resa manifesta la necessità del seguire il 10° Comanda­mento sin dall’infanzia e nelle cose tutte, per giungere alla giusti­zia anche nelle cose sante.

Perché, anima mia, si può essere ingiusti anche in ciò che è giusto. Non perché le cose giuste possano divenire ingiuste per sé stesse, ma perché l’uomo le può disordinatamente volere e praticare. E così delle cose sante. Il furto, o almeno il deside­rio smodato, concupiscente, del soprannaturale, è più diffuso di quel che non si creda, ed assume violenze e costanze quali neppur il furto materiale e il desiderio smodato assumono.

La concupiscenza di essere simile a Dio, non perché tale desiderio venga da conoscenza della vostra sorte e da amore che spinge al raggiungimento di una perfezione che vi fa dèi, ma per orgoglio, è la stessa concupiscenza di Lucifero. E dal Ri­belle, come ha preso la forma e la violenza, ha preso la tenacia.

Il Ss. Maestro vostro vi ha detto: ” Siate perfetti come il Pa­dre mio”. Perciò non è colpa ma ubbidienza tendere a questa perfezione che vi fa somiglianti al Padre vostro. Ma la perfezione seco porta giustizia. E nella giustizia è solo amore. Nella giu­stizia e nell’amore è sempre umiltà e sapienza. E nella umiltà e sapienza il desiderio di essere somiglianti a Dio non è confuso con l’orgoglio e l’ignoranza di volerlo essere in potenza e in in­finità, per fare le cose che Egli fa, e più ancora, superandolo, do­minandolo, detronizzandolo, dicendo: “Io sono”, come tentò di fare Lucifero e come disse Lucifero, ma resta puro, resta amore, null’altro che amore. Amore che spinge i figli ad imitare il Pa­dre e il Fratello divini, per essere perfetti nella bontà e carità. In queste. Non nella sete di fare le opere stupende che fa Dio Creatore e Signore del Cielo e della Terra.

2. Neo fariseismo.

Eppure, a fianco degli atei che bestemmiano Dio negandolo, e dei razionalisti che lo bestemmiano diminuendolo, dei molti eretici che lo bestemmiano mutilandolo, degli indifferenti che lo bestemmiano non ricordandolo — categorie di uomini che i catto­lici che si credono perfetti, non osservandosi prima di giudicare gli altri per vedere se qualche trave è nella loro pupilla (e se lo facessero vedrebbero che, se non un trave maestro, è nel loro occhio almeno un fuscello, ed è già sufficiente per avere la vista offuscata) giudicano severamente, scandalizzandosi di esse — sono altri peccatori, e proprio del peccato di concupiscenza spi­rituale. E sono proprio nelle schiere dei cattolici che si credono ferventi, e lo sono a modo loro. Lo sono. Ma con ingiusto fervore, con impuro fervore, con disordinato amore. Al tempo di Gesù Signor Nostro essi sarebbero stati nelle schiere dei farisei. Adesso sono nelle schiere di coloro che sono i disordinati nella religione.,

E sono tanti. Sono tutti quelli che — soltanto perché non lasciano passare giorno senza recarsi alla chiesa, e rispettano l’astinenza e il digiuno ad ogni costo, anche a quello di trascu­rare il marito o la moglie o la prole e favorire cosi in essi libertà che dovrebbe essere cura di un buon cattolico di impedire che sorgano, o mancando alla carità verso un malato, dimentichi che l’assistenza a chi è infermo è, per la misericordia praticata, rito di onore e di amore a Dio che è nascosto nel malato stesso — e sono quelli che, perché fanno questo, per la loro anima, han­no una religione disordinata. Disordinata perché egoista. Disor­dinata perché sitibonda di lodi dagli uomini che vedono il loro fervore (esterno) la loro giornaliera preghiera (esterna). Ma Dio vede anche l’interno, dei cuori e delle cose. Vede il movente vero di tante pratiche. E vede le conseguenze di queste pratiche tutte esterne. E non approva. Perché Dio è Amore e Ordine, e vuole ordine e amore in tutte le cose.

3. Legge dell’amore.

Quando il Maestro Divino fu interrogato dallo Scriba qual fosse il più grande precetto rispose: ” Amare Dio con tutte le proprie forze, coll’anima, il cuore e l’intelletto, e amare il pros­simo come noi stessi “, e insegnando disse ai discepoli che ai giudicati nel Giudizio finale che gli chiederanno quando mai lo videro affamato, sitibondo, pellegrino, ignudo, infermo o carce­rato. Egli risponderà: ” Ciò che non faceste ad uno di questi non lo avete fatto a Me “.

La Sapienza vuole l’amore in tutte le cose e nella pratica di tutte le cose. Non chiede l’esteriorità dell’atto ma l’anima del­l’atto. Andare per le chiese, trascurando il dovere di sposo o spo­sa, padre o madre, figlio o fratello, e portando l’uomo o la donna alla bestemmia e all’ira, il figlio o il fratello alla dissipazione, la figlia a libertà di amicizie e contatti dannosi, non è onorare Dio. Il tempo, quando lo si sappia usare, basta a tutte le cose, se si congiunge a vero spirito di carità e di sacrificio. E Dio, che è giusto, ha messo obblighi giusti per il culto, appunto per tempe­rare le necessità e gli stimoli delle creature e delle anime. La Chiesa ha avuto la stessa giusta misura. Tutto il resto è un sopra più che va usato quando e come le circostanze lo permet­tono, evitando che un merito proprio provochi un danno ad al­tre anime. Che se così fosse, il merito sarebbe annullato dalla responsabilità dell’ira o del peccato sorto in altri cuori.

4. Concupiscenza spirituale.

Siate giusti, o cattolici, se volete essere perfetti. Siate giusti, se volete veramente essere di Dio. Amate con perfezione. Aman­do, per amare il Padre vostro, onorandolo per amore, non per l’utile che ve ne può venire. Altrimenti, se deste onore per aver­ne utile ” sareste simili ai Gentili e ai peccatori “. Se foste ferventi solo per avere alla vostra morte subito premio, io ve lo dico che lungamente espiereste il vostro egoismo nel Purga­torio.

Orbene, siccome il disordine genera confusione, così fra que­sti cattolici che umanizzano, dirò così, lo spirituale culto che ha nome religione, e che è amore, e ne deviano perciò la rettezza e ne alterano la natura e bellezza, sono proprio i concupiscenti spirituali dei quali parlavo in principio, così numerosi fra i cat­tolici, così fuori dalla giustizia, dall’umiltà, dall’amore vero. In loro è colpa verso il 10° comandamento, e colpa di superbia, avarizia, invidia. Sorge in loro l’abito a questi vizi capitali, perché non spezzano subito la mala erba della concupiscenza spirituale che è nata in loro per un disordinato amore.

A questi si indirizza particolarmente l’Apostolo come a ma­lati che devono essere avvisati della loro malattia e curati de­nudando la piaga, e anche si indirizza a quelli che, non essendo ancora malati, possono cadere in malattia, o a chi, sanissimo, anzi già rivestito delle ricchezze salutari di Dio, può cadere in peccato di avarizia e superbia, e perciò ammalarsi e morire.

5. Ministero carismatico.

” Avendo noi doni differenti secondo la grazia che ci è stata data… ” Ecco. Ognuno faccia ciò che Dio ha dato a lui da fare, e lo faccia ” con ilarità ” di spirito e carità grande. Perché se avrà carità avrà anche ilare il cuore, essendo unicamente l’odio che da tristezza di spirito perché genera il peccato e separa da Dio.

Perciò nessuno invidi chi ha la profezia e appetisca ad essa e, pur di apparire ” voce “, simuli o accolga le voci tenebrose, sempre pronte a prestarsi per accarezzare l’orgoglio dell’uomo e contentarlo per portarlo alla perdizione. Non faccia mai ciò il cristiano, perché simulazione e commercio con Satana sono pec­cati orrendi agli occhi di Dio.

E chi ha missione di ” voce ” non insuperbisca o non sia avaro ai fratelli dei tesori di Dio, ma insegni e distribuisca con prudenza e semplicità. Ci sono mille modi di farlo senza man­care alla carità e alla prudenza e al rispetto alla S. Chiesa do­cente

L’esempio, anzitutto, sia la parola delle ” voci “. Esempio in ogni virtù. Poscia sia la parola che sa ripetere a tempo e a luogo le sapienze ricevute, ” offrendo, rendendo grazie ” del pane e dei pesci da spezzare e distribuire ” a questo popolo che non ha da mangiare e del quale si sente pietà “. Distribuire l’anima delle parole avute, il succo di esse a chi langue — perché, stanco del solito cibo o troppo languido per assimilare il cibo eccessi­vamente speziato o eccessivamente sciapito che il rigorismo o la tiepidezza di troppi pastori idoli spezza alle turbe, non si ac­costa alle mense sapienziali — non è peccare contro la pruden­za e l’ubbidienza a Dio e alla Chiesa. Pecca forse una donna che offre la mammella alla bocca del poppante? Non pecca. Ma se facesse lo stesso atto verso un adulto, per riceverne lussurioso amplesso, ecco che peccherebbe. Ugualmente è in questo caso. Chi dicesse: “lenite, prendete da me, perché io sono forziere di Dio e ho per tutti. Venite, lodatemi per la mia gloria “, offende­rebbe la giustizia. Ma chi come acqua nascosta, che sale da una sorgente segreta e umilmente trasuda i suoi umori a ristorare le piante vicine che bevono la vita senza neppur conoscerne lo strumento, da a questo il succo che corrobora, all’altro quello che placa, all’altro quello che illumina, all’altro quello che guida, oh! non pecca già, e Dio benedice la sua fatica perché essa è data a ” provvedere ai bisogni dei santi ” e a ” praticare l’ospi­talità ” ai fratelli. Quella misericordia dalle molte facce che vi incoronerà con la corona degli spiriti da voi salvati e vi farà dire dal Giudice: ” Venite alla mia destra e prendete possesso del mio Regno che è preparato per voi sin dalla fondazione del mondo”.

6. Servi della giustizia

E infine, o voi che soffrite per essere servi della giustizia, ” benedite quelli che vi perseguitano “. Sono, già ve l’ho detto altra volta, i principali autori del vostro trionfo eterno. Amateli dunque perché, volendo spogliarvi della veste del vostro mini­stero terreno, vi tessono la veste incorruttibile degli eletti di Dio in eterno.

Amate sempre: i nemici che per i cristiani non sono nemici ma semplicemente poveri folli che vanno compassionati perché non sanno ciò che fanno, i felici e gli infelici, rallegrandovi con chi gioisce, piangendo con chi piange, come se gioia o dolore altrui fosse vostra gioia o vostro dolore.

E, tornando al tema iniziale, siate tutti spogli della concu­piscenza spirituale ” non aspirando alle cose alte, ma adattan­dovi alle umili ” sempre contenti della vostra missione, quale che sia, godendo che altri abbia più di voi, benedicendo Dio per ciò che vi da, umilmente pregandolo, se è cosa eccelsa, di saperla degnamente usare per la sua gloria e per la salute del prossimo vostro.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

Ministri e porta voci.

7. Dignità del S. Sacrificio.

Dice Gesù:

«Avrei potuto parlare prima per darti questa gemma, o mio piccolo Giovanni. Ma tale è la dignità del S. Sacrificio, troppo poco conosciuto per ciò che è da troppi cristiani cattolici, che ho dato la precedenza alla spiegazione di esso. Ed è questa la I lezione che do a molti, parlando eccezionalmente in dì festivo e su un brano evangelico che ho già trat­tato secondo l’insegnamento consueto.

8. Grande è la dignità del Portavoce

Quando un sacerdote, o una voce parla, in nome di Dio e per ordine di Dio, quando si ubbidisce ad un precetto, Io che sono il Signore taccio *[135], perché grande è la dignità di un maestro che parla in mio Nome e per ordine mio, e grande è la dignità di un rito, grandissima quella della S. Messa, rito dei riti così come l’Eucarestia è il Sacramento dei Sa­cramenti[136].

9. Il miracolo della moltiplicazione della Parola.

Or dunque ascolta, o mio piccolo Giovanni.

Ti ho detto molto tempo fa — eri al luogo di esilio[137] e soffrivi come solo Io so quanto — che ogni brano ed episodio evangelico è una miniera di insegnamenti. Ricordi? Ti avevo mostrato la IIa moltiplicazione dei pani e ti avevo detto che come con pochi pesci e pochi pani avevo potuto sfamare le turbe, altrettanto i vostri spiriti possono essere sfamati al­l’infinito dai pochi brani che sono riportati dai 4 Vangeli. Infatti sono 20 secoli che di essi si sfama un numero incalcolabile di uomini. Ed Io, ora, attraverso il mio piccolo Giovanni ho dato aumento di episodi e pa­role perché veramente l’inedia sta per consumare gli spiriti e Io ne ho pietà. Ma anche da quei pochi episodi dei 4 vangeli vengono da 20 se­coli pane e pesci agli uomini perché ne siano saziati e ne avanzino an­cora. Tutto ciò fa lo Spirito Santo che è il Maestro docente sulla cattedra dell’insegnamento evangelico.

10. Il Maestro docente della Parola.

” Quando sarà venuto il Paraclito egli vi ammaestrerà in ogni vero e vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto quanto ho detto”, in­segnando lo spirito vero di ogni parola, di ogni lettera dell’episodio. Per­ché è lo spirito della parola, e non la parola in sé, che dà la vita allo spirito. La parola incompresa è suono vano. È incompresa quando è solo vocabolo, rumore, non “vita, seme di vita, scintilla, sorgente” che mette radici, accende, lava e nutre.

[…]

Ed in te, e per sempre, il mio Corpo e il mio Sangue siano quelle Cose preziose e incorruttibili per le quali, come dice Simon Pietro, sei stata riscattata affinché tu esalti le virtù di Colui che dalle tenebre ti chiamò all’ammirabile sua Luce[138].

La mia Pace a te, piccola sposa, anelante all’Amore. La pace a te. La pace a te. La pace a te».

52. “Vincere il male operando il bene”[139].

Dice Azaria:

1«Breve lezione dato il tuo stato. E dovrebbe essere tutta per te perché veramente la tua umanità, continuamente messa a prova dalle altrui umanità non buone, potrebbe desiderare di vendicarsi. No, anima mia. Tu vedi che Dio fa già le sue vendette e le tue parti sono sue. Perciò lasciali fare. E tu ” vinci col bene il male”. Se poi non saranno vinti, i carboni ardenti saranno sul loro capo mentre tu arderai delle mirifiche fiamme dell’amore.

Ma per tutti ecco la lezione di Paolo. Lezione di umiltà, di carità, di pace e di misericordia.

Siate saggi per amore di Dio solo, non per averne lode dagli uomini e tanto meno da voi. Nessuno è buon giudice di sé stesso o dei fratelli; perciò non giudicate né voi stessi né i fratelli. C’è chi giudica per tutti. Ma il bene vostro non sia unicamente fatto per voi, ma la vostra vita sia come una luce nel mondo, una luce buona che illumina e invoglia altri a fare ciò che voi fate e che persuade molti alla santità della Religione.

”Vedete come si amano?! ” dicevano i pagani dei primi cri­stiani. Fate che lo si dica anche ora. Pensate che è più lesiva alla religione l’apatia, i difettucci continui, o le ipocrisie aperte dei falsi o deboli cristiani, delle pugnalate violente dei nemici di Dio. La religione e la Chiesa sono lese dalla tiepidezza dei fe­deli più che dall’aggressione dei nemici.

Non fate della confessione un’arma di partito. Vedete ciò che avvenne quando Israele fece della confessione ebraica uno strumento politico. Non date mai le cose sante per usi profani. Ma sibbene siate santi anche nella vita pubblica perché non pre­valgano le forze oscure e sia difesa la morale e la Fede.

Operate. Senza clamori inutili, ma con fatti reali e buoni. Non odiate, ma perdonate e abbiate amico Dio, che senza Dio inutilmente vi agitate per fare. Siate cristiani, in una parola. Sempre. In tutto. Non ci sono due vite: quella delle ore di culto e l’altra usuale. Ve ne è una sola, e non potete essere veri cri­stiani se lo siete solo per l’ora della chiesa. Cristiani nella casa e nell’ufficio, ai negozi e agli svaghi, negli affetti e nei guadagni, onde non sia la vostra vita una menzogna che Dio guarda con sdegno.

Il piccolo Giovanni è oggi sfinito. Carità al suo languore. E ugualmente sia gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

53. La conquista del Regno[140].

1. Vittima torturata.

Dice Azaria:

«Nella tua lunga passione, nella quale nessuna sofferenza» di tutti i generi, ti è stata risparmiata, e carne, sangue, intelletto, cuore, spirito, tutto, ha dovuto atrocemente soffrire, quante vol­te sei stata nella condizione di gridare: ” Salvami ” al tuo Si­gnore, unico pietoso verso te, vittima torturata. La più vera epigrafe da scrivere sulla tua vita e sulla tua tomba è questa: ” Mi accerchiarono dolori di morte, i dolori d’inferno mi attor­niarono, e nelle mie angustie invocai il Signore, ed Egli, dal suo tempo santo, mi esaudì “. E andrebbe completata con l’altro versetto del salmo che non è nella S. Messa liturgica di oggi Settuagesima, ma è nella tua Messa, o vittima immolata, e che, unita alla prima frase testimoniante il tuo dolore, testimoniereb­be come Dio, solo Dio, ti ha amata, porgendoti la mano a trarti fuori dalle grandi acque. Questa frase: ” II Signore fu il mio sostegno. Mi trasse al largo. Mi salvò “.

Anima mia, leggi oggi il salmo 17 di Davide. È per te pro­fetico. E le parole del salmista ti siano preludio al gaudio. Leg­giamo Paolo, confortatore ed esempio dei lottatori per amore di Dio.

2. L’atleta nello stadio.

Con giusto paragone l’Apostolo dice che la vita del cristiano è una spirituale vita di atleta nella grande arena della Terra, du­rante il giuoco più o meno lungo della vita umana per conqui­stare il premio che spetta ai vincitori. E, sempre molto giusta­mente, fa notare che i corridori negli stadi si sottopongono ad ogni sorta di astinenze per un incerto premio, perché uno solo dei corridori lo vince, e per un premio corruttibile che, per quanto possa essere di valore, non dura che un tempo relativo, men­tre coloro che lottano per ottenere il premio eterno sono certi di ottenerlo, tutti, poiché Dio è buono e da premio anche a chi non è il primo atleta, ma con tutte le sue forze e con tenace vo­lontà fa quanto è capace di fare per ubbidire a Dio, né cessa dopo un tempo il premio del Signore, ma dura per l’eternità.

Queste considerazioni devono spronare i cristiani ad imi­tare gli atleti degli stadi per mantenersi lo spirito forte e agile, per aumentarne la forza, l’agilità, la resistenza alle insi­die avversarie per ottenere la corona incorruttibile della gloria celeste.

3. Le vie della perfezione.

Non tutti i cristiani possono avere una stessa forza nella lotta, né vi è un sol modo per giungere alla vittoria che è il fine. Chi è austero di una austerità così assoluta che le piccole anime ne hanno paura; chi è così soprannaturalmente umano — mi si lasci dire queste parole — dandovi un esempio soave di virtù che ogni altro uomo, anche il più debole nell’eroismo soprannaturale, può imitare. Una virtù soave di fanciullo, la quale però per la sua costanza e perfezione non è meno crocifiggente la vo­lontà della carne della grande santità piena di atti di penitenza e di austerità straordinarie dei giganti spirituali. E, vedete? La S. Chiesa, materna e sapiente, chiama eroico l’asceta dai gesti potenti che sgomentano le piccole anime ed eroico il piccolo che fa bene, alla perfezione, le piccole cose.

Veramente non c’è differenza in Cielo tra coloro che si sono macerati con penitenze inaudite e quelli che per cilizio hanno usato soltanto l’aderenza amorosa, umile, costante a tutto che abbia aspetto di volontà di Dio, o attraverso i comandi espliciti del Signore e della S. Chiesa, o a quelli dei superiori e famigliari, o alla rassegnata accettazione dei fatti quotidiani, accolti con amore, eseguiti con amore, consumati con amore, perché in tutti si riconosce un volere di Dio per santificazione dell’anima.

La lima sorda e continua dell’ubbidienza amorosa è martirio non inferiore a quello delle flagellazioni; la spogliazione della propria volontà non è di minor valore soprannaturale della spo­gliazione dalle ricchezze per abbracciare uno stato religioso; la rinuncia alla vita, offerta silenziosamente e volontariamente per i fini di Dio e conversione dei peccatori, non è inferiore alla ri­nuncia della libertà materiale per l’entrata in un chiostro.

Sufficiente per rendere uguali gli atleti dei molti esercizi che si giuocano nello stadio della vita terrena è il mezzo e il fine: l’amore per conquistare l’Amore, premio e corona eterna dei lot­tatori e vincitori spirituali.

4. Regola del buon lottatore.

” Io poi corro in questa maniera, e non come a caso; così combatto e non come chi batte l’aria; ma tratto duramente il mio corpo e lo costringo a servire, affinché, dopo aver predicato agli altri, non diventi reprobo io stesso “.

Tutta la regola del buon lottatore e del buon maestro di lotta è in queste parole. Correre non a caso. Quante anime, con impulsi buoni ma senza riflessione, corrono disordinatamente, ossia sino ad esaurire le forze in uno sforzo saltuario, per poi giacere inerti lasciandosi superare da quelli che con costanza si allenano, con ordine si preparano, e tutto fanno con costanza e con ordine, fortificandosi così per il grande cimento che supe­rano felicemente perché preparatisi ad esso con continuo eser­cizio.

Non correre a caso perciò, ma su norme sicure. Non com­battere a vuoto, per non faticare facendo soltanto un inutile sfoggio di gesti per essere notato e lodato. Anche i pazzi sanno agitarsi contro i fantasmi dei loro deliri. Ma nessuno potrebbe dire che il pazzo è un atleta meritevole di premio. Anche i mimi fingono azioni contro supposti avversari. Ma nessuno potrebbe coronarli altro che come mimi, ossia come abili simulatori del vero. In Cielo non entrano né simulatori né deliranti, per essere stati tali. Può entrare il mimo, se giù dalla scena condusse una vita vera di santità, e può entrare il folle se, avanti la sua follia, fu un giusto perché la malattia è sofferenza e non colpa; ma in Cielo si entra per meriti reali, non per scene vane.

5. I nemici dell’anima.

Lottare perciò veramente contro gli avversar! silenziosamen­te, nel segreto stadio dell’io, là dove lo spirito ha contro la carne, il demonio e il mondo, ha contro la concupiscenza triplice, le se­duzioni, le tentazioni, le violenze, le reazioni alle violenze, tutto. È una lotta continua e tenace, un corpo a corpo coi diversi ne­mici sempre risorgenti in voi e intorno a voi. Una lotta nella qua­le non solo lo spirito combatte. Ma lo stesso corpo deve combatte­re contro sé stesso, servendo gli ordini dello spirito. La carne che deve punire sé stessa, negare a sé stessa i satollamenti che essa esige per le sue fami, la carne che da sé stessa deve mettersi in catene per frenare le sue smanie di puledro selvaggio, o di fiera furente, o di serpente strisciante, o di immondo animale, che vorrebbero correre ai pericoli, assaltare, sibilare, o avvoltolarsi nel fango. Le imprudenze, le ferocie, le menzogne, le lussurie del­la carne. Contro questo va combattuto. E contro gli immateriali, ma non meno violenti nemici, che vengono dall’io mentale, e che sono le cupidigie, le superbie, le accidie. Ecco così che l’individuo umano, fatto di materia e fatto di pensiero, è costretto a servire allo spirito che è la parte eletta dell’uomo.

6. Il falso maestro provoca rovina.

Così deve essere acciò ” dopo aver predicato agli altri ” l’uo­mo, che si atteggia a maestro di altri, ” non diventi reprobo lui stesso ” dando uno scandalo quale non è dato da quelli che aper­tamente dimostrano di non avere fede. Perché gli occhi del mon­do sono fissi su coloro che si erigono a maestri, e se il mondo vede in essi una regola di vita contraria alla perfezione che inse­gnano, crollando il capo conchiude: ” Non deve essere vero ciò che insegnano, non deve essere Dio, né premio, né castigo, né altra vita, né giudizio, altrimenti essi farebbero diverso di ciò che fanno “. Ed ecco che un falso maestro provoca una rovina maggiore di un sincero miscredente, e non solo non converte i peccatori ma fa gelare del tutto i tiepidi, intiepidisce i ferventi, scandalizza i giusti che, almeno nel loro interno, non possono fare a meno di avere un giudizio severo su questi maestri idoli.

7. La conquista del Regno.

” I vostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversa­rono il mare, tutti mangiarono Io stesso cibo spirituale e tutti bevvero la stessa spirituale bevanda… ma non in gran numero di essi Dio si compiacque “.

Altra grande lezione. Non è sufficiente avere il Battesimo e gli altri divini aiuti per essere salvi e gloriosi, ma ci vuole la buona volontà. Perché il possesso del Regno eterno non è dono gratuito ma è conquista individuale mediante lotta continua. Dio aiuta. Senza il suo aiuto l’uomo non vi perverrebbe, perché ha dei nemici spietati contro di sé a contendergli la via del Cielo: il peccato e i suoi fomiti, la carne, il mondo, e il Maledetto che non dà tregua. Ma è l’uomo che deve volere il Cielo. Il libero arbitrio non è lasciato per la rovina dell’uomo; se lo fosse, solo per questo Dio avrebbe fatto un dono non buono all’uomo, e Dio non fa cose non buone. Ma è stato lasciato anche e soprattutto per volere la salvezza, ossia il Cielo, ossia Dio.

Fate dunque che con la protezione della nuvola, con la tra­versata del mare profondo, con i cibi e le bevande che vi sono date: la protezione di Dio, il superamento della pericolosa bar­riera della Colpa d’Origine con tutte le sue conseguenti lesioni all’uomo, con la Grazia e i Sacramenti: cibi e bevande di immi­surabile potere, voi tutti possiate mantenervi tali che Dio di voi si compiaccia.

8. L’aiuto di Dio.

Compiacenza di Dio è aiuto di Dio nel tempo del bisogno e della tribolazione. Compiacenza di Dio è ricordo del Padre in favore del suo povero figlio paziente e fedele. Compiacenza di Dio è forza opposta al prevalere dei malvagi contro i figli fedeli che sanno, anche nelle loro debolezze involontarie, non perdere fidu­cia, umiltà e amore, e gridano: ” Dal mio profondo io grido a Te… Se guardi alle colpe chi potrà reggere? Ma presso Te è la misericordia e per la tua legge confido in Te” e, dopo aver lot­tato e gemuto sempre fedelmente e amorosamente, possono addormentarsi in pace dicendo le parole che si leggono nell’altra S. Messa di oggi, Purificazione di Maria Ss.: ” Ora lascia che il tuo servo se ne vada in pace ” perché ” ho combattuto la buona battaglia, son giunto al termine della corsa, ho conservato la fede e non mi resta che ricevere la corona di giustizia ” che la tua mi­sericordia, molto più grande del tuo rigore, ha in serbo per quel­li che con tutte le loro capacità ti hanno amato e servito.

Tal sia di te, anima mia che ho ammaestrato per le 52 S. Mes­se domenicali. Il ciclo è compiuto. Ma la buona amicizia resta né ti mancherà la mia parola per guida e conforto. Festoso andrò a prostrarmi a Dio per ricevere perle di sapienza per te, e godremo insieme, io dandotele, tu ricevendole, nell’ammirare i te­sori che Dio da a quelli che lo servono con tutto sé stessi. E loderemo il Signore. Lodiamolo, rendendogli grazie di tutto e cantando con tutto il Paradiso e i giusti della Terra: Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

54. Esperienza del fuoco della carità perfetta[141].

1. Dolcezze e promesse di Gesù benedetto.

Segno oggi ciò che è la mia gioia da ormai tre giorni. La notte fra il 12 e il 13, mentre spasimavo tanto per la polineurite che mi turbava anche il cuore, mi si presentò Gesù col suo Ss. Cuore scoperto in mezzo al petto e tutto circondato da vibranti fiamme più luminose dell’oro. Mi dice: «Vieni e bevi» e avvicinandosi al letto, di modo che io potessi porre la testa sul suo petto, mi attirò a Sé premendomi la bocca sulla ferita del suo Cuore e premendo con la sua Mano il Cuore perché scaturisse copioso il Sangue. E io, la bocca premuta contro i margini della ferita divina, ho bevuto. Mi sembrava di essere un poppante attaccato alla materna mammella.

Mentre, stavo per succhiare pensavo che avrei sentito il sapore del Sangue come quella volta che Gesù mi fece bere ad un calice colmo del suo Sangue. Ricordo ancora quel sapore, quel liquido un poco spesso e glutinoso, quell’odore caratteristico del sangue vivo. Ma invece, sin dal primo sorso che mi scese in gola, sentii una dolcezza, una fragranza quale nessun miele, o zucchero, o altra cosa che dolce sia e aromatizzata, può avere. Dolce, fragrante, più dolce di un latte materno, più inebriante di un vino, fragrante più di un balsamo. Non trovo parole per dire ciò che mi era quel Sangue!

2. Le fiamme dell’amore divino.

E le fiamme? Nell’accostarmi avevo un poco paura di quel fuoco. Sentivo in distanza il calore vivo di quelle fiamme vibranti, e più Gesù a Sé mi attirava e più mi pareva di andare presso una fornace ardente, ed io del fuoco ho paura. Non sopporto nessun più lieve calore. Ma quan­do fui col capo contro il Cuore Divino, e perciò avvolta fra le cantanti fiamme — perché esse vibrando mandavano come delle note melodiosis­sime, per nulla simili al borbottare e fischiare della legna sui focolari o al raglio degli incendi divampanti — sentii le lingue di fiamma carez­zarmi le guance e i capelli, insinuarsi in esse, dolci e fresche come vento d’aprile, come raggio di sole in un rugiadoso mattino d’aprile. Sì, proprio così.

E mentre gustavo queste sensazioni soavi pensavo — perché questo ha di bello la mia estasi: che mi permette di riflettere, di analizzare, di pensare a ciò che provo, e di ricordare poi; non so se ad altre estasi av­venga così — mentre gustavo così, avvolta fra le fiamme del Cuore Divino, pensavo che così dovevano essere le fiamme in mezzo alle quali passeggiavano cantando i tre fanciulli dei quali parla Daniele: ” Egli rese il centro della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno di rugiada”. Sì, proprio così! Il vento fragrante del mattino, nella luce soave del primo sole!

2. Premio al fedele servizio.

E Gesù, dopo avermi tenuta a lungo sul Cuore, contro il Cuore perché bevessi, mi staccò di là tenendomi il capo fra le mani, alto levato verso di Lui curvo su me, onde, se io non bevevo più al suo Cuore e se non ero più avvolta nelle fiamme vive, bevevo il suo alito e le sue parole ed ero avvolta nel fuoco del suo sguardo; mi disse:

«Ecco: in questo differisce ogni fuoco, anche quello purgativo, dal mio fuoco. Perché questo mio è di carità perfettissima e non fa male neppure per fare del bene. E questo è il fuoco che Io serbo per te. Que­sto solo. Ecco ciò che è per te il mio amore. Fuoco che conforta e non brucia, luce, armonia, carezza soave. Ed ecco ciò che per te è il mio San­gue: dolcezza e forza. Ed ecco ciò che Io faccio per te, a compensarti degli uomini. Ti spremo il mio Sangue come una madre fa col latte al suo nato, tu, figlia mia! Così Io ti amo!»

Da allora queste parole e questa visione si ripete giornalmente ed ora Gesù vi aggiunge sempre queste parole:

«E così ci ameremo in avvenire. Questo è ciò che ti darò in premio del tuo fedele servizio. Questo il tuo futuro sinché vivi in Terra. Dopo sarà l’unione perfetta».

Questa mattina se ne accorse anche P. Mariano, venuto a portare la S. Comunione, che ero lontana dalla Terra più che dalla stessa non lo sia il sole. Ero in Gesù, a bere il suo Sangue e ad allietarmi nel fuoco del suo amore!…

4. Fedeltà di Gesù.

Anche giorni fa — e precisamente il 14 marzo, mio 50° compleanno — mentre io mi dicevo, dopo aver avuta una visione nella quale Gesù diretto a Gerusalemme andava cantando i salmi, così come fanno i pel­legrini d’Israele: «Come mi mancheranno questi canti, dopo, quando sarà finito il Vangelo! Che nostalgia del canto perfetto di Gesù! E dei suoi sguardi quando parla alle turbe o ai suoi amici!», Egli mi appari dicendomi:

«Perché dici questo? Puoi pensare che Io te ne privi perché tu hai ultimato il lavoro? Io sempre verrò. E per te sola. E sarà ancora più dolce perché sarò tutto per te. Mio piccolo Giovanni, fedele portavoce, non ti leverò nulla di ciò che tu hai meritato: vedermi e sentirmi. Ma anzi ti porterò più su, nelle pure sfere della pura contemplazione, avvolta nei veli mistici che faranno tenda ai nostri amori. Sarai unicamente Maria. Ora dovevi essere anche Marta perché dovevi lavorare attivamente per essere il portavoce. D’ora in poi contemplerai soltanto. E sarà tanto bello. Sii felice. Tanto. Io ti amo tanto. E tu mi ami tanto. I nostri due amori!… Il Cielo che già ti accoglie! Viene la bella stagione, o mia Tortorella nascosta. Ed Io verrò a te fra il vivo profumo delle vigne e dei pometi[142] e ti smemorerò del mondo nel mio amore…»

Oh’ non si può dire ciò che è questo!


S O M M A R I O

L’angelo custode.

1. Introduzione

1. Titolo

2. Autore e scrittore

3. Luogo e tempo di composizione

4. Contenuto

5. Destinatari

6. Giudizio

7. Conclusione

2. Lezione sull’umiltà delle voci.

1. L’umiltà negli strumenti di Dio.

2. I doni gratuiti di Dio.

3. L’angelo custode.

4. Esempio di S. Paolo.

5. Pregare per non cadere in tentazione.

6. Carisma di Maria Valtorta.

3. La difesa, il pascolo i granai  del popolo di Dio

La difesa

1. La parola di Dio è nutrimento.

2. Il nome di Dio è difesa

3. L’età perfetta è la Carità profeta.

Il pascolo.

4. Il pascolo celeste: Luce e Carità.

5. Il pascolo terrestre: Luce e Verità.

6. La Volontà di Dio.

I Granai.

7. Mistici granai per chi ha fame.

8. Mezzi per nutrire, salvare, santificare.

4. Promessa Trinitaria alle “Voci”

Il nostro Signor Iddio Uno e Trino.

1. Dio Uno e Trino.

2. L’amore di Dio Padre.

3. La promessa di Dio Figlio.

4. La promessa dello Spirito Santo.

Gratitudine e buon uso delle promesse

5. Non ricevere invano l Grazia di Dio.

6. Come esplicare il dono totale.

7. Tu lo sai ciò che sei.

5. Le anime vittime sono  “stirpe dei Santi”

1. L’angelo e l’anima vittima.

2. L’amore di Dio per le sue anime.

3. “Della stirpe dei santi”

4. Le guide delle “piccoli voci”

5. Il morso delle fornicazioni con Satana.

6. Dominio di sé.

7. Il sacrificio di lode.

6. Angeli, Verità, consigli.

L’Arcangelo Gabriele

1. Luce in forma d’angelo.

2. L’Angelo del Getsemani

3. L’Angelo confortatore.

4. L’Arcangelo delle gioie celesti.

Importanza dell’ubbidienza, della carità e della verità.

5. Lo spirito si evolve nella misura della ubbidienza e la carità.

6. Le restrizioni mentali sono menzogne.

7. Il potere della verità.

8. La verità non si insozza coi compromessi.

Le anime “voci” di Dio.

9. Sono prigioniere ma libere

10. Sono ricche delle compagnie celesti.

Misteri angelici.

11. Ciò che fa grandi gli angeli.

12.  virtù degli angeli.

13. Le ore e luoghi dove operano gli angeli.

14. Il tremendo segreto mai rivelato.

Programma del cristiano.

15. Imitare Dio nelle sue perfezioni.

16. Vivere nell’amore.

17. Bandire le impurità di qualsiasi natura.

18. L’ira di Dio è sugli increduli.

19. “Ben più tremendo del segreto di Fatima”.

7. La Chiesa la Gerusalemme terrena.

La Chiesa Apostolica

1. È la Gerusalemme terrena.

2. È la dimora di Dio sulla Terra.

3. È la sorgente delle mistiche acque.

4. I figli della Madre Chiesa.

5. Multiforme martirio delle care “voci”

6. Incarcerati martire della carità verso Dio e verso il prossimo.

7. La Grazia di Dio è la vostra consolazione.

I figli della Libera e i figli della Schiava.

8. I figli hanno immagine e somiglianza del loro padre.

9. I figli della schiava.

10. La novella Agar: l’Umanità schiava di Satana.

11. I figli della libera.

8. Vocazione dei Portavoce e Vittime

1. Meta delle vittime l’immolazione, corredenzione.

1. Un muro che si alza nel sogno.

2. La vittima condivide le sofferenze con il Redentore.

3. Scopo delle sofferenze corredentrice.

4.  muro che separa i due mondi.

5.  celesti amici della vittima.

Onestà dei chiamati a via straordinaria.

6. Parole concesse solo i retti di cuore.

7. I colpevoli fuggono da Dio.

8. Le facce dell’onestà.

9.  disonesti spirituali

Onestà che le “voci”. Devono esercitare.

11. La sofferenza è prezzo e gloria dell’anima vittima.

12. Continua sofferenza del Redentore e la Corredentrice.

13.  prediletti della famiglia di Dio.

Il pontefice dei beni futuri.

14. Entrò una volta per sempre nel Santuario.

15.  introduce nel Santuario quelli che Lui elegge.

16. L’agonia del Getsemani.

Carisma di Maria Valtorta.

17. Lo strumento eletto a “portavoce”

18. Con la Crocifissione si ha in comune la risurrezione.

19. Tempo di passione.

9. Le 12 fontane e le 70 palme.

Realtà delle figure bibliche.

1. Le 70 palme dell’oasi di Elim.

2. Vero dono di Gesù: 12 apostoli e 72 discepoli.

3. Il pane del Cielo: l’Eucarestia

4. Eucarestia e buona volontà.

5. La “vittima” porta in sé un segno di Gesù.

6.  gloriose ferite dell’anima vittima.

Il modello delle anime vittime e voci: Gesù Cristo.

7. Avere gli stessi sentimenti di Gesù.

8. La natura divina e la natura umana di Gesù.

9. Gesù Cristo è l’Uomo in cui era la pienezza della Divinità.

Le anime vittime e voci.

10. La perfezione delle anime vittime e voci.

11.  nome nuovo delle anime vittime e voci.

12. Le torture delle anime vittime e voci.

10. L’Onniveggente.

1. Dio onniveggente.

2. I “segregati”

3. Occorre levare “levare il vecchio fermento”.

4. La Misericordia si fa vittima.

5. Il dono è prova come è dato può essere levato.

6. Le virtù che confermano il dono.

11. Il Late spirituale e la fede  che vince il mondo

Il Late spirituale.

1. I “puri” da poco nati alla vita della Grazia.

2. Discernimento delle voci.

3. Come accogliere il Late spirituale.

4. Le fornicazioni della falsa pietà.

5. Bisogno dell’aiuto di Dio.

La fede che vince il mondo.

6. Ciò che vince il mondo.

7. La nostra fede.

8. I testimoni della fede.

9. No c’è pace in chi non crede.


12. La Misericordia e i fratelli separati

1. La Misericordia e la pigra Sulamite.

2. Misericordia e le chiese separate.

3.  riconobbero quando franse il pane.

4. Sulle orme del Maestro.

13. L’uomo e l’autorità

1. L’uomo senza Dio.

2. Per vincere l’ateismo.

3. Simbolo della frazione del Fuoco Paraclito.

4. Condotta del cristiano.

5.  d’obbedienza alle autorità.

14. I doni vengono da Dio.

1. I negatori di Dio.

2. Ogni dono perfetto viene da Dio.

3. Dio è immutabile.

4. Virtù dei consacrati.

5. L’ira non fa adempiere la Giustizia di Dio.

6. Lo Spirito di Verità convincerà di peccato.

15. Maria e il Vangelo sono segni della vera religione.

1. Incoraggiata da Maria.

Vangelo segno della vera religione.

2. Generosità e Carità.

3. L’umiltà sorregge le buone opere.

4.La pratica vera della Parola.

5. La pratica della vera carità verso il prossimo.

16. La preghiera e l’amore dei consacrati.

1. Beati quelli che sanno pregare.

2. Alzare lo sguardo spirituale a Dio.

3. Servire con cuore sincero.

4. Riparare con amore ogni collasso dell’amore.

5. Colui che converte è l’amore.

17. Epifania dell’Amore.

Epifania di Dio Padre.

1. Importanza del grado d’amore raggiunto dell’anima.

2. L’uomo vivente nella Trinità

3. Epifania di Dio Padre.

Epifania dell’Amore.

4. Lo Spirito del Signore riempie tutto il mondo.

5. Per meritare l’Amore.

6. Per ricevere l’Amore.

7. Il sapere vero.

8. L’orazione vera.

La Pentecoste nella sua preparazione, forma ed effetti.

9. I tre tempi della preparazione.

10. La Pentecoste forma ed effetti.

11. Superare la battaglia della soddisfazione.

18. Le Tre adorabili persone riunite..

1. Dalla Pentecoste all’Avvento.

2. Dio è continuità.

3. Dio è tutto misericordia nelle sue opere.

4. Pratica della fede.

5. La fede è conoscenza che viene dall’amore.

6. Mistero dell’Unità e Trinità di Dio.

7. L’uomo con la su Trinità nel cuore.

8. L’amore è ubbidienza.

9. La carità è attiva.

10. Vivi in Dio e di Dio.

19. Vita e voci eucaristiche.

Carisma di Maria Valtorta.

1. Il canto di Azaria.

Eucaristia.

2. Maria fior di farina.

3. Comunione santa.

4. Vita eucaristica.

5. Sacro cielo eucaristico.

6. Voci eucaristiche.

20. La Forza e la misura dell’amore.

1. Discernere la presenza e la voce del Signore.

2. Fede assoluta.

3. Il timore di Dio ceda il posto all’amore.

4. Chi ama passa da morte a vita.

5. La misura dell’amore è l’immolazione.

6. Potenze delle nullità.

21. Vera umiltà, vera fiducia, sobrietà spirituale e mentale.

1. Umili della vera umiltà.

2. In Dio la mia fiducia.

3. Umiliarsi sotto la potenza di Dio.

4. Sobrietà spirituale e mentale.

5. Quando Dio chiama non fate resistenza.

22. Le opere di Dio.

1. L’intelligenza del povero e dell’indigente.

2. Le opere di Dio.

3. Apocalittico succedersi di castighi.

4. Patimenti e gloria futura.

5. L’attesa della creazione.

6. L’ora del parto.

23. Seguire il Redentore.

1. Fiducia nei divini aiuti.

2. La meta di ogni buon’azione.

3. Supremo olocausto e il più meritorio.

4. Guarda l’eternità e l’Eterno.

5. Le vie dell’amore perfetto.

6. Segreto per vincere l’io umano.

7. Segreto per giungere alla pace vera.

8. ” E le forze del male non prevarranno ”.

24. Il Battesimo.

1. Natura del Battesimo.

2. Il Battesimo è l’immersione nei patimenti di Gesù.

25. Potenza dell’immolazione.

1. La palestra dei santi.

2. Utilità del soffrire.

3. Potenza dell’immolazione.

26. Il Tempio dello Spirito Santo.

1. Cristo è il Tempio di Dio.

2. L’oppressione dei malvagi.

3. La potenza del perdono.

4. Il Tempio vivente di Dio.

5. La regalità dello spirito.

6. Il Maestro e guida dello spirito dell’uomo.

7. Il Sacrificio di Cristo meritò per noi lo Spirito S.

27. Gesù è venuto e non lo vogliono ascoltare.

1. È tempo dell’amore.

2. Peccato d’idolatria.

3. La fornicazione e il suo castigo.

4. Chi è in piedi guardi di non cadere.

5. Il giogo delle tentazioni.

28. Dio colpito dall’odio.

1. Dio è Ordine perfetto.

2. Dio colpito nei suoi tributi.

3. L’uomo percosse la Carità nel Cristo.

4. Il Re del Cielo e il re dell’abisso.

5. La Chiesa romana.

6.  vero Cristiano.

7. La messe è molta, gli operai sono pochi.

8. Il mondo perisce per mancanza di Sacerdoti.

9. Nel Cielo non c’è differenza di persone.

10. Fare realtà il desiderio del Salvatore.

11. Lo stesso Unico Spirito.

12. Vogliate vedere in ogni cosa Dio.

29. La carità compendia  la felicità.

1. La carità è la dimora di Dio.

2. Chi ama è nato da Dio.

3. Coabitazione di Dio in noi.

4. La concessione dello Spirito Santo a noi.

5. Il segreto per essere cittadini celesti.

6. Folgorati dalla Carità e vivificati dalla Grazia.

30. I servi di Dio.

1. Il profumo di Cristo.

2. Immolazione per amore.

3. Pagine viventi del Cristo.

31. Fede nella Giustizia di Dio  e nelle sue promesse.

1. Maria è la preparazione di Gesù.

2. Dio mantiene sempre le sue promesse.

32. La Chiesa.

1. Gli inferi non prevarranno.

2. La Chiesa militante.

3. Preghiera dei fedeli nel tempo del Drago rosso.

4. Nel perpetuo contrasto fra carne e spirito.

5. I frutti dello Spirito. S

6. La Rosa mistica.

7. Pianto della Dolorosa.

33. Consigli ai maestri di spirito.

1. Il bisogno della Grazia.

2. “Dare è più grande che ricevere”.

3. Lo spirito di vanagloria.

4. Prima vincere poi avere.

5. Dio si usa di tersi per provare i primi.

6. Ai maestri nello spirito.

7. Agli illusi e agli avari.

8. Ai disertori della propria milizia.

9. Ai derisori di Dio.

10. Il compagno angelico.

34. Gloria futura della sofferenza temporale.

1. La paga del dolore è Luce e Gloria.

2. L’aiuto soprannaturale.

35. La buona volontà è l’arma potente per vincere.

1. L’ubbidienza unisce a Dio.

2. La santità è fata dal buon volere.

3. I santi desideri sono il desiderio di Dio.

36. I consacrati sono i  testimoni di Cristo.

1. Abbandono fiducioso alla Misericordia di Dio.

2. Cosa vuol dire essere testimonianza di Cristo.

3. Paolo coerente alla dottrina del Corpo mistico.

Appendice.

4. Lezione segreta

5. Castigo meritato.

6. Esperienza dell’amore di Dio.

37. Condizioni per essere realmente dei cristiani.

1. Farsi più spirituali negli affetti e pensieri.

2. La preghiera dell’anima vittima.

3. Rinnovarsi nello spirito della mente.

4. Nessuno voglia essere bugiardo.

5. ” Se vi adirate potete e dovete non peccare “.

6. non tramonti il sole sulla vostra ira.

7. Evitare il latrocinio in tutte le sue forme.

8. Lavoro onesto!

9. La condotta segua i santi voleri di Dio.

38. Fraternità corredentrice.

1. L’Agnello immolato.

2. Necessità della redenzione.

3. Fraternità corredentrice.

4. Prudenza compagna delle azioni.

39. Armatura di Dio e rifugio  delle anime.

1. Dolori che si mutano in gioia.

2. Amare da santi.

3. Asse della bilancia del bene e del male.

4. Rivestirsi dell’armatura di Dio.

5. Rifugio delle anime.

40. L’altare della Misericordia  e delle vittime.

1. L’Altare della Misericordia.

2. L’altare delle vittime.

3. L’amore più grande.

4. Compito dello Spirito Santo.

41. Opere di Giustizia.

1. Il feudo di Satana.

2. Le opere di giustizia salvano il mondo.

3. Non ci indurre in tentazione.

4. La prudenza nei consacrati.

5. Magnificare il Signore con l’umiltà.

6. La santità salva le anime incarcerate

7. Le anime e i selvaggi spirituali.

42. La via della perfezione.

1. Rinnegare sé stessi e amare la Croce.

2. L’unica via.

3. Pratica dell’imitazione del crocifisso divino.

4. La sorte dei piccoli Mosè

43. Dio solo basta.

1. L’anima nelle persecuzioni.

2. solo Dio basta.

3. La salvezza è vicina.

44. Maria Regina e Maestra.

1. Misteri celesti.

2. Il peccato di Lucifero.

3. Regina e Maestra.

4. Carattere della vera umiltà è la vera gioia che nessuna cosa turba.

5. Ha esultato magnificando con lo spirito il suo Signore.

6. Madre dei figli di Dio.

7. Canto della Sapienza.

8. Ave Maria.

Cristo è l’amore universale.

9. Aprire il cuore a Maria.

10. Le certezze della fede.

11. La carità di Cristo.

12. Cristo è di tutti quelli che lo cercano.

13. La vittima.

14. Processione della Madonna Immacolata, detta di Lourdes.

45. Il cuore posseduto da Dio.

1. I dubbi del Portavoce.

2. Dal cuore escono i pensieri degli uomini.

3. Gesù vive nel cuore del Portavoce.

4. I miopi spirituali.

5. Chi si dona alla Sapienza esala la Sapienza.

6. Il nome nuovo.

7. Andare all’Amore dando amore.

46. Dare a Dio ciò che è di Dio.

1. Responsabilità dei Sacerdoti

2. ” Io faccio ciò che Dio vuole “

3. La perfetta umiltà.

4. Modestia in ogni cosa.

5. Giornaliera fiducia in Dio.

6. I 4 atti doverosi verso Dio e utili per aumentare sapienza e grazia.

7. Le vane preoccupazioni allontanano da Dio.

47. Mistico sacerdozio.

1. Frutto di ogni Natale.

2. Mistico sacerdozio.

3. Ministri straordinari della Parola

4. Dispensatori fedeli.

5. Esempio d’infedeltà che fa ottusi.

6. I saggiatori dei santi.

7. Difensore e Cireneo.

48. La Chiesa è Madre.

1. La Parola di Dio.

2. Necessità della Chiesa.

3. Necessità di essere praticante.

4. L’istituzione della Chiesa è eterna.

5. L’era dello Spirito verrà.

6. Figli di Dio Padre.

49. Il poema dell’ubbidienza.

1. Domenica celebrativa del S. Nome di Gesù

2. L’ubbidienza del Verbo.

3. Ubbidienza del Verbo Incarnato.

4. Ubbidienza nel Creato

5. L’ubbidienza si trova in tutte le virtù.

6. La S. Messa del Ss. Nome di Gesù.

7. L’ubbidienza di Maria e Giuseppe.

50.  Natura umana e divina  di Gesù.

Demerito di questa generazione adultera e perversa.

1. Gesù non butta le perla ai porci.

2. Natura umana di Gesù.

3.  della divinità di Gesù.

4. La carità è il vincolo della perfezione

5. Il vero Cristo.

6. Membra vive nel vivo Corpo mistico di Cristo

51. 10° Comandamento. Non desiderare la donna, la roba altrui.

1. Desiderio della perfezione.

2. Neo fariseismo.

3. Legge dell’amore.

4. Concupiscenza spirituale.

5. Ministero carismatico.

6. Servi della giustizia

Ministri e porta voci.

7. Dignità del S. Sacrificio.

8. Grande è la dignità del Portavoce

9. Il miracolo della moltiplicazione della Parola.

10. Il Maestro docente della Parola.

52. “Vincere il male operando il bene”.

53. La conquista del Regno.

1. Vittima torturata.

2. L’atleta nello stadio.

3. Le vie della perfezione.

4. Regola del buon lottatore.

5. I nemici dell’anima.

6. Il falso maestro provoca rovina.

7. La conquista del Regno.

8. L’aiuto di Dio.

54. Esperienza del fuoco della carità perfetta.

1. Dolcezze e promesse di Gesù benedetto.

2. Le fiamme dell’amore divino.

2. Premio al fedele servizio.

4. Fedeltà di Gesù.

 

 


[1]Isola del Liri, Edizioni Pisani, 1969, XVI-445 pp.

[2] Isola del Liri, Edizioni Pisani, 10 volumi, 1970. 

[3]Questo libro in giapponese, di 381 pp., pubblicato a Tokyo nel 1971, è stato curato da P. Giovarmi Escobar, O.F.M., e consiste in una Vita di Gesù estratta dai 10 predetti volumi valtortiani del Poema.

[4]vedi: CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica su la Chiesa, Lumen gentium, cap. 7: Indole escatologica della Chiesa pellegrinante e sua unione con la Chiesa celeste, numeri 48-51.

[5] vedi: Poema, VI, p. 999, n.3.

[6] vedi: S. THOMAS AQUINAS, Summa theologica, Ia pars, quaestiones 110-113; S. BONAVENTURA, In Secundum Librum Sententiarum, distinctiones 10-11; F. SUAREZ, S. I., Commentaria ac disputationes in Primam Partem D. Thomae, Tomus II, Tractatus I, De Angelis, Liber 6, capp. 16-21, Venetiis, Coleti, 1740, pp. 424-453; A. M. LÉPICIER, OS:M, Tractatus de Angelis, Iia pars, quaestiones 20-23, Parisiis, Lethielleux, 1908, pp. 87-194.

[7] vedi: Poema I, p. XIX; dove tuttavia, per errore involontario, è stato scritto «28 febbraio» invece di «26 febbraio». Quest’ultima è la data esatta, come risulta dall’Epistolario Berti-Valtorta, Lettera del 26 febbraio 1948. Difatti L’Osservatore Romano. Al 27 febbraio, dà l’annunzio dell’udienza avvenuta il giorno prima.

[8]MARIA VALTORTA, Libro di Azaria, Edizione Pisani, Isola del Liri, 1972 24\2\46 – Domenica di Sessagesima.  ore 11 ant.

[9] Il nome «Azaria», portato da più di venti personaggi biblici, secondo l’ebraico ‘Azaria, significa «Dio soccorre».

[10] Ciascuno dì noi è strumento di Dio; e diviene strumento perfetto nella misura in cui, con la sua libera volontà, impegnando tutte le sue forze spiri­tuali – psichiche – fisiche, si pone a completo servizio dì Dio. Alcuni di questi strumenti, per i suoi imperscrutabili fini d’amore, Dio se li elegge, prepara ed aiuta affinché, in maniera superiore alla comune e ordinaria, divengano suoi strumenti speciali e straordinari, impegnati in una più alta effusione della Di­vina Sapienza e Carità, a illuminazione e salvezza della sua Chiesa e dell’intero genere umano.

[11] «Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo»: questa formula di lode e di glorificazione (Dossologia) a tutte e tre le Persone Divine ha la sua prima radice nella formula battesimale trinitaria, riferita da Matteo 28, 19, è di origine divina perché pronunciata dallo stesso Signore Ge3sucristo.

[12]25-2-46.

[13] La Bibbia tratta di S. Raffaele soltanto nel libro di Tobia, dal cap. 3 al 13, se vi si comprende l’inno di ringraziamento. Raffaele si presenta come uno dei sette angeli più intimi a Dio, occultandosi però in precedenza sotto le fra­terne apparenze di Azaria, figlio di Anania. Egli offre al Signore preghiere ed opere buone dei protagonisti del libro, guarisce Tobia (padre) dalla cecità, libera Sara dall’influsso diabolico, diviene il compagno di viaggio e il protettore di Tobiolo (figlio di Tobia), al quale procura nozze sante, feconde, felici con Sara stessa. Si legga tutto il libro e, più attentamente, il compendio di esso, che figura in: Tobia 12, 11-21. Forse Maria Valtorta ne parla in considerazione delle prerogative fondamentali di Raffaele stesso: intimissimo a Dio, medico. del corpo, liberatore dal demonio, compagno e protettore.

[14] 3\3\46 – Domenica Quinquagesima

[15] Allusione a: Efesini 4, 11-13.

[16] «Uno degli uffici angelici è quello di offrire a Dio profumi (che sono con­nessi col sacrificio: Genesi 8, 20 – 9, 1) e le preghiere dei santi (Apocalisse 8, 2-5).

[17] Salmo 142, 9-10; vedi: Ebrei 10, 5-9.

[18] vedi: Genesi 40-50.

[19]10\3\46 – Ia Domenica di Quaresima

[20] vedi: Giovanni 17, 78-23.

[21] Forse allusione a: Isaia 66, 70-73.

[22] vedi: concilio ecumenico vaticano II, Decreto sull’apostolato dei Laici Apostolicam actuositatem.

[23] vedi: Luca 12, 47-48

[24] Tra gli scritti valtortiani figura un bell’opuscolo, ancora inedito, intitolato La Grande (spirituale, eterna) e la Piccola (corporale, temporanea) Morte.

[25] Padre Migliorini, nominato qui più volte; vedi n. 32.

[26]17\3\46 – Domenica IIa dì Quaresima. È scritto Sempre il 17- 3 perché precedono, sotto la stessa data, alcune «dire­zioni» di carattere personale ed estranee ai commenti, delle Messe.

[27] vedi: Autobiografia, p. 327, n. 29

[28] P. Migliorini trasferito a Roma il 21-3-46: così annota Maria Valtorta, di suo pugno, sulla prima copia dattiloscritta (DI).

[29]Nuova allusione al trasferimento di P. Migliorini e alla Conseguente diffi­coltà che Maria sperimentò nel trovare chi le portasse il SS. Sacramento; vedi n. 1 e n. 12. Nelle ore nere è difficile aver degli amici…

 

[31] Lo Spirito Santo, Divino Amore, è l’Assolutore, la fonte dell’assoluzione, della remissione, della «pace»; vedi: Missale Romanum (S. Pii V), Feria III in­fra Ostavamo Pentecoste, Postcommunio: *… Spiritus Sanctus, est remissivo omnium peccato rum»; vedi anche: Poema VI, p. 673, n. 5; p. 941, n. 3; VII, p. 1456, n. 3; p. 1624, n. 3; p. 1692, n. 14; IX, p. 10, n. 7; p. 230, n. 107; p. 302, n. 6; X, p, 86, n. 23; p. 99, n. 10, II e 14; p. 211, n, 44 e 46; p. 212, n. 54.

[32]24\3\46 – Domenica IIIa di Quaresima

[33] Allusione alla partenza di P. Romualdo M. Migliorini, Q.S.M., direttore spirituale della scrittrice, il quale lasciò Viareggio nel 1946, per non tornarvi mai più; vedi: p. 17, n. 1; p. 19, n. 12; p. 20, n. 14; p. 120, n. 23; p. 166,1 n. 29; Poema IV, p. 1231, n. 2, Autobiografia, p. VIII, n. 14 (i «Introduzione»); p. 6, n. 5; p. 78, n. 33; p. 165, n. 51.

[34] vedi: p. 22, n. 1.

[35] Allude al fedelissimo inventario della bibliotechina di casa Valtorta, che Maria compilò in quei giorni: inventario dal quale appare che nessun libro di tale raccolta ha potuto influire efficacemente ed adeguatamente sulla composi­zione delle 15 mila pagine valtortiane.

[36]31\3\46 – Domenica IV di Quaresima

[37] vedi: Giovanni 19, 31-37.   

[38]7\4\46 – Domenica di Passione

[39] Testimonianze autorevoli ed umili affermano che gli scritti valtortiani sono realmente una luce, proveniente dalla Luce (vedi: Giovanni 8, 72).

[40] Senza dubbio, P. Migliorini ed altri amici (non io, per la verità), impru­dentemente ma con retta intenzione, diffusero non pochi fascicoli valtortiani dattiloscritti. Tuttavia, per onestà e completezza storica, è necessario notare che anche Maria Valtorta ne diffuse, prestandone a persone di cui riteneva di potersi fidare. Quando mi dette ordine di ritirare tutto, ne recuperai dicianno­ve (ma erano soltanto quelli?), passati dalla Scrittrice stessa ad alcuni signori; vedi: Autobiografia, p. VIII, n. 14 (* Introduzione»),

[41]14\4\46 – Domenica delle Palme

[42] Esattissimo, ed asserito dalla Bibbia stessa; vedi: Romani 4,- 18-25; 5, 12-21; 15, 1-6; I* Corinti 9, 1-14; 10, 1-13; Galati 4, 21-31; Il Timoteo 3, 14-17; la Pietro 3, 18-22. Alcuni libri ispirati, come il Vangelo di S. Giovanni (cfr. 6) e l’epistola agli Ebrei (cfr. 9) sono in gran parte basati sulla tipologia dell’An­tico Testamento

[43] vedi: Apocalisse 7, 1-4, e leggere tutto il capitolo; 14, 1-5,

[44]21\4\46 – Pasqua di Risurrezione

[45]28\4\46 – Domenica in Albis

[46] Paola Belfante, in Cavagnera, è la figlia di Giuseppe Belfanti, cugino della mamma di Maria Valtorta; vedi: Autobiografia, p. 419, n. 49; p. 422, n. 54. Paola scrisse, in un quaderno, conservato nell’archivio Valtortiano viareggino, un in­teressante diario per il periodo che l’Inferma trascorse a Compito, durante lo sfollamento (vedi: Poema I, p. 72, n. 1; IV, p. 1005, n. 5).

[47]5\5\46 – Domenica II dopo Pasqua

[48]12\5\46 – Domenica III dopo Pasqua

[49]19\5\46 – IV domenica dopo PASQUA

[50] vedi: Giovanni 20, 24-29.

[51] Allude al periodo di sfollamento (24 aprile – 23 dicembre 1944), dovuto a motivi bellici, trascorso sulla collina dì S. Andrea di Compito, comune di Capannori, provincia di Lucca; vedi: p, 22, n. 4.

[52] Si riferisce allo stato di solitudine in cui Maria Valtorta venne a trovarsi per il trasferimento di P. Migliorini da Viareggio a Roma; vedi: p. 22, n. 1.

[53] Tale sepoltura spirituale era costituita dalla consueta infermità, aggra­vata dalla lontananza del P. Direttore spirituale e da difficoltà mosse contro Maria stessa ed i suoi scritti.

[54]26\5\46 Va domenica dopo Pasqua

[55]2\6\46 – domenica fra l’Ottava dell’Ascensione

[56] AZARIA, Messa delle anime vittime, inedito. N° 16. 9\6\46 – Domenica di Pentecoste

[57]16\6\46 S. Messa della I d. dopo Pentecoste e festa S. Trinità

[58]18. 20\6\46 – Corpus Domini

 

[59]23\6\46 – S. Messa tra l’Ottava del Corpus Domini

[60]30\6\46 – domenica nell’Ottava del S. Cuore e Commemorazione di S. Paolo

[61]7\7\46 – domenica 4a dopo Pentecoste

[62]14\7\46 domenica 5a dopo Pentecoste

[63]21\7\46 – domenica 6a dopo Pentecoste

[64]28\7\46 – domenica 7a dopo Pentecoste

[65]4\8\46 – domenica 8a dopo Pentecoste

[66]11\8\46 – domenica 9a dopo la Pentecoste

[67]18\8\46 – Domenica A dopo Pentecoste

[68]25\8\46 – Domenica XI dopo Pentecoste.

[69]1\9\46domenica 12a dopo Pentecoste

[70]8\9\46 – Natività di M. Ss. e XIII dopo Pentecoste

[71]15\9\46 – domenica 14a dopo Pentecoste

[72]22\9\46 – Domenica XV dopo Pentecoste

[73]29\9\46 – domenica 16a dopo Pentecoste

[74]6\10\46 – domenica 17a dopo Pentecoste

[75]13\10\46 – domenica 18a dopo Pentecoste

[76] 13-10-46 – ore 16.

[77]20\10\46 – Domenica 19″ dopo Pentecoste

[78]27\10\46 – Ultima Domenica di Ottobre Festa di Cristo Re e Domenica XX dopo Pentecoste

[79] vedi: Efesini 5, 25-20; (vedi anche: Proverbi 23, 29-35).

[80]3\11\46 – Domenica 21° dopo Pentecoste

[81] vedi: Giobbe 1-2, e particolarmente 1, 11.

[82] vedi: Giobbe 42, 7-9.

[83]10\11\46 – Domenica 22° dopo Pentecoste

[84] vedi: Giovanni 13, 1

[85] vedi: Matteo 7, 15-20; 12, 33-37; Luca 6, 43-45.

[86] vedi: Giovanni 16, 12-13; vedi anche n. 32.

[87] vedi: Genesi 4, 1-16; I* Giovanni 3, 11-15.

[88] vedi: Matteo 10, 17-20; Marco 13, 9-13; (Luca 21, 12-19).

[89]17\11\46 – Domenica 23° dopo Pentecoste

[90] vedi: 1 Corinti 4, 14-17; 10, 31 – 11, 1; Efesini 5, 1-2.

[91]24\11\46 – Domenica 24° dopo Pentecoste

[92]1\12\46 – Domenica 1° di Avvento

[93]8\12\46 – Immacolata Concezione e II di Avvento

[94] Soprattutto nel senso dottrinale: Ave, infatti si può suddividere in A (con significato privativo) e vae (col significato latino di: guai, maledizioni). Maria, perciò, vien salutata dall’Angelo con la parola «Ave», perché in essa non vi sono maledizioni, anzi essa le porta via, generando il Salvatore e asso­ciandosi al Salvatore nell’opera della redenzione.

[95] Messa IIa d’Avvento.

[96]14\12\46 – Domenica III di Avvento, ore 5,20 antimeridiane.

[97] vedi: Apocalisse 7, 9-17; (21, 1-4), proveniente da Isaia 25, 6-12.

[98]15 – 12 – 46 Domenica III d’Avvento

[99] vedi: Matteo 6, 25-34; (Luca 12, 22-32).

[100] vedi: Matteo 6, 9-73; Luca 11, 14.

[101]22\12\46 – Domenica IV d’Avvento

[102] Qui, per sacerdozio, s’intende:

a) una divina consacrazione, pubblica o segreta, visibile o invisibile;

b) per l’esercizio di una divina missione, generale o speciale.

Posta tale descrizione, niente vieta che si distinguano più specie o forme di sacerdozio, cioè appunto di divine consacrazioni per l’esercizio di divine mis­sioni (vedi: Romani 12, 1-8; la Corinti 12; Efesini 4, 1-13):

[103] vedi: Giovanni 8, 52-53.

[104]29\12\46 – domenica fra l’Ottava di Natale

[105] II fomite, secondo S. Tommaso, è la disordinata e abituale concupiscenza dell’appetito sensitivo, ed ha due effetti: l’inclinazione verso il male, la diffi­coltà a riguardo del bene; vedi: Summa theologica, Prima Secundae, quaestio 82, articulus 3; Pars tertia, quaestio 15, articulus 2; quaestio 27, articulus 3.

[106] Siccome Iddio ha fondato la Chiesa come sacramento universale di sal­vezza, e se la tiene associata nell’opera dell’universale salvezza, chi maliziosa­mente rigetta la Chiesa, si rifiuta di compiere la Volontà di Dio, perciò lo of­fende, pecca, mette in pericolo la sua reale eterna salvezza; vedi n°. 22 e 25.

[107] Ciò che segue è di un realismo, di un ottimismo, di una esattezza teo­logica impressionanti. A Cristo deve assomigliare la sua Chiesa: essa, che è sa­cramento di universale salvezza, deve partecipare pienamente alla sorte, al Mistero Pasquale del Divino Salvatore. Per essa, perciò, non ci sarà pienezza di Spirito Santo, glorificazione, assunzione, resurrezione, se non dopo la sepol­tura, la morte, le sofferenze spirituali, morali, fisiche… È necessario capire questa grande verità! Vedi la già citata Lumen gentium, n. 8, seconda metà.

[108] vedi: Apocalisse 4-22, specialmente 21-22.

[109]4\1\47 – Ss Nome di Gesù e vigilia dell’Epifania

[110] vedi: Giovanni 1, 1-9.

[111] vedi: Ebrei 10, 5-7.

[112] vedi: Filippesi 2, 5-11.

[113] vedi: Filippesi 2, 5-11; Ebrei 10, 5-10, ecc.

[114] Come è chiaro dal contesto, la formula «nacque come tutti i nati di uomo», non si riferisce al modo del parto, ma alla condizione del partorito: cioè non afferma che Maria, partorendo Gesù, abbia perduto la sua verginale integrità, ma afferma che il Bambino Gesù, una volta nato, si è comportato «come tutti i figli degli uomini». Vedi: Romani 8, 1-4; Galati 4, 7-7; Ebrei 4, 14-16.

[115] vedi: Matteo 26, 36-46; Marco 14, 32-42; Luca 22, 39-46; Ebrei 5, 7-70.

[116] vedi: Genesi 1, 1-5.

[117] vedi: Genesi 1, 26 – 2, 25.

[118] Secondo questo scritto Valtortiano, Maria SS.ma non morì, poiché tem­poraneamente l’anima di Lei si separò dal corpo, non però per morte, ma per altissima estasi (vedi: IIa Corinti 12, 1-4), e quindi si riunì al corpo: e così la Vergine Madre e soda del Redentore fu simile a Lui nella piena e sollecita glo­rificazione di tutta la sua persona, cioè in anima e corpo, e senza attendere la fine del tempo. Vedi: Poema X, p. 338, ni. 71; p. 347, n. 1.

[119] Cioè della fede, speranza, carità; vedi: I* Corinti 13.

[120] Cioè: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.

[121] Che la S. Chiesa sia «Voce delle voci di Dio», è espressione chiarissima ed esattissima, sia che per Chiesa s’intenda: l’universalità dei pastori e dei fedeli, di un tempo o di tutti i tempi             

 

[122] vedi: Giovanni 3, 14-18; 12, 28-32; Filippesi 2, 5-11.

[123] Probabile allusione a: Isaia 9, 6-7 (originale: 5-6); (Zaccaria 9, 9-10).

[124] vedi: Marco 16, 14-20; Atti 3, 1 – 4, 22.

[125]12\1\47 Domenica della Sacra Famiglia e fra l’Ottava dell’Epifania

[126]7\1\47

[127] vedi: Romani 1, 1-7; Galati 4, 1-5; Apocalisse 22, 16, ecc.

[128] Gesù, in quanto Dio, era ed è il Santissimo; in quanto Uomo, anche unica­mente perché la sua Umanità era ipostaticamente unita alla Divinità, e piena di Spirito Santo, era santissimo: tuttavia, la sua umanità, liberamente cooperando con la divinità, crebbe in santità dinanzi a Dio e agli uomini. Vedi; Luca (1, 80)’, 2, 39-40, 51-52; Filippesi 2, 5-11; Ebrei 2, 10-13; 5, 7-10; 10, 5-10.

[129] Allusione agli gnostici, doceti, manichei, catari ecc., negatori della bontà originaria della materia, e quindi assertori, in Cristo, di un corpo puramente fantastico o apparente. Vedi: denzinger-schonmetzer, Enchiridion Symbolorum…, numeri 46, 48, 189, 357, 359, 401, 1340-1341.

[130] Allude ad altre deviazioni pietistiche. Invece, come saggiamente asserisce Pio XII, Littera enciclica Arieti aquas, 1956, Gesù possedette una sensi­bilità perfettissima.

[131] vedi: Efesini 5, 25-27; Tito 3, 4-7.

[132] vedi: Giovanni 6, 22-77; Poema IV, p. 662, n. 4; IX, p. 212, n. 52.

[133] vedi: Galati 2, 19-21; Filippesi 2, 5-11; vedi, inoltre: Autobiografia, p. 429, n. 71.

[134]19\1\47 – Domenica IIa dopo l’Epifania

[135] * taccio è nostra correzione da taccio

[136] II Concilio di Trento, Sesso XIII, 1551, Decreto de SS. Eucharistia, cap. 3, afferma appunto e prova che l’Eucarestia è il Sacramento più eccellente tra tutti i Sacramenti, poiché contiene l’autore stesso della santità, Gesù Dio fatto Uomo (vedi: denzinger-schonmetzer, Enchiriàion symbolorum…, n. 1639-1641).

[137] Cioè a Compito. Vedi: Poema I, p. 72, n. 1; IV, p. 1005, n. 5.

[138] vedi: I* Pietro 2, 9-10.

[139]26\1\47 – Domenica III dopo Epifania

[140]2\2\47 – Domenica di Settuagesima.

[141]16-3-47.

[142] Per capir bene queste espressioni ed allusioni, si rilegga il Cantico dei Cantici, e per esempio: 2, 10-14; (6, 11; 1, 11-14).

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