Nuova Evangelizazzione
I CRUDELI NEMICI DEL MESSIA GESU’ DI NAZARETH
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori
S O M M A R I O
Notizie sul riscatto di Giona.
L’acquisto di un grande merito in Cielo.
Incontro del Santo e la bestia.
Fariseo subdolo, mentitore, spergiuro, assassino.
2. “Non ammazzare”. Morte di Doras.
Morte di Doras il Mostro crudele.
3. “Non tentare il Signore Iddio tuo”.
Notizie sull’impenitente Doras.
Non tentare il Signore Iddio tuo
Chiedere con gli atti il perdono
4.L’ira di Dio sui campi di Doras.
L’ira di Dio sui campi di Doras
5. Disputa con i dottori nel Tempio.
Il Regno di Dio è nel cuore dei buoni.
Ognuno dà ciò che è e ciò che ha.
La colpa dei dottori in Israele è inescusabile.
L’ invito del fariseo Elchia (Lc 11,37)
6. Invettiva contro farisei e dottori al convito in casa del sinedrista Elchia.
Al convito del sinedrista e fariseo.
Nella casa del fariseo (Lc 11,37)
Alle tavole senza indugio (Lc 11,37).
Il Messia Re d’Israele è in mezzo a te.
Il fariseo Daniele riconosce in Gesù il Messia.
Lo scandalo del fariseo (Lc11,38).
L’astuzia colpevole del fariseo Elchia.
Invettiva contro i frisei e i dottori.
Corrutori dello Spirito e del corpo (Lc11,38).
Fate opere regali e sante (Lc 11,40-41).
Dio vuole amore e giustizia (Lc 11,42).
Dio vuole trasparenza (Lc 11,44).
Il giudizio di Dio è voce che resta (Lc 11,45).
La Legge di Dio è uguale per tutti (Lc 11,46).
Dio vuole testimoni onesti (Lc 11, 47-51).
Dio vuole la vera Scienza (Lc 11,52).
Cospirazione contro il Messia (Lc 11,53-54).
7. Elchia e gli odiatori del Cristo nell’agonia di Lazzaro.
Accoglienza e ospitalità perfetta.
XX. A Daniel, parente del fariseo Elchia, con il sinedrista Simone.
8. Gionata di Uziel Le spighe colte nel giorno di sabato.
I discepoli ebbero fame (Mt 12,1; Mc 2,23; Lc 6,1).
Lo scandalo dei farisei (Mt 12,2; Mc 2,24; Lc 6,2).
Volontà di ubbidire alla Legge.
Davide in giorno di sabato (Mt 12,3-4; Mc 2,25-26; Lc 6,3-4)
I sacerdoti in giorno di sabato. (Mt 12,5-6).
L’amore misericordioso e la Legge(Mt 12,7-8; Mc 2,27-28;Lc 6,5).
I discepoli ebbero fame (Mt 12,1; Mc 2,23; Lc 6,1).
Lo scandalo dei farisei (Mt 12,2; Mc 2,24; Lc 6,2).
Volontà di ubbidire alla Legge.
Davide in giorno di sabato (Mt 12,3-4; Mc 2,25-26; Lc 6,3-4)
I sacerdoti in giorno di sabato.(Mt 12,5-6).
L’amore misericordioso e la Legge(Mt 12,7-8; Mc 2,27-28;Lc 6,5).
10. Parabola dei figli lontani. Guarigione dei due figli ciechi dell’uomo di Petra.
Come si merita il Regno dei Cieli.
Parabola dei figli lontani dalla casa paterna.
Applicazione: Volontà tessa ad ubbidire Dio.
La Legge è necessaria non i commenti
Guarigione dei due figli ciechi.
Pane amaro e miele che tempera
11. Profezie di Sabea di Betlechi. Opposizione di Sadoc. Giudizio del Messia.
Il Messia benedice le terre della Fraternità.
Il Messia conosce l’intenzione degli uomini.
Senza discernimento le prove non bastano.
Profetessa e testimone del Messia.
La profetessa adora il Messia.
Sabea, il tipo classico della donna ebrea.
Il Santo dei Santi chiuso nell’Uomo-Messia.
La Donna preannunziata dai profeti.
Ultima, delle voci che grida il delitto d’Israele.
Sabea di Carmel teme il Signore ma non la morte.
Ululo, pianto e voce dei profeti.
Allegoria del Giordano in piena.
Il Messia è Re di tutte le anime.
Futuro di un popolo maledetto.
Serpenti accecati da superbia.
SCRIVI E RABI CRUDELI COL MESSIA
12. Il nido caduto e lo scriba crudele. La lettera e lo spirito della Legge.
La lettera e lo spirito della Legge.
La lettera sola uccide, lo spirito vivifica. (Insegnamento)
“Felici quelli che in ogni cosa sanno vedere Dio”. (Insegnamento)
13. Scontro con i rabbi al sepolcro di Hillele.
Giscala fiorente città rabbinica.
Il Messia è la Fonte di acqua viva.
Presso i confini fenici (Mc 7,31).
15. A Betlem, nella casa di un contadino e nella grotta della Natività.
Presso il sepolcro di Rachele.
L’odio porta seco maledizione.
Il pellegrino porta seco benedizione.
Il buono e il cattivo è ovunque.
La luce splende nelle tenebre.
Le tenebre non l’hanno accolto.
L’alloggio del Re d’Israele (Insegnamento).
Gesù racconta la notte del suo natale.
16. All’albergo di Betlem e sulle macerie della casa di Anna.
L’apostolo delle missioni difficili.
“Fratelli della mia terra” (Discorso).
17. Cacciata da Nazareth e conforto alla Madre. Riflessioni.
Il Messia Liberatore(Lc 4,18-21).
Incredulità e ostilità (Lc 4,22-27).
Il Messia se ne va dal cuore incredulo(Lc 4.28-30).
Le cause dei dolori di Gesù e di Maria.
18. Un’accusa dei nazareni a Gesù, respinta con la parabola del lebbroso guarito.
Giorno di pace e gioia (Mt 13,53; Mc 6,1).
Città ironica, incredula e chiusa al Maestro.
Risposte ai tranelli del sinagogo.
Parabola del lebbroso guarito.
19. Un apologo per i cittadini di Nazareth, che restano increduli.
L’apologo contro Abimelec (Mc 6,2).
L’uomo deve saper usare l’intelligenza.
Responsabilità dei capi dei popoli.
La forza dei poveri di spirito.
Il tradimento, lo spionaggio, la morte.
Un profeta non è onorato nella sua patria.
La forza negativa dell’ignoranza (Mt 13,54‑57; Mc 6,3).
Forza negativa dell’incredulità (Mt 13,57-58; Mc 6,4-6).
20. La risurrezione di Lazzaro.
Baci del Messia al suo evangelizzatore.
Involontario rimprovero di Marta (Gv 11,20-21).
Il Messia è la Risurrezione e la Vita(Gv 11,22-28).
La fede di Maria (Gv 11,29-32).
Il pianto del Messia (Gv 11,35-37).
Chi crede vedrà la gloria di Dio (Gv 11,38-40).
Il Messia svela la sua divinità (Gv 11,41-43).
Risurrezione di Lazzaro (Gv 11,44).
I servi di ogni risurrezione (Gv 11,44).
Il risorto non si sazia di guardare il Messia.
Il Messia offre cibo al risorto.
Prova inconfutabile che il Messia è: Dio.
Non si salva chi ama la corruzione.
L’uomo segnato dal marchio di Caino
La casa torna in pace (Gv 11,45).
Non si salva chi ama la corruzione.
Le virtù cardinali e l’ubbidienza.
Maria ha meritato il miracolo.
Commento della risurrezione di Lazzaro.
Tutto si puo’ mutare se si vuole.
I due modi di chiedere miracoli.
La vita umana e’ mezzo non fine.
Dio da più di quanto si chiede.
21. Seduta del Sinedrio e udienza da Pilato.
Annotazioni, parere, commenti.
La notizia riempie Gerusalemme.
Annotazioni di Cusa e Mannaen.
Parere di Giuseppe d’Arimatea.
Commenti dei Legionari romani.
Seduta del Sinedrio (Gv 11,46-47).
Il Messia è “Jahve”: Colui che è.
Lunga attesa nel palazzo di Ponzio.
L’udienza del Proconsole di Roma.
Udienza ai buffoni sinedristi.
Uscite! Serpi notturne! Vampiri!
Il sinedrio delibera la morte del Messia
Il mandante del delito (Gv 11,49-52).
IL SOMMO PONTEFICE SOMMO NEMICO
22. Giuda Iscariota chiamato a riferire in casa di Caifa.
L’Iscariota, schiavo del Male.
Le belve cercano il loro cucciolo.
Il cucciolo cerca il suo branco.
Veloce verso il covo delle belve.
Il branco dilania il cucciolo.
Folle, ebete, fantoccio, aborto, deforme.
23. La consegna del Messia agli uomini-demoni.
Il traditore(Mt 26,21; Mc 14,18; Lc 22,21; Gv 13,21).
L’impenitente (Mt 26,22-25; Mc 14,19-21; Lc 22,22-23; Gv 13,22).
1. Un crudele padrone[1].
Premio alla paziente attesa.
11Gesù, che si era fermato un istante davanti ad un esile spiga nata ai bordi del sentiero, in una cunella che in tempi di piogge forse era ruscello, ha poi proseguito, ascoltato sempre da Giovanni nella sua solita posa di innamorato che beve non solo le parole ma le mosse dell’amato. Gli altri, che parlano fra loro, non si accorgono del dolce colloquio. Ora è raggiunto il pometo e sostano, riunendosi tutti. Il caldo è tale che sudano nonostante siano senza mantello. Tacciono e attendono.
Dal folto oscuro, che ora appena la luna illumina, emerge la macchia chiara di Levi e, dietro, un’altra ombra più scura.
12«Maestro, qui è Giona».
«La mia pace venga a te!», saluta Gesù prima ancora che Giona lo raggiunga.
13Ma Giona non risponde. Corre e si butta piangendo ai suoi piedi e li bacia. Quando può parlare dice: «’Quanta attesa di Te! Quanta! Quanto sconforto sentire la vita passare, venire la morte, e dover dire: “E non l’ho visto!”. Eppure, no, non tutta la speranza moriva. Neppur quando fui per morire. Dicevo: “Ella lo ha detto: ‘Voi lo servirete ancora’, ed Ella non può aver detto cosa non vera. É la Madre dell’Emmanuele. Nessuna perciò più di Lei ha seco Dio, e chi ha Dio sa ciò che è di Dio”».
14«Alzati. Ella ti saluta. L’hai avuta vicina e vicina l’hai. Nazaret l’ospita».
15«Tu! Lei! A Nazaret? Oh! l’avessi saputo! Di notte, nei freddi mesi del ghiaccio, quando dorme la campagna e i cattivi non possono nuocere ai coltivatori, sarei venuto, di corsa, a baciarvi i piedi, e sarei tornato via col mio tesoro di certezza. Perché non ti sei manifestato, Signore?».
16«Perché non era l’ora. Ora l’ora è venuta. Bisogna saper attendere. Tu l’hai detto: “Nei mesi del gelo quando la campagna dorme”. Eppure è già seminata, non è vero? Ebbene, Io pure ero come il chicco già seminato. E tu mi avevi visto all’atto della semina. Poi ero scomparso. Seppellito sotto un necessario silenzio. Per crescere e giungere al tempo della messe e splendere agli occhi di chi mi aveva visto Neonato e del mondo. Quel tempo è venuto. Ora il Neonato è pronto ad esser Pane del mondo. E per primi cerco i miei fedeli, ed a loro dico: “Venite. Sfamatevi di Me”».
17L’uomo lo ascolta, sorridendo beato, e continua a dire, come fra sé: «Oh! ci sei proprio! Ci sei proprio!».
18«Sei stato per morire? Quando?».
«Quando fui fustigato a morte perché m’erano state spogliate due vigne. Guarda quante ferite!».
19Cala la veste e mostra le spalle tutte segnate da cicatrici irregolari.
«Con una frusta di ferro mi ha percosso. Ha contato i grappoli raccolti, si vedeva dove il picciolo era stato strappato, e mi ha dato un colpo per ogni grappolo. E poi mi ha lasciato là, semimorto. Mi ha soccorso Maria, una giovane sposa di un mio compagno che mi ha sempre voluto bene. Suo padre era il fattore prima di me, ed io, venuto qui, alla bambina ho messo amore perché si chiamava Maria. Mi ha curato e sono guarito dopo due mesi, perché le piaghe col caldo si erano invelenite e davano febbre forte. Ho detto al Dio di Israele: “Non importa. Fammelo rivedere il tuo Messia. E non mi importa questo male. Prendilo per sacrificio. Non posso sacrificarti mai. Sono servo di un crudele e Tu lo sai. Neppure a Pasqua mi permette di venire al tuo altare. Prendi me per ostia. Ma dammi Lui!”».
Notizie sul riscatto di Giona[2].
Lettera di Lazzaro.
77Gesù fa un cenno di assenso e apre quella di Lazzaro. Chiama Simone Zelote. Leggono insieme, in un angolo. Poi aprono l’altro rotolo e leggono anche quello, discutono fra loro; e vedo che lo Zelote cerca persuadere Gesù su qualche cosa, ma non la vince.
78Gesù, coi rotoli in mano, viene in mezzo alla stanza e dice: «Udite, amici. Siamo tutti una famiglia e non vi sono segreti fra noi. E, se il male è pietà tenerlo occulto, il bene è giustizia farlo noto. Udite ciò che scrive Lazzaro di Betania: “Al Signore Gesù pace e benedizione, e pace e salute al mio amico Simone.
79Ho ricevuto la tua lettera, e da servo quale sono ho messo il mio cuore, la mia favella ed ogni mio mezzo al tuo servizio per farti contento ed avere l’onore di esserti servo non disutile. Sono andato da Doras, nel suo castello di Giudea, a pregarlo di vendermi il servo Giona come Tu desideri. Confesso che, se non era preghiera di Simone, amico fedele, per Te, non avrei affrontato quello sciacallo irridente, crudele e nefasto. Ma per Te, mio Maestro e Amico, sento capacità di affrontare anche Mammona. Ciò perché penso che chi lavora per Te ti ha vicino e perciò è difeso. E aiutato certo lo sono stato, perché contro ogni previsione ho vinto. Dura fu la discussione e avvilenti le prime ripulse. Tre volte dovetti inchinare a questo aguzzino potente. Poi mi impose un’attesa di giorni. Infine ecco la lettera. Degna dell’aspide. Ed io quasi non oso dirti: ‘Cedi per riuscire allo scopo’, perché egli non è degno di averti. Ma non c’è altro modo. Io ho accettato in tuo nome ed ho firmato. Se ho fatto male, dammene rampogna.
80Ma, credi, ho cercato servirti il meglio che potevo. Ieri è venuto un tuo discepolo giudeo, dicendo che veniva in tuo nome a sapere se c’era notizia da portarti. Si disse Giuda di Keriot. Ma ho preferito attendere Isacco per dare la lettera. E mi fu stupore che Tu avessi mandato altri, sapendo che ogni sabato viene da me Isacco per il suo riposo. Altro non ho da dire. Solo, baciandoti i piedi santi, ti prego di condurli dal tuo servo e amico Lazzaro, come hai promesso. A Simone salute. A Te, Maestro e Amico, bacio di pace e preghiera di benedizione.
Lazzaro”.
Lettera di Doras a Lazzaro.
81Ed ora l’altra: “A Lazzaro salute. Ho deciso. Per doppia somma avrai Giona. Però metto questi patti e non muterò su essi per nessuna ragione.
82Voglio che prima Giona termini i raccolti dell’anno, ossia sarà consegnato alla luna di tisri, a fine luna. Voglio che venga personalmente a prenderlo Gesù di Nazaret, al quale chiedo di entrare sotto il mio tetto per conoscerlo. Voglio immediato pagamento dietro regolare contratto. Addio.
Doras”».
«Che peste!», grida Pietro.
L’acquisto di un grande merito in Cielo.
83«Ma chi paga? Chissà cosa chiede, e noi… siamo sempre senza un picciolo!».
84«Simone paga. Per fare contento Me e il povero Giona. Non acquista che un rudere d’uomo, che non lo servirà per nulla. Ma acquista un grande merito in Cielo».
85«Tu Oh!». Tutti sono stupiti. Persino i figli di Alfeo escono dal loro dolore per lo stupore.
86«Lui è. É giusto che ciò sia noto».
87«Sarebbe anche giusto che fosse noto perché Giuda di Keriot è andato da Lazzaro. Chi ce lo aveva mandato? Tu».
88Ma Gesù non risponde a Pietro. É molto serio e pensoso. Esce dalla sua meditazione solo per dire: «Date ristoro a Giuseppe e poi andiamo al riposo. Io preparerò risposta per Lazzaro… Isacco è ancora a Nazaret?».
«Mi attende».
«Andremo tutti».
Il Santo e la Bestia.
Incontro del Santo e la bestia.
28Gli uomini sono a bocca aperta ad udirlo. Presso a Gesù sono Bartolomeo, Matteo, Simone, Filippo, Tommaso, Giacomo e Giuda d’Alfeo. Gli altri quattro continuano il loro lavoro, rossi, accaldati, ma allegri. Basta Pietro a tenere allegri tutti.
29«Oh! come aveva ragione Giona di dirti “Santo”! Tutto in Te è santo. Le parole, lo sguardo, il sorriso. Noi non abbiamo mai sentito l’anima così!…»
30«É molto che non vedete Giona?».
«Da quando è malato».
30«Malato?».
«Sì, Maestro. Non ne può più. Si trascinava già prima. Ma dopo i lavori d’estate e la vendemmia non sta più in piedi. Eppure… lo fa lavorare quel… Oh! Tu dici che bisogna amare tutti. Ma è molto difficile amare le iene! E Doras è più di una iena».
«Giona lo ama…».
«Sì, Maestro. E io dico che è santo come quelli che per fedeltà al Signore Iddio nostro sono stati uccisi con martirio».
31«Hai detto bene. Come ti chiami?».
«Michea, e questo Saulo, e questo Gioele, e questo Isaia».
32«Ricorderò i vostri nomi al Padre. E dite che Giona è molto malato?».
«Sì. Appena finito il lavoro si butta sullo strame e noi non lo vediamo. Ce lo dicono altri servi di Doras».
33«É sul lavoro a quest’ora?».
«Se sta ritto, sì. Dovrebbe essere oltre quel pometo».
34«Fu buono il raccolto di Doras?».
«Oh! celebre in tutta la regione. Le piante ebbero puntello per le frutta di grossezza di miracolo, e Doras dovette fare fabbricare nuovi tini perché l’uva non avrebbe potuto esser posta in quelli soliti, tant’era».
35«Allora Doras avrà premiato il suo servo!».
«Premiato! Oh! Signore, come lo conosci male!».
36«Ma Giona mi disse che anni or sono lo colpì a morte per la perdita di qualche grappolo e che divenne schiavo per debiti, avendogli il padrone fatto accusa di perdita per poca messe. Quest’anno che ebbe miracolosa abbondanza, avrebbe dovuto dunque dargli premio».
37«No. Lo frustò ferocemente, accusandolo di non avere gli scorsi anni ottenuto la stessa abbondanza per non avere curato la terra a dovere».
38«Ma quest’uomo è una belva!», esclama Matteo.
39«No. É un senza anima», dice Gesù.
Operazione riscatto.
40«Vi lascio, figli, con una benedizione. Avete pane e cibo per oggi?».
41«Abbiamo questo pane», e mostrano una pagnotta scura tratta da un sacchetto gettato al suolo.
42«Prendete il mio cibo. Non ho che questo. Ma Io sono da Doras oggi e…».
«Tu da Doras?».
43«Si. Per riscattare Giona. Non lo sapevate?».
«Nessuno sa nulla… diffida, Maestro. Sei come una pecora nell’antro del lupo».
44«Non potrà farmi nulla. Prendete il mio cibo. Giacomo, dai quanto abbiamo. Anche il vostro vino. Giubilate un poco anche voi, poveri amici. E per l’anima e per il corpo. Pietro! Andiamo».
45«Vengo, Maestro. Non c’è che questo solco da finire». E corre a Gesù congestionato di fatica. Si asciuga col mantello che aveva spogliato, se lo rimette e ride felice. I quattro non finiscono di ringraziare.
46«Passerai di qui, Maestro?». «Sì, attendetemi. Saluterete Giona. Lo potete fare?».
«Oh! sì. Il campo doveva essere arato a sera. Più di due terzi è fatto. Come bene e svelto! Sono forti i tuoi amici! Dio vi benedica. Oggi per noi è più di festa d’Azzimi. Oh! che Dio vi benedica tutti! Tutti! Tutti!».
47Gesù se ne va dritto al pometo. Lo traversano, giungono ai campi di Doras. Altri contadini all’aratro o curvi a mondare i solchi dalle erbe strappate. Ma Giona non c’è. Gesù è riconosciuto e, senza lasciare il lavoro, gli uomini lo salutano.
48«Dove è Giona?».
«Dopo due ore è caduto sul solco ed è stato portato a casa. Povero Giona. Ancora per poco ha da soffrire. É proprio alla fine. Mai più avremo un amico più buono».
49«Me avete sulla Terra ed egli in seno ad Abramo. I morti amano i vivi di duplice amore: il loro e quello che assumono essendo con Dio, amore perfetto perciò».
«Oh! vai subito da lui. Che ti veda sul suo soffrire!».
Gesù benedice e va.
50«Ed ora che farai? Che dirai a Doras?», chiedono i discepoli.
«Andrò come nulla sapessi. Se egli si vede preso di fronte è capace di infierire su Giona e sui servi».
51«Ha ragione il tuo amico: è uno sciacallo», dice Pietro a Simone.
«Lazzaro non dice mai altro che il vero e non è maldicente. Lo conoscerai e lo amerai», risponde questi.
L’uomo sciacallo.
52Si vede la casa del fariseo. Larga, bassa, ma ben costrutta, in mezzo ad un frutteto ormai spoglio. Casa di campagna ma ricca e comoda. Pietro e Simone vanno avanti ad avvertire.
53Esce Doras. Un vecchio dal profilo duro di vecchio rapace. Occhi ironici, bocca di serpe che guizza in un sorriso falso fra la barba più bianca che nera. «Salute, Gesù», saluta famigliarmente e con palese degnazione.
54Gesù non dice: «Pace»; risponde: «Essa ti ritorni».
«Entra. La casa ti accoglie. Sei stato puntuale come un re».
55«Come un onesto», ribatte Gesù.
Doras ride come di una celia.
Gesù si volge e dice ai discepoli, non invitati: «Entrate. Sono i miei amici».
56«Vengano… ma… quello non è il gabelliere figlio d’Alfeo?».
«Questo è Matteo il discepolo del Cristo», dice Gesù con un tono che… l’altro capisce e torna a ridere più verde di prima.
57Doras vorrebbe schiacciare il «povero» maestro galileo sotto l’opulenza della sua casa, che dentro è fastosa. Fastosa e gelida. I servi paiono schiavi. Vanno curvi, sgattaiolando rapidi, timorosi sempre di punizione. Si sente la casa in cui regna freddezza e odio. Ma Gesù non si schiaccia con l’esposizione delle ricchezze né con il ricordargli il censo e le parentele… e Doras, che capisce l’indifferenza del Maestro, lo porta seco per il frutteto-giardino, mostrando piante rare e offrendo frutti delle stesse che i servi portano su vassoi e in coppe d’oro. Gesù gusta e loda la squisitezza delle frutta, parte conservate come in un giulebbe, e sono pesche bellissime, parte allo stato naturale e sono pere di una grossezza rara.
58«Le ho io solo in tutta la Palestina e credo che neppure nella intera penisola ve ne siano. Le ho mandate a prendere in Persia e più lontano ancora. La carovana mi costò quanto un talento. Ma neanche i Tetrarca hanno questi frutti. Forse neanche Cesare li ha. Ne conto i frutti e voglio tutti i noccioli. E le pere solo alla mia tavola si consumano, perché non voglio che ne sia carpito un seme. Ad Anna ne mando, ma solo di già cotte perché siano sterili».
59«Sono piante di Dio, però. E gli uomini sono tutti uguali».
«Uguali? Noooh! Io uguale a… ai tuoi galilei?».
60«L’anima viene da Dio, ed Egli le crea uguali».
«Ma io sono Doras, il fedele fariseo!…». Pare un tacchino che faccia la ruota nel dirlo.
61Gesù lo dardeggia con i suoi occhi di zaffiro che si fanno sempre più accesi, segno che denuncia in Lui o rigurgito di pietà o di severità. Gesù è tanto più alto di Doras e lo domina, imponente nel suo abito purpureo presso il piccolo, un poco curvo fariseo incartapecorito nel suo abito di un’ampiezza e una abbondanza di frange impressionante.
Fariseo subdolo, mentitore, spergiuro, assassino.
62Doras, dopo qualche tempo di auto-ammirazione di sé, esclama: «Però, Gesù, perché mandare nella casa di Doras, il puro fariseo, Lazzaro, fratello di una meretrice? Tuo amico Lazzaro? Ma non devi! Non sai che è nell’anatema perché la sorella Maria è meretrice?».
«Non conosco altro che Lazzaro e le sue azioni che sono oneste».
63«Ma il mondo ricorda il peccato di quella casa e vede che la sua macchia si estende sugli amici… Non vi andare. Perché non sei fariseo? Se vuoi… io sono potente… ti faccio accogliere per tale nonostante Tu sia galileo. Tutto io posso nel Sinedrio. Anna è in mia mano come questo lembo del mio mantello. Saresti più temuto».
«Voglio solo essere amato».
64«Io ti amerò. Vedi che già ti amo cedendo al tuo desiderio e dandoti Giona».
«L’ho pagato». vero, e mi sono stupito che Tu potessi versare tale somma».
«Non Io. Un amico per Me».
65«Bene, bene. Non indago. Dico: vedi che ti amo e voglio farti contento. Avrai Giona dopo il pasto. Solo per Te faccio questo sacrificio…», e ride del suo crudele riso.
Gesù lo dardeggia sempre più severo con le braccia conserte al petto. Sono ancora nel giardino-frutteto in attesa del pasto.
66«Però Tu mi devi fare contento. Gioia per gioia. Io ti do il servo migliore. Mi privo perciò di un utile futuro. Quest’anno la tua benedizione – so che sei venuto all’inizio del gran calore – mi ha dato raccolti che hanno reso celebri i miei poderi. Ora benedici le mie mandre ed i miei campi. Per l’anno prossimo non rimpiangerò Giona… e intanto troverò uno suo pari. Vieni, benedici. Dammi la gioia d’esser celebrato per tutta la Palestina e di avere ovili e granai rigurgitanti di ogni bene. Vieni», e lo afferra e cerca trascinarlo, preso dalla febbre dell’oro.
Morire da uomo libero.
“Amico fedele, sei libero”.
67Ma Gesù resiste: «Dove è Giona?», chiede severo.
«All’aratura. Ha voluto fare ancora questo per il suo buon padrone. Ma prima che il pasto sia finito verrà. Intanto vieni a benedire le mandre, i campi, i frutteti, le vigne, i frantoi. Tutto, tutto… Oh! come saranno fertili l’anno veniente! Vieni dunque».
«Dove è Giona?», tuona Gesù più forte.
«Ma te l’ho detto! Presiede l’aratura. É il primo servo e non lavora: presiede».
«Mentitore!».
«Io? Lo giuro su Jeové!».
«Spergiuro!».
«Io? Io spergiuro? Io che sono il fedele più fedele? Guarda come parli!».
«Assassino!». Gesù ha sempre più elevato la voce, e l’ultima parola è un tuono.
68I discepoli gli si fanno intorno, i servi si affacciano dalle porte timorosi. Il volto di Gesù è insostenibile nella sua severità. Gli occhi sembrano emanare raggi fosforescenti.
69Doras ne ha un attimo di paura. Si fa più piccolo, matassa di stoffa finissima presso l’alta persona di Gesù vestita di pesante lana rosso cupo. Ma poi la superbia lo riprende e urla con la sua voce squittente, proprio come quella delle volpi: «In casa mia ordino io solo. Esci, vile galileo».
70«Uscirò dopo avere maledetto te, i tuoi campi, armenti e vigne, per questo e per gli anni avvenire».
«No, questo no! Sì. È vero. Giona è malato. Ma è curato. Bene è curato. Ritira la tua maledizione».
«Dove è Giona? Un servo mi conduca a lui, subito. Io l’ho pagato e, poi che per te è una merce, una macchina, tale lo considero; e poi che l’ho acquistato, lo voglio».
71Doras trae un fischietto d’oro dal seno e fischia tre volte. Un nuvolo di servi della casa e della terra sbucano da ogni parte, corrono, talmente curvi da strisciare quasi, fino presso il temuto padrone.
«Portate Giona a costui e consegnatelo. Dove vai?».
72Gesù neppure risponde. Cammina dietro i servi che si sono precipitati oltre il giardino verso le case dei contadini, le luride tane dei miseri contadini. Entrano nella stamberga di Giona.
73Questo ha finito di scheletrirsi e anela seminudo per la febbre sul graticcio di canne, su cui fa da materasso una veste rattoppata e da copertura un ancor più rotto mantello. La giovane dell’altra volta lo cura come può.
74«Giona! Amico mio! Sono venuto a prenderti!».
«Tu? Signor mio! Muoio… ma sono felice di averti qui!».
74«Amico fedele, sei libero ora, e qui non morrai. Ti porto a casa mia».
«Libero? Perché? A casa tua? Ah, sì! lo avevi promesso che l’avrei vista tua Madre».
75Gesù è tutto amore, curvo sul miserabile letto dell’infelice. E Giona pare rianimarsi dalla gioia.
«Pietro, tu sei forte. Solleva Giona, e voi date il mantello. È troppo duro questo letto per uno nel suo stato».
I discepoli si spogliano dei loro mantelli con prontezza, li piegano a più doppi e li stendono, di alcuni fanno guanciale. Pietro depone il suo carico d’ossa e Gesù lo copre col suo stesso mantello.
76«Pietro, hai denaro?».
«Sì, Maestro, ho quaranta denari».
«Va bene. Andiamo. Coraggio, Giona. Un poco di fatica ancora, poi tanta pace nella mia casa, presso Maria…».
«Maria… sì… oh! la tua casa!». Nel suo sfinimento piange il povero Giona. Non sa che piangere.
77«Addio, donna. Ti benedirà il Signore per la tua misericordia».
«Addio Signore, addio Giona. Prega, pregate per me». La giovane piange…
A morte il Messia!
78Quando sono sulla soglia, ecco Doras. Giona ha un atto di paura e si ripara il viso. Ma Gesù gli pone una mano sul capo ed esce al suo fianco, più severo di un giudice. Il misero corteo esce nella corte rustica, prende il sentiero del brolo.
«Quel letto è mio! Ti ho venduto il servo. Non il letto».
79Gesù gli butta ai piedi la borsa senza parlare. Doras la prende, la svuota. «Quaranta denari e cinque didramme. É poco!».
80Gesù squadra, ed è impossibile dire cosa è il suo atto, l’avido e ripugnante aguzzino e non risponde.
«Almeno dimmi che ritiri l’anatema!»
81Gesù lo fulmina con un nuovo sguardo e una breve frase: «Ti affido al Dio del Sinai», e passa eretto oltre, a fianco della rustica lettiga portata con precauzione da Pietro e Andrea.
81Doras, vedendo che tutto è inutile, che la condanna è certa, urla: «Ci rivedremo, Gesù! Oh! ti avrò fra le unghie ancora! Guerra a morte ti farò. Prenditi pure questo straccio d’uomo. Non mi serve più. Risparmierò il seppellimento. Va’, va’, satana maledetto! Ma tutto il Sinedrio ti metterò contro. Satana! Satana!».
2. “Non ammazzare”. Morte di Doras[3].
Catechesi
Maledetto sadismo Satanico.
27«…E ancora vi dico: il padrone che, percuotendo uno schiavo, lo fa con l’astuzia che non gli muoia fra le mani, è doppiamente colpevole. L’uomo schiavo non è denaro del padrone: è anima del suo Dio. E maledetto in eterno sia colui che lo tratta peggio del bue».
28Gesù sfavilla e tuona. Tutti lo guardano stupiti, perché prima parlava pacato.
29«Maledetto sia. La Legge nuova abolisce questa durezza, che era ancora giustizia quando nel popolo d’Israele non erano ipocriti che si fingono santi e aguzzano l’ingegno solo per sfruttare e eludere la Legge di Dio. Ma ora in cui Israele trabocca di questi viperini esseri, che il libito lo fanno lecito solo perché essi sono essi, miserabili potenti che Dio guarda con odio e schifo, Io dico: ciò non è più.
30Cadono gli schiavi sui solchi o alle macine. Cadono con le ossa frante e i nervi denudati dai flagelli. Li accusano, per poterli colpire, di menzogneri delitti per giustificare il proprio sadismo satanico. Persino il miracolo di Dio si usa come accusa per avere diritto di colpirli. Né la potenza di Dio, né la santità dello schiavo converte la loro anima bieca. Non può essere convertita. Il bene non entra dove è saturazione di male. Ma Dio vede e dice: “Basta!”.
Caino colpisce ancora
31Troppi sono i Caini che uccidono gli Abeli. E che credete, immondi sepolcri dall’esterno imbiancato e coperto dalle parole della Legge, e dall’interno in cui passeggia re Satana e pullula il satanismo più astuto, che credete? Che sia stato Abele solo il figlio d’Adamo e che il Signore guardi benigno solo coloro che schiavi d’uomo non sono, mentre rigetti da Sé l’unica offerta che può fare lo schiavo: quella della sua onestà condita di pianto? No, che in verità vi dico che ogni giusto è un Abele, anche se carico di ceppi, anche se morente sulla gleba o sanguinante per le vostre flagellazioni, e che sono Caino tutti gli ingiusti che danno a Dio per orgoglio, non per culto vero, che danno ciò che è inquinato del loro peccare e macchiato di sangue.
32Profanatori del miracolo. Profanatori dell’uomo, uccisori, sacrileghi! Fuori! Via dal mio cospetto! Basta! Io dico: basta. E dire lo posso perché sono la divina Parola che traduce il Pensiero divino. Via!».
33Gesù, ritto sulla sua rozza predella, è spaurente tanto è imponente. Col braccio destro teso ad accennare la porta d’uscita, gli occhi che sono due fuochi d’azzurro, sembra fulminare i peccatori presenti. La piccolina ai suoi piedi si mette a piangere e corre dalla mamma. I discepoli si guardano stupiti e guardano a chi va l’invettiva. La folla pure si gira, con occhio interrogativo.
Morte di Doras il Mostro crudele.
34Finalmente ecco spiegato l’arcano. In fondo, fuori della porta, seminascosto dietro un gruppo di alti popolani, si mostra Doras. Ancor più secco, giallo, grinzoso, tutto naso e bazza. Ha con lui un servo che lo aiuta a muoversi perché pare mezzo accidentato. E chi lo aveva visto là in mezzo alla corte? Osa parlare con la sua voce chioccia: «A me dici? Per me?».
35«Per te, sì. Esci dalla mia casa».
«Esco,Ma presto faremo i conti, non dubitare».
36«Presto? Subito. Il Dio del Sinai, te l’ho detto, ti attende».
«Anche Tu, malefico, che hai fatto venire addosso a me i malanni e gli animali nocivi nelle terre. Ci rivedremo. E sarà la mia gioia».
37«Sì. E non vorrai rivedermi. Perché Io ti giudicherò».
«Ah! Ah! Maled…». Annaspa, gorgoglia e cade.
38«É morto!», urla il servo.
«E morto il padrone! Che Tu sia benedetto, Messia, nostro vendicatore!».
39«Non Io. Dio, Signore eterno. Nessuno si contamini. Solo il servo pensi al suo padrone. E sii buono col suo corpo. Siate buoni, voi tutti, suoi servi. Non tripudiate con astio per il colpito, onde non meritare condanna. Iddio e il giusto Giona vi siano sempre amici, ed Io con loro. Addio».
Non è lecito colpire Dio
40«Ma è morto per tuo volere?», chiede Pietro.
«No. Ma il Padre entrò in Me… É un mistero che non puoi capire. Sappi solo che non è lecito colpire Iddio. Egli da Sé si fa le vendette».
41«Ma non potresti allora dire al Padre tuo di fare morire tutti quelli che ti odiano?».
«Taci! Tu non sai di che spirito sei! Io sono Misericordia e non Vendetta».
42Si accosta il vecchio sinagogo: «Maestro, Tu hai risolto tutte le mie domande, e la luce è in me. Sii benedetto. Vieni nella mia sinagoga. Non ricusare ad un povero vecchio la tua parola».
43«Verrò. Va’ in pace. Il Signore è con te».
Mentre la folla se ne va piano piano, tutto finisce.
3. “Non tentare il Signore Iddio tuo”[4].
Notizie sull’impenitente Doras.
10«Non è detto che Io non lo veda… Ma per questo solo siete venuti? É penoso l’andare di questa stagione. Oggi è sereno. Ma, fino a tre giorni or sono, quanta pioggia sulle vie!».
11«Non per questo solo. Giorni fa è venuto Doras, il fariseo, a purificarsi. Ma il Battista gli ha negato il rito dicendo: “Non giunge l’acqua dove è sì grande crosta di peccato. Uno solo ti può perdonare. Il Messia”. E lui allora ha detto: “Andrò a Lui. Voglio guarire e penso che questo male sia il suo maleficio”. Allora il Battista lo ha cacciato come avrebbe cacciato Satana. E lui nell’andarsene ha incontrato Giovanni, che egli conosceva da quando andava da Giona di cui era un poco parente, e gli ha detto: “Io vado. Tutti vanno. Vi è stato anche Mannanen e fin le… (io dico meretrici, ma lui ha detto un più sozzo nome) vi vanno. L’Acqua Speciosa è piena di illusi. Ora se mi guarisce e mi ritira l’anatema dalle terre, scavate come da macchine di guerra da eserciti di talpe e vermi e grillovampiri che scavano i grani e rodono le radici degli alberi da frutto e delle vigne, e non c’è nulla che li vinca, gli diverrò amico. Ma altrimenti… guai a Lui!”. Noi gli abbiamo risposto: “E con questo cuore vai là?”. E lui ha risposto: “E chi ci crede al satanasso? Del resto, come fa casa con le meretrici può fare alleanza anche con me. Noi abbiamo voluto venire a dirtelo, perché Tu ti possa regolare con Doras».
«É già tutto fatto».
12«Già fatto? Ah! è vero! Lui ha carri e cavalli, noi le gambe soltanto. Quando è venuto?».
«Ieri».
13«E che è avvenuto?».
«Questo: che, se preferite occuparvi di Doras, potete andare nella sua casa di Gerusalemme e fare cordoglio per lui. Stanno preparandolo per il sepolcro».
«Morto?!!».
«Morto. Qui. Ma non parliamo di lui».
Non tentare il Signore Iddio tuo
32«“Non tentare il Signore Iddio tuo“, è detto.
33Troppe volte si dimentica questo comando. Si tenta Dio quando si vuole imporre a Lui la nostra volontà. Si tenta Dio quando imprudentemente si agisce contro le regole della Legge, che è santa e perfetta e nel suo lato spirituale, il principale, si occupa e preoccupa anche di quella carne che Dio ha creata[5]. Si tenta Dio quando, perdonati da Lui, si torna a peccare. Si tenta Dio quando, beneficati da Lui, si volge a danno il beneficio ricevuto perché fosse un bene per noi e ci richiamasse a Dio. Dio non si irride e non si deride. Troppe volte questo avviene.
Guai ai derisori di Dio
34Ieri avete visto quale castigo attende i derisori di Dio. L’eterno Iddio, tutto pietoso a chi si pente, è all’opposto tutto severità coll’impenitente che per nessuna cosa modifica se stesso. Voi venite a Me per udire la parola di Dio. Vi venite per avere miracolo. Vi venite per avere perdono. E il Padre vi dà parola, miracolo e perdono. Ed Io non rimpiango il Cielo, perché vi posso dare miracolo e perdono e posso farvi conoscere Iddio.
35L’uomo è caduto ieri fulminato, come Nadab ed Abiu, dal fuoco del divino corruccio[6]. Ma voi astenetevi dal giudicarlo. Solo quanto è avvenuto, miracolo nuovo, vi faccia meditare sul come occorre agire per avere amico Iddio. Egli voleva l’acqua penitenziale ma senza spirito soprannaturale. La voleva per spirito umano. Come una pratica magica che lo sanasse dal morbo e lo liberasse dalla iattura. Il corpo e il raccolto. Ecco i suoi fini. Non la povera anima sua. Quella non aveva valore per lui. Il valore per lui era la vita e il denaro.
Il pentimento è purificazione
36Io dico: “Il cuore è là dove è il tesoro, e il tesoro è là dove è il cuore. Perciò il tesoro è nel cuore. Egli nel cuore aveva la sete di vivere e di avere molto denaro. Come averlo? Con qualunque modo. Anche col delitto. E allora chiedere il battesimo non era irridere e tentare Iddio? Sarebbe bastato il pentimento sincero per la sua lunga vita di peccato a dargli santa morte e anche quanto era giusto avere sulla Terra. Ma egli era l’impenitente. Non avendo mai amato nessuno fuorché se stesso, giunse a non amare neppure se stesso. Perché l’odio uccide anche l’animale amore egoista dell’uomo a se stesso. Il pianto del pentimento sincero doveva essere la sua acqua lustrale. E così sia per tutti voi che udite. Perché senza peccato non vi è alcuno, e tutti perciò avete bisogno di quest’acqua. Essa scende, spremuta dal cuore, e lava, rinverginizza chi è profanato, rialza chi è prostrato, rinvigorisce chi è dissanguato dalla colpa.
Chiedere con gli atti il perdono
37Quell’uomo si preoccupava solo della miseria della Terra. Ma un’unica miseria deve rendere pensoso l’uomo. Ed è l’eterna miseria del perdere Iddio. Quell’uomo non mancava di fare le offerte rituali. Ma non sapeva offrire a Dio sacrificio di spirito, ossia allontanarsi dal peccato, fare penitenza, chiedere con gli atti il perdono. Le ipocrite offerte fatte con ricchezze di male acquisto sono simili a inviti a Dio perché si faccia complice del male operare dell’uomo. Può mai questo avvenire? Non è irridere Dio osare questo? Dio rigetta da Sé colui che dice: “Ecco, sacrifico”, ma arde di continuare il suo peccato. Giova forse il digiuno corporale quando l’anima non digiuna dal peccato?
Morte dell’impenitente.
38La morte dell’uomo qui avvenuta vi faccia meditare sulle condizioni necessarie per essere bene amati da Dio. Ora nel suo ricco palazzo i parenti e le piangenti fanno cordoglio sulla salma che fra poco verrà portata al sepolcro. Oh! vero cordoglio e vera salma! Non più che una salma! Non altro che uno sconfortato cordoglio. Perché l’anima già morta sarà per sempre separata da coloro che amò per parentela e affinità d’idee. Anche se un’uguale dimora li unirà in sempiterno, l’odio che là regna li farà divisi. E allora la morte è “vera” separazione. Meglio sarebbe che, in luogo degli altri, fosse l’uomo che fa pianto su se stesso, quando ha l’anima uccisa. E per quel pianto di contrito ed umile cuore, rendere all’anima la vita col perdono di Dio.
39Andate. Senza odio o commenti. Senza altro che umiltà. Come Io che, senza odio, ma per giustizia ho parlato di lui. La vita e la morte sono maestre per ben vivere e ben morire, e per conquistare la Vita senza morte. La pace sia con voi».
40Non vi sono malati né miracoli, e Pietro dice ai tre discepoli del Battista: «Me ne spiace per voi».
41«Oh! non occorre. Noi crediamo senza vedere. Abbiamo avuto il miracolo del suo natale a farci credenti. E ora abbiamo la sua parola a confermare la nostra fede. Non chiediamo che di servirla sino al Cielo come Giona, fratello nostro».
Tutto ha fine.
4.L’ira di Dio sui campi di Doras[7].
Isaia contadino di Giocana
1Il tramonto si inizia con un arrossar di cielo quando Gesù giunge in vista dei campi di Giocana.
2«Affrettiamo il passo, amici, prima che cali il sole. E tu, Pietro, va’ con tuo fratello ad avvisare i nostri amici, quelli di Doras»
«Ci vado, sì, anche per vedere se il figlio è proprio via». Pietro dice quella parola: figlio, in un modo tale che vale per un lungo discorso. E se ne va.
3Intanto Gesù procede più adagio, guardandosi intorno per vedere se vede qualche contadino di Giocana. Ma non ci sono che i campi fertili, con le spighe già ben formate. Finalmente, tra il rameggiare del vigneto, sporge un viso sudato e viene un grido: «Oh! Signore benedetto!» e il contadino corre fuori dal vigneto per venire a prostrarsi davanti a Gesù.
4«La pace sia a te, Isaia!»
«Oh! anche il mio nome ti ricordi?»
5«L’ho scritto in cuore. Alzati. I compagni dove sono?».
«Là, nei pometi. Ma ora li avverto. Sei nostro ospite, vero? Non c’è il padrone e possiamo farti festa. E poi… un poco la paura, un poco la gioia, è più buono. Pensa, ci ha concesso l’agnello quest’anno e di andare al Tempio! Ci ha dato sei giorni soli… ma correremo per la strada… Anche noi a Gerusalemme… Pensa!… E in grazia di Te». L’uomo è ai sette cieli dalla gioia di essere stato trattato da uomo e da israelita.
«Io non ho fatto nulla, che mi sappia…» dice Gesù sorridendo.
6«Eh! no! Hai fatto. Doras, e poi i campi di Doras, e questi invece, così belli quest’anno… Giocana ha saputo della tua venuta, e non è sciocco. Ha paura e… e ha paura».
«Di che?».
«Paura che gli succeda come a Doras. Nella vita e nelle sostanze. Hai visto i campi di Doras?».
«Vengo da Naim…».
7«Allora non li hai visti. Sono tutti rovinati. (L’uomo dice questo a voce bassa e pur marcata, come chi confida una cosa tremenda, in segreto). Tutti rovinati! Non fieni, non biade, non frutta. Viti seccate, pometi seccati… Morto… tutto morto… come a Sodoma e Gomorra[8]… Vieni, vieni che te li mostro».
«Non occorre. Vado da quei contadini…»
«Ma non ci sono più! Non lo sai? Li ha sparsi o licenziati tutti Doras, figlio di Doras, e quelli che ha sparsi per i loro altri luoghi di campagna hanno l’obbligo di non parlare di Te, pena la frusta… Non parlare di Te! Sarà difficile! Lo ha detto anche Giocana a noi».
«Che ha detto?».
8«Ha detto: “Io non sono così stolto come Doras, e non vi dico: ‘Non voglio che parliate del Nazareno’. Sarebbe inutile, perché lo fareste lo stesso e non vi voglio perdere uccidendovi come bestie riottose sotto la frusta. Anzi vi dico: ‘Siate buoni come certo il Nazareno vi insegna e diteglielo che io vi tratto bene. ‘Non voglio essere maledetto io pure “. Li vede bene che cosa sono questi campi dopo che Tu li hai benedetti, e cosa sono quelli dopo che li hai maledetti. Oh! ecco quelli che mi hanno arato il campo…» e l’uomo corre incontro a Pietro e Andrea. Ma Pietro lo saluta brevemente e prosegue il suo andare, e già grida: «Oh! Maestro! Ma non c’è più nessuno! Tutti visi nuovi. E c’è tutto devastato! In verità potrebbe fare a meno di tenere contadini qui. E’ peggio che sul Mar Salato!…»
«Lo so. Me lo ha detto Isaia».
9«Ma vieni a vedere! Che vista!..»
Gesù lo accontenta, dicendo prima a Isaia: «Allora sarò con voi. Avverti i compagni. E non vi scomodate. Il cibo l’ho Io. Ci basta un fienile per dormire e il vostro amore. Verrò subito».
L’ira di Dio sui campi di Doras
10La vista dei campi di Doras è realmente desolante. Campi e prati aridi e nudi, secchi i vigneti, distrutto il fogliame e il frutto sugli alberi da milioni di insetti d’ogni genere. Anche presso la casa il giardino-frutteto mostra l’aspetto desolato di un bosco morente. I contadini vagano qua e là strappando erbacce, schiacciando bruchi, lumache, lombrichi e simili, scuotendo i rami tenendovi sotto dei catini pieni d’acqua per affogarvi le farfalline, gli afidi e altri parassiti che coprono le superstiti foglie ed emungono la pianta fino a farla morire. Cercano un segno di vita nei tralci dei vigneti. Ma questi si spezzano aridi non appena sono toccati e talora piegano alla base come se una sega avesse reciso le radici. Il contrasto coi campi di Giocana, coi vigneti e frutteti di questo, è vivissimo, e la desolazione dei campi maledetti sembra ancor più violenta se la si paragona alla fertilità degli altri.
11«Ha la mano pesante il Dio del Sinai» mormora Simone Zelote.
Gesù fa un atto come dire: «Eccome!» ma non dice nulla. Solo chiede: «Come è avvenuto?».
Un contadino risponde fra i denti: «Talpe, cavallette, vermi… ma va’ via! Il sorvegliante è fedele a Doras… Non ci fare del male…».
12Gesù ha un sospiro e se ne va. Un altro contadino dice, rimanendo curvo a rincalzare un melo, nella speranza di salvarlo: «Ti raggiungeremo domani… quando il sorvegliante va a Jesrael per la preghiera… in casa di Michea verremo».
Il Messia dei contadini
Gesù fa un gesto di benedizione e se ne va.
13Quando torna al crocicchio vi sono tutti i contadini di Giocana, festosi, felici, e si circondano il loro Messia portandolo alle povere case.»
«Hai visto di là?».
«Ho visto. Domani verranno i contadini di Doras».
14«Già, mentre le iene sono alla preghiera… Facciamo così ogni sabato… e parliamo di Te, con quello che sappiamo da Giona, da Isacco che viene a trovarci spesso, e col tuo discorso di tisri. Come sappiamo parliamo. Perché non si può non parlare di Te. E tanto più se ne parla quanto più si soffre ed è proibito farlo. Quei poveri… bevono la vita ogni sabato… Ma in questa pianura quanti ce ne sono che hanno bisogno di sapere, almeno sapere di Te, e che non possono venire fin qui…».
15«Penserò anche a loro. E voi siate benedetti per ciò che fate».
16Il sole cade mentre Gesù entra in una affumicata cucina. Il riposo del sabato ha inizio.
5. Disputa con i dottori nel Tempio[9].
Gli acidi farisei.
29«Vi sbagliate», dice tutto mellifluo un impaludato fariseo, seguito da altri suoi simili e da alcuni dottori della Legge.
30«Vi sbagliate. Non dovete credere che tutta una casta sia come qualcuno di essa. Eh! Eh! Il buono e cattivo c’è su ogni pianta».
31«Sì. Infatti i fichi sono dolci in genere. Ma però, se sono acerbi o troppo maturi, sono aspri o acidi. Voi siete acidi. Come quelli del pessimo paniere del profeta Geremia»[10], dice da mezzo alla folla uno che non conosco, ma che deve essere ben noto a molti, e potente anche, perché vedo un grande ammiccare fra la gente e noto che il fariseo incassa il colpo senza reagire.
32Anzi, ancor più mellifluo, si rivolge al Maestro e gli dice: «Splendido soggetto alla tua sapienza. Parlaci, o Rabbi, su questo soggetto. Le tue spiegazioni sono così… nuove… così… dotte… Noi le gustiamo con avida fame».
33Gesù guarda fisso questo campione farisaico e poi gli risponde: «Anche un’altra inconfessata fame hai, o Elchia, e hanno i tuoi amici. Ma vi sarà dato anche quel cibo… E più acido dei fichi. E vi corromperà l’interno come i fichi inaciditi corrompono le viscere».
34«No, Maestro. Te lo giuro nel nome del Dio vivo! Io e i miei amici non abbiamo altra fame fuorché quella di sentirti parlare… Dio ci vede se…».
35«Basta così. L’onesto non ha bisogno di giuramenti. Le sue azioni sono giuramenti e testimonianze. Ma non parlerò dei fichi ottimi e dei fichi guasti…».
36«Perché, Maestro? Temi che i fatti contraddicano le tue spiegazioni?».
«O no! Anzi…».
Il Regno di Dio è nel cuore dei buoni.
37«Allora Tu prevedi per noi gli strazi, gli obbrobri, la spada, la peste, la fame?».
«Questo e più ancora».
38«Più ancora? E che? Dio non ci ama dunque più?».
«Tanto vi ama che ha compiuto la promessa».
39«Te? Perché Tu sei la promessa?».
«Io lo sono».
40«E allora quando fondi il tuo Regno?».
«Le fondamenta di esso già sono».
41«Dove? Dove?».
«Nel cuore dei buoni».
42«Ma quello non è un regno! É un ammaestramento!».
43«Il mio Regno, essendo spirituale, ha per sudditi gli spiriti. E gli spiriti non occorrono di regge, case, milizie, mura. Ma di conoscere la Parola di Dio e metterla in pratica. Ciò che sta avvenendo nei buoni».
Ognuno dà ciò che è e ciò che ha.
44«Ma puoi Tu dire questa Parola? Chi te ne autorizza?».
«Il possesso».
45«Quale possesso?».
«Il possesso della Parola. Io do ciò che sono. Uno che ha vita può dare la vita. Uno che ha denaro può dare denaro. Io ho per mia eterna natura la Parola traducente il divino Pensiero, e la Parola Io do, ché a questo dono mi sprona l’Amore di far conoscere il Pensiero dell’Altissimo che mi è Padre».
46«Bada a ciò che dici! É audace parlare! Potrebbe nuocerti!».
47«Più mi nuocerebbe mentire, perché sarebbe snaturare la mia Natura e rinnegare Colui da cui procedo».
48«Tu dunque sei Dio, il Verbo di Dio?».
«Lo sono».
49«E così lo dici? Alla presenza di tanti testimoni che potrebbero farne denuncia?».
«La Verità non mente. La Verità non calcola. La Verità è eroica».
50«E questa è verità?».
«La Verità è Colui che vi parla. Perché il Verbo di Dio traduce il Pensiero di Dio, e Dio è Verità».
La nuova Pasqua.
51La gente è tutt’orecchi, in un silenzio attento, a seguire il battibecco che però procede senza asprezze. Altri, da altri luoghi, sono affluiti lì e il cortile è pieno, stipato di gente. Centinaia di visi rivolti verso un sol punto. E dagli sbocchi che portano da altri cortili a questo si affacciano volti e volti, a collo teso, nell’intento di vedere e sentire… Il sinedrista Elchia e i suoi amici si guardano… Una vera telefonia di sguardi. Ma si contengono. Anzi, un vecchio dottore chiede tutto cortese: «E per evitare i castighi che Tu prevedi, che si dovrebbe fare?».
«Seguirmi. E soprattutto credermi. E più ancora amarmi».
52«Sei un portafortuna?».
«No. Sono il Salvatore».
53«Ma non hai eserciti…».
54«Ho Me stesso. Ricordate, ricordate per vostro bene, per pietà delle vostre anime, ricordate le parole del Signore a Mosè e ad Aronne quando ancora erano in terra d’Egitto: “Ciascuno del popolo di Dio prenda un agnello senza macchia, maschio, di un anno. Uno per casa, e se non basta il numero dei familiari a finire l’agnello prenda i vicini. E lo immolerete il quattordicesimo giorno di abid, che ora è detto nisam, e col sangue dell’immolato bagnino gli stipiti e l’architrave della porta delle vostre case. E nella stessa notte ne mangerete le carni arrostite al fuoco, col pane senza lievito e lattughe selvatiche. E quanto potrebbe rimanere distruggerete col fuoco. E mangerete coi fianchi cinti, i calzari al piede, il bordone in mano, in fretta, perché è il passaggio del Signore. E quella notte Io passerò percuotendo ogni primogenito d’uomo o d’animale che si trovino nelle case non segnate del sangue dell’agnello”[11].
55Al presente, nel nuovo passaggio di Dio, il più vero passaggio, perché realmente Dio passa fra di voi visibile, riconoscibile ai suoi segni, la salvezza sarà su quelli che saranno segnati del Sangue dell’Agnello col segno salutare. Perché in verità tutti ne sarete segnati. Ma soltanto quelli che amano l’Agnello e ameranno il suo Segno, da quel Sangue avranno salvezza[12]. Per gli altri sarà il marchio di Caino. E voi sapete che Caino non meritò più di vedere il volto del Signore, né mai più conobbe sosta. E percosso a tergo dal rimorso, dal castigo, da Satana, suo re crudele, andò ramingo e fuggiasco per la Terra e finché ebbe vita[13]. Una grande, grande figura del Popolo che percuoterà il nuovo Abele…»
Il segno del Tau.
56«Anche Ezechiele parla del Tau[14]… Tu credi che il tuo Segno sia il Tau di Ezechiele?».
«Quello è».
57«Tu allora ci accusi che in Gerusalemme sono abominazioni?».
«Vorréi non poterlo fare. Ma così è».
58«E fra i segnati del Tau non vi sono peccatori? Lo puoi giurare?».
59«Io non giuro nulla. Però dico che, se fra i segnati vi saranno peccatori, ancor più tremendo sarà il loro castigo, perché gli adulteri dello spirito, i rinnegatori, gli uccisori di Dio dopo essere stati i suoi seguaci, saranno i più grandi nell’Inferno».
La colpa dei dottori in Israele è inescusabile.
60«Ma quelli che non possono credere che Tu sia Dio non avranno peccato. Saranno giustificati…».
61«No. Se non mi aveste conosciuto, se non aveste potuto constatare le mie opere, se non aveste potuto controllare le mie parole, non avreste colpa. Se non foste dottori in Israele, non avreste colpa. Ma voi conoscete le Scritture e vedete le mie opere. Potete fare un parallelo. E, se lo fate con onestà, Me vedete nelle parole della Scrittura, e le parole della Scrittura vedete tradotte in atti in Me. Perciò non sarete giustificati di misconoscermi e odiarmi. Troppe abominazioni, troppi idoli, troppe fornicazioni sono dove solo Dio dovrebbe essere. E in ogni luogo dove voi siete. La salvezza è nel ripudiarle e nell’accogliere la Verità che vi parla. E perciò dove voi uccidete, o tentate di uccidere, sarete uccisi. E per questo sarete giudicati alle frontiere di Israele, là dove ogni potere umano decade e solo l’Eterno è Giudice dei suoi creati».
La luce splende liberamente.
62«Perché parli così, Signore? Severo sei».
63«Veritiero sono. Io sono la Luce. La Luce è stata mandata per illuminare le Tenebre. Ma la Luce deve splendere liberamente. Inutile sarebbe che l’Altissimo avesse mandato la sua Luce se poi ad essa Luce avesse imposto il moggio. Neppure gli uomini così fanno quando accendono un lume, perché allora sarebbe stato inutile lo avessero acceso. Se l’accendono è perché illumini e chi entra in casa ci vegga. Io, nella oscurata casa terrena del Padre mio, vengo a mettere la Luce, perché chi è in essa veda. E la Luce splende. E beneditela se col suo raggio purissimo vi discopre rettili, scorpioni, trabocchetti, ragnatele, crepe delle muraglie. Ve lo fa per amore. Per darvi modo di conoscervi, ripulirvi, cacciare gli animali nocivi – le passioni e i peccati – ricostruirvi prima che sia troppo tardi, vedere dove mettete il piede – sul tranello di Satana – prima che vi precipitiate. Ma per vedere, oltre al lume netto ci vuole occhio netto. Da un occhio che la malattia fa coperto di materia non passa la luce. Pulite i vostri occhi. Pulite il vostro spirito perché la Luce possa scendere in voi. Perché perire nelle Tenebre quando il Buonissimo vi manda Luce e Medicina per guarirvi? Non è ancora troppo tardi. Venite, nell’ora che vi resta, venite alla Luce, alla Verità, alla Vita. Venite al Salvatore vostro che vi tende le braccia, che vi apre il cuore, che vi supplica di accoglierlo per il vostro eterno bene».
L’ invito del fariseo Elchia (Lc 11,37)[15]
64Gesù è veramente supplichevole, amorosamente supplichevole, spoglio di ogni cosa che non sia amore… Anche le belve più ostinate, più ubriache d’odio lo sentono e le loro armi si sentono vinte, i loro veleni non hanno forza di spruzzare fuori il loro acido. Si guardano. Poi Elchia parla per tutti: «Bene hai parlato, Maestro! Ti prego accettare il convito che offro per onorarti».
65«Non chiedo altro onore che quello di conquistare le vostre anime. Lasciami alla mia povertà…».
66«Non vorrai farmi offesa col rifiutare?!».
«Nessuna offesa. Ti prego di lasciarmi coi miei amici».
67«Ma anch’essi, chi può dubitare diversamente? Anche essi con Te. Grande onore per la mia casa!… Grande onore!… Vai pure da altri che grandi sono! Perché non da Elchia?».
68«Ebbene… verrò. Ma credi che non potrò dirti parole diverse, nel segreto della casa, da quelle che ti ho dette qui, fra il popolo».
69«E neppure io! E neppure i miei amici! Lo dubiti forse?…».
70Gesù lo guarda fisso fisso. E poi dice: «Non dubito che di ciò che ignoro[16]. Ma non ignoro il pensiero degli uomini. Andiamo alla tua casa… La pace a coloro che mi hanno ascoltato».
71E al fianco di Elchia si dirige fuor dal Tempio, seguito dal codazzo dei suoi apostoli mescolati, e non entusiasti di esserlo, agli amici di Elchia.
6. Invettiva contro farisei e dottori al convito in casa del sinedrista Elchia[17].
Al convito del sinedrista e fariseo.
Nella casa del fariseo (Lc 11,37)[18]
1Gesù entra nella casa del suo ospite, poco lontana dal Tempio ma spinta verso il rione che è ai piedi di Tofet.
2Una casa dignitosa, un poco arcigna, di stretto osservante, anzi di esagerato osservante. Credo che anche i chiodi siano messi in numero e in posizione quale qualcuno dei seicentotredici precetti lo indica per buono. Non c’è un disegno nelle stoffe, non un fregio alle pareti, non un ninnolo… nulla di quei minimi che anche nelle case di Giuseppe e Nicodemo e degli stessi farisei di Cafarnao sono presenti per abbellire la casa. Questa è… trasudante da ogni parte lo spirito del proprio padrone. Gelida, tanto è spoglia di ciò che è ornamento. Dura nei mobili scuri e pesanti squadrati come tanti sarcofaghi. Respingente. Una casa che non accoglie ma che si serra nemica a chi vi penetra.
Ostentazione di Elchia.
3Ed Elchia lo fa notare vantandosene. «Lo vedi, o Maestro, come io sono osservante? Tutto lo dice. Guarda: tende senza disegno, mobili senza ornati, niente vasi a scultura o lampadari che imitano fiori. C’è tutto. Ma tutto regolato sul precetto: “Non ti farai nessuna scultura, né rappresentazione di quello che è lassù nel cielo, o quaggiù in terra, o nelle acque sotto la terra”. Così nella casa come nelle vesti mie e dei miei famigliari. Io, ad esempio, non approvo in questo tuo discepolo (l’Iscariota) quei lavori sulla veste e sul manto. Tu mi dirai: “Li portano in molti”. Dirai: “Non è che una greca”. Va bene. Ma con quegli angoli, con quelle curve, troppo ricorda i segni dell’Egitto. Orrore! Cifre demoniche! Segni di negromanzia! Sigle di Belzebul! Non ti fai onore, o Giuda di Simone, a portarli, né Tu, Maestro, a concederglielo».
4Giuda risponde con una risatina sarcastica. Gesù risponde umilmente: «Più che i segni delle vesti Io sorveglio che non siano segni d’orrore sui cuori. Ma pregherò, anzi da ora lo prego il mio discepolo, di portare vesti meno ornate, onde non scandalizzare nessuno».
5Giuda ha un movimento buono: «Veramente il mio Maestro mi ha più volte detto che avrebbe preferito più semplicità nelle mie vesti. Ma io… ho fatto ciò che volevo perché mi piace essere vestito così».
6«Male, molto male. Che un galileo insegni a un giudeo è molto male; a te, poi, che eri del Tempio… oh!». Elchia mostra tutto il suo scandalo e i suoi amici lo secondano.
7Giuda è già stanco d’esser buono. E rimbecca: «Oh! allora ci sarebbero tante pompe da levare anche a voi del Sinedrio! Se vi doveste levare tutti i disegni messi a coprire le facce delle vostre anime, apparireste ben brutti».
8«Come parli?».
«Come uno che vi conosce».
9«Maestro! Ma lo senti?».
«Sento e dico che occorre umiltà da una parte e dall’altra, e in ambe verità. E reciproco compatimento. Solo Dio è perfetto».
10«Ben detto, o Rabbi!», dice uno degli amici… Sparuta, solitaria voce nel gruppo farisaico e dottorale.
11«Mal detto, invece», ribatte Elchia. «Il Deuteronomio è chiaro nelle sue maledizioni. Dice: “Maledetto l’uomo che fa immagine scolpita o di getto, cosa abominevole, opera di mano d’artefici, e[19]…”»
12«Ma queste sono vesti, non sono scolture», risponde Giuda.
13«Silenzio tu. Parla il tuo Maestro. Elchia, sii giusto e distingui. Maledetto chi fa idoli. Ma non chi fa disegni copiando il bello che il Creatore ha messo nel creato. Cogliamo pure i fiori per ornare…».
14«Io non ne colgo né voglio vederne ornate le stanze. Guai alle mie donne se fanno questo peccato anche nelle loro. Solo Dio va ammirato».
15«Giusto pensiero. Solo Dio. Ma si può ammirare Dio anche in un fiore, riconoscendo che Lui è l’Artefice del fiore».
«No, no! Paganesimo! Paganesimo!».
16«Giuditta si ornò, e si ornò Ester per scopo santo…»[20].
Alle tavole senza indugio (Lc 11,37)[21].
17«Femmine! E la femmina è sempre essere spregevole. Ma te ne prego, Maestro, di entrare nella sala del convito mentre io mi ritiro un momento dovendo parlare coi miei amici».
Gesù acconsente senza discussione.
«Maestro… Respiro male!…», esclama Pietro.
18«Perché? Ti senti male?», chiedono alcuni.
«No. Ma a disagio… come uno caduto in un trabocchetto».
19«Non ti agitare. E siate tutti molto prudenti», consiglia Gesù.
Restano in gruppo e in piedi, finché rientrano i farisei seguiti dai servi.
20«Alle tavole senza indugio. Abbiamo adunanza e non possiamo attardarci», ordina Elchia. E distribuisce i posti, mentre già i servi scalcano le vivande.
21Gesù è a lato di Elchia, e al suo fianco è Pietro. Elchia offre i cibi, e il pasto ha inizio in un silenzio agghiacciante…
22Ma poi hanno principio le prime parole. Naturalmente rivolte a Gesù, perché gli altri dodici sono lasciati in trascuranza come non ci fossero.
Padri degli inquisitori.
23Il primo ad interrogare è un dottore della Legge. «Maestro, dunque Tu sei sicuro di essere ciò che dici?».
24«Non Io lo dico di mia bocca. I profeti lo hanno detto[22] prima che Io fossi fra voi».
25«I profeti… Tu che neghi che noi si sia santi, puoi anche accogliere per buono il mio detto se dico che i profeti nostri possono essere degli esaltati».
26«I profeti sono santi».
27«E noi no, non è vero? Ma guarda che Sofonia unisce i profeti ai sacerdoti nella condanna contro Gerusalemme: “I suoi profeti sono degli esaltati, uomini senza fede, e i suoi sacerdoti profanano le cose sante e violano la Legge”[23]. Tu questo ce lo rimproveri di continuo. Ma, se accetti il profeta nella seconda parte del suo detto, lo devi accettare anche nella prima e riconoscere che non c’è base di appoggio sulle parole che vengono dagli esaltati».
Il Messia Re d’Israele è in mezzo a te.
28«Rabbi d’Israele, rispondi a Me. Quando poche righe di poi Sofonia dice: “Canta e rallegrati, o figlia di Sion… il Signore ha ritirato il decreto contro te… il Re d’Israele è in mezzo a te”[24], il tuo cuore le accetta queste parole?».
29«É la mia gloria ripetermele sognando quel giorno».
30«Ma sono parole di un profeta, di un esaltato, perciò…»
31Il dottore della Legge resta per un momento interdetto. Lo soccorre un amico. «Nessuno può mettere in dubbio che Israele regnerà. Non uno, ma tutti i profeti e i pre-profeti, ossia i patriarchi, hanno detto questa promessa di Dio».
32«E non uno dei pre-profeti e profeti ha mancato di indicarmi per quello che sono».
La prova della risurrezione.
33«Oh! bene! Ma noi non abbiamo le prove! Puoi essere Tu pure un esaltato. Che prove ci dai che sei Tu il Messia, il Figlio di Dio? Dammi un termine perché io possa giudicare».
34«Non ti dico la mia morte descritta da David e da Isaia[25]. Ma ti dico la mia risurrezione».
35«Tu? Tu? Risorgere Tu? E chi ti farà risorgere?».
36«Non certo voi. Non il Pontefice, non il monarca, non le caste, non il popolo. Da Me stesso risorgerò».
37«Non bestemmiare, o Galileo, e non mentire!».
38«Non faccio che rendere onore a Dio e dire verità. E con Sofonia ti dico: “Aspettami alla mia risurrezione”[26]. Fino ad allora potrai avere dubbi, potrete averli tutti, e potrete lavorare a istillarli al popolo. Ma più non potrete quando l’eterno Vivente da Se stesso, dopo aver redento[27], risusciterà[28] per non più morire, Giudice intangibile[29], Re perfetto che col suo scettro e la sua giustizia governerà e giudicherà fino alla fine dei secoli e continuerà a regnare nei Cieli in eterno».
Il fariseo Daniele riconosce in Gesù il Messia.
39«Ma non sai che parli a dottori e sinedristi?», dice Elchia.
«E che perciò? Voi mi interrogate. Io rispondo. Voi mostrate desiderio di sapere. Io vi illustro la verità. Non vorrai farmi venire alla mente, tu che per un disegno su una veste hai ricordato la maledizione del Deuteronomio, l’altra maledizione dello stesso: “Maledetto chi colpisce di nascosto il suo prossimo”[30]».
«Io non ti colpisco. Ti do cibo».
40«No. Ma le insidiose domande sono colpi dati alle spalle. Attento, Elchia. Perché le maledizioni di Dio si seguono, e quella che ho citata è seguita dall’altra: “Maledetto chi accetta doni per condannare a morte un innocente”[31]».
41«In questo caso i doni li accetti Tu, mio ospite».
«Io non condanno neppure i colpevoli se sono pentiti».
«Non sei giusto, allora».
41«No, giusto è. Perché Egli calcola che il pentimento merita perdono, e perciò non condanna», dice quello che ha già approvato Gesù nell’atrio della casa.
42«Taci là, Daniel! Vuoi saperne più di noi? O sei sedotto da uno sul quale molto è ancora a decidere e che nulla fa per aiutarci a decidere in suo favore?», dice un dottore.
43«So che voi siete i sapienti ed io un semplice giudeo, che neppure so perché mi vogliate spesso fra voi…».
44«Ma perché sei parente! É facile a capirsi! Ed io voglio santi e sapienti coloro che entrano nella mia parentela! Io non posso permettere ignoranze nella Scrittura, nella Legge, negli Halasciot, Midrasciot e nell’Haggada[32]. E non le sopporto. Tutto va conosciuto. Tutto osservato…».
45«E grato ti sono di tanta cura. Ma io, semplice coltivatore di terre, divenuto indegnamente tuo parente, non mi sono preoccupato che di conoscere la Scrittura e i Profeti per avere conforto nella mia vita. E, con la semplicità di un indotto, ti confesso che riconosco nel Rabbi il Messia preceduto dal suo Precursore che ce lo ha indicato… E Giovanni, non lo puoi negare, era invaso dallo Spirito di Dio».
Il Precursore e il Cristo.
46Un silenzio. Negare che il Battista era infallibile non vogliono. Dirlo infallibile neppure.
47E allora un altro dice: «Via… Diciamo che il Precursore e precursore di quell’angelo[33] che Dio manda a preparare la via al Cristo. E… ammettiamo che nel Galileo vi è sufficiente santità per giudicarlo tale angelo. Dopo di Lui verrà il tempo del Messia. Non vi pare conciliante a tutti questo mio pensiero? Lo accetti, Elchia? E voi, amici miei? E Tu, Nazareno?».
«No». «No». «No». I tre “no” sono sicuri.
48«Come? Perché non approvate?».
49Elchia tace. Tacciono i suoi amici. Solo Gesù, sincero, risponde: «Perché non posso approvare un errore. Io sono da più di un angelo. L’angelo fu il Battista, Precursore del Cristo, e il Cristo Io sono».
50Un silenzio glaciale, lungo.
51Elchia, il gomito appoggiato al lettuccio, la guancia appoggiata alla mano, pensa, duro, chiuso come tutta la sua casa.
Lo scandalo del fariseo (Lc11,38)[34].
52Gesù si volge e lo guarda, e poi dice: «Elchia, Elchia, non confondere la Legge e i Profeti con le piccinerie!».
53«Vedo che hai letto il mio pensiero. Ma non puoi negare che Tu hai peccato trasgredendo al precetto».
54«Come tu, e con astuzia, perciò con più colpa, hai trasgredito al dovere dell’ospite, con volontà di farlo lo hai fatto, e mi hai distratto e poi qui mandato mentre tu cogli amici ti purificavi, e al tuo ritorno ci hai pregato di esser solleciti ché avevi adunanza, e tutto per potermi dire: “Hai peccato”».
55«Potevi ricordarmi il mio dovere di darti di che purificarti».
56«Tante cose potrei ricordarti, ma non servirebbe altro che a farti più intransigente e nemico».
L’astuzia colpevole del fariseo Elchia.
57«No. Dille, dille. Ti vogliamo ascoltare e…».
58«E accusare presso i Principi dei Sacerdoti. Per questo ti ho ricordato l’ultima e la penultima maledizione. Lo so. Vi conosco. Sono qui, inerme, fra voi. Sono qui, isolato dal popolo che mi ama e davanti al quale non osate aggredirmi. Ma non ho paura. Ma non vengo a compromessi né faccio viltà. E vi dico il vostro peccato, di tutta la casta vostra e vostro, o farisei, falsi puri della Legge, o dottori, falsi sapienti, che confondete e mescolate di proposito il vero e il falso buono, che agli altri e dagli altri esigete la perfezione anche nelle cose esteriori e da voi nulla esigete. Voi mi rimproverate, uniti al vostro e mio ospite, di non essermi lavato avanti il desinare. Lo sapete che vengo dal Tempio, al quale non si accede altro che dopo essersi purificati dalle immondezze della polvere e della via. Volete allora confessare che il Sacro Luogo è contaminazione?».
59«Noi ci siamo purificati avanti le mense».
60«E a noi è stato imposto: “Andate là, attendete”. E dopo: “Alle tavole senza indugio”. Fra le tue pareti monde di disegni uno dunque ve ne era: quello di trarmi in inganno. Quale mano l’ha scritto sulle pareti il motivo per potermi accusare? Il tuo spirito o un’altra potenza che te lo regola e che ascolti? Orbene, udite tutti».
Invettiva contro i frisei e i dottori.
Corrutori dello Spirito e del corpo (Lc11,38)[35].
61Gesù si alza in piedi e, stando con le mani appoggiate all’orlo della tavola, comincia la sua invettiva: «Voialtri farisei lavate l’esterno del calice e del piatto, e le mani vi lavate e i piedi vi lavate, quasi che piatto e calice, mani e piedi avessero ad entrare nel vostro spirito che amate proclamare puro e perfetto. Ma non voi, sibbene Dio questo lo deve proclamare. Ebbene sappiate ciò che Dio pensa del vostro spirito. Egli pensa che è pieno di menzogna, sozzura e rapina, pieno di nequizia è, e nulla può dall’esterno corrompere ciò che già è corruzione».
62Stacca la destra dalla tavola e involontariamente comincia a gestire con essa mentre continua: «Ma chi ha fatto il vostro spirito, come ha fatto il vostro corpo, non può esigere, almeno con uguale misura, il rispetto all’interno che avete per l’esterno? O stolti che mutate i due valori e ne invertite la potenza, ma non vorrà l’Altissimo un’ancor maggior cura per lo spirito, fatto a sua somiglianza e che per la corruzione perde la Vita eterna, che non per la mano o il piede la cui sporcizia può esser detersa con facilità e che, se anche rimanessero sporchi, non influirebbero sulla nettezza interiore? E può Dio preoccuparsi della nettezza di un calice o di un vassoio quando questi non sono che cose senz’anima e che non possono influire sulla vostra anima?
63Leggo il tuo pensiero, Simone Boetos. No. Non regge. Non è per pensiero di salute, per tutela della carne, della vita, che voi avete queste cure, che praticate queste purificazioni. Il peccato carnale, anzi i peccati carnali della gola, delle intemperanze, delle lussurie, sono certo più dannosi alla carne di un poco di polvere sulle mani o sul piatto. Eppure voi li praticate senza preoccuparvi di tutelare la vostra esistenza e l’incolumità dei vostri familiari. E peccato fate di più nature, perché, oltre che la contaminazione dello spirito e del corpo vostro, lo sperpero di sostanze, il mancato rispetto ai familiari, fate offesa al Signore per la profanazione del vostro corpo, tempio dello spirito vostro, in cui dovrebbe essere il trono per lo Spirito Santo; e offesa per il giudizio che fate, che da voi vi dovete tutelare dai morbi venienti da un po’ di polvere, quasi che Dio non potesse intervenire a proteggervi dai morbi fisici se a Lui ricorreste con spirito puro.
Fate opere regali e sante (Lc 11,40-41)[36].
64Ma Colui che ha creato l’interno non ha forse creato anche l’esterno e viceversa? E non è l’interno il più nobile e il più marcato dalla divina somiglianza?
65Fate allora opere che siano degne di Dio e non grettezze che non si alzano dalla polvere per la quale e della quale sono fatte, della povera polvere che è l’uomo preso come creatura animale, fango composto in forma e che polvere torna, polvere che il vento dei secoli disperde. Fate opere che restino, che siano opere regali e sante, opere che si incoronano della divina benedizione. Fate carità e fate elemosina, siate onesti, siate puri nelle opere e nelle intenzioni e, senza ricorrere all’acqua delle abluzioni, tutto sarà puro in voi.
Dio vuole amore e giustizia (Lc 11,42)[37].
66Ma che vi credete? Di essere a posto perché pagate le decime sugli aromi? No. Guai a voi, o farisei che pagate le decime della menta e della ruta, della senape e del comino, del finocchio e d’ogni altro erbaggio, e poi trascurate la giustizia e l’amor di Dio. Pagare le decime è dovere e va fatto. Ma ci sono più alti doveri e anche quelli vanno fatti. Guai a chi osserva le cose esteriori e trascura le altre interiori basate sull’amore a Dio e al prossimo.
67Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e nelle adunanze e amate essere riveriti sulle piazze, e non pensate a fare opere che vi diano un posto in Cielo e vi meritino la riverenza degli angeli.
Dio vuole trasparenza (Lc 11,44)[38].
68Voi siete simili a sepolcri nascosti che passano inosservati a chi li sfiora e non ne ha ribrezzo, ma ribrezzo ne avrebbe se potesse vedere cosa è chiuso in essi. Dio però vede anche le più riposte cose e non si inganna nel giudicarvi».
Il giudizio di Dio è voce che resta (Lc 11,45)[39].
69Lo interrompe, alzandosi esso pure in piedi, in contraddittorio, un dottore della Legge.
70«Maestro, così parlando Tu offendi noi pure; e non ti conviene, perché noi ti dobbiamo giudicare».
71«No. Non voi. Voi non potete giudicarmi. Voi siete i giudicati, non i giudici, e chi vi giudica è Dio. Voi potete parlare, emettere suoni con le vostre labbra. Ma anche la voce più potente non giunge ai Cieli né scorre tutta la Terra. Dopo poco spazio è silenzio… E dopo poco tempo è oblìo. Ma il giudizio di Dio è voce che resta e non è soggetto a dimenticanze. Secoli e secoli sono passati da quando Dio ha giudicato Lucifero e ha giudicato Adamo. Ma la voce di quel giudizio non si spegne. Ma le conseguenze di quel giudizio sono. E se ora Io sono venuto per riportare la Grazia agli uomini, mediante il Sacrificio perfetto, il giudizio sull’atto di Adamo resta quello che è, e chiamato sarà “colpa d’origine” sempre. Saranno redenti gli uomini, lavati da una purificazione superiore ad ogni altra. Ma nasceranno con quel marchio perché Dio ha giudicato che quel marchio debba essere su ogni nato da donna, meno per Colui che, non per opera d’uomo, ma per Spirito Santo fu fatto, e per la Preservata e il Presantificato, vergini in eterno. La Prima per poter essere la Vergine Deipara, il secondo per poter precorrere l’Innocente nascendo già mondo per una prefruizione dei meriti infiniti del Salvatore Redentore.
La Legge di Dio è uguale per tutti (Lc 11,46)[40].
72Ed Io vi dico che Dio vi giudica. E vi giudica dicendo: “Guai a voi, dottori della Legge, perché caricate la gente di pesi insopportabili, rendendo un castigo il paterno decalogo dell’Altissimo al suo popolo”. Egli con amore e per amore lo aveva dato, onde l’uomo fosse sorretto da una giusta guida, l’uomo, l’eterno e imprudente e ignorante bambino. E voi, alle amorose dande con cui Dio aveva abbracciato le sue creature perché potessero procedere per la sua via e giungergli sul cuore, avete sostituito montagne di pietre aguzze, pesanti, tormentose, un labirinto di prescrizioni, un incubo di scrupoli, per cui l’uomo si accascia, si smarrisce, si ferma, teme Dio come un nemico. Voi ostacolate l’andare a Dio dei cuori. Voi separate il Padre dai figli. Voi negate, con le vostre imposizioni, questa dolce, benedetta, vera Paternità. Ma voi, però, quei pesi che agli altri date, non li toccate neppure con un dito. Vi credete giustificati solo per averli dati. Ma, o stolti, non sapete che sarete giudicati per quel che avete giudicato esser necessario a salvarsi? Non sapete che Dio vi dirà: “Voi dicevate sacra, giusta la vostra parola. Orbene, Io pure la giudico tale. E poiché l’avete imposta a tutti e sul come fu accolta e praticata avete giudicato i fratelli, ecco Io vi giudico con la vostra parola. E poiché non avete fatto ciò che avete detto di fare, siate condannati”?
Dio vuole testimoni onesti (Lc 11, 47-51)[41].
73Guai a voi che innalzate sepolcri ai profeti che i vostri padri uccisero. E che? Credete con ciò di diminuire la grandezza della colpa dei padri vostri? Di annullarla agli occhi dei posteri? No anzi. Voi testimoniate di queste opere dei padri vostri. Non solo. Ma le approvate, pronti ad imitarli, elevando poi un sepolcro al profeta perseguitato per dirvi: “Noi lo abbiamo onorato”. Ipocriti! É per questo che la Sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro dei profeti e degli apostoli. Ed essi ne uccideranno alcuni ed altri li perseguiteranno, onde si possa chiedere a questa generazione il sangue di tutti i profeti che è stato sparso dalla creazione del mondo in poi, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, ucciso fra l’altare e il santuario”.
74Sì, in verità, in verità vi dico che di tutto questo sangue di santi ne sarà chiesto conto a questa generazione che non sa distinguere Dio là dove è, e perseguita il giusto e l’accora perché il giusto è il confronto vivente con la sua ingiustizia.
Dio vuole la vera Scienza (Lc 11,52)[42].
75Guai a voi, dottori della Legge, che vi siete usurpata la chiave della scienza e ne avete chiuso il tempio per non entrarvi ed essere da essa giudicati, e non avete permesso che altri vi entrassero. Perché sapete che, se il popolo fosse ammaestrato dalla vera Scienza, ossia dalla Sapienza santa, potrebbe giudicarvi. Onde lo preferite ignorante perché non vi giudichi. E mi odiate perché Io sono Parola di Sapienza e vorreste chiudermi anzitempo in una carcere, in un sepolcro perché Io non parlassi più.
76Ma Io parlerò finché al Padre mio piacerà che Io parli. E dopo parleranno le mie opere più ancora delle mie parole. E parleranno i miei meriti più ancora delle opere, e il mondo sarà istruito e saprà, e vi giudicherà. Il primo giudizio su voi. E poi verrà il secondo, il singolo giudizio ad ogni singola vostra morte. E infine l’ultimo: quello universale. E ricorderete questo giorno e questi giorni e voi, voi soli conoscerete il Dio terribile che vi siete sforzati di agitare come una visione d’incubo davanti agli spiriti dei semplici, mentre voi, nell’interno del vostro sepolcro, vi siete irrisi di Lui, e dal primo e principale comandamento, quello dell’amore, all’ultimo dato sul Sinai, non ne avete avuto rispetto e avete disubbidito.
77Inutilmente, o Elchia, non hai figurazioni nella tua casa. Inutilmente, o voi tutti, non avete oggetti scolpiti nelle vostre case. Nell’interno del cuore avete l’idolo, più idoli. Quello di credervi dèi, quelli delle concupiscenze vostre. Venite, voi. Andiamo».
Cospirazione contro il Messia (Lc 11,53-54)[43].
78E, facendosi precedere dai dodici, esce per ultimo. Un silenzio… Poi i rimasti fanno un clamore dicendo tutti insieme: «Bisogna perseguitarlo, coglierlo in fallo, trovare oggetti di accusa! Ucciderlo bisogna!».
Altro silenzio.
79E poi, mentre due se ne vanno, disgustati dell’odio e dei propositi farisaici, e sono il parente di Elchia e l’altro che per due volte ha difeso il Maestro, i rimasti si chiedono: «E come?».
Altro silenzio.
80Poi, con una risata chioccia, Elchia dice: «Occorre lavorare Giuda di Simone…».
81«Già! Buona idea! Ma tu l’hai offeso!…».
82«Ci penso io», dice quello che Gesù ha chiamato Simone Boetos.
83«Io e Eleazaro di Anna… Lo circuiremo…» «Un poco di promesse…». «Un poco di paura…».
«Molto denaro…».
84«No. Molto no… Promesse, promesse di molto denaro…».
«E poi?».
«Cosa, e poi?».
85«Eh! Poi. A cose fatte. Che gli daremo?».
«Ma nulla! La morte. Così… non parlerà più», dice lentamente e crudelmente Elchia.
«Uh! la morte…».
86«Ne hai orrore? Ma va’ via! Se uccidiamo il Nazareno che… è un giusto… potremo uccidere anche l’Iscariota che è un peccatore…»
Vi sono incertezze…
87Ma Elchia, alzandosi, dice: «Sentiremo anche Anna… E vedrete che… dirà buona l’idea. E ci verrete anche voi… Oh! se ci verrete…».
88Escono tutti dietro al loro ospite, che se ne va dicendo: «Ci verrete… Ci verrete!».
7. Elchia e gli odiatori del Cristo nell’agonia di Lazzaro[44].
Accoglienza e ospitalità perfetta.
1Per quanto affranta di dolore e di fatica, Marta è sempre la signora che sa accogliere e ospitare, dando onore con quella signorilità perfetta della vera signora. Così, ora, dopo avere condotto in una delle sale la comitiva, impartisce ordini perché siano portati quei rinfreschi che sono d’uso e gli ospiti abbiano quanto può essere di conforto.
2I servi circolano mescendo bevande calde o vini pregiati e offrendo frutta bellissime, datteri biondi come topazi, uva secca, una specie del nostro zibibbo, di una perfezione di grappoli fantastica, miele filante, tutto in anfore, calici, piatti, vassoi preziosi. E Marta sorveglia attenta perché nessuno resti trascurato, ma anzi, a seconda dell’età, e forse anche dell’individuo, i cui umori le sono ben noti, regola l’offerta dei servi. Così ella ferma un servo, che si dirige ad Elchia con un’anfora colma di vino e un calice, e gli dice: «Tobia, non vino, ma acqua di miele e succo di datteri». E a un altro: «Certo Giovanni preferisce il vino. Offrigli il bianco dell’uva passita». E personalmente al vecchio scriba Canania offre latte caldo, che abbondantemente dolcifica con il biondo miele dicendo: «Gioverà alla tua tosse. Ti sei sacrificato per venire, sofferente come sei, e nella rigida giornata. Sono commossa di vedervi così premurosi».
3«Dovere nostro, Marta. Eucheria era della nostra stirpe. Una vera giudea che ha onorato noi tutti».
4«L’onore alla venerata memoria della madre mia mi tocca il cuore. Ripeterò a Lazzaro queste parole».
Volpi astute.
5«Ma noi vogliamo salutarlo. Un così buon amico!», dice, falso come sempre, Elchia che si è avvicinato.
6«Salutarlo? Non è possibile. É sfinito troppo».
«Oh! non lo disturberemo. Non è vero, voi tutti? Ci basta solo un addio, dalla soglia della sua camera», dice Felice.
7«Non posso, non posso proprio. Nicomede si oppone ad ogni fatica ed emozione».
8«Uno sguardo all’amico morente non lo può uccidere, Marta», dice Callascebona.
«Troppo ci dorrebbe non averlo salutato!».
9Marta è agitata, titubante. Guarda verso la porta, forse per vedere se Maria viene a darle aiuto. Ma Maria è assente. I giudei osservano questa sua agitazione, e Sadoc, lo scriba, lo osserva a Marta: «Si direbbe che la nostra venuta ti agita, donna».
10«No. No, affatto. Compatite al mio dolore. Sono mesi che vivo presso chi muore e… non so più… non so più muovermi come un tempo nelle feste…».
11«Oh! non è una festa! Non volevamo neppure che tu ci onorassi così! Ma forse… Forse ci vuoi celare qualche cosa, e per questo non ci mostri Lazzaro e ci interdici la sua camera. Eh! Eh! Si sa! Ma non temere! La camera di un malato è asilo sacro a chiunque, credilo…», dice Elchia.
12«Non vi è nulla da celare in camera di nostro fratello. Nulla vi è nascosto. Essa accoglie soltanto un morente al quale sarebbe pietà risparmiare ogni ricordo penoso. E tu, Elchia, e tutti voi siete ricordi penosi per Lazzaro», dice Maria con la sua splendida voce d’organo, apparendo sulla soglia e tenendo scostata la tenda porpurea con la mano.
«Maria!», geme Marta supplichevole, per frenarla.
13«Nulla, sorella. Lasciami dire…». Si rivolge agli altri: «E per levarvi ogni dubbio, un di voi -sarà un solo ricordo del passato che torna a dar dolore- venga meco, se la vista di un morente non lo disgusta e il fetore delle carni che muoiono non lo nausea».
14«E tu non sei un ricordo che dà dolore?», dice ironico l’erodiano, che ho già visto non so dove, lasciando il suo angolo e mettendosi di fronte a Maria.
15Marta ha un gemito. Maria ha uno sguardo d’aquila inquieta. I suoi occhi balenano. Si raddrizza altera, dimenticando la stanchezza e il dolore che le curvavano la persona, e con una espressione di regina offesa dice: «Sì. Io pure sono un ricordo. Ma non di dolore come tu dici. Sono il ricordo della Misericordia di Dio. E, me vedendo, Lazzaro muore con pace, perché sa di rendere il suo spirito nelle mani dell’infinita Misericordia».
16 «Ah! Ah! Ah! Non erano queste le parole di un tempo! La tua virtù! A chi non ti conosce potresti porla in vista…».
17«Ma non a te, non è vero? Invece proprio a te la pongo sotto gli occhi, per dirti che si diventa come coloro che si praticano. Allora, sventuratamente, io avvicinavo te ed ero come te. Ora avvicino il Santo e divengo onesta».
18«Cosa distrutta non si ricostruisce, Maria».
«Infatti il passato, tu, voi tutti, non potete più ricostruirlo. Non potete ricostruire ciò che avete distrutto. Non tu che mi fai ribrezzo. Non voi che avete offeso, al tempo del dolore, il mio fratello, ed ora, per bieco scopo, volete mostrare che siete i suoi amici».
19«Oh! Sei audace, donna. Il Rabbi ti avrà scacciato molti demoni, ma mite non ti ha fatta!», dice uno sui quarant’anni.
20«No, Gionata ben Anna. Non mi ha fatta debole. Ma più forte, dell’audacia di chi è onesto, di chi ha voluto tornare onesto e ha distrutto ogni legame col passato per farsi una nuova vita. Avanti! Chi viene da Lazzaro?». É imperiosa come una regina. Li domina tutti con la sua franchezza, spietata anche contro se stessa. Marta, invece, è angosciata, con le lacrime negli occhi che fissano supplichevoli Maria perché stia zitta.
Scimmie adulatrici.
21«Verrò io!», dice con un sospiro di vittima Elchia, falso come una serpe.
22Escono insieme. Gli altri si volgono a Marta: «Tua sorella!… Sempre quel carattere. Non dovrebbe. Ha tanto da farsi perdonare», dice Uriel, il rabbi visto a Giscala, quello che là ha colpito con sassi Gesù.
23Marta, sotto la sferza di queste parole, ritrova la sua forza e dice: «L’ha perdonata Iddio. Ogni altro perdono non ha valore dopo quello. E la sua vita attuale è d’esempio al mondo». Ma l’audacia di Marta presto cade e si muta in pianto. Geme fra le lacrime: «Siete crudeli! Verso lei… e verso me… Non avete pietà né del dolore passato, né del dolore attuale. Perché siete venuti? Per offendere e dare dolore?».
24«No, donna. No. Unicamente per salutare il grande giudeo che muore. Non per altro! Non per altro! Non devi prendere a male le rette intenzioni nostre. Abbiamo saputo da Giuseppe e Nicodemo dell’aggravamento e siamo venuti… come essi, i due grandi amici del Rabbi e di Lazzaro. Perché volete trattarci in maniera diversa, noi che amiamo il Rabbi e Lazzaro come essi? Non siete giuste. Puoi forse dire che essi, con Giovanni, Eleazar; Filippo, Giosuè e Gioachino, non sono venuti a sentire di Lazzaro, e che anche Mannaen non è venuto?…».
25«Non dico nulla. Ma stupisco che voi sappiate tutto così bene. Non pensavo che anche l’interno delle case fosse sorvegliato da voi. Non sapevo che vi fosse un precetto nuovo oltre i seicentotredici: quello di indagare, di spiare nell’intimo delle famiglie… Oh! scusate! Io vi offendo! Il dolore mi dissenna e voi lo acuite».
Demoni tentatori.
26«Oh! ti comprendiamo, donna! E perché vi pensiamo dissennate, siamo venuti a darvi un consiglio buono. Mandate a chiamare il Maestro. Anche ieri sette lebbrosi vennero a lodare il Signore perché il Rabbi li ha guariti. Chiamatelo anche per Lazzaro».
27«Non è lebbroso mio fratello», grida Marta convulsa.
28«Per questo lo avete voluto vedere? Per questo siete venuti? No. Non è lebbroso! Guardate le mie mani. Io lo curo da anni e non è lebbra su me. Ho la pelle arrossata dagli aromi, ma non ho lebbra. Non ho…».
29«Pace! Pace, donna. E chi ti dice che Lazzaro è lebbroso? E chi sospetta in voi un peccato così orrendo come quello di occultare un lebbroso? E credi tu che, nonostante la vostra potenza, non vi avremmo colpiti se aveste peccato? Anche sul corpo del padre e della madre e della sposa e dei figli noi siamo capaci di passare, pur di far ubbidire ai precetti. Io te lo dico. Io, Gionata di Uziel».
30«Ma certo! Così è! E ora ti diciamo, per il bene che ti vogliamo, per l’amore che avevamo a tua madre, per quello che abbiamo a Lazzaro: chiamate il Maestro. Scuoti il capo? Vuoi dire che è tardi ormai? Come? Non hai fede in Lui, tu, Marta, discepola fedele? É grave ciò! Cominci tu pure a dubitare?», dice Archelao.
31«Tu bestemmi, o scriba. Io credo nel Maestro come al Dio vero».
32«E allora perché non vuoi provare? Egli ha risuscitato i morti… Almeno così si dice… Forse non sai dove è? Se vuoi, te lo cerchiamo noi, ti aiutiamo noi», insinua Felice.
33«Ma no! Certo in casa di Lazzaro si sa dove è il Rabbi. Dillo con schiettezza, o donna, e noi partiremo a cercartelo e te lo condurremo, e staremo presenti al miracolo per gioire con te, con voi tutti», dice tentatore Sadoc.
34Marta è titubante, quasi tentata a cedere. Gli altri incalzano mentre lei dice: «Dove sia non so… Non so proprio… É partito giorni or sono e ci ha salutate come chi va via per lungo tempo… Mi sarebbe conforto sapere dove è… Almeno saperlo… a non so, in verità…».
35«Povera donna! Ma noi ti aiuteremo… Te lo condurremo», dice Cornelio.
36«No! Non occorre. Il Maestro… Voi parlate di Lui, non è vero? Il Maestro ha detto che dobbiamo sperare oltre lo sperabile, e in Dio solo. E noi lo faremo», tuona Maria che torna con Elchia, che la lascia subito chinandosi a parlare con tre farisei.
Fuori le bestie immonde.
37«Ma egli muore, a quel che sento!», dice uno di essi, che è Doras.
«E con ciò? Muoia! Io non ostacolerò il decreto di Dio e non disubbidirò al Rabbi».
38«E che vuoi sperare oltre la morte, o dissennata?», deride l’erodiano.
«Che? La Vita!». La voce è un grido di fede assoluta.
39«La Vita? Ah! Ah! Sii sincera. Tu sai che davanti ad un vero morire nullo è il suo potere, e nel tuo stolto amore per Lui non vuoi che ciò appaia».
40«Uscite tutti! Toccherebbe a Marta di farlo. Ma essa vi teme. Io temo soltanto di offendere Dio che mi ha perdonata. E lo faccio perciò in luogo di Marta. Uscite tutti. Non vi è posto in questa casa per quelli che odiano Gesù Cristo. Fuori! Alle vostre tane tenebrose! Fuori tutti! O vi farò cacciare dai servi come una mandra di pezzenti immondi».
41É imponente nella sua ira. I giudei se la svignano, vili all’estremo, davanti alla donna. Vero è che quella donna pare un arcangelo irato…
42La sala si sgombra e gli sguardi di Maria, man mano che uno varca la soglia passandole davanti, creano una immateriale forca caudina sotto la quale deve abbassarsi la superbia dei vinti giudei. La sala resta vuota finalmente.
Marta si accascia sul tappeto in uno scoppio di pianto.
43«Perché piangi, sorella? Non ne vedo la ragione…».
«Oh! tu li hai offesi… ed essi ti hanno, ci hanno offese… e ora si vendicheranno… e…».
44«Ma taci, stolta femmina! Su chi vuoi che si vendichino? Su Lazzaro? Prima devono deliberare, e avanti che decidano… Oh! su un gulal[45] non ci si vendica! Su noi? E abbiamo bisogno del loro pane per vivere? Gli averi non ce li toccheranno. Si proietta su essi l’ombra di Roma. E su che allora? E se anche fosse che potessero, non siamo noi due giovani e forti? Non potremo lavorare? Non è forse povero Gesù? Non è forse stato operaio Gesù nostro? Non saremmo più simili a Lui, essendo povere e lavoratrici? Ma glòriati di divenirlo! Speralo! Chiedilo a Dio!».
«Ma ciò che ti hanno detto…».
45«Ah! Ah! Ciò che mi hanno detto! È la verità. Me la dico io pure. Sono stata una immonda. Ora sono l’agnella del Pastore! E il passato è morto. Su, vieni da Lazzaro».
Apparizione a Elchia[46]
XX. A Daniel, parente del fariseo Elchia, con il sinedrista Simone.
22Elchia, il fariseo, sta discutendo con altri suoi pari cosa fare del sinedrista Simone che, impazzito il venerdì santo, parla e dice troppe cose. Le proposte sono diverse. Chi dice di isolarlo in qualche luogo deserto, dove le sue grida non possono essere sentite altro che da un servo fedelissimo e del loro stesso pensiero; chi, più benigno, confida che, essendo un malore passeggero, basterebbe lasciarlo lì dove è.
Elchia risponde: «L’ho portato qui non sapendo dove altro portarlo. Ma voi sapete che dubito forte del mio parente Daniel…».
Altri, più malvagi ancora di Elchia, dicono: «Vuole fuggire, andare per mare. Perché non accontentarlo?».
«Perché è incapace di atti ordinati. Solo in mare, perirebbe, e nessun di noi è capace di condurre una barca».
«E poi! anche fosse! Che avverrebbe nel luogo di sbarco, con quello che egli dice? Lasciate scegliere a lui la via… Alla presenza di tutti, anche del tuo parente, fa che egli dica la sua volontà, e come egli vuole si faccia».
Viene approvata questa proposta, ed Elchia, chiamando un servo, ordina sia condotto Simone chiamato Daniel.
Vengono l’uno e l’altro e, se Daniel ha l’aspetto di uomo che si sente a disagio presso certa gente, l’altro ha proprio l’aspetto di un mentecatto.
«Sentici, Simone. Tu dici che noi ti teniamo in prigione perché vogliamo ucciderti…».
«Dovete. Perché tale è il comando».
«Tu deliri, Simone. Taci e ascolta. Dove ti pare che guariresti?».
«In mare. In mare. In mezzo al mare. Dove non è nessuna voce. Dove non è nessun sepolcro. Perché i sepolcri si aprono ed escono i morti e mia madre dice…».
«Taci! Ascolta. Noi ti amiamo. Come una carne nostra. Vuoi proprio andare là?».
«Certo che voglio. Perché quei sepolcri si aprono e mia madre…».
«Andrai là. Ti condurremo al mare, ti daremo una barca e tu…».
«Ma è un omicidio il vostro! Egli è folle! Non può andar solo!», grida l’onesto Daniel.
«Dio non violenta la volontà dell’uomo. Potremmo noi fare ciò che non fa Dio?».
«Ma è folle! Non ha più volontà. È più stolto di un neonato! Non potete!…».
«Taci tu. Sei un agricoltore e non altro. Noi sappiamo… Domani partiremo per il mare. Sta’ lieto, Simone. Per il mare, capisci?».
«Ah! non sentirò più le voci della Terra! Non più le voci… Ah!», un grido lungo, uno spasimo di agitazione, un chiudersi d’occhi e d’orecchie. E un altro grido, quello di Daniel, che scappa terrorizzato.
«Ma che è? Che avviene? Fermate quel pazzo e quello stolto! Stiamo forse perdendo tutti il senno?», urla Elchia.
Ma colui che Elchia chiama “lo stolto”, ossia il suo parente Daniel, dopo aver corso qualche metro, si prostra al suolo, mentre l’altro invece schiuma, là dove è, in una convulsione paurosa, e urla, urla: «Fatelo tacere! Non è morto e grida, grida, grida! Più di mia madre, più di mio padre, più che non facesse sul Golgota! Là, là, non vedete là?». Accenna a dove è Daniel, placido, sorridente, col volto levato dopo esser stato col volto al suolo.
Elchia lo raggiunge e lo scrolla rudemente, furente, senza occuparsi di Simone che si rotola a terra e spuma e ha urli bestiali fra il cerchio esterrefatto degli altri. Elchia apostrofa Daniel: «Visionario fannullone, vuoi dirmi che fai?».
«Lasciami. Ora ti conosco. E da te mi allontano. Ho visto, benigno a me, tremendo a voi, Colui che mi volete fare credere morto. Io me ne vado. Più che il denaro e ogni ricchezza, tutelo l’anima mia. Addio, maledetto! E, se puoi, fa’ di meritare il perdono di Dio».
«Ma dove vai? Dove? Io non voglio!».
«Hai diritto di tenermi prigioniero? Chi te lo ha dato? Ti abbandono a ciò che ami e seguo ciò che amo. Addio», egli volge le spalle e se ne va, rapido come lo traesse una forza sovrumana, giù per la china verde di ulivi e frutteti.
Elchia, e non lui solo, è livido. L’ira li strozza tutti. Elchia minaccia vendetta sul parente, su tutti quelli che «con le loro frenesie», dice, asseriscono che il Galileo è vivente. Vuol dire, vuol fare…
Uno, non so chi sia, dice: «Faremo, faremo, ma non potremo chiudere tutte le bocche, e le pupille, che parlano perché vedono. Siamo vinti! Il delitto è su noi. Ora viene l’espiazione…», e si batte il petto, preso da un’angoscia che lo fa simile ad uno che salga gli scalini di un patibolo. «La vendetta di Jeové», dice ancora, ed è tutto il terrore millenario d’Israele che affiora nella sua voce.
Intanto, ferito, spumante, pauroso, Simone strepita con gridi da dannato: «Patricida, m’ha detto! Fatelo tacere! Tacere! Patricida! La stessa parola di mia madre! I morti hanno dunque tutti le stesse parole?!…».
.
8. Gionata di Uziel
Le spighe
colte nel giorno di
sabato[47].
L’intransigenza farisaica.
I discepoli ebbero fame (Mt 12,1; Mc 2,23; Lc 6,1)[48].
1Ancora lo stesso luogo, ma il sole è meno implacabile perché si avvia al tramonto.
2«Occorre andare per raggiungere quella casa» dice Gesù.
E vanno. La raggiungono. Chiedono pane e ristoro. Ma il fattore li respinge duramente.
3«Razza di filistei! Vipere! Sempre quelli! Sono nati da quel ceppo e danno i frutti di veleno» brontolano i discepoli affamati e stanchi.
«Vi sia reso ciò che date».
4«Ma perché mancate di carità? Non è più il tempo del taglione. Venite avanti. Ancora non è notte, e morenti di fame non siete. Un poco di sacrificio perché queste anime giungano ad avere fame di Me» esorta Gesù.
5Ma i discepoli, e credo più per dispetto che per insopportabile fame, entrano nel bel mezzo di un campo e si danno a cogliere spighe, le sgranano sulle palme e si mettono a mangiarle.
6«Sono buone, Maestro» urla Pietro.
7«Non ne prendi? E poi hanno un doppio sapore… Ne vorrei mangiare tutto il campo».
8«Hai ragione! Così si pentirebbero di non averci dato un pane» dicono gli altri, e vanno camminando fra le spighe e mangiando di gusto.
9Gesù cammina solo sulla strada polverosa. A un cinque o sei metri indietro sono lo Zelote con Bartolomeo, ma parlano fra di loro.
Lo scandalo dei farisei (Mt 12,2; Mc 2,24; Lc 6,2)[49].
10Un altro quadrivio, per una via secondaria che traversa la via maestra, e fermi a quel punto un gruppo di arcigni farisei, certo di ritorno dalle funzioni del sabato, alle quali hanno assistito nel paesotto che si vede in fondo a questa via secondaria, largo, piatto, come fosse un bestione acquattato nella sua tana.
11Gesù li vede, li guarda mite e sorridente, e saluta: «La pace sia con voi».
12In luogo della risposta al saluto, uno dei farisei chiede arrogantemente: «Chi sei?».
«Gesù di Nazaret».
13«Vedete che è Lui?» dice uno agli altri.
14Intanto Natanaele e Simone si accostano al Maestro mentre gli altri, camminando fra i solchi, vengono verso la via. Masticano ancora e hanno nel cavo delle mani chicchi di grano.
15Il fariseo che ha parlato per primo, forse il più potente, torna a parlare con Gesù che si è fermato in attesa di sentire il resto: «Ah! Tu dunque sei il famoso Gesù di Nazaret? Come mai fin qui?».
«Perché anche qui vi sono anime da salvare».
16«Bastiamo noi a questo. Noi sappiamo salvare le nostre e sappiamo salvare quelle dei nostri dipendenti».
17«Se così è, bene fate. Ma Io sono stato mandato per evangelizzare e salvare».
18«Mandato! Mandato! E chi ce lo prova? Non le tue opere certo!».
19«Perché dici così? Non ti preme la tua vita?».
«Ah! già! Tu sei quello che amministri la morte a quelli che non ti adorano. Vuoi allora uccidere tutta la classe sacerdotale, farisaica, quella degli scribi e molte altre, perché esse non ti adorano e non ti adoreranno mai. Mai, capisci? Mai, noi, gli eletti di Israele, ti adoreremo. E neppure ti ameremo».
20«Non vi forzo ad amarmi e vi dico: “Adorate Dio” perché…»
21«Ossia Te, perché Tu sei Dio, vero? Ma noi non siamo i pidocchiosi popolani galilei, né gli stolti di Giuda che vengono dietro a Te dimenticando i nostri rabbi…»
22«Non ti inquietare, uomo. Io non chiedo nulla. Compio la mia missione, insegno ad amare Dio e torno a ripetere il Decalogo perché è troppo dimenticato e, ancor di più, è male applicato. Io voglio dare la Vita. Quella eterna. Io non auguro morte corporale, né, meno ancora, morte spirituale. La vita che ti domandavo se non ti premeva di perdere, era quella dell’anima tua, perché Io la tua anima l’amo, anche se essa non mi ama. E mi addoloro vedendo che tu la uccidi coll’offendere il Signore spregiando il suo Messia».
23Il fariseo sembra preso da una convulsione tanto si agita; si scompone le vesti, si spennacchia le frange, si leva il copricapo e si arruffa i capelli, e grida: «Udite! Udite! A me, a Gionata di Uziel, discendente diretto di Simone il Giusto, a me, questo si dice. Io offendere il Signore! Non so chi mi tenga da maledirti, ma…».
24«La paura ti tiene. Ma fallo pure. Non ne sarai incenerito lo stesso. A suo tempo lo sarai e mi invocherai allora. Ma fra Me e te vi sarà, allora, un ruscello rosso: il mio Sangue».
Volontà di ubbidire alla Legge.
25«Va bene. Ma intanto, Tu, che ti dici santo, perché permetti certe cose? Tu, che ti dici Maestro, perché non istruisci i tuoi apostoli prima degli altri? Guardali lì, dietro a Te!… Eccoli con ancora lo strumento del peccato fra le mani! Li vedi? Hanno colto delle spighe, ed è sabato. Hanno colto delle spighe non loro. Hanno violato il sabato e hanno rubato».
26«Avevamo fame. Abbiamo chiesto al paese, dove siamo giunti ieri sera, alloggio e cibo. Ci hanno cacciati. Solo una vecchierella ci ha dato del suo pane e un pugno d’ulive. Dio glielo renda centuplicato perché ha dato tutto ciò che aveva, chiedendo soltanto una benedizione. Abbiamo camminato per un miglio e poi abbiamo sostato, come di legge, bevendo l’acqua di un rio. Poi, venuto il tramonto, siamo andati a quella casa… Ci hanno respinto. Tu vedi che in noi c’era volontà di ubbidire alla Legge» risponde Pietro.
L’amore misericordioso.
Davide in giorno di sabato (Mt 12,3-4; Mc 2,25-26; Lc 6,3-4)[50]
27«Ma non lo avete fatto. Non è lecito in sabato fare opera manuale e non è mai lecito prendere ciò che è di altri. Io e i miei amici ne siamo scandalizzati».
28«Io, invece, no. Non avete mai letto come Davide a Nobe prese i pani sacri della Proposizione per cibarsi lui ed i suoi compagni? I pani sacri erano di Dio, nella sua casa, riserbati per ordine eterno ai sacerdoti. Èdetto: “Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli che li mangeranno in luogo santo perché sono cosa santissima”. Eppure Davide li prese per sé e per i suoi compagni, perché ebbe fame. Or dunque, se il santo re entrò nella casa di Dio e mangiò i pani della Proposizione in sabato, lui a cui non era lecito cibarsene, eppure non gli fu ascritto a peccato, perché Dio continuò anche dopo questo ad averlo caro, come puoi tu dire che noi siamo peccatori se cogliamo sul suolo di Dio le spighe cresciute e maturate per suo volere, le spighe che sono anche degli uccelli, e che tu neghi che se ne cibino gli uomini, figli del Padre?» chiede Gesù.
29«Li avevano chiesti quei pani, non li avevano presi senza chiedere. E ciò cambia aspetto. E poi non è vero che Dio non ascrisse questo a peccato a Davide. Lo colpì ben duramente Dio!».
30«Ma non per questo. Per la lussuria, per il censimento, non per…» ribatte il Taddeo.
31«Oh! basta! Non è lecito, e non è lecito. Non avete diritto di farlo, e non lo farete. Andatevene. Non vi vogliamo nelle nostre terre. Non abbiamo bisogno di voi. Non sappiamo che fare di voi».
I sacerdoti in giorno di sabato[51]. (Mt 12,5-6).
32«Ce ne andremo» dice Gesù, impedendo ai suoi di ribattere oltre.
33«E per sempre, ricordalo. Che mai più Gionata di Uziel ti trovi al suo cospetto. Via!».
34«Sì. Via. Eppure ci troveremo ancora. E allora sarà Gionata quello che mi vorrà vedere per ripetere la condanna e per liberare per sempre il mondo di Me. Ma allora sarà il Cielo che ti dirà: “Non ti è lecito di farlo”, e quel “non ti è lecito” ti suonerà nel cuore come urlo di buccina per tutta la vita, e oltre la vita. Come nei giorni di sabato i sacerdoti nel Tempio violano il riposo sabatico e non fanno peccato, così noi, servi del Signore, possiamo, posto che l’uomo ci nega l’amore, attingere amore e soccorso dal Padre santissimo, senza per questo commettere colpe. Qui c’è Uno che è ben più grande del Tempio e può prendere ciò che vuole di quanto è nel creato, perché Dio ha messo tutto a far da sgabello alla Parola. Ed Io prendo e dono. Così le spighe del Padre, posate sulla immensa tavola che è la terra, come la Parola. Prendo e dono. Ai buoni come ai malvagi. Perché Misericordia sono. Ma voi non sapete cosa è la Misericordia. Se sapeste cosa vuol dire il mio essere Misericordia, capireste anche che Io non voglio che quella. Se voi sapeste cosa è la Misericordia non avreste condannato degli innocenti. Ma voi non lo sapete. Voi non sapete neppure che Io non vi condanno, voi non sapete che Io vi perdonerò, che chiederò, anzi, perdono al Padre per voi. Perché Io voglio misericordia e non castigo.
L’amore misericordioso e la Legge(Mt 12,7-8; Mc 2,27-28;Lc 6,5)[52].
35Ma voi non sapete. Non volete sapere. E questo è un peccato più grande di quello che mi ascrivete, di quello che dite abbiano fatto questi innocenti. Del resto sappiate che il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, e che il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato. Addio…».
36Si volge ai discepoli: «Venite. Andiamo a cercare un letto fra le sabbie che sono ormai vicine. Avremo sempre a compagne le stelle e ci daranno ristoro le rugiade. Dio provvederà, Lui che mandò la manna ad Israele, a nutrire noi pure, poveri e fedeli a Lui».
37E Gesù lascia in asso il gruppo astioso e se ne va coi suoi, mentre la sera scende con le prime ombre violette…
38Trovano finalmente una siepe di fichi d’India sulla cui cima, irta di palette pungenti, sono dei fichi che iniziano a maturare. Ma tutto è buono per chi ha fame. E, pungendosi, colgono i più maturi e vanno, finché i campi cessano in dune sabbiose. Viene da lontano un rumore di mare.
39«Sostiamo qui. La sabbia è soffice e calda. Domani entreremo in Ascalona» dice Gesù, e tutti cadono stanchi ai piedi di un’alta duna Le spighe colte nel giorno di sabato[53].
L’intransigenza farisaica.
I discepoli ebbero fame (Mt 12,1; Mc 2,23; Lc 6,1)[54].
1Ancora lo stesso luogo, ma il sole è meno implacabile perché si avvia al tramonto.
2«Occorre andare per raggiungere quella casa» dice Gesù.
E vanno. La raggiungono. Chiedono pane e ristoro. Ma il fattore li respinge duramente.
3«Razza di filistei! Vipere! Sempre quelli! Sono nati da quel ceppo e danno i frutti di veleno» brontolano i discepoli affamati e stanchi.
«Vi sia reso ciò che date».
4«Ma perché mancate di carità? Non è più il tempo del taglione. Venite avanti. Ancora non è notte, e morenti di fame non siete. Un poco di sacrificio perché queste anime giungano ad avere fame di Me» esorta Gesù.
5Ma i discepoli, e credo più per dispetto che per insopportabile fame, entrano nel bel mezzo di un campo e si danno a cogliere spighe, le sgranano sulle palme e si mettono a mangiarle.
6«Sono buone, Maestro» urla Pietro.
7«Non ne prendi? E poi hanno un doppio sapore… Ne vorrei mangiare tutto il campo».
8«Hai ragione! Così si pentirebbero di non averci dato un pane» dicono gli altri, e vanno camminando fra le spighe e mangiando di gusto.
9Gesù cammina solo sulla strada polverosa. A un cinque o sei metri indietro sono lo Zelote con Bartolomeo, ma parlano fra di loro.
Lo scandalo dei farisei (Mt 12,2; Mc 2,24; Lc 6,2)[55].
10Un altro quadrivio, per una via secondaria che traversa la via maestra, e fermi a quel punto un gruppo di arcigni farisei, certo di ritorno dalle funzioni del sabato, alle quali hanno assistito nel paesotto che si vede in fondo a questa via secondaria, largo, piatto, come fosse un bestione acquattato nella sua tana.
11Gesù li vede, li guarda mite e sorridente, e saluta: «La pace sia con voi».
12In luogo della risposta al saluto, uno dei farisei chiede arrogantemente: «Chi sei?».
«Gesù di Nazaret».
13«Vedete che è Lui?» dice uno agli altri.
14Intanto Natanaele e Simone si accostano al Maestro mentre gli altri, camminando fra i solchi, vengono verso la via. Masticano ancora e hanno nel cavo delle mani chicchi di grano.
15Il fariseo che ha parlato per primo, forse il più potente, torna a parlare con Gesù che si è fermato in attesa di sentire il resto: «Ah! Tu dunque sei il famoso Gesù di Nazaret? Come mai fin qui?».
«Perché anche qui vi sono anime da salvare».
16«Bastiamo noi a questo. Noi sappiamo salvare le nostre e sappiamo salvare quelle dei nostri dipendenti».
17«Se così è, bene fate. Ma Io sono stato mandato per evangelizzare e salvare».
18«Mandato! Mandato! E chi ce lo prova? Non le tue opere certo!».
19«Perché dici così? Non ti preme la tua vita?».
«Ah! già! Tu sei quello che amministri la morte a quelli che non ti adorano. Vuoi allora uccidere tutta la classe sacerdotale, farisaica, quella degli scribi e molte altre, perché esse non ti adorano e non ti adoreranno mai. Mai, capisci? Mai, noi, gli eletti di Israele, ti adoreremo. E neppure ti ameremo».
20«Non vi forzo ad amarmi e vi dico: “Adorate Dio” perché…»
21«Ossia Te, perché Tu sei Dio, vero? Ma noi non siamo i pidocchiosi popolani galilei, né gli stolti di Giuda che vengono dietro a Te dimenticando i nostri rabbi…»
22«Non ti inquietare, uomo. Io non chiedo nulla. Compio la mia missione, insegno ad amare Dio e torno a ripetere il Decalogo perché è troppo dimenticato e, ancor di più, è male applicato. Io voglio dare la Vita. Quella eterna. Io non auguro morte corporale, né, meno ancora, morte spirituale. La vita che ti domandavo se non ti premeva di perdere, era quella dell’anima tua, perché Io la tua anima l’amo, anche se essa non mi ama. E mi addoloro vedendo che tu la uccidi coll’offendere il Signore spregiando il suo Messia».
23Il fariseo sembra preso da una convulsione tanto si agita; si scompone le vesti, si spennacchia le frange, si leva il copricapo e si arruffa i capelli, e grida: «Udite! Udite! A me, a Gionata di Uziel, discendente diretto di Simone il Giusto, a me, questo si dice. Io offendere il Signore! Non so chi mi tenga da maledirti, ma…».
24«La paura ti tiene. Ma fallo pure. Non ne sarai incenerito lo stesso. A suo tempo lo sarai e mi invocherai allora. Ma fra Me e te vi sarà, allora, un ruscello rosso: il mio Sangue».
Volontà di ubbidire alla Legge.
25«Va bene. Ma intanto, Tu, che ti dici santo, perché permetti certe cose? Tu, che ti dici Maestro, perché non istruisci i tuoi apostoli prima degli altri? Guardali lì, dietro a Te!… Eccoli con ancora lo strumento del peccato fra le mani! Li vedi? Hanno colto delle spighe, ed è sabato. Hanno colto delle spighe non loro. Hanno violato il sabato e hanno rubato».
26«Avevamo fame. Abbiamo chiesto al paese, dove siamo giunti ieri sera, alloggio e cibo. Ci hanno cacciati. Solo una vecchierella ci ha dato del suo pane e un pugno d’ulive. Dio glielo renda centuplicato perché ha dato tutto ciò che aveva, chiedendo soltanto una benedizione. Abbiamo camminato per un miglio e poi abbiamo sostato, come di legge, bevendo l’acqua di un rio. Poi, venuto il tramonto, siamo andati a quella casa… Ci hanno respinto. Tu vedi che in noi c’era volontà di ubbidire alla Legge» risponde Pietro.
L’amore misericordioso.
Davide in giorno di sabato (Mt 12,3-4; Mc 2,25-26; Lc 6,3-4)[56]
27«Ma non lo avete fatto. Non è lecito in sabato fare opera manuale e non è mai lecito prendere ciò che è di altri. Io e i miei amici ne siamo scandalizzati».
28«Io, invece, no. Non avete mai letto come Davide a Nobe prese i pani sacri della Proposizione per cibarsi lui ed i suoi compagni? I pani sacri erano di Dio, nella sua casa, riserbati per ordine eterno ai sacerdoti. Èdetto: “Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli che li mangeranno in luogo santo perché sono cosa santissima”. Eppure Davide li prese per sé e per i suoi compagni, perché ebbe fame. Or dunque, se il santo re entrò nella casa di Dio e mangiò i pani della Proposizione in sabato, lui a cui non era lecito cibarsene, eppure non gli fu ascritto a peccato, perché Dio continuò anche dopo questo ad averlo caro, come puoi tu dire che noi siamo peccatori se cogliamo sul suolo di Dio le spighe cresciute e maturate per suo volere, le spighe che sono anche degli uccelli, e che tu neghi che se ne cibino gli uomini, figli del Padre?» chiede Gesù.
29«Li avevano chiesti quei pani, non li avevano presi senza chiedere. E ciò cambia aspetto. E poi non è vero che Dio non ascrisse questo a peccato a Davide. Lo colpì ben duramente Dio!».
30«Ma non per questo. Per la lussuria, per il censimento, non per…» ribatte il Taddeo.
31«Oh! basta! Non è lecito, e non è lecito. Non avete diritto di farlo, e non lo farete. Andatevene. Non vi vogliamo nelle nostre terre. Non abbiamo bisogno di voi. Non sappiamo che fare di voi».
I sacerdoti in giorno di sabato[57].(Mt 12,5-6).
32«Ce ne andremo» dice Gesù, impedendo ai suoi di ribattere oltre.
33«E per sempre, ricordalo. Che mai più Gionata di Uziel ti trovi al suo cospetto. Via!».
34«Sì. Via. Eppure ci troveremo ancora. E allora sarà Gionata quello che mi vorrà vedere per ripetere la condanna e per liberare per sempre il mondo di Me. Ma allora sarà il Cielo che ti dirà: “Non ti è lecito di farlo”, e quel “non ti è lecito” ti suonerà nel cuore come urlo di buccina per tutta la vita, e oltre la vita. Come nei giorni di sabato i sacerdoti nel Tempio violano il riposo sabatico e non fanno peccato, così noi, servi del Signore, possiamo, posto che l’uomo ci nega l’amore, attingere amore e soccorso dal Padre santissimo, senza per questo commettere colpe. Qui c’è Uno che è ben più grande del Tempio e può prendere ciò che vuole di quanto è nel creato, perché Dio ha messo tutto a far da sgabello alla Parola. Ed Io prendo e dono. Così le spighe del Padre, posate sulla immensa tavola che è la terra, come la Parola. Prendo e dono. Ai buoni come ai malvagi. Perché Misericordia sono. Ma voi non sapete cosa è la Misericordia. Se sapeste cosa vuol dire il mio essere Misericordia, capireste anche che Io non voglio che quella. Se voi sapeste cosa è la Misericordia non avreste condannato degli innocenti. Ma voi non lo sapete. Voi non sapete neppure che Io non vi condanno, voi non sapete che Io vi perdonerò, che chiederò, anzi, perdono al Padre per voi. Perché Io voglio misericordia e non castigo.
L’amore misericordioso e la Legge(Mt 12,7-8; Mc 2,27-28;Lc 6,5)[58].
35Ma voi non sapete. Non volete sapere. E questo è un peccato più grande di quello che mi ascrivete, di quello che dite abbiano fatto questi innocenti. Del resto sappiate che il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, e che il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato. Addio…».
36Si volge ai discepoli: «Venite. Andiamo a cercare un letto fra le sabbie che sono ormai vicine. Avremo sempre a compagne le stelle e ci daranno ristoro le rugiade. Dio provvederà, Lui che mandò la manna ad Israele, a nutrire noi pure, poveri e fedeli a Lui».
37E Gesù lascia in asso il gruppo astioso e se ne va coi suoi, mentre la sera scende con le prime ombre violette…
38Trovano finalmente una siepe di fichi d’India sulla cui cima, irta di palette pungenti, sono dei fichi che iniziano a maturare. Ma tutto è buono per chi ha fame. E, pungendosi, colgono i più maturi e vanno, finché i campi cessano in dune sabbiose. Viene da lontano un rumore di mare.
39«Sostiamo qui. La sabbia è soffice e calda. Domani entreremo in Ascalona» dice Gesù, e tutti cadono stanchi ai piedi di un’alta duna
9. Un mazzo d’accuse[59].
Il ritorno delle iene.
Un piccolo sacro al Signore.
35Entrano nel Tempio; e mentre le donne si fermano nella parte inferiore, gli uomini proseguono per il luogo ad essi concesso.
36Giungono così al luogo dove vengono presentati i fanciulli e purificate le donne. Un piccolo gruppetto di gente accompagna una giovane madre e si ferma ad osservare le cerimonie del rito.
«Un piccolo sacro al Signore, Maestro!», dice Andrea che osserva la scena.
«É, se non erro la donna di Cesarea di Filippo, quella del castello. Mi è passata davanti mentre ti aspettavamo alla porta Dorata», dice Giacomo d’Alfeo.
«Sì. C’è anche la suocera e l’intendente di Filippo. Non ci hanno visti. Ma noi abbiamo visto loro», aggiunge il Taddeo. E Matteo aggiunge: «Noi due abbiamo invece visto Maria di Simone con un vecchio. Ma Giuda non c’era. Pareva molto triste la donna. Si guardava intorno con affanno».
37«La cercheremo poi. Ora preghiamo. E tu, Simone di Giona, fa’ l’offerta al gazofilacio. Per tutti».
Pregano a lungo, molto notati dalla gente che si indica il Maestro. Un breve alterco, nel quale emerge la nota acuta di una voce femminile, fa volgere il capo agli oranti meno raccolti.
Il verso delle iene.
38«Se qui sono stata per offrire il maschio a Dio, posso rimanervi un altro poco per offrirlo a Chi lo ha salvato al Signore», dice la voce acuta.
E voci nasali d’uomo insistono: «Non è lecito alla donna fermarsi qui dopo il rito. Va’ via».
«Vi andrò. Ma dietro a Lui».
«Chiamalo, allora, e vattene con Lui».
39«Piano! Piano! Lasciate che la donna parli e dica come può dire che il Nazareno ha salvato a Dio il fanciullo», dice una strascicata voce di uomo.
«E che te ne preme, Gionata di Uziel?».
40«Se me ne preme!? Qui certo è un nuovo peccato. Una nuova prova. Odimi, o donna. Come quell’uomo ti salvò il figlio? Vuoi dirlo ai cercatori tenaci della verità?», chiede mellifluo questo fariseo che non mi è nuovo.
41«Oh! sì. Con gratitudine lo dico. Ero disperata perché il bambino m’era nato morto. Vedova sono, e questa creatura è tutto per me. Egli venne e gli dette vita».
42«Quando? Dove?».
«A Cesarea di Filippo. Sono del castello di Cesarea».
«La vita! Sarà stato solo un mancamento del fanciullo…».
«No. Era morto. La madre mia lo può dire. E dire lo può l’intendente del castello. Egli venne e gli alitò in bocca, e il bimbo si agitò e vagì».
«E tu dove eri?».
«In letto, signore. Avevo partorito allora».
«Oh! orrore!».
«Ah! Anatema».
«Impuro!».
«Sacrilego!».
«Vedete se avevo ragione di interrogare?».
«Sapiente sei, Gionata di Uziel! Come intuisti?».
«Conosco l’uomo. Lo vidi violare il sabato nelle mie terre della pianura per saziare la sua fame».
«Cacciamolo di qua!».
«Riferiamo ai Principi dei sacerdoti».
43«No. Interroghiamolo se si è purificato. Non possiamo accusare senza sapere…».
«Taci là, Eleazar. Non ti sporcare con una stolta difesa».
La giovane Dorca, presa in mezzo, causa di tanto parapiglia, dà uno scoppio di pianto e grida: «Oh! per mia causa non gli nuocete!».
Un mazzo d’accuse.
44Ma alcuni scalmanati hanno raggiunto il Signore e imperiosamente gli dicono: «Vieni qui e rispondi».
Gli apostoli e i discepoli sono agitati da ira e da timore. Gesù calmo e solenne segue chi lo chiama.
45«Riconosci questa donna?», urlano spingendolo nel mezzo del cerchio che si è fatto intorno a Dorca e additandola come fosse una lebbrosa.
«Sì. É una giovane vedova e madre di Cesarea di Filippo. E quella è la suocera sua. E quello è l’intendente del castello. Ebbene?».
46«Ella ti accusa di essere entrato da lei mentre ancora il parto avveniva»[60].
47«Non è vero, Signore! Io non l’ho detto. Ho detto che mi hai rianimato il figlio. E non di più! Volevo farti onore e ti faccio del male. Oh! perdono! perdono!».
48L’intendente di Filippo interviene in suo aiuto e dice: «Non è vero. Voi mentite. La donna così non ha detto ed io ne sono testimone, pronto a giurare questo, e anche che il Rabbi non entrò nella stanza, ma dalla soglia operò il miracolo».
«Taci tu, servo».
49«No. Non tacerò. E lo dirò a Filippo che venera il Rabbi più di voi, falsi devoti del Dio altissimo».
L’alterco scivola dalla donna al terreno religioso e politico. Gesù tace. Dorca piange.
50Eleazar; l’ospite giusto del banchetto in casa di Ismaele, dice: «Credo che sia chiarito il dubbio e cada l’accusa, e il Rabbi, giustificato, possa essere libero d’andare».
51«No. Voglio sapere se si è purificato dall’aver toccato il morto[61]. Lo giuri su Jeovè!», urla Gionata di Uziel.
52«Non mi sono purificato perché il fanciullo non era morto, ma solo stentava a respirare».
«Ah! ti fa comodo ora dire che non risuscitò, eh?», urla un fariseo.
«Perché non ti vanti come facesti a Cedes?», chiede un altro.
«Ma non perdiamo tempo in parole! Cacciamolo e portiamo la nuova accusa al Sinedrio. Un mazzo d’accuse!».
«Quale altra?», chiede Gesù.
53«Quale? E l’aver toccato la lebbrosa senza poi purificarti? Puoi negarlo?[62] E l’avere bestemmiato a Cafarnao tanto che i più giusti ti hanno abbandonato? Puoi negarlo?»[63].
54«Non nego nulla. Ma sono senza peccato perché tu, Sadoc, che accusi, sai dal marito di Anastasica che ella non era lebbrosa, tu lo sai, tu pronubo dell’adulterio di Samuele, tu mentitore davanti al mondo con lui per favorire la libidine del sozzo, dando il nome di lebbra a ciò che non era lebbra, e condannando una donna a quella tortura che è l’esser detti “lebbrosi” in Israele, solo perché sei complice del colpevole marito».
55Lo scriba Sadoc, uno di quelli che erano a Giscala e poi a Cedes, colpito in pieno, se la svigna senza più parlare. La gente gli urla dietro beffarda.
56«Silenzio! Il luogo è sacro», dice Gesù. E ordina alla donna e a chi è con lei: «Andiamo. Venite con Me dove sono atteso». E si avvia severo e maestoso, seguito dai suoi.
57La donna intanto, interrogata da molti, racconta e racconta, ripetendo ogni volta: «Mio figlio è suo e a Lui lo consacro».
10. Parabola dei figli lontani. Guarigione dei due figli ciechi dell’uomo di Petra[64].
Il Messia sempre compiacente
Bella mattina di autunno.
1Una bella mattina di autunno. Tolte le foglie giallorosse che coprono il suolo e ricordano la stagione, è tanto verde l’erba con qualche fioretto che sboccia dai cespi rinati alle piogge di ottobre, è così serena l’aria che circola fra i rami in parte già spogli, che vien fatto di pensare ad un inizio di primavera, molto più che le piante a fogliame perenne, che si mescolano a quelle a fogliame annuale, mettono la nota allegra delle nuove fogliette smeraldine, nate ai vertici dei rametti, presso i rami spogli di altre piante, e così pare che queste gettino le prime foglie. Le pecore escono dai chiusi e belando si avviano con gli agnelli delle figliate di autunno ai pascoli. L’acqua di una fonte, messa all’inizio del paese, splende come liquido diamante al sole che la bacia e, ricadendo nello scuro bacino, fa tutto uno scintillìo multicolore contro una casetta dalle mura annerite dal tempo.
Il Messia compiacente.
2Gesù si siede su un muretto che limita la via da un lato e attende. I suoi gli stanno intorno. E anche gli abitanti del paese, mentre i pastori, obbligati dal gregge, per non dilungarsi troppo, in luogo di salire più in alto, si spargono ai due lati della via verso il piano.
Dalla via che da valle sale al Nebo per il momento non viene alcuno.
3«Verrà poi?», interrogano gli apostoli.
«Verrà. E noi lo attenderemo. Non voglio deludere una speranza che si forma e distruggere una futura fede», risponde Gesù.
4«Non state bene fra noi? Abbiamo dato il meglio che avevamo», dice un vecchione che si scalda al sole.
5«Meglio che altrove, padre. E la vostra bontà avrà premio da Dio», gli risponde Gesù.
6«Allora parlaci ancora. Qui vengono talora degli zelanti farisei e dei superbi scribi. Ma non hanno parole per noi. É giusto. Essi sono i separati per elevatezza da… tutto, e i sapienti. Noi… Ma non si deve allora conoscere nulla noi, perché la sorte ci ha fatto nascere qui?».
Come si merita il Regno dei Cieli.
Parabola dei figli lontani dalla casa paterna.
7«Nella Casa del Padre mio non ci sono separazioni e differenze per quelli che giungono a credere in Lui e a praticare la sua Legge, ché è il codice della sua volontà che l’uomo viva da giusto per avere eterno premio nel suo Regno.
8Udite. Un padre aveva molti figli. Taluni erano sempre vissuti in stretto contatto con lui; altri, per ragioni diverse, erano stati relativamente più lontani dal padre. Ma però, sapendo i desideri paterni, nonostante gli fossero lontani, potevano agire come se egli fosse presente. Altri ancora, perché ancor più lontani, e fin dal primo giorno della loro nascita allevati fra servi che parlavano altre lingue e avevano altri usi, si sforzavano a servire il padre per quel poco che, più per istinto che per sapere, conoscevano a lui gradito. Un giorno il padre, che non ignorava come, nonostante i suoi ordini, i suoi servi si fossero astenuti da far conoscere i pensieri del padre a questi lontani, perché nel loro orgoglio li riputavano inferiori, disamati sol perché non coabitanti col padre, volle radunare tutta la sua prole. E la chiamò a sé. Ebbene, credete voi che giudicasse per linea di umano diritto, dando il possesso dei beni soltanto a quelli che erano stati sempre nella sua casa, o quanto meno lontani non tanto da impedir loro di sapere i suoi ordini e desideri? Egli anzi seguì tutt’altro concetto e, osservando le azioni di quelli che erano stati giusti per amore del padre, conosciuto soltanto di nome, e lo avevano onorato con tutte le loro azioni, li chiamò a sé vicino dicendo: “Doppio merito il vostro di esser giusti, poiché lo foste per sola volontà vostra e senza aiuti. Venite e circondatemi. Ne avete ben diritto! I primi mi hanno sempre avuto e ogni loro azione era regolata dal mio consiglio e premiata dal mio sorriso. Voi avete dovuto agire solo per fede ed amore. Venite. Ché nella mia casa è pronto il vostro posto, è pronto da tempo, ed ai miei occhi non costituisce differenza l’esser sempre stati della casa o l’esser stati lontani; ma differenza hanno le azioni che, vicini o lontani da me, i miei figli hanno compiuto”.
Applicazione: Volontà tessa ad ubbidire Dio.
9Questa la parabola. E la sua spiegazione è questa: che scribi o farisei, viventi intorno al Tempio, possono non essere nel Giorno eterno nella Casa di Dio, e che molti, che sono tanto lontani da sapere soltanto succintamente le cose di Dio, potranno essere allora nel suo seno. Perché ciò che dà il Regno è la volontà dell’uomo tesa all’ubbidienza a Dio, e non il cumulo di pratiche e di scienza. Fate dunque quanto vi ho spiegato ieri. Fatelo senza eccessivo timore che paralizza, fatelo senza calcolo di sfuggire con ciò al castigo. Fatelo perciò soltanto per amore a Dio, che vi ha creati per amarvi ed essere amato da voi. E avrete posto nella Casa paterna».
«Oh! parlaci ancora!».
«Che vi devo dire?».
Sacrificio spirituale.
10«Ieri Tu dicevi che vi sono sacrifici più graditi a Dio di quello degli agnelli e degli arieti, e anche che vi sono lebbre più vergognose di quelle della carne. Non ho capito bene il tuo pensiero», dice un pastore e termina: «Prima che un agnello sia di un anno, e sia il più bello del gregge, senza macchia e difetto, sai quanti sacrifici occorre fare, e quante volte superare la tentazione di farne il montone del gregge o venderlo per tale? Ora, se per un anno si resiste ad ogni tentazione, e lo si cura e ci si affeziona ad esso, perla della mandria, sai quanto è grande il sacrificio di immolarlo senza utile e con dolore? Può esservi sacrificio più grande da offrire al Signore?».
11«Uomo, in verità ti dico che il sacrificio non sta nella bestia immolata, ma nello sforzo che tu hai fatto di conservarla per immolarla. In verità vi dico che sta venendo il giorno in cui, come dice la parola ispirata, Dio dirà: “Non ho bisogno del sacrificio degli agnelli e degli arieti”[65], ed esigerà un sacrificio unico e perfetto. E da quell’ora ogni sacrificio sarà spirituale[66]. Ma già è detto da secoli quale sacrificio predilige il Signore. Davide esclama piangendo: “Se Tu avessi desiderato un sacrificio, te lo avrei offerto, ma a Te non piacciono gli olocausti. Il sacrificio a Dio è lo spirito compunto (e Io aggiungo: ubbidiente e amoroso, perché si può compiere anche sacrificio di lodi e di gaudio e d’amore, non solo di espiazione). Il sacrificio a Dio è lo spirito compunto; il cuore contrito ed umiliato Tu, o Dio, non lo disprezzi”[67]. No. Non disprezza neppure il cuore che ha peccato e si è pentito, il Padre vostro. E allora, come accoglierà il sacrificio del cuore puro, giusto, che lo ama? Questo è il sacrificio più gradito. Il quotidiano sacrificio della volontà umana a quella divina, che vi si mostra nella Legge, nelle ispirazioni e negli avvenimenti giornalieri.
Lebbra spirituale
12E così non è la lebbra della carne la più vergognosa ed escludente dal cospetto degli uomini e dai luoghi di preghiera. Ma è la lebbra del peccato. È vero che essa passa molte volte ignorata agli uomini. Ma vivete per gli uomini o per il Signore? Tutto ha fine qui o prosegue nell’altra vita? Voi lo sapete. E allora siate santi per non essere lebbrosi agli occhi di Dio, che vedono i cuori degli uomini, e conservatevi mondi nello spirito per poter vivere in eterno».
13«E se uno ha peccato forte?».
«Non imiti Caino[68], non imiti Adamo ed Eva[69]. Ma corra ai piedi di Dio e con vero pentimento gli chieda pietà. Un malato, un ferito va al medico per guarire. Un peccatore vada a Dio per avere perdono. Io…».
La Legge è necessaria non i commenti
14«Tu qui, Maestro?», grida uno che sale per la via, tutto ammantellato e fra molti altri.
Gesù si volta a guardarlo. «Non mi riconosci? Sono rabbi Sadoc. Ogni tanto ci incontriamo».
15«Il mondo è sempre piccolo quando Dio vuol fare incontrare le persone. Ci incontreremo ancora, rabbi. Intanto, la pace sia con te».
16L’altro non rende il saluto di pace, ma chiede: «Che fai qui?».
«Ciò che tu stai per fare, ho fatto. Non ti è sacro questo monte?».
«Lo hai detto. E ci vengo coi miei discepoli. Ma io sono uno scriba!».
17«E Io sono un figlio della Legge. Venero dunque Mosè come tu lo veneri».
18«Ciò è menzogna. Tu annulli la sua parola con la tua e pretendi alla tua ubbidienza, non più alla nostra».
«Alla vostra no. Essa è vostra. Ma non è necessaria…».
«Non è necessaria? Orrore!».
19«No, non più che nelle tue vesti non sono necessari, a ripararti dalle arie autunnali, i fluenti e abbondanti zizit[70] che ti ornano la veste; É la veste quella che ti protegge. Così, delle molte parole che vengono insegnate, Io accetto le necessarie e sante, quelle mosaiche, e non curo le altre».
«Samaritano! Non credi ai profeti!».
20«I profeti voi neppure li osservate. Se li osservaste, non mi direste samaritano».
21«Ma lascialo stare, Sadoc. Vuoi parlare con un demonio?», dice un altro pellegrino sopraggiungente con altre persone. E, volgendo lo sguardo duro sul gruppo intorno a Gesù, vede Giuda di Keriot e lo saluta beffardamente.
Guarigione dei due figli ciechi.
Fede provata
22Forse succederebbe qualche incidente, perché i paesani vogliono difendere Gesù. Ma si fa largo urlando l’uomo di Petra, seguito da un servo. Sia lui che il servo hanno un bimbo fra le braccia. «Lasciatemi passare. Signore, mi sono fatto attendere troppo?».
«No, uomo. Vieni a Me».
23La gente si apre per lasciarlo passare. Egli viene a Gesù e si inginocchia, deponendo per terra una fanciullina dal capo fasciato di lino. Il servo lo imita mettendo a terra un fanciullo dagli occhi opachi.
24«I miei figli, Maestro Signore!», dice e nella breve frase trema tutto il dolore e la speranza di un padre.
25«Hai avuto molta fede, uomo. E se ti avessi deluso? Se non mi avessi trovato? Se ti dicessi che non te li posso guarire?».
26«Non ti crederei. E non crederei neppure all’evidenza di non vederti. Direi che ti sei nascosto per provare la mia fede e ti cercherei finché ti avessi trovato».
27«E la carovana? Il tuo guadagno?».
«Queste cose? E che sono rispetto a Te, che puoi guarire i miei figli e darmi una fede sicura in Te?».
La paura di Tamar
28«Scopri il volto della bambina», ordina Gesù.
«Lo tengo coperto perché ella soffre molto della luce».
29«Sarà un attimo di dolore soltanto», dice Gesù.
Ma la piccola si mette a piangere disperatamente e non vuole essere sfasciata.
30«Fa così perché crede che Tu la tormenti col fuoco come i medici», spiega il padre lottando per levare le manine della bambina dalle fasce.
31«Oh! non temere, fanciulla. Come ti chiami?». La bimba piange e non risponde. Risponde il padre per lei: «Tamar, da dove è nata. E il maschio Fara».
32«Non piangere, Tamar. Non ti faccio male. Senti le mie mani. Non hanno nulla fra le dita. Vieni in grembo a Me. Intanto guarirò tuo fratello, ed egli ti dirà ciò che ha provato. Vieni qui, fanciullo».
Guarigione di Fara
33Il servo gli spinge presso i ginocchi il povero ciechino dagli occhi spenti dal tracoma.
34Gesù lo carezza sul capo e gli chiede: «Sai chi sono?».
«Gesù Nazareno, il Rabbi d’Israele, il Figlio di Dio».
35«Vuoi credere in Me?».
«Sì».
36Gesù gli pone la mano sugli occhi, coprendogli più di metà volto. Dice: «Voglio! E la luce delle pupille apra la via alla luce della Fede». Leva la mano.
37Il bambino ha un grido portandosi le mani agli occhi e poi dice: «Padre! Io vedo!». Ma non corre al padre. Nella sua spontaneità di bimbo si attacca al collo di Gesù e lo bacia sulle guance e resta così, attaccato al suo collo, colla testolina rifugiata sulla spalla di Gesù a riabituare le pupille al sole.
38La folla grida al miracolo, mentre il padre vorrebbe levare il fanciullo dal collo di Gesù.
39«Lascialo. Non dà noia. Soltanto, o Fara, di’ a tua sorella ciò che ti ho fatto».
40«Una carezza, Tamar. Pareva la mano della mamma. Oh! guarisci anche tu e giuocheremo ancora!».
Guarigione di Tamar
41La bambina, con ancora un poco di riluttanza, si fa mettere sui ginocchi di Gesù, che la vorrebbe guarire senza neppur toccarle le fasce. Ma scribi e compagni urlano: «É un trucco. La bambina ci vede. Una congiura per sorprendere la buona fede vostra, o abitanti di questo luogo».
«Mia figlia è malata. Io…».
42«Lascia stare! Tu, Tamar, ora sei buona e lasci che Io ti levi le fasce».
43La bambina, persuasa, lascia fare. Che vista quando l’ultimo lino cade! Due piaghe rosse, crostose, gonfie, sono al posto degli occhi, e lacrime e pus gocciano da esse. La gente ha un sussurro di raccapriccio e di pietà, mentre la bambina si porta le manine al viso per ripararsi dalla luce che la deve far soffrire orribilmente; sulle tempie rosseggiano recenti scottature. Gesù le scansa le manine e sfiora leggermente quella rovina poggiandovi sopra la mano e dicendo: «Padre, che creasti la luce per gioia dei viventi e desti pupille persino al moscerino, rendi la luce a questa tua creatura, perché ti veda e in Te creda, e dalla luce della Terra entri, con la Fede, nella luce del tuo Regno»[71].
44Leva la mano… «Oh!», gridano tutti. Non ci sono più piaghe.
Ma la piccola tiene ancora gli occhi chiusi.
45«Aprili, Tamar. Non temere. La luce non ti farà male».
46La bambina ubbidisce un poco timorosa e apre le palpebre su due vivaci occhietti neri.
47«Padre mio! Ti vedo!», ed essa pure si abbandona sulla spalla di Gesù per abituarsi lentamente alla luce.
48La folla è in un subbuglio di festa, mentre l’uomo di Petra si getta singhiozzando di gioia ai piedi di Gesù.
49«La tua fede ha avuto il suo premio. Da ora innanzi la tua riconoscenza porti la tua fede nell’Uomo alla sfera più alta: a quella nel vero Dio. Alzati e andiamo».
50E Gesù mette a terra la bambina, che sorride felice, e si stacca dal fanciullo alzandosi. Li carezza ancora e vorrebbe fendere il cerchio di gente che si affolla per vedere gli occhi risanati.
Pane amaro e miele che tempera
51«Dovresti chiedere anche tu la guarigione per i tuoi occhi velati», dice un discepolo ad un vecchio, condotto a mano tanto ha gli occhi appannati.
52«Io?! Io?! Non voglio la luce da un demonio. Anzi! A Te grido, o Dio eterno! Ascoltami. A me! A me le tenebre assolute! Ma che io non veda il volto del demonio, di quel demonio, di quel sacrilego, usurpatore, bestemmiatore, deicida! Calino le ombre sui miei occhi per sempre. Le tenebre, le tenebre per non vederlo mai, mai, mai!». Sembra un demonio lui! Nel suo parossismo si percuote le occhiaie come volesse far scoppiare gli occhi.
53«Non temere. Non mi vedrai. Le Tenebre non vogliono la Luce, e la Luce non si impone a chi la respinge. Io vado, o vecchio. Non mi vedrai più sulla Terra. Ma mi vedrai ugualmente, altrove»[72].
54E Gesù, con un accasciamento che gli aumenta l’andatura propria dei molto alti, lievemente pendente in avanti, si avvia per la discesa. É tanto accasciato che pare già il Condannato che scende il Moria col carico della Croce… E le urla dei nemici, aizzati dal vecchio furente, molto assomigliano agli urli della folla di Gerusalemme nel venerdì santo.
55L’uomo di Petra, mortificato, con la bambina che gli piange spaurita fra le braccia, mormora: «Per me, Signore! Per causa mia! Tu tanto bene a me! E io a Te! Ho messo nella tenda sul cammello delle cose per Te. Ma che sono rispetto agli insulti che ti ho procurato? Mi vergogno di esserti venuto vicino…».
56«No, uomo. Quello è il mio pane amaro di ogni giorno. E tu sei il miele che lo temperi. Il pane è sempre più del miele. Ma basta una goccia di miele a far dolce molto pane».
57«Tu sei buono… Ma dimmi almeno: che devo fare per medicare queste ferite?».
58«Serba la fede in Me. Per ora, come e per quanto puoi. Fra non molto… Sì. I miei discepoli verranno sino a Petra e oltre. Allora segui la loro dottrina, perché Io parlerò in loro. E per il momento parla a quei di Petra di ciò che ti ho fatto, onde, quando questi che mi circondano e altri verranno in mio Nome, non sia sconosciuto ad essi questo mio Nome».
Commiato
59Ai piedi della discesa, sulla via romana, sono fermi tre cammelli. Uno con la sola sella, gli altri col baldacchino. Li sorveglia un servo.
60L’uomo va ad una tenda e ne prende degli involti: «Ecco», dice offrendoli a Gesù.
61«Ti saranno utili. Non mi ringraziare. Io solo devo benedire Te per quanto mi hai dato. Se puoi farlo su degli incirconcisi, benedici me ed i miei figli, o Signore!», e si inginocchia coi bambini. I servi lo imitano.
62Gesù stende le mani pregando sottovoce con gli occhi fissi al cielo.
63«Va’. Sii giusto e troverai Dio sulla tua via e lo seguirai senza più perderlo. Addio, Tamar! Addio, Fara!». Li carezza prima che salgano coi servi uno per cammello. Le bestie si alzano al crrr crrr dei cammellieri e si volgono prendendo il trotto per la via verso sud. Due manine brune si sporgono dalle tende e due vocine dicono: «Addio, Signore Gesù! Addio, padre!».
64L’uomo sta per montare a sua volta. Si china a terra e bacia la veste di Gesù, poi monta in sella e parte verso il nord.
65«Ed ora andiamo», dice Gesù avviandosi a sua volta verso nord.
66«Come? Non vai più dove volevi?», chiedono.
«No. Non possiamo più andare!… Le voci del mondo avevano ragione!… E questo perché il mondo è astuto e sa le opere del demonio… Andremo a Gerico…»
67Come è triste Gesù!… Tutti lo seguono, carichi dei fagotti dati dall’uomo, accasciati e senza parola…
11. Profezie di Sabea di Betlechi. Opposizione di
Sadoc. Giudizio
del
Messia[73].
Discernimento del Messia.
Il Messia benedice le terre della Fraternità.
1É un ben povero podere quello che alimenta l’accolta eterogenea degli amici di Zaccheo. Specie ora che è inverno, non rallegra certo il cuore. Ma pure essi lo amano e lo mostrano con orgoglio a Gesù. I tre campi a grano, arati e bruni, il frutteto con pochi alberi produttivi e gli altri ancora troppo giovani per sperare che lo siano, qualche striminzito filare di viti, l’ortaglia… una stalletta con una vaccherella e un asino per il bindolo, un recinto con poche galline e cinque coppie di colombi, sei pecore, una stamberga con una cucina e tre camere, una tettoia che fa da legnaia, ripostiglio e fienile, un pozzo dalla bocca sbrecciata e una cisterna dall’acqua melmosa. Nulla più.
2«Se ci aiuterà la stagione…»
«Se le bestie figlieranno…»
«Se gli alberelli attecchiranno…».
3Tutto è al condizionale… Speranze molto precarie… Ma uno si ricorda di ciò che ha sentito dire anni prima -del prodigioso raccolto avuto da Doras per una benedizione data dal Maestro perché Doras fosse umano con i suoi servi contadini- e dice: «E se Tu benedicessi questo luogo… Anche Doras era peccatore…».
4«Hai ragione. Ciò che ho fatto sapendo che non avrebbe mutato quel cuore, lo farò anche per voi dal cuore mutato». E apre le braccia a benedire, dicendo: «Lo faccio subito, perché voglio persuadervi che vi amo».
Il Messia conosce l’intenzione degli uomini.
5Poi proseguono la strada verso il fiume, costeggiando campi arati, dalla grassa terra scura, e frutteti spogliati dalla stagione. Ad una curva ecco alcuni scribi farsi avanti.
6«La pace a Te, Maestro. Ti abbiamo atteso qui per… venerarti».
«No. Per essere sicuri che non faccio frode. Avete fatto bene. Persuadetevi che non ho avuto modo di vedere la donna né alcuno di quelli che sono con lei. Voi, tu e tu, eravate di guardia alla casa di Zaccheo e avete visto che nessuno di noi è uscito. Voi mi avete preceduto sulla via e avete visto che nessuno di noi è andato avanti. Voi avete in cuore di impormi delle clausole all’incontro con quella donna, ed Io vi dico che le accetto prima ancora che le facciate».
«Ma… se non le sai…».
7«Non è forse vero che me le volete fare?».
«E’ vero».
8«Come dunque so questa vostra intenzione, nota a voi soli, così so ciò che mi direte. Ed Io vi dico che accetto ciò che volete propormi, perché servirà a dar gloria alla Verità. Parlate».
9«Sai come sono le cose?».
«So che la donna è giudicata da voi indemoniata e che però nessun esorcista poté cacciarle il demonio. E so che però essa non dice parole di demonio. Così dicono quelli che l’han sentita parlare».
10«Puoi giurare che non l’hai mai vista?».
«Il giusto non giura mai, perché sa che ha diritto di essere creduto sulla sua parola. Io vi dico che non l’ho mai vista e che non sono mai passato dal suo paese, e tutto il paese può confermarlo».
«Eppure lei pretende di conoscere il tuo volto e la tua voce».
11«La sua anima infatti mi conosce per volere di Dio».
12«Tu dici “per volere di Dio”. Ma come lo puoi asserire?».
«Mi è stato detto che dice parole ispirate».
«Anche il demonio parla di Dio».
«Ma con errori mescolati ad arte, per traviare gli uomini in pensieri di errore».
Senza discernimento le prove non bastano.
13«Ebbene… noi vorremmo che Tu ci lasciassi provare la donna».
«In che modo?».
«Tu non la conosci proprio?».
«Vi dico di no».
14«Ecco, allora. Mandiamo avanti qualcuno gridando: “Ecco il Signore” e vediamo se lei saluta chi è con costui come Tu fossi».
«Povera prova! Ma pure accetto. Scegliete voi, fra quelli che mi accompagnano, coloro da mandare avanti. E Io vi seguirò con gli altri. Però se la donna parlerà voi la dovete lasciar parlare, perché Io giudichi le sue parole».
«É giusto. Il patto è fatto e lo manterremo lealmente».
15«Così avvenga, e serva a toccarvi il cuore».
«Maestro, non tutti siamo avversari. Alcuni fra noi sono su posizione di attesa… e con sincera volontà di vedere il vero per seguirti», dice uno scriba.
«E’ vero. E costoro saranno amati ancora da Dio».
16Gli scribi esaminano gli apostoli e si stupiscono dell’assenza di molti, e specie dell’Iscariota, e poi scelgono Giuda Taddeo e Giovanni. In più prendono il giovane ladro convertito, che è pallido e magro e con i capelli tendenti al rossiccio. Quelli insomma che, per età e fisionomia, hanno punti uguali col Maestro.
«Noi andiamo avanti con costoro. Tu resta qui con i nostri compagni e coi tuoi, e seguici fra qualche tempo».
Così fanno.
Profetessa e testimone del Messia.
La Profetessa non mente.
17Sono già in vista i boschi che costeggiano il fiume. Un sole d’inverno al tramonto indora le vette delle piante e sparge una luce gialla e vivida sulle persone raccolte presso gli alberi.
18«Ecco! Ecco il Messia! Alzatevi! Venitegli incontro!», gridano gli scribi andati avanti, deviando verso un sentiero che termina contro un rovere colossale dalle radici potenti semi scoperte a far da sedile a chi si ricovera presso il suo tronco.
19Il gruppo di persone raccolte là intorno si volge, si alza, si apre e si scioglie per venire incontro a quelli che vengono. E presso il tronco restano soltanto tre scribi, Giovanni d’Efeso e un uomo e una donna anziani, più un’altra donna che sta seduta su una radice sporgente, le spalle al tronco, la testa china sui ginocchi stretti fra le braccia allacciate, tutta coperta da un velo di un viola tanto carico da parere nero. Sembra estranea a tutto. Non si scuote per il gridìo. Uno scriba la tocca sulla spalla: «É qui il Maestro, Sabea. Sorgi e salutalo».
La donna non risponde e non si muove.
20I tre scribi si guardano e sorridono ironici, facendo un cenno d’intesa agli altri che vengono avanti. E, posto che quelli che erano in attesa, non vedendo Gesù, si erano zittiti, gridano essi più forte che mai, essi e i compari, perché la donna non si avveda dell’inganno.
21«Donna», dice uno scriba alla vecchia madre che è con la figlia, «almeno tu saluta il Maestro e di’ a tua figlia di farlo».
22La donna si prostra, insieme al marito, davanti al Taddeo e Giovanni e al ladro pentito e poi, alzandosi, dice alla figlia: «Sabea, il tuo Signore è qui. Veneralo».
23La giovane non si muove. Il sorriso ironico degli scribi si accentua, e uno, magro e nasuto, dice con voce nasale e strascicata: «Non te l’aspettavi questa prova, non è vero? E il tuo cuore trema. Senti che la tua fama di profetessa è in pericolo e non tenti la sorte… Mi pare che ciò basti a definirti per menzognera…».
24La donna alza la testa di colpo. Getta indietro il velo e guarda con occhi bene aperti mentre dice: «Non mento, scriba. E non ho paura, perché sono nella verità. Dove è il Signore?».
25«Come? Dici che lo conosci e non lo vedi? Lo hai davanti».
26«Nessuno di questi è il Signore. Per questo non mi movevo. Nessuno di questi».
«Nessuno di questi? Come? Quel galileo biondo non è il Signore? Io non lo conosco, ma so che è biondo e con occhi di cielo».
«Non è il Signore».
«Allora quello alto e severo. Guarda che tratti da re. É Lui certo».
«Non è il Signore. Non è fra questi il Signore», e la donna riabbassa il capo fra le ginocchia come prima.
La profetessa adora il Messia.
27Qualche tempo passa. Poi ecco avanzarsi Gesù. Gli scribi hanno imposto silenzio alla poca gente. Perciò il suo venire non è accusato da nessun osanna.
28Gesù viene avanti fra Pietro e Giacomo suo cugino. Cammina lentamente… silenziosamente… L’erba folta attutisce ogni fruscio di passi. Mentre la vecchia si asciuga delle lacrime col suo velo e uno scriba ferisce dicendo: «Vostra figlia è folle e mentitrice», mentre il padre sospira e anche rimprovera la figlia, Gesù giunge ai limiti del sentiero e si ferma.
29La giovane, che non ha potuto sentire niente, che non ha potuto vedere nulla, balza in piedi, getta il velo, scopre così tutto il capo, stende le braccia con un grido potente: «Eccolo che a me viene il mio Signore[74]! Questo è il Messia[75], o uomini che mi volete ingannare e avvilire. Io vedo su Lui la luce di Dio che me lo indica[76], e lo onoro!», e si getta a terra ma rimanendo al suo posto, a un due metri circa da Gesù. Volto a terra, fra l’erba, ella grida: «Io ti saluto, o Re dei popoli[77], o Ammirabile, o Principe di pace, Padre del secolo senza fine, Duce del popolo nuovo di Dio[78]!», e resta prostrata sotto il suo ampio mantello scuro, di un viola quasi nero come il velo.
Sabea, il tipo classico della donna ebrea.
30Ma nel momento che si è alzata in piedi contro il tronco nero -e dopo aver gettato il velo è rimasta con le braccia tese in avanti, come una statua- ho potuto notare che sotto il manto è vestita di una veste di pesante lana di un bianco avoriato, stretta semplicemente da un cordone al collo e alla cintura. E soprattutto ho potuto ammirare la sua bellezza di donna matura. Avrà un trent’anni. E trent’anni in Palestina equivalgono almeno a quaranta dei nostri, generalmente, ché se per Maria Santissima questa regola ha un’eccezione, per le altre donne la maturità viene presto, e specie per quelle brune di capelli e di viso e formose come questa.
31Essa è il tipo classico della donna ebrea. Io credo che così saranno state Rachele e Rut e Giuditta, celebri per la loro bellezza. Alta, formosa eppure slanciata, dalla pelle liscia e di un pallore brunetto, bocca piccola e dalle labbra un poco tumide e vivamente rosse, naso diritto, lungo, sottile, due occhi profondi, scuri, vellutati fra un arco di ciglia lunghe e folte, fronte alta, liscia, regale, un ovale piuttosto allungato e delle chiome d’ebano splendide come un serto d’onice. Non un gioiello, ma un corpo statuario e un’imponenza da regina.
La profetessa.
32Ecco che si alza puntando le mani lunghe, brunette, bellissime, congiunte al braccio da un polso sottile. Eccola di nuovo in piedi, contro il tronco scuro. Guarda in silenzio, ora, il Maestro, e scrolla il capo perché degli scribi le dicono: «Ti sbagli, o Sabea. Non è Lui il Messia, ma è quello che hai visto prima senza riconoscere».
33Ella scrolla il capo ferma, severa, e non toglie gli occhi dal Signore. E poi il suo viso si trasfigura in un espressione che non so dire se di gioia fervida o di sonnolenza estatica. Ha dell’una e dell’altra cosa, perché pare trascolorare come in chi è prossimo a svenire, mentre tutta la vita si concentra negli occhi che si fanno luminosi di una luce di gioia, di trionfo, d’amore… Non so. Ridono quegli occhi? No, non ridono, come non ride la bocca severa. Eppure è una luce di gioia in loro, e sempre più quegli occhi acquistano una potenza di intensità che colpisce. Gesù la guarda con il suo sguardo mite, un poco mesto.
«Lo vedi che è una folle?», gli sussurra uno scriba.
Gesù non ribatte parola. La mano sinistra pendente lungo il fianco, la destra a tenersi raccolto il mantello sul petto, guarda e tace.
Il trono del Messia.
34E la donna apre la bocca e stende le braccia come prima. Sembra un’enorme farfalla dalle ali viola e il corpo d’avorio vecchio. E un nuovo grido esce dalle sue labbra: «O Adonai, Tu sei grande! Tu solo sei grande, o Adonai! Grande Tu sei e in Cielo e in Terra, e nel tempo e nei secoli dei secoli, e oltre il tempo, da sempre e per sempre, o Signore, Figlio del Signore. Sotto ai tuoi piedi sono i tuoi nemici, e regge il tuo trono l’amore di quelli che ti amano»[79].
35La voce si fa sempre più sicura e forte, mentre gli occhi si staccano dal volto di Gesù e guardano in un punto lontano, un poco al disopra delle teste che le stanno intorno attente e che ella, stando ritta contro il tronco del rovere, che è su un rialzo del suolo Come fosse su un basso argine, domina senza fatica.
36Dopo una pausa riprende: «Il trono del mio Signore è ornato delle dodici pietre delle dodici tribù dei giusti[80]. Nella grande perla che è il trono, il bianco prezioso trono splendente del santissimo Agnello, sono incastonati topazi con ametiste, smeraldi con zaffiri, e rubini con sardonici, e agate e crisoliti e berilli, onici, diaspri, opali. Quelli che credono, quelli che sperano, quelli che amano, quelli che si pentono, quelli che vivono e muoiono nella giustizia, quelli che soffrono, quelli che lasciano l’errore per la Verità, quelli che erano duri di cuore e miti si sono fatti in suo Nome, gli innocenti, i pentiti, quelli che si spogliano di ogni cosa per essere agili a seguire il Signore, i vergini dallo spirito splendente di luce simile ad un’alba del Cielo di Dio… Gloria al Signore! Gloria a Adonai! Gloria al Re assiso sul suo trono!».
37La voce è uno squillo. La gente è scossa da un fremito. La donna sembra veramente vedere quello che dice, quasi che la nube dorata, che naviga in un cielo sereno e che ella sembra seguire con lo sguardo rapito, le fosse lente per vedere le glorie celesti. Si riposa come stanca ma senza cambiare attitudine. Soltanto il suo viso si fa ancor più trasfigurato in pallore di epidermide e in fulgore di occhi.
Il Santo dei Santi chiuso nell’Uomo-Messia.
38E poi riprende a parlare abbassando lo sguardo su Gesù, che l’ascolta attento fra una cerchia di scribi, che crollano il capo scettici e schernitori, e di apostoli e seguaci pallidi di emozione sacra. Riprende a parlare a voce distinta ma meno alta: «Io vedo! Io vedo nell’Uomo ciò che si cela nell’Uomo. Santo è l’Uomo, ma il mio ginocchio si piega davanti al Santo dei Santi chiuso nell’Uomo»[81].
39La voce torna forte, imperiosa come un comando: «Guarda il tuo Re, o popolo di Dio! Conosci il suo Volto! La Bellezza di Dio ti è davanti[82]. La Sapienza di Dio ha preso una bocca per istruirti[83]. Non sono più i profeti, o popolo d’Israele, quelli che ti parlano dell’Innominabile. É Lui stesso[84]. Lui, che conosce il Mistero che è Dio, che ti parla di Dio. Lui, che conosce il Pensiero di Dio, che ti accosta al suo seno, o popolo ancor pargolo dopo tanti secoli, e ti nutre col latte della Sapienza di Dio per farti adulto in Dio.
La Madre del Messia.
40Per fare questo si è incarnato in un seno. In un seno di donna d’Israele, grande più al cospetto di Dio e degli uomini di ogni altra donna. Ella ha rapito il cuore di Dio con uno solo dei suoi palpiti di colomba[85]. La bellezza del suo spirito ha sedotto l’Altissimo ed Egli di Lei ha fatto il suo trono. Maria d’Aronne peccò perché in lei era il peccato[86]. Debora giudicò ciò che era da farsi, ma non operò con le sue mani[87]. Giaele fu forte, ma si sporcò di sangue[88]. Giuditta era giusta e temeva il Signore, e Dio fu nelle sue parole e le permise l’atto perché fosse salvato Israele, ma per amor di patria usò astuzia omicida[89].
41Ma la Donna che lo ha generato supera queste donne, perché è l’Ancella perfetta di Dio e lo serve senza peccare[90]. Tutta pura, innocente e bella, è il bell’Astro di Dio[91], dal suo sorgere al suo tramontare. Tutta bella, splendente e pura per essere Stella e Luna[92], Luce agli uomini per trovare il Signore. Non precede e non segue l’Arca santa come Maria d’Aronne, perché Arca è Ella stessa[93].
42Sulla torbida onda della Terra, coperta dal diluvio delle colpe[94], Ella scorre e salva[95], perché chi entra in Lei trova il Signore. Colomba senza macchia[96], esce e porta l’ulivo, l’ulivo di pace agli uomini, perché Ella è Uliva speciosa[97].
43Tace, e nel suo silenzio parla e opera più di Debora, Giaele e Giuditta[98], e non consiglia battaglia, non incita a stragi, non sparge altro sangue che il suo più eletto, quello col quale ha fatto il suo Figlio. Misera Madre! Madre sublime!…
44Temeva Giuditta il Signore, ma di un uomo era stato il suo fiore. Questa il suo fiore inviolato[99] ha dato all’Altissimo, e il Fuoco di Dio è sceso nel calice del giglio soave, e un seno di donna ha contenuto e portato[100] la Potenza, la Sapienza e l’Amore di Dio. Gloria alla Donna! Cantate, o donne d’Israele, le lodi di Lei![101]».
45La donna tace come fosse spossata la sua voce. Infatti non so come faccia a tenere quel timbro così forte.
La Donna preannunziata dai profeti.
46Gli scribi dicono: «È pazza! È pazza! Falla tacere. Pazza o posseduta. Imponi allo spirito che la tiene che se ne vada».
47«Non posso. Non c’è che spirito di Dio, e Dio non scaccia Se stesso».
«Non lo fai perché ella loda Te e la Madre tua, e ciò solletica il tuo orgoglio».
48«Scriba, rifletti a ciò che sai di Me[102] e vedrai che Io non conosco l’orgoglio[103]».
49«Eppure solo un demonio può parlare in lei per celebrare così una donna… La donna! E che è in Israele e per Israele la donna? E che, se non peccato agli occhi di Dio? La sedotta e seduttrice[104]! Se non fosse fede, si stenterebbe a pensare un’anima nella femmina. Le è interdetto di accostarsi al Santo per la sua immondezza. E costei dice che Dio scese in lei!…», dice un altro scriba, scandalizzato, e i suoi compari gli fanno bordone.
50Gesù dice senza guardare nessuno in volto, pare che parli a Se stesso: «”La Donna schiaccerà la testa del Serpente[105]… La Vergine concepirà e partorirà un Figlio che sarà chiamato Emmanuele[106]… Un germoglio spunterà dalla radice di Jesse, un fiore verrà da questa radice e su Lui si riposerà lo Spirito del Signore”[107]. Questa Donna. Mia Madre. Scriba, per onore del tuo sapere, ricorda e comprendi le parole del Libro».
51Gli scribi non sanno che rispondere. Quelle parole sono state mille volte lette da loro e dette vere. Possono ora negarlo? Tacciono.
Ultima, delle voci che grida il delitto d’Israele.
Israele resiste al Messia.
52Uno ordina di accendere dei fuochi, perché il freddo si fa sentire presso le rive dove scorre il vento della sera. Ubbidiscono e dei falò di frasche fiammeggiano a corona intorno al gruppo serrato.
53La luce danzante del fuoco pare riscuotere la donna, che si era azzittita e che stava ad occhi chiusi come raccolta in se stessa. Riapre gli occhi, si scuote. Guarda di nuovo Gesù e grida di nuovo: «Adonai! Adonai, Tu sei grande! Cantiamo al Divino un cantico nuovo! Shalem! Shalem! Malchich[108]!!… (scrivo così, ma l’h è aspirata come quasi un c detto da toscani). Pace! Pace! o Re al quale nulla resiste…»
54La donna tace di colpo. Gira gli occhi, per la prima volta da quando parla, su quelli che circondano Gesù, e fissa gli scribi come li vedesse per la prima volta, e senza un motivo apparente delle lacrime si formano nei suoi grandi occhi e il viso si fa triste e senza splendore.
55Parla lentamente, ora, e con voce profonda come chi parla di cose di dolore: «No. Vi è chi ti resiste! O popolo, ascolta! Da dopo il mio dolore, o popolo di Betlechi, mi hai sentito parlare. Dopo anni di silenzio e di dolore ho sentito e ho detto ciò che sentivo. Ora non sono più fra i verdi boschi di Betlechi, vergine vedova che trova nel Signore la sua unica pace. Non ho intorno soltanto i miei concittadini ai quali dire: “Temiamo il Signore perché l’ora è giunta di esser pronti alla sua chiamata. Facciamo bella la veste del cuore per non essere indegni al suo cospetto. Cingiamoci di fortezza perché l’ora del Cristo è ora di prova[109]. Purifichiamoci come ostie per l’altare perché si possa essere accolti da Colui che lo manda. Chi è buono si faccia più buono. Chi è superbo si faccia umile. Chi patisce lussuria si cavi la carne per potere seguire l’Agnello. L’avaro diventi benefattore perché Dio ci benefica nel suo Messia, e ognuno pratichi giustizia per poter appartenere al Popolo del Benedetto che viene”[110].
Sabea di Carmel teme il Signore ma non la morte.
56Ora io parlo davanti a Lui e davanti a chi crede in Lui, e anche davanti a chi non crede e deride il Santo e quelli che parlano e credono nel suo Nome e in Lui. Ma non ho paura. Voi dite che io sono folle, voi dite che in me parla un demonio. Io so che potreste farmi lapidare come bestemmiatrice[111]. So che ciò che dirò vi parrà insulto e bestemmia, e mi odierete. Ma non ho paura. Ultima, forse, delle voci che parlano di Lui prima della sua Manifestazione[112], avrò forse la sorte di molte altre voci, e non ho paura[113].
57Troppo lungo è l’esilio nel freddo e nella solitudine della Terra, per chi pensa al seno d’Abramo, al Regno di Dio che il Cristo ci apre, più santo del santo seno di Abramo[114]. Sabea di Carmel della stirpe di Aronne non teme la morte. Ma teme il Signore[115]. E parla quando Egli la fa parlare per non disubbidire al suo volere. E dice il vero perché parla di Dio con le parole che Dio le dà. Non temo la morte.
58Anche se mi direte demonio e mi lapiderete come bestemmiatrice, anche se il padre e la madre e i fratelli miei per questo disonore moriranno, io non tremerò di paura e di pena.
59So che il demonio non è in me perché in me tace ogni fomite, e tutta Betlechi lo sa. So che le pietre non potranno che mettere una sosta più breve di un respiro al mio canto, e dopo al mio canto sarà dato più ampio respiro nella libertà d’oltre Terra. So che il dolore di quelli del mio sangue Dio lo conforterà, e sarà breve, mentre eterno sarà poi il loro gaudio di parenti martiri di una martire. Non temo la vostra morte, ma quella che mi verrebbe da Dio se non l’ubbidissi. E parlo. E dico ciò che mi vien detto. O popolo ascolta, e ascoltate voi, scribi d’Israele».
Il delitto d’Israele.
60Alza di nuovo la voce accorata e dice: «Una voce, una voce viene dall’alto e grida nel mio cuore. E dice: “L’antico Popolo di Dio non può cantare il nuovo cantico perché non ama il suo Salvatore[116]. Canteranno il cantico nuovo i salvati di ogni nazione, quelli del Popolo nuovo del Cristo Signore, non quelli che odiano il mio Verbo”[117]…
61Orrore! (dà veramente un urlo che fa rabbrividire). La voce dà luce, la luce dà vista! Orrore! Io vedo!». L’urlo è quasi un ululo. Ella si torce come fosse tenuta fissa davanti ad uno spettacolo tremendo che le torturasse il cuore e cercasse di porvi termine con la fuga. Il mantello le scivola dalle spalle ed ella rimane nella sua veste bianca contro il gran tronco nero. Nella luce, che si riduce lentamente nel riflesso verde del bosco e in quello rossastro e danzante delle fiamme, il suo viso acquista una tragicità potente.
62Delle ombre si formano sotto gli occhi, intorno alle narici, sotto il labbro. Pare un volto scavato dal dolore. Si torce le mani ripetendo più piano: «Io vedo! Io vedo!», e beve le sue lacrime mentre continua: «Io vedo i delitti di questo mio popolo[118]. E sono impotente a fermarli. Io vedo il cuore dei miei compatrioti[119] e non lo posso mutare. Orrore! Orrore! Satan ha lasciato i suoi luoghi ed è venuto a prender dimora nel cuore di questi[120]».
«Falla tacere!», ordinano gli scribi a Gesù.
«Avete promesso di lasciarla parlare…», risponde Gesù.
Il Deicidio d’ Israele.
63La donna continua: «Volto a terra, nel fango, o Israele che ancora sai amare il Signore. Copriti di cenere, vestiti di cilicio[121]. Per te! Per loro! Gerusalemme! Gerusalemme, salvati! Io vedo una città che tumultua chiedendo un delitto[122]. Io sento, io sento l’urlo di quelli che invocano con odio un sangue su loro[123]. Io vedo innalzare la Vittima nella Pasqua di Sangue e fluire quel Sangue, e gridare quel Sangue più del sangue d’Abele[124], mentre si aprono i cieli e la terra si scuote e il sole si oscura. E quel Sangue non grida vendetta, ma prega pietà per il suo Popolo uccisore, pietà per noi[125]! Gerusalemme!!! Convertiti! Quel Sangue! Quel Sangue! Un fiume! Un fiume che lava il mondo guarendo ogni male[126], cancellando ogni colpa[127]… Ma per noi, per noi d’Israele, quel Sangue è fuoco, per noi è scalpello che scrive sui figli di Giacobbe il nome di deicidi e la maledizione di Dio[128]. Gerusalemme! Abbi pietà di te stessa e di noi!…»
64«Ma falla tacere, ti ordiniamo!», urlano gli scribi mentre la donna singhiozza coprendosi il volto.
«Non posso imporre alla Verità di tacere».
65«Verità! Verità! È una folle che delira! Che Maestro sei, se prendi per verità le parole di una delirante?».
66«E che Messia sei se non sai far tacere una donna?».
67«E che Profeta sei se non sai porre in fuga il demonio? Eppure altre volte lo hai fatto!».
68«Lo ha fatto, sì. Ma ora non gli conviene. È tutto un ben congegnato giuoco per intimorire le turbe!».
Ululo, pianto e voce dei profeti.
69«E avrei scelto quest’ora, questo luogo e questo pugno d’uomini per farlo, quando potevo farlo in Gerico, quando ho avuto cinque e più di cinquemila persone che mi hanno seguito e circondato più volte, quando il recinto del Tempio è stato ristretto per accogliere tutti quelli che mi volevano sentire? E può forse il demonio dire parole di sapienza? Chi di voi, in coscienza, può dire che un errore è uscito da quelle labbra? Non risuonano sulle sue labbra, con voce di donna, le terribili parole dei profeti? Non sentite l’ululo di Geremia e il pianto di Isaia e degli altri profeti? Non sentite la voce di Dio attraverso alla creatura, la Voce che cerca di farsi accogliere per vostro bene? Me, non mi ascoltate. Parlo, potete pensarlo, in mio favore. Ma costei, che mi è ignota, quale favore spera da queste parole? Che ne avrà, se non il vostro disprezzo, le vostre minacce, forse la vostra vendetta? No, che non le impongo silenzio! Anzi, perché questi pochi la sentano, e voi pure sentiate e possiate ravvedervi, le ordino: “Parla! Parla, ti dico, in nome del Signore!”».
70Ora è Gesù che è imponente, è il Cristo potente delle ore di miracolo, dai grandi occhi magnetici nel loro splendore di stella azzurra, che la fiamma di un falò, acceso fra la donna e Lui, ravviva ancor di più.
L’ira di Dio contro Israele.
Allegoria del Giordano in piena.
71La donna, invece, oppressa dal dolore, è meno regale e sta a capo chino col viso velato dalle mani e dai capelli neri, che si sono disciolti e le piovono sulle spalle e in avanti, come un velo di lutto sulla veste bianca.
72«Parla, ti dico. Non sono senza frutto le tue dolorose parole. Sabea, della stirpe d’Aronne, parla!».
73La donna ubbidisce. Ma parla piano, tanto che tutti si stringono più vicino per sentirla meglio. Pare che parli a se stessa, guardando verso il fiume che scorre frusciando alla sua destra con un ultimo sfaccettìo d’acque, nelle ultime luci del giorno.
74E pare che parli al fiume: «O Giordano, sacro fiume dei padri[129], che hai l’onda cerula e cresputa come un bisso prezioso, e vi rifletti le pure stelle e la candida luna, e carezzi i salici delle tue rive, e fiume di pace sei, e pur conosci tanto dolore; o Giordano, che nelle ore di tempesta sull’onde gonfie e turbate trasporti le arene di mille torrenti e le loro rapine, e talvolta tronchi un tenero arbusto su cui è un nido e lo trasporti vorticoso verso l’abisso mortale del mar Salato, e non hai pietà della coppia di uccelli che seguono a volo, stridendo di dolore, il loro nido distrutto dalla tua rapina; così vedrai, o sacro Giordano, percosso dall’ira divina, strappato alle case e all’altare, andare alla rovina, perendo nella morte più grande, andare il popolo che non volle il Messia.
Il Messia è Re di tutte le anime.
75Popolo mio, salvati! Credi nel tuo Signore! Segui il tuo Messia! Riconoscilo per ciò che è. Non re di popoli e milizie. Re delle anime, delle tue anime, di tutte le anime è. Disceso a raccogliere le anime giuste, risalirà per condurle nel Regno eterno. O voi che ancora potete amare, stringetevi al Santo! O voi che avete a cuore le sorti della Patria, unitevi al Salvatore! Che tutto non muoia il seme d’Abramo! Fuggite i falsi profeti dalle bocche di menzogna e i cuori di rapina che vogliono strapparvi alla Salvezza. Uscite dalle tenebre che vi innalzano intorno. Ascoltate la voce di Dio! I grandi che oggi temete sono già polvere, nel decreto di Dio. Uno solo è il Vivente.
76I luoghi nei quali regnano e dai quali opprimono sono già rovine. Uno solo dura. Gerusalemme! Dove sono gli orgogliosi figli di Sion dei quali ti vanti? Dove i rabbi e i sacerdoti dei quali ti orni e nei quali ti ammiri?
77Guardali! Oppressi, in catene, vanno verso l’esilio, fra le macerie dei tuoi palazzi, fra il fetore dei morti di spada e di fame[130]. Su te è il furore di Dio, o Gerusalemme che respingi il tuo Messia e lo colpisci nel volto e nel cuore. Ogni bellezza è in te distrutta. Ogni speranza per te è morta. Profanato è il Tempio e l’altare…».
Il Messia è sacerdote eterno.
«Falla tacere! Bestemmia! Falla tacere, diciamo».
78«…strappato è l’efod. Non serve più[131]…».
«Sei colpevole se non le imponi silenzio!»
79«…perché non regna più. Vi è un altro, eterno Pontefice, ed è santo, e messo da Dio: Re e Sacerdote in eterno, da Colui che fa sue le offese fatte al Cristo e ne fa le vendette. Un altro Pontefice. Il vero, il santo, unto da Dio e dal suo Sacrificio[132], al posto di quelli sulla cui fronte è un disdoro la tiara, perché copre pensieri d’orrore!…».
80«Taci, maledetta! Taci, o ti colpiamo!», e gli scribi la malmenano rudemente. Ma lei pare non senta.
Futuro di un popolo maledetto.
81Il popolo tumultua: «Lasciatela parlare, voi che parlate tanto. Dice il vero. Così è. Non c’è più santità fra voi. Uno solo è il Santo e voi lo angariate».
82Gli scribi reputano prudente tacere, e la donna prosegue con la sua voce stanca e dolente: «Era venuto a portarti la pace. E guerra gli hai dato… Salute. E tu lo hai schernito… Amore. E lo hai odiato… Miracolo. E lo hai detto demonio… Le sue mani hanno guarito i tuoi malati. E tu le hai trafitte. Ti portava la Luce. E tu hai coperto di sputi e lordure il suo volto. Ti portava la Vita. E tu gli hai dato la morte.
83Israele, piangi il tuo fallo e non imprecare al Signore mentre vai verso il tuo esilio, che non avrà termine come quelli di un tempo. Tutta la Terra scorrerai, Israele, ma come popolo vinto e maledetto, inseguito dalla voce di Dio, e con le stesse parole dette a Caino[133]. E qui non potrai tornare a ricostruire un solido nido se non quando riconoscerai con gli altri popoli che questo è Gesù, il Cristo, il Signore Figlio del Signore…».
84La voce della donna è bianca di pena e fatica, stanca come la voce di uno che muore. Ma non tace ancora, anzi si rianima per un ultimo comando: «A terra, popolo che sai ancora amare. Copriti di cenere, vestiti di cilicio. Il furore di Dio è sospeso su noi come nube gravida di grandine e folgori su un campo maledetto».
85La donna crolla in ginocchio, a braccia tese verso Gesù, e grida: «Pace, pace, o Re di giustizia e di pace! Pace, o Adonai grande e potente, al quale neppure il Padre resiste! Impetra per noi pace, per il tuo Nome, o Gesù, Salvatore e Messia, Redentore e Re, e Dio, tre volte santo[134]!», e si abbatte, scossa dai singhiozzi, col viso sull’erba.
I profeti ci saranno sempre.
Bocca di serpente.
86Gli scribi circondano Gesù tirandolo in disparte e allontanando ogni altro con sguardi e parole minacciose, e uno di essi dice: «Il meno che Tu possa fare è di guarirla. Perché, se proprio vuoi dirla libera da un demonio, non puoi negare che sia una malata. Donne!… E donne sacrificate dal destino… La loro vitalità deve bene effondersi da qualche parte… e divagano… e vedono cose irreali… e soprattutto vedono Te che sei giovane e bello… e…».
87«Taci, bocca di serpente! Tu stesso non credi a ciò che dici», scatta Gesù con un impero che tronca le parole sulle labbra dello scriba magro e nasuto, che all’inizio del fatto aveva schernito la donna come falsa profetessa.
88«Non offendiamo il Maestro. Lo abbiamo eletto a giudice di un caso che noi non riusciamo a giudicare…», dice un altro scriba, quello che, andato con gli altri incontro a Gesù sulla via, ha detto a Gesù che non tutti gli scribi gli sono avversi, ma alcuni l’osservano anche per giudicare e con sincera volontà di seguirlo se giudicato Dio.
89«Ma taci, Gioele detto Alamot, figlio di Abia! Solo un mal nato come te può dire queste parole», lo investono gli altri.
90Lo scriba diventa congestionato sotto l’insulto. Ma si domina e risponde con dignità: «Se natura mi è stata nemica nella persona, ciò non ha reso monco il mio intelletto. Anzi, precludendomi molti piaceri, ha fatto di me l’uomo di sapienza. E se voi foste santi non avvilireste l’uomo, ma rispettereste il sapiente».
Serpenti accecati da superbia.
91«Bene! Parliamo di ciò che ci preme. Tu hai il dovere di guarirla, Maestro, perché nel suo delirio spaventa la gente e offende il sacerdozio, i farisei e noi».
92«Se vi avesse lodato, mi direste di guarirla?», domanda Gesù dolcemente.
«No. Perché servirebbe a rendere la gente rispettosa di noi, questo popolo caprino che ci odia nel suo cuore e ci schernisce sol che possa», risponde uno scriba senza avvedersi di cadere in una trappola.
93«Ma non sarebbe ancora una malata? Non avrei dovere di guarirla?», chiede ancora dolcemente Gesù. Sembra uno scolaro che chieda al pedagogo ciò che deve fare. E gli scribi, accecati da superbia, non capiscono che stanno confessando se stessi…
«In quel caso, no. Anzi! Lasciarla, lasciarla nel suo delirio! Fare quanto si può perché la gente la creda profetessa. Onorarla! Indicarla…»
94«Ma se fossero cose non vere?!…»
«Oh! Maestro! Tolto il punto nel quale dice cose contro noi, il resto servirebbe molto a rialzare l’orgoglio d’Israele contro il romano, a tenere basso l’orgoglio del popolo verso di noi!».
«Ma non si potrebbe dirle: Parla così, ma non dire questo”», dice fermamente Gesù.
«E perché?».
95«Perché chi delira parla senza sapere ciò che dice».
«Oh! con delle monete e qualche minaccia… si otterrebbe tutto. Si regolavano anche i profeti…».
«Non mi risulta, in verità…».
«Eh! perché non sai leggere fra le righe e perché non tutto è stato lasciato scritto».
96«Ma lo spirito profetico non conosce imposizioni, o scriba. Esso viene da Dio, e Dio non si compera e non si spaurisce», dice Gesù cambiando tono. È l’inizio del suo contrattacco.
«Ma costei non è profetessa. Non è più tempo di profeti».
97«Non è più tempo di profeti? E perché?».
«Perché non ce li meritiamo. Siamo troppo corrotti».
98«Veramente? E tu lo dici? Tu che poc’anzi la giudicavi degna di castigo perché diceva la stessa cosa?».
Lo scriba resta disorientato. Lo aiuta un altro: «Il tempo dei profeti è cessato con Giovanni. Non servono più».
«E perché mai?».
«Perché Tu ci sei a dire la Legge e a parlare di Dio».
«Anche al tempo dei profeti c’era la Legge e la Sapienza parlava di Dio. Eppure essi pure c’erano».
«Ma che profetizzavano? La tua venuta. Venuto sei. Essi non servono più».
99«Cento e cento volte mi sono sentito chiedere da voi, da sacerdoti e farisei, se ero o non ero il Cristo, e poiché lo affermavo fui detto bestemmiatore e folle, e furono prese pietre per lanciarmele contro. Non sei tu Sadoc, detto lo scriba d’oro?», dice Gesù indicando lo scriba nasuto che ha malmenato la donna dopo averla tentata allo sbaglio.
«Lo sono. Ebbene?».
I Profeti ci saranno sempre.
100«Ebbene, tu, proprio tu, sei sempre stato il primo, a Giscala come al Tempio, ad iniziare la violenza contro di Me. Ma Io ti perdono. Ti ricordo soltanto che tu lo facevi dicendo che non potevo essere il Cristo, mentre ora lo sostieni. E ti ricordo anche la sfida che ti ho data a Cèdes. Fra poco vedrai compiersi una parte di essa. Quando la luna sarà tornata alla fase con cui ora splende nel cielo, Io te la darò la prova. La prima. L’altra l’avrai quando il grano, che ora dorme nella terra, scuoterà le spighe ancor verdi ai venticelli di nisam.
101Ma a quelli che dicono che sono inutili i profeti, rispondo: “E chi potrà mettere limiti al Signore Altissimo?”. In verità, in verità vi dico che i profeti sempre ci saranno fino a che ci saranno gli uomini. Sono le fiaccole fra le tenebre del mondo. Sono i focolari fra il gelo del mondo. Sono gli squilli di tuba che sveglieranno gli assonnati. Sono le voci che ricordano Dio e le sue verità cadute in dimenticanza e trascuranza col tempo, e portano all’uomo la voce diretta di Dio, suscitando fremiti di emozione nei dimentichi, negli apatici figli dell’uomo.
102Avranno altri nomi, ma uguale missione e uguale sorte di umano dolore e di sovrumano godere. Guai se non ci fossero questi spiriti che il mondo odierà e Dio sovramerà! Guai se non ci fossero a patire e perdonare, amare e operare in obbedienza al Signore! Il mondo perirebbe fra le tenebre, il gelo, in un sopore di morte, in una ebetudine, in una ignoranza selvaggia e abbrutente.
103E perciò Dio li susciterà, e sempre ci saranno. E chi potrà imporre a Dio di non farlo? Tu, Sadoc? o tu? o tu? In verità vi dico che neppur gli spiriti di Abramo, Giacobbe e Mosè, di Elia ed Eliseo potrebbero imporre a Dio questa limitazione, e solo Dio sa quanto erano santi e quali luci eterne essi siano».
Sabea confermata profetessa.
104«Allora Tu non vuoi guarire la donna e neppure condannarla?».
«No».
105«E la giudichi profetessa?».
«Ispirata, sì».
106«Sei un demonio come lei. Andiamo. Non ci conviene perdere altro tempo con dei demoni», dice Sadoc dando un urtone da… facchino a Gesù, per scansarlo.
Molti lo seguono. Alcuni restano. Fra questi, quello che hanno chiamato Gioele Alamot.
107«E voi non li seguite?», chiede Gesù indicando quelli che se ne vanno.
«No, Maestro. Andremo via perché è notte. Ma vogliamo dirti che crediamo nel tuo giudizio. Dio può tutto, è vero. E per noi, che cadiamo in molte colpe, può suscitare degli spiriti che ci richiamino alla giustizia», dice uno molto anziano.
108«Hai detto bene. E questa tua umiltà è più grande agli occhi di Dio del tuo sapere».
109«Allora ricordati di me quando sarai nel tuo Regno».
«Sì, Giacobbe».
«Come sai il mio nome?». Gesù sorride senza rispondere.
110«Maestro, anche di noi ricordati», dicono gli altri tre. E l’ultimo a parlare, Gioele Alamot, dice anche: «E benediciamo il Signore che ci ha dato quest’ora».
«Benediciamo il Signore!», risponde Gesù.
Si salutano. Si separano.
Solidarietà del Messia
111Gesù si riunisce ai suoi apostoli e va con essi presso la donna, che ha ripreso ancora la posizione che aveva all’inizio: raggomitolata in se stessa sulla radice sporgente.
112La madre e il padre di lei affannosamente chiedono al Maestro: «È dunque un demonio nostra figlia? Essi prima di andarsene lo hanno detto».
113«Non lo è. Abbiate pace. E amatela perché la sua sorte è molto dolorosa. Come tutte le sorti simili alla sua».
«Ma essi hanno detto che così Tu hai giudicato…».
114«Essi hanno mentito. Io non mento. Abbiate pace».
Giovanni d’Efeso si fa avanti con Salomon e gli altri discepoli: «Maestro, Sadoc ha minacciato costoro. Io te lo dico».
«Costoro o costei?».
«Costoro e costei. Non è vero, voi due?».
115«Sì. Ci hanno detto, a me e alla madre, che se non sapremo far tacere la figlia nostra, guai a noi. E a Sabea hanno detto: “Se parlerai ti denunceremo al Sinedrio”[135]. Giorni cattivi prevediamo per noi… Ma il cuore è in pace per quello che Tu ci hai detto… e sopporteremo il resto. Ma per lei… Che dobbiamo fare? Consigliaci, Signore».
116Gesù pensa e risponde poi: «Non avete parenti lontani da Betlechi?».
«No, Maestro».
117…Gesù pensa e poi alza il volto e guarda Giuseppe, Giovanni d’Efeso e Filippo di Arbela. Ordina: «Vi metterete in viaggio con costoro e poi da Betlechi con costei e il corredo di costei andrete ad Aera. Direte alla madre di Timoneo che la custodisca in mio nome. Ella sa cosa è avere un figlio perseguitato».
118«Faremo, Signore. Ben deciso. Aera è lontana e fuori mano», dicono i tre.
119Il padre e la madre di Sabea baciano le mani al Maestro e lo ringraziano e benedicono.
Le virtù del profeta.
120Gesù si curva sulla donna e la tocca sul capo velato chiamandola con dolcezza: «Sabea, ascoltami!».
121La donna alza il capo e lo guarda e poi scivola in ginocchio.
122Gesù le tiene la mano sul capo: «Ascolta, Sabea. Tu andrai dove ti mando. Da una madre. Avrei voluto mandarti dalla mia. Ma non m’è concesso. E continua a servire il Signore in giustizia e ubbidienza. Io ti benedico, donna. Va’ in pace».
123«Sì, mio Signore e Dio. Ma quando dovrò parlare, potrò?…».
124«Lo Spirito che ti ama ti guiderà a seconda dell’ora. Non temere del suo amore. Sii umile, casta, semplice e sincera, ed Egli non ti abbandonerà. Va’ in pace!».
125Si riunisce di nuovo agli apostoli ed a Zaccheo coi suoi, che si erano fermati lontano qualche passo trattenendo anche altri curiosi.
126«Andiamo. È notte. Non so come farete a tornare a Gerico, voi che dovete andare là».
127«Piuttosto la donna e i suoi parenti, diciamo. Ma, se Tu lo giudichi buono, noi staremo fuori della casa, e Tu e loro potrete dormire in essa sino al mattino», propone uno degli amici di Zaccheo.
128«Buona proposta. Andate a dire a Sabea di venire con i suoi e con i discepoli. Essi dormiranno. Io starò con voi. Non è notte ventosa. Faremo dei fuochi e attenderemo l’alba così, istruendovi Io, ascoltandomi voi».
130E lentamente si mette in cammino nel primo chiarore di luna…
SCRIVI E RABI CRUDELI COL MESSIA
12. Il nido caduto e lo scriba crudele. La lettera e lo spirito della Legge[136].
La lettera e lo spirito della Legge.
Il nido salvato da Gesù.
1Vedo Gesù, bianco vestito e col suo manto azzurro cupo gettato sulle spalle, che va per una stradetta boscosa. É boscosa perché di qua e di là sono piante e arbusti. E sentieruoli tagliano l’intrico verde. Ma non deve essere luogo solitario e lontano dall’abitato, perché si incontrano spesso altre persone. Si direbbe che è la strada che unisce due prossimi paesi, passando attraverso le proprietà agricole degli abitanti. Il luogo è pianeggiante, lontano si vedono dei monti. Non so che luogo sia.
2Gesù, che parlava coi discepoli, si ferma e ascolta girando intorno lo sguardo, poi prende un sentierino nel folto e va verso un macchione di piccoli alberi e di arbusti. Si china e cerca. E trova. Nell’erba è un nido. Non so se abbattuto da una tempesta, come fa pensare il suolo umido e i rami ancora gocciolanti come per un temporale, o se manomesso da mano d’uomo e poi lasciato lì, per non esser sorpreso con la covata in mano. Questo non lo so. Vedo solo un piccolo nido di fieno intrecciato e pieno di fogliette secche, di pelurie d’alberi e di lana, fra le quali si muovono pigolando cinque uccellini di pochi giorni, rossi, pelati, brutti per i loro becchi spalancati e occhi sporgenti. In alto, su un albero, stridono disperati i covatori.
3Gesù raccoglie con cura il nidino. Lo tiene nel cavo di una mano e guarda, cercando il luogo dove era o dove si può mettere al sicuro. Trova un intreccio di rami di rovo, così ben unito che pare un panierino e così internato nel cespuglio da essere sicuro. Senza curarsi delle spine che gli graffiano le braccia, Egli, dopo aver dato il nido a Pietro (e l’apostolo, così adulto e tarchiato, è molto curioso a vedersi con quel nidino fra le sue corte e callose mani), si rimbocca le larghe e lunghe maniche e lavora a fare ancor più difeso e concavo l’intreccio dei rovi. Ecco fatto. Riprende il nido e lo mette là in mezzo e lo assicura strappando fili di lunghe erbe cilindriche, che paiono sottilissimi giunchi.
4Ora è sicuro. Si scosta e sorride. Poi si fa dare un pezzo di pane da un discepolo, che ha una sacca a tracolla, e ne sbriciola un poco al suolo, su un sasso. Gesù, ora, è contento. Si volge per tornare sulla via maestra, mentre i covatori con stridi di gioia si precipitano sul nido salvato.
Lo scriba crudele.
5Un gruppetto di uomini è fermo sul bordo della strada. Gesù se li trova davanti e li guarda. Il sorriso si annulla sul suo volto che si fa molto severo, direi cupo, mentre era tanto pietoso quando raccoglieva il nido e tanto felice quando lo vedeva situato.
6Gesù si ferma. E continua a guardare i suoi impensati testimoni. Pare ne guardi il cuore coi suoi pensieri nascosti. Non può passare oltre, perché il gruppetto chiude il sentiero. Ma tace.
7Non tace Pietro. «Lasciate passare il Maestro», dice.
«Taci, nazareno», risponde uno del gruppo.
8«Il tuo Maestro come si è permesso di entrare nel mio bosco e compiervi opera manuale in giorno di sabato?».
9Gesù lo guarda direttamente con un’espressione strana. Ée non è sorriso. E, se è sorriso, non è certo di approvazione. Pietro sta per ribattere. Ma Gesù prende la parola. «Chi sei?».
«Il padrone di questo luogo. Gioacana ben Zacchai».
10«Illustre scriba. E di che mi rimproveri?».
«Di aver violato il sabato»[137].
11«Gioacana ben Zacchai, conosci il Deuteronomio?».
«A me lo chiedi? A me, vero rabbi d’Israele?».
12«So ciò che vuoi dirmi: che Io, perché non sono scriba, ma un povero galileo, non posso esser “rabbi”. Ma Io ti chiedo ancora: conosci il Deuteronomio?».
«Meglio di Te certo».
13«Alla lettera… certo, se vuoi credere così. Ma nel suo significato vero lo conosci?».
«Quel che è detto è detto. Non c’è che un significato».
La lettera sola uccide, lo spirito vivifica. (Insegnamento)
14«Non c’è che un significato, infatti. Ed è di amore; o, se non vuoi chiamarlo amore, misericordia; o anche, se ti urta chiamarlo così, dillo umanità. E il Deuteronomio dice: “Se vedrai smarrirsi la pecora o il bue del fratello, anche se non ti è vicino, non passerai oltre. Ma li ricondurrai a lui o li terrai finché egli non venga a riprenderli”[138]. Dice: “Se vedrai cadere l’asino o il bue del tuo fratello, non far vista di non aver visto, ma aiutalo a rialzarlo”[139]. Dice: “Se trovi su un albero o per terra un nido con la madre che cova i piccini o le uova, tu non prenderai la madre (perché è sacra alla procreazione) ma prenderai solo i piccini”[140]. Io ho visto per terra un nido e una madre che piangeva su esso. Ne ho avuto pietà perché era una madre. E le ho reso i piccini. Non ho creduto di violare il sabato per aver consolato una madre. Non si deve permettere che vada smarrita la pecora del fratello, non dice la Legge se è colpa alzare un asino di sabato. Dice solo di usare misericordia al fratello e umanità all’asino, creatura di Dio. Ho pensato che Dio aveva creato quella madre perché procreasse, e che essa aveva ubbidito al comando di Dio, e che impedirle di allevare la sua prole era fare ostacolo alla sua ubbidienza ad un comando divino. Ma tu, questo, non lo capisci. Tu e i tuoi guardate la lettera e non lo spirito. Tu e i tuoi non pensate di violare due volte il sabato, anzi tre volte, avvilendo la Parola divina alla piccolezza della mentalità umana, ostacolando un ordine di Dio e mancando di misericordia al prossimo. Per ferire col rimprovero non giudicate che è male muovere la lingua senza bisogno. Questo, che pure è un lavoro, e non utile, non necessario, non buono, non vi pare violazione del sabato.
15Gioacana ben Zacchai, ascoltami. Come oggi tu non hai pietà di una capinera, e per la pratica farisaica la faresti morire di dolore, e di strazio faresti perire la sua prole lasciata alla portata dell’aspide e del perverso, così domani tu non avrai pietà di una madre e la farai morire di strazio facendole uccidere la prole, dicendo che è bene che ciò sia per rispetto alla tua legge. Alla tua. Non a quella di Dio. A quella che tu e i tuoi pari vi siete fatta per opprimere i deboli e trionfare voi, forti. Ma vedi? I deboli trovano sempre un salvatore. Mentre i superbi, i forti secondo la legge del mondo, saranno stritolati dal peso della loro stessa pesante legge. Addio, Gioacana ben Zacchai. Ricordati di quest’ora e guarda di non violare tu un altro sabato con la compiacenza per un delitto compiuto».
16E Gesù, folgorando le pupille sul volto acceso d’ira del vecchio iracondo, guardandolo dall’alto in basso, perché lo scriba è basso e grosso, e Gesù pare una palma rispetto a lui, passa oltre, calpestando l’erba poiché lo scriba non si scansa.
“Felici quelli che in ogni cosa sanno vedere Dio”[141]. (Insegnamento)
Dice Gesù:
17«Ti ho voluto rialzare lo spirito con una visione vera, anche se non contemplata nei Vangeli. Per te l’insegnamento è questo: che Io ho tanta pietà degli uccellini senza nido, anche se, invece di aver nome capinera, hanno nome Maria o Giovanni. E mi curo di ridare loro un nido quando un evento li ha dispogliati.
18Per tutti l’insegnamento è questo. Che troppi conoscono le parole della Legge, ancora troppi per quanto siano pochi, perché tutti dovrebbero saperle, ma che conoscono unicamente le “parole”. Non le vivono. Ecco l’errore.
19Il Deuteronomio prescriveva leggi di umanità perché gli uomini, allora, erano, per puerizia spirituale, dei belluini, dei semi-selvaggi. Andavano guidati per mano per i fioriti sentieri della pietà, del rispetto, dell’amore verso il fratello che perde un animale, verso l’animale che cade, verso l’uccello che cova. Per insegnare loro a salire a pietà, rispetto, amore più alti.
20Ma, quando Io sono venuto, ho perfezionato le norme mosaiche ed ho aperto orizzonti più vasti. La lettera non era più “il tutto”. Lo spirito è divenuto “il tutto”. Al di là del piccolo atto umano verso un nido e i suoi abitatori, occorre vedere il riposto significato del mio gesto: inchinarmi, Io, il Figlio del Creatore, davanti all’opera del Creatore. Anche quella covata è opera sua.
21Oh! felici quelli che in ogni cosa sanno vedere Dio e servirlo con spirito d’amore riverente! E guai a coloro che, simili al serpe, non sanno alzare il capo dal loro fango e, non potendo avere canto di lode per Dio che si mostra nelle opere dei fratelli, mordono costoro per esuberanza di veleno che li strozza. Troppi ce ne sono che torturano i migliori dicendo, a giustificazione della loro perversità, che è bene fare ciò per rispetto alla legge. Legge loro. Non di Dio. Il quale, se non può impedire le loro opere malvagie, sa anche fare vendetta dei suoi “piccoli”.
22E questo vada a chi va dato.
23La mia pace che veglia sia su di te».
13. Scontro con i
rabbi al sepolcro
di Hillele[142].
Giscala fiorente città rabbinica.
Il passaggio degli apostoli.
26«Venite. La città è prossima. Dobbiamo attraversarla per trovare la tomba di Hillele. Facciamolo in gruppo», dice Gesù senza spiegare altro, mentre gli undici sbirciano curiosi Lui e Giuda. Ma se quest’ultimo ha un viso pacificato ma dimesso, Gesù non ha un viso radioso. É solenne, ma serio.
27Entrano in Giscala, che è vasta e bella e ben tenuta. Vi deve essere un fiorente centro rabbinico, perché vedo molti dottori raccolti in gruppi qua e là, con allievi vicino a loro in ascolto delle loro lezioni. Il passaggio degli apostoli, e specie del Maestro, è molto notato e molti si accodano al loro gruppo. Qualcuno sogghigna, altri chiamano Giuda di Keriot. Ma lui è al fianco del Maestro e non si volta neppure. Escono dalla città e vanno alla casa nei cui pressi è la tomba di Hillele.
Il verso delle iene.
28«Che sfacciataggine!».
«É imprudente e impudente!».
«Ci provoca».
«Profanatore!».
«Diglielo, Uziel».
29«Io non mi contamino. Diglielo tu, Saul, che sei soltanto allievo».
«No. Diciamolo a Giuda. Vallo a chiamare».
Il giovane detto Saul, un mingherlino, pallido, tutt’occhi e bocca, va da Giuda e gli dice: «Vieni. Ti vogliono i rabbi».
30«Non vengo. Sto dove sono. Lasciatemi stare».
Il giovane torna e riferisce ai suoi capi.
31Intanto Gesù, nel cerchio dei suoi, prega con venerazione presso il sepolcro ben candido di calcina di Hillele.
32I rabbi si accostano piano, come serpi silenziose, e osservano; e due, barbuti, anziani, tirano la veste di Giuda, che nel mettersi in preghiera si è trovato non più difeso dalle coppie degli altri compagni.
«Ma che volete, insomma?», chiede piano ma con risentimento.
«Neanche pregare si può?»
«Una parola sola. Poi ti lasciamo in pace».
Simone Zelote e il Taddeo si voltano e zittiscono i sussurroni. Giuda si scosta due o tre passi e chiede: «Che volete?».
33Non intendo ciò che gli mormora il più vecchio all’orecchio. Ma vedo bene l’atto di Giuda che si scansa d’impeto dicendo: «No. Lasciatemi in pace, anime di veleno. Non vi conosco, non vi voglio più conoscere».
34Una risata di scherno esce dal gruppetto rabbinico e una minaccia: «Bada ciò che fai, stolto ragazzo!».
35«Badateci voi. Via! Andate pure a dirlo agli altri. A tutti gli altri. Avete capito? Rivolgetevi a chi vi pare. Non a me, demoni che siete», e li pianta in asso.
Ha parlato tanto forte che gli apostoli si sono voltati stupefatti.
36Gesù no. Neppure per la risata di scherno e la promessa: «Ci rivedremo, Giuda di Simone! Ci rivedremo!», che risuona nel silenzio del luogo.
37Giuda torna al suo posto, anzi sposta Andrea che si era messo vicino a Gesù e, quasi per essere difeso e protetto, prende un lembo del mantello di Gesù fra le mani.
Crudeltà degli energumeni.
38L’ira si avventa su Gesù, allora. Si fanno avanti, minacciosi, e urlano: «Che fai qui, Tu, anatema di Israele? Via! Non fare fremere le ossa del Giusto che non sei degno di avvicinare. Lo diremo a Gamaliele e ti faremo punire».
Gesù si volta e li guarda. Uno per uno.
39«Perché ci guardi così, indemoniato?».
«Per conoscere bene i vostri volti e i vostri cuori. Perché non solo il mio apostolo si rivedrà con voi. Ma Io pure. E vorrò avervi ben conosciuto per potervi subito ben ravvisare».
«Bene, ci hai visti? Vattene. Gamaliele, se ci fosse, non lo permetterebbe».
«Lo scorso anno fui qui con lui…».
«Non è vero, mentitore!».
40«Chiedeteglielo e, poiché egli è un onesto, vi dirà che sì. Io amo e venero Hillele, e rispetto e onoro Gamaliele. Sono due uomini nei quali si appalesa l’origine dell’uomo per la loro giustizia e sapienza, che ricorda che l’uomo è fatto a somiglianza di Dio».
«In noi no, eh?», interrompono gli energumeni.
41«In voi è offuscata dagli interessi e dall’odio».
«Uditelo! In casa altrui così parla e offende! Via! Via di qui, corruttore dei migliori d’Israele! O noi daremo mano alle pietre. Qui non c’è Roma a proteggerti, trescatore col nemico pagano…».
42«Perché mi odiate? Perché mi perseguitate? Che vi ho fatto di male? Alcuni di voi hanno avuto da Me benefici, tutti rispetto. E allora perché siete con Me crudeli?». Gesù è umile, mite, afflitto e amoroso. Li supplica di amarlo.
43Essi prendono questo per un segno di debolezza e di paura e incalzano. La prima pietra vola e sfiora Giacomo di Zebedeo. Questo, rapido, fa l’atto di reagire col lanciarla agli assalitori, mentre tutti si stringono intorno a Gesù. Ma sono dodici contro un centinaio circa. Un’altra pietra colpisce alla mano Gesù che sta ordinando ai suoi di non reagire. La mano, ferita sul dorso, sanguina. Pare già ferita dal chiodo…
Il Messia è la Fonte di acqua viva.
44Allora Gesù non prega più. Si raddrizza, imponente, li guarda, li fulmina coi suoi sguardi. Ma un altro sasso fa sanguinare Giacomo d’Alfeo sulla tempia. Gesù deve paralizzare ogni altro atto col suo potere, a difesa dei suoi apostoli che, ubbidienti, subiscono la sassaiola senza reagire.
45E quando i vili sono dominati dal volere di Gesù, Egli – ed è di una imponenza spaventosa – dice con voce tonante: «Me ne vado. Ma sappiate che, per quanto fate, Hillele vi avrebbe maledetti. Me ne vado. Però ricordate che neppure il mar Rosso arrestò gli israeliti dal loro cammino segnato da Dio. Tutto si spianò e si fece strada al volere di Dio[143] che passava. E ciò è anche per Me. Come egizi e filistei, amorrei, cananei e ogni altro popolo non arrestarono la marcia trionfale di Israele[144], così voi, peggio che tali, non arresterete il cammino e la missione di Me: Israele. Ricordate che fu cantato al pozzo dell’acqua data da Dio: “Sgorga, o pozzo, pozzo scavato dai principi, preparato dai capi del popolo, col dator della Legge, coi loro bastoni”[145]. Io sono quel Pozzo! Quel Pozzo Io sono[146]! Scavato dai Cieli per tutte le preghiere, le giustizie dei veri principi e capi del Popolo santo, che non siete voi. No. Non lo siete. Per voi mai il Messia sarebbe venuto, perché non ve lo meritate. Perché la sua venuta è la vostra rovina. Perché l’Altissimo sa tutti i pensieri degli uomini e li sa da sempre, da prima che fosse Caino da cui venite, e Abele al quale Io sono simile, da prima che fosse Noè mia figura, Mosé che per primo ha usato il mio simbolo[147], da prima che fosse Balaam che profetizzò la Stella[148], e Isaia e tutti i profeti. E sa i vostri, Dio, e ne inorridisce. Ne ha sempre inorridito, così come ha sempre giubilato per i giusti per i quali era giusto mandarmi, e che veramente, oh! sì! veramente mi hanno aspirato dalla profondità dei Cieli per portare l’Acqua viva alla sete degli uomini. Io sono la Fonte di Vita eterna. Ma voi non vi volete bere[149]. E morrete[150]».
46E passa lentamente in mezzo ai paralizzati rabbini e allievi e prosegue la sua via, lento, solenne, in un silenzio stupefatto di uomini e di cose.
14. Ma che iene![151].
Presso i confini fenici (Mc 7,31)[152].
Pianto d’amore.
1Non so dove abbiano pernottato i pellegrini. So che è di nuovo mattina, che sono per via, sempre per luoghi montuosi, e che Gesù ha la mano fasciata e Giacomo di Alfeo ha fasciata la fronte, mentre Andrea zoppica forte e Giacomo di Zebedeo é senza la sacca, che ha preso suo fratello Giovanni.
2Per due volte Gesù ha chiesto: «Ce la fai a camminare, Andrea?».
«Sì, Maestro. Cammino male per la fasciatura. Ma il dolori non è forte». E la seconda volta aggiunge: «E la tua mano Maestro?».
«Una mano non è una gamba. Sta a riposo e duole poco».
«Uhm! Poco non credo, così gonfia e aperta fino all’osso come è… L’olio fa bene. Ma forse era meglio se di quell’unguento di tua Madre ce ne facevamo dare un poco da…».
3«Da mia Madre. Hai ragione», dice svelto Gesù sentendo ciò che sta per uscire dalle labbra di Pietro, che arrossisce confuso, guardando con uno sguardo così desolato il suo Gesù che Egli ne sorride e appoggia proprio la mano ferita sulla spalla di Pietro per attirarlo a Sé.
4«Ti farà male a stare così».
«No, Simone. Tu mi vuoi bene e il tuo amore è un grandi olio salutare».
«Oh! allora, se è per questo, dovresti già essere guarito! Abbiamo sofferto tutti di vederti trattato così, e c’è chi ha pianto». E Pietro guarda Giovanni e Andrea…
5«Olio e acqua sono buona medicina, ma il pianto d’amore e di pietà è più potente di tutto. E, vedete? Io sono molto più lieto oggi di ieri. Perché oggi so quanto siete ubbidienti e amorosi di Me. Tutti», e Gesù li guarda col suo sguardo soave, nella cui ormai abituale mestizia è una luce tenue di gioia, questa mattina.
“Ma che iene!”.
6«Ma che iene! Mai visto un odio tale!», dice Giuda d’Alfeo. «Dovevano essere tutti giudei».
7«No, fratello. Non c’entra la regione. L’odio è uguale dappertutto. Ricordati che a Nazaret, da mesi, fui cacciato e mi si voleva prendere a colpi di pietra. Non te lo ricordi?», dice calmo Gesù, e ciò serve a consolare quelli che sono giudei delle parole del Taddeo.
8Tanto consolare che l’Iscariota dice: «Ma questo lo dirò. Oh! se lo dirò! Non facevamo nulla di male. Non abbiamo reagito e Lui ha parlato tutto amore all’inizio. E a sassate, come serpi, ci hanno preso. Lo dirò».
«E a chi mai, se sono tutti contro di noi?».
9«Lo so io a chi. Intanto, non appena vedo Stefano o Erma, glielo dico. Lo saprà subito Gamaliele. Ma a Pasqua lo dirò a chi so io. Dirò: “Non è giusto fare così. Siete illegali nel vostro furore. Voi siete colpevoli, non Lui”».
10«Faresti meglio a non andarci molto vicino a quei signori!… Mi sembra che anche tu sia in colpa agli occhi loro», consiglia saggiamente Filippo.
11«È vero. Meglio è che non li avvicini mai più. Sì. È meglio. Ma a Stefano lo dirò. Lui è buono e non avvelena…».
12«Lascia andare, Giuda. Non muteresti nulla in meglio. Io ho perdonato. Non ci pensiamo più», dice calmo e persuasivo Gesù.
Lacrime di pietà.
13Due volte, incontrando ruscelli, tanto Andrea come i due Giacomi si bagnano le fasce che hanno sulle contusioni. Gesù no. Prosegue tranquillo come non sentisse dolore.
14Pure il dolore deve essere sensibile se, quando si fermano per mangiare, deve chiedere ad Andrea di spezzargli il pane; se, quando gli si slaccia un sandalo, deve pregare Matteo di legarglielo di nuovo…; se, soprattutto, nello scendere per una scorciatoia precipitosa e urtando in un tronco perché gli scivola il piede, non può reprimere un lamento, e se gli si arrossa di nuovo la benda di sangue, tanto che alla prima casa di un paese, dove giungono verso il tramonto, si fermano chiedendo acqua e olio per medicargli la mano che appare, levate le bende, molto gonfia, bluastra nel dorso con la ferita rosseggiante al centro.
15Mentre aspettano che la donna della casa accorra con quanto desiderano, si curvano tutti ad osservare la mano ferita e fanno i loro commenti. Ma Giovanni si ritira un poco più in là a nascondere il suo pianto.
Gesù lo chiama: «Vieni qui. Non è un gran male. Non piangere».
16«Lo so. Lo avessi io non piangerei. Ma l’hai Tu. E non lo dici tutto il male che ti fa questa cara mano, che non ha mai nuociuto a nessuno», risponde Giovanni, al quale Gesù ha abbandonato la sua mano ferita, che Giovanni carezza dolcemente sulla punta delle dita, sul polso, tutto intorno alla lividura, e che volta dolcemente per baciarla sul palmo e appoggiare la sua guancia nel cavo della mano dicendo: «Scotta… Oh! quanto ti deve dolere!», e lacrime di pietà cadono su essa.
17La donna porta l’acqua e l’olio, e con un lino Giovanni vuole detergere il sangue che imbratta la mano, e con delicatezza fa scorrere l’acqua tiepida sul posto ferito e poi la unge, la fascia con strisce pulite e sulla legatura pone un bacio. Gesù gli mette l’altra mano sulla testa china.
15. A Betlem, nella casa di un contadino e nella grotta della Natività[153].
I colpevoli dell’eccidio.
Presso il sepolcro di Rachele.
1Una strada di pianura sassosa, polverosa, asciugata dal sole estivo. Procede fra ulivi potenti, tutti carichi di ulivette appena formate. Il suolo, nei posti non calpestati, ha ancora uno strato dei minuti fiorellini dell’ulivo, caduti dopo la fecondazione.
2Gesù, coi tre, procede in fila indiana lungo la sponda della via, dove l’ombra degli ulivi ha mantenuto l’erba ancora verde, e perciò vi è meno polvere. La strada fa una svolta ad angolo retto, oltre la quale sale lievemente verso una conca ad ampio ferro di cavallo, sulla quale sono sparse numerose case e casette sino a formare una cittadina. Proprio là dove la strada fa gomito, vi è una costruzione cubica sormontata da una cupoletta bassa. E’ tutta chiusa, come abbandonata.
3«Ecco là il sepolcro di Rachele» dice Simone.
4«Allora siamo quasi giunti. Entriamo subito in città?».
«No, Giuda. Prima vi mostrerò un luogo… Poi entreremo in città e, posto che è ancor giorno chiaro e sera di luna, potremo parlare alla popolazione. Se vorrà ascoltare».
5«Vuoi che non ti ascolti?».
Sono giunti al sepolcro, antico ma ben conservato, bene imbiancato.
L’odio porta seco maledizione.
6Gesù si ferma a bere ad un rustico pozzo lì vicino. Gli offre l’acqua una donna venuta ad attingere. Gesù l’interroga: «Sei di Betlemme?».
7«Lo sono. Ma ora in tempo di raccolti sto col marito in questa campagna, a curare gli orti ed i frutteti. E Tu sei galileo?».
«Sono nato a Betlemme, ma sto a Nazaret di Galilea».
8«Perseguitato anche Tu?».
«La famiglia. Ma perché dici “anche Tu”? Fra i betlemmiti vi sono molti perseguitati?».
9«E non lo sai? Quanti anni hai?».
«Trenta».
10«Allora sei nato proprio quando… oh! che sventura! Ma perché nacque qui Colui?».
«Chi?».
11«Ma quello che si diceva il Salvatore. Maledizione agli stolti che ubriachi di sicera videro nelle nubi degli angeli, udirono nei belati e nei ragli delle voci di Cielo, e nelle nebbie dell’ebbrezza scambiarono tre miserabili per i più santi della terra. Maledizione a loro! E a chi in loro credette».
12«Ma non mi spieghi, con tutto il tuo maledire, che avvenne. Perché maledici?».
13«Perché… Ma senti, dove vuoi andare?».
«A Betlemme coi miei amici. Ho interessi là. Devo salutare vecchi amici e portare loro il saluto della Madre mia. Ma prima vorrei sapere tante cose, perché manchiamo, noi della famiglia, da molti anni. Lasciammo la città che ero di pochi mesi».
Il pellegrino porta seco benedizione.
14«Prima della sventura, allora. Senti, se non ti schifa la casa di un contadino, vieni a dividere con noi il pane e il sale. Tu e i tuoi compagni. Parleremo durante la cena e vi darò alloggio sino al mattino. Ho piccola casa. Ma sopra la stalla vi è molto fieno ammucchiato. La notte è calda e serena. Se credi, puoi dormire».
15«Il Signore d’Israele compensi la tua ospitalità. Verrò con gioia nella tua casa».
16«Il pellegrino porta seco benedizione. Andiamo. Devo però versare ancora sei anfore sulle verdure da poco nate».
«E Io ti aiuterò».
«No. Tu sei un signore. Lo dice il tuo modo di fare».
17«Sono un operaio, donna. E costui è pescatore. Questi, giudei, sono di censo e d’impiego. Non Io». E prende un’anfora adagiata sul suo pancione presso il bassissimo muretto del pozzo, la lega e la cala. Giovanni lo aiuta. Anche gli altri non vogliono esser da meno. Dicono alla donna: «Dove è l’ortaglia? Mostrala a noi. Vi porteremo le giare».
«Dio vi benedica! Ho le reni spezzate dalla fatica. Venite…».
E mentre Gesù estrae la sua brocca, i tre scompaiono giù per un viottolo… poi tornano con le due brocche vuote, le empiono, tornano via. E così fanno non per tre, ma per ben dieci volte.
18E Giuda ride dicendo: «Si sta sgolando a benedirci. Le diamo tant’acqua all’insalata che per almeno due giorni la terra sarà umida e la donna non si spezzerà le reni».
19Quando torna per l’ultima volta, dice: «Maestro, però credo che siamo caduti male».
«Perché, Giuda?».
20«Perché ce l’ha col Messia. Le ho detto: “Non bestemmiare. Non sai che è la più grande grazia per il popolo di Dio il Messia? Geovà lo ha promesso a Giacobbe[154] e da lui a tutti i profeti e giusti d’Israele. E tu lo odii?”.» Mi ha risposto: “Non Lui. Ma quello che dissero ‘Messia’ dei pastori ubbriachi e dei maledetti indovini d’Oriente”. E siccome quello sei Tu…».
21«Non importa. So d’essere posto a prova e contraddizione di molti. Le hai detto che sono Io?».
«No. Non sono stolto. Ho voluto salvare le tue e le nostre spalle».
22«Facesti bene. Non per le spalle. Ma perché desidero manifestarmi quando lo giudico giusto. Andiamo».
Il buono e il cattivo è ovunque.
23Giuda lo guida sino all’ortaglia. La donna versa le ultime tre brocche e poi li conduce verso una rustica costruzione in mezzo al frutteto.
«Entrate» dice. «Mio marito è già in casa».
Si affacciano ad una bassa e affumicata cucina.
24«La pace sia a questa casa» saluta Gesù.
«Chiunque Tu sia, la benedizione a Te e ai tuoi. Entra» risponde l’uomo. E prima porta un catino con dell’acqua perché i quattro si rinfreschino e si mondino. Poi entrano tutti e si siedono ad una rozza tavola.
25«Io vi ringrazio per la mia donna. Mi ha detto. Non avevo mai avvicinato galilei e mi era stato detto che erano rozzi e rissosi. Ma voi siete stati gentili e buoni. Già stanchi… e lavorare tanto. Venite da lontano?»
«Da Gerusalemme. Questi sono giudei. Io e quest’altro siamo di Galilea. Ma credi, uomo, il buono e il cattivo è ovunque».
26«E’ vero. Io, per primo incontro con i galilei, trovo il buono. Donna, porta il cibo. Non ho che pane, verdure, ulive e formaggio. Sono contadino».
27«Non sono un signore neppure Io. Legnaiuolo sono».
«Tu? Con questi modi?».
28La donna interviene: «L’ospite è di Betlem, ti ho detto, e se sono, i suoi, perseguitati, saranno stati forse ricchi e istruiti come lo erano Giosoè di Ur, Mattia di Isacco, Levi di Abramo… poveri infelici!…»
29«Non sei stata interrogata. Perdonala. Le donne sono più ciarliere di passere a sera».
«Erano famiglie betlemmite?».
30«Come? Non lo sai chi erano, se sei di Betlemme?».
«Siamo fuggiti che Io avevo pochi mesi…»
31La donna, che proprio deve esser ciarliera, torna a parlare: «E’ andato via prima del massacro».
«Eh! lo vedo. Altrimenti non ci sarebbe più al mondo. Non vi sei più tornato?».
«No».
I colpevoli dell’eccidio.
32«Che gran sventura! Pochi troverai di quelli che, mi ha detto Sara, Tu vuoi conoscere e salutare. Molti uccisi, molti fuggiti, molti… mah! dispersi, né si è mai saputo se morirono nel deserto o se furono spenti in carcere per punirli della loro ribellione. Ma fu ribellione? E chi sarebbe stato inerte lasciando sgozzare tanti innocenti? No, che giusto non è che sia ancor vivo Levi e Elia mentre tanti innocenti sono morti!».
«Chi sono i due, e che fecero?».
33«Ma… almeno dell’eccidio saprai. L’eccidio d’Erode[155]… Più di mille pargoli in città, un altro migliaio quasi nelle campagne[156]. E tutti, anzi, quasi tutti maschi, perché nella furia, nel buio, nella mischia, i feroci presero, strapparono dalle cune, dai letti materni, dalle case assalite, anche delle bambinelle e le trafissero come gazzelline poppanti prese di mira da un arciere. Ebbene, tutto questo perché? Perché un gruppo di pastori, che per vincere il gelo notturno certo avevano bevuto sicera a gran sorsi, furono presi da delirio e dissero di aver visto angeli, udito canzoni, avuto indicazioni… e dissero a noi di Betlemme: “Venite. Adorate. Il Messia è nato”. Pensa: il Messia in una spelonca!
34In verità devo dire che ebbri fummo tutti, anche io, allora adolescente, anche la moglie, di allora pochi anni… perché credemmo tutti, e in una povera donna galilea volemmo vedere la Vergine partoriente di cui parlarono i Profeti[157]. Ma se era con un rozzo galileo! Il marito certo. Se era moglie, come poteva esser la “Vergine”? Insomma, credemmo. Doni, adorazioni… case aperte per ospitarli… Oh! l’avevano saputa far bene la parte! Povera Anna! Ci ha rimesso i beni e la vita, e anche i figli di sua figlia, la prima, l’unica che si è salvata perché sposata con un mercante di Gerusalemme, persero i beni, perché la casa fu arsa e tutto il podere segato per ordine d’Erode. Ora è un campo incolto su cui pascolano gli armenti».
35«Tutta colpa dei pastori?».
«No, anche di tre stregoni venuti dai regni di Satana. Forse erano compari dei tre… E noi, stolti, ce ne tenevamo per tanto onore! Quel povero archisinagogo! Lo uccidemmo per aver giurato che le profezie mettevano suggello di verità alle parole dei pastori e dei maghi…»
36«Tutta colpa dei pastori e dei maghi, dunque?».
«No, galileo. Anche nostra. Della nostra credulità. Lo si aspettava da tanto il Messia! Secoli di attesa. Molte delusioni negli ultimi tempi per i falsi Messia. Uno era galileo, come Te, un altro aveva nome Teoda[158]. Bugiardi! Messia loro! Non erano che avidi avventurieri in caccia di fortuna! Doveva farci sveglia la lezione. Invece…»
Compimento delle profezie.
La luce splende nelle tenebre.
37«E allora perché maledite, tutti, i pastori e i maghi? Se vi giudicate stolti voi pure, allora dovreste maledire voi pure. Ma la maledizione non è permessa dal precetto d’amore. Maledizione attira maledizione. Avete voi la sicurezza che siete nel giusto? Non potrebbe esser vero che i pastori e i maghi avessero detto il vero, loro rivelato da Dio? Perché voler credere che fossero mentitori?».
38«Perché gli anni della profezia[159] non erano compiuti. Dopo ci pensammo… dopo che il sangue, che fece rosse le vasche e i rii, ci aperse gli occhi del pensiero».
39«E non avrebbe potuto l’Altissimo, per eccesso d’amore verso il suo popolo, anticipare la venuta del Salvatore? Su che basarono i maghi la loro asserzione? Mi hai detto che venivano da Oriente…»
«Dai loro calcoli su una nuova stella».
40«E non è detto: “Una stella nascerà da Giacobbe e una verga si alzerà da Israele”[160]? E Giacobbe non è il grande patriarca e non ebbe sosta in questa terra di Betlem a lui cara come pupilla del suo occhio, perché ivi morì la sua diletta Rachele?[161]
41E ancor non è detto da bocca profetica: “Un germoglio spunterà dalla radice di Jesse e un fiore verrà da questa radice”?[162] Isai, padre di Davide, qui nacque. Il germoglio sulla stirpe, segata alla radice da usurpazione di tiranni, non è la “Vergine” che partorirà il Figliolo, non avuto da uomo, ché allora non più vergine sarebbe, ma da volere divino, onde Egli sarà “l’Emmanuele”[163] perché Figlio di Dio, sarà Dio e porterà perciò Dio fra il popolo di Dio come il suo nome dice?
42E non sarà annunciato, dice la profezia, ai popoli delle tenebre, ossia ai pagani “da una gran luce”?[164] E la stella vista dai maghi non potrebbe esser la stella di Giacobbe, la grande luce delle due profezie di Balaam[165] e di Isaia[166]?
43E lo stesso eccidio compiuto da Erode non rientra nelle profezie? “Un grido s’è sentito nell’alto… E’ Rachele che piange i suoi figli”[167]. Era segnato che lacrime gemessero le ossa di Rachele nel suo sepolcro di Efrata quando, per il Salvatore, sarebbe venuta la ricompensa al popolo santo. Lacrime per poi mutarsi in celeste riso, come l’arcobaleno che è fatto delle ultime gocce del temporale, ma dice: “Ecco, il sereno è concesso».
Le tenebre non l’hanno accolto.
44«Sei molto dotto. Sei rabbi?».
«Lo sono».
45«E io lo sento. Vi è luce e vero nelle tue parole. Ma però… oh! troppe ferite sanguinano ancora in questa terra di Betlem per il vero o falso Messia… Non consiglierei lo Stesso a venire mai qui. La terra lo respingerebbe come si respinge un figliastro per causa del quale morirono i figli veri. Ma già… se era Lui… è morto con gli altri sgozzati».
46«Dove abita ora Levi, e dove Elia?».
«Li conosci?». L’uomo è in sospetto.
47«Non li conosco. Il loro viso m’è ignoto[168]. Ma sono infelici, ed Io ho sempre pietà degli infelici. Voglio andare a trovarli».
48«Umh! sarai il primo dopo quasi sei lustri. Sono ancora pastori e servono un ricco erodiano di Gerusalemme che si è appropriato di molti beni degli uccisi… C’è sempre chi guadagna! Li troverai coi greggi verso le alture che vanno a Ebron. Ma, un consiglio. Non ti far vedere a parlare con essi dai betlemmiti. Ne avresti danno. Li sopportiamo perché… perché c’è l’erodiano. Se no…»
49«Oh! l’odio! Perché odiare?».
«Perché è giusto. Ci hanno fatto del male».
50«Hanno creduto fare bene».
«Ma fecero male. E male si abbiano. Dovevamo ucciderli come fecero uccidere con la loro stoltezza. Ma eravamo inebetiti e dopo… c’era l’erodiano».
51«Se non c’era lui, allora, anche dopo il primo, ancor compatibile sussulto di vendetta, avreste ucciso?».
52«Anche ora uccideremmo se non avessimo paura del padrone loro».
53«Uomo, Io ti dico: non odiare. Non desiderare il male. Non desiderare di fare il male. Qui non vi è colpa. Ma anche vi fosse, perdona. In nome di Dio perdona. Dillo agli altri betlemmiti. Quando cadrà l’odio dai vostri cuori verrà il Messia; lo conoscerete, allora, perché Egli è vivente, Egli era già quando la strage avvenne. Io ve lo dico. Non per colpa dei pastori e dei maghi, ma per colpa di Satana avvenne la strage. Il Messia vi è nato qui, è venuto a portare la Luce alla terra dei suoi padri. Figlio di Madre vergine della stirpe di Davide, nelle rovine della casa di Davide aperse al mondo il fiume delle grazie eterne, aperse la Vita all’uomo…»
54«Via, via! esci di qui! Tu, seguace di questo falso Messia, che non poteva che esser falso, perché ci ha portato sventura, a noi di Betlemme. Tu lo difendi, perciò…»
55«Silenzio, uomo. Io sono giudeo e ho amici in alto. Potrei farti pentire dell’insulto» scatta Giuda, prendendo per la veste il contadino e scuotendolo, violento e acceso d’ira.»
56«No, no, via di qua! Non voglio noie né coi betlemiti, né con Roma ed Erode. Andatevene, maledetti, se non volete che vi lasci un segno. Via!…»
57«Andiamo, Giuda. Non reagire. Lasciamolo nel suo livore. Dio non penetra dove è astio. Andiamo».
58«Sì, andiamo. Ma me la pagherete».
«No, Giuda. No. Non dire così. Sono ciechi… Ce ne saranno tanti sul mio percorso…»
59Escono, seguendo Simone e Giovanni che sono già fuori e che parlottano con la donna, dietro l’angolo della stalla.»
60«Perdona al marito mio, Signore. Non credevo di far tanto male… Ecco, tieni. Le prenderai domattina. Sono fresche, di oggi. Non ho altro… Perdono. Dove dormirai?» (Dà delle uova).
61«Non ci pensare. So dove andare. Va’ in pace per la tua bontà. Addio».
L’amore non è amato.
62Camminano per qualche metro in silenzio, poi Giuda esplode: «Però Tu, a non farti adorare! Perché non far curvare nella mota quel lurido bestemmiatore? A terra! Atterrato per aver mancato a Te, Messia… Oh! io lo avrei fatto! I samaritani vanno inceneriti col miracolo. Non li scuote che quello».
63«Oh! quante volte lo sentirò dire! Ma dovessi incenerire per ogni peccato verso Me!… No, Giuda. Io sono venuto per creare. Non per distruggere».
«Già. Ma intanto gli altri distruggono Te».
64Gesù non ribatte. Simone chiede: «Dove andiamo, ora, Maestro?».
«Venite con Me. So un luogo».
65«Ma se non ci sei mai stato, da quando fuggisti, come lo sai?» chiede, ancora irritato, Giuda.
«Lo so. Non è bello. Ma ci fui un’altra volta. Non è in Betlemme… un poco fuori… Pieghiamo da questa parte».
66Gesù avanti, poi Simone, poi Giuda, ultimo Giovanni… Nel silenzio, rotto solo dal fruscìo dei sandali sulle ghiaiuzze del sentiero, si sente un singhiozzo.
67«Chi piange?» chiede Gesù voltandosi. E Giuda: «E’ Giovanni. Ha avuto paura».
68«No. Non paura. Avevo già la mano sul coltello che ho alla cintura… Ma mi sono ricordato del tuo: “Non uccidere, perdona”. Lo dici sempre…».
69«E allora perché piangi?» chiede Giuda.
«Perché soffro a vedere che il mondo non vuole Gesù. Non lo riconosce e non lo vuole conoscere. Oh! è un tal dolore! Come mi frugassero in cuore con degli spini fatti di fuoco. Come avessi visto calpestare mia madre e sputare sul volto di mio padre… Più ancora… Come avessi visto i cavalli romani mangiare nell’Arca Santa e far riposo nel Santo dei Santi».
70«Non piangere, Giovanni mio. Lo dirai, per questa e per infinite altre volte: “Egli era la Luce venuta a splendere fra le tenebre, ma le tenebre non lo compresero. Venne nel mondo che per Lui era stato fatto, ma il mondo non lo conobbe. Venne alla sua città, alla sua casa, e i suoi non lo ricevettero”[169]. Oh! non piangere così!».
71«Questo non succede in Galilea!» sospira Giovanni.
72«Allora neppure in Giudea» ribatte Giuda. «Gerusalemme ne è la capitale e, or sono tre giorni, osannava a Te, Messia. Qui… posto di rozzi pastori, contadini e ortolani… non è da prender per base. Anche i galilei, va’ là, non saranno tutti buoni. Del resto Giuda, il falso Messia, di dove era? Si diceva…».
73«Basta, Giuda. Non conviene inquietarsi. Io sono calmo. Siatelo voi pure. Giuda, vieni qui. Ti devo parlare».
Giuda lo raggiunge.
74«Prendi la borsa. Tu farai le spese. Per domani».
«E per ora, dove albergheremo?».
Il Padre del secolo futuro.
L’alloggio del Re d’Israele (Insegnamento).
75Gesù sorride e tace. La notte è scesa. La luna veste tutto di candore. Gli usignoli cantano fra gli ulivi. Un rio è un nastro d’argento sonante. Dai prati falciati viene odor di fieni: caldo, direi carnale. Qualche muggito. Qualche belato. E stelle, stelle, stelle… una semina di stelle sul velano del cielo, un baldacchino di gemme vive steso sulle colline di Betlemme.
76«Ma qui!… Son rovine. Dove ci conduci? La città è più là».
77«Lo so. Vieni. Segui il rio, dietro a Me. Ancora pochi passi, e poi… poi ti offrirò l’alloggio del Re d’Israele».
Giuda si stringe nelle spalle e tace.
78Ancora pochi passi. Poi ecco un ammasso di case franate. Resti di abitazioni… Un antro fra due spacchi del muraglione.
79Gesù dice: «Avete l’esca? Accendete».
Simone accende un fanaletto tratto dalla sua bisaccia e lo dà a Gesù.
80«Entrate» dice il Maestro alzando il lumino. «Entrate. Questa è la camera della natività del Re d’Israele».
81«Tu scherzi, Maestro! Questa è una fetida spelonca. Ah! io non ci sto per davvero! Ne ho schifo: umida, fredda, puzzolente, piena di scorpioni, di serpi forse…»
82«Eppure… Amici, qui, la notte del 25, d’Encenie, dalla Vergine nacque Gesù Cristo, l’Emmanuele, il Verbo di Dio fatto Carne per amore dell’uomo: Io che vi parlo. Anche allora, come ora, il mondo fu sordo alle voci del Cielo che parlavano ai cuori… ed ha respinto la Madre… e qui… No, Giuda, non torcere con disgusto lo sguardo da quelle nottole svolazzanti, da quei ramarri, da quelle tele di ragno, non sollevare con schifo la tua bella veste ricamata perché non strusci sul suolo coperto degli escrementi animali. Quelle nottole sono le figlie delle figlie di quelle che furono i primi balocchi agitati sotto gli occhi del Bambino, per il quale gli angeli cantavano il “Gloria” udito dai pastori, non ebbri altro che di estatica gioia, di vera gioia. Quei ramarri, col loro smeraldo, furono i primi colori che colpirono la mia pupilla, i primi dopo il candore della veste e del materno volto. Quelle tele di ragno, i baldacchini della mia culla regale. Questo suolo… oh! lo puoi calpestare senza sdegno… E’ coperto di escrementi… ma è santificato dal piede di Lei, la Santa, la grande Santa, la Pura, l’Inviolata, la Puerpera deipara, Colei che partorì perché doveva partorire, partorì perché Dio, non l’uomo, glielo disse e l’incinse di Sé. Lei, la Senza Macchia, l’ha premuto. Tu lo puoi calpestare. E per le piante dei tuoi piedi Dio voglia ti salga al cuore la purezza da Lei effusa…»
Il Padre del secolo futuro.
83Simone si è inginocchiato. Giovanni va dritto alla greppia e piange col capo appoggiato ad essa. Giuda è esterrefatto… poi lo vince l’emozione e, senza più pensare alla sua bella veste, si butta al suolo, prende il lembo della veste di Gesù, la bacia e si batte il petto dicendo: «Oh! misericordia, Maestro buono, della cecità del tuo servo! La mia superbia cade… ti vedo qual sei. Non il re che io pensavo. Ma il Principe eterno, il Padre del secolo futuro, il Re della pace. Pietà, Signore e Dio mio! Pietà!».
84«Sì. Tutta la mia pietà! Ora dormiremo dove dormì l’Infante e la Vergine, là dove Giovanni ha preso il posto della Madre adorante, qui dove Simone pare il mio padre putativo. Oppure, se lo preferite, vi parlerò di quella notte…»
85«Oh! sì, Maestro. Facci conoscere il tuo fiorire».
86«Perché sia perla di luce nei nostri cuori. E perché lo possiamo ridire al mondo».
87«E venerare la Madre tua, non solo per esserti madre, ma per essere… oh! per essere la Vergine!».
88Prima ha parlato Giuda, poi Simone, poi Giovanni col volto che piange e ride, là presso la greppia…
Gesù racconta la notte del suo natale.
89«Venite sul fieno. Udite…» e Gesù racconta la sua notte natale: «…essendo la Madre già prossima al tempo di partorire, venne, per ordine di Cesare Augusto, fatto bando dal delegato imperiale Publio Sulpizio Quirino, mentre era governatore della Palestina Senzio Saturnino. Il bando era: censire tutti gli abitanti dell’Impero. Coloro che schiavi non fossero dovevano recarsi nei luoghi di origine, per iscriversi negli albi dell’Impero. Giuseppe, sposo della Madre, era della stirpe di Davide, e di Davide era la Madre. Ubbidendo perciò al bando, lasciarono Nazareth per venire in Betlemme, culla della stirpe regale. Rigido il tempo…».
Gesù continua il racconto e tutto cessa così.
16. All’albergo di
Betlem e sulle macerie
della casa di Anna[170].
Segni dell’eccidio di Erode.
Mattino d’estate a Betlem.
1Le prime ore di un luminoso mattino d’estate. Il cielo pennella di rosa in alcune sottili nuvolette, che paiono sfilacciature di garza perse su un tappeto di raso turchese. Vi è tutto un cantare di uccelli, già ebbri di luce… Passere, merli, pettirossi zirlano, cinguettano, rissano per uno stelo, per un bruco, per un rametto da portare nel nido, da mettere nel gozzetto, da prendere per appollatoio. Rondini saettano dal cielo al piccolo rio per bagnarsi il petto di neve tinto al sommo di ruggine e, presa la freschezza dell’onda, carpita la ancor dormente moschina sospesa ad uno stelo, si impennano in alto col guizzo di una lama brunita, garrendo giulive.
2Due cutrettole, vestite di seta cenerina, passeggiano graziose come due damine lungo la sponda del ruscello e tengono ben alta la lunga coda ornata di vellutini neri, si specchiano, si trovano belle, riprendono la passeggiata, beffate da un merlo che fischia loro dietro col suo lungo becco giallo, vero monello del bosco.
3Dentro ad un folto melo selvatico, che si alza solitario presso le rovine, una rosignola chiama insistentemente il suo compagno, e tace solo quando lo vede giungere con un lungo bruco che si divincola nella stretta del becco sottile. Due colombi torraioli, probabilmente evasi da qualche colombaia cittadina, e che hanno eletto libera dimora fra le crepe del torrione diroccato, si abbandonano alle loro espansioni sgrugolando lui, seduttore, tubando lei, pudica.
4Gesù, con le braccia conserte al petto, guarda tutte queste liete bestioline e sorride.
5«Già pronto, Maestro?» chiede Simone alle sue spalle.
«Già pronto. Gli altri dormono ancora?».
«Ancora».
«Sono giovani… Mi sono lavato a quel rio… Un’acqua fresca che snebbia la mente…».
«Ora vado io».
Mentre Simone, vestito solo di una corta tunichella, si lava e poi si riveste, spuntano Giuda e Giovanni.
«Dio ti salvi, Maestro. Abbiamo fatto tardi?».
«No. E’ appena mattutino. Ma ora fate presto e andiamo».
6I due si lavano e poi si mettono tunica e mantello. Gesù, prima di incamminarsi, strappa dei fioretti nati fra le crepe di due massi e li pone in una scatoletta di legno, in cui sono già altre cose che non distinguo bene. Spiega: «Li porterò alla Madre. Li avrà cari… Andiamo».
L’apostolo delle missioni difficili.
7«Dove, Maestro?».
«A Betlemme».
«Ancora? Mi pare che non ci sia buon’aria per noi…»
8«Non importa. Andiamo. Voglio farvi vedere dove scesero i Magi e dove ero Io».
9«Allora, senti. Scusa, sai, Maestro? Ma lascia che parli. Facciamo una cosa. A Betlem, e nell’albergo, lascia che sia io quello che discorre e chiede. Per voi galilei non c’è molto amore in Giudea, e qui meno che altrove. Anzi facciamo così: Tu e Giovanni apparite galilei anche alla veste. Troppo semplice. E poi… quei capelli! Perché vi ostinate a tenerli così lunghi? Io e Simone vi diamo il mantello e prendiamo il vostro. Tu, Simone, a Giovanni; io al Maestro. Ecco… così. Vedi? Sembrate subito un poco più giudei. Ora questo».
10E si leva il copricapo – un telo a righe gialle, marroni, rosse, verdi, come il mantello, tutte alternate, tenuto a posto da un cordone giallo – e lo mette sul capo di Gesù e lo accomoda lungo le guance per celare i lunghi capelli biondi. Giovanni prende quello verde scurissimo di Simone.
11«Oh! ora va meglio! Io ho il senso pratico».
«Sì, Giuda. Tu hai il senso pratico. E’ vero. Guarda però che non superi l’altro senso».
«Quale, Maestro?».
«Il senso spirituale».
12«Noooh! Ma in certi casi è bene saper esser politici più di ambasciatori. E senti… sii buono ancora… e per tuo bene… Non mi smentire se dirò delle cose… delle cose… non vere, ecco».
13«Che vuoi dire? Perché mentire? Io sono la Verità e non voglio menzogna, né in Me né intorno a Me».
14«Oh! non dirò che mezze menzogne. Dirò che siamo tutti di ritorno da luoghi lontani, dall’Egitto magari, e che vogliamo aver notizie di cari amici. Dirò che siamo giudei di ritorno da un esilio… In fondo, in tutto c’è un poco di vero… e poi, parlo io… bugia più, bugia meno…».
15«Ma Giuda! Perché ingannare?».
«Lascia perdere, Maestro! Il mondo si regge sugli inganni. E sono necessari qualche volta. Bene, per farti contento dirò solo che veniamo da lontano e che siamo giudei. Questo è vero per tre su quattro. E tu, Giovanni, non parlare mai. Ti tradiresti».
«Starò zitto».
16«Poi… se le cose si mettono bene… allora diremo il resto. Ma ci spero poco… Sono astuto, e sento a volo».
17«Lo vedo, Giuda. Ma preferirei fossi semplice».
18«Serve poco. Nel tuo gruppo io sarò quello delle missioni difficili. Lasciami fare».
Gesù è poco propenso. Ma cede.
Giorno di mercato.
19Vanno. Girano lungo le rovine, poi costeggiano un muraglione senza finestre, oltre il quale si sente ragliare, muggire, nitrire, belare, e quel versaccio sgangherato dei cammelli o dromedari. Il muraglione fa angolo. Lo girano. Eccoli sulla piazza di Betlemme. La vasca della fonte è al centro della piazza, che è sempre con la sua forma sghimbescia, eppure è diversa nel lato opposto all’albergo. Là, dove c’era la casetta, che quando la penso la vedo ancor tutta d’argento puro sotto il raggio della Stella, è una grande apertura sparsa di macerie. Solo la scaletta è ancora ritta col suo piccolo poggiolo. Gesù guarda e sospira. La piazza è piena di gente intorno a venditori di cibarie, utensili, stoffe ecc., che hanno steso su stuoie o messo in ceste le loro mercanzie, tutte posate sul suolo, e sono loro pure accoccolati per lo più al centro del loro… negozio, se però non urlano e gesticolano in piedi, alle prese con qualche compratore tirchio.
«E’ giorno di mercato» dice Simone.
Ezechia l’oste di Betlem.
20La porta, anzi, il portone dell’albergo è spalancato e ne esce una fila di asini carichi di mercanzie. Giuda entra per primo. Si guarda intorno. Afferra altezzoso un piccolo stalliere sporco e scamiciato, ossia con una sola sottoveste che è senza maniche e corta al ginocchio. «Servo!» urla. «Il padrone! Subito! Va’ svelto, ché non sono uso ad aspettare».
21Il ragazzo va di corsa, tirandosi dietro una scopa di fascina.
«Ma Giuda! Che modi!».
«Zitto, Maestro. Lasciami fare. Ci devono credere ricconi, e di città».
22Corre il padrone, che si spezza la schiena in inchini davanti a Giuda, imponente nel mantello rosso cupo di Gesù sulla sua ricca veste giallo oro, tutta cinture e frange.
23«Noi veniamo da lontano, uomo. Giudei delle comunità asiatiche. Perseguitato questo, di nascita betlemmita, ricerca i suoi cari amici di qui. E noi con Lui. Veniamo da Gerusalemme, dove abbiamo adorato l’Altissimo nella sua Casa. Puoi ragguagliarci?».
«Signore… il tuo servo… Tutto per te. Ordina».
24«Vogliamo sapere di molti… e specie di Anna, la donna che aveva casa di fronte al tuo albergo».
«Oh! infelice! Anna non la troverete più che nel seno di Abramo. E i suoi figli con lei».
25«Morta? Perché?».
«Non sapete dell’eccidio di Erode? Tutto il mondo ne parlò e anche il Cesare lo definì “porco che si nutre di sangue”. Uh! che ho detto! Non mi denunciare! Sei proprio giudeo?».
26«Ecco il segno della mia tribù. Sicché? Parla».
«Anna è stata uccisa dai soldati di Erode, con tutti i suoi figli, meno una».
«Ma perché? Era tanto buona!».
27«La conoscevi?».
«Benissimo». Giuda mente spudoratamente.
«Fu uccisa per avere ospitato quelli che si dicevano padre e madre del Messia… Vieni qui, in questa stanza… I muri hanno orecchie, e parlare di certe cose… è pericoloso».
Entrano in una stanzetta scura e bassa. Siedono su un basso divano.
28«Ecco… io ho avuto buon naso. Non sono alberghiere per nulla! Sono nato qui, figlio di figli di alberghieri. Ho la malizia nel sangue. E non li ho voluti. Forse un buco per loro lo avrei trovato. Ma… galilei, poveri, sconosciuti… eh! no, Ezechia non ci casca! E poi… sentivo… sentivo che erano diversi… quella donna… degli occhi… un che… no, no, doveva avere il demonio in sé e parlargli. E ce lo ha portato qui… a me no, ma in città. Anna era più innocente di una pecorella, e li ha ospitati pochi giorni dopo, con il Bambino ormai. Dicevano che era il Messia… Oh! quanti denari ho fatto in quei giorni! Altro che censo! Venivano anche quelli che non avevano da venire per il censo. Venivano fin dal mare, fin dall’Egitto a vedere… e per mesi! Che guadagno ho fatto!…
29Per ultimi sono venuti tre re, tre potenti, tre maghi… che so? Un corteo! non finiva più! Mi hanno preso tutte le stalle e hanno pagato, in oro, tanto fieno da bastare per un mese, e poi sono andati via il giorno dopo lasciando tutto lì. E che regali agli stallieri, alle donne! E a me! Oh!… Io del Messia, vero o falso che fosse, non ne posso che dire bene. Mi ha fatto guadagnare monete a sacchi. Disastri non ne ho avuti. Morti neppure, perché avevo appena preso moglie. Quindi… Ma gli altri!»
I luoghi della strage.
30«Vorremmo vedere i luoghi della strage».
«I luoghi? Ma tutte le case furono luogo di strage. Per miglia intorno a Betlemme vi furono morti. Venite con me».
Salgono una scala, montano su un terrazzone sul tetto. Dall’alto si vede molta campagna e tutta Betlemme stesa come un ventaglio aperto sulle sue colline.
31«Vedete i punti rovinati? Lì furono arse anche le case, perché i padri difesero i figli con le armi. Vedete là quella specie di pozzo coperto di edera? Quella è il resto della sinagoga. Bruciata con l’archisinagogo, che aveva asserito esser quello il Messia. Bruciata dai superstiti, pazzi per la strage dei figli. Ne abbiamo avute delle noie, dopo… E là, e là, e là… vedete quei sepolcri? Sono delle vittime… Paiono pecorelle sparse fra il verde, a perdita d’occhio. Tutti innocenti e padri e madri degli stessi… Vedete quella vasca? Era rossa la sua acqua dopo che i sicari si ebbero nettate armi e mani in essa. E quel rio qui dietro, l’avete visto?… Era rosa per il gran sangue che aveva raccolto dalle cloache… E lì, ecco, lì… di fronte. Quello è quanto rimane di Anna».
32Gesù piange. «La conoscevi bene?».
Risponde Giuda: «Era come una sorella per sua Madre. Vero, amico?».
Gesù risponde solo: «Sì».
«Capisco» fa l’alberghiere e resta pensieroso. Gesù si china a parlare piano con Giuda.
33«Il mio amico vorrebbe andare su quelle rovine» dice Giuda.
«E vi vada! Son di tutti!».
34Scendono. Salutano. Se ne vanno. L’oste resta deluso. Forse sperava guadagno. Traversano la piazza. Salgono sulla superstite scaletta.
35«Da qui» dice Gesù «mia Madre mi fece salutare i Magi e da qui scendemmo per andare in Egitto».
36Della gente guarda i quattro sulle rovine. Uno interroga: «Parenti dell’uccisa?».
37«Amici». Una donna urla: «Non fate del male, almeno voi, alla morta, come gli altri suoi amici lo fecero alla viva e poi scapparono in salvo».
38Gesù è dritto sul ballatoio, contro il muretto che lo limita, alto perciò sulla piazza di un due metri circa, col vuoto di dietro. Un vuoto solare, che lo innimba tutto e fa ancor più candida la veste di lino candidissimo che lo copre da sola, ora che il mantello è scivolato giù dalle spalle e sta ai piedi di Lui come una base multicolore.
39Dietro ancora, lo sfondo verde e spettinato di ciò che era l’orto e il campo di Anna, ora inselvatichito e sparso di macerie.
Il Messia venne ai suoi.
“Fratelli della mia terra” (Discorso).
40Gesù stende le braccia. Giuda, che vede il gesto, dice: «Non parlare! Non è prudente!».
41Ma Gesù empie la piazza della sua voce potente: «Uomini di Giuda! Uomini di Betlemme, udite! Udite o voi, donne della terra sacra a Rachele! Udite un che da Davide viene, che perseguitato ha sofferto, che, fatto degno di parlare, parla per darvi luce e conforto. Udite».
42La gente cessa di vociare, litigare, comperare, e si affolla. E’ un rabbi!».
«Viene da Gerusalemme certo».
«Chi è?». Che bell’uomo!».
«Che voce!».
«Che modi!». Eh! se è progenie di Davide!».
«Nostro, allora!».
«Udiamo, udiamo!». Tutta la piazza è ora contro la scaletta, che pare un pulpito.
43«Nella Genesi è detto: “Io porrò inimicizia fra te e la donna… essa ti schiaccerà il capo e tu la insidierai nel calcagno”[171]. E ancora è detto: “Io moltiplicherò i tuoi affanni e le tue gravidanze… e la terra produrrà triboli e spine”[172].
44Questa la condanna dell’uomo, della donna e del serpente. Venuto da lontano a venerare la tomba di Rachele, ho udito nel vento della sera, nella rugiada della notte, nel pianto dell’usignolo al mattino, ripetersi il singhiozzo di Rachele antica, ripetuto da bocche e bocche di madri di Betlemme nel chiuso dei sepolcri, o nel chiuso dei cuori. Ed ho sentito ruggire il dolore di Giacobbe nel dolore dei vedovi consorti, senza più sposa perché il dolore l’ha uccisa[173]… Piango con voi. Ma udite, fratelli della mia terra. Betlem, terra benedetta, la più piccola delle città di Giuda, ma la più grande agli occhi di Dio e dell’umanità perché culla del Salvatore, come dice Michea[174], appunto perché tale, perché destinata ad esser il tabernacolo su cui si sarebbe posata la Gloria di Dio, il Fuoco di Dio, il suo incarnato Amore, ha scatenato l’odio di Satana.
45“Porrò inimicizia fra te e la donna. Essa ti terrà sotto il suo piede e tu insidierai il suo calcagno”. Quale inimicizia più grande di quella che ha per mèta i figli, il cuore del cuore della donna? E quale più forte piede di quello della Madre del Salvatore? Ecco perciò che naturale fu la vendetta di Satana vinto, il quale, no, non al calcagno, ma al cuore delle madri, per la Madre, avventò la sua insidia. Oh! moltiplicati affanni del perdere i figli dopo averli partoriti! Oh! tremendi triboli dell’aver seminato e sudato per la prole, ed esser padre senza più prole! Ma giubila, Betlemme! Il tuo sangue più puro, il sangue degli innocenti, ha fatto via di fiamma e porpora al Messia…».
46La folla, che è andata sempre più rumoreggiando da quando Gesù ha nominato il Salvatore, e poi la Madre dello Stesso, ora ha un più chiaro indizio di agitazione.
47«Taci, Maestro» dice Giuda. «E andiamo».
48Ma Gesù non lo ascolta. Continua: «…al Messia che la Grazia del Padre-Dio salvò dai tiranni per conservarlo al popolo per sua salvezza e…»
L’inizio della gazzarra.
49Una stridula voce di donna grida: «Cinque, cinque ne avevo partoriti, e più nessuno è nella mia casa! Misera me!» e urla istericamente.
E’ l’inizio della gazzarra.
50Un’altra si voltola nella polvere, si lacera le vesti, mostra una mammella mutilata nel capezzolo, e urla: «Qui, qui, su questa poppa me l’hanno sgozzato il mio primogenito! La spada gli ha reciso la faccia insieme al capezzolo mio. Oh! il mio Eliseo!».
52«E io? E io? Ecco là la mia reggia! Tre tombe in una, vegliata dal padre. Marito e figli insieme. Ecco, ecco!… Se c’è il Salvatore, mi renda i figli, mi renda lo sposo, mi salvi dalla disperazione, da Belzebù mi salvi».
Urlano tutti: «I nostri figli, i mariti, i padri! Li renda, se c’è!».
Gesù agita le braccia imponendo silenzio.
53«Fratelli della mia terra, Io vorrei rendervi alla carne, anche alla carne, i figli. Ma Io ve lo dico: siate buoni, rassegnati, perdonate, sperate, gioite in una speranza, in una certezza giubilate. Presto riavrete i vostri figli, angeli nel Cielo, perché il Messia sta per aprire le porte dei Cieli, e se giusti sarete la morte sarà Vita che viene, e Amore che torna…».
I suoi non l’accolsero.
53«Ah! sei Tu il Messia? In nome di Dio, dillo».
Gesù abbassa le braccia col suo gesto così dolce, mansueto, che pare un abbraccio, e dice: «Lo sono».
«Via! Via! Per tua colpa, allora!».
Vola un sasso fra fischi e dileggi.
54Giuda ha uno scatto bello… oh! fosse stato sempre così! Si butta davanti al Maestro, ritto sul muretto del poggiolo, a manto spiegato, e riceve imperterrito i colpi di pietra, ne sanguina anche, e urla a Giovanni e Simone: «Portate via Gesù. Dietro quelle piante. Io verrò. Andate, in nome del Cielo!».
55E alla folla: «Idrofobi cani! Sono del Tempio, e al Tempio e a Roma vi denuncerò».
56La folla ha un attimo di paura. Ma poi riprende la sassaiola, per fortuna, maldestra. E Giuda imperterrito la riceve, rispondendo con contumelie alle maledizioni della folla. Anzi, afferra a volo un sasso e lo spedisce sulla testa di un vecchietto urlante come una gazza spennata viva. E, siccome tentano di dar la scalata al suo piedistallo, svelto raccoglie un ramo secco che è al suolo (ora è sceso dal muretto) e lo rotea sulle schiene, teste, mani, senza pietà. Accorrono delle milizie e con le lance si fanno largo.
57«Chi sei? Perché questa rissa?».
«Un giudeo assalito da questi plebei. Era con me un rabbi noto ai sacerdoti. Parlava a questi cani. Si sono scatenati e ci hanno assaliti».
58«Chi sei?».
«Giuda di Keriot, già del Tempio, ora discepolo di Rabbi Jesù di Galilea. Amico del fariseo Simone, del sadduceo Giocana, del consigliere del Sinedrio Giuseppe di Arimatea, e infine, ciò lo puoi confrontare, di Eleazar ben Anna, il grande amico del Proconsole».
59«Verificherò. Dove vai?».
«Col mio amico a Keriot, e poi a Gerusalemme».
«Vai. Noi ti difenderemo le spalle».
60Giuda allunga delle monete al soldato. Deve essere cosa illecita… ma usuale, perché il milite prende, svelto e guardingo, saluta e sorride. Giuda balza giù dal suo podio. Va a salti per il campo incolto, raggiunge i compagni.
61«Sei molto ferito?».
«Roba da niente, Maestro. Poi! Per Te!… Le ho anche date, però. Devo essere tutto sporco di sangue…»
«Sì, sulla guancia. Qui vi è un filo d’acqua».
62Giovanni bagna un piccolo telo e lava la guancia di Giuda.
«Mi spiace, Giuda… Ma vedi… anche a dir loro che si era giudei, secondo il tuo senso pratico…»
63«Bestie sono. Credo che ti sarai persuaso, Maestro. E che non insisterai».
64«Oh! no! Non per paura. Ma perché è inutile, per ora. Quando non ci vogliono, non si maledice, ma ci si ritira pregando per i poveri folli che muoiono di fame e non vedono il Pane. Andiamo per questa via remota. Credo si possa prendere la strada di Ebron… Dai pastori, se li troveremo».
65«A prendere altre sassate?».
«No. A dir loro: “Son Io”.»
66«Eh! allora!..; Certo ci bastonano. Soffrono da trenta anni per causa tua!…»
«Vedremo».
67Vanno per un folto boschetto, ombroso, fresco, e li perdo di vista.
17. Cacciata da Nazareth e conforto alla Madre. Riflessioni[175].
Il Messia Liberatore.
La sinagoga (Lc 4,16-17)[176].
1Vedo uno stanzone quadrato. Dico stanzone, per quanto capisca che è la sinagoga di Nazareth (come mi dice l’interno ammonitore) perché non c’è altro che le pareti nude tinte di giallino e una specie di cattedra da un parte. Vi è anche un alto leggìo con sopra dei rotoli. Leggìo, scansia, dica come crede. E, insomma, una specie di tavola inclinata, sorretta su un piede e sulla quale sono allineati dei rotoli.
2Vi è della gente che prega, non come preghiamo noi, ma volti tutti da un lato con le mani non congiunte ma come su per giù sta un sacerdote all’altare.
3Vi sono delle lampade messe così:
e sopra alla cattedra e al leggìo.
4Non vedo lo scopo di questa veduta, che non si cambia e che mi resta fissa così per del tempo. Ma Gesù mi dice di scriverla e lo faccio…
5Mi trovo nella sinagoga di Nazareth, da capo.
6Ora il rabbino legge. Sento la cantilena della voce nasale, ma non capisco le parole dette in una lingua a me ignota. Fra la gente vi è anche Gesù coi cugini apostoli e con altri che sono certo parenti essi pure, ma che non conosco.
7Dopo la lettura, il rabbino volge lo sguardo sulla folla in muta domanda. Gesù si fa avanti e chiede di tenere Lui l’adunanza, oggi.
Il Messia Liberatore(Lc 4,18-21)[177].
8Odo la sua bella voce leggere il passo di Isaia citato dal Vangelo: «Lo spirito del Signore è sopra di Me…».
9E odo il commento che Egli ne fa, dicendosi «il portatore della Buona Novella, della legge d’amore che sostituisce il rigore di prima con la misericordia, per cui tutti coloro che la colpa d’Adamo fa malati nello spirito, e nella carne per riflesso, perché il peccato sempre suscita vizio, e il vizio malattia anche fisica, otterranno la salute. Per cui tutti coloro che sono prigionieri dello Spirito del male avranno liberazione. Io sono venuto a rompere queste catene, a riaprire la via dei Cieli, a dar luce alle anime accecate e udito alle anime sorde. E’ venuto il tempo della Grazia del Signore. Ella è fra voi, Ella è questa che vi parla. I Patriarchi hanno desiderato vedere questo giorno, di cui la voce dell’Altissimo ha proclamato l’esistenza ed i Profeti hanno predetto il tempo. E già, portata a loro da ministero soprannaturale, conoscono che l’alba di questo giorno s’è levata, e il loro ingresso nel Paradiso è ormai vicino e ne esultano coi loro spiriti, santi ai quali non manca che la mia benedizione per esser cittadini dei Cieli. Voi lo vedete. Venite alla Luce che è sorta. Spogliatevi delle vostre passioni per esser agili a seguire il Cristo. Abbiate la buona volontà di credere, di migliorare, di volere la salute, e la salute vi sarà data. Essa è in mia mano. Ma non la do che a chi ha buona volontà di averla. Perché sarebbe offesa alla Grazia darla a chi vuol continuare a servire Mammona».
Incredulità e ostilità (Lc 4,22-27)[178].
10Il mormorio si leva per la sinagoga. Gesù gira lo sguardo. Legge sui volti e nei cuori e prosegue: «Comprendo il vostro pensiero. Voi, poiché sono di Nazareth, vorreste un favore di privilegio. Ma questo per il vostro egoismo, non per potenza di fede. Onde Io vi dico che in verità nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Altri paesi mi hanno accolto e mi accoglieranno con maggior fede, anche quelli il cui nome è scandalo fra di voi. Là Io mieterò i miei seguaci, mentre in questa terra nulla potrò fare, perché m’è chiusa e ostile. Ma vi ricordo di Elia e d’Eliseo. Il primo trovò fede in una donna fenicia e il secondo in un siro. E a quella e a questo poterono operare il miracolo. I morenti di fame d’Israele ed i lebbrosi d’Israele non ebbero pane e mondezza, perché il loro cuore non aveva la buona volontà come perla fine che il Profeta vedeva. Questo succederà a voi pure, che siete ostili e increduli alla Parola di Dio».
Il Messia se ne va dal cuore incredulo(Lc 4.28-30)[179].
11La folla tumultua e impreca e tenta mettere le mani addosso a Gesù.
12Ma gli apostoli-cugini – Giuda, Giacomo e Simone – lo difendono, ed allora gli infuriati nazareni cacciano fuori dalla città Gesù. Lo inseguono con minacce, non solamente verbali, sino al ciglio del monte. Ma Gesù si volge e li immobilizza col suo sguardo magnetico, e passa incolume in mezzo a loro, scomparendo su per un sentiero del monte.
Conforto alla Madre.
13Vedo una piccola, piccolissima borgata. Un pugno di case. Una frazione, diremmo noi ora. É più alta di Nazareth, che si vede più sotto, e dista dalla stessa pochi chilometri. Una borgatella misera misera.
14Gesù parla con Maria stando seduto su un muretto presso una casuccia. Forse è una casa amica, o per lo meno ospitale secondo le leggi dell’ospitalità orientale. E Gesù ci si è rifugiato dopo esser stato scacciato da Nazareth, per attendere gli apostoli che certo si erano sparsi nella zona mentre Egli era presso la Madre. Con Lui non ci sono che i tre apostoli-cugini, i quali, in questo momento, sono raccolti nell’interno della cucina e parlano con una donna anziana che Taddeo chiama «madre».
15Perciò capisco che è Maria di Cleofa. É una donna piuttosto anziana e la riconosco per quella che era con Maria SS. alle nozze di Cana. Certo Maria di Cleofa e i figli si sono ritirati là per lasciare liberi Gesù e la Madre di parlare.
Missione del Messia.
16Maria è afflitta. Ha saputo del fatto della sinagoga ed è addolorata. Gesù la consola. Maria supplica il Figlio di stare lontano da Nazareth, dove tutti sono maldisposti verso di Lui, anche gli altri parenti, che lo giudicano un pazzo desideroso di suscitare rancori e dispute.
17Ma Gesù fa un gesto sorridendo. Pare dica: «Ci vuol altro, lascia perdere!». Ma Maria insiste. Allora Egli risponde: «Mamma, se il Figlio dell’uomo dovesse andare unicamente là dove è amato, dovrebbe volgere il suo passo da questa Terra e tornare al Cielo. Ho ovunque dei nemici. Perché la Verità è odiata, ed Io sono Verità. Ma Io non sono venuto per trovare facile amore. Io sono venuto per fare la volontà del Padre e redimere l’uomo. L’amore sei tu, Mamma, il mio amore, quello che mi compensa di tutto. Tu e questo piccolo gregge, che tutti i giorni si accresce di qualche pecorella che Io strappo ai lupi delle passioni e porto nell’ovile di Dio. Il resto è il dovere. Sono venuto per compiere questo dovere e lo devo compiere anche fino a sfracellarmi contro le pietre dei cuori tetragoni al bene. Anzi, solo quando sarò caduto, bagnando di sangue quei cuori, Io li ammollirò stampandovi il mio segno che annulla quello del Nemico. Mamma, sono sceso dal Cielo per questo. Non posso che desiderare di compiere questo».
18«Oh! Figlio! Figlio mio!». Maria ha la voce straziata. Gesù la più che mai velata, come una sacerdotessa.
19«Starò assente qualche tempo, per farti contenta. Quando sarò vicino manderò ad avvisarti».
20«Manda Giovanni. Mi pare di vedere un poco Te nel vedere Giovanni. Anche la madre sua è piena di cure per me e per Te. Ella spera, è vero, un posto di privilegio per i suoi figli. É donna ed è mamma, Gesù. Bisogna compatirla. Ne parlerà anche a Te. Ma ti è devota sinceramente. E quando sarà liberata dall’umanità, che fermenta in lei come nei suoi figli, come negli altri, come in tutti, Figlio mio, sarà grande nella fede. É doloroso che tutti sperino da Te un bene umano, un bene che, anche se non è umano, è egoista. Ma il peccato è in loro con la sua concupiscenza. Ancora l’ora benedetta, e tanto, tanto temuta, per quanto l’amore di Dio e dell’uomo me la faccia desiderare, in cui Tu annullerai il Peccato, non è venuta. Oh! quell’ora! Come trema il cuore della tua Mamma per quell’ora! Che ti faranno, Figlio? Figlio Redentore, di cui i Profeti dicono tanto martirio?».
21«Non ci pensare, Mamma. Dio ti aiuterà in quell’ora. Me e te aiuterà Dio. E dopo sarà la pace. Te lo dico una volta ancora. Ora va’, ché la sera scende e lungo è il cammino. Io ti benedico».
Le cause dei dolori di Gesù e di Maria[180].
Si riprende il tempo perduto
Dice Gesù:
22«Piccolo Giovanni, molto lavoro oggi. Ma siamo indietro di un giorno e non si può andare piano. Ti ho dato la forza per questo, oggi. Le quattro contemplazioni te le ho concesse per poterti parlare sui dolori di Maria e miei, preparatori alla Passione. Avrei dovuto parlarne ieri, sabato, giorno dedicato a mia Madre. Ma ho avuto pietà. Oggi si riprende il tempo perduto. Dopo i dolori che ti ho fatto conoscere, Maria ha avuto anche questi. Ed Io con Lei.
Il serpe.
23Il mio sguardo aveva letto nel cuore di Giuda Iscariota. Nessuno deve pensare che la Sapienza di Dio non sia stata capace di comprendere quel cuore[181]. Ma, come ho detto a mia Madre, egli ci voleva. Guai a lui per esser stato il traditore![182] Ma un traditore ci voleva. Doppio, astuto, avido, lussurioso, ladro, e intelligente e colto più della massa, egli aveva saputo imporsi a tutti. Audace, mi spianava la via, anche se era via difficile. Gli piaceva, oltre tutto, emergere e far risaltare il suo posto di fiducia presso di Me. Non era servizievole per istinto di carità. Ma unicamente perché era uno di quelli che voi chiamereste “faccendoni”. Ciò gli permetteva anche di tenere la borsa e di avvicinare la donna. Due cose che, insieme alla terza, la carica umana, amava sfrenatamente.
24La Pura, l’Umile, la Distaccata dalle ricchezze terrene, non poteva non avere ribrezzo di quel serpe. Io pure ne avevo ribrezzo. Ed Io solo ed il Padre e lo Spirito sappiamo quali superamenti ho dovuto sostenere per poterlo sopportare vicino. Ma te li spiegherò in altro tempo.
Le volpi astute.
25Ugualmente non ignoravo l’ostilità dei sacerdoti, farisei, scribi e sadducei. Erano volpi astute che cercavano spingermi nella loro tana per sbranarmi. Avevano fame del mio sangue. E cercavano di mettermi trappole ovunque per catturarmi, per avere arma di accusa, per levarmi di mezzo. Per tre anni è stata lunga l’insidia e non si è placata altro che quando mi hanno saputo morto. Quella sera hanno dormito felici. La voce del loro accusatore era per sempre estinta. Lo credevano. No. Non è ancora spenta. Non lo sarà mai e tuona, tuona e maledice i loro simili di ora. Quanto dolore ebbe mia Madre per colpa di loro! Ed Io quel dolore non lo dimentico.
La velva.
26Che la folla fosse volubile, non era cosa nuova. Essa è la belva che lecca la mano del domatore, se è armata di scudiscio o se offre un pezzo di carne alla sua fame. Ma, basta che il domatore cada e non possa più usare lo scudiscio, oppure non abbia più prede per la sua fame, che essa si avventa e lo sbrana. Basta dire la verità ed essere dei buoni per essere odiati dalla folla dopo il primo momento di entusiasmo. La verità è rimprovero e monito. La bontà spoglia dello scudiscio e fa sì che i non buoni non temano più. Onde: “crucifige”, dopo aver detto: “osanna”. La mia vita di Maestro è satura di queste due voci. E l’ultima è stata “crucifige”. L’osanna é come l’anelito che prende il cantore per aver fiato di fare l’acuto. Maria, nella sera del Venerdì Santo, ha riudito in sé tutti gli osanna bugiardi, divenuti urli di morte per la sua Creatura, e ne è rimasta trafitta. Anche questo Io non lo dimentico.
I massi.
27L’umanità degli apostoli! Quanta! Portavo sulle braccia, per alzarli al Cielo, dei massi che pesavano verso terra. Anche coloro che non si vedevano ministri di un re terreno come Giuda Iscariota, coloro che non pensavano come lui di salire, all’occorrenza, in mia vece sul trono, erano sempre, però, ansiosi di gloria.
28Venne il giorno che anche il mio Giovanni e suo fratello appetirono a questa gloria, che vi abbaglia come un miraggio anche nelle cose celesti. Non santo anelito al Paradiso, che voglio che abbiate. Ma desiderio umano che la vostra santità sia conosciuta. Non solo, ma esosità di cambiavalute, di usuraio per cui, per un poco di amore dato a Colui al quale Io vi ho detto dovete dare tutti voi stessi, pretendete un posto alla sua destra in Cielo.
29No, figli. No. Prima occorre saper bere tutto il calice che Io ho bevuto. Tutto: con la sua carità data in compenso dell’odio, con la sua castità contro le voci del senso, con la sua eroicità nelle prove, col suo olocausto per amore di Dio e dei fratelli. Poi, quando s’è tutto compiuto del proprio dovere, dire ancora: “Siamo servi inutili”, e attendere che il Padre mio e vostro vi conceda, per sua bontà, un posto nel suo Regno.
30Occorre spogliarsi, come mi hai visto spogliato nel Pretorio, di tutto ciò che è umano, tenendo solo quell’indispensabile che è rispetto verso il dono di Dio che è la vita, e verso i fratelli ai quali possiamo essere utili più dal Cielo che sulla Terra, e lasciare che Dio vi rivesta della stola immortale, fatta candida nel sangue dell’Agnello.
31Ti ho mostrato i dolori preparatori della Passione. Altri te li mostrerò. Per quanto siano sempre dolori, è stato riposo per l’anima tua il contemplarli. Ora basta. Sta’ in pace».
18. Un’accusa dei
nazareni a Gesù, respinta con la parabola del
lebbroso guarito[183].
Giorno di pace e gioia (Mt 13,53; Mc 6,1)[184].
1La prima fermata che Gesù fa a Nazaret è alla casa di Alfeo. Sta per entrare nell’orto quando si incontra con Maria d’Alfeo che esce con due anfore di rame per andare alla fonte.
2«La pace sia con te, Maria!», dice Gesù e abbraccia la parente che, espansiva come sempre, lo bacia con un grido di gioia.
3«Sarà certo giorno di pace e gioia, Gesù mio, poiché Tu sei venuto! Oh! figli miei carissimi! Che felicità vedervi per la vostra mamma!», e bacia affettuosamente i suoi figlioloni che erano immediatamente dietro a Gesù.
4«State con me, oggi, non è vero? Ho giusto il forno acceso per il pane. Andavo a prendere l’acqua per non avere più a sospendere la cottura».
«Mamma, andiamo noi», dicono i figli impadronendosi delle brocche.
5«Come sono buoni! Non è vero, Gesù?».
«Tanto buoni», conferma Gesù.
6«Ma anche con Te, non è vero? Perché, se dovessero amarti meno di quanto mi amano, li avrei meno cari».
«Non temere, Maria. Essi sono per Me solo gioia».
7«Sei solo? Maria se ne è andata così all’improvviso… Sarei venuta anche io. Era con una donna… Una discepola?».
«Sì. La sorella di Marta».
«Oh! Che Dio ne sia benedetto! Ho tanto pregato per questo! Dove è?».
8«Eccola che giunge con mia Madre, Marta e Susanna».
Infatti le donne stanno svoltando la via, seguite dagli apostoli. Maria d’Alfeo corre loro incontro ed esclama: «Come sono felice di averti per sorella! Dovrei dirti “figlia” perché tu sei giovane ed io vecchia. Ma ti chiamo col nome che mi è tanto caro da quando lo do alla mia Maria. Cara! Vieni. Sarai stanca… Ma certo anche felice», e bacia la Maddalena tenendola poi per mano quasi per farle ancora più sentire che le vuole bene. La bellezza fresca della Maddalena sembra ancora più forte presso la persona sciupata della buona Maria d’Alfeo.
9«Oggi tutti da me. Non vi lascio andare»; e, con un sospiro d’anima che esce involontario, sfugge la confessione: «Sono sempre tanto sola! Quando non c’è mia cognata passo le giornate ben tristi e solitarie».
10«Sono assenti i tuoi figli?», chiede Marta.
Maria d’Alfeo arrossisce e sospira: «Con l’anima sì. Ancora. L’essere discepoli unisce e divide… Ma come tu, Maria, sei venuta, pure loro verranno», e si asciuga una lacrima.
Guarda Gesù che la osserva con pietà, e si sforza a sorridere per chiedere: «Sono cose lunghe, vero?».
«Sì, Maria. Ma tu le vedrai».
11«Speravo… Dopo che Simone… Ma poi ha saputo altre… cose, e si è tornato a fare titubante. Amalo ugualmente, Gesù!».
«Lo puoi dubitare?».
Maria, mentre parla, prepara dei ristori per i pellegrini, sorda alle parole di tutti che le assicurano di non abbisognare di nulla.
12«Lasciamo le discepole in pace», dice Gesù e termina: «E andiamo per il paese».
«Te ne vai? Forse verranno gli altri figli».
«Mi trattengo tutto domani. Staremo insieme, perciò. Ora vado a trovare gli amici. La pace a voi, donne. Madre, addio».
Città ironica, incredula e chiusa al Maestro.
13Nazaret è già in subbuglio per l’arrivo di Gesù, e con quell’appendice di Maria di Magdala. C’è chi si precipita verso la casa di Maria d’Alfeo e chi verso quella di Gesù per vedere, e trovando quest’ultima chiusa rifluiscono tutti verso Gesù, che traversa Nazaret andando verso il centro della stessa. La città è sempre chiusa al Maestro. In parte ironica, in parte incredula, con qualche nucleo di manifesta cattiveria che si svela con certe frasi pungenti, segue per curiosità ma senza amore il suo grande Figlio che essa non comprende. Anche nelle domande che gli rivolgono non c’è amore, ma incredulità e beffa. Ma Egli non mostra di rilevarle e, dolce e mite, risponde a chi gli parla.
14«Dài a tutti, ma sembri un figlio senza legame alla tua patria, poiché ad essa non dài».
«Sono qui per dare ciò che chiedete».
«Ma preferisci non essere qui. Siamo forse più peccatori degli altri?».
«Non vi è peccatore per grande che sia che Io non voglia convertire. E voi non siete da più degli altri».
«Neppure però dici che siamo migliori degli altri. Un figlio buono dice sempre che la madre sua è migliore delle altre anche se non lo è. Ti è forse matrigna Nazaret?».
15«Io non dico nulla. Tacere è regola di carità verso gli altri e verso se stessi, quando dire che uno è buono non si può, e quando non si vuole mentire. Ma la lode per voi sarebbe pronta a sgorgare sol che voi veniste alla mia dottrina».
16«Vuoi dunque essere ammirato?».
«No. Soltanto ascoltato e creduto, per il bene delle anime vostre».
«E parla, allora! Ti ascolteremo».
«Ditemi su che vi devo parlare».
17Un uomo sui quaranta-quarantacinque anni dice: «Ecco. Io vorrei che Tu entrassi da me e mi spiegassi un punto».
«Vengo subito, Levi».
Risposte ai tranelli del sinagogo.
18E vanno alla sinagoga mentre la gente si accalca dietro al Maestro e al sinagogo, stipando subito la sinagoga. Il sinagogo prende un rotolo e legge: «”Egli fece salire la figlia di Faraone dalla città di Davide nella casa che egli le aveva fabbricata, perché disse: ‘La mia moglie non deve abitare nella casa di Davide, re d’Israele, ché fu santificata quando in essa entrò l’arca del Signore”‘. Ecco, vorrei da Te il giudizio se questa misura fu giusta o meno, e perché lo fu».
19«Senza dubbio che fu giusta, perché il rispetto alla casa di Davide, santificata perché in essa era entrata l’arca del Signore[185], lo esigeva».
20«Ma l’essere moglie di Salomone non rendeva la figlia del Faraone degna di vivere nella casa di Davide? La moglie non diviene, secondo la parola di Adamo, “osso delle ossa” del marito e “carne della sua carne”[186]? Se tale è, come mai può profanare, se non profana lo sposo?».
21«È detto nel primo di Esdra: “Voi avete peccato sposando donne straniere e aggiunto questo delitto ai molti di Israele”[187]. E una delle cause dell’idolatria di Salomone proprio si deve a questi connubi con donne straniere. Dio l’aveva detto: “Esse, le straniere, pervertiranno i vostri cuori fino a farvi seguire dèi stranieri”[188]. Le conseguenze le sappiamo».
22«Ma pure non si era pervertito per avere sposato la figlia del Faraone, tanto che giunse a giudicare con sapienza che essa non doveva rimanere nella casa santificata».
23 «La bontà di Dio non è misurabile con la nostra. L’uomo, dopo una colpa, non perdona, sebbene lui stesso sia sempre colpevole. Dio non è inesorabile dopo una prima colpa, ma non permette però che impunemente l’uomo si indurisca nello stesso peccato. Perciò non punisce alla prima caduta; allora parla al cuore. Ma punisce quando la sua bontà non serve a convertire e viene scambiata dall’uomo per debolezza. Allora scende la punizione, perché Dio non si irride. Osso del suo osso e carne della sua carne, la figlia del Faraone aveva deposto i primi germi di corruzione nel cuore del Saggio, e voi sapete che una malattia scoppia non quando un solo germe è nel sangue, ma quando il sangue è corrotto da molti germi che si sono moltiplicati dal primo. La caduta dell’uomo al basso ha sempre inizio con una leggerezza apparentemente innocua. Poi la condiscendenza al male aumenta. Si forma l’abitudine alle transazioni di coscienza e alla trascuranza dei doveri e delle ubbidienze verso Dio, e per gradi si giunge al peccato grande, in Salomone persino di idolatria, provocando lo scisma le cui conseguenze perdurano tuttora».
24«Sicché Tu dici che occorre la massima attenzione e il massimo rispetto alle cose sacre?».
«Senza dubbio».
25«Ora spiegami ancora questo. Tu ti dici il Verbo di Dio. È vero?».
«Io sono tale. Egli mi ha mandato per portare sulla Terra la buona novella a tutti gli uomini, e perché Io li redima da ogni peccato».
26«Tu dunque, se tale sei, sei da più dell’arca. Perché non sulla gloria che sovrasta l’arca ma in Te stesso sarebbe Dio».
«Tu lo dici ed è verità».
27«E allora perché ti profani?».
«E per dirmi questo qui mi hai portato? Ma Io ti compatisco. Te e chi ti ha stuzzicato a parlare. Non dovrei giustificarmi, perché ogni giustificazione cade spezzata dal vostro livore. Ma Io, a voi che mi rimproverate di disamore per voi e di profanazione della mia persona, Io darò giustificazione. Udite. Io so a che alludete. Ma vi rispondo: “Siete in errore”. Così come apro le braccia ai morenti per riportarli alla vita e chiamo i morti per renderli alla vita, ugualmente apro le braccia ai più veri moribondi e chiamo i più veri morti, i peccatori, per riportarli alla Vita eterna e risuscitarli, se già putridi, perché non muoiano più. Ma vi porterò una parabola.
Parabola del lebbroso guarito.
28Un uomo per molti vizi diviene lebbroso. La società degli uomini lo allontana dal suo consorzio e l’uomo, in una solitudine atroce, medita sul suo stato e sul suo peccato che in quello stato lo ha ridotto. Passano lunghi anni così, e quando meno se lo aspetta il lebbroso guarisce. Il Signore gli ha usato misericordia per le sue molte preghiere e lacrime. Che fa allora l’uomo? Può ritornarsene a casa sua perché Dio gli ha usato misericordia? No. Deve mostrarsi al sacerdote, il quale, dopo averlo attentamente osservato per qualche tempo, lo fa purificare dopo un primo sacrificio di due passeri. E dopo non una, ma due lavature di vesti, il guarito ritorna dal sacerdote con gli agnelli senza macchia e l’agnella e la farina e l’olio prescritti[189]. Il sacerdote lo conduce allora alla porta del Tabernacolo. Ecco allora che l’uomo viene religiosamente riammesso nel popolo d’Israele. Ma ditemi voi: quando egli va per la prima volta dal sacerdote, perché vi va?».
29«Per essere purificato una prima volta in modo da poter compiere la più grande purificazione che lo riammette nel popolo santo!».
30«Avete detto bene. Ma allora non è del tutto purificato?».
«Eh! no! Ancora molto gli manca ad esserlo; e secondo la materia e secondo lo spirito».
31«Come allora osa accostarsi al sacerdote una prima volta quando è del tutto immondo, e una seconda accostarsi anche al Tabernacolo?».
«Perché il sacerdote è il mezzo necessario per poter essere riammesso fra i viventi».
32«E il Tabernacolo?».
«Perché solo Dio può annullare le colpe, ed è di fede credere che oltre il santo velano riposi Dio sulla sua gloria, dispensando di là il suo perdono».
33«Ma allora il lebbroso guarito non è ancora senza colpa quando si avvicina al sacerdote e al Tabernacolo?».
«No. Certo che no!».
34«Uomini di contorto pensiero e di non limpido cuore, perché allora mi accusate se Io, il Sacerdote e il Tabernacolo, mi lascio avvicinare dai lebbrosi dello spirito? Perché avete due misure per giudicare? Sì, la donna che era perduta, come Levi il pubblicano, qui presente ora con la sua nuova anima e il suo nuovo ufficio, e con essi altri e altre, già venuti prima di questi, sono ora al mio fianco. Vi possono essere perché ora sono riammessi nel popolo del Signore. Vi furono portati presso a Me dal volere di Dio che ha rimesso in Me il potere di giudicare e assolvere, di guarire e risuscitare. Profanazione sarebbe se in essi perdurasse la loro idolatria così come permaneva nella figlia del Faraone, ma profanazione non è perché essi hanno abbracciato la dottrina che Io ho portato sulla Terra e per essa sono risorti alla Grazia del Signore.
La folla in contrasto.
35Uomini di Nazaret, che mi tendete tranelli non parendovi possibile che in Me sia la Sapienza vera e la giustizia di Verbo del Padre, Io vi dico: “Imitate i peccatori”. In verità essi vi superano nel saper venire alla Verità. E anche vi dico: “Non ricorrete a bassi tranelli per potermi contrastare”. Non lo fate. Chiedete, ed Io vi darò, come do ad ognun che a Me viene, la parola vitale. Accoglietemi come un figlio di questa terra nostra. Io non vi serbo rancore. Le mie mani sono piene di carezze, e il mio cuore del desiderio di istruirvi e farvi contenti. Tanto lo sono che se mi volete passerò fra voi il mio sabato, istruendovi nella Legge Novella».
36La folla è in contrasto di idee. Ma prevale la curiosità o l’amore, e gridano in molti: «Sì, sì. Domani qui. Ti ascolteremo».
37«Pregherò perché cada nella notte l’intonaco che vi opprime il cuore. Perché cada ogni prevenzione e, liberi da essa, voi possiate comprendere la Voce di Dio venuta a portare il Vangelo a tutta la Terra, ma col desiderio che la prima zona capace di accoglierla sia la città dove sono cresciuto. La pace a voi tutti».
19. Un apologo per i cittadini di Nazareth, che restano increduli[190].
L’apologo contro Abimelec (Mc 6,2)[191].
1Ancora la sinagoga di Nazaret, in giorno di sabato, però.
2Gesù ha letto l’apologo contro Abimelec e termina con le parole: «”esca da lui un fuoco e divori i cedri del Libano”». Poi rende al sinagogo il rotolo.
L’uomo deve saper usare l’intelligenza.
3«Il resto non lo leggi? Bene sarebbe per far comprendere l’apologo», dice il sinagogo.
4«Non occorre. Il tempo di Abimelec è molto lontano. Io applico al momento di ora l’apologo antico.
Udite, genti di Nazaret.
5Voi già sapete, per istruzione del vostro sinagogo, il quale fu istruito a suo tempo da un rabbi, e questo da un altro ancora, e così via da secoli, e sempre con lo stesso metodo e con le stesse conclusioni, le applicazioni dell’apologo contro Abimelec.
6Da Me sentirete un’altra applicazione. E vi prego, del resto, di saper usare della vostra intelligenza e non essere come corde appoggiate sulle carrucole del pozzo, che finché non sono logore vanno dalla carrucola all’acqua, dall’acqua alla carrucola senza mai poter cambiare! L’uomo non è un canapo obbligato, né un arnese meccanico. L’uomo è dotato di un cervello intelligente e lo deve saper usare di suo, a seconda dei bisogni e delle circostanze.
7Perché, se la lettera della parola è eterna, le circostanze cambiano. Miseri quei maestri che non sanno saper volere la fatica e la soddisfazione di estrarre volta per volta l’insegnamento nuovo, ossia lo spirito che le parole antiche e sapienti contengono sempre. Saranno simili a echi che non possono che ripetere, magari dieci e dieci volte, una sola parola, senza mettervene pur una di loro.
Responsabilità dei capi dei popoli.
8Gli alberi, ossia l’umanità raffigurata nel bosco dove sono radunate tutte le specie di piante, di arbusti e di erbe, sentono il bisogno di essere condotti da uno che si aggravi di tutte le glorie ma anche, ed è peso ben maggiore, di tutti i gravami dell’autorità, dell’essere il responsabile della felicità o infelicità dei sudditi, il responsabile presso i sudditi, presso i popoli vicini e, ciò che è tremendo, presso Dio. Perché le corone o le preminenze sociali, quali che siano, sono date dagli uomini, è vero, ma permesse da Dio, senza la quale condiscendenza nessuna forza umana può imporsi. Cosa che spiega gli impensabili e improvvisi mutamenti di dinastie che parevano eterne, e di potenze che parevano intoccabili, e che, quando passarono la misura nell’essere punizioni ai popoli o prova dei popoli, furono rovesciate dagli stessi, per permesso di Dio, divenendo nulla, polvere, talora fango di bassa cloaca.
9Ho detto: i popoli sentono il bisogno di eleggersi uno che si aggravi di tutte le responsabilità verso i sudditi, verso le nazioni vicine e verso Dio, ciò che è più tremendo di tutto.
10Perché, se il giudizio della storia è tremendo, e invano cercano interessi di popoli di mutarlo, perché eventi e popoli futuri lo renderanno alla sua prima tremenda verità, ancor peggio è il giudizio di Dio, il quale non subisce pressioni da chicchessia, e non è soggetto a mutamenti di umore e di giudizio, come troppo spesso gli uomini lo sono, e tanto meno è soggetto a errori di giudizio. Occorrerebbe perciò che gli eletti ad essere capi di popoli e creatori di storia agissero con la giustizia eroica propria dei santi, per non essere infamati nei secoli futuri e puniti da Dio nei secoli dei secoli.
La dolce risposta dell’ulivo.
Ma torniamo all’apologo di Abimelec.
11Gli alberi dunque vollero eleggersi un re e andarono dall’ulivo. Ma questo, albero sacro e consacrato ad usi soprannaturali, per l’olio che arde davanti al Signore ed è parte preponderante nelle decime e nei sacrifizi, che presta il suo liquido a formare il balsamo santo per l’unzione dell’altare, dei sacerdoti e dei re, e scende con proprietà direi quasi taumaturgiche nei corpi o sui corpi malati, rispose: “Come posso io mancare alla mia vocazione santa e soprannaturale per avvilirmi in cose della terra?”.
Oh! la dolce risposta dell’ulivo!
12Perché mai non è imparata e praticata da tutti coloro che Dio elegge a santa missione, almeno da quelli, dico almeno? Perché in verità andrebbe detta da ogni uomo in risposta alle suggestioni del demonio, dato che ogni uomo è re e figlio di Dio, dotato di un’anima che tale lo fa, regale, figlialmente divino, chiamato a destino soprannaturale. Ha un’anima che è un altare e una casa. L’altare di Dio, la casa dove il Padre dei Cieli scende a ricevere amore e riverenza dal figlio e suddito. Ogni uomo ha un’anima, ed ogni anima essendo altare fa dell’uomo che la contiene un sacerdote, custode dell’altare, ed è detto nel Levitico: “Il sacerdote non si contamini”.
13L’uomo dunque avrebbe il dovere di rispondere alla tentazione del demonio, del mondo e della carne: “Posso io cessare di essere spirituale per occuparmi di cose materiali e peccaminose?”.
La risposta del fico.
14Gli alberi andarono allora dal fico, invitandolo a regnare su loro. Ma il fico rispose: “Come posso io rinunziare alla mia dolcezza e ai miei soavissimi frutti per divenire vostro re?”.
15Molti si volgono a colui che è dolce per averlo re. Non tanto per ammirazione della sua dolcezza quanto perché sperano che per essere molto dolce finisca a divenire un re da burla, dal quale si possa ottenere ogni consenso e sul quale permettersi ogni licenza. Ma la dolcezza non è debolezza. È bontà. Giusta. Intelligente. Ferma. Non scambiate mai la dolcezza con la debolezza. La prima è virtù, la seconda è difetto. E appunto essendo virtù comunica a chi la possiede una dirittura di coscienza che gli permette di resistere alle sollecitazioni e seduzioni umane, intese a piegarlo verso i loro interessi, che non sono gli interessi di Dio, rimanendo fedele al suo destino, ad ogni costo. Il dolce di spirito non ribatterà mai con asprezza le rampogne altrui, non respingerà mai con durezza chi lo reclama. Ma però, con perdoni e sorriso, dirà sempre: “Fratello, lasciami alla mia dolce sorte. Io sono qui per consolarti ed aiutarti, ma non posso divenire re, quale tu pensi, perché di un’unica regalità mi curo e preoccupo, per l’anima mia e per l’anima tua: di quella spirituale”.
La risposta della vite.
16Gli alberi andarono dalla vite a chiederle di essere il loro re. Ma la vite rispose: “Come posso io rinunciare ad essere allegrezza e forza per venire a regnare su voi?”.
17L’essere re, e per le responsabilità e per i rimorsi, perché più raro di diamante nero è il re che non pecca e non si crea rimorsi, porta sempre a cupezze di spirito. La potenza seduce finché splende come un faro da lontano, ma quando la si è raggiunta si vede che non è che un lume di lucciola e non di stella. E anche: la potenza non è che una forza legata dai mille canapi dei mille interessi che si agitano intorno ad un re. Interessi di cortigiani, interessi di alleati, interessi personali e di parentele. Quanti re giurano a se stessi, mentre l’olio li consacra: “Io sarò imparziale”, e poi non sanno esserlo?
L’abbraccio dell’edera.
18Come un albero potente che non si ribella al primo abbraccio dell’edera molle e sottile dicendo: “È tanto esile che non mi può nuocere”, e anzi si compiace di esserne inghirlandato e di esserne il protettore che la sorregge nel suo salire, così sovente, potrei dire sempre, il re cede al primo abbraccio di un interesse cortigiano, alleato, personale o di parentela che a lui si volge, e si compiace di esserne il munifico protettore. “È tanto poca cosa!”, dice anche se la coscienza gli grida: “Bada!”. E pensa non possa nuocergli né nel potere, né nel buon nome. Anche l’albero crede così. Ma viene il giorno che, ramo dopo ramo, crescendo in robustezza e in lunghezza, crescendo nella voracità di suggere linfe del suolo e salire alla conquista di luce e di sole, l’edera abbraccia tutto l’albero potente, lo soverchia, lo soffoca, l’uccide. Ed era tanto esile! E lui era tanto forte!
19Anche per i re è così. Un primo compromesso con la propria missione, una prima alzata di spalle alla voce della coscienza, perché le lodi sono dolci, perché l’aria di protettore ricercato piace, e viene il momento che il re non regna, ma regnano gli interessi altrui e lo imprigionano, lo imbavagliano fino a soffocarlo e lo sopprimono se, divenuti più forti di lui, vedono che egli non si affretta a morire.
20Anche l’uomo comune, sempre un re nello spirito, si perde se accetta regalità minori per superbia, per avidità. E perde la sua serenità spirituale che gli viene dall’unione con Dio. Perché il demonio, il mondo e la carne possono dare un illusorio potere e godere, ma a costo della allegrezza spirituale che viene dall’unione con Dio.
La forza dei poveri di spirito.
21Allegrezza e forza dei poveri di spirito, ben meritate che l’uomo sappia dire: “E come posso accettare di divenire re nella parte inferiore se, venendo ad alleanze con voi, io perdo forza e allegrezza interna e il Cielo e la sua regalità vera?”.
22E possono anche dire, questi beati poveri di spirito che hanno solo la mira di possedere il Regno dei Cieli e sprezzano ogni altra ricchezza che quel regno non sia, e possono anche dire: “E come possiamo venire meno alla nostra missione, che è quella di maturare succhi fortificatori e di allegrezza per questa umanità sorella, che vive nell’arido deserto della animalità e che ha bisogno di essere dissetata per non morire, per essere nutrita di succhi vitali come un bimbo privo di nutrice? Noi siamo le nutrici dell’umanità che ha perduto il seno di Dio, che erra sterile e malata, che giungerebbe alla disperata morte, ai neri scetticismi, se non trovasse noi che, con l’allegra operosità dei liberi da ogni laccio terreno, li facessimo persuasi che vi è una Vita, una Gioia, una Libertà, una Pace. Non possiamo rinunciare a questa carità per un interesse meschino”.
La risposta dello spino.
26Gli alberi andarono allora dallo spino. Questo non li respinse. Ma impose patti severi: “Se mi volete per re venite sotto di me. Ma se non lo volete fare, dopo avermi eletto, io farò di ogni spino tormento acceso e arderò tutti voi, anche i cedri del Libano”.
27Ecco le regalità che pure il mondo accetta per vere! La prepotenza e la ferocia sono, per l’umanità corrotta, scambiate per vera regalità, mentre la mitezza e la bontà vengono prese per stoltezza e bassi sentimenti.
28L’uomo non si sottomette al Bene ma si sottomette al Male. Ne è sedotto. E conseguentemente ne è arso.
Questo l’apologo di Abimelec.
L’apologo contro Israele.
29Ma Io ora ve ne propongo un altro. Non lontano e per fatti lontani. Ma vicino, presente.
30Gli animali pensarono ad eleggersi un re. Ed essendo astuti pensarono di eleggersi uno che non desse timore di essere forte o feroce.
31Scartarono dunque il leone e tutti i felini. Dissero di non volere le rostrate aquile né nessun altro uccello di rapina. Diffidarono del cavallo che con rapidità poteva raggiungerli e vedere le loro azioni; e ancor più diffidarono dell’asino di cui sapevano la pazienza ma anche le subite furie e i potenti zoccoli. Inorridirono di avere per re la scimmia perché troppo intelligente e vendicativa. Con la scusa che il serpente si era prostrato a Satana per sedurre l’uomo, dissero di non volerlo a re nonostante i suoi vaghi colori e l’eleganza delle sue mosse. In realtà non lo vollero perché ne conoscevano il silenzioso incedere, il forte potere dei suoi muscoli, il tremendo agire del suo veleno. Darsi a re un toro o altro animale munito di aguzze corna? Ohibò! “Anche il diavolo le ha” dissero. Ma pensavano: “Se ci ribelliamo, un giorno esso ci stermina con le sue corna”.
L’Agnoletto grasso e bianco.
32Scansa e scansa, videro un agnelletto grasso e bianco saltabeccare allegro su un prato verde, dando musate alla tonda mammella materna. Non aveva corna, ma aveva occhi miti come un cielo d’aprile. Era mansueto e semplice. Di tutto era contento. E dell’acqua di un piccolo rio dove beveva tuffando il musetto rosato; e dei fioretti dai diversi sapori che appagavano l’occhio e il palato; e dell’erba folta in cui era bello giacere quando era sazio; e delle nuvole che parevano altri agnellini che scorazzassero su quei prati azzurri, lassù, e lo invitassero a giocare correndo sul prato come esse nel cielo; e, soprattutto, delle carezze della mamma, che ancora gli permetteva qualche tepida succhiata leccandogli intanto il vello bianco con la sua rosea lingua; e dell’ovile sicuro e riparato dai venti, della lettiera ben soffice e fragrante, nella quale era dolce dormire presso la madre.
“È di facile accontentatura. È senza armi né veleno. È ingenuo. Facciamolo re”.
E tale lo fecero. E se ne gloriavano perché era bello e buono, ammirato dai popoli vicini, amato dai sudditi per la sua paziente mansuetudine.
L’agnello divenne montone.
33Passò del tempo e l’agnello divenne montone e disse: “Ora è tempo che io realmente governi. Ora ho il pieno possesso della cognizione della mia missione. Il volere di Dio, che ha permesso che io fossi eletto re, mi ha poi formato a questa missione, dandomi capacità di regnare. È dunque giusto che io la eserciti in modo perfetto, anche per non trascurare i doni di Dio”.
34E vedendo sudditi che facevano cose contrarie alla onestà dei costumi, o alla carità, alla dolcezza, alla lealtà, alla morigeratezza, all’ubbidienza, al rispetto, alla prudenza, e così via, alzò la voce per ammonire. I sudditi si risero del suo belato saggio e dolce, che non spauriva come il ruggito dei felini, né come lo strido degli avvoltoi quando si calano rapidi sulla preda, né come il sibilo del serpente e neppure come l’abbaiata del cane che incute timore.
35L’agnello divenuto montone non si limitò più a belare. Ma andò dai colpevoli per ricondurli al loro dovere. Ma il serpente gli sgusciò fra le zampe. L’aquila si elevò a volo lasciandolo in asso. I felini con una zampata lo scansarono minacciando: “Vedi che cosa c’è nella zampa felpata che per ora ti scansa soltanto? Artigli”. I cavalli, e tutti i corridori in genere, si dettero a giostrare al galoppo intorno a lui, deridendolo. E i forti elefanti o altri pachidermi, con un urto del muso, lo gettarono qua e là, mentre le scimmie, dall’alto degli alberi, lo bersagliarono di proiettili.
36L’agnello divenuto montone si inquietò, infine, e disse: “Non volevo usare né le mie corna né la mia forza. Perché io pure ho una forza in questo collo, e sarà presa a modello per abbattere ostacoli di guerra. Non volevo usarla perché preferisco usare amore e persuasione. Ma posto che non vi piegate con queste armi, ecco che userò la forza, perché se voi mancate al vostro dovere verso di me e Dio, io non voglio mancare al mio verso Dio e voi. Qui sono stato messo per guidarvi alla Giustizia e al Bene, da voi e da Dio. E qui voglio che Giustizia e Bene, ossia Ordine, regnino”.
37E punì con le corna, leggermente perché era buono, un testardo botolo che continuava a molestare i vicini, e poi, col collo fortissimo, sfondò la porta della tana dove un ingordo ed egoista porco aveva accumulato cibarie a scapito degli altri, e pure abbatté il cespuglio di liane eletto da due lussuriosi scimmiotti per i loro illeciti amori.
Il tradimento, lo spionaggio, la morte.
38“Questo re si è fatto troppo forte. Vuole realmente regnare lui. Vuole proprio che noi si viva da saggi. Ciò non ci và a genio. Bisogna detronizzarlo” decisero.
39Ma un astuto scimmiotto consigliò: “Non facciamolo altro che con l’apparenza di un motivo giusto. Altrimenti faremo brutta figura presso i popoli e saremo invisi a Dio. Spiamo dunque ogni azione dell’agnello divenuto montone per poterlo accusare con una parvenza di giustizia”.
40“Ci penso io” disse il serpente. “Ed io pure disse la scimmia”. Uno strisciando fra le erbe, l’altra stando sull’alto delle piante, non persero mai di vista l’agnello divenuto montone, e ogni sera, quando lui si ritirava per riposare dalle fatiche della missione, e per meditare sulle misure da adottare e le parole da usare per domare la ribellione e vincere i peccati dei sudditi, questi, meno qualche raro onesto e fedele, si riunivano per ascoltare il rapporto delle due spie e dei due traditori. Perché tali erano anche.
41Il serpente diceva al suo re: “Ti seguo perché ti amo e se vedessi che sei assalito voglio potere difenderti”. La scimmia diceva al suo re: “Come ti ammiro! Ti voglio aiutare. Guarda, da qua io vedo che oltre quel prato si sta peccando. Corri!”; e poi diceva ai compagni: “Anche oggi ha preso parte al banchetto di alcuni peccatori. Ha finto di andare là per convertirli, ma poi, in realtà, è stato complice dei loro bagordi”. E il serpente riferiva: “È andato fino fuori del suo popolo, avvicinando farfalle, mosconi e viscidi lumaconi. È un infedele. Commercia con stranieri immondi”.
42Così parlavano alle spalle dell’innocente, credendo che costui ignorasse. Ma lo spirito del Signore, che lo aveva formato alla sua missione, lo illuminava anche sulle congiure dei sudditi. Avrebbe potuto sfuggire sdegnato, maledicendoli. Ma l’agnello era dolce e umile di cuore. Amava. Aveva il torto di amare. E aveva quello anche più grande di perseverare, amando e perdonando, nella sua missione, a costo della morte, per compiere la volontà di Dio. Oh! che torti questi presso gli uomini! Imperdonabili! E tanto lo erano che a lui procurarono condanna.
43“Sia ucciso per essere liberati dalla sua oppressione”.
43E il serpente si incaricò di ucciderlo, perché è sempre il serpente il traditore…
44Questo è l’altro apologo. A te il capirlo. popolo di Nazareth! Io, per l’amore che a te mi lega, ti auguro di rimanere almeno al grado di popolo ostile, e non oltre. L’amor della terra in cui venni bambino, in cui crebbi amandovi e avendo amore, mi fa dire a voi tutti: “Non siate più ostili. Non fate che la storia dica: ‘Da Nazareth vennero il suo traditore e i suoi giudici iniqui’.”
45Addio. Siate retti nel giudicare e costanti nel volere. La prima cosa tutti voi, miei concittadini. La seconda quelli fra voi che non sono disturbati da pensieri disonesti. Io vado… La pace sia con voi».
Un profeta non è onorato nella sua patria.
Il Messia contestato.
46E Gesù, fra un silenzio penoso, rotto solo da due o tre voci che lo approvano, esce mesto, a capo chino, dalla sinagoga di Nazareth.
47È seguito dagli apostoli. In coda a tutti sono i figli di Alfeo. E i loro occhi non sono certo gli occhi di un agnello mansueto… Guardano severamente la folla ostile, e Giuda Taddeo non esita a piantarsi ritto di fronte al fratello Simone e a dirgli: «Credevo di avere un fratello più onesto e di carattere più forte».
48Simone china il capo e tace. Ma l’altro fratello, spalleggiato da altri di Nazareth, dice: «Vergognati di offendere il fratello maggiore!».
49«No. Mi vergogno di voi. Tutti voi. Non matrigna. Ma matrigna depravata è questa Nazareth per il Messia. Però udite la mia profezia. Piangerete tante lacrime da alimentare una fonte, ma non serviranno a lavare dai libri della storia il nome vero di questa città e di voi. Sapete quale è? “Stoltezza”. Addio».
50Giacomo aggiunge un saluto più ampio con augurare luce di sapienza. Ed escono insieme ad Alfeo di Sara e a due giovanotti che, se ben li ravviso, sono i due asinai che scortarono gli asinelli usati per andare incontro a Giovanna di Cusa morente.
La forza negativa dell’ignoranza (Mt 13,54‑57; Mc 6,3)[192].
52La folla, rimasta interdetta, mormora: «Ma da dove mai costui ha tanta sapienza?».
53«E i miracoli donde li fa? Perché farli li fa. Tutta la Palestina ne parla».
54«Non è il figlio di Giuseppe legnaiolo? Tutti lo abbiamo visto, al banco del fabbro di Nazareth, fare tavole e letti, e aggiustare ruote e serrature. Non è neppure andato a scuola, e solo sua Madre gli fu Maestra».
55«Uno scandalo anche questo che nostro padre ha criticato» dice Giuseppe d’Alfeo.
56«Ma anche i tuoi fratelli finirono la scuola con Maria di Giuseppe».
57«Eh! mio padre fu debole presso la moglie…» risponde ancora Giuseppe.
58«Anche il fratello di tuo padre, allora?».
«Anche».
59«Ma è proprio il figlio del legnaiolo?».
«E non lo vedi?».
«Oh! tanti si assomigliano! Io penso che sia uno che si dice tale ma non lo è».
60«E dove è allora Gesù di Giuseppe?».
«Ti pare che sua Madre non lo conosca?».
«Qui ci sono i suoi fratelli e le sue sorelle, e tutti lo dicono parente. Non è forse vero, voi due?».
I due anziani figli di Alfeo annuiscono.
Forza negativa dell’incredulità (Mt 13,57-58; Mc 6,4-6)[193].
61«Allora è divenuto folle o indemoniato, perché ciò che dice non può venire da un operaio».
62«Bisognerebbe non ascoltarlo. la sua pretesa dottrina è delirio o possessione»…
63Gesù è fermo sulla piazza in attesa di Alfeo di Sara che parla con un uomo. E, mentre attende, uno degli asinai che era rimasto presso la porta della sinagoga gli riporta le calunnie dette nella stessa.
64«Non te ne addolorare. Un profeta generalmente non è onorato dalla sua patria e dalla sua casa. L’uomo è tanto stolto che crede che per essere profeti occorre essere quasi esseri fuori della vita. E i concittadini e i famigliari più di tutti conoscono e ricordano l’umanità del loro concittadino e parente. Ma la verità trionferà sempre. Ed ora ti saluto. La pace sia con te».
65«Grazie, Maestro, di avere guarito mia madre».
66«Lo meritavi perché hai saputo credere. È inerte il mio potere qui, perché qui non c’è fede. Andiamo, amici. Domani all’alba partiremo».
20. La risurrezione di Lazzaro[194].
Arrivo a Betania.
La fuga del piccolo Marco.
1Gesù viene verso Betania da Ensemes. Devono aver fatto una marcia veramente faticosa su per i sentieri rompicollo dei monti Adomin. Gli apostoli, sfiatati, stentano a seguire Gesù che va rapidamente, come l’amore lo portasse sulle sue ali di fuoco. Gesù ha un sorriso radioso mentre procede avanti a tutti, a testa alta sotto i raggi tiepidi del sole meridiano.
2Prima che giungano alle prime case di Betania, lo vede un ragazzetto scalzo che va verso la fonte presso il paese con una brocca di rame vuota. Dà un grido. Posa la brocca in terra e via di corsa, con tutta la velocità delle sue gambette, verso l’interno del paese.
3«Certo va ad avvisare che Tu giungi», osserva Giuda Taddeo dopo aver sorriso come tutti della risoluzione… energica del ragazzino, che ha abbandonato anche la sua brocca alla mercé del primo che passa.
4La cittadina, vista così da presso la fonte, che è un poco più in alto del paese, appare quieta, come deserta. Solo il fumo bigio che si alza dai camini indica che nelle case sono le donne intente a preparare il pasto meridiano, e qualche grossa voce di uomo fra gli ulivi e i frutteti vasti e silenziosi avverte che gli uomini sono al lavoro. Ciononostante, Gesù preferisce prendere una viottola che passa alle spalle del paese per poter giungere da Lazzaro senza attirare l’attenzione dei cittadini.
5Sono quasi a mezzo tragitto quando si sentono alle spalle il ragazzetto di prima, che li sorpassa correndo e poi si punta in mezzo alla via a guardare Gesù, pensieroso…
6«La pace a te, piccolo Marco. Hai avuto paura di Me che sei fuggito?», chiede Gesù carezzandolo.
7«Io no, Signore, che non ho avuto paura. Ma siccome per molti giorni Marta e Maria hanno mandato servi sulle strade che vengono qui a vedere se venivi, ora che ti ho visto sono corso per dire che venivi…».
Baci del Messia al suo evangelizzatore.
8«Hai fatto bene. Le sorelle si prepareranno il cuore a vedermi».
«No, Signore. Le sorelle non si prepareranno nulla perché non sanno nulla. Non hanno voluto che lo dicessi. Mi hanno preso quando ho detto, entrando nel giardino: “C’è il Rabbi”, e mi hanno cacciato fuori dicendo: “Sei un bugiardo o uno stolto. Egli ormai non viene più perché ormai è certo che non può più fare il miracolo”. E perché io dicevo che eri proprio Tu, mi hanno dato due schiaffoni come ancora non ne avevo presi mai… Guarda qui che guance rosse. Mi bruciano! E mi hanno spinto via dicendo: “Questo per purificarti di aver guardato un demonio”. E io ti guardavo per vedere se eri diventato un demonio. Ma non lo vedo… Sei sempre il mio Gesù, bello come gli angeli che la mamma mi dice».
9Gesù si china a baciarlo sulle gotine schiaffeggiate dicendo: «Così ti passa il pizzicore. Ne ho dolore che per Me tu abbia sofferto…».
«Io no, Signore, perché quegli schiaffi mi hanno fatto dare due baci da Te», e gli si attacca alle gambe sperandone altri.
10«Di’ un po’, Marco. Chi è che ti ha cacciato? Quei di Lazzaro?», chiede il Taddeo.
«No. I giudei. Vengono per il cordoglio tutti i giorni. Sono tanti! Sono in casa e nel giardino. Vengono presto, vanno via tardi. Sembrano i padroni loro. Maltrattano tutti. Vedi che non c’è nessuno per le vie? I primi giorni si stava a vedere… ma poi… Ora solo noi bambini si gira per… Oh! la mia brocca! La mamma che aspetta l’acqua… Orami picchierà anche lei!…».
Sorridono tutti della sua desolazione davanti alla prospettiva di altri schiaffi, e Gesù dice: «Vai allora svelto…».
11«È che… volevo entrare con Te e vederti fare il miracolo…», e termina: «…e vedere le loro facce… per vendicarmi degli schiaffi…».
«Questo no. Non devi desiderare vendetta. Essere buono e perdonare devi… Ma la mamma aspetta l’acqua…».
«Vado io, Maestro. So dove sta Marco. Spiegherò alla donna e ti raggiungerò…», dice Giacomo di Zebedeo correndo via.
Si rimettono in cammino lentamente e Gesù tiene per mano il bambino gongolante…
Nessuno saluta il Messia.
12Eccoli alla cancellata del giardino. La costeggiano. Molte cavalcature stanno legate ad essa, sorvegliate dai servi dei singoli proprietari. Il bisbiglio che si leva da essi attira l’attenzione di qualche giudeo, che si volge verso il cancello aperto proprio nel momento che Gesù pone piede sul limitare del giardino.
13«Il Maestro!», dicono i primi che lo vedono, e questa parola scorre come un fruscio di vento da gruppo a gruppo, si propaga, va come un’onda, venuta da lontano a spezzarsi sulla riva, sin contro i muri della casa e vi penetra, certo portata dai molti giudei presenti, o da qualche fariseo, rabbi o scriba o sadduceo, sparsi qua e là.
14Gesù si inoltra molto lentamente mentre tutti, pur accorrendo da ogni parte, si scansano dal viale sul quale Egli cammina. E dato che nessuno lo saluta, Egli non saluta nessuno, come neppure conoscesse molti dei lì radunati a guardarlo con l’ira e l’odio negli sguardi, meno i pochi che, essendogli discepoli occulti, o per lo meno essendo di retto cuore anche se non lo amano come Messia, lo rispettano come un giusto. E questi sono Giuseppe, Nicodemo, Giovanni, Eleazaro, l’altro Giovanni scriba, visto per la moltiplicazione dei pani, e l’altro Giovanni ancora, che sfamò i discesi dal monte delle beatitudini, Gamaliele col figlio suo, Giosuè, Gioacchino, Mannaen, lo scriba Gioele di Abia, incontrato al Giordano nell’episodio di Sabea, Giuseppe Barnaba[195] discepolo di Gamaliele, Cusa che guarda Gesù da lontano, un poco intimidito di rivederlo dopo lo sbaglio fatto, o forse preso dal rispetto umano che lo trattiene dal farsi avanti come amico. Certo è che né gli amici, o osservatori senz’astio, né i nemici salutano. E Gesù non saluta. Si è limitato a un generico inchino mettendo piede sul viale. Poi ha proceduto diritto, come estraneo alla molta folla che ha d’intorno. Il ragazzetto gli cammina sempre al fianco nelle sue vesti di contadinello e coi piedini scalzi di bimbo povero, ma col viso luminoso di chi è in festa, gli occhietti neri, vispi, ben aperti a tutto vedere… e a sfidare tutti…
Frutti della Fede nel Messia.
Involontario rimprovero di Marta (Gv 11,20-21)[196].
15Marta esce dalla casa fra un gruppo di giudei visitatori, fra i quali sono mescolati Elchia e Sadoc. Si fa solecchio con la mano per aiutare gli occhi stanchi di pianto, ai quali è penosa la luce, a vedere dove è Gesù. Lo vede. Si stacca da chi l’accompagna e corre verso Gesù, che è a pochi passi dalla vasca che brilla di bagliori, colpita come è dal sole. Si getta ai piedi di Gesù dopo il primo inchino e glieli bacia, mentre dice fra un grande scoppio di pianto: «La pace a te, Maestro!».
16Anche Gesù le ha detto, non appena l’ha vista vicina: «La pace a te!», ed ha alzato la mano a benedire lasciando andare quella del bambino, che viene preso per mano da Bartolomeo e tirato un poco indietro.
17Marta prosegue: «Ma pace per la tua serva non c’è più». Alza il viso verso Gesù stando ancora in ginocchio e con un grido di dolore, che si sente bene nel silenzio che si è fatto, esclama: «Lazzaro è morto! Se Tu fossi stato qui, egli non sarebbe morto. Perché non sei venuto prima, Maestro!». Ha un involontario tono di rimprovero nel fare questa domanda. Poi torna al tono accasciato di chi non ha più la forza per rimproverare e ha l’unico conforto del poter ricordare gli ultimi atti e desideri di un parente, al quale si è cercato di dare ciò che desiderava, e non c’è rimorso perciò nel cuore: «Ti ha tanto chiamato, Lazzaro, il fratello nostro!… Ora vedi! Io sono dolente e Maria piange e non sa darsi pace. Ed egli non è più qui. Tu sai se lo amavamo! Speravamo tutto da Te!…».
18Un mormorio di compassione per la donna e di rimprovero per Gesù, un assentire al sottinteso pensiero: «e potevi esaudirci, perché noi lo meritavamo per l’amore che abbiamo per Te, e Tu invece ci hai delusi», scorre da gruppo a gruppo fra scuotii di teste o sguardi derisori. Solo i pochi occulti discepoli sparsi fra la folla presente hanno sguardi di compassione per Gesù che ascolta, molto pallido e mesto, la dolente che gli parla. Gamaliele, le braccia conserte al petto nella sua ampia e ricca veste di lana finissima ornata di fiocchi azzurri, un poco in disparte fra un gruppo di giovani in cui è suo figlio e Giuseppe Barnaba, guarda fissamente Gesù, senza odio e senza amore.
Il Messia è la Risurrezione e la Vita(Gv 11,22-28)[197].
19Marta, dopo essersi asciugata il volto, riprende a parlare: «Ma anche ora io spero, perché so che qualunque cosa Tu chiederai al Padre ti sarà concessa». Una dolorosa, eroica professione di fede, detta con la voce che trema di pianto, con l’ansia che trema nello sguardo, con l’ultima speranza che trema nel cuore.
20«Tuo fratello risorgerà. Alzati, Marta».
Marta si alza, rimanendo curva in venerazione davanti a Gesù al quale risponde: «Lo so, Maestro. Egli risorgerà all’ultimo giorno».
21«Io sono la Risurrezione e la Vita. Chiunque crede in Me, anche se morto, vivrà. E chi crede in Me non morrà in eterno. Credi tu tutto questo?». Gesù, che prima aveva parlato con voce piuttosto bassa, unicamente a Marta, per dire queste frasi in cui proclama la sua potenza di Dio alza la voce, e il perfetto timbro dei essa echeggia come uno squillo d’oro nel vasto giardino. Un fremito quasi di spavento scuote gli astanti. Ma poi alcuni ghignano scuotendo il capo.
22Marta, alla quale Gesù pare volere trasfondere speranza sempre più forte tenendole la mano appoggiata sulla spalla, alza il viso che teneva curvo. Lo alza verso Gesù fissando i suoi occhi addolorati nelle luminose pupille di Cristo e, stringendo le mani sul petto con un’ansia diversa, risponde: «Sì, Signore. Io credo questo. Credo che Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo, venuto nel mondo. E che puoi tutto ciò che vuoi. Credo. 5Ora vado ad avvertire Maria», e va via lesta scomparendo nella casa.
I due partiti.
23Gesù resta dove è. Ossia, fa qualche passo avanti e si accosta all’aiuola che circonda la vasca, aiuola tutta imbrillantata, da quel lato, dal pulviscolo acqueo dello zampillio, che un lieve vento fa inclinare, come fosse un piumetto d’argento, verso quel lato; e pare perdersi, Gesù, nel contemplare i guizzi dei pesci sotto il velo dell’acqua limpida, i loro giuochi che mettono virgole d’argento e riflessi d’oro nel cristallo delle acque percosse dal sole.
24I giudei lo osservano. Si sono involontariamente separati in gruppi ben distinti. Da un lato, di fronte a Gesù, tutti quelli che gli sono nemici, divisi solitamente fra loro per spirito settario, ora concordi per osteggiare Gesù. Al suo fianco, dietro gli apostoli, ai quali si è riunito Giacomo di Zebedeo, Giuseppe, Nicodemo e gli altri di spirito benevolo. Più là, Gamaliele, sempre al suo posto e nella stessa posa, e solo, perché il figlio e i discepoli si sono separati da lui dividendosi fra i due gruppi principali per essere più vicini a Gesù.
Necessità della Fede.
La fede di Maria (Gv 11,29-32)[198].
25Col suo grido abituale: «Rabboni!», Maria esce dalla casa correndo a braccia tese verso Gesù e gettandoglisi ai piedi, che bacia singhiozzando forte. Diversi giudei, che erano in casa con lei e che l’hanno seguita, uniscono i loro pianti, di dubbia sincerità, a quelli di lei. Anche Massimino, Marcella, Sara, Noemi hanno seguito Maria e così tutti i servi, e i lamenti sono forti e alti. Io credo che nella casa non sia rimasto nessuno. Marta, vedendo piangere così Maria, piange forte lei pure.
26«La pace a te, Maria. Alzati! Guardami! Perché questo pianto simile a quello di chi non ha speranza?». Gesù si curva per dire piano queste parole, gli occhi negli occhi di Maria, che stando in ginocchio, rilassata sui calcagni, tende a Lui le mani in gesto di invocazione e non può parlare tanto è il suo singhiozzare. «Non ti ho detto di sperare oltre il credibile per vedere la gloria di Dio? È forse mutato il tuo Maestro per avere ragione di angosciarsi così?».
27Ma Maria non raccoglie le parole, che la vogliono già preparare alla gioia troppo forte dopo tanta angoscia, e grida, finalmente padrona della sua voce: «Oh! Signore! Perché non sei venuto prima? Perché ti sei tanto allontanato da noi? Lo sapevi che Lazzaro era malato! Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto il fratello mio. Perché non sei venuto? Io dovevo mostrargli ancora che lo amavo. Egli doveva vivere. Io dovevo mostrargli che perseveravo nel bene. Tanto l’ho angustiato il fratello mio! E ora! Ora che potevo farlo felice, mi è stato tolto! Tu me lo potevi lasciare. Dare alla povera Maria la gioia di consolarlo dopo avergli dato tanto dolore. Oh! Gesù! Gesù! Maestro mio! Mio Salvatore! Speranza mia!», e si riabbatte, la fronte sui piedi di Gesù, che vengono di nuovo lavati dal pianto di Maria, e geme: «Perché hai fatto questo, o Signore?! Anche per quei che ti odiano e che godono di quanto avviene… Perché hai fatto questo, Gesù?!». Ma non è rimprovero nel tono di Maria come lo ha avuto Marta, ma ha solo l’angoscia di chi, oltre il suo dolore di sorella, ha anche quello di discepola che sente sminuito nel cuore di molti il concetto sul suo Maestro.
Verso il sepolcro di Lazzaro.
28Gesù, molto curvo per raccogliere queste parole mormorate con la faccia al suolo, si rialza e dice forte: «Maria, non piangere! Anche il tuo Maestro soffre per la morte dell’amico fedele… per averlo dovuto lasciar morire…».
29Oh! che sogghigno e che sguardi di livido giubilo sono sui volti dei nemici di Cristo! Lo sentono vinto e gioiscono, mentre gli amici si fanno sempre più tristi.
30Gesù dice ancor più forte: «Ma Io ti dico: non piangere. Alzati! Guardami! Credi tu che Io, che ti ho tanto amata, abbia fatto questo senza motivo? Puoi credere che Io ti abbia dato questo dolore inutilmente? Vieni. 7Andiamo da Lazzaro. Dove lo avete posto?».
31Gesù, più che a Maria e Marta, che non parlano, prese come sono da un pianto più forte, interroga tutti gli altri, specie quelli che, usciti di casa con Maria, sembrano i più turbati. Forse sono parenti più anziani, non so.
32E questi rispondono a Gesù, visibilmente afflitto: «Vieni e vedi», e si avviano verso il luogo del sepolcro che è ai termini del frutteto, là dove il suolo ha delle ondulazioni e delle vene di roccia calcarea che affiorano dal suolo.
Il pianto del Messia (Gv 11,35-37)[199].
33Marta, al fianco di Gesù che ha forzato Maria ad alzarsi e che la guida, perché essa è accecata dal gran pianto, indica con la mano a Gesù dove è Lazzaro, e quando sono presso al luogo dice anche: «È lì, Maestro, che il tuo amico è sepolto», e accenna alla pietra posta obliquamente sulla bocca del sepolcro.
34Gesù, per andare là, seguito da tutti, è dovuto passare davanti a Gamaliele. Ma né Lui né Gamaliele si sono salutati. Gamaliele si è poi unito agli altri, fermandosi, come tutti i più rigidi farisei, a qualche metro dal sepolcro, mentre Gesù va avanti, molto vicino ad esso, insieme alle sorelle, Massimino e quelli che forse sono i parenti. Gesù contempla la pesante pietra, che fa da porta al sepolcro e da ostacolo pesante fra Lui e l’amico estinto, e piange. Il pianto delle sorelle aumenta, e così quello degli intimi e famigliari.
Chi crede vedrà la gloria di Dio (Gv 11,38-40)[200].
35«Levate quella pietra», grida Gesù ad un tratto, dopo aver asciugato il suo pianto.
36Tutti hanno un movimento di stupore, e un mormorio scorre per l’assembramento, che si è aumentato di alcuni betaniti che sono entrati nel giardino e si sono accodati agli ospiti. Vedo alcuni farisei che si toccano la fronte scuotendo il capo come per dire: «È pazzo!».
37Nessuno eseguisce l’ordine. Anche nei più fedeli vi è della titubanza, della ripulsione a farlo. Gesù ripete più forte il suo ordine, facendo sbigottire più ancora la gente che, presa da due sentimenti opposti, ha un movimento come per fuggire e, subito dopo, uno di accostarsi di più per vedere, sfidando il prossimo fetore del sepolcro che Gesù vuole aperto.
38«Maestro, non è possibile», dice Marta sforzandosi di trattenere il pianto per parlare. «Già da quattro giorni è la sotto. E Tu sai di che male è morto! Solo il nostro amore lo poteva curare… Ora certo egli puzza già fortemente nonostante gli unguenti… Che vuoi vedere? La sua putredine?… Non si può… anche per l’impurità della corruzione e…».
39«Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio? Levate quella pietra. Lo voglio!». È un grido di volere divino…
40Un «oh!» sommesso esce da tutti i petti. I volti sbiadiscono. Qualcuno trema come se fosse passato su tutti un vento gelido di morte.
41Marta fa un cenno a Massimino, e questo ordina ai servi di prendere gli arnesi atti a smuovere la pietra pesante.
42I servi vanno via lesti per tornare con picconi e leve robuste. E lavorano, insinuando le punte dei picconi lucenti fra la roccia e la pietra, e poscia sostituendo i picconi con le leve robuste, infine sollevando attenti la pietra facendola scivolare da un lato e strascicandola poi cautamente contro la parete rocciosa. Un fetore ammorbante esce dal cunicolo oscuro, facendo arretrare tutti.
Marta chiede sottovoce: «Maestro, vuoi scendere là? Se sì, occorrono torce…». Ma è livida al pensiero di doverlo fare.
Potenza divina del Messia.
Il Messia svela la sua divinità (Gv 11,41-43)[201].
42Gesù non le risponde. Alza gli occhi al cielo, apre le braccia a croce e prega con voce fortissima, scandendo le parole: «Padre! Io ti ringrazio di avermi esaudito. Lo sapevo che Tu mi esaudisci sempre. Ma l’ho detto per questi che sono qui presenti, per il popolo che mi circonda, perché credano in Te, in Me, e che Tu mi hai mandato!».
Resta ancora così qualche momento, e pare rapito in una estasi tanto è trasfigurato, mentre senza più suono dice altre segrete parole di preghiera o di adorazione. Non so.
43Quello che so è che è così trasumanato che non lo si può guardare senza sentirsi tremare il cuore in petto. Sembra farsi, da corpo, luce, spiritualizzarsi, alzarsi di statura e anche da terra. Pur conservando i suoi colori di capelli, occhi, pelle, vesti, non come durante la trasfigurazione del Tabor, durante la quale tutto divenne luce e candore abbagliante, pare emanare luce e tutto di Lui divenire luce. La luce pare fargli un alone intorno, specie intorno al volto levato al cielo, rapito in contemplazione certo del Padre.
44Sta così qualche tempo, poi torna Lui, l’Uomo, ma di una maestà potente. Si avanza sino alla soglia del sepolcro. Sposta le braccia –che sino a quel momento aveva tenuto aperte a croce, a palme volte al cielo– in avanti, a palme verso terra, e le mani sono perciò già dentro al cunicolo del sepolcro e biancheggiano nella nerezza che colma il cunicolo.
«Lazzaro! Vieni fuori!».
45Egli sprofonda il fuoco azzurro dei suoi occhi, il cui bagliore di miracolo è oggi insostenibile, in quella nerezza muta, e con voce potente, con un grido più forte di quando sul lago comandò al vento di cadere, con una voce quale in nessun miracolo gli ho sentito, grida: «Lazzaro! Vieni fuori!». La voce si ripercuote per eco nel cavo sepolcrale e si spande uscendone poi per tutto il giardino, si ripercuote contro i dislivelli delle ondulazioni di Betania, io credo che vada sino alle prime balze collinose oltre i campi e di là torni, ripetuta e sommessa, come comando che non può cadere. Certo è che da infinite parti si riode: «fuori! fuori! fuori!».
46Tutti hanno un più intenso brivido e, se la curiosità inchioda tutti ai loro posti, i volti sbiancano e gli occhi si spalancano, mentre le bocche si socchiudono involontariamente, con l’urlo dello stupore già nella strozza.
Risurrezione di Lazzaro (Gv 11,44)[202].
47Marta, un poco indietro e di fianco, è come affascinata a guardare Gesù. Maria cade in ginocchio, lei che non si è mai scostata dal suo Maestro, cade in ginocchio sul limitare del sepolcro, una mano sul petto a frenare i palpiti del cuore, l’altra che inconsciamente e convulsamente tiene un lembo del mantello di Gesù, e si capisce che trema perché il mantello ha lievi scosse impresse dalla mano che lo tiene.
48Un che di bianco pare emergere dal fondo profondo del cunicolo. Prima è appena una piccola linea convessa, poi si muta in un che di ovale, poi all’ovale si sottopongono linee più ampie, più lunghe, sempre più lunghe. E il già morto, stretto nelle sue fasce, viene avanti lentamente, sempre più visibile, fantomatico impressionante.
49Gesù arretra, arretra, insensibilmente ma continuamente, più quello avanza. La distanza fra i due è perciò sempre uguale.
50Maria è costretta a lasciare il lembo del manto, ma non si muove da dove è. La gioia, l’emozione, tutto, l’inchiodano al posto dove era.
51Un «oh!» sempre più netto esce dalle gole chiuse prima da uno spasimo di attesa, da sussurro appena distinto si muta in voce, da voce in un grido potente.
52Lazzaro è ormai sul limitare e si ferma là rigido, muto, simile ad una statua di gesso appena sbozzata, perciò informe, una lunga cosa, sottile nel corpo, sottile nelle gambe, più larga nel tronco, macabra come la morte stessa, spettrale nel biancore delle fasce contro lo sfondo scuro del sepolcro. Al sole che lo investe, le fasce appaiono qua e là già colanti putredine.
I servi di ogni risurrezione (Gv 11,44)[203].
53Gesù grida forte: «Scioglietelo e lasciatelo andare. Dategli vesti e cibo».
54«Maestro!…», dice Marta e vorrebbe forse dire di più, ma Gesù la guarda fisso, soggiogandola col suo fulgido sguardo, e dice: «Qui! Subito! Portate una veste. Vestitelo alla presenza di tutti e dategli da mangiare». Ordina, e non si volge mai a guardare chi ha alle spalle e intorno. Il suo occhio guarda soltanto Lazzaro, Maria che è vicina al risorto, incurante del ribrezzo che dànno a tutti le bende marciose, e Marta che ansima come le scoppiasse il cuore e non sa se gridare la sua gioia o se piangere…
55I servi si affrettano ad eseguire. Noemi corre via per prima, e per prima torna con le vesti che tiene a cavalcioni del braccio. Alcuni slegano i lacci delle fasce dopo essersi rimboccate le maniche e cinte le vesti perché non tocchino la putredine colante. Marcella e Sara tornano con anfore di odori, seguite da servi, chi con catini e brocche fumanti d’acque calde e chi con vassoi, tazze colme di latte, e vino, frutta, focacce coperte di miele.
56Le bende basse e lunghissime, di lino, mi pare, con le cimose ai due lati, certo tessute per quell’uso, si srotolano come rotoli di fettucce da una grande bobina e si accumulano al suolo, pesanti di aromi e di marciume. I servi le scansano usando dei bastoni. Hanno iniziato dal capo, eppure anche là è marciume, certo scolato dal naso, dalle orecchie, dalla bocca. Il sudario messo sul volto è tutto zuppo di questi scoli e il volto di Lazzaro, che appare pallidissimo, scheletrito, con gli occhi tenuti chiusi dalle manteche messe nelle orbite, coi capelli appiccicati e così pure la barbetta rada sul mento, ne è bruttato. Cade lentamente il lenzuolo, la sindone messa intorno al corpo, man mano che le bende scendono, scendono, scendono, liberando il tronco che avevano costretto per dei giorni e rendendo forma umana a ciò che prima avevano reso simile ad una grande crisalide. Le spalle ossute, le braccia scheletrite, le coste appena coperte di pelle, il ventre infossato appaiono lentamente. E man mano che le bende cadono, le sorelle, Massimino, i servi, si affannano a levare il primo strato di sudiciume e di balsami, e insistono sinché con acque sempre mutate e rese detergenti dagli aromi aggiunti alle acque, la pelle non appare netta.
Il risorto non si sazia di guardare il Messia.
57Lazzaro, quando gli liberano il volto e può guardare, dirige il suo sguardo a Gesù prima ancora che alle sorelle, e si smemora e astrae da tutto ciò che avviene nel guardare, con un sorriso d’amore sulle labbra pallide e un luccichìo di pianto nelle occhiaie fonde, il suo Gesù. Anche Gesù gli sorride ed ha una lucentezza di pianto nell’angolo dell’occhio, ma senza parlare dirige lo sguardo di Lazzaro al cielo, e Lazzaro comprende e muove le labbra in una silenziosa preghiera.
58Marta crede che voglia dire qualcosa e ancor non abbia voce e chiede: «Che mi dici, Lazzaro mio?».
59«Nulla, Marta. Ringraziavo l’Altissimo». La pronuncia è sicura, forte la voce. La gente ha un nuovo «oh!» di stupore.
60Ormai lo hanno liberato sino ai fianchi, liberato e pulito. E possono rivestirlo della tunica corta, una specie di camiciola che supera l’inguine ricadendo sulle cosce.
61Lo fanno sedere per slegargli e lavargli le gambe. Come esse appaiono, Marta e Maria gridano forte accennando alle gambe e le fasce. E, se sulle fasce strette alle gambe e sulla sindone posta sotto le fasce gli scoli putridi sono tanto abbondanti da far rivoli sulle tele, le gambe appaiono cicatrizzate affatto. Solo le cicatrici rosso-cianotiche sono a indicare dove erano le cancrene.
62La gente, tutta, grida più forte di stupore; Gesù sorride, e sorride Lazzaro che si guarda per un attimo le gambe guarite, e poi si torna ad astrarre guardando Gesù. Pare che non si possa saziare di vederlo. I giudei, farisei, sadducei, scribi, rabbi, si fanno avanti, cauti per non contaminarsi le vesti. Guardano ben da vicino Lazzaro. Guardano ben da vicini Gesù. Ma né Lazzaro né Gesù si occupano di loro. Si guardano. E tutto il resto è nulla.
64Ecco che vengono messi i sandali a Lazzaro. Egli si alza in piedi, agile, sicuro. Prende la veste che Marta gli porge, da sé se l’infila, si lega la cintura, si aggiusta le pieghe. Eccolo, magro e pallido, ma uguale a tutti. Si lava ancora le mani e le braccia sino al gomito, rimboccandosi le maniche. E poi, con nuova acqua, di nuovo il volto e il capo, sinché non si sente affatto netto. Si asciuga capelli e volto, rende l’asciugatoio al servo e va diritto da Gesù. Si prostra. Gli bacia i piedi.
Il Messia offre cibo al risorto.
65Gesù si curva, lo rialza, lo stringe al cuore dicendogli: «Ben tornato, amico mio. La pace sia teco e la gioia. Vivi per compiere la tua felice sorte. Alza il tuo volto, che Io ti dia il bacio di saluto». E lo bacia, ricambiato da Lazzaro, sulle guance.
66Soltanto dopo aver venerato e baciato il Maestro, Lazzaro parla alle sorelle e le bacia, e poi bacia Massimino e Noemi che piangono di gioia, e alcuni di quelli che credo siano imparentati con la casa o amici intimissimi. Poi bacia Giuseppe, Nicodemo, Simone Zelote e qualche altro.
67Gesù va personalmente da un servo, che ha sulle braccia un vassoio con del cibo, e prende una focaccia con del miele, una mela, una coppa di vino e le offre a Lazzaro, dopo averle offerte e benedette, perché se ne ristori. E Lazzaro mangia col sano appetito di uno che sta bene. Tutti hanno ancora un «oh!» di stupore.
Prova inconfutabile che il Messia è: Dio.
68Gesù sembra che non veda che Lazzaro, ma in realtà osserva tutto e tutti, e vedendo che con gesti d’ira Sadoc e Elchia, Canania, Felice, Doras e Cornelio e altri stanno per allontanarsi, dice forte: «Attendi un momento, o Sadoc. Devo dirti una parola. A te e ai tuoi». Quelli si fermano con un ceffo da delinquenti. Giuseppe d’Arimatea ha un atto di sgomento e fa cenno allo Zelote di trattenere Gesù.
69Ma Egli sta già andando verso il gruppo astioso e già dice forte: «Ti basta, o Sadoc, quanto hai visto? Mi hai detto un giorno che per credere avevi bisogno, tu e i tuoi uguali, di vedere ricomporsi un morto disfatto in sanità. Sei sazio della putredine vista? Sei capace di confessare che Lazzaro era morto e che ora è vivo e sano come non era da anni? Lo so. Voi siete venuti qui a tentare costoro, a mettere in loro maggior dolore e il dubbio. Voi siete venuti qui a cercarmi, sperando trovarmi nascosto nella stanza del morente. Voi siete venuti qui non per sentimento di amore e desiderio di onorare l’estinto, ma per assicurarvi che Lazzaro era realmente morto, e avete continuato a venire giubilando sempre più, più il tempo passava. Se le cose fossero andate come speravate, come ormai credevate che andassero, avreste avuto ragione di giubilare. L’Amico che guarisce tutti, ma non guarisce l’amico. Il Maestro che premia tutte le fedi, ma non quelle dei suoi amici di Betania. Il Messia impotente davanti alla realtà di una morte. Questo era ciò che vi dava ragione di giubilare. Ma ecco. Dio vi ha risposto. Nessun profeta ha mai potuto riunire ciò che era sfatto, oltre che morto. Dio lo ha fatto. Ecco là la testimonianza viva di ciò che Io sono. Un giorno fu che Dio prese del fango e ne fece una forma e vi alitò lo spirito vitale e l’uomo fu. Io ero a dire: “Si faccia l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Perché Io sono il Verbo del Padre. Oggi, Io, Verbo, ho detto a ciò che è ancor meno del fango, alla corruzione: “Vivi”, e la corruzione si è tornata a comporre in carne, e in carne integra, viva, palpitante. Eccola là che vi guarda. E alla carne ho ricongiunto lo spirito giacente da giorni nel seno d’Abramo. L’ho richiamato col mio volere perché tutto Io posso, Io il Vivente, Io il Re dei re cui sono soggette tutte le creature e le cose. Or che mi rispondete?».
70È davanti a loro, alto, sfolgorante di maestà, veramente Giudice e Dio. Essi non rispondono.
71Egli incalza: «Non vi basta ancora per credere, per accettare l’ineluttabile?».
72«Non hai mantenuto che una parte della promessa. Questo non è il segno di Giona[204]…», dice aspro Sadoc.
73«Avrete anche quello. L’ho promesso e lo mantengo», dice il Signore. «E un altro qui presente, che attende un altro segno, lo avrà. E poiché è un giusto, lo accetterà[205]. Voi no. Voi rimarrete ciò che siete».
Non si salva chi ama la corruzione.
L’uomo segnato dal marchio di Caino
74Fa un mezzo giro su Se stesso e vede Simone il sinedrista figlio di Elianna. Lo fissa. Lo fissa. Lascia in asso quelli di prima e, giunto viso a viso con lui, gli dice, a voce bassa ma incisiva: «Buon per te che Lazzaro non ricordi il suo soggiorno fra i morti! Che ne hai fatto di tuo padre, o Caino?».
75Simone fugge con un grido di paura, che poi si muta in un urlo di maledizione: «Che Tu sia maledetto, o Nazareno!», al che Gesù risponde: «La tua maledizione sale al Cielo e dal Cielo l’Altissimo te la riscaglia. Sei segnato del marchio, o sciagurato!».
76Torna indietro fra i gruppi stupiti, spaventati quasi. Incontra Gamaliele che si dirige verso la via. Lo guarda, e Gamaliele guarda Lui. Gesù gli dice senza fermarsi: «Stai pronto, o rabbi. Il segno presto verrà. Non mento mai».
77Il giardino si svuota lentamente. I giudei sono sbalorditi, ma i più sprizzano ira da ogni poro. Se gli sguardi potessero incenerire, Gesù sarebbe da molto polverizzato. Parlano, discutono fra loro, andandosene, così ormai sconvolti dalla sconfitta avuta da non saper più celare sotto una ipocrita apparenza di amicizia lo scopo della loro presenza qui. Se ne vanno senza salutare né Lazzaro né le sorelle.
La casa torna in pace (Gv 11,45)[206].
78Restano indietro alcuni che sono conquistati al Signore dal miracolo. Fra questi è Giuseppe Barnaba, che si getta in ginocchio davanti a Gesù e lo adora. Un altro è lo scriba Gioele di Abia, che fa la stessa cosa prima di partire a sua volta. E altri ancora che non conosco, ma che devono essere influenti.
79Lazzaro intanto, circondato dai suoi più intimi, si è ritirato in casa. Giuseppe, Nicodemo e gli altri buoni salutano Gesù e se ne vanno. Partono, con profondi saluti, i giudei che stavano presso Marta e Maria. I servi chiudono il cancello. La casa torna in pace.
Non si salva chi ama la corruzione.
80Gesù si guarda intorno. Vede fumare e rosseggiare in fondo al giardino, là verso il sepolcro. Gesù, solo, ritto in mezzo ad un sentiero, dice: «La putredine che viene annullata dal fuoco… La putredine della morte… Ma quella dei cuori… di quei cuori nessun fuoco l’annullerà… Neppure il fuoco dell’Inferno. Sarà eterna… Che orrore!… Più della morte… Più della corruzione… E… Ma chi ti salverà, o Umanità, se tanto ami essere corrotta? Vuoi essere corrotta. E Io… Io ho strappato al sepolcro un uomo con una parola… E con un mare di parole… e uno di dolori non potrò strappare al peccato l’uomo, gli uomini, milioni di uomini». Si siede e si copre il volto con le mani, accasciato…
81Lo vede un servo che passa. Va in casa. Dopo poco esce di casa Maria. Va da Gesù, leggera come non toccasse il suolo. L’avvicina, dice piano: «Rabboni, sei stanco… Vieni, o mio Signore. I tuoi apostoli stanchi sono andati nell’altra casa, tutti meno Simone lo Zelote… Piangi, Maestro? Perché?».
82Si inginocchia ai piedi di Gesù… l’osserva… Gesù la guarda. Non risponde. Si alza e si dirige verso la casa, seguito da Maria.
Saper sperare e credere.
Le virtù cardinali e l’ubbidienza.
83Entrano in una sala. Lazzaro non c’è, e non c’è lo Zelote. Ma Marta c’è, felice, trasfigurata di gioia. Si volge a Gesù spiegando: «Lazzaro è andato al bagno. Per purificarsi ancora. Oh! Maestro! Maestro! Che dirti?». Lo adora con tutta se stessa. Nota la tristezza di Gesù e dice: «Sei triste, Signore? Non sei felice che Lazzaro…». Le viene un sospetto: «Oh! Tu sei serio con me. Ho peccato. È vero».
«Abbiamo peccato, sorella», dice Maria.
84«No. Tu no. Oh! Maestro, Maria non ha peccato. Maria ha saputo ubbidire. Io sola ho disubbidito. Io ti ho mandato a chiamare perché… perché non potevo più sentire che essi insinuassero che Tu non eri il Messia, il Signore… e non potevo più vedere soffrire… Lazzaro ti voleva tanto. Ti chiamava tanto… Perdonami, Gesù».
85«E tu non parli, Maria?», interroga Gesù.
«Maestro… io… Io non ho sofferto allora altro che come donna. Soffrivo perché… Marta, giura, giura qui, davanti al Maestro, che mai, mai dirai a Lazzaro il suo delirio… Maestro mio… io ti ho conosciuto del tutto, o divina Misericordia, nelle ultime ore di Lazzaro. Oh! mio Dio! Ma come mi hai amata Tu, Tu che mi hai perdonata, Tu, Dio, Tu, Puro, Tu…, se mio fratello, che pur mi ama, che però è uomo, soltanto uomo, non ha in fondo al cuore perdonato tutto?! No. Dico male. Non ha dimenticato il mio passato e, quando la debolezza del morire ha ottuso in lui la sua bontà che io credevo dimenticanza del passato, egli ha urlato il suo dolore, il suo sdegno per me… Oh!…». Maria piange…
86«Non piangere, Maria. Dio ti ha perdonata e ha dimenticato. L’anima di Lazzaro pure ha perdonato e ha dimenticato, ha voluto dimenticare. L’uomo non ha potuto tutto dimenticare. E quando la carne ha dominato col suo spasimo estremo la volontà illanguidita, l’uomo ha parlato».
87«Non ne ho sdegno, Signore. Mi ha servito ad amarti di più e ad amare ancor più Lazzaro. È stato da quel momento però che io pure ti ho desiderato… perché era troppo angoscioso pensare Lazzaro morto senza pace per causa mia… e dopo, dopo, quando ti ho visto schernito dai giudei… quando ho visto che Tu non venivi neppur dopo la morte, neppur dopo che io ti avevo ubbidito sperando oltre il credibile, sperando fin quando il sepolcro si aprì a riceverlo, allora anche il mio spirito ha sofferto. Signore, se avevo da espiare, e certo lo avevo, io ho espiato, Signore…».
Maria ha meritato il miracolo.
88«Povera Maria! Conosco il tuo cuore. Tu hai meritato il miracolo, e ciò ti affermi nel saper sperare e credere».
89«Mio Maestro, io spererò e crederò sempre ormai. Io non dubiterò più, mai più, Signore. Io vivrò di fede. Tu mi hai dato la capacità di credere l’incredibile».
90«E tu, Marta? Tu hai imparato? No. Non ancora. Sei la mia Marta. Ma non sei ancora la mia perfetta adoratrice. Perché agisci e non contempli? È più santo. Tu vedi? La tua forza, perché troppo volta a cosa terrene, ha ceduto alla constatazione dei fatti terreni che sembrano talora senza rimedio. In verità non hanno rimedio le terrene cose se Dio non interviene. La creatura per questo ha bisogno di saper credere e contemplare. Di amare sino all’estremo delle forze di tutto l’uomo, con il pensiero, l’anima, la carne, il sangue; con tutte le forze dell’uomo, ripeto. Io ti voglio forte, Marta. Io ti voglio perfetta. Non hai saputo ubbidire perché non hai saputo credere e sperare completamente, e non hai saputo credere e sperare perché non hai saputo amare totalmente. Ma Io te ne assolvo. Ti perdono, Marta. Ho risuscitato Lazzaro oggi. Ora ti do un cuore più forte. A lui ho reso la vita. A te infondo la forza dell’amare, credere e sperare perfettamente. Ora siate felici e in pace. Perdonate a chi vi ha offese in questi giorni…».
91«Signore, in questo io ho peccato. Poco fa, al vecchio Canania che ti aveva schernito gli altri giorni, ho detto: “Chi ha trionfato? Tu o Dio? Il tuo scherno o la mia fede? Cristo è il Vivente ed è la Verità. Io lo sapevo che la sua gloria sarebbe rifulsa più grande. E tu, vecchio, rifatti l’anima, se non vuoi conoscere la morte”».
92«Hai detto bene. Ma non contendere coi malvagi, Maria. E perdona. Perdona se mi vuoi imitare… 19Ecco Lazzaro. Ne sento la voce».
La prova e’ superata.
93Infatti Lazzaro entra, rivestito di nuovo e tutto rasato sulle guance, coi capelli regolati e odorosi di essenze. Con lui sono Massimino e lo Zelote.
94«Maestro!». Lazzaro si inginocchia, ancora adorando.
95Gesù gli pone la mano sul capo e sorride dicendo: «La prova è superata, amico mio. Per te e le sorelle. Ora siate felici e forti a servire il Signore. Che ti ricordi, amico, del passato? Voglio dire delle tue ore estreme?».
96«Un grande desiderio di vederti ed una grande pace fra l’amor delle sorelle».
97«E che ti doleva più di lasciare morendo?»
«Te, Signore, e le sorelle. Te per non poterti servire, esse perché mi hanno dato ogni gioia…».
«Oh! io, fratello!», sospira Maria.
98«Tu più di Marta. Tu mi hai dato Gesù e la misura di ciò che è Gesù. E Gesù ti ha data a me. Tu sei il dono di Dio, Maria».
«Lo dicevi anche morendo…», dice Maria e studia il volto del fratello.
«Perché è il mio costante pensiero».
«Ma io ti ho dato tanto dolore…».
99«Anche la malattia ha dato dolore. Ma per essa spero avere espiato le colpe del vecchio Lazzaro e d’esser risorto, purificato per essere degno di Dio. Tu ed io, i due risorti per servire il Signore, e Marta fra noi, lei che fu sempre la pace della casa».
«Lo senti, Maria? Lazzaro dice parole di sapienza e verità. Ora Io mi ritiro e vi lascio alla vostra gioia…».
100«No, Signore. Tu resti. Con noi. Qui. Resti a Betania e nella mia casa. Sarà bello…».
101«Resterò. Ti voglio compensare di tutto quanto hai patito. Marta, non essere triste. Marta pensa di avermi addolorato. Ma la mia pena non è per voi quanto per coloro che non si vogliono redimere. Essi odiano sempre più. Hanno il veleno nel cuore… Ebbene… perdoniamo».
102«Perdoniamo, Signore», dice Lazzaro col suo mite sorriso…
E su questa parola tutto ha fine.
Commento della risurrezione di Lazzaro[207].
Giovanni 11,30
In margine alla risurrezione di Lazzaro e in rapporto a una frase di S. Giovanni. Dice Gesù:
103«Nel Vangelo di Giovanni, così come lo si legge ormai da secoli, è scritto: “Gesù non era ancora entrato nel villaggio di Betania”. A prevenire possibili obiezioni faccio notare che fra questa frase e quella dell’Opera, che Io incontrai Marta a pochi passi dalla vasca nel giardino di Lazzaro, non ci sono contraddizioni di fatto ma solo di traduzione e descrizione. Betania era per tre quarti di Lazzaro. Così come Gerusalemme era per molta parte sua. Ma parliamo di Betania. Essendo per tre quarti di Lazzaro, poteva dirsi: Betania di Lazzaro. Perciò non sarebbe sbagliato il testo se anche Io avessi incontrato Marta nel villaggio o alla fonte, come alcuni vogliono dire. Ma in verità Io non ero entrato nel villaggio per evitare l’accorrere dei betaniti, tutti ostili a quelli del Sinedrio. Ero passato alle spalle di Betania per raggiungere la casa di Lazzaro, che era all’estremo opposto di chi entrava in Betania da Ensemes. Giustamente perciò Giovanni dice che Gesù non era entrato ancora nel villaggio. E ugualmente giusto dice il piccolo Giovanni dicendo che mi ero fermato presso la vasca (fonte per gli ebrei) già nel giardino di Lazzaro, ma molto lontano ancora dalla casa. Considerino inoltre che, durando il tempo del lutto e dell’impurità (ancora non era il settimo dì dopo la morte), le sorelle non uscivano dalla casa. Perciò nel recinto della stessa loro proprietà è avvenuto l’incontro. Notate che il piccolo Giovanni dice della venuta dei betaniti nel giardino solo quando Io già ordino di levare la pietra. Prima Betania non sapeva che ero a Betania, e solo quando se ne sparse la voce accorsero da Lazzaro».
Tutto si puo’ mutare se si vuole[208].
Dice Gesù:
104«Avrei potuto intervenire in tempo per impedire la morte di Lazzaro. Ma non lo volli fare. Sapevo che questa risurrezione sarebbe stata un’arma a doppio taglio, perché avrebbe convertito i giudei di retto pensiero e reso sempre più astiosi quelli di pensiero non retto. Da questi, e sotto quest’ultimo colpo del mio potere, sarebbe venuta la mia sentenza di morte. Ma ero venuto per questo, e l’ora era ormai matura perché ciò si compisse. Avrei anche potuto accorrere subito. Ma avevo bisogno di persuadere, con la risurrezione da una putredine già avanzata, gli increduli più ostinati. E anche i miei apostoli che, destinati a portare la mia fede nel mondo, avevano bisogno di possedere una fede temprata da miracoli di prima grandezza.
105Negli apostoli era tanta umanità. L’ho già detto. Non era questo un ostacolo insormontabile, era anzi una logica conseguenza della loro condizione di uomini chiamati ad esser miei in età già adulta. Non si cambia una mentalità, una forma mentalis dall’oggi al domani. Né Io, nella mia sapienza, volli scegliere ed educare dei bambini e crescerli secondo il mio pensiero per fare di essi i miei apostoli. Lo avrei potuto fare. Non lo volli fare, perché le anime non mi rimproverassero di aver sprezzato coloro che non sono innocenti e portassero a loro discolpa e scusante che Io pure avevo significato con la mia scelta che coloro che sono già formati non possono mutare.
106No. Tutto si può mutare, se si vuole. E infatti Io di pusillanimi, di rissosi, di usurai, di sensuali, di increduli feci dei martiri e dei santi, degli evangelizzatori del mondo. Solo colui che non volle non mutò.
I due modi di chiedere miracoli.
107Io ho amato e amo le piccolezze e le debolezze –tu ne sei un esempio– purché in esse ci sia la volontà di amarmi e di seguirmi, e di questi “nulla” faccio i miei prediletti, i miei amici, i miei ministri. Tuttora me ne servo, ed è un miracolo continuo che opero, per portare gli altri a credere in Me, a non uccidere le possibilità di miracolo. Come è languente ora questa possibilità! Come lume a cui manca l’olio, essa agonizza e muore, uccisa dalla scarsa o dalla mancante fede nel Dio del miracolo.
108Vi sono due forme di prepotenza nel chiedere il miracolo. Ad una Dio si piega con amore. All’altra volge le spalle sdegnato. La prima è quella che chiede, come ho insegnato a chiedere, senza sfiducia e stanchezza, e che non ammette che Dio non la possa ascoltare, perché Dio è buono e chi è buono esaudisce, perché Dio potente e tutto può. Questa è amore, e Dio concede a chi ama. L’altra è la prepotenza dei ribelli che vogliono che Dio sia loro servo e che alle loro cattiverie umilii Se stesso e dia quello che loro non danno a Lui: amore e ubbidienza. Questa forma è una offesa che Dio punisce col negare le sue grazie.
109Vi lamentate che Io non compio più i miracoli collettivi. Come li potrei compiere? Dove sono le collettività che credono in Me? Dove i veri credenti? Quanti i veri credenti in una collettività? Come superstiti fiori in un bosco arso da un incendio, ne vedo uno ogni tanto di spiriti credenti. Il resto l’ha arso Satana con le sue dottrine. E sempre più lo arderà.
La vita umana e’ mezzo non fine.
110Vi prego, per vostra regola soprannaturale, a tenere presente la mia risposta a Tommaso. Non si può essere miei veri discepoli se non si sa dare alla vita umana quel peso che merita, di mezzo per conquistare la Vita vera, e non di fine. Colui che vorrà salvare la sua vita in questo mondo perderà la Vita eterna. L’ho detto e lo ripeto. Che sono le prove? La nuvola che passa. Il Cielo resta e vi attende oltre la prova.
111Io ho conquistato il Cielo per voi con il mio eroismo. Voi dovete imitarmi. L’eroismo non è solo serbato a coloro che devono conoscere il martirio. La vita cristiana è un perpetuo eroismo, perché è una perpetua lotta contro il mondo, il demonio e la carne. Io non vi forzo a seguirmi. Vi lascio liberi. Ma ipocriti non vi voglio. O con Me e come Me, o contro di Me. Già non mi potete ingannare. Me non mi potete ingannare. Ed Io non addivengo ad alleanze col Nemico. Se voi lo preferite a Me, non potete pensare di avere contemporaneamente Me per Amico. O lui o Io. Scegliete.
Agire sempre bene.
112Il dolore di Marta è diverso da quello di Maria per la diversa psiche delle due sorelle e per la condotta diversa avuta dalle stesse. Felici coloro che si conducono in modo da non avere rimorso di aver addolorato uno che ora è morto e che non si può più consolare del dolore datogli. Ma come più felice chi non ha il rimorso di avere addolorato il suo Dio, Me, Gesù, e non teme il mio incontro, ma anzi lo sospira come gioia ansiosamente sognata per tutta la vita e infine raggiunta.
113Io sono il vostro Padre, Fratello, Amico. Perché dunque tante volte mi ferite? Sapete voi quanto ancora vi resta da vivere? Vivere per riparare? Non lo sapete. E allora, ora per ora, giorno per giorno, agite bene. Sempre bene. Mi farete sempre felice. E se anche il dolore verrà a voi, perché il dolore è santificazione, è la mirra che preserva dalla putredine della carnalità, avrete sempre in voi la certezza che Io vi amo –e che vi amo anche in quel dolore– e la pace che viene dal mio amore. Tu, piccolo Giovanni, lo sai se Io so consolare anche nel dolore.
Dio da più di quanto si chiede.
114Nella mia preghiera al Pare è ripetuto quanto ho detto in principio: era necessario scuotere con un miracolo principale l’opacità dei giudei e del mondo in genere. E la risurrezione di uno sepolto da quattro giorni e sceso nella tomba dopo lunga, cronica, ripugnante, conosciuta malattia, non era cosa da lasciare indifferenti e neppure dubbiosi. L’avessi sanato mentre viveva, o infuso in lui lo spirito appena spirato, l’acredine dei nemici avrebbe potuto creare dei dubbi sulla entità del miracolo. Ma il fetore del cadavere, il marciume delle bende, la lunga degenza nel sepolcro, non lasciavano dubbi. E, miracolo nel miracolo, ho voluto che Lazzaro fosse sciolto e mondato alla presenza di tutti, perché si vedesse che non solo la vita ma l’integrità delle membra era tornata là dove prima la carne ulcerata aveva sparso nel sangue i germi di morte. Nel mio fare grazia do sempre più di quanto chiedete.
Motivo del pianto del Messia.
115Ho pianto davanti alla tomba di Lazzaro. E si è dato a questo pianto tanti nomi. Intanto sappiate che le grazie si ottengono col dolore misto a sicura fede nell’Eterno. Ho pianto non tanto per la perdita dell’amico e per il dolore delle sorelle, quanto perché, come fondale che si sommuove, sono affiorate in quell’ora, più vive che mai, tre idee che, come tre chiodi, mi avevano sempre confitto la loro punta nel cuore.
116La constatazione di quale rovina aveva portato Satana all’uomo col suo sedurlo al Male. Rovina la cui condanna umana era il dolore e la morte. La morte fisica, emblema e metafora viva della morte spirituale[209], che la colpa dà all’anima sprofondandola, essa regina destinata a vivere nel regno della Luce, nelle tenebre infernali.
117La persuasione che neppure questo miracolo, messo quasi a corollario sublime di tre anni di evangelizzazione, avrebbe convinto il mondo giudaico sulla Verità di cui ero stato il Portatore. E che nessun miracolo avrebbe fatto del mondo avvenire un convertito al Cristo. Oh! dolore d’esser prossimo a morire per così pochi!
118La visione mentale della mia prossima morte. Ero Dio. Ma anche Uomo ero. E per essere Redentore dovevo sentire il peso dell’espiazione. Perciò anche l’orrore della morte e di tal morte. Ero un vivo, un sano che si diceva: “Presto sarò morto, sarò in un sepolcro come Lazzaro. Presto l’agonia più atroce sarà la mia compagna. Devo morire”. La bontà di Dio vi risparmia la conoscenza del futuro. Ma a Me essa non fu risparmiata.
120Oh! Credetelo, voi che vi lamentate della vostra sorte. Nessuna fu più triste della mia, ché ebbi la costante prescienza di tutto quanto mi doveva accadere, unita alla povertà, ai disagi, alle acredini che mi accompagnarono dalla nascita alla morte. Non lamentatevi, dunque. E sperate in Me.
Vi do la mia pace».
21. Seduta del Sinedrio e udienza
da Pilato[210].
Annotazioni, parere, commenti.
La notizia riempie Gerusalemme.
1Se la notizia della morte di Lazzaro aveva scosso e agitato Gerusalemme e buona parte della Giudea, la notizia della sua risurrezione finisce di scuotere e di penetrare anche là dove non aveva dato agitazione la notizia della morte.
2Forse i pochi farisei e scribi, ossia i sinedristi presenti alla risurrezione, non ne avranno parlato al popolo. Ma certo i giudei ne hanno parlato, e la nuova s’è sparsa in un baleno, e da casa a casa, da terrazzo a terrazzo, voci di donne se la ripetono, mentre in basso il popolino la diffonde con un giubilo grande per il trionfo di Gesù e per Lazzaro. La gente ripopola le strade correndo qua e là, credendo di arrivare sempre prima a dare la notizia, ma resta delusa perché essa si sa in Ofel come in Bezeta, in Sion come al Sisto. Si sa nelle sinagoghe e negli empori, nel Tempio e nel palazzo di Erode. Si sa all’Antonia e dall’Antonia dilaga, o viceversa, ai posti di guardia alle porte. Empie i palazzi come i tuguri: «Il Rabbi di Nazaret ha risuscitato Lazzaro di Betania, che è morto il dì avanti il venerdì ed è stato messo nel sepolcro avanti l’inizio del sabato ed è risorto all’ora di sesta di oggi».
3Le acclamazioni ebraiche al Cristo e all’Altissimo si intrecciano agli svariati «Per Giove! Per Polluce! Per Libitina!» ecc. ecc. dei romani.
Annotazioni di Cusa e Mannaen.
4Gli unici che non vedo nella folla che parla nelle vie sono quelli del Sinedrio. Non ne vedo neppure uno, mentre vedo Cusa e Mannaen uscire da uno splendido palazzo, e sento Cusa dire: «Grande! Grande! Ho mandato subito la notizia a Giovanna. Egli è realmente Dio!»; e Mannaen gli risponde: «Erode, venuto da Gerico ad ossequiare… il padrone, Ponzio Pilato, pare pazzo nella reggia, mentre Erodiade è frenetica e lo incalza perché egli ordini l’arresto del Cristo. Essa trema del suo potere. Egli dai rimorsi. Batte i denti dicendo ai più fidi di difenderlo… dagli spettri. Si è ubriacato per darsi coraggio e il vino gli turbina nel capo illuminandogli fantasime. Urla dicendo che il Cristo ha risuscitato anche Giovanni, il quale ora gli urla vicino le maledizioni di Dio. Io sono fuggito da quella Geenna. M’è bastato di dirgli: “Lazzaro è risorto per opera di Gesù Nazareno. Bada a te di toccarlo, perché Egli è Dio”. Gli mantengo quella paura perché non ceda alle voglie omicide di lei».
5«Io ci dovrò andare, invece… Ci devo andare. Ma prima ho voluto passare da Eliel e Elcana. Vivono a sé, ma sono sempre grandi voci in Israele! E Giovanna è contenta che io li onori. E io…».
6«Una buona protezione per te. É vero. Ma non mai quale l’amore del Maestro. Quella è l’unica protezione che abbia valore…»
Cusa non ribatte parola. Pensa… Li perdo di vista.
Parere di Giuseppe d’Arimatea.
7Da Bezeta viene avanti Giuseppe d’Arimatea tutto frettoloso. Lo fermano. Sono un gruppo di cittadini, incerti ancora se la notizia è da credersi. E lo chiedono a lui.
8«Vera. Vera. Lazzaro è risorto ed è guarito anche. Ho visto coi miei occhi».
9«Ma allora… Egli è proprio il Messia!».
«Le sue opere sono tali. La sua vita è perfetta. I tempi son quelli. Satana lo combatte. Ognuno concluda in cuor suo ciò che è il Nazareno», dice, prudente e nello stesso tempo giusto, Giuseppe. Saluta e se ne va.
Quelli discutono e finiscono per concludere: «Egli è proprio il Messia».
Commenti dei Legionari romani.
10Un gruppo di legionari parla: «Se domani posso, vado a Betania. Per Venere e Marte, i miei dèi preferiti! Potrò girare l’Orbe dai deserti ardenti alle gelate terre germaniche, ma trovarmi dove uno, morto da giorni, risuscita, non mi accadrà più. Lo voglio vedere come è uno che torna da morte. Sarà nero dell’onda dei fiumi d’oltre tomba…».
11«Se era virtuoso sarà livido, avendo bevuto all’onda cerula dei Campi Elisi. Non c’è soltanto lo Stige, là…».
«Ci dirà come sono i prati d’asfodelo dell’Ade[211]… Ci vengo io pure…».
«Se Ponzio vorrà…»
12«Oh! che vuole! Ha subito spedito un corriere a Claudia, ché venga. Claudia ama queste cose. L’ho sentita più di una volta, con le altre e coi suoi liberti greci, discutere d’anima e d’immortalità».
«Claudia crede nel Nazareno. Per lei è maggiore a ogni altro uomo».
13«Sì. Ma per Valeria è più che uomo. Dio è. Una specie di Giove e di Apollo per potenza e bellezza, dicono, ed è più sapiente di Minerva. L’avete visto voi? Io sono venuto con Ponzio per la prima volta qui, e non so…».
14«Credo che sei giunto in tempo per vedere molte cose. Poco fa Ponzio urlava come Stentore[212] dicendo: “Qui si deve tutto cambiare. Devono comprendere che Roma comanda, e che essi, tutti, sono servi. E più grandi sono, più servi sono, perché più pericolosi”. Credo fosse per quella tavoletta che gli era stata portata dal servo di Anna…».
«Già. Non li vuole ascoltare… E ci cambia tutti perché… non vuole amicizie fra noi e loro».
«Fra noi e loro? Ah! Ah! Ah! Con quei nasuti che san di becco? Ponzio digerisce male il troppo porco che mangia. Se mai… l’amicizia è con qualche donna che non disdegna il bacio di bocche rasate…», ride uno malizioso.
15«Il fatto è che, dopo le turbolenze dei Tabernacoli, ha chiesto e ottenuto il cambio di tutte le milizie, e che a noi ci tocca andare…».
«Ciò è vero. Già era segnalato a Cesarea l’arrivo della galera che porta Longino e la sua centuria. Graduati nuovi, milizie nuove… e tutto per quei coccodrilli del Tempio. Io ci stavo bene qui».
«Io stavo meglio a Brindisi… Ma mi abituerò», dice quello da poco arrivato in Palestina.
Si allontanano essi pure.
Riunione del Sinedrio.
Seduta del Sinedrio (Gv 11,46-47)[213].
16Delle guardie del Tempio passano con delle tavolette cerate. La gente li osserva e dice: «Il Sinedrio si raduna di urgenza. Che vorrà fare?».
Uno risponde: «Saliamo al Tempio e vediamo…». Si avviano verso la via che va al Moria.
Il sole scompare dietro alle case di Sion e ai monti occidentali. Cala la sera, che presto sgombra le strade dai curiosi. Quelli che sono saliti al Tempio ne scendono inquieti, perché sono stati cacciati via anche dalle porte, dove si erano attardati per vedere passare i sinedristi.
17L’interno del Tempio, vuoto, deserto, avvolto nella luce della luna, pare immenso. I sinedristi si radunano lentamente nella sala del Sinedrio. Ci sono tutti, come per la condanna di Gesù, però non sono presenti quelli che allora facevano come da scrivani. Non ci sono che i sinedristi, parte ai loro posti, parte a crocchi presso le porte.
18Entra Caifa con la sua faccia e il suo corpo da rospo obeso e cattivo, e va al suo posto.
19Cominciano subito a discutere sui fatti avvenuti, e tanto li appassiona la cosa che presto la seduta diviene movimentata. Lasciano i seggi, scendono nello spazio vuoto gesticolando e parlando forte. Qualcuno consiglia la calma e di ben ponderare prima di prendere delle decisioni.
Altri rimbeccano: «Ma non avete sentito quelli venuti qui dopo nona? Se perdiamo i giudei più importanti, che ci serve più accumulare le accuse? Più Egli vive e meno saremo creduti se lo accusiamo».
La forza della verità.
20«E questo fatto non lo si può negare. Non si può dire ai molti che erano là: “Avete visto male. É una finzione. Eravate ebbri”. Il morto era morto. Putrido. Sfatto. Il morto era deposto nel chiuso sepolcro, e il sepolcro era ben murato. Il morto era sotto le bende e i balsami da più giorni. Il morto era legato. Eppure è uscito dal suo posto, è venuto da solo senza camminare sino all’apertura. E liberato che fu, nel suo corpo non era più morte. Respirava. Non c’era più corruzione. Mentre prima, da vivo, era piagato, e da morto era tutto corrotto».
21«Avete sentito i più influenti giudei, quelli che avevamo spinto là per conquistarli a noi del tutto? Sono venuti a dirci: “Per noi è il Messia”. Quasi tutti sono venuti! Il popolo poi!…».
22«E questi maledetti romani pieni di fole! Dove li mettete? Per essi Egli è Giove Massimo. E se entrano in quell’idea! Ci hanno fatto conoscere le loro storie, e fu maledizione. Anatema su chi volle l’ellenismo in noi e per adulazione ci profanò con costumi non nostri! Ma però ciò serve anche a conoscere. E conosciamo che presto fa il romano ad abbattere e ad innalzare con congiure e colpi di stato. Ora, se alcuno, qui, di questi folli, si entusiasma del Nazareno e lo proclama Cesare, e perciò divino, chi più lo tocca?».
23«Ma no! Ma chi vuoi che faccia questo? Essi se ne ridono di Lui e di noi. Per grande che sia ciò che compie, per essi è sempre “un ebreo”. Perciò un miserabile. La paura ti fa stolto, o figlio di Anna!».
24«La paura? Hai sentito come ha risposto Ponzio all’invito di mio padre? Egli è scosso, ti dico. Egli è scosso da quest’ultimo fatto e teme il Nazareno. Miseri noi! Quell’uomo è venuto per nostra rovina!».
25«Almeno non fossimo andati là, e là non avessimo quasi comandato che andassero i più potenti giudei! Se Lazzaro fosse risorto senza testimoni…».
26«Ebbene? Che mutava? Non potevamo certo farlo sparire per far credere che fosse sempre morto!».
Sostenitori del Messia.
I difensori del Messia.
27«Questo no. Ma potevamo dire che era stata una falsa morte. Testimoni pagati per dire il falso se ne trovano sempre».
28«Ma perché tanto agitati? Non ne vedo la ragione! Egli ha forse fatto atto di eccitazione contro il Sinedrio e il Ponteficato? No. Si è limitato a compiere un miracolo».
29«Si è limitato?! Ma sei stolto, o venduto a Lui, Eleazaro? Non ha eccitato contro il Sinedrio e il Ponteficato? E che vuoi di più? La gente…».
30«La gente può dire ciò che vuole, ma le cose sono come le dice Eleazaro. Il Nazareno non ha che fatto un miracolo».
31«Ecco l’altro che lo difende! Non sei più un giusto, Nicodemo! Non sei più un giusto! Questo è un atto contro di noi. Contro di noi, capisci? Nessuna cosa più persuaderà la folla. Ah! miseri noi! Io oggi fui beffato da alcuni giudei. Io beffato! Io!».
32«E taci là, Doras! Tu non sei che un uomo. Ma è l’idea che è colpita! Le nostre leggi! Le nostre prerogative!».
33«Bene dici, Simone, e occorre difenderle».
«Ma come?».
«Offendendo, distruggendo le sue!».
34«Presto detto, Sadoc. Ma con che le distruggi se non sai, di tuo, far rivivere un moscerino? Qui ci vorrebbe un miracolo più grande del suo. Ma nessuno di noi lo può fare, perché…». Colui che parla non sa dire perché.
35Giuseppe d’Arimatea termina la frase: «Perché noi siamo uomini, soltanto uomini».
36Gli si avventano contro chiedendo: «Ed Egli chi è, allora?».
Il d’Arimatea risponde sicuro: «Egli è Dio. Se ne avessi avuto ancora dei dubbi…».
37«Ma non li avevi i dubbi. Lo sappiamo, Giuseppe. Lo sappiamo. Dillo pure apertamente che tu lo ami!».
Intervento di Gamaliele.
38«Nulla di male se Giuseppe lo ama. Io stesso lo riconosco come il più grande Rabbi d’Israele».
«Tu! Tu, Gamaliele, dici questo?».
39«Lo dico. E di essere… detronizzato da Lui mi onoro, perché sin qui io avevo conservato la tradizione dei grandi rabbi, l’ultimo dei quali fu Illele, ma dopo me non avrei saputo chi poteva raccogliere la sapienza dei secoli. Ora me ne vado contento, perché so che essa non morrà, ma anzi diventerà più grande, perché aumentata dalla sua, alla quale certo è presente lo Spirito di Dio».
«Ma che dici, Gamaliele?».
40«La verità. Non è chiudendosi gli occhi che si può ignorare ciò che noi siamo. Noi non siamo più sapienti, perché principio della sapienza è il timor di Dio, e noi siamo peccatori senza timore di Dio. Se avessimo questo timore, non conculcheremmo il giusto e non avremmo la stolta ingordigia per le ricchezze del mondo. Dio dà e Dio toglie. A seconda dei meriti e dei demeriti. E se Dio ora ci leva ciò che ci aveva dato, per darlo ad altri, sia benedetto, perché santo è il Signore e sante sono tutte le sue azioni».
41«Ma noi parlavamo di miracoli e volevamo dire che nessuno di noi li può fare perché con noi non è Satana».
42«No. Perché con noi non è Dio. Mosè separò le acque[214] e aprì la rupe[215], Giosuè fermò il sole[216], Elia risuscitò il fanciullo e fece cadere la pioggia[217], ma con essi era Dio. Vi ricordo che sei sono le cose che Dio odia, ed esecra la settima[218]: gli occhi superbi, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita disegni malvagi, i piedi che corrono rapidi al male, il falso testimonio che dice menzogne e colui che mette discordie tra i fratelli. Noi facciamo tutte queste cose. Noi, dico. Ma voi solo le fate. Perché io me ne astengo dal gridare “Osanna” e dal gridare “Anatema”. Io attendo».
La tesi di Gamaliele.
43«Il segno! Già! Tu attendi il segno! Ma quale segno attendi da un povero folle, se proprio vogliamo dargli tutti i perdoni?».
44Gamaliele alza le mani e, le braccia in avanti, gli occhi chiusi, il capo lievemente chinato, ieratico quanto mai, parla lentamente e con voce lontana: «Ho interrogato ansiosamente il Signore perché mi indicasse la verità, ed Egli mi ha illuminato le parole di Gesù figlio di Sirac.
45Queste: “Il Creatore di tutte le cose mi parlò e mi diede i suoi ordini, e Colui che mi creò riposò nel mio Tabernacolo e mi disse: ‘Abita in Giacobbe, tuo retaggio sia in Israele, getta le tue radici tra i miei eletti’[219]…
46E ancora mi illuminò queste, e le ho riconosciute: “Venite a me, voi tutti che mi bramate, e saziatevi dei miei frutti, perché il mio spirito è più dolce del miele e il mio retaggio più del favo. Il ricordo di me durerà nelle generazioni dei secoli. Chi mi mangia avrà di me fame e chi beve di me avrà di me sete, e chi mi ascolta non avrà da arrossire e chi lavora per me non pecca, e chi mi illustra avrà la vita eterna”[220].
47E la luce di Dio crebbe sul mio spirito mentre leggevano i miei occhi queste parole: “Tutte queste cose contiene il libro della Vita, il testamento dell’Altissimo, la dottrina della Verità… Dio promise a Davide di far nascere da lui il Re potentissimo, che deve stare assiso in eterno sul trono della gloria. Egli ridonda di sapienza come il Fison e il Tigri al tempo dei nuovi frutti, come l’Eufrate ridonda d’intelligenza e cresce come il Giordano al tempo della messe. Egli diffonde la sapienza come la luce… Egli per primo l’ha perfettamente conosciuta”[221]. Questo mi ha fatto illuminare Dio!
48Ma, ahi! che dico, che la Sapienza che è fra noi è troppo grande perché noi la si comprenda e si accolga ciò che è pensiero più vasto dei mari e consiglio più profondo del grande abisso. E noi lo sentiamo gridare: “Io come canale d’acque immense sgorgai dal Paradiso e dissi: ‘Innaffierò il mio giardino’, ed ecco il mio canale divenire fiume, e il fiume mare. Come l’aurora io irraggio a tutti la mia dottrina, e la farò conoscere ai più lontani. Penetrerò nelle parti più basse, getterò lo sguardo sui dormenti, illuminerò quelli che sperano nel Signore. E ancor spanderò la mia dottrina come profezia e la lascerò a quelli che cercano la sapienza, non cesserò d’annunziarla sino al secolo santo. Non ho lavorato per me soltanto, ma per tutti quelli che cercano la verità”[222].
Questo mi ha fatto leggere Jeovè, l’Altissimo», e riabbassa le braccia alzando il capo.
Il Messia è “Jahve”: Colui che è.
49«Ma allora per te è il Messia?! Dillo!».
«Non è il Messia».
50«Non è? E allora cosa è per te? Demonio, no. Angelo, no. Messia, no…».
«É colui che è».
«Tu deliri! Dio è? Dio è per te, quel folle?».
51«É colui che è. Dio sa ciò che Egli è. Noi vediamo le sue opere. Dio vede anche i suoi pensieri. Ma non è il Messia, perché per noi Messia vuol dire Re. Egli non è non sarà re. Ma è santo. E le sue opere sono da santo. E noi non possiamo alzare la mano sull’innocente, a meno di non commettere peccato. Io non sottoscriverò al peccato».
«Ma con quelle parole tu quasi lo hai detto l’Atteso!».
52«L’ho detto. Finché durò la luce dell’Altissimo, io lo vidi tale. Poi… non tenendomi più la mano del Signore alto levato nella luce sua, io tornai uomo, l’uomo d’Israele, e le parole non furono più che parole alle quali l’uomo d’Israele, io, voi, quelli prima di noi e, Dio non lo permetta, quelli dopo di noi, danno il significato del loro, del nostro pensiero, non il significato che hanno nel Pensiero eterno che le ha dettate al suo servo».
L’appello a Roma.
Ricorso a Pilato.
43«Noi parliamo, divaghiamo, perdiamo tempo. Ed il popolo intanto si agita», gracchia Canania.
54«Bene dici! Occorre decidere e fare per salvarsi e trionfare».
55«Voi dite che Pilato non ci ha voluti ascoltare quando chiedevamo il suo aiuto contro il Nazareno. Ma se noi gli facessimo sapere… Avete detto prima che, se le milizie si esaltano, possono proclamarlo Cesare… Eh! Eh! Buona idea! Andiamo a prospettare al Proconsole questo pericolo. Avremo onori come a fedeli servi di Roma e… se egli interverrà noi saremo sbarazzati del Rabbi. Andiamo, andiamo! Tu, Eleazaro di Anna, che gli sei più di tutti amico, sii nostro duce», ride serpentino Elchia.
56Vi è un poco di titubanza, ma poi un gruppo dei più fanatici esce per recarsi all’Antonia. Resta Caifa insieme agli altri.
57«A quest’ora! Non saranno ricevuti», obbietta uno.
58«No, anzi! É la migliore. Ponzio è sempre di buon umore quando ha bevuto e mangiato come beve e mangia un pagano…».
59Li lascio là a discutere e mi si illumina la scena dell’Antonia.
Lunga attesa nel palazzo di Ponzio.
60Il breve tragitto è presto fatto e senza difficoltà, tanto è limpida la luna che fa gran contrasto con la luce rossa dei lumi accesi nel vestibolo del palazzo pretorio.
61Eleazaro riesce a farsi annunciare a Pilato, e vengono fatti passare in una sala grande e vuota. Assolutamente vuota. Vi è soltanto una sedia pesante, bassa di spalliera, coperta di un drappo porpureo, che spicca vivamente nel candore assoluto della sala. Stanno raggruppati, un poco timorosi, infreddoliti, ritti sul marmo candido del pavimento. Non viene nessuno. Il silenzio è assoluto. Però, a intervalli, una musica lontana rompe questo silenzio.
62«Pilato è a mensa. Certo è con amici. Questa musica è suonata nel triclinio. Ci saranno danze in onore degli ospiti», dice Eleazaro di Anna.
63«Corrotti! Domani mi purificherò. La lussuria trasuda da queste pareti», dice con ribrezzo Elchia.
64«Perché ci sei venuto, allora? Tu lo hai proposto», gli ribatte Eleazaro.
«Per l’onore di Dio e il bene della Patria so fare qualsiasi sacrificio. E questo è grande! Mi ero purificato per aver avvicinato Lazzaro… e ora!… Giornata tremenda, oggi!…»
65Pilato non viene. Il tempo passa. Eleazaro, pratico del luogo, tenta le porte. Sono tutte chiuse. Lo spavento si impadronisce dei presenti. Paurose storie riaffiorano. Rimpiangono di essere venuti. Si sentono già perduti.
66Finalmente ecco, nel lato opposto al loro, che sono presso la porta dalla quale sono entrati, e perciò presso l’unica sedia dell’ambiente, ecco aprirsi una porta ed entrare Pilato, candido nella sua veste come è candida la sala. Entra parlando con dei convitati. Ride. Si volge ad ordinare ad uno schiavo, che tiene sollevata la tenda oltre l’uscio, di gettare essenze in un braciere e di portare profumi e acque per le mani, che uno schiavo venga con specchio e pettini. Degli ebrei non si cura, come non ci fossero. Quelli si arrovellano, ma non osano gesti…
Danze in onore degli ospiti.
67Laggiù, intanto, vengono portati i bracieri, sparse le resine sui fuochi e versate acque profumate sulle mani romane. E uno schiavo, con mosse esperte, ravvia i capelli secondo la moda dei ricchi romani del tempo. E gli ebrei si arrovellano.
68I romani ridono fra loro e scherzano, guardando ogni tanto il gruppo che attende là in fondo, e uno parla a Pilato che non si è mai voltato a guardare; ma Pilato scrolla le spalle facendo un gesto annoiato e batte le mani per chiamare uno schiavo, al quale ordina a voce alta di portare dolciumi e di far entrare le danzatrici. Gli ebrei fremono d’ira e di scandalo. Pensare ad un Elchia costretto a vedere delle danzatrici! Il suo volto è un poema di sofferenza e di odio.
69Vengono gli schiavi coi dolciumi in coppe preziose, e dietro essi le danzatrici incoronate di fiori e appena coperte da tele così leggere da parere veli. Le carni bianchissime traspaiono dalle vesti leggere, tinte di rosa e di azzurro, quando esse passano davanti ai bracieri ardenti e ai molti lumi messi là in fondo. I romani ammirano la grazia dei corpi e delle movenze, e Pilato chiede ancora un passo di danza che gli è particolarmente piaciuto.
70Elchia -e i suoi compari lo imitano- si volge sdegnato contro al muro per non vedere le danzatrici trasvolare come farfalle fra un ondeggiare di vesti scomposte. Finita la breve danza, Pilato le congeda, mettendo in mano di ognuna la coppa colma di dolciumi, nella quale getta con noncuranza un bracciale. E finalmente si degna di voltarsi a guardare gli ebrei, e dice agli amici con voce annoiata: «E ora… dovrò dal sogno passare alla realtà… dalla poesia alla… ipocrisia… dalla grazia alle laide cose della vita. Miserie dell’esser Proconsole!… Salve, amici, e abbiate compassione di me».
L’udienza del Proconsole di Roma.
Udienza ai buffoni sinedristi.
71Resta solo e lentamente si avvicina agli ebrei. Si siede, si osserva le mani ben curate e scopre qualche cosa che non va sotto un’unghia. Se ne occupa e preoccupa traendo fuor dalla veste un sottile e aureo bastoncino, col quale rimedia al gran danno di un’unghia imperfetta… Poi, bontà sua, gira il capo lentamente. Sogghigna vedendo gli ebrei ancora curvi in un inchino servile, e dice: «Voi! Qui! E siate brevi. Non ho tempo da sciupare in cose senza valore».
72Gli ebrei si avvicinano sempre servili nell’atto, finché un: «Basta! Non troppo vicini» li inchioda al suolo. «Parlate! E state diritti, ché solo degli animali è stare piegati verso il suolo», e ride.
73Gli ebrei si raddrizzano sotto lo scherno e stanno impettiti.
74«Dunque? Parlate! Avete voluto venire per forza. Ora che siete qui, parlate».
«Volevamo dirti… Ci risulta… Noi siamo servi fedeli di Roma…».
75«Ah! Ah! Ah! Servi fedeli di Roma! Lo farò sapere al divo Cesare e ne sarà felice! Felice sarà! Parlate, buffoni! E svelti!».
76I sinedristi fremono, ma non reagiscono. Elchia prende la parola per tutti: «Devi sapere, o Ponzio, che oggi in Betania è stato risuscitato un uomo…».
77«Lo so. Per dirmi questo siete venuti? Lo sapevo già da molte ore. Felice lui, che già sa cosa è il morire e cosa è l’altro mondo! E che ci posso fare se Lazzaro di Teofilo è risorto? Forse mi ha portato un messaggio dall’Ade?». É ironico.
Via! Laidi servi dell’odio.
78«No. Ma la sua risurrezione è un pericolo…».
«Per lui? Certo! Pericolo di dover morire di nuovo. Operazione poco gradevole. Ebbene? Che ci posso fare? Sono Giove io?».
«Pericolo non per Lazzaro. Ma per Cesare».
79«Per?… Domine! Ma forse ho bevuto! Avete detto: per Cesare? E che può nuocere Lazzaro a Cesare? Forse temete che il puzzo del suo sepolcro possa corrompere l’aria che respira l’Imperatore? Datevi pace! Troppo lontano!».
80«Non questo. É che Lazzaro risorgendo può far detronizzare l’Imperatore».
«Detronizzare? Ah! Ah! Ah! Questa è più grande del mondo! Ma allora l’ebbro non sono io, ma voi siete ebbri. Forse lo spavento vi ha sconvolto la mente. Vedere risorgere… Credo, credo che possa turbare. Andate, andate a letto. Un buon riposo. E un bagno caldo. Molto caldo. Salutare contro i deliri».
81«Non deliriamo, Ponzio. Ti diciamo che, se non provvedi, tu passerai ore tristi. Sarai punito certo, se anche non sarai uccido dall’usurpatore. Fra poco il Nazareno sarà proclamato re, re del mondo, capisci? I tuoi legionari stessi lo faranno. Essi sono sedotti dal Nazareno, e il fatto di oggi li ha esaltati. Che servo sei di Roma se non ti preoccupi della sua pace? Vuoi dunque vedere l’Impero sconvolto e diviso in causa della tua inerzia? Vuoi vedere vinta Roma e abbattute le insegne, ucciso l’Imperatore, tutto distrutto…».
82«Silenzio! Parlo io. E vi dico: siete dei pazzi! Più ancora. Siete dei mentitori. Dei malandrini siete. Meritereste la morte. Uscite di qui, laidi servi del vostro interesse, del vostro odio, della vostra bassezza. Servi voi. Non io. Io sono cittadino romano, e i cittadini romani non sono servi a nessuno. Io sono il funzionario imperiale e lavoro per le patrie fortune. Voi… siete i soggetti. Voi… voi siete i dominati. Voi… voi siete i galeotti legati alle bancate e fremete inutilmente. La sferza del capo vi sta sopra.
83Il Nazareno!… Vorreste che io uccidessi il Nazareno? Vorreste che lo imprigionassi? Per Giove! Se per la salute di Roma e del divo Imperatore io dovessi imprigionare i soggetti pericolosi, o ucciderli qui dove io governo, il Nazareno e i suoi seguaci, solo essi, dovrei lasciare liberi e vivi.
Uscite! Serpi notturne! Vampiri!
83Andate. Sgombrate e non tornatemi mai più davanti. Turbolenti! Sobillatori! Ladri e manutengoli di ladri! Non uno dei vostri armeggii mi è ignoto. Sappiatelo. E sappiate anche che armi fresche e legionari novelli hanno servito a scoprire le vostre trappole e i vostri strumenti. Strillate per le imposte romane. Ma quanto vi è costato Melchia di Galaad, e Giona di Scitopoli, e Filippo di Soco, e Giovanni di Betaven e Giuseppe di Ramaot, e tutti gli altri che presto saranno presi? E non andate verso le grotte della valle, perché vi sono più legionari che pietre, e la legge e la galera sono uguali per tutti. Per tutti! Capite? Per tutti. E spero di vivere tanto da vedervi tutti in catene, schiavi fra schiavi sotto il tallone di Roma. Uscite! Andate e riferite -anche tu, Eleazar di Anna, che non desidero vedere più nella mia casa- che il tempo della clemenza è finito, e che io sono il Proconsole e voi i sudditi. I sudditi. E io comando. In nome di Roma. Uscite! Serpi notturne! Vampiri! E il Nazareno vi vuole redimere? Se Egli fosse Dio, fulminarvi dovrebbe! E dal mondo sarebbe sparita la macchia più schifosa. Via! E non osate fare congiure, o conoscerete il gladio e il flagello».
Cacciati come tanti cani.
84Si alza e se ne va sbatacchiando la porta davanti agli allibiti sinedristi, che non hanno tempo di rinvenire, perché entra un drappello armato che li caccia fuori dalla sala e dal palazzo come tanti cani.
85Ritornano all’aula del Sinedrio. Raccontano. L’agitazione è somma. La notizia dell’arresto di molti ladroni e delle battute nelle grotte per prendere gli altri turba fortemente tutti i rimasti. Perché molti, stanchi di attesa, se ne sono andati.
Il delitto perfetto.
Il sinedrio delibera la morte del Messia
(Gv 11,47-48)[223].
86«Eppure non possiamo lasciarlo vivere», urlano dei sacerdoti.
87«Non possiamo lasciarlo fare. Egli fa. Noi non facciamo. E giorno per giorno perdiamo terreno. Se lo lasciamo libero ancora, Egli continuerà a fare miracoli e tutti crederanno in Lui. E i romani finiranno a venirci contro e a distruggerci del tutto. Ponzio dice così. Ma se la folla lo acclamasse re, oh! allora Ponzio ha il dovere di punirci, tutti. Non lo dobbiamo permettere», strilla Sadoc.
88«Va bene. Ma come? La via… legale romana è fallita. Ponzio è sicuro sul Nazareno. La via… legale nostra è… resa impossibile. Egli non pecca…», obbietta uno.
Il mandante del delito (Gv 11,49-52)[224].
89«Si inventa la colpa, se colpa non c’è», insinua Caifa.
90«Ma è peccato fare questo! Giurare il falso! Far condannare un innocente! É… troppo!…», dicono con orrore i più.
91«É un delitto, perché sarà la morte per Lui».
92«Ebbene? Ciò vi spaventa? Siete degli stolti e non vi intendete di nulla. Dopo ciò che è avvenuto, Gesù deve morire. Non riflettete voi tutti che è meglio per noi che muoia un uomo anziché molti uomini? Perciò Egli muoia per salvare il suo popolo, onde non perisca tutta la nostra nazione. Del resto… Egli lo dice di essere il Salvatore. Perciò si sacrifichi per salvare tutti», dice Caifa ributtante di odio freddo e astuto.
«Ma Caifa! Rifletti! Egli…».
93«Ho detto. Lo Spirito del Signore è su me, Sommo Sacerdote. Guai a chi non rispetta il Pontefice d’Israele. Le folgori di Dio su lui! Basta di attesa! Basta di orgasmi! Ordino e decreto che chiunque sappia dove si trova il Nazareno venga e ne denunci il luogo, e anatema su chi non ubbidirà alla mia parola».
«Ma Anna…», obbiettano alcuni.
94«Anna mi ha detto: “Tutto ciò che farai sarà santo”. Leviamo la seduta. Venerdì, fra terza e sesta, tutti qui per deliberare. Tutti, ho detto. Fatelo sapere agli assenti. E siano chiamati tutti i capi delle famiglie e delle classi, tutto il fior di Israele. Il Sinedrio ha parlato. Andate».
95E si ritira per il primo da dove è venuto, mentre gli altri se ne vanno da altre parti, e parlando a voce sommessa escono dal Tempio andando alle loro case.
IL SOMMO PONTEFICE SOMMO NEMICO
22. Giuda Iscariota chiamato a riferire in casa di Caifa[225].
L’Iscariota, schiavo del Male.
Giorno feriale.
1Non vedo Gesù, né Pietro, né Giuda d’Alfeo, né Tommaso. Ma vedo gli altri nove camminare in direzione del sobborgo di Ofel. La gente che è per le strade non è la grande gente delle feste di Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli; è su per giù la gente cittadina. Si vede che le Encenie non erano molto importanti e non richiedevano la presenza degli ebrei a Gerusalemme. Soltanto quelli che per caso erano in città, oppure quelli dei paesi vicini a Gerusalemme, venivano in città salendo al Tempio. Gli altri, sia per la stagione o per il carattere proprio della festa, se ne stavano nelle loro città e nelle loro case.
2Però molti discepoli, quelli che per amore del Signore hanno lasciato casa e parenti, interessi e lavori, sono in Gerusalemme e si sono uniti agli apostoli. Non vedo però Isacco, né Abele, né Filippo e neppure Nicolai, andato ad accompagnare Sabea ad Aera. Parlano fra loro bonariamente, raccontando e sentendo raccontare di tutti i fatti intercorsi nel tempo che sono stati divisi. Si direbbe però che hanno già visto il Maestro, forse al Tempio, perché non si stupiscono della sua assenza. Vanno lentamente e ogni tanto si fermano come in attesa, guardando avanti e indietro, guardando per le vie che scendono da Sion in questa strada che conduce verso le porte meridionali della città.
Le belve cercano il loro cucciolo.
3Per due volte l’Iscariota, che è quasi in coda a tutti e che fa l’oratore ad un gruppetto di discepoli pieni di buona volontà ma non di scienza, viene chiamato a nome da alcuni giudei che seguono il gruppo senza però mescolarvisi, non so con quali intenzioni o con quali incarichi. E per due volte l’Iscariota fa una scrollata di spalle senza neppure voltarsi. Ma la terza gli è giocoforza farlo, perché un giudeo lascia il suo gruppo, fende con prepotenza quello dei discepoli, prende Giuda per una manica e lo obbliga a fermarsi dicendogli: «Vieni qui fuori un momento, ché ti dobbiamo parlare».
4«Non ho tempo e non posso», risponde reciso l’Iscariota.
«Va’, va’. Ti aspettiamo. Tanto, finché non vediamo Toma, non si può uscire di città», gli dice Andrea che è il più vicino a lui.
«Va bene, andate avanti che verrò presto». Dice Giuda senza nessuna apparente buona volontà di fare ciò che deve fare.
5Rimasto solo, dice al suo importunatore: «Ebbene? Che vuoi? Che volete? Non avete ancora finito di darmi noia?».
«Oh! Oh! che arie che ti dài! Però quando ti chiamavamo per darti dei denari non trovavi che ti davamo noia! Sei superbo, uomo! Ma c’è chi ti può fare umile… Ricordalo».
«Sono un uomo libero e…».
6«No. Non sei libero. Libero è colui che in nessun modo possiamo fare schiavo. E tu ne sai il nome. Tu sei schiavo di tutto e di tutti, e per primo del tuo orgoglio. Breve. Guarda che, se non vieni prima di sesta in casa di Caifa, guai a te!». Un «guai» veramente minaccioso.
«E va bene! Verrò. Ma fareste meglio a lasciarmi stare se volete…».
«Cosa? Cosa, venditore di promesse, buono a nulla…». Giuda si libera con uno spintone da colui che lo tiene e corre via dicendo: «Dirò quando sarò là».
L’Apostolo menzognero.
7Si riunisce agli altri del suo gruppo. É pensieroso e un poco torvo. Andrea gli chiede premuroso: «Cattive notizie? No, eh? Forse tua madre…».
8Giuda, che lo aveva guardato male in principio, già pronto ad un’acre risposta, si fa più umano e dice: «Già. Poco buone notizie… Sai… la stagione… Adesso… perché mi è venuto in mente ora un ordine del Maestro. Se quell’uomo non mi fermava mi dimenticavo anche questo… Ma mi ha nominato il luogo dove abita e dietro quel nome mi sono ricordato l’incarico avuto. Ebbene ora, quando andrò per questo, andrò anche da quell’uomo e saprò meglio…».
9Andrea, così semplice e onesto come è, è ben lontano dal sospettare che il compagno possa mentire. E dice premuroso: «Ma va’, va’ subito. Dirò io agli altri. Va’, va’! Levati dall’orgasmo…»
«No, no. Devo attendere Tommaso, per via del denaro. Momento più o momento meno…».
Gli altri, che si erano fermati in attesa, li guardano venire.
«Giuda ha avuto tristi notizie», dice premuroso Andrea.
«Già… in conciso. Ma poi saprò meglio quando andrò a fare ciò che devo…».
«Che cosa?», chiede Bartolomeo.
L’Apostolo ladro.
10«Ecco Toma che viene di corsa», dice contemporaneamente Giovanni. E ciò serve a Giuda per non rispondere.
«Vi ho fatto aspettare? Molto? É che volevo far bene… E bene ho fatto. Guardate che bella borsa. Buona per i poveri. Sarà contento il Maestro».
«Ci voleva. Non avevamo un picciolo per i mendichi», dice Giacomo d’Alfeo.
11«Dammela», dice l’Iscariota tendendo la mano alla borsa pesante che Tommaso palleggia fra le mani.
«Ma veramente… Gesù ha dato a me l’incarico della vendita, ed io devo deporre nelle sue mani il ricavato».
«Gliene dirai la cifra. Ora dammi, ché ho fretta di andare».
«No, che non te la do! Gesù mi ha detto, mentre andavamo per il Sisto: “Poi mi darai la somma”. E io lo faccio».
«Di cosa hai paura? Che l’alleggerisca o ti levi il merito della vendita? A Gerico io pure ho venduto, e bene. Da anni sono io quello che si incarica del denaro. É il mio diritto».
12«Oh! senti! Se vuoi fare una lite per questo, tieni. Ho fatto il mio di incarico e del resto non mi curo. Tieni, tieni. Ci sono tante cose più belle di queste!…», e Tommaso passa la borsa a Giuda.
«Veramente, se il Maestro ha detto…», dice Filippo.
«Ma non sofisticare! Piuttosto andiamo, ora che si è tutti insieme. Il Maestro ha detto di essere a Betania prima di sesta. Si fa appena a tempo», dice Giacomo di Zebedeo.
13«Allora io vi lascio. Voi andate avanti. Ché io vado e torno».
«No, poi! Ha detto ben chiaro: “State tutti uniti”», dice Matteo.
«Tutti uniti voi. Ma io devo andare. Ora poi che so di mia madre!…».
14«La cosa si può interpretare anche così. Se lui ha avuto ordini che non sappiamo…», concilia Giovanni.
Gli altri, meno Andrea e Tommaso, sembrano poco propensi a lasciarlo andare. Ma infine dicono: «Ebbene, vai. Ma fa’ presto e sii prudente…».
E Giuda scappa via per una viuzza che porta sul colle di Sion, mentre gli altri riprendono ad andare.
La virtù dei discepoli.
15«Però non è giusto. Non abbiamo fatto bene. Il Maestro aveva detto: “State sempre insieme e siate buoni”. Abbiamo disubbidito al Maestro. Ne ho tormento», dice dopo qualche tempo Simone Zelote.
«Lo pensavo anche io…», gli risponde Matteo.
16Gli apostoli sono tutti in gruppo da quando hanno dovuto decidere dei loro affari. Ho notato che i discepoli si scostano sempre con rispetto quando gli apostoli si riuniscono a discutere. Bartolomeo dice: «Facciamo così. Licenziamo questi che ci seguono. Da ora. Senza attendere di essere sulla via di Betania. E poi dividiamoci in due gruppi e stiamo ad attendere Giuda, parte sulla via bassa, parte sulla via alta. Quelli più svelti sulla via bassa, gli altri su quella alta. Se anche il Maestro ci precede, ci vedrà giungere insieme, perché fuor di Betania un gruppo attenderà l’altro».
17La cosa è accolta. Congedano i discepoli. E poi vanno uniti sino al luogo da dove si può piegare verso il Getsemani e prendere la via alta sul monte degli Ulivi, e anche, costeggiando il Cedron, si prende la via bassa per Betania e Gerico…
Il cucciolo cerca il suo branco.
Veloce verso il covo delle belve.
18Giuda intanto corre via come un inseguito. Continua per qualche tempo a salire la vietta stretta che conduce verso la cima di Sion in direzione di ponente, poi piega per una vietta ancor più piccola, quasi un vicolo, che in luogo di salire scende verso mezzogiorno. É sospettoso. Corre e ogni tanto si volta indietro come spaventato. È visibilmente sospettoso di essere seguito. La vietta, tortuosa fra gli spigoli delle case messe senza norma edilizia, si apre già su un’ampiezza di campagna. Un colle è oltre la valle al di là delle mura. Un colle basso, coperto di ulivi, al di là dell’arida sassaia della valle di Innon. Giuda corre giù lesto, passando fra le siepi che son limite agli orticelli delle ultime case contro le mura, le povere case dei poveri di Gerusalemme, e non prende, per uscire dalla città, la porta di Sion che ha vicina, ma corre in su, verso un’altra porta un poco occidentale. È fuori di città. Trotta come un puledro per fare presto. Passa come un vento presso un acquedotto; poi, sordo ai loro lamenti, presso le tristi grotte dei lebbrosi di Innon. È chiaro che cerca i luoghi sfuggiti dagli altri. Va diretto verso il colle coperto di ulivi, solitario al sud della città. Tira un respiro di sollievo quando è alle sue pendici e rallenta il passo, si riassetta il copricapo, la cintura, la veste che si era rialzata, guarda facendo solecchio, perché ha il sole negli occhi, verso oriente, verso là dove è la strada bassa che va a Betania e Gerico. Ma non vede nulla che lo turbi. Anzi, uno spigolo del colle fa da sipario fra lui e quella via. Sorride. Prende a salire lentamente, per farsi passare il fiato grosso, il colle. E pensa intanto. E più pensa e più si fa scuro. Certo monologa fra sé, ma silenziosamente. Ad un certo punto si ferma, leva la borsa dal seno, la osserva, poi la rimette in seno, ma dopo averne diviso il contenuto, mettendone in parte nella sua borsa, perché appaia meno il volume che ha celato in seno, forse.
La tana delle fiere.
19Una casa è fra gli ulivi. Una bella casa. La più bella del colle, perché altre casette che sono sparse sulle pendici, non so se dipendenti dalla bella casa o facenti parte a sé, sono ben umili. Vi giunge attraverso una specie di viale insabbiato fra ulivi messi a dimora con ordine. Bussa alla porta. Si fa riconoscere. Entra. Va sicuro oltre l’atrio in un cortile quadrato intorno ai cui lati sono molte porte. Spinge una di esse.
Un branco di iene immonde.
20Entra in una vasta stanza dove sono diverse persone, delle quali riconosco il viso sornione e astioso insieme di Caifa, quello ultrafarisaico di Elchia, quello da faina del sinedrista Felice, insieme a quello di vipera di Simone. Più in là è Doras figlio di Doras, sempre più simile nelle fattezze a suo padre, e con lui Cornelio e Tolmai. E vi sono gli altri scribi Sadoc e Canania, vecchio di anni, incartapecorito, ma giovane in cattiveria, e Callascebona l’Anziano, e Natanael ben Faba e poi un certo Doro, un Simone, un Giuseppe, un Gioachino che non conosco. Caifa dice i nomi, io li scrivo. Egli termina: «.. adunati qui per giudicarti».
21Giuda ha un viso curioso: di paura, di stizza, di violenza insieme. Ma tace. Non sciorina la sua alterigia. Gli altri lo circondano schernitori e tutti dicono la loro.
22«Ebbene? Che ne hai fatto del nostro denaro? Cosa ci dici, uomo sapiente, uomo che fa tutto, e presto e bene? Dove è il tuo lavoro? Sei un bugiardo, un ciarliero buono a nulla. Dove è la donna? Più neanche quella hai? E così, in luogo di servirci, servi Lui, eh? È così che ci aiuti?». Una carica astiosa che urla e sbraita minacciosa, e della quale molte parole mi sfuggono.
I volti del cucciolo.
Il traditore.
23Giuda li lascia ben bene urlare. Quando sono stanchi e senza fiato parla lui: «Ho fatto quel che ho potuto. Che colpa ne ho io se è un uomo che nessuno può far peccare? Volevate provare la sua virtù, avete detto. Io vi ho dato la prova che Egli non pecca. Perciò vi ho serviti in quel che volevate. Siete forse riusciti, voi tutti, a metterlo in posizione di accusato? No. Da ogni vostro tentativo di farlo apparire peccatore, di trarlo in trappola, Egli è uscito più grande di prima. E allora, se non ci siete riusciti voi col vostro astio, dovevo riuscirci io che non lo odio, che sono soltanto deluso di avere seguito un povero innocente, troppo santo per poter essere un re, e un re che schiacci i suoi nemici? Che male mi ha fatto, Lui, perché io faccia a Lui del male? Dico così perché penso che voi lo odiate al punto di volerlo morto. Non posso più credere che volete soltanto persuadere il popolo che Egli è un folle, e persuadere noi, me, per nostro bene, e Lui stesso per pietà di Lui. Siete troppo generosi con me, e troppo furenti di vederlo al di sopra del male, perché lo possa credere. Mi avete chiesto che ne ho fatto del vostro denaro. L’uso che voi sapete ne ho fatto. Per convincere la donna ho dovuto spendere e spendere… E non mi è riuscito farlo con la prima e…».
Lo sciagurato.
24«Ma taci! Non è vero nulla. Essa era folle di Lui e certo è venuta subito. Del resto tu lo hai garantito, perché dicevi che essa te lo aveva confessato. Sei un ladro. Chissà a che ti è servito il nostro denaro!».
25«A rovinarmi l’anima, assassini di un’anima! A fare di me un subdolo, uno che non ha più pace, uno che si sente in sospetto presso di Lui e i compagni. Perché, sappiatelo, Egli mi ha scoperto… Oh! se mi avesse scacciato! Ma non mi scaccia. No. Non mi scaccia. Mi difende, mi protegge, mi ama!… Il vostro denaro! Ma perché ho preso il primo picciolo?».
26«Perché sei uno sciagurato. Intanto lo hai goduto il nostro denaro, ed ora piangi di averlo goduto. Falso! Intanto non si è combinato nulla, e le folle intorno a Lui crescono di numero e sono sempre più affascinate. La nostra rovina si approssima, e per tua colpa!».
27«Mia? E perché allora non avete osato prenderlo e accusarlo di volersi fare re? Mi avete pur detto che lo avete voluto tentare, nonostante vi avessi detto che era inutile, che Egli non ha fame di potere. Perché non lo avete indotto a peccare contro la sua missione, se siete tanto bravi?».
Il mostro.
28«Perché ci è sfuggito dalle mani. È un demonio che dilegua come un fumo quando vuole. È come un serpente: affascina, non si può più fare nulla se guarda».
29«Se guarda i nemici: voi. Perché io vedo che, se guarda quelli che non lo odiano con tutto loro stessi, come voi fate, allora il suo sguardo fa muovere, fa operare. Oh! il suo sguardo! Perché mi guarda così e mi fa buono, io che sono un mostro per me stesso e per voi, che mi fate mostro dieci volte?!».
30«Quante parole! Tu ci avevi assicurato che per il bene di Israele ci avresti aiutato. Ma non capisci, o sciagurato, che questo uomo è la nostra rovina?».
«Nostra? Di chi?».
«Ma del popolo tutto! I romani…».
31«No. È solo vostra la rovina. Voi temete per voi. Voi sapete che Roma non infierirà su noi per causa di Lui. Voi lo sapete questo, come lo so io, come lo sa il popolo. Ma voi tremate perché sapete, temete che Egli vi getti fuori dal Tempio, dal regno d’Israele. E farebbe bene. Bene farebbe a nettare la sua aia da voi, iene immonde, lordure, aspidi!…». E’ furente.
Qualifiche del cucciolo.
Il branco dilania il cucciolo.
32Lo afferrano, lo scrollano, resi a loro volta furenti, quasi lo atterrano… Caifa gli urla sul viso: «E va bene. Così è. Ma se così è, abbiamo diritto di difendere il nostro. E visto che le piccole cose non bastano più per persuaderlo a fuggire, a lasciar libero il campo, ecco che ora faremo da noi, lasciando indietro te, servo imbelle, spenditor di parole. E dopo Lui serviremo anche te, non dubitare, e…».
33Elchia tappa la bocca a Caifa e dice, con la sua flemma glaciale di serpe venefica: «No. Non così. Tu esageri, Caifa. Giuda ha fatto ciò che ha potuto. Non lo devi minacciare. In fondo non ha egli i nostri stessi interessi?».
34«Ma sei stolto, o Elchia? Io gli interessi di costui? Ma io voglio che Egli sia schiacciato! E Giuda vuole che Egli trionfi per trionfare con Lui. E tu dici…», urla Simone.
35«Pace, pace! Dite sempre che io sono severo. Ma ecco che oggi io sono l’unico buono. Bisogna capire e compatire Giuda. Egli ci aiuta come può. Ci è buon amico, ma è, naturalmente, anche amico del Maestro. Il suo cuore è ambasciato… Vorrebbe salvare il Maestro, se stesso e Israele… Come conciliare certe cose così opposte? Lasciamolo parlare».
Folle, ebete, fantoccio, aborto, deforme.
36La canea si calma. Giuda può infine parlare. E dice: «Elchia ha ragione. Io… Cosa volete da me? Non lo so ancor di preciso. Io ho fatto ciò che ho potuto. Io non posso fare di più. Egli è troppo più grande di me. Mi legge in cuore… e non mi tratta mai come merito. Io sono un peccatore, ed Egli lo sa e mi assolve. Se fossi meno vile dovrei… Uccidermi dovrei, per mettermi nell’impossibilità di fargli del male». Giuda si siede, accasciato. Col volto fra le mani, gli occhi sbarrati e fissi nel vuoto, soffre visibilmente nella lotta fra i suoi opposti istinti…
37«Fole! Cosa vuoi che sappia? Tu fai così perché sei pentito di esserti fatto avanti!», esclama quello chiamato Cornelio.
«E se così fosse? Oh, se così fosse! Se fossi realmente pentito e capace di stare in questo pentimento…»
«Ma lo vedete? Ma lo sentite? Poveri i nostri denari!», gracchia Canania.
38«Abbiamo a che fare con uno che non sa ciò che vuole. Peggio che un ebete abbiamo scelto!», rincara Felice.
«Ebete? Un fantoccio, devi dire! Lo tira con un filo il Galileo, va dal Galileo. Lo tiriamo noi e viene da noi», strilla Sadoc.
«Ebbene, se siete tanto più bravi di me, fate da voi. Io da oggi me ne disinteresso. Non aspettatevi più un avviso né una parola. Già non potrei più darvela, perché Egli è ormai in sospetto e mi sorveglia…».
«Ma se hai detto che ti assolve?».
39«Sì. Mi assolve. Ma appunto perché tutto sa. Tutto sa! Tutto sa! Oh!». Giuda si preme le mani sul viso.
«E va’ via, allora, femmina in veste d’uomo, malnato, deforme! Va’ via! Faremo da noi. E badati, badati da parlare di ciò a Lui, perché altrimenti te la faremo pagare».
40«Vado! Vado! Mai fossi venuto! Però ricordatevi ciò che vi ho già detto. Egli ha incontrato tuo padre, Simone, e tuo cognato, Elchia. Non credo che Daniel abbia parlato. Ero presente e non li ho mai visti parlare in disparte. Ma tuo padre! Non ha parlato, a quel che dicono i miei condiscepoli. Non ha neppure rivelato il tuo nome. Si è limitato a dire che suo figlio lo ha scacciato perché egli amava il Maestro e non approvava la tua condotta. Ma ha già detto che noi ci vediamo, che io vengo in casa tua… E potrebbe dire anche il resto. Tecua non è ai confini del mondo… Non dite poi che ho parlato io, quando già in troppi sanno i vostri propositi».
41«Mio padre non parlerà mai più. È morto», dice lentamente Simone.
«Morto? Lo hai ucciso? Orrore! Perché mai ti ho detto dove era?…».
«Io non ho ucciso nessuno. Non mi sono mosso da Gerusalemme. Ci sono tante maniere di morire. Ti fai stupore che un vecchio, e un vecchio che va ad esigere delle monete, venga ammazzato? Del resto… colpa sua. Se stava quieto, se non aveva occhi e orecchi e lingua per vedere, udire e rimproverare, sarebbe ancora onorato e servito nella casa di suo figlio…», dice con una lentezza esasperante Simone.
«Insomma… lo hai fatto uccidere? Parricida!».
«Tu sei pazzo. Il vecchio è stato percosso, è caduto, ha urtato il capo, è morto. Una disgrazia. Una semplice disgrazia. Mal per lui che gli toccò esigere il pedaggio da un malandrino…»
«Ti conosco, Simone. E non posso credere… Sei un assassino…». Giuda è allibito.
L’altro gli ride in faccia ripetendo: «E tu deliri. Vedi un delitto dove è soltanto una sciagura. Io l’ho saputo soltanto ieri l’altro e ho provveduto. A far vendetta e a dare onore. Ma se ho potuto onorare il cadavere, non ho potuto afferrare l’assassino. Qualche ladrone certo, calato dall’Adomin a spacciare sui mercati le sue prede… Chi lo piglia più?».
«Non credo… Non credo… Via! Via! Lasciatemi andare! Siete… peggio di sciacalli… Via! Via!», e raccatta il mantello che gli era caduto e fa per uscire.
42Ma Canania lo afferra con la mano grifagna: «E la donna? Dove è la donna? Che ha detto? Che ha fatto? Lo sai?».
«Nulla so… Lasciami andare…».
«Tu menti! Sei un bugiardo!», urla Canania.
«Non lo so. Lo giuro. È venuta. Questo è certo. Ma nessuno l’ha vista. Non io che ho dovuto partire subito con il Rabbi. Non i miei compagni. Li ho abilmente interrogati… Ho visto i gioielli spezzati che Elisa ha portato in cucina… e altro non so. Lo giuro per l’Altare e il Tabernacolo!».
«E chi ti può credere? Sei un vile. Come tradisci il Maestro, puoi tradire anche noi. Ma bada a te!».
43«Non tradisco. Lo giuro per il Tempio di Dio!».
«Sei uno spergiuro. Il tuo volto lo dice. Servi Lui e non noi…».
«No. Lo giuro sul Nome di Dio».
«Dillo, se osi, a convalida del tuo giurare!».
«Lo giuro su Jeové!», e diviene terreo nel pronunciare il Nome di Dio così. Trema, balbetta, non lo sa neppure dire come viene di solito pronunciato. Sembra che dica un J, una acca, un ve molto strascicato, direi finito in aspirazione. Ricostruirei così: Jeocvèh. In modo strano, insomma.
Un silenzio direi pauroso si è fatto nella stanza. Si sono persino scostati da Giuda… Ma poi Doras e un altro dicono: «Ripeti lo stesso giuramento a convalida che tu servirai noi soli…».
44«Ah, no! Maledetti! Questo no! Vi giuro che non vi ho traditi e che non vi denuncerò al Maestro. E già faccio un peccato. Ma il mio futuro non lo lego a voi. A voi che domani, nel nome del giuramento, potreste impormi… qualunque cosa, anche un delitto. No! Denunciatemi come sacrilego al Sinedrio, denunciatemi come assassino ai romani. Non mi difenderò. Mi farò ammazzare… E sarà cosa buona per me. Ma io non giuro più… più giuro…», e si libera con degli sforzi violenti da chi lo tiene, e fugge via urlando: «Però sappiate che Roma sorveglia voi, che Roma ama il Maestro…». Una potente usciata che fa rimbombare la casa indica che Giuda è uscito da quel covo di lupi.
Provvedimenti del branco .
45Si guardano in volto… La rabbia, e forse la paura, li fa lividi… E, non potendo sfogare la loro ira e paura su alcuno, si accapigliano fra di loro. Ognuno cerca di addossare all’altro la responsabilità dei passi fatti e delle conseguenze che possono avere. Chi rimprovera in un senso e chi nell’altro. Chi per il passato. Chi per il futuro. Chi urla: «Sei stato tu a voler sedurre Giuda», e chi: «Avete fatto male a trattarlo male. Vi siete scoperti!», e chi propone: «Corriamogli dietro, con del denaro, con delle scuse…».
46«Ah! questo no!», strilla Elchia che è il più rimproverato.
«Lasciate fare a me e dovrete dirmi che ho saggezza. Giuda senza più denaro si farà mite. Oh! mite come un agnello!», e ride serpentino.
«Terrà duro oggi, domani, forse un mese… Ma poi… È troppo vizioso per poter vivere nella povertà che gli dà il Rabbi… e verrà a noi… Ah! Ah! Lasciatemi fare! Lasciatemi fare! Io so…».
47«Sì. Ma intanto… Hai sentito? I romani ci spiano! I romani lo amano! Ed è vero. Anche questa mattina e ieri, e ieri l’altro, c’erano ad attenderlo nell’atrio dei Pagani. Le donne dell’Antonia ci sono sempre… Vengono persino da Cesarea per sentirlo…».
48«Capricci di femmine! Non me ne preoccupo. L’uomo è bello. E parla bene. Esse sono pazze per i ciarlieri demagoghi e filosofi. Per loro il Galileo è un di questi, nulla più. E serve per svagarsi nei loro ozi. Pazienza ci vuole a riuscire! Pazienza e astuzia. E coraggio anche. Ma voi non lo avete. E volete fare ma non apparire. Io ve l’ho detto ciò che farei. Ma non volete…».
49«Temo il popolo, io. Lo ama troppo. Amore di qua. Amore di là… Chi lo tocca? Se cacciamo Lui, saremo cacciati noi… Bisogna…», dice Caifa.
50«Bisogna non lasciarsi scappare più l’occasione. Quante ne abbiamo perdute! Alla prima che si presenta occorre premere sugli incerti fra noi, e poi agire anche con i romani».
51«Presto detto! Ma quando, dove abbiamo avuto occasione di farlo? Egli non pecca, non tende al potere, non…».
60«Se non c’è, la si crea… Ed ora andiamo. Intanto domani lo sorveglieremo… Il Tempio è nostro. Fuori comanda Roma. Fuori è il popolo a difenderlo. Ma dentro al Tempio…».
23. La consegna del Messia agli uomini-demoni[226].
76Anche Gesù se ne va… Ma prima dice a Giuda di Keriot: «Va’ dove devi andare», e agli altri: «Ognuno è libero di andare. Dove deve o dove vuole. Con Me restino i discepoli pastori».
77«Oh! prendi anche me con Te, Signore!», dice Stefano.
«Vieni…».
Luogo della consegna.
78Si separano. Non so dove va Gesù. Ma so dove va Giuda di Keriot. Va alla porta Speciosa o Bella, salendo i diversi scalini che dall’atrio dei Gentili portano a quello delle donne, e dopo averlo attraversato, salendo al termine di esso altri scalini, occhieggia nell’atrio degli Ebrei e con ira batte il piede al suolo non trovando chi cerca.
Torna indietro. Vede una delle guardie del Tempio. La chiama. Ordina, con la sua solita arroganza: «Va’ da Eleazar ben Anna. Che venga subito alla Bella. Lo attende Giuda di Simone per cose gravi».
79Si appoggia a una colonna e attende. Poco tempo. Eleazaro figlio di Anna, Elchia, Simone, Doras, Cornelio, Sadoc, Nahum e altri accorrono con un grande svolazzìo di vesti.
80Giuda parla a voce bassa ma concitata: «Questa sera! Dopo la cena. Al Getsemani. Veniteci e prendetelo. Datemi il denaro».
«No. Te lo daremo quando tu verrai a prenderci questa sera. Non ci fidiamo di te! Ti vogliamo con noi. Non si sa mai!», ghigna Elchia. Gli altri assentono in coro.
Giuda avvampa di sdegno per l’insinuazione. Giura: «Lo giuro su Jeové che dico il vero!».
Modo della consegna.
81Sadoc gli risponde: «Va bene. Ma è meglio fare così. Quando è l’ora tu vieni, prendi i preposti alla cattura e vai con loro, ché non avvenga che le guardie stolte arrestino Lazzaro, al caso, e facciano accadere guai. Tu indicherai ad esse, con un segno, l’uomo… Devi capire! È notte,… ci sarà poca luce… le guardie saranno stanche, assonnate… Ma se tu guidi!… Ecco! Che dite?». Si volge ai compagni il perfido Sadoc e dice: «Io proporrei per segnalare un bacio. Un bacio! Il miglior segno per indicare l’amico tradito. Ah! Ah!».
Ridono tutti. Un coro di demoni sghignazzanti.
Il volto del traditore
82Giuda è furente. Ma non arretra. Non arretra più. Soffre per lo scherno che gli fanno, non per quello che sta per fare. Tanto che dice: «Ma ricordate che voglio le monete contate nella borsa prima di uscire di qui con le guardie».
«Le avrai! Le avrai! Anche la borsa ti daremo, perché tu possa conservare quelle monete come reliquia del tuo amore. Ah! Ah! Ah! Addio, serpe!».
83Giuda è livido. È già livido. Non perderà mai più quel colore e quell’espressione di spavento disperato. Essa, anzi, coll’andar delle ore si accentuerà sempre più, sino ad essere insostenibile alla vista quando penzolerà dall’albero… Fugge via…
Il nuovo rito è compiuto[227].
61Gesù rientra. Ha in mano il calice vuoto. Appena sul fondo vi è un’ombra di vino, e sotto la luce del lampadario pare proprio sangue.
62Giuda Iscariota, che ha davanti il calice, lo guarda come affascinato e poi ne torce lo sguardo.
Gesù l’osserva ed ha un brivido che Giovanni, appoggiato come è al suo petto, sente. «Ma dillo! Tu tremi…», esclama.
«No. Non tremo per febbre… 16Io tutto vi ho detto e tutto vi ho dato. Di più non potevo darvi. Me stesso vi ho dato». Ha il suo dolce gesto delle mani che, prima congiunte, ora si disgiungono e si allargano, mentre la testa si china come per dire: «Scusate se non posso di più. Così è».
63«Tutto vi ho detto e tutto vi ho dato. E ripeto. Il nuovo rito è compiuto. Fate questo in memoria di Me. Io vi ho lavato i piedi per insegnarvi ad essere umili e puri come il Maestro vostro. Perché in verità vi dico che, come è il Maestro, così devono essere i discepoli. Ricordàtelo, ricordàtelo. Anche quando sarete in alto, ricordàtelo. Non vi è discepolo da più del Maestro. Come Io vi ho lavato, voi fatelo fra voi. Ossia amatevi come fratelli, aiutandovi l’un l’altro, venerandovi a vicenda, essendo l’un coll’altro d’esempio. E siate puri. Per essere degni di mangiare il Pane vivo disceso dal Cielo ed avere in voi e per Esso la forza d’essere i miei discepoli nel mondo nemico, che vi odierà per il mio Nome.
Il traditore del Messia.
Il traditore(Mt 26,21; Mc 14,18; Lc 22,21; Gv 13,21)[228].
64Ma uno di voi non è puro. Uno di voi mi tradirà. Di questo sono fortemente conturbato nello spirito… La mano di colui che mi tradisce è meco su questa tavola, e non il mio amore, non il mio Corpo e il mio Sangue, non la mia parola lo ravvedono e lo fanno pentito. Io lo perdonerei, andando alla morte anche per lui».
I discepoli si guardano esterrefatti. Si scrutano, in sospetto l’un dell’altro. Pietro fissa l’Iscariota in un risveglio di tutti i suoi dubbi. Giuda Taddeo scatta in piedi per guardare a sua volta l’Iscariota al disopra del corpo di Matteo.
L’impenitente (Mt 26,22-25; Mc 14,19-21; Lc 22,22-23; Gv 13,22)[229].
65Ma l’Iscariota è così sicuro! A sua volta guarda fisso Matteo come sospettasse di lui. Poi fissa Gesù e sorride chiedendo: «Son forse io quello?». Pare il più sicuro della sua onestà e che dica così, tanto per non lasciare cadere la conversazione.
Gesù ripete il suo gesto dicendo: «Tu lo dici, Giuda di Simone. Non Io. Tu lo dici. Io non ti ho nominato. Perché ti accusi? Interroga il tuo interno ammonitore, la tua coscienza di uomo, la coscienza che Dio Padre ti ha data per condurti da uomo, e senti se ti accusa. Tu lo saprai prima di tutti. Ma se essa ti rassicura, perché dici una parola e pensi un fatto che è anatema anche a dirlo o a pensarlo per giuoco?».
Gesù parla con calma. Sembra sostenga la tesi proposta come lo può fare un dotto alla sua scolaresca. Il subbuglio è forte. Ma la calma di Gesù lo placa.
Il boccone accusatore (Gv 13,23-26)[230].
66Però Pietro, che è il più sospettoso di Giuda -forse lo è anche il Taddeo, ma lo pare meno, disarmato come è dalla disinvoltura dell’Iscariota- tira Giovanni per la manica e quando Giovanni, che si è tutto stretto a Gesù udendo parlare di tradimento, si volge, gli sussurra: «Chiedigli chi è».
Giovanni riprende la sua posizione, solo alza lievemente il capo come per baciare Gesù, e intanto gli mormora all’orecchio: «Maestro, chi è?».
67E Gesù pianissimo, rendendogli il bacio fra i capelli: «Colui a cui darò un pezzo di pane intinto».
E preso un pane ancora intero, non il resto di quello usato per l’Eucarestia, ne stacca un grosso boccone, lo intinge nel succo lasciato dall’agnello nel vassoio, allunga al disopra della tavola il braccio e dice: «Prendi, Giuda. Questo a te piace».
«Grazie, Maestro. Mi piace, sì», e ignaro di ciò che è quel boccone se lo mangia, mentre Giovanni, inorridito, chiude persino gli occhi per non vedere l’orrido riso dell’Iscariota mentre coi denti forti morde il pane accusatore.
Il mostro va a compiere il delitto(Gv 13,27-30)[231].
68«Bene. Ora che ti ho fatto felice, va’», dice Gesù a Giuda. «Tutto è compiuto qui (marca molto la parola). Quello che resta ancora da fare altrove fallo presto, Giuda di Simone».
«Ti ubbidisco subito, Maestro. Poi ti raggiungerò al Getsemani. Vai là, vero? Come sempre?».
«Vado là… come sempre… sì».
«Che ha da fare?», chiede Pietro. «Va solo?».
«Non sono un pargolo», motteggia Giuda che si sta mettendo il mantello.
69«Lascialo andare. Io e lui sappiamo ciò che si deve fare», dice Gesù.
«Sì, Maestro». Pietro tace. Forse pensa di avere peccato di sospetto verso il compagno. Con la mano sulla fronte, pensa.
Gesù si stringe al cuore Giovanni e torna a sussurrargli fra i capelli: «Non dire nulla a Pietro, per ora. Sarebbe un inutile scandalo».
«Addio, Maestro. Addio, amici». Giuda saluta.
«Addio», dice Gesù.
E Pietro: «Ti saluto, ragazzo».
Giovanni, col capo quasi nel grembo di Gesù, mormora: «Satana!». Solo Gesù l’ode e sospira.
[1]26 gennaio1945. GESU’ DI NAZARETH, La Buona Novella ai piccolo del gregge di Gesù. Opera inedita. Vol 2 N° 88
[2] 11 febbraio 1945. Vol 2 N° 104
[3] 10 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 126
[4] 11 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 227
[5] “Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio. Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia” (Rm 6,12-14).Vedere anche i passi biblici dai quali risulta la nobiltà o santità del corpo umano, la cura che Dio ne ha, la meta a cui è destinato: Romani 8,1-13.23; 1 Corinzi 3,16-17;
[6] Nadab ed Abiu erano figli di Arone (Es 6,23); “Essi videro il Dio d’Israele” (Es 24,9-11); furono consacrati sacerdoti dell’Altissimo (Es. 28,1); “Offrirono davanti al Signore un fuoco illegittimo, che il Signore non aveva loro ordinato. Ma un fuoco si staccò dal Signore e li divorò e morirono così davanti al Signore” (Levitico 10,1-2).
[7] 15 giugno 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 3 N° 190
[8] Genesi 19,23-29
[9]9 aprile 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 6 N° 413
[10] Il Signore mi mostrò due canestri di fichi posti davanti al tempio. Un canestro era pieno di fichi molto buoni, come i fichi primaticci, mentre l’altro canestro era pieno di fichi cattivi, così cattivi che non si potevano mangiare… “Come si ha riguardo di questi fichi buoni, così io avrò riguardo, per i loro bene dei deportati di Giuda… Come invece si tattano i fichi cattivi, che non si possono mangiare tanto sono cattivi così io farò di Sedecìa re di Giuda, dei suoi capi e del resto di Gerusalemme,ossia dei superstiti in questo paese” (Ger 24,1-10)
[11] Esodo 12,1-14. Vol. 6 N° 413
[12] Vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: “Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finchè non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi” (Ap 7,2-3).
[13] “… La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra”. Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato. Caino si allontanò dal Signore (Gen 4,1-16).
[14] “Avvicinatevi, voi che dovete punire la città, ognuno con lo strumento di sterminio in mano”. In mezzo a loro c’era un altro uomo, vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco. Il Signore chiamò l’uomo vestito di lino e gli disse: “Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono”. Agli altri disse: “Seguitelo attraverso la città e colpite! Il vostro occhio non perdoni, non abbiate misericordia. Vecchi, giovani, ragazze, bambini e donne, ammazzate fino allo sterminio:solo non toccate chi abbia il tau in fronte; cominciate dal mio santuario!” (Ez 9,1-7).
[15]IL VANGELO ETERNO: Dopo che ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo (Lc 11,37).
[16] “Il Cristo, come Dio e come Santo dei Santi, penetrava nelle coscienze, vedeva e conosceva i loro riposti segreti (introspezione perfetta); come Uomo, conosceva, solo secondo il modo umano, le persone e i luoghi, quando il Padre suo e la sua propria natura divina non giudicavano essere tutile il conoscere luoghi e persone senza chiedere” (Poema dell’Uomo – Dio. 2° volume, pag. 118, nota 7,)
[17] 10 aprile 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6 N° 414. Poema: VI, 103
[18]IL VANGELO ETERNO: Egli entro (nella casa del fariseo) (Lc 11,37)
[19] Deuteronomio 27,15
[20] Giuditta si alzò dalla prostrazione, si tolse il sacco di cui era rivestita, depose le vesti di vedova, poi lavò con acqua il corpo e lo unse con profumo denso; spartì i capelli del capo e vi impose il diadema. Poi si mise gli abiti da festa, che aveva usati quando era vivo suo marito Manàsse. Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccialetti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affascinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista (Giuditta 10,1-4). Quando ebbe finito di pregare, Ester si tolse le vesti da schiava e si coprì di tutto il fasto del suo grado. Divenuta così splendente di bellezza… si presentò al re Assuero (Ester 5,1)
[21]IL VANGELO ETERNO: E si mise a tavola (Lc 11,37).
[22] “Perché le genti congiurano, perché invano cospirano i popoli? Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia. Egli mi ha detto: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (Sal. 2,1-2.7); 15; 21; 44; 71; 109; Isaia 2,1-5; 4,2-3; 7,10-25; 9,1-6; 11,1-16; 37,30-32; 42,1-9; 49,1-26; 50,4-11; 53,12
[23] Il Signore dice per voca di Sofonia: “Guai alla città ribelle e contaminata, alla città prepotente! I suoi capi in mezzo ad essa sono leoni ruggenti, i suoi giudici sono lupi della sera, che non hanno rosicchiato dal mattino. I suoi profeti sono boriosi, uomini fraudolenti. I suoi sacerdoti profanano le cose sacre, violano la legge” (Sof. 3,1-4). I profeti esaltati, uomini senza fede e fraudolenti sono i falsi profeti e quindi non c’è base di appoggio sulle parole che vengono dai falsi profeti. Ma se dovessimo, da questa profezia concludere che i profeti di tutti i tempi sono fraudolenti, dovremmo dire che Dio ha tratto in inganno il suo popolo e ciò è impossibile.
[24] “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventu- ra. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: ‘Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa’ ” (Sofonia 3,14-18).
[25] “ L’infamia mi sta sempre davanti e la vergogna corpe il mio volto per la voce di chi insulta e bestemmia, davanti al nemico che brama vendetta” (Sal 44,16-17). “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?… Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherni- scono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: ‘Si è affi- dato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico’ ” (Sal 22,2.7-9).
[26]“Perciò aspettatemi – parola del Signore – quando risorgerò per accusare, perché ho decretato di adunare le genti, di convocare i regni, per riversare su di essi la mia collera, tutta la mia ira ardente: poiché dal fuoco della mia gelosia sarà consumata tutta la terra” (Sofonia 3,8).
[27] “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire… egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti… Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo” (Isaia 53,3-8).
[28] “Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza” (Isaia 53,10-11).
“Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non rimanessi nella tomba” (Sal 30,4). “Ma Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dal potere della morte” (Sal 49,16). “Di quiesto gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,9-11).
[29] Intangibile perchè spirituale e rovente come il fuoco: “ Ecco viene. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento…” (Ml 3,2-3.19).
[30] “Maledetto chi uccide il suo prossimo in segreto!” (Dt 27,24)
[31] “Maledetto chi accetta un regalo per condannare a morte un innocente! (Dt 27,25).
[32] L’Halascia, l’Haggadha e i Midrasciot sono i commentari rabbinici della Bibbia: Lc 11,51
[33] “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerò nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’al- leanza, che voi sospirate” (Ml 3,1); Mc 1,2
[34]IL VANGELO ETERNO: Il fariseo si meravigliò che (Gesù) non avesse fatto le abluzioni prima di pranzo (Lc11,38).
[35]IL VANGELO ETERNO: Allora il Signore gli disse: “Voi farisei purificate l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità” (Lc 11,39).
[36]IL VANGELO ETERNO: “Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo” (Lc 11,40-41)
[37]IL VANGELO ETERNO: “Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta,della rota e di ogni erbaggio, e poi trasgredite la giustizia e l’amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le altre” (Lc 11,42).
[38]IL VANGELO ETERNO: “Guai a voi perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo” (Lc 11,44).
[39]IL VANGELO ETERNO: Uno dei dottori della legge intervenne: “Maestro, dicendo questo, offendi anche noi” (Lc 11,45).
[40]IL VANGELO ETERNO: Egli rispose: “Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!” (Lc 11,46).
[41]IL VANGELO ETERNO: “Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi date testimonianza e approvazione alle opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite loro i sepolcri. Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò a loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno; perché sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo, dal sangue di abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione” (Lc 11, 47-51) .
[42]IL VANGELO ETERNO: “Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito” (Lc 11,52) .
[43]IL VANGELO ETERNO: Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo ostilmente e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca (Lc 11,53-54) .
[44] 19 dicembre 1946. GESU DI NAZARETH, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 8 N° 542
[45] Parola ebraica che, in senso metaforico, significa: soazzatyuram soircuzua, obbrobrio: 1 Re 14,10
[46] 16-17 aprile 1947. Vol 10. N° 632
[47] 13 luglio 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4 N° 217. Poema: III, 79
[48]IL VANGELO ETERNO: In quel tempo Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e, sfregandole con le mani, le mangiavano. (Mt 12,1; Mc 2,23; Lc 6,1).
[49]IL VANGELO ETERNO: Alcuni farisei dissero a Gesù: “Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato. Perché fanno ciò che non è permesso di sabato?” (Mt 12,2; Mc 2,24; Lc 6,2)
[50]IL VANGELO ETERNO: Ma egli rispose loro: “Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell’offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?” (Mt 12,3-4; Mc 2,25-26; Lc 6,3-4).
[51]IL VANGELO ETERNO: “O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora Io vi dico che qui c’è qual cosa più grande del tempio” (Mt 12,5-6).
[52]IL VANGELO ETERNO: “Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia Io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa”. E diceva loro: “Il sabato è stao fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato!”. (Mt 12,7-8; Mc 2,27-28;Lc 6,5).
[53] 13 luglio 1945. Poema: III, 79
[54]IL VANGELO ETERNO: In quel tempo Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e, sfregandole con le mani, le mangiavano. (Mt 12,1; Mc 2,23; Lc 6,1).
[55]IL VANGELO ETERNO: Alcuni farisei dissero a Gesù: “Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato. Perché fanno ciò che non è permesso di sabato?” (Mt 12,2; Mc 2,24; Lc 6,2)
[56]IL VANGELO ETERNO: Ma egli rispose loro: “Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell’offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?” (Mt 12,3-4; Mc 2,25-26; Lc 6,3-4).
[57]IL VANGELO ETERNO: “O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora Io vi dico che qui c’è qual cosa più grande del tempio” (Mt 12,5-6).
[58]IL VANGELO ETERNO: “Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia Io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa”. E diceva loro: “Il sabato è stao fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato!”. (Mt 12,7-8; Mc 2,27-28;Lc 6,5).
[59] 24 gennaio 1946.La Buona Novella. Op. Cit. Vol 6 N°368 Poema: V, 56
[60]Dell’impurità per il parto: “Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole” (Lev 12,2). “Se l’uomo si trova sul giaciglio o sul mobile mentre essa vi siede, per tale contatto sarà immondo fino alla sera”(Lev. 15,23).
[61]dell’impurità per i cadaveri: “Un sacerdote non davrà rendersi immondo per il contatto con un morto della sua parentela, se non per un suo parente stretto. Signore tra i suoi parenti, non si dovrà contaminare, profanando se stesso” (Lev 21,1.4); “Quando un uomo o una donna farà un voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi al Signore. Per tutto il tempo in cui rimane consacrato al Signore, non si avvicinerà a un cadavere”(Numeri 6,2.6-8). Se uno che è contaminato per il contatto di un cadavere tocca qualunque cosa, sarà essa imonda ( Cfr. Ageo 2,13): Perciò “Chiunque ha toccato un cadavere si purifichi il terzo e il settimo giorno” (Num 31,19);
[62]dell’impurità per la lebbra: “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! Sarà immondo finchè avrà la piaga; è immondo, se ne satarà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lev 13,45-46; Num 12; Dt 24,8-9)
[63]a riguardo del delitto della bestemmia: “Chiunque maledirà il suo Dio, porterà la pena del suo peccato. Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte” (Levitino 24,15-16)
[64] 24 settembre 1946. GESU’ DI NAZARETH, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 8. N° 501
[65] “Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero? Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco” (Is 1,11). “Anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo” (Amos 5,22).
[66] “Poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Osea 6,6). “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente” (Rm 12,1-2)
[67] Sal 51,19.
[68] Non mentire al Signore e non allontanarti dalla sua presenza: Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?” E Caino si allontanò dal Signore (Gn 4,9-16).
[69] Non nasconderti dal Signore: Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo Adamo con sua moglie Eva si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino (Gen 3,8-10).
[70] Il Signore aggiunse a Mosè: “Ordina agli Israeliti che si facciano fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola. Avrete tali fiocchi e, quando li guarderete, vi ricorderete di tutti i comandi del signore per metterli in pratica e sarete santi per il vostro Dio” (Nm 15,37-35).
[71]< Concisa e bellissima orazione, redatta secondo il classico stile biblico e liturgico (lode e domanda, armoniosamente connesse) >
[72] Allusione al Giudizio universale: Mt 25,31-46
[73] 5 novembre 1946. La Buona Novella. Vol 8, N° 525
[74] “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re” (Zc 9,9).
[75] “Colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità dai giorni più remoti” (Michea 5,1)
[76] “Sulle sue spalle è il segno della sovranità” (Is 9,5). “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio” (2 Sam 7,14).
[77] “Egli starà là e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra e tale sarà la pace” (Mi 5,3).
[78]“Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore” (Is 9,5-6).
[79] Signore, Dio: “Innalzerò al mio Dio un canto nuovo: Signore, grande sei tu e glorioso, mirabile nella tua potenza e invincibile. Ti sia sottomessa ogni tua creatura: perché tu dicesti e tutte le cose furon fatte; mandasti il tuo spirito e furono costruite e nessuno può resistere alla tua voce. I monti sulle loro basi insieme con le acque sussulteranno, davanti a te le rocce si struggeranno come cera; ma a coloro che ti temono tu sarai sempre propizio” (Giuditta 16,13-15).
[80]Il pettorale del giudizio: coperto con una incastonatura di pietre preziose: prima fila: cornalina, topazio, smeraldo. Seconda fila: turchese, zaffiro, berillo. Terza fila: giacinto, àgata, ametista. Quarta fila: crisolito, ònice, diaspro. Le pietre corrispondono ai nomi degli Israeliti, secondo le dodici tribù (Esodo 28,15-21).
Le fondamenta delle mura della città santa: sono adorne di ogni specie di pietre preziose. “Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista” (Ap 21,19-20).
Significato delle pietre preziose: Topazi: credono; ametiste: sperano; smeraldi: amano; zaffiri: si pentono; rubini: vivono e muoiono nella giustizia; sardonici: soffrono; agate: lasciano l’errore per la Verità; crisoliti: erano duri di cuore e miti si sono fatti; berilli: gli innocenti; onici: i pentiti; diaspri: quelli che si spogliano di ogni cosa per essere agili a seguire il Signore; opali: i vergini dallo spirito splendente di luce.
[81] “Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell’interno oltre il velo, introdurrai l’arca della Testimonianza. Il velo sarà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei santi” (Es 26,33). Il velo chiude al fedele il Santo dei santi, dimora di Jahve. Solo il sommo sacerdote vi entra, nel grande giorno dell’espiazione (Lv 16; cf Eb 9,6-14). Questo velo si squarciò in due da cima a fondo dopo che il Messia spirò (Mt 27,50-51) per indicare la fine della religione del tempio e che d’allora in poi, ogni ginocchio si deve piegare davanti al Messia risorto, vivo e presente nell’uomo e nei sacramenti della sua chiesa.
[82] “Maestà e bellezza sono davanti a lui” (Sal 96,6). Perché piacque a Dio di fare abitare in Cristo ogni pienezza (Col 1,19).
[83] “Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino, né alcuno il proprio fratello, dicendo: Conosci il Signore! Tutti infatti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande di loro” (Eb 8,11).
[84] “E’ in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9)
[85] “Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo. Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con un perla sola della tua collana!” (Cc 4,1.7.9).
[86] Maria e Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna etiope che aveva sposata. Dissero: “Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?” L’ira del Signore si accese contro di loro ed egli se ne andò la nuvola si ritirò di sopra alla tenda ed ecco Maria era lebbrosa” (Nm Cap. 12,1-2.9-10)
[87] In quel tempo era giudice d’Israele una profetessa, Debora, Essa sedeva sotto la palma di Debora e gli Israeliti venivano a lei per le vertenze giudiziarie. Esa mandò a chiamare Barak, e gli disse: “Il Signore, Dio d’Israele, ti dà quest’ordine: Va’, marcia sul monte Tabor . Io attirerò verso di te al torrente Kison Sisara, con i suoi carri e la sua numerosa gente, e lo metterò nelle tue mani” Cc 4,4-7).
[88] “Sia benedetta fra le donne Giaele, benedetta fra le donne della tenda! Acqua egli chiese, latte essa diede, in una coppa da principi offrì latte acido. Una mano essa stese al picchetto e la destra a un martello da fabbri, e colpì Sisara, lo percosse alla testa, ne fracassò, ne trapassò la tempia. Ai piedi di lei si contorse, ricadde, dove si contorse, là ricadde finito” (Giudici 5,24-27).
[89] Oloferne si deliziò della presenza di Giuditta e bevve abbondantemente tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto solo in un giorno da quando era al mondo. Quando si fece buio, i suoi servi si affrettarono a ritirarsi. Giuditta, fermatasi presso il divano di lui. Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: “Dammi forza, Signore Dio d’Israele, in questo momento”. E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa…” (Giuditta 13,1-10).,
[90] “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. “L’anima mia magnifica il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,38. 46-48).
[91] “Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole” (Cc 6,10).
[92] “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle” Ap 12,1-2).
[93] Maria è la nuova Arca della nuova Alleanza, con Maria cessa, per volontà di Dio, il culto all’Araca dell’Alleanza d’Israele, come dice il Profeta: “ In quei giorni non si parlerà più dell’arca dell’alleanza del Signore; nessuno ci penserà né se ne ricorderà; essa non sarà rimpianta né rifatta. In quel tempo chiameranno Gerusalemme trono del Signore” (Ger 3,14-18); Maria è il Trono del Signore e l’Arca della Nuova Alleanza visto dall’Apostolo: “Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza” (Ap 11,19). Quindi, Sabea vedette giusto.
[94] Allusione al nostro tempo, tempo delle nazioni, tempo del colmo dei peccati, tempo di mostruosità, di terrorismo, di nubi tossiche, di sterminio, di tenebre mentale, di oscurità morale, di caligine infernale, di allarme, di angoscia e di afflizione ( Sofonia 1,14-16)
[95] Le apparizioni mariane di tutti i tempi, ma specialmente La Salette, Fatima, Lourdes…
[96] “Unica è la mia colomba, la mia perfetta” (Cc 6,9)
[97] “Sono cresciuta come un ulivo maestoso nella pianura. Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti. Quanti si nutrono di me avranno ancora fame. Chi mi obbedisce non si vergognerà, chi compie le mie opere non peccherà” ( Sir 24,14.18-21) Gen 8,6-12.
[98] Giudici 4-5; Giuditta 8-16
[99] “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata” (Cc 4,12)
[100] Mentre Gesù parlava, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!” (Lc 11,27)
[101] Allora Maria disse: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome” (Lc 1,49)
[102] Lo scriba doveva sapere che il Messia sarebbe stato umile per natura, perché così sta scritto: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”.
[103] “Egli mangerà panna e miele” (Is 7,15: Il cuore del Messia si alimenta di Mitezza e Umiltà, sono virtù che non hanno nulla in comune con l’orgoglio, perciò il Messia non conoscendo orgoglio e superbia poté affermare: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.
[104] Gen 3,1-13; Sir 25,33; 2 Cor 11,13; 1 tm2,11-14
[105] “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe; questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15).
[106] “ Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14).
[107] “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, di consiglio e di fortezza, di conoscenza e di timore del Signore (Is 11,1-2).
[108] “Pace! Pace! O Re” Si noti che la Scrittrice non sapeva il latino, il greco e l’ebraico.
[109] Anche questa ora è ora di prova, perché il Signore è venuto in modo nuovo ed è in questo “Libro” per una scernita: chi lo ama lo segue; chi non lo ama, lo legge e poi lo lascia per altri libri, per altra dottrina, per altri idoli.
[110] “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Is 40,3-5; Lc 3,4-6).
[111] “Chiunque maledirà il suo Dio, porterà la pena del suo peccato. Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte” (Levitico 24,15-16).
[112] “Non vergognarti della testimonianza da rendere al Signore nostro Gesù Cristo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, secondo il suo proposito e la sua grazia che ci è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo (2 Tm 1,9-11). “Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati per sua misericordia” (Tt 3,4-7). “Si è manifestata infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della (seconda) manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” ( Tt 2,11-14);
[113] “Beati voi quando vi perseguiteranno. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi” (Mt 5,11-12)
[114] Seno d’Abramo: stato di pace e di consolazione celeste (cf. Lc 16,22-25). Significa anche il limbo dei Patriarchi e dei giusti d’Israele in attesa del Messia – Redentore: Gen 15,15; 47,30; Dt 31,16; Giudici 2,10; Mt 8,11
[115] “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10,28).
[116] “Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi. Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele” (Is 43,21-22)
[117] “La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra” (Ap 14,1-4).
[118] “Le vostre iniquità hanno scavato un abisso fra voi e il vostro Dio. Le vostre palme sono macchiate di sangue e le vostre dita di iniquità. I loro piedi corrono al male, si affrettano a spargere sangue innocente. Speravamo la luce ed ecco le tenebre. Tastiamo come ciechi, inciampiamo a mezzogiorno. Noi tutti urliamo come orsi. Speravamo nella salvezza ma essa è lontana da noi. Poiché i nostri delitti ci stanno davanti e noi conosciamo le nostre iniquità: prevaricare e rinnegare il Signore” (Is 59,1ss)
[119] “Figlio dell’uomo, io ti mando agli Israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito” (Ez 2,3-4). “ Ma gli Israeliti non vogliono ascoltar te, perché non vogliono ascoltar me: tutti gli Israeliti sono di dura cervice e di cuore ostinato” (Ez 3,7). “Essi hanno rifiutato di ascoltarmi, mi hanno voltato le spalle, hanno indurito gli orecchi per non sentire. Indurirono il cuore come un diamante per non udire le parole che il Signore rivolgeva loro” Zc 7,11-12
[120] “Vi si stabiliranno gli animali del deserto, i gufi riempiranno le loro case, vi faranno dimora gli struzzi, vi danzeranno i demòni. Ululeranno le iene nei loro palazzi, gli sciacalli nei loro edifici lussuosi” (Is 13,21-22). “Se il Messia rimane velato “lo è per coloro che si perdono, ai quali satana ha accecato la mente incredula” (1 Cor 4,4). Satana, il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli” (Ef 2,2).
[121] “Cingete il cilicio e piangete, o sacerdoti, urlate, ministri dell’altare, venite, vegliate vestiti di sacco, ministri del mio Dio, poiché priva d’offerta e libazione è la casa del vostro Dio” (Gl 1,13). Ger 6,26
[122] Disse loro Pilato: “Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?” Tutti gli risposero: “Sia crocifisso!”. Ed egli aggiunse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora urlarono:”Sia crocifisso!” (Mt 27,22-23).
[123] E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli”. (Mt 27,25).
[124] Dio disse a Caino: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!” (Gen 4,10).
[125] “Voi vi siete accostati al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele (Eb 12,24).
[126] Giustificati per il suo Sangue saremo salvati dall’ira per mezzo di lui (Rm 5,9). Hanno reso candide le vesti col sangue dell’ (Agnello Ap 7,14 ). Lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello (Ap 12,11).
[127] Ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue (Ap 1,5). Il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato (1Gv 1,7).
[128] “Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra” (Gen 4,11-12).Gen 32,24-29
[129] Passaggio del Giordano: Preliminari del passaggio Gs 3,1-6; il passaggio del fiume Gs 3,14-17; Le dodici pietre commemorative Gs 4,1-9.
[130] Distruzione di Gerusalemme, da parte dei Romani nel 70 dopo Cristo
[131]“Poiché per lunghi giorni staranno gli Israeliti senza re e senza capo, senza sacrificio e senza stele, senza efod e senza terafim” (Os 3,4)
[132] “Tale era infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli; egli non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso” (Eb 7,26-27); At 10,34-43;
[133] “Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra” (Gen 4,11-12).
[134] “Vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato. Attorno a lui stavno dei serafini. Proclamavano l’uno all’altro: ‘Santo, Santo, Santo è il Signore degli eserciti. Tutt la terra è piena della sua gloria’ ” (Is 6,1-4); Ez 10; Ap 4
[135] Il Sinedrio era l’assemblea giudaica suprema, investita del potere di amministrare la giustizia e di decidere in campo religioso-politico. Constava del Sommo Sacerdote e di altri settanta membri, distribuiti in tre categorie: Sommi Sacerdoti, Anziani (rappresentanti dell’aristocrazia laica), Scribi (dottori della Legge)
[136]16 giugno 1944. GESU DI NAZARETH, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 6 N° 430
[137] “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro…” (Es 20,8).
[138] Dt 22,1-2
[139] Dt 22,4
[140] Dt 22,6
[142] 24 novembre 1945.La Buona Novella. Op. Cit. Vol 5 N° 340
[143] Il Signore disse a Mosè: “Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto” (Es 14,15). Divise il mare e li fece passare e fermò le acque come un argine (Sal 78,13). Fece loro attraversare il Mar Rosso, guidandoli attraverso molte acque; commerse invece i loro nemici e li rigettò dal fondo dell’abisso (Sap 10,18-19).
[144] “Manderò davanti a te un angelo e scaccerò il Cananeo, l’Amorreo, l’Hittita, il Perizzita, l’Eveo e il Geguseo” (Esodo 33,2). Allora, quando il Signore mise gli Amorrei nelle mani degli Israeliti, Giosuè disse al Signore sotto gli occhi di Israele: “Sole, fermati in Gabaon e tu, luna, sulla valle di Aialon”. Si fermò il sole e la luna rimase immobile finchè il popolo non si vendicò dei nemici… Il Signore combatteva per Israele (Giosuè 10,12-14).
[145] Numeri 21,17-18
[146] Mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio, dal lato destro usciva acqua (Ez 47,1). Risposse loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Egli parlava del tempio del suo corpo (Gv 2,19-21). Quando Gesù espiro sulla croce, uno dei soldati gli colpì il fianco destro con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua (Cfr. Gv 19,34). Gesù è il pozzo d’acqua viva profetizzato da tempi antichi: “Vi sarà una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità” (Zc 13,1). In quel giorno acque vive sgorgheranno sempre, estate e inverno da Gerusalemme (Zc 14,8). “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” ( Is 12,3).
[147] Esodo 17,1-7; Numeri 20,1-13.
[148] Numeri 24,15-19.
[149] “Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger. 1,13)
[150] “O speranza di Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi; quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore” (Ger 17,13).
[151] 25 novembre 1945.La Buona Novella. Op. Cit. Vol 5 N° 341
[152]IL VANGELO ETERNO. Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno teritorio della Decàpoli (Mc 7,31).
[153] 8 gennaio 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 1 N° 73. Poema: II, 37
[154] Gen. 28,10-17
[155] Mt 2,16-18
[156] (in foglio aggiunto) In merito agli Innocenti uccisi nella strage di Erode: numero esatto è trentadue. Di essi, diciotto furono uccisi nella vera città di Betlemme e quattordici nelle campagne prossime a betlemme. Fra gli uccisi vi furono anche sei fanciulline, non identificate per femmine dai sicari, dato che erano, maschi e femmine, vestiti tutti a un modo, e anche per la fretta di uccidere e per il buio notturno. Come sempre avviene, il contadino esagera e svisa la verità delle cose. E così molte leggende false si sono create sostituendosi alla verità. E’ il caso anche degli evangeli apocrifi
[157] Isaia (Is) 7,14
[158] Att (At) 5,3637
[159] Daniele (Dn) 9,20-27
[160] Numeri (Nu) 24,17
[161] Gen 35,16-20
[162]Isaia (Is) 11,1
[163] Is 7,14
[164]Is 9,1
[165]Numeri (Nm) 24,17
[166] Is 9,1
[167] Geremia 31,15; Gen. 35,19
[168] Sottintendi: non come Dio, ma come Uomo, cioè per esperienza umana. Vedi: dove dice: “Vi ho conosciuto ed ho conosciuto, con esperienza d’uomo, il mondo”. E, più chiaramente ancora: “Sono uomo e sono il Figlio di Dio. Quanto potrei ignorare come uomo, e mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio…”.
[169]<in margine> Il futuro principio del Vangelo di san Giovanni: Gv 1,4-5 e 9-11
[170] 9 gennaio 1945.La Buona Novella. Op. Cit. Vol 1 N° La Buona Novella. Op. Cit. 74 Poema: II, 38
[171]Genesi (Gen) 3,15
[172]Gen 3,16-18
[173]Gen 35,19-20; Geremia (Ger) 31,15; Mt 2,16-18;
[174] Michea (Mi) 5,2
[175] Sera del 13 febbraio 1944. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 106
[176]IL VANGELO ETERNO: Sì recò a Nazaret, dove era stato allevato; e, secondo il suo solito, entrò di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprìtolo trovò il passo dove era scritto (Lc 4,16-17).
[177]IL VANGELO ETERNO:Lo Spirito del Signore é sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare a, poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di Lui. Allora cominciò a dire:«Oggi si è adempiuta questa scrittura Che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,18-21).
[178]IL VANGELO ETERNO: Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Caffarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!”. Poi aggiunse: “Nessun profeta è ben accetto in patria”. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesie ci fu unagrande carestia in tutto il paesima a nessuna dì esse fu mandato Elia, se non ad una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele, al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Sìro (Lc 4,22-27).
[179]IL VANGELO ETERNO: All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò (Lc 4.28-30) .
[180]Poema: II, 67
[181] Pietro si alzò e disse: “Fratelli, era necessario che si adempisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù” (At. 1,15-16)
[182] “La sua dimora diventi deserta, e nessuno vi abiti” (At 1,20); “Sia cancellato dal libro dei viventi e tra i giusti non sia iscritto” (Sal 69,29); “… guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!” (Mt 26,24).
[183] 6 agosto 1945.La Buona Novella. Op. Cit. VoL 4 n° 245 Poema: IV, 10
[184]IL VANGELO ETERNO: Gesù partì di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono (Mt 13,53; Mc 6,1).
[185] 2 Cronache 8,11
[186] Genesi 2,21-24
[187] Esdra 10,10
[188] Deuteronomio 7,1-6; Giudice 3,5-6;
[189] Levitino 14,1-32
[190] 7 agosto 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 4 N° 246
[191]IL VANGELO ETERNO: Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti (Mc 6,2).
[192]IL VANGELO ETERNO:Forza negativa dell’ignoranza: E la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio dei carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?”. E si scandalizzavano per causa sua (Mt 13,54‑57; Mc 6,3).
[193]IL VANGELO ETERNO: Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E non vi potè operare nessun prodigio, e non fece molti miracoli a causa della loro incredulità, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità (Mt 13,57-58; Mc 6,4-6)..
[194] 26 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8 n° 548 . Poema: VIII, 8
[195] Giuseppe Barnaba, discepolo di Gamaliele con Saulo e socio di Paolo nella predicazione del Vangelo, è nominato spesso: “Così Guseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli apostoli” (At 4,36-37).
[196]IL VANGELO ETERNO:Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (Gv 11,20-21).
[197]IL VANGELO ETERNO:“Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà”. Gesù le disse: “Tuo fratello risusciterà”. Gli rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno” Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo il Figlio di Dio che deve venire nel mondo. Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: “Il Maestro è qui e ti chiama” (Gv 11,22-28).
[198]IL VANGELO ETERNO:Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da Lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: “Va al sepolcro per piangere là”. Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (Gv 11,29-32).
[199]IL VANGELO ETERNO: Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Vedi come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?” (Gv 11,35-37).
[200]IL VANGELO ETERNO:Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni”.Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,38-40).
[201]IL VANGELO ETERNO:Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. E detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,41-43).
[202]IL VANGELO ETERNO: Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. (Gv 11,44).
[203]IL VANGELO ETERNO:Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”. (Gv 11,44)
[204] Giona cap. 2
[205]< Allusione al grande rabbi Gamaliele al quale, secondo quest’Opere, Gesù dodicenne, durante la disputa nel Tempio, promise il fremito delle pietre, come segno della sua Divinità.
[206]IL VANGELO ETERNO:Molti dei Giudei che eran venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in Lui (Gv 11,45)
[207] Scritto il 23 marzo 1944.
[208]21Dice Gesù: «Può essere messo qui il dettato de 23-3-44 a commento della risurrezione di Lazzaro». Poema: VIII, 9
[209] Rm 5,12-21
[210] 27 dicembre 1946.La Buona Novella. Op. Cit. Vol8 n° 549 . Poema: VIII, 10
[211]< Espressioni di mitologia pagana. Campi Elisi: parco delizioso destinato ai virtuosi; Stige: palude infernale riservata ai viziosi; asfodèlo: erba sacra già a Prosepina; prati d’asfodèlo dell’ade: dove se ne stavano passeggiando le ombre degli eroi nei Campi Elisi >
[212]< Personaggio dell’Ellade (circa 757 avanti Cristo) la cui voce equivaleva a quella di 50 uomini messi insieme! >
[213]IL VANGELO ETERNO: Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio (Gv 11,46-47).
[214] Il Signore disse a Mosè: “… alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto” (Es 14,15). “Divise il mare e li fece passare e fermò le acque come un argine” (Sal 77,13). “ Fece loro attraversare il Mar Rosso, guidandoli attraverso molte acque; sommerse invece i loro nemici e li rigettò dal fondo dell’abisso” (Sap 10,18-19).
[215] Es 17,1-7; “Spaccò le rocce nel deserto e diede loro da bere come dal grande abisso. Fece sgorgare ruscelli dalla rupe e scorrere l’acqua a torrenti” (Sal 77,15-16). “Quando ebbero sete, ti invocarono e fu data loro acqua da una rupe scoscesa, rimedio contro la sete da una dura roccia” (Sap 11,4).
[216] Giosuè disse al Signore: “Sole, fèrmati in Gàbaon e tu, luna, sulla valle di Aialon”. Si fermò il sole e la luna rimase immobile finchè il popolo non si vendicò dei nemici”. Non è forse scritto nel libro del Giusto: “Stette fermo il sole in mezzo al cielo e non si affrettò a calare quasi un giorno intero. Non ci fugiorno come quello, né prima né dopo, perché aveva ascoltato il Signore la voce d’un uomo, perché il Signore combatteva per Israele”? (Giosuè 10,12-15;). “Al suo comando non si arrestò forse il sole e un giorno divenne lungo come due?” (Sir 46,1-4).
[217] La resurrezione del figlio della vedova (1 Re 17,17-24). La fine della siccità (1 Re 18,41-46). Insegnamento dell’Apostolo Giaccomo sul potere della preghiera (Gc 5,16-18).
[218] “Sei cose odia il Signore, anzi sette gli sono in abominio: occhi alteri, lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, cuore che trama iniqui progetti, piedi che corrono rapidi verso il male, falso testimone che diffonde menzogne e chi provoca litigi tra fratelli” (Pro 6,16-19).
[219] “Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, il mio creatore mi fece posare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele” (Sir 24,8). “Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità” (Sir 24,12).
[220]“Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti.Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi è più dolce del favo di miele. Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti devono di me, avranno ancora sete. Chi mi obbedisce non si vergognerà, chi compie le mie opere non peccherà” (Sir 24,18-21).
[221] “Tutto questo è il libro dell’allenza del Dio altissimo, la legge che ci ha imposto Mosè, l’eredità delle assemblee di Giacobbe. Essa trabocca di sapienza come il Fison e come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi; fa traboccare l’intelligenza come l’Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura; espande la dottrina come il Nilo, come il Ghicon nei giorni della vendemmia. Il primo non ne esaurisce la conoscenza nè l’ultimo la può pienamente indagare. Il suo pensiero infatti è più vasto del mare e il suo consiglio più del grande abisso. (Sir Cap. 24,22-27).
[222] “ Io sono come un canale derivante da un fiume e come un corso d’acqua sono uscita verso un giardino. Ho detto: “Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola”. Ed ecco il mio canale è diventato un fiume, il mio fiume è diventato un mare. Farò ancora splendere la mia dottrina come l’aurora; la farò brillare molto lontano. Riverserò ancora l’insegnamento come una profezia lo lascerò per le generazioni future. Vedete, non ho lavorato solo per me, ma per quanti cercano la dottrina” (Sir 24,28-32).
[223]IL VANGELO ETERNO:E dicevano: “che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in Lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione” (Gv 11,47-48).
[224]IL VANGELO ETERNO: Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote di quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11,49-52).
[225] 2 dicembre 1946.GESU DI NAZARETH, La Buona Nuova ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 8. N° 535
[226]3 aprile 1947.La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 10 N° 598
[227]9 marzo 1945. Vol. 10 N° 600
[228]IL VANGELO ETERNO: Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà. Colui che mangia con me. Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola” (Mt 26,21; Mc 14,18; Lc 22,21; Gv 13,21).
[229]IL VANGELO ETERNO: I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse Io, Signore?. Ed egi rispose: “colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di Lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito: sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda il traditore disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto. ” (Mt 26,22-25; Mc 14,19-21; Lc 22,22-23; Gv 13,22).
[230]IL VANGELO ETERNO: Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Dì, chi è colui a cui si riferisce?”. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?. Rispose allora Gesù: “E’ colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò. E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.” (Gv 13,23-26).
[231]IL VANGELO ETERNO: E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: “Quello che devi fare fallo al più presto”. Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: “Compra quello che ci occorre per la festa”, oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte (Gv 13,27-30).
