Nuova Evangelizzazione

Le romane amiche del Messia Gesù di Nazareth
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei
Salvatori
S O M M A R I O
1. I discepoli parlano dei pagani.
L’anima è la vera nobiltà dell’uomo.
3. Guarigione della piccola Fausta e diverbio sui contatti con i pagani.
Dialogo sul segreto per amare.
Guarigione della piccola romana.
Ministri idoli (Discorso messianico).
Le due misure (motivo del discorso).
4. L’incontro con le romane nel giardino di Giovanna di Cusa.
Utilità della Fede nella vita eterna.
Il Messia Figlio del Dio vero.
L’anima e la divinità del Messia.
5. La carovana del Console romano
6. La fede e l’anima spiegate a le romane pagani con la parabola dei templi, nella casa di Lazaro.
L’anima la sua natura la sua formazione
Le tre fasi di formazione dell’anima
7. Al convito dei poveri nel palazzo di Cusa
La discepola dell’anima pietosa.
Le Patrizie, serve degli infimi del mondo.
I fatti parlano con la loro evidenza.
Claudia appoggia la fondazione del Regno.
Alla aurora delle future fraternità cristiane.
Regola per divenire discepolo perfetto.
Agite col fine di meritare la vita eterna.
Fate il vostro dovere di servi.
Siate tutti fratelli buoni e fedeli.
Titti siete utili nel Regno del Signore.
Le virtù si formano nelle difficoltà.
L’apologia sugli uccelli diurni e notturni.
Non impedite ai fanciulli di venire a me.
Il miracolo del piede ricomposto.
10. Con le romane a Cesarea Marittima. Profezia in Virgilio. La giovane schiava salvata.
Il fattore della santità è la volontà.
Il fattore della santità è la volontà.
Pietro curioso ma sempre amoroso.
11. Aurea Galla, istruita da Bartolomeo e poi mandata a Nazareth.
Colmare di Dio gli abissi vuoti.
Parlare di Dio agli abissi vuoti.
Un saggio schiavo delle prevenzioni.
Aurea eroica nella sua volontà.
12. Gesù e la Madre a colloquio.
Il Messia e la Madre a colloquio.
Israele fatica a seguire il Messia.
Profezie snaturate, manipolate, alterate.
Coscienze volutamente inflessibili.
13. Maria SS. con Maria d’Alfeo a Tiberiade per farsi cedere Aurea. Un incontro con Giuda Iscariota.
La Madre del Messia a Tiberiade.
Lavorare per il Messia è dare gioia a Maria.
Non tutte le romane sono uguali.
Incontro con Valeria e con l’Iscariota.
Penitenze e preghiere per salvare un apostolo.
14. Maria SS. riferisce sulla missione compiuta a Tiberiade. Aurea impara a fare la volontà di Dio.
Riconoscenza chi ci fa dei favori.
La donna nella nuova religione.
Comprensione per il discepolo che dà dolore.
L’ amore vero va unito al sacrificio.
La più giovane discepola sa fare la volontà di Dio.
L’incontro del Messia con Valeria.
Chi ama il Messia solleva la sua stanchezza.
«Le rose di Faustina al suo Salvatore».
Un cuore pietoso trova, in Dio, conforto e consiglio.
Le prove dell’amore di Dio a una pagana.
Moglie pagana nell’amore al marito.
La separazione legale non annulla il matrimonio.
El divorzio civile è adulterio davanti a Dio.
Il divorzio è prostituzione legale.
Le seconde nozze è profanazione del matrimonio.
Il matrimonio nella religione del Messia.
Consiglio per conquistare il Regno di Dio.
16. Valeria invita Gesù alla sinagoga dei liberti romani.
17. Ammaestramenti e guarigioni nella sinagoga dei liberti romani. Un mandato per i Gentili.
Nella sinagoga dei liberti romani.
Notizie sulle iene che attendono la preda.
Lavoro che il Padre premia con gloria immediata.
La Redenzione e le risurrezioni.
Chi non accoglie Gesù-Vita non avrà Vita.
Regole di eccelsa spiritualità.
Codice di buon comportamento per vedere Dio.
La via della fede e lo spirito per vivere in Dio.
Regola per essere buoni in tutto.
Mandati dal Messia ad evangelizzare.
Re al cospetto degli angeli e dei popoli.
Fa il bene a chi ti ha fatto del male.
Il Messia è là dove il Bene è in atto.
Le prime redenti dell’oscurantismo pagano.
18. Claudia Procula visita il Messia esiliato
Il Messia non cerca onori né chiede protezione.
Il Messia dimostra di essere Dio.
L’amore del Cristo tutti uguaglia e affratella.
1. I discepoli parlano dei pagani[1].
“Pagani si resta di volontà”.
Una donna romana.
1Gesù è nella cucina della casetta dell’Uliveto, a cena fra i suoi discepoli. Parlano dei fatti della giornata, che però non è quella precedentemente descritta, perché sento parlare di altri avvenimenti, fra cui la guarigione di un lebbroso avvenuta presso i sepolcri lungo la via di Betfage.
2«Vi era anche un centurione romano ad osservare», dice Bartolomeo. E aggiunge: «Mi ha chiesto, dall’alto del suo cavallo: “L’uomo che tu segui fa spesso simili cose?”; e alla mia risposta affermativa ha esclamato: “Allora è più grande di Esculapio e diventerà ricco più di Creso”.
3Ho risposto: “Sarà sempre povero secondo il mondo, perché non riceve ma dà e non vuole che anime da portare al Dio vero”. Il centurione mi ha guardato stupito e poi ha spronato il cavallo andandosene al galoppo».
4«C’era anche una dama romana nella sua lettiga. Non poteva essere che una donna. Aveva le tende calate, ma occhieggiava da esse. Ho visto», dice Tommaso.
5«Sì. Era presso la curva alta della via. Aveva dato ordine di fermarsi quando il lebbroso aveva gridato: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Allora aveva una tenda scostata ed io ho visto che ti ha guardato con una lente preziosa, e poi ha riso ironica. Ma quando ha visto che Tu, solo col comando, lo hai guarito! Allora mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Ma è quello che dicono il vero Messia?”. Ho risposto di sì e lei mi ha detto: “E tu sei con Lui?”, e poi ha chiesto: “É proprio buono?”», dice Giovanni.
6«Allora l’hai vista! Come era?», chiedono Pietro e Giuda.
«Mah!… Una donna…».
7«Che scoperta!», ride Pietro. E l’Iscariota incalza: «Ma era bella, giovane, ricca?».
8«Sì. Mi pare fosse giovane e anche bella. Ma guardavo più verso Gesù che verso lei. Volevo vedere se il Maestro si metteva di nuovo per via…».
9«Sciocco!», mormora fra i denti l’Iscariota.
«Perché?», lo difende Giacomo di Zebedeo.
«Mio fratello non era un ganimede in cerca d’avventure. Ha risposto per educazione. Ma non ha mancato alla sua prima qualità».
«Quale?», chiede l’Iscariota.
«Quella di discepolo che ha per suo unico amore il Maestro».
Giuda china il capo stizzito.
“Pagani si resta di volontà”.
10«E poi… non è molto bene farsi vedere parlare coi romani», dice Filippo.
11«Già ci accusano di esser galilei e perciò meno “puri” dei giudei. E ciò per nascita. Poi ci accusano di sostare sovente a Tiberiade, luogo di ritrovo dei gentili, dei romani, fenici, siri… E poi… oh! di quante cose ci accusano! …».
12«Sei buono, Filippo, e metti un velo sulla durezza della verità che dici. Ma essa è, senza il velo, questa: di quante cose mi accusano», dice Gesù che fino allora ha taciuto.
13«In fondo non hanno del tutto torto. Troppi contatti coi pagani», dice l’Iscariota.
14«Credi tu pagani solo coloro che non hanno legge mosaica?», chiede Gesù.
«E quali altri allora?».
15«Giuda!… Puoi giurare sul nostro Dio di non avere paganesimo in cuore? E puoi giurare non lo abbiano gli israeliti più in vista?».
«Ma, Maestro… degli altri non so… ma io… io di me posso giurare».
16«Cosa è per te, secondo il tuo pensiero, il paganesimo?», chiede Gesù ancora.
Ma è il seguire una religione non vera, adorare gli dèi», ribatte veemente Giuda.
17«I quali sono?».
«Gli dèi di Grecia e Roma, quelli d’Egitto… insomma gli dèi dai mille nomi e dalle inesistenti persone che secondo i pagani empiono i loro Olimpi».
18«Nessun altro dio esiste? Solo questi olimpici?».
«E quale altro? Non sono fin troppi?».
«Troppi. Sì, troppi. Ma ve ne sono altri e ai loro altari vengono bruciati incensi da ogni uomo, anche dai sacerdoti, scribi, rabbi, farisei, sadducei, erodiani, tutte persone d’Israele, non è vero? Non solo, ma ne vengono bruciati anche dai miei discepoli».
«Ah! questo poi no!», dicono tutti.
19«No? Amici… Chi non ha fra voi un culto o più culti segreti? Uno ha la bellezza e l’eleganza. L’altro l’orgoglio del suo sapere. Un altro incensa la speranza di divenire un grande, umanamente. Un altro ancora adora la femmina. Un altro il denaro… Un altro si prostra davanti al suo sapere… e così via. In verità vi dico che non vi è uomo che non sia intinto di idolatria. Come allora sdegnare i pagani per sventura, quando, pur essendo col Dio vero, pagani si resta di volontà?».
20«Ma siamo uomini, Maestro», esclamano in molti.
«È vero. Ma allora… abbiate carità per tutti, perché Io sono venuto per tutti e voi non siete da più di Me».
21«Ma intanto ci fanno accuse e la tua missione viene inceppata».
«Andrà avanti lo stesso».
13Torna Publio Quintilliano con altri soldati, e dopo di lui viene una lettiga portata da schiavi, alla quale i soldati fanno fare un posto.
2. Una dama che molto può[2].
Claudia Procula.
23«Da’ qui. Lo posso fare. E del resto là vi è una dama che molto può. L’interrogo».
Pubblio va alla lettiga e parla presso le tendine appena aperte a fessura. Torna: «Ne ho pieno potere. Provvedo io alla distribuzione acciò gli aguzzini non se ne abusino. E sarà l’unica volta che un soldato imperiale userà pietà agli schiavi di guerra».
24«La prima. Non l’unica. Vi sarà un giorno in cui non vi saranno più schiavi; e prima ancora i miei discepoli saranno scesi fra i galeotti e gli schiavi a chiamarli fratelli».
25Un’altra serie di «per Giove» vanno per l’aria calma mentre Pubblio attende di avere sufficientemente frutta e vino per i galeotti. Poi, prima di salire sulla galera, dice, accostandosi all’orecchio di Gesù: «Là dentro vi è Claudia Procula. Vorrebbe udirti ancora. Ma intanto ti vuole chiedere qualcosa. Va’».
Gesù va verso la lettiga.
26«Salve, Maestro». La tendina si scosta appena, mostrando una bella donna sui trent’anni.
«Venga in te desiderio di sapienza».
L’anima è la vera nobiltà dell’uomo.
27«Hai detto che l’anima si ricorda dei Cieli. È dunque eterna questa cosa che voi dite essere in noi?».
«È eterna. Perciò si ricorda di Dio. Del Dio che l’ha creata».
28«Cosa è l’anima?».
«L’anima è la vera nobiltà dell’uomo. Tu sei gloriosa perché dei Claudi. L’uomo lo è di più perché è di Dio. In te è il sangue dei Claudi, la famiglia potente ma che ebbe un’origine e avrà una fine. Nell’uomo, per l’anima, è il sangue di Dio. Perché l’anima è il sangue spirituale – essendo Dio Spirito purissimo – del Creatore dell’uomo: di Dio eterno, potente, santo. L’uomo è dunque eterno, potente, santo, per l’anima che è in lui e che è viva finché è unita a Dio».
«Io sono pagana. Non ho dunque anima…».
29«L’hai. Ma è avvolta in letargo. Svegliala alla Verità e alla Vita…».
«Addio, Maestro».
30«La Giustizia ti conquisti. Addio».
3. Guarigione della piccola Fausta e diverbio sui contatti con i pagani[3].
Dialogo sul segreto per amare.
Sforzatevi ad essere buoni.
1Dice Gesù: «Piccolo Giovanni, vieni con Me ché ti devo fare scrivere una lezione per i consacrati di oggi. Vedi e scrivi».
2Gesù è ancora a Cesarea Marittima. Non è più in quella piazza di ieri ma in un luogo più interno, dal quale però ancora si vedono il porto e le navi. Qui sono molti fondachi e botteghe e, dato che anche per terra, in questo spazio terroso, sono stuoie con merci varie, arguisco essere presso i mercati, che forse erano situati vicino al porto e ai magazzini per comodità dei naviganti e degli acquirenti le merci portate per mare. Vi è molto brusìo e andare e venire di folla. Gesù aspetta con Simone e i cugini che gli altri abbiano preso le cibarie che abbisognano. Dei bambini guardano curiosamente Gesù che li accarezza dolcemente mentre parla con i suoi apostoli. Dice Gesù: «Mi spiace vedere il malcontento perché avvicino gentili. Ma Io non posso che fare ciò che devo ed essere buono con tutti. Sforzatevi ad essere buoni almeno voi tre e Giovanni; gli altri vi verranno dietro per imitazione».
3«Ma come si fa ad essere buoni con tutti? Infine essi ci sprezzano e opprimono, non ci capiscono, sono pieni di vizi…», si scusa Giacomo d’Alfeo.
4«Come si fa? Tu sei contento di essere nato da Alfeo e da Maria?».
«Sì. Certo. Perché me lo chiedi?».
5«E se fossi stato interrogato da Dio prima di essere concepito, avresti voluto nascere da loro?».
«Ma sì. Non capisco…».
6«E se invece fossi nato da un pagano, sentendoti accusare di esser voluto nascere da un pagano, che avresti detto?».
«Avrei detto… avrei detto: “Io non ho colpa di questa cosa. Sono nato da lui, ma avrei potuto nascere da un altro”. Avrei detto: “Siete ingiusti nell’accusa. Se non faccio del male, perché mi odiate?”».
7«Lo hai detto. Anche questi, che voi sprezzate perché pagani, possono dire la stessa cosa. Tu non hai merito ad esser nato da Alfeo, vero israelita. Ne devi ringraziare solo l’Eterno perché ti ha fatto un grande dono, e per riconoscenza ed umiltà cercare di portare al Dio vero altri che non hanno questo dono. Buoni bisogna essere».
Il segreto per amare.
8«É difficile amare chi non si conosce!».
«No. Guarda. Tu, piccino, vieni qui».
Si accosta un bambino di un otto anni circa, che giuoca in un angolo con altri due maschietti. Un bambino robusto e molto bruno di capelli mentre ha carne bianchissima.
9«Chi sei?».
«Sono Lucio, Caio Lucio di Caio Mario, romano sono, figlio del decurione di guardia, qui rimasto dopo la ferita».
10«E quelli chi sono?».
«Sono Isacco e Tobia. Ma non si deve dirlo perché non si può. Sarebbero percossi».
11«Perché?».
«Perché loro sono ebrei e io sono romano. Non si può».
12«Ma tu ci stai con loro. Perché?».
«Perché ci vogliamo bene. Giuochiamo sempre insieme ai dadi e al saltarello. Ma si sta nascosti».
13«E a Me vorresti bene? Sono ebreo anche Io e non sono un bambino. Pensa: sono un maestro, come dire un sacerdote».
«E a me che mi preme? Se mi vuoi bene, io ti voglio bene. E bene ti voglio perché Tu mi vuoi bene».
14«Come lo sai?»
«Perché sei buono. Chi è buono vuole bene».
15«Ecco, amici. Il segreto per amare. Essere buoni. Allora si ama senza pensare se questo è o non è di una fede».
16E Gesù, tenendo per mano il piccolo Caio Lucio, va a carezzare i piccoli ebrei che si sono spaventati e nascosti dietro un androne, e dice loro: «I buoni bambini sono angeli. Gli angeli hanno una sola patria: il Paradiso. Hanno una sola religione: quella dell’unico Dio. Hanno un solo tempio: il Cuore di Dio. Vogliatevi bene, da angeli, sempre».
«Ma se ci vedono ci picchiano…».
Una donna cerca il Maestro.
17Gesù crolla mestamente il capo e non ribatte… Una donna alta e formosa chiama Lucio e questo lascia Gesù gridando: «La mamma!», e alla donna grida: «Ho un amico grande, sai? É un maestro! …».
18La donna non si allontana col figlio, ma anzi viene verso Gesù e lo interroga: «Salve. Sei Tu l’uomo di Galilea che ieri parlò al porto?».
«Sono Io».
«Attendimi qui, allora. Farò presto», e se ne va col suo piccolo. Anche gli altri apostoli sono intanto giunti, tutti meno Matteo e Giovanni, e chiedono: «Chi era?».
«Una romana, credo», rispondono Simone e gli altri.
19«E che voleva?».
«Ha detto di aspettare qui. Lo sapremo».
Della gente intanto è venuta vicino e curiosa attende. Torna la donna con altri romani.
20«Tu dunque sei il Maestro?», chiede uno che pare un servo di casa signorile. E avutane conferma chiede: «Ti sarebbe ribrezzo curare una piccola figlia di un’amica di Claudia? La bambina è morente perché soffoca, né il medico sa di che muore. Ieri sera sana. Questa mattina in agonia».
«Andiamo».
21Fanno pochi passi per una via che va verso il posto di ieri e giungono al portone spalancato di una casa che sembra abitata da romani.
«Attendi un momento».
L’uomo entra veloce e quasi subito si riaffaccia dicendo: «Vieni».
Guarigione della piccola romana.
22Ma prima ancora che Gesù possa entrare, ne esce una giovane di aspetto signorile, ma in una condizione di strazio più che visibile. Ha sulle braccia una creaturina di pochi mesi abbandonata, livida come uno che affoga. Io direi che aveva una difterite mortale e che è agli ultimi attimi di vita. La donna si rifugia sul petto di Gesù come un naufrago su uno scoglio. Il suo pianto è tale che non la lascia parlare. Gesù prende la creaturina, che ha dei piccoli moti convulsivi nelle manine ceree dalle unghiette già violacee, e la alza. Il capino spenzola all’indietro senza forza. La madre, senza più superbia di romana rispetto all’ebreo, è scivolata ai piedi di Gesù, nella polvere, e singhiozza col volto levato, i capelli mezzi disciolti, le braccia tese che brancicano la veste e il mantello di Gesù. Dietro e intorno, romani della casa e ebree della città che guardano.
23Gesù bagna il suo indice destro con la sua saliva e lo mette nella bocchina anelante, lo ficca in giù. La bambina si dibatte e diviene più nera ancora. La madre urla: «No! No!» e pare una che si torca sotto una lama che la trapassi. La gente trattiene il respiro. Ma il dito di Gesù esce insieme ad un ammasso di membrane purulente e la bambina non si dibatte più e, dopo un piccolo versolino di pianto, si calma in un sorriso innocente, agitando le manine e muovendo le labbra come un uccellino che pigoli sbattendo le alucce in attesa della imboccata.
«Prendi, donna. Dalle il latte. É guarita».
24La madre è talmente sbalordita che prende la piccolina e stando come è, nella polvere, se la bacia, se la carezza, le dà il seno, folle, dimentica di tutto che non sia la sua piccina. Un romano chiede a Gesù: «Ma come hai potuto? Io sono il medico del Proconsole e dotto sono. Ho cercato rimuovere l’ostacolo. Ma era giù, troppo giù!… E Tu… così…».
25«Dotto sei. Ma con te non è il Dio vero. Ne sia Egli benedetto! Addio».
Ministri idoli (Discorso messianico).
Le due misure (motivo del discorso).
26E Gesù fa per andare. Ma ecco che un gruppetto di israeliti sente il bisogno di intervenire.
27«Come ti sei permesso di accostare degli stranieri? Corrotti, impuri sono, e chiunque li avvicini si rende tale».
28Gesù li guarda – sono in tre – fisso, severo, e poi parla: «Non sei tu Aggeo? L’uomo di Azoto qui venuto lo scorso tisri a cercare di stringere affari col mercante che sta alle fondamenta del vecchio fontanile? E tu non sei Giuseppe di Rama, venuto qui per consultare il medico romano, e tu ne sai, come Io so, il perché? E allora? Non vi sentite voi impuri?».
29«Il medico non è mai straniero. Cura il corpo, e il corpo è uguale per tutti».
30«L’anima lo è con più ragione del corpo. Del resto, che ho Io curato? Il corpo innocente di un pargolo, e con questo mezzo spero curare le anime non innocenti degli stranieri. Come medico e come Messia posso dunque avvicinare chiunque».
«Non lo puoi».
31«No, Aggeo? E tu perché tratti col mercante romano?».
«Non lo avvicino che con la merce e il denaro».
Ministri idoli (Discorso).
32«E poiché non tocchi la sua carne, ma solo quello che fu dalla sua mano toccato, non ti pare di contaminarti. Oh! ciechi e crudeli! Udite tutti. Proprio nel libro del Profeta di cui costui porta il nome è detto: “Rivolgi ai sacerdoti questa questione sulla Legge: ‘Se un uomo porta della carne santificata nel lembo del suo vestito e con esso tocca poi vino o pietanze, pane o olio o altri alimenti, saranno questi santificati?’. E i sacerdoti risposero: ‘No’. Allora Aggeo disse: ‘Se uno, immondo a causa di un morto, toccherà una di queste cose, sarà essa contaminata?’. E i sacerdoti risposero: “Sì”.
33Per questa subdola, menzognera, incoerente maniera di agire, voi precludete e condannate il Bene e solo accettate ciò che è vostro utile. Allora cessa lo sdegno, lo schifo, il ribrezzo. Voi distinguete, purché ciò non vi porti a danno personale, se questo è immondo e rende immondo, o se quell’altro non lo è. E come potete, bocche di menzogna, professare che se ciò che è santificato dall’aver toccato carne santa, o cosa santa, non santifica ciò che tocca; ciò che ha toccato cosa immonda possa rendere immondo ciò che tocca?
Non capite che vi smentite, bugiardi ministri di una Legge di Verità, profittatori della stessa che torcete come canapo a seconda che vi preme trarne un utile, ipocriti farisei che sotto il pretesto religioso sfogate il vostro livore umano, tutto umano, profanatori di ciò che è di Dio, insultatori e nemici del Messo di Dio? In verità, in verità vi dico che ogni vostro atto, ogni vostra conclusione, ogni vostro movimento ha per movente tutto un meccanismo astuto a cui fanno da ruote e da molle, da pesi e tiranti, i vostri egoismi, le vostre passioni, le vostre insincerità, i vostri odi, le vostre seti di sopraffare, le vostre invidie.
34Vergogna! Avidi, tremebondi, astiosi, voi vivete nella paura orgogliosa che uno vi superi pur non essendo della vostra casta. E meritate, allora, di essere come quell’uno che vi fa paura e ira! Voi che, come dice Aggeo, di un mucchio di venti moggia ne fate uno di dieci, e di cinquanta barili venti, intascando l’utile della differenza, mentre, e per l’esempio da dare all’uomo e per l’amore da dare a Dio, dovreste al mucchio delle moggia e al mucchio dei barili non levare ma aggiungere del vostro a pro di chi ha fame, meritate di essere steriliti col vento infocato e con la ruggine e la grandine in tutte le opere delle vostre mani.
35Chi sono fra voi quelli che vengono a Me? Questi, questi che per voi sono sterco e immondezza, queste supreme ignoranze che neppure sanno esservi il vero Dio, vengono a chi questo Dio porta presente nelle parole e nelle opere. Ma voi, ma voi! Voi vi siete fatti una nicchia, e lì state. Aridi, freddi come idoli in attesa degli incensi e delle adorazioni. E, poi che dèi vi credete, vi pare inutile pensare al vero Iddio, così come va pensato, e pericoloso vi sembra che altri, che voi non siete, osino ciò che voi non osate. Voi non lo potete, in verità, osarlo, perché siete idoli. E perché siete servi dell’Idolo. Ma colui che osa può, perché non lui ma Dio in lui opera.
Rivelazione del Messia.
36Andate! Riferite a chi vi ha messo alle mie calcagna che Io ho sdegno dei mercanti che non reputano contaminazione vendere le merci o la patria o il Tempio a coloro da cui hanno denaro. Dite a costoro che Io ho ribrezzo per i bruti che hanno solo il culto della propria carne e del proprio sangue, e per la guarigione di questi non reputano contaminazione avvicinare il medico straniero. Dite che uguale è la misura e non vi sono due misure. Dite che Io, il Messia, il Giusto, il Consigliere, l’Ammirabile[4],, Quello che avrà su di Lui lo Spirito del Signore nei suoi sette doni[5], Quello che non giudicherà per quello che apparisce agli occhi ma per quello che è segreto dei cuori, Quello che non condannerà per quello che sente cogli orecchi ma per le voci spirituali che udrà nell’interno di ogni uomo, Quello che prenderà le difese degli umili e giudicherà con giustizia i poveri[6], Quello che Io sono, perché questo Io sono, già sta giudicando e percuotendo quelli che sulla Terra solo terra sono, e il soffio del mio respiro farà morire l’empio e sterminerà il suo covo[7], mentre sarà Vita e Luce, Libertà e Pace per coloro che, desiderosi di giustizia e di fede, verranno al mio monte santo, a saziarsi della Scienza del Signore[8]. Questo è Isaia, non è vero?
Volontà del Messia.
37Il mio popolo! Tutto viene da Adamo, e Adamo viene dal Padre mio. Tutto è dunque opera del Padre e tutti ho il dovere di radunare al Padre. Ed Io te li conduco, o Padre santo, eterno, potente, Io te li conduco i figli erranti dopo averli radunati chiamandoli con le voci dell’amore, radunandoli sotto la mia verga pastorale simile a quella che Mosè alzò contro i serpenti di morte[9]. Perché Tu abbia il tuo Regno ed il tuo popolo. Né faccio distinzioni, perché in fondo ad ogni vivente Io vedo un punto che splende più del fuoco: l’anima, una scintilla di Te, eterno Splendore[10]. O mio eterno desiderio! O mio instancabile volere!
38Questo voglio. Di questo ardo. Una Terra che canti tutta il tuo Nome. Una umanità che ti chiami Padre. Una redenzione che tutti salvi. Una volontà fortificata che faccia tutti ubbidienti alla volontà tua. Un trionfo eterno che empia il Paradiso di un osanna senza fine[11]… Oh! moltitudine dei Cieli!… Ecco. Io vedo il sorriso di Dio… e questo è il premio contro ogni durezza umana».
38I tre sono fuggiti sotto la grandine dei rimproveri. Gli altri, tutti, romani o ebrei, sono rimasti a bocca aperta. La donna romana, con la piccolina sazia di latte che dorme placida nel grembo materno, è rimasta là dove era, quasi ai piedi di Gesù, e piange di gioia materna e di commozione spirituale. Molti piangono per la travolgente chiusa di Gesù, che pare fiammeggiare nella sua estasi.
39E Gesù, abbassando gli occhi e lo spirito dal Cielo alla Terra, vede la folla, vede la madre… e nel passare, dopo un gesto di addio a tutti, sfiora con la mano la giovane romana, come a benedirla per la sua fede. E se ne va, coi suoi, mentre la gente, ancora stupita, resta dove è…
40(La giovane romana, se non è una fortuita somiglianza, è una delle romane che erano con Giovanna di Cusa sulla via del Calvario. Posto che qui nessuno l’ha chiamata a nome, sono incerta).
4. L’incontro con le romane nel giardino di Giovanna di Cusa[12].
L’incontro con le romane
nel giardino di Cusa.
1Gesù, con l’aiuto di un barcaiolo che lo ha accolto nella sua barchetta, sbarca sul pontile del giardino di Cusa. Già lo ha visto un giardiniere ed accorre ad aprirgli il cancello che intercetta agli estranei l’entrata nella proprietà dalla parte del lago, un alto e forte cancello che però si nasconde in una siepe foltissima e alta di lauri e bossi dalla parte esterna, verso il lago, e di rose di ogni colore dalla parte interna, verso la casa. Gli splendidi rosai infiorano le fronde bronzee dei lauri e dei bossi, si insinuano fra le ramaglie, fanno capolino dall’altro lato, oppure sormontano del tutto la verde barriera e fanno cadere le loro chiome fiorite al di là. Solo ad un punto, all’altezza di un viale, il cancello si mostra nudo, ed è lì che si apre per dare passaggio a chi viene dal lago e a chi va al lago.
2«La pace a questa casa e a te, Joanna. Dove è la tua padrona?».
«Là con le sue amiche. Ora la chiamo. Ti attendono da tre giorni per paura di giungere in ritardo».
3Gesù sorride. Il servo va di corsa a chiamare Giovanna. Intanto Gesù cammina lentamente verso il luogo accennato dal servo, ammirando lo splendido giardino, si potrebbe dire lo splendido roseto, che Cusa ha fatto costruire per la moglie. Rose di tutti i colori, grandezze e forme, in questo seno riparato di lago, ridono già, precoci e splendide. Vi sono anche altre piante da fiore. Ma sono ancora senza fioritura e la loro presenza è minima di fronte alla quantità dei roseti.
Giovanna di Cusa.
4Accorre Giovanna. Non ha neppure posato un cestello pieno a metà di rose, né le forbici che aveva per coglierle, e corre così, a braccia tese, snella e gentile nella ricca veste di sottile lana di un rosa tenuissimo, le cui increspature sono tenute in sesto da borchie e fibbie di filigrana d’argento su cui splendono pallide granate.
5Sui capelli neri e ondulati, un diadema a
foggia di mitra, pure in argento e granate, trattiene un velo di bisso leggerissimo, tinto pure in rosa,
che ricade all’indietro, lasciando scoperte le piccole orecchie appesantite da orecchini simili al
diadema e il volto ridente, il collo sottile sulla cui radice brilla una collana uguale nel lavoro al
resto degli ornamenti preziosi. Lascia cadere il suo cesto davanti ai piedi di Gesù e si inginocchia a
baciargli la veste, fra le rose sparse.
6«Pace a te, Giovanna. Sono venuto».
«Ed io sono felice. Esse pure sono venute. Oh! ora mi pare di avere fatto male a fare questo! Come farete ad intendervi? Sono affatto pagane!».
7Giovanna è un poco agitata. Gesù sorride, le pone la mano sul capo: «Non avere paura. Ci intenderemo benissimo. E tu hai fatto benissimo a “fare questo”. L’incontro sarà fiorito di bene come il tuo giardino di rose. Raccogli ora queste povere rose che hai lasciato cadere e andiamo dalle tue amiche».
8«Oh! di rose ce ne sono tante! Lo facevo per passare il tempo, e poi le amiche sono così… così… voluttuose… Amano i fiori come fossero… non so…».
9«Ma li amo Io pure! Vedi che abbiamo già trovato un argomento per intenderci fra Me e loro? Su! Raccogliamo queste splendide rose…» e Gesù si china per dare l’esempio.
« Non Tu ! Non Tu, Signore ! Se proprio vuoi, ecco… è fatto».
Le amiche romane.
10Camminano fino ad un chiosco che è fatto di un intreccio multicolore di rose. Dalla soglia occhieggiano tre romane: Plautina, Valeria e Lidia. La prima e l’ultima stanno in sospeso, ma Valeria corre fuori e si inchina dicendo: «Salve, Salvatore della mia piccola Fausta!»
11«Pace e luce a te e alle tue amiche».
Le amiche si inchinano senza parlare.
12Plautina la conosciamo di già. Alta, imponente, dagli splendidi occhi neri, un poco imperiosi, sotto la fronte liscia e bianchissima, naso diritto, perfetto, bocca un poco tumida ma ben fatta, mento rotondetto e marcato, mi ricorda certe bellissime statue di imperatrici romane. Pesanti anelli splendono sulle bellissime mani e larghi bracciali d’oro fasciano le braccia, veramente statuarie, al polso e oltre il gomito, che appare di un bianco rosato, liscio e perfetto, fuori dalla corta manica drappeggiata.
13Lidia invece è bionda, più sottile e più giovane. La sua non è la bellezza imponente di Plautina, ma ha tutta la grazia di una gioventù femminea ancora un poco acerba. E posto che siamo in tema pagano potrei dire che, se Plautina pare la statua di una imperatrice, Lidia potrebbe essere una Diana o una Ninfa di gentile e pudico aspetto.
14Valeria, ora che non è nella disperazione di quando la vedemmo a Cesarea, appare nella sua bellezza di giovane madre, dalle forme piene ma ancora molto giovanili, dall’occhio quieto della madre felice di nutrire e vedere crescere del suo latte il suo nato. Rosea e castana, ha un sorriso pacato ma tanto dolce. Ho l’impressione che siano dame di grado inferiore a Plautina, che anche con lo sguardo esse venerano come una regina.
Dialogo col Messia.
Utilità della Fede nella vita eterna.
15«Vi occupavate di fiori? Continuate, continuate. Potremo parlare anche mentre cogliete queste splendide opere del Creatore che sono i fiori e mentre le disponete con l’abilità di cui Roma è maestra in queste coppe preziose, per allungarne la vita, ahimè! troppo breve… Se noi ammiriamo questo boccio, che appena apre il riso dei suoi petali giallo rosa, come non possiamo rimpiangere di vederlo morire? Ma, oh! come sarebbero stupiti gli ebrei di sentirmi dire questa cosa! Ma è perché anche nella creatura floreale noi sentiamo un che, che ha vita. E di vederne la fine ci duole. Però la pianta è più saggia di noi. Sa che su ogni ferita di stelo tagliato nasce un nuovo virgulto che sarà la nuova rosa. Ed ecco allora che la nostra mente deve cogliere l’insegnamento e farsi, dell’amore un poco sensuale per il fiore, uno sprone a pensiero più alto».
16«Quale, Maestro?» interroga Plautina, che ascolta attenta e sedotta dal pensiero elegante del Maestro ebreo.
17«Questo. Che come la pianta non muore finché la sua radice è nutrita dal suolo, non muore per morire di steli, così l’umanità non muore per chiudersi al vivere terreno di un essere. Ma sempre nuovi fiori rampolla. E – pensiero ancor più alto, atto a farci benedire il Creatore – e mentre il fiore, morto che sia, più non rivive, e ciò è tristezza, l’uomo, addormentato che sia nel sonno ultimo, non è morto, ma vivo di una più fulgida vita, traendo con la sua parte migliore eterna vita e splendore dal Creatore che lo ha formato. Per questo, Valeria, se la tua bambina fosse morta tu non avresti perduto la sua carezza. Sulla tua anima sarebbe sempre venuto il bacio della tua creatura, separata ma non dimentica del tuo amore. Vedi come è dolce avere una fede nella vita eterna? Dove è ora la tua piccina?».
Gli amichetti di Gesù.
18«In quella cuna coperta. Non me ne ero mai separata avanti, perché l’amore per il marito e per la figlia erano i due scopi della mia vita. Ma ora che so cosa è vederla morire, non la lascio neppure per un attimo».
19Gesù si dirige ad un sedile su cui è posata una specie di cunella di legno, tutta coperta da una ricca coltre. La scopre e guarda la piccina dormiente che l’aria più viva sveglia dolcemente. I suoi occhietti si aprono stupiti e un sorriso d’angelo schiude la bocchina mentre le manine, prima chiuse a pugnello, si aprono avide di afferrare gli ondeggianti capelli di Gesù, mentre un cinguettio di passerotto segna il procedere di un discorso nel suo pensiero. Infine trilla la grande, universale parola: «Mamma!».
«Prendila, prendila» dice Gesù, che si scosta per lasciare che Valeria si curvi sulla cuna. «Ma ti darà noia!… Ora chiamerò una schiava e la farò portare per il giardino».
«Noia? Oh! no! Mai noia i bambini. Sono sempre miei amici».
20«Hai figli o nipoti, Maestro?» chiede Plautina, che osserva con che sorrisi Gesù stuzzica la piccola per farla ridere.
«Non ho né figli né nipoti. Ma amo i bambini come amo i fiori. Perché sono puri e senza malizia. Anzi, dammi, o donna, la tua piccina. Stringermi al cuore un piccolo angelo mi è tanto dolce».
21E si siede con la piccolina, che l’osserva e che gli spettina la barba e poi trova da fare meglio con le frange del mantello e il cordone della veste, ai quali dedica un lungo e misterioso discorso.
L’idolatria.
22Plautina dice: «La nostra amica buona e saggia, una delle poche che non si sdegni di noi e non si corrompa con noi, ti avrà detto che abbiamo avuto desiderio di vederti ed udirti per giudicarti per quello che sei. Perché Roma non crede alle fole… Perché sorridi, Maestro?».
«Dopo te lo dirò. Prosegui».
23«Perché Roma non crede alle fole e vuole giudicare con scienza e coscienza prima di condannare e di esaltare. Il tuo popolo ti esalta e ti calunnia con uguale misura. Le tue opere porterebbero a farti esaltare. Le parole di molti ebrei a crederti poco meno di un delinquente. Le tue parole sono solenni e sagge come quelle di un filosofo. Roma ha molto amore alle dottrine filosofiche e… devo dirlo, i nostri filosofi attuali non hanno una dottrina che soddisfi, anche perché non corrisponde ad essa la loro forma di vita».
24«Non possono avere una forma di vita corrispondente alla loro dottrina».
25«Perché sono pagani, non è vero?».
«No. Perché sono atei».
«Atei? Hanno i loro dèi».
26«Non hanno più neppure quelli, donna. Io ti ricordo gli antichi filosofi, i più grandi. Erano pagani essi pure, ma ciononostante guarda che elevatezza di vita fu la loro! Mescolata all’errore, perché l’uomo è portato ad errare. Ma quando furono davanti ai misteri più grandi: la vita e la morte; ma quando furono messi davanti al dilemma dell’onestà o della disonestà, della virtù o del vizio, della eroicità o della vigliaccheria, e pensarono che dal loro volgere al male sarebbe venuto male alla patria e ai cittadini, ecco allora che con volontà gigante gettarono lungi da loro le branche dei mali polipi, e liberi e santi seppero volere il Bene, a qualunque costo. Questo Bene che altri non è che Dio».
L’artefice di ogni bellezza.
Il Messia Figlio del Dio vero.
27«Tu sei Dio, si dice. E vero?».
«Io sono il Figlio del Dio vero, fatto Carne restando Dio».
28«Ma che è Dio? Il più grande dei maestri, se guardiamo Te».
«Dio è ben più di un maestro. Non avvilite l’idea sublime della Divinità ad una limitazione di sapienza».
29«La sapienza è una deità. Noi abbiamo Minerva. É la dea del sapere».
30«Avete anche Venere, dea del piacere. Potete ammettere che un dio, ossia uno superiore ai mortali, abbia, portata alla perfezione, tutto quanto è bruttura nei mortali? Potete pensare che uno che è eterno abbia in eterno le piccole, meschine, avvilenti delizie di chi ha un’ora di tempo? E che ne faccia scopo del suo vivere? Non pensate che lurido Cielo è quello che voi chiamate Olimpo e dove fermentano i più acri succhi dell’umanità? Se guardate il vostro Cielo, che vedete? Lussurie, delitti, odi, guerre, furti, crapule, tranelli, vendette. Se volete celebrare le feste dei vostri dèi, che fate? Orgie. Che culto date ad essi? Dove è la vera castità delle sacrate a Vesta? Su quale divino codice si appoggiano per giudicare i vostri pontefici? Quali parole possono leggere nel volo degli uccelli o dal rombo d’un tuono i vostri àuguri? E le sanguinanti viscere degli animali sacrificati che risposte possono dare ai vostri aruspici? Hai detto: “Roma non crede alle fole”. E allora perché crede che dodici poveri uomini, col far fare il giro dei campi ad un porco, una pecora e un toro, e coll’averli immolati, possano propiziarsi Cerere, se avete infinite deità, in odio l’una verso le altre, e di cui credete alle vendette? No. Ben altra cosa è Dio. Esso è eterno, unico e spirituale».
Il Dio vero.
31«Ma Tu dici essere Dio e sei carne».
32«Vi è un altare senza dio nella patria degli dèi. La saggezza umana lo ha dedicato al Dio ignoto. Perché i saggi, i veri filosofi hanno intuito esservi qualcosa oltre lo scenario stonato creato per quegli eterni bambini che sono gli uomini dagli spiriti avvolti nelle bende dell’errore. Se ora questi saggi – che hanno intuito esservi qualcosa oltre lo scenario bugiardo, qualcosa di veramente sublime e divino che ha fatto quanto è, e dal quale viene quanto di buono vi è nel mondo – hanno voluto un altare al Dio ignoto, che essi sentivano il vero Iddio, come potete voi dare nome di dèi a ciò che dio non è, e dire di sapere ciò che in realtà non sapete? Sappiate dunque cosa è Dio per poterlo conoscere ed onorare. Dio è Quello che dal suo pensiero ha fatto dal Nulla il Tutto. Vi può persuadere e soddisfare la favola dei sassi che si mutano in uomini? In verità vi sono uomini più duri e malvagi del sasso, e sassi vi sono che sono più utili dell’uomo. Ma non ti è più dolce, Valeria, guardando questa tua piccolina, pensare: “E una vivente volontà di Dio, da Lui creata e formata, da Lui dotata di una seconda vita che non muore, di modo che io l’avrò ancora, la mia piccola Fausta, e per l’eternità, se credo nel Dio vero”; anziché dire: “Queste carni di rosa, questi capelli più sottili di filo di ragno, queste pupille serene vengono da un sasso”? Oppure dire: “Io sono in tutto simile alla lupa o alla cavalla e brutalmente mi accoppio, brutalmente genero, brutalmente allevo, e questa figlia è frutto del mio istinto bruto, è un bruto pari a me, e domani, morta lei, morta io, saremo due carogne che si disciolgono in fetore e che mai più si rivedranno”? Dimmi! Il tuo cuore di madre che vorrebbe delle due ragioni?».
33«La seconda no certo, Signore! Se avessi saputo che Fausta non era cosa che per sempre poteva essere dissolta, il mio dolore, nella sua agonia, sarebbe stato meno spietato. Perché avrei detto: “Ho smarrito una perla. Ma essa vi è ancora. Ed io la ritroverò.»
L’Artefice di ogni bellezza.
34«Lo hai detto. Quando Io sono venuto verso di voi la vostra amica mi disse che si stupiva della vostra passione per i fiori. E temeva che ciò mi potesse urtare. Ma Io l’ho rassicurata dicendo: “Io pure li amo, e perciò ci intenderemo veramente bene”. Ma voglio portarvi ad amare i fiori così come porto Valeria ad amare la sua creatura di cui, sono certo, avrà più grande cura ora che sa che ha l’anima, che è particella di Dio chiusa nella carne fattale da lei, mamma; una particella che non muore, e che la mamma ritroverà nel Cielo, se crederà nel Dio vero. Così voi. Guardate questa splendida rosa. La porpora che orna la veste imperiale è meno splendida di questo petalo, che non solo è gioia degli occhi per il colore ma è gioia del tatto per la sua morbidezza e dell’olfatto per il suo profumo. E guardate questa ancora, e questa, e questa. La prima è sangue sgorgato da un cuore, la seconda è neve testé caduta, la terza è pallido oro, l’ultima sembra fatta con questa dolce faccia infantile che mi sorride in grembo. Ancora: la prima è rigida su un grosso stelo quasi senza spine, rossastro nel fogliame come fosse spruzzato di sangue, la seconda ha rari uncini di spine e opache e pallide foglie lungo lo stelo, la terza è flessuosa come giunco ed ha un fogliame piccolo e lucido come una verde cera, l’ultima pare precluda la via ad ogni assalto alla rosea corolla tanto si è cosparsa di spine. Sembra una lima dalle acutissime punte. Ora pensate. Chi ha fatto questo? Come? Quando? Dove? Che era questo luogo nella notte dei tempi?
35Nulla era. Era informe agitarsi di elementi. Uno, Dio, disse: “Voglio” e gli elementi si separarono riunendosi per famiglie. E un altro “voglio” tuonò, e si ordinarono l’uno nell’altro: l’acqua fra le terre; l’uno sull’altro: l’aria e la luce sul pianeta composto. Ancora un “voglio” e furono le piante. E poi furono le stelle, e poi gli animali, e poi l’uomo. E perché l’uomo avesse diletto, come splendidi balocchi al suo prediletto, Dio elargì i fiori, gli astri, e per ultimo gli donò la gioia di procreare non ciò che muore, ma ciò che sopravvive alla morte per il dono di Dio che è l’anima. Queste rose sono altrettante volontà del Padre. L’infinita sua potenza si esplica in infinità di bellezze.
Il più esperto dei papà.
36Mi è inceppato il dire perché urta contro il bronzo serrato della vostra credenza. Ma spero che, per essere il primo incontro, ci si sia già un poco intesi. L’anima vostra lavori su quanto ho detto. Avete domande da fare? Fatele. Sono qui per chiarirle. Non è vergogna l’ignoranza. È vergogna il persistere nell’ignoranza quando c’è chi è pronto a chiarire i dubbi».
37E Gesù, come fosse il più esperto dei papà, esce dal chiosco sorreggendo la piccolina che fa i primi passetti e che vuole andare verso uno zampillo che ondeggia al sole. Le dame restano dove sono parlottando fra loro. E Giovanna, combattuta fra due desideri, sta sulla soglia del chiosco…
38Infine Lidia si decide, e dietro lei le altre, e va da Gesù che ride perché la piccola vuole afferrare lo spettro solare dell’acqua e non stringe che luce e insiste, insiste con tutto un pigolio di pulcino sulle labbruzze di rosa.
L’anima e la divinità del Messia.
Natura dell’anima.
39«Maestro… io non ho capito perché Tu hai detto che i nostri maestri non possono avere forme di vita buona essendo atei. Credono ad un Olimpo. Ma credono…».
40«Non hanno più che l’esteriorità del credere. Finché hanno veramente creduto, come i veri saggi credettero a quell’Ignoto di cui ti ho detto, a quel Dio che soddisfaceva la loro anima anche se senza nome, anche inavvertitamente dal volere, finché hanno volto il loro pensiero a questo Ente, ben superiore, ben superiore ai poveri dèi pieni di umanità, e bassa umanità, che il paganesimo si è dati, hanno, necessariamente, specchiato un poco di Dio. L’anima è uno specchio che riflette e un’eco che riporta».
41«Cosa, Maestro?».
«Dio».
«È grande parola!».
«È grande verità».
42Valeria, che è sedotta dal pensiero della immortalità, chiede: «Maestro, spiegami dove è l’anima della mia bambina. Bacerò quel posto come un sacrario e l’adorerò, poiché è parte di Dio».
43«L’anima[13]! È come questa luce che la tua Faustina vuole stringere e non può perché è incorporea. Ma c’è. Io, tu, le tue amiche la vediamo. Ugualmente l’anima è visibile in tutto quanto differenzia l’uomo dal bruto[14]. Quando la tua piccina ti dirà i primi suoi pensieri, pensa che quell’intelligenza è la sua anima che si disvela. Quando ti amerà non con l’istinto ma con la ragione, pensa che quell’amore è la sua anima. Quando ti crescerà al fianco bella, non tanto di corpo ma di virtù, pensa che quella bellezza è la sua anima. E non adorare l’anima, ma Dio Creatore della stessa, Dio che di ogni anima buona si vuole fare un trono».
44«Ma dove è questa cosa incorporea e sublime: nel cuore? nel cervello?».
«È nel tutto che è l’uomo. Vi contiene ed è in voi contenuta. Quando vi lascia siete cadaveri. Quando viene uccisa, da un delitto di uomo a sé stesso, siete dannati, separati per sempre da Dio».
45«Tu dunque ammetti che il filosofo che ci disse “immortali” aveva ragione benché pagano?» chiede Plautina.
46«Non lo ammetto. Faccio di più. Dico che ciò è articolo di fede. L’immortalità dell’anima[15], ossia l’immortalità della parte superiore dell’uomo è il mistero più certo e più consolante del credere. È quello che ci assicura di dove veniamo, di dove andiamo, di chi siamo, e ci leva l’amaro di ogni separazione».
Il Messia è Dio.
47Plautina pensa profondamente. Gesù l’osserva e tace. Infine chiede: «E Tu l’hai l’anima?».
Gesù risponde: «Sicuramente».
48«Ma sei o non sei Dio?».
49«Sono Dio. Te l’ho detto. Ma ora ho preso natura di Uomo. E sai per quale motivo? Perché solo con questo mio sacrificio Io potevo risolvere i punti insuperabili alla vostra ragione, e dopo aver abbattuto l’errore, liberando il pensiero, potevo liberare anche l’anima da una schiavitù che per ora non ti posso spiegare. Perciò ho chiuso la Sapienza in un corpo, la Santità in un corpo. La Sapienza la spargo come seme sul terreno e polline ai venti, la Santità come da preziosa anfora infranta fluirà sul mondo nell’ora della Grazia e santificherà gli uomini. Allora il Dio ignoto sarà noto».
50«Ma Tu sei già noto. Chi pone in dubbio la tua potenza e la tua sapienza è malvagio o mentitore».
51«Noto sono. Ma questa non è che un’alba. Il meriggio sarà pieno della cognizione di Me».
52«Quale sarà il tuo meriggio? Un trionfo? Lo vedrò io?».
«In verità sarà un trionfo. E tu vi sarai. Perché in te è nausea di ciò che sai e appetito di ciò che ignori. La tua anima ha fame».
«È vero! Ho fame di verità».
53«Io sono la Verità».
«Concediti allora all’affamata».
«Non hai che venire alla mia mensa. La mia parola è pane di verità».
Nebbie inutili.
54«Ma che diranno i nostri dèi se li abbandoniamo? Non si vendicheranno su noi?» chiede Lidia, paurosa.
55«Donna, hai mai visto un mattino nebbioso? I prati si perdono sotto un vapore che li nasconde. Viene il sole e il vapore si dissolve, i prati splendono più belli. Così i vostri dèi, nebbia di povero pensiero umano che, ignorando Dio e avendo bisogno di credere, perché la fede è lo stato permanente e necessario dell’uomo, si è creato questo Olimpo, vera fola insussistente. Così i vostri dèi al sorgere del Sole, Iddio vero, nei vostri cuori, si dissolveranno senza poter nuocere. Perché essi non sono».
56«Bisognerà ascoltarti ancora… molto… Siamo assolutamente davanti all’ignoto. Tutto quanto Tu dici è nuovo».
57«Ma ti ripugna? Non lo puoi accettare?».
Plautina risponde sicura: «No. Mi sento più orgogliosa di quel minimo che ora so, e che Cesare non sa, che del mio nome».
58«E allora persevera. vi lascio con la mia pace».
«Ma come? Non resti, mio Signore?». Giovanna è desolata.
«Non resto. Ho molto da fare…».
59«Oh! che ti volevo dire la mia pena!».
Gesù, che si incammina, dopo l’ossequio delle romane, si volge e dice: «Vieni sino alla barca. Mi dirai il tuo affanno».
60E Giovanna va. E dice: «Cusa mi vuole mandare per qualche tempo a Gerusalemme, e io ne ho dolore. Lo fa perché non vuole che io sia più relegata, ora che sono sana…»
61«Anche tu ti crei nebbie inutili!». Gesù ha già un piede sulla barca. «Se pensassi che così potrai ospitarmi o seguirmi con più facilità, saresti contenta e diresti: “La Bontà ci ha pensato”».
«Oh!… è vero, mio Signore! Non avevo riflettuto».
62«Vedi dunque! Ubbidisci, da brava moglie. L’ubbidienza ti darà il premio di avermi per la prossima Pasqua e l’onore di aiutarmi ad evangelizzare le tue amiche. La pace sia sempre con te!»
La barca si stacca e tutto ha fine.
5. La carovana del Console romano[16]
10Ora ecco che fra due alti monti, fra i più alti della zona, si vede d’infilata una valle, e al centro di essa, fertilissima, irrigua, ecco Sichem. È qui che Gesù e i suoi vengono raggiunti dalla carovana fastosa della corte del Console che si trasporta per le feste a Gerusalemme. Schiavi a piedi e schiavi sui carri per tutelare il trasporto degli arredi… Mio Dio, quanta roba potevano portarsi dietro a quei tempi!!! E con gli schiavi carri veri e propri carichi di un po’ di tutto, e persino di lettighe intere, e carrozze da viaggio: sono ampi carri a quattro ruote, ben molleggiati, coperti, sotto cui sono ricoverate le dame. E poi altri carri e schiavi… Una tenda si sposta, sollevata dalla mano ingioiellata di una donna, e appare il profilo severo di Plautina, che saluta senza parlare ma con un sorriso. E così pure fa Valeria, che ha la sua piccina fra i ginocchi, tutta trilli e risatine. L’altro carro da viaggio, ancora più pomposo, passa senza che nessuna tenda si scosti. Ma quando già è passato, si sporge sul dietro di esso, fra le cortine allacciate, il volto roseo di Lidia che fa un gesto di inchino. La carovana si allontana….
6. La fede e l’anima spiegate a le romane pagani con la parabola dei
templi,
nella casa di Lazaro[17].
Come costruire la Fede
Attesa dei gentili
1Nella pace del sabato Gesù si riposa presso un campo di lino tutto in fiore appartenente a Lazzaro. Più che presso, direi che si è immerso nell’alto lino e, seduto sull’orlo di un solco, si assorbe nei suoi pensieri. Non c’è vicino a Lui che qualche silenziosa farfalla o qualche frusciante lucertola, che lo guarda con gli occhietti di giaietto, alzando il capino triangolare dalla gola chiara e palpitante. E null’altro. Nell’ora tarda del meriggio tace anche il minimo soffio di vento fra gli alti steli.
2Da lontano, forse dal giardino di Lazzaro, viene la canzone di una donna, e con essa i gridi festosi del bambino che giuoca con qualcuno. Poi una, due, tre voci che chiamano: «Maestro!», «Gesù!».
3Gesù si scuote e si alza. Per quanto il lino, al suo completo sviluppo, sia molto alto, Gesù emerge per un bel pezzo da questo mare verde e azzurro.
«Eccolo là, Giovanni!» grida lo Zelote.
E Giovanni a sua volta chiama: «Madre! Il Maestro è qui, nel lino».
E, mentre Gesù si avvicina al sentiero che porta verso le case, ecco giungere Maria.
4«Che vuoi, Madre?».
«Figlio mio, sono arrivati dei gentili con delle donne. Dicono di avere saputo da Giovanna che Tu sei qui. Dicono anche che ti hanno atteso per tutti questi giorni presso l’Antonia…».
5«Ah! ho capito! Vengo subito. Dove sono?».
«In casa di Lazzaro, nel suo giardino. Egli è amato dai romani e non ne ha il ribrezzo che ne abbiamo noi. Li ha fatti entrare, coi loro carri, nell’ampio giardino per non dare scandalo a nessuno».
«Va bene, Madre. Sono soldati e dame romane. Lo so».
Desiderio di luce
6«E che vogliono da Te?»
«Quello che molti in Israele non vogliono: Luce».
7«Ma come e cosa ti credono? Dio, forse?».
«A modo loro sì. Per loro è facile accogliere l’idea di una incarnazione di un dio in carne mortale, più che fra di noi».
8«Allora sono giunti a credere nella tua fede…»
«Non ancora, Mamma. Prima devo distruggere la loro. Per adesso Io sono per loro un sapiente, un filosofo, come loro dicono. Ma, sia questa brama di conoscere dottrine filosofiche, sia la loro tendenza a credere possibile la incarnazione di un dio, mi aiutano molto nel portarli alla vera fede. Credilo, sono più ingenui, nel loro pensiero, di molti d’Israele»
9«Ma saranno sinceri?».
«Si dice che il Battista…»
10«No. Fosse stato per loro, Giovanni sarebbe libero e sicuro. Chi non è ribelle è lasciato stare. Anzi, ti dico, presso di loro l’essere profeti – loro dicono filosofi, perché l’elevatezza della sapienza soprannaturale per loro è sempre filosofia – è una garanzia per essere rispettati. Non essere preoccupata, Mamma. Non mi verrà da lì il male…».
11«Ma i farisei… se sanno, che diranno anche di Lazzaro? Tu… sei Tu e devi portare la Parola al mondo. Ma Lazzaro! È già tanto offeso da loro…»
«Ma è intoccabile. Lo sanno protetto da Roma».
12«Ti lascio, Figlio mio. Ecco Massimino per condurti ai gentili» e Maria, che aveva camminato al fianco di Gesù per tutto questo tempo, si ritira svelta, andando verso la casa dello Zelote, mentre Gesù entra da una porticina di ferro, aperta nella cinta del giardino, in una parte remota di esso, là dove il giardino si muta in frutteto, presso cioè al luogo dove, in futuro, sarebbe stato sepolto Lazzaro.
13Là è anche Lazzaro e nessun altro: «Maestro, mi sono permesso di ospitarli…»
«Hai fatto bene. Dove sono?»
«Là in quell’ombra di bossi e lauri. Come vedi, sono lontani almeno cinquecento passi dalla casa».
«Va bene, va bene… La Luce venga a voi tutti».
14«Salve, Maestro!» saluta Quintilliano, vestito da cittadino.
15Le dame si alzano per salutare. Sono Plautina, Valeria e Lidia, più un’altra, anziana, che non so chi sia né che sia, se dello stesso grado o di grado inferiore. Sono tutte vestite molto semplicemente e nulla le distingue.
16«Abbiamo voluto sentirti. Tu non sei mai venuto. Ero di… guardia al tuo arrivo. Ma non ti ho mai visto».
17«Io pure non ho mai visto un milite, che mi era amico, alla porta dei Pesci. Aveva nome Alessandro…»
18«Alessandro? Non so di preciso se è quello. Ma so che tempo fa dovemmo levare, per calmare i giudei, un milite colpevole di… avere parlato con Te. Ora è ad Antiochia. Ma forse tornerà. Auf! come sono seccanti i… quelli che vogliono comandare anche ora che sono soggetti! E bisogna barcamenare per non andare a cose grosse… Ci fanno la vita difficile, credilo… Ma Tu sei buono e sapiente. Ci parli? Forse presto lascerò la Palestina. Vorrei avere qualcosa di Te da ricordare».
19«Vi parlerò. Sì. Non deludo mai. Che volete sapere?».
Quintilliano guarda le dame interrogativamente… Quello che vuoi, Maestro» dice Valeria.
Parabola dei templi
20Plautina si alza di nuovo e dice: «Ho molto pensato… avrei tanto da conoscere… tutto, per giudicare. Ma, se è lecito chiedere, vorrei sapere come si costruisce una fede, la tua, per esempio, su un terreno che Tu hai detto privo di fede vera. Hai detto che le nostre credenze sono vane. Allora rimaniamo senza nulla. Come giungere ad avere?».
21«Prenderò l’esempio da una cosa che voi avete. I templi. I vostri edifici sacri, veramente belli, la cui unica imperfezione è di essere dedicati al Nulla, vi possono insegnare come si può giungere ad avere una fede e dove collocare la fede. Osservate. Dove vengono costruiti? Quale luogo è possibilmente scelto per essi? Come sono costruiti? Il luogo generalmente è spazioso, libero ed elevato. E, se spazioso e libero non è, lo si fa tale demolendo quanto lo ingombra e stringe. Se non è elevato lo si sopraeleva su uno stereobate più elevato di quello usuale di tre gradini, usato per i templi posti già su una naturale elevazione. Chiusi in una cinta sacra, per lo più, e formata da colonnati e portici entro cui sono chiusi gli alberi sacri agli dèi, fontane e altari, statue e stele, sono preceduti solitamente dal propileo, oltre il quale è l’altare dove vengono fatte le preci al nume. Di fronte a questo vi è il luogo del sacrificio, perché il sacrificio precede la preghiera. Molte volte, e specie nei più grandiosi, il peristilio li cinge di una ghirlanda di marmi preziosi. Nell’interno vi è il vestibolo anteriore, esterno o interno al peristilio, la cella del nume, il vestibolo posteriore. Marmi, statue, frontoni, acroteri e timpani, tutti politi, preziosi, decorati, fanno del tempio un edificio nobilissimo anche alla vista più rozza. Non è così?».
22«Così è, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene» conferma e loda Plautina.
23«Ma se ci consta che non è mai uscito dalla Palestina!?» esclama Quintilliano.
24«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perché Io sono dovunque è vita e manifestazione di vita. Là dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, là Io sono insieme a Colui da cui vengo. Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo»[18].
25«Sicché… Tu… Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?» chiede ancora Quintilliano.
«Io so».
Come costruire la fede
26I romani si guardano stupiti. Un silenzio lungo e poi, timidamente, prega Valeria: «Svolgi il tuo pensiero, Maestro, perché noi si sappia cosa fare».
27«Sì. La fede si costruisce come si costruiscono i templi di cui siete tanto orgogliosi. Si fa spazio al tempio, si fa libertà intorno ad esso, si fa elevazione ad esso».
28«Ma il tempio dove mettere la fede, questa deità vera, dove è?» chiede Plautina.
«Non è deità, Plautina, la fede. È una virtù. Non vi sono deità nella fede vera. Ma vi è un unico e vero Dio».
29«Allora… Egli è lassù, solo, nel suo Olimpo? E che fa se è solo?».
30«Basta a Sé stesso e si occupa di ogni cosa che è nel creato. Ti ho detto prima: anche al sibilo della zanzara è presente Dio. Non si annoia, non dubitare. Non è un povero uomo, padrone di un immenso impero in cui si sente odiato e in cui vive tremando. È l’Amore, e vive amando. La sua Vita è Amore continuo. Basta a Sé stesso perché è infinito e potentissimo, è la Perfezione. Ma tante sono le cose create, che vivono per il suo continuo volere, che Egli non ha tempo di annoiarsi. La noia è frutto dell’ozio e del vizio. Nel Cielo del vero Dio non vi è ozio e non vi è vizio. Ma presto Egli avrà, oltre agli angeli che ora lo servono, un popolo di giusti giubilanti in Lui, e sempre più questo popolo si accrescerà per i credenti futuri nel vero Dio».
31«Gli angeli sarebbero i geni?» chiede Lidia.
«No. Sono esseri spirituali, come lo è Dio che li ha creati».
32«E i geni che sono allora?».
33«Quali voi li immaginate sono menzogna. Non esistono, così come voi li immaginate. Ma per quell’istintivo bisogno dell’uomo di cercare la verità – e questo per pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi, perché è delusa nel suo desiderio, perché è affamata nella sua nostalgia del Dio vero che essa sola ricorda, in quel corpo in cui ella abita e che è retto da una mente pagana – anche voi avete sentito che l’uomo non è solo carne, e che al suo peribile corpo è unito un che di immortale. E così lo hanno le città e le nazioni. Ecco allora che credete, che sentite il bisogno di credere ai “geni”. E vi date il genio individuale, quello della famiglia, della città, delle nazioni. Voi avete il “genio di Roma”. Avete il “genio dell’imperatore” E li adorate come divinità minori. Entrate nella vera fede. Avrete conoscenza ed amicizia dell’angelo vostro, al quale darete venerazione, non adorazione. Solo Dio va adorato».
L’anima la sua natura la sua formazione
Origine e natura dell’anima
34«Hai detto: “Pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi perché delusa. Ma l’anima da chi viene?» Domanda Publio Quintilliano.
«Da Dio. Egli è il Creatore»[19].
«Ma non nasciamo da donna per connubio con uomo? Anche i nostri dèi sono generati così».
35«I vostri dèi non sono. Sono i fantasmi del vostro pensiero che ha bisogno di credere. Perché questo bisogno è più imperioso di quello del respirare. Anche chi dice di non credere crede. A qualcosa crede. Il fatto solo di dire: “Io non credo in Dio” presuppone un’altra fede. In sé stesso, magari, nella propria mente superba. Ma credere si crede sempre. È come il pensiero. Se voi dite: “Io non voglio pensare” oppure: “Io non credo a Dio”, solo per queste due frasi che dite mostrate di pensare che non volete credere a Quello che sapete esistere e che non volete pensare. Circa l’uomo, per essere esatti nell’esprimere il concetto, dovete dire: «L’uomo è generato come tutti gli animali da un connubio fra maschio e femmina. Ma l’anima, ossia quella cosa che differenzia l’animale-uomo dall’animale bruto, viene da Dio. Egli la crea di volta in volta che un uomo è generato, meglio, è concepito in un seno, e la innesta in questa carne che altrimenti sarebbe solamente animale”.»
36«E noi l’abbiamo? Noi pagani? A sentire i tuoi connazionali non parrebbe…» dice ironico Quintilliano.
«Ogni nato da donna l’ha».
37«Tu hai detto però che il peccato la uccide. Come allora in noi peccatori è viva?» chiede Plautina.
38«Voi non peccate nella fede, credendo di essere nel Vero. Quando conoscerete la Verità e persisterete nell’errore, allora peccherete. Ugualmente molte cose, che per gli israeliti sono peccato, per voi non lo sono. Perché nessuna legge divina ve le proibisce. Il peccato è quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciò che faccio è male. Ma lo voglio fare ugualmente”. Dio è giusto. Non può punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste».
39«Allora in noi l’anima è, e viva e presente?».
«Sì».
40«È sofferente? Credi proprio che essa si ricordi di Dio? Noi non ci ricordiamo del seno che ci ha portati. Non potremmo dire come era fatto nel suo interno. L’anima, se ho ben capito, viene spiritualmente generata da Dio. Può mai ricordarsi di questo se il corpo non ricorda la lunga sosta nel seno?».
41«L’anima non è bruta, Plautina. Il feto sì. L’anima è, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Eterna dal momento che viene creata, mentre Dio è il perfettissimo Eterno e perciò non ha principio nel tempo come non avrà fine. L’anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, si ricorda. E soffre perché desidera Dio, il vero Dio da cui viene, e ha fame di Dio. Ecco perché pungola il corpo torpido a cercare di accostarsi a Dio».
Le tre fasi di formazione dell’anima
42«Allora noi abbiamo un’anima come l’hanno quelli che voi dite “giusti” del vostro popolo? Proprio uguale?».
43«No, Plautina. A seconda di quello che intendi dire, cambia. Se vuoi dire per l’origine e la natura, è in tutto uguale a quella dei nostri santi. Se dici per formazione, allora ti dico che è già diversa. Se poi vuoi dire per perfezione raggiunta avanti la morte, allora la diversità può essere assoluta. Ma questo non solo in voi pagani. Anche un figlio di questo popolo può essere assolutamente diverso, nella vita futura, da un santo.
44L’anima subisce tre fasi. La prima è di creazione[20]. La seconda di ricreazione[21]. La terza di perfezione[22]. La prima è comune a tutti gli uomini. La seconda è propria dei giusti che con la loro volontà portano l’anima ad una rinascita ancora più completa, unendo le loro buone azioni alla bontà dell’opera di Dio, e fanno perciò un’anima già spiritualmente più perfetta della prima; per cui fanno, fra la prima e la terza, da anello di congiunzione. La terza è propria dei beati, o santi se così vi piace, i quali hanno superato di mille e mille gradi l’iniziale anima loro, adatta all’uomo, e ne hanno fatto un che di adatto a riposare in Dio».
Applicazione della parabola
45«Come possiamo fare spazio, libertà, elevazione all’anima?».
«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre più in alto, sui tre gradini.
46Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltà, purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generosità, misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, carità. Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza però impedirle la luce né opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciò che è inferiore: la carne e il sangue, verso ciò che è superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontà. Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perché sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai più infelici che non conoscono ciò che è Carità.
47I portici: l’effondersi dell’amore, della pietà, del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante più belle e più profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtù d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtù, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalità, svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove è Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarà? Una dovizia di spirituali ricchezze perché nulla è mai troppo per fare cornice a Dio.
48Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che è vero. Avete altro da dirmi?».
49«No, Maestro. Credo che Flavia abbia scritto le cose che hai detto. Claudia le vuole sapere. Hai scritto?».
«Esattamente» dice la donna passando le tavolette cerate.
«Ci rimarrà per poterle rileggere» dice Plautina.
50«È cera. Si cancella. Scrivetevele nei cuori. Non si cancellerà più».
51«Maestro, sono ingombri di templi vani. Vi gettiamo contro la tua Parola per atterrarli. Ma è lavoro lungo» dice Plautina con un sospiro. E termina: «Ricordati di noi presso il tuo Cielo…».
52«Andate sicure che lo farò. Vi lascio. Sappiate che la vostra venuta mi è stata cara. Addio, Publio Quintilliano. Ricordati di Gesù di Nazareth».
53Le dame salutano e se ne vanno per prime. Poi, pensieroso, se ne va Quintilliano. Gesù li guarda andare in compagnia di Massimino, che li riconduce ai loro carri.
7. Al convito dei poveri nel palazzo
di Cusa[23]
La discepola dell’anima pietosa.
17«Sì, ho pensato io pure così. D’altronde in nessuna sala avrei potuto allestire per così tanti… E non volevo fare separazioni per non creare gelosie e dolore. Gli infelici hanno una sensibilità così acuta, una dolorabilità, anzi!… Sono tutti una ferita, e basta uno sguardo a farli soffrire».
18«Sì, Giovanna. Tu hai l’anima pietosa e comprendi. Dio ti dia bene per la tua pietà. Ci sono molte discepole?».
«Oh! Tutte quelle presenti in Gerusalemme!… Ma… Signore… io forse ho peccato… Vorrei dirti una cosa in segreto».
19«Conducimi in luogo solitario».
Vanno loro due soli in una stanza che, per i balocchi sparsi dovunque, si intuisce luogo di giuochi di Maria e Mattia.
20«Ebbene, Giovanna?».
«O mio Signore, io certo sono stata imprudente… Ma mi è venuto così spontaneo l’atto, così impetuoso! Cusa me ne ha rimproverata. Ma ormai… Al Tempio venne uno schiavo di Plautina con una tavoletta. Ella e le compagne chiedevano se era possibile vederti. Ho risposto: “Sì. Nel pomeriggio a casa mia”. E verranno… Ho fatto male? Oh! non per Te!… Ma per gli altri, per quelli che sono tutti Israele… e non sono amore come Te. Se ho mancato, provvederò a riparare… Ma desidero tanto che il mondo, tutto il mondo, ti ami, che… che non ho riflettuto che nel mondo Tu solo sei Perfezione e troppo pochi cercano di assomigliarti».
21«Hai fatto bene. Oggi Io predico a voi tutti con le opere. E la presenza dei gentili fra i credenti in Gesù Salvatore sarà una delle cose da farsi in futuro dai miei credenti».
Intanto cominciano a salire gli ospiti… e Gesù parla con Giovanna.
Le Patrizie, serve degli infimi del mondo.
57«Va bene. Vengano pure. Molto meglio se si sono messe vesti ebree per non urtare le prevenzioni di molti. Le attendo qui. Va’ a chiamarle», e addossato allo stipite osserva l’afflusso dei convitati, che apostoli, discepoli e discepole guidano con amorevolezza alle tavole secondo un ordine prestabilito. Al centro è la tavola bassa dei fanciulli, poi, di qua e di là, tutte le altre, parallele. Ma mentre ciechi, zoppi, rattratti, storpi, vecchi, vedove, mendichi si dispongono con le loro storie di dolori impresse sui volti, ecco che, gentili come cesti di fiori, vengono portati dei cestoni mutati in cuna, persino dei piccoli cofani, nei quali, adagiati su cuscini, dormono sazi i poppanti presi alle madri mendiche. E Maria di Madgala, rasserenata, corre da Gesù dicendo: «Sono giunti i fiori. Vieni a benedirli, mio Signore».
58Ma nello stesso tempo Giovanna emerge dalle scale interne dicendo: «Maestro, ecco le discepole pagane». Sono sette donne, vestite di oscure e dimesse vesti simili a quelle delle ebree. Un velo è sul volto di tutte e un mantello le copre fino ai piedi.
59Due sono alte e maestose, le altre di media statura. Ma quando, dopo aver venerato il Maestro, si levano il mantello è facile riconoscere Plautina, Lidia, Valeria; la liberta Flavia, quella che ha scritto le parole di Gesù nel giardino di Lazzaro; e poi vi sono tre sconosciute. Una dallo sguardo uso al comando e che pure si inginocchia dicendo al Signore: «E con me Roma si prostri ai tuoi piedi», e poi una formosa matrona sui cinquant’anni, e infine una giovinetta esile e serena come un fior di campo.
60Maria di Magdala riconosce le romane, nonostante le loro vesti ebree, e mormora: «Claudia!!!», e resta ad occhi sgranati.
«Io. Basta di udire per altrui parola! La Verità e la Sapienza vanno attinte alla fonte diretta».
61«Credi che ci riconosceranno?», chiede Valeria a Maria di Magdala.
«Se non vi tradite col nominarvi, non credo. Del resto vi metterò in luogo sicuro».
62«No, Maria. Alle tavole, a servire i mendichi. Nessuno potrà pensare che le patrizie siano serve ai poveri, agli infimi del mondo ebraico», dice Gesù.
«Bene sentenzi, o Maestro. Perché la superbia è innata in noi».
63«E l’umiltà è il segno più netto della mia dottrina. Chi mi vuole seguire deve amare la Verità, la Purezza e l’Umiltà, avere carità per tutti ed eroismo per sfidare l’opinione degli uomini e le pressioni dei tiranni. Andiamo».
64«Perdona, o Rabbi. Questa fanciulla è una schiava figlia di schiavi. L’ho riscattata perché di origine israelita e Plautina con sé la tiene. Ma io te l’offro, pensando che bene è farlo. Il suo nome è Egla. Ti appartiene».
«Maria, accoglila. Poi penseremo… Grazie, donna».
I servi dei poveri.
65Gesù va sul terrazzo a benedire i fanciulli. Molta curiosità destano le dame. Ma così vestite e pettinate all’ebrea, in vesti quasi povere, non destano sospetti. Gesù va al centro della terrazza, presso la tavola dei fanciulli, e prega, offrendo per tutti il cibo al Signore, benedice e dà ordine di iniziare il pasto.
66Apostoli, discepoli, discepole, dame, sono i servi dei poveri, e Gesù ne dà l’esempio rimboccandosi le larghe maniche della veste rossa e occupandosi dei suoi bambini, aiutato da Mirjam di Giairo e da Giovanni.
67Le bocche di tanti denutriti lavorano egregiamente, ma gli occhi sono tutti rivolti al Signore. La sera scende e viene levato il velano mentre lumi, ancora superflui, vengono portati dai servi.
68Gesù circola fra le tavole. Non lascia nessuno senza conforti di parole e di aiuto. Sfiora così più volte le regali Claudia e Plautina, che dimesse spezzano il pane o portano il vino alle labbra dei ciechi, dei paralitici, dei monchi; sorride alle sue vergini che si occupano delle donne, alle madri discepole tutte pietose presso gli infelici, a Maria di Magdala che si prodiga a una tavolata di vecchioni, la più triste di tutte, piena di tossi, di tremiti, di mascelle sdentate che biasciano e di bocche che sbavano; e aiuta Matteo che palleggia un infante, che si è fatto andare per traverso una mollica di focaccia che succhiava e mordeva coi dentini novelli; complimenta Cusa che, sopraggiunto al principio del pasto, scalca le carni e serve come un servo provetto.
69Il pasto ha termine. Nei volti coloriti, negli occhi più lieti, è palese la soddisfazione dei miseri.
L’ amore misericordioso.
Viva Gesù!
70Gesù si curva su un vecchione scosso da un tremito e dice: «Che pensi, o padre, che sorridi?».
«Penso che non è proprio un sogno. Fino a poco fa credevo di dormire e sognare. Ma ora sento che è proprio vero. Ma chi ti fa così buono, che fai buoni così i tuoi discepoli? Viva Gesù!», grida per ultimo.
E tutte le voci di questi miseri, e sono centinaia, gridano: «Viva Gesù!».
Gesù va di nuovo al centro e apre le braccia, facendo cenno di tacere e di stare fermi, e inizia a parlare stando seduto con un fanciullino sulle ginocchia.
Significati del nome di Gesù.
71«Viva, sì, viva Gesù, non perché Io sono Gesù. Ma perché Gesù vuol dire l’amore di Dio fatto carne e sceso fra gli uomini per essere conosciuto e per far conoscere l’amore che sarà il segno della nuova èra. Viva Gesù perché Gesù vuol dire “Salvatore”. Ed Io vi salvo. Vi salvo tutti, ricchi e poveri, fanciulli e vegliardi, israeliti e pagani, tutti, purché voi vogliate darmi la volontà di essere salvati. Gesù è per tutti. Non è per questo o quello. Gesù è di tutti. Di tutti gli uomini e per tutti gli uomini. Per tutti sono l’Amore misericorde e la Salvezza sicura.
Requisiti per essere di Gesù.
72Cosa è necessario fare per essere di Gesù, e perciò per avere salvezza? Poche cose. Ma grandi cose. Non grandi perché cose difficili come quelle che fanno i re. Ma grandi perché vogliono che l’uomo si rinnovelli per farle e per divenire di Gesù. Perciò amore, umiltà, fede, rassegnazione, compassione. Ecco. Voi, che discepoli siete, cosa avete fatto oggi di grande? Direte: “Nulla. Abbiamo servito un pasto”. No. Avete servito l’amore. Vi siete umiliati. Avete trattato da fratelli gli sconosciuti di tutte le razze, senza chiedere chi sono, se sono sani, se sono buoni. E lo avete fatto in nome del Signore. Forse speravate grandi parole da Me, per la vostra istruzione. Vi ho fatto fare grandi fatti. Abbiamo iniziato il giorno con la preghiera, abbiamo sovvenuto lebbrosi e mendichi, abbiamo adorato l’Altissimo nella sua Casa, abbiamo iniziato le agapi fraterne e la cura dei pellegrini e dei poveri, abbiamo servito perché servire per amore è essere simile a Me che sono Servo dei servi di Dio, Servo fino ad annichilimento di morte per ministrare a voi salvezza…».
Re del Regno dell’amore
73Un vocio e uno scalpiccio interrompe Gesù. Un gruppo scalmanato di israeliti sale di corsa le scale. Le romane più note, ossia Plautina, Claudia, Valeria e Lidia, si ritirano nell’ombra calando il velo.
I disturbatori irrompono sul terrazzo e pare cerchino chissà che. Cusa, offeso, va loro davanti e chiede: «Che volete?».
«Nulla che ti riguardi. Cerchiamo Gesù di Nazareth e non te».
74«Eccomi. Non mi vedete?», chiede Gesù posando a terra il fanciullino e alzandosi imponente.
«Che fai qui?».
«Lo vedete. Faccio ciò che insegno e insegno ciò che va fatto: l’amore ai più poveri. Che vi era stato detto?».
«Furono uditi gridi sediziosi. E siccome dove sei Tu là è sedizione, siamo venuti a vedere».
75«Là dove Io sono è pace. Il grido era: “Viva Gesù”».
«Appunto. Fu pensato, tanto al Tempio che al palazzo d’Erode, che qui si congiurasse contro…».
«Chi? Contro chi? Chi è re in Israele? Non il Tempio, non Erode. Roma domina, e folle è chi pensa a farsi re là dove essa impera».
«Tu dici d’esser re».
76«Re sono. Ma non di questo regno. Troppo meschino per Me! Troppo meschino è anche l’impero. Re Io sono del Regno santo dei Cieli, del Regno dell’Amore e dello Spirito. Andate in pace. O restate, se volete, e imparate come si accede a questo mio Regno. I miei sudditi eccoli: i poveri, gli infelici, gli oppressi, e poi i buoni, gli umili, i caritatevoli. Restate, unitevi ad essi».
«Però Tu sei sempre ai conviti in case fastose, fra belle donne e …».
«Basta! Non si insinua e non si offende il Rabbi in casa mia. Uscite!», tuona Cusa.
La serpe e l’Agnello.
77Ma dalla scala interna balza sul terrazzo una figuretta snella di fanciulla velata. Corre leggera come una farfalla fino a Gesù e là getta velo e manto, cadendogli ai piedi e tentando baciarglieli.
78«Salomè!», grida Cusa e con lui altri. Gesù si è ritirato così violentemente, per sfuggire il contatto, che il suo sedile si rovescia ed Egli ne approfitta per metterlo fra Sé e Salomè come separazione.
79I suoi occhi fanno paura tanto sono fosforescenti, terribili. Salomè, leggera e sfrontata, tutta moine, dice: «Sì, io. L’acclamazione è giunta al Palazzo. Erode manda ambasceria a dirti che ti vuol vedere. Ma io l’ho prevenuta. Vieni con me, Signore. Io ti amo tanto e ti desidero tanto! Sono io pure carne d’Israele».
«Va’ alla tua casa».
«La Corte ti attende per darti onore».
80«La mia Corte è questa. Non ne conosco altra né altri onori», e colla mano indica i poveri seduti alle tavole.
«Ti porto doni per essa. Ecco i miei monili».
«Non li voglio».
81«Perché li rifiuti?».
«Perché sono immondi e dati per immondo scopo. Va’ via!».
82Salomè si rialza interdetta. Guarda di sfuggita il Terribile, il Purissimo che la fulmina col braccio teso e lo sguardo di fuoco. Guarda furtiva tutti e vede beffa o nausea sui volti. I farisei sono pietrificati e osservano la scena potente. Le romane osano farsi avanti per vedere meglio. Salomè tenta un’ultima prova.
«Avvicini anche i lebbrosi…», dice sommessa e supplichevole.
83«Sono dei malati. Tu sei un’impudica. Va’ via!».
L’ultimo «va’ via!» è talmente potente che Salomè raccoglie velo e manto e, curva, strisciando, si dirige alle scale.
84«Bada, Signore!… Ella è potente… Potrebbe nuocerti», sussurra Cusa sottovoce.
85Ma Gesù risponde a voce fortissima, ché tutti possano sentire, la scacciata per prima: «Non importa. Preferisco essere ucciso ad avere alleanze con il vizio. Sudore di donna lasciva e oro di meretrice sono veleni d’inferno. Alleanza di viltà coi potenti è colpa. Io sono Verità, Purezza e Redenzione. E non muto. Va’. Accompagnala…»
«Punirò i servi che l’hanno lasciata passare».
86«Non punirai nessuno. Una sola va punita. Lei. E lo è. E sappia, e sappiate che il suo pensiero mi è noto e che ne ho ribrezzo. Torni la serpe nel suo covo. L’Agnello torna ai suoi giardini».
I fatti parlano con la loro evidenza.
87Si siede. Suda. Tace. Poi dice: «Giovanna, dà ad ognuno l’obolo perché meno triste sia per qualche giorno la vita… Che altro vi devo fare, figli del dolore? Che volete che Io vi possa dare? Leggo nei cuori. Ai malati che sanno credere, pace e salute!».
88Un attimo di sosta e poi un grido… e sono molti e molti che sorgono guariti. I giudei venuti a sorprendere se ne vanno sbalorditi e trascurati nel delirio generale di acclamazioni per il miracolo e per la purezza di Gesù.
89Gesù sorride baciando i bambini. Poi congeda gli ospiti trattenendo le vedove e parla con Giovanna in loro favore. Giovanna prende nota e le invita per il domani. Poi esse pure vanno. Ultimi vanno i vecchi… Restano apostoli, discepoli, discepole e le romane.
90Gesù dice: «Così è e deve essere l’unione futura. Non ci sono parole. I fatti parlino agli spiriti e alle menti colla loro evidenza. La pace sia con voi».
91Si dirige verso le scale interne e scompare seguito da Giovanna e poi dagli altri.
92Alla base delle scale scontra Giuda: «Maestro, non andare al Getsemani! Ti cercano là dei nemici. E tu, madre, che dici ora? Tu che mi accusi! Se non fossi andato, non avrei saputo l’insidia tesa al Maestro. In un’altra casa! In un’altra casa andiamo!».
93«Nella nostra, allora. In casa di Lazzaro non entra che chi è amico di Dio», dice Maria di Magdala.
94«Sì. Quelli che ieri erano al Getsemani vengano con le sorelle al palazzo di Lazzaro. Domani provvederemo».
8. Giovedì avanti Pasqua. Protezione di Claudia e ricovero nel palazzo di Lazzaro. Lo statuto del Regno[24].
Tutto per il Messia Re.
Eroismo della Maddalena.
1Non brillano certo per il loro eroismo i seguaci di Gesù!
2La notizia portata da Giuda è simile all’apparizione di uno sparviero su un’aia piena di pulcini, o di un lupo sul ciglio prossimo ad un gregge! Spavento, o per lo meno orgasmo, sono su almeno nove decimi dei volti presenti, e specie dei volti maschili. Io credo che molti hanno già l’impressione del filo della spada o del flagello contro l’epidermide, e il meno che pensano è di avere a provare le segrete delle carceri in attesa di processo.
3Le donne sono meno agitate. Più che agitate, sono impensierite per i figli o i mariti e consigliano questi e quelli di squagliarsi a piccoli gruppi spargendosi nelle campagne.
4Maria di Magdala insorge contro quest’onda di timore esagerato: «Oh! quante gazzelle sono in Israele! Non vi fa vergogna tremare così? Vi ho detto che nel mio palazzo sarete più sicuri che in una fortezza. Venite dunque! E sulla mia parola vi assicuro che non vi accadrà nulla di nulla. Se oltre ai designati da Gesù ve ne sono altri che pensano essere sicuri nella mia casa, vengano. Ci sono letti e lettucci per una centuria. Andiamo, decidete, in luogo di basire di paura! Soltanto prego Giovanna di farci seguire dai servi con delle cibarie. Perché in palazzo non ce n’è per tanti, ed è sera ormai. Un buon pasto è la miglior medicina per rinfrancare i pusilli». E non è solo imponente nella sua veste bianca, ma è abbastanza ironica negli occhi splendidi mentre, dall’alto della sua statura, guarda il gregge spaurito che si pigia nel vestibolo di Giovanna.
5«Provvederò subito. Andate pure, ché Gionata vi seguirà coi servi ed io con lui, perché mi concedo la gioia di seguire il Maestro e senza paura, ve lo assicuro, tanto senza paura che porto con me i bambini», dice Giovanna. Si ritira a dare ordini, mentre le prime avanguardie dello spaurito esercito mettono caute la testa fuori dal portone e, vedendo che non c’è nulla di pauroso, osano uscire nella via e avviarsi seguiti dagli altri.
6Il gruppo verginale è al centro, immediatamente dopo Gesù che è nelle prime file. Dietro, oh! dietro alle vergini le donne; e poi i più… vacillanti nel coraggio, che hanno le spalle protette da Maria di Lazzaro che si è unita alle romane, decise a non staccarsi da Gesù tanto presto. Ma poi Maria di Lazzaro corre avanti a dire qualcosa alla sorella, e le sette romane restano con Sara e Marcella, rimaste esse pure alla retroguardia per ordine di Maria e nell’intento di far passare ancor più inosservate le sette romane.
7Sopraggiunge a passo svelto Giovanna coi bambini per mano, e dietro a lei è Gionata coi servi carichi di borse e ceste, che si mettono in coda alla piccola turba che, in verità, nessuno nota, perché le vie formicolano di gruppi che vanno alle case o agli accampamenti, e la penombra rende meno riconoscibili i volti. Adesso Maria di Magdala insieme a Giovanna, Anastasica e Elisa, è proprio in prima fila e guida, per viette secondarie, i suoi ospiti al palazzo.
Claudia appoggia la fondazione del Regno.
8Gionata cammina quasi a pari delle romane, alle quali rivolge la parola come a serve delle discepole più ricche. Ne approfitta Claudia per dirgli: «Uomo, ti prego di andare a chiamare il discepolo che ha portato la notizia. Digli che venga qui. E dillo in maniera da non attirare l’attenzione. Va’!». La veste è dimessa, ma il modo è involontariamente potente, di chi è uso al comando. Gionata sbarra gli occhi cercando vedere, attraverso il velo calato, chi è che gli parla così. Ma non riesce che a vedere il balenio di due occhi imperiosi. Però deve intuire che non è una serva la donna che gli parla, e prima di ubbidire si inchina.
9Raggiunge Giuda di Keriot, che parla animatamente con Stefano e con Timoneo, e lo tira per la veste.
«Che vuoi?».
«Ti devo dire una cosa».
«Dilla».
«No. Vieni indietro con me. Ti vogliono, per una elemosina, credo…».
10La scusa è buona ed è accettata con pace dai compagni di Giuda e con entusiasmo da Giuda, che torna indietro svelto insieme a Gionata.
11Eccolo alla fila ultima. «Donna, ecco l’uomo che volevi», dice Gionata a Claudia.
12«Grata ti sono per avermi servito», risponde questa stando sempre velata. E poi, volgendosi a Giuda: «Ti piaccia sostare un momento per ascoltarmi».
13Giuda, che sente un modo di parlare molto raffinato e vede due occhi splendidi attraverso il velo sottile, e che forse si sente prossimo ad una grande avventura, acconsente senza ostacolo.
14Il gruppo delle romane si separa. Restano, con Claudia, Plautina e Valeria; le altre proseguono.
15Claudia si guarda intorno. Vede solitaria la vietta in cui sono rimasti fermi e con la mano bellissima getta da parte il velo, scoprendo il viso. Giuda la riconosce e, dopo un attimo di sbalordimento, si curva salutando con un misto di atti giudei e di parola romana: «Domina!».
16«Sì. Io. Alzati e ascolta. Tu ami il Nazareno. Del suo bene ti preoccupi. Bene fai. É un virtuoso e va difeso. Noi lo veneriamo come grande e giusto. I giudei non lo venerano. Lo odiano. So. Ascolta. E intendi bene, e bene ricorda e applica. Io lo voglio proteggere. Non come la lussuriosa di poc’anzi. Con onestà e virtù. Quando il tuo amore e la tua sagacia ti lasceranno capire che vi è insidia per Lui, vieni o manda. Claudia tutto può su Ponzio. Claudia otterrà protezione per il Giusto. Intendi?».
17«Perfettamente, domina. Il nostro Dio ti protegga. Verrò, solo che possa, verrò io, personalmente. Ma come passare da te?».
18«Chiedi sempre di Albula Domitilla. È una seconda me stessa, ma nessuno si stupisce se parla con giudei, essendo quella che si occupa delle mie liberalità. Ti crederanno un cliente. Forse ti umilia?».
19«No, domina. Servire il Maestro e ottenere la tua protezione è onore».
20«Sì. Vi proteggerò. Una donna sono. Ma sono dei Claudi. Posso più di tutti i grandi in Israele perché dietro me è Roma. Tieni, intanto. Per i poveri del Cristo. Il nostro obolo. Però… vorrei essere lasciata fra i discepoli questa sera. Procurami questo onore e tu sarai protetto da Claudia».
21Su un tipo come l’Iscariota le parole della patrizia operano prodigiosamente. Egli va al settimo cielo!… Osa chiedere: «Ma tu veramente lo aiuterai?».
22«Sì. Il suo Regno merita di essere fondato, perché è regno di virtù. Ben venga, in opposizione alle laide onde che coprono i regni attuali e che schifo mi fanno. Roma è grande, ma il Rabbi è ben più grande di Roma. Noi abbiamo le aquile sulle nostre insegne e la superba sigla. Ma sulle sue saranno i Geni e il santo suo Nome. Grande sarà, veramente grande Roma, e la Terra, quando metteranno quel Nome sulle loro insegne e il suo segno sarà sui labari e sui templi, sugli archi e le colonne».
23Giuda è trasecolato, sognante, estatico. Palleggia la pesante borsa che gli è stata data, e lo fa macchinalmente, e dice col capo di sì, di sì, di sì, a tutto…
24«Or dunque andiamo a raggiungerli. Alleati siamo, non è vero? Alleati per proteggere il tuo Maestro e il Re degli animi onesti».
25Cala il velo e rapida, snella, va quasi di corsa a raggiungere il gruppo che l’ha preceduta, seguita dalle altre e da Giuda, che ha il fiato grosso non tanto per la corsa quanto per ciò che ha sentito. Il palazzo di Lazzaro sta inghiottendo le ultime coppie dei discepoli quando lo raggiungono. Entrano svelti, e il portone ferrato si chiude con grande sferragliare di chiavistelli messi dal custode.
Tutto per il Messia!
26Una solitaria lampada, sorretta dalla moglie del custode, a mala pena rischiara il quadrato vestibolo tutto bianco del palazzo di Lazzaro. Si capisce che la casa non è abitata, per quanto sia ben custodita e tenuta in ordine.
27Maria e Marta guidano gli ospiti in un vasto salone, certo adibito ai conviti, dalle fastose pareti coperte di stoffe preziose, che disvelano i loro rabeschi man mano che vengono accesi i lampadari e posati i lumi sulle credenze, sui cofani preziosi, messi intorno alle pareti, o sulle tavole addossate ad un lato, pronte ad essere usate, ma certo da tempo inservibili. Ma Maria ordina siano portate al centro della sala e preparate per la cena coi viveri che i servi di Giovanna estraggono da borse e ceste e mettono sulle credenze. Giuda prende da parte Pietro e gli dice qualcosa all’orecchio. Vedo Pietro che sgrana gli occhi e scuote una mano come si fosse scottato le dita, mentre esclama: «Fulmini e cicloni! Ma che dici?».
28«Sì. Guarda. E pensa! Non aver più paura! Non essere più così angustiati!».
29«Ma è troppo bello! Troppo! Ma come ha detto? Proprio che ci protegge? Che Dio la benedica! Ma quale è?».
«Quella vestita di color tortora selvatica, alta, snella. Ecco, ci guarda…».
30Pietro guarda l’alta donna dal volto regolare e serio, dagli occhi dolci eppure imperiosi. «E … come hai fatto a parlarle? Non hai avuto…».
«No, affatto».
«Eppure tu odiavi i contatti con loro! Come me, come tutti…».
31«Sì. Ma li ho superati per amor del Maestro. Come ho superato il desiderio di troncarla cogli antichi compagni del Tempio… Oh! tutto per il Maestro! Voi tutti, e mia madre con voi, credete che io sia ambiguo. Tu, di recente, mi hai rimproverato le amicizie che ho. Ma se non le mantenessi, e con forte pena, non saprei tante cose. Non è bene mettersi bende agli occhi e cera nelle orecchie per paura che il mondo entri in noi per occhi e orecchi. Quando si è in una impresa pari alla nostra, occorre vegliare a occhi e orecchi più che liberi. Vegliare per Lui, per il suo bene, per la sua missione, per la fondazione di questo benedetto regno…».
32Molti degli apostoli e qualche discepolo si sono avvicinati e ascoltano, approvando col capo. Perché, infatti, non si può dire che Giuda parli male!
32Pietro, onesto e umile, lo riconosce e dice: «Hai proprio ragione! Perdona i miei rimproveri. Tu vali più di me, sai fare. Oh! andiamolo a dire al Maestro, a sua Madre, alla tua! Era tanto angustiata!
33«Perché male lingue hanno insinuato… Ma per ora taci. Dopo, più tardi. Vedi? Si siedono a mensa e il Maestro ci fa cenno di andare…».
34…La cena è rapida. Anche le romane, sedute al tavolo delle donne, mescolate ad esse di modo che proprio Claudia è seduta fra Porfirea e Dorca, mangiano in silenzio ciò che viene loro messo davanti, e fra loro e Giovanna e Maria di Magdala corrono misteriose parole fatte di sorrisi e di ammicchi. Sembrano scolarette in vacanza.
35Gesù, dopo la cena, ordina di formare un quadrato di sedili e di prendervi posto per ascoltarlo. Egli si mette al centro e inizia a parlare in mezzo ad un quadrato attento di volti, nei quali sono chiusi solo gli occhietti innocenti del figliolino di Dorca, dormente in seno alla madre, e stanno velandosi di sonno quelli di Maria, seduta sulle ginocchia di Giovanna, e di Mattia, che si è accoccolato sui ginocchi di Gionata.
Lo statuto del Regno.
Alla aurora delle future fraternità cristiane.
36«Discepoli e discepole qui radunati in nome del Signore, o qui attratti per desiderio di Verità, desiderio che viene ancora da Dio che vuole luce e verità in tutti i cuori, udite. Questa sera ci è concesso, e proprio la nequizia che ci vuole dispersi lo procura, di essere tutti uniti. Né, voi di sensi limitati, sapete quanto è profonda e vasta questa unione, vera aurora delle future che saranno quando il Maestro non sarà più fra voi, carnalmente, ma sarà in voi col suo spirito. Allora saprete amare. Allora saprete praticare. Per ora siete come bambini ancora al seno. Allora sarete come adulti che potrete gustare ogni cibo senza che vi nuoccia. Allora saprete, come Io dico, dire: “Venite a me voi tutti, perché tutti fratelli siamo, e per tutti Egli si è immolato”.
37Troppe prevenzioni in Israele! Queste sono tante frecce lesive alla carità. Parlo a voi, fedeli, apertamente, perché fra voi non sono i traditori, né i saturi di preconcetti che separano, che si mutano in incomprensione, in caparbietà, in odio per Me che vi indico le vie del futuro. Io non posso parlare diversamente.
Regola per divenire discepolo perfetto.
38E d’ora in poi parlerò più poco, perché vedo che inutili o quasi sono le parole. Ne avete avute da santificarvi e ammaestrarvi in maniera perfetta. Ma poco avete proceduto, specie voi, uomini fratelli, perché vi piace la parola ma non la mettete in atto. D’ora in poi, e con misura sempre più stringente, vi farò fare ciò che dovrete fare quando il Maestro sarà tornato al Cielo dal quale è venuto. Vi farò assistere a ciò che è il Sacerdote futuro. Più che le parole, osservate i miei atti, ripeteteli, imparateli[25], uniteli all’insegnamento. Allora diverrete discepoli perfetti.
Praticate la carità attiva[26]
39Che ha fatto e che vi ha fatto fare e praticare oggi il Maestro? La carità nelle sue multiformi forme. La carità verso Dio. Non la carità di preghiera, vocale, di rito soltanto. Ma la carità attiva[27], che rinnovella nel Signore[28], che spoglia dallo spirito del mondo[29], dalle eresie del paganesimo[30], il quale non è solo nei pagani, ma che è anche in Israele con le mille consuetudini che si sono sostituite alla vera Religione, santa, aperta, semplice come tutto ciò’ che da Dio viene. Non atti buoni, o apparentemente tali, per essere lodati dagli uomini, ma azioni sante per meritare la lode di Dio.
Agite col fine di meritare la vita eterna.
40Chi è nato muore. Lo sapete. Ma non finisce la vita con la morte. Essa prosegue in altra forma e per l’eternità con un premio a chi fu giusto, con un castigo a chi fu malvagio. Questo pensiero di certo giudizio non sia paralisi durante il vivere e nell’ora del morire. Ma sia pungolo e freno, pungolo che sprona al bene, freno che trattiene da male passioni.
41Siate perciò veramente amanti del Dio vero, agendo nella vita sempre col fine di meritarlo nella vita futura. O voi che amate le grandezze, quale grandezza più grande di divenire figli di Dio, dèi perciò?
Siate santi.
42O voi che temete il dolore, quale sicurezza di non più soffrire, quale quella che vi attende nel Cielo? Siate santi[31]. Volete fondare un regno anche sulla Terra? Vi sentite insidiati e temete non riuscirvi? Se agirete da santi riuscirete. Perché la stessa autorità che ci domina non potrà impedirlo, nonostante le sue coorti, perché voi persuaderete le coorti a seguire la dottrina santa così come Io, senza violenza, ho persuaso le donne di Roma che qui è Verità…».
«Signore! …», esclamano le romane vedendosi scoperte.
43«Sì, donne. Ascoltate e ricordate. Io dico ai miei seguaci d’Israele, Io dico a voi, non d’Israele ma di animo giusto, lo statuto del Regno mio.
44Non rivolte. Non servono. Santificare l’autorità impregnandola della nostra santità[32]. Sarà un lungo lavoro, ma sarà vittorioso. Con mitezza e pazienza, senza frette stolte, senza deviazioni umane, senza rivolte inutili, ubbidendo là dove l’ubbidire non nuoce alla propria anima, voi perverrete a fare dell’autorità, che ora ci domina paganamente, una autorità protettrice e cristiana.
Fate il vostro dovere di servi.
45Fate il vostro dovere di sudditi verso l’autorità, come fate quello di fedeli verso Dio. Vogliate vedere in ogni autorità non un oppressore ma un elevatore, perché vi dà il modo di santificarlo e di santificarvi con l’esempio e l’eroismo.
Siate tutti fratelli buoni e fedeli.
46Vogliate essere, come siete buoni fedeli e buoni cittadini, dei buoni mariti, delle buone mogli, santi, casti, ubbidienti, amorosi l’un dell’altro, uniti per allevare i figli nel Signore, per essere paterni e materni anche coi servi e con gli schiavi, che essi pure hanno anima e carne, sentimenti e affetti come voi li avete. Se la morte vi leva il compagno o la compagna, non siate, potendolo, vogliosi di nuove nozze. Amate gli orfani anche per il compagno scomparso. E voi, servi, siate sommessi ai padroni, e se sono imperfetti santificateli col vostro esempio. Grande merito ne avrete agli occhi del Signore. In futuro nel mio Nome non saranno più padroni e servi, ma fratelli. Non saranno più razze, ma fratelli. Non saranno più oppressi e oppressori che si odiano, perché gli oppressi chiameranno fratelli i loro oppressori.
Amatevi come Dio vi ama.
47Amatevi voi di una fede, dando l’un l’altro aiuto così come oggi vi ho fatto fare. Ma non limitate l’aiuto ai poveri, ai pellegrini, ai malati della vostra razza. Aprite le braccia a tutti, così come la Misericordia le apre a voi.
48Chi più ha, dia a chi non ha o ha poco. Chi più sa, insegni a chi non sa o sa poco, e insegni con pazienza e umiltà, ricordando che, in verità, prima della mia istruzione nulla sapevate. Ricercate la Sapienza non per lustro, ma per aiuto nel procedere nelle vie del Signore.
Titti siete utili nel Regno del Signore.
49Le donne maritate amino le vergini, e queste le coniugate, e ambe diano affetto alle vedove. Tutte siete utili nel Regno del Signore.
50I poveri non invidino, i ricchi non creino odi con la mostra di ricchezze e la durezza di cuore.
51Abbiate cura degli orfani, dei malati, dei senza dimora. Aprite il cuore prima ancora della borsa e della casa, perché se anche date, ma con mal garbo, non fate onore ma offesa a Dio che è presente in ogni infelice.
52In verità, in verità vi dico che non è difficile servire il Signore. Basta amare. Amare il Dio vero, amare il prossimo quale che sia. In ogni ferita o febbre che curerete Io sarò. In ogni sventura che soccorrerete Io sarò. E tutto quello che farete a Me nel prossimo, se è bene, sarà a Me fatto; se male, anche a Me sarà fatto. Volete farmi soffrire? Volete perdere il Regno di pace, il divenire dèi, soltanto per non esser buoni col prossimo vostro?
Ultime raccomandazioni.
53Mai più saremo tutti così uniti. Verranno altre Pasque… e non potremo essere insieme per molte cause; le prime: quelle di una prudenza santa in parte e in parte eccessiva, ed ogni eccesso è colpa, per cui dovremo stare divisi; le altre Pasque ancora perché Io non sarò più fra voi… Ma ricordate questa giornata. Fate in futuro, e non per la sola Pasqua ma per sempre, ciò che vi ho fatto fare.
54Non vi ho mai lusingato sulla facilità di appartenermi. Appartenermi vuol dire vivere nella Luce e Verità, ma mangiare anche il pane della lotta e delle persecuzioni. Ora, però, più voi sarete forti nell’amore e più sarete forti nella lotta e nella persecuzione.
55Credete in Me. Per quello che sono realmente: Gesù Cristo, il Salvatore, il cui Regno non è di questo mondo, la cui venuta indica pace ai buoni, il cui possesso vuol dire conoscere e possedere Dio, perché veramente chi ha Me in sé ed ha sé stesso in Me è in Dio, e possiede Dio nel suo spirito per averlo poi nel Regno celeste in eterno.
56La notte è discesa. Domani è Parasceve. Andate. Purificatevi, meditate, compite una Pasqua santa.
57Donne di altra razza, ma di retto spirito, andate. La buona volontà che vi anima vi sia via per venire alla Luce. In nome dei poveri che sono Me stesso, Io vi benedico per l’obolo generoso e vi benedico per le vostre buone intenzioni verso l’Uomo che è venuto a portare amore e pace sulla Terra. Andate! E tu, Giovanna, e quanti altri non temono più insidie, andate pure».
L’ora dello stupore.
Lo stupore per le romane.
58Un brusìo di stupore scorre l’assemblea mentre le romane – riposte le tavolette cerate, che Flavia ha scritto mentre Gesù parlava, in una borsa – ridotte a sei, perché Egla resta presso Maria di Magdala, escono dopo un saluto collettivo. Tanto è lo stupore che nessuno dei presenti, meno Giovanna, Gionata e i servi di Giovanna che portano in braccio i piccoli dormenti, si muove. Ma quando il rumore cupo del portone che si chiude dice che le romane sono partite, un clamore succede al brusìo.
59«Ma chi sono?».
«Come fra noi?».
«Che hanno fatto?».
60E su tutti grida Giuda: «Come sai, Signore, dell’obolo opimo che mi hanno dato?».
61Gesù seda il tumulto col gesto e dice: «Claudia e le sue dame sono. E mentre le alte dame di Israele, tementi l’ira dei consorti, o con lo stesso pensiero e cuore dei consorti, non osano divenire le mie seguaci, le sprezzate pagane, con astuzie sante, sanno venire ad apprendere la Dottrina che, anche se accettata per ora umanamente, è sempre elevatrice… E questa fanciulla, già schiava, ma di razza giudea, è il fiore che Claudia offre alle schiere di Cristo, rendendola alla libertà e dandola alla fede di Cristo. Riguardo a sapere dell’obolo… oh! Giuda! Tutti meno te potrebbero farmi questa domanda! Tu sai che Io vedo nei cuori».
L’ Iscariota fa stupire.
62«Allora vedrai che ho detto il vero dicendo che c’era insidia e che io l’ho sventata andando a far parlare… esseri colpevoli?».
«È vero».
63«Dillo allora ben forte, che mia madre lo senta… Madre, un ragazzo sono, ma non un ribaldo… Madre, facciamo la pace. Comprendiamoci, amiamoci, uniti nel servizio a Gesù nostro».
64E Giuda va umile e amoroso ad abbracciare la madre che dice: «Sì, figliuolo! Si, Giuda mio! Buono! Buono! Sempre buono sii, o mia creatura! Per te, per il Signore! Per la tua povera mamma!».
65Intanto la sala è piena di agitazioni e commenti, e molti definiscono imprudente l’avere accolto le romane e rimproverano Gesù.
66Giuda sente. Lascia la madre e accorre in difesa del Maestro. Racconta il suo colloquio con Claudia e termina: «Non è spregevole aiuto. Anche senza averla ricevuta avanti fra noi, non abbiamo evitato persecuzione. Lasciamola fare. E, ricordatevelo bene, è meglio tacere con chicchessia. Pensate che, se è pericoloso per il Maestro, non lo è di meno per noi essere amici di pagani. Il Sinedrio che, in fondo, è trattenuto da paura verso Gesù per un superstite timore di alzare la mano sull’Unto di Dio, non avrebbe tanti scrupoli ad ammazzarci come cani, noi che siamo poveri uomini qualunque. In luogo di fare quelle facce scandalizzate, ricordate che poco fa eravate come tante passere spaurite, e benedite il Signore di aiutarci, con mezzi impensati, illegali se volete, ma tanto forti, a fondare il Regno del Messia. Tutto potremo se Roma ci difende! Oh! io non temo più! Grande giorno è oggi! Più che per tutte le altre cose, per questa… Ah! quando Tu sarai il Capo! Che potere dolce, forte, benedetto! Che pace! Che giustizia! Il Regno forte e benevolo del Giusto! E il mondo che viene lentamente ad esso!… Le profezie che si avverano! Turbe, nazioni… il mondo ai tuoi piedi! Oh! Maestro! Maestro mio! Tu Re, noi tuoi ministri… In Terra pace, in Cielo gloria… Gesù Cristo di Nazareth, Re della stirpe di Davide, Messia Salvatore, io ti saluto e ti adoro!»; e Giuda, che pare rapito in un’estasi, termina prostrandosi: «In Terra, in Cielo e fino negli Inferni è noto il tuo Nome, è infinito il tuo potere. Quale forza può resisterti, o Agnello e Leone, Sacerdote e Re, Santo, Santo, Santo?»; e resta curvo fino a terra nella sala che è muta di stupore.
9. Parabola degli uccelli e predilezione per i fanciulli. Tranello teso da nemici giudei. Intervento di Claudia Procula[33].
Le virtù si formano nelle difficoltà.
Ubbidire è amare.
1Gesù a Betania, tutta ubertosa e fiorita in questo bel mese di nisam, sereno, puro, come se il creato fosse dilavato da ogni sozzura. Ma le turbe, che certo lo hanno cercato a Gerusalemme e che non vogliono partire senza averlo sentito, per potere portare seco, nel cuore, la sua parola, lo raggiungono. Numerose tanto che Gesù ordina di adunarle perché Egli possa ammaestrarle. E i dodici coi settantadue, che si sono ricomposti in tale numero, o giù di lì, coi nuovi discepoli aggregatisi ad essi in questi ultimi tempi, si spargono per ogni dove per eseguire l’ordine avuto.
2Intanto Gesù, nel giardino di Lazzaro, si accomiata dalle donne, e specie dalla Madre, che per suo ordine tornano in Galilea scortate da Simone d’Alfeo, Giairo, Alfeo di Sara, Marziam, lo sposo di Susanna e Zebedeo. Vi sono saluti e lacrime. Vi sarebbe molta volontà anche di non ubbidire. Una volontà data ancora dall’amore al Maestro. Ma più forte ancora è la forza dell’amore perfetto, perché tutto soprannaturale, per il Verbo Santissimo, e questa forza le fa ubbidire accettando la penosa separazione.
3Quella che meno parla è Maria, la Madre. Ma il suo sguardo dice più di tutto quanto dicono tutte le altre messe insieme. Gesù interpreta quello sguardo e la rassicura, la consola, la sazia di carezze, se si può mai saziare una madre, e specie quella Madre, tutt’amore e tutt’ambascia per il Figlio perseguitato. E le donne se ne vanno, infine, volgendosi, rivolgendosi a salutare il Maestro, a salutare i figli e le fortunate discepole giudee che restano ancora col Maestro.
4«Hanno sofferto ad andare…», osserva Simone Zelote.
«Ma è bene che siano andate, Simone».
«Prevedi giorni tristi?».
5«Agitati per lo meno. Le donne non possono sopportare le fatiche come noi. Del resto, ora che ne ho un numero quasi pari di giudee e di galilee, è bene siano divise. A turno mi avranno, avendo a turno la gioia di servirmi, esse; e il conforto del loro affetto santo, Io».
L’ eroismo della fede.
6La gente intanto aumenta sempre più. Il frutteto posto fra la casa di Lazzaro e quella che era dello Zelote formicola di folla. Ve ne è di tutte le caste e condizioni, né mancano farisei di Giudea, sinedristi e donne velate.
7Dalla casa di Lazzaro escono in gruppo, stretti intorno ad una lettiga su cui viene trasportato lo stesso, i sinedristi che il sabato pasquale erano in visita da Lazzaro a Gerusalemme, e altri ancora. Lazzaro, passando, fa un gesto ed ha un sorriso felice per Gesù. E Gesù glielo ricambia mentre si accoda al piccolo corteo per andare là dove la gente attende.
8Gli apostoli si uniscono a Lui, e Giuda Iscariota, che è trionfante da qualche giorno, in una fase felicissima, getta qua e là gli sguardi dei suoi occhi nerissimi e scintillanti, e annuncia all’orecchio di Gesù le scoperte che fa.
9«Oh! guarda! Ci sono anche dei sacerdoti!… Ecco, ecco! C’è anche Simone sinedrista. E c’è Elchia. Guarda che bugiardo! Solo pochi mesi fa diceva inferno di Lazzaro e ora lo ossequia come fosse un dio!… E là Doro l’Anziano e Trisone. Vedi che saluta Giuseppe? E lo scriba Samuele con Saulo… E il figlio di Gamaliele! E là c’è un gruppo di quelli di Erode… E quel gruppo di donne così velate sono certo le romane. Stanno appartate, ma vedi come osservano dove ti dirigi per potersi spostare e sentirti? Riconosco le loro persone nonostante i mantelloni. Vedi? Due alte, una più larga che alta, le altre di media statura, ma in proporzione giusta. Vado a salutarle?».
10«No. Esse vengono come sconosciute. Come anonime che desiderano la parola del Rabbi. Tali le dobbiamo considerare».
11«Come vuoi, Maestro. Facevo per… ricordare a Claudia la promessa…».
12«Non ce n’è bisogno. E anche ce ne fosse, non diveniamo mai dei questuanti, Giuda. Non è vero? L’eroismo della fede deve formarsi fra le difficoltà».
«Ma era per… per Te, Maestro».
13«E per la tua idea perenne di un trionfo umano. Giuda, non ti creare illusioni. Né sul mio modo di agire futuro, né sulle promesse avute. Tu credi a ciò che ti dici da te stesso. Ma nulla potrà mutare il pensiero di Dio, ed esso è che Io sia Redentore e Re di un regno spirituale».
Giuda non ribatte nulla.
Gli ascoltatori.
14Gesù è al suo posto, fra il cerchio degli apostoli. Quasi ai suoi piedi è Lazzaro sul suo lettuccio. Poco lontano da Lui sono le discepole giudee, ossia le sorelle di Lazzaro, Elisa, Anastasia, Giovanna coi bambinelli, Annalia, Sara, Marcella, Niche. Le romane, o almeno quelle che Giuda ha dette tali, sono più indietro, quasi nel fondo, mescolate ad un mucchio di popolani. Sinedristi, farisei, scribi, sacerdoti sono, è inevitabile, in prima fila. Ma Gesù li prega di fare largo a tre barelline, dove sono dei malati che Gesù interroga ma non guarisce subito.
15Gesù, per prendere l’idea del suo discorso, richiama l’attenzione dei presenti sul gran numero di uccelli che si annidano fra le fronde del giardino di Lazzaro ed il frutteto dove sono radunati gli ascoltatori.
L’apologia sugli uccelli diurni e notturni.
16«Osservate. Ve ne sono di indigeni e di esotici, di ogni razza e dimensione. E quando scenderanno le ombre, ad essi si sostituiranno gli uccelli della notte, essi pure qui numerosi, per quanto sia quasi possibile dimenticarli solo per il fatto che non li vediamo. Perché tanti uccelli dell’aria qui? Perché trovano di che vivere felici. Qui sole, qui quiete, qui pasto abbondante, ricoveri sicuri, fresche acque. Ed essi si adunano venendo da oriente e occidente, da mezzogiorno e settentrione se sono migratori, rimanendo fedeli a questo luogo se indigeni. E che? Vedremo dunque che gli uccelli dell’aria sono superiori in sapienza ai figli dell’uomo? Quanti, fra questi uccelli, sono figli di uccelli ora morti, ma che lo scorso anno, o più lontano ancora nel tempo, qui nidificarono trovandovi sollievo! Essi lo hanno detto ai loro nati, avanti di morire. Hanno indicato questo posto, ed essi, i nati, sono venuti ubbidienti. Il Padre che è nei Cieli, il Padre degli uomini tutti, non ha forse detto ai suoi santi le sue verità, dato tutte le indicazioni possibili per il benessere dei suoi figli? Tutte le indicazioni. Quelle rivolte al bene della carne e quelle rivolte al bene dello spirito. Ma che vediamo noi? Vediamo che, mentre ciò che fu insegnato per la carne – dalle tuniche di pelli, che Egli fece ai progenitori, ormai denudati ai loro occhi della veste dell’innocenza che il peccato aveva lacerata, alle ultime scoperte che per lume di Dio l’uomo ha fatte – sono ricordate, tramandate, insegnate, l’altro, quello che fu insegnato, comandato, indicato per lo spirito, non viene conservato e insegnato e praticato».
Molti del Tempio bisbigliano. Ma Gesù li calma col gesto.
17«I1 Padre, buono come l’uomo non può lontanamente pensare, manda il suo Servo a ricordare il suo insegnamento, a radunare gli uccelli nei luoghi di salute, a dare loro esatta conoscenza di ciò che è utile e santo, a fondare il Regno dove ogni angelico uccello, ogni spirito, troverà grazia e pace, sapienza e salute. E in verità, in verità vi dico che, come gli uccelli nati in questo luogo a primavera diranno ad altri di altri luoghi: “Venite con noi, che vi è un luogo buono dove gioirete della pace e dell’abbondanza del Signore”, e così si vedrà, l’anno novello, novelli uccelli qui affluire, nello stesso modo, da ogni parte del mondo, così come è detto dai profeti[34], vedremo affluire spiriti e spiriti alla Dottrina venuta da Dio, al Salvatore fondatore del Regno di Dio. Ma agli uccelli diurni sono mescolati in questo luogo uccelli notturni, predatori, disturbatori, capaci da gettare terrore e morte fra gli uccelletti buoni. E sono gli uccelli che da anni, da generazioni, sono tali, e nulla li può snidare perché le loro opere si fanno nelle tenebre e in luoghi impenetrabili da parte dell’uomo. Questi, col loro occhio crudele, col loro volo muto, con la loro voracità, con la loro crudeltà, nelle tenebre lavorano e, immondi, seminano immondezza e dolore. A chi li paragoneremo noi? A quanti in Israele non vogliono accettare la Luce venuta ad illuminare le tenebre, la Parola venuta ad ammaestrare, la Giustizia venuta a santificare. Per essi inutilmente sono venuto. Anzi per essi sono cagione di peccato, perché mi perseguitano e perseguitano i miei fedeli. Che allora dirò? Una cosa che già ho detto altre volte: “Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno con Abramo e Giacobbe nel Regno dei Cieli. Ma i figli di questo regno saranno gettati nelle tenebre esteriori”».
La bava dei rettili.
18«I figli di Dio nelle tenebre? Tu bestemmi!», urla uno dei sinedristi contrari. È il primo spruzzo della bava dei rettili, stati troppo tempo zitti e che non possono più tacere perché affogherebbero nel loro veleno.
«Non i figli di Dio», risponde Gesù.
«L’hai detto Tu! Hai detto: “I figli di questo regno saranno gettati nelle tenebre esteriori”».
19«E lo ripeto. I figli di questo regno. Del regno dove la carne, il sangue, l’avarizia, la frode, la lussuria, il delitto sono padroni. Ma questo non è il mio Regno. Il mio è il Regno della Luce. Questo vostro è il regno delle tenebre. Al Regno della Luce verranno da oriente e occidente, mezzogiorno e settentrione gli spiriti retti, anche quelli per ora pagani, idolatri, spregevoli ad Israele. E vivranno in santa comunione con Dio, avendo in sé accolta la luce di Dio, in attesa di salire alla vera Gerusalemme, dove non è più lacrima e dolore e soprattutto non è la menzogna. La menzogna che ora regge il mondo delle tenebre e satura i figli di esso, al punto che in essi non cade una briciola di luce divina. Oh! vengano i figli nuovi al posto dei figli rinnegatori! Vengano! E, quale che sia la loro provenienza, Dio li illuminerà ed essi regneranno nei secoli dei secoli!».
La prova dei miracoli.
«Hai parlato per insultarci!», gridano i giudei nemici.
20«Ho parlato per dire la verità».
«Il tuo potere sta nella lingua con la quale, novello serpente, seduci le folle e le travii».
21«Il mio potere sta nella potenza che mi viene dall’essere uno col Padre mio».
«Bestemmiatore!», urlano i sacerdoti.
22«Salvatore! O tu che giaci ai miei piedi, di che soffri?».
«Ebbi rotta la spina da fanciullo, e da trenta anni sto sul dorso».
23«Sorgi e cammina! E tu, donna, di che soffri?».
«Pendono inerti le mie gambe da quando questo, che col marito mio mi porta, vide la luce», e accenna ad un giovanetto di almeno sedici anni.
«Tu pure sorgi e loda il Signore. E quel fanciullo perché non va da solo?».
24«Perché è nato ebete, sordo, cieco, muto. Un pezzo di carne che respira», dicono quelli che sono coll’infelice.
«Nel nome di Dio abbi intelletto, parola, vista e udito. Lo voglio!».
25E, compiuto il terzo miracolo, si volge agli ostili e dice: «E che dite?».
26«Dubbi miracoli. Perché non guarisci il tuo amico e difensore, allora, se tutto puoi?».
«Perché Dio vuole altrimenti».
27«Ah! Ah! Già! Dio! Comoda scusa! Se ti portassimo noi un malato, anzi due, li guariresti?».
«Sì. Se lo meritano».
28«Attendici, allora», e vanno lesti, ghignando.
«Maestro, bada! Ti tendono qualche tranello!», dicono in diversi.
Non impedite ai fanciulli di venire a me.
29Gesù fa un gesto, come dire: «Lasciateli fare!», 8e si china ad accarezzare dei fanciulli che piano piano si sono accostati a Lui lasciando i parenti. Alcune madri li imitano, portandogli quelli che sono ancora troppo incerti nel passo o poppanti del tutto.
30«Benedici le nostre creature, Tu benedetto, perché siano amanti della Luce!», dicono le madri.
31E Gesù impone le mani, benedicendo. Ciò origina tutto un movimento fra la folla. Tutti quelli che hanno fanciulli vogliono la stessa benedizione e spingono e urlano per farsi largo. Gli apostoli, parte perché sono innervositi dalle solite cattiverie degli scribi e farisei, parte per pietà di Lazzaro, che rischia di essere travolto dalla ondata dei parenti che portano i piccoli alla divina benedizione, si inquietano e urlano sgridando questo e quello, respingendo questo e quello, specie i fanciullini venuti lì da soli.
32Ma Gesù, dolce, amoroso, dice: «No, no! Non fate così! Non impedite mai ai fanciulli di venire a Me, né ai loro parenti di portarmeli. Proprio di questi innocenti è il Regno. Essi saranno innocenti del gran delitto e cresceranno nella mia fede. Lasciate dunque che ad essa Io li consacri. Sono i loro angeli che a Me li conducono».
33Gesù ora è in mezzo ad una siepe di fanciulli che lo guardano estatici: tanti visetti alzati, tanti occhi innocenti, tante boccucce sorridenti…
34Le donne velate hanno approfittato della confusione per girare dietro alla folla e venire alle spalle di Gesù, come se la curiosità le spronasse a questo.
Truffa tentata a Dio.
Mentitori!
35Tornano i farisei, scribi ecc. ecc. con due che paiono molto sofferenti. Uno specialmente geme, nella sua barellina, stando tutto coperto dal mantello. L’altro è, in apparenza, meno grave, ma certo è molto malato perché è scheletrito e ansimante.
36«Ecco i nostri amici. Guariscili. Questi sono veramente malati. Questo soprattutto!», e indicano il gemente.
37Gesù abbassa gli occhi sui malati, poi li rialza sui giudei. Dardeggia i suoi nemici con uno sguardo terribile. Ritto dietro la siepe innocente dei fanciulli che non gli raggiungono l’inguine, pare alzarsi da un cespo di purezza per essere il Vendicatore, come se da questa purezza traesse forza per esserlo. Apre le braccia e grida: «Mentitori! Costui non è malato! Io ve lo dico. Scopritelo! O realmente sarà morto fra un istante per la truffa tentata a Dio».
L’uomo balza fuori dalla barella urlando: «No, no! Non mi colpire! E voi, maledetti, tenete le vostre monete!», e getta una borsa ai piedi dei farisei fuggendo a gambe levate…
La folla mugola, ride, fischia, applaude…
Il miracolo del piede ricomposto.
38L’altro malato dice: «E io, Signore? Io sono stato preso dal mio letto per forza ed è da questa mattina che subisco disturbo… Ma io non sapevo d’essere in mano ai tuoi nemici…».
«Tu, povero figlio, guarisci e sii benedetto!», e gli impone le mani fendendo la siepe viva dei fanciulli.
L’uomo alza un attimo la coperta stesa sul suo corpo, guarda non so che… Poi si alza in piedi. Così appare nudo dalle cosce in giù. E urla, urla fino ad essere roco: «Il mio piede! Il mio piede! Ma chi sei, ma chi sei che rendi le cose perdute?», e cade ai piedi di Gesù e poi sorge, salta in bilico sul lettuccio e grida: «Il male mi rodeva le ossa. Il medico mi aveva strappato le dita, arsa la carne, aperto tagli fino all’osso del ginocchio. Guardate! Guardate i segni. E morivo lo stesso. E ora… Tutto guarito! Il mio piede! Il mio piede ricomposto!… E non più dolore! E forza, e benessere… Il petto libero!… Il cuore sano!… Oh! mamma! Mamma mia! Vengo a darti la gioia!».
Fa per correre via. Ma poi la riconoscenza lo ferma. Torna da Gesù di nuovo e bacia, bacia i piedi benedetti finché Gesù non gli dice, accarezzandolo sui capelli: «Va’! Va’ da tua madre e sii buono».
Risposta dei perfidi Giudei!
39E poi guarda i suoi nemici scornati e tuona: «E ora? Che vi dovrei fare? Che dovrei fare, o turbe, dopo questo giudizio di Dio?».
40La folla urla: «Alla lapidazione gli offensori di Dio! A morte! Basta di insidiare il Santo! Che siate maledetti!», e danno di piglio a zolle di terra, a rami, a ciottoletti, pronti a iniziare una sassaiola.
41Li ferma Gesù. «Questa è la parola della folla. Questa è la sua risposta. La mia è diversa. Io dico: andate! Non mi sporco a colpirvi. L’Altissimo si incarichi di voi. Egli è la mia difesa contro gli empi».
42I colpevoli, in luogo di tacere, pur avendo paura della plebe, non hanno ritegno di offendere il Maestro e spumanti d’ira urlano: «Noi siamo giudei e potenti! Noi ti ordiniamo di andartene. Ti proibiamo di ammaestrare. Ti cacciamo. Va’ via! Basta di Te. Noi abbiamo il potere nelle mani e lo usiamo; e sempre più lo faremo, perseguitandoti, o maledetto, o usurpatore, o…».
Intervento di Claudia.
43Stanno per dire altro fra un tumulto di grida, di pianti, di fischi, quando, venuta avanti fino a mettersi fra Gesù e i suoi nemici con mossa rapida e imperiosa, con sguardo e voce ancor più imperiosa, la donna velata più alta scopre il viso e, tagliente, sferzante più di una frusta sui galeotti e di una scure sul collo, cade la sua frase: «Chi dimentica di essere schiavo di Roma?». È Claudia. Riabbassa il velo. Si inchina lievemente al Maestro. Torna al suo posto.
Ma è bastato. I farisei si calmano di colpo. Solo uno, a nome di tutti e con un servilismo strisciante, dice: «Domina, perdona! Ma Egli turba il vecchio spirito di Israele. Tu, potente, dovresti impedirlo, farlo impedire dal giusto e prode Proconsole, vita e lunga salute a lui!».
«Questo non ci riguarda. Sufficiente è che non turbi l’ordine di Roma. E non lo fa!», risponde sdegnosa la patrizia; poi dà un ordine secco alle compagne e si allontana, andando verso un folto d’alberi in fondo al sentiero, dietro il quale scompare, per poi ricomparire sul cigolante carro coperto del quale fa abbassare tutte le tende.
10. Con le romane a
Cesarea Marittima. Profezia in Virgilio. La giovane
schiava salvata[35].
Quattro donne velate.
L’ umile alloggio del Messia.
1Gesù è ospitato presso l’umile famiglia del cordaio. Una casetta bassa e salmastrosa, prossima come è alle acque marine. Sul dietro della casa, dei magazzini poco olezzanti dove si scaricano le merci prima che vengano rilevate dai diversi acquirenti. Sul davanti una via polverosa, solcata da ruote pesanti, rumorosa per gli scaricatori, i monelli, i carrettieri, i marinai che vanno e vengono senza sosta. Oltre la via una piccola darsena, dall’acqua oleosa per i detriti gettati in essa e per la sua immobilità. Dalla darsena parte un piccolo porto canale, che sfocia nel vero porto ampio e capace di accogliere i navigli grossi. Sul lato d’occidente, un piazzale renoso dove si fa la corda fra un grande cigolio di verricelli di torsione girati a mano. Al lato d’oriente un altro piazzaletto, molto più piccolo e ancor più rumoroso e disordinato, dove uomini e donne rabberciano reti e vele. E poi casupole basse e salmastrose, piene di ragazzini seminudi.
2Non si può certo dire che Gesù abbia scelto un alloggio signorile. Mosche, polvere, fracasso, odor di maretta stagnante, odore di canapa messa a bagno prima di usarla, sono sovrani in quel luogo. E il Re dei re, sdraiato con i suoi apostoli su dei mucchi di canapa da lavorare, dorme stanco in quel povero ambiente, mezzo ripostiglio, mezzo magazzino, che è sul dietro della casetta e dal quale si entra, per una porta nera come il catrame, nella cucina ancor essa nera e, per una porta tarlata e corrosa dalla polvere e dal salmastro che la fanno di un bianco-grigio di pomice, si esce sulla piazza dove si fa la corda e da dove vengono fetori di canapa in macero.
3Il sole martella sulla piazza, nonostante quattro enormi platani, due a un capo, due all’altro della piazza rettangolare, sotto i quali sono i verricelli per attorcigliare la canapa. Non so se dico bene per nominare l’arnese usato. Gli uomini, ricoperti di una tunica ridotta proprio all’essenziale per coprire ciò che decenza impone, bagnati di sudore come se fossero sotto una doccia, girano, girano il loro verricello con moto continuo come per una condanna di galeotti… Non parlano altro che per dire le indispensabili parole inerenti al lavoro. Perciò, tolto il cigolio delle ruote dei verricelli e quello della canapa stirata nella torsione, non c’è altro rumore sulla piazza, strano contrasto con il rumore degli altri luoghi che circondano la casa del cordaio.
Quattro donne velate.
4Perciò è sorprendente, come cosa impensata, l’esclamazione di uno dei cordai: «Delle donne?! A queste ore tremende?! Guardate! Vengono proprio qui…».
«Avranno bisogno di corde per legare i mariti…», motteggia un giovane cordaio.
«Possono aver anche bisogno di canapa per dei lavori».
«Uh! della nostra, così rozza, quando c’è chi la dà pettinata!?».
«Costa meno la nostra. Vedi? Sono povere…».
«Però ebree non sono. Vedi il mantello diverso…».
«Saranno non ebree. C’è un po’ di tutto in Cesarea, ormai…».
5«Forse cercano il Rabbi. Saranno malate… Vedi come stanno tutte coperte, anche con questo caldo…».
«Purché non siano lebbrose… Miseria sì; ma lebbra no; non la voglio neppure per rassegnazione a Dio», dice il cordaio al quale tutti ubbidiscono.
«Ma lo senti il Maestro? “Occorre accettare tutto ciò che Dio manda”».
«Ma la lebbra non la manda Dio. La mandano i peccati, i vizi e i contagi…».
6Le donne sono arrivate alle spalle, non di questi che parlano e che sono al lato estremo della piazza, ma di quelli che sono dal lato della casa, i più prossimi perciò a raggiungersi, e una si curva a dire qualcosa ad uno dei cordai, che si volta stupito e resta lì come ebete.
«Andiamo un po’ a sentire… Così coperte… Mi ci mancherebbe lebbra in casa, con tutti quei figli che ho…», dice il cordaio padrone sospendendo di girare il verricello e avviandosi. I suoi compagni lo seguono…
«Simone, questa donna vuole qualcosa, ma parla straniero. Senti un po’ tu che hai navigato», dice quello al quale si è rivolta la donna.
7«Che vuoi?», interroga rude il cordaio cercando di vederla attraverso il bisso tinto di scuro che le scende sul viso. E in un greco purissimo la donna risponde: «Il Re d’Israele. Il Maestro».
«Ah! ho capito. Ma… siete lebbrose?».
«No».
«Chi me lo assicura?».
«Egli stesso. Chiedi a Lui».
L’uomo è incerto… Poi dice: «Bene. Farò un atto di fede e Dio mi proteggerà… Lo vado a chiamare. State lì».
Le donne, quattro, non si muovono, gruppo bigiastro e muto, guardato con stupore e con ben chiaro timore dai cordai, che si sono radunati a qualche passo di distanza.
8L’uomo va nel magazzino e tocca Gesù che dorme. «Maestro… Vieni fuori. Ti cercano».
Gesù si desta e si alza subito chiedendo: «Chi?».
«Mah!… Delle donne greche… tutte coperte… Dicono che non sono lebbrose e che Tu me lo puoi assicurare…».
«Vengo subito», dice Gesù allacciandosi i sandali, che si era tolti, e allacciando la veste al sommo del collo e riannodandosi la cintura, che si era levata per essere più libero nel sonno. Ed esce col cordaio. Le donne fanno per venirgli incontro.
9«State li, vi dico! Non voglio che camminiate dove giuocano i miei bambini… Prima voglio che Lui dica che siete sane».
Le donne si fermano. Gesù le raggiunge. La più alta, non quella che ha parlato prima in greco, dice sottovoce una parola. Gesù si volge al cordaio: «Simone, puoi stare tranquillo. Le donne sono sane e ho bisogno di ascoltarle in pace. Posso entrare nella casa? …».
«No. C’è la vecchia, ciarliera e curiosa più di una gazza. Va’ là in fondo, sotto la tettoia delle vasche. C’è anche uno stanzino. Là sei solo e in pace».
Profezia in Virgilio.
Il Regno del Messia.
10«Venite…», dice Gesù alle donne. E con esse va in fondo alla piazza, sotto la tettoia fetente, dentro lo stanzino stretto come una cella, dove sono attrezzi rotti, cenci, scarti di canapa, ragnatele gigantesche, e dove l’odore del macero e della muffa mordono in gola, tanto sono acuti. Gesù, che è molto serio e pallido, ha un breve sorriso dicendo: «Non è luogo consono ai vostri gusti… Ma non ho altro…».
11«Non vediamo il luogo, perché vediamo Chi lo abita in questo momento», risponde Plautina levandosi velo e mantello, imitata dalle altre che sono Lidia, Valeria e la liberta Albula Domitilla.
12«Da ciò arguisco che, nonostante tutto, voi mi credete ancora un giusto».
13«Di più che un giusto. E Claudia ci manda appunto perché ti crede più che un giusto e non tiene conto delle parole udite. Però ne vuole conferma da Te per darti raddoppiata venerazione».
14«O levarmela, se le appaio come vollero illustrarmi. Ma rassicuratela. Io non ho mire umane. Il mio ministero e il mio desiderio è tutto e soltanto soprannaturale. Voglio, sì, riunire in un unico regno tutti gli uomini. Ma che degli uomini? La carne e il sangue? No. Quello lo lascio; materia labile, alle labili monarchie, agli incerti imperi. Io voglio riunire sotto il mio scettro soltanto gli spiriti degli uomini, spiriti immortali in un regno immortale. Io ripudio ogni altra versione della mia volontà, data da chicchessia, diversa a questa. E vi prego credere, e dire a colei che vi manda, che la Verità non ha che una sola parola…».
15«Il tuo apostolo parlava con tale sicurezza…».
16«È un fanciullo esaltato. Va ascoltato per tale».
«Ma ti nuoce! Rimproveralo… Scaccialo…»
17«E la mia misericordia dove sarebbe allora? Egli fa ciò per un errato amore. Non devo compatire perciò? E che si muterebbe se Io lo scacciassi? Egli farebbe doppio male a lui e a Me».
18«Allora ti è come una palla al piede! …».
19«Mi è come un infelice da redimere…».
Il fattore della santità è la volontà.
20Plautina cade a ginocchio tendendo le braccia e dicendo: «Ah! Maestro grande più d’ogni altro, come è facile crederti santo quando si sente il tuo cuore nelle tue parole! Come è facile amarti e seguirti per questa tua carità che è ancor più grande della tua intelligenza!».
21«Non più grande. Ma più comprensibile per voi… che avete l’intelletto impedito da troppi errori e non siete generose nello spogliarlo di tutto per accogliere il Vero».
22«Hai ragione. Sei indovino come sei saggio».
23«La saggezza, essendo forma di santità, dà sempre luminosità di giudizio, sia su eventi passati o presenti, sia su premonizione di eventi futuri».
24«Perciò i vostri profeti…».
«Erano dei santi. Dio si comunicava perciò ad essi con pienezza grande».
25«Erano santi perché erano di Israele?».
«Erano santi perché d’Israele e perché erano giusti nelle loro azioni. Perché non tutto Israele è e fu santo, pur essendo Israele. Non è l’appartenenza casuale ad un popolo o a una religione che può fare santi. Queste due cose possono aiutare grandemente ad esserlo. Ma non sono il fattore assoluto della santità».
26«Quale è allora il fattore?».
«La volontà dell’uomo. La volontà che conduce le azioni dell’uomo a santità se è buona, a nequizia se è cattiva».
«Allora… non è detto che dei giusti non siano anche fra noi».
27«Non è detto. Anzi certo dei giusti sono fra i vostri antenati, e certo ve ne saranno anche fra i viventi. Perché sarebbe troppo orrendo che tutto il mondo pagano fosse di demoni. Coloro che fra voi sentono attrazione al Bene, alla Verità, e ripugnanza al Vizio, e fuggono le male azioni come avvilenti l’uomo, credete che sono già sul sentiero della giustizia».
«Allora Claudia…».
«Sì. E voi. Perseverate».
28«Ma se si dovesse morire prima di essere… convertite a Te?… A che gioverebbe essere state virtuose? …».
«Dio è giusto nel giudicare. Ma perché tergiversare a venire al Dio vero?».
29Le tre dame curvano il capo… Un silenzio… E poi la grande confessione, che sarà quella che darà spiegazione di tante crudeltà e resistenze romane verso il cristianesimo…
30«Perché ci parrebbe, facendolo, di tradire la Patria…».
31«Servireste la Patria, invece, facendola moralmente e spiritualmente più grande, perché forte del possesso e della protezione di Dio oltre che del suo esercito e delle sue ricchezze. Roma, l’Urbe mondiale, Urbe della religione universale!… Pensate…».
Un silenzio…
Il fattore della santità è la volontà.
32Poi Livia, arrossendo come una fiamma, dice: «Maestro, tempo fa cercavamo di Te anche nelle pagine del nostro Virgilio. Perché per noi hanno più valore le… profezie dei vergini da ogni fede d’Israele che quelle dei vostri profeti, nei quali possiamo sentire la suggestione di credenze millenarie… E fra noi si discusse… Confrontando i diversi che in ogni tempo, nazione e religione, ti hanno presentito. Ma nessuno così giustamente ti ha sentito come Virgilio nostro… Quanto parlammo quel giorno anche con Diomede, il liberto greco, astrologo, caro a Claudia! Egli sosteneva che ciò avvenne perché più vicini erano i tempi, e gli astri parlavano con le loro congiunzioni… E ad appoggio della sua tesi portava il fatto dei tre Saggi dei tre paesi d’Oriente venuti ad adorarti infante, provocando l’eccidio di cui Roma inorridì… Ma non ne fummo persuase, perché… in oltre cinquant’anni nessuno più dei sapienti di tutto il mondo parlò di Te per voce d’astri, benché più vicini ancora alla tua manifestazione attuale. Claudia esclamò: “Ci vorrebbe il Maestro! Egli darebbe la parola di verità e sapremmo il luogo e il destino immortale del nostro massimo poeta!”. Vorresti dirci… per Claudia… Un dono per mostrarci che non ti è invisa per il suo dubbio su Te…».
33«Ho compreso la sua reazione di romana e non le ho serbato rancore. Rassicuratela. E udite. Virgilio non fu grande unicamente come poeta, non è vero?».
34«Oh! no! Anche come uomo. In mezzo ad una società già corrotta e viziosa, egli fu luminoso di purezza spirituale. Nessuno può dire di averlo visto lussurioso, amante di orge e di licenze. I suoi scritti sono casti, ma più casto ebbe il cuore. Tanto che nei luoghi da lui più abitati veniva detto “la verginella”, con scherno dai viziosi, con venerazione dai buoni».
35«E dunque, in un’anima limpida di uomo casto non avrà potuto riflettersi Dio, anche se quell’uomo era pagano? La Virtù perfetta non avrà amato il virtuoso? E se amore e vista del Vero gli furono concessi per la bellezza pura del suo spirito, non potrà aver avuto un lampo di profezia? Di profezia, che altro non è che verità che si disvela a chi merita di conoscere il Vero per premio e per sprone ad una virtù sempre maggiore?».
36«Allora… egli ti profetò realmente?».
«La sua mente accesa di purezza e di genio salì a conoscere una pagina che mi riguarda, ed egli può essere detto il poeta pagano e giusto, uno spirito profetico e precristiano per premio alle sue virtù».
37«Oh! Il nostro Virgilio!! E avrà premio?».
«Ho detto: “Dio è giusto”. Ma voi non imitate il poeta fermandovi al suo limite. Procedete, perché a voi la Verità non si è mostrata per intuito e in parte, ma completa, e vi ha parlato».
38«Grazie, Maestro… Ci ritiriamo. Claudia ci ha detto di chiederti se ti può essere utile in cose morali», dice Plautina senza dare risposta in merito.
39«E vi ha detto di dirmelo se Io non ero un usurpatore…».
40«Oh! Maestro! Come lo sai?».
«Sono più di Virgilio e dei profeti…».
41«É vero! Tutto è vero! Possiamo servirti? …».
«Per Me non ho necessità che di fede e amore. Ma c’è una creatura che è in grande pericolo e che avrà l’anima uccisa questa sera. Claudia potrebbe salvarla».
42«Qui? Chi? Uccisa l’anima?».
«Un vostro patrizio dà una cena e…».
43«Ah! sì! Ennio Cassio. Anche mio marito è invitato…», dice Livia.
44«E anche il mio… E noi pure, veramente. Ma poiché Claudia se ne astiene, noi pure ce ne asterremo. Avevamo deciso di ritirarci subito dopo la cena, nel caso vi fossimo andate… Perché… le nostre cene terminano in orge… che non possiamo sopportare più… E con sdegno di mogli trascurate vi lasciamo rimanere i mariti…», dice Valeria severa.
45«Non con sdegno… Con pietà della loro miseria morale…», corregge Gesù.
«É difficile, Maestro… Sappiamo ciò che avviene là dentro…».
46«Io pure so tante cose che avvengono nei cuori… eppure perdono…».
«Tu sei santo…».
47«Voi dovete divenirlo. Per mio desiderio e per pungolo della vostra volontà…».
«Maestro! …».
48«Sì. Potete dire di essere felici come prima di conoscermi, felici della povera felicità bruta, sensuale, di pagane che ignorano di essere più di una carne, ora che sapete un poco di Sapienza? …».
«No, Maestro. Lo confessiamo. Siamo scontente, inquiete come uno che cerca un tesoro e non lo trova».
49«E vi è davanti! Ciò che vi fa inquiete è l’anelito del vostro spirito alla Luce, la sua insofferenza del vostro ritardare… a dare allo spirito ciò che esso vi chiede…».
50Un silenzio… Poi ancora Plautina, senza rispondere in merito, dice: «E che potrebbe fare Claudia?».
«Salvare quella creatura. Una fanciulla comperata per godimento dal romano. Una vergine che domani non sarà più tale».
«Se egli l’ha comperata… gli appartiene».
51«Non è un mobile. Dentro alla materia vi è uno spirito…».
«Maestro… le nostre leggi…».
52«Donne: la Legge di Dio!».
«Claudia non va alla festa…».
53«Non le dico di andarvi. Vi dico di dirle: “Il Maestro, per avere certezza che Claudia non lo incolpa, le chiede aiuto per quest’anima fanciulla”…»
«Lo diremo. Ma non potrà nulla… Schiava acquistata… oggetto di cui si può disporre…».
54«Il cristianesimo insegnerà che lo schiavo ha un’anima pari al Cesare, migliore nella più parte dei casi, e che quell’anima appartiene a Dio, e chi la corrompe è maledetto».
55Gesù è imponente nel dire ciò. Le donne ne sentono l’impero e la severità. Si inchinano senza obbiettare. Si rimettono i mantelli e i veli e dicono: «Riferiremo. Salve, Maestro».
«Addio».
56Le donne escono nella piazza calda. Ma Plautina si volge e dice: «Per tutti eravamo donne greche. Intendi?».
«Intendo. Andate sicure».
Un numide.
57Gesù resta sotto il basso portico ed esse vanno per la strada fatta nel venire. I cordai tornano al loro lavoro…
Gesù torna lentamente al magazzino. È pensoso. Non si sdraia più. Seduto su un mucchio di corde arrotolate, prega intensamente…
Gli undici continuano a dormire pesantemente…
58Passa del tempo così… Un’ora circa. Poi il cordaio mette dentro il capo e fa cenno a Gesù di venire sulla porta.
59«C’è uno schiavo. Ti vuole».
Lo schiavo, un numìdo, è fuori nella piazza ancora assolata. Si inchina e senza parlare dà una tavoletta cerata. Gesù legge e dice: «Dirai che attenderò fino all’alba. Hai capito?».
L’uomo assente col capo e, per far capire perché non parla, apre la bocca mostrando la lingua mozza. «Infelice!», dice Gesù carezzandolo.
60Lo schiavo ha due lacrime che rotolano sulle guance nere e prende la mano bianca fra le sue nere, così simili a quelle di una grossa scimmia, e se la passa sul volto, la bacia, se la mette sul cuore e poi si getta a terra. Prende il piede di Gesù e se lo posa sul capo… Tutto un linguaggio di gesti per dire la sua riconoscenza per quel gesto di amore pietoso… E Gesù ripete: «Infelice!», ma non fa il gesto che risana.
Lo schiavo si rialza e rivuole la tavoletta cerata… Claudia non vuole lasciare tracce del suo contatto epistolare… Gesù sorride e rende la tavoletta. Il numìdo parte e Gesù va presso il cordaio.
61«Devo rimanere sino all’alba… Lo concedi? …».
«Tutto ciò che vuoi. Mi spiace di esser povero…».
62«Mi piace che tu sia onesto».
63«Chi erano quelle donne?».
«Straniere bisognose di consiglio».
«Sane?».
«Come Me e te».
Pietro curioso ma sempre amoroso.
64«Ah! bene!… Ecco i tuoi apostoli…».
Infatti, sfregandosi gli occhi, stirandosi ancor mezzo assonnati, gli undici escono dal magazzino venendo verso il Maestro.
65«Maestro… bisognerà cenare, se vuoi partire a sera…», dice Pietro.
«No. Non parto più sino all’alba».
«Perché?».
«Perché sono stato pregato di fare così».
«Ma perché? Da chi? Era meglio camminare di notte. Ormai è luna nuova…».
66«Spero di salvare una creatura… E ciò è più luminoso della luna e più refrigerante per Me delle frescure della notte».
Pietro lo tira in disparte: «Che è avvenuto? Hai visto le romane? Che umore hanno? Sono loro che si convertono? Dimmelo…».
Gesù sorride: «Se mi lasci rispondere te lo dirò, curiosissimo uomo. Ho visto le romane. Non vanno che lentamente alla Verità. Ma non retrocedono. È già molto».
67«E… per quello che diceva Giuda… Che c’è?».
«Che continuano a venerarmi come un saggio».
«Ma… per Giuda? Non è in causa lui? …».
«Sono venute a cercare Me, non lui…».
«Ma allora perché lui ha avuto paura di incontrarle? Perché non voleva che venissi a Cesarea?».
«Simone, non è la prima volta che Giuda ha strani capricci…».
68«Questo è vero. E … vengono questa notte le romane?».
«Sono già venute».
«E allora perché aspettiamo l’alba?».
«E perché sei tanto curioso?».
«Maestro, sii buono… Dimmi tutto».
69«Sì. Per levarti ogni dubbio… Hai sentito tu pure i discorsi di quei tre romani…».
«Sì. Immondi! Peste! Demoni! Ma che c’entriamo noi?… Ah! capisco! Le romane vanno alla cena e poi vengono a chiedere perdono di essere state nelle immondezze… Mi meraviglio che vi aderisci».
«Mi meraviglio che tu faccia giudizi temerari!».
«Perdonami, Maestro!».
70«Sì. Ma sappi che le romane non vanno alla cena e che Io ho chiesto a Claudia di intervenire per quella fanciulla…».
«Oh! ma non può nulla Claudia! La fanciulla è comperata dal romano, e lui può tutto su lei!».
«Ma Claudia può molto sul romano. E Claudia mi ha mandato a dire di attendere fino all’alba per partire. Non altro. Sei contento?».
71«Sì, Maestro. Ma intanto non hai riposato… Vieni ora… Sei così stanco! Vigilerò io che ti lascino in pace… Vieni, vieni…», e amorosamente tirannico lo tira, lo spinge, lo obbliga a sdraiarsi di nuovo…
La giovane schiava salvata.
Notte di luna nuova.
71E passano le ore. Cala il tramonto, cessa il lavoro e più forti stridono i fanciulli per le vie e le piazzette e le rondini nel cielo. E poi calano le prime ombre, e le rondini vanno a nido e i bimbi a letto. I rumori cessano uno per uno finché resta soltanto il lieve sciacquio della maretta lungo il canale e il rumore più forte dell’onda sul lido. Le case si chiudono, queste case di lavoratori stanchi, si spengono in esse i lumi, e il riposo scende a far tutti ciechi e muti… lontani… Si alza la luna e nobilita del suo argento anche lo specchio sporco della piccola darsena, che ora sembra una lastra d’argento…
72Gli apostoli sono di nuovo dormienti sulla canapa… Gesù, seduto su uno dei verricelli fermi, le mani in grembo, prega, pensa, attende… Non perde d’occhio la via che viene dalla città.
73La luna si alza, si alza. È a perpendicolo sul capo. Il mare ha voce più forte, la maretta più forte odore, e il cono della luna che tuffa il suo raggio in mare si fa più ampio, abbraccia tutto lo specchio di fronte a Gesù, si perde sempre più lontano: una strada di luce che dai confini del mondo pare venire verso Gesù, risalendo il canale, terminando nel bacino della darsena. E da questa strada si avanza una barca, piccola, bianca. Avanza, avanza, senza lasciare tracce del suo passaggio sulla via acquea che si ricompone dopo il suo passaggio… Risale il canale… Eccola nella darsena silenziosa. Accosta. Si ferma. E tre ombre scendono. Un uomo nerboruto, una donna e un’esile figuretta fra loro. Si dirigono verso la casa del cordaio.
Sagacia di Claudia.
Gesù si alza e va loro incontro.
74«La pace a voi. Chi cercate?».
«Te, Maestro», dice Lidia scoprendosi e venendo avanti da sola. E continua: «Claudia ti ha servito. Perché era giusta cosa e tutta morale. Quella è la fanciulla. Valeria fra qualche tempo la prenderà per bambinaia della piccola Fausta. Ma ti prega intanto di tenerla. Anzi di affidarla a tua Madre o alla madre dei tuoi parenti. È tutt’affatto pagana. Anzi, è più che pagana. Il padrone che l’ha allevata ha messo l’assoluto nulla in lei. Non sa né di Olimpo né di altro. Ha soltanto un terrore folle degli uomini, perché la vita le si è scoperta tutta, in tutta la sua brutalità, da qualche ora…».
75«Oh! triste parola! Troppo tardi?».
«No, materialmente… Ma egli la preparava al suo… diciamo: sacrilegio. E la creatura è spaventata… Claudia l’ha dovuta lasciare per tutta la cena presso quel satiro, riservandosi ad agire quando il vino lo faceva meno capace di riflettere. Non occorre che io ti ricordi che, se l’uomo è sempre lubrico nei suoi amori sensuali, lo è sommamente quando è ebbro… Ma solo allora è uno zimbello che può essere premuto da una forza e depredato del suo tesoro. E Claudia ne ha approfittato. Ennio desidera il ritorno in Italia, dalla quale è stato allontanato per sfavore… Claudia ha promesso il ritorno in cambio della fanciulla. Ennio ha abboccato al tranello… Ma domani, non più ebbro, si ribellerà, la cercherà, farà del chiasso. Vero è che domani Claudia avrà modo di porlo a silenzio».
76«Violenza? No …».
«Oh! violenza usata a buon fine è utile! Ma non sarà usata… Soltanto Pilato, ancor istupidito dal molto vino bevuto questa sera, firmerà l’ordine per Ennio di andare a riferire a Roma… Ah! Ah!… E al primo naviglio militare egli partirà. Ma intanto… bene è che la fanciulla sia altrove, per tema che Pilato si penta e revochi l’ordine… È tanto incerto! Ed è bene che la fanciulla dimentichi, se può, le lordure umane. Oh! Maestro!… Fummo alla cena per questo… Ma come potemmo andarci a quelle orge fino a pochi mesi fa senza sentirne nausea? Ne siamo fuggite appena ottenuto lo scopo… Là i nostri mariti emulano i bruti tuttora… Che nausea, Maestro!… E noi dobbiamo riceverli dopo che… dopo che…».
77«Siate austere e pazienti. Con l’esempio migliorerete i consorti».
78«Oh! non è possibile!… non sai…». La donna piange più di sdegno che di dolore. Gesù sospira. Lidia riprende: «Claudia ti manda a dire che ha fatto questo per mostrarti che ti venera come l’unico Uomo che meriti venerazione. E vuole che ti dica che ti ringrazia di averle insegnato il valore di un’anima e della purezza. Se lo ricorderà. Vuoi vedere la fanciulla?».
79«Sì. E l’uomo chi è?».
«Il numìdo muto di cui Claudia si serve nelle cose più segrete. Non c’è pericolo di delazione… Non ha lingua…».
80Gesù ripete come nel pomeriggio: «Infelice!». Ma anche ora non fa miracolo.
La schiava salvata.
81Lidia va a prendere per mano la fanciulla e quasi la trascina di fronte a Gesù. Spiega: «Sa poche parole latine e meno ancora ne sa di giudee… Una bestiola selvaggia… Unicamente oggetto di piacere». E alla fanciulla: «Non avere paura. Digli “grazie”. Egli è che ti ha salvata… Inginocchiati. Baciagli i piedi. Su! Non tremare!… Perdona, Maestro! È terrorizzata dalle ultime carezze di Ennio ubriaco…».
82«Povera creatura!», dice Gesù posando la mano sul capo velato della fanciulla. «Non temere! Ti condurrò da mia Madre, per qualche tempo. Da una Mamma, capisci? E avrai intorno tanti buoni fratelli… Non temere, figlia mia!».
83Cosa c’è nella voce di Gesù e nel suo sguardo? Tutto c’è: pace, sicurezza, purezza, amore santo. La fanciulla lo sente, getta indietro il mantello col cappuccio per guardarlo meglio, e la figuretta esile, di fanciulla appena alle soglie della pubertà, quasi ancora bambina, acerba nelle grazie, innocente nell’aspetto, appare in una veste troppo larga per lei…
84«Era seminuda… Le ho dato nella sacca e messo addosso le prime vesti che ho trovato…», spiega Lidia.
85«Una bambina!», dice con pietà Gesù. E tendendole la mano chiede: «Vuoi venire con Me, senza paura?».
«Sì, padrone».
86«No. Non padrone. Dimmi: Maestro».
«Sì, Maestro», dice più sicura la fanciulla e un timido sorriso sostituisce l’espressione di paura che era prima sul volto bianchissimo.
87«Sei capace di far molto cammino?».
«Sì, Maestro».
88«Poi riposerai dalla mia Mamma, nella mia casa, in attesa di Fausta… una bambinella che amerai molto… Ti piace?».
«Oh! Sì! …», e la fanciulla alza sicura i chiari occhi di un grigio azzurro bellissimo fra le ciglia d’oro, e osa chiedere: «Più quel padrone?», e un lampo di terrore ancora le turba lo sguardo.
«Mai più», torna a promettere Gesù posando di nuovo la mano sui folti capelli di un biondo miele della fanciulla.
89«Addio, Maestro. A giorni saremo sul lago noi pure. Forse ci vedremo ancora. Prega per le povere romane».
90«Addio, Livia. Di’ a Claudia che queste sono le conquiste che Io pretendo, e non altre. Vieni, fanciulla. Partiremo subito…».
91E, tenendola per mano, si affaccia sulla porta del magazzeno chiamando gli apostoli.
92Mentre la barca, senza lasciare traccia della sua venuta, torna nell’aperto mare, Gesù e gli apostoli, con la fanciulla ammantellata in mezzo al gruppo, per le viette periferiche e deserte vanno verso la campagna…
11. Aurea Galla, istruita da Bartolomeo e poi mandata a Nazareth[36].
Colmare di Dio gli abissi vuoti.
Una piccola sorella.
1Sono così precoci le albe estive che breve è il tempo che intercorre fra il tramonto della luna e il sorgere del primo albore. Di modo che, per quanto abbiano camminato solleciti, il periodo più oscuro della notte li sorprende ancora nelle vicinanze della città di Cesarea, ne fa luce sufficiente un ramo di pruno acceso. Occorre sostare per qualche tempo, anche perché la fanciulla, meno usa di loro a camminare nella notte, inciampa sovente nei sassi sepolti a mezzo nel polverume.
2«È meglio fermarsi qualche tempo. La fanciulla non ci vede ed è stanca», dice Gesù.
3«No, no, posso… Andiamo lontano, lontano… Potrebbe venire. Di qui siamo passati per venire a quella casa», dice battendo i denti la fanciulla, mescolando ebreo a latino in un nuovo idioma per farsi capire.
4«Andremo dietro quegli alberi e non ci vedrà nessuno. Non temere», le risponde Gesù.
5«Sì, non temere. Quel… romano a quest’ora è ubriaco fradicio sotto la tavola…», dice Bartolomeo per rassicurarla.
6«E poi sei con noi. Ti vogliamo bene noi! Non ti lasciamo fare del male. Ohè! siamo dodici uomini robusti…», dice Pietro, poco più alto di lei, ma tarchiato per quanto ella è snella, bruciato dal sole quanto lei è di neve, povero fiore cresciuto nell’ombra per essere più solleticante e prezioso.
7«Una piccola sorella sei. E i fratelli difendono le sorelle…», dice Giovanni.
8La fanciulla, all’estrema fiammella dell’improvvisata torcia, alza sui suoi confortatori le chiare iridi grigio ferro intinto appena di azzurro, due limpide iridi ancor lucide del pianto versato nel terrore di poc’anzi… È sospettosa. Eppure di loro si fida. E passa con gli altri il rigagnolo asciutto oltre la via, per entrare in una proprietà che finisce lì in un frutteto folto.
9Si siedono al buio. E attendono. Gli uomini dormirebbero forse. Ma ogni rumore fa dare un gemito alla fanciulla, e il galoppo di un cavallo la fa aggrappare convulsa al collo di Bartolomeo, che forse, perché è molto anziano, attira la sua fiducia e confidenza. Perciò è impossibile dormire.
10«Ma non temere! Quando si è con Gesù non succede più nulla di male», dice Bartolomeo.
«Perché?», domanda la fanciulla tremante e ancora avviticchiata al collo dell’apostolo.
«Perché Gesù è Dio in Terra, e Dio è più forte degli uomini».
12«Dio? Cosa è Dio?».
«Povera creatura! Ma come ti hanno allevata? Non ti hanno insegnato niente?».
13«A tenere bianca la pelle, lucidi i capelli, a ubbidire ai padroni… a dire sempre sì… Ma io non potevo dire di sì al romano… era brutto e mi faceva paura… tutto il giorno paura… Sempre lì… al bagno, alla vestizione… certi occhi… le mani… oh!… E chi non dice “sì” è bastonato…».
14«Non sarai bastonata. Non c’è più il romano né le sue mani… C’è la pace…», le risponde Gesù.
15E gli altri commentano: «Ma è un orrore! Come a bestie di valore, non più che a bestie! E peggio ancora… Perché una bestia sa almeno che le insegnano ad arare o a portare la sella e il morso perché quello è il suo ufficio. Ma questa creatura è stata gettata là senza sapere! …».
«Se sapevo mi gettavo in mare. Aveva detto: “Ti farò felice”…»
16«Infatti ti ha fatta felice. In maniera che non immaginava. Felice per la Terra e per il Cielo. Perché conoscere Gesù è felicità», le dice lo Zelote.
Parlare di Dio agli abissi vuoti.
18Un silenzio, in cui ognuno medita sugli orrori del mondo. Poi, sottovoce, la fanciulla chiede a Bartolomeo: «Mi dici cosa è Dio? E perché Lui è Dio? Perché è bello e buono?».
«Dio… Come fare a insegnarti tanto a te vuota di ogni idea religiosa?».
«Religiosa? Cosa è?».
«Altissima Sapienza! Io sono come uno che affoga in grande mare! Come faccio davanti a questo abisso?».
19«È tanto semplice, Bartolomeo, ciò che ti pare difficile. È un abisso sì, ma vuoto. E tu puoi colmarlo del Vero. Peggio è quando gli abissi sono colmi di fango, veleni, serpi… Parla con la semplicità con cui parleresti ad un infante. Ed ella ti capirà come meglio non farebbe un adulto».
20«Oh! Maestro! Ma non potresti farlo Tu?».
«Lo potrei. Ma la fanciulla accetterà le parole di un suo simile più facilmente che le mie di Dio. E d’altronde… Davanti a questi abissi sarete, in futuro, ad empirli di Me. Dovete pure imparare a farlo».
21«È vero! Mi ci proverò. Senti, fanciulla… Te la ricordi la mamma tu?».
«Sì, signore. Sono fioriti da sette anni i fiori senza di lei. Ma prima ero con lei».
«Va bene. E la ricordi? Le vuoi bene?».
«Oh!», un singhiozzo unito all’esclamazione dice tutto.
«Non piangere, povera creatura… Senti… L’amore che tu hai per la mamma…».
«…e il padre… e i fratellini…», dice fra i singhiozzi la fanciulla.
«Sì… per la tua famiglia, l’amore per la tua famiglia, il pensiero che hai di essa, il desiderio di tornare ad essa…».
«Mai più!!…».
22«Mah!… Tutto questo è una cosa che può essere detta la religione della famiglia. Le religioni, le idee religiose, perciò, sono l’amore, il pensiero e il desiderio di andare dove è Colui o coloro in cui noi crediamo, che noi amiamo e desideriamo».
«Ah! E se io crederò in quel Dio lì, avrò una religione… È facile!».
23«Bene. Facile che? Avere una religione o credere a quel Dio li?».
«Questo e quello. Perché si crede facilmente ad un Dio buono come quello lì. Il romano ne nominava tanti e giurava… Diceva: “per la dea Venere!”, “per il dio Cupido”. Ma dovevano essere dèi non buoni, perché lui faceva cose non buone nel nominarli».
24«Non è stupida la fanciulla», commenta Pietro sottovoce.
25«Ma io ancora non so cosa è Dio. Io lo vedo uomo come te… È un uomo Dio, allora. E come si fa a capirlo, allora? In che è forte più di tutti? Non ha né spade né servi…».
«Maestro, aiutami…».
«Ma no, Natanaele! Insegni così bene…».
26«Lo dici per bontà… Vediamo ad ogni modo di andare avanti. Senti, fanciulla… Dio non è uomo. Egli è come una luce, uno sguardo, un suono, così grande che empie cielo e terra e tutto illumina, tutto vede, tutto istruisce e a tutto dà ordine…».
«Anche al romano? Allora non è un Dio buono. Ho paura!».
27«Dio è buono e dà buoni ordini, e agli uomini aveva dato ordini di non fare guerre, di non fare schiavi, di lasciare le bambine alle madri loro e di non spaventare le fanciulle. Ma gli uomini non ascoltano sempre gli ordini di Dio».
«Tu, sì, però…».
«Io sì».
28«Ma se è più forte di tutti, perché non si fa ubbidire? E come parla se non è uomo?».
«Dio… oh! Maestro! …».
29«Va’ avanti, Bartolmai. Sei un maestro così saggio, sai dire con tanta semplicità i pensieri più alti, e hai paura? Non sai che lo Spirito Santo è sulle labbra di quelli che insegnano la Giustizia?»
«Sembra così facile quando ti si ascolta… e tutte le tue parole sono qui dentro… Ma a tirarle fuori quando si deve fare ciò che Tu fai!… Oh! miseria di noi poveri uomini! Che maestri da nulla!».
30«Riconoscere il nulla vostro predispone lo spirito all’insegnamento dello Spirito Paraclito…».
31«Va bene. Senti, bambina. Dio è forte, fortissimo, più di Cesare, più di tutti gli uomini messi insieme coi loro eserciti e macchine di guerra. Ma però non è un padrone spietato, il quale faccia dire sempre di sì, pena la sferza, a chi non lo dice. È un padre, Iddio. Tuo padre ti voleva bene?».
«Tanto! Mi ha messo nome Aurea Galla perché l’oro è prezioso e la Gallia è la patria, e diceva che io gli ero più cara dell’oro avuto un tempo e della patria…».
32«Tuo padre ti bastonava?».
«No. Mai. Anche se ero cattiva mi diceva: “Povera figlia mia!”, e piangeva…».
33«Ecco! Così fa Dio. È padre, ci ama e piange se siamo cattivi, ma non ci forza a ubbidirlo. Però chi è cattivo sarà un giorno castigato con supplizi orrendi…».
«Oh! bello! Il padrone che mi ha levata alla madre e portata nell’isola e il romano nei supplizi! E io vedrò?».
«E tu vedrai da vicino a Dio, se in Lui crederai e se sarai buona. Ma per essere buona non devi odiare neppure il romano».
«No? Come faccio?!».
«Pregando per lui o …».
34«Cosa è pregare?».
«Parlare a Dio dicendogli ciò che vogliamo…».
«Ma io voglio la mala morte per i padroni!», dice con veemenza selvaggia la fanciulla.
«No, non devi. Gesù non ti ama se tu dici così…».
«Perché?».
«Perché non si deve odiare chi ci ha fatto del male».
«Non posso amarli, però…».
35«Per ora dimenticali… Cerca di dimenticarli. Poi, quando sarai più… istruita di Dio, pregherai per loro… Dunque dicevamo che Dio è potente ma lascia liberi i suoi figli».
36«Io figlia di Dio? Ho due padri? Quanti figli ha?».
«Tutti gli uomini sono figli di Dio, perché Egli li ha fatti. Vedi le stelle lassù? Lui le ha fatte. E queste piante? Lui le ha fatte. E la terra su cui sediamo, e quell’uccello che canta, e il mare che è tanto grande, tutto e tutti gli uomini. E gli uomini sono più figli di tutto, perché sono figli per quella cosa che si chiama anima e che è luce, suono, sguardo, non grandi come i suoi che empiono tutto il Cielo e la Terra, ma però belli e che non muoiono mai come Egli non muore».
37«Dove è l’anima? Io ce l’ho?».
«Sì. Nel tuo cuore, ed è quella che ti ha fatto capire che il romano era cattivo e che non ti farà certo desiderare di essere come lui. Non è vero?».
38«Sì…». La fanciulla riflette dopo l’incerto “sì”… Poi dice sicura: «Sì! Era come una voce dentro e un bisogno di avere soccorso… e con un’altra voce dentro, ma quella era mia, chiamavo la mamma… perché io non sapevo che c’era Dio, che c’era Gesù… Se l’avessi saputo, avrei chiamato Lui con quella voce che avevo dentro…».
Aurea cristiana.
39«Tu hai capito bene, fanciulla, e crescerai nella Luce. Io te lo dico. Credi nel Dio vero, ascolta la voce della tua anima vergine di sapienza acquisita, ma vergine anche di mala volontà, e avrai in Dio un Padre, e nella morte, che è passaggio dalla Terra al Cielo per quelli che credono al Dio vero e sono buoni, avrai un posto in Cielo, vicino al tuo Signore», dice Gesù posando la mano sul capo della fanciulla.
40La quale muta posizione e si inginocchia dicendo:
«A Te. È bello stare con Te. Non ti separare da me, Gesù. Ora so Chi sei e mi prostro. A Cesarea avevo paura di farlo… Ma mi parevi un uomo. Ora so che sei un Dio nascosto in un uomo e mi sei Padre e Protettore».
«E Salvatore, Aurea Galla».
«E Salvatore. Mi hai salvata».
41«E più ti salverò. Avrai un nome nuovo…».
«Mi levi il nome che mi ha dato il padre mio? Il padrone nell’isola mi chiamava Aurea Quintillia, perché ci dividevano per colore e per numero e io ero la quinta bionda così… Ma perché non mi lasci il nome dato dal padre mio?».
42«Non te lo levo. Ma al tuo nome antico porterai aggiunto il nome nuovo, eterno».
43«Quale?».
«Cristiana. Perché il Cristo ti ha salvata. Ma ecco che albeggia. Andiamo… Vedi, Natanaele, che è facile parlare di Dio agli abissi vuoti?… Hai parlato molto bene. La fanciulla si formerà rapidamente nella Verità… Vai avanti con i miei fratelli, Aurea…».
Un saggio schiavo delle prevenzioni.
44La fanciulla ubbidisce ma con timore. Preferirebbe rimanere presso Bartolomeo, il quale capisce e promette: «Vengo subito io pure. Va’, ubbidisci…». E rimasto con Gesù, Pietro, Simone e Matteo, osserva: «Peccato che la tenga Valeria. È sempre una pagana…».
45«Non posso imporla a Lazzaro…».
«C’è Niche, Maestro», suggerisce Matteo.
«E Elisa…», dice Pietro.
«E Giovanna… È amica di Valeria, e Valeria gliela cede certo volentieri. Sarebbe in una casa buona», dice lo Zelote.
Gesù pensa e tace…
46«Farai Tu… Io raggiungo la fanciulla che sempre si volge. Si fida di me perché vecchio… La terrei… una figlia di più… Ma non è di Israele…», e se ne va, il buono ma troppo israelita Natanaele.
Gesù lo guarda andare e scrolla il capo.
«Perché quel gesto, Maestro?», chiede lo Zelote.
47«Perché… mi fa pena vedere che anche i saggi sono schiavi delle prevenzioni…».
«Però… sia detto fra noi… Bartolmai ha ragione… e anzi… dovresti provvedere… Ricordati di Sintica e Giovanni… Che non succeda una cosa uguale… Mandala a Sintica…», dice Pietro che ha paura di noie per la paganella fra loro.
48«Presto Giovanni sarà morto… Sintica è ancora troppo informe per essere maestra di una fanciulla quale è questa… Non è ambiente adatto…».
49«Eppure non devi tenerla. Pensa che Giuda presto sarà con noi. E Giuda, Maestro, lasciamelo dire, è un lussurioso e un… uno che è facile a parlare per avere degli utili… e ha troppi amici fra i farisei…», incalza lo Zelote.
«Ecco! Simone dice bene! Proprio quello che pensavo io!», esclama Pietro.
«Ascoltalo, Maestro…».
Gesù pensa e tace… Poi dice: «Preghiamo! E il Padre ci aiuterà…»; e, in coda agli altri, pregano fervorosamente…
Aurea eroica nella sua volontà.
50L’alba si muta in aurora… Superano un paesetto, riprendono la via fra le campagne… Il sole si fa forte sempre più. Si fermano a mangiare all’ombra di un noce gigantesco.
«Sei stanca?», chiede Gesù alla fanciulla, che mangia svogliata. «Dillo e ci fermeremo».
«No, no. Andiamo…».
«Glielo abbiamo chiesto più volte. Ma dice sempre di no…», dice Giacomo d’Alfeo.
«Posso, posso! Andiamo lontano…».
51Riprendono ad andare. Ma Aurea si risovviene. «Ho una borsa. Mi hanno detto le dame: “La darai quando cominciano i monti”. I monti sono qui. E la do». E fruga nella sacca dove Livia le ha messo qualche indumento… Trae la borsa e la dà a Gesù.
«L’obolo… Non hanno voluto essere ringraziate. Sono migliori di molti fra noi… Prendi, Matteo. E conserva queste monete. Serviranno a elemosine segrete».
«Non devo dirlo a Giuda di Keriot?».
«No».
«Ma vedrà la fanciulla…».
52Gesù non risponde… Riprendono ad andare. Faticosamente per il gran caldo, la polvere e la luce abbacinante. Poi si inizia la salita sulle prime propaggini del Carmelo, credo. Ma, benché qui sia più ombra e più fresco, Aurea va lentamente, inciampando spesso. Bartolomeo torna indietro, dal Maestro. «Maestro, la fanciulla è febbricitante ed esausta. Come facciamo?».
53Si consultano. Sostare? Prenderla di peso e proseguire? Sì. No. Infine decidono che occorre almeno raggiungere la via che va a Sicaminon, per chiedere a qualche viandante, che ha cavalcatura o carro, un aiuto. E vorrebbero caricarsi sulle braccia la fanciulla, ma lei, eroica nella sua volontà di allontanarsi, ripete il suo: «Posso! Posso!», e vuol andare da sé. È rossa, con occhi febbrili, esausta realmente. Ma non cede… Va lentamente, accettando di essere sorretta da Bartolomeo e Filippo… Ma cammina… Sono tutti stanchi veramente. Ma comprendono che è necessario andare e vanno…
Il colle è superato. Ecco la costa opposta… il piano d’Esdrelon là in basso, e oltre ecco i colli fra i quali è Nazareth…
«Se non troveremo, sosteremo dai contadini…», dice Gesù…
La Provvidenza che soccorre!
54Vanno, vanno… Quasi al piano vedono un gruppo di discepoli. C’è Isacco e Giovanni d’Efeso con la madre, e Abele di Betlemme con la sua, fra altri che non conosco a nome. E per le donne c’è un rustico carro tirato da un forte muletto. E c’è Daniele e Beniamino pastori, Giuseppe barcaiolo e altri.
55«È la Provvidenza che ci soccorre!», esclama Gesù e ordina di sostare, mentre Lui va a parlare ai discepoli e specie alle due discepole. Le prende in disparte insieme a Isacco e racconta in parte la vicenda di Aurea: «L’abbiamo sottratta ad un immondo padrone… Vorrei portarla a Nazareth per curarla, perché è malata di paura e di fatica. Ma non ho veicolo. Voi dove andavate?».
«A Betlemme di Galilea presso Mirta. È impossibile resistere ai calori del piano», risponde Isacco.
56«Andate a Nazareth prima, ve lo chiedo in carità. Portate a mia Madre la fanciulla e ditele che fra due, tre giorni sarò da Lei. La fanciulla è febbrile. Non accogliete perciò i suoi deliri. Vi dirò poi…».
«Sì, Maestro. Ciò che Tu vuoi. Partiamo subito. Povera creatura! La bastonava?», chiedono i tre.
«La voleva profanare».
57«Oh!… Quanti anni ha?».
«Si e no tredici…».
«Il vile! L’immondo! Ma noi l’ameremo. Non siamo madri per merito, vero Noemi?».
58«Certo, Mirta. Signore, la tieni per discepola?».
«Non so ancora…[37]».
«Se la tieni, noi ci siamo. Io non torno ad Efeso. Ho mandato amici a liquidare tutto. Resto con Mirta… Ricordati di noi per la fanciulla. Tu ci hai salvato i figli. Noi vogliamo salvare costei».
«Vedremo in seguito…».
«Maestro, le due discepole danno garanzia di santità…», perora Isacco.
59«Non dipende da Me… Pregate molto e tacete con tutti. Intendete? Con tutti».
«Taceremo».
«Venite col carro». E Gesù retrocede, seguito da Isacco che guida il carro e dalle due donne. La fanciulla si è sdraiata sull’erba, cercando refrigerio fra gli steli alla gran febbre…
60«Povera creatura! Ma non morirà, vero?».
«Che bella fanciulla!».
«Cara, non temere. Sono una mamma, sai? Vieni… Sorreggila, Mirta… Vacilla… Aiutaci, Isacco… Qui dove ha meno scosse… La sacca sotto il capo… Mettiamogli sotto i nostri manti… Isacco, bagna questi lini da mettergli sulla fronte… Che febbre, povera figlia…».
Le due donne sono sollecite e materne. Aurea, stordita dal febbrone, è quasi assente…
61Tutto è a posto… Il carro può partire… Isacco, prima di frustare, si sovviene: «Maestro, se vai al ponte trovi Giuda di Keriot. Ti attende come un mendico… È lui che ci ha detto che saresti passato di qui. La pace a Te, Maestro. Entro notte saremo a Nazareth!».
«La pace a Te, Maestro», dicono le discepole.
«La pace a voi!»…
Il carro se ne va di trotto…
62«Sia ringraziato il Signore!…», dice Gesù.
«Sì. Bene per la fanciulla e bene per via di Giuda… Meglio se non sa nulla…».
63«Sì. É meglio. Tanto meglio che chiedo al vostro cuore un sacrificio. Ci separeremo avanti di essere a Nazareth, e voi del lago andrete con Giuda a Cafarnao, mentre Io coi fratelli, Toma e Simone, andrò a Nazareth».
64«Così faremo, Maestro. E a questi che ti attendono, che dirai?».
«Che avevamo urgenza di avvertire mia Madre del mio arrivo… Andiamo…», e raggiunge i discepoli che, troppo felici per avere con loro il Maestro, non fanno domande di sorta.
12. Gesù e la Madre a colloquio[38].
Il Messia e la Madre a colloquio.
Ambiente.
1Io non so se sia la sera dello stesso sabato. So che vedo Gesù e Maria seduti sul sedile di pietra contro la casa, presso la porta della stanza dei pasti, dalla quale esce un tenue chiarore di un lume ad olio posto presso la porta, palpitante all’aria con alzate e abbassamenti di luce come se il suo lucore fosse regolato da un moto di respiro. Unica luce nella notte ancor senza luna. Un minimo di luce che fuoriesce nell’orto illuminando la striscetta di terreno davanti all’uscio, e muore sul primo rosaio dell’aiuola. Ma quel minimo di luce è sufficiente ad illuminare i due profili dei Due, riuniti in intimo colloquio nella notte serena, piena di profumi di gelsomini e di altri fiori estivi.
Israele fatica a seguire il Messia.
2Parlano fra loro dei parenti… di Giuseppe d’Alfeo sempre cocciuto, di Simone non molto coraggioso nella sua professione di fede, dominato come è dal primo fra i fratelli, che è autoritario e ostinato nelle sue idee come lo era il padre. Il grande dolore di Maria, che vorrebbe tutti i nipoti discepoli del suo Gesù…
3E Gesù la conforta e, per scusare il cugino, ne illustra la forte fede israelita: «Un ostacolo, sai? Un vero ostacolo. Perché tutte le formule e i precetti fanno barriera alla accettazione dell’idea messianica nella sua verità. Più facile convertire un pagano, purché sia uno spirito non completamente corrotto. Il pagano riflette e vede la differenza buona tra il suo Olimpo e il mio Regno. Ma Israele… Israele nella sua parte più colta… fatica a seguire il concetto nuovo…»
Profezie snaturate, manipolate, alterate.
«Eppure è sempre quel concetto!».
4«Sì. É sempre quel Decalogo, sono sempre quelle profezie. Ma sono stati snaturati dall’uomo. Esso li ha presi dalle sfere soprannaturali dove erano e li ha portati sul livello della Terra, nel clima del mondo, li ha manipolati con la sua umanità e alterati… Il Messia – Re spirituale del grande Regno che si chiama di Israele perché il Messia nasce dal tronco d’Israele, ma che più giusto è chiamarlo di Cristo, perché Cristo accentra il migliore di Israele, attuale e passato, e lo sublima nella sua perfezione di Dio-Uomo – il Messia per loro non può essere l’uomo mite, povero, senza aspirazioni al potere e alla ricchezza, ubbidiente a coloro che ci dominano per castigo divino, perché nell’ubbidienza è santità quando l’ubbidire non infirma la grande Legge. E per questo si può dire che la loro fede lavora contro la Fede vera.
Coscienze volutamente inflessibili.
5Di questi cocciuti, e convinti di essere dei giusti, ce ne sono tanti… in ogni classe… e anche fra i miei parenti e apostoli. Credi, o Madre, che la ottusità loro a credere alla mia Passione sta in questo. I loro errori di valutazione hanno in questo origine… E anche le loro ritrosie ostinate a considerare i gentili gli idolatri non guardando l’uomo, ma lo spirito dell’uomo, quello spirito che ha una sola origine e al quale Dio vorrebbe dare un solo destino: il Cielo. Vedi Bartolomeo… É un esempio. Ottimo, saggio, disposto a tutto per darmi onore e conforto… Ma davanti, non dico ad una Aglae né a una Sintica, che è già un fiore rispetto alla povera Aglae che solo la penitenza ritorna da fango a fiore, ma neppure davanti ad una fanciulla, ad una povera fanciulla la cui sorte suscita ogni pietà e il cui istintivo pudore attira ammirazione, il suo schifo per i gentili cade, e neppure il mio esempio lo vince. E non le mie parole che per tutti sono venuto».
6 «Hai ragione. Anzi proprio Bartolomeo e Giuda di Keriot, i due più dotti o, per lo meno, il dotto Bartolmai e Giuda di Keriot, che non so di che classe possa dirsi con esattezza, ma che è imbevuto, saturato delle aure del Tempio, sono i più resistenti. Però… Bartolmai è buono, e la sua resistenza è ancora scusabile. Giuda… no. Hai sentito cosa ha detto Matteo, andato di proposito a Tiberiade… E Matteo è esperto della vita, di quella vita soprattutto… E giusta è l’osservazione di Giacomo di Zebedeo: “Ma chi è che dà tanto denaro a Giuda?”. Perché quella vita costa… Povera Maria di Simone!».
Tutto per salvare un’anima.
7Gesù fa il suo gesto delle mani, per dire: «Così è…» e sospira. Poi dice: «Hai sentito? Le romane sono a Tiberiade… Valeria non mi ha fatto sapere nulla. Ma Io devo sapere prima di riprendere il mio cammino. Ti voglio con Me a Cafarnao per qualche tempo, Mamma… Poi tu tornerai qui, Io andrò verso i confini siro fenici e poi tornerò a salutarti prima di scendere verso la Giudea, la pecora caparbia d’Israele…».
8«Figlio, domani sera io andrò… Porterò con me Maria d’Alfeo. Aurea andrà da Simone d’Alfeo, perché non passerebbe senza critica il rimanere qui con voi per più giorni… Così è il mondo… E io andrò… A Cana per prima tappa, e poi all’alba partirò per fermarmi dalla madre di Salome di Simone. E poi al tramonto ripartirò e giungeremo che ancor sarà luce a Tiberiade. Andrò in casa del discepolo Giuseppe, perché voglio andare io, personalmente, da Valeria, e se andassi da Giovanna vorrebbe andare lei… No. Io, Madre del Salvatore, sarò diversa dalla discepola del Salvatore ai suoi occhi… e non mi dirà di no. Non temere, Figlio mio!».
9«Non temo. Ma mi accora la tua fatica».
10«Oh! per salvare un’anima! Che cosa è questo niente di una ventina di miglia fatte in stagione buona?».
«Sarà fatica anche morale. Chiedere… essere forse umiliata…».
«Poca cosa che passa. Ma un’anima resta!».
11«Sarai come una rondine sperduta a Tiberiade corrotta… Prendi con te Simone».
12«No, Figlio mio. Noi due sole, due povere donne… Ma due madri e due discepole. Ossia due grandi forze morali… Farò presto. Lasciami andare… Benedicimi soltanto».
13«Sì, Mamma. Con tutto il mio cuore di Figlio e con tutto il mio potere di Dio. Va’ e gli angeli ti scortino per via».
14«Grazie, Gesù. Allora rientriamo. Mi dovrò alzare all’alba per preparare ogni cosa per chi parte e per chi resta. Di’ l’orazione, Figlio…».
15Gesù si alza, come si alza Maria, e insieme dicono il Pater… Poi rientrano in casa, chiudono la porta… la luce scompare e cessa ogni voce umana. Resta solo il vento leggero fra le fronde e il chioccolio leggero del filo d’acqua nella vaschetta…
13. Maria SS. con Maria d’Alfeo a Tiberiade per
farsi cedere Aurea.
Un incontro con Giuda Iscariota[39].
La Madre del Messia a Tiberiade.
Le due pellegrine.
1Tiberiade è già alle viste mentre le due pellegrine stanche procedono nel crepuscolo che cala.
2«Fra poco sarà buio… E siamo ancora in mezzo alla campagna… Due donne sole… E vicino ad una città grande piena di… uh! che gente! Belzebù! Belzebù per la più parte…», dice Maria d’Alfeo guardandosi intorno spaventata.
3«Non temere, Maria. Belzebù non ci farà del male. Fa male solo a chi lo accoglie in cuore…».
«Ma questi pagani l’hanno!…».
«A Tiberiade non vi sono soltanto dei pagani. E anche fra i pagani ci sono dei giusti».
«Che? Che? Non hanno il Dio nostro!…».
4Maria non ribatte perché comprende che è inutile. La buona cognata non è che una delle tante israelite che si credono esse sole depositarie della virtù… perché israelite.
Un silenzio in cui è solo rumore lo strascichio dei sandali calzanti i piedi stanchi e polverosi.
5«Era meglio fare la strada solita… Quella la conoscevamo… era più battuta dalla gente… Questa… fra le ortaglie, solitaria… ignota… Ho paura, ecco!».
6«Ma no, Maria. Guarda. La città è lì, a due passi. E qui sono quieti orti dei coltivatori di Tiberiade, e lì è la riva, a due passi. Vuoi che andiamo sulla riva? Troveremo pescatori… Non c’è che da traversare queste ortaglie».
7«No, no! Ci allontaniamo di nuovo dalla città! E poi… I barcaioli sono quasi tutti greci, cretesi, arabi, egizi, romani…», e pare che nomini altrettante classi infernali. Maria SS. non può fare a meno di sorridere all’ombra del suo velo.
8Procedono. La via si muta in viale. Perciò più ombra che mai… e più paura che mai di Maria d’Alfeo, che invoca Jeové ad ogni passo che fa sempre più lento.
9«Su, da forte! Sollecita, se hai paura!», la sprona Maria, che ad ogni invocazione ha risposto: «Maran Atà!».
Lavorare per il Messia è dare gioia a Maria.
10Ma Maria d’Alfeo si ferma del tutto e chiede: «Ma perché sei voluta venire qui? Forse per parlare all’Iscariota?».
«No, Maria. O per lo meno non precisamente per questo. Sono venuta per parlare alla romana Valeria…».
11«Misericordia! Andiamo in casa sua? Ah! no! Maria! Non lo fare! Io… io già non ti ci accompagno! Ma che ci vai a fare? Da quelle… da quelle… da quegli anatemi!…
12Maria SS. muta il dolce sorriso in un’espressione seria e chiede: «E non ricordi che Aurea è da salvare? Mio Figlio ha iniziato la sua liberazione. Io la compirò. É così che tu pratichi l’amore verso le anime?».
«Ma non è d’Israele…».
13«In verità tu non hai ancora capito una parola della Buona Novella! Sei una discepola molto imperfetta… Non lavori per il tuo Maestro e mi dai tanto dolore».
14Maria d’Alfeo china il capo… Ma il suo cuore, pieno delle prevenzioni d’Israele ma congenitamente buono, prende il sopravvento e con uno scoppio di pianto abbraccia Maria e dice: «Perdonami! Perdonami! Non dirmi che ti do dolore e che non servo il mio Gesù! Sì, sì! Sono molto imperfetta, merito rimprovero… Ma non lo farò più… Vengo, vengo! Anche nell’Inferno se tu ci vai a strappare un anima per darla a Gesù… Dammi un bacio, Maria, per dire che mi perdoni…».
Maria la bacia e riprendono la via, svelte, rianimate dall’amore…
Barcaiolo pettegolo.
15Eccole in Tiberiade, verso il porticciolo dei pescatori. Cercano la casetta di Giuseppe, il barcaiuolo discepolo… La trovano. Bussano…
16«La Madre del mio Maestro! Entra, o Donna! E Dio sia con te e con me che ti ospito. Entra anche tu e la pace sia con te, madre di apostoli».
17Entrano, mentre la moglie e la figlia giovinetta del barcaiuolo accorrono a salutarle, seguite da una nidiatella di figli più piccoli…
18E il parco cibo è presto preso, e Maria di Cleofe, stanca, si ritira insieme ai fanciulli della casa. Restano sulla terrazza alta, dalla quale si vede il lago – si sente, più che si veda, perché non c’è luna ancora fiottare contro il lido, Maria SS., il barcaiuolo e la moglie dello stesso, che si sforza a far buona compagnia ma che in realtà dorme ciondolando il capo sul petto.
«É stanca!…», la scusa Giuseppe.
«Poveretta! Le donne di casa sono sempre stanche a sera».
19«Sì, lavorano loro. Non sono come quelle lì, che si danno il bello spasso!», dice con sprezzo il barcaiuolo indicando delle barche illuminate che si staccano dalla riva fra canti e suoni.
«Escono ora, loro! Comincia ora per loro la fatica! Quando le persone perbene dormono.
E danneggiano i lavoratori, perché vanno a fingere pesche nei luoghi migliori, mettendo in fuga noi che dal lago abbiamo il pane per la famiglia…».
20«Chi sono?».
«Romane e loro simili. E nelle simili mettici Erodiade, la sua lussuriosa figlia e anche altre ebree… Perché di Marie di Magdala ne abbiamo molte… Voglio dire di Marie prima del pentimento…».
«Sono infelici…».
21«Infelici? Infelici siamo noi che non le lapidiamo per ripulire Israele da quelle che si sono corrotte e ci portano le maledizioni di Dio».
Intanto altre barche si staccano e il lago rosseggia dei lumi delle barche dei gaudenti.
22«Senti che puzzo di resine? Si ubriacano col fumo per prima cosa, poi fanno il resto nei banchetti. Sono capaci di andare alle sorgenti calde dell’altra sponda… In quelle Terme… Cose di Inferno succedono! Torneranno all’alba, all’aurora, forse più tardi… ubbriachi, coricati gli uni sugli altri come tanti sacchi, uomini e donne, e gli schiavi li porteranno dentro, nelle case, a smaltire l’orgia… Escono proprio tutte le belle barche, questa sera! Guarda! Guarda… Ma io ho ira più coi giudei che ci si mescolano che con loro. Loro… si sa! Animali senza ritegno. Ma noi!… Donna, lo sai che c’è qui Giuda l’apostolo?».
«Lo so».
Giuda ha cambiato Maestro.
23«Non dà buon esempio, sai?».
24«Perché? Va con quelli?…».
«No… ma… cattivi compagni… e una donna. Io non l’ho visto… Nessuno di noi lo vede così. Ma dei farisei ci hanno schernito dicendoci: “Il vostro apostolo ha cambiato maestro. Ora ha una donna ed è in buona compagnia di pubblicani”».
25«Non giudicare, Giuseppe, di ciò che hai solo sentito dire. Lo sai che i farisei non vi amano e non lodano neppure il Maestro».
«Ciò è vero… Ma la voce circola… e nuoce…»
26«Come è sorta cadrà. Tu non peccare contro il fratello. Dove sta di casa? Lo sai?».
«Sì. Presso un amico, credo. Uno che ha fondaco di vini e spezie. Il terzo fondaco al lato d’oriente del mercato, dopo la fonte…».
Non tutte le romane sono uguali.
27«Tutte le romane sono uguali?».
«Oh! su per giù!… Anche se non si fanno vedere fanno il male».
28«Chi sono quelle che non si fanno vedere?».
«Quelle che sono venute da Lazzaro a Pasqua. Stanno più ritirate… voglio dire che non sempre vanno ai banchetti. Ma ci vanno però sempre a sufficienza per poter dire che sono immonde».
29«Ma dici così perché ne sei sicuro, o perché la tua prevenzione ebrea ti fa parlare? Esaminati proprio…».
«Ecco… veramente… non so… Non le ho viste più nelle barche dei sozzi… Ma in barca ci vanno, di notte, sul lago».
30«Ci vai tu pure».
«Certo! Se voglio pescare!».
«Il calore è tanto! Solo sul lago di notte è refrigerio. Sono le tue parole mentre si cenava».
«E’ vero».
31«E allora perché non pensare che esse pure vanno per questo sul lago?».
L’uomo tace… Poi dice: «É tardi. Le stelle dicono che è la seconda vigilia. Io mi ritiro, Donna. Non vieni?».
32«No. Resto qui in preghiera. Uscirò presto. Non ti stupire se non mi trovi all’alba».
«Sei padrona di fare ciò che vuoi. Anna! Su! Andiamo a letto! », e scuote la moglie che dorme pesantemente. Se ne vanno.
Incontro con Valeria e con l’Iscariota.
Potenza della preghiera.
33Maria resta sola… Si inginocchia e prega, prega, prega… ma non perde mai di vista le barche veleggianti, le barche dei signori, quelle che navigano tutte luminose fra fiori e canti e incensi… Molte vanno, vanno, vanno verso oriente, si fanno piccine nella lontananza, il rumore dei canti non arriva più. Resta una barca solitaria, splendente al largo nello specchio d’acqua luminoso di luna calante davanti a Tiberiade. Veleggia lenta in su e in giù… Maria la osserva finché la vede volgere la prua verso la sponda.
34Allora Maria sorge in piedi dicendo: «Signore, aiutami! Fa’ che sia…», e poi scende leggera la scaletta, entra piano in una stanza dalla porta socchiusa… Al bianco chiarore della luna è possibile distinguere un lettuccio. Maria si china su esso e chiama: «Maria! Maria! Svegliati! Andiamo!».
35Maria d’Alfeo si desta e, imbambolata dal sonno, chiede sfregandosi gli occhi: «É già ora di andare? Come si è fatto presto giorno!».
É tanto assonnata che non capisce neppure che non è luce d’alba ma di luna la tenue fosforescenza che entra dalla porta aperta. Se ne accorge però quando è fuori, sul piccolo pezzo di terreno coltivato che è davanti alla casa del barcaiuolo.
36«Ma è notte!», esclama.
«Sì. Ma faremo prima e usciremo prima da questa città… almeno lo spero. Vieni! Per di qui, lungo la riva. Fa’ presto! Prima che la barca tocchi terra…».
«La barca? Quale barca?», Maria chiede. Ma corre dietro alla Vergine che va lesta lesta sulla riva deserta, verso il moletto dove la barca dirige.
37Giungono affannate qualche istante prima di essa… Maria aguzza lo sguardo. Esclama: «Lode a Dio! Sono loro. Ora tu vienimi dietro… perché bisogna andare dove esse vanno… Io non so dove abitano…».
«Ma Maria… per pietà… Ci prenderanno per delle meretrici!…».
38La Purissima scrolla la testa e mormora: «Basta non esserlo. Vieni!», e la tira nella penombra di una casa. La barca accosta e, mentre fa le manovre per accostare, si ferma una lettiga, in attesa lì presso, che viene portata avanti. Vi salgono due donne, mentre due restano a terra e camminano al fianco della lettiga, e la lettiga si mette in moto al passo cadenzato di quattro numidi vestiti di una cortissima tunica sbracciata che appena li copre nel torso…
E Maria dietro, nonostante le proteste in sordina di Maria d’Alfeo: «Due donne sole!… Dietro quelli lì! Sono mezzi nudi… Ohibò!…».
Pochi metri di cammino e poi la lettiga si ferma.
39Una donna scende, mentre il battistrada bussa ad un portone.
«Vale, Lidia!».
«Vale, Valeria! Carezza Faustina per me. Domani sera leggeremo ancora nella quiete, mentre gli altri gozzovigliano…»
Il portone si apre e Valeria, con la sua schiava o liberta, sta per entrare.
Valeria cede Aurea al Messia.
40Maria si fa avanti e dice: «Domina! Una parola!».
Valeria guarda le due donne avvolte in un manto ebreo, molto semplice e molto calato sul volto, e le crede mendicanti. Ordina: «Barbara, dà l’obolo!»
41«No, domina. Non chiedo denaro. Sono la Madre di Gesù di Nazareth e questa è mia parente. Vengo in suo Nome a farti una preghiera».
«Domina! Tuo Figlio è forse… perseguitato…».
«Non più del solito. Ma Egli vorrebbe…».
42«Entra, Domina. Non è degno che tu resti nella via come una mendica».
«No. É presto detto, se mi ascolti in segreto…».
«Via, voi tutti!», ordina Valeria alla schiava, o liberta che sia, e ai portinai.
43«Siamo sole. Che vuole il Maestro? Io non sono venuta per non nuocergli nella sua città. Lui non è venuto per non nuocermi, forse, presso lo sposo mio?».
44«No. Per mio consiglio. Mio Figlio è odiato, domina».
«Lo so».
45«E ha conforto soltanto nella sua missione».
«Lo so».
«Non chiede onori né milizie, non aspira a regni né a ricchezze. Ma fa valere il suo diritto sugli spiriti».
«Lo so».
46«Domina… Egli dovrebbe renderti quella fanciulla… Ma, non ti sia sdegno se lo dico, qui ella non potrebbe far di Gesù il suo spirito. Tu migliore delle altre… Ma intorno a te troppo vivo il fango del mondo».
«È vero. Ebbene?».
47«Tu sei madre… Mio Figlio ha sensi di padre per ogni spirito. Soffriresti tu che la tua bambina crescesse in mezzo a chi la può rovinare?…».
48«No. E ho compreso… Ebbene… Di’ a tuo Figlio queste parole: “In ricordo di Faustina, salvata nella carne, Valeria ti lascia Aurea perché Tu ne salvi lo spirito…”. É vero! Noi siamo troppo corrotti… per dare affidamento a un santo… Domina, prega per me!», e si ritira rapida prima che Maria possa ringraziarla. Si ritira, direi, piangendo…
Maria d’Alfeo è di stucco.
49«Andiamo, Maria… Alla notte partiremo e domani sera saremo a Nazareth…»
«Andiamo… L’ha ceduta come… come una cosa…».
50«Per loro è una cosa. Per noi è un anima. Vieni. Guarda… Già imbianca il cielo là in fondo. Si può dire che non c’è notte in questo mese…».
Penitenze e preghiere per salvare un apostolo.
51Vanno per la via non più in penombra che è loro aperta davanti, anziché per quella della riva. Una via dietro a una fila di casette modeste… Quando sono a metà di essa, da un angolo sbuca Giuda palesemente avvinazzato. Un Giuda reduce da chissà che festino, spettinato, le vesti sgualcite, il viso pesto.
52«Giuda! Tu? In questo stato?».
Giuda non fa in tempo a fingere di non conoscerla e non può fuggire… La sorpresa lo snebbia e lo inchioda dove è, senza reazione.
53Maria gli si accosta, vincendo la ripugnanza che l’aspetto dell’apostolo le desta, e gli dice: «Giuda, disgraziato figlio, che fai? Non pensi a Dio? Alla tua anima? A tua madre? Che fai, Giuda? Perché vuoi essere peccatore? Guardami, Giuda! Non hai diritto di uccidere la tua anima…», e lo tocca cercando prendergli una mano.
54«Lasciami stare. Sono un uomo, infine. E… e sono libero di fare ciò che tutti fanno. Di’ a Lui, che ti manda a spiarmi, che non sono ancora tutto spirito, e giovane sono!».
55«Non sei libero di rovinarti. Giuda! Abbi pietà di te stesso… Così facendo non sarai mai uno spirito beato… Giuda… Egli non mi ha mandata a spiarti. Egli prega per te. Questo soltanto, ed io con Lui. In nome di tua madre…».
56«Lasciami stare», dice sgarbatamente Giuda. E poi, forse sentendo di essere villano, corregge: «Non merito la tua pietà… Addio…», e scappa via…
57«Che demonio!… Lo dirò a Gesù», esclama Maria d’Alfeo. «Ha ragione il mio Giuda! »
58«Tu non dirai nulla a nessuno. Pregherai per lui. Questo sì….».
«Piangi? Piangi per lui? Oh!…»
59«Piango… Ero felice di aver salvato Aurea… Ora piango perché Giuda è peccatore. Ma a Gesù, tanto afflitto, porteremo soltanto la notizia bella. E strapperemo con penitenze e preghiere il peccatore a Satana… Come ci fosse figlio, Maria! Come ci fosse figlio… Sei madre tu pure e sai… Per quella madre infelice, per quest’anima peccatrice, per il nostro Gesù…».
60«Sì, pregherò… Ma non penso che egli lo meriti…».
61«Maria! Non lo dire…».
62«Non lo dico. Ma… così è. Non andiamo da Giovanna?».
«No. Ci verremo presto, con Gesù…»
14. Maria SS. riferisce sulla missione compiuta a
Tiberiade. Aurea impara
a fare la volontà di Dio[40].
Riconoscenza chi ci fa dei favori.
Sorpresa gioiosa.
1É molto stanca la Vergine quando rimette piede nella sua casetta. Ma è molto felice. E cerca subito del suo Gesù che ancora lavora, alle ultime luci del giorno che muore, intorno alla porta del forno che sta rimettendo a posto. Le ha aperto Simone il quale, dopo il saluto, si ritira prudente nello stanzone-laboratorio. Tommaso non lo vedo. Forse è fuori di casa.
2Gesù posa i suoi attrezzi, appena vede la Madre, e va a Lei pulendosi le mani unte (sta rendendo scorrevoli i gangheri e i chiavistelli con dell’olio) nel suo grembiule da lavoro. Il loro reciproco sorriso pare far luminoso l’orto in cui decresce la luce.
3«La pace a te, Mamma».
«La pace a Te, Figlio».
«Come sei stanca! Non hai riposato…».
4«Da un’alba ad un tramonto in casa di Giuseppe. Ma senza questi grandi calori sarei ripartita subito per venirti a dire che Aurea è tua».
5«Sì?!». Il viso di Gesù si ringiovanisce persino nella sorpresa gioiosa. Sembra un volto poco più che ventenne, e nella gioia, perdendo quella gravità che generalmente è sul suo volto e nei suoi atti, viene ad assomigliare ancor più alla Madre, sempre così serenamente fanciulla nelle movenze e nell’aspetto.
6«Sì, Gesù. E senza alcuna fatica ho ottenuto questo. La dama aderì subito. Si è commossa riconoscendo che lei, e con lei le sue amiche, sono troppo corrotte per educare una creatura a Dio. Un riconoscimento così umile, così schietto, vero! Non è facile trovare chi, senza esserne forzato, riconosca di essere difettoso».
7«Sì, non è facile. Molti in Israele non lo sanno fare. Sono belle anime sepolte sotto una crosta di lordura. Ma quando la lordura cadrà…»
8«Avverrà, Figlio?».
«Ne sono sicuro. Tendono istintivamente al Bene. Finiranno con l’aderirvi. Che ti ha detto?».
9«Oh! poche parole… Ci siamo subito intese. Ma sarà bene avere subito Aurea. Le voglio dire io questa cosa, se Tu vuoi, però, Figlio mio».
10«Sì, Mamma. Manderemo Simone», e chiama forte lo Zelote che viene subito.
«Simone, va’ da Simone d’Alfeo e di’ che mia Madre è tornata, poi vieni con la fanciulla e con Toma, che certo è là per finire quel lavoretto di cui lo ha pregato Salome».
Simone si inchina e va subito.
La donna nella nuova religione.
11«Racconta, Mamma… Il tuo viaggio… il tuo colloquio… Povera Mamma, come sei stanca per causa mia!».
12«Oh! no, Gesù! Nessuna stanchezza quando Tu sei felice…», e Maria racconta il suo viaggio e le paure di Maria d’Alfeo, la sosta in casa del barcaiuolo, l’incontro con Valeria, terminando: «Ho preferito vederla a quell’ora, posto che il Cielo lo permetteva. Più libera lei, più libera io, e Maria Cleofe consolata più presto, perché di essere due donne sole per Tiberiade aveva un terrore che soltanto l’amore per Te, il pensiero di servirti, poteva vincere…», e Maria sorride ricordando le ansie della cognata…
13E sorride Gesù dicendo: «Poveretta! É la vera donna d’Israele, l’antica donna, riservata, tutta casa, la donna forte secondo i Proverbi[41]. Ma nella nuova Religione la donna non sarà soltanto forte nella casa… Molte saranno quelle che supereranno Giuditta[42] e Giaele[43], essendo eroiche in sé, con eroismo da madri di Maccabei[44]… E lo sarà anche Maria nostra. Ma per ora… è ancora così… Hai visto Giovanna?».
Comprensione per il discepolo che dà dolore.
14Maria non sorride più. Forse teme un’altra domanda su Giuda.
15E risponde svelta: «Non ho voluto imporre nuove ansie a Maria. Ci siamo chiuse in casa fino a metà fra nona e sera, riposando, e poi siamo partite… Ho pensato che presto la vedremo, sul lago…».
16«Hai fatto bene. Mi hai dato la prova del sentimento delle romane verso di Me. Se Giovanna fosse intervenuta si sarebbe potuto pensare che cedevano all’amica. Ora attenderemo sino a sabato e, se Mirta non viene, andremo noi con Aurea».
17«Figlio, io vorrei rimanere…».
«Sei stanca molto, lo vedo».
18«No, non per questo… Penso che Giuda potrebbe venire qui… Come è bene che a Cafarnao sia sempre chi lo attende per accoglierlo da amico, anche qui è bene che ci sia chi lo accoglie con amore».
19«Grazie, Mamma. Tu sola capisci cosa ancora lo può salvare…».
Sospirano tutti e due sul discepolo che dà dolore…
L’ amore vero va unito al sacrificio.
20Rientrano Simone e Tommaso con Aurea, che corre verso Maria.
Gesù la lascia con la Madre, andando in casa con gli apostoli.
21«Tu hai molto pregato, figlia, e il buon Dio ti ha ascoltata…», inizia Maria.
22Ma la fanciulla la interrompe con un grido di gioia: «Resto con te!», e le getta le braccia al collo baciandola. Maria ricambia il bacio e, sempre tenendola fra le braccia, dice: «Quando uno fa un grande favore bisogna ricambiare, non è vero?».
«Oh! sì! E io ti ricambierò con tanto amore».
23«Sì, figlia. Ma sopra di me è Dio. È Lui che ti ha fatto questo grande favore, questa grazia senza misura di accoglierti fra i membri del suo popolo, di farti discepola del Maestro Salvatore. Io non sono stata che lo strumento della grazia, ma la grazia Egli, l’Altissimo, te l’ha concessa. Che darai dunque all’Altissimo per dirgli che lo ringrazi?».
«Ma… non so… Dimmelo tu, o Madre…».
24«Amore, questo è certo. Ma l’amore, per essere veramente tale, deve essere unito al sacrificio, perché se una cosa costa ha più valore, non è vero?».
«Sì, Madre».
La più giovane discepola sa fare la volontà di Dio.
25«Ecco, allora io direi che tu, con la stessa gioia con cui hai gridato: “Resto con te!”, dovresti gridare: “Sì, o Signore” quando io, povera sua serva, ti dirò la volontà del Signore su te».
«Dimmela, Madre», dice Aurea facendosi però seria in volto.
26«La volontà di Dio ti affida a due buone madri, a Noemi e a Mirta…».
La fanciulla ha grossi lacrimoni che lucono negli occhi chiari, ed essi rotolano poi sul visetto rosato.
27«Sono buone. Sono care a Gesù e a me. Ad una Gesù ha salvato il figlio, all’altra io glielo ho allattato. E che siano buone, lo hai visto…».
«Sì… ma io speravo stare con te…».
28«Figlia, non tutto si può avere! Vedi che io pure non sto col mio Gesù. Ve lo dono, e sto lontana, tanto lontana da Lui, mentre Egli va girando per la Palestina a predicare, guarire e salvare le fanciulle…».
«E’ vero…».
29«Se io lo volessi per me sola, tu non saresti stata salvata… Se io lo volessi per me sola, le vostre anime non verrebbero salvate. Pensa quanto grande è il mio sacrificio. Vi do un Figlio perché sia immolato per le vostre anime. Del resto, io e te saremo sempre unite, perché le discepole stanno e staranno sempre unite intorno a Cristo, formando una grande famiglia unita dall’amore per Lui».
30«E’ vero. E poi… verrò ancora qui, non è vero? E ci vedremo ancora?».
«Certamente. Finché Dio lo vorrà».
«E tu pregherai sempre per me…».
«E io pregherò sempre per te».
«E quando saremo insieme mi istruirai ancora?».
«Sì, figlia…».
31«Ah! io volevo divenire come te! Lo potrò mai? Sapere, per essere buona…».
32«Noemi è madre di un sinagogo e discepolo del Signore. Mirta di un figlio che ha meritato la grazia del miracolo ed è discepolo buono. E le due donne sono buone e sapienti, oltre che tanto piene d’amore».
«Me lo assicuri?».
«Sì, figlia».
33«Allora… benedicimi e sia fatta la volontà del Signore… come dice l’orazione di Gesù. L’ho tanto detta… É giusto che ora faccia ciò che ho detto, per ottenere di non andare più dai romani…».
34«Sei una buona fanciulla. E Dio sempre più ti aiuterà. Vieni, andiamo a dire a Gesù che la più giovane discepola sa fare la volontà di Dio…», e tenendola per mano Maria rientra con la fanciulla nella casa.
15. Valeria e il divorzio[45].
L’incontro del Messia con Valeria.
Chi ama il Messia solleva la sua stanchezza.
33Un picchio all’uscio.
34Andrea, che è il più vicino alla porta, va ad aprire ed esce rinchiudendo la porta dietro sé. Rientra: «Maestro, c’è una donna. Insiste per vederti. Ha una bambinella con sé. Deve essere di alta condizione, per quanto vesta modesta. Non è malata, né lei né la bambina, direi. Ma non so perché è velata fittamente. La bambina ha degli splendidi fiori sulle braccia».
35«Mandala via. Stiamo dicendo che deve riposare, e tu non lo lasci neppure finire di mangiare!», brontola Pietro.
«Gliel’ho detto. Mi ha risposto che essa non affaticherà il Maestro, e che Egli avrà certo gioia di vederla».
36«Dille che torni domani, all’ora di tutti. Ora il Maestro va a riposare».
37«Andrea, accompagnala nella stanza alta. Vengo subito», dice Gesù.
38«Ecco! Lo sapevo! Così si riguarda! Proprio come dicevamo di fare!». Pietro è inquieto.
39Gesù si alza e prima di uscire passa dietro a Pietro, gli posa le mani sulle spalle, si curva un poco a baciarlo sui capelli dicendo: «Buono, Simone! Chi mi ama solleva la mia stanchezza più che il riposo su un letto».
40«Che sai Tu se questa è una che ti ama?».
«Oh! Simone! L’inquietudine ti fa dire parole delle quali sei già pentito, perché le senti stolte! Buono! Buono! Una donna che viene con una creatura innocente, che mi porta la sua creatura innocente con le braccine cariche di fiori, non può che essere una che mi ama e che intuisce il mio bisogno di trovare un po’ di amore e purezza fra tanto odio e sozzura». E se ne va, poi, salendo la scala del terrazzo, mentre Andrea, compiuta la sua missione, rientra in cucina.
«Ave, Domine Jesu!».
41La donna è sulla porta della stanza superiore. Alta, snella sotto un pesante mantello bigio, col viso velato da una tela di bisso avoriata che le scende dal cappuccio chiuso intorno al volto. La bambina, un’infante ancora, perché avrà al massimo tre anni, ha una vestinella bianca di lana e un mantellone a ruota con cappuccetto, pure bianco. Ma il cappuccetto è molto scivolato indietro sui ricciolini di un delicato color biondo castagno, perché la piccola guarda la donna alzando il visetto che emerge dai fiori che tiene stretti fra le braccine. Splendidi fiori, quali solo in questi paesi si possono trovare nel freddo dicembre: rose carnicine mescolate con delicati fiori bianchi che non so cosa siano, non sono molto forte in floricultura.
42Gesù, appena mette piede sulla terrazza, viene salutato dalla vocetta della piccolina, che gli corre incontro sospinta dalla donna, dicendo: «Ave, Domine Jesu!».
43Gesù curva la sua alta persona sulla minuscola sua devota e posandole una mano sui capellucci le dice: «La pace sia con te», e poi si rialza e segue la figliolina, che con un trillo di risa torna alla donna che si è inchinata profondamente, spostandosi di fianco alla porta per lasciare passare il Maestro.
Portamento regale del Messia.
44Gesù la saluta con un cenno del capo ed entra nella stanza, andandosi a sedere sul primo dei sedili che trova, tacendo come in attesa. É molto re. Seduto sul suo povero sedile di legno senza schienale, pare seduto su un trono, tanta è la sua austera dignità. Senza manto, con la sola veste di lana blu scurissimo, senza ornamenti né fregi, un poco sbiadita sulle spalle dove acqua piovana, sole, polvere e sudore hanno intaccato il colore, veste pulita ma povera, pare vestito di porpora, tanta è la maestà del suo portamento. Molto rigido, quasi ieratico nella sostenutezza del capo sul collo, delle mani posate sui ginocchi a palma aperta, coi piedi nudi sul pavimento nudo di mattoni vecchi, con a sfondo la parete nuda e appena scialbata a calcina, con sospeso dietro il capo non un drappo né un baldacchino, ma un setaccio per la farina e una fune dalla quale pendono mazzi di agli e di cipolle, è più imponente che se avesse un pavimento prezioso sotto i piedi, una parete aurea alle spalle e un velo di porpora ornato di gemme sul capo.
«Le rose di Faustina al suo Salvatore».
45Attende. E la sua maestà paralizza la donna in uno stupore venerabondo. Anche la bambina tace e sta immobile presso la donna, un poco impaurita, forse. Ma Gesù ha un sorriso dicendo: «Sono qui per voi. Non temete».
46E allora ogni timore cade. La donna sussurra qualcosa alla bambina, e la bambina si muove, seguita dalla donna, e va contro i ginocchi di Gesù e gli depone in grembo tutti i suoi fiori dicendo: «Le rose di Faustina al suo Salvatore». Lo dice lentamente, come chi poco sa di una lingua che non è la sua. Intanto la donna si è inginocchiata dietro la bambina gettando indietro il velo. É Valeria, la madre della piccina, che saluta Gesù col suo romano: «Salve, o Maestro».
47«Dio venga a te, donna. Come sei qui? E così sola?», dice Gesù mentre carezza la piccolina che non ha più paura e che, non contenta di aver messo i fiori in grembo a Gesù, fruga con le manine nel fascio profumato e sceglie quelli che secondo lei sono i più belli, dicendo: «Prendi! Prendi! Sono tuoi, sai?», e alza ora una rosa, ora una delle larghe ombrelle bianche a stelline odorose, vicino al volto di Gesù, che accetta e poi ridepone sul mucchio profumato.
Un cuore pietoso trova, in Dio, conforto e consiglio.
48Intanto Valeria parla. «Ero a Tiberiade perché mia figlia aveva un poco di malattia e il nostro medico lo aveva consigliato…». Valeria ha una pausa lunga, muta colore, e poi dice in fretta: «e io avevo tanta sofferenza nel cuore e ti desideravo. Perché per il mio soffrire solo un medico poteva trovare guarigione: Tu, Maestro che hai parole di giustizia in tutte le cose… Sarei perciò venuta lo stesso. Per l’egoismo di essere confortata, e anche per sapere quello che devo fare per… Sì, per avere azioni di riconoscenza verso Te e il tuo Dio, che mi avete concesso di avere questa mia creatura… Ma noi sappiamo tante cose, Maestro. I rapporti dei minimi fatti della Colonia vengono deposti giornalmente sul tavolo di lavoro di Ponzio Pilato, il quale ne prende visione, ma per prendere le decisioni in merito molto si consiglia con Claudia… Molti rapporti parlavano di Te e degli ebrei che tengono agitato il paese, facendo di Te nello stesso tempo un’insegna di riscossa nazionale e una causa di odio civile. Claudia vede giusto dicendo al marito che di uno solo in tutta la Palestina egli non deve temere come di causa di sua disgrazia: di Te. E Pilato giorno per giorno l’ascolta… Finora la più forte è Claudia. Ma se domani un’altra forza dominasse Pilato… Ho saputo, perciò, e ho sentito che la mia innocente ti avrebbe consolato…».
49«Hai avuto un cuore pietoso e illuminato, donna. Dio ti illumini del tutto e vegli su questa creatura tua, ora e sempre».
50«Grazie, Signore. Ho bisogno di Dio…». Delle lacrime cadono dagli occhi di Valeria.
Le prove dell’amore di Dio a una pagana.
51«Sì, ne hai bisogno. In Dio troverai ogni conforto e saprai trovare la guida per essere giusta nel giudicare, perdonare, amare ancora, e soprattutto educare questa, perché abbia la vita felice di quelli che sono figli del Dio vero. Tu vedi. Il Dio che non conoscevi, che forse avevi deriso, Lui e la sua Legge, così diverso dai vostri dèi e dalle vostre leggi e religioni, che avevi certo offeso con un modo di vivere in cui la virtù non era rispettata in tante cose, lievi ancora, se vuoi, ma via a più gravi ferite alla virtù e offese alla Divinità che ha creato te pure, ti ha tanto amata che, attraverso ad un dolore che sentivi con la tua umanità di madre, e di madre che non sa di vita futura e perciò di temporanea separazione dalla carne della sua carne, ti ha portata a Me. Ti ha tanto amata da condurre Me a Cesarea quando tu agonizzavi quasi sulle piccole carni della tua creatura che raffreddavano già nell’agonia. Ti ha tanto amata che te l’ha resa, perché tu avessi sempre presente la bontà e potenza del Dio vero e avessi un freno contro ogni licenza pagana e un conforto in ogni dolore di donna coniugata. Ti ha tanto amata che attraverso ad un altro dolore ha rafforzato in te la volontà di venire alla Via, alla Verità, alla Vita, e di fissarviti con la tua creatura perché ella almeno, fino dalla prima sua infanzia, possieda ciò che è conforto e pace, salute e luce nelle tristi giornate della Terra, e le abbia a preservazione di tutto quanto fa soffrire te, nella tua parte migliore, e in quella affettiva. La prima, istintivamente buona e insofferente del fango oscuro in cui è obbligata a vivere. La seconda, disordinata nella sua bontà.
Madre pagana negli affetti.
52Perché nei tuoi affetti tu sei pagana, o donna. Non è tua colpa. É colpa del secolo in cui vivi. E del gentilesimo nel quale sei cresciuta. Soltanto chi è nella vera Religione sa dare agli affetti il valore e la misura e le manifestazioni giuste. Tu, madre che non sapevi di vita eterna, amavi disordinatamente la tua bambina e, vedendola morire, disperatamente ti ribellavi a questa perdita, resa folle dalla morte incombente. Come uno che veda ghermito da un pazzo l’essere a lui più caro, e lo veda tenere sospeso su un abisso dal fondo del quale non potrebbe risorgere se vi cadesse, anzi non potrebbe neppure più essere riportato neanche come fredda spoglia al bacio del suo amore, così tu vedevi la tua Fausta già sospesa sull’abisso del nulla… Povera mamma che non avrebbe avuto più la figlia! Non più con la carne, non più con lo spirito. Il nulla. Il finito, l’inesorabilmente finito che è la morte per coloro che non credono alla Vita spirituale.
Moglie pagana nell’amore al marito.
53Tu, moglie pagana, amante, fedele, hai amato nello sposo il tuo dio terreno di amore carnale, il tuo bel dio che si faceva adorare da te, abbassando la tua dignità di uguale ad una servilità da schiava. La moglie sia sommessa al marito, umile, fedele, casta. Sì. Egli, l’uomo, è il capo della famiglia. Ma capo non vuol dire despota. Capo non vuol dire capriccioso padrone al quale è lecito ogni capriccio non solo sulla carne ma sulla parte migliore della sposa[46]. “Dove tu Caio, ivi io Caia”, voi dite. Povere donne di un luogo dove licenza è persino nelle favole dei vostri dèi, quelle fra voi che impudiche e sfrenate non sono, come potete essere dove sono i vostri sposi? É inevitabile che chi non è licenziosa e corrotta si stacchi con disgusto e provi un dolore veramente atroce, come di fibre che si lacerano, uno sbigottimento, un crollo di tutto il culto verso il marito contemplato sempre come un dio, quando scopre ché colui che adorava come dio è un misero essere dominato dall’animalità brutale, licenzioso, adultero, svagato, indifferente, derisore dei sentimenti e delle dignità della sposa.
54Non piangere. Io pure so tutto, e anche senza bisogno dei rapporti dei centurioni. Non piangere, donna. Impara invece ad amare nell’ordine tuo marito».
Un marito infedele.
55«Non posso più amarlo. Non lo merita più. Lo disprezzo. Non avvilirò me stessa imitandolo, ma non lo posso più amare. Tutto è finito fra noi. L’ho lasciato andare… senza cercare di trattenerlo… In fondo gli sono stata grata per un’ultima volta, per questo suo andarsene… Non lo ricercherò. Del resto, quando mai mi fu compagno? Caduta la benda della mia adorazione, ora ricordo e giudico le sue azioni. Era forse con il mio cuore quando io piangevo dovendo seguirlo qui, lasciando la madre malata e la patria, essendo sposa novella e prossima a partorire? Egli rideva fatuo, coi suoi amici, delle mie lacrime e delle mie nausee, ammonendomi soltanto di non sporcargli la veste. Era forse al mio fianco nelle nostalgie mie di spaesata? No. Fuori, con gli amici, ai festini dove il mio stato non mi consentiva di andare… Era forse curvo con me sulla cuna della neonata? Rise quando gli mostrarono la figlia, dicendo: “Quasi la farei deporre al suolo. Non per avere delle femmine ho preso il giogo matrimoniale”. Né presenziò alla purificazione, dicendola “inutile pantomima”. E poiché la piccina piangeva, disse nell’uscire: “Mettetele nome Libitina, e sia sacra alla dea”. E quando Fausta fu morente, divise forse con me l’affanno? Dove era la notte che precedette la tua venuta? In casa di Valeriano ad un banchetto. Ma lo amavo; era, hai detto giusto, il mio dio. Tutto mi pareva buono in lui, giusto in lui. Mi concedeva di amarlo… ed ero la schiava più schiava dei suoi voleri. Sai perché mi ha respinta da lui?».
56«Lo so. Perché nella carne tua era ridestata l’anima ed eri non più femmina ma donna».
57«Così. Ho voluto della mia casa fare una casa virtuosa… ed egli si è fatto mandare ad Antiochia presso il Console imponendomi di non seguirlo, e seco ha portato le schiave favorite. Oh! non lo seguirò! Ho mia figlia. Ho tutto».
58«No. Non hai tutto. Hai una parte, una piccola parte del Tutto, quanto ti serva ad essere virtuosa. Il Tutto è Dio. Tua figlia non ti deve essere ragione di ingiustizia al Tutto, ma di giustizia. Per lei e con lei tu hai il dovere di essere virtuosa».
Il dovere della moglie buona.
59«Sono venuta per consolarti e Tu mi consoli. Ma anche sono venuta per chiederti come educare questa bambina per farla degna del suo Salvatore. Avevo pensato di farmi proselite[47]vostra e di farla tale essa pure…».
«E tuo marito?».
«Oh! tutto è finito con lui».
60«No. Tutto incomincia. Sei sempre sua moglie. Il dovere della moglie buona è di far buono il consorte»[48].
«Egli dice che vuol divorziare. E lo farà certo. Perciò…».
61«E lo farà. Ma ancora non lo ha fatto. E sinché non lo ha fatto, tu sei sua moglie anche secondo la vostra legge. E come tale hai il dovere di restare come moglie al tuo posto. Il tuo posto è quello di seconda al marito nella casa, presso tua figlia, al cospetto dei servi e del mondo. Tu pensi: egli ha dato il mal esempio. É vero. Ma questo non ti esime dal dare tu esempio di virtù. Egli se ne è andato. E’ vero. Tu presso la figlia e i servi prendi il suo posto.
62Non tutto è riprovevole nelle vostre consuetudini. Quando Roma era meno corrotta, caste erano le sue donne, laboriose, e servivano la divinità con una vita di virtù e di fede. Anche se la misera condizione di pagane le faceva servire falsi dèi, l’idea era buona. Esse davano le loro virtù all’Idea della religione, al bisogno di un rispetto ad una religione, a una Divinità il cui vero nome era loro ignoto[49], ma che sentivano essere, e più grande del licenzioso Olimpo, delle avvilite deità che lo popolavano secondo le leggende mitologiche. Inesistente il vostro Olimpo, inesistenti i vostri dèi.
La separazione legale non annulla il matrimonio.
63Ma le vostre virtù antiche erano frutto della convinzione verace di dover essere virtuosi per essere guardati con amore dagli dèi; erano frutto del dovere che sentivate di avere verso le divinità che adoravate. Agli occhi del mondo, specie del nostro mondo giudaico, parevate stolti per questo vostro onorare ciò che non era. Ma alla Giustizia eterna e vera, al Dio altissimo, unico e onnipotente Creatore di tutte le creature e le cose, quelle virtù, quel rispetto, quel dovere non erano vani. Il bene è sempre bene, la fede ha sempre valore di fede, la religione ha sempre valore di religione, se colui che li segue e pratica e possiede è convinto di essere nel vero.
64Io ti esorto ad imitare le vostre antiche donne caste, laboriose e fedeli, rimanendo al tuo posto, colonna e luce nella tua casa e della tua casa. Non credere che ti venga meno il rispetto dei servi perché sei rimasta sola. Fino ad ora ti hanno servita con paura e talora con nascosto senso di odio e ribellione. D’ora in poi ti serviranno con amore. Gli infelici amano gli infelici. I tuoi schiavi conoscono il dolore. La tua gioia era per essi un pungolo amaro. Le tue pene, spogliandoti della fredda luce di padrona, nel senso più odioso di questa parola, ti rivestiranno di una luce calda di pietà. Sarai amata, Valeria. E da Dio e da tua figlia e dai tuoi servi. E se anche non fossi più la moglie ma la divorziata, ricorda (Gesù si alza in piedi) che la separazione legale non distrugge il dovere della donna di essere fedele al suo giuramento di sposa[50].
El divorzio civile è adulterio davanti a Dio.
65Tu vorresti entrare nella religione nostra. Uno dei precetti divini di essa è che la donna è carne della carne dello sposo e che nessuna cosa o persona può separare ciò che Dio ha fatto una carne sola[51]. Anche noi abbiamo il divorzio. É venuto come malvagio frutto della lussuria umana, del peccato di origine, della corruzione degli uomini. Ma non è venuto spontaneamente da Dio[52]. Dio non muta la sua parola. E Dio aveva detto, ispirando ad Adamo, innocente ancora e perciò parlante con intelligenza non offuscata dalla colpa, le parole: che gli sposi, una volta uniti, dovevano essere una carne sola. La carne non si separa dalla carne altro che per sciagura[53] di morte o di malattia.
66Il divorzio mosaico, concesso ad evitare peccati atroci, non concede alla donna che una libertà ben meschina. La divorziata è sempre una menomata nel concetto degli uomini, sia che resti tale, sia che passi a seconde nozze. Nel giudizio di Dio, poi, è un’infelice se diviene divorziata per malanimo dello sposo e resta divorziata; ma non è che una peccatrice, un’adultera, se lo diviene per turpi colpe proprie o si risposa. Ma tu, volendo entrare nella nostra religione, lo fai per seguire Me. E allora Io, Verbo di Dio, essendo venuto il tempo della perfetta religione[54], ti dico ciò che dico a molti. Non è lecito all’uomo di separare ciò che Dio ha unito, ed è adultero sempre colui, o colei, che avendo il coniuge vivente passa ad altre nozze[55].
Il divorzio è prostituzione legale.
67Il divorzio è prostituzione legale, mettendo in condizione uomo e donna di commettere peccati di lussuria. La donna divorziata difficilmente resta vedova di un vivo, e vedova fedele. L’uomo divorziato non resta mai fedele al primo coniugio. Tanto l’uno che l’altro, passando ad altre unioni, scendono dal livello di uomini a quello di bruti, ai quali è concesso cambiare femmina ad ogni appello di senso. La fornicazione legale, pericolosa alla famiglia e alla patria, è delittuosa verso gli innocenti. I figli dei divorziati devono giudicare i genitori. Severo giudizio quello dei figli! Almeno uno dei genitori viene condannato dai figli. Ed i figli vengono, dall’egoismo dei genitori, condannati ad una vita affettiva mutilata. Che se poi alle conseguenze famigliari del divorzio, che priva del padre o della madre i figli innocenti, si unisce il nuovo matrimonio del coniuge al quale sono stati affidati i figli, alla condanna di una vita affettiva mutilata di un membro si unisce l’altra mutilazione, quella della perdita, più o meno totale, dell’affetto dell’altro membro, diviso o totalmente assorbito dal nuovo amore e dai figli del nuovo coniugio.
Le seconde nozze è profanazione del matrimonio.
68Parlare di nozze, di matrimonio in caso di novella unione di un divorziato o di una divorziata, è profanare il significato e la cosa che è il matrimonio. Solo la morte di uno dei coniugi e la vedovanza consecutiva dell’altro può giustificare le seconde nozze. Per quanto Io giudichi che sarebbe cosa migliore chinare il capo al verdetto sempre giusto di chi regola i destini degli uomini e chiudersi in castità, quando la morte ha messo fine allo stato matrimoniale, dedicandosi tutta ai figli[56] e amando il coniuge passato all’altra vita nelle sue creature. Amore spogliato da ogni materialità, santo e verace[57].
69Poveri figli! Conoscere dopo la morte, o il crollo del focolare, la durezza di un secondo padre o di una seconda madre e l’angoscia di vedere le carezze divise con altri figli che fratelli non sono!
Il matrimonio nella religione del Messia.
70No. Nella mia religione non sarà il divorzio. E adultero e peccatore sarà colui che contrarrà divorzio civile per contrarre nuova unione[58]. La legge umana non muterà il mio decreto. Il matrimonio nella religione mia non sarà più un contratto civile, una promessa morale, fatta e sancita alla presenza di testimoni a questo preposti. Ma sarà un indissolubile legame ribadito, saldato e santificato dal potere santificante che Io darò ad esso, divenuto Sacramento. Per farti comprendere: rito sacro. Potere che sarà di aiuto a praticare santamente tutti i doveri matrimoniali, ma che sarà anche sentenza di indissolubilità del vincolo.
71Sino ad ora il matrimonio è un mutuo contratto naturale e morale fra due di sesso diverso. Da quando sarà la mia legge, esso sarà esteso all’anima dei coniugi. Diverrà perciò anche contratto spirituale, sancito da Dio attraverso ai suoi ministri. Ora tu sai che nulla è superiore a Dio. Perciò, ciò che Egli avrà unito nessuna autorità, legge o capriccio umano potrà più sciogliere.
72Il “dove tu Caio, io Caia” del vostro rito si perpetua nell’al di là nel nostro, nel mio rito, perché la morte non è fine, ma separazione temporanea dello sposo dalla sposa, e il dovere d’amare dura anche oltre la morte. Per questo dico che vorrei castità nei vedovi[59]. Ma l’uomo non sa essere casto[60]. E anche perciò dico che i coniugi hanno il dovere reciproco di migliorare l’altro coniuge. Non crollare il capo. Tale è il dovere, e il dovere va fatto se si vuole veramente seguire Me».
«Sei duro oggi, Maestro».
La scelta della mamma.
73«No. Sono Maestro. E ho di fronte una creatura che può crescere nella vita della Grazia. Se non fossi qual sei, ti imporrei meno. Ma tu hai tempra buona, e la sofferenza depura e tempra sempre più il tuo metallo. Un giorno mi ricorderai e mi benedirai di essere stato quale sono».
«Mio marito non tornerà indietro…».
74«E tu andrai avanti. Tenendo per mano l’innocente, camminerai sulla via della Giustizia. Senza odio, senza vendetta; senza però anche inutili attese e rimpianti per ciò che si è perduto».
«Tu lo sai, allora, che l’ho perduto!».
75«Lo so. Ma non tu: lui ha perduto te. Non ti meritava. Ora ascolta… É duro. Sì. Mi hai portato delle rose e dei sorrisi innocenti per consolarmi… Io… non posso che prepararti a portare il serto di spine delle spose abbandonate… Ma rifletti. Se potesse retrocedere il tempo e ricondurti a quel mattino in cui Fausta era morente ed il tuo cuore fosse messo in condizione di scegliere fra la figlia e il marito, dovendo assolutamente perdere uno dei due, tu che sceglieresti?…»
76La donna riflette, pallida ma forte nel suo soffrire, dopo le poche lacrime avute in principio del dialogo… Poi si china sulla piccolina, che si è seduta sul pavimento e si diverte a mettere dei fiorellini bianchi tutt’intorno ai piedi di Gesù, la raccoglie, l’abbraccia e grida: «Questa sceglierei, perché a questa posso dare il mio stesso cuore, e crescerla come ho imparato che vivere si deve. La mia creatura! Ed essere unite anche nell’oltre vita. Sempre sua madre io, sempre mia figlia lei!», e la copre di baci, mentre la piccolina le si stringe al collo tutta amore e sorrisi.
77«Dimmi, oh! dimmi, Maestro che insegni a vivere da eroi, cosa, come allevare costei per essere ambedue nel tuo Regno? Che parole, che atti insegnarle?…».
Consiglio per conquistare il Regno di Dio.
78«Non necessitano parole né atti speciali. Sii perfetta perché essa rifletta la tua perfezione. Ama Dio e prossimo perché ella impari ad amare. Vivi sulla Terra con i tuoi affetti in Dio. Essa ti imiterà. Per ora così. Più tardi il Padre mio, che vi ha amate in modo speciale, provvederà ai vostri bisogni spirituali, e diverrete sapienti nella fede che porterà il mio Nome. Questo è tutto il da farsi. Nell’amore di Dio troverai ogni freno contro il Male[61]. Nell’amore del prossimo avrai aiuto contro l’accasciamento delle solitudini. E insegna a perdonare. A te stessa… e alla tua creatura. Comprendi ciò che voglio dire?».
79«Comprendo… É giusto… Maestro, io ti lascio. Benedici una povera donna… che è più povera di una mendica che abbia fedele il compagno…».
Dio aiuta chi lo cerca.
«Dove sei ora? A Gerusalemme?».
80«No. A Bétèr. Giovanna, che è buona tanto, mi ha mandata nel suo castello… Soffrivo troppo lassù… Starò là finché non viene a Gerusalemme Giovanna, ossia presto. Scende in Giudea con tua Madre e le altre discepole ai primi tepori di primavera. Dopo starò con lei qualche tempo. Poi verranno le altre e andrò con loro. Ma il tempo avrà medicato già la ferita».
81«Il tempo e soprattutto Dio e il sorriso della tua bambina. Addio, Valeria. Il Dio vero, che cerchi con spirito buono, ti conforti e protegga». Gesù posa la mano sulla testa della piccolina benedicendo. Poi si avvicina alla porta chiusa chiedendo: «Sei venuta sola?».
«No. Con una liberta. Il carro mi attende nel bosco prima del paese. Ci vedremo ancora, Maestro?».
«Per la Dedicazione sarò a Gerusalemme, al Tempio».
«Ci sarò, Maestro. Ho bisogno delle tue parole per la nuova vita…».
82«Vai tranquilla. Dio non lascia senza aiuto chi lo cerca».
«Credo… Oh! è pur triste il nostro mondo pagano!».
83«La tristezza è dovunque non è vera vita in Dio. Anche in Israele si piange… É perché non si vive più nella Legge di Dio. Addio. La pace sia con te».
84La donna si curva in inchino profondo e suggerisce alla bambina qualcosa. E la piccolina alza il viso, tende le braccine e ripete con la sua vocetta di fringuello: «Ave, Domine Jesu!».
85Gesù si china, cogliendo sulla bocchina il bacio innocente che già vi si forma, e la benedice ancora… Poi rientra nella stanza e si siede pensoso presso i fiori sparsi al suolo.
16. Valeria invita Gesù alla sinagoga dei liberti romani[62].
17La città è prossima con le sue mura. Gente che si affolla alle porte. Forestieri, ortolani, abitanti dei paesi vicini. Fra questi che sono presso le mura sono gli undici apostoli che, vedendo il Maestro, gli vanno incontro.
18«Maestro, mentre attendevamo qui è venuto un uomo a cercarti. Ha detto che Valeria ti prega di andare presso la sinagoga dei liberti romani[63]. Ma di andarci proprio. Che lei sarà là».
19«Va bene. Andremo. Prima andiamo da Giuseppe di Sefori perché la mia veste non è monda».
20«Dove hai dormito, Signore?», chiede Pietro.
«In nessun luogo, Simone. Ho pregato sul monte. E la terra era umida e fangosa anche. Tu vedi».
21«Perché pregare così all’aperto, Signore? Ti potrebbe far del male…».
22«Gli elementi non nuocciono al Figlio dell’uomo. Le cose di Dio sono buone… Sono gli uomini che odiano l’Uomo».
23Pietro sospira… Si allontanano verso la casa del galileo, seguiti dagli altri…
17. Ammaestramenti e guarigioni nella sinagoga dei liberti romani. Un mandato per i Gentili[64].
Nella sinagoga dei liberti romani.
Notizie sulle iene che attendono la preda.
1La sinagoga dei romani è proprio all’opposto del Tempio, presso l’Ippico. Della gente è in attesa di Gesù. E quando è segnalato al principio della via, delle donne gli vengono incontro per prime. Gesù è con Pietro e il Taddeo.
2«Salve, Maestro. Io ti sono grata di avermi esaudita. Entri ora in città?».
«No. Vi sono dall’ora di prima. Sono stato al Tempio».
«Al Tempio? Non ti hanno insultato?».
«No. L’ora era mattutina e la mia venuta ignorata».
3«Ti avevo fatto chiamare per questo… e anche perché qui sono dei gentili che vorrebbero sentirti parlare. Da giorni andavano al Tempio in tua attesa. Ma erano beffati, e minacciati anche. Ieri c’ero anche io ed ho capito che ti si attende per insultarti. Ho mandato uomini a tutte le porte. Con l’oro tutto si ottiene…».
4«Io ti sono riconoscente. Ma non posso non salire al Tempio, Io, Rabbi d’Israele. Queste donne chi sono?».
«La mia liberta Tusnilde. Barbara due volte, Signore. Delle foreste di Teotuburgo. Una preda di quelle imprudenti avanzate che tanto sangue hanno costato. Mio padre la regalò a mia madre, ed ella a me, alle mie nozze. Dai suoi dèi ai nostri. Dai nostri a Te, perché essa fa ciò che io faccio. É buona tanto. Le altre donne sono mogli ai gentili che ti attendono. Di ogni regione. Per lo più sofferenti. Venute con le navi dei mariti».
«Entriamo nella sinagoga…».
5Il sinagogo, ritto sulla soglia, si inchina e si presenta: «Matatia Siculo, Maestro. A Te lode e benedizione».
«La pace a te».
6«Entra. Chiudo la porta per rimanere tranquilli. Tanto è l’odio che i mattoni sono occhi e le pietre orecchie per osservarti e denunciarti, Maestro. Forse sono meglio costoro che, purché non si tocchino i loro interessi, ci lasciano fare», dice il vecchio sinagogo camminando a fianco di Gesù per condurlo, oltre un piccolo cortile, in una vasta stanza che è la sinagoga.
La fede merita premio.
7«Guariamo prima i malati, Matatia. La loro fede merita premio», dice Gesù. E passa da donna a donna imponendo le mani[65].
Alcune sono sane ma è sofferente il figliolino che hanno fra le braccia, e Gesù guarisce il figliolino. Una è una bambina paralizzata completamente e, guarita che è, grida: «Sitaré ti bacia le mani, Signore!».
8Gesù, che era già passato avanti, si volge sorridendo e interroga: «Sei sira?».
La madre spiega: «Fenicia, Signore. Di oltre Sidone. Siamo sulle rive del Tamiri. Ed ho altri dieci figli e due altre figlie, una di nome Sira e l’altra Tamira. E vedova è Sira, pur essendo poco più che fanciulla. Tanto che, libera di sé, si è stabilita presso il fratello, qui nella città, e ti è seguace. Lei ci ha detto che Tu puoi tutto».
«Non è con te?».
«Sì, Signore. Là è. Dietro quelle donne».
Gli operai messianici.
9«Vieni avanti», comanda Gesù. La donna si inoltra timorosa.
«Non devi temere di Me se mi ami», la conforta Gesù.
«Ti amo. Per questo ho lasciato Alessandroscene. Perché pensavo che ti avrei sentito ancora e… avrei imparato ad accettare il mio dolore…». Piange.
10«Quando sei rimasta vedova?».
«Alla fine del vostro adar… Se Tu ci fossi stato, Zeno non sarebbe morto. Egli lo diceva… perché ti aveva sentito e credeva in Te».
11«E allora non è morto, o donna. Perché chi crede in Me vive. Non è questo giorno in cui vive la carne la vera vita. La vita è quella che si ottiene credendo e seguendo la Via, la Verità, la Vita, e operando secondo la sua parola. Anche se fosse il credere e seguire per poco tempo, e operare per poco tempo, presto troncato dalla morte del corpo, anche fosse per un solo giorno, una sola ora, Io te lo dico in verità che quella creatura non conoscerà più morte. Perché il Padre mio e di tutti gli uomini non calcolerà il tempo trascorso nella mia Legge e Fede, ma la volontà dell’uomo di vivere sino alla morte in quella Legge e Fede. Io prometto la vita eterna a chi crede in Me e opera secondo ciò che dico, amando il Salvatore, propagando questo amore, praticando nel tempo che gli è concesso i miei insegnamenti. Gli operai della mia vigna sono tutti quelli che vengono e dicono: “Signore, accoglimi fra i tuoi operai”[66], e in quella volontà restano finché il Padre mio non giudica terminata la loro giornata. In verità, in verità vi dico che vi saranno operai che avranno lavorato un’ora sola, la loro ultima ora, e che avranno premio più pronto di quelli che avranno lavorato sin dalla prima ora, ma sempre con tiepidezza, spinti al lavoro unicamente dall’idea di non meritare l’inferno, ossia dalla paura del castigo.
Lavoro che il Padre premia con gloria immediata.
12Non è questo il modo di lavorare che il Padre mio premia con una gloria immediata. Anzi, a questi calcolatori egoisti, che hanno premura di fare il bene e quel tanto di bene che è sufficiente per non darsi eterna pena, il Giudice eterno darà lunga espiazione[67]. Dovranno imparare a loro spese, con una lunga espiazione, a darsi uno spirito alacre in amore, e in amore vero, tutto volto alla gloria di Dio. E ancora vi dico che in futuro molti saranno, specie fra i gentili, coloro che saranno gli operai di un’ora e anche di men di ora, che diverranno gloriosi nel mio Regno perché in quell’unica ora di rispondenza alla Grazia, che li avrà invitati ad entrare nella vigna di Dio, avranno raggiunto la perfezione eroica della carità.
Le nozze degli spiriti.
13Sta’ dunque di buon animo, donna. Tuo marito non è morto, ma vive. Non è perduto per te, ma unicamente separato per qualche tempo da te. Ora tu, come una sposa non ancor entrata nella casa dello sposo, devi prepararti alle vere nozze immortali con colui che piangi. Oh! felici nozze di due spiriti che si sono santificati e che si ricongiungono in eterno là dove non è più separazione, né tema di disamore, né pena; là dove gli spiriti giubileranno nell’amore di Dio e reciproco[68]! La morte per i giusti è vera vita, perché nulla può più minacciare la vitalità dello spirito, ossia la sua permanenza nella Giustizia. Non piangere e rimpiangere ciò che è caduco, o Sira. Alza il tuo spirito e vedi con giustizia e verità. Dio ti ha amata salvando il tuo consorte dal pericolo che le opere del mondo rovinassero la sua fede in Me».
«Tu mi hai consolata, o Signore. Vivrò come Tu dici. Che Tu sia benedetto e con Te il Padre tuo, in eterno».
La Redenzione e le risurrezioni.
La redenzione.
14Il sinagogo, mentre Gesù fa per passare avanti, dice: «Posso farti un’obbiezione, senza che ciò ti paia offesa?».
«Parla. Sono qui Maestro per dare sapienza a chi mi interroga».
15«Tu hai detto che taluni diverranno subito gloriosi in Cielo. Non è chiuso il Cielo? Non stanno i giusti nel Limbo in attesa di entrarvi?».
«Così è. Il Cielo è chiuso. E non sarà aperto che dal Redentore[69].
16Ma la sua ora è venuta[70]. In verità ti dico che il giorno della Redenzione già albeggia ad oriente e presto sarà pieno. In verità ti dico che non verrà altra festa dopo questa, prima di quel giorno. In verità ti dico che già Io forzo le porte, essendo già in cima del monte del mio sacrificio… Il mio sacrificio già preme sulle porte dei Cieli perché è già in azione. Quando sarà compiuto, ricordalo, o uomo, si apriranno le sacre cortine e le celesti porte[71]. Perché Jeové[72] non sarà più presente con la sua gloria nel debir[73]; e inutile sarà mettere un velo fra l’Inconoscibile[74] ed i mortali, e l’Umanità che ci ha preceduto e che fu giusta ritornerà là dove era destinata, col Primogenito[75]alla testa, già completo in carne e spirito, ed i suoi fratelli nella veste di luce che avranno sinché anche le loro carni saranno chiamate al giubilo».
Le due risurrezioni.
17Gesù prende il tono cantante, proprio di quando un sinagogo o un rabbi ripete parole bibliche o salmi, e dice: «Ed Egli mi disse: “Profetizza a queste ossa e di’ loro: ‘Ossa aride, ascoltate la parola del Signore… Ecco! Io infonderò in voi lo spirito e vivrete. Metterò sopra di voi i nervi, farò crescere su voi le carni, stenderò la pelle, vi darò lo spirito e vivrete e saprete che sono il Signore… Ecco! Io aprirò le vostre tombe… vi trarrò dai sepolcri… Quando avrò infuso in voi il mio spirito, avrete vita e vi farò riposare sopra la terra che è vostra’ “[76]».
18Riprende il modo di parlare suo abituale e riabbassa le braccia che aveva stese in avanti, e dice: «Due sono queste risurrezioni di ciò che è arido, morto alla vita. Due, adombrate nelle parole del profeta. La prima è la risurrezione alla Vita[77] e nella Vita[78], ossia nella Grazia che è Vita, di quanti accolgono la Parola del Signore, lo Spirito generato dal Padre, che è Dio come il Padre di cui è Figlio, e che Verbo si chiama, il Verbo che è Vita e dà la Vita. Quella Vita di cui tutti hanno bisogno, e ne è privo Israele come i gentili.
Chi non accoglie Gesù-Vita non avrà Vita.
19Ché, se per Israele sino ad ora era sufficiente, per aver l’eterna Vita, sperare e attendere la Vita veniente dal Cielo, d’ora innanzi per aver vita Israele dovrà accogliere la Vita. In verità vi dico che quelli del mio popolo che non accolgono Me-Vita non avranno Vita, e la mia venuta sarà per loro cagione di morte, perché avranno respinto la Vita che veniva a loro per comunicarsi. L’ora è venuta in cui Israele sarà diviso fra quelli vivi e quelli morti. É l’ora dello scegliere, e del vivere o morire. La Parola ha parlato, ha mostrato la sua Origine e Potenza, ha guarito, insegnato, risuscitato, e presto avrà compiuto la sua missione. Non c’è più scusa per quelli che non vengono alla Vita. Il Signore passa. Passato che è, non torna. Non è tornato in Egitto a ridare vita ai figli primogeniti di coloro che lo avevano schernito e oppresso nei suoi figli. Non tornerà neppur questa volta, dopo che l’immolazione dell’Agnello avrà deciso le sorti. Coloro che non mi accolgono prima del Passaggio[79], e che mi odiano e odieranno, non avranno il mio Sangue a santificazione sul loro spirito, e non vivranno, e non avranno il loro Dio con loro per il resto del pellegrinaggio sulla Terra. Senza la divina Manna[80], senza la nube protettiva e luminosa[81], senza l’Acqua veniente dal Cielo[82], privi di Dio, andranno vagando per il vasto deserto che è la Terra, tutta la Terra, tutta un deserto se per chi la percorre manca l’unione col Cielo, la vicinanza del Padre e Amico: Dio.
La seconda risurrezione.
20E vi è una seconda risurrezione, quella universale[83], nella quale le ossa calcinate e disperse da secoli torneranno fresche e coperte di nervi, carni e pelle. E il Giudizio sarà. E la carne e il sangue dei giusti giubilerà con lo spirito nell’eterno Regno, e la carne ed il sangue dei dannati soffrirà con lo spirito nell’eterno castigo. Io ti amo, o Israele; Io ti amo, o Gentilesimo; Io ti amo, o Umanità! E per questo amore vi invito alla Vita e alla Risurrezione beata».
Regole di eccelsa spiritualità.
Codice di buon comportamento per vedere Dio.
21Gli adunati nella vasta sala sono come affascinati. Non vi è distinzione fra lo stupore degli ebrei e quello di altri, di altri luoghi e religioni. Anzi, direi che i più riverentemente stupiti sono gli stranieri. Uno, un vecchiotto dignitoso, mormora fra i denti.
«Che hai detto, o uomo?», chiede Gesù volgendosi.
22«Ho detto che… Mi ripetevo le parole sentite in giovinezza dal mio pedagogo: “É concesso all’uomo con la virtù salire a perfezione divina. Nella creatura è il bagliore del Creatore, che tanto più si disvela quanto più l’uomo nobilita se stesso nella virtù, quasi consumando la materia nel fuoco della virtù. Ed è concesso all’uomo di conoscere l’Ente il quale, almeno una volta nella vita di un uomo, o con severo o con paterno aspetto, si mostra alla creatura perché essa possa dire: ‘Devo esser buono. Me misero se tale non sarò! Poiché un Potere immenso ha balenato a me davanti per farmi comprendere che la virtù è dovere ed è segno della nobile natura dell’uomo‘. Troverete questo bagliore della Divinità talora nel bello della natura, talaltra nella parola del morente, o anche nello sguardo di un infelice che vi guarda e giudica, o nel silenzio della persona amata che tacendo rimprovera una vostra azione disonorevole, lo troverete nello spavento di un bambino davanti ad una vostra violenza, o nel silenzio delle notti mentre siete soli con voi stessi e, nella stanza più chiusa e solitaria, avvertirete un altro Io, ben più potente del vostro, che vi parla con un suono senza suono. E quello sarà il Dio, questo Dio che deve essere, questo Dio che il Creato adora anche senza forse sapere di farlo, questo Dio che, Unico, veramente soddisfa il sentimento degli uomini virtuosi, che non si sentono saziati e consolati per le nostre cerimonie e le nostre dottrine, né davanti alle are vuote, ben vuote, nonostante che una statua le sovrasti”. So bene queste parole, perché da molti lustri le ripeto come mio codice e mia speranza. Ho vissuto, lavorato, e anche sofferto e pianto. Ma tutto ho sopportato, e spero con virtù, sperando di incontrare prima della morte questo Dio che Ermogene[84] mi aveva promesso che avrei conosciuto. Ora io mi dicevo che veramente io l’ho visto. E non come un baleno, non come un suono senza suono ne ho sentito la parola. Ma in una serena e bellissima forma d’uomo mi è apparso il Divino, ed io l’ho sentito e sono ripieno di uno stupore sacro. L’anima, questa cosa che i veri uomini ammettono, l’anima mia ti accoglie, o Perfezione, e ti dice: “Insegnami la tua Via e la tua Vita e la tua Verità, perché un giorno io, uomo solitario, mi ricongiunga con Te, suprema Bellezza”».
La via della fede e lo spirito per vivere in Dio.
23«Ci ricongiungeremo. E ancor ti dico che, più tardi, ricongiunto sarai con Ermogene».
«Ma è morto senza conoscerti!».
24«Non è la conoscenza materiale l’unica necessaria per possedermi. L’uomo che per sua virtù giunge a sentire il Dio ignoto e a vivere virtuoso in omaggio a questo Dio, ben si può dire che ha conosciuto Dio, perché Dio si è rivelato a lui, a premio del suo vivere virtuoso. Guai se fosse necessario di conoscermi di persona! Presto più alcuno non avrebbe modo di riunirsi a Me. Perché, Io ve lo dico, presto il Vivente lascerà il regno dei morti per tornare al Regno della Vita, né più gli uomini avranno altro modo di conoscermi che per la fede e lo spirito. Ma, anziché arrestarsi, la conoscenza di Me si propagherà, e perfetta, perché priva di tutto ciò che è pesantezza di senso. Dio parlerà, Dio opererà, Dio vivrà, Dio si svelerà agli animi dei suoi fedeli con la sua inconoscibile e perfetta Natura[85]. E gli uomini ameranno il Dio-Uomo. E il Dio-Uomo amerà gli uomini coi mezzi nuovi, con gli ineffabili mezzi che il suo infinito amore avrà lasciato sulla Terra prima di tornarsene al Padre dopo aver tutto compiuto»[86].
Regola per essere buoni in tutto.
25«Oh! Signore! Signore! Dicci dunque come potremo trovarti e conoscere che Tu sei che ci parli e dove sei, dopo che te ne sarai andato!», esclamano in diversi. E alcuni proseguono: «Noi siamo gentili e non sappiamo il tuo codice. Tempo non abbiamo da restare qui e seguirti. Come faremo per avere quella virtù che fa meritevoli di conoscere Dio?».
26Gesù sorride, luminosamente bello nella felicità di queste sue conquiste nel gentilesimo, e dolcemente spiega: «Non preoccupatevi di sapere molte leggi. Verranno costoro (e pone le mani sulle spalle di Pietro e del Taddeo) a portare la mia Legge nel mondo. Ma finché non saranno venuti, abbiate a norma di legge le seguenti poche frasi nelle quali è tutta compendiata la mia Legge di salute. Amate Dio con tutto il vostro cuore.
27Amate le autorità, i parenti, gli amici, i servi, il popolo, e anche nemici, come amate voi stessi. E per essere sicuri di non peccare, prima di fare ogni azione, sia che vi venga comandata o che sia spontanea, chiedetevi: “Amerei che ciò che sto per fare a costui mi fosse fatto?”. E se sentite che non lo amereste, non lo fate[87].
28Con queste semplici linee voi potete tracciare in voi la via per la quale verrà Dio a voi e voi andrete a Dio. Perché nessuno amerebbe che un figlio gli fosse ingrato, che uno lo uccidesse, che un altro lo derubasse o gli levasse la sposa o disonorasse la sorella o la figlia o gli usurpasse la casa, i campi, o i servi fedeli. Con questa regola sarete buoni figli e buoni genitori, buoni mariti, fratelli, negozianti, amici. Perciò sarete virtuosi, e Dio verrà a voi.
Mandati dal Messia ad evangelizzare.
29Io ho intorno a Me non solo ebrei e proseliti nei quali non è malizia, voglio dire venuti a Me non per cogliermi in fallo, come fanno coloro che vi hanno cacciati dal Tempio perché non veniste alla Vita. Ma anche gentili di ogni parte del mondo. Vedo cretesi e fenici misti con abitanti del Ponto e della Frigia, e vi è uno delle spiagge dove s’apre lo sconosciuto mare, via a sconosciute terre dove pure sarò amato. E vedo greci con siculi e cirenaici con asiatici[88]. Ebbene, Io vi dico: andate! Dite nei vostri paesi che la Luce è nel mondo e che vengano alla Luce[89].
30Dite che la Sapienza ha lasciato i Cieli[90] per farsi pane agli uomini, acqua agli uomini languenti.
31Dite che la Vita è venuta a risanare e risuscitare ciò che è malato o morto[91].
32E dite… dite che il tempo scorre rapido come un baleno estivo[92]. Chi ha desiderio di Dio venga[93]. Il suo spirito conoscerà Dio. Chi ha desiderio di guarigione venga. La mia mano, finché sarà libera, darà guarigione a quelli che l’invocano con fede.
33Dite… Sì! Andate, e andate solleciti, e dite che il Salvatore attende coloro che aspettano e desiderano un superno aiuto alla Pasqua, nella Città santa. Ditelo a quelli che hanno bisogno e anche a quelli che sono semplicemente curiosi. Dal movimento impuro della curiosità può scaturire per essi la scintilla della fede in Me, della Fede che salva. Andate! Gesù di Nazareth, il Re d’Israele, il Re del mondo, chiama a raccolta le rappresentanze del mondo per dar loro i tesori delle sue grazie e averli testimoni della sua assunzione[94], che lo consacrerà trionfante, per i secoli dei secoli, Re dei re e Signore dei signori[95]. Andate! Andate!
L’ora del Messia Re dei re.
Re al cospetto degli angeli e dei popoli.
34Nell’alba della mia terrena vita, da punti diversi, vennero le rappresentanze del popolo mio[96] ad adorare il Pargolo nel quale l’Immenso si celava. Il volere di un uomo, che si credeva potente ed era un servo del volere di Dio, aveva ordinato il censo nell’Impero[97]. Ubbidendo ad uno sconosciuto e inderogabile ordine dell’Altissimo, quell’uomo pagano doveva farsi il banditore di Dio che voleva tutti gli uomini di Israele, sparsi in ogni parte della Terra, nella terra di questo popolo, presso Betlem Efrata, a stupire dei segni venuti dal Cielo al primo vagito di un Nato. E ancor non bastando, altri segni parlarono ai gentili, e la rappresentanza di essi venne ad adorare il Re dei re piccolo, povero, lontano dalla sua incoronazione terrena, ma già, oh! ma già Re al cospetto degli angeli[98].
35É venuta l’ora in cui sarò Re al cospetto dei popoli. Re, prima di ritornare donde vengo.
36Nel tramonto del mio giorno terreno, nella mia sera d’Uomo, giusto è che qui siano uomini di ogni popolo a vedere Colui che va adorato e nel quale si cela tutta la Misericordia[99]. E fruiscano i buoni, le primizie di questa messe nuova, di questa Misericordia che si aprirà come nube di nisam per gonfiare i fiumi delle acque salutari, atti a fare fruttiferi gli alberi piantati sulle rive, come si legge in Ezechiele»[100].
Fa il bene a chi ti ha fatto del male.
37E Gesù riprende a sanare i malati e le malate, e ne raccoglie i nomi, perché ora tutti vogliono dire il loro: «Io Zilla… Io Zabdì… Io Gail… Io Andrea… Io Teofane… Io Selima… Io Olinto… Io Filippo. Io Elissa… Io Berenice… Mia figlia Gaia… Argenide… Io… Io… Io…».
38Ha finito. Vorrebbe andare. Ma quanto lo pregano di restare, di parlare ancora!
39E uno, forse guercio perché tiene un occhio coperto da una benda, dice, per trattenerlo ancora: «Signore, io fui colpito da uno, geloso dei miei buoni commerci. Mi salvai la vita a stento. Ma un occhio si perse, crepato dal colpo. Ora il mio rivale è divenuto povero e malvisto, ed è fuggito in un paese presso Corinto. Io son di Corinto. Che dovrei fare per costui che per poco mi uccise? Non fare agli altri ciò che a me non piacerebbe ricevere, sta bene. Ma io da costui ho già ricevuto… e del male; male molto…», ed è espressivo tanto il suo volto che si legge su esso il pensiero non detto: «e perciò dovrei dargli la rivalsa…».
40Ma Gesù lo guarda, con una luce di sorriso nell’occhio zaffireo, sì, ma con dignità di Maestro in tutto il volto, e dice: «E tu, della Grecia, me lo chiedi? Non hanno forse detto i vostri grandi che i mortali divengono simili a Dio quando rispondono ai due doni che loro concede Iddio per farli simili a Lui, e che sono: poter essere nella verità e beneficare il prossimo?».
«Ah! sì! Pitagora!»[101].
Il Messia è là dove il Bene è in atto.
41«E non hanno detto che l’uomo si avvicina a Dio non con la scienza e il potere o altro, ma col fare del bene?».
42«Ah! sì! Demostene[102]! Ma, scusa, Maestro, se te lo chiedo… Tu non sei che un ebreo, e gli ebrei non amano i nostri filosofi… Come Tu sai queste cose?».
43«Uomo, perché Io ero Sapienza ispiratrice nelle intelligenze che pensarono quelle parole[103]. Io sono là dove il Bene è in atto[104]. Tu, greco, ascolta i consigli dei saggi, nei quali consigli Io ancora parlo[105]. Fa’ il bene a chi ti ha fatto del male[106], e sarai detto santo da Dio. Ed ora lasciatemi andare. Ho altri che mi attendono. Addio, Valeria. E non temere per Me. Non è ancora la mia ora. Quando sarà l’ora, neppure tutti gli eserciti di Cesare potranno far argine ai miei avversari».
«Salve, Maestro. E prega per me».
44«Perché la pace ti possieda. Addio. La pace a te, sinagogo. La pace ai credenti e a coloro che tendono alla pace».
45E con un gesto che è saluto e benedizione esce dalla sala, traversa il cortile ed esce nella via…
Le prime redenti dell’oscurantismo pagano[107].
115Bussano al portone con forza.
«Sarà Valeria. Apri».
Giovanni lo fa senza paura, dominato dalla calma di Maria. É infatti Valeria coi suoi schiavi, che portano la lettiga da cui ella è scesa. Entra salutando latinamente: «Salve».
116«La pace sia con te, sorella. Entra», dice Giovanni.
«Posso offrire alla Madre l’omaggio di Plautina? Anche Claudia ha contribuito. Ma se non è dolore per Lei il vedermi».
Giovanni entra da Maria.
117«Chi bussa? Pietro? Giuda? Giuseppe?».
«No. É Valeria. Ha portato resine preziose[108]. Te le vorrebbe offrire… se non ti dà pena».
118«Devo superare la pena. Egli ha chiamato al suo Regno i figli d’Israele e i pagani. Tutti ha chiamato. Ora… è morto… Ma io sono qui per Lui. E tutti ricevo. Entri».
Valeria entra. Si è levato il mantello oscuro ed è tutta bianca nella sua stola. Si inchina fino a terra. Saluta e parla. «Domina. Tu lo sai chi siamo. Le prime redente dall’oscurantismo pagano. Fango e tenebre eravamo. Tuo Figlio ci ha dato ala e luce. Ora è… è addormentato in pace. Sappiamo i vostri usi. E vogliamo che anche i balsami di Roma siano sparsi sul Trionfatore».
119«Dio vi benedica, figlie del mio Signore. E… perdonate se non so dire di più…».
«Non ti sforzare, Domina. Roma è forte. Ma sa anche comprendere il dolore e l’amore. Ti capisce, Madre Dolorosa. Addio».
«La pace sia con te, Valeria! A Plautina, a voi tutte, la mia benedizione».
Valeria si ritira, lasciando i suoi incensi e altre essenze.
18. Claudia Procula visita il Messia esiliato[109]
Corteo di carri romani.
8Tutta Efraim si riversa nelle strade a vedere l’insolito fatto di un corteo di carri romani che la traversano. Sono molti carri e lettighe coperte, fiancheggiate da schiavi, precedute e seguite da legionari. La gente si fa cenni di intesa e bisbiglia. Il corteo, giunto alla strada che devia per Betel e Rama, si separa in due parti. Restano fermi un carro e una lettiga con una scorta di armati, e il resto prosegue. Le tende della lettiga si scostano un attimo, e una mano gemmata e bianca di donna fa cenno al capo degli schiavi di accostarsi. L’uomo ubbidisce senza parlare. Ascolta. Si accosta ad un gruppo di donne curiose, chiede: «Dove è il Rabbi di Nazareth?».
9«A quella casa. Ma a quest’ora di solito è presso il torrente. Vi è un’isoletta, là, verso quei salci, là dove è quel pioppo. Egli sta là pregando a giornate intere».
10L’uomo torna e riferisce. La lettiga si rimette in moto. Il carro resta dove è. I militi seguono la lettiga sino alle rive del torrente e sbarrano la via. Solo la lettiga va lungo il corso d’acqua sino all’altezza dell’isoletta, che col procedere della stagione si è fatta selvosissima: un ciuffo impenetrabile di verde, sormontato dal fusto e dalla chioma argentea del pioppo.
11Un ordine, e la lettiga passa il piccolo corso d’acqua, entrando in essa i portatori dalle vesti succinte. Ne scende Claudia Procula con una liberta, e Claudia fa cenno ad uno schiavo nero, di scorta alla lettiga, di seguirla. Gli altri tornano sulla riva.
Il Messia non cerca onori né chiede protezione.
12Claudia, seguita dai due, inoltra nel breve isolotto, diretta verso il pioppo svettante là al centro. Le alte erbe soffocano il rumore dei passi. Giunge così là dove è Gesù assorto, seduto ai piedi dell’albero. Lo chiama inoltrandosi sola, mentre con un gesto imperioso inchioda i due suoi fidi là dove sono rimasti.
13Gesù alza il capo e subito si alza in piedi vedendo la donna. La saluta, stando però eretto contro il fusto del pioppo. Non mostra né stupore né noia o sdegno dell’intrusione.
14Claudia, dopo il saluto, entra spicciativa in argomento: «Maestro. Sono venuti da me, meglio, da Ponzio, alcuni… Io non faccio lunghi discorsi. Ma poiché ti ammiro, ti dico, come avrei detto a Socrate se fossi vissuta ai suoi giorni, o a qualunque altro virtuoso perseguitato ingiustamente: io non posso molto, ma ciò che posso farò. E per intanto scriverò dove posso per farti protetto e anche… potente. Vivono sui troni o negli alti posti tanti immeritevoli…»
15«Domina, Io non ti ho chiesto onori e protezione. Il vero Dio ti compensi per il tuo pensiero. Ma dà i tuoi onori e le tue protezioni a chi le desidera come cosa ambita. Io non vi appetisco».
16«Ah! ecco! Questo volevo! Tu sei allora proprio il Giusto che io presentivo! E gli altri, i tuoi indegni calunniatori! Sono venuti da noi e…».
«Non occorre che tu parli, o domina. So».
Il Messia dimostra di essere Dio.
17«Sai anche che si dice che per i tuoi peccati hai perso ogni potere e che per questo vivi qui reietto?».
18«Anche questo so. E so che quest’ultima cosa ti è stata più facile a credersi della prima. Perché la tua mente pagana ha capacità di discernere la potenza umana o la bassezza umana di un uomo, ma non puoi ancora comprendere ciò che è potere dello spirito. Sei… disillusa dai tuoi dèi, che nelle vostre religioni appaiono in continue diatribe e con così labile potere, soggetto a facili interdizioni per contrasti fra loro. E credi così anche il Dio vero. Ma così non è. Tale ero quando mi vedesti la prima volta guarire un lebbroso, e tale sono ora. E tale sarò quando sembrerò tutt’affatto distrutto. Quello è il tuo schiavo muto, non è vero?».
«Sì, Maestro».
«Fallo avanzare».
19Claudia getta un grido, e l’uomo si avanza e si prostra al suolo fra Gesù e la sua padrona. Il suo povero cuore di selvaggio non sa chi venerare di più. Ha paura che a venerare più il Cristo della padrona lo faccia punire. Ma, ciononostante, gettando prima uno sguardo supplice a Claudia, ripete il gesto fatto a Cesarea: prende il piede nudo di Gesù fra le sue grosse mani nere e, gettandosi volto al suolo, si posa il piede sul capo.
20«Domina, ascolta. È, secondo te, più facile conquistare da soli un regno, o far rinascere una parte del corpo che non esiste più?».
«Un regno, Maestro. La fortuna aiuta gli audaci. Ma nessuno, ossia Tu solo puoi far rinascere un morto e ridare occhi a chi è cieco».
21«E perché?».
«Perché… Perché Dio può fare tutto».
«Allora per te Io sono Dio?».
«Sì… o, almeno, Dio è con Te».
22«Può Dio essere con un malvagio? Parlo del vero Dio, non dei vostri idoli, che sono deliri di chi cerca ciò che sente essere, senza sapere cosa è, e si crea fantasmi per appagare la sua anima».
«Non… direi. No. Non direi. I nostri stessi sacerdoti perdono il potere come cadono in colpa».
23«Quale potere?».
«Ma… quello di leggere nei segni del cielo e nei responsi delle vittime, nel volo, nel canto degli uccelli. Sai… Gli àuguri, gli aruspici…»
24«So. So. Ebbene? Guarda. E tu alza il capo e apri la bocca, o uomo che un crudele potere umano privò di un dono di Dio. E per volere del Dio vero, unico, Creatore di corpi perfetti, abbi ciò che l’uomo ti ha tolto».
25Ha messo il suo dito bianco nella bocca aperta del muto. La liberta, curiosa, non sa trattenersi là dove è, e viene avanti a guardare. Claudia è tutta curva ad osservare. Gesù leva il dito gridando: «Parla, e usa della parte rinata per lodare il Dio vero».
26E, improvviso come uno squillo di tromba da uno strumento sino allora muto, gutturale ma netto, risponde un grido: «Gesù!», e il nero cade a terra piangendo la sua gioia e lecca, veramente lecca i piedi nudi di Gesù, come potrebbe fare un cane riconoscente.
27«Ho perduto il mio potere, domina? A chi insinua questo dà loro questa risposta. E tu alzati e sii buono pensando quanto ti ho amato. Ti ho avuto in cuore dal giorno di Cesarea. E con te tutti i tuoi pari. Considerati merce, considerati men dei bruti, mentre siete uomini e uguali a Cesare per concepimento, forse migliori per volontà di cuore… Puoi ritirarti, domina. Non c’è altro da dire».
San Calisto.
28«Sì. C’è altro. C’è che io avevo dubitato… C’è che io, con dolore, quasi credevo a ciò che di Te si diceva. E non io sola. Perdona a tutte, meno Valeria che è sempre stata di un pensiero, anzi che sempre più procede in quel pensiero. E c’è da accettare il mio dono: l’uomo. Non mi potrebbe più servire ora che ha la parola, … e il mio denaro».
«No. Né questo, né quello».
«Non mi perdoni, allora!».
29«Perdono anche a quelli del mio popolo, doppiamente colpevoli di non conoscermi per quel che sono. E non dovrei perdonare a voi, vuoti come siete di ogni cognizione divina? Ecco. Ho detto che non accettavo denaro e uomo. Ora prendo questo e quello, e con quello affranco questo. Ti rendo il tuo denaro perché compero quest’uomo. E lo compero per renderlo alla libertà. Perché vada alle sue terre a dire che c’è sulla Terra Colui che ama tutti gli uomini, tanto più li ama più li vede infelici. Tieni la tua borsa».
30«No, Maestro. Essa è tua. L’uomo è libero ugualmente. È mio. Te l’ho donato. Tu lo liberi. Non occorre denaro per questo».
31«E allora… Hai un nome?», chiede all’uomo.
«Lo chiamavamo per scherno Callisto. Ma quando fu preso…».
32«Non importa. Serba quel nome. E fallo vero divenendo bellissimo nello spirito tuo[110]. Va’. Sii felice, poiché Dio ti ha salvato».
Andare! Il nero non si stanca di baciare e di dire: «Gesù! Gesù!», e si pone ancora il piede di Gesù sul capo dicendo: «Tu Mio solo Padrone».
33«Io. Tuo vero Padre. Domina. Ti incaricherai di lui perché torni ai suoi luoghi. Usa il denaro per questo, e il resto gli sia dato. Addio, domina. E non accogliere mai le voci delle tenebre. Sii giusta. E sappi conoscermi. Addio, Callisto. Addio, donna».
34E Gesù pone fine al colloquio passando in un sol salto oltre il torrente, dalla parte opposta a quella dove è ferma la lettiga, e si inselva fra i cespugli, i salici e i canneti.
35Claudia richiama i lettighieri e, pensosa, risale in lettiga. Ma se ella tace, la liberta e lo schiavo affrancato parlano per dieci e persino i legionari perdono la loro statuaria disciplina davanti al prodigio di una lingua rinata. Claudia è troppo pensierosa per ordinare il silenzio. Semisdraiata nella lettiga, il gomito puntato nei guanciali, la testa sorretta dalla mano, non sente nulla. È assorta. Neppure si accorge che la liberta non è con lei ma parla come una gazza con i lettighieri, mentre Callisto parla coi legionari che, se serbano le righe, non serbano il silenzio. Troppa è l’emozione per farlo!
36Rifacendo la via, sono al bivio per Betel e Rama; la lettiga lascia Efraim per riunirsi al resto del corteo.
19. Dopo la risurrezione[111]
Le primizie di Roma.
4Un battere risoluto al portone fa troncare tutte le parole e rimanere sospesi.
5Io credo che i cuori battono tutti a gran corsa. Guardano dallo spiraglio e aprono con un «Oh!» di stupore, vedendo il gruppo inaspettato delle dame romane scortate da Longino e un altro che è, come Longino, vestito di scuro. Anche le dame sono tutte avvolte in mantelli scuri, che le coprono anche sul capo. E si sono levati tutti i gioielli per dare meno nell’occhio.
6«Possiamo entrare un momento per dire la nostra gioia alla Madre del Salvatore?», dice la più ossequiata di tutte, Plautina.
«Venite pure. Là è».
7Entrano in gruppo insieme a Giovanna e Maria di Magdala, che ho l’impressione le conosca molto bene.
8Longino con l’altro romano restano isolati, perché sono guardati un poco di storto, in un angolo del vestibolo.
9Le donne salutano con il loro: «Ave, Domina!», e poi si inginocchiano dicendo: «Se prima ammiravamo la Sapienza, ora vogliamo essere figlie del Cristo. E a te lo diciamo. Tu sola puoi vincere la diffidenza ebraica verso di noi. A te verremo per essere istruite finché essi (e accennano agli apostoli fermi in gruppo sull’uscio) ci permetteranno di dirci di Gesù». È Plautina che ha parlato per tutte.
10Maria sorride beata e dice: «Chiedo al Signore di mondarmi le labbra come al Profeta[112] per potere degnamente parlare del mio Signore. Siate benedette, primizie di Roma!».
L’amore del Cristo tutti uguaglia e affratella.
11«Anche Longino vorrebbe… e l’astato, che si è sentito un fuoco nel cuore quando… quando si aprì terra e cielo al grido di Dio. Ma se noi poco sappiamo, essi nulla sanno. Se non che, che Egli era il Santo di Dio e che più non vogliono essere dell’Errore».
12«Dirai loro di venire agli apostoli».
13«Là sono. Ma gli apostoli di essi diffidano». Maria si alza e va verso i soldati.
14Gli apostoli la guardano andare, cercando di intuire il suo pensiero.
15«Dio vi conduca alla sua Luce, figli! Venite! Per conoscere i servi del Signore. Questo è Giovanni. E lo conoscete. E questo è Simon Pietro, l’eletto a capo dei fratelli dal Figlio mio e mio Signore. Questo è Giacomo e questo Giuda, cugini del Signore. Questo Simone, e questo Andrea fratello di Pietro. E questo Giacomo, fratello di Giovanni. E costoro Filippo, Bartolomeo e Matteo. Manca Tommaso, ancora lontano. Ma come fosse presente lo nomino. Questi gli eletti a speciale missione. Ma questi, che umili stanno nell’ombra, sono i primi nell’eroismo dell’amore. Da più di sei lustri predicano il Cristo. Né persecuzioni su loro né condanna sull’Innocente hanno leso la loro fede. Pescatori e pastori, e voi patrizi. Ma nel nome di Gesù non ci sono più distinzioni. L’amore nel Cristo tutti uguaglia e affratella. E il mio amore vi chiama figli, anche voi di altra nazione. Anzi io dico che vi ritrovo dopo avervi smarriti, perché, nel momento del dolore, presso il Morente eravate. E non dimentico la tua pietà, Longino. Non le tue parole, soldato. Parevo uccisa. Ma tutto vedevo. Io non ho come darvi ricompensa. E, veramente, per cose sante non c’è moneta. Ma solo amore e preghiera. E questa vi darò, pregando il nostro Signore Gesù di darvi Lui compenso».
Compenso del Signore: un dono pasquale.
16«Lo avemmo, Domina. Per questo tutti insieme abbiamo osato venire. Ci riunì un comune impulso. Già la fede ha gettato il suo laccio da cuore a cuore», dice Longino.
17Tutti si accostano incuriositi. E c’è chi, vincendo il ritegno e forse il ribrezzo del contatto pagano, dice: «Che aveste?».
18«Io una voce, la sua. E diceva: “Vieni a Me”», dice Longino.
19«Ed io udii: “Se Santo mi credi, credi in Me”», dice l’altro soldato.
20«E noi», dice Plautina, «mentre stamattina stavamo parlando di Lui, vedemmo una luce, una luce! Si formò in volto. Oh! di’ tu il suo splendore. Era il suo. E ci sorrise così dolcemente che non avemmo più che una volontà, venire a dirvi: “Non ci respingete”».
21Vi è del brusio e dei commenti. Tutti parlano, ripetendo come lo videro.
22I dieci apostoli tacciono mortificati. Per rifarsi e non apparire come gli unici rimasti senza il suo saluto, chiedono alle donne ebree se furono senza dono pasquale.
23Elisa dice: «Mi ha levato la spada del dolore del mio figlio morto».
24E Anna: «Ho sentito la sua promessa sulla eterna salute dei miei».
25E Sira: «Io una carezza».
26E Marcella: «Io un lampo e la sua Voce che diceva: “Persevera”».
27«E tu, Niche?», interrogano perché questa tace.
28«Lei ha già avuto», rispondono altri.
29«No. Ho visto il suo Volto, e mi ha detto: “Perché sul cuore ti si imprima questo”. Come era bello!».
30Marta va e viene, tacita e svelta, e tace.
31«E tu, sorella? Nulla a te? Tu taci e sorridi. Troppo dolcemente sorridi per non avere la tua gioia», dice la Maddalena.
32«E’ vero. Tieni le palpebre calate e muta è la tua lingua, ma è come cantassi una canzone d’amore, tanto il tuo occhio scintilla oltre il velo delle ciglia».
33«Oh! parla dunque! Madre, ti ha detto?».
34La Madre sorride e tace.
35Marta, che è intenta a disporre le stoviglie sulla tavola, vuole tenere calato il velo sul suo felice segreto. Ma la sorella non le dà tregua. Allora Marta, beata, dice arrossendo: «Mi ha dato appuntamento per l’ora della morte e degli sponsali compiuti…» e il viso le si accende in un rossore più vivo e in un riso di anima.
20.Notizie su Claudia[113].
81«Dove? Dove vuole andare? Al luogo del suo pianto? Al Pretorio?», si chiedono.
82E Giovanni dice: «Ma Claudia è ripartita due giorni dopo il sabato e, si dice, sdegnata, paurosa persino di stare presso al consorte… Me lo ha detto l’astato. Claudia separa la sua responsabilità da quella del consorte. Perché ella lo aveva avvertito di non perseguitare il Giusto, essendo meglio essere perseguitati dagli uomini che dall’Altissimo, del quale il Maestro era Messia. E non c’è Plautina, e non Lidia. Hanno seguito Claudia a Cesarea. E Valeria è andata con Giovanna a Bétèr. Se ci fossero state loro, potevamo entrare. Ma ora… non so… Manca anche Longino, che Claudia volle a sua scorta…», dice Giovanni.
[1] 24 febbraio 1945. GESU’ DI NAZARETH, La Buona Nuova ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 2. N°116,1-21
[2] 4 maggio 1945. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 2. N° 154,23-30
[3] 5 maggio 1945. GESU’ DI NAZARETH, La Buona Nuova ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 2. N°155,1-40
[4]Un bambino è nato per noi, ci è stato donato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: “Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”, grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine, sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia ora e sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti (Is 9,5-6).
[5]Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore (Is 11,2).
[6]Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese (Is 11,4).
[7] La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio (Is 11,4).
[8] Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese, come le acque ricoprono il mare (Is 11,9).
[9] Le voci dell’amore sono i Portavoci di ogni tempo e la verga pastorale è la Croce. In questo tempo ci chiama con la voce di questo Vangelo e ci vuole riuniti intorno alla sua Croce, apprestiamoci a formare i Centri d’Ascolto del Vangelo per prendere parte al suo Regno.
[10] Nella sua grande misericordia Egli (Dio) ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo (1 Pt 1,3). Perché l’Apostolo dice che ci ha rigenerati se non perché prima eravamo stati generati? Infatti S. Giovanni, riferendosi ai rigenerati dice: “I quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,13). Ora, è pacifico che la creatura generata porta la stessa natura del suo generatore, perché nato da lui, porta il suo germe, come dice S. Giovanni: “Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui” (1 Gv 3,9). Dunque, lo spirito dell’uomo, generato da Dio, ha la stessa natura di Dio, come dice l’Apostolo Pietro: Con queste (Gloria e Potenza di Cristo) ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi, perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina (2 Pt 1,4). S. Paolo conferma quando dice: Natura di Dio noi siamo (At 17,28-29). Essendo noi dunque stirpe di Dio siamo scintille dell’Eterno Splendore: Dio.
[11] Il Centro d’Ascolto del Vangelo vuole compiere questa volontà.
[12] 19 maggio 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 3 N°167,
[13] “Anima” significa il principio spirituale dell’uomo.
[14] L’uomo percepisce segni della propria anima spirituale. “Germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile alla sola materia” la sua anima non può avere la propria origine che in Dio solo (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 33).
[15] L’uomo è dotato di “un’anima spirituale ed immortale” (Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 14).
[16] 18 giugno 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 3 N° 193
[17] 29 giugno 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 3. N° 204,1-53
[18] Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio: il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa… non è lontano di ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, poiché di lui stirpe noi siamo” (Att. 17,23-28). “Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1,20).
[19] “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita (anima spirituale) e l’uomo divenne un essere vivente” (Genesi2,7). “E ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato” (Qoèlet 12,7). Dio inspirò nell’uomo un’anima attiva e gli infuse uno spirito vitale e poi sarà richiesto all’uomo l’uso fatto di quest’anima (Cfr. Sap.15, 8.11)
[20]Fase di creazione: “Avevo avuto in sorte un’anima buona” (Sap 8,19) Tutte le anime vengono dalla stessa sorgente di bontà che è Dio perciò tutti abbiamo ricevuto in sorte un’anima buona è il corpo corruttibile che appesantisce l’anima (Sap 9,15) e sono i desideri della carne quelle che fanno guerra all’anima (1Pt 2,11). Quindi non conviene vivere secondo la carne. “poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rm 8,12-13)
[21]Ricreazione: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Gv 3,3). Rinascere, convertirsi, rinnovarsi è impegno giornaliero dell’anima che vuole progredire: “l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno” (2 Cor 4,16). “Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente, e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Efesini 4,22-24). “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono” (Rm 12,2).
[22]Di perfezione: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). “Per il resto, fratelli, state lieti, tendete alla perfezione” (2Cor 13,11). “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza: Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è vincolo di perfezione” (Colossesi (3,12-14)
[23] 26 gennaio 1946. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 6. N° 370
[24] 27 gennaio 1946. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 6. N° 371
[25] “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5); “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà di mansuetudine, di pazienza” (Col 3,12); “E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù” (Rm 15,5).
[26] “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità; niente mi giova.” (1 Cor 13,1-3).
[27] La carità attiva “è paziente, è benigna; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,4-7). Perciò siate solleciti per le necessità dei fratelli (Rm 12,9-21); siate a servi- zio gli uni degli altri (Gal 5,13); portate i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2).
[28] Chi fa la carità al povero fa un prestito al Signore (Pr 19,17). “Sconta i tuoi peccati con l’elemosina e le tue iniquità con atti di misericordia verso gli afflitti, perché tu possa godere lunga prosperità” (Dn 4,24). “L’acqua spegne un fuoco acceso, l’elemosina espia i peccati. Chi ricambia il bene provvede all’avvenire, al momento della sua caduta troverà un sostegno” (Sir. 3,29-30). “Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8). “L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno elemosina godranno lunga vita” (Tb12,9).
[29] “Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza” (1Cor 10,24.33). “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4).
[30] La scienza gonfia, la carità edifica. Se alcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto” (1 Cor 8,2-3).
[31] “Colui che il Signore avrà scelto sarà santo” (Nm 16,7). Dio ci ha chiamati con una vocazione santa (2 Tm 1,9). Per essere santi nel corpo e nello spirito (1Cor 7,34). Il santo si preoccupa delle cose del Signore e come possa piacere al Signore sempre.
[32] “Perciò, dopo aver preparato la vostra mente all’azione, siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà (Gesù Cristo si è rivelato in questo Vangelo). Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri d’un tempo, quando eravate nell’ignoranza, ma ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo”. (1 Pt 1,13-16).
[33] 6 febbraio 1946. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 6. N° 378 Far precedere dalla visione del 14-8-44: la pecorella nell’ovile ai piedi del buon Pastore.
[34] “Fra gli dèi nessuno è come te, Signore, e non c’è nulla che uguagli le tue opere. Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome; grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio” (Sal 86,8-10). “Alla fine dei giorni… Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti. Forgeranno le loro spade in vomeri. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,1-5; Mi 4,1-8; Is 9,1-7). “Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore. Io sono il Signore, che parlo con giustizia, che annunzio cose rette. Chi ha fatto sentire quelle cose da molto tempo e predetto ciò fin da allora? Non sono forse io, il Signore? Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra” (45.14-25); 60; Ger 16,19-21; “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore” (Sofonia 3,9-10); “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. Taccia ogni mortale davanti al Signore, poiché egli si è destato dalla sua santa dimore” (Zc 2,10-13); “In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudei per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi” (Zc 8,23).
[35] 1maggio 1946. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 6. N° 426 Poema: VI, 117
[36] 2 maggio 1946. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 6. N° 427 Poema: VI, 118
[37]<per esperienza umana, la quale dipende anche dalla libera volontà degli uomini >
[38] 15 maggio 1946. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 7. N° 437. Poema: VI, 129
[39] 16 maggio 1946. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 7. N° 438 Poema: VI, 130
[40] 20 maggio 1946. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 7. N° 439 Poema: VI, 131
[41] “Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue mani e le sue stesse opere la lodino” (Pr 31-30).
[42] Giuditta era rimasta nella sua casa in stato di vedovanza ed erano passati già tre anni e quattro mesi. Si era fatta preparare una tenda sul terrazzo della sua casa, si era cinta i fianchi di sacco e portava le vesti delle vedove. Da quando era vedova digiunava tutti i giorni, eccetto le vigilie dei sabati e i sabati, le vigilie dei novilumi e i novilumi, le feste e i giorni di gioia per Israele. Ornata dal dono di Fortezza, rischiando la propria vita, tagliò la testa di Oloferne generale supremo del esercito siro che in quella occasione assediava Betulla. (Giuditta capitoli dal 8 al 13)
[43] Sisara, sconfitto, fuggi a piedi verso la tenda di Giaele. Entrato in casa le disse: “Sta’ all’ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti dicendo: “C’è qui un uomo?”, dirai: “Nessuno”. Ma Giaele, moglie di Eber, prese un picchetto della tenda, prese in mano il martello, venne pian piano a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì (Giudici 4,17-21).
[44] Il martirio dei sette fratelli (2 Maccabei cap. 7).
[45] 5 novembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 8 N° 531
[46] “Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse” (Col 3,19). “Il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo… Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama sé stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa” (Ef 5,22ss).
[47]<Si dicevano “proseliti” quei pagani che passavano alla Religione giudaica: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi” (Mt 23,15).
[48] “Voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti perché, anche se alcuni si rifiutano di credere alla parola, vengano dalla condotta delle mogli, senza bisogno di parole, conquistati considerando la vostra condotta casta e rispettosa” 1 Pt 3,1-2
[49] Allora Paolo disse: “Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (Atti 17,22-23).
[50] “Il tuo giuramento sarà: Per la vita del Signore, con verità, rettitudine e giustizia” (Ger 4,2). “Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro e per loro il giuramento è una garanzia” (Eb 6,16). “Ha disprezzato un giuramento, ha infranto un’alleanza: ecco, aveva dato la mano e poi ha agito in tal modo. Non potrà trovare scampo” (Ez 17,18).
[51] “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,4-6). “La donna sposata è legata dalla legge al marito finché egli vive. Essa sarà dunque chiamata adultera se, mentre vive il marito, passa a un altro uomo” (Rm 7,2-3).
[52] “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa. Se essa, uscita dalla casa di lui, va e diventa moglie di un altro marito e questi la prende in odio, scrive per lei un libello di ripudio, glielo consegna in mano e la manda via dalla casa” (Dt 24,1- 3).
[53] “O forse ignorate, fratelli che la legge ha potere sull’uomo solo per il tempo in cui egli vive? La donna sposata, infatti, è legata dalla legge al marito finché egli vive; ma se il marito muore, è libera dalla legge che la lega al marito. Essa sarà dunque chiamata adultera se, mentre vive il marito, passa a un altro uomo, ma se il marito muore, essa è libera dalla legge e non è più adultera se passa a un altro uomo” (Rm 7,2-3).
[54] La perfetta religione non annulla la Legge, ma la conferma: “Togliamo dunque ogni valore alla legge? Nient’affatto, anzi confermiamo la legge” (Rm 3,31). Gal 3,23-25
[55] Mt 19,1-11; Rm 7,1-3
[56] “Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele” (1 Tm 5,8).
[57] “Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io” (1Cor 7,8). Quella poi veramente vedova e che sia rimasta sola, ha riposto la speranza in Dio e si consacra all’orazione e alla preghiera giorno e notte; al contrario quella che si dà ai piaceri, anche se vive, è già morta” (1 Tm 5,5-6).
[58] Mt 5,31-32; Mc 110,1-12; Lc 16,18; Rm 7,1-3; 1Cor 7,10-11
[59] 1 Cor 7,8-9; 1 Tm 5,3-16
[60] 1 Cor 7,9-40
[61] 1 Gv 3,6-9
[62] 25 novembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 8 N° 533
[63] “Lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un liberto affrancato del Signore! Similmente chi è stato chiamato da libero, è schiavo di Cristo. Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! Ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato” (1 Cor 7,22-24).
[64] 26 novembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 8 N° 534
[65] Gesù, e poi gli Apostoli, con l’imposizione delle mani solevano benedire e guarire i malati Mc
[66] Mt 20,1-16
[67] Allusione al Purgatorio
[68]“Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio” (Mt 22,2). “Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!». Poi aggiunse: «Queste sono parole veraci di Dio» (Ap 19,9). “Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta” (Ap 19,7). “M’introduca il re nelle sue stanze: gioiremo e ci rallegreremo per te, ricorderemo le tue tenerezze più del vino” (Cc 1,4). “Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più del vino” (Cc 1,2).
[69]Profezia: “Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide; se egli apre, nessuno chiuderò; se egli chiude, nessuno potrà aprire” (Is 22,22).
Compimento: “Il Cielo è chiuso. E non sarà aperto che dal Redentore. Ma la sua ora è venuta… Il mio sacrificio già preme sulle porte dei Cieli perché è già in azione. Quando sarà compiuto si apriranno le celesti porte” (534,32).
Conferma: “Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre” (Ap 3,7). “Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1,18).
[70] “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,23-24). “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire (Gv 12,32).
[71] “Fu costruita infatti una Tenda: la prima nella quale vi erano il candelabro, la tavola e i pani dell’offerta; essa veniva chiamata il Santo. Dietro il secondo velo poi c’era una Tenda, detta Santo dei Santi, con l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne che aveva fiorito e le tavole dell’alleanza” (Eb 9,2-4). Quando Gesù spirò: “Ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo” Mt 27,51).
[72] I galilei, dalla parlata più dolce, dicevano: “Geové”, con un “g” molto dolce, quasi un “sgi”. I giudei: “Javé”, duro, reciso. I Testimoni di Geova hanno preso il nome di Dio dal dialetto Galileo “Geové” che si pronuncia “Geova”, il significato è lo stesso “Javé”.
[73] Il “Santo dei Santi” era la parte più sacra del Tempio dove solo il sommo sacerdote poteva entrare e una sola volta all’anno, nel giorno dell’espiazione (Cfr. Lv 16,1ss).
[74]“Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto. (2Cor 3,15-16).
[75] Gesù, Unigenito del Padre, e Primogenito tra noi suoi fratelli secondo l’umana natura (Rm 8,29). “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza” (Col 1,15-20); Eb 1,6; Ap 1,5
[76] Ez cap. 37,1-14
[77] “vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beati e santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni” (Ap 20,4-6).
[78] “In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” (Gv 5:25). Vivranno nella Grazia che è vita. E “Noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore” (1 Tes 4,15).
[79] “Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto” (Dt 18,18-19).
[80] Senza divina Eucaristia nota 12 p 470 3°v
[81] Senza i doni, i frutti, i carismi dello Spirito Santo. precedente nota
[82] Senza la Grazia
[83]“Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Gv 5,28-29).
[84] a) Retore e sofista, nato a Tarso circa il 161 dopo Cristo, quindi non si tratta di questo Ermogene. b) Architetto, nato forse a Priene, vissuto tra il III e II secolo avanti Cristo. c) Quindi non si tratta né del Rettore né dell’Architetto, ma di un Ermogene anonimo vissuto nel tempo di Gesù.
[85] “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a feccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente “(1Cor 13,12). “Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1 Gv 3,1-2)
[86] Allusione al Sacrificio eucaristico ed ai Sacramenti della Nuova Legge
[87] La “Regola d’oro” “Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Lc 6,31). “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti” (Mt 7,12).
[88] In alcune solennità si trovavano in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo: Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Figia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi… (Cfr. At 2,5-11).
[89] “Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata” (Is 9,1).
[90] “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace” (Is 9,5).
[91] “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Is 53,4).
[92] “Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2 Pt 3,8).
[93] “Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti. Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi è più dolce del favo di miele. Chi mi obbedisce non si vergognerà, chi compie le mie opere non peccherà” (Siracide 24,18-21).
[94] Esaltazione terrena di Gesù sulla Croce, come stà scritto: “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15); “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono” (Gv 8,28-29).
[95] Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori (Ap 19,16). “Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli” (Ap 17,14) ; 19,16
[96] Allusione all’adorazione di pastori e dei re magi e dei proseliti ebrei convenuti a Gerusalemme per il Censimento.
[97]< cioè il volere di Cesare Augusto imperatore Lc 2,1-20 >
[98]Profezia: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Nm 24,17). Compimento: Gesù nacque a Betlemme di Giudea. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo” (Mt 2,1-2). Conferma: “Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria” (1 Tm 3,16). “Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà” (Col 1,16). Re al cospetto degli angeli.
[99]“Nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3). “Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza” (Col 1,19).
[100]Profezia: “Lungo il fiume, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina” (Ez 47,12). Compimento: “E fruiscano i buoni, le primizie di questa messe nuova, di questa Misericordia che si aprirà come nube di Nisam per gonfiare i fiumi delle acque salutari, atti a fare fruttiferi gli alberi piantati sulle rive”. Conferma: “In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (Ap 22,2).
[101]< Filosofo, asceta, matematico e fisico, nato a Samo nel 571 circa, morto a Metaponto nel 497 circa >
[102]< Uomo politico e oratore ateniese, nato intorno al 384 avanti Cristo >
[103] “Ogni sapienza viene dal Signore ed è sempre con lui” (Sir 1,1). L’ispirazione dell’Onnipotente fa l’uomo intelligente (Cfr. Gb 3,8). “Perché il Signore dà la Sapienza, dalla sua bocca esce scienza e prudenza” (Pr 2,6).
Splendida ed esaltante verità, espressa sovente nella Bibbia. Leggere, per esempio: 24,1-30; 37,20-29; 51,18-38; 1 Cor 1,17 –3-4; Col 2,1-3
[104] “Sì, ho deciso di mettere in pratica la sapienza; sono stato zelante nel bene, non resterò confuso. La mia anima si è allenata in essa; fui diligente nel praticare la legge. Ho steso le mani verso l’alto; ho deplorato che la si ignori. A lei rivolsi il mio desiderio, e la trovai nella purezza. In essa acquistai senno fin da principio; per questo non la abbandonerò. Le mie viscere si commossero nel ricercarla; per questo ottenni il suo prezioso acquisto. Il Signore mi ha dato in ricompensa una lingua, con cui lo loderò. Avvicinatevi, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola” (Sir 51,18-23).
[105] “Chinai un poco l’orecchio per ricevere sapienza; vi trovai un insegnamento abbondante. Con essa feci progresso; renderò gloria a chi mi ha concesso la sapienza” (Sir 51,16). “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento” (Giacomo 1:17).
[106]Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini (Rm 12,17). “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male (Rm 12:21).
[107] 29 marzo 1945. Vol 10. N° 612
[108]< Perciò, secondo questo paragrafo, gli aromi con cui imbalsamarono, contro la volontà di Maria Santissima, il Corpo di Gesù morto, furono: essenze varie. Olii di ogni genere, resine preziose, incenso fino, nardo, alibano >
[109] 7 febbraio 1947. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 9. N° 563
[110] Callisto, infatti, è parola greca che significa “bellissimo”.
[111] 5 aprile 1945. Vol 10. N° 626
[112] “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impuri io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto io il re, il Signore degli eserciti”. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato” (Is 6,4-7)
[113] 9 agosto 1944. Vol 10. N° 629
