I Vangeli dei 10 Comandamenti

GESÙ DI NAZARETH

Nuova Evangelizzazione

 

 

 

I Vangeli dei 10 comandamenti

 

 

VANGELI DEI DIECI COMANDAMENTI

 

 

 

SECONDO IL PICOLO GIOVANNI.

 

 

A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde S.O.S

Servo dell’Ordine dei salvatori

S O M M A R I O

Introduzione

Dio si manifestò in tutta la sua terribile potenza

Per dire: “Io sono Dio. Questo è il mio volere”.

Dice Gesù:

1. Lazzaro mette a disposizione di Gesù una casetta nella piana dell’Acqua Speciosa.

Sentiero ripido.

La gioia di servire.

La dolce albergatrice.

Il grande amico di Gesù.

Il redentore individuale è l’amore.

2. Inizio di vita in comune all’Acqua Speciosa e discorso di apertura.

Inizio di vita in fraternità (Gv 3,22).

La casetta che ospita la Fraternità.

La Provvidenza e gli operatori del Regno.

“Vogliatevi bene!”.

Il Maestro buono.

Catechesi sulla “vita”.

Errato concetto della “vita”.

Origine e natura della “vita”.

La “vita” è eterna.

Doveri verso la vita.

La primavera della vita vera.

3. 1°Comandamento: “Io sono il Signore Dio tuo”. Gesù battezza  come Giovanni.

Fatti del giorno.

Versioni sul Natale del Messia.

Il Messia è l’Amore misericordioso.

Catechesi sul 1° Comandamento.

Tempo di giustizia e di prova.

“Io sono il Signore Dio tuo”.

“Io sono il tuo Liberatore”.

Evangelizzazione

Il Battesimo di Gesù (Gv 3,22-24)

E’ battesimo anche il pianto.

Istituzione del Sacramento del Battesimo.

Il dono della preghiera .

Il carisma del miracolo.

Condizione per meritare il carisma del miracolo.

Basta la grazia di ogni giorno.

4. Non ti farai degli dèi nel mio cospetto. Catechesi sul 1° Comandamento

Comandamento del Dio forte e geloso

“Non ti farai degli dèi nel mio cospetto”.

Ambiente

Dio onnipresente.

Gli dèi bugiardi.

Dio forte e geloso.

Il Dio misericordioso.

“Fate di ogni cuore un cielo”.

Evangelizzazione.

5. Catechesi sul 2° Comandamento: “Non proferire invano il mio Nome”. La visita di Mannanen.

Fatti del giorno

Data da celebrare

La pesantezza degli apostoli, Quanta!

Ciò che fa diverso il Cielo dalla terra

Una visita per onesto fine

I due cavalli pazzi.

L’apostolo di natura geloso

Accoglienza con l’ostile di Pietro.

Catechesi sul 2° Comandamento.

“Quando si nomina invano il nome di Dio?”.

Dio è di tutti gli uomini.

Sacrilegio perfetto.

Ciò che muta il sacrilegio in rito.

Il nome di chi cerca Gesù

In nome di Dio.

6. 4°Comandamento : “Onora il padre e la madre” Guarigione di un ebete..

Fatti del giorno

Ambiente.

Giuda chiede aiuto!

Giuda va contro corrente.

Missione e’ consumarsi.

Un dolore segreto.

“Il Nome di Gesù è miracolo contro i morbi”.

“In ogni malattia c’è l’unghia di Satana”.

“Il Nome che fu fuggire  Satana”

Lavoro del Precursore.

Catechesi: “Onora il padre e la madre”

L’amore si prova a fatti.

Il rispetto s’impara da piccoli

“Onora il padre e la madre”.

Dovere di figli.

Dovere di discepoli.

Dovere di amici.

Chi manca a un genitore manca a Dio.

Dovere dei genitori.

Evangelizzazione

Accenno agli eventi.

La crudeltà di un figlio

La fede di una madre

7. 6° comandamento: “Non fornicare”. L’affronto di cinque notabili.

Fatti del giorno

Incoraggiamento al Portavoce.

Sotto lo scroscio della pioggia.

Generosità di Pietro

Catechesi: “Non fornicare”

“Non fornicate”.

Vizio legalizzato nel matrimonio.

L’atto deve essere fecondazione

Il piacere è un tossico che crea dipendenza

Scellerataggine.

Bestialità della fornicazione.

Depravazione.

Aglae: un cencio lurido che diverrà fiore

Il pentimento rinnova, purifica, sublima

Evangelizzazione

I cinque notabili.

Le ironie di Pietro

L’affronto

Le insinuazioni.

La difesa degli apostoli

“Ognuno dà ciò che ha”

8. La “velata” viene ospitata nella casetta dell’Acqua Speciosa.

“Siete tutte ‘anime’”.

Ambiente.

Costanza di Aglae

“Siete tutti ‘anime’ ”

Giuda confessa.

Aglae, anima coraggiosa

Accoglienza in nome della Misericordia.

Far il bene per il bene.

Chi ama salva se stesso e gli altri

9.  3° comandamento: “Santifica la festa”. Guarigione di un bambino  dalle gambe fratturate.

Fatti del giorno

Il bambino dalle gambe fratturate.

Catechesi sul riposo sabbatico

Ordine salutare nell’ordine fisico.

Ordine salutare nell’ordine morale

Ordine salutare nell’ordine spirituale

“Lavora di un onesto lavoro”.

Come santificare la festa

Torni a cadere? Torna a rialzarti.

La fede del  bambino

Il miracolo.

10.  5° comandamento: “Non ammazzare”. Morte di Doras.

Catechesi

Premesse

Intervento di Cleofa.

La colpa si misura dalle circostanze.

Chi ho colpito?

Cosa è l’uomo?

L’Uomo Dio Gesù Redentore.

Uccidendo l’uomo si offende Dio

Luogo: Dove ho colpito?

Mezzi: con quali mezzi ho colpito?

Causa: Perché ho colpito?

Modo: Come ho colpito?

Tempo:  Quando ho colpito

Maledetto sadismo Satanico.

Caino colpisce ancora

Morte di Doras il Mostro crudele.

Non è lecito colpire Dio

11. I discorsi dell’Acqua Speciosa:  “Non tentare il Signore Iddio tuo”. Testimonianza del Battista.

Fatti del giorno

Ambiente

Tre discepoli del Battista.

Notizie sull’impenitente Doras.

Mannanen

Aglae: lordura che diverrà fiamma

Discussione tra i discepoli (Gv 3,25-26).

Gioia del Precursore del Messia (Gv 3,27-28).

Bisogna che il Messia cresca (Gv 3,29-30).

Il Messia è al di sopra di tutti (Gv 3,31-33).

Chi crede nel Messia ha la Vita eterna(Gv 3,34-36).

Colui che più al Cielo si accosta.

Colui che più al Cielo si accosta.

Guai ai derisori di Dio

Il pentimento è purificazione

Chiedere con gli atti il perdono

Morte dell’impenitente.

12. 10° Comandamento: “Non desiderare la donna d’altri”. Guarigione di un giovane lussurioso.

I fatti del giorno

Giovane e lebbroso per lussuria.

Confessione del lebbroso pentito

Per pietà a una madre.

Catechesi: “Non desiderare la donna d’altri”.

La dimenticanza

Il desiderio.

La tentazione.

L’adultero.

Ribrezzo della lussuria.

Evangelizzazione

Il sorriso del Messia

L’amore fortifica.

Nota del Portavoce

13. Liberazione di un romano indemoniato.

Evangelizzazione dei romani

Ambiente.

Sforzo che merita premio.

Cosa è l’anima?

Che è filosofia?

Che è Dio?

Liberazione dell’indemoniato.

L’Unificatore universale (Discorso messianico)

Il Profeta Eliseo.

Il Messia Gesù di Nazareth .

L’anima è l’essenza spirituale dell’uomo.

L’Unificatore universale

Evangelizzazione.

Sete del Dio vero.

Le patrie passano. Ma il Cielo resta

L’unica cosa utile

14. 8° Comandamento: “Non dirai falsa testimonianza”. Il piccolo Asrael.

Fatti del giorno

Fiere che annusano…

Maledicenti, mentitori e vigliacchi

Tempi nuovi, nuovi sistemi.

Sapienza acquisita alla scuola di Maria.

Il piccolo Asrael futuro evangelizzatore.

Catechesi: “Non dirai falsa testimonianza”.

Il bugiardo è due volte assassino.

I moventi della Menzogna.

Qualità della Verità.

Le cose che odia il Signore.

Conferma del piccolo del Signore

15. 7° Comandamento: “Non rubare e non desiderare ciò che è d’altri”.  Il peccato di Erode.

Catechesi

Le cose necessarie all’uomo

Quando il desiderio è peccato.

L’invidia separa da Dio e unisce a Satana.

Libertà dai desideri.

Libertà dai desideri impuri.

Il peccato di Erode

Il peccato è meretricio con Satana.

Evangelizzazione

La misericordia è il più gradito dei sacrifici.

Lunga storia di lacrime (non trascritta).

16. Discorso conclusivo. Commento  al de profundis e miserere. Predizione del primato spirituale a Simon Pietro.

Purificazione dell’uomo.

Base dell’edificio della perfezione

La festa della purificazione.

Distruggere gli dei individuali.

Abbattere le concupiscenze.

Purificare col pentimento, costruire con la fede.

Il nuovo altare.

De profundis.

Miserere.

L’anno di grazia.

Preghiera del Buon Pastore.

Evangelizzazione

Aglae, povera donna senza casa.

25 dicembre, festa delle luci.

Pietro, il Nauta eterno.

17. Andrea modello ideale del sacerdote. Una lettera della Madre. Gesù costretto a lasciare l’Acqua Speciosa.

Fatti del giorno

Ambiente

L’amicizia di Dio deve farci audaci.

Andrea, l’apostolo giusto.

I santi Sacerdoti. (Insegnamento).

I Sacerdoti maestri e i Sacerdoti mimi.

I santi Sacerdoti

L’apostolo dal silenzioso e attivo amore.

Lettera della Mamma.

La gioia di essere insieme.

Lettera di Maria.

Mondo di cattivi.

Non facili entusiasmi, non facili depressioni.

L’Iscariota è depresso.

Il Maestro non forza nessuno

Lavoro delle donne.

Messianica prudenza.

18. Ritorno all’Acqua Speciosa e scontro con i farisei che hanno aggredito e scacciato la “velata”.

Gesù condanna la violenza.

Il dono del vero apostolo.

I “salvatori”.

Salita sul monte della redenzione.

Il Maestro condanna la violenza.

La malizia uccide l’anima.

Gesù piange per le anime.

19. Commiato dal fattore. Timoneo diviene discepolo. Partenza  per la Galilea .

Commiato dal fattore

Aglae divenuta donna onesta

Commiato dal fattore

Il sinagogo Timoneo diviene discepolo

Verso la casa del sinagogo

Lo scrupolo del sinagogo.

Il sinagogo, discepolo del Messia.

Incomincia il ritorno verso la Galilea (Gv 4,1-3)..

 

Introduzione

Dio si manifestò in tutta la sua terribile potenza

Il Signore scese sul monte Sinai: “sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore… Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono” (Esodo 19,16-19).

Per dire: “Io sono Dio. Questo è il mio volere”.

“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me… Io sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi” (Esodo 20,2-6). “Il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Deuteronomio 6,4).

    Dice Gesù:

É detto nel Libro che il Signore si manifestò sul Sinai in tutta la sua terribile potenza, per dire anche con essa: “Io sono Dio. Questo è il mio volere. E questi sono i fulmini che ho pronti per coloro che saranno ribelli al volere di Dio”. E prima di parlare impose che nessuno del popolo salisse per contemplare Colui che è, e che anche i sacerdoti si purificassero prima di accostarsi al limite di Dio, per non essere percossi. Questo perché era tempo di giustizia e di prova. I Cieli erano chiusi come da pietra sul mistero del Cielo e sul corruccio di Dio, e solo le lame della Giustizia saettavano dai Cieli sui figli colpevoli. Ma ora no. Ora il Giusto è venuto a consumare ogni giustizia ed è venuto il tempo in cui, senza folgori e senza termini, la Parola divina parla all’uomo per dare all’uomo Grazia e Vita.

 

1. Lazzaro mette a disposizione di Gesù una casetta nella piana dell’Acqua Speciosa[1].

Sentiero ripido.

1Gesù sale per il ripido sentiero che porta al pianoro su cui è costruita Betania. Non segue questa volta la via maestra, ha preso questa più ripida e più rapida, che viene in direzione da nord-ovest verso est e che è molto meno battuta forse perché tanto ripida. Solo i viaggiatori frettolosi se ne servono, quelli che hanno delle mandrie e che preferiscono non metterle nell’andirivieni della via maestra, quelli che come Gesù, oggi, non vogliono farsi notare da molti. Egli sale avanti, parlando fitto fitto con lo Zelote. Dietro, in gruppo, sono i cugini con Giovanni e Andrea, poi un altro gruppo di Giacomo di Zebedeo con Matteo, Tommaso, Filippo, ultimi Bartolomeo con Pietro e l’Iscariota.

2Ma quando è raggiunto l’altipiano, su cui Betania ride al sole di una serena giornata di novembre, e dal quale, guardando verso oriente, si vede la valle del Giordano e la via che viene da Gerico, Gesù dà ordine a Giovanni di andare ad avvertire Lazzaro del suo arrivo. Mentre Giovanni se ne va a passo rapido, Gesù procede coi suoi lentamente, salutato per ogni dove da persone del luogo.

3La prima a venire dalla casa di Lazzaro è una donna che si prostra fino a terra dicendo: «Felice questo giorno per la casa della mia signora. Vieni, Maestro. Ecco Massimino e, già sul cancello, ecco Lazzaro».

4Anche Massimino accorre. Non so di preciso chi sia costui. Ho l’impressione che sia o un parente meno ricco e ospitato dai figli di Teofilo, oppure un intendente dei loro grandi averi, ma trattato da amico per il suo merito e per il lungo tempo di servizio nella casa. Forse è figlio di qualche intendente del padre, rimasto poi al posto dello stesso presso i figli di Teofilo. È di poco più anziano di Lazzaro, ossia sarà sui trentacinque anni, poco più. «Non speravamo averti così presto», dice.

5«Chiedo ricovero per una notte».

«Fosse per sempre ci faresti felici».

Sono sulla soglia e Lazzaro bacia e abbraccia Gesù e saluta i discepoli. Poi, tenendo un braccio intorno alla vita di Gesù, entra con Lui nel giardino e si isola dagli altri chiedendo subito: «A che devo la gioia di averti?».

«All’odio dei sinedristi».

6«Ti hanno fatto del male? Ancora?»

«No. Ma me lo vogliono fare. E non è l’ora. Finché non avrò arato tutta la Palestina e sparso il seme, non devo essere abbattuto».

7«Devi anche cogliere il tuo raccolto, Maestro buono. É giusto che così sia».

La gioia di servire.

8«Il mio raccolto lo raccoglieranno i miei amici. Essi metteranno la falce dove Io ho seminato. Lazzaro, Io ho deciso di allontanarmi da Gerusalemme. So che non serve, lo so in anticipo. Ma servirà a potere evangelizzare, se non altro. A Sionne mi è negato anche questo».

9«Ti avevo mandato a dire da Nicodemo di andare in una delle mie proprietà. Nessuno osa violarle. Potresti fare il tuo ministero senza molestie. E, oh! casa mia! La più beata di tutte le mie case per essere santificata dal tuo insegnare, dal tuo respirare in essa! Dammi la gioia di esserti utile, Maestro mio».

10«Lo vedi che già sto dandotela. Ma a Gerusalemme non posso rimanere. Non sarei molestato Io, ma si farebbe molestia a coloro che venissero. Vado verso Efraim, fra questo luogo e il Giordano. Là evangelizzerò e battezzerò come il Battista».

11«Nelle campagne di quel luogo io ho una casetta. Ma è ricovero agli attrezzi dei lavoratori. Talora vi dormono quando vanno al tempo dei fieni o delle viti. É misera. Un semplice tetto su quattro muri. Ma è sempre nelle mie terre. E lo si sa… Il saperlo farà da spauracchio agli sciacalli. Accetta, Signore. Manderò i servi a prepararla…»

«Non occorre. Se vi dormono i tuoi contadini basterà pure a noi».

La dolce albergatrice.

12«Non metterò ricchezze, ma completerò il numero dei letti, oh! poveri come Tu vuoi, e farò portare coperte, sedili, anfore e coppe. Dovrete pure mangiare e coprirvi, specie in questi mesi d’inverno. Lasciami fare. Non farò neppure io. Ecco Marta che viene a noi. Ella ha il genio pratico e solerte di tutte le cure famigliari. É fatta per la casa e per essere il conforto dei corpi e degli spiriti che sono nella casa. Vieni, mia dolce e pura albergatrice! Lo vedi? Io pure mi sono rifugiato sotto la sua materna cura, nella sua parte di eredità. Non rimpiango mia madre troppo duramente, così. Marta, Gesù si ritira nella piana dell’Acqua Speciosa. Di specioso non c’è che il fertile suolo; la casa è un ovile. Ma Egli vuole una casa da poveri. Bisogna fornirla del minimo. Dai ordini, tu, tanto brava!», e Lazzaro bacia la mano bellissima della sorella, che si leva poi a carezzarlo con vero amore di madre.

13Poi Marta dice: «Vado subito. Porto con me Massimino e Marcella. Gli uomini del carro aiuteranno a sistemare. Benedicimi, Maestro, così porterò meco qualcosa di tuo».

«Sì, mia dolce albergatrice. Ti chiamerò come Lazzaro. Ti do il mio cuore da portare con te, nel tuo».

Il grande amico di Gesù.

14«Lo sai, Maestro, che oggi è per queste campagne Isacco con Elia e gli altri? Mi hanno chiesto pascolo giù nella piana, per essere un poco insieme, ed ho acconsentito. Oggi trasmigrano. Li attendo per il pasto».

«Ne ho gioia. Darò a loro istruzioni…».

«Sì. Per poterci tenere a contatto. Qualche volta verrai però…»

«Verrò. Ne ho parlato già con Simone. E, poiché non è giusto che Io invada la tua casa con i discepoli, andrò in casa di Simone…».

15«No, Maestro. Perché questo dolore?».

«Non indagare, Lazzaro. Io so che è bene».

«Ma allora…».

16«Ma allora sarò sempre nei tuoi possessi. Ciò che anche Simone ignora Io lo so. Colui che volle acquistare, senza mostrarsi e senza discutere, pur di stare presso a Lazzaro di Betania, era il figlio di Teofilo, il fedele amico di Simone lo Zelote e il grande amico di Gesù di Nazareth. Colui che ha raddoppiato la somma per Giona e non ha inciso sull’avere di Simone per dare gioia allo stesso di potere molto fare per il Maestro povero e per i poveri del Maestro, è uno che ha nome Lazzaro. Colui che discreto e attento muove, dirige, aiuta tutte le forze buone per darmi aiuto e conforto e protezione, è Lazzaro di Betania. Io so».

Il redentore individuale è l’amore.

«Oh! non lo dire! Avevo creduto di fare così bene e in segreto!».

17«E per gli uomini c’è il segreto. Ma non per Me. Io leggo nel cuore. Vuoi che ti dica il perché la tua già naturale bontà intinge di perfezione soprannaturale? É perché chiedi dono soprannaturale, chiedi la salvezza di un’anima e la santità tua e di Marta. E senti che non basta essere buoni secondo il mondo, ma occorre esser buoni secondo le leggi dello spirito per avere la grazia da Dio. Tu non hai udito le mie parole. Ma Io ho detto: “Quando fate il bene fatelo in segreto, e il Padre ve ne darà grande ricompensa”. Tu lo hai fatto per naturale impulso all’umiltà. Ed in verità ti dico che il Padre prepara a te una ricompensa che tu neppure puoi immaginare».

18«La redenzione di Maria?! …»

«Questa e più, più ancora».

19«Cosa allora, Maestro, di più impossibile di questo?».

Gesù lo guarda e sorride. Poi dice col tono di un salmo: «Il Signore regna e con Lui i suoi santi. Dei suoi raggi intreccia corona e sul capo dei santi la posa. Onde in eterno essa splenda agli occhi di Dio e dell’universo. Di che metallo è contesta? Di quali pietre decorata? Oro, oro purissimo è il cerchio ottenuto col duplice fuoco dell’amore divino e dell’amore dell’uomo, lavorata a cesello dalla volontà che martella, lima, taglia e affina. Perle con grande dovizia e smeraldi più verdi dell’erba nata ad aprile, turchesi dal colore del cielo, opali dal color della luna, ametiste come viole pudiche, e diaspri e zaffiri e giacinti e topazi. Questi incastonati per tutta la vita. E poi un cerchio di rubini messi per ultimo lavoro, un gran cerchio sulla fronte gloriosa.

20Poiché il benedetto avrà avuto fede e speranza, avrà avuto mitezza e castità, temperanza e fortezza, giustizia e prudenza, misericordia senza misura, e in fondo avrà scritto col sangue il mio Nome e la fede in Me, il suo amore in lui per Me, e il suo nome in Cielo.

Esultate, o giusti del Signore. L’uomo ignora e Dio vede.

21Egli scrive nei libri eterni le mie promesse e le vostre opere, e con esse i vostri nomi, principi del secolo futuro, trionfatori eterni col Cristo del Signore».

Lazzaro lo guarda stupito. Poi mormora: «Oh!… io… non sarò capace…».

22«Lo credi?», e Gesù coglie un ramo flessibile di salice spiovente sul sentiero e dice: «Guarda: come la mia mano piega facilmente questo ramo, così l’amore piegherà la tua anima e ne farà corona eterna. È l’amore il redentore individuale. Chi ama inizia la sua redenzione. Il completamento di essa lo compierà il Figlio dell’uomo».

Tutto ha fine.

2. Inizio di vita in comune all’Acqua Speciosa e discorso di apertura[2].

Inizio di vita in fraternità (Gv 3,22)[3].

La casetta che ospita la Fraternità.

1Se si paragona questa bassa e rustica casetta alla casa di Betania, certo è un ovile, come dice Lazzaro. Ma se la si paragona alle case dei contadini di Doras, è una abitazione ancora bella. Molto bassa e molto larga, costruita solidamente, ha una cucina, ossia un caminone in una stanza tutta affumicata in cui è un tavolo, dei sedili, delle anfore e una rustica rastrelliera dove sono dei piatti e delle coppe. Una larga porta di legno grezzo le dà luce oltre che accesso. Poi, sulla stessa parete dove si apre questa, sono altre tre porte che danno accesso a tre cameroni lunghi e stretti, dalle pareti scialbate a calce e il suolo di terreno battuto come la cucina. In due di questi sono ora dei lettucci. Paiono dei piccoli dormitori. I molti arpioni infissi nelle pareti testimoniano che lì venivano appesi attrezzi e forse anche prodotti agricoli. Ora servono da attaccapanni, sorreggendo mantelli e bisacce. Il terzo camerone (più largo corridoio che camerone, perché è sproporzionata la larghezza alla lunghezza) è vuoto. Doveva servire anche a ricovero di animali, perché ha una greppia e anelli al muro e presenta quelle buche nel suolo proprie di terreni percossi da zoccoli ferrati. Ora non c’è nulla.

2Fuori, presso questo ultimo locale, un largo portico rustico, fatto di un tetto coperto di fascine e lavagne appoggiato su tronchi d’albero appena scorticati. Non è neppure portico, è tettoia perché è aperto da tre lati: due lunghi almeno dieci metri, l’altro stretto di un cinque metri, non più. In estate una vite deve stendere i suoi rami da tronco a tronco nel lato di meridione. Ora è spoglia e mostra i suoi scheletrici rami, come spoglio è un fico gigantesco che d’estate ombreggia la vasca al centro dell’aia, certo messa per abbeverare le bestie. E a fianco di un pozzo rudimentale, ossia di un buco a livello di suolo, appena un giro di pietre piatte e bianche lo segnala.

3Questa la casa che ospita Gesù e i suoi nel luogo detto «Acqua Speciosa». Campi, anzi, prati e vigne la circondano, e a distanza di un circa trecento metri (non prenda per articolo di fede le mie misurazioni) si vede un’altra casa, in mezzo ai campì, più bella perché munita di terrazzo sul tetto, che questa invece non ha. Oltre questa altra casa, boschi di ulivi e di altre piante, parte spoglie, parte fronzute, celano la vista. Pietro con il fratello e con Giovanni lavorano di gusto a scopare l’aia e i cameroni, a riaggiustare i letti, ad attingere l’acqua. Anzi Pietro fa tutto un armeggio intorno al pozzo per aggiustare e rinforzare le funi e rendere più pratico e comodo il prendere acqua. Invece i due cugini di Gesù lavorano di martello e di lima a serrature e imposte, e Giacomo di Zebedeo li aiuta segando e lavorando d’ascia come un arsenalotto.

4Nella cucina traffica Tommaso e pare un cuoco provetto, tanto sa dosare fuoco e fiamma e pulire svelto le verdure che il bel Giuda si è degnato di portare dal paese vicino. Capisco che c’è un paese, più o meno grosso, perché Giuda spiega che il pane lo fanno solo due volte per settimana e che perciò per quel giorno non c’è pane.

5Pietro sente e dice: «Faremo delle focacce sulla fiamma. Là c’è la farina. Svelto, levati la veste e impasta, poi a cuocerle ci penso io. Sono capace». E non posso che ridere vedendo che l’Iscariota si umilia, in sottoveste, ad intridere la farina, impolverandosi ben bene.

6Gesù non c’è e con Lui manca Simone, Bartolomeo, Matteo e Filippo.

«Il più brutto è oggi», risponde Pietro ad un borbottio di Giuda di Keriot.

«Ma domani andrà già meglio. E a primavera andrà bene del tutto…».

7«A primavera? Ma staremo qui sempre?», dice spaventato Giuda.

«Perché? Non è una casa? Piovere, non ci piove. Acqua da bere c’è. Il focolare non manca. E che vuoi di più? Io ci sto benissimo. Anche perché non sento puzza di farisei e compagni…».

8«Pietro, andiamo a ritirare le reti», dice Andrea e trascina via il fratello prima che incominci una diatriba fra lui e l’Iscariota.

9«Quell’uomo non mi può vedere», esclama Giuda.

«No. Non lo puoi dire. É così schietto con tutti. Ma è buono. Sei tu che sei sempre malcontento», risponde Tommaso che invece ha sempre un ottimo umore.

«É che io mi credevo altra cosa…».

10«Mio cugino non ti vieta di andare alle altre cose», dice pacato Giacomo d’Alfeo.

«Credo che tutti, perché stolti, credevamo altra cosa il seguirlo. Ma è perché siamo di dura cervice e di grande superbia. Egli non ha mai nascosto il pericolo e la fatica di seguirlo».

11Giuda borbotta fra i denti. Gli risponde l’altro Giuda, il Taddeo, che lavora intorno ad una mensola della cucina per tramutarla in piccolo armadio: «Hai torto. Anche secondo le consuetudini hai torto. Ogni israelita deve lavorare. E noi lavoriamo. Ti pesa tanto il lavoro? Io non lo sento, perché da quando sono con Lui ogni fatica perde il suo peso».

12«Anche io non rimpiango niente. E sono contento di essere proprio come in famiglia ora», dice Giacomo di Zebedeo.

«Faremo molto, qui! …», osserva ironico Giuda di Keriot.

13«Ma insomma cosa vuoi? Cosa pretendi? Una corte da satrapo? Non ti permetto di criticare ciò che fa mio cugino. Hai capito?», esplode il Taddeo.

«Taci, fratello. Gesù non vuole queste dispute. Parliamo il meno possibile e facciamo il più possibile. Sarà meglio per tutti. D’altronde… se Lui non riesce a mutare i cuori… puoi sperarlo tu con le tue parole?», dice Giacomo d’Alfeo.

14«Il cuore che non muta è il mio, vero?», chiede l’Iscariota aggressivo.

Ma Giacomo non gli risponde. Anzi si mette un chiodo fra le labbra e inchioda intanto vigorosamente delle assi, facendo un fragore tale che il borbottio di Giuda si perde.

La Provvidenza e gli operatori del Regno.

15Passa qualche tempo, poi entrano contemporaneamente Isacco, con delle uova e una cesta di pagnotte fragranti, e Andrea con dei pesci in una nassa.

«Ecco», dice Isacco. «Le manda il fattore e dice se occorre niente. Ha ordine così».

16«Lo vedi che di fame non si muore?», dice Tommaso all’Iscariota. E poi dice: «Dammi il pesce, Andrea. Che bello! Ma come si fa a prepararlo?… Qui non so fare».

«Ci penso io», dice Andrea. «Sono pescatore», e si mette in un angolo a sventrare i suoi pesci ancora vivi.

17«Sta venendo il Maestro. Ha fatto un giro in paese e per le campagne. Vedrete che presto ci sarà chi viene. Ha già guarito un malato d’occhi. E poi io avevo già percorso queste campagne e sapevano…».

18«Eh! già! Io, io!… Tutto i pastori… Noi abbiamo lasciato, io almeno, una vita sicura e abbiamo fatto questo e quello, ma non si è fatto nulla…».

Isacco guarda l’Iscariota stupito… ma filosoficamente non ribatte. Gli altri lo imitano… ma bollono di dentro.

19«Pace a voi tutti».

É Gesù sulla soglia, sorridente, buono. Pare che il sole aumenti splendore per la sua venuta.

20«Che bravi! Tutti al lavoro! Posso aiutarti, cugino?».

«No, riposa. Ho finito».

21«Siamo carichi di cibarie. Tutti hanno voluto dare. Se tutti avessero i cuori degli umili!», dice Gesù un poco mesto.

22«Oh! il mio Maestro! Che Dio ti benedica!». E’ Pietro che entra con un fascio di legna sulle spalle e che saluta così, sotto il suo peso, il suo Gesù.

«Anche te, Pietro, ti benedica il Signore. Avete molto lavorato!».

23«E più lavoreremo nelle ore di libertà. Abbiamo una villa in campagna noi!… E ne dobbiamo fare un Eden. Intanto ho aggiustato il pozzo, tanto per vedere di notte dove è, e per essere sicuri di non perdere le brocche nel calarle. Poi… lo vedi che bravi i tuoi cugini? Tutte cose necessarie per chi deve vivere in un luogo a lungo, e io, pescatore, non avrei saputo. Proprio bravi. Anche Tommaso. Potrebbe mettersi nella cucina di Erode. Anche Giuda è bravo. Ha fatto delle splendide focacce…»

24«E inutili. C’è il pane», risponde di malumore Giuda. Pietro lo guarda e mi aspetto qualche risposta pepata, ma Pietro scuote il capo, aggiusta la cenere e vi stende su le sue focacce. «Fra poco è tutto pronto», dice Tommaso. E ride.

25«Parlerai oggi?», domanda Giacomo di Zebedeo.

«Sì. Fra sesta e nona. I vostri compagni l’hanno detto. Mangiamo perciò solleciti».

“Vogliatevi bene!”.

26Ancora qualche tempo e poi Giovanni pone il pane sul desco, prepara i sedili, porta le coppe e le anfore, e Tommaso porta le verdure cotte e il pesce arrostito. Gesù è al centro, offre e benedice, distribuisce e tutti mangiano di gusto. Stanno ancora mangiando quando nell’aia si affacciano delle persone. Pietro si alza e va sulla porta: «Che volete?».

28«Il Rabbi. Non parla qui?».

«Parla. Ma ora mangia perché è uomo Lui pure. Sedetevi là sotto e attendete».

29Il gruppetto va sotto la rustica tettoia.

«Però viene il freddo e pioverà spesso. Io dico che sarebbe bene usare quella stalla vuota. L’ho pulita a dovere. La greppia sarà lo scanno…»

«Non fare ironie stolte. Il Rabbi è rabbi», dice Giuda.

«Ma che ironie! Se è nato in una stalla, potrà parlare da una greppia!».

30«Pietro ha ragione. Ma, ve ne prego, vogliatevi bene!». Gesù pare persino stanco nel dire queste parole.

Il Maestro buono.

31Terminano di mangiare e Gesù esce subito per andare presso la piccola folla.

«Aspetta, Maestro», gli grida dietro Pietro.

«Tuo cugino ti ha fatto un sedile perché è umido il suolo là sotto».

32«Non occorre. Tu sai. Parlo in piedi. La gente vuole vedermi ed Io la voglio vedere. Piuttosto… fate sedili e lettucci. Forse verranno dei malati… e serviranno».

«Sempre per gli altri Tu pensi, Maestro buono!», dice Giovanni e gli bacia la mano.

33Gesù va col suo sorriso lievemente mesto verso la piccola folla. Con Lui vanno tutti i discepoli.

34Pietro, che è proprio a fianco di Gesù, lo fa chinare e gli mormora piano: «Dietro al muro è quella donna velata. L’ho vista. É lì da stamane. Ci è venuta dietro da Betania. La caccio o la lascio?»

«Lasciala. L’ho detto». 

35«Ma se è spia come dice l’Iscariota?».

«Non lo è. Fidati di quanto ti dico. Lasciala e non dire nulla agli altri. E rispetta il suo segreto».

«Ho taciuto perché pensavo fosse bene…».

Catechesi sulla “vita”.

Errato concetto della “vita”.

36«Pace a voi che cercate la Parola», incomincia Gesù. E va in fondo al loggiato avendo alle spalle il muro della casa. Parla lentamente alla ventina di persone sedute per terra o addossate alle colonne, nel tepore di un solicello novembrino.

37«L’uomo cade in un errore nel considerare la vita e la morte e nell’applicare questi due nomi. Chiama “vita” il tempo in cui, partorito dalla madre, inizia il respiro, il nutrimento, il moto, il pensiero, l’azione; e chiama “morte” il momento in cui cessa di respirare, mangiare, muoversi, pensare, operare, e diviene una spoglia fredda e insensibile, pronta a rientrare in un seno, quello di un sepolcro. Ma non è così. Io voglio farvi capire la “vita”, indicarvi le opere atte alla vita.

Origine e natura della “vita”.

38Vita non è esistenza. Esistenza non è vita. Esiste anche questa vigna che si lega a queste colonne. Ma non ha la vita di cui Io parlo. Esiste anche quella pecora che bela legata a quell’albero lontano. Ma non ha la vita di cui Io parlo. La vita di cui Io parlo non comincia con l’esistenza e non ha termine col finire della carne. La vita di cui Io parlo ha inizio non in un seno materno. Ha inizio quando dal Pensiero di Dio viene creata un’anima per abitare una carne, ha termine quando il Peccato la uccide!

39Prima l’uomo non è che un seme che cresce, seme di carne, invece che di glutine o di midollo come lo è quello delle biade o quello delle frutta. Prima non è che un animale che si forma, un embrione di animale non dissimile da quello che ora gonfia nel seno di quella pecora. Ma dal momento che in questo concepimento d’uomo si infonde questa parte incorporea, e che pure è la più potente nella sua incorporeità che sublima, ecco che allora l’embrione animale non solo esiste come cuore pulsante, ma “vive” secondo il Pensiero creatore, e diviene l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, il figlio di Dio, il cittadino futuro dei Cieli.

La “vita” è eterna[4].

40Ma questo avviene se la vita dura. L’uomo può esistere avendo immagine d’uomo, ma già non essendo più uomo. Essendo cioè un sepolcro in cui putrefà la vita. Ecco perciò che Io dico: la vita non comincia con l’esistenza e non ha termine col finire della carne. La vita ha inizio prima della nascita. La vita, poi, non ha più termine perché l’anima non muore, ossia non si annulla. Muore al suo destino, che è quello celeste, ma sopravvive nel suo castigo se così ha meritato. A questo destino beato muore col morire alla Grazia. Questa vita, colpita da una cancrena che è la morte al suo destino, dura nei secoli nella dannazione e nel tormento. Questa vita, conservata invece tale, raggiunge la perfezione del vivere facendosi eterna, perfetta, beata come il suo Creatore.

Doveri verso la vita.

41Abbiamo dei doveri verso la vita? Sì. Essa è un dono di Dio. Ogni dono di Dio va usato e conservato con cura, perché è cosa santa quanto il Donatore. Malmenereste voi il dono di un re? No. Passa agli eredi, e agli eredi degli eredi, come gloria della famiglia. E allora perché malmenare il dono di Dio? Ma come lo si usa e conserva questo dono divino? In che modo tenere in vita il paradisiaco fiore dell’anima per conservarlo ai Cieli? Come ottenere di “vivere” al di sopra ed oltre l’esistenza?

42Israele ha chiare leggi in proposito e non ha che osservarle. Israele ha profeti e giusti che danno esempio e parola per praticare le leggi. Israele ha anche ora i suoi santi. Non può, non dovrebbe errare quindi Israele. Invece Io vedo macchie nei cuori e spiriti morti pullulare da ogni dove. Onde vi dico: fate penitenza; aprite l’animo alla Parola; mettete in pratica la Legge immutabile; rinsanguate l’esausta “vita” che langue in voi; se già l’avete morta, venite alla Vita vera, a Dio. Piangete sulle vostre colpe. Gridate: “Pietà!”. Ma risorgete. Non siate dei morti viventi per non essere domani degli eterni penanti[5]. Io non vi parlerò d’altro che del modo di giungere o di conservare la vita. Un altro vi ha detto[6]: “Fate penitenza. Mondatevi dal fuoco impuro delle lussurie, dal fango delle colpe”. Io vi dico: poveri amici, studiamo insieme la Legge. Riudiamo in essa la voce paterna del Dio vero. E poi insieme preghiamo l’Eterno dicendo: “La tua misericordia scenda sui nostri cuori”.

La primavera della vita vera.

43Ora è cupo inverno. Ma fra poco verrà primavera. Uno spirito morto è più triste di un bosco spogliato dal gelo. Ma se umiltà, volontà, penitenza e fede penetreranno in voi, come bosco a primavera la vita tornerà in voi, e voi fiorirete a Dio per portare poi domani, nel domani dei secoli e dei secoli, perenne frutto di vita vera. Venite alla Vita! Cessate di esistere solamente e cominciate a “vivere”. La morte allora non sarà “fine”, ma principio sarà. Il principio di un giorno senza tramonto, di un gioia senza stanchezza e misura. La morte sarà il trionfo di ciò che visse prima della carne, e trionfo della carne che sarà chiamata, alla risurrezione eterna, a compartecipare a questa Vita, che Io prometto nel nome del Dio vero a tutti coloro che avranno “voluto” la “vita” per la loro anima calpestando il senso e le passioni per godere della libertà dei figli di Dio.

45Andate. Ogni giorno a quest’ora Io vi parlerò dell’eterna verità. Il Signore sia con voi».

46La gente sfolla piano con molti commenti. Gesù torna nella solitaria casetta e tutto ha fine.

3. 1°Comandamento: “Io sono il Signore Dio tuo”. Gesù battezza
come Giovanni
[7].

Fatti del giorno.

Versioni sul Natale del Messia.

1La gente è almeno duplicata da ieri. Vi sono anche persone meno popolane. Alcuni sono venuti su ciuchini e consumano il loro pasto sotto la tettoia, ai pali della quale hanno legato gli asinelli, in attesa del Maestro.

2La giornata è fredda ma serena. La gente parlotta fra sé, e i più eruditi spiegano chi è e perché il Maestro parla da quel luogo. Uno dice: «Ma è da più del Giovanni?».

3«No. É diverso. Quello, io ero del Giovanni, è il Precursore, ed è la voce della giustizia. Questo è il Messia, ed è la voce della sapienza e misericordia».

«Come lo sai?», chiedono in molti.

4«Me lo hanno detto tre discepoli perpetui del Battista. Se sapeste che cose! Loro l’hanno visto nascere. Pensate, è nato dalla luce. C’era una luce così forte che loro, che erano pastori, sono scappati fuori dall’ovile, fra le bestie impazzite di terrore, e hanno visto che tutta Betlemme era in fuoco, e poi dal Cielo sono venuti giù degli angeli e hanno spento il fuoco con le ali, e in Terra c’era Lui, il Bambino nato dalla luce. Tutto il fuoco è diventato una stella…».

«Ma no! Non è così».

«Sì, è così. Me lo ha detto uno che era stalliere a Betlemme quando io ero bambino. Ora che il Messia è uomo, se ne vanta».

5«Non è così. La stella è venuta dopo, è venuta con quei maghi d’oriente, quelli che uno era parente di Salomone, e perciò del Messia, perché Lui è di Davide e Davide è padre di Salomone, e Salomone amò la regina di Saba perché era bella e per i doni che gli aveva portato, e ne ebbe un figlio che è di Giuda pur essendo d’oltre Nilo».

6«Ma cosa racconti? Sei pazzo?!».

«No. Vuoi dire che non è vero che gli portò, il parente, gli aromi come è uso fra re e di quella schiatta?».

«Lo so io come è vero», dice un altro.

7«É così. Io lo so perché Isacco è uno dei pastori e mi è amico. Dunque: il Bambino è nato in una stalla della casa di Davide. Era profezia[8]…».

«Ma non è di Nazareth?».

8«Lasciatemi parlare. E nato a Betlemme perché è di Davide, ed era tempo d’editto. I pastori hanno visto una luce che più bella non c’è, e il più piccolo, perché era un innocente, vide per primo l’angelo del Signore che parlò con musica d’arpa dicendo: “É nato il Salvatore. Andate e adorate”, e poi angeli e angeli cantarono: “Gloria a Dio e pace agli uomini buoni”. E i pastori andarono e videro un bambinello in una greppia fra un bue e un asino, e la Madre e il padre. E lo adorarono e poi lo condussero nella casa di una buona. E il Bambino cresceva come tutti, bello, buono, tutto amore. E poi vennero i magi da oltre Eufrate e oltre Nilo, perché avevano visto una stella e riconosciuto in essa la stella di Balaàm[9]. Ma il Bambino era già capace di camminare. E re Erode ordinò lo sterminio per gelosia di regno. Ma l’angelo del Signore aveva avvertito del pericolo e i pargoli di Betlemme morirono, ma non Lui che era fuggito oltre Matarea. E poi è tornato a Nazareth a fare il legnaiolo, e giunto al suo tempo, dopo che il Battista, suo cugino, lo ebbe annunciato, ha iniziato la missione e prima ha cercato i suoi pastori. Isacco lo trasse da paralisi, dopo trent’anni di infermità. E Isacco è instancabile nel predicarlo. Ecco».

9«Ma i tre discepoli del Battista me le hanno proprio dette quelle parole!», dice il primo mortificato.

10«E vere sono. Quello che non è vero è la descrizione dello stalliere. Se ne vanta? Farebbe bene a dire ai betlemiti d’essere buoni. Né a Betlemme né a Gerusalemme può predicare».

11«Sì! Figurati se scribi e farisei vogliono le sue parole! Quelli sono vipere e iene, come li chiama il Battista».

Il Messia è l’Amore misericordioso.

12«Io vorrei essere guarito. Vedi? Ho una gamba in cancrena. Ho sofferto la morte a venire qui sul ciuco. Ma l’avevo cercato a Sionne e non c’era più…», dice uno.

13«L’hanno minacciato di morte…», risponde un altro.

«Cani!».

«Sì. Di dove vieni?».

«Da Lidda».

«Lunga strada!».

14«Io… io vorrei dirgli un mio errore… L’ho detto al Battista… ma sono scappato, tanto mi ha assalito di rampogne. Penso non poter essere più perdonato…», dice un altro ancora.

«Che hai fatto mai?».

«Molto male. A Lui lo dirò. Che dite? Mi maledirà?».

«No. Io l’ho sentito parlare a Betsaida. Per caso ero là. Che parole!!! Parlava di una peccatrice. Ah! quasi avrei voluto essere lei per meritarle!…», dice un vecchio imponente.

15«Eccolo che viene», gridano in diversi.

«Misericordia! Mi vergogno!», dice il colpevole e fa per fuggire.

16«Dove fuggi, figlio mio? Tanto nero hai nel cuore da odiare la Luce al punto di doverla fuggire? Tanto hai peccato da avere paura di Me: Perdono[10]? Ma che peccato puoi avere commesso? Neppure se avessi ucciso Iddio dovresti temere, se avessi in te vero pentimento[11]. Non piangere! Oppure vieni, piangiamo insieme».

17Gesù, che alzando una mano ha imposto al fuggente un arresto, ora lo tiene stretto a Sé, e poi si volge a chi attende e dice: «Un solo momento. Per sollevare questo cuore. E poi vengo a voi». E si dilunga oltre la casa, urtando, nello svoltare l’angolo, contro la donna velata, al suo posto d’ascolto. Gesù la guarda fisso un attimo, poi fa ancora un dieci passi e si ferma: «Che hai fatto, figlio?».

18L’uomo cade in ginocchio. É un uomo sui cinquant’anni. Un volto bruciato da molte passioni e devastato da un tormento segreto. Tende le braccia e grida: «Per godere con le femmine tutta l’eredità paterna, ho ucciso la madre e il fratello… Non ho avuto più pace… Il mio cibo… sangue! Il mio sonno… incubo!… Il mio piacere… Ah! nel seno delle femmine, nel loro grido di lussuria, sentivo il gelo della madre morta e il rantolo del fratello avvelenato. Maledette le femmine di piacere, aspidi, meduse, murene insaziabili, rovina, rovina, rovina mia!».

19«Non maledire. Io non ti maledico…»

«Non mi maledici?».

20«No. Piango e mi addosso il tuo peccato!… Come è pesante! Mi frange le membra. Ma lo abbraccio stretto per consumarlo per te… e a te do perdono. Sì. Io ti rimetto il tuo grande peccato». Stende le mani sul capo dell’uomo singhiozzante e prega: «Padre, anche per lui il mio Sangue sarà versato. Per ora ecco il pianto e la preghiera. Padre, perdona perché egli è pentito. Il tuo Figlio, al cui giudizio ogni cosa è rimessa, così vuole!… Sta ancora per qualche minuto così, poi si curva, alza l’uomo e gli dice: «La colpa è rimessa. A te ora espiare con una vita di penitenza quanto resta del tuo delitto».

21«Dio mi ha perdonato? E la madre? E il fratello?».

«Ciò che Dio perdona, da chiunque è perdonato. Va’ e non peccare mai più».

L’uomo piange più forte e gli bacia la mano. Gesù lo lascia al suo pianto. Torna verso la casa. La donna velata fa un atto come per andargli incontro, ma poi china il capo e non si muove. Gesù le passa davanti senza guardarla.

Catechesi sul 1° Comandamento.

Tempo di giustizia e di prova.

22É al suo posto. Parla: Un’anima è tornata al Signore. Sia benedetta la sua onnipotenza che strappa dalle spire demoniache le anime sue create e le riporta sulla via dei Cieli. Perché quell’anima si era perduta? Perché aveva perduto di vista la Legge. É detto nel Libro che il Signore si manifestò sul Sinai in tutta la sua terribile potenza[12], per dire anche con essa: “Io sono Dio. Questo è il mio volere. E questi sono i fulmini che ho pronti per coloro che saranno ribelli al volere di Dio”. E prima di parlare impose che nessuno del popolo salisse per contemplare Colui che è, e che anche i sacerdoti si purificassero prima di accostarsi al limite di Dio, per non essere percossi. Questo perché era tempo di giustizia e di prova. I Cieli erano chiusi come da pietra sul mistero del Cielo e sul corruccio di Dio, e solo le lame della Giustizia saettavano dai Cieli sui figli colpevoli. Ma ora no. Ora il Giusto è venuto a consumare ogni giustizia ed è venuto il tempo in cui, senza folgori e senza termini, la Parola divina parla all’uomo per dare all’uomo Grazia e Vita.

“Io sono il Signore Dio tuo”.

23La prima parola del Padre e Signore è questa: “Io sono il Signore Dio tuo”[13].

24Non vi è attimo del giorno che questa parola non suoni e non sia scritta dalla voce e dal dito di Dio. Dove? Dovunque. Tutto lo dice continuamente. Dall’erba alla stella, dall’acqua al fuoco, dalla lana al cibo, dalla luce alle tenebre, dalla sanità alla malattia, dalla ricchezza alla povertà. Tutto dice: “Io sono il Signore. Per Me hai questo. Un mio pensiero te lo dona, un altro te lo leva, né vi è forza di eserciti né di difese che ti può preservare dalla mia volontà”. Urla nella voce del vento, canta nel riso dell’acqua, profuma nell’olezzo del fiore, s’incide sui dossi montani e sussurra, parla, chiama, grida nelle coscienze: “Io sono il Signore Iddio tuo”.

25Non ve lo dimenticate mai! Non chiudetevi gli occhi, le orecchie, non strozzate la coscienza per non udirla, questa parola. Tanto essa è e viene il momento che sulla parete del convito o sull’onda sconvolta del mare, sul labbro ridente del fanciullo o sul pallore del vecchio che muore, sulla fragrante rosa o sul fetido sepolcro, viene scritta dal dito di fuoco di Dio. Tanto viene il momento che fra le ebbrezze del vino e del piacere, fra il turbine degli affari, nel riposo della notte, in una solitaria passeggiata, essa alza la sua voce e dice: “Io sono il Signore Iddio tuo” e non questa carne che baci avido, e non questo cibo che ingordo ingolli, e non quest’oro che avaro accumuli, e non questo letto su cui poltrisci; e non serve il silenzio, l’esser soli, dormenti, a farla tacere.

26“Io sono il Signore Iddio tuo”, il Compagno che non ti abbandona, l’Ospite che non puoi cacciare. Sei buono? Ecco che l’ospite e compagno è l’Amico buono. Sei perverso e colpevole? Ecco che l’ospite e compagno diviene il Re irato e non dà pace. Ma non lascia, non lascia, non lascia. Solo ai dannati è concesso separarsi da Dio. Ma la separazione è il tormento insaziabile ed eterno.

“Io sono il tuo Liberatore”.

27“Io sono il Signore Iddio tuo” e aggiunge: “che ti trassi dalla terra d’Egitto, dalla casa della schiavitù”. Oh! che invero, ora, proprio lo dice! Da che Egitto, da che Egitto ti trae, verso la terra promessa che non è questo luogo, ma il Cielo! L’eterno Regno del Signore in cui non sarà più fame e sete, e freddo e morte, ma tutto stillerà gioia e pace, e di pace e di gioia sarà sazio ogni spirito.

28Dalla schiavitù vera ora vi trae. Ecco il Liberatore. Io sono. Vengo a spezzare le vostre catene. Ogni dominatore umano può conoscere morte e per la sua morte essere liberi i popoli schiavi. Ma Satana non muore. E’ eterno[14]. Ed è il dominatore che vi ha messo in ceppi per trascinarvi dove vuole. Il Peccato è in voi. E il Peccato è la catena con cui Satana vi tiene. Io vengo a spezzare la catena. In nome del Padre vengo. E per desiderio mio. Ecco perciò che si compie la non compresa promessa: “ti trassi dall’Egitto e dalla schiavitù”.

29Ora questo ha spiritualmente compimento. Il Signore Iddio vostro vi trae dalla terra dell’idolo che sedusse i Progenitori, vi strappa alla schiavitù della Colpa, vi riveste di Grazia, vi ammette nel suo Regno. In verità vi dico che coloro che verranno a Me potranno, con dolcezza di paterna voce, sentire l’Altissimo dire nel cuore beato: “Io sono il Signore Iddio tuo e che ti traggo a Me, libero e felice”.

30Venite. Volgete al Signore cuore e volto, preghiera e volontà. L’ora della Grazia è venuta».

Evangelizzazione

Il Battesimo di Gesù (Gv 3,22-24)[15]

31Gesù ha terminato. Passa benedicendo e carezzando una vecchietta ed una bambinella morettina e tutta ridente.

32«Guariscimi, Maestro. Ho tanto male!», dice il malato di cancrena.

«Prima l’anima, prima l’anima. Fai penitenza…».

«Dammi il battesimo come Giovanni. Non posso andare a lui. Sono malato».

«Vieni». Gesù scende verso il fiume che è oltre due grandissimi prati e il bosco che lo nasconde. Si scalza e così l’uomo, che si è trascinato lì con le stampelle. Scendono alla riva e Gesù, facendo coppa con le due mani unite, sparge l’acqua sul capo dell’uomo, che è nell’acqua fino a mezzo stinco.

«Ora levati le bende», ordina Gesù mentre risale sul sentiero. L’uomo ubbidisce. La gamba è risanata. La folla grida il suo stupore.

33«Anche io!»,

«Anche io»,

«Io pure il battesimo da Te!», gridano in molti.

34Gesù, che è già a mezza strada, si volge: «Domani. Ora andate e siate buoni. La pace sia con voi».

E’ battesimo anche il pianto.

35Tutto ha fine e Gesù torna in casa, nella cucina oscura nonostante siano ancora le prime ore del pomeriggio. I discepoli gli si affollano intorno. E Pietro chiede: «Quell’uomo che hai condotto dietro casa, che aveva?».

«Bisogno di purificazione».

«Non è però tornato, ne c’era a chiedere battesimo».

«É andato dove l’ho mandato».

«Dove?».

«All’espiazione, Pietro».

«In carcere?».

«No. Alla penitenza per tutta la vita che gli resta».

«Non si purifica allora con l’acqua?».

«E’ acqua anche il pianto».

«Questo è vero. Ora che hai fatto il miracolo chissà quanti verranno!… Erano già il doppio oggi…».

Istituzione del Sacramento del Battesimo.

36«Sì. Se Io dovessi fare tutto, non potrei. Voi battezzerete. Prima uno per volta, poi sarete in due, tre, in molti. E Io predicherò e guarirò i malati e i colpevoli».

«Noi battezzare? Oh! io non ne sono degno! Levami, Signore, questa missione! Ho bisogno io d’essere battezzato!». Pietro è in ginocchio e supplica.

Ma Gesù si china e dice: «Proprio tu battezzerai per il primo. Da domani».

«No, Signore! Come faccio se sono più nero di quel camino?».

37Gesù sorride della sincerità umile dell’apostolo in ginocchio contro le sue ginocchia, sulle quali tiene congiunte le sue grosse mani di pescatore. E poi lo bacia sulla fronte, al limite dei capelli brizzolati e ruvidi nel loro arricciolarsi: «Ecco. Ti battezzo con un bacio[16]. Sei contento?».

«Farei subito un altro peccato per averne un altro!».

«Questo no. Non si irride Dio abusando dei suoi doni».

38«E a me non dai un bacio? Qualche peccato l’ho anche io», dice l’Iscariota.

Gesù lo guarda fissamente. Il suo occhio tanto mutevole passa dalla luce di letizia, che lo faceva chiaro mentre parlava con Pietro, ad una cupezza severa e direi stanca, e dice: «Sì… anche a te. Vieni. Io non ho ingiustizia con nessuno. Sii buono, Giuda. Se tu volessi!… Sei giovane. Tutta una vita per salire sempre, fino alla perfezione della santità…». E lo bacia.

39«Ora tu, Simone, amico mio. E tu, Matteo, mia vittoria. E tu, saggio Bartolmai. E tu, Filippo fedele. E tu, Tommaso dall’ilare volontà. Vieni, Andrea dal silenzio attivo. E tu, Giacomo del primo incontro. Ed ora tu, gioia del Maestro tuo. E tu, Giuda, compagno di fanciullezza e di gioventù. E tu, Giacomo, che mi richiami il Giusto nell’aspetto e nel cuore. Ecco, tutti, tutti… Ma ricordate che il mio amore è molto, ma ci vuole anche la vostra buona volontà. Un passo più avanti nella vostra vita di miei discepoli lo farete da domani. Ma pensate che ogni passo in avanti è un onore e un obbligo».

Il dono della preghiera .

40«Maestro… un giorno hai detto a me, Giovanni, Giacomo e Andrea che ci avresti insegnato a pregare. Io penso che, se pregassimo come Tu preghi, saremmo capaci di essere degni del lavoro che Tu vuoi da noi», dice Pietro.

41«Ti ho anche risposto, allora: “Quando sarete abbastanza formati, vi insegnerò la preghiera sublime. Per lasciarvi la mia preghiera. Ma anche essa sarà nulla se non la dirà che la bocca. Per ora ascendete con l’anima e la volontà a Dio”. La preghiera è un dono che Dio concede all’uomo e che l’uomo dona a Dio».

42«E come? Non siamo ancora degni di pregare? Tutto Israele prega…», dice l’Iscariota.

«Sì, Giuda. Ma tu vedi dalle sue opere come prega Israele. Io non voglio fare di voi dei traditori. Chi prega con l’esterno, e dentro è contro il bene, è un traditore».

Il carisma del miracolo.

43«E i miracoli quando ce li fai fare?», chiede sempre Giuda.

«Noi i miracoli, noi? Misericordia eterna! Ma pure si beve acqua pura! Noi i miracoli? Ma, ragazzo, farnetichi?». Pietro è scandalizzato, spaventato, fuori di sé.

«L’ha detto Lui a noi, in Giudea. Non è forse vero?».

«Sì. É vero. Io l’ho detto. E voi lo farete. Ma finché in voi sarà troppa carne, non avrete miracoli».

«Faremo dei digiuni», dice l’Iscariota.

Condizione per meritare il carisma del miracolo.

44«Non serve. Per carne intendo le passioni corrotte, la triplice fame, e dietro a questa perfida trinità il codazzo dei suoi vizi… Pari a figli di una lurida bigama unione, la superbia della mente genera, con l’avidità della carne e del potere, tutto il male che è nell’uomo e nel mondo».

45«Noi per Te tutto abbiamo lasciato», ribatte Giuda.

«Ma non voi stessi».

«Dobbiamo morire allora? Pur di esser con Te lo faremmo. Io almeno…».

46«No. Non chiedo la vostra morte materiale. Chiedo che muoia l’animalità e la satanicità in voi, e questa non muore finché la carne viene saziata e menzogna, orgoglio, ira, superbia, gola, avarizia, accidia, sono in voi[17]».

Basta la grazia di ogni giorno.

47«Siamo tanto uomini presso a Te, tanto santo!», mormora Bartolomeo.

«E fu sempre così santo. Noi lo possiamo dire», asserisce il cugino Giacomo.

47«Egli lo sa come siamo… non dobbiamo accasciarci perciò. Ma dirgli solo: dacci giorno per giorno la forza di servirti. Se noi dicessimo: “Siamo senza peccato” saremmo ingannati e ingannatori. E di chi poi? Di noi che sappiamo ciò che siamo, anche se non lo vogliamo dire? Di Dio che non si inganna? Ma dicendo: “Siamo deboli e peccatori. Aiutaci con la tua forza e il tuo perdono”, Dio allora non ci deluderà, e nella sua bontà e giustizia ci perdonerà e ci purificherà dalle iniquità dei nostri poveri cuori».

48«Te beato, Giovanni. Poiché la Verità parla sulle tue labbra che hanno profumo di innocenza e non baciano che l’adorabile Amore», dice Gesù alzandosi e si attira sul cuore il prediletto che ha parlato dal suo angolo buio.

4. Non ti farai degli dèi nel mio cospetto[18]. Catechesi sul 1° Comandamento

Comandamento del Dio forte e geloso

“Non ti farai degli dèi nel mio cospetto”.

1«É detto: “Non ti farai degli dèi nel mio cospetto. Non ti farai nessuna scultura, né rappresentazione di quello che è lassù nel cielo o quaggiù in terra o nelle acque sotto la terra. Non adorerai tali cose, né presterai loro culto. Io sono il Signore Iddio tuo, forte e geloso, che visito l’iniquità dei padri sopra i figli fino alla terza e quarta generazione di quelli che mi odiano, e faccio misericordia fino alla millesima di quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”».

Ambiente

2La voce di Gesù rimbomba nello stanzone pieno di folla, perché piove e tutti sono rifugiati in esso. In prima linea quattro sofferenti, ossia un cieco condotto da una donna, un bambino tutto crostoso, una donna gialla per itterizia o per malaria, e uno portato su una barellina.

3Gesù parla appoggiato alla greppia vuota. Giovanni e i due cugini, insieme a Matteo e Filippo, sono presso a Lui, mentre Giuda con Pietro, Bartolomeo, Giacomo e Andrea sono sull’uscio e regolano l’entrata di quelli che ancora arrivano, mentre Tommaso con Simone girano fra la gente facendo tacere i bambini, raccogliendo gli oboli, ascoltando richieste.

Dio onnipresente.

4«“Non ti farai degli dèi nel mio cospetto”.

 Avete udito come Dio sia onnipresente col suo sguardo e la sua voce. In verità sempre siamo al suo cospetto. Chiusi nell’interno di una camera o fra il pubblico del Tempio, ugualmente siamo al suo cospetto. Benefattori nascosti che anche al beneficato celiamo il nostro volto o assassini che assaliamo il viandante in una gola solitaria e lo trucidiamo, ugualmente siamo al suo cospetto. Al suo cospetto è il re in mezzo alla sua corte, il soldato sul campo di battaglia, il levita nell’interno del Tempio, il saggio curvo sui libri, il contadino sul solco, il mercante al suo banco, la madre curva sulla cuna, la sposa nella camera nuziale, la vergine nel segreto della paterna dimora, il bimbo che studia nella scuola, il vecchio che si stende per morire. Tutti al suo cospetto e tutte le azioni dell’uomo ugualmente al suo cospetto.

5Tutte le azioni dell’uomo! Tremenda parola! E consolante parola! Tremenda se azioni di peccato, consolante se azioni di santità. Sapere che Dio vede. Freno al mal fare. Conforto al ben fare. Dio vede che bene agisco. Io so che Egli non dimentica ciò che vede. Io credo che Egli premia le buone azioni. Perciò sono certo di avere di queste premio e su questa certezza mi riposo. Essa mi darà serena vita e placida morte, perché in vita e in morte sarà la mia anima consolata dal raggio stellare dell’amicizia di Dio. Così ragiona colui che agisce bene.

Gli dèi bugiardi.

6Ma colui che agisce male, perché non pensa che fra le azioni proibite sono i culti idolatrici? Perché costui non dice: “Dio vede che, mentre fingo culto santo, adoro un dio o degli dèi bugiardi, ai quali ho eretto un altare segreto agli uomini ma noto a Dio”?

7Quali dèi, direte, se neppure nel Tempio è figura di Dio? Quale volto hanno questi dèi, se al vero Dio ci fu impossibile dare un volto? Sì. Impossibile dare un volto, perché il Perfetto e il Purissimo non può essere degnamente raffigurato dall’uomo. Solo lo spirito intravede la sua incorporea e sublime bellezza e ne ode la voce, ne gusta la carezza quando Egli si effonde presso un suo santo meritevole di questi contatti divini. Ma l’occhio, l’udito, la mano dell’uomo non possono vedere e udire, e perciò ripetere con il suono sulla cetra, col mazzuolo e lo scalpello sul marmo, ciò che è il Signore.

8Oh! felicità senza fine quando, o spiriti dei giusti, vedrete Iddio! Il primo sguardo sarà l’aurora della beatitudine che nei secoli e dei secoli vi sarà compagna. Eppure ciò che non potemmo fare per il vero Dio, ecco che l’uomo fa per gli dèi bugiardi. Ed uno erige l’altare alla donna; l’altro all’oro; l’altro al potere; l’altro alla scienza; l’altro ai trionfi militari; l’uno adora l’uomo potente, suo simile in natura, solo superiore in prepotenza o fortuna; l’altro adora se stesso e dice: “Non c’è altri pari a me”. Ecco gli dèi di coloro che sono del popolo di Dio.

9Non stupitevi dei pagani che adorano animali, rettili ed astri. Quanti rettili! Quanti animali! Quanti astri spenti adorate nei vostri cuori! Le labbra pronunziano parole di menzogna per adulare, per possedere, per corrompere. E non sono queste le preghiere degli idolatri segreti? I cuori covano pensieri di vendetta, di mercimonio, di prostituzione. E non sono questi i culti agli dèi immondi del piacere, dell’avidità, del male?

Dio forte e geloso.

10É detto: “Non adorerai nulla di ciò che non è il tuo Dio vero, unico, eterno”. É detto: “Io sono il Dio forte e geloso“.

11Forte: nessuna altra forza è più forza della sua. L’uomo è libero di fare, Satana è libero di tentare. Ma quando Dio dice: “Basta”, l’uomo non può più male agire e Satana non può più tentare. Respinto questo nel suo inferno, abbattuto quello dal suo abuso nel mal fare, perché vi è un limite ad esso, oltre il quale Dio non permette si vada.

12Geloso. Di che? Di quale gelosia? La meschina gelosia dei piccoli uomini? No. La santa gelosia di Dio sui suoi figli. La giusta gelosia. L’amorosa gelosia. Vi ha creati. Vi ama. Vi vuole. Sa ciò che vi nuoce. Conosce ciò che è atto a separarvi da Lui. Ed è geloso di questo “che”, che si intromette fra il Padre ed i figli e li svia dall’unico amore che è salute e pace: Dio. Comprendete questa sublime gelosia che non è gretta, che non è crudele, che non è carceriera. Ma che è amore infinito, che è infinita bontà, che è libertà senza limiti, che si dà alla creatura finita per aspirarla nell’eternità a Sé e in Sé e farla compartecipe della sua infinità. Un padre buono non vuole godere le sue ricchezze da solo. Ma vuole che i figli con lui le godano. In fondo, più per i figli che per sé le ha accumulate. Ugualmente Dio. Ma portando in questo amore e desiderio la perfezione che è in ogni sua azione.

Il Dio misericordioso.

13Non deludete il Signore. Egli promette castigo sui colpevoli e sui figli dei figli colpevoli. E Dio non mente mai nelle sue promesse. Ma non abbattete l’animo vostro, o figli dell’uomo e di Dio. Udite, ed esultate, l’altra promessa: “E faccio misericordia fino alla millesima di quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”.

14Fino alla millesima generazione dei buoni. E fino alla millesima debolezza dei poveri figli dell’uomo, i quali cadono non per malizia ma per sventatezza e per tranello di Satana. Più ancora. Io vi dico che Egli vi apre le braccia se col cuore contrito e col volto lavato dal pianto voi dite: “Padre, io ho peccato. Lo so. Me ne umilio e a Te mi confesso. Perdonami. Il tuo perdono sarà la mia forza per tornare a ‘vivere’ la vera vita”.

15Non temete. Prima che voi peccaste per debolezza Egli sapeva che avreste peccato. Ma solo il suo Cuore si chiude quando persistete nel peccato volendo peccare, facendo di un dato peccato o di molti peccati i vostri dèi d’orrore. Abbattete ogni idolo, fate posto al Dio vero. Egli scenderà con la sua gloria a consacrare il vostro cuore quando si vedrà Lui solo in voi.

“Fate di ogni cuore un cielo”.

16Rendete a Dio la sua dimora. Non nei templi di pietra, ma nel cuore degli uomini essa è. Lavatene la soglia, liberate l’interno da ogni inutile o colpevole apparato. Dio solo. Solo Lui. Tutto è Lui! E per nulla è inferiore al Paradiso il cuore di un uomo in cui sia Dio, il cuore di un uomo che canti il suo amore all’Ospite Divino.

17Fate di ogni cuore un Cielo. Iniziate la coabitazione con l’Eccelso. Nel vostro eterno domani essa si perfezionerà in potenza e gioia. Ma qui sarà già tale da superare il tremebondo stupore di Abramo, Giacobbe e Mosè. Perché non sarà più l’incontro folgorante e spaurente col Potente, ma la permanenza con il Padre e l’Amico che scende per dire: “La mia gioia è stare fra gli uomini. Tu mi fai felice. Grazie, figlio”».

18La folla, che supera il centinaio, esce dopo qualche tempo dall’incantamento. Chi si accorge di piangere, chi di sorridere per la stessa speranza di gioia. Infine la folla pare svegliarsi, ha come un brusio, un sospiro potente, e infine un grido come di liberazione: «Te benedetto! Tu ci apri la via della pace!».

19Gesù sorride e risponde: «La pace è in voi se voi seguite da oggi il Bene».

Evangelizzazione.

20Poi va dai malati e passa la mano sul bambino malato, sul cieco e sulla donna tutta gialla, si curva sul paralitico e dice: «Voglio».

21L’uomo lo guarda e poi urla: «Il calore è nel corpo spento!» e sorge in piedi, così come è, finché gli buttano addosso la coperta del lettuccio, mentre la madre solleva il bambino senza più croste e il cieco sbatte gli occhi per il primo contatto con la luce, e delle donne urlano: «Dina non è più gialla come i ranuncoli selvaggi».

22Il subbuglio è al colmo. Chi grida, chi benedice, chi spinge per vedere, chi cerca uscire per andare a dirlo al paese.

Gesù è assalito da tutte le parti.

23Pietro vede che lo schiacciano quasi e urla: «Ragazzi! Soffocano il Maestro! Forza a fare largo», e con una vera ginnastica di gomiti e anche di qualche pedata negli stinchi, i dodici riescono a farsi largo e a liberare Gesù, a portarlo fuori.

24«Domani ci penso io», dice.

25«Tu alla porta e gli altri in fondo. Ti hanno fatto male?».

«No».

«Parevano pazzi! Che modi!».

26«Lasciali fare. Erano felici… ed Io con loro. Andate da chi chiede battesimo. Io entro in casa. Tu, Giuda, con Simone dai l’obolo ai poveri. Tutto. Noi abbiamo molto più che giusto non sia per degli apostoli del Signore. Va’, Pietro, va’. Non temere di fare troppo. Io ti giustifico al Padre poiché Io ti comando. Addio, amici».

27E Gesù, stanco e sudato, si chiude nella casa, mentre i discepoli fanno ognuno il proprio compito presso i pellegrini.

5. Catechesi sul 2° Comandamento:
“Non proferire invano i l mio Nome”.
La visita di Mannanen
[19] .

Fatti del giorno

Data da celebrare

1Giorno di ricordo che non si può perdere! Il Volto velato si è scoperto. Lo “Sconosciuto” si è fatto conoscere. Il Maestro ha chiamato “Maria”… e Maria è divenuta Giovanni. Il mio pianto asciugato dal tuo bacio e dalla tua promessa!… E “nascita” nello spirito per tutto volere. La gente non sa. Ma io so. Lei, Padre, sa. Posso non celebrare questa data?… E la celebro al servizio di Dio,  benedicendo fatica e pena di questo servizio perché… oh! Quell’ora del 1° marzo 1943 è tale che anche la croce è niente.

La pesantezza degli apostoli, Quanta!

 2I discepoli sono tutti sossopra. Paiono un alveare stuzzicato, tanto sono agitati. Parlano, sbirciano fuori, guardano in tutti i sensi… Gesù non c’è. Infine decidono su quanto li agita e Pietro ordina a Giovanni: «Vai a cercare il Maestro. É nel bosco sul fiume. Digli che venga subito o dica quel che si deve fare».

3Giovanni va via di galoppo. L’Iscariota dice: «Io non capisco perché tanto orgasmo e tanta scortesia. Io sarei andato e l’avrei accolto con tutti gli onori… E’ un onore il suo, per noi. Dunque…»

4«Non so niente io. Lui sarà diverso dal suo parente di latte… Ma… chi sta con le iene ne prende odore e istinto. Del resto, tu vorresti via quella donna… Però bada a te! Il Maestro non vuole, e io sono a sua tutela. Se la tocchi… io non sono il Maestro… Tanto per tua norma».

5«Ih! chi è mai?! La bella Erodiade, forse?».

«Ma non fare lo spiritoso!».

«Sei tu che me lo fai fare. Le hai fatto intorno la guardia reale come ad una regina…».

6«Il Maestro mi ha detto: “Bada non sia disturbata e rispettala”. Io lo faccio».

«Ma chi è? Lo sai?», chiede Tommaso.

«Io no».

«Su, dillo… Tu lo sai…», insistono in vari.

«Vi giuro che non so nulla. Il Maestro certo lo sa. Ma io no».

7«Bisogna farglielo chiedere da Giovanni. A lui dice tutto».

«Perché? Cosa ha di speciale Giovanni? É un dio tuo fratello?».

«No, Giuda. É il più buono di noi».

8«Potete risparmiarvi la fatica», dice Giacomo di Alfeo.

«Ieri mio fratello l’ha vista, mentre rientrava dal fiume col pesce che gli aveva dato Andrea, e l’ha chiesto a Gesù. Lui ha risposto: “Non ha volto. É uno spirito che cerca Dio. Per Me non è altro e così voglio sia per tutti”. E ha detto quel “voglio” in una tal maniera… che vi consiglio a non insistere».

9«Andrò io da lei», dice Giuda di Keriot.

«Provati se sei capace», dice Pietro, rosso come un galletto.

«Mi fai la spia con Gesù?».

10«Lascio quel mestiere a quelli del Tempio. Noi del lago il pane lo guadagniamo col lavoro e non con la delazione. Non avere mai paura di una spiata da Simone di Giona. Ma non mi stuzzicare e non permetterti di disubbidire al Maestro, perché ci sono io…».

«E chi sei tu? Un povero uomo come me».

11«Sissignore. Anzi più povero, più ignorante, più rozzo di te. Lo so e non me ne accoro. Mi accorerei se fossi pari a te nel cuore. Ma il Maestro mi ha dato questo incarico e lo faccio».

«Pari a me nel cuore? E che c’è nel mio cuore da farti schifo? Parla, accusa, offendi…».

«Ma insomma!», scatta lo Zelote e con lui Bartolomeo.

12«Ma insomma, smettila Giuda. Rispetta i capelli di Pietro».

«Rispetto tutti, ma voglio sapere che c’è in me…».

«Subito servito… Lasciatemi parlare… C’è superbia, tanta da empire questa cucina, c’è falsità e c’è lussuria».

«A me falso?». Si interpongono tutti, e Giuda deve tacere.

Ciò che fa diverso il Cielo dalla terra

13Simone, pacato, dice a Pietro: «Scusa, amico, se ti dico una cosa. Lui ha dei difetti. Ma anche tu ne hai alcuni. E uno è non compatire i giovani. Perché non tieni conto dell’età, della nascita… di tante cose? Vedi, tu agisci per amore verso Gesù. Ma non ti accorgi che queste dispute lo stancano? A lui non lo dico (e accenna a Giuda) ma a te, maturo e onesto tanto, faccio questa preghiera. Egli ha tante pene per i nemici. Ma dargliene noi pure! Ha tanta guerra intorno. Ma perché crearne anche nel suo nido?».

14«E’ vero. Gesù è molto triste e anche smagrito», dice Giuda Taddeo.

«La notte lo sento che si volta e si gira sul suo lettuccio e sospira. Sere fa mi sono alzato e ho visto che piangeva pregando. Gli ho detto: “Che hai?”. E Lui mi ha abbracciato e mi ha detto: “Voglimi bene. Come è faticoso essere il ‘Redentore’!”»

15«Anche io l’ho trovato col segno del pianto nel bosco del fiume», dice Filippo.

«E alla mia occhiata interrogativa Egli ha risposto: “Sai cosa è che fa diverso il Cielo dalla Terra, dopo la diversità della non presenza visibile di Dio? É la mancanza di amore fra gli uomini. Mi strangola come un capestro. Sono venuto qui a spargere seme agli uccellini per essere amato da esseri che si amano”».

16Giuda Iscariota (deve essere un poco squilibrato) si getta in terra e piange come un ragazzo. Entra proprio in quel mentre Gesù con Giovanni: «Ma che avviene? Questo pianto?…».

17«Colpa mia, Maestro. Ho sbagliato. Ho rimproverato Giuda troppo duramente», dice franco Pietro.

«No… io… io… il colpevole sono io. Io sono… Io ti do dolore… io non sono buono… io disturbo, metto malumore, disubbidisco, sono… Ha ragione Pietro. Ma aiutatemi dunque ad essere buono! Perché qui io ho una cosa, qui nel cuore, che mi fa fare cose che non vorrei fare. É più forte di me… e do dolore a Te, a Te, Maestro, al quale vorrei dare solo gioia… Credilo! Non è falsità…».

Una visita per onesto fine

18«Ma sì, Giuda. Non ne dubito. Tu sei venuto a Me con piena sincerità di cuore, con vero slancio. Ma sei giovane… Nessuno, neppure tu stesso, ti conosce come Io ti conosco. Su, alzati e vieni qui. Poi parleremo noi due da soli. Intanto parliamo di quello per cui mi avete chiamato. Che male c’è se anche Mannanen è venuto? Non può uno, collaterale d’Erode, aver sete del Dio vero? Temete per Me? Ma no. Abbiate fede nella mia parola. Quell’uomo non viene che per onesto fine».

19«Perché non si è fatto conoscere allora?», chiedono i discepoli.

«Appunto perché viene come “anima”, non come fratello di latte di Erode. Si è avvolto nel silenzio perché pensa che davanti alla parola di Dio nulla è la parentela con un re… Noi rispetteremo il suo silenzio».

20«Ma se lo mandasse lui, invece?…».

«Chi? Erode? No. Non abbiate paura».

21«Chi lo manda allora? Come sa di Te?».

«Ma per lo stesso Giovanni mio cugino. Credete che in carcere non mi avrà predicato? Ma per …ma per la voce della folla… ma per lo stesso odio dei farisei… Anche le fronde e l’aria parlano di Me, ormai. Il sasso è gettato nell’acqua immobile e il bastone ha percosso il bronzo. Le onde vanno sempre più vaste, portando all’acqua lontana la rivelazione, e il suono lo confida agli spazi… La Terra ha imparato a dire: “Gesù” e mai più tacerà. Andate, e siate seco lui cortesi come con chiunque. Andate. Io resto con Giuda».

I discepoli vanno.

I due cavalli pazzi.

22Gesù guarda Giuda ancor lacrimoso e chiede: «Ebbene? Non hai nulla da dirmi? Tutto Io so di te. Ma voglio saperlo da te. Perché questo pianto? E soprattutto perché questo squilibrio che ti tiene sempre così malcontento?».

23«Oh! sì, Maestro. Lo hai detto. Io sono di natura geloso. Tu lo sai certo. E soffro a vedere che… a vedere tante cose. Questo mi rende inquieto e… ingiusto. E divento cattivo mentre non lo vorrei, no…».

24«E non piangere di nuovo! Di che sei geloso? Abituati a parlare con la tua vera anima. Tu parli molto, anche troppo. Ma con che? Con l’istinto e con la mente. Segui tutto un faticoso e continuo lavoro per dire ciò che vuoi dire: parlo di te, del tuo io, perché per quello che devi dire degli altri e agli altri non ti poni redine e confine. Ugualmente non poni redine e confine alla tua carne. Essa è il tuo cavallo pazzo. Sembri un auriga al quale l’intendente delle corse abbia dato due cavalli pazzi. L’uno è il senso, l’altro… vuoi udire quale è l’altro? Sì? E’ l’errore che non vuoi domare. Tu, auriga capace ma imprudente, ti fidi della tua capacità e credi sia sufficiente. Vuoi giungere primo… non perdi tempo a mutare almeno un cavallo. E anzi li aizzi e sferzi. Vuoi essere “il vincitore”. Vuoi l’applauso… Non sai che ogni vittoria è certa quando è conquistata con costante, paziente, prudente lavoro? Parla con la tua anima. É da lì che voglio venga la tua confessione. O devo dirti Io quello che hai dentro?».

«Trovo che anche Tu non sei giusto e non sei fermo, e ne soffro».

L’apostolo di natura geloso

25«Perché mi accusi? In che ho mancato agli occhi tuoi?».

«Quando io volevo portarti dai miei amici Tu non hai voluto dicendo: “Preferisco stare fra gli umili”. Poi Simone e Lazzaro ti hanno detto che era bene mettersi sotto la protezione di un potente e Tu hai accettato. Tu dai preferenza a Pietro, a Simone, a Giovanni… Tu…»

«Che altro?».

«Null’altro, Gesù».

26«Nuvole!… Vesciche nella spuma dell’onda. Mi fai pena, perché sei un miserabile che ti torturi potendo gioire. Puoi dire che è lussuoso questo luogo? Puoi dire che non ci fu una grande ragione che mi spinse ad accettarlo? Se Sionne fosse meno matrigna ai suoi profeti sarei qui, nascosto come un che teme la giustizia umana e che si rifugia in un luogo d’asilo?».

«No».

27«E allora? Puoi dire che a te non ho dato missioni come agli altri? Puoi dire che fui acerbo con te quando anche hai mancato? Tu non fosti sincero… Le vigne!… Oh! le vigne! Che nome avevano quelle vigne? Tu non fosti compiacente con chi soffriva e si redimeva. Tu non fosti neppur rispettoso verso di Me. E gli altri hanno visto… Eppure una sola voce si è alzata a difesa, e sempre. La mia. Gli altri avrebbero diritto di esser gelosi perché, se c’è stato uno protetto, sei tu».

Giuda piange avvilito e commosso.

«Io vado. É l’ora in cui sono di tutti. Tu resta. E medita».

28«Perdonami, Maestro. Non potrò aver pace se non ho il tuo perdono. Non essere triste per causa mia. Sono un ragazzo cattivo… Amo e tormento… Così con la madre… Così con Te… Così con la sposa se domani avessi una sposa… Sarebbe meglio morissi!…».

«Sarebbe meglio ti ravvedessi. Ma sei perdonato. Addio».

Accoglienza con l’ostile di Pietro.

29Gesù esce e accosta l’uscio. Fuori è Pietro: «Vieni, Maestro. É già tardi. E c’è tanta gente. Fra poco scende la sera. E Tu neppure hai mangiato… Quel ragazzo è causa di tutto».

30«Quel “ragazzo” ha bisogno di voi tutti per non essere più causa di queste cose. Vedi di ricordartelo, Pietro. Se fosse tuo figlio lo compatiresti?…»

«Uhm! Sì e no. Lo compatirei… ma… gli insegnerei anche qualcosa, anche se già uomo, come a un monello cattivo. Già, fosse mio figlio, non sarebbe così…».

31«Basta».

«Sì, basta, Signore mio. Ecco là Mannanen. E’ quello con quel mantello quasi nero tanto è rosso scuro. Mi ha dato questo per i poveri e mi ha detto se può restare a dormire».

32«Che hai risposto?».

«La verità: “Abbiamo letti solo per noi. Vai al paese”».

33Gesù non dice nulla. Però lascia in asso Pietro e va da Giovanni, al quale dice qualche cosa. Poi raggiunge il suo posto e inizia a parlare.

Catechesi sul 2° Comandamento.

“Quando si nomina invano il nome di Dio?”.

34«La pace sia a voi tutti e con la pace vi venga luce e santità. É detto: “Non proferire invano il mio Nome”[20].

35Quando è che lo si nomina invano? Solo quando lo si bestemmia? No. Anche quando lo si nomina senza rendersi degni di Dio. Può dire un figlio: “Amo il padre e l’onoro” se poi, a tutto quello che il padre da lui desidera, oppone opera contraria? Non è dicendo: “padre, padre” che si ama il genitore. Non è dicendo: “Dio, Dio” che si ama il Signore.

36In Israele in cui, come ieri l’altro ho spiegato, vi sono tanti idoli nel segreto dei cuori, vi è anche una ipocrita lode a Dio, lode alla quale non corrispondono le opere dei lodatori. In Israele vi è anche una tendenza: quella di trovare tanti peccati nelle cose esteriori, e a non volerli trovare, là dove realmente sono, nelle cose interiori. In Israele vi è anche una stolta superbia, una antiumana e antispirituale abitudine: quella di giudicare bestemmia il Nome del nostro Dio su labbra pagane, e si giunge a proibire ai gentili di accostarsi al Dio vero perché si giudica ciò sacrilegio. Questo fino ad ora.

Dio è di tutti gli uomini.

37Ora non più. Il Dio d’Israele è lo stesso Dio che ha creato tutti gli uomini. Perché impedire che i creati sentano l’attrazione del loro Creatore? Credete voi che i pagani non sentano qualcosa nel fondo del cuore, qualcosa di insoddisfatto che grida, che si agita, che cerca? Chi? Che? Il Dio ignoto. E credete voi che se un pagano tende se stesso all’altare del Dio ignoto – a quell’altare incorporeo che è l’anima in cui sempre è un ricordo del suo Creatore, è l’anima che attende di esser posseduta dalla gloria di Dio, così come lo fu il Tabernacolo eretto da Mosè secondo l’ordine avuto[21], e che piange finché questo possesso non la tiene – Dio respinga il suo offrirsi come si respinge una profanazione? E credete voi che sia peccato quell’atto, suscitato da un onesto desiderio dell’anima che svegliata da appelli celesti dice: “Vengo” al Dio che le dice: “Vieni”, mentre sia santità il corrotto culto di un d’Israele che offre al Tempio quanto avanza dal suo godimento, ed entra al cospetto di Dio e lo nomina, questo Purissimo, con anima e corpo che è tutta una verminaia di colpe?

Sacrilegio perfetto.

38No. In verità vi dico che la perfezione del sacrilegio è in quell’israelita che con anima impura pronuncia invano il Nome di Dio. É pronunciarlo invano quando, e stolti non siete, quando per lo stato dell’anima vostra sapete che inutilmente lo pronunciate. Oh! che Io vedo il volto sdegnato di Dio che si volge con disgusto altrove quando un ipocrita lo chiama, quando lo nomina un impenitente! E ne ho terrore, Io che pure non merito quel corruccio divino.

Ciò che muta il sacrilegio in rito.

39Leggo in più di un cuore questo pensiero: “Ma allora, fuorché i pargoli, nessuno potrà chiamare Iddio, perché dovunque nell’uomo è impurità e peccato”. No. Non dite così. É dai peccatori che quel Nome va invocato. É da coloro che si sentono strozzati da Satana e che vogliono liberarsi dal peccato e dal Seduttore. Vogliono. Ecco ciò che muta il sacrilegio in rito. Volere guarire. Chiamare il Potente per essere perdonati e per essere guariti. Invocarlo per mettere in fuga il Seduttore.

40É detto nella Genesi che il Serpente tentò Eva nell’ora in cui il Signore non passeggiava nell’Eden[22]. Se Dio fosse stato nell’Eden, Satana non avrebbe potuto esservi. Se Eva avesse invocato Iddio, Satana sarebbe fuggito. Abbiate sempre nel cuore questo pensiero. E con sincerità chiamate il Signore. Quel Nome è salvezza. Molti di voi vogliono scendere a purificarsi. Ma purificatevi il cuore, incessantemente, scrivendovi sopra con l’amore la parola: Dio. Non bugiarde preghiere. Non consuetudinarie pratiche. Ma col cuore, col pensiero, con gli atti, con tutto voi stessi dite quel Nome: Dio. Ditelo per non essere soli. Ditelo per essere sostenuti. Ditelo per essere perdonati.

41Comprendete il significato della parola del Dio del Sinai: “Invano” e quando dire “Dio” non è mutazione in bene. Ed è peccato allora. “Invano” non è quando, come il battito di sangue nel cuore, ogni minuto del vostro giorno e ogni vostra onesta azione, bisogno, tentazione, dolore, vi riporta sulle labbra la filiale parola d’amore: “Vieni, Dio mio!”. Allora, in verità, non peccate nominando il Nome santo di Dio.

Andate. La pace sia con voi».

42Non c’è nessun malato. Gesù resta con le braccia conserte addossato alla parete, sotto la tettoia in cui già calano le ombre. Gesù guarda chi parte sui ciuchini, chi si affretta al fiume per un impulso di purificazione, chi attraverso ai campi si dirige al paese. L’uomo vestito di rosso cupissimo pare incerto sul da farsi. Gesù lo tiene d’occhio. Infine costui si muove e va al suo cavallo, poiché costui ha un bellissimo cavallo bianco ornato di una gualdrappa rossa che spenzola da sotto la sella piena di borchie.

Il nome di chi cerca Gesù

43«Uomo, attendimi», dice Gesù e lo raggiunge.

«La sera scende. Hai dove dormire? Vieni da lontano? Sei solo?».

L’uomo risponde: «Da molto lontano… e andrò… non so… In paese, se troverò… se no… a Gerico… Vi ho lasciato la scorta di cui non mi fidavo».

44«No. Ti offro il mio letto. É già pronto. Hai cibo?».

«Nulla ho. Credevo trovare più ospitale paese…».

«Nulla vi manca».

45«Nulla. Neppur l’odio per Erode. Sai chi sono?».

«Il nome di quelli che mi cercano è uno solo: fratelli nel nome di Dio. Vieni. Spezzeremo il pane insieme. Puoi ricoverare il cavallo in quello stanzone. Io dormirò lì e te lo guarderò…»

«No, questo mai. Io dormirò lì. Accetto il pane ma non di più. Non metterò il mio corpo sozzo dove Tu adagi il tuo santo».

46«Santo mi credi?».

«Santo ti so. Giovanni, Cusa… le tue opere… le tue parole… La reggia ne è suonante come conchiglia che conserva il rumore del maroso. Io scendevo da Giovanni… poi l’ho perso. Ma mi aveva detto: “Uno che è più di me ti raccoglierà e ti eleverà”. Non potevi essere che Te. Sono venuto quando ho saputo dove eri».

In nome di Dio.

47Sono rimasti soli sotto la tettoia. I discepoli parlottano presso la cucina e sbirciano.

48Torna dal fiume lo Zelote, che era oggi il battezzatore, con gli ultimi battezzati. Gesù li benedice e poi dice a Simone: «L’uomo è il pellegrino che cerca ricovero in nome di Dio. E nel nome di Dio lo salutiamo amico».

49Simone si inchina e l’uomo pure. Entrano nello stanzone e Mannanen lega il cavallo alla greppia. Accorre Giovanni, avvertito da un cenno di Gesù, e porta erba e un secchio d’acqua. Accorre anche Pietro con un lumicino ad olio perché è già scuro.

50«Qui starò benissimo. Dio vi compensi», dice il cavaliere e poi entra fra Gesù e Simone nella cucina in cui fa da luce un fascio di stipa acceso allora.

Tutto ha fine.

6. 4°Comandamento : “Onora il padre e la madre” Guarigione di un ebete.[23].

Fatti del giorno

Ambiente.

1Gesù passeggia lentamente su e giù lungo la sponda del fiume. Il giorno si deve essere fatto da poco, perché la nebbia di una triste giornata invernale stagna ancora sui canneti delle rive. Non c’è nessuno, a perdita d’occhio, sulle due sponde del Giordano. Solo nebbietta bassa, fruscio di acqua contro i canneti, borbottio di acque che per le piogge cadute i giorni avanti sono piuttosto motose, e qualche richiamo di uccelli, corto, triste, come lo è quando è cessata la stagione degli amori e i pennuti sono intristiti per la stagione e il poco cibo.

2Gesù li ascolta e pare interessarsi molto al richiamo di un uccellino, che con una regolarità di orologio piega il capino verso nord e dice un «ciruit?» lamentoso, e poi piega il capino a sud e ripete il suo interrogativo «ciruit?» senza risposta. Finalmente l’uccelletto pare avere avuto una risposta nel «cip» che viene dall’altra sponda e frulla via, attraverso il fiume, con un piccolo strido di gioia. Gesù fa un gesto come per dire: «Meno male!», poi riprende la passeggiata.

Giuda chiede aiuto!

3«Ti disturbo, Maestro?», chiede Giovanni che viene dai prati.

«No. Che vuoi?».

«Volevo dirti… mi pare che sia una notizia che ti possa dare sollievo e sono venuto subito, anche per consigliarmi con Te.

4Ero a scopare i nostri stanzoni ed è venuto Giuda di Keriot. Mi ha detto: “Ti aiuto”. Sono rimasto stupito perché fa sempre poco volentieri anche il comandato di queste umili cose… ma non ho detto nulla più che questo: “Oh! grazie! Farò più presto e meglio”. Lui si è messo a scopare e abbiamo fatto presto. Allora ha detto: “Andiamo nel bosco. Sono sempre i vecchi che portano le legna. Non sta bene. Andiamo noi. Io non so molto fare. Ma se m’insegni…”. E siamo andati. E mentre ero lì che legavo con lui le fascine mi ha detto: “Giovanni, ti voglio dire una cosa”.

5“Parla”, ho detto. E pensavo che fosse qualche critica. Invece ha detto: “Io e te siamo i più giovani. Bisognerebbe stare più uniti. Tu hai quasi paura di me, ed hai ragione perché io non sono buono. Ma credi… non lo faccio apposta. Delle volte ho il bisogno di essere cattivo. Forse perché, unico come ero, mi hanno viziato. E vorrei diventare buono. I vecchi, lo so, mi guardano poco bene. I cugini di Gesù sono urtati perché… sì, io ho mancato molto con loro, e anche con il loro cugino. Ma tu sei buono e paziente. Voglimi bene. Fa’ conto che io sia un fratello, cattivo, sì, ma che bisogna amare anche se cattivo. Lo dice anche il Maestro che bisogna fare così. Quando mi vedi fare poco bene, dimmelo. E poi non mi lasciare sempre solo. Quando vado in paese, vieni anche tu. Mi aiuterai a non fare del male. Ieri ho sofferto molto. Gesù mi ha parlato ed io l’ho guardato. Nel mio sciocco rancore non guardavo né me stesso né gli altri. Ieri ho guardato e ho visto… Hanno ragione di dire che Gesù è sofferente… ed io sento che ne ho colpa anche io. Non voglio più averla. Vieni con me. Ci verrai? Mi aiuterai ad essere meno cattivo?”.

6Così ha detto, e io, te lo confesso, avevo il cuore che mi batteva come quello di un passero preso da un ragazzo. Batteva di gioia perché ho piacere che lui diventi buono, per Te ne ho piacere, e batteva un poco di paura perché non vorrei diventare come è Giuda. Ma poi mi è venuto in mente quanto mi avevi detto il giorno che prendesti Giuda, e ho risposto: “Sì, che ti aiuterò. Ma io devo ubbidire, e se ho altri ordini…”. Pensavo: ora lo dico al Maestro e se Lui vuole lo faccio, se non vuole mi farò dare ordine di non andare lontano dalla casa».

7«Senti, Giovanni. Io ti lascio andare. Però mi devi promettere che se senti che qualche cosa ti turba, tu me lo vieni a dire. Mi hai dato tanta gioia, Giovanni. Ecco qua Pietro col suo pesce. Vai, Giovanni».

Giuda va contro corrente.

8Gesù si volge a Pietro: «Buona pesca?».

«Umh! Non molto. Pesciolini… Ma tutto fa. C’è Giacomo che brontola perché qualche animale ha roso la fune e si è persa una rete. Ho detto: “E lui non doveva mangiare? Abbi compatimento per la povera bestia”. Ma Giacomo non la intende così…», ride Pietro.

9«Quello che dico Io di uno che è un fratello. E quello che voi non sapete fare».

10«Parli di Giuda?».

«Parlo di Giuda. Egli ne soffre. Ha desideri buoni e tendenze perverse. Ma dimmi un poco tu, esperto pescatore. Quando Io volessi andare in barca sul Giordano e raggiungere il lago di Genezaret come potrei fare? Ci riuscirei?».

11«Eh! sarebbe un lavorone! Ma ci riusciresti con barchette piatte… Faticoso, sai? Lungo! Bisognerebbe sempre misurare il fondo, avere occhio alle rive e alle secche, ai boschetti galleggianti, alla corrente. La vela non serve in questi casi, anzi… Ma vuoi tornare sul lago seguendo il fiume? Guarda che contro corrente si va male. Bisogna essere in molti, se no…».

12«Tu l’hai detto. Quando uno è un vizioso, per andare al Bene deve andare contro corrente, e non può, da solo, uno riuscire. Giuda è proprio uno di questi. E voi non lo aiutate. Il meschino va su, solo, e urta nel fondale, sfrega sulle secche, si impiglia nei boschetti galleggianti, viene preso dai gorghi. D’altronde, se misura il fondo, non può contemporaneamente tenere il timone o il remo. Perché allora lo si rimprovera se non procede? Avete pietà degli estranei e di lui, vostro compagno, no? Non è giusto. Vedi là Giovanni e lui che vanno al paese a prendere pane e verdure? Egli ha chiesto in grazia di non andare solo. E l’ha chiesto a Giovanni, perché non è sciocco e sa come voi vecchi la pensate su lui».

13«E Tu lo hai mandato? E se si guasta anche Giovanni?».

«Chi? Mio fratello? Perché si guasta?», chiede Giacomo che giunge con la rete ripescata contro un canneto.

«Perché Giuda va con lui».

«Da quando?». 

«Da oggi, ed Io l’ho permesso».

«Allora, se lo permetti Tu…».

14«Sì, lo consiglio anzi a tutti. Lo lasciate troppo solo. Non siate dei giudici per lui solo. Non è peggiore di tanti. Ma è più viziato, fin dall’infanzia».

15«Sì, deve essere così. Se avesse avuto per padre e madre Zebedeo e Salome, così non sarebbe. I miei parenti sono buoni. Ma si ricordano di avere un diritto e un dovere sui figli».

«Hai detto giusto. Oggi parlerò proprio di questo. Ora andiamo. Vedo già della gente che si muove sui prati».

Missione è consumarsi.

14«Io non so come faremo più a vivere. Non c’è più ora di mangiare, di pregare, di riposare… e la gente aumenta sempre», dice Pietro fra ammirato e seccato.

«Te ne duoli? Segno che vi è ancora ricerca di Dio».

«Sì, Maestro. Ma Tu ne soffri. Sei rimasto anche senza mangiare ieri, e questa notte senza altre coperture che il tuo mantello. Se lo sapesse tua Madre!».

«Benedirebbe Dio che mi porta tanti fedeli».

«E rampognerebbe me al quale si è raccomandata», finisce Pietro.

15Vengono in giù verso di loro, gesticolando, Filippo e Bartolomeo. Vedono Gesù e affrettano il passo dicendo: «Oh! Maestro! Ma come facciamo? C’è un vero pellegrinaggio; e malati, e piangenti, e poveri senza mezzi che vengono da lontano».

«Compreremo pane. I ricchi danno oboli. Non c’è che da usarli».

«Le giornate sono brevi. La tettoia è già ingombra di gente in bivacco. Le notti sono umide e fredde».

16«Hai ragione, Filippo. Ci stringeremo tutti in uno stanzone. Possiamo farlo, e attrezzeremo gli altri due per coloro che non possono raggiungere le case entro sera».

17«Ho capito! Fra poco dovremo chiedere agli ospiti il permesso di mutarci la veste. Saranno così invadenti che ci faranno fuggire noi», brontola Pietro.

Un dolore segreto.

18«Vedrai altre fughe, Pietro mio! Che ha quella donna?».

Ormai sono già sull’aia e Gesù nota una donna piangente.

«Mah! C’era anche ieri, e anche ieri piangeva. Quando Tu parlavi con Mannanen si è mossa per venirti incontro, poi se ne è andata. Deve stare al paese, o qui vicino, perché è tornata. Malata non pare…».

19«La pace sia con te, donna», dice Gesù passandole accosto.

E lei risponde piano: «E con Te».

20Null’altro. Ci saranno almeno quelle trecento persone. Sotto la tettoia sono degli zoppi, ciechi, muti; uno tutto agitato da un tremito; un giovinetto palesemente idrocefalo, tenuto per mano da un uomo. Non fa che mugolare, sbavare, dimenare il suo testone dall’espressione ebete.

«É forse figlio di quella donna?», chiede Gesù.

«Non so. Simone si occupa dei pellegrini, e sa».

Chiamano lo Zelote e l’interrogano. Ma l’uomo non è con la donna. Essa è sola.

21«Non fa che piangere e pregare. E mi ha chiesto poco fa: “Guarisce anche i cuori il Maestro?”», spiega lo Zelote.

«Sarà qualche moglie tradita», commenta Pietro.

22Mentre Gesù va verso i malati, Bartolomeo con Matteo vanno alla purificazione con molti pellegrini.

La donna nel suo angolo piange e non si muove.

“Il Nome di Gesù è miracolo contro i morbi”.

23Gesù non nega a nessuno il miracolo. Bello quello dell’ebete al quale infonde intelletto con l’alito, tenendo poi il testone fra le sue lunghe mani. Tutti si affollano. Anche la velata, forse perché c’è molta gente, osa avvicinarsi alquanto e si pone presso la donna piangente. Gesù dice al cretino: «Io voglio in te la luce dell’intelletto per fare via alla luce di Dio. Odi, di’ con Me: “Gesù”. Dillo. Lo voglio».

24L’ebete, che prima mugolava come una bestia, null’altro che un mugolo, farfuglia a fatica: «Gesù», anzi: «Gegiù». 

«Ancora», ordina Gesù tenendo sempre fra le mani la testa deforme e dominandolo col suo sguardo.

«Geesù».

«Ancora».

«Gesù!», dice finalmente il cretino. E l’occhio non è più così vuoto d’espressione, la bocca ha un sorriso diverso.

25«Uomo», dice Gesù al padre. «Hai avuto fede! Tuo figlio è guarito. Interrogalo. Il nome di Gesù è miracolo contro i morbi e le passioni».

26L’uomo dice al figlio: «Chi sono io?». E il ragazzo: «Il padre mio». L’uomo si stringe al cuore il figlio e spiega: «Mi è nato così. La sposa m’è morta nel parto e lui era impedito nella mente e nella favella. Ora vedete. Ho avuto fede, sì. Vengo da Joppe. Che devo fare per Te, Maestro?».

«Essere buono. E con te il figlio tuo. Nulla più».

27«E amarti. Oh! andiamo subito a dirlo alla madre di tua madre. É lei che mi ha persuaso a questo. Che sia benedetta!».

I due vanno felici. Della passata sventura non resta che la grossa testa del ragazzo. L’espressione e la parola sono normali.

“In ogni malattia c’è l’unghia di Satana”.

28«Ma è guarito per volontà tua o per potere del Nome tuo?», chiedono in molti.

«Per volontà del Padre, sempre benigno al Figlio. Ma anche il mio Nome è salvezza. Voi lo sapete: Gesù vuol dire Salvatore. La salvezza è dell’anima e dei corpi. Chi dice il Nome di Gesù con vera fede risorge dai morbi e dal peccato, perché in ogni malattia spirituale o fisica è l’unghia di Satana, il quale crea le malattie fisiche per portare alla ribellione e alla disperazione attraverso la sofferenza della carne, e quelle morali o spirituali per portare alla dannazione».

29«Allora secondo Te in ogni afflizione del genere umano non è estraneo Belzebù».

30«Non è estraneo. Per lui malattia e morte sono entrate nel mondo. E delitto e corruzione ugualmente per lui sono entrati nel mondo. Quando vedete uno tormentato da qualche sventura, pensate pure che egli soffre per Satana. Quando vedete che uno è causa di sventura, pensate anche che egli è strumento di Satana».

“Il Nome che fu fuggire  Satana”

31«Ma le malattie vengono da Dio»

«Le malattie sono un disordine nell’ordine. Perché Dio ha creato l’uomo sano e perfetto. Il disordine, portato da Satana nell’ordine dato da Dio, ha portato seco le infermità della carne e le conseguenze delle stesse, ossia la morte, oppure le ereditarietà funeste[24]. L’uomo ha ereditato da Adamo ed Eva la macchia di origine. Ma non quella sola. E la macchia sempre più si estende abbracciando i tre rami dell’uomo: la carne sempre più viziosa e perciò debole e malata, il morale sempre più superbo e perciò corrotto, lo spirito sempre più incredulo ossia sempre più idolatra. Perciò occorre, come ho fatto Io con quel deficiente, insegnare il Nome che fuga Satana, scolpirlo nella mente e nel cuore, metterlo sull’io come un sigillo di proprietà».

32«Ma Tu ci possiedi? Chi sei, che tanto ti credi?».

«Fosse così! Ma non è. Vi possedessi, sareste già salvi. E sarebbe il mio diritto. Perché Io sono il Salvatore e dovrei avere i miei salvati. Ma coloro che avranno fede in Me li salverò».

Lavoro del Precursore.

33«Giovanni… -io vengo da Giovanni- mi ha detto: “Vai da Colui che parla e battezza presso Efraim e Gerico. Egli ha il potere di sciogliere e legare, mentre io non posso che dirti: fa’ penitenza, per rendere agile l’anima tua a seguire la salute”», dice uno dei miracolati, che prima si reggeva sulle stampelle ed ora si muove spedito.

34«Non ne soffre il Battista di perdere la folla?», chiede uno.

E quello che ha parlato prima risponde: «Soffrire? Dice a tutti: “Andate! Andate! Io sono l’astro che scende. Egli l’astro che sale e si fissa eterno nel suo splendore. Per non rimanere nelle tenebre andate a Lui prima che il mio lucignolo si spenga”».

35«Non dicono così i farisei! Loro sono pieni di astio perché Tu attiri le folle. Lo sai?».

«Lo so», risponde brevemente Gesù.

36Si attacca una disputa sulla ragione o meno del modo di agire dei farisei. Ma Gesù la tronca con un: «Non criticate» che non ammette replica.

Tornano Bartolomeo e Matteo coi battezzati.

Catechesi: “Onora il padre e la madre”

L’amore si prova a fatti.

Gesù inizia a parlare.

37«La pace sia con voi tutti. Ho pensato, posto che ora venite qui sin dal mattino, e più comodo vi è partire a metà giorno, di parlarvi di Dio al mattino. Ho anche pensato ad alloggiare i pellegrini che non possono tornare alle case entro sera. Io sono pellegrino a mia volta e non possiedo che il minimo indispensabile datomi dalla pietà di un amico. Giovanni ha ancora meno di Me. Ma da Giovanni vanno persone sane o semplicemente poco malate, rattratti, ciechi, muti. Ma non morenti o febbrili come da Me. Vanno da lui per battesimo di penitenza. Da Me venite anche per guarigione di corpi. La Legge dice: “Ama il tuo prossimo come te stesso”[25]. Io penso e dico: come mostrerei di amare i fratelli se chiudessi il mio cuore ai loro bisogni anche fisici? E concludo: darò loro ciò che mi fu dato. Stendendo la mano ai ricchi chiederò per il pane dei poveri, levandomi il letto accoglierò in esso lo stanco e il sofferente. Siamo tutti fratelli. E l’amore non si prova a parole, ma a fatti. Colui che chiude il cuore al suo simile ha cuor di Caino. Colui che non ha amore è un ribelle al comando di Dio.

38Siamo tutti fratelli. Eppure Io vedo, e voi vedete, che anche nell’interno delle famiglie – là dove il sangue uguale ribadisce, anche col sangue e la carne, la fratellanza che ci viene da Adamo – vi sono odi e attriti. I fratelli sono contro i fratelli, i figli contro ai genitori, i consorti l’uno all’altro nemici.

Il rispetto s’impara da piccoli

39Ma per non essere malvagi fratelli sempre, e adulteri sposi un giorno, bisogna imparare sino dalla prima età il rispetto verso la famiglia, organismo che è il più piccolo ed il più grande del mondo. Il più piccolo rispetto all’organismo di una città, di una regione, di una nazione, di un continente. Ma il più grande perché il più antico; perché messo da Dio quando ancora il concetto di patria, di paese non esisteva, ma già era vivo e operante il nucleo famigliare, sorgente alla razza e alle razze, piccolo regno in cui l’uomo è re, la donna regina, sudditi i figli. Può mai un regno durare se diviso e nemico fra i suoi singoli abitanti? Non può durare. E in verità non dura una famiglia se non c’è ubbidienza, rispetto, economia, buona volontà, operosità, amore.

“Onora il padre e la madre”.

“Onora il padre e la madre”, dice il decalogo.

40Come si onorano? Perché si devono onorare? Si onorano con vera ubbidienza, con esatto amore, con confidente rispetto, con un timore riverenziale che non preclude la confidenza ma nello stesso tempo non ci fa trattare i maggiori come fossimo servi ed inferiori. Si devono onorare perché, dopo Dio, i datori della vita e di tutte le necessità materiali della vita, i primi maestri, i primi amici del giovane essere nato alla Terra, sono il padre e la madre.

Dovere di figli.

41Si dice: “Dio ti benedica”, si dice: “grazie” a quello che ci raccoglie un oggetto caduto o ci dà un tozzo di pane. Ed a questi che si spezzano nel lavoro per sfamarci, per tesserci le vesti e tenerle monde, per questi che si alzano per scrutare il nostro sonno, si negano riposo per curarci, ci fanno letto del loro seno nelle nostre stanchezze più dolorose, non diremo, con l’amore: “Dio ti benedica”, e “grazie”?

Dovere di discepoli.

    42 Sono i nostri maestri. Il maestro è temuto e rispettato. Ma esso ci prende quando già sappiamo l’indispensabile per reggerci e nutrirci e dire le cose essenziali, e ci lascia quando il più arduo insegnamento della vita, ossia “il vivere”, ci deve ancora essere insegnato. E sono il padre e la madre che ci preparano alla scuola prima, alla vita poi.  

Dovere di amici.

43Sono i nostri amici. Ma quale amico può essere più amico di un padre? E quale più amica di una madre? Potete tremare di essi? Potete dire: “Sarò tradito da lui, da lei”? Eppure ecco il giovane stolto e la ancora più stolta fanciulla che si fanno amici degli estranei, e chiudono il cuore al padre e alla madre, e si guastano mente e cuore con contatti che sono imprudenti se pure non sono colpevoli, cagione di lacrime paterne e materne che rigano come gocce di piombo fuso il cuore dei genitori.

44Quelle lacrime però, Io ve lo dico, non cadono nella polvere e nell’oblio. Dio le raccoglie e le numera. Il martirio di un genitore calpestato avrà premio dal Signore. Ma l’atto del figlio suppliziatore di un genitore neppure sarà dimenticato, anche se il padre e la madre supplicano, nel loro dolente amore, pietà di Dio per il figlio colpevole.

Chi manca a un genitore manca a Dio.

45“Onora il padre e la madre se vuoi vivere lungamente sulla Terra“, è detto. “Ed eternamente in Cielo”, Io aggiungo. Troppo poco sarebbe il castigo di vivere poco qui per avere mancato ai genitori! L’al di là non è fola, e nell’al di là si avrà premio o castigo a seconda di come vivemmo. Chi manca ad un genitore manca a Dio, perché Dio ha dato per il genitore comando d’amore, e chi non ama pecca. Perde perciò così, più della vita materiale, la vera vita di cui vi ho parlato, e va incontro ad una morte, ha anzi già la morte avendo l’anima in disgrazia del suo Signore, ha già in sé il delitto perché ferisce l’amore più santo dopo Dio, ha già in sé i germi dei futuri adultèri perché da cattivo figlio viene perfido sposo, ha già in sé gli stimoli del pervertimento sociale perché da un figlio cattivo sboccia il futuro ladro, il truce e violento assassino, il freddo strozzino, il libertino seduttore, il gaudente cinico, il ripugnante traditore della patria, degli amici, dei figli, della sposa, di tutti. E potete aver stima e fiducia in colui che ha saputo tradire l’amore di una madre e deridere i capelli bianchi di un padre?

Dovere dei genitori.

46Però, udite ancora, però al dovere dei figli corrisponde un pari dovere dei genitori. Maledizione al figlio colpevole! Ma maledizione anche al colpevole genitore. Fate che i figli non vi possano criticare e copiare nel male. Fatevi amare per un amore dato con giustizia e misericordia. Dio è Misericordia. I genitori, secondi a Dio solo, siano misericordia. Siate esempio e conforto dei figli. Siate pace e guida. Siate il primo amore dei vostri figli. Una madre è sempre la prima immagine della sposa che noi vorremmo. Un padre per le figlie giovinette ha il volto che esse sognano per lo sposo. Fate che soprattutto i figli e le figlie scelgano con saggia mano i reciproci consorti pensando alla madre, al padre, e volendo nel consorte ciò che è nel padre, nella madre: una virtù verace.

47Se avessi a parlare finché è esaurito l’argomento, non basterebbe il giorno e la notte. Onde abbrevio per amore di voi. Il resto ve lo dica lo Spirito eterno. Io getto il seme e poi passo. Ma il seme nei buoni getterà radica e farà spiga. Andate. La pace sia con voi».

Evangelizzazione

Accenno agli eventi.

48Chi parte se ne va svelto. Chi resta entra nel terzo stanzone e mangia il suo pane o quello che i discepoli offrono in nome di Dio. Su rustici cavalletti sono state messe assi e paglia e là possono dormire i pellegrini.

49La donna velata va via con passo svelto; l’altra che piangeva fin da prima, e che ha sempre pianto mentre Gesù parlava, si aggira incerta e poi si decide ad andarsene.

Gesù entra nella cucina per prendere il suo cibo. Ma ha appena cominciato a mangiare che viene bussato alla porta.

La crudeltà di un figlio

50Si alza Andrea, più vicino ad essa, ed esce nella corte. Parla e poi rientra: «Maestro, una donna, quella che piangeva, ti vuole. Dice che deve andare via e che deve parlarti».

«Ma a questo modo come e quando mangia il Maestro?», esclama Pietro.

«Dovevi dirle di venire più tardi», dice Filippo.

«Silenzio. Mangerò dopo. Andate avanti voi». Gesù esce.

La donna è lì fuori.

51«Maestro… una parola… Tu hai detto… Oh! vieni dietro la casa! É penoso dire il mio dolore!».

52Gesù l’accontenta senza parlare. Solo quando è dietro alla casa chiede: «Che vuoi da Me?».

53«Maestro… io ti ho sentito prima, quando parlavi fra noi… e poi ti ho sentito quando predicavi. Sembra Tu abbia parlato per me. Tu hai detto che in ogni malattia fisica o morale è Satana… Io ho un figlio malato nel cuore. Ti avesse udito quando dicevi dei genitori! É il mio tormento. Si è sviato con cattivi compagni ed è… è proprio come Tu dici… ladro… in casa per ora, ma… É rissoso… prepotente… Giovane come è, si rovina con lussurie e crapule. Mio marito lo vuole cacciare. Io… io sono la madre… e soffro a morirne. Vedi come ansa il mio petto? É il cuore che mi si spezza per tanto dolore. É da ieri che voglio parlarti perché… spero in Te, mio Dio. Ma non osavo dire niente. É così doloroso per una mamma dire: “Ho un figlio crudele”!».  La donna piange, curva e dolente, davanti a Gesù.

La fede di una madre

54«Non piangere più. Egli guarirà dal suo male».

«Se potesse udirti, si. Ma lui non vuole udirti. Oh! non guarirà mai!».

55«Ma hai fede tu per lui? Hai volontà tu per lui?».

«E me lo chiedi? Vengo dall’Alta Perea per pregarti per lui…».

«E allora va’. Quando giungerai alla casa tuo figlio ti verrà incontro pentito».

«Ma come?».

56«Come? E credi che Dio non possa ciò che Io chiedo? Tuo figlio è là. Io sono qua. Ma Dio è dovunque. Io dico a Dio: “Padre, per questa madre pietà”. E Dio tuonerà il suo richiamo nel cuore di tuo figlio. Vai, donna. Un giorno passerò per le contrade del tuo paese e tu, orgogliosa del tuo maschio, mi verrai incontro insieme a lui. E quando egli ti piangerà sui ginocchi, chiedendoti perdono e narrandoti la sua misteriosa lotta da cui è uscito con un’anima nuova, e ti chiederà come avvenne, tu digli: “É per Gesù che sei rinato al Bene”. Parlagli di Me. Se a Me sei venuta, è segno che sai. Fa’ che egli sappia e mi pensi per avere seco la forza che salva. Addio. La pace alla madre che ebbe fede, al figlio che torna, al padre contento, alla famiglia ricomposta. Va’».

La donna se ne va verso il paese e tutto ha fine.

7. 6° comandamento: “Non fornicare”. L’affronto di cinque notabili[26].

Fatti del giorno

Incoraggiamento al Portavoce.

Mi dice Gesù:

1«Abbi pazienza, anima mia, per la doppia fatica. É tempo di sofferenza. Sai come ero stanco gli ultimi giorni?! Tu lo vedi. Mi appoggio nell’andare a Giovanni, a Pietro, a Simone, anche a Giuda… Sì. Ed Io, che emanavo miracolo solo sfiorando con le mie vesti, non potei mutare quel cuore! Lascia che Io mi appoggi a te, piccolo Giovanni, per ridire le parole già dette negli ultimi giorni a quei pervicaci ottusi sui quali l’annuncio del mio tormento scorreva senza penetrare. E lascia anche che il Maestro dica le sue ore di predicazione nella triste pianura dell’Acqua Speciosa. Ed Io ti benedirò due volte. Per la tua fatica e per la tua pietà. Numero i tuoi sforzi, raccolgo le tue lacrime. Agli sforzi per amore dei fratelli sarà data la ricompensa di quelli che si consumano per fare noto Dio agli uomini. Alle tue lacrime per il mio soffrire dell’ultima settimana sarà dato in premio il bacio di Gesù. Scrivi e sii benedetta».

Sotto lo scroscio della pioggia.

2Gesù è ritto su un mucchio di tavole alzate come una tribuna in uno degli stanzoni, l’ultimo, e parla con voce tonante, presso la porta, per essere udito tanto da quelli che sono nella stanza come da quelli che sono sotto la tettoia e sino sull’aia allagata dalla pioggia. Sotto i loro mantelloni scuri e di lana non conciata, sulla quale l’acqua non ha presa, paiono tanti frati. Nella stanza sono i più deboli, sotto la tettoia le donne, nella corte, all’acqua, i robusti, uomini per lo più.

3Pietro va e viene, scalzo e con la sola veste corta sotto un telo che si è messo sul capo, e non perde il buon umore anche se deve sguazzare nell’acqua e fare una doccia non richiesta. Con lui sono Giovanni, Andrea e Giacomo. Trasportano dall’altro stanzone con precauzione dei malati e guidano dei ciechi o sorreggono degli storpi.

4Gesù attende con pazienza che tutti siano a posto. E solo si duole che i quattro discepoli siano bagnati come delle spugne messe in un secchio.

5«Niente, niente! Siamo legno impeciato. Non te la prendere. Facciamo un altro battesimo, e il battezzatore è Dio stesso», risponde Pietro ai rammarichi di Gesù.

Generosità di Pietro

6Finalmente tutti sono a posto e Pietro pensa di potersi andare a mettere una veste asciutta. E lo fa cogli altri tre. Ma, quando ha raggiunto da capo il Maestro, vede sporgere dall’angolo della tettoia il mantellone bigio della velata e, senza più pensare che per andare da lei deve riattraversare la corte in diagonale sotto lo scroscio della pioggia che infittisce e nelle pozze che schizzano fino al ginocchio così percosse dai goccioloni, va da lei. La prende per un gomito, senza spostare il mantello, e la trascina bene in su, presso la parete dello stanzone, al riparo dall’acqua. E poi le si pianta vicino, duro e immobile come una sentinella.

Gesù ha visto. Ha sorriso chinando il capo per celare la luminosità del suo sorriso. Ora parla.

Catechesi: “Non fornicare”

“Non fornicate”.

7«Non dite, voi che siete venuti costanti a Me, che Io non parlo con ordine e salto via qualcuno dei dieci comandi. Voi udite. Io vedo. Voi ascoltate. Io applico ai dolori ed alle piaghe che vedo in voi. Io sono il Medico. Un medico va prima ai più malati, a quelli che sono più prossimi a morte. Poi si volge ai meno gravi. Io pure.

Vizio legalizzato nel matrimonio.

8Oggi dico: “Non fornicate”[27]. Non volgete intorno lo sguardo cercando di leggere sul volto di uno la parola “lussurioso”. Abbiate carità reciproca. Amereste che uno la leggesse su voi? No. E allora non cercate leggerla nell’occhio turbato del vicino, sulla sua fronte che arrossa e si curva al suolo.

9E poi… Oh! dite, voi uomini in specie. Quale fra voi non ha mai messo i denti in questo pane di cenere e sterco che è la soddisfazione sessuale? Ed è lussuria solo quella che vi spinge per un’ora fra braccia meretrici? Non è lussuria anche il profanato connubio con la sposa, profanato perché è vizio legalizzato essendo reciproca soddisfazione del senso, evadendo alle conseguenze dello stesso?

L’atto deve essere fecondazione

10Matrimonio vuole dire procreazione, e l’atto vuol dire e deve essere fecondazione. Senza ciò è immoralità[28]. Non si deve del talamo fare un lupanare. E tale diventa se si sporca di libidine e non si consacra con delle maternità. La terra non respinge il seme. Lo accoglie e ne fa pianta. Il seme non fugge dalla zolla dopo esservi deposto. Ma subito genera radice e si abbranca per crescere e fare spiga, ossia la creatura vegetale nata dal connubio fra la zolla e il seme. L’uomo è il seme, la donna è la terra, la spiga è il figlio. Rifiutarsi a far la spiga e sperdere la forza in vizio è colpa. E’ meretricio commesso sul letto nuziale, ma per nulla dissimile dall’altro, anzi aggravato alla disubbidienza al comando che dice: “Siate una sola carne e moltiplicatevi nei figli”[29].

Il piacere è un tossico che crea dipendenza

11Perciò vedete, o donne volutamente sterili, mogli legali e oneste non agli occhi di Dio ma del mondo, che ciononostante voi potete essere come prezzolate femmine e fornicare ugualmente pur essendo del solo marito, perché non alla maternità ma al piacere andate troppo e troppo spesso. E non riflettete che il piacere è un tossico che aspirato da qual che sia bocca contagia, fa arsi di un fuoco che credendo saziarsi si spinge fuor dal focolare e divora, sempre più insaziabile, lasciando acre sapor di cenere sotto la lingua e disgusto e nausea e sprezzo di sé e del compagno di piacere, perché quando la coscienza risorge – e fra l’una febbre e l’altra essa sorge – non può non nascere questo sprezzo di sé, avviliti fino a sotto la bestia?

Scellerataggine.

“Non fornicate” è detto.

12É fornicazione molta parte delle azioni carnali dell’uomo. E non contemplo neppure quelle inconcepibili unioni da incubo che il Levitico condanna con queste parole: “Uomo, non ti accosterai all’uomo come fosse una donna”, e: “Non ti accosterai ad alcuna bestia per non contaminarti con essa. E così farà la donna e non si unirà a bestia perché è scellerataggine”[30].

13Ma dopo avere accennato al dovere degli sposi verso il matrimonio, che cessa d’esser santo quando, per malizia, diviene infecondo, vengo a parlare della vera e propria fornicazione fra uomo e donna per vizio reciproco e per compenso in denaro o in doni.

Bestialità della fornicazione.

14Il corpo umano è un magnifico tempio che racchiude un altare. Sull’altare dovrebbe essere Dio. Ma Dio non è dove è corruzione. Perciò il corpo dell’impuro ha l’altare sconsacrato e senza Dio.

15Pari a colui che si avvoltola ebbro nel fango e nei rigurgiti della propria ebbrezza, l’uomo avvilisce se stesso nella bestialità della fornicazione e diviene peggio del verme e della bestia più immonda. E ditemi, se fra voi è alcuno che ha depravato se stesso sino a commerciare il suo corpo come si fa mercato di biade o di animali, quale bene ve ne è venuto? Prendetevi proprio il vostro cuore in mano, osservatelo, interrogatelo, ascoltatelo, vedete le sue ferite, i suoi brividi di dolore, e poi dite e rispondetemi: era così dolce quel frutto da meritare questo dolore di un cuore che era nato puro e che voi avete costretto a vivere in un corpo impuro, a battere per dare vita e calore alla lussuria, a logorarsi nel vizio?

Depravazione.

16Ditemi: ma siete tanto depravate da non singhiozzare nel segreto, sentendo una voce di bimbo che chiama: “mamma” e pensando alla vostra madre, o donne di piacere, fuggite da casa, o cacciate da essa perché il frutto marcito non rovinasse col suo trasudante marciume gli altri fratelli? Pensando alla vostra madre che forse è morta dal dolore di doversi dire: “Ho partorito un obbrobrio”?

17Ma non vi sentite cadere il cuore per terra, incontrando un vecchio solenne nella sua canizie e pensando che su quella del padre voi avete gettato il disonore come un fango preso a piene mani, e col disonore lo scherno del paese natio?

18Ma non vi sentite torcere le viscere di rimpianto vedendo la felicità di una sposa o la innocenza di una vergine, e dovendo dire: “Io tutto questo l’ho rinunciato e non lo avrò mai più!”?

19Ma non sentite come scotennarvi dalla vergogna il volto, incontrando lo sguardo degli uomini o bramoso o pieno di spregio?

20Ma non sentite la vostra miseria quando avete sete di un bacio di bimbo e non osate più dire: “Dammelo”, perché avete ucciso delle vite all’inizio, respinte da voi come peso noioso e un inutile impiccio, staccate dall’albero che pur le aveva concepite, e gettate a far letame, e ora quelle piccole vite vi gridano: “assassine!”?

21Ma non tremate, soprattutto, di quel Giudice che vi ha create e vi attende per chiedervi: “Che hai fatto di te stessa? Per questo, forse, ti ho dato la vita? Pullulante nido di vermi e putrefazione, come osi stare al mio cospetto? Tutto avesti di ciò che per te era il dio: il piacere. Va’ nella maledizione senza termine”?

Aglae: un cencio lurido che diverrà fiore   

22Chi piange? Nessuno? Voi dite: nessuno? Eppure l’anima mia va incontro ad un’altra anima che piange. Perché le va incontro? Per lanciarle l’anatema perché meretrice?

23No. Perché mi fa pietà l’anima sua. Tutto in Me repelle per il suo corpo sozzo, sudato nella fatica lasciva. Ma la sua anima! Oh! Padre! Padre! Anche per quest’anima Io ho preso carne ed ho lasciato il Cielo per essere il Redentore suo e di tante sue anime sorelle! Perché devo non raccogliere questa pecora errante e portarla all’ovile, mondarla, unirla al gregge, darle pascoli e un amore che sia perfetto come solo il mio può essere, così diverso da quelli che ebbero fin qui per lei nome di amore e non erano che odii, così pietoso, completo, soave che ella più non rimpianga il tempo passato, o lo rimpianga solo per dire: “Troppi giorni ho perduto lungi da Te, eterna Bellezza. Chi mi rende il tempo perduto? Come gustare nel poco che mi resta quanto avrei gustato se fossi sempre stata pura?”.

24Eppure non piangere, anima calpestata da tutta la libidine del mondo. Ascolta: sei un cencio lurido. Ma puoi tornare fiore. Sei un letamaio. Ma puoi divenire aiuola. Sei animale immondo. Ma puoi tornare angelo. Un giorno lo fosti. Danzavi sui prati fioriti, rosa fra le rose, fresca come esse, olezzante di verginità. Cantavi serena le tue canzoni di bambina e poi correvi dalla madre, dal padre, e dicevi loro: “Voi siete i miei amori”. E l’invisibile custode che ogni creatura ha al fianco sorrideva della tua anima bianco-azzurra…

25E poi? Perché? Perché hai strappato le tue ali di piccolo innocente? Perché hai calpestato un cuore di padre e di madre per correre ad altri cuori insicuri? Perché hai piegato la voce pura a menzognere frasi di passione? Perché hai infranto lo stelo della rosa e violato te stessa?

Il pentimento rinnova, purifica, sublima

26Pentiti, figlia di Dio. Il pentimento rinnova. Il pentimento purifica. Il pentimento sublima. L’uomo non ti può perdonare? Neppure tuo padre potrebbe più? Ma Dio può. Perché la bontà di Dio non ha paragone con la bontà umana e la sua misericordia è infinitamente più grande della umana miseria. Onora te stessa rendendo, con una vita onesta, onorevole la tua anima. Giustificati presso Iddio non peccando più contro la tua anima. Fatti un nome nuovo presso Dio. É quello che vale. Sei il vizio. Diventa l’onestà. Diventa il sacrificio. Diventa la martire del tuo pentimento. Sapesti bene martirizzare il tuo cuore per far godere la carne. Ora sappi martirizzare la carne per dare un’eterna pace al tuo cuore.

27Vai. Andate tutti. Ognuno col suo peso e col suo pensiero, e meditate. Dio tutti attende e non rigetta nessuno di quelli che si pentono. Il Signore vi dia la sua luce per conoscere la vostra anima. Andate».

Evangelizzazione

I cinque notabili.  

28Molti vanno via verso il paese. Altri entrano nello stanzone. Gesù va verso i malati e li risana.

29Un gruppo di uomini parlotta in un angolo; divisi fra diverse tendenze, gesticolano e si accalorano. Alcuni sono accusatori di Gesù, altri difensori, altri ancora esortano questi e quelli a più maturo giudizio. Infine i più accaniti, forse perché pochi rispetto agli altri due gruppi, prendono una via di mezzo. Vanno da Pietro, che insieme a Simone trasporta le barelle ormai inutili di tre miracolati, e lo assalgono prepotenti dentro allo stanzone mutato in foresteria dei pellegrini. Dicono: «Uomo di Galilea, ascolta».

Le ironie di Pietro

30Pietro si volta e li guarda come bestie rare. Non parla, ma il suo viso è un poema. Simone getta solo un’occhiata ai cinque energumeni e poi esce, lasciando tutti in asso. Uno dei cinque riprende: «Io sono Samuele, lo scriba; costui è l’altro scriba Sadoch; e questo è il giudeo Eleazaro, molto noto e potente; e questo l’illustre anziano Callascebona; e questo, infine, Nahum. Capisci? Nahum!», e il tono è addirittura enfatico.

Pietro fa un lieve inchino ad ogni nome, ma all’ultimo resta a mezza via, e dice, con la massima indifferenza: «Non so. Mai sentito. E… non capisco niente».

31«Rozzo pescatore! Sappi che è il fiduciario di Anna!».

«Non conosco Anna; ossia conosco molte donne di nome Anna. Ce ne è una fungaia anche a Cafarnao. Ma non so di che Anna costui è fiduciario».

32«Costui? A me si dice: “costui”?».

«Ma cosa vuoi che ti dica? Asino o uccello? Quando andavo a scuola mi ha insegnato il maestro a dire “costui” parlando di un uomo e, se non ho le traveggole, tu sei un uomo».

L’uomo si dimena come fosse torturato da quelle parole. L’altro, il primo che ha parlato, spiega: «Ma Anna è il suocero di Caifa…»

«Aaaah!… Capito!!! Ebbene?».

33«Ebbene, sappi che noi siamo sdegnati!».

«Di che? Del tempo? Anche io. É la terza volta che mi cambio veste e ora non ho più nulla di asciutto».

«Ma non fare lo stolto!».

«Stolto? É verità. Se non siete sdegnati del tempo, di che allora? Dei romani?».

L’affronto

34«Del tuo Maestro! Del falso profeta».

«Ehi! caro Samuele! Bada che mi sveglio, e sono come il lago. Dalla bonaccia alla tempesta non ci tengo che un attimo. Guarda come parli…».

35Sono entrati anche i figli di Zebedeo e di Alfeo, e con loro l’Iscariota e Simone, e si stringono a Pietro che alza sempre più la voce.

36«Tu non toccherai con le tue mani plebee i grandi di Sionne!».

«Oh! che bei signorini! E voi non toccatemi il Maestro, perché altrimenti volate nel pozzo, subito, a purificarvi per davvero, di dentro e di fuori».

37«Faccio osservare ai dotti del Tempio che la casa è dominio privato», dice pacato Simone.

38E l’Iscariota rincara: «e che il Maestro, io ne sono mallevadore, ha sempre avuto per la casa altrui, prima fra tutte la Casa del Signore, il massimo rispetto. Sia usato uguale verso la sua».

«Tu taci, verme subdolo».

39«Subdolo in quanto! Mi avete fatto schifo e sono venuto dove schifo non è. E voglia Dio che essere stato con voi non mi abbia corrotto fino nel fondo!».

Le insinuazioni.

40«Breve: che volete?», chiede asciutto Giacomo di Alfeo.

41«E tu chi sei?».

«Sono Giacomo di Alfeo, e Alfeo di Giacobbe, e Giacobbe di Matan, e Matan di Eleazar; e se vuoi ti dico tutta l’ascendenza sino a re Davide da cui vengo. E cugino sono del Messia. Per cui ti prego di parlare con me, di stirpe reale e di razza giudea, se alla tua alterigia è schifo parlare con un onesto israelita che conosce Dio meglio di Gamaliele e Caifa. Andiamo. Parla».

42«Il tuo Maestro e parente si fa seguire dalle prostitute. Quella velata è una di esse. L’ho vista mentre vendeva dell’oro. E l’ho riconosciuta. É l’amante fuggita a Sciammai. Questo lo disonora».

«Chi? A Sciammai il rabbino? Allora deve essere una vecchia carcassa. Fuori pericolo perciò…», motteggia l’Iscariota.

43«Taci, folle! A Sciammai di Elchi, il prediletto di Erode».

«Toh! Toh! Segno che non lo predilige più, lei, il prediletto. É lei che deve andare in letto con lui. Non te. Perché te la prendi, allora?». Giuda di Keriot è ironico al sommo.

44«Uomo, non pensi di disonorarti facendo la spia?», chiede Giuda di Alfeo. «E non pensi che si disonora colui che si abbassa a peccare, non colui che cerca alzare il peccatore? Che disonore ne viene al mio Maestro e fratello se Egli, parlando, spinge la voce sino alle orecchie profanate dalla bava dei lussuriosi di Sionne?».

«La voce? Ah! Ah! Ha  trent’anni il tuo Maestro e cugino, e non è che più ipocrita degli altri! E tu, e voi tutti, dormite sodo la notte…».

La difesa degli apostoli

45«Impudente rettile! Fuori di qui o ti strozzo», urla Pietro e a lui fanno eco Giacomo e Giovanni, mentre Simone si limita a dire: «Vergogna! La tua ipocrisia è tanto grande che rigurgita e trabocca, e sbavi come un lumacone sul fiore puro. Esci e divieni uomo, perché per ora non sei che una bava. Ti riconosco, Samuele. Sei sempre lo stesso cuore. Dio ti perdoni. Ma va’ via dal mio cospetto».

46Ma mentre il Keriot con Giacomo di Alfeo tengono il bollente Pietro, Giuda Taddeo, che nell’atto assomiglia più che mai al Cugino, di cui ora ha lo stesso balenare azzurro nello sguardo e l’imponenza nell’espressione, tuona: «Disonora se stesso chi l’innocente disonora. L’occhio e la lingua li ha fatti Dio per compiere opere sante. Il maledico li profana e avvilisce, facendo loro compiere opere malvagie. Io non sporcherò me stesso con atto villano contro la tua canizie. Ma ti ricordo che i malvagi odiano l’uomo integro e che lo stolto sfoga il suo malanimo senza neppur più riflettere che si tradisce. Chi vive nelle tenebre scambia per rettile il ramo fiorito. Ma chi vive nella luce vede le cose come esse sono e le difende, se denigrate, per amore alla giustizia. Noi viviamo nella luce. Siamo la generazione casta e bella dei figli della luce, e il Duce nostro è il Santo che non conosce donna né peccato. Noi Lui seguiamo e lo difendiamo dai suoi nemici, per i quali, come Lui ci ha insegnato, abbiamo non odio ma preghiera. Impara, o vecchio, da un giovane, divenuto maturo perché la Sapienza gli è maestra, a non essere lesto nel parlare e buono a nulla nell’operare il bene. Vai. E riporta a chi ti ha mandato che non nella profanata casa che è sul monte Moria, ma in questa povera dimora riposa Dio sulla sua gloria. Addio».

I cinque non osano ribattere e se ne vanno.

“Ognuno dà ciò che ha”

47I discepoli si consultano. Dirlo o non dirlo a Gesù, che è ancora coi malati guariti? Dirlo. É meglio così.

Lo raggiungono, lo chiamano e lo dicono. Gesù sorride calmo e risponde: «Vi ringrazio della difesa… ma che ci volete fare? Ognuno dà ciò che ha».

48«Però un poco ragione l’hanno. Gli occhi sono nella testa per vedere e molti vedono. Lei è sempre lì fuori, come un cane. Ti nuoce», dicono in diversi.

49«Lasciatela stare. Non sarà lei la pietra che mi colpirà sul capo. E se lei si salva… oh! Vale bene la pena di una critica per questa gioia!».

50Tutto ha fine su questa dolce risposta.

 8. La “velata” viene ospitata nella casetta dell’Acqua Speciosa[31].

“Siete tutte ‘anime’”.

Ambiente.

1La giornata è talmente orrida che non c’è nessun pellegrino. Piove a rovesci e l’aia si è mutata in un basso stagno su cui galleggiano foglie secche, venute da chissà dove e portate dal vento che fischia e scuote porte e impannate. Nella cucina, più che mai tetra, perché per impedire alla pioggia di entrare si deve tenere appena socchiusa la porta, ci si affumica e si lacrima e tossisce perché il vento respinge in giù il fumo.

2«Aveva ragione Salomone», sentenzia Pietro.

«Tre cose cacciano l’uomo: la donna litigiosa[32]… e quella l’ho lasciata a litigare a Cafarnao con gli altri generi, il camino che fa fumo e il tetto che fa acqua. E questi due ce li abbiamo… Ma domani ci penso io a questo camino. Vado sul tetto, e tu e tu e tu (Giacomo, Giovanni e Andrea) venite con me. E con delle lavagne faremo un rialzo e un tetto al comignolo».

3«E dove le trovi le lavagne?», chiede Tommaso.

«Sulla tettoia. Se piove là non è il finimondo. Ma qui… Ti duole che le tue vivande non si decorino più di lacrime fuligginose?». 

4«Figurati! Magari ci riuscissi! Guarda come sono tinto. Mi piove in testa quando sto qui al fuoco».

«Sembri un mostro egiziano», dice ridendo Giovanni. E infatti Tommaso ha bizzarre virgole nere sul volto pienotto e bonario. Il primo a riderne è lui, sempre allegro, e ride anche Gesù perché, proprio mentre parla, una nuova goccia carica di fuligine gli piomba sul naso e ne fa la punta nera.

5«Tu che sei esperto di tempo, che ne dici? Durerà molto così?», chiede a Pietro l’Iscariota, che è tutto cambiato da qualche giorno.

«Ora te lo so dire. Vado a fare l’astrologo», dice Pietro e va alla porta e la socchiude un poco di più, mettendo fuori il capo e una mano. Poi sentenzia: «Vento basso e dal meridione. Caldo e caligine… Uhm! C’è poco da…». Pietro tace, poi rientra piano e mette la porta a spiraglio e sbircia.

Costanza di Aglae

6«Che c’è?», chiedono in tre o quattro.

Ma Pietro fa cenno con la mano di tacere. Guarda. Poi dice con un sussurro: «C’è quella donna. Ha bevuto dell’acqua del pozzo e ha preso una fascina rimasta nella corte. E’ tutta bagnata. Non brucia certo… Se ne va… Le vado dietro. Voglio vedere…». E’ uscito cauto.

«Ma dove può stare per essere qui vicino sempre?», chiede Tommaso.

«Ed essere qui con questo tempo!», dice Matteo.

«In paese ci va certo, perché anche ieri l’altro ci comprava del pane», dice Bartolomeo.

7«Ha una bella costanza a stare così velata!», osserva Giacomo di Alfeo.

«O un grande motivo», finisce Tommaso.

«Ma sarà proprio quella che diceva ieri quel giudeo?», chiede Giovanni.

«Sono sempre così falsi!».

8E Gesù sta sempre zitto come fosse sordo. Tutti lo guardano, certi che Lui sa. Ma Lui sta lavorando con un coltello tagliente intorno ad un pezzo di legno dolce, che piano piano si muta in un comodo forchettone per estrarre le verdure dall’acqua bollente. E quando ha finito offre il suo lavoro a Tommaso, che si è dedicato proprio tutto alla cucina.

“Siete tutti ‘anime’ ”

9«Sei proprio bravo, Maestro. Ma… ce lo dici chi è?».

«Un’anima. Per Me siete tutti “anime”. Null’altro. Uomini, donne, vecchi, bambini: anime, anime, anime. Anime candide i pargoli, anime azzurre i fanciulli, anime rosee i giovani, anime d’oro i giusti, anime di pece i peccatori. Ma anime solo; solo anime. E sorrido alle anime candide perché mi sembra di sorridere agli angeli; e mi riposo fra i fiori rosei e azzurri degli adolescenti buoni; e mi rallegro delle anime preziose dei giusti; e mi affatico, soffrendo, per fare preziose e splendide le anime dei peccatori. I volti?… I corpi?… Nulla. Io vi conosco e riconosco per le vostre anime».

10«E lei che anima è?», chiede Tommaso.

«Un’anima meno curiosa di quella dei miei amici, perché non indaga, non chiede, va e viene senza parola e senza sguardo».

Giuda confessa.

11«Io la credevo una di malaffare o una lebbrosa. Ma mi sono ricreduto perché… Maestro, se ti dico una cosa non mi rimproveri?», chiede l’Iscariota andando a mettersi seduto per terra contro le ginocchia di Gesù, tutto diverso, umile, buono, fin più bello in questa sua aria dimessa di quanto non sia quando è il pomposo e borioso Giuda.

12«Non ti rimprovererò. Parla».

«Io so dove abita. L’ho seguita una sera… fingendo di uscire a prendere acqua, perché mi sono accorto che a buio viene sempre al pozzo… Una mattina ho trovato per terra una forcina d’argento… proprio sull’orlo del pozzo… e ho capito che l’aveva perduta lei. Ebbene, lei sta in una capannella di legno che è nel bosco. Forse serve ai contadini. É però mezza marcita. E lei le ha messo sopra delle frasche a fare da tetto. Forse quella fascina la vuole per quello. É una tana. Non so come ci possa stare. Basterebbe appena ad un grosso cane, o a un minuscolo asinello. Era una sera di luna e ho visto bene. E’ mezza sepolta fra i rovi, ma dentro… è vuota e non c’è porta. É per quello che mi sono ricreduto e ho capito che non è una di malaffare».

13«Non lo dovevi fare. Ma, sii sincero, non hai fatto di più?».

«No, Maestro. Avrei voluto vederla, perché è da Gerico che la noto e mi pare di conoscerne il passo così lieve con cui va veloce dove vuole. Anche la sua persona deve essere flessuosa e… bella. Sì. Lo si capisce, nonostante tutte quelle vesti… Ma non ho osato spiarla mentre si concava sulla terra. Forse si è levata il velo. Ma l’ho rispettata…».

14Gesù lo guarda fisso fisso e poi dice: «E ne hai sofferto. Ma hai detto il vero. Ed Io ti dico che sono contento di te. Un’altra volta ti costerà meno ancora esser buono. Tutto sta a fare il primo passo. Bravo Giuda!», e lo carezza.

Aglae, anima coraggiosa

15Rientra Pietro: «Ma, Maestro! Quella donna è pazza! Ma sai dove sta? Quasi in riva al fiume, in un casottino di legno sotto un macchione. Forse un tempo serviva a qualche pescatore o boscaiolo… Chissà! Mai avrei pensato che in quel luogo umido, sprofondato in un fosso, sotto un groviglio di rovi, ci fosse una povera donna. E gliel’ho detto: “Parla e sii sincera. Sei lebbrosa?”. Mi ha risposto in un soffio: “No”. “Giuralo”, ho detto. E lei: “Lo giuro”. “Guarda che, se lo sei e non lo dici e vieni vicino alla casa e io vengo a sapere che sei immonda, ti faccio lapidare. Ma se sei perseguitata, se sei ladra o assassina e stai qui per paura di noi, non temere alcun male. Ma ora esci di lì. Non vedi che sei nell’acqua? Hai fame? Hai freddo? Tremi. Sono vecchio, lo vedi? Non ti faccio la corte. Vecchio e onesto. Perciò ascoltami”. Ho detto così. Ma non ha voluto venire. La troveremo morta, perché è proprio nell’acqua».

Accoglienza in nome della Misericordia.

16Gesù è pensoso. Guarda i dodici volti che lo guardano. Poi dice: «Che dite che si faccia?».

«Ma, Maestro, decidi Tu!».

17«No. Voglio che giudichiate voi. E’ una cosa in cui è in causa anche la stima di voi. Ed Io non devo fare violenza sul vostro diritto di tutelarla».

18«In nome della misericordia io dico che non si può lasciarla là», dice Simone.

19E Bartolomeo: «Direi per oggi di metterla nello stanzone. Ci vanno pure i pellegrini? Ci può andare lei pure».

20«È una creatura come tutte le altre, infine», commenta Andrea.

21«E poi oggi non viene nessuno, e perciò…», osserva Matteo.

22«Proporrei di ospitarla per oggi, e domani di dirlo al fattore. É un buon uomo», dice Giuda Taddeo.

23«Hai ragione! Bravo! Ed ha tante stalle anche vuote. Una stalla è sempre una reggia rispetto a quel barchetto affondato!», esclama Pietro.

«Vaglielo a dire, allora», incita Tommaso.

24«I giovani non hanno ancora parlato», osserva Gesù.

25«Per me va bene quel che Tu fai», dice il cugino Giacomo.

26E l’altro Giacomo col fratello, a una voce: «E noi pure».

27«Io penso solo al malaugurato caso che capiti qualche fariseo», dice Filippo.

28«Oh! anche se andassimo nelle nuvole credi che non ci manderebbero accuse? Non accusano Dio perché è lontano. Ma se potessero averlo vicino, come lo ebbero Abramo, Giacobbe e Mosè, gli farebbero rimproveri… Chi senza colpe per loro?», dice Giuda di Keriot.

29«Allora andate a dirle di ricoverarsi nello stanzone. Va’ tu, Pietro, con Simone e Bartolomeo. Siete anziani e farete meno soggezione alla donna. E ditele che le daremo cibo caldo e una veste asciutta. É quella che ha lasciato Isacco. Vedete che tutto serve? Anche una veste da donna data a un uomo…».

I giovani ridono perché sulla veste in parola ci deve essere stato qualche buffo retroscena.

I tre anziani vanno… e tornano dopo un poco.

30«Ce ne è voluto… ma ha finito a venire. Le abbiamo giurato che non la disturberemo mai. Ora le porto della paglia e la veste. Dammi le verdure e un pane. Non ha neppure da mangiare oggi. Infatti… chi va in giro con questo diluvio?».

Il buon Pietro parte coi suoi tesori.

Far il bene per il bene.

31«E ora a tutti un ordine: per nessuna ragione si va allo stanzone. Domani provvederemo. Abituatevi a fare il bene per il bene, senza curiosità e desideri di avere da esso una distrazione o altro. Vedete? Vi rammaricavate che oggi non si sarebbe fatto nulla di utile. Abbiamo amato il prossimo. E che di più grande potevamo fare? Se, e lo è certo, costei è un’infelice, non può il nostro aiuto darle un ristoro, un calore, una protezione ben più profonda del poco cibo, della misera veste, del tetto solido che le abbiamo dato? Se è una colpevole, una peccatrice, una creatura che cerca Dio, il nostro amore non sarà la più bella lezione, la più potente parola, la più netta indicazione per metterla sulla strada di Dio?».

Pietro entra piano piano e ascolta il suo Maestro.

Chi ama salva se stesso e gli altri

32«Vedete, amici. Molti maestri ha Israele e parlano, parlano… Ma le anime restano quali sono. Perché? Perché le anime odono le parole dei maestri ma vedono anche le loro azioni. E queste distruggono quelle. E le anime restano dove erano, se pure non retrocedono. Ma quando un maestro fa ciò che dice e agisce da santo in ogni sua azione, anche se fa solo delle azioni materiali come quella di dare un pane, una veste, un alloggio alla carne sofferente del prossimo, ottiene che le anime procedano e giungano a Dio, perché sono le sue stesse azioni che dicono ai fratelli: “Dio è; e qui è Dio”. Oh! l’amore! In verità vi dico che chi ama salva se stesso e gli altri».

33«Dici bene, Maestro. Quella donna mi ha detto: “Sia benedetto il Salvatore e Colui che l’ha mandato, e tutti voi con Lui”, e a me, povero uomo, mi ha voluto baciare i piedi, e piangeva dietro il suo fitto velo… Mah!… Ora speriamo che non arrivi qualche nottolone da Gerusalemme… Se no! E chi ci salva?».

34«La nostra coscienza ci salva dal giudizio del Padre nostro. Basta così», dice Gesù. E si siede a tavola dopo aver benedetto e offerto il cibo.

Tutto ha fine.

 9.  3° comandamento: “Santifica la festa”. Guarigione di un bambino
dalle gambe fratturate
[33].

Fatti del giorno

Il bambino dalle gambe fratturate.

1La giornata meno tremenda, per quanto ancora piovosa, permette alla gente di venire dal Maestro.

2Gesù ascolta in disparte due o tre che hanno grandi cose da dirgli e che poi raggiungono più quieti il loro posto. Benedice anche un bambinello che ha le gambine fratturate malamente e che nessun medico volle curare dicendo: «É inutile. Sono rotte in alto, presso la spina». Lo dice la madre tutta in lacrime, e spiega: «Correva con la sorellina sulla via del paese. É venuto avanti di galoppo col suo carro un erodiano e lo ha travolto sotto il carro. Ho creduto fosse morto. Ma è peggio. Lo vedi. Lo tengo su quest’asse perché… non c’è altro da fare. E soffre, soffre perché l’osso buca. Ma poi, quando l’osso non bucherà più, allora soffrirà perché non potrà che giacere sul dorso».

3«Hai molto male?», chiede pietoso Gesù al fanciullino piangente.

«Sì».

«Dove?».

«Qui… e qui», e si tocca con la manina incerta le due ossa iliache.

«E poi qui e qui», e tocca le reni e le spalle.

«É dura l’asse e io voglio muovermi, io…», e piange disperato.

4«Vuoi venire in braccio a Me? Ci vieni? Ti porto là in alto, vedi tutti mentre Io parlo».

«Siii» (il sì è pieno di desiderio). Il poverino tende le braccine supplici.

«Vieni, allora».

5«Ma non può, Maestro, è impossibile! Ha troppo dolore… Neppur lo posso muovere io per lavarlo».

«Non gli farò male».

«Il medico…».

6«Il medico è il medico, Io sono Io. Perché sei venuta?».

«Perché sei il Messia», risponde la donna che sbianca e arrossa in volto, presa fra una speranza e una disperazione.

7«E allora? Vieni, piccolino». E Gesù, passando un braccio sotto le inerti gambine, uno sotto le piccole spalle, prende il bambino e gli chiede: «Ti faccio male? No? E allora di’ addio alla mamma e andiamo».

8E va, fra la folla che si fende, col suo carico. Va fino in fondo, sale sulla specie di predella che gli hanno costruita perché sia visto da tutti, anche nella corte, si fa dare una panchetta e si siede, si aggiusta sulle ginocchia il bambino e gli chiede: «Ti piace? Ora sta’ buono e ascolta anche tu»; e inizia a parlare gestendo con una mano sola, la destra, perché con la sinistra sorregge il bambino che guarda la gente, felice di vedere qualcosa, e sorride alla mamma palpitante di speranza là in fondo, e giocherella col cordone della veste di Gesù e anche con la morbida barba bionda del Maestro e con una ciocca dei suoi lunghi capelli.

Catechesi sul riposo sabbatico

Ordine salutare nell’ordine fisico.

9«É detto: “Lavora di un onesto lavoro e il settimo di dedicarlo al Signore e allo spirito tuo”[34]. Questo è detto col comando del riposo sabatico. L’uomo non è da più di Dio. Eppure Dio fece in sei giorni la sua creazione e il settimo riposò[35]. Come allora l’uomo si permette di non imitare il Padre e di non ubbidire al suo ordine? È ordine stolto? No. In verità è un ordine salutare sia nell’ordine della carne, sia in quello morale, sia in quello dello spirito.

10Il corpo affaticato ha bisogno di riposo così come lo ha quello di ogni creato essere. Riposa pure, e noi lo lasciamo riposare per non perderlo, il bove usato nel campo, l’asino che ci porta, la pecora che ci figlia l’agnello e ci dà latte. Riposa pure, e noi la lasciamo riposare, la terra del campo, perché nei mesi che è priva di seme si nutra e saturi dei sali che ad essa piovono dal cielo o affiorano dal suolo. Riposano bene, anche senza chiedere il nostro beneplacito, gli animali e le piante che ubbidiscono a leggi eterne di un riprodurre saggio. Perché allora l’uomo vuole non imitare il Creatore, che il settimo dì riposò, e non l’inferiore che, vegetale o animale che sia, senza aver avuto che un comando all’istinto, si sa regolare secondo esso e ad esso ubbidire?

Ordine salutare nell’ordine morale

11É un ordine morale oltre che fisico. Per sei giorni l’uomo fu di tutti e di tutto. Preso come un filo dal congegno del telaio, andò su e giù senza mai poter dire: “Ora mi occupo di me stesso, dei miei più cari. Sono il padre e oggi sono dei figli, sono lo sposo ed oggi mi dedico alla sposa, sono il fratello e gioisco dei fratelli, sono il figlio e curo la vecchiezza dei genitori”.

Ordine salutare nell’ordine spirituale

12É un ordine spirituale. Santo il lavoro. Più santo l’amore. Santissimo Iddio. E allora ricordarsi di dare almeno un giorno su sette al nostro buono e santo Padre, che ci ha dato la vita e ce la mantiene. Perché trattarlo da meno del padre, dei figli, dei fratelli, della sposa, dello stesso nostro corpo? Il dies Domini sia di Lui. Oh! dolce ricoverarsi dopo il lavoro del giorno, a sera, nella casa piena di affetti! Dolce ritrovarla dopo un lungo viaggio! E perché non ricoverarsi dopo sei giorni di lavoro nella casa del Padre? Perché non essere come il figlio che torna da un viaggio durato sei giorni e dice: “Eccomi a passare il mio giorno di riposo con te”?

“Lavora di un onesto lavoro”.

13Ma, ora udite, Io ho detto: “Lavora di un onesto lavoro”. Voi sapete che la nostra Legge ordina l’amore del prossimo. L’onestà del lavoro rientra nell’amore del prossimo. L’onesto nel lavoro non ruba nel commercio, non defrauda la mercede all’operaio, non lo sfrutta in maniera colpevole, si ricorda che il servo e l’operaio sono una carne e un’anima pari a lui e non li tratta come pezzi di pietra senza vita, che è lecito spezzare e percuotere col piede e col ferro. Chi non fa così non ama il prossimo e pecca perciò agli occhi di Dio. Maledetto è il suo guadagno, anche se da esso ne trae obolo per il Tempio.

14Oh! che bugiarda offerta! E come può osare di metterla ai piedi dell’altare quando gronda di lacrime e sangue dell’inferiore sfruttato, o ha nome “furto”, ossia tradimento verso il prossimo, perché il ladro è un traditore del suo prossimo? Non è, credetelo, santificata la festa se non è usata a scrutare se stesso ed impiegata a migliorare se stesso, a riparare i peccati commessi durante i sei giorni.

Come santificare la festa

15Ecco la santificazione della festa! Questa e non un’altra tutta esteriore e che non muta di uno iota il vostro modo di pensare. Dio vuole opere vive, non simulacri d’opere.

16É simulacro il falso ossequio alla sua Legge. É simulacro la santificazione mendace del sabato, ossia il riposo compiuto per mostrare ubbidienza al comando agli occhi degli uomini, ma usando poi quelle ore di ozio nel vizio, nella lussuria, nella crapula, nella cogitazione sul come sfruttare e nuocere al prossimo nella veniente settimana. E’ simulacro la santificazione del sabato, ossia il riposo materiale che non si accoppia al lavoro intimo, spirituale, santificante di un retto esame di sé, di un umile riconoscimento della propria miseria, di un serio proposito di fare meglio nella prossima settimana.

Torni a cadere? Torna a rialzarti.

17Voi direte: “E se poi si torna a cadere in peccato?”. Ma che direste voi di un bambino, che per essere caduto non volesse più fare un passo per non tornare a cadere? Che è uno stolto. Che non si deve vergognare di essere incerto nel passo, perché tutti lo fummo quando eravamo piccini e non per questo il padre nostro non ci amò.. Chi non ricorda come le nostre cadute hanno fatto piovere su noi una pioggia di baci materni e di carezze paterne?

18Lo stesso fa il Padre dolcissimo che è nei Cieli. Egli si china sul suo piccolo che piange al suolo e gli dice: “Non piangere. Io ti rialzo. Starai più attento un’altra volta. Ora vieni nelle mie braccia. Qui passerà ogni tuo male e poi tornerai via irrobustito, risanato, felice”. Questo dice il Padre nostro che è nei Cieli. Questo Io vi dico. Se riusciste ad avere fede nel Padre, tutto vi riuscirebbe. Una fede, fate attenzione, come quella di un pargolo. Il pargolo crede tutto possibile. Non si chiede se e come può avvenire un fatto. Non misura la profondità di esso. Crede in chi gli ispira fiducia e fa ciò che costui gli dice. Siate come i pargoli presso l’Altissimo. Come li ama questi sperduti angeli che sono la bellezza della Terra! Ugualmente ama le anime che si fanno semplici, buone, pure come è il bambino.

La fede del  bambino

20Volete vedere la fede di un bambino per imparare ad avere fede? Osservate. Tutti voi avete compassionato il piccolino che Io tengo sul petto e che, contrariamente a ciò che i medici e la madre dicevano, non ha pianto nello stare seduto nel mio grembo. Vedete? Lui, che da molto tempo non faceva che piangere notte e giorno senza trovare riposo, qui non ha pianto e si è addormentato placido sul mio cuore. Gli ho chiesto: “Vuoi venire in braccio a Me?”, e lui ha risposto: “sì” senza ragionare sul suo misero stato, sul probabile dolore che avrebbe potuto sentire, sulle conseguenze di essere mosso. Ha visto nel mio volto amore e ha detto: “sì” ed è venuto. E non ha sentito dolore. Ha goduto di esser qui in alto e vedere, lui inchiodato su quella piatta tavola, ha goduto di essere messo sul morbido di una carne e non sul duro di un legno, ha sorriso, ha giocato e si è addormentato con ancora una ciocca dei miei capelli fra le piccole mani. Ora lo sveglio, con un bacio…», e Gesù bacia sui cappellucci castani il bambino, finché si sveglia con un sorriso.

Il miracolo.

21«Come ti chiami?».

«Giovanni».

22«Ascolta, Giovanni. Vuoi camminare? Andare dalla mamma e dirle: “Il Messia ti benedice per la tua fede”?».

«Sì! sì!»; e il piccolo batte le manine, poi chiede: «Tu mi fai andare? Sui prati? Più la brutta tavola dura? Più i medici che fanno male?».

«Più, mai più».

23«Ah! come ti voglio bene!», e getta le braccine intorno al collo di Gesù e lo bacia, e per baciarlo meglio salta in ginocchio sui ginocchi di Gesù, e una grandine di baci innocenti scende sulla fronte, sugli occhi, sulle guance di Gesù.

24Il bambino nella sua gioia neppure si accorge di essersi potuto muovere, lui fino allora spezzato. Ma l’urlo della madre e della folla lo riscuote e lo fa volgere stupito. I suoi occhioni innocenti nel volto smagrito guardano interrogativamente. Sempre in ginocchio, col braccino destro intorno al collo di Gesù, gli chiede confidenzialmente accennando alla gente in tumulto, alla madre che nel fondo lo chiama unendo il suo nome a quello di Gesù: «Giovanni! Gesù! Giovanni! Gesù!» -: «Perché urla la folla e la mamma? Che hanno? Sei Tu Gesù?».

25«Sono Io. La gente grida perché è contenta che tu possa camminare. Addio, piccolo Giovanni (Gesù lo bacia e benedice). Vai dalla mamma e sii buono».

26Il bambino scende sicuro dai ginocchi di Gesù, da questi in terra, e corre dalla sua mamma, le salta al collo e dice: «Gesù ti benedice. Perché piangi allora?».

27Quando la gente è un poco più zitta, Gesù tuona: «Fate come il piccolo Giovanni, voi che cadete in peccato e vi ferite. Abbiate fede nell’amore di Dio. La pace sia con voi».

28E mentre il gridio della folla osannante si mescola al felice pianto della madre, Gesù, protetto dai suoi, esce dallo stanzone e tutto ha fine. (…).

10.  5° comandamento: “Non ammazzare”. Morte di Doras[36].

Catechesi

Premesse

«”Non ammazzare” è detto[37].

1A quale dei due gruppi di comandi appartiene questo? “Al secondo” dite voi? Sicuri?

2Vi chiedo ancora: è peccato che offende Dio o il colpito? Voi dite: “Il colpito”? Anche di questo ne siete sicuri?

3E ancora vi domando: non è che peccato di omicidio? Uccidendo non fate che questo unico peccato? “Questo solo” dite? Nessuno ne ha dubbio? Dite a voce alta le vostre risposte. Uno parli per voi tutti. Io attendo». E Gesù si china ad accarezzare una bambinella che è venuta vicino a Lui e che lo guarda estatica, dimenticando persino di rosicchiare la mela che la madre le ha dato per tenerla quieta.

Intervento di Cleofa.

4Si alza un vecchio imponente e dice: «Ascolta, Maestro. Io sono un vecchio sinagogo e mi hanno detto di parlare per tutti. Parlo. Mi sembra, e ci sembra, di avere risposto secondo giustizia e secondo quanto ci hanno insegnato. Appoggio la mia sicurezza al capo della legge sull’omicidio e le percosse[38]. Ma Tu lo sai perché siamo venuti: per essere ammaestrati, riconoscendo in Te sapienza e verità. Se dunque io sbaglio, illumina la mia tenebra acciò il vecchio servo vada al suo Re vestito di luce. E, come con me, fallo a questi che sono del mio gregge e che sono venuti col loro pastore a bere le fonti della Vita», e si inchina, avanti di sedersi, col massimo rispetto.

5«Chi sei, padre?».

«Cleofa, di Emmaus, tuo servo».

6«Non mio, di Colui che mi ha mandato, perché al Padre va data ogni precedenza ed ogni amore in Cielo, in Terra e nei cuori. Ed il primo a dargli questo onore è il suo Verbo che prende ed offre, sulla tavola senza difetto, i cuori dei buoni come fa il sacerdote coi pani della proposizione. Ma ascolta, Cleofa, acciò tu vada a Dio tutto illuminato come è tuo santo desiderio.

La colpa si misura dalle circostanze.

7Nel misurare una colpa occorre pensare alle circostanze che precedono, preparano, giustificano, spiegano la stessa. “Chi ho colpito? Che cosa ho colpito? Dove ho colpito? Con quali mezzi ho colpito? Perché ho colpito? Come ho colpito? Quando ho colpito?”: questo si deve chiedere, prima di presentarsi a Dio per chiedergli perdono, quello che uccise.

Chi ho colpito?

8Chi ho colpito?

Un uomo. Io dico: un uomo. Non penso e non considero se è ricco o se è povero, se è libero o se è schiavo. Per Me non esistono schiavi o potenti. Esistono solo degli uomini creati da un Unico, perciò tutti uguali. Infatti davanti alla maestà di Dio è polvere anche il più potente monarca della Terra. E ai suoi ed ai miei occhi non esiste che una schiavitù: quella del peccato e perciò sotto Satana. La Legge antica[39] distingue i liberi dagli schiavi e sottilizza fra l’uccidere di un colpo e l’uccidere lasciando sopravvivere un giorno o due, e così se la donna incinta è condotta a morte per la percossa, o se ucciso è solo il suo frutto. Ma questo fu detto quando la luce della perfezione era ancora lontana. Ora è fra voi e dice: “Chiunque colpisce a morte un suo simile pecca”. E non solo verso l’uomo pecca, ma anche contro Dio.

Cosa è l’uomo?

9Cosa è l’uomo? L’uomo è la creatura sovrana che Dio ha creato per essere re nel creato, creato a sua immagine e somiglianza, dandogli la somiglianza secondo lo spirito, e l’immagine traendo questa perfetta immagine dal suo pensiero perfetto. Guardate nell’aria, sulla terra e nelle acque. Vedete forse un animale od una pianta che, per belli che siano, uguaglino l’uomo? L’animale corre, mangia, beve, dorme, genera, lavora, canta, vola, striscia, si arrampica. Ma non ha favella. L’uomo anche sa correre e saltare, e nel salto è così agile che emula l’uccello; sa nuotare, e nel nuoto è tanto veloce che pare il pesce; sa strisciare e pare il rettile; sa arrampicarsi e pare la scimmia; sa cantare e pare l’uccello. Sa generare e riprodursi. Ma inoltre sa parlare.

10E non dite: “Ogni animale ha il suo linguaggio”. Sì. L’uno mugge, l’altro bela, l’altro raglia, l’altro cinguetta, l’altro gorgheggia, ma dal primo bovino all’ultimo sempre avranno lo stesso ed unico muggito, e così l’ovino belerà sino alla fine del mondo, e l’asino raglierà come ragliò il primo, e il passero sempre dirà il suo corto cinguettio, mentre l’allodola e l’usignolo diranno lo stesso inno al sole la prima, alla notte stellata il secondo, anche se sarà l’ultimo giorno della Terra, così come salutarono il primo sole e la prima notte di essa. L’uomo invece, perché non ha solo un’ugola e una lingua, ma un complesso di nervi che si accentrano nel cervello, sede dell’intelletto, sa afferrare le sensazioni nuove e pensare su esse e dare ad esse un nome.

      11Adamo chiamò[40]  cane il suo amico e leone quello che gli parve più somigliante nella chioma folta, ritta sulla faccia appena barbuta. Chiamò pecora l’agnella che lo salutava mite, e disse uccello quel fiore di penne che volava come la farfalla ma diceva dolce un canto che la farfalla non ha. E poi, nei secoli, ecco che i figli di Adamo crearono sempre nuovi nomi, man mano che “conobbero” le opere di Dio nelle creature o che, per la scintilla divina che è nell’uomo, non generarono solo figli ma crearono anche cose utili o nocive ai figli stessi, a seconda che erano con Dio o contro Dio. Sono con Dio quelli che creano e operano cose buone. Sono contro Dio quelli che creano cose malvagie di danno al prossimo. Dio fa le vendette dei figli suoi torturati dal mal genio umano.

L’Uomo Dio Gesù Redentore.

12L’uomo è dunque la creatura prediletta di Dio. Anche se ora è colpevole, è sempre quello a Lui più caro. E testimonia di ciò l’avere mandato il suo Verbo stesso, non un angelo, non un arcangelo, non un cherubino, non un serafino, il suo Verbo, rivestendolo della umana carne, per salvare l’uomo. Non ha riputato essere indegna questa veste per rendere passibile di soffrire ed espiare Colui che, per essere come Lui purissimo Spirito, non avrebbe potuto soffrire ed espiare la colpa dell’uomo.

13Il Padre mi ha detto: “Sarai uomo: l’Uomo. Io ne avevo fatto uno. Perfetto come tutto ciò che Io faccio. A lui erano destinati una dolce vita, una dolcissima dormizione[41], un beato risveglio, un beatissimo soggiorno eterno nel mio celeste Paradiso. Ma, Tu lo sai, in esso Paradiso non può entrare ciò che è contaminato, perché in esso Io-Noi, uno e trino Iddio, abbiamo trono. E davanti ad esso non può stare che santità. Io sono Colui che sono. La mia divina Natura, la misteriosa nostra Essenza non può essere nota che da coloro che sono senza macchia.

14Ora l’uomo, in Adamo e per Adamo, è sozzo. Vai. Mondalo. Lo voglio. Sarai Tu, d’ora in poi, l’Uomo. Il Primogenito. Perché per primo entrerai qui con carne mortale priva di peccato, con anima priva di colpa d’origine. Quelli che ti hanno preceduto sulla Terra e quelli che ti seguiranno avranno vita per la tua morte di Redentore”. Non poteva morire che uno che era nato. Io sono nato ed Io morrò[42].

Uccidendo l’uomo si offende Dio

15L’uomo è la creatura prediletta di Dio. Ora ditemi: se un padre ha molti figli, ma uno è il suo prediletto, la pupilla del suo occhio, e questo viene ucciso, quel padre non soffre più che se l’ucciso fosse un altro figlio? Ciò non dovrebbe essere, perché il padre dovrebbe essere giusto con tutti i suoi figli. Ma avviene perché l’uomo è imperfetto. Dio lo può fare con giustizia perché l’uomo è l’unica creatura, fra i creati, che abbia comune col Padre Creatore l’anima spirituale, segno innegabile della paternità divina.

16Uccidendo un figlio al padre, si offende solo il figlio? No. Anche il padre. Nella carne il figlio, nel cuore il padre. Ma ad ambi è data ferita. Uccidendo un uomo, si offende solo l’uomo? No. Anche Dio. Nella carne l’uomo, nel suo diritto Dio. Perché la vita e la morte da Lui solo devono essere date e tolte. Uccidere è fare violenza a Dio e all’uomo. Uccidere è penetrare nel dominio di Dio. Uccidere è mancare al precetto d’amore. Non ama Dio chi uccide, perché disperde un suo lavoro: un uomo. Non ama il prossimo chi uccide, perché leva al prossimo ciò che l’uccisore per sé vuole: la vita.

Ed ecco che ho risposto alle due prime domande.

Luogo: Dove ho colpito?

“Dove ho colpito?”

17Si può colpire per via, nella casa dell’aggredito o attirando la vittima nella propria. Si può colpire l’uno o l’altro organo dando sofferenza più grave, e facendo anche due omicidi in uno se si è colpita la donna che ha il seno gravido del suo frutto.

18Si può colpire per via senza averne intenzione. Un animale che ci prenda la mano può uccidere il passante. Ma allora in noi non c’è premeditazione, mentre se uno si reca, armato di pugnale sotto le ipocrite vesti di lino, nella casa del nemico – e sovente è nemico chi ha il torto di essere migliore – oppure lo invita nella sua casa con segni d’onore e poi lo sgozza e lo getta nella cisterna, allora c’è premeditazione e la colpa è completa di malizia e ferocia e violenza.

19Se uccido il frutto con la madre, ecco che di due Dio me ne chiederà ragione. Perché il ventre che genera un nuovo uomo secondo il comando di Dio è sacro[43], e sacra è la piccola vita che in esso matura, alla quale Dio ha dato un’anima.

Mezzi: con quali mezzi ho colpito?

“Con quali mezzi ho colpito?”

20Invano uno dice: “Non volevo colpire” quando è andato armato di arma sicura. Nell’ira anche le mani divengono arma, e arma la pietra raccolta per terra, o il ramo strappato alla pianta. Ma chi freddamente osserva il pugnale o la scure e, se gli paiono poco taglienti, li affila e poi se li assicura al corpo in modo che non siano visti ma possano essere branditi con facilità e va dal rivale così pronto, non può certo dire: “Non c’era in me voglia di colpire”. Chi prepara un veleno cogliendo erbe e frutti tossici e ne fa polvere o bevanda e poi la offre alla vittima come spezie o come sicera, non può certo dire: “Io non volevo uccidere. 

21Ed ora ascoltate, voi, donne, tacite ed impunite assassine di tante vite. E’ uccidere anche staccare un frutto che cresce nel seno perché è di colpevole seme o perché è un germe non voluto, peso inutile ai vostri fianchi e alla vostra ricchezza. Vi è un solo modo di non avere quel peso: rimanendo caste. Non unite omicidio a lussuria, violenza a disubbidienza, e non crediate che Dio non veda perché l’uomo non vede. Dio tutto vede e tutto ricorda. Ricordatevelo voi pure.

Causa: Perché ho colpito?

“Perché ho colpito?”

 22Oh! per quanti perché! Dall’improvviso squilibrio che crea in voi un’emozione violenta, quale è quella di trovare il talamo profanato, o il ladro in casa, o un lurido intento a far violenza alla propria figlia fanciulla, al freddo e meditato calcolo di liberarsi da un testimonio pericoloso, da un che intralcia la via, da uno di cui si aspira il posto o la borsa: questi sono tanti e altrettanti perché. E se ancora Dio può perdonare a chi nella febbre del dolore diviene assassino, non perdona[44] a chi lo diviene per avidità di potere o di stima fra gli uomini.

23Agite sempre bene e non temerete l’occhio di alcuno né la parola di alcuno. State contenti del vostro e non aspirerete all’altrui fino a divenire assassini per avere ciò che è del prossimo.

Modo: Come ho colpito?

“Come ho colpito?”

 24Infierendo anche oltre e dopo il primo scatto impulsivo? Talora l’uomo non si può frenare. Perché Satana lo getta nel male come il frombolatore getta la pietra. Ma che direste di una pietra che, dopo aver raggiunto il segno, tornasse da sé alla frombola per essere di nuovo lanciata e tornare a colpire? Direste: “É posseduta da una forza magica ed infernale”. Così è l’uomo che dopo il primo desse un secondo, un terzo, un decimo colpo, senza che la sua ferocia cada. Perché l’ira cade e subentra ragione subito dopo il primo impeto, se è impeto che viene da ancora giustificabile motivo. Mentre la ferocia aumenta, più la vittima è colpita, nel vero assassino ossia nel satana che non ha, non può avere pietà del fratello perché, essendo satana, è odio.

Tempo:  Quando ho colpito

“Quando ho colpito?”

 25Nel primo impeto? Dopo che questo è caduto? Fingendo perdono mentre è sempre più lievitato il rancore? Ho atteso forse degli anni a colpire per dare doppio dolore uccidendo il padre attraverso i figli?

26Voi vedete che ammazzando si offende il primo e il secondo gruppo di comandi. Perché vi arrogate il diritto di Dio e perché conculcate il prossimo. Peccato dunque contro Dio e contro il prossimo. Fate non solo un peccato di omicidio. Ma fate peccato di ira, di violenza, di superbia, di disubbidienza, di sacrilegio, e talora, se uccidete per rubare un posto o una borsa, di cupidigia. Né, ve lo dico appena, ma ve lo spiegherò un altro giorno meglio, né si pecca di omicidio solo con l’arma e il veleno. Ma anche con la calunnia. Meditate.

Maledetto sadismo Satanico.

27E ancora vi dico: il padrone che, percuotendo uno schiavo, lo fa con l’astuzia che non gli muoia fra le mani, è doppiamente colpevole. L’uomo schiavo non è denaro del padrone: è anima del suo Dio. E maledetto in eterno sia colui che lo tratta peggio del bue».

28Gesù sfavilla e tuona. Tutti lo guardano stupiti, perché prima parlava pacato.

29«Maledetto sia. La Legge nuova abolisce questa durezza, che era ancora giustizia quando nel popolo d’Israele non erano ipocriti che si fingono santi e aguzzano l’ingegno solo per sfruttare e eludere la Legge di Dio. Ma ora in cui Israele trabocca di questi viperini esseri, che il libito lo fanno lecito solo perché essi sono essi,  miserabili potenti che Dio guarda con odio e schifo, Io dico: ciò non è più.

30Cadono gli schiavi sui solchi o alle macine. Cadono con le ossa frante e i nervi denudati dai flagelli. Li accusano, per poterli colpire, di menzogneri delitti per giustificare il proprio sadismo satanico. Persino il miracolo di Dio si usa come accusa per avere diritto di colpirli. Né la potenza di Dio, né la santità dello schiavo converte la loro anima bieca. Non può essere convertita. Il bene non entra dove è saturazione di male. Ma Dio vede e dice: “Basta!”.

Caino colpisce ancora

31Troppi sono i Caini che uccidono gli Abeli. E che credete, immondi sepolcri dall’esterno imbiancato e coperto dalle parole della Legge, e dall’interno in cui passeggia re Satana e pullula il satanismo più astuto, che credete? Che sia stato Abele solo il figlio d’Adamo e che il Signore guardi benigno solo coloro che schiavi d’uomo non sono, mentre rigetti da Sé l’unica offerta che può fare lo schiavo: quella della sua onestà condita di pianto? No, che in verità vi dico che ogni giusto è un Abele, anche se carico di ceppi, anche se morente sulla gleba o sanguinante per le vostre flagellazioni, e che sono Caino tutti gli ingiusti che danno a Dio per orgoglio, non per culto vero, che danno ciò che è inquinato del loro peccare e macchiato di sangue.

32Profanatori del miracolo. Profanatori dell’uomo, uccisori, sacrileghi! Fuori! Via dal mio cospetto! Basta! Io dico: basta. E dire lo posso perché sono la divina Parola che traduce il Pensiero divino. Via!».

33Gesù, ritto sulla sua rozza predella, è spaurente tanto è imponente. Col braccio destro teso ad accennare la porta d’uscita, gli occhi che sono due fuochi d’azzurro, sembra fulminare i peccatori presenti. La piccolina ai suoi piedi si mette a piangere e corre dalla mamma. I discepoli si guardano stupiti e guardano a chi va l’invettiva. La folla pure si gira, con occhio interrogativo.

Morte di Doras il Mostro crudele.

34Finalmente ecco spiegato l’arcano. In fondo, fuori della porta, seminascosto dietro un gruppo di alti popolani, si mostra Doras. Ancor più secco, giallo, grinzoso, tutto naso e bazza. Ha con lui un servo che lo aiuta a muoversi perché pare mezzo accidentato. E chi lo aveva visto là in mezzo alla corte? Osa parlare con la sua voce chioccia: «A me dici? Per me?».

35«Per te, sì. Esci dalla mia casa».

«Esco, Ma presto faremo i conti, non dubitare».

36«Presto? Subito. Il Dio del Sinai, te l’ho detto, ti attende».

«Anche Tu, malefico, che hai fatto venire addosso a me i malanni e gli animali nocivi nelle terre. Ci rivedremo. E sarà la mia gioia».

37«Sì. E non vorrai rivedermi. Perché Io ti giudicherò».

«Ah! Ah! Maled…». Annaspa, gorgoglia e cade.

38«É morto!», urla il servo.

«E morto il padrone! Che Tu sia benedetto, Messia, nostro vendicatore!».

39«Non Io. Dio, Signore eterno. Nessuno si contamini. Solo il servo pensi al suo padrone. E sii buono col suo corpo. Siate buoni, voi tutti, suoi servi. Non tripudiate con astio per il colpito, onde non meritare condanna. Iddio e il giusto Giona vi siano sempre amici, ed Io con loro. Addio».

Non è lecito colpire Dio

40«Ma è morto per tuo volere?», chiede Pietro.

«No. Ma il Padre entrò in Me… É un mistero che non puoi capire. Sappi solo che non è lecito colpire Iddio. Egli da Sé si fa le vendette».

41«Ma non potresti allora dire al Padre tuo di fare morire tutti quelli che ti odiano?».

«Taci! Tu non sai di che spirito sei! Io sono Misericordia e non Vendetta».

42Si accosta il vecchio sinagogo: «Maestro, Tu hai risolto tutte le mie domande, e la luce è in me. Sii benedetto. Vieni nella mia sinagoga. Non ricusare ad un povero vecchio la tua parola».

43«Verrò. Va’ in pace. Il Signore è con te».

Mentre la folla se ne va piano piano, tutto finisce.

11. I discorsi dell’Acqua Speciosa:
“Non tentare il Signore Iddio tuo”. Testimonianza del Battista
[45].

Fatti del giorno

Ambiente

1Una serenissima giornata d’inverno. Sole e vento e un cielo sereno, unito, senza neppure il più piccolo ricordo di nuvola. Le prime ore del giorno. Ancora un leggero velo di brina, meglio di rugiada quasi gelata, fa da spolvero diamantifero sul suolo e sulle erbe.

Tre discepoli del Battista.

2Vengono verso la casa tre uomini, che camminano sicuri come chi sa dove si reca. Infine vedono Giovanni che traversa la corte carico di secchi d’acqua attinta al pozzo. E lo chiamano.

3Giovanni si volge, posa le brocche e dice: «Voi qui? Benvenuti! Il Maestro vi vedrà con gioia. Venite, venite, prima che sia qui la gente. Ora ne viene tanta!…»

4Sono i tre pastori discepoli di Giovanni Battista. Simeone, Giovanni e Mattia seguono contenti l’apostolo.

5«Maestro, ci sono tre amici. Guarda», dice Giovanni entrando nella cucina, dove arde allegro un grande fuoco di stipe spandendo un odore grato di bosco e di alloro bruciato.

6«Oh! La pace a voi, amici miei. Come mai venite a Me? Sventura al Battista?».

7«No, Maestro. Con sua licenza siamo venuti. Egli ti saluta e dice di raccomandare a Dio il leone inseguito dagli arcieri. Non si illude sulla sua sorte. Ma per ora è libero. Ed è felice perché sa che Tu hai molti fedeli. Anche quelli che prima erano suoi. Maestro… noi pure ardiamo di esserlo, ma… non vogliamo abbandonarlo ora che è perseguitato. Comprendici…», dice Simeone.

8«Vi benedico perché lo fate, anzi. Il Battista merita ogni rispetto e amore».

9«Sì. Dici bene. É grande il Battista e sempre più giganteggia. Sembra l’agave che, quando è presso a morire, fa il grande candelabro del settiforme fiore e fiammeggia con esso e profuma. Così lui. E sempre dice: “Solo vorrei vederlo una volta ancora…”. Vedere Te. Noi abbiamo raccolto questo suo grido d’anima e, senza dirglielo, te lo portiamo. Egli è “il Penitente”, “l’Astinente” è. E si macera anche del desiderio santo di vederti e di udirti. Io sono Tobia, or Mattia. Ma penso che non diverso da lui doveva essere l’arcangelo dato a Tobiolo[46]. Tutto in lui è saggezza».

Notizie sull’impenitente Doras.

10«Non è detto che Io non lo veda… Ma per questo solo siete venuti? É penoso l’andare di questa stagione. Oggi è sereno. Ma, fino a tre giorni or sono, quanta pioggia sulle vie!».

11«Non per questo solo. Giorni fa è venuto Doras, il fariseo, a purificarsi. Ma il Battista gli ha negato il rito dicendo: “Non giunge l’acqua dove è sì grande crosta di peccato. Uno solo ti può perdonare. Il Messia”. E lui allora ha detto: “Andrò a Lui. Voglio guarire e penso che questo male sia il suo maleficio”. Allora il Battista lo ha cacciato come avrebbe cacciato Satana. E lui nell’andarsene ha incontrato Giovanni, che egli conosceva da quando andava da Giona di cui era un poco parente, e gli ha detto: “Io vado. Tutti vanno. Vi è stato anche Mannanen e fin le… (io dico meretrici, ma lui ha detto un più sozzo nome) vi vanno. L’Acqua Speciosa è piena di illusi. Ora se mi guarisce e mi ritira l’anatema dalle terre, scavate come da macchine di guerra da eserciti di talpe e vermi e grillovampiri che scavano i grani e rodono le radici degli alberi da frutto e delle vigne, e non c’è nulla che li vinca, gli diverrò amico. Ma altrimenti… guai a Lui!”. Noi gli abbiamo risposto: “E con questo cuore vai là?”. E lui ha risposto: “E chi ci crede al satanasso? Del resto, come fa casa con le meretrici può fare alleanza anche con me. Noi abbiamo voluto venire a dirtelo, perché Tu ti possa regolare con Doras».

«É già tutto fatto».

12«Già fatto? Ah! è vero! Lui ha carri e cavalli, noi le gambe soltanto. Quando è venuto?».

«Ieri».

13«E che è avvenuto?».

«Questo: che, se preferite occuparvi di Doras, potete andare nella sua casa di Gerusalemme e fare cordoglio per lui. Stanno preparandolo per il sepolcro».

«Morto?!!».

«Morto. Qui. Ma non parliamo di lui».

Mannanen

14«Sì, Maestro… Solo… dicci una cosa. É vero quanto ha detto di Mannanen?».

15«Sì. Ve ne spiace?».

«Oh! ma è la nostra gioia! Tanto abbiamo parlato di Te a lui in Macheronte! E che vuole l’apostolo se non che sia amato il Maestro? Ciò vuole Giovanni, e noi con lui».

Aglae: lordura che diverrà fiamma

16«Bene parli, Mattia. La sapienza è con te».

17«E… io non lo credo. Ma ora l’abbiamo incontrata… Fu anche da noi a cercare Te avanti i Tabernacoli. E le dicemmo: “Ciò che tu cerchi non è qui. Ma presto sarà a Gerusalemme per i Tabernacoli”. Così dicemmo perché il Battista ci disse: “Vedete quella peccatrice: è una crosta di lordura, ma dentro ha una fiamma che va alimentata. Diverrà così forte che eromperà dalla crosta e tutto arderà. Cadrà la lordura e resterà solo la fiamma”. Così ha detto. Ma… è vero che dorme qui, come sono venuti a dirci due scribi potenti?».

«No. É in una delle stalle del fattore, ad oltre uno stadio di qui».

18«Lingue d’inferno! Hai udito? E loro…»

«Lasciateli dire. I buoni non credono alle loro parole ma alle mie opere».

Discussione tra i discepoli (Gv 3,25-26)[47]. 

19«Lo dice anche Giovanni. Giorni or sono alcuni discepoli suoi gli hanno detto, noi presenti: “Rabbi, Colui che era con te al di là del Giordano e al quale tu hai reso testimonianza, ora battezza. E tutti vanno da Lui. Resterai senza fedeli”.

Gioia del Precursore del Messia (Gv 3,27-28)[48].

20E Giovanni ha risposto: “Beato il mio orecchio che ode questo annuncio! Voi non sapete che gioia mi date. Sappiate che l’uomo non può prendere nulla se non gli è dato dal Cielo. Voi potete testimoniare che io ho detto: ‘Io non sono il Cristo, ma colui che sono stato mandato innanzi a Lui a preparargli la via’. L’uomo giusto non si appropria di un nome non suo e, anche se l’uomo vuol dargli lode col dirgli: ‘Sei quello’, ossia il santo, egli dice: ‘No. Per la verità, no. Io sono il suo servo’. E ne ha ugualmente grande gioia perché dice: ‘Ecco, un poco io gli somiglio se l’uomo può scambiarmi con Lui’. E che vuole colui che ama se non assomigliare all’amato suo? Solo la sposa gode dello sposo. Il paraninfo non potrebbe goderne, perché sarebbe immoralità e furto. Ma l’amico dello sposo, che gli sta vicino e ne ascolta la parola piena di gioia nuziale, prova una gioia tanto viva da essere quasi simile a quella che fa beata la vergine a lui sposata, che in essa pregusta il miele delle parole nuziali. Questa è la mia gioia, ed è completa.

Bisogna che il Messia cresca (Gv 3,29-30)[49].

21Che fa ancora l’amico dello sposo, dopo avere per mesi servito l’amico ed avergli scortato alla casa la sposa? Si ritira e scompare. Così io! Così io! Uno solo resta, lo sposo con la sposa: ‘l’Uomo con l’Umanità. Oh! profonda parola! Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca.

Il Messia è al di sopra di tutti (Gv 3,31-33)[50].

22Chi viene dal Cielo è al di sopra di tutti. Patriarchi e Profeti scompaiono al suo venire, perché Egli è pari al sole che tutto illumina e di così viva luce che gli astri e pianeti, spenti di luce, se ne vestono, e quelli che spenti non sono si annullano nel suo supremo splendore. Così avviene perché Egli viene dal Cielo, mentre i Patriarchi ed i Profeti andranno al Cielo, ma dal Cielo non vengono. Chi viene dal Cielo è superiore a tutti. E annunzia ciò che ha visto e udito. Ma nessuno può accettare la sua testimonianza fra quelli che al Cielo non tendono e perciò rinnegano Iddio. Chi accetta la testimonianza di Colui che dal Cielo è disceso, suggella, con questo suo credere, la sua fede che Dio è vero e non fola senza verità, e sente la Verità perché ha l’animo volonteroso di lei.

Chi crede nel Messia ha la Vita eterna(Gv 3,34-36)[51].

23Perché Colui che Dio ha inviato pronunzia parole di Dio, perché Dio gli dà lo Spirito con plenitudine, e lo Spirito dice: ‘Eccomi. Prendimi, ché voglio essere teco, Tu delizia del nostro amore. Perché il Padre ama il Figlio senza misura e tutte le cose ha messo in sua mano. Perciò chi crede nel Figlio ha la vita eterna. Ma chi rifiuta di credere nel Figlio non vedrà la Vita. E la collera di Dio resterà in lui e su lui”.

24Così ha detto. Me le sono stampate nella mente per dirtele, queste parole», dice Mattia…

Colui che più al Cielo si accosta.

25«Ed Io te ne do lode e grazie. Il Profeta ultimo di Israele non è Colui che dal Cielo discende, ma, per essere stato beneficato dei divini doni dal ventre della madre – voi non lo sapete ma Io ve lo dico – è colui che più al Cielo si accosta».

26«Che? Che? Oh! racconta! Egli dice di sé: “Io sono il peccatore”». I tre pastori sono ansiosi di sapere e anche i discepoli sono lo stesso vogliosi di sapere.

27«Quando la Madre mi portava, di Me-Dio essendo incinta, andò a servire, perché è l’Umile e Amorosa, la madre di Giovanni, cugina a Lei per madre, e gravida in vecchiezza. Già il Battista aveva la sua anima, perché era al settimo mese della sua formazione. E il germe dell’uomo, chiuso nel seno materno, trabalzò di gioia nel sentire la voce della Sposa di Dio. Precursore anche in questo, egli precorse i redenti, perché da seno a seno si effuse la Grazia, e penetrò, e cadde la Colpa d’origine dall’anima del fanciullo. Onde Io dico che sulla Terra tre sono i possessori della Sapienza, così come in Cielo tre sono coloro che Sapienza sono: il Verbo, la Madre, il Precursore sulla Terra; il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo in Cielo».

28«Il nostro animo è ricolmo di stupore… Quasi come quando ci fu detto: “É nato il Messia…”. Perché Tu eri l’abisso della misericordia e questo nostro Giovanni è l’abisso della umiltà».

29«E mia Madre è l’abisso della purezza, della grazia, della carità, dell’ubbidienza, dell’umiltà, di ogni altra virtù che è di Dio e che Dio infonde ai suoi santi».

30«Maestro», dice Giacomo di Zebedeo. «Vi è molta gente».

«Andiamo. Venite voi pure».

La gente è moltissima.

31«La pace sia con voi», dice Gesù. È sorridente come poche volte. La gente bisbiglia e lo accenna. Vi è molta curiosità.

Colui che più al Cielo si accosta.

32«“Non tentare il Signore Iddio tuo“, è detto.

33Troppe volte si dimentica questo comando. Si tenta Dio quando si vuole imporre a Lui la nostra volontà. Si tenta Dio quando imprudentemente si agisce contro le regole della Legge, che è santa e perfetta e nel suo lato spirituale, il principale, si occupa e preoccupa anche di quella carne che Dio ha creata[52]. Si tenta Dio quando, perdonati da Lui, si torna a peccare. Si tenta Dio quando, beneficati da Lui, si volge a danno il beneficio ricevuto perché fosse un bene per noi e ci richiamasse a Dio. Dio non si irride e non si deride. Troppe volte questo avviene.

Guai ai derisori di Dio

34Ieri avete visto quale castigo attende i derisori di Dio. L’eterno Iddio, tutto pietoso a chi si pente, è all’opposto tutto severità coll’impenitente che per nessuna cosa modifica se stesso. Voi venite a Me per udire la parola di Dio. Vi venite per avere miracolo. Vi venite per avere perdono. E il Padre vi dà parola, miracolo e perdono. Ed Io non rimpiango il Cielo, perché vi posso dare miracolo e perdono e posso farvi conoscere Iddio.

35L’uomo è caduto ieri fulminato, come Nadab ed Abiu, dal fuoco del divino corruccio[53]. Ma voi astenetevi dal giudicarlo. Solo quanto è avvenuto, miracolo nuovo, vi faccia meditare sul come occorre agire per avere amico Iddio. Egli voleva l’acqua penitenziale ma senza spirito soprannaturale. La voleva per spirito umano. Come una pratica magica che lo sanasse dal morbo e lo liberasse dalla iattura. Il corpo e il raccolto. Ecco i suoi fini. Non la povera anima sua. Quella non aveva valore per lui. Il valore per lui era la vita e il denaro.

Il pentimento è purificazione

36Io dico: “Il cuore è là dove è il tesoro, e il tesoro è là dove è il cuore. Perciò il tesoro è nel cuore. Egli nel cuore aveva la sete di vivere e di avere molto denaro. Come averlo? Con qualunque modo. Anche col delitto. E allora chiedere il battesimo non era irridere e tentare Iddio? Sarebbe bastato il pentimento sincero per la sua lunga vita di peccato a dargli santa morte e anche quanto era giusto avere sulla Terra. Ma egli era l’impenitente. Non avendo mai amato nessuno fuorché se stesso, giunse a non amare neppure se stesso. Perché l’odio uccide anche l’animale amore egoista dell’uomo a se stesso. Il pianto del pentimento sincero doveva essere la sua acqua lustrale. E così sia per tutti voi che udite. Perché senza peccato non vi è alcuno, e tutti perciò avete bisogno di quest’acqua. Essa scende, spremuta dal cuore, e lava, rinverginizza chi è profanato, rialza chi è prostrato, rinvigorisce chi è dissanguato dalla colpa.

Chiedere con gli atti il perdono

37Quell’uomo si preoccupava solo della miseria della Terra. Ma un’unica miseria deve rendere pensoso l’uomo. Ed è l’eterna miseria del perdere Iddio. Quell’uomo non mancava di fare le offerte rituali. Ma non sapeva offrire a Dio sacrificio di spirito, ossia allontanarsi dal peccato, fare penitenza, chiedere con gli atti il perdono. Le ipocrite offerte fatte con ricchezze di male acquisto sono simili a inviti a Dio perché si faccia complice del male operare dell’uomo. Può mai questo avvenire? Non è irridere Dio osare questo? Dio rigetta da Sé colui che dice: “Ecco, sacrifico”, ma arde di continuare il suo peccato. Giova forse il digiuno corporale quando l’anima non digiuna dal peccato?

Morte dell’impenitente.

38La morte dell’uomo qui avvenuta vi faccia meditare sulle condizioni necessarie per essere bene amati da Dio. Ora nel suo ricco palazzo i parenti e le piangenti fanno cordoglio sulla salma che fra poco verrà portata al sepolcro. Oh! vero cordoglio e vera salma! Non più che una salma! Non altro che uno sconfortato cordoglio. Perché l’anima già morta sarà per sempre separata da coloro che amò per parentela e affinità d’idee. Anche se un’uguale dimora li unirà in sempiterno, l’odio che là regna li farà divisi. E allora la morte è “vera” separazione. Meglio sarebbe che, in luogo degli altri, fosse l’uomo che fa pianto su se stesso, quando ha l’anima uccisa. E per quel pianto di contrito ed umile cuore, rendere all’anima la vita col perdono di Dio.

39Andate. Senza odio o commenti. Senza altro che umiltà. Come Io che, senza odio, ma per giustizia ho parlato di lui. La vita e la morte sono maestre per ben vivere e ben morire, e per conquistare la Vita senza morte. La pace sia con voi».

40Non vi sono malati né miracoli, e Pietro dice ai tre discepoli del Battista: «Me ne spiace per voi».

41«Oh! non occorre. Noi crediamo senza vedere. Abbiamo avuto il miracolo del suo natale a farci credenti. E ora abbiamo la sua parola a confermare la nostra fede. Non chiediamo che di servirla sino al Cielo come Giona, fratello nostro».

Tutto ha fine.

12. 10° Comandamento: “Non desiderare la donna d’altri”. Guarigione di un giovane lussurioso[54].

I fatti del giorno

Giovane e lebbroso per lussuria.

1Gesù passa in mezzo ad un vero piccolo popolo che lo chiama da tutte le parti. Chi mostra le sue ferite, chi enumera le sue sventure, chi si limita a dire: «Abbi pietà di me» e chi gli presenta il proprio figliolino perché sia benedetto. La giornata serena e senza vento ha condotto molta molta gente.

2Quando Gesù è già quasi al suo posto, viene dalla stradetta che conduce verso il fiume un lamento pietoso: «Figlio di Davide, pietà del tuo infelice!».

3Gesù si volta in quella direzione, e popolo e discepoli con Lui. Ma un ciuffo folto di bossi nasconde colui che supplica.

4«Chi sei? Vieni avanti».

«Non posso. Infetto sono. Devo recarmi dal sacerdote per essere radiato dal mondo. Ho peccato e la lebbra m’è fiorita sul corpo. Spero in Te!».

«Un lebbroso! Un lebbroso! Anatema! Lapidiamolo!».

La folla tumultua. Gesù fa un gesto che impone silenzio e immobilità.

5«È uno non più infetto di colui che è in peccato. Agli occhi di Dio è ancor più immondo il peccatore impenitente che il lebbroso pentito. Chi è capace di credere venga con Me».

Confessione del lebbroso pentito

6Dei curiosi, oltre che i discepoli, vanno dietro a Gesù. Gli altri allungano il collo ma rimanendo dove sono.

7Gesù si inoltra oltre la casa e la stradella verso il ciuffo di bossi. Ma poi si arresta e ordina: «Mostrati!».

8Viene fuori un poco più che giovanetto, ancor bello nel volto appena velato dai baffi e dalla barba leggera, un viso ancor fresco e pieno, dagli occhi arrossati di pianto.

9Un grande grido lo saluta partendo da un gruppo di donne tutte coperte, che già piangevano nella corte della casa al passaggio di Gesù e più forte si erano date a piangere per le minacce della folla: «Figlio mio!», e la donna si accascia nelle braccia di un’altra, non so se parente o amica.

10Gesù solo avanza ancora verso l’infelice: «Sei molto giovane. Come lebbroso?».

Il giovane abbassa gli occhi e diventa di fiamma, balbetta, ma non osa di più. Gesù ripete la domanda. Quello dice qualche cosa più nettamente. Ma non si afferrano che le parole: il padre… andai… e peccammo… non solo io…». 

11«Là è tua madre che spera e che piange. In Cielo è Dio che sa. Qui sono Io che so. Ma che, per avere pietà, ho bisogno della tua umiliazione. Parla».

12«Parla, figlio. Abbi pietà delle viscere che ti hanno portato», geme la madre che si è strascinata fin presso Gesù e ora, in ginocchio, tenendo inconsciamente un lembo della veste di Gesù in una mano, tende l’altra verso il figlio e mostra un povero volto arso dalle lacrime.

13Gesù le pone la mano sul capo.

«Parla», torna a dire.

14«Sono il primogenito e aiuto il padre nei commerci. Egli mi ha mandato a Gerico molte volte per parlare coi suoi clienti e… e uno… uno aveva una bella e giovane moglie… Mi… mi piacque. Andai anche più che non dovessi… Le piacqui… Ci desiderammo e… peccammo nelle assenze del marito… Non so come fu, perché ella era sana. Sì. Non solo io ero sano e la volli… Ma lei era sana e mi volle. Non so se… se con me volle altri e si contagiasse… So che lei sfiorì presto, ed ora è già nei sepolcri a morire da viva… E io… e io… Mamma! Tu l’hai visto. È poca cosa, ma dicono che è lebbra… e ne morirò. Quando?… Più vita… più casa… più mamma!… Oh! mamma! Ti vedo e non ti posso baciare!… Oggi vengono a scucirmi le vesti ed a scacciarmi di casa… dal paese… Io sono peggio che morto. E non avrò neppure il pianto della mamma sul mio cadavere…».

15Il giovane piange. La madre pare una pianta squassata dal vento, tanto la scuotono i singhiozzi. La gente commenta fra opposti sentimenti.

Per pietà a una madre.

16Gesù è mesto. Parla: «E quando peccavi non pensavi a tua madre? Tanto folle eri da non ricordare più di avere una madre sulla Terra e un Dio in Cielo? E se la lebbra non fosse apparsa, ti saresti mai sovvenuto che avevi offeso Dio e prossimo? Che ne hai fatto della tua anima? Che della tua giovinezza?».

«Fui tentato…».

17«Sei un infante per non sapere che quel frutto era maledetto? Meriteresti di morire senza pietà».

«Oh! Pietà! Solo Tu puoi…».

18«No Io. Dio[55]. E se qui giuri di non peccare più».

«Lo giuro. Lo giuro. Salvami, Signore. Ho solo poche ore prima della condanna. Mamma!… Mamma! Aiutami col tuo pianto!… Oh! mamma mia!».

19La donna non ha neanche più voce. Solo si abbranca alle gambe di Gesù e alza il suo viso dagli occhi dilatati dal dolore, un tragico viso di un che affoga e sa che quello è l’ultimo sostegno che lo regge e che lo può salvare.

20Gesù la guarda. Le sorride pietoso: «Alzati, madre. Tuo figlio è guarito. Ma per te. Non per lui».

21La donna non crede ancora. Le pare che così a distanza egli non possa essere stato sanato, e fa cenni di diniego fra i singhiozzi continui.

22«Uomo, levati la tunica dal petto. Là avevi la macchia. Che tua madre sia consolata».

23Il giovane si cala la veste apparendo nudo agli occhi di tutti. Non ha che una pelle unita e liscia di giovane ben robusto.

24«Guarda, madre», dice Gesù e si china ad alzare la donna. Mossa che serve anche a trattenerla quando il suo amore di madre e la vista del miracolo la lancerebbe contro il figlio senza attendere che sia purificato. Sentendosi impossibilitata di andare là dove la spinge l’amore materno, si abbandona sul petto di Gesù e lo bacia in un vero delirio di gioia. Piange, ride, bacia, benedice… e Gesù la carezza con pietà. Poi dice al giovane: «Vai dal sacerdote. E ricordati che Dio ti ha sanato per tua madre e perché tu sia giusto in futuro. Va’».

25Il giovane se ne va dopo aver benedetto il Salvatore e, a distanza, lo seguono la madre e le altre che erano con lei. La folla ha dei gridi di osanna.

Gesù torna al suo posto.

Catechesi: “Non desiderare la donna d’altri[56]”.

La dimenticanza

26«Anche colui aveva dimenticato che vi è un Dio il quale ordina onestà nei costumi. Aveva dimenticato che è proibito farsi degli dèi che Dio non siano. Aveva dimenticato di santificare il suo sabato come ho insegnato. Aveva dimenticato il rispetto amoroso verso la madre. Aveva dimenticato che non si deve fornicare, non rubare, non essere falsi, non desiderare la donna altrui, non ammazzare se stesso e la propria anima, non fare adulterio. Tutto aveva dimenticato. Vedete come era stato colpito.

Il desiderio.

27“Non desiderare la donna d’altri” si unisce al “non fare adulterio”. Perché il desiderio precede sempre l’azione. L’uomo è troppo debole per potere desiderare senza poi giungere a consumare il desiderio. E, quello che è sommamente triste, l’uomo non sa fare lo stesso nei giusti desideri. Nel male si desidera e poi si compie. Nel bene si desidera e poi ci si ferma, se pure non si retrocede.

La tentazione.

28Come ho detto a lui, dico a voi tutti, perché il peccato di desiderio è diffuso come la gramigna che da sé si propaga: siete infanti per non sapere che quella tentazione è venefica e va fuggita? “Fui tentato”. L’antica parola[57]! Ma siccome è anche un antico esempio, dovrebbe l’uomo sovvenirsi delle conseguenze di esso e sapere dire: “No”. La nostra storia non manca di esempi di casti che rimasero tali nonostante tutte le seduzioni del sesso e le minacce dei violenti.

29È la tentazione un male? Non lo è. È l’opera del Maligno. Ma si muta in gloria per il vittorioso su essa.

L’adultero.

30Il marito che va ad altri amori è un assassino della sposa, dei figli, di se stesso. Colui che entra nell’altrui dimora per fare adulterio è un ladro, e dei più vili. Pari al cuculo, gode senza spesa del nido altrui. Colui che carpisce la buona fede dell’amico è un falsario, perché testimonia una amicizia che in realtà non ha. Colui che così agisce disonora se stesso e i genitori. Può avere allora Dio con sé?

Ribrezzo della lussuria.

31Ho fatto il miracolo per quella povera madre. Ma tanto mi fa schifo la lussuria che ne sono rivoltato. Voi avete urlato per paura e ribrezzo della lebbra. Io, con l’anima mia, ho avuto urlo per il ribrezzo della lussuria[58]. Tutte le miserie sono intorno a Me e per tutte Io sono il Salvatore. Ma preferisco toccare un morto, un giusto già infracidito con la sua carne che fu proba, e che è già in pace con il suo spirito, ad avvicinare colui che sa di lussuria. Sono il Salvatore, ma sono l’Innocente. Lo ricordino tutti coloro che qui vengono o di Me parlano prestando alla mia personalità i fermenti della loro.

32Comprendo che voi vorreste altro da Me. Ma non posso. La rovina di una giovinezza appena formata e demolita dalla libidine mi ha turbato più che se avessi toccato la Morte. Andiamo dai malati. Non potendo, per la nausea che mi strozza, essere la Parola, sarò la Salute di chi spera in Me.

La pace sia con voi».

Evangelizzazione

Il sorriso del Messia

33Infatti Gesù è molto pallido, come sofferente. Non ripiglia il sorriso altro che quando si curva su dei bambini malati e su degli infermi nelle loro barelline. Allora torna ad essere Lui. Specie quando, mettendo il suo dito nella bocca di un mutolino di circa dieci anni, gli fa dire «Gesù» e poi «Mamma».

L’amore fortifica.

34La gente se ne va piano piano. Gesù resta a passeggiare al sole che inonda l’aia, finché lo raggiunge l’Iscariota: «Maestro. Io non sono tranquillo…».

35«Perché, Giuda?»

«Per quelli di Gerusalemme… Io li conosco. Lasciami andare là per qualche giorno. Non ti dico neppure di mandarmi solo. Anzi ti prego che ciò non sia. Mandami insieme Simone e Giovanni. Quelli che mi furono tanto buoni nel primo viaggio in Giudea. Uno mi frena, l’altro mi purifica anche nel pensiero. Non puoi credere che sia Giovanni per me! È una rugiada che calma i miei ardori ed un olio sulle mie acque agitate… Credilo».

36«Lo so. Non te ne devi stupire perciò se Io l’amo tanto. È la mia pace. Ma anche tu, se sarai sempre buono, sarai il mio conforto. Se tu userai i doni di Dio, e ne hai molti, nel bene, come fai da qualche giorno, diverrai un vero apostolo».

37«E Tu mi amerai come Giovanni?».

«Io ti amo lo stesso, Giuda. Ma solo ti amerò senza affanno e dolore».

38«Oh! Maestro mio, come sei buono!».

«Va’ pure a Gerusalemme. Non gioverà a nulla. Ma non voglio deludere il tuo desiderio di giovarmi. Ora lo dirò subito a Simone e Giovanni. Andiamo. Lo vedi come soffre il tuo Gesù per certe colpe? Sono come uno che ha sollevato un peso troppo forte. Non mi dare mai questo dolore. Mai più…».

39«No, Maestro. No. Ti voglio bene. Lo sai… Ma sono un debole…»

40«L’amore fortifica».

Entrano in casa e tutto ha fine.

 Nota del Portavoce

41Ed è bene perché io sto molto male: di morale. E lei ne sa la causa. Di fisico perché – sia perché è tempo di Passione, sia perché ho scritto troppo, non so di preciso perché – ho un periodo tremendo di febbri e dolori ai polmoni, alla spina dorsale e all’addome. Credo che Compito[59] continui a lavorare in me. Sconto tutto l’umido e la mancanza di sole di quel caro paese.

13. Liberazione di un romano indemoniato[60].

Evangelizzazione dei romani

Ambiente.

1Gesù è oggi con i nove rimasti, perché gli altri tre sono partiti per Gerusalemme.

2Tommaso, sempre allegro, si divide perciò fra le sue verdure e le altre più spirituali incombenze, mentre Pietro con Filippo, Bartolomeo e Matteo si occupano dei pellegrini, e gli altri vanno al fiume per il battesimo. Veramente di penitenza con la sizza che tira!

3Gesù è ancora nel suo angolo nella cucina, mentre Tommaso traffica e tace per lasciare in pace il Maestro, quando entra Andrea e dice: «Maestro, c’è un malato che io dico bene guarirlo subito perché… Dicono che è folle perché non sono israeliti. Ma noi diremmo che è posseduto. Urla, sbraita, si divincola. Vieni a vedere Tu»

«Subito. Dove è?».

4«Ancora nel campo. Senti questo ululato? È lui. Pare una bestia ma è lui. Deve essere un ricco perché chi lo accompagna è ben vestito, ed il malato è stato tirato giù da un carro, molto di lusso, da molti servi. Deve essere pagano perché bestemmia gli dèi dell’Olimpo».

«Andiamo».

5«Vengo anche io a vedere», dice Tommaso, più curioso di vedere che preoccupato delle sue verdure. Escono e, in luogo di piegare verso il fiume, girano verso i campi che separano questo cascinale (noi lo diremmo così) dalla casa del fattore. In mezzo ad un prato dove prima brucavano delle pecore, che ora spaurite si sono sparpagliate in ogni senso, invano radunate dai pastori e da un cane – è il secondo cane che vedo da quando vedo – vi è un uomo tenuto legato solidamente e che, ciò nonostante, fa dei balzi da forsennato, con urli atroci che sempre più crescono più Gesù si avvicina.

6Pietro, Filippo, Matteo e Natanaele sono lì vicino, perplessi. E c’è anche della gente: uomini, perché le donne hanno paura.

7«Sei venuto, Maestro? Vedi che furia?», dice Pietro.

«Ora passerà».

«Ma… è pagano, sai?».

«E che valore ha questo?».

«Eh!… per via dell’anima!… Gesù ha un breve sorriso e procede.

Sforzo che merita premio.

8Raggiunge il gruppo del matto, che sempre più si agita. Si stacca dal gruppo uno che l’abito e il volto rasato denunciano per romano, e saluta: «Salve, Maestro. Fama di Te mi è giunta. Sei più grande d’Ippocrate nel guarire e del simulacro di Esculapio per operare miracolo sui morbi. Lo so. Vengo per questo. Mio fratello, lo vedi? Folle per misterioso male. Nessun medico ne capisce. Sono andato con lui nel tempio di Esculapio. Ma ne uscì ancora più folle. A Tolemaide ho un parente. Mi mandò un messaggio con una galera. Diceva che qui è Uno che tutti guarisce. E sono venuto. Tremendo viaggio!».

«Merita premio».

9«Ma, bada. Neppure proseliti siamo. Romani, fedeli agli dèi. Pagani, voi dite. Di Sibari, ora a Cipro».

«È verità. Pagani siete».

«Allora… nulla per noi? Il tuo Olimpo caccia il nostro od è cacciato».

Cosa è l’anima?

10«Il mio Dio, unico e trino regna, unico e solo».

«Sono venuto invano», dice il romano deluso.

«Perché?».

«Perché io sono d’un altro dio».

11«L’anima è creata da Un Solo».

«L’anima?…».

«L’anima. Quella cosa divina che da Dio viene creata per ogni uomo. Compagna nell’esistenza, superstite oltre l’esistenza».

12«E dove è?».

«Nel profondo dell’io. Ma pure essendo, come cosa divina, nell’interno del delubro più sacro, si può dire di lei – e lei dico, non essa, perché non cosa è, ma ente vero e degno d’ogni rispetto – che non è contenuta ma contiene».

Che è filosofia?

13«Per Giove! Ma sei filosofo?».

«Sono la Ragione unita a Dio».

«Credevo lo fossi per quanto dicevi…».

14«E che è filosofia, quando è vera e onesta, se non elevazione della umana ragione verso la Sapienza e la Potenza infinite, ossia verso Dio?».

15«Dio! Dio!… Ho quello sciagurato che mi disturba. Ma quasi dimentico il suo stato per ascoltare Te, divino».

16«Non come tu dici lo sono. Tu divino chiami chi è superiore all’umano. Io dico che tal nome va dato solo a chi è da Dio».

Che è Dio?

17«Che è Dio? Chi mai l’ha visto?».

«È stato scritto: “Tu che ci formasti, salve! Quando io descrivo la perfezione umana, le armonie del corpo nostro, io celebro la tua gloria”. Fu detto: “La tua bontà rifulge nell’avere distribuito i tuoi doni a tutti coloro che vivono, perché ogni uomo avesse ciò che gli è necessario. E la tua sapienza si testimonia per i tuoi doni, come la tua potenza nel compiersi dei tuoi voleri”. Riconosci queste parole?».

«Se Minerva mi soccorre… sono di Galeno. Ma come le sai? Io strabilio!…».

18Gesù sorride e risponde: «Vieni al Dio vero ed il suo divino spirito ti farà dotto della “vera sapienza e pietà che è conoscere te stesso ed adorare la Verità”».

«Ma questo è sempre Galeno! Ora ne sono sicuro. Oltre che medico e mago, sei anche filosofo. Perché non vieni a Roma?».

19«Non medico, non mago, non filosofo, come tu dici. Ma testimonianza di Dio sulla Terra. Portatemi vicino il malato».

Liberazione dell’indemoniato.

Fra urla e divincolii lo trascinano lì.

20«Vedi? Tu lo dici folle. Dici che nessun medico poté guarirlo. E’ vero. Nessun medico, perché folle non è. Ma uno degli inferi, così dico per te, pagano, è entrato in lui».

«Ma non ha lo spirito pitone[61]. Anzi dice solo errori».

21«Noi lo chiamiamo “demonio”, non pitone. Vi è il parlante e il muto. Colui che inganna con ragioni intinte di vero, e quello che è solo disordine mentale. Il primo di questi due è il più completo e pericoloso. Tuo fratello ha il secondo. Ma ora ne uscirà».

«Come?».

«Esso stesso te lo dirà».

22Gesù ordina: «Lascia l’uomo! Torna al tuo abisso».

«Vado. Contro Te troppo debole è il mio potere. Mi cacci e mi imbavagli. Perché sempre ci vinci?…».  Lo spirito ha parlato per bocca dell’uomo, che poi si accascia come spossato.

«É guarito. Scioglietelo senza paura».

«Guarito? Ne sei certo? Ma… Ma io ti adoro!». Il romano fa per prostrarsi. Ma Gesù non vuole.

23«Alza lo spirito. In Cielo è Dio. Lui adora, e va’ verso di Lui. Addio».

«No. Così no. Almeno prendi. Permettimi ti tratti come i sacerdoti di Esculapio. Permettimi di udirti parlare… Permettimi di parlare di Te nella mia patria….».

«Fallo. E vieni col fratello».

24Il quale fratello si guarda intorno stupito e chiede: «Ma dove sono? Questa non è Cintium! Il mare dove è?».

25«Eri…» Gesù fa un cenno per imporre silenzio e dice: «Eri sofferente per grande febbre e ti hanno condotto in altro clima. Ora stai meglio. Vieni».

26Vanno tutti – e non tutti ugualmente commossi, perché vi è chi ammira e chi critica la guarigione del pagano – nello stanzone. E Gesù va al suo posto, avendo sul davanti dell’assemblea proprio i romani.

L’Unificatore universale (Discorso messianico)

Il Profeta Eliseo.

27«Non vi spiaccia se Io cito un brano dei Re. É detto in esso che, essendo il re di Siria in procinto di guerra contro Israele, aveva nella sua corte un uomo grande ed onorato di nome Naaman, che era lebbroso. E che una fanciulla d’Israele, predata dai siri, divenuta sua schiava, gli disse: “Se il mio signore fosse stato dal profeta che è in Samaria, certamente egli lo avrebbe guarito dalla lebbra”.

28Al che Naaman, chiestane licenza al re, seguì il consiglio della fanciullina. Ma il re d’Israele fortemente si agitò dicendo: “Son forse io Dio che il re di Siria mi manda i malati? Questo è un tranello per giungere alla guerra”. Ma il profeta Eliseo, saputo del fatto, disse: “Venga da me il lebbroso ed io lo guarirò ed egli saprà che vi è un profeta in Israele”. Naaman andò allora da Eliseo. Ma Eliseo non lo ricevette. Solo gli mandò a dire: “Lavati per sette volte nel Giordano e sarai mondato”. Naaman se ne sdegnò, parendogli aver fatto per nulla tanta strada, e fece per ripartire sdegnato. Ma i servi gli dissero: “Non ti ha chiesto che di lavarti sette volte, e anche ti avesse ordinato molto di più avresti dovuto farlo, perché egli è il profeta”. Allora Naaman si arrese. Andò, si lavò e tornò sano. Giubilante, fece ritorno dal servo di Dio e gli disse: “Ora so la verità: non vi è altro Dio su tutta la Terra. Ma vi è solo il Dio d’Israele”. E, poi che Eliseo non voleva doni, gli chiese di poter prendere almeno tanta terra da poter sacrificare, su terra d’Israele, al Dio vero.

Il Messia Gesù di Nazareth .

29So che voi non tutti approvate quanto Io ho fatto. So anche che non sono tenuto a giustificarmi a voi. Ma, posto che vi amo di amor vero, voglio che voi comprendiate il mio gesto e da esso impariate, e cada dal vostro animo ogni senso di critica e di scandalo. Qui abbiamo due sudditi di uno stato pagano. Uno era malato, e loro fu detto per tramite di un parente, ma certo per bocca d’Israele: “Se andaste dal Messia d’Israele, Egli sanerebbe il malato”. Ed essi da molto lontano sono venuti a Me. Più grande ancora la loro fiducia di quella di Naaman, perché nulla sapevano di Israele e di Messia, mentre il siro, per vicinanza di nazione e continuo contatto con schiavi d’Israele, già sapeva che in Israele è Dio. Il vero Dio. Non è bene che ora un uomo pagano possa tornare in patria dicendo: “Veramente in Israele è un uomo di Dio, e in Israele adorano il vero Dio”?

30Io non ho detto: “Lavati sette volte”. Ma ho parlato di Dio e dell’anima, due cose da essi ignorate e che, come le bocche di una inesausta sorgente, portano con sé i sette doni. Perché dove è concetto di Dio e di spirito, e desiderio di pervenire ad essi, nascono le piante della fede, speranza, carità, giustizia, temperanza, fortezza, prudenza. Virtù ignote a coloro che dai loro dèi non possono che copiare le comuni passioni umane, aumentate in licenza perché compiute da supposti eccelsi. Ora essi tornano in patria. Ma più della gioia di essere esauditi c’è quella di dire: “Sappiamo che bruti non siamo, che oltre la vita è ancora un futuro. Sappiamo che il vero Dio è Bontà e perciò ama pure noi e ci benefica per persuaderci ad andare a Lui”.

L’anima è l’essenza spirituale dell’uomo.

31E che credete? Che essi solo ignorino il vero? Poco fa un mio discepolo credeva Io non potessi guarire il malato perché aveva un’anima pagana. Ma l’anima che è? E da chi viene? L’anima è l’essenza spirituale dell’uomo. É quella che, creata di età perfetta, investe, accompagna, avviva tutta la vita della carne e continua a vivere dopo che la carne non è più, essendo immortale come Colui che la crea: Iddio[62]. Essendo un solo Dio, non vi sono anime di pagani o anime di non pagani create da diversi dèi. Vi è una sola Forza che crea le anime, ed è quella del Creatore, del Dio nostro, unico, potente, santo, buono, senza altra passione che non sia l’amore, la carità perfetta, tutta spirituale; e, per essere inteso da questi romani, come ho detto carità, dico anche carità tutta morale. Perché il concetto: spirito, non è compreso da questi pargoli che non sanno nulla delle parole sante.

L’Unificatore universale

32E che credete? Che solo per Israele Io sia venuto? Sono Colui che radunerà le stirpi sotto un solo pastorale: quello del Cielo. E in verità vi dico che presto verrà il tempo che molti pagani diranno: “Lasciateci avere quel tanto da potere nel nostro suolo pagano consumare sacrifici al Dio vero, al Dio uno e trino”, di cui Io sono la Parola. Ora essi vanno. Convinti più che se Io li avessi schiacciati con lo sdegno. Essi e nel miracolo e nelle mie parole sentono Dio, e questo diranno dove essi tornano.

33Inoltre vi dico: non era giusto premiare tanta fede? Disorientati dai responsi dei medici, delusi dagli inutili viaggi nei templi, hanno saputo avere ancora fede per venire allo sconosciuto, al grande Sconosciuto del mondo, al deriso, al grande Deriso e Calunniato d’Israele, e dirgli: “Credo che Tu possa”. Il primo crisma alla loro nuova mentalità viene loro da questo avere saputo credere. Non tanto della malattia quanto della errata fede Io li ho sanati, perché ho messo le loro labbra su un calice la cui sete cresce più se ne beve: la sete di conoscere il Dio vero.

34Ho finito. Dico a voi di Israele: sappiate avere fede come questi seppero».

Evangelizzazione.

Sete del Dio vero.

35Il romano si accosta col guarito: «Ma… Non oso più dire: per Giove. Dico: ma sul mio onore di cittadino romano io ti giuro che avrò questa sete! Ma ora io devo andare. Chi mi darà più da bere?».

«Il tuo spirito, l’anima che ora sai di avere, fino al giorno che un mio messo verrà a te».

36«E Tu no?».

«Io… Io no. Ma non sarò assente pur non essendo presente. E non passeranno che poco più di due anni che Io ti farò un dono più grande della guarigione di costui che ti era caro. Addio ad ambedue. Sappiate perseverare in questo sentimento di fede».

37«Salve, Maestro. Il Dio vero ti salvi».

I due romani se ne vanno e si ode che chiamano i servi col carro.

«E neppure sapevano di avere un’anima!», mormora un vecchio.

 38«Sì, padre. Ed hanno saputo accettare la parola mia meglio di tanti in Israele. Ora, posto che hanno dato tanto obolo, benefichiamo i poveri di Dio con doppia e tripla misura. E i poveri preghino per questi benefattori, più poveri di loro stessi, perché giungano alla vera, unica ricchezza che è conoscere Iddio».

Le patrie passano. Ma il Cielo resta

39La velata piange sotto il suo velo che impedisce di vederne le lacrime, ma non di udirne i singhiozzi.

«Quella donna piange», dice Pietro.

«Forse non ha più denaro. Gliene diamo?».

40«Non piange per questo. Ma va’ a dirle così: “Le patrie passano. Ma il Cielo resta. Esso è di chi sa avere fede. Dio è Bontà e perciò ama anche i peccatori. E ti benefica per persuaderti di andare a Lui”. Va’. Dille così e poi lasciala piangere. É veleno che esce».

41Pietro se ne va dalla donna già incamminata verso i campi. Le parla e torna.

«Si è messa a piangere più forte», dice.

«Credevo di consolarla…», e guarda Gesù.

42«É consolata, infatti. Anche la gioia fa piangere».

L’unica cosa utile

43«Uhm!… Mah!… Ecco, io sarò contento quando la vedrò in volto. La vedrò?».

«Al giorno del Giudizio».

44«Divina Misericordia! Ma allora sarò morto! E che me ne farò di sapere questo? Avrò da guardare l’Eterno allora!».

«Fallo sin da questo momento. É l’unica cosa utile».

45«Sì… ma… Maestro, chi è?». Ridono tutti.

«Se lo chiedi un’altra volta partiamo subito; così la dimentichi».

«No. Maestro. Però… basta che resti… Tu…»

46Gesù sorride. «Quella donna», dice, «è un avanzo e una primizia».

«Che vuoi dire? Io non capisco».

Ma Gesù lo lascia in asso per andare verso il paese.

47«Va da Zaccaria. Ha la donna morente», spiega Andrea.

«Ha mandato me a dirlo al Maestro».

48«Tu mi fai stizza! Sai tutto, fai tutto e non dici mai nulla. Peggio di un pesce sei». Pietro si sfoga sul fratello della sua delusione.

«Fratello, non te la prendere. Parli tu anche per me. Andiamo a ripescare le nostre reti. Vieni».

Chi va a destra e chi a sinistra e tutto ha fine.

14. 8° Comandamento: “Non dirai falsa testimonianza”. Il piccolo Asrael[63].

Fatti del giorno

Fiere che annusano…

1«Quanta gente!», esclama Matteo. E Pietro risponde: «Dì, guarda! Ci sono anche dei galilei…  Ahi! Ahi! Andiamo a dirlo al Maestro. Sono tre onorati briganti!».

«Vengono per me, forse. Anche qui mi perseguitano…».

«No, Matteo. Il pescecane non mangia il pesciolino. Vuole l’uomo. Preda nobile. E solo se proprio non lo trova si pappa un grosso pesce. Ma io, te, gli altri, siamo pesciolini… robetta».

2«Per il Maestro dici?», interroga Matteo.

«E per chi allora? Non vedi come guardano da tutte le parti? Sembrano fiere che annusano le peste della gazzella».

«Vado a dirlo…».

3«Aspetta! Lo diciamo ai figli di Alfeo. Lui è troppo buono. Bontà sciupata quando cade in quelle bocche».

«Hai ragione».

I due vanno al fiume e chiamano Giacomo e Giuda.

4«Venite. Ci sono dei tipi… Buoni per il supplizio. Certo vengono per importunare il Maestro».

«Andiamo. Lui dove è?».

«Ancora nella cucina. Facciamo presto, perché se se ne accorge non vuole».

«Sì. E fa male».

«Lo dico anche io».

Maledicenti, mentitori e vigliacchi

5Ritornano sull’aia. Il gruppo, designato «galileo», parla con sussiego ad altra gente. Giuda di Alfeo si accosta come per caso. E ode: «.. parole devono essere appoggiate sui fatti».

6«E Lui li fa! Anche ieri ha guarito un romano indemoniato!», ribatte un robusto popolano.

7«Orrore! Guarire un pagano! Scandalo! Odi, Eh?».

«Tutte le colpe in Lui: amicizie con pubblicani e meretrici, commerci coi pagani e…».

8«E sopportazione dei maldicenti. Anche questa è una colpa. Ai miei occhi la più grave. Ma, posto che Lui non sa, non vuole difendere Se stesso, parlate con me. Sono il suo fratello e a Lui maggiore, e questo è l’altro fratello, ancor più adulto. Parlate».

9«Ma perché te la pigli? Credi che noi si parli male del Messia? Ohibò! Noi siamo venuti da tanto lontano per fama di Lui. Lo dicevamo anche a questi…».

10«Mentitore! Mi fai tanto schifo che ti volgo le spalle». E Giuda d’Alfeo, sentendo forse in pericolo la carità verso i nemici, se ne va.

10«Non è forse vero? Ditelo voi tutti…».

Ma i «tutti», ossia gli altri coi quali questi galilei parlavano, tacciono. Non vogliono mentire e non osano smentire. Perciò stanno zitti.

11«Non sappiamo neanche come è Lui…», dice il galileo Eli.

«Non lo hai insultato in casa mia, non è vero?», chiede Matteo ironico.

«O sei smemorato per malattia?».

Il «galileo» si ammanta e se ne va cogli altri senza rispondere.

«Vigliacco», gli grida dietro Pietro.

Tempi nuovi, nuovi sistemi.

12«Volevano dirci cose di inferno di Lui…», spiega un uomo.

«Ma noi abbiamo visto i fatti. E noi sappiamo invece come sono loro, i farisei. A chi credere allora? Al Buono che è proprio buono, o ai malvagi che da loro si dicono buoni, ma che poi sono un castigo? Io so che da quando vengo non mi conosco più, tanto sono mutato. Ero un violento, duro alla moglie e ai figli, ero senza rispetto del vicino e ora… Lo dicono tutti al paese: “Azaria non è più lui”. E allora? Si è mai sentito che un demonio faccia buoni? Per chi lavora allora? Per la santità nostra? Oh! che davvero è un bizzarro satanasso se lavora per il Signore!».

13«Dici bene, uomo. E Dio ti protegga perché sai bene comprendere, bene vedere e bene operare. Prosegui così e sarai un vero discepolo del benedetto Messia. Una gioia per Lui che vuole il vostro bene e che tutto sopporta pur di portarvi ad esso. Non scandalizzatevi che del vero male. Ma quando vedete che in nome di Dio Egli opera, non abbiate scandalo, e non credete a quelli che vi vorrebbero persuadere di scandalo, anche se lo vedete fare cose nuove. Questo è il tempo nuovo. Come un fiore nato dopo secoli che la radice lavora, esso è venuto. Se non fosse stato preceduto da quella, non avremmo potuto comprendere la sua Parola. Ma secoli di ubbidienza alla Legge del Sinai ci hanno dato quel minimo di preparazione per potere, dal nuovo tempo, fiore divino che la Bontà ci ha concesso di vedere, aspirare tutti gli incensi e tutti i succhi per purificarci, fortificarci, renderci profumati di santità come un altare. Essendo il tempo nuovo, ha nuovi sistemi, non contrari alla Legge, ma tutti infusi di misericordia e carità, perché Egli è la Misericordia e l’Amore sceso dal Cielo». Giacomo d’Alfeo fa un gesto di saluto e va verso casa.

Sapienza acquisita alla scuola di Maria.

14«Come parli bene, tu!», dice ammirato Pietro. «Io non so mai che dire. Dico solo: “Siate buoni. Amatelo, ascoltatelo, credetelo”. Proprio non so come possa essere contento di me!».

«Eppure lo è tanto», risponde Giacomo d’Alfeo.

«Davvero lo dici o lo dici per bontà tua?».

«In verità così è. Me lo diceva anche ieri».

15«Sì?! Allora oggi sono più contento del giorno che mi fu portata la sposa. Ma tu… dove hai imparato a parlare così bene?».

«Sulle ginocchia di sua Madre e al suo fianco. Che lezioni! Che parole! Solo Lui può parlare ancora meglio di Lei. Ma quello che a Lei manca in potenza, Ella te lo aggiunge in dolcezza… ed entra… Le sue lezioni! Hai mai visto un panno che tocchi con un angolino un olio odoroso? Piano piano beve non l’olio ma il profumo e, se anche l’olio viene levato, il profumo resta sempre a dire: “Io ci fui”. Così di Lei. Anche in noi, stoffe ruvide e lavate poi dalla vita, Ella è penetrata con la sua sapienza e grazia, e il suo profumo è in noi».

16«Perché non la fa venire? Diceva che lo faceva! Si diventerebbe più buoni, meno zucconi… io almeno. E anche questa gente… Davanti a Lei sarebbero più buoni anche quegli aspidi che vengono ogni tanto…».

17«Lo credi? Io no. Noi si diventerebbe più buoni, e anche gli umili lo diventerebbero. Ma i potenti e i cattivi!… Oh! Simone di Giona! Non prestare mai agli altri i tuoi sentimenti onesti! Ne avresti delusioni… Ecco Lui. Non diciamogli niente…».

Il piccolo Asrael futuro evangelizzatore.

18Gesù esce dalla cucina avendo per mano un bambinello, che gli trotterella di fianco morsicando una crosta di pane unta d’olio. Gesù regola il suo lungo passo alle piccole gambette del suo amico. «Una conquista!», dice allegro. «Mi ha detto questo uomo di quattr’anni, che si chiama Asrael, che lui vuole essere un discepolo e imparare tutto: a predicare, a fare guarire i bambini malati, a far venire uva sui tralci anche in dicembre, e poi vuole andare su un monte e gridare a tutto il mondo: “Venite, c’è il Messia!”. Non è così, Asrael?».

19E il bambino ridente dice di sì, di sì, e intanto mangia.

«Sai appena mangiare, tu!», lo stuzzica Tommaso.

20«Non sai neanche dire chi è il Messia».

«É Gesù di Nazareth».

21«E che vuole dire “Messia”?».

«Vuole dire… vuole dire: l’Uomo che è stato mandato per essere buono e farci buoni tutti».

22«E come fa per farci buoni? Tu che sei un monello come farai?».

«Gli vorrò bene. E farò tutto. E Lui farà tutto perché io gli vorrò bene. Fa’ anche te così e diventerai buono».

23«E la lezione è data, Tommaso. Hai il precetto: “Voglimi bene e farai tutto, perché Io ti amerò se mi vorrai bene, e l’amore farà tutto in te”. Lo Spirito Santo ha parlato. Vieni, Asrael. Andiamo a predicare».

24É così lieto Gesù quando ha un bambino, che vorrei portargli tutti i bambini e farlo conoscere a tutti i bambini. Ce ne sono tanti che non lo conoscono neppure di nome!

25Passa davanti alla velata e prima di giungere dice al bambino: «Di’ a quella donna: “La pace sia con te”».

«Perché?».

«Perché ha la “bua” come te quando cadi. E piange. Ma se tu le dici così, le passa»

26«La pace sia con te, donna. Non piangere. Me lo ha detto il Messia. Se gli vuoi bene, Lui ti vuol bene e guarisci», grida il bambino mentre Gesù lo trascina seco senza fermarsi. C’è proprio in Asrael la stoffa del missionario. Anche se per ora è un poco… intempestivo nelle sue predicazioni e dice più che non gli si sia detto di dire.

Catechesi: “Non dirai falsa testimonianza”.

Il bugiardo è due volte assassino.

27«La pace a tutti voi.

28“Non dirai falsa testimonianza” è detto[64].

29Cosa c’è di più nauseante di un bugiardo? Non si può dire che egli accentra crudeltà con impurità? Sì, che si può. Il bugiardo, parlo del bugiardo in cose gravi, è crudele. Egli uccide una stima con la sua lingua. Dunque non è diverso dall’assassino. Anzi dico: è più di un assassino. Costui uccide solo un corpo. Il bugiardo uccide anche il buon nome, il ricordo di un uomo. Perciò è due volte assassino. É l’assassino impunito perché non sparge sangue, ma lede un onore, e del calunniato e della sua intera famiglia. E non contemplo neppure il caso di uno che giurando il falso mandi un altro alla morte. Su questo già sono accumulati i carboni della Geenna. Ma parlo solo di chi con bugiarda parola insinua e persuade altri in sfavore di un innocente. Perché lo fa? O per odio senza ragione. O per avidità di avere ciò che l’altro ha. Oppure per paura.

I moventi della Menzogna.

Per Odio.

30Ha l’odio solo chi è amico di Satana. Il buono non odia. Mai. Per nessuna ragione. Anche vilipeso, anche danneggiato, perdona. Non odia mai. L’odio è la testimonianza che un’anima perduta dà di se stessa, e la testimonianza più bella che viene data all’innocente. Perché l’odio è la rivolta del male contro il bene. Non si perdona a chi è buono.

Per avidità.

31“Colui ha ciò che io non ho. Io voglio ciò che lui ha. Ma solo con lo spargere disistima su lui io posso giungere ad avere il suo posto. Ed io lo faccio. Mento? Che importa? Derubo? Che importa? Posso giungere a rovinare tutta una famiglia? Che importa?”. Fra tante domande che l’astuto mentitore si fa, dimentica, vuole dimenticare, una domanda. Questa: “E se venissi smascherato?”. Questa non se la fa perché, preso dall’orgoglio e dall’avidità, è come uno dagli occhi tappati. Non vede il pericolo. É ancora come uno ebbro. É ebbro del vino satanico, e non pensa che Dio è più forte di Satana e si incarica di fare le vendette del calunniato. Il mentitore si è dato alla Menzogna e fida stoltamente nella sua protezione.

Per paura.

32Molte volte uno calunnia per scusare se stesso. É la forma più comune di menzogna. Si è fatto il male. Si teme venga scoperto e riconosciuto come opera nostra. Allora, usando ed abusando della stima che ancora si ha presso gli altri, ecco che si capovolge il fatto, e quello che noi si è fatto lo si addossa all’altro di cui si teme solo l’onestà. Ancora lo si fa perché l’altro, delle volte, è stato, senza volere, testimonio di una nostra mala azione, e allora ci si vuole mettere al sicuro da una sua testimonianza. Lo si accusa per renderlo inviso onde, se lui parla, nessuno lo creda.

Qualità della Verità.

      Bontà

33Ma agite bene! Agite bene! E di questa menzogna non avrete mai bisogno. Non pensate, quando mentite, come vi mettete un giogo pesante?[65] Esso è fatto della soggezione al demonio, della paura perpetua di una smentita e della necessità di ricordare la menzogna detta, coi fatti ed i particolari con cui fu detta, anche dopo degli anni, senza cadere in contraddizione[66]. Una fatica da galeotto. E servisse al Cielo! Ma serve solo a prepararsi il posto nell’inferno!

      Sincerità.

34Siate schietti. Così bella la bocca dell’uomo che non conosce menzogna! [67] Sarà povero, sarà rozzo, sarà sconosciuto? Lo è, anzi? Sì. Ma è sempre un re[68]. Perché è un sincero. E la sincerità è regale più dell’oro e del diadema, ed eleva sulle folle più di un trono, e dà corte di buoni più di quanta ne ha un monarca. Sicurezza e sollievo dà la vicinanza dell’uomo sincero. Mentre disagio dà l’amicizia dell’insincero e anche solo l’averlo vicino dà un senso di disagio. Non pensa chi mente che, poiché presto la menzogna affiora per mille cause, dopo egli è sempre tenuto in sospetto? Come poter accettare più quanto egli dice? Anche se dice il vero, e chi l’ode lo vuol credere, in fondo c e sempre un dubbio: “Mentirà anche ora?” [69]. Voi direte: “Ma dove è la testimonianza falsa?”. Ogni menzogna è testimonianza falsa. Non solo quella legale.

      Semplicità.

35Siate semplici come semplice è Dio e il fanciullo. Siate veritieri in tutti i vostri momenti della vita[70]. Volete essere reputati buoni? Siatelo in verità[71]. Se anche un maldicente volesse dire di voi male, cento buoni direbbero: “No. Non è vero. Egli è buono. Le sue opere parlano per lui”.

Le cose che odia il Signore.

36In un libro sapienziale è detto[72]: “L’uomo apostata procede con la perversità sulle labbra… nel suo cuore perverso prepara il male e in ogni tempo semina discordie… Sei cose odia il Signore e la settima l’ha in esecrazione: gli occhi superbi, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita iniqui disegni, i piedi che corrono frettolosi al male, il falso testimonio che proferisce menzogne, e colui che semina discordie fra i fratelli…

37Per i peccati della lingua la rovina si avvicina al malvagio… Chi mentisce è un testimone fraudolento[73]. Il labbro veritiero non muta in eterno, ma è testimonio di un momento chi imbastisce linguaggio di frode. Le parole del sussurrone sembrano semplici, ma penetrano le viscere. Il nemico si riconosce al suo parlare quando cova tradimento. Quando parla con voce sommessa non te ne fidare, perché porta nel cuore sette malizie. Egli con finzione nasconde il suo odio, ma la sua malizia sarà rivelata… Chi scava la fossa vi cadrà e la pietra cadrà addosso a chi la rotola”.

38Vecchio come il mondo è il peccato di menzogna e senza mutazione è il pensiero del sapiente in proposito, come senza mutazione è il giudizio di Dio su chi è bugiardo. Io dico: “Abbiate sempre un solo linguaggio. Il sì sia sempre sì e il no sia sempre no anche di fronte a potenti ed a tiranni.

39E grande merito ne avrete in Cielo”. Vi dico: “Abbiate la spontaneità del fanciullo che va per istinto da chi sente buono senza cercare altro che bontà. E che dice ciò che la sua stessa bontà gli fa pensare, senza calcolare se dice troppo e ne può avere un biasimo”.

Andate in pace. E la Verità vi diventi amica».

Conferma del piccolo del Signore

40Il piccolo Asrael, che è sempre stato seduto ai piedi di Gesù col capino alzato come un uccellino che ascolta il canto del genitore, ha una mossa tutta dolcezza: si strofina col visetto contro i ginocchi di Gesù e dice: «Io e Te siamo amici perché Tu sei buono e io ti voglio bene. Ora lo dico anche io»; e sforzando la vocina per farsi udire per tutto il vasto stanzone dice, gestendo come ha visto fare a Gesù: «Tutti, ascoltate. Io so dove vanno le persone che non dicono bugie e vogliono bene a Gesù di Nazareth. Vanno su per la scala di Giacobbe[74]. Su, su, su… insieme agli angeli e poi si fermano quando trovano il Signore», e ride felice mostrando tutti i dentini. Gesù lo carezza e scende fra la gente. Riporta il piccolo alla madre: «Grazie, donna, di avermi dato il tuo bambino».

«Ti ha dato noia…».

41«No. Mi ha dato amore. E’ un piccolo del Signore, e il Signore sia sempre con lui e con te. Addio».

Tutto ha fine.

 15. 7° Comandamento: “Non rubare e non desiderare ciò che è d’altri”.
Il peccato di Erode
[75].

Catechesi

Le cose necessarie all’uomo

1«Dio dà ad ognuno il necessario. Questo è in verità. Cosa è necessario all’uomo? Il fasto? Il grande numero di servi? Le terre i cui campi non si possono contare? I banchetti che vedono da un tramonto sorgere un’aurora? No. Necessario all’uomo è un tetto, un pane, una veste. L’indispensabile per vivere.

2Guardatevi intorno. Chi sono i più allegri ed i più sani? Chi gode di una sana vecchiezza serena? I gaudenti? No. Quelli che onestamente vivono, lavorano e desiderano. Essi non hanno veleno di lussuria e rimangono forti. Non veleno di crapule e rimangono agili[76]. Non veleno di invidie e rimangono allegri. Mentre chi desidera avere sempre più uccide la sua pace e non gode, ma precocemente invecchia, arso da livore o da abuso.

Quando il desiderio è peccato.

3Potrei unire il comando del “non rubare” a quello del “non desiderare ciò che è d’altri”[77]. Perché infatti il desiderio eccessivo spinge al furto. Non è che un passo breve da questo a quello. É illecito ogni desiderio? Io non dico questo. Il padre di famiglia che, lavorando nel campo o nell’officina, desidera trarne di che assicurare pane alla prole, non pecca in verità. Anzi ubbidisce al suo dovere di padre. Ma quello che invece non desidera altro che godere di più, e si appropria di ciò che è d’altri per giungere a godere di più, costui pecca.

L’invidia separa da Dio e unisce a Satana.

4L’invidia! Perché, che è il desiderio della cosa altrui se non avarizia e invidia? L’invidia separa da Dio, figli miei, e unisce a Satana. Non pensate che il primo che desiderò la roba d’altri fu Lucifero? Era il più bello degli arcangeli, godeva di Dio. Avrebbe dovuto esser contento di questo. Invidiò Dio e volle essere lui Dio e divenne il demonio. Il primo demonio.

5Secondo esempio: Adamo ed Eva tutto avevano avuto, godevano del terrestre paradiso, godevano dell’amicizia di Dio, beati nei doni di grazia che Dio aveva loro dati. Avrebbero dovuto accontentarsi di questo. Invidiarono a Dio la conoscenza del bene e del male e furono cacciati dall’Eden divenendo i proscritti invisi a Dio. I primi peccatori.

6Terzo esempio: Caino invidiò Abele per la sua amicizia col Signore. E divenne il primo assassino[78]..

7Maria, sorella di Aronne e Mosè, invidiò il fratello e divenne la prima lebbrosa della storia d’Israele[79]. Potrei passo passo condurvi per tutta la vita del popolo di Dio, vedreste che il desiderio smodato fece, di chi lo ebbe, un peccatore, e della nazione un castigo. Perché i peccati dei singoli si accumulano e provocano i castighi delle nazioni, così come granelli e granelli e granelli di rena, accumulati in secoli e secoli, provocano una frana che sommerge i paesi e chi è in essi.

Libertà dai desideri.

8Vi ho sovente citato ad esempio i pargoli, perché semplici e fidenti. Oggi vi dico: imitate gli uccelli nella libertà dai desideri. Guardate. Ora è inverno. Poco cibo è nei frutteti. Ma si preoccupano essi nell’estate di accumularlo?

9No. Fidano nel Signore. Sanno che un vermolino, un granello, una mica, un ragnetto, una moschina sull’acqua la potranno sempre catturare per il loro gozzetto. Sanno che un comignolo caldo o un bioccolo di lana ci sarà sempre per il loro rifugio d’inverno, come sanno che, quando verrà il tempo in cui necessita loro avere fieni per i nidi e maggior pasto per la prole, ci sarà fieno fragrante sui prati e succoso cibo nei frutteti e nei solchi, e di insetti sarà ricca l’aria e la terra. E cantano piano: “Grazie, Creatore, per quanto ci dai e ci darai”, pronti ad osannare a piena gola quando nell’epoca degli amori godranno della sposa e si vedranno moltiplicati nella prole.

Libertà dai desideri impuri.

10C’è creatura più lieta dell’uccello? Eppure che è la sua intelligenza[80] rispetto a quella umana? Una scaglietta di silice rispetto ad un monte. Ma vi insegna. In verità vi dico che possiede la letizia dell’uccello colui che vive senza desiderio impuro. Egli si fida di Dio e lo sente Padre. Egli sorride al giorno che sorge e alla notte che cala, perché sa che il sole è suo amico e la notte è sua nutrice. Egli guarda senza rancore gli uomini e non teme le loro vendette, perché non li danneggia in alcun modo. Egli non trema per la sua salute né per il suo sonno, perché sa che una vita onesta tiene lontane le malattie e dà dolce riposo. Non teme infine la morte perché sa che, avendo bene agito, non può che avere il sorriso di Dio. Anche il re muore. Anche il ricco muore. Non è lo scettro che allontana la morte né il denaro che compera l’immortalità. Come davanti al Re dei re e al Signore dei signori sono cosa risibile le corone e le monete, ma ha solo valore una vita vissuta nella Legge!

Il peccato di Erode

11Cosa dicono quegli uomini là in fondo? Non abbiate paura di parlare».

12«Dicevamo: l’Antipa[81] di che peccato è colpevole? Di furto o di adulterio?».

13«Non vorrei guardaste gli altri ma i vostri cuori. Però vi rispondo che egli è colpevole di idolatria adorando la carne più di Dio, di adulterio, di furto, di illecito desiderio e presto di omicidio».

14«Sarà salvato da Te, Salvatore?».

«Io salverò coloro che si pentono e tornano a Dio. Gli impenitenti non avranno redenzione».

15«Hai detto che è ladro. Ma che ha rubato?».

«La moglie al fratello. Il furto non è di solo denaro. É furto anche levare l’onore a un uomo, levare la verginità ad una fanciulla, levare ad un marito la moglie, come lo è levare un bue al vicino o prendere delle sue piante. Il furto, poi, aggravato da libidine o da falsa testimonianza, si aggrava di adulterio, o di fornicazione, o di mendacio».

Il peccato è meretricio con Satana.

16«E una donna che si prostituisce che peccato fa?».

«Se è sposata, di adulterio e di furto verso il marito. Se è nubile, di impurità e di furto a se stessa».

17«A se stessa? Ma dà via del suo!!».

«No. Il nostro corpo è creato da Dio per essere tempio dell’anima che è tempio di Dio. Perciò deve essere conservato onesto, perché altrimenti l’anima viene derubata dell’amicizia di Dio e della vita eterna».

18«Allora una meretrice non può più essere che di Satana?».

«Ogni peccato è meretricio con Satana. Il peccatore, come una femmina prezzolata, si dà a Satana per illeciti amori, sperandone sozzi guadagni. Grande, grandissimo il peccato di prostituzione che rende simili ad animali immondi. Ma credete che non lo è da meno ogni altro peccato capitale. Che dirò dell’idolatria? Che dell’omicidio? Eppure Dio perdonò agli israeliti dopo il vitello d’oro[82]. Perdonò a Davide dopo il suo peccato, e che era duplice[83]. Dio perdona a chi si pente. Sia il pentimento in proporzione del numero e della grandezza delle colpe, ed Io vi dico che a chi più si pente più sarà perdonato. Perché il pentimento è forma d’amore. Di operante amore. Chi si pente dice a Dio col suo pentimento: “Non posso stare col tuo corruccio perché ti amo e voglio essere amato”. E Dio ama chi lo ama. Perciò Io dico: più uno ama e più è amato. Chi ama totalmente ha tutto perdonato.

Evangelizzazione

La misericordia è il più gradito dei sacrifici.

19E questa è verità. Andate. E prima però sappiate che vi è alle porte del paese una vedova, carica di prole, nella fame più assoluta. Cacciata dalla casa per debiti. E ancora può dire “grazie” al padrone per non averla che cacciata. Ho usato l’obolo vostro per il loro pane. Ma hanno bisogno di un asilo. La misericordia è il più gradito dei sacrifici al Signore. Siate buoni ed in suo nome vi assicuro il premio».

La gente bisbiglia, si consiglia, discute.

Lunga storia di lacrime (non trascritta).

20Gesù intanto guarisce uno quasi cieco e ascolta una vecchierella venuta da Doco a pregarlo di andare dalla sua nuora malata. Una lunga storia di lacrime che io, mezza morta come sono oggi, non trascrivo.

21E, per fortuna, tutto finisce, perché io non sono proprio in grado di durare ancora con una crisi cardiaca che dura da tre ore e che mi abbarbaglia anche la vista.

 16. Discorso conclusivo. Commento
al de profundis e miserere. Predizione del primato spirituale a Simon Pietro
[84].

Purificazione dell’uomo.

Base dell’edificio della perfezione

1«Figli miei nel Signore, la festa della Purificazione è ormai imminente e ad essa Io, Luce del mondo, vi mando preparati con quel minimo necessario a ben compierla. Il primo lume della festa da cui trarrete fiamma per tutti gli altri. Perché ben stolto sarebbe colui che pretendesse accendere molti lumi non avendo come accendere il primo. E ancora più stolto sarebbe colui che pretendesse iniziare la sua santificazione dalle cose più ardue, trascurando ciò che è la base dell’edificio immutabile della perfezione: il Decalogo.

La festa della purificazione.

2Si legge nei Maccabei[85] che Giuda ed i suoi, avendo con la protezione del Signore ripreso il Tempio e la Città, distrussero gli altari agli dèi stranieri e i tempietti e purificarono il Tempio. Poi alzarono un altro altare e con le pietre focaie suscitarono il fuoco, offersero i sacrifizi, fecero ardere l’incenso, posero i lumi e i pani della proposizione e poi, prostrati tutti a terra, supplicarono il Signore a non farli più peccare o, se per loro debolezza venissero di nuovo al peccato, che venissero trattati con divina misericordia. E questo avveniva il venticinque del mese di casleu.

3Consideriamo e applichiamo il racconto a noi stessi, perché ogni parola della storia d’Israele, essendo di popolo eletto, ha un significato spirituale. La vita è sempre insegnamento. La vita d’Israele è insegnamento non solo per i giorni terreni, ma per la conquista dei giorni eterni.

Distruggere gli dei individuali.

“Distrussero gli altari e i tempietti pagani”.

4Ecco la prima operazione. Quella che Io vi ho indicato di fare col nominarvi gli dèi individuali che sostituiscono il Dio vero: le idolatrie del senso, dell’oro, dell’orgoglio, i vizi capitali che portano alla profanazione e morte dell’anima e del corpo e al castigo di Dio. Io non vi ho schiacciati sotto le innumerabili formole che ora opprimono i fedeli, e sono di baluardo alla vera Legge, oppressa, nascosta da cumuli e cumuli di proibizioni tutte esteriori, che con la loro oppressione conducono il fedele a perdere di vista la lineare, chiara, santa voce del Signore che dice: “Non bestemmiare. Non idolatrare. Non profanare le feste. Non disonorare i genitori. Non uccidere. Non fornicare. Non rubare. Non mentire. Non invidiare le cose altrui. Non appetire la moglie altrui”. Dieci “non”. E non uno di più. E sono le dieci colonne del tempio dell’anima. Sopra splende l’oro del precetto santo fra i santi: “Ama il tuo Dio. Ama il tuo prossimo. É il coronamento del tempio. É la protezione delle fondamenta. É la gloria del costruttore.

Abbattere le concupiscenze.

5Senza l’amore uno non potrebbe ubbidire alle dieci regole e cadrebbero le colonne, tutte od alcuna, e il tempio rovinerebbe o totalmente o parzialmente. Ma sempre sarebbe rovinato e non più atto ad accogliere il Santissimo. Fate ciò che vi ho detto, abbattendo le tre concupiscenze. Dando un nome schietto al vostro vizio, così come schietto è Dio nel dirvi: “Non fare questo e quello”. Inutile sottilizzare sulle forme. Chi ha un amore più forte di quello che dà a Dio, quale che sia questo amore, è un idolatra. Chi nomina Dio professandosi suo servo e poi lo disubbidisce, è un ribelle. Chi per avidità lavora in sabato è un profanatore ed è un diffidente e presuntuoso. Chi nega un soccorso ai genitori adducendo pretesti, anche se dice che sono opere date a Dio, è uno in odio a Dio, che ha messo i padri e le madri a sua figura sulla Terra. Chi uccide è sempre assassino. Chi fornica è sempre lussurioso. Chi ruba è sempre ladro. Chi mente è sempre un abbietto. Chi vuole ciò che non è suo, è sempre un ingordo della più esecrata fame. Chi profana un talamo è sempre un immondo.

6Così è. E vi ricordo che dopo l’erezione del vitello d’oro venne l’ira del Signore[86], dopo l’idolatria di Salomone lo scisma che divise e indebolì Israele[87], dopo l’ellenismo accettato, e anzi ben accolto e introdotto da giudei indegni sotto Antioco Epifane, vennero le nostre attuali sventure di spirito, di fortuna e di nazionalità[88]. Vi ricordo che Nadab e Abiù, falsi servi di Dio, furono percossi da Geovè. Vi ricordo che non era santa la manna del sabato[89]. Vi ricordo Cam e Assalonne. Vi ricordo il peccato di Davide su Uria[90] e quello di Assalonne su Amnon. Vi ricordo la fine di Assalonne e quella di Amnon[91]. Vi ricordo la sorte di Eliodoro ladro[92], e Simone e Menelao[93]. Vi ricordo la ignobile fine dei due rettori falsi che avevano testimoniato con menzogna su Susanna[94]. E potrei continuare senza trovare fine agli esempi. Ma torniamo ai Maccabei.

Purificare col pentimento, costruire con la fede.

“E purificarono il Tempio”.

7Non basta dire: “Distruggo”. Occorre dire: “Purifico”. Vi ho detto come si purifica l’uomo: col pentimento umile e sincero. Non vi è peccato che Dio non perdoni se il peccatore è realmente pentito. Abbiate fede nella Bontà divina. Se voi poteste giungere a capire cosa è questa Bontà, anche fossero su voi tutti i peccati del mondo, non fuggireste da Dio, ma anzi correreste ai suoi piedi, perché solo il Buonissimo può perdonare ciò che l’uomo non perdona.

“E alzarono un altro altare“.

8Oh! non tentate inganno col Signore. Non siate falsi nel vostro agire. Non mescolate Dio a Mammona. Avreste un altare vuoto: quello di Dio. Perché inutile alzare un altare nuovo se permangono anche resti dell’altro. O Dio o l’idolo. Scegliete.

“E suscitarono il fuoco con la pietra e l’esca“.

9Pietra è la ferma volontà di essere di Dio. Esca è il desiderio di annullare con tutto il restante della vita anche il ricordo del vostro peccato dal cuore di Dio. Ecco allora che si suscita il fuoco: l’amore. Perché il figlio che cerca di riconfortare l’offeso genitore con tutta una vita onorata, che fa se non amare il padre, volendolo lieto del figlio suo, già lacrima e ora gioia?

10Ora, giunti a questo, potete offrire i sacrifici, ardere gli incensi, porre i lumi e i pani. Non saranno invisi a Dio i sacrifici, e grate saranno le preghiere, veramente illuminato l’altare, ricco del cibo della vostra offerta giornaliera. Potrete pregare dicendo: “Siici protettore”, perché Egli amico vi sarà. Ma la sua misericordia non ha atteso che voi chiamaste pietà. Ha precorso il vostro desiderio. E vi ha mandato la Misericordia a dirvi: “Sperate. ‘Io ve lo dico: Dio vi perdona. Venite al Signore”.

Il nuovo altare.

11Un altare è già fra voi: il nuovo altare. Da esso sgorgano fiumi di luce e di perdono. Come un olio si spandono, medicano, rinforzano. Credete nella Parola che da esso viene. Piangete con Me sui vostri peccati. Come il levita che guida il coro, Io dirigo le vostre voci a Dio, e non sarà respinto il vostro gemito se è unito alla mia voce.

De profundis[95].

12Con voi mi annichilo, Fratello agli uomini nella carne, Figlio al Padre nello spirito, e dico per voi, con voi: “Da questo profondo abisso, dove Io-Umanità sono caduto, grido a Te, Signore. Ascolta la voce di chi si guarda e sospira, e non chiudere il tuo udito alle mie parole. Orrore è il vedermi, o Dio. Orrore io sono anche agli occhi miei! E che sarò agli occhi tuoi? Non guardare alle mie colpe, o Signore, perché altrimenti io non potrò resistere innanzi a Te, ma usa su me la tua misericordia. Tu l’hai detto: ‘Io Misericordia sono’. Ed io credo alla tua parola. L’anima mia, ferita ed abbattuta, confida in Te, nella tua promessa, e dall’alba a notte, dalla giovinezza alla vecchiaia io spererò in Te”.

Miserere[96].

13Colpevole di omicidio e di adulterio, riprovato da Dio, ben ottiene Davide perdono, dopo aver gridato al Signore: “Abbi pietà non per mio rispetto ma per onore della tua misericordia, che è infinita. E per essa cancella il mio peccato. Non vi è acqua che possa lavare il mio cuore se non è presa nelle acque profonde della tua santa bontà. Con essa lavami della iniquità mia e purificami dalla mia sozzura. Non nego d’aver peccato. Ma anzi io confesso il mio delitto e come un testimonio accusatore la colpa mi è sempre davanti. Ho offeso l’uomo nel prossimo e in me stesso, ma di avere peccato contro Te particolarmente mi dolgo. E questo ti dica che riconosco che Tu sei giusto nelle tue parole e temo il tuo giudizio che trionfa su ogni potenza umana. Ma considera, o Eterno, che in colpa sono nato e che peccatrice fu chi mi ha concepito, e che pure Tu tanto mi hai amato da giungere a svelarmi la tua sapienza ed a darmela per maestra nel comprendere i misteri delle tue sublimi verità. E se tanto hai fatto, devo temere di Te? No. Non temo. Aspergimi coll’amaro del dolore e sarò purificato. Lavami col pianto e diverrò come neve alpina. Fammi sentire la tua voce ed esulterà il tuo servo umiliato, perché la tua voce è gioia e letizia anche se rampogna. Volgi il tuo volto ai miei peccati. Il tuo sguardo cancellerà le mie iniquità. Il cuore che Tu mi hai dato mi fu profanato da Satana e dalla mia debole umanità. Creami un nuovo cuore che sia puro e distruggi ciò che è corruzione nelle viscere del tuo servo, perché regni solo in lui uno spirito retto. Ma non mi scacciare dalla tua presenza e non mi levare l’amicizia tua, perché solo la salute che da Te viene è gioia per l’anima mia, e il tuo spirito sovrano è conforto dell’umiliato. Fa’ che io divenga colui che va fra gli uomini dicendo: ‘Osservate quanto è buono il Signore. Andate sulle sue vie e sarete benedetti come io lo sono, io aborto dell’uomo e che ora torno figlio di Dio per la grazia che rinasce in me’.

14E a Te si convertiranno gli empi. Il sangue e la carne ribollono e urlano in me. Liberami da essi, o Signore, salvezza dell’anima mia, ed io canterò le tue lodi. Non sapevo. Ma ora ho compreso. Non un sacrifizio d’arieti Tu vuoi, ma l’olocausto d’un cuore contrito. Un cuore contrito e umiliato ti è più gradito di arieti e montoni, perché Tu per Te ci hai creati, e vuoi che noi di ciò ci ricordiamo e ti rendiamo ciò che è tuo. Sii a me benigno per la tua grande bontà e riedifica la mia e tua Gerusalemme: quella di uno spirito purificato e perdonato sul quale possa venire offerto il sacrificio, l’oblazione e l’olocausto per il peccato, per il grazie e per la lode. Ed ogni mio nuovo giorno sia un’ostia di santità consumata sul tuo altare per salire coll’odore del mio amore sino a Te”.

L’anno di grazia.

15Venite! Andiamo al Signore. Io avanti, voi dietro. Andiamo alle acque di salute, andiamo nei pascoli santi, andiamo nelle terre di Dio. Dimenticate il passato. Sorridete al futuro. Non pensate al fango, ma guardate le stelle. Non dite: “Son tenebra”; dite: “Dio è Luce”. Io sono venuto ad annunziarvi la pace, a dire ai mansueti la Buona Novella[97], a curare quelli che hanno il cuore infranto da troppe cose, a predicare la libertà a tutti gli schiavi, primi fra tutti quelli di Mammona, a liberare i prigionieri dalle concupiscenze.

Preghiera del Buon Pastore.

16Io vi dico: l’anno di grazia è venuto. Non piangete voi tristi della tristezza di chi si sente peccatore, non lacrimate, esuli dal Regno di Dio. Io sostituisco la cenere con l’oro, l’olio alle lacrime. A festa vi vesto per presentarvi al Signore e dire: “Ecco le pecorelle che Tu mi mandasti a cercare[98]. Io le ho visitate e radunate, le ho contate, ho cercato le disperse e te le ho portate sottraendole ai nuvoli e alle caligini. Le ho prese frammezzo a tutti i popoli, le ho riunite da tutte le regioni per condurle alla Terra non più terra[99]  che per esse Tu hai preparato, o Padre santo, per portarle sulle cime paradisiache dei tuoi monti opimi dove tutto è luce e bellezza, lungo i rivi delle celesti beatitudini dove si satollano di Te gli spiriti da Te amati. Sono andato in cerca anche delle ferite, ho guarito le fratturate, ho ristorato le deboli, non ne ho trascurato una sola. E la più sbranata dagli avidi lupi dei sensi me la sono messa come un giogo d’amore sulle spalle e te la poso ai piedi, Padre benigno e santo, perché ella non può più camminare, non sa le tue parole, è una povera anima inseguita dai ‘rimorsi e dagli uomini, è uno spirito che rimpiange e trema, è come un’onda spinta e respinta dal flutto sul lido. Viene col desiderio, la respinge la cognizione di sé… Aprile il tuo seno, Padre tutto amore, perché in esso trovi pace questa creatura smarrita. Dille: ‘Vieni’. Dille: ‘Sei mia’. Fu di tutto un mondo. Ma ne ha nausea e paura. Dice: ‘Ogni padrone è uno sgherro lurido’. Fa’ che possa dire: ‘Questo mio Re mi ha dato la gioia d’esser presa!’. Non sa cosa sia l’amore. Ma se Tu l’accogli saprà cosa è questo amore celeste che è l’amore nuziale fra Dio e lo spirito umano, e come un uccello liberato dalle gabbie dei crudeli salirà, salirà, sempre più in alto, sino a Te, al Cielo, alla gioia, alla gloria, cantando: ‘Ho trovato Colui che cercavo. Non ha altro desiderio il mio cuore. In Te mi poso e giubilo, Signore eterno, nei secoli dei secoli beata!’.”

17Andate. Con spirito nuovo celebrate la festa della Purificazione. E la luce di Dio si accenda in voi».

Evangelizzazione

Aglae, povera donna senza casa.

18Gesù è stato travolgente nella chiusa del suo discorso. Un volto luminoso dagli occhi raggianti, un sorriso e delle note che sono di una dolcezza non conosciuta. La gente ne è quasi affascinata e non si muove sinché Egli ripete: «Andate. La pace sia con voi».

19Allora si inizia la partenza dei pellegrini che parlano fitto fitto fra di loro. La velata se ne va svelta come sempre col suo passo agile e lievemente ondulante. Pare che abbia le ali per il vento che le gonfia il mantello alle spalle.

20«Adesso capirò se è d’Israele», dice Pietro.

«Perché?».

«Perché se sta qui è segno che…».

21«…è una povera donna senza casa propria. Nulla di più, ricordatelo, Pietro». Gesù cammina verso il paese.

25 dicembre, festa delle luci.

22«Sì, Maestro. Me lo ricorderò… E noi che faremo ora che tutti staranno alle loro case per la festa?».

«Le nostre donne accendono per noi le lampade».

«Mi spiace… É il primo anno che non le vedo accendere nella mia, o che non le accendo…».

23«Sei un vecchio bambino! Accenderemo anche noi le lampade. Così non farai più quel viso imbronciato. E le accenderai proprio tu».

«Io? Io no, Signore. Tu sei il Capo della nostra famiglia. Spetta a Te».

24«Io sono sempre una lampada accesa… e vorrei che tali foste voi pure. Sono l’Encenie sempiterna, Pietro. Lo sai che sono nato proprio il 25 di casleu?».

25«Chissà quanti lumi, eh?», chiede ammirato Pietro. 

«Non si potevano contare… Erano tutte le stelle del cielo…».

26«No! Non ti hanno fatto festa a Nazareth?».

«Non sono nato a Nazareth. Ma in una maceria in Betlemme. Vedo che Giovanni ha saputo tacere. E’ molto ubbidiente Giovanni».

Pietro, il Nauta eterno.

27«E non è curioso. Ma io… lo sono tanto! Mi racconti? Al tuo povero Simone. Se no, come faccio a parlare di Te? Delle volte la gente chiede e io non so mai cosa dire… Gli altri sanno fare, voglio dire i tuoi fratelli e Simone, Bartolomeo e Giuda di Simone. E… sì, anche Tommaso sa parlare… sembra un banditore del mercato… e che venda una merce. Ma riesce a parlare… Matteo… eh! lui va bene! Usa l’antica sapienza per pelare al suo banco di gabella, per forzare gli altri a dire: “Hai ragione”. Ma io… Povero Simone di Giona! I pesci che ti hanno insegnato? E che il lago? Due cose… ma non servono: i pesci a tacere e avere costanza. Loro costanti nel fuggire alla rete, io costante per metterli in essa. E il lago ad avere coraggio e occhio a tutto. E che la barca? A sgobbare senza risparmio di nessun muscolo e a stare ritti anche se le onde sono agitate e si risica di cadere. Occhio alla polare, mano ferma al timone, forza, coraggio, costanza, attenzione, ecco ciò che mi ha insegnato la mia povera vita…».

28Gesù gli posa una mano sulla spalla e lo scuote guardandolo con affetto e con ammirazione, vera ammirazione di tanta semplicità, e dice: «E ti pare poco, Simon Pietro? Hai tutto quanto serve ad essere la mia “pietra”. Nulla va messo, nulla va tolto. Sarai il nauta eterno, Simone. E a chi verrà dopo di te dirai: “Occhio alla polare: Gesù. Mano ferma al timone, forza, coraggio, costanza, attenzione, sgobbare senza risparmio, avere occhio a tutto, e sapere stare ritti anche su onde agitate…”. Riguardo al silenzio… via… i pesci non te lo hanno insegnato!».

29«Ma per quello che dovrei saper dire sono più muto dei pesci. Le altre parole?… Anche le galline sanno blaterare come io faccio… Ma, dimmi, Maestro mio. Dài un figlio anche a me? Siamo vecchi… Ma Tu hai detto che il Battista nacque da una vecchia… Ora hai detto: “E a chi verrà dopo di te dirai…” Chi viene dopo un uomo se non il suo generato?». Pietro ha un viso di preghiera e di speranza.

30«No, Pietro. E non te ne dolere. Sembri proprio il tuo lago quando il sole è nascosto da una nube. Da ridente si fa cupo. No, mio Pietro. Ma non uno, ma mille e diecimila figli avrai, e in ogni nazione… Non ti ricordi quando ti ho detto: “Sarai pescatore d’uomini”?».

31«Oh!… sì… ma… Sarebbe stato così dolce un bambino che mi dicesse “padre”!»

32«Ne avrai tanti che non li potrai più contare. E ai quali darai la vita eterna. E li ritroverai in Cielo e me li porterai dicendo: “Sono i figli del tuo Pietro e voglio che siano dove io sono”, ed Io ti dirò: “Sì, Pietro. Come tu vuoi sia. Perché tu tutto hai fatto per Me ed Io tutto faccio per te”».

33Gesù è dolcissimo nel dire queste promesse. Pietro inghiotte saliva fra il pianto per la speranza che muore di una paternità terrena e il pianto di un’estasi che già si annuncia.

«Oh! Signore!», dice.

34«Ma per dare la vita eterna bisogna persuadere le anime al bene. E… siamo sempre lì: io non so parlare».

35«Saprai parlare, quando sarà l’ora, meglio di Gamaliele».

36«Voglio credere… Ma, fallo Tu il miracolo, perché se ci devo arrivare da me…».

37Gesù ride del suo riso pacato e dice: «Oggi sono tutto tuo. Andiamo per il paese. Da quella vedova. Ho un obolo segreto. Un anello da vendere. Sai come l’ho avuto? M’è arrivato un sasso ai piedi, mentre pregavo ai piedi di questo salice. Al sasso era unito un fagottino con una strisciolina di pergamena. Dentro il fagottino, l’anello. Sul cartiglio la parola “carità”».

38«Fai vedere? Oh! bello! Da donna. Che dito piccino! Ma quanto metallo!…».

39«Ora tu lo vendi. Io non so fare. L’albergatore compera oro. Lo so. Io ti aspetto presso il forno. Va’, Pietro».

«Ma… se non so fare? Io l’oro… Non so di oro, io!».

40«Pensa che è pane per chi ha fame e fai del meglio che puoi. Addio».

41E Pietro va verso destra mentre Gesù, più lentamente, va verso sinistra, verso il paese che appare in lontananza relativa da dietro un boschetto che è oltre la casa del fattore.

 17. Andrea modello ideale del sacerdote. Una lettera della Madre. Gesù costretto a lasciare l’Acqua Speciosa[100].

Fatti del giorno

Ambiente

1L’Acqua Speciosa è senza pellegrini. E pare strano vederla così, senza bivacchi di chi sosta una notte o almeno consuma il suo pasto sull’aia o sotto la tettoia. Non vi è che nitore e ordine oggi, senza nessuna di quelle tracce che un affollamento lascia di sé.

2I discepoli occupano il loro tempo in lavori manuali, chi intrecciando vimini per farne nuove trappole ai pesci, e chi lavorando intorno a piccoli lavori di sterro e di incanalamento delle acque dei tetti perché non stagnino sull’aia. Gesù è ritto in mezzo ad un prato e sbriciola del pane ai passerotti. A perdita d’occhio non un vivente, nonostante la giornata sia serena.

L’amicizia di Dio deve farci audaci.

3Viene verso Gesù Andrea, di ritorno da qualche incombenza: «Pace a Te, Maestro».

4«E a te, Andrea. Vieni qui un poco con Me. Tu puoi stare vicino agli uccellini. Sei come loro. Ma vedi? Quando essi sanno che chi li avvicina li ama, non temono più. Guarda come sono fiduciosi, sicuri, lieti. Prima erano quasi ai miei piedi. Ora ci sei tu e stanno all’erta… Ma guarda, guarda… Ecco quel passero più audace che viene avanti. Ha capito che non c’è nessun pericolo. E dietro lui gli altri. Vedi come si satollano? Non è uguale di noi, figli del Padre? Egli ci satolla del suo amore. E quando siamo sicuri di essere amati e di essere invitati alla sua amicizia, perché temere di Lui e di noi? La sua amicizia deve farci audaci anche presso gli uomini. Credi: solo il malvivente deve avere paura del suo simile. Non il giusto come tu sei».

Andrea, l’apostolo giusto.

5Andrea è rosso e non parla. Gesù lo attira a Sé e dice ridendo: «Bisognerebbe unire te e Simone in un solo filtro, sciogliervi e poi riformarvi. Sareste perfetti. Eppure… Se ti dico che, tanto dissimile in principio, sarai perfettamente uguale a Pietro alla fine della tua missione, lo crederesti?».

6«Tu lo dici e certo è. Non mi chiedo neppure come ciò possa essere. Perché tutto quello che Tu dici è vero. E sarò contento di essere come Simone, fratello mio, perché lui è un giusto e ti fa felice. É bravo Simone! Io sono tanto contento che egli sia bravo. Coraggioso, forte. Ma anche gli altri!…»

«E tu no?».

«Oh! io!… Solo Tu puoi essere contento di me…».

I santi Sacerdoti. (Insegnamento).

I Sacerdoti maestri e i Sacerdoti mimi.

 7«E accorgermi che lavori senza rumore e più profondamente degli altri. perché nei dodici c’è chi fa tanto rumore per quanto lavora. C’è chi fa molto più rumore di quanto non faccia lavoro, e c’è chi non fa altro che lavoro. Un lavoro umile, attivo, ignorato… Gli altri possono credere che egli non faccia nulla. Ma Colui che vede sa. Queste differenze sono perché ancora non siete perfetti. E ci saranno sempre fra i futuri discepoli, fra quelli che verranno dopo di voi, sino al momento che l’angelo tuonerà: “Il tempo non è più”. Sempre ci saranno i ministri del Cristo che saranno pari nell’opera e nell’attirare su di loro lo sguardo del mondo: i maestri. E vi saranno, purtroppo, quelli che saranno solo rumore e gesto esteriori, solo esteriori, i falsi pastori dalle pose istrioniche… Sacerdoti? No: mimi. Nulla di più.

I santi Sacerdoti

8Non è il gesto che fa il sacerdote e non lo è l’abito. Non è la sua mondana cultura né le relazioni mondane e potenti che fanno il sacerdote. É la sua anima. Un’anima tanto grande da annullare la carne. Tutto spirito il mio sacerdote… Così lo sogno. Così saranno i miei santi sacerdoti. Lo spirito non ha voce né ha pose da tragedo. É inconsistente perché spirituale, e perciò non può mettere pepli e maschere. É ciò che è: spirito, fiamma, luce, amore. Parla agli spiriti. Parla con la castità degli sguardi, degli atti, delle parole, delle opere.

9L’uomo guarda. E vede un suo simile. Ma oltre e sopra la carne che vede? Qualcosa che lo fa arrestare dal suo andare frettoloso, meditare e concludere: “Quest’uomo, a me simile, ha di uomo solo l’aspetto. L’anima è di angelo”. E, se miscredente, conclude: “Per lui credo che ci sia un Dio e un Cielo”. E, se lussurioso, dice: “Questo mio uguale ha occhi di Cielo. Freno il mio senso per non profanarli”. E se è un avaro decide: “Per l’esempio di costui che non ha attacco alle ricchezze, io cesso di essere avaro”. E se è un iracondo, un feroce, davanti al mite si muta in più pacato essere.

L’apostolo dal silenzioso e attivo amore.

10Tanto può fare un sacerdote santo. E, credilo, sempre ci saranno fra i sacerdoti santi quelli che sapranno anche morire per amore di Dio e di prossimo, e sapranno farlo così pianamente, dopo avere esercitato la perfezione per tutta la vita ugualmente pianamente, che il mondo neppure si accorgerà di loro. Ma se il mondo non diverrà tutto un lupanare e una idolatria, sarà per questi: gli eroi del silenzio e della operosità fedele. E avranno il tuo sorriso: puro e timido. Perché ci saranno sempre degli Andrea. Per grazia di Dio e per fortuna del mondo ci saranno!».

11«Io non credevo di meritare queste parole… Non avevo fatto nulla per suscitarle…»

12«Mi hai aiutato ad attirare a Dio un cuore. Ed è il secondo che tu conduci verso la Luce».

13«Oh! perché ha parlato? Mi aveva promesso…».

«Nessuno ha parlato. Ma Io so. Quando i compagni riposano stanchi, tre sono gli insonni all’Acqua Speciosa. L’apostolo dal silenzioso e attivo amore verso i fratelli peccatori. La creatura che l’anima pungola verso la salvezza. E il Salvatore che prega e veglia, che attende e spera… La mia speranza: che un’anima trovi la sua salute… Grazie, Andrea. Continua e siine benedetto».

14«Oh! Maestro!… Ma non dire nulla agli altri… Da solo a sola, parlando ad una lebbrosa in una spiaggia deserta, parlando qui ad una di cui non vedo il volto, io ancora so fare un pochino. Ma se gli altri lo sanno, Simone più di tutti, e vuole venire… io non so fare più nulla… Non venire neppure Te… Perché di parlare davanti a Te mi vergogno».

 15«Non verrò. Gesù non verrà. Ma lo Spirito di Dio è sempre venuto con te. Andiamo a casa. Ci chiamano per il pasto».

E tutto ha fine fra Gesù e il mite discepolo.

Lettera della Mamma.

La gioia di essere insieme.

16Stanno ancora mangiando e già hanno acceso le lampade, perché la sera scende rapidissima e anche la sizza consiglia a tenere chiusa la porta, quando viene bussato all’uscio e la voce allegra di Giovanni si fa sentire.

17«Ben tornati!».

«Avete fatto presto!».

«Che c’è, dunque?».

«Come siete carichi!».

Tutti parlano insieme, aiutando i tre a liberarsi dalle pesantissime sacche che hanno sulle spalle.

«Adagio!».

18«Lasciateci salutare il Maestro».

«Ma un momento!».

19Vi è un tumulto allegro, famigliare, per la gioia di essere insieme.

«Vi saluto, amici. Dio vi ha dato giornate serene».

20«Sì, Maestro. Ma non serene notizie. Lo prevedevo», dice l’Iscariota.

«Che c’è? Che c’è…».

La curiosità è desta.

«Fate che prima siano rifocillati», dice Gesù.

«No, Maestro. Prima ti diamo quanto abbiamo per Te e per gli altri. E per primo… Giovanni, dài la lettera».

«L’ha Simone. Io temevo di sciuparla nel carico».

21Lo Zelote, che è stato in lotta fino allora con Tommaso che lo voleva servire di acqua per i suoi piedi stanchi, accorre dicendo: «L’ho qui, nella borsa della cintura», e apre questa tasca interna della sua alta cintura di cuoio rosso estraendone un rotolo ormai divenuto piatto.

22«É tua Madre. Quando siamo stati presso Betania, abbiamo incontrato Gionata che andava da Lazzaro con la lettera e molte altre cose. Gionata va a Gerusalemme perché Cusa mette in ordine il suo palazzo… Forse Erode va a Tiberiade… e Cusa non vuole la moglie presso Erodiade», spiega l’Iscariota mentre Gesù scioglie i nodi del rotolo e svolge lo stesso.

Gli apostoli bisbigliano mentre Gesù legge con un sorriso beato le parole della Mamma.

Lettera di Maria.

«Udite», dice poi. «Vi è anche per i galilei qualche cosa. Mia Madre scrive:

23“A Gesù, mio dolce Figlio e Signore, pace e benedizione.

24Gionata, servo del suo Signore, mi ha portato doni gentili da parte di Giovanna che chiede benedizioni al suo Salvatore su lei, lo sposo e tutta la sua casa. Gionata mi dice che egli per ordine di Cusa va a Gerusalemme, avendo l’ordine di riaprire il palazzo in Sionne. Io benedico Iddio di questa cosa, perché posso così farti avere le mie parole e le mie benedizioni. Anche Maria d’Alfeo e Salome mandano ai figli baci e benedizioni. E, poiché Gionata fu buono oltre misura, vi sono anche i saluti della moglie di Pietro al marito lontano, e così i famigliari di Filippo e Natanaele mandano i loro. Tutte le vostre donne, o cari uomini lontani, coll’ago o col telaio, e col lavoro dell’orto, vi mandano vesti per questi mesi d’inverno, e dolce miele, raccomandandovi di prenderlo con acqua ben calda nelle umide sere. Abbiatevi cura. Questo mi dicono le madri e le spose di dirvi ed io lo dico. Anche al Figlio mio. Non ci siamo sacrificate per nulla, credetelo. Godete degli umili doni che noi, discepole dei discepoli di Cristo, diamo ai servi del Signore, e solo dateci la gioia di sapervi sani.

25Ora, amato Figlio mio, io penso che da quasi un anno Tu non sei più tutto mio. E mi sembra di essere ritornata al tempo in cui sapevo che Tu c’eri già, perché sentivo il tuo piccolo cuore battere nel mio seno, ma potevo anche dire che non c’eri ancora, perché mi eri separato da una barriera che mi impediva di carezzare il tuo corpo diletto e solo potevo adorarti lo spirito, o mio caro Figlio e adorabile Iddio. Anche ora so che ci sei e che il tuo cuore batte col mio, mai diviso da me anche se diviso, ma non ti posso accarezzare, udire, servire, venerare, Messia del Signore e della sua povera serva.

26Giovanna voleva andassi da lei perché non rimanessi sola nella festa dei Lumi. Io però ho preferito rimanere qui, con Maria, ad accendere i lumi. Per me e per Te. Ma fossi anche la più grande regina della Terra e potessi accendere mille e diecimila lumi, sarei al buio perché Tu non sei qui. Mentre ero nella perfetta luce, in quella scura grotta quando ti ebbi sul cuore, mia Luce e Luce del mondo. Sarà la prima volta che io mi dico: ‘Il mio Bambino oggi ha un anno di più’ e non ho il mio Bambino. E sarà più triste del tuo primo genetliaco in Matarea. Ma Tu fai la tua missione ed io la mia. Ed ambedue facciamo la volontà del Padre e operiamo per la gloria di Dio. Questo asciuga ogni lacrima.

27Caro Figlio, comprendo quanto fai da quanto mi viene detto. Come le onde da un aperto mare portano la voce del largo sino dentro ad un solitario e chiuso golfo, così l’eco del tuo santo lavoro per la gloria del Signore giunge nella quieta casetta nostra, alla tua Mamma che ne giubila e ne trema, perché se tutti parlano di Te non tutti ne parlano con uguale cuore. Vengono amici e beneficati a dirmi: ‘Sia benedetto il Figlio del tuo seno’, e vengono nemici tuoi a ferire il mio cuore dicendo: ‘Anatema a Lui!’. Ma per questi io prego perché sono degli infelici, ancora più dei pagani che vengono a chiedermi: ‘Dove è il mago, il divino?’ e non sanno di dire una grande verità, nel loro errore, perché veramente Tu sei sacerdote e grande come per l’antica lingua ha senso quella parola, e divino sei, o mio Gesù. Ed io te li mando dicendo: ‘Egli è a Betania ‘Perché così so dover dire fino a che Tu non ordini in altro modo. E prego per questi che vengono a cercare salute per ciò che muore, acciò trovino salute per lo spirito eterno.

28E, te ne prego. Non ti affliggere del mio dolore. È compensato da tanta gioia per le parole dei sanati di anima e di carne. Ma Maria ne ebbe e ne ha un dolore ancora più forte del mio; non a me soltanto si parla. Giuseppe d’Alfeo vuole che Tu sappia che egli, in un recente suo viaggio per affari a Gerusalemme, fu fermato e minacciato per causa di Te. Erano uomini del Gran Consiglio. Io penso che egli fu loro segnalato da qualche grande di qui. Perché altrimenti chi poteva conoscere Giuseppe come capo di famiglia e fratello tuo? Io ti dico questo per ubbidienza di donna. Ma per me ti dico: vorrei esserti vicino. Per darti conforto. Ma poi fa’ Tu Sapienza del Padre, senza tenere conto del mio pianto. Simone, tuo fratello, voleva quasi venire, dopo questo fatto. E con me. Ma la stagione lo ha trattenuto e più la tema di non trovarti, perché ci fu detto, e come una minaccia, che Tu dove sei non puoi rimanere.

      29Figlio! Figlio mio! Adorato e santo Figlio mio! Sto con le braccia alzate come Mosè sul monte[101], per pregare per Te in battaglia contro i nemici di Dio e i nemici tuoi, mio Gesù che il mondo non ama.

30Qui è morta Lia di Isacco. E ne ho avuto pena perché mi fu sempre buona amica. Ma la pena maggiore sei Tu, lontano e non amato. Io ti benedico, Figlio mio, e come io ti do pace e benedizione, ti prego darla Tu alla tua Mamma”».

Mondo di cattivi.

31«Arrivano fino in quella casa quegli spudorati!», urla Pietro.

32E Giuda Taddeo esclama: «Giuseppe… se la poteva tenere per sé la notizia. Ma… non gli è sembrato vero di poterla dare!».

33«Voce di iena non spaventa i vivi», sentenzia Filippo.

34«Il male è che non sono iene, sono tigri. Cercano preda viva», dice l’Iscariota. E volgendosi allo Zelote: «Di’ tu quanto abbiamo saputo».

35«Sì, Maestro. Giuda aveva ragione di temere. Siamo andati da Giuseppe d’Arimatea e da Lazzaro. E lì come aperti amici tuoi. E poi io e Giuda, come se io fossi un suo amico d’infanzia, da alcuni suoi amici di Sionne… E… Giuseppe e Lazzaro ti dicono di venire via subito durante queste feste. Non insistere, Maestro. È per tuo bene. Gli amici di Giuda, poi, hanno detto: “Guarda che è già deciso di venire a sorprenderlo per accusarlo. Proprio in questi giorni di feste in cui non c’è popolo. Si ritiri per qualche tempo. Per deludere queste vipere. La morte di Doras ha aizzato il loro veleno e la loro paura. Perché hanno paura oltre che odio. E la paura fa loro vedere ciò che non c’è, e l’odio fa dire anche la menzogna”».

Non facili entusiasmi, non facili depressioni.

L’Iscariota è depresso.

36«Tutto, ma tutto sanno di noi! È una cosa odiosa! E tutto alterano! E tutto esagerano. E quando pare loro che non ci sia ancora abbastanza per maledire, inventano. Io sono nauseato e accasciato. Mi viene volontà di esulare, di andare… non so… lontano. Ma via da questo Israele che è tutto un peccato…». L’Iscariota è depresso.

37«Giuda, Giuda! Una donna per dare al mondo un uomo lavora nove lune. Tu per dare al mondo la conoscenza di Dio vorresti fare più presto? Non nove lune. Ma millenni di lune ci vorranno. E come la luna nasce e muore ad ogni lunazione, apparendoci neonata, poi piena e poi scema, così sempre nel mondo, finché sarà, ci saranno fasi crescenti, piene e decrescenti di religione. Ma, anche quando sembrerà morta, essa viva sarà, così come la luna che c’è anche quando pare sia finita. E chi avrà lavorato a questa religione ne avrà merito pieno anche se solo una minoranza esigua rimarrà, sulla Terra, di anime fedeli. Su, su! Non facili entusiasmi nei trionfi e non facili depressioni nelle sconfitte».

Il Maestro non forza nessuno

38«Ma però… vieni via. Non siamo, noi, forti ancora. E sentiamo che davanti al Sinedrio avremmo paura. Io almeno… Gli altri non so… Ma credo imprudenza tentarlo. Non abbiamo il cuore dei tre fanciulli della corte di Nabucodonosor».

39«Sì, Maestro. È meglio».

«È prudente».

«Giuda ha ragione».

«Vedi che anche tua Madre e i parenti…».

«E Lazzaro e Giuseppe».

«Facciamoli venire per niente».

40Gesù apre le braccia e dice: «Sia fatto come volete. Ma poi si ritorna qui. Voi vedete quanti vengono. Io non forzo e non tento l’anima vostra. Non la sento pronta infatti… Ma vediamo i lavori delle donne».

Lavoro delle donne.

41Però, mentre tutti con occhi lieti e voci di gioia estraggono dalle bisacce i pacchi con le vesti, i sandali e le cibarie delle madri e delle mogli, e tentano interessare Gesù ad ammirare tanta grazia di Dio, Egli resta mesto e distratto. Legge e rilegge la lettera materna. Si è rincantucciato con una lucernetta nell’angolo più lontano dal tavolo su cui sono vesti, e mele, e vasetti di metallo, e formaggelle, e con una mano a far visiera agli occhi pare meditare. Ma soffre.

41«Ma guarda, Maestro, la mia sposa, poverina, che bella veste e che mantello col cappuccio mi ha fatto. Chissà quanto ha faticato, perché non è esperta come tua Madre», dice Pietro che gongola con le braccia cariche dei suoi tesori.

42«Belli, sì, belli. È una brava moglie», dice cortese Gesù. Ma con l’occhio lontano dalle cose mostrate.

43«A noi la mamma ha fatto due vesti tessute doppie. Povera mamma! Ti piacciono, Gesù? E’ un bel colore, non è vero?», dice Giacomo di Zebedeo.

«Molto bello, Giacomo. Ti starà bene».

44«Guarda. Scommetto che queste cinture le ha fatte tua Madre. È Lei che ricama così. E anche questo velo doppio per riparo dal sole io dico lo ha fatto Maria. È uguale al tuo. La veste no. E certo la mamma nostra che l’ha tessuta. Povera mamma! Dopo il tanto piangere fatto nell’estate, ci vede più poco e spesso le si spezza il filo. Cara!». E Giuda di Alfeo bacia la pesante veste di un rosso marrone.

Messianica prudenza.

45«Non sei allegro, Maestro», osserva finalmente Bartolomeo.

«Non guardi neppure le cose mandate a Te».

«Non può esserlo», ribatte Simone Zelote.

46«Penso… Ma… Rifate i pacchi. Mettete tutto a posto. Non è l’ora d’esser presi e non lo saremo. A notte alta, al chiaro di luna, andremo verso Doco. Poi a Betania».

47«Perché a Doco?».

«Perché vi è una donna che muore e attende da Me la guarigione».

48«Non passiamo dal fattore?».

«No, Andrea. Da nessuno. Così nessuno ha bisogno di mentire dicendo che non sa dove siamo. Se a voi preme non essere perseguitati, a Me preme non dare noie a Lazzaro».

«Ma Lazzaro ti aspetta».

49«E da lui andiamo. O meglio… Simone, mi ospiti nella casa del tuo vecchio servo?».

«Con gioia, Maestro. Tu sai tutto, ormai. Perciò ti posso dire per Lazzaro, per me e per chi in essa casa è: essa è tua».

«Andiamo. Fate presto. Per essere a Betania prima del sabato».

50Rientra Andrea, va vicino al suo Gesù e dice: «E quella donna? Mi spiace abbandonarla ora che pareva prossima a venire… È prudente… l’hai visto…».

51«Vai a dirle che torneremo fra qualche tempo e che intanto ricordi le tue parole…».

«Le tue, Signore. Io ho detto solo le tue».

52«Va’. Fa’ presto. E bada che nessuno ti veda. Invero in questo mondo di cattivi devono prendere aspetto di perfidi coloro che sono innocenti…».

53Tutto mi cessa qui, su questa grande verità.

  18. Ritorno all’Acqua Speciosa e scontro con i farisei che hanno aggredito e scacciato la “velata”[102].

Gesù condanna la violenza.

Il dono del vero apostolo.

1Gesù traversa insieme ai suoi apostoli i campi piatti dell’Acqua Speciosa. La giornata è piovosa e il luogo deserto. Deve essere verso mezzogiorno, perché quella larva di sole che esce ogni tanto da dietro il sipario bigio delle nuvole scende a perpendicolo. Gesù parla con l’Iscariota, al quale dà l’incarico di andare al paese per gli acquisti più urgenti. Quando resta solo lo raggiunge Andrea e, sempre timido, dice piano: «Mi ascolti, Maestro?».

2«Sì. Vieni con Me, avanti», e allunga il passo, seguito dall’apostolo, dilungandosi di qualche metro dagli altri.

3«La donna non c’è più, Maestro!», dice accorato Andrea. E spiega: «L’hanno percossa ed è fuggita. Era ferita e sanguinava. Il fattore l’ha vista. Sono andato avanti dicendo che andavo a vedere se non c’erano insidie, ma era perché volevo andare subito da lei. Speravo tanto di portarla alla Luce! Ho tanto pregato in questi giorni per questo… Ora è fuggita! Si perderà. Sapessi dove è, la raggiungerei… Non direi questo agli altri, ma a Te sì, perché mi capisci. Sai che non c’è senso in questa ricerca, ma solo desiderio  oh! tanto grande da essere un tormento, di portare in salvo una mia sorella…».

4«Lo so, Andrea, e ti dico: anche così come sono andate le cose, il tuo desiderio si compirà. Non è mai perduta la preghiera fatta in tal senso. Dio la usa ed ella si salverà».

«Tu lo dici? Oh! il mio dolore si fa più dolce!»

5«Non vorresti sapere che ne è di lei? Non ti importa neppure di non essere tu quello che me la condurrai? Non chiedi come farà?». Gesù sorride dolcemente, con tutto un brillare di luce nelle pupille azzurre chinate sull’apostolo che gli cammina al fianco. Uno di quei sorrisi e di quegli sguardi che costituiscono uno dei segreti di Gesù per conquistare i cuori.

6Andrea coi suoi dolci occhi castani lo guarda e dice: «Mi basta di sapere che venga a Te. Poi, io o un altro, che fa? Come farà? Questo Tu lo sai e a me non necessita di saperlo. Ho tutto nella tua assicurazione e sono felice».

7Gesù gli passa il braccio dietro le spalle e se lo attira a Sé in un abbraccio affettuoso che porta all’estasi il buon Andrea. E parla tenendolo così: «Questo è il dono del vero apostolo. Vedi, amico mio, la tua vita e quella degli apostoli futuri sarà sempre fatta così. Qualche volta saprete di essere i “salvatori”. Ma il più delle volte salverete senza sapere di avere salvato le persone che più vorreste salvare. Solo in Cielo vedrete venirvi incontro, o salire al Regno eterno, i vostri salvati. E il vostro giubilo di beati aumenterà per ogni salvato.

I “salvatori”.

8Qualche volta lo saprete dalla Terra. Sono le gioie che vi do per infondervi un vigore ancor maggiore per nuove conquiste. Ma beato quel sacerdote che non necessiterà di questi sproni per fare il proprio dovere! Beato quello che non si accascia per non vedere trionfi e dice: “Non faccio più nulla perché non ho soddisfazione”. La soddisfazione apostolica, tenuta come unico incentivo al lavoro, mostra non formazione apostolica, avvilisce l’apostolato, cosa spirituale, a livello di un comune lavoro umano. Non bisogna mai cadere nell’idolatria del ministero. Non siete voi quelli che devono essere adorati. Ma il Signore Iddio vostro. A Lui solo la gloria dei salvati. A voi l’opera di salvazione, rimettendo al tempo del Cielo la gloria di essere stati dei “salvatori”. Ma mi dicevi che il fattore l’ha vista. Racconta».

Salita sul monte della redenzione.

9Tre giorni dopo che eravamo partiti, sono venuti dei farisei a cercarti. Non ci hanno trovato, è naturale. Hanno girato il paese e le case della campagna mostrandosi ansiosi di Te. Ma nessuno lo ha creduto. Si sono messi all’albergo, sbrattandolo superbamente da tutti quelli che c’erano perché, dicevano, non volevano contatti con estranei ignoti che potevano anche profanarli. E tutti i giorni andavano alla casa.

10Dopo qualche giorno hanno trovato la poverina, che andava sempre là perché forse sperava trovarti e avere la sua pace. E l’hanno fatta fuggire inseguendola fino al suo ricovero nella stalla del fattore. Subito non l’hanno aggredita, perché egli era venuto fuori coi figli, e armati di randelli. Ma poi, a sera, quando lei è uscita, sono tornati ed erano insieme ad altri e, quando ella fu alla fonte, a sassate l’hanno presa chiamandola “meretrice” e additandola all’obbrobrio del paese. E poiché lei fuggiva, l’hanno raggiunta, malmenata, le hanno strappato il velo e il mantello perché tutti la vedessero e ancora l’hanno picchiata, imponendosi con la loro autorità al sinagogo perché la maledicesse per farla lapidare e maledicesse Te che l’avevi portata in paese. Ma lui non lo ha voluto fare e ora attende l’anatema del Sinedrio. Il fattore l’ha strappata alle mani di quei manigoldi e l’ha soccorsa. Ma nella notte lei se ne è andata lasciando un bracciale con una parola scritta su un brandello di pergamena. Ha scritto: “Grazie. Prega per me”. Il fattore dice che è giovane e bellissima, benché molto pallida e magra. L’ha cercata per le campagne perché era molto ferita. Ma non l’ha trovata. E non sa come possa essere andata lontano. Forse è morta così, in qualche posto… e non si è salvata…».

«No».

«No? Non è morta? O non si è perduta?».

11«La volontà di redenzione è già assoluzione. Anche fosse morta, sarebbe perdonata, perché ha cercato la Verità mettendosi sotto i piedi l’Errore. Ma non è morta. Sale le prime pendici del monte della redenzione. Io la vedo… Curva sotto il suo pianto di pentimento; ma il pianto la fa sempre più forte, mentre il peso decresce. Io la vedo. Procede incontro al Sole. Quando avrà salito tutta la china, ella sarà nella gloria del Sole-Dio. Sale… Aiutala col tuo pregare».

«Oh! mio Signore!». Andrea è quasi esterrefatto di potere aiutare un’anima alla sua santificazione.

12Gesù sorride più dolce ancora. Dice: «Bisognerà aprire le braccia e il cuore al perseguitato sinagogo e andare a benedire il buon fattore. Andiamo dai compagni. A dirlo loro».

Il Maestro condanna la violenza.

13Ma mentre, rifacendo il cammino già fatto, raggiungono i dieci che si sono fermati in disparte comprendendo che Andrea è in colloquio segreto col Maestro, viene di corsa l’Iscariota. Pare un farfallone che scorra sul prato, tanto corre veloce col mantello che gli svolazza dietro e facendo con le braccia una vera giostra di segni.

«Ma che ha?», chiede Pietro.

«É diventato matto?».

14Prima che nessuno possa rispondergli l’Iscariota, giunto vicino, può gridare, col fiato mozzo: «Fermo, Maestro. Ascoltami prima di andare alla casa… Insidia c’è. Oh! che vigliacchi!… e corre. Eccolo giunto: «O Maestro! Non si può più andare là! I farisei sono in paese e tutti i giorni vanno alla casa. Ti aspettano per nuocerti. Mandano via chi viene a cercarti. Con anatemi orrendi li spauriscono. Che vuoi fare? Qui saresti perseguitato e la tua opera resa nulla… Uno di loro mi ha visto e mi ha aggredito. Un brutto vecchio nasuto che mi conosce, perché è uno degli scribi del Tempio. Perché ci sono anche degli scribi. Mi ha aggredito afferrandomi con le sue zampe unghiute e insultandomi con la sua voce di falco. Finché ha insultato me e mi ha graffiato, guarda… (e mostra un polso e una guancia decorati di chiari segni di unghie) l’ho lasciato fare. Ma quando ha sbavato su Te, l’ho preso per il collo…».

«Ma Giuda!», urla Gesù.

15«No, Maestro. Non l’ho strozzato. Gli ho solo impedito di bestemmiarti e poi l’ho lasciato andare. Ora è là che muore di paura per il pericolo corso… Ma noi andiamo via, te ne prego. Tanto, nessuno potrebbe più venire a Te…».

16«Maestro!».

«Ma è un orrore!».

«Giuda ha ragione».

«Come iene all’agguato sono!».

«Fuoco del cielo che scendesti su Sodoma[103], a che non torni?».

17«Ma sai che sei stato bravo, ragazzo? Peccato che non c’ero anche io; ti avrei aiutato».

«Oh! Pietro! se c’eri anche tu, quel falchetto aveva per sempre perduto le penne e la voce».

18«Ma come hai fatto a… a non andare fino in fondo?».

«Mah!… Un lampo nella mente, il pensiero venuto da chissà qual fondo di cuore: “Il Maestro condanna la violenza”, e mi sono fermato, avendone un urto ancor più profondo di quello che avevo ricevuto dal muro contro cui mi aveva gettato lo scriba quando mi aveva aggredito. Ne ho avuto i nervi come spezzati… tanto che dopo non avrei avuto più forza di infierire. Che fatica vincersi!…»

«Sei proprio stato bravo! Vero, Maestro? Non esprimi il tuo pensiero?».

19Pietro è tanto felice dell’atto di Giuda che non vede come Gesù sia passato dal luminoso viso di prima ad un volto severo, che gli scurisce lo sguardo e gli serra la bocca che pare farsi più sottile. La apre per dire: «Io dico che sono più disgustato del vostro modo di pensare che della condotta dei giudei. Loro sono dei disgraziati nelle tenebre. Voi, che siete con la Luce, siete duri, vendicativi, mormoratori, violenti, approvatori dell’atto brutale come loro. Vi dico che mi date la prova di essere sempre quelli che eravate quando mi vedeste per la prima volta. E ne ho dolore. Riguardo ai farisei sappiate che Gesù Cristo non fugge. Voi ritiratevi. Io li affronto. Non sono un vile. Quando avrò parlato con loro e non li avrò persuasi, mi ritirerò. Non si deve dire che Io non ho cercato con ogni mezzo di attirarli a Me. Sono essi pure figli di Abramo. Io faccio il mio dovere fino in fondo. La loro condanna deve essere causata unicamente dalla loro mala volontà e non da una mia trascuranza verso loro». E Gesù va verso la casa, che mostra il suo tetto basso oltre una riga di alberi spogli.

Gli apostoli lo seguono a capo basso, parlando piano fra loro.

La malizia uccide l’anima.

20Eccoli alla casa. Entrano nella cucina in silenzio. E si danno da fare intorno al focolare. Gesù si assorbe nel suo pensiero.

Stanno per prendere il cibo quando un gruppo di persone si mostra alla porta.

21«Eccoli», bisbiglia l’Iscariota.

Gesù si alza subito e va verso di loro. É imponente tanto che il gruppetto arretra per un attimo.

22Ma il saluto di Gesù li rassicura: «La pace sia con voi. Che volete?».

Allora i vili credono di poter tutto osare e arrogantemente intimano: «In nome della Legge santa ti ordiniamo di lasciare questo luogo, Tu, turbatore delle coscienze, violatore della Legge, corruttore delle tranquille città di Giuda. Non temi la punizione del Cielo, Tu scimmiottatore del Giusto che battezza al Giordano, Tu che proteggi le meretrici? Via dalla terra santa di Giuda! Che il tuo alito non giunga da qui entro la cinta della città sacra».

23«Io nulla faccio di male. Insegno come rabbi, guarisco come taumaturgo, caccio i demoni come esorcista. Queste categorie sono pure in Giuda. E Dio, che le vuole, le fa rispettare e venerare da voi. Io non chiedo venerazione. Chiedo solo di lasciarmi fare del bene a coloro che hanno infermità nella carne, nella mente o nello spirito. Perché me lo vietate?».

«Tu sei un posseduto. Vattene».

24«L’insulto non è una risposta. Io vi ho chiesto perché me lo vietate, mentre agli altri lo permettete».

«Perché sei un posseduto e scacci i demoni e fai miracoli con l’aiuto dei demoni».

25«E i vostri esorcisti allora? Con l’aiuto di chi lo fanno?».

«Con la loro vita santa. Tu sei un peccatore. E per aumentare la tua potenza ti servi delle peccatrici, perché nel connubio si aumenta il possesso della forza demoniaca. La nostra santità ha purificato la zona dalla tua complice. Ma non permettiamo che Tu resti qui, per non attirare altre femmine».

26«Ma è casa vostra questa?», chiede Pietro che è venuto vicino al Maestro con aspetto poco raccomandabile.

«Non è casa nostra. Ma tutto Giuda e tutto Israele è nelle mani sante dei puri di Israele».

27«Che sareste voi!», termina l’Iscariota, venuto anche lui sull’uscio e che termina con una risata beffarda. E poi chiede: «E l’altro amico vostro dove è? Trema ancora? O vergognosi, andatevene! E subito. Altrimenti vi farò pentire di…».

Gesù piange per le anime.

28«Silenzio, Giuda. E tu, Pietro, torna al tuo posto. Udite voi, farisei e scribi. Per il vostro bene, per pietà dell’anima vostra, Io vi prego di non combattere il Verbo di Dio. Venite a Me. Io non vi odio. Capisco la vostra mentalità e la compatisco. Ma vi voglio portare ad una mentalità nuova, santa, capace di santificarvi e darvi il Cielo. Ma credete che Io sia venuto per combattervi? Oh! no! Io sono venuto per salvarvi. Sono venuto per questo. Vi prendo sul cuore. Vi chiedo amore e intelletto. Appunto perché siete i più sapienti in Israele, dovete comprendere più di tutti la verità. Siate anima e non corpo. Volete che Io ve ne supplichi in ginocchio? La posta è tale – l’anima vostra – che sotto i piedi mi metterei per conquistarla al Cielo, sicuro che il Padre non reputerebbe errore il mio umiliarmi. Dite! Dite una parola a Me che attendo!».

29«Maledizione, diciamo».

«Va bene. É detto. Andate pure. Io pure andrò». E Gesù volge le spalle tornando al suo posto. Curva il capo sul tavolo e piange.

30Bartolomeo chiude la porta perché nessuno dei crudeli che lo hanno insultato, e che se ne stanno andando con minacce e bestemmie al Cristo, veda questo pianto.

31Un lungo silenzio, poi Giacomo d’Alfeo carezza sul capo il suo Gesù e dice: «Non piangere. Noi ti amiamo. Anche per loro».

32Gesù alza il volto e dice: «Non piango per Me. Piango per loro che si uccidono, sordi ad ogni invito».

33«Che faremo ora, Signore?», chiede l’altro Giacomo.

«Andremo in Galilea. Domani mattina partiremo».

34«Non oggi, Signore?».

«No. Devo salutare i buoni del luogo. E voi verrete con Me».

19. Commiato dal fattore. Timoneo diviene discepolo. Partenza
per la Galilea
[104].

Commiato dal fattore

Aglae divenuta donna onesta

1«Signore, io non ho fatto che il mio dovere verso Dio, verso il mio padrone e verso l’onestà di coscienza. Quella donna io l’ho sorvegliata in questo tempo che era mia ospite e l’ho vista sempre onesta. Sarà anche stata una peccatrice. Ora non lo è. Perché devo indagare su un passato sul quale ella ha messo una cancellatura per annullarlo? Io ho figli giovanotti e non brutti. Lei non ha mai mostrato il suo volto, veramente bello, né fatto udire la sua parola. Posso dire che ho sentito il tono della sua voce d’argento quando urlò per la ferita. Altrimenti ella, quel poco che chiedeva, e sempre a me o alla moglie mia, lo sussurrava dietro il velo, e così piano che quasi non si capiva. Vedi anche come fu prudente. Quando temette che la sua presenza potesse nuocere, se ne andò… Io le avevo promesso difesa e aiuto. Ma lei non se ne valse. No. Così non fanno le donne perdute! Io pregherò per lei, come lei ha chiesto, e anche senza questo ricordo. Tienilo, Signore. Fanne elemosina e a suo bene. Fatta da Te, le varrà certo pace».

Commiato dal fattore

2Il fattore parla rispettosamente a Gesù. É un bell’uomo dal volto onesto e dal corpo tarchiato. Dietro lui sono sei giovanottoni simili al padre, sei volti schietti e intelligenti, e vi è la moglie, una donnina sottile e tutta dolcezza, che ascolta il suo uomo come ascolterebbe un dio, annuendo di continuo col capo.

3Gesù prende il bracciale d’oro e lo passa a Pietro dicendo: «Per i poveri». Poi si rivolge al fattore: «Non tutti hanno la tua rettezza in Israele. Tu sei sapiente, perché distingui il bene dal male e segui il bene senza valutare l’utilità umana di farlo. In nome dell’eterno Padre Io benedico te, i tuoi figli, la tua sposa, la tua casa. Conservatevi sempre in queste disposizioni di spirito e il Signore sarà sempre con voi, e avrete la vita eterna. Io ora vado. Ma non è detto che mai più ci si riveda. Io tornerò e voi potrete sempre venire a Me. Per quanto avete fatto per Me e per quella povera creatura, Dio vi dia la sua pace».

4Il fattore, i figli, ultima la donna, si inginocchiano e baciano i piedi di Gesù, che dopo un ultimo gesto di benedizione si allontana insieme ai discepoli, dirigendosi verso il paese.

5«E se ci sono ancora quei brutti esseri?», chiede Filippo.

«Non si può impedire a nessuno di andare per le vie della terra», risponde Giuda d’Alfeo.

6«No. Ma noi per loro siamo “anatema”».

«Oh! lasciali fare! Te ne preoccupi?».

«Io non me ne preoccupo altro che perché il Maestro non vuole le violenze. E loro, che lo sanno, se ne avvalgono», brontola Pietro fra la barba.

7E certo crede che Gesù, che parla con Simone e l’Iscariota, non senta.

8Ma Gesù sente e si volta per metà severo, per metà sorridente e dice: «Tu credi che Io vincerei facendo violenza? Ma questo è un povero sistema umano e che serve, temporaneamente, per vittorie umane. Quanto tempo dura la sopraffazione? Finché da se stessa genera nei sopraffatti delle reazioni che, riunendosi, formano una violenza maggiore, che abbatte la sopraffazione preesistente. Io non voglio un regno temporaneo. Io voglio un regno eterno: il Regno dei Cieli. Quante volte ve l’ho detto? Quante ve lo dovrò dire? Lo capirete mai? Sì. Verrà il momento che lo capirete».

9«Quando, Signor mio? Io ho fretta di capire per essere meno ignorante», dice Pietro.

10«Quando? Quando sarete macinati come il grano fra le pietre del dolore e del pentimento. Potreste, anzi dovreste capire prima. Ma per fare questo dovreste spezzare la vostra umanità e lasciare libero lo spirito. E questa forza su voi stessi non la sapete fare. Ma capirete… capirete. E allora, anche, capirete che non potevo usare violenza, mezzo umano, a stabilire il Regno dei Cieli: il Regno dello spirito. Ma intanto non abbiate paura. Quegli uomini che vi danno pensiero non ci faranno nulla. A loro basta di avermi cacciato».

Il sinagogo Timoneo diviene discepolo

Verso la casa del sinagogo

11«Ma non era più facile fare avvisare il sinagogo di venire dal fattore o di attenderci sulla via maestra?».

«Oh! che uomo prudente è oggi il mio Tommaso! Ma no che non era facile. O meglio: era più facile, ma non era giusto. Egli ha mostrato eroismo per Me e nella sua casa fu insolentito per causa mia. É giusto che Io, nella sua casa, lo vada a consolare».

Tommaso si stringe nelle spalle e non parla più.

12Ecco il paese, vasto ma molto rurale con case fra dei frutteti, ora spogli, e con molti ovili. Deve essere un posto atto alla pastorizia, perché vi è un grande belare da tutte le parti per greggi che vanno o vengono dai pascoli della pianura. La solita crocevia di vie che ha, nel luogo dove si incrocia, la piazza con la fontana al centro. E lì è la casa del sinagogo.

Lo scrupolo del sinagogo.

13Apre una donna anziana, che ha chiari segni di pianto sul volto. Pure, vedendo il Signore, ha un moto di gioia e si prostra con una benedizione.

14«Alzati, madre. Sono venuto per dirvi addio. Dove è tuo figlio?».

«É là…», e accenna una stanza in fondo alla casa.

15«Sei venuto a consolarlo? Io non sono capace…».

«È dunque sconsolato? Si duole di avermi difeso?».

16«No, Signore. Ma è preso da uno scrupolo. Ma Tu l’udrai. Lo chiamo».

17«No. Vado Io. Voi attendete qui. Andiamo, donna».

18Gesù fa i pochi metri del vestibolo, spinge l’uscio, entra nella stanza, si avvicina piano ad un uomo seduto, curvo verso terra, assorto in dolorose meditazioni.

19«La pace a te, Timoneo».

«Signore! Tu!».

20«Io. Perché tanto triste?».

«Signore… io… Mi hanno detto che ho peccato. Mi hanno detto che sono anatema. Io mi esamino. E non mi pare d’esserlo. Ma loro sono i santi d’Israele, ed io il povero sinagogo. Certo hanno ragione. Ora io non oso più alzare lo sguardo al volto corrucciato di Dio. E ne avrei tanto bisogno in quest’ora! Io lo servivo con vero amore e cercavo di farlo conoscere. Ora sarò privato di questo bene, perché il Sinedrio certo mi maledice».

21«Ma il dolore quale è? Di non essere più il sinagogo, o di essere impossibilitato a parlare di Dio?».

«Ma è questo, Maestro, che mi dà dolore! Penso che Tu dica se mi spiace di non essere sinagogo per l’utile e l’onore che se ne trae. Di questo non mi curo. Non ho che mia madre e che è nativa di Aera, dove ha una piccola casa. Il tetto per lei e di che vivere per lei c’è. Per me… sono giovane. Lavorerò. Ma non oserò mai più parlare di Dio, io che ho peccato».

22«Perché hai peccato?».

«Dicono che sono complice del… O Signore! Non mi fare dire!…».

23«No. Io lo dico. Non lo dico neppure. Io e te sappiamo le loro accuse ed Io e te sappiamo che non sono vere. Perciò tu non hai peccato. Io te lo dico».

24«Allora io posso ancora alzare lo sguardo all’Onnipotente?»

«Che, figlio?». Gesù è tutto dolcezza mentre si curva sull’uomo, che si è arrestato bruscamente come intimorito. «Che? Il Padre mio lo cerca il tuo sguardo, lo vuole. Ed Io voglio il tuo cuore e il tuo pensiero. Sì, il Sinedrio ti colpirà. Io ti apro le braccia e dico: “Vieni”. Vuoi essere un mio discepolo? Io vedo in te quanto è necessario per essere un operaio del Padrone eterno. Vieni alla mia vigna…».

Il sinagogo, discepolo del Messia.

25«Ma dici davvero, Maestro? Madre… ma senti? Io sono felice, madre mia! Io… benedico questo dolore perché mi ha dato questa gioia. Oh! facciamo gran festa, madre. E poi io andrò col Maestro e tu tornerai alla tua casa. Vengo subito, Signor mio, che hai annullato ogni mio timore, e dolore, e paura di Dio».

26«No. Tu attenderai la parola del Sinedrio. Con cuore sereno e senza livore. Tu al tuo posto, finché a quel posto sei lasciato. Poi mi raggiungerai a Nazareth o a Cafarnao. Addio. La pace sia con te e con la madre tua».

Incomincia il ritorno verso la Galilea (Gv 4,1-3).[105].

27«Non ti fermi nella mia casa?»

«No. Verrò nella casa di tua madre».

28«È paese poco fedele».

«Gli insegnerò fedeltà. Addio, madre. Sei felice, ora?». Gesù la carezza, come sempre fa con le donne anziane alle quali, noto, dà quasi sempre il nome di “madre”.

29«Felice, Signore. Avevo allevato un maschio al Signore. Il Signore me lo prende per servo del suo Messia. Ne sia benedetto il Signore. Benedetto Te che sei il suo Messia. Benedetta l’ora che qui sei venuto. Benedetta la mia creatura chiamata al tuo servizio».

30«Benedetta sia la madre santa come Anna d’Elcana[106]. La pace sia con voi».

31Gesù esce, seguito dai due. Raggiunge i discepoli, saluta ancora e poi incomincia il ritorno verso la Galilea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 


[1] 25 febbraio 1945. GESU’ DI NAZARETH. La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, Opera inedita Vol 2 N° 117

[2] 26 febbraio 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 118

[3] IL VANGELO ETERNO: Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea; e là si trattenne con loro. (Gv 3,22)

[4] La vita eterna è il respiro dello spirito, è il battito dell’amore divino, è l’attimo vitale che non finisce mai, è l’istante psichico che dura per sempre, è l’abbraccio razionale di tutti i tempi, passato, presente e futuro perché non ci sono tempi a saziare la vita dello spirito eterno. Così come il punto centrale di un cerchio, corrisponde a tutta la circonferenza del cerchio e a ciascuno dei suoi punti, con i quali egualmente è in relazione; così la vita eterna corrisponde a tutto il tempo e a ciascuno dei suoi istanti, e vive in modo meraviglioso ciò che l’eternità contiene. Così come l’immensità di Dio possiede in un solo punto tutta la grandezza divina, che si dilata dovunque, senza termine né confine, in modo che non ce n’è meno in un punto solo che in milioni di leghe; così la vita eterna raccoglie in un attimo senza fine tutta la esperienza vitale di eternità.

[5] Il bene cui sarà unita l’eternità diviene infinitamente migliore; al contrario, il male a cui sarà unita l’eternità diviene infinitamente peggiore e ciò in due modi. Il primo, quanto alla durata, perché le dà una durata infinita. Il secondo, quanto all’intensità e la ragione è che riunisce in ogni istante tutto come a sé, di modo che in ogni istante si sente ciò che riunisce in tutta la durata; e, dovendo durare all’infinito, racchiude un infinito in ogni istante, sentendosi ogni istante ciò che ha di passato, di presente e di futuro. Il bene e il male nell’eternità, quanto alla durata non hanno fine e quanto all’intensità non hanno misura.

[6] Giovanni il Battista Mt. 3,1-12; 14,1-12; Mc. 1,1-8; 6,14-29; Lc. 3,2-20; 9,7-9.

[7] 27 febbraio 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 119

[8] “E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele” (Michea 5,1-5).

[9] “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Numeri 24,17).

[10] Vuol dire: “da Me che sono il Perdono – Colui che perdona chi si pente”.

[11] Non è un modo di dire ne è una iperbole, ma semplice logica della misericordia infinita. Dio nessuno lo può uccidere realmente, ma nella sua immagine viva e perfetta che è l’Uomo-Dio, Gesù di Nazareth, è stato, simbolicamente, ucciso Dio, eppure Gesù chiede perdono per i suoi carnefici.

[12] Il Signore scese sul monte Sinai: “sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore… Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono” (Esodo 19,16-19. È consigliabile leggere tutto il capitolo 19).

[13] “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me… Io sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi” (Esodo 20,2-6). “Il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Deuteronomio 6,4).

[14] < Dio, infatti, non lo distruggerà ed egli non si convertirà. Perciò, quantunque abbia avuto un principio, non avrà fine >

[15] IL VANGELO ETERNO: E Gesù battezzava. Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché c’era là molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era stato ancora imprigionato (Gv 3,22-24).

[16] < Un bacio di Gesù è comunicazione di Divino Amore, perciò di Spirito Santo. Di quello stesso Amore o Spirito per la virtù del quale il Battesimo cancella il peccato e rigenera>

      [17] MOISGAA è il mostro delle sette teste, che sono i sette vizi capitali. Finché un vizio sia vivo in una persona, questa è satanica cultrice di tale mostro, per operare miracoli è necessario che questa satanicità muoia con la vittoria sui sette vizi capitali. Infatti, il nome di questo mostro si decifra così: Menzogna, Orgoglio, Ira, Superbia, Gola, Avarizia e Accidia. Chi opera miracoli senza uccidere questo mostro è servo di Satana.

[18]  28 FEBBRAIO 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 120. Esodo 20,3-6

[19] 1° MARZO 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 121.

[20] “Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano” (Esodo 20,7). “Perché il Signore non ritiene innocente chi pronuncia invano il suo nome” (Dt 5,11). 

[21] Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro. Eseguirete ogni cosa secondo quanto ti mostrerò (Esodo: Es. 25,8-9; Es. 40,34-35). “Nel giorno in cui la Dimora fu erette, la nube coprì la Dimora, ossia la tenda della testimonianza; alla sera essa aveva sulla Dimora l’aspetto di un fuoco che durava fino alla mattina. Così avveniva sempre: la nube copriva la Dimora e di notte aveva l’aspetto del fuoco” (Numeri: Nm, 9,15-16).

[22] Il serpente (Genesi: Gen 3,1); Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana (Apocalisse: Ap 12,9). Il diavolo, quindi, tentò nell’ora in cui il Signore non passeggiava nell’Eden; infatti continua il racconto, dicendo: “Poi udirono il signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino” (Gen 3,8). Poi, ciò dopo la tentazione, udirono il Signore che passeggiava nell’Eden. Chi si vergogna di essere in peccato, sente la presenza del Signore.

[23] 3 MARZO 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 122

      [24] “Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Sap. 2,23-24; Genesi 3,1-6)). “Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Romani: Rm 5,12). “Perché il salario del peccato è la morte” (Rm 6,23). 

      [25] “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19,18-19)

[26] 4 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 123

[27] “Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6,18-20)

[28] Vi si afferma unicamente che matrimonio peccaminoso è quello infecondo per prava volontà, cioè per malizia. Onde, nel contesto, figurano parole come le seguenti: “lupanare, libidine, respinge, fugge, rifiutarsi, sperdere, meretricio, volutamente sterili, prezzolate femmine, avviliti fino a sotto la bestia, inconcepibili unioni”. E con tutta esattezza si conclude: “… il matrimonio… cessa d’esser santo quando, per malizia, diviene infecondo…”

[29] “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (gen. 2,24). “Dio li benedisse e disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra ’” (gen. 1,28)

[30] “Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio. Non ti abbrutirai con alcuna bestia per contaminarti con essa; la donna non si abbrutirà con una bestia; è una perversione. Non vi contaminate con nessuna di tali nefandezze. Perché quanti commetteranno qualcuna di queste pratiche abominevoli saranno eliminati dal loro popolo” (Lv. 18,22-30).

[31] 5 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 124

    [32] “Il gocciolar continuo in tempo di pioggia e una moglie litigiosa, si rassomigliano” (Pr 27,15) “I litigi della moglie sono come stillicidio incessante” (Pr. 19,13). “Prima del fuoco vapore e fumo nel camino, così prima dello spargimento del sangue le ingiurie” (Sir 22,24).

[33] 6 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 125

      [34] Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro” (Es. 20,8-11; Dt 5,12-15)

      [35] “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto” (Gen 2,3). “In tutto dovrete osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno tra me e voi, perché si sappia che io sono il Signore che vi santifica, perché lo dovete ritenere santo. Chi lo profanerà sarà messo a morte, sarà eliminato dal suo popolo. Durante sei giorni si lavori, ma il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore. Osserveranno il sabato, festeggiando il sabato come un’alleanza perenne. Esso è un segno perenne fra me e gli Israeliti” (Es. 31,13-17).

[36] 10 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 128

[37] Il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore (Rm 13,9-10). Chiunque osserva tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto; infatti colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche: Non uccidere. Ora se tu non commetti adulterio, ma uccidi, ti rendi trasgressore della legge. Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia” (Giacomo: Gc 2,10-13).

[38] Es. 21,12-32; Lv 24,17-22; Num 35,9-34

[39] Quando uno colpisce il suo prossimo e questi non è morto, ma debba mettersi a letto, se poi si alza, chi lo ha colpito sarà ritenuto innocente (Es 21,18-19). Quando uno colpisce il suo schiavo o la sua schiava, se sopravvive un giorno o due, non sarà vendicato, perché è acquisto del suo denaro (Es 21, 20-21).

[40] <Quanto al fatto che Adamo abbia imposto agli animali un nome appropriato, vedi Genesi 2,19-20>

[41] <A Maria Ss. ma, Super-Eva, che raggiunse e superò di gran lunga la perfezione dei Progenitori, Iddio riservò nuovamente, secondo questa Opera, “una dolcissima dormizione” senza vera e propria morte. Come si vedrà a suo luogo>

[42] “Cristo Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Filippesi 2,7-8). Abbiate in voi gli stessi sentimenti.

[43] “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Gen 1,28). “Non vi sarà nel tuo paese donna che abortisca” (Es. 23,26). “Osserverai i comandi del Signore tuo Dio. Egli ti amerà e benedirà il frutto del tuo seno” (Dt. 7,11.13)

[44] <sottintendi: se rimane impenitente. Si legge infatti nel seguente paragrafo, a riguardo del crudelissimo Doras: “…Sarebbe bastato il pentimento sincero… Ma egli era l’impenitente…”. Dunque, Iddio perdona a qualsiasi peccatore, a condizione però che si penta. >

[45] 11 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 127

[46] Tobia capitolo 5

[47] IL VANGELO ETERNO: Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo la purificazione. Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: “Rabbi, colui che era con te dall’altro lato del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a Lui” (Gv 3,25-26).

[48] IL VANGELO ETERNO: Gesù è il Messia:

Giovanni rispose: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Messia, ma io sono stato mandato innanzi a Lui (Gv 3,27-28).

[49] IL VANGELO ETERNO: Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Bisogna che Egli cresca e io diminuisca (Gv 3,29-30).

[50] IL VANGELO ETERNO: Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti.  Egli attesta ciò che ha visto e udito; eppure nessuno accetta la sua testimonianza; chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero (Gv 3,31-33).

[51] IL VANGELO ETERNO: Infatti Colui che Dio ha mandato annunzia le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la Vita Eterna; chi non crede nel Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui” (Gv 3,34-36).

[52] “Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio. Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia” (Rm 6,12-14). Vedere anche i passi biblici dai quali risulta la nobiltà o santità del corpo umano, la cura che Dio ne ha, la meta a cui è destinato: Romani 8,1-13.23; 1 Corinzi 3,16-17;

[53] Nadab ed Abiu erano figli di Arone (Es 6,23); “Essi videro il Dio d’Israele” (Es 24,9-11); furono consacrati sacerdoti dell’Altissimo (Es. 28,1); “Offrirono davanti al Signore un fuoco illegittimo, che il Signore non aveva loro ordinato. Ma un fuoco si staccò dal Signore e li divorò e morirono così davanti al Signore” (Levitico 10,1-2).

[54] 12 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 128

[55] <espressione da interpretarsi alla luce di: (Mt 19,16-17; Mc 10,17-18; Lc 18,18-19). “Il Padre mio è più grande di tutti” (Gv 10,29).

[56] “Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Es 20,17; Dt 5,21).

[57] L’antica parola è sempre: “Fui tentato”. Infatti, così risposero Adamo ed Eva alle domande del Signore: “Adamo hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”. Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. (Gen 3,11-13). 

[58] Da dove risulta che l’infinita purezza del Verbo, solo per misericordia e per redenzione avvicinava i peccatori nella lussuria.

[59] <È il luogo in cui il Portavoce fu trasportato nel periodo dello sfollamento>

[60] 13 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 129

      [61] Lo spirito pitone è il demonio che esercita la divinazione, il sortilegio, l’augurio, la magia, l’incantesimo, lo spiritismo, la negromanzia e attira l’ira di Dio dovunque operi: “Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia” (Lv 19,26) “Non vi rivolgete ai negromanti né agli indovini; non li consultate per non contaminarvi per mezzo loro” (Lv 19,31). “Se un uomo si rivolge ai negromanti e agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo” (Lv 20,6). “Non si trovi in mezzo a te chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore” (Dt 18,10-12). Una giovane aveva uno spirito di divinazione. Paolo si volse e disse allo spirito: “In nome di Gesù Cristo ti ordino di partire da lei”. E lo spirito partì all’istante” (Atti 16,16-24).

      [62] <L’anima qui viene detta immortale come il suo Creatore, nel senso che essendo spirituale e non avendo perciò in sé stessa un principio di corruzione, una volta creata da Dio, mai cesserà di esistere>

[63] 14 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 130

[64] “Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” (Es 20,16; Dt 5,20)

[65] “Nessuno può portare la maschera per molto tempo. Tutto ciò che è travestito mostrerà presto o tardi la sua vera natura” (Seneca)

[66] Al bugiardo conviene avere buona memoria (Quintiliano)

[67] La verità è il più gradevole dei suoni (Platone)

[68] “Se vuoi che i tuoi affari abbiano buon esito, ti consiglio di aver sempre dinanzi la verità” (Cervantes)

[69] “Brutta macchia nell’uomo la menzogna, si trova sempre sulla bocca degli ignoranti. Meglio un ladro che un mentitore abituale, ma tutti e due condivideranno la rovina. L’abitudine del bugiardo è un disonore, la vergogna lo accompagnerà sempre” (Siracide 20,24-26).

[70] “La verità è sempre la stessa in ognuna delle sue parti” (Seneca).

[71] Il linguaggio della verità è seme di libertà

[72] Proverbi 6, 12-19

[73] “Veniamo ingannati dal simulacro della verità” (Orazio)

[74] Genesi 28,1-22

[75] 15 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 131

[76] Un cuore tranquillo è la vita di tutto il corpo, l’invidia è la carie delle ossa (Proverbi: Pr 14,30)

[77] E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini su ogni essere vivente” (Gen 1,26.28). Ma l’uomo volle diventare come Dio: “Il serpente disse alla donna: ‘Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il Male” (gen. 3,4-5). Così l’uomo divenne inviso a Dio: “Il Signore Dio scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita” (gen. 3,23-24).

[78] Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto… Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise” (Gen 4,1-16)

[79] Numeri 12,1-15

[80] <Come appare dagli esempi premessi, non si intende attribuire agli uccelli un’intelligenza spirituale e ragionante come quella degli uomini, ma un’intelligenza nel senso etimologico o metaforico: un’intelligenza pratica, che comunemente si chiama istinto>

[81] Mt 14,3-12; Mc 6,14-29; Lc 3,19-20; 9,7-9

[82] Es. 32,1-35

[83]  Samuele 11,1-27

[84] 17 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 132

[85] 1 Maccabei 4,36-52

[86] Esodo Cap. 32

[87] 1 Re Cap. dal 11 al 13; 2 Cronache 10,1-11

[88] 1 Maccabei Cap. 1; 2 Maccabei Cap. dal 4 al 7

[89] Es 16,5

[90] 2 Samuele 11,1-12

[91] 2 Samuele 13,1-38; 18.1-18

[92] 2 Maccabei 3,1-34

[93] 2 Maccabei Cap. 4 e 5; 13,1-8

[94] Daniele Cap. 13

[95] Salmo 130 (129)

[96] Salmo 51 (50)

[97] “Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare la Buona Novella ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore” (Isaia 61,1-2).

[98] “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni… Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia” (Ezechiele34,11-16).

[99] Cioè la Chiesa, che è la Terra viva, la Gerusalemme terrena e poi il Cielo, la Gerusalemme celeste; vedi Isaia 65,17; 66,22; Apocalisse 21.

[100] 18 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 133

[101] Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio”. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek (Esodo 17,8-16).

[102] 15 aprile 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 137

      [103] Genesi 19,1-29

[104] 16 aprile 1945.  Poema: II, 105.  La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 138

      [105] IL VANGELO ETERNO: Gesù lascia la Giudea. Quando il Signore seppe che i farisei avevano udito che Gesù faceva più discepoli e battezzava più di Giovanni, – sebbene non battezzasse Gesù personalmente, ma i suoi discepoli -, lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea (Gv 4,1-3).

      [106] 1 Samuele 1,1-28; 2,1-11

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