Le discepole del Messia
Le discepole secondo il volere del Messia
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei
Salvatori
S O M M A R I O
1. Affidamento della Chiesa alla maternità di Maria.
La Chiesa affidata alla maternità di Maria.
La beata Sposa dell’Amore eterno!
FECONDITA’ DELLE VEDOVE CONSACRATE
2. Arrivo ad Afeca. Monito alla vedova Sara e miracolo nella sua casa.
Tristezza di un matrimonio senza figli.
La scala per possedere le ricchezze eterne.
I fatti del giorno in casa di Sara.
Sara non sa credere completamente.
Fede del servo che ottiene il miracolo.
3. Discorso, ad Afeca, dopo una disputa tra credenti e non credenti. Sara diviene discepola.
Disputa tra credenti e non credenti.
La liberazione per la fede nel Messia. (Discorso)
I cuori ammaestrati dall’ amore.
4. Una guarigione spirituale a Gherghesa e lezione sull’uso dei doni di Dio. Rientro a Cafarnao.
Intercessione di Arria la gentile.
Affidare al Padre dei Cieli ogni cosa.
Regole di comportamento con le anime.
Esortazione alla pazienza col sofferente.
Esortazione alla prudenza e carità.
Rientro sotto i primi goccioloni.
5. A Betsaida per un incarico segreto a Porfirea e partenza affrettata da Cafarnao.
Il Messia pronto a compiere il sacrificio.
Partenza affrettata da Cafarnao.
6. La sosta presso gli anziani coniugi Giuda e Anna.
VIRTU’ CHE DIVINIZA LA DISCEPOLA
7. Le ragioni del dolore salvifico di Gesù. Elogio dell’ubbidienza e lezione sull’umiltà.
Le ragioni del dolore salvifico del Messia.
La terra è luogo di espiazione.
Ipotesi sulle ragioni per cui soffre il Messia
La vera ragione della sofferenza del Messia.
Ubbidienza e ricerca della Verità.
Lezione d’oro sull’ubbidienza.
I veri ubbidienti diverranno dèi
Parabola per i maestri di spiriti.
Condizioni per giungere alla Verità.
L’ostacolo maggiore per giungere alla Verità.
Le disfatte non stanchi l’educatore di spiriti.
Inizio del cammino verso la luce.
8. A Gerico. Discernimento del carisma di Sabea. La parabola del fariseo e del pubblicano.
Incertezze sul carisma di Sabea.
Insegnamento sul comportamento cristiano.
Comportamento con i peccatori.
Comportamento con i convertiti.
Parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9).
Due uomini salirono al Tempio.
I due salgono al Tempio (Lc 18,10).
Preghiera del fariseo (Lc 18,11).
Preghiera del pubblicano (Lc 18,13).
Chi si esalta sarà umiliato (Lc 18,14).
9. Profezie di Sabea di Betlechi e giudizio su di lei.
Il Messia benedice le terre della Fraternità.
Il Messia conosce l’intenzione degli uomini.
Senza discernimento le prove non bastano.
Profetessa e testimone del Messia.
La profetessa adora il Messia.
Sabea, il tipo classico della donna ebrea.
Il Santo dei Santi chiuso nell’Uomo-Messia.
La Donna preannunziata dai profeti.
Ultima, delle voci che grida il delitto d’Israele.
Sabea di Carmel teme il Signore ma non la morte.
Ululo, pianto e voce dei profeti.
Allegoria del Giordano in piena.
Il Messia è Re di tutte le anime.
Futuro di un popolo maledetto.
Serpenti accecati da superbia.
10. A Nobe, il conforto materno di Elisa e il ritorno inquietante di Giuda Iscariota.
Elisa offre conforto materno al Messia.
11. A Nobe, malati e pellegrini da ogni regione. Valeria e il divorzio. Guarigione del piccolo Levi.
Malati e pellegrini da ogni regione.
Miracolo di ossa fratturate che si rinsaldano.
Il Pastore universale. (discorso)
Lo Spirito di Dio desidera effondersi.
Volere la libertà dal peccato.
Il primo miracolo da chiedere: il Regno di Dio.
Infinita stanchezza del Messia.
Illimitata stanchezza corporale.
Le dispute stancano il Messia.
L’incontro del Messia con Valeria.
Chi ama il Messia solleva la sua stanchezza.
«Le rose di Faustina al suo Salvatore».
Un cuore pietoso trova, in Dio, conforto e consiglio.
Le prove dell’amore di Dio a una pagana.
Moglie pagana nell’amore al marito.
La separazione legale non annulla il matrimonio.
Il divorzio civile è adulterio davanti a Dio.
Il divorzio è prostituzione legale.
Le seconde nozze è profanazione del matrimonio.
Il matrimonio nella religione del Messia.
Consiglio per conquistare il Regno di Dio.
Fiori dal Salvatore al piccolo Levi.
Finalmente lo Stanco può riposare.
Professione di fede delle discepole.
Sorelle in un’unica fede in Cristo.
Fior di Israele e del nuovo regno.
Siate pietose le une alle altre.
Sentitevi sorelle le une alle altre.
Siate sempre soggette ai Pastori
Siate come figlie per mia Madre.
Il Messia desidera ascoltare le sue discepole.
Maria Salome: un posto per tutta la famiglia.
Anna di Meron: raccomanda i figli.
Valeria: il coraggio di essere cristiana.
Giovanna: l’eredità del Messia.
Il Messia le discepole le vuole unite.
Il posto di Giovanna: la famiglia.
Annalia presenta Sara al Messia.
Sara: una volontaria del Messia.
Annalia: la prima vittima dell’amore.
Partenza delle donne e dei bambini.
13. Le vergini d’Israele salutano il Messia. Morte di Annalia.
Le vergini d’Israele salutano il Messia.
Conforto alla madre di Annalia.
La prima vergine di Gesù e di Maria.
La candida aiuola del Re divino.
La morte del giusto è grazia di Dio.
14. Pausa di riposo con le discepole.
Quelle che hanno dato il cuore al Messia.
Quelle che gioiscono della loro redenzione.
Quelle che col cuore hanno dato tutto.
1. Affidamento della Chiesa alla maternità di Maria[1].
La Chiesa affidata alla maternità di Maria.
Maria, la vivente lode a Dio.
1Ora è rinfrescato, ordinato, perché con la mano umida si è ravviato anche i capelli e la barba e, mentre il primo raggio di sole fa del prato una stuoia diamantata, va a destare gli apostoli e le donne.
2Le une e gli altri stentano a destarsi, stanchi come sono. Ma Maria è desta, tenuta immobile soltanto dal bambino che le dorme avviticchiato al petto, con la testolina sotto il mento di Maria. E la Madre, vedendo apparire sulla soglia dell’antro il suo Gesù, gli sorride coi suoi dolci occhi celesti, colorandosi di rosa per la gioia di vederlo. E si libera del bambino, che frigna un poco nel sentirsi mosso, e si rizza e va da Gesù col suo tacito passo lievemente ondeggiante di colomba pudica.
«Dio ti benedica, Figlio mio, in questo giorno».
3«Dio sia con te, Mamma. Ti è stata rigida la notte?».
«Affatto. Anzi, ben felice. Mi pareva di aver Te piccino fra le braccia… E ho sognato che come un fiume d’oro ti uscisse dalla bocca, suonando un suono di una dolcezza che non si dice, e una voce dicesse, oh! che voce! “Questa è la Parola che arricchisce il mondo e dà beatitudine a chi l’ascolta e l’obbedisce. Senza limite nella potenza, nel tempo e nello spazio, Essa salverà”. Oh! Figlio mio! E sei Tu, la mia Creatura, questa Parola! Come farò a viver tanto e a fare tanto da poter ringraziare l’Eterno di avermi fatta Madre tua?».
4«Non ti metter pensiero di ciò, Mamma. Ogni battito del tuo cuore appaga Dio. Tu sei la vivente lode a Dio, e sempre lo sarai, Mamma. Tu lo ringrazi da quando sei…».
5«Non mi pare di farlo a sufficienza, Gesù. É così grande! Così grande ciò che Dio mi ha fatto! Che faccio io, infine, di più di quello che facciano tutte quelle buone che sono come Me tue discepole? Diglielo Tu, Figlio mio, al Padre nostro che mi dia modo di ringraziarlo come il dono merita».
6«Madre mia! E credi che il Padre abbia bisogno che Io chieda questo per te? Egli ti ha già preparato il sacrificio che tu dovrai consumare per questa lode perfetta. E perfetta sarai quando lo avrai compiuto…».
La beata Sposa dell’Amore eterno!
7«Gesù mio!… Comprendo ciò che vuoi dire… Ma sarò capace di pensare in quell’ora?… La tua povera Mamma…».
8«La beata Sposa dell’Amore eterno! Mamma, questo sei. E l’Amore penserà in te».
9«Tu lo dici, Figlio, e io mi riposo sulla tua parola. Ma Tu… prega per me, in quell’ora che nessuno di questi capisce… e che è già imminente… Non è vero? Non è forse vero?».
10Dire l’espressione del volto di Maria mentre ha questo dialogo è impossibile. Non c’è scrittore che possa tradurla in parola senza sciuparla con sdolcinature o tinte indecise. Solo chi ha cuore, e cuore buono, pur essendo cuore virile, può dare mentalmente al volto di Maria l’espressione reale che ha in questo momento.
11Gesù la guarda… Altra espressione intraducibile in povera parola. E le risponde: «E tu prega per Me nell’ora della morte[2]… Sì. Nessuno di questi capisce… Non è colpa loro. É Satana che crea i fumi perché non vedano, e siano come ebbri e non intendano, e perciò impreparati… e più facili ad essere piegati… Ma Io e te li salveremo nonostante l’insidia di Satana. Sin da ora te li affido, Madre mia.
Maria Madre della Chiesa.
12Ricordati queste mie parole: te li affido. Ti do la mia eredità. Non ho nulla sulla Terra fuorché una Madre, e questa l’offro a Dio: Ostia con l’Ostia[3]; e la mia Chiesa, e questa l’affido a te. Siile Nutrice. Poco fa pensavo in quanti, nei secoli, sarà rivivente l’uomo di Keriot con tutte le sue tare. E pensavo che uno che non fosse Gesù lo respingerebbe, questo essere tarato. Ma Io non lo respingerò. Sono Gesù. Tu, nel tempo che resterai sulla Terra, seconda a Pietro come gerarchia ecclesiastica, egli capo e tu fedele, prima a tutti come Madre della Chiesa avendo partorito Me, Capo di questo Corpo mistico, tu non respingere i molti Giuda, ma soccorri e insegna a Pietro, ai fratelli, a Giovanni, Giacomo, Simone, Filippo, Bartolomeo, Andrea, Toma e Matteo a non respingere e a soccorrere. Difendimi nei miei seguaci e difendimi contro coloro che vorranno disperdere e smembrare la nascente Chiesa. E nei secoli, o Madre, sempre tu sii Colei che intercede e protegge, difende, aiuta la mia Chiesa, i miei sacerdoti, i miei fedeli, dal Male e dal Castigo, da loro stessi… Quanti Giuda, o Madre, nei secoli! E quanti simili a deficienti che non sanno capire, o a ciechi e sordi che non sanno vedere e udire, o a storpi e paralitici che non sanno venire… Madre, tutti sotto il tuo manto! Tu sola puoi e potrai mutare i decreti di castigo dell’Eterno per uno o per molti. Perché nulla la Triade potrà mai negare al suo Fiore[4]».
13«Così farò, Figlio. Per quanto sta in me, va’ in pace alla tua mèta. La tua Mamma è qui per difendere Te nella tua Chiesa, sempre».
L’ acqua di Dio.
14«Dio ti benedica, Mamma… Vieni! Ti coglierò dei calici di fiori pieni di rugiada profumata e te ne rinfrescherai il volto come ho fatto Io. Ce li ha preparati il Padre nostro Santissimo, e gli uccelli me li hanno indicati. Guarda come tutto serve nella ordinata Creazione di Dio! Questo pianoro sopraelevato e prossimo al lago, così fertile per le nebbie che salgono dal mar galileo e per le alte piante che attirano le rugiade, permettendo questo rigoglio di erbe e fiori, anche fra l’arsione dell’estate. Questo piovere abbondante di rugiade per empire questi calici perché i suoi figli diletti possano lavarsi il volto… Ecco quanto il Padre ha predisposto per chi lo ama. Tieni. Acqua di Dio, in calici di Dio, per rinfrescare l’Eva del nuovo Paradiso».
15E Gesù coglie questi larghissimi fiori, non so come si chiamano, e versa nelle mani di Maria l’acqua raccolta nel fondo…
FECONDITA’ DELLE VEDOVE CONSACRATE
2. Arrivo ad Afeca. Monito alla vedova Sara e miracolo nella sua casa[5].
Verso Afeca.
1Vorrebbero seguirlo ancora e trattenerlo ancora, ma Gesù vuole raggiungere le donne, andate avanti su degli asinelli, e si strappa alle loro insistenze scendendo svelto per la strada fatta ieri per venire. E rallenta soltanto quando è nel luogo dei lavori per alzare la mano a benedire gli infelici, che lo guardano come si guarda Dio.
2La strada, giunta ai piedi del monte, si biforca in due rami, uno verso il lago, l’altro verso l’interno. Su quest’ultima sono i quattro somarelli che trotterellano, sollevando polvere dalla strada bruciata dall’estate e scuotendo le lunghe orecchie. Ogni tanto una delle donne si volge a guardare se Gesù le raggiunge, e vorrebbero fermarsi per essere con Lui, ma Gesù fa cenno con la mano di proseguire, per sfuggire al pezzo di strada scoperta già invasa dal sole e giungere presto ai boschi che salgono verso Afeca.
3Refrigeranti boschi che intrecciano una volta verde sulla carovaniera. Ci si ficcano sotto allegri, con una esclamazione di sollievo. Afeca è molto più nell’interno di Gamala. Fra i monti. Perciò non si vede più il lago di Galilea. Anzi, non si vede più nulla, perché la strada sale fra due dossi di colli che fanno da paravento.
Monito alla vedova Sara.
Tristezza di un matrimonio senza figli.
4La vedova va avanti indicando la via più breve, ossia lascia la carovaniera per una stradetta che si inerpica per il monte, ancor più fresca e ombrosa. Ma comprendo il motivo della deviazione quando, volgendosi sulla sella, Sara dice: «Ecco, questi boschi sono miei. Di piante pregiate. Vengono a comprarne sin da Gerusalemme per i cofani dei ricchi. E queste sono le piante antiche; ma poi ho vivai sempre rinnovati. Venite. Vedete…», e spinge il ciuchino giù per le balze, su per le creste, e poi giù di nuovo, seguendo la stradetta fra i suoi boschi, dove infatti sono zone ad alberi adulti, già pronti al taglio, e zone dove le piante sono ancor tenerelle, talora alte pochi centimetri da terra, fra erbe verdi, odorose di tutti gli aromi montani.
5«Belli questi luoghi. E ben tenuti. Sei saggia», encomia Gesù.
«Oh!… Ma per me sola… Più volentieri li curerei per un figlio…»
Gesù non risponde.
Proseguono la via. Già si vede Afeca fra un cerchio di pometi e altri alberi da frutto.
6«Anche quel frutteto è mio. Troppo ho per me sola!… Era già troppo quando avevo ancora lo sposo e a sera ci guardavamo nella casa troppo vuota, troppo grande, davanti alle troppe monete, ai conti delle troppe derrate, e ci dicevamo: “E per chi?”. E ora più ancora lo dico…».
Tutta la tristezza di un matrimonio sterile balza dalle parole della donna.
7«I poveri ci sono sempre…», dice Gesù.
«Oh! sì! E la mia casa si apre ad essi ogni giorno. Ma dopo…»
«Vuoi dire quando sarai morta?».
«Sì, Signore. Sarà un dolore lasciare, a chi?… le cose tanto curate…».
La scala per possedere le ricchezze eterne.
8Gesù ha un’ombra di sorriso pieno di compatimento. Ma risponde con bontà: «Sei più saggia per le cose della Terra che per quelle del cielo, donna. Ti preoccupi perché le tue piante crescano bene e non si formino radure nei tuoi boschi. Ti affliggi pensando che dopo non saranno più curate come ora. Ma questi pensieri sono poco saggi, anzi sono stolti affatto. Credi tu che nell’altra vita abbiano valore le povere cose che hanno nome piante, frutta, denaro, case? E che sarà afflizione vederle trascurate? Raddrizza il tuo pensiero, donna. Là non sono i pensieri di qui, in nessuno dei tre regni. Nell’Inferno[6] l’odio e la punizione accecano ferocemente. Nel Purgatorio[7] la sete di espiare annulla ogni altro pensiero. Nel Limbo[8] la beata attesa dei giusti non è profanata da sensualità alcuna. La Terra è lontana, con le sue miserie; è invece vicina solo con i suoi bisogni soprannaturali, bisogni di anime, non bisogni di oggetti. I trapassati, che dannati non siano, solo per amore soprannaturale volgono alla Terra il loro spirito, e a Dio le loro preghiere, per coloro che sono sulla Terra. Non per altro. E quando poi i giusti entreranno nel Regno di Dio, che vuoi che sia più, per uno che contempla Iddio, questa misera carcere, questo esilio che ha nome Terra? Che, le cose lasciate in essa? Potrebbe il giorno rimpiangere una lampada fumigante, quando lo illumina il sole?».
«Oh! no!».
«E allora? Perché sospiri su ciò che lascerai?».
«Ma vorrei che un erede continuasse a.…».
Curare prima lo spirito.
9«A godere delle ricchezze terrene per averne ostacolo a divenire perfetto, mentre il distacco dalle ricchezze è scala per possedere le ricchezze eterne? Vedi, o donna? Il maggior ostacolo ad ottenere questo innocente non è la madre di lui, coi suoi diritti sul figlio, ma il tuo cuore. Egli è un innocente, un triste innocente, ma sempre un innocente che, per il suo stesso soffrire, è caro a Dio. Ma se tu lo facessi un avaro, cupido, forse vizioso, per i mezzi che hai, non lo priveresti tu della predilezione di Dio? E potrei, Io che ho cura di questi innocenti, essere uno sbadato maestro che, senza riflettere, permette che un suo innocente discepolo si travii? Cura prima te stessa, spogliati dell’umanità ancor troppo viva, libera la tua giustizia da questa crosta di umanità che la deprime, e allora meriterai di esser madre. Perché non è madre solo chi genera o chi ama un figlio adottivo e lo cura e segue nei suoi bisogni di creatura animale. Anche la madre di questo lo ha generato. Ma non è madre perché non ha cura né della sua carne, né del suo spirito. Madre si è quando ci si cura soprattutto di ciò che non muore più, ossia dello spirito, non soltanto di quello che muore, ossia della materia. E credi, o donna, che chi amerà lo spirito, amerà anche il corpo, perché possederà un amore giusto e perciò sarà giusto».
«Ho perduto il figlio, lo comprendo…».
«Non è detto. Il tuo desiderio ti spinga a santità e Dio ti esaudirà. Sempre ci saranno orfani nel mondo».
Miracolo in casa di Sara.
I fatti del giorno in casa di Sara.
10Sono alle prime case. Afeca non è una città che possa competere con Gamala o Ippo. É più rurale che altro ma, forse perché su un nodo stradale importante, non è povera. Luogo di passaggio di carovane dirette dall’interno al lago, o dal nord verso il sud, è costretta ad essere attrezzata per fornire ai pellegrini alloggi e vesti, sandali e derrate, e perciò vi sono empori numerosi e numerosi alberghi.
11La casa della vedova è presso uno di questi, su una piazza, ed è occupata, al terreno, da un vasto emporio dove c’è un po’ di tutto, gestito da un vecchio nasuto e barbuto, che sta sbraitando come un dannato con dei compratori tirchi.
«Samuele!», chiama la donna.
«Padrona!», risponde il vecchio inchinandosi tanto quanto le balle di mercanzia accatastate davanti a lui lo concedono.
12«Manda qui Elia o Filippo e raggiungimi in casa», comanda la vedova e poi, rivolta al Maestro: «Vieni. Entra nella mia casa e siine l’ospite benvenuto».
Entrano tutti, passando dal fondaco, mentre i ciuchini non so dove vengano portati da un ragazzotto accorso. Dopo il fondaco, che dà alla casa un aspetto non troppo artistico, è una bella corte con due lati a portici. In mezzo, la fonte, o per lo meno una vasca, perché non c’è getto d’acqua. Ai lati, platani robusti a dare ombra alle muraglie bianche di calcina. Una scala sale al terrazzo. Delle stanze si aprono dai lati senza portici, i più lontani dal fondaco.
13«Prima, ai tempi dello sposo, c’era pieno qui e si alloggiavano anche dei mercanti sorpresi qui dalla notte. Portici per le merci, stalle per gli animali, e là la vasca per abbeverare. Vieni nelle stanze», e traversa in diagonale la corte andando verso la parte più bella della casa. Chiama: «Maria! Giovanna!».
14Accorrono due serve, l’una con le mani intrise di pasta da pane, l’altra con una scopa in mano.
«Padrona! La pace sia con te e con noi, ora che sei tornata».
«E con voi. Nessuna cosa penosa in questi giorni?».
15«Giuseppe, quello sventato, ha spezzato il rosaio che amavi tanto. L’ho picchiato forte. Tu picchia me che sono stata stolta a lasciarlo andare presso la pianta».
«Non ha valore…», ma lacrime vengono agli occhi di Sara, che le spiega dicendo: «Me lo aveva portato lo sposo l’ultima primavera che fu sano…».
16«E Elia si è troncato una gamba, cosa che rende furioso Samuele perché gli manca l’aiuto in questi tempi di gran mercati… É caduto dalla scala dell’altra parte, mentre si spenzolava per farti trovare imbiancate le mura», dice l’altra donna e termina: «Soffre molto e resterà sciancato. E tu, padrona, fosti felice nel tuo viaggio?».
17«Come mai avrei sperato. Torno col Rabbi di Galilea. Presto! Preparate per chi è con me. Entra, Maestro!».
Entrano nella casa passando davanti alle due serve stupefatte.
18Una vasta, fresca stanza, in penombra, con sedili e cassa-panche, li accoglie. La vedova esce per dare ordini, Gesù chiama gli apostoli per mandarli per la città per preparare gli animi alla sua venuta. Entra Samuele, tramutato da venditore in maestro di casa, seguito dalle serve con anfore e bacili per le abluzioni avanti il cibo, portato su larghi vassoi: pane, frutta, latte.
Sara non sa credere completamente.
19Ritorna la padrona: «Ho detto al mio servo che Tu sei qui. Egli ti prega di usargli misericordia. Io ti dico di usarla a me pure. Per i Tabernacoli molta gente passa di qui. E il passaggio principia appena passata la neomenia di tisri. Come faremo, se egli è malato, non so…».
20«Digli che venga qui».
«Non può. Non si regge».
«Digli che il Rabbi non va da lui, ma vuole vederlo».
«Lo farò portare da Samuele e Giuseppe».
«Ci manca altro! Io sono vecchio e stanco», brontola Samuele.
21«Di’ a Elia di venire con le sue gambe. Lo voglio Io».
«Un povero rabbi! Neppur Gamaliele potrebbe tanto», brontola ancora il vecchio servo.
22«Taci, Samuele!… Perdonalo, Maestro! É un servo fedele. Nato qui da servi della casa dello sposo, solerte, onesto… ma cocciuto nelle sue idee di vecchio israelita…», lo scusa sottovoce la vedova.
23«Capisco il suo spirito. Ma il miracolo lo muterà. Va’ tu a dire a Elia di venire e verrà».
La vedova va e torna: «L’ho detto. E son corsa via per non vederlo mettere al suolo quella gamba tutta nera e gonfia».
Fede del servo che ottiene il miracolo.
24«Non credi al miracolo?».
«Io sì. Ma quella gamba fa orrore… Temo che marcisca tutta per cancrena. É lucida, lucida… orrenda e… Oh!». L’interruzione, l’esclamazione viene dal vedere il servo Elia correre meglio di un sano verso loro e gettarsi ai piedi di Gesù dicendo: «Sia lode al Re d’Israele».
25«Sia lode a Dio solo. Come venisti? Come osasti?».
«Ubbidii. Pensai: “Il Santo non può mentire. E non può comandare cose stolte. Ho fede. Credo”, e ho mosso la gamba. Non doleva più, si muoveva. L’ho messa a terra, mi reggeva. Ho mosso il passo. Potevo farlo. Sono corso. Dio non delude chi crede in Lui».
26«Alzati, uomo. In verità vi dico che pochi hanno la fede di costui. Da che ti venne?».
«Da tuoi discepoli passati qui a predicarti».
27«Li sentisti tu solo?».
«No. Tutti, perché furono ospitati qui dopo Pentecoste».
«E tu solo hai creduto… Il tuo spirito è molto avanti nelle vie del Signore. Procedi».
28Il vecchio Samuele è molto combattuto da opposti sentimenti… Ma, come molti in Israele, non sa staccarsi dal vecchio per il nuovo e si irrigidisce dicendo: «Magia! Magia! É detto: “Il mio popolo non si contamini coi maghi e gli indovini. Se uno lo farà, rivolgerò da lui il mio volto e lo sterminerò”[9]. Trema, o padrona, di essere infedele alle leggi!», e se ne va severo, scandalizzato come avesse visto il demonio insediato nella casa.
«Non lo punire, Maestro! É vecchio! Ha sempre creduto così…».
29«Non temere. Se dovessi punire tutti coloro che mi dicono demonio, molti sepolcri si aprirebbero ad ingoiare la preda. Io so attendere… Parlerò verso il tramonto. Poi lascerò Afeca. Ora accetto la sosta sotto il tuo tetto».
3. Discorso, ad Afeca,
dopo una disputa tra credenti e non credenti. Sara
diviene discepola[10].
Disputa tra credenti e non credenti.
Dialogo col Messia.
1Gesù parla alla gente di Afeca dalla soglia del fondaco di Sara. E parla ad una folla molto variata, più curiosa che attenta, nella quale i meno numerosi sono gli ebrei, mentre la più parte sono gente di passaggio, mercanti, pellegrini, chi diretti al lago, chi disposti a scendere al guado di Gerico, chi venienti da città orientali e diretti alle città marittime.
2Per ora non è un vero discorso, ma risposte di Gesù a questo, a quello, un dialogo che però viene ascoltato da tutti, sebbene con diversi sentimenti, molto palesi dalle espressioni dei visi e dalle frasi degli astanti, dalle quali capisco anche chi sono e dove sono diretti. Il dialogo talora si muta di tono e di personaggi, perché, trascurando Gesù, diventa disputa fra i presenti per motivi di razza e per diversità di pensiero.
Disputa fra i presenti.
3Così un vecchio di Joppe si attacca con un mercante di Sidone, il quale difende il Maestro contro l’incredulità del giudeo che non vuole ammettere che Gesù sia l’Aspettato delle genti. E in una ridda di citazioni scritturali, applicate a dritto o a storto, controbattute dalla semplice asserzione del siro-fenicio: «Io non mi curo di queste parole, ma dico che è Lui perché ho visto i miracoli suoi e sentito le sue parole», la disputa si estende, perché altri vi prendono parte, urlando i contrari a Cristo: «Belzebù lo aiuta. Non è così il Santo di Dio. É re. Non è un falso rabbi, e mendico», e quelli che la pensano come il sidonita: «I sapienti sono poveri perché onesti. I filosofi non sono parati d’oro e di prepotenza come i vostri falsi rabbi e sacerdoti».
Difensori del Re d’Israele.
4E si capisce che dicono così perché non sono ebrei ma gentili di diverse nazioni, per incidenza in Palestina o naturalizzati lì ma serbando spirito pagano.
«Sacrileghi!».
«Voi sacrileghi, che non sentite neppure la divinità del suo pensiero», rispondono alcuni.
«Non meritate d’averla. Ma, per Zeus! Noi conculcammo Socrate e non ne avemmo bene. Badate a voi, dico. Badate a voi, che gli dèi non vi colpiscano come noi lo fummo più e più volte», grida uno, certo un greco.
«Uh! i difensori del re d’Israele! Dei gentili!».
5«E dei samaritani! E ci vantiamo di esserlo, perché sapremmo meglio di voi custodire il Rabbi se Egli venisse in Samaria. Ma voi… Avete fatto il Tempio. Bello. Ma è un sepolcro pieno di marciume, anche se l’avete coperto d’oro e di marmi preziosi», urla dai margini della folla un alto personaggio vestito di lino, con balze e ricami, fasce alla vita, nastri, bracciali…
6«Uh! un samaritano!». Pare che dicano: «il diavolo», tanto gli ebrei intransigenti urlano d’orrore scansandosi come da un lebbroso. E, fuggendolo, gridano a Gesù: «Caccialo! É un immondo…».
7Ma Gesù non caccia nessuno. Cerca imporre ordine e silenzio, e gli apostoli con Lui, senza riuscirvi gran che. Allora, per porre fine alle dispute, inizia la sua predicazione.
La liberazione per la fede nel Messia. (Discorso)
La rupe percossa dalla verga.
8«Quando il popolo di Dio, dopo la morte di Maria a Cades, si levò a sedizione nel deserto per la mancanza di acqua e urlò contro Mosè, suo salvatore e condottiero dalla terra del peccato alla terra di promessa, come fosse il suo folle distruttore, e inveì contro Aronne come contro inutile sacerdote[11], Mosè entrò col fratello nel Tabernacolo e parlarono al Signore, esigendo un miracolo per far cessare la mormorazione[12]. E il Signore, nonostante non sia tenuto a cedere ad ogni richiesta, specie se richiesta violenta e di spiriti che hanno perduto la santa fiducia nella Provvidenza paterna, parlò a Mosè ed Aronne. Avrebbe potuto anche parlare unicamente a Mosè, perché Aronne, per quanto Sommo Sacerdote, aveva demeritato un giorno della bontà di Dio con l’adorazione all’idolo[13]. Ma Dio volle provarlo ancora e dargli un modo di crescere in grazia agli occhi di Dio. Ordinò dunque di prendere la verga d’Aronne, deposta nel Tabernacolo dopo essere fiorita in fiori aperti in foglie, divenute poi mandorle, e di andare con essa a parlare alla pietra, ché la pietra darebbe acqua per uomini e animali[14]. E Mosè, con Aronne, fece ciò che il Signore ordinava, ma non tutti e due seppero credere completamente al Signore. E chi meno credette fu il Sacerdote supremo d’Israele: Aronne[15]. La rupe, percossa dalla verga, si aprì e gettò tanta acqua da dissetare popolo e bestiami[16]. E quell’acqua fu detta di Contraddizione, perché ivi gli israeliti contesero col Signore e sindacarono le sue azioni e i suoi ordini, e non tutti ad un modo furono nella fedeltà, ma anzi, proprio dal Sommo Sacerdote ebbe luogo e principio il dubbio sulla verità delle divine parole. E Aronne fu poi tolto di vita senza aver potuto raggiungere la Terra Promessa[17].
9Anche ora il popolo tumultua contro il Signore dicendo: “Tu ci hai condotto a morire come popolo e come singoli sotto il dominio degli oppressori”. E a Me grida: “Fatti re e liberaci”. Ma di quale liberazione parlate? Di quale castigo? Di quelli materiali? Oh! là, nelle cose materiali non è né salvezza né castigo! Un castigo ben più grande e una liberazione ben più grande è a portata del vostro libero volere, e potete scegliere. Dio ve lo concede.
10Questo dico per gli israeliti presenti, per quelli che dovrebbero saper leggere le figure della Scrittura e comprenderle. Ma poiché ho pietà del mio popolo, di cui sono Re nello spirito, voglio aiutarvi a capire una figura almeno, perché vi aiuti a comprendere chi Io sono.
I cuori ammaestrati dall’ amore.
11L’Altissimo disse a Mosè e ad Aronne: “Prendete la verga e parlate alla rupe e scaturiranno fiumi per la sete del popolo, onde non si lamenti più”. All’eterno Sacerdote, l’Altissimo ha detto ancora una volta, per porre fine ai lamenti del popolo suo: “Prendi la verga germogliata dalla stirpe di Jesse, e un fiore verrà da lei non tocca da fango umano, e si muterà in frutto di mandorla dolce e pieno di unzione. E con essa mandorla della radice di Jesse, con esso germoglio mirabile su cui poserà lo Spirito del Signore coi suoi sette doni, percuoti la pietra d’Israele, perché getti acqua abbondante per la salute sua”.
12Il Sacerdote di Dio è lo stesso Amore. E l’Amore fece una Carne gettando il suo germoglio fuor dalla radice di Jesse che fango non aveva nutrita, e la Carne era quella del Verbo incarnato, dell’atteso Messia mandato a parlare alla roccia perché si fendesse. Perché fendesse la sua dura crosta di superbia e di cupidigia e accogliesse le acque che Dio ha mandato, le acque sgorganti dal suo Cristo, l’olio soave del suo amore, a farsi malleabile, buona, a santificarsi accogliendo nel suo cuore il dono dell’Altissimo al suo popolo.
13Ma Israele non vuole l’Acqua viva nel suo seno. Resta chiuso, duro, e specie resta tale nelle persone dei suoi grandi, contro i quali la verga fiorita e fruttificata per solo potere divino inutilmente batte e parla. E in verità vi dico che molti di questo popolo non entreranno nel Regno, mentre molti che di questo popolo non sono vi entreranno, perché avranno saputo credere ciò che i sacerdoti d’Israele non vollero credere. Per questo Io sono in mezzo a voi come segno di contraddizione, e voi sarete giudicati per il modo come mi saprete comprendere.
14Ma agli altri, che non sono Israele, Io dico: la casa di Dio, sfuggita dai figli del popolo suo, è aperta a coloro che cercano la Luce. Venite. Seguitemi. Se Io sono posto a segno di contraddizione, sono anche posto come segno a tutte le nazioni, e chi mi amerà sarà salvo».
Profezia sul deicidio.
15«Tu ami più gli stranieri di noi. Se ci evangelizzassi, finiremmo ad amarti! Ma sei dovunque fuorché in Giudea», dice un giudeo, tocco dalle parole di Gesù.
«Scenderò anche in Giudea e vi farò lunga dimora. Ma non muterà la pietra che è nel cuore di molti. Non si muterà neppure quando il Sangue scenderà sulla pietra. Sei sinagogo, vero?».
«Sì, come lo sai?».
«Lo so. Ebbene, puoi capire allora ciò che dico».
«Il sangue non deve cadere sulla pietra. É peccato».
16«Il Sangue lo verserete con gioia sulla pietra perché resti. E vi parrà un trofeo di vittoria la pietra su cui si sarà versato il Sangue del vero Agnello. Ma poi verrà un giorno che capirete… Capirete il vero castigo e quale era la salvezza vera che vi era offerta. Andiamo…»
Eventi dopo il discorso.
Un credente siro-fenicio.
17Un uomo si fa avanti a spintoni: «Sono siro-fenicio. Molti di noi credono in Te anche senza averti… e abbiamo malati, molti… Non verrai da noi?».
18«Da voi no. Non ho tempo. Ma ora, dopo il sabato, da questi luoghi mi dirigerò verso i vostri confini. Chi ha bisogno di grazie si metta in attesa nei passi di confine».
«Lo dirò ai compatrioti. Dio sia con Te, Maestro».
«La pace a te, uomo».
Sara diviene discepola.
19Gesù si accomiata dalla vedova, vorrebbe cioè accomiatarsi, ma lei si inginocchia e gli confessa le sue decisioni: «Ho deciso di lasciare qui Samuele, migliore come servo che come credente, e venire a Cafarnao presso di Te».
«Io lascerò Cafarnao presto e per sempre».
«Hai là dei discepoli buoni, però».
«Questo è vero».
20«Io ho deciso così… In tal modo ti darò prova che so distaccarmi dalle ricchezze e amare con giustizia. Userò il denaro che qui si accumula per i tuoi poveri e per primo povero considererò il bambino, se proprio la madre lo vorrà tenere pur non amandolo. Intanto, ecco questo», e offre una pesante borsa.
21«Dio ti benedica con le benedizioni sue e dei beneficati. Molto hai progredito in poche ore».
L’evangelizzatore di Sara.
22La donna si fa rossa. Dà uno sguardo in giro, poi confessa: «Io non sono a far tanta miglioria. Il tuo apostolo mi ha insegnato. Quello, quello là, che si nasconde dietro al giovane bruno».
23«Simon Pietro. Il capo degli apostoli. Che ti ha detto, dunque?».
«Oh! mi ha parlato così semplice e così bene! Si è umiliato, lui apostolo, a confessarmi che anche lui era come me, ingiusto nei suoi desideri. Oh! non lo posso credere! Ma che però si è sforzato a divenire buono per meritare ciò che desiderava, e che sempre più si sforza a divenirlo per non fare, del bene avuto, un male. Sai, le cose dette fra noi, povera gente, si capiscono di più… Ti offendo, Signore?».
24«No. Dai gloria a Dio con la tua sincerità e con la lode data al mio apostolo. Fa’ come egli ti ha consigliato e Dio sia sempre con te, che tendi alla giustizia».
25La benedice e si avvia per il primo, diretto verso nord ovest, sotto verdi frutteti stormenti ad un vento improvviso.
4. Una guarigione spirituale a Gherghesa e lezione
sull’uso dei doni
di Dio. Rientro a Cafarnao[18].
Una guarigione spirituale.
Solito afflusso di gente.
1Arrivano ai bordi del lago, nelle immediate vicinanze di Gherghesa, quando il tramonto roggio si muta in crepuscolo violaceo e pacato. La riva è piena di gente che prepara le barche per la pesca notturna o che si bagna con piacere nelle acque del lago, un poco mosso per il vento che lo scorre.
2Presto Gesù è visto e riconosciuto, di modo che, prima che Egli possa entrare in città, la città sa che è venuto, e c’è il solito afflusso di gente che accorre a sentirlo. Fra la gente si fa largo un uomo, dicendo che al mattino erano venuti a cercarlo da Cafarnao e di andarci al più presto.
«Questa notte stessa. Non sosto qui e, poiché le barche nostre non sono qui, vi chiedo di prestarmi le vostre».
«Come Tu vuoi, Signore. Ma ci parlerai prima di partire?».
«Sì, anche per salutarvi. Presto lascerò la Galilea…».
Intercessione di Arria la gentile.
3Una donna piangente lo chiama di fra la folla, supplicando di lasciarla passare per andare dal Maestro.
4«É Arria, la gentile che si è fatta ebrea per amore. Tu le hai guarito una volta il marito. Ma…»
«Ricordo. Lasciatela passare!».
La donna viene avanti. Si getta ai piedi di Gesù, piange.
«Che hai, donna?».
«Rabbi! Rabbi! Pietà di me! Simeone…»
4Uno di Gherghesa l’aiuta a parlare: «Maestro, la salute che gli hai data la usa male. É divenuto duro di cuore e rapace e non sembra neppur più israelita. In verità la donna è molto migliore di lui, pur essendo nata in terre pagane. E la sua durezza e rapacità gli attirano risse e odii. E per una rissa ora è molto sconciato nel capo, e il medico dice che quasi certamente diventerà cieco».
5«Ed Io che posso, in tal caso?».
«Tu… guarisci… Ella, lo vedi, se ne dispera… Ha molti bambini, e piccoli ancora. La cecità dello sposo sarebbe miseria della casa… Vero è che è denaro mal guadagnato… Ma la morte sarebbe una sventura, perché un marito è sempre marito, e un padre è sempre un padre, anche se in luogo di amore e pane dà tradimenti e percosse…».
6«L’ho guarito una volta e gli ho detto: “Non peccare più”. Egli ha peccato più ancora. Non aveva forse promesso di non più peccare? Non aveva fatto voto di non essere più usuraio e ladro se Io lo guarivo, ma di rendere il mal preso a chi poteva e, per chi non poteva farlo, di usare il mal preso per i poveri?».
«Maestro, è vero. Ero presente… l’uomo non è fermo nei suoi propositi».
7«Hai detto bene. E non Simeone soltanto. Molti sono coloro che, come dice Salomone, fanno doppio peso e hanno bilancia falsa, e non solo nel senso materiale ma anche nel giudicare e nell’agire e nel comportarsi verso Dio[19]. É ancora Salomone che dice: “È rovinoso per l’uomo divorare i santi, e dopo aver fatto un voto pentirsene”[20]. Ma troppi fanno queste cose…
La scelta migliore.
8Donna, non piangere. Ma ascolta e sii giusta, poiché hai scelto religione di giustizia. Cosa sceglieresti se Io ti proponessi due cose? Queste: guarire il tuo sposo e lasciarlo vivere perché egli continui ad irridere Dio e ad accumulare peccati sulla sua anima, o convertirlo, perdonarlo e poi lasciarlo morire? Scegli. Ciò che sceglierai farò».
9La povera donna è in un ben aspro combattimento. L’amore naturale, la necessità di un uomo che bene o male guadagni per i figli, la spingerebbero a chiedere «vita». Il suo amore soprannaturale verso lo sposo la spinge a chiedere «perdono e morte». La gente tace, attenta, commossa, in attesa della decisione.
10Infine la povera donna, gettandosi al suolo di nuovo, abbrancandosi alla veste di Gesù come per attingere forza, geme: «La vita eterna… Ma aiutami, o Signore…», e pare che muoia, tanto si abbatte col viso a terra.
11«Hai scelto la parte migliore. Che tu sia benedetta. Pochi in Israele ti sarebbero uguali in timor di Dio e giustizia. Alzati. Andiamo da lui».
«Ma lo farai morire proprio, Signore? E come farò io?».
La creatura umana risorge dal fuoco dello spirito come la fenice mitologica, e soffre e si sgomenta umanamente…
Affidare al Padre dei Cieli ogni cosa.
12«Non temere, donna. Io, te, tutti affidiamo al Padre dei Cieli ogni cosa, ed Egli farà col suo amore. Sei capace di credere così?».
«Sì, mio Signore…».
«Allora andiamo, dicendo la preghiera di tutte le petizioni e di tutti i conforti».
13E, mentre cammina, attorniato da un branco di gente e seguito da un codazzo di popolo, dice lentamente il Pater. Il gruppo apostolico lo imita e, con un coro ben ordinato, le frasi della preghiera si elevano sul brusio della folla che, presa dal desiderio di sentire pregare il Maestro, tace poco a poco, di modo che le ultime petizioni si sentono benissimo in mezzo a un silenzio solenne.
14«Il pane quotidiano il Padre te lo darà. Lo assicuro in suo Nome», dice Gesù alla donna e prosegue, rivolto non a lei sola ma a tutti: «E vi saranno perdonate le colpe se voi perdonerete a questo che vi ha offeso e danneggiato. Egli ha bisogno del vostro perdono per avere quello di Dio. E tutti hanno bisogno della protezione di Dio per non cadere in peccato come Simeone. Ricordatelo».
Guarigione Spirituale.
15Sono giunti alla casa e Gesù vi entra con la donna, con Pietro, Bartolomeo e lo Zelote. L’uomo, steso sul lettuccio, col volto fra bende e pezze bagnate, smania e delira. Ma la voce, o il volere di Gesù, lo riconducono in sé e grida: «Perdono! Perdono! Non ricadrò più nel peccato. Il tuo perdono come l’altra volta! Ma guarire anche, come l’altra volta. Arria! Arria! Te lo giuro. Sarò buono. Non userò più violenza e frode, non…», l’uomo è pronto a tutte le promesse per paura di morire…
16«Perché vuoi tutto questo?», chiede Gesù. «Per espiare o perché temi il giudizio di Dio?».
«Quello, quello! Morire ora, no! L’inferno!… Ho rubato, il denaro del povero ho rubato! Ho usato menzogna. Ho percosso il prossimo e fatto soffrire i famigliari. Oh! ….».
17«La paura non è buona. Pentimento ci vuole. Vero. Fermo».
«La morte o la cecità! Oh! castigo! Non vedere più! Tenebre! Tenebre! No! …».
18«Se brutta è la tenebra negli occhi, non ti è orrenda quella del cuore? E non temi quella dell’inferno, eterna, orrenda? La privazione continua di Dio? I rimorsi continui? Lo spasimo di aver ucciso te stesso, per sempre, nel tuo spirito? Non ami costei? E i figli non li ami? E tuo padre, tua madre, i fratelli, non li ami? Ebbene, non pensi che non li avrai più con te se muori dannato?».
«No! No! Perdono! Perdono! Espiare, qui, sì, qui… Anche la cecità, Signore… Ma l’inferno no… Non mi maledica Iddio! Signore! Signore! Tu scacci i demoni e perdoni le colpe. Non alzare la mano a guarirmi, ma a perdonarmi e a liberarmi dal demonio che mi tiene… Mettimi una mano sul cuore, sul capo… Liberami, Signore…».
19«Non posso fare due miracoli. Rifletti. Se ti libero dal demonio, ti lascerò la malattia…».
«Non importa! Sii Salvatore».
20«Sia come tu vuoi. Sappi approfittare della mia grazia, che è l’ultima che ti faccio. Addio».
«Non mi hai toccato! La tua mano! La tua mano!».
21Gesù lo accontenta e posa la mano sul capo e sul petto dell’uomo che, fasciato come è, accecato dalle bende e dalla ferita, brancica convulso per afferrare la mano di Gesù e, trovatala, piange su essa, senza volerla lasciare andare finché, come un bambino stanco, si assopisce tenendo ancora la mano di Gesù premuta contro la sua guancia febbrile.
Gesù sfila cautamente la mano ed esce senza rumore dalla stanza, seguito dalla donna e dai tre apostoli.
22«Dio ti compensi, Signore. Prega per la tua serva».
«Continua a crescere nella giustizia, donna, e Dio sarà sempre con te». Alza la mano a benedire la casa e la donna, ed esce sulla strada.
23Il brusìo si alza di tono per mille domande curiose. Ma Gesù fa cenno di tacere e di seguirlo. Torna sulla riva. La notte scende lentamente. Gesù monta su una barca che si dondola presso la riva e parla di là.
Lezione sui doni di Dio.
Regole di comportamento con le anime.
24«No. Non è morto e non è guarito, secondo la carne. Il suo spirito ha riflettuto sulle sue colpe, ha dato giusta direzione al suo pensiero, è stato perdonato perché ha chiesto espiazione per avere perdono.
25Voi, tutti, sorreggetelo nel suo cammino verso Dio. Pensate che tutti abbiamo una responsabilità verso l’anima del prossimo nostro. Guai a chi dà scandalo! Ma guai anche a chi, col suo tratto intransigente, impaurisce uno appena nato al Bene respingendolo coll’intransigenza dal cammino in cui si è messo. Tutti possono essere un poco maestri, e maestri buoni del loro prossimo, e tanto più esserlo quanto più uno del prossimo è debole e ignorante della sapienza del Bene.
Esortazione alla pazienza col sofferente.
26Vi esorto ad essere pazienti, dolci, longanimi con Simeone. Non mostrate odio, rancore, sprezzo, ironie. Non ricordate il passato, né in voi, né a lui. L’uomo che sorge dopo un perdono, dopo un pentimento, dopo un proponimento sincero, ha una volontà, ma ha anche il peso, il retaggio delle passioni e abitudini del passato. Bisogna saperlo aiutare a liberarsene. E con molta discrezione. Senza fare allusioni al passato. Sono imprudenti verso la carità e verso la creatura umana.
27Ricordare al colpevole pentito la colpa è avvilirlo. Basta la sua coscienza risvegliata a far questo. Ricordare alla creatura il suo passato è suscitare dei risvegli di passioni e, delle volte, dei ritorni a passioni superate, dei consentimenti. Nel migliore dei casi è sempre dare delle tentazioni.
Esortazione alla prudenza e carità.
28Non tentate il vostro prossimo. Siate prudenti e caritatevoli. Dio vi ha risparmiato da certi peccati? Lodatelo. Ma non fate ostentazione della vostra giustizia per mortificare chi non fu giusto. Sappiate comprendere lo sguardo implorante del pentito che vorrebbe che voi dimenticaste e che, posto che sa che non dimenticate, almeno vi supplica di non mortificarlo ricordando il passato.
29Non dite: “Fu lebbroso nello spirito” per giustificare i vostri abbandoni. Il lebbroso per malattia, dopo le purificazioni a guarigione ottenuta, viene riammesso fra il popolo. Uguale avvenga per chi è guarito dal peccato. Non siate come coloro che si credono i perfetti, e tali non sono perché non hanno carità verso i fratelli. Circondate anzi col vostro amore i fratelli risorti alla grazia, perché la buona compagnia impedisca nuove cadute.
L’uomo non è da più di Dio.
30Non vogliate essere da più di Dio, che non respinge il peccatore che si pente e lo perdona e riammette in sua compagnia. E, se anche quel peccatore vi ha fatto un male che non è più riparabile, non vendicatevi ora che non è più un prepotente che si teme; ma perdonate e abbiate una grande pietà, perché egli fu povero del tesoro che ogni uomo può avere sol che voglia: la bontà. Amatelo perché, col dolore che vi ha dato, vi ha dato un mezzo di meritare un premio più grande in Cielo. Unite al suo mezzo il vostro: il perdono, e il vostro premio crescerà ancora di più in Cielo.
31E non disprezzate alcuno, neanche se è di altra razza. Voi vedete che, quando Dio attira uno spirito, anche se è di pagano, lo trasforma in modo tale da superare molti del popolo eletto nella giustizia.
32Io vado. Ricordate ora e sempre queste e le altre mie parole».
Il dono migliore.
I doni di Dio.
33Pietro, che era pronto, punta il remo, e la barca si stacca da riva iniziando la navigazione, seguita dalle altre due. Il lago, un po’ mosso, imprime rullio alle barche, ma nessuno se ne sgomenta, perché breve è il tragitto. I fanali rossi mettono macchie di rubini sulle acque scure, o tingono di sanguigno le spume bianche.
34«Maestro, ma quell’uomo guarirà o non guarirà? Non ci ho capito nulla», chiede Pietro, senza lasciare il timone, dopo qualche tempo.
35Gesù non risponde. Pietro fa un cenno a Giovanni, che è seduto in fondo alla barca ai piedi del Maestro, con il capo abbandonato sui ginocchi di Gesù. E Giovanni ripete sottovoce la domanda.
«Non guarirà».
«Perché, Signore? Io credevo, per quello che ho sentito, che avesse a guarire per espiare».
36«No, Giovanni. Peccherebbe nuovamente, perché è spirito debole».
Giovanni riappoggia il capo sui ginocchi dicendo: «Ma Tu lo potevi far forte…», e pare fare un dolce rimprovero.
Il dono migliore.
37Gesù sorride insinuando le dita fra i capelli del suo Giovanni e, alzando la voce in modo che tutti sentano, dà l’ultima lezione del giorno: «In verità vi dico che anche nel concedere grazia occorre saper tenere conto dell’opportunità di essa. Non sempre la vita è un dono, non sempre la prosperità è un dono, non sempre un figlio è un dono, non sempre, sì, anche questo, non sempre un’elezione è un dono. Dono divengono e restano quando chi li riceve sa farne buon uso e per fini soprannaturali di santificazione. Ma quando della salute, della prosperità, degli affetti, della missione, se ne fa rovina del proprio spirito, meglio sarebbe non averli mai. E talora Dio fa un dono, che più grande non potrebbe farlo, non dando ciò che gli uomini vorrebbero o penserebbero giusto avere come buona cosa. Il padre di famiglia o il medico saggio sanno quali sono le cose da dare ai figli o ai malati per non farli più malati o per non farli ammalare. Così ugualmente Dio sa ciò che è bene dare per il bene di uno spirito».
«Allora quell’uomo morirà? Infelice casa!».
38«Sarebbe forse più felice se abitata da un reprobo? E lui sarebbe più felice se, vivendo, continuasse a peccare? In verità vi dico che la morte è un dono quando serve ad impedire nuovi peccati e coglie l’uomo mentre è riconciliato col suo Signore».
Rientro sotto i primi goccioloni.
La chiglia striscia già sui fondali di Cafarnao.
39«In tempo. Questa notte burrasca. Il lago bolle, il cielo è senza stelle, nero come pece. Ma sentite dietro i monti? Vedete quelle luci? Tuoni e lampi. Fra poco acqua. Presto! Mettere in salvo le barche non nostre! Via le donne e il bambino prima che piova. Oh! Date mano!», urla Pietro ad altri pescatori, che ritirano reti e ceste.
40A forza di braccia spingono la barca ben su, sulla spiaggia, mentre già i primi cavalloni vengono a schiaffeggiare le membra seminude e le ghiaie della riva.
41E poi, via di corsa, a casa, mentre i primi goccioloni alzano la polvere dalla terra arsa e la fanno odorare forte, e i lampi sono già sopra al lago, mentre i tuoni empiono di fragore la coppa formata dai colli delle rive.
5. A Betsaida per un
incarico segreto a Porfirea e partenza affrettata
da Cafarnao[21].
Incarico segreto a Porfirea.
A Betsaida da Porfirea.
1«Dirigi la barca a Betsaida», ordina Gesù che è con Giovanni in una piccola barca, proprio un guscio di noce, a metà del lago che schiarisce lentamente col crescere del giorno.
Giovanni ubbidisce senza parlare. Un venticello piuttosto vibrato fa tendere la piccola vela e scorrere veloce la barca, che piega persino su un lato, tanto è veloce il suo andare. La costa orientale scorre rapidamente e la curva del lato settentrionale del lago si fa sempre più vicina.
«Approda prima del paese. Voglio andare da Porfirea senza che altri mi veda, e tu raggiungimi poi al luogo solito e attendimi nella barca».
«Sì, Maestro. E se alcuno mi vede?».
«Trattieni tutti senza dire dove sono. Farò presto».
2Giovanni osserva sulla spiaggia un punto buono per approdare e lo trova in un ricordo, proprio un ricordo di torrente sabbioso, nel quale gli uomini hanno levato delle sabbie per qualche loro bisogno, di modo che fa un golfettino di pochi metri, ma nel quale una barca può accostare alla sponda alta un cinquanta centimetri dall’acqua.
Va là. La barca striscia un poco sul greto ma riesce ad accostare, e Giovanni la tiene ferma alla sponda afferrando una radica che sporge fuor dalla rena. Gesù salta sulla sponda. Giovanni punta il remo contro la stessa, fa forza per spingere la barca di nuovo nel lago. Vi riesce. Alza il volto luminoso del suo sorriso buono e dice: «Addio, Maestro».
«Addio, Giovanni», e Gesù si avvia fra le piante mentre Giovanni bordeggia con la sua barchetta.
Notizie su Marziam.
3Gesù piega verso l’interno, passa fra ortaglie alle spalle di Betsaida. Va lesto per evitare di entrare in paese quando questo si anima. Giunge senza fare incontri alla casa di Pietro. Bussa alla porta della cucina. Dopo qualche secondo la testa di Porfirea si affaccia guardinga al disopra del muretto del tetto. Vede e fa un «Oh!» di stupore. Raccoglie con una mano i suoi splendidi capelli – l’unica sua bellezza – che ha sciolti sulle spalle e corre giù dalla scaletta, scalza come è, nell’affrettata toletta del mattino.
«Signore! Tu! Solo?».
4«Sì, Porfirea. Marziam dove è?».
«Dorme. Dorme ancora. É rimasto un poco triste, un poco languido il fanciullo… e lo risparmio un poco. È anche l’età… la crescita… Mentre dorme non pensa e non piange…».
«Piange sovente?».
5«Sì, Maestro. Io credo che sia la sua debolezza attuale. E cerco irrobustirlo… e consolarlo… Ma egli dice: “Io resto solo. Tutti quelli che amo se ne vanno. Quando non ci sarà più Gesù…” e lo dice come Tu fossi per lasciarci… Certo… ha avuto molto dolore nella sua vita… Ma io, ma Simone, lo amiamo… Tanto, credilo, Maestro».
6«Lo so. Ma la sua anima sente… Porfirea, ho bisogno di parlarti proprio di queste cose. Per questo sono venuto, senza Simone, a quest’ora. Dove possiamo andare per parlare in modo che Marziam non ci senta e che nessuno disturbi?».
«Signore… Non ho che… la mia stanza nuziale, oppure la stanza delle reti… Sopra c’è Marziam, c’ero io pure perché, per sfuggire il calore, siamo andati a dormire là sopra…».
7«Andiamo nella stanza delle reti. É più lontana e Marziam non ci sentirà anche se si sveglia».
«Vieni, Signore», e Porfirea lo guida nel rustico stanzone ingombro di un po’ di tutto: reti, remi, provviste, fieno per le pecore, un telaio… Porfirea si affretta a sgombrare una specie di tavola addossata alla parete e spolverarla con un batuffolo di stoppa perché il Maestro si sieda.
«Non importa, donna. Non sono stanco».
Porfirea alza i suoi miti occhi al viso sbattuto, affaticato di Gesù, e sembra voglia dire: «Sì, che lo sei». Ma, abituata a tacere, non parla.
Segreto affidato a Porfirea.
8«Ascolta, Porfirea. Tu sei una buona donna e una buona discepola. Io ti ho molto amata da quando ti conobbi e con molta gioia ti ho accolta discepola e ti ho affidato il fanciullo. Ti so prudente e virtuosa come poche. E so che sai tacere. Virtù rarissima nelle donne. Per tutte queste cose Io sono venuto a parlarti in segreto e a confidarti una cosa che nessuno sa, neppure gli apostoli, neppure Simone. Te la confido perché ti devo dire come ti devi regolare in futuro con Marziam… e con tutti… Sono sicuro che tu accontenterai il Maestro tuo in ciò che ti chiede e sarai prudente come sempre…».
9Porfirea, che è divenuta proprio di porpora sentendo l’encomio del suo Signore, non fa che assentire col capo, troppo commossa – lei così timida e abituata ad essere premuta sempre da volontà prepotenti, che impongono senza sapere se lei è disposta ad acconsentire…- troppo commossa per poter dire, con le parole, che acconsente.
10«Porfirea… Io non tornerò mai più da queste parti. Mai più sino a che tutto sia compiuto… Tu sai, non è vero, ciò che devo compiere?».
Porfirea, a queste parole, ha lasciato andare i suoi capelli che ancora teneva raccolti sulla nuca con la sinistra e ha, più che un grido, un singhiozzo che soffoca portandosi le due mani al volto, mentre scivola in ginocchio gemendo: «Lo so, Signore, mio Dio…», e piange con silenzioso pianto, che non si accusa che per le lacrime che stillano a terra dalle dita compresse sul volto.
Il Messia pronto a compiere il sacrificio.
11«Non piangere, Porfirea. Per questo sono venuto. Io sono pronto… e pronti sono coloro che, servendo il Male, serviranno il Bene, in verità, perché faranno sorgere l’ora della Redenzione. Potrebbe compiersi anche ora, perché tanto Io che essi siamo preparati… e ogni altra ora che scorre o evento che avverrà non saranno che… perfezionamento al loro delitto… e al mio Sacrificio. Ma anche queste ore, ancora numerose, che succederanno prima di quell’ora, serviranno… Vi è ancora qualche cosa da compiere e da dire, perché tutto ciò che era da compiersi per la mia conoscenza sia fatto… Ma Io non tornerò più qui… Guardo per l’ultima volta questo luogo… ed entro per l’ultima volta in questa casa onesta… Non piangere… Non ho voluto andarmene senza darti l’addio e la benedizione del tuo Maestro. Porterò con Me Marziam. Lo porterò con Me andando ora verso i confini fenici e poi quando scenderò in Giudea per i Tabernacoli. Non mi mancherà modo di rimandarlo prima del pieno inverno. Povero fanciullo! Godrà di Me per qualche tempo. E poi… Porfirea, non è bene che Marziam sia presente nella mia ora. Perciò tu non lo lascerai partire per la Pasqua…».
Pedagogia di Dio – Maestro.
12«Il precetto, Signore…».
«Io lo assolvo dal precetto. Sono il Maestro, Porfirea, e sono Dio, tu lo sai. Come Dio posso assolvere, in anticipo, da una omissione che non è neppur tale, perché Io la ordino per un motivo di giustizia. L’ubbidienza al mio comando è già di suo assoluzione all’omissione del precetto, perché l’ubbidienza a Dio – e questa è anche un sacrificio per Marziam – è sempre superiore a ogni altra cosa. E sono Maestro. Non è buon Maestro chi non sa misurare le qualità e le reazioni di un suo discepolo e non sa meditare sulle conseguenze che uno sforzo, superiore a ciò che il discepolo può sopportare, può produrre nello stesso. Anche nell’imporre la virtù bisogna essere prudenti e non pretendere un massimo, che la formazione spirituale o le forze generali dell’essere non possono dare. Esigendo una virtù o un dominio spirituale troppo forti rispetto al grado di forze spirituali, morali e anche fisiche raggiunto dalla creatura, si può produrre una dispersione delle forze già accumulate e un frantumamento dell’essere nei suoi tre gradi: spirituale, morale, fisico. Marziam, povero bambino, ha troppo sofferto già e ha troppo conosciuto la brutalità dei suoi simili, sino a rasentare l’odio per essi. Non potrebbe sopportare ciò che sarà la mia Passione: mare di amor doloroso in cui laverò i peccati del mondo, e mare di odio satanico che cercherà di sommergere tutti coloro che Io ho amato e annullare tutto il mio lavoro di Maestro. In verità ti dico che anche i più forti piegheranno sotto la marea di Satana, almeno per breve tempo… Ma Io non voglio che Marziam pieghi e beva quell’onda desolante… É un innocente… e mi è caro… Io ho pietà, molta, di chi ha già sofferto più che le forze proprie non consentano… Ho richiamato all’al di là lo spirito di Giovanni di Endor…»
13«Émorto Giovanni? Oh! Marziam aveva scritto molti rotoli per lui… Un altro dolore per il fanciullo!».
14«Gli dirò Io della morte di Giovanni… Dicevo che l’ho levato dalla vita per preservare lui pure dall’urto di quell’ora. Anche Giovanni aveva troppo sofferto dagli uomini. Perché risvegliare i sentimenti sopiti? Dio è buono. Prova i suoi figli. Ma non è un incauto esperimentatore… Oh! se gli uomini sapessero fare altrettanto! Quante meno rovine di cuori, o anche semplicemente quante meno burrasche pericolose nei cuori… Ma, tornando a Marziam, egli non deve venire alla Pasqua futura. Per ora tu non parlerai. Quando sarà il momento gli dirai così: “Il Maestro mi ha dato ordine di non mandarti a Gerusalemme. E ti promette un premio singolare se tu gli ubbidirai”. Marziam è buono e ubbidirà… Porfirea, questo Io voglio da te. Il tuo silenzio, la tua fedeltà, il tuo amore».
Dolore di Porfirea.
15«Tutto ciò che vuoi, mio Signore. Tu onori troppo la tua povera serva… Non merito tanto… Va’ in pace, Maestro e Dio. Io farò ciò che Tu vuoi…». Ma il dolore la vince e si abbatte col viso a terra – prima era sempre rimasta in ginocchio, rilassata sui calcagni, cogli occhi fissi sul volto di Gesù – si abbatte a terra, tutta coperta dal mantello dei suoi capelli corvini, e singhiozza forte: «Ma che dolore, Maestro! Oh! che dolore! Cosa finisce! Cosa finisce per il mondo! Cosa per noi che ti amiamo! Cosa per la tua serva! L’Unico! L’Unico che mi ha proprio amata! che non mi ha mai sprezzata! che non ha fatto il prepotente con me! che mi ha trattata come le altre, io così ignorante, povera, stolta! Oh! io e Marziam, perché a me lo ha detto Marziam per il primo, ci eravamo poi messi in pace… Tutti dicevano che non poteva esser vero… Tutti: Simone, Natanaele, Filippo… le loro donne… e loro sanno, loro sono sapienti… e Simone… eh! il mio Simone, se Tu lo hai scelto deve valere qualcosa!… e tutti! tutti dicevano che non può essere… Ma ora Tu lo dici, Tu lo dici… e non si può dubitare della tua parola…». É proprio desolata e commovente nel suo dolore.
16Gesù si curva sino a metterle una mano sul capo: «Non piangere così… Marziam sentirà… Lo so… Nessuno ci crede, nessuno vuol giungere a credere… e la stessa loro sapienza e lo stesso loro amore sono causa del loro non credere… Ma così è… Porfirea, Io me ne vado. Prima di lasciarti ti benedico per ora e per sempre. Pensa sempre che ti ho amata e che sono stato contento del tuo amore per Me. Non ti dico: persevera in esso. So che lo farai, perché il ricordo del tuo Maestro sarà sempre la tua dolcezza e in essa ti rifugerai. La tua dolcezza e la tua pace, anche nell’ora della morte. Pensa allora che il tuo Maestro è morto per aprirti il Paradiso e che ti attende là… Su, alzati. Io vado a svegliare Marziam e a trattenerlo. Tu cancella le tracce del tuo pianto e poi raggiungici. Giovanni mi attende per portarmi a Cafarnao. Se hai cose da mandare a Simone, preparale. Ricordati che egli necessiterà delle sue vesti pesanti…».
17Porfirea, vera creatura di sommissione e pronta ubbidienza, bacia i piedi di Gesù e fa l’atto di alzarsi; poi un’onda di amore le fa perdere la testa e, arrossendo vivamente, prende le due mani di Gesù e le bacia una due, dieci volte. Poi si alza e lo lascia andare…
18Gesù esce, sale sulla terrazza, penetra sotto una specie di padiglione fatto di vele tese su corde, sotto il quale sono i due giacigli. Marziam dorme ancora quasi a viso in giù, premuto sul piccolo guanciale. Non si vede che uno zigomo del viso brunetto e un braccio lungo e magro uscire dal lenzuolo che lo copre.
19Gesù si siede in terra presso il lettuccio e carezza lievemente le ciocche scomposte che ricadono sulla guancia pallida del dormente, il quale fa un movimento ma non si sveglia ancora. Gesù ripete l’atto e poi si china a baciare sulla fronte il volto che ora è scoperto.
20Marziam apre gli occhi e vede Gesù al suo fianco, curvo su di lui. Quasi non crede, forse pensa di sognare, ma Gesù lo chiama e allora il giovinetto sorge a sedere e si getta fra le braccia di Gesù, vi si rifugia… «Tu qui, Maestro?»
«Sono venuto a prenderti per portarti con Me per qualche mese. Sei contento?».
«Oh! E Simone?».
«È a Cafarnao. Sono venuto Io e Giovanni…».
«É tornato anche lui? Sarà felice! Gli darò ciò che ho scritto».
21«Non parlo di Giovanni di Endor, ma di Giovanni di Zebedeo. Non sei contento?».
«Sì. Gli voglio bene. Ma anche all’altro… quasi di più…».
«Perché, Marziam? Giovanni di Zebedeo è tanto buono».
«Sì, ma l’altro è tanto infelice e io pure lo sono stato e un poco lo sono ancora… Fra gente che soffre ci si intende e ci si ama…».
22«Saresti contento di sapere che non soffre più e che è molto felice?».
«Sì che lo sarei. Ma egli non può essere felice altro che se è con Te. Oppure… È forse morto, Signore?».
23«É nella pace e bisogna essere contenti di questo, senza egoismi, perché egli è morto da giusto e perché ora non c’è più separazione fra il suo spirito e il nostro. Abbiamo un amico di più che prega per noi».
Marziam ha due lacrimoni sul viso, veramente molto smagrito e pallido, ma mormora: «È vero».
24Gesù non dice altro in merito, né fa osservazioni sullo stato fisico e morale di Marziam, che è visibilmente indebolito. Ma anzi dice: «Su, andiamo. Ho già parlato con Porfirea. Certo ha preparato le tue vesti. Mettiti in ordine tu pure, ché Giovanni ci attende. Faremo una sorpresa a Simone. Non è quella la sua barca che torna a Cafarnao? Forse ha pescato nel ritorno…».
25«É quella, sì. Dove andiamo, Signore?».
«A settentrione e poi in Giudea».
«Per tanto?».
«Per tanto».
26Marziam, animato dall’idea di stare con Gesù, si alza lesto e scende di corsa a lavarsi nel lago, e torna con ancora i capelli umidi, gridando: «Ho visto Giovanni. Mi ha fatto un cenno di saluto. É alla foce, fra le canne…».
«Andiamo».
Incontro con gli Apostoli.
27Scendono. Porfirea sta finendo di chiudere due sacche e spiega: «Ho pensato di mandare poi le vesti pesanti. Per mio fratello, per i Tabernacoli, al Getsemani. Camminerete più spediti tanto te che il padre», e mentre finisce di legare le cinghie accenna a quanto ha preparato: latte, pane, frutta…
«Prenderemo tutto e mangeremo in barca. Voglio andare prima che la riva si affolli. Addio, Porfirea. Dio ti benedica sempre e la pace dei giusti sia sempre in te. Vieni, Marziam» …
Traversano presto il breve tratto di strada e, mentre Marziam va da Giovanni, Gesù va alla barca, subito raggiunto dai due che corrono fra i canneti e saltano in barca puntando subito il remo per mettersi in acqua fonda.
Giacomo interroga il Maestro.
28Il breve tragitto è presto compiuto e si fermano sulla spiaggetta di Cafarnao, in attesa della barca di Pietro che sta per giungere. L’ora li salva dall’assedio della gente e possono mangiare in pace il loro pane e frutta, stesi sulla rena all’ombra della barca. Simone non conosce la barchetta e perciò, solo quando mette piede sulla riva e vede alzarsi da dietro la barca Gesù, si accorge di Lui.
«Maestro! e tu, Marziam! Ma da quando?».
«Da ora. Sono passato da Betsaida. Fa’ presto. Bisogna partire subito…».
Pietro lo guarda e non dice nulla. Lui e i compagni scaricano la barca del pesce preso, delle sacche delle vesti, compresa quella di Giovanni che si può finalmente rivestire. E Simone chiede qualcosa al compagno, che gli fa cenno come dire: «Aspetta…».
Vanno alla casa. Entrano. Gli apostoli rimasti accorrono.
«Fate presto. Si va via subito. Prendete tutto perché non si torna qui», ordina Gesù.
Gli apostoli si sbirciano fra loro e c’è una mimica di segni fra l’uno e l’altro gruppo. Ma ubbidiscono. Anzi io credo che lo facciano sollecitamente per poter parlare fra loro nelle altre stanze…
Partenza affrettata da Cafarnao.
29Gesù resta nella cucina con Marziam e si accomiata dai padroni di casa. Ma non dice loro: «Non torno più», e neppure lo dice, passando per la via, a chi di Cafarnao lo vede e saluta. Li saluta semplicemente, come fa tutte le volte che se ne va. Si ferma soltanto alla casa di Giairo. Ma Giairo non è ancora tornato… Incontra presso la fonte la vecchietta che abita vicino alla casa della madre del piccolo Alfeo, e le dice: «Fra poco verrà qui una vedova. Ti cercherà. Si stabilisce qui. Siile amica e amate molto il bambino e i suoi fratelli… Fatelo santamente, in nome mio…».
30Riprende ad andare dicendo: «Avrei voluto salutare tutti i bambini…».
«Puoi farlo, Maestro. Perché non ti sei riposato? Sei molto stanco. Il tuo volto è pallido e hai l’occhio stanco. Ti farà male… Fa ancora caldo e Tu non hai certo dormito né a Tiberiade né là da…Cusa…»
«Non posso, Simone. Devo andare in alcuni luoghi e poco tempo c’è…».
31Sono presso la riva. Gesù chiama i garzoni di Pietro e li saluta, dando ordine che la barchetta sia riportata nel paese avanti Ippo e resa a Saul di Zaccaria. Prende la via ombrosa che costeggia il fiume. La segue sino ad un bivio e si inoltra per questa parte.
32«Dove andiamo, Signore?», chiede Simone che aveva parlato sottovoce sino allora con i compagni.
«Da Giuda e Anna, e poi a Corozim. Voglio salutare i miei buoni amici…».
Altra occhiata degli apostoli fra loro e altro parlottio sotto-voce.
Giacomo interroga il Maestro.
33Infine Giacomo d’Alfeo si fa avanti e raggiunge Gesù, che è avanti a tutti con Marziam.
«Fratello, non torniamo più da queste parti, che dici che vuoi salutare gli amici? Noi desideriamo saperlo».
«Certo che ci tornerete. Ma fra molti mesi».
34«E Tu?».
Gesù fa un gesto evasivo… Marziam si ritira discretamente, riunendosi agli altri. Ossia a tutti meno Giacomo d’Alfeo che è con Gesù e all’Iscariota che è solo, in coda, piuttosto cupo, come svogliato.
35«Fratello, che ti è accaduto?», dice Giacomo posando una mano sulla spalla di Gesù.
«Perché lo chiedi?».
«Perché… Non so. Tutti ce lo chiediamo. Ci sembri diverso… Sei venuto solo con Giovanni… Simone ha detto che eri stato ospite di Cusa… Non riposi… Non saluti che pochi… Sembra che Tu non voglia tornare qui… E il tuo volto… Non meritiamo più di sapere? Neppure io… Tu mi amavi… Mi hai detto cose che solo io so…».
«Ti amo ancora. Ma non ho nulla da dire. Ho perduto un giorno più del previsto. Lo riguadagno».
36«Era necessario andare al settentrione?».
«Sì, fratello».
«Allora… Oh! Tu hai sofferto. Lo sento…».
Gesù lo abbraccia, passando un braccio dietro le spalle del cugino: «È morto Giovanni di Endor. Lo sai?».
«Me lo ha detto Simone mentre preparavo le vesti. E poi? …».
«Mi sono separato da mia Madre».
37«E poi?».
Giacomo, più basso di Gesù, lo guarda da sotto in su, insistente, indagatore.
«E poi sono contento di essere con te, con voi, con Marziam. Lo terrò con Me qualche mese. Ne ha bisogno. É triste e sofferente. Lo hai visto?».
38«Sì. Ma non è nulla di questo… Non lo vuoi dire. Non importa. Ti voglio bene anche se non mi tratti da amico».
39«Giacomo, tu mi sei più che amico. Ma il mio cuore ha bisogno di riposare…».
40«E perciò di non parlare di ciò che ti è dolore. Ho capito. È Giuda che ti addolora?».
«Giuda? Tuo fratello?».
«No. L’altro».
41«Perché questa domanda?».
«Non so. Mentre Tu eri via, Giuda è stato cercato più volte da un messo di non sappiamo chi. Egli lo ha sempre respinto, ma…».
42«In voi ogni atto di Giuda è sempre un delitto. Perché mancare alla carità? …».
«Perché egli è così torvo, turbato. Sfugge i compagni. È svogliato…».
43«Lascialo fare. Da più di due anni è con noi e sempre è stato così… Pensa come saranno felici i due vecchi. E sai perché vado là? Voglio raccomandare loro il piccolo falegname di Corozim…»
44Si allontanano parlando. Dietro di loro, in gruppo, vengono gli apostoli, che hanno atteso Giuda per non lasciarlo indietro solo, nonostante sia così palesemente annoiato da non incitare proprio ad averlo seco.
6. La sosta presso gli anziani coniugi Giuda e Anna[22].
Informazioni.
1Vi giungono accaldati, nonostante abbiano camminato fra i frutteti folti che piegano sotto il peso delle frutta mature. Dai vigneti, numerosi e bellissimi, viene il caratteristico odore delle viti quando i grappoli già sono maturi e le foglie cominciano il loro appassimento autunnale.
2Si vedono giungere per primi due contadini che tornano dai frutteti carichi di cesti di mele bellissime, e danno l’avviso ad un servo che passa la voce. Intanto i due contadini salutano Gesù e annunciano che «molti discepoli sono a sosta nella casa, venendo dai monti della Gaulanite e dall’Iturea diretti a Gerusalemme» e che «i loro padroni hanno deciso di andare con essi ai Tabernacoli[23] per la Decapoli e la Perea». Ma non fanno a tempo a finire le loro informazioni che già i padroni, preceduti e seguiti da molti discepoli, accorrono fuor della casa incontro al Maestro.
3Fra i discepoli sono quasi tutti quelli che erano i pastori a Betlemme, e con loro sono altri, come il primo lebbroso guarito e lo storpio risanato, suo amico e altri ancora, ossia quelli dell’Oltre-Giordano, meno Timoneo. Non vedo Isacco, non Stefano né Erma, non Ermasteo e Giuseppe di Emmaus, non Abele di Betlemme né Nicolai di Antiochia, e neppure Giovanni d’Efeso. Ad essi si mescolano servi e contadini, fra i quali il fanciullo miracolato dalla paralisi nell’altra vendemmia e sua madre.
Dio aiuta i suoi servi.
4«La pace sia con tutti voi e a questa casa», dice Gesù alzando la mano a benedire.
«Entra, Maestro, e riposa sotto il nostro tetto. É ancor calda la stagione per camminare in queste ore. Ma ti daremo ristoro, e fresche sono le stanze per la notte».
«Non sosterò qui che poche ore. A sera vado via. Poco c’è ai Tabernacoli e devo ancora andare in più luoghi».
5I padroni sono delusi, ma non insistono. Dicono soltanto: «Speravamo che ci attendessi. Domani ha luogo la vendemmia, e la raccolta delle frutta è già iniziata. E dopo la pigiatura saremmo tutti partiti con questi tuoi discepoli. Siamo vecchi e molto insicure sono le strade da quando delle bande di ladroni sono venuti, non sappiamo da dove, a infestare questa riva del Giordano. Si annidano nei monti di Rabatamon e di Galaad, lungo la valle del Jaboc, e piombano sulle carovaniere. I legionari di Roma danno loro caccia… Ma… Sono forse buoni gli incontri con loro? Preferiamo essere con questi. Sono i tuoi discepoli e Dio li protegge certo».
6Gesù ha un sorriso arguto ma non dice nulla in merito. Entra nella casa gradendo i rinfreschi che gli ospiti offrono alle membra e alle gole assetate, e dopo ascolta i discepoli che raccontano del lavoro fatto sui monti: «Ma con poco frutto, Maestro. Poco anche a Cesarea di Filippo, dove, però, non fummo molestati. Ma ci torneremo con Te. E allora!».
7Gesù li guarda, non li disillude, risponde: «Perseverando, certo li convertirete. Dio aiuta sempre i suoi servi». E poi Gesù li lascia, raggiungendo la padrona di casa che personalmente prepara le mense, e l’invita ad uscire con Lui perché le deve parlare. La buona vecchietta non se lo fa dire due volte e, per non andare nel caldo, fuori di casa, conduce Gesù in una stanza lunga, fresca, a settentrione.
Compito dei discepoli.
8«Anna, tu sempre dici che vorresti servirmi in tutti i modi…».
«Sì, mio Signore. Io e Giuda. Ma Tu non ricorri mai a noi. È gran festa ora per noi, perché i tuoi discepoli sono un poco di Te e averli in casa ci sembra servirti».
9«Lo è infatti, perché ciò che è fatto ad un discepolo è fatto al Maestro, e anche un solo calice d’acqua o un pane dato in soccorso di chi si affatica per Me troverà compenso da Dio stesso. I discepoli curano lo spirito dei fedeli, e i fedeli devono aver amore ai discepoli e sovvenirli, pensando che essi hanno rinunciato a tutto, pronti anche a rinunciare alla vita pur di dare ai fedeli la Via, la Vita e la Verità, che il loro Maestro ha dato loro col comando di darla ai fedeli».
10«Oh! Signore, lascia che io chiami il mio Giuda. É così santa la tua parola! …».
«Chiama il tuo Giuda», consente sorridendo Gesù.
E la donna esce per tornare col marito, al quale sta ripetendo le parole del Maestro.
11«Noi, credilo, lo faremmo volentieri. Ma siamo fuori strada e, certo è per questo, i tuoi discepoli poco vengono qui», dice il vecchio e si sente un rimpianto per questo essere lasciato in disparte.
Solidarietà.
12«Dirò loro di venire sovente. E intanto Io vi chiedo una grazia…».
«Tu? Ma è grazia per noi servirti! Ordina, Signore. Siamo vecchi e non possiamo seguirti come molti fanno. Ma di servirti abbiamo desiderio. Che vuoi? Fossero, anche questi vigneti e questa casa, tanto cari perché del padre mio e perché qui sono nati i figli nostri, di tuo gradimento, se Tu li vuoi te li diamo. Promettici soltanto la misericordia divina sui nostri spiriti».
13«Non dubitate che essa vi possa mancare. Ma non chiedo tanto sacrificio. Udite. Io vado in Giudea e l’inverno viene. A Corozim è una vedova con molti figli, e il maggiore è poco più che fanciullo. Suo padre era falegname…».
14«Ah! Il falegname! Oh! tutti ne hanno parlato del tuo atto… Ma Corozim non si è convertita, benché più che la parola il tuo atto doveva farlo. La madre ha lavorato ai grani… Ma è di poca salute… Sappiamo, sappiamo».
15«Ebbene, Io non vi chiedo di farne degli oziosi, ma di aiutarli. Non vi mancherà bisogno di aggiustare questo o quello. Pensate a Giuseppe e il compenso doveroso sia completato dalla pietà amorosa».
16«Oh! Maestro! Così poco? Io direi, che dici, donna? Io direi di prendere le due fanciulline che spigolarono da noi. La casa è grande, e tu sei vecchia, e vecchie sono Maria e Noemi… Per le piccole cose…».
17«Così faremo, Giuda. In ricordo della piccola nostra… Dell’unica figlia, Signore… Fiorì tre primavere… e poi… Tanti gli anni passati… ma il dolore è qui… Se Tu eri già fra noi, ella non sarebbe morta… Io non l’avrei perduta… Una figlia è sempre un sorriso…». La vecchia è commossa e il vecchio sospira.
18«Non è perduta… Vi attende… È uno spirito innocente e siate certi di ritrovarlo. Più bisogna temere per quei figli che sono adulti e che non sono completamente nelle vie del Signore…».
19«É vero! É vero!… Tu sai, Signore… Tutto Tu sai. In questa casa così quieta c’è questo dolore… Maestro, il sacrificio può ottenere grazia talora?».
«Non talora. Sempre».
20«Ah! questo è dolce sentirselo dire. Va’ in pace, Maestro. La vedova di Corozim sarà aiutata e Tu li troverai contenti a primavera. Perché, se li raccomandi per l’inverno, segno è che non torni sino a primavera».
«Non torno… Scendo in Giudea e non torno».
Ubbidienza lieta.
21«E viene in Giudea anche il piccolo discepolo?».
«Sì. Marziam viene in Giudea…»
«Lungo viaggio, Maestro. É molto patito…».
«Ha perso l’ultimo parente. Voi sapete la sua storia… e questo nuovo dolore lo ha indebolito».
22«É anche l’età e la crescita… Ma sappiamo… e sappiamo anche il bene che fa. Un piccolo maestro, proprio un piccolo maestro… Il parente stava nella piana di Esdrelon, non è vero? Ed è morto là? E lui là ha sofferto?».
23«Sì, donna. Perché lo chiedi?».
«Perché… Maestro, non dovrei dirlo io a Te che sei Maestro. Ma io sono donna e madre, e ho pianto… Ti dico: perché lo vuoi portare verso quei luoghi? Lascialo a me sino a Gerusalemme… Mi sembrerà di scendere alla Città santa ancora con i figli giovinetti… ed egli non si affaticherà né soffrirà più ancora. Vengono anche gli altri discepoli…».
24Gesù pensa. Obbietta: «Marziam è felice di esser con Me, ed Io con lui».
«Sì. Ma, se Tu glielo dici, egli ubbidirà contento. Non saranno che pochi giorni di separazione. Cosa sono poco più di due settimane per chi è giovane tanto? Ha tempo di goderti…»
25Gesù la guarda, guarda il vecchio, così ignari che non sia molto il tempo che resta da godere il Salvatore. Ma non dice nulla. Apre le braccia come dire: «Sia fatto come volete», e dice soltanto: «Allora chiamate Marziam e Simone».
26Il vecchio esce e torna coi due. Simone ha lo sguardo indagatore. Sembra in sospetto di chissà che. Ma quando sente il motivo si calma e dice: «Dio vi dia bene! Il figlio è molto sciupato e, dico il vero, mi pareva imprudenza farlo camminare tanto…».
27«Ma io venivo volentieri! Ero col Maestro e, se il Maestro mi portava seco, segno era che potevo andare… Lui fa tutto bene…», e quasi Marziam ha le lacrime nella voce.
28«È vero, Marziam. Ma bisogna essere anche condiscendenti. Questi sono due buoni amici. Per Me e per i miei amici tutti. Io acconsento a questo loro desiderio e tu…».
29«Come Tu vuoi, Maestro mio. Ma a Gerusalemme però…»
«A Gerusalemme vieni con Me», promette Gesù.
E Marziam, buono, non ribatte nulla.
30Escono dalla stanza e Gesù si riunisce ai discepoli, che sono felici di quest’incontro impensato.
Il vecchio padrone ronza intorno al gruppo. Gesù lo nota. Lo interroga.
«Ecco, è che vorrei una tua parola. Sei stanco. Lo vedo. Ma avanti le mense, prima del riposo, perché almeno fino a sera riposerai, non dirai nulla?».
31«Parlerò avanti di partire. Così anche i servi della casa e dei campi potranno sentirmi. Ora tua moglie ci chiama. Lo vedi? …».
32E Gesù si alza entrando nella stanza dove sono preparate le tavole per gli ospiti benedetti.
VIRTU’ CHE DIVINIZA LA DISCEPOLA
7. Le ragioni del dolore salvifico di Gesù. Elogio
dell’ubbidienza e
lezione sull’umiltà[24].
Le ragioni del dolore salvifico del Messia.
La terra è luogo di espiazione.
1Ma poco può stare Gesù coi suoi pensieri. Giovanni e suo cugino Giacomo, poi Pietro con Simone Zelote, lo raggiungono attirando la sua attenzione sul panorama che si vede dall’alto del colle. E, forse nell’intento di distrarlo, perché è visibilmente molto triste, rievocano episodi avvenuti in quelle plaghe che si mostrano ai loro occhi. Il viaggio verso Ascalona… la casa dei contadini del piano di Saron, dove Gesù rese la vista al vecchio padre di Gamala e Giacobbe… il ritiro al Carmelo di Gesù e Giacomo… Cesarea Marittima e la fanciulla Aurea Galla… l’incontro con Sintica… i gentili di Joppe… i ladroni presso Modin… il miracolo delle messi in casa di Giuseppe d’Arimatea… la vecchina spigolatrice… Sì, tutte cose che vorrebbero rallegrare… ma nelle quali, per tutti o per Lui solo, c’è misto un filo di pianto e un ricordo di dolore. Se ne accorgono gli stessi apostoli e mormorano: «Veramente in ogni cosa della Terra si trova un dolore. É luogo di espiazione…».
2Ma giustamente anche Andrea, che si è unito al gruppo insieme a Giacomo di Zebedeo, osserva: «Legge giusta per noi peccatori. Ma per Lui perché tanto dolore?».
Chi scimmiotta non imita.
3Sorge una benevola discussione e si mantiene tale anche quando, attirati dalle voci dei primi, si uniscono al gruppo tutti gli altri. Meno Giuda Iscariota che si dà un grande da fare in mezzo a degli umili, ai quali insegna imitando il Maestro nella voce, nel gesto, nel concetto; ma è un’imitazione teatrale, pomposa, alla quale manca il calore della convinzione, e i suoi ascoltatori glielo dicono anche senza perifrasi, cosa che fa diventare nervoso Giuda, il quale rinfaccia loro di essere ottusi e che perciò non capiscono niente. Ed egli dichiara che li lascia perché «non merita gettare le perle della sapienza ai porci».
4E si ferma però, perché gli umili, mortificati, lo pregano di compatirli, confessandosi «inferiori a lui come un animale è inferiore ad un uomo» …
Ipotesi sulle ragioni per cui soffre il Messia
5Gesù è distratto, da ciò che dicono intorno a Lui gli undici, per ascoltare ciò che dice Giuda; né ciò che sente lo rallegra di certo… Ma sospira e tace, sinché Bartolomeo lo interessa direttamente sottoponendogli i diversi punti di vista sulla ragione del perché Egli, innocente di peccato, deve soffrire.
6Bartolomeo dice: «Io sostengo che ciò avviene perché l’uomo odia chi è buono. Parlo dell’uomo colpevole, ossia della maggioranza. Questa maggioranza comprende che nel paragone con chi è senza peccati ancor più risalta la sua colpevolezza, i suoi vizi, e per stizza di ciò si vendica facendo soffrire il buono».
7«Io invece sostengo che Tu soffri per il contrasto fra la tua perfezione e la nostra miseria. Anche se nessuno ti facesse spregio di sorta, soffriresti ugualmente, perché la tua perfezione deve avere un ribrezzo doloroso dei peccati degli uomini», dice Giuda Taddeo.
8«Io all’opposto sostengo che Tu, non essendo esente da umanità, soffri per lo sforzo di dover trattenere con la tua parte soprannaturale le rivolte della tua umanità contro i tuoi nemici», dice Matteo.
9«E io, certo sbaglierò perché sono uno stolto, dico che soffri invece perché il tuo amore viene respinto. Non soffri di non poter punire come il tuo lato umano può desiderare, ma soffri di non potere beneficare come vorresti», dice Andrea.
10«Infine io sostengo che Tu soffri perché devi soffrire tutto il dolore per redimere tutto il dolore. Non essendo in Te predominante questa o quella natura, ma ugualmente essendo queste due tue nature in Te fuse, con un perfetto equilibrio, per formare la Vittima perfetta. Tanto soprannaturale da poter essere valida a placare l’offesa fatta alla Divinità, tanto umana da poter rappresentare l’Umanità e ricondurla alla immacolatezza del primo Adamo per annullare il passato e generare una nuova umanità. Ricreare un ‘umanità nuova, secondo il pensiero di Dio, ossia un’umanità in cui sia realmente l’immagine e la somiglianza di Dio e il destino dell’uomo: il possesso, il poter aspirare al possesso di Dio, nel suo Regno. Devi soffrire soprannaturalmente, e soffri, per tutto ciò che vedi fare e per ciò che ti circonda, potrei dire: con perpetua offesa a Dio. Devi soffrire umanamente, e soffri, per stroncare le libidini della carne nostra avvelenata da Satana. Con la sofferenza completa delle due perfette nature, Tu annullerai completamente l’offesa a Dio, la colpa dell’uomo», dice lo Zelote.
Gli altri tacciono.
11Gesù interroga: «E voi non dite niente? Quale secondo voi la più giusta definizione?».
Chi dice questa e chi quella. Solo Giacomo d’Alfeo tace insieme a Giovanni.
12«E voi due? Non ne approvate nessuna?», stuzzica Gesù.
«No. Sentiamo in tutte qualcosa di vero, o molto di vero. Ma sentiamo anche che manca la verità più vera».
13«E non la sapete trovare?».
«Forse io e Giovanni l’avremmo trovata. Ma ci pare quasi bestemmia a dirla perché… Siamo dei buoni israeliti e temiamo tanto Dio da non poterne quasi dire il Nome. E pensare che, se l’uomo del popolo eletto, l’uomo figlio di Dio non può pronunciare quasi il Nome benedetto e ne crea dei sostituti per nominare il suo Dio[25], possa Satana osare di nuocere a Dio, ci pare pensiero di bestemmia. Eppure sentiamo che il dolore è sempre attivo verso Te perché Tu sei Dio e Satana ti odia. Te odia come nessun altro. Tu trovi l’odio, fratello mio, perché sei Dio», dice Giacomo.
14«Sì. Trovi l’odio perché sei l’Amore. Non sono i farisei, o i rabbi, non è questo o quello, e per questo o quello, che si alzano a darti dolore. É l’Odio che investe di sé gli uomini e te li drizza contro lividi di odio, perché col tuo amore Tu strappi troppe prede all’Odio», dice Giovanni.
«Manca ancora una cosa alle molte definizioni. Cercate la ragione più vera. Quella per la quale sono…», incoraggia Gesù.
Ma nessuno trova. Pensano, pensano. Si arrendono dicendo: «Non troviamo…».
15«É così semplice. Vi è sempre davanti. Risuona nelle parole dei nostri libri, nelle figure delle nostre storie… Suvvia, cercate! In tutte le vostre definizioni c’è del vero, ma manca la prima ragione. Cercatela non nell’oggi, ma nel passato più lontano, oltre i profeti, oltre i patriarchi, oltre la creazione dell’Universo…».
Gli apostoli sono pensierosi… ma non trovano.
La vera ragione della sofferenza del Messia.
16Gesù sorride. Poi dice: «Eppure, se ricordaste le mie parole, trovereste la ragione. Ma non potete tutto ricordare ancora. Però ricorderete un giorno[26]. Ascoltate. Risaliamo insieme il corso dei secoli, sin oltre i limiti del tempo. Chi ha guastato lo spirito dell’uomo, voi lo sapete. É Satana, il Serpente, l’Avversario, il Nemico, l’Odio[27]. Chiamatelo come volete. Ma perché lo ha guastato? Per una grande invidia[28]: quella di vedere l’uomo destinato al Cielo dal quale egli era stato cacciato[29]. Volle per l’uomo l’esilio che egli aveva avuto. Perché era stato cacciato? Per essersi ribellato a Dio[30]. Voi lo sapete. Ma in che? Nell’ubbidienza.
17Al principio del dolore sta una disubbidienza. E allora, non è anche necessariamente logico che, a ristabilire l’ordine, che è sempre gioia, non debba essere un’ubbidienza perfetta[31]? Ubbidire è difficile, specie se è in materia grave. Il difficile dà dolore a chi lo compie. Pensate dunque se Io, che sono stato richiesto dall’Amore se volevo riportare il gaudio ai figli di Dio, non debba soffrire infinitamente, per compiere l’ubbidienza al Pensiero di Dio.
18Io dunque devo soffrire per vincere, per cancellare non uno o mille peccati, ma lo stesso Peccato per eccellenza, che nello spirito angelico di Lucifero, o in quello che animava Adamo, fu e sarà sempre, sino all’ultimo uomo, peccato di disubbidienza a Dio…
Ubbidienza e ricerca della Verità.
Lezione d’oro sull’ubbidienza.
19Voi uomini dovete ubbidire limitatamente a quel poco — vi pare tanto ma è così poco — che Dio vi richiede. Nella sua giustizia vi chiede solamente ciò che potete dare. Voi, dei voleri di Dio, sapete quel tanto che potete compiere. Ma Io conosco tutto il suo Pensiero, per i grandi e i minuti avvenimenti. A Me non sono posti limiti nel conoscere e nell’eseguire. L’amoroso Sacrificatore, l’Abramo divino, non risparmia la sua Vittima e il Figlio suo. É l’Amore insaziato e offeso che esige riparazione e offerta. E vivessi mille e mille anni, nulla sarebbe se non consumassi l’Uomo sino all’ultima fibra, così come nulla sarebbe stato se ab eterno non avessi detto: “Sì” al Padre mio, disponendomi ad ubbidire, e come Dio Figlio e come Uomo, al momento trovato giusto dal Padre mio.
I veri ubbidienti diverranno dèi
20L’ubbidienza è dolore ed è gloria. L’ubbidienza, come lo spirito, non muore mai. In verità vi dico che i veri ubbidienti diverranno dèi[32], ma dopo una lotta continua contro se stessi, il mondo, Satana. L’ubbidienza è luce. Più si è ubbidienti e più si è luminosi e si vede. L’ubbidienza è pazienza, e più si è ubbidienti più si sopportano le cose e le persone. L’ubbidienza è umiltà, e più si è ubbidienti più si è umili col prossimo nostro. L’ubbidienza è carità perché è un atto di amore, e più si è ubbidienti più gli atti sono numerosi e perfetti. L’ubbidienza è eroicità. E l’eroe dello spirito è il santo, il cittadino dei Cieli, l’uomo divinizzato. Se la carità è la virtù in cui si ritrova Dio Uno e Trino, l’ubbidienza è la virtù in cui si trova Me, il Maestro vostro. Fate che il mondo vi riconosca miei discepoli per una ubbidienza assoluta a tutto quanto è santo. Chiamate Giuda. Ho da dire qualcosa anche a lui…».
Parabola per i maestri di spiriti.
21Giuda accorre. Gesù accenna al panorama che si restringe mano a mano che si discende, e dice: «Una piccola parabola per voi, maestri futuri di spiriti. Tanto più vedrete quanto più salirete per cammino di perfezione che è arduo e penoso. Noi prima vedevamo le due pianure, filistea e di Saron, coi molti paesi e campi e frutteti, e persino un azzurro lontano che era il grande mare, e il Carmelo verde là in fondo. Ora non vediamo più che poco. L’orizzonte si è ristretto e più si restringerà fino a scomparire in fondo alla valle. Lo stesso avviene di chi scende nello spirito invece di salire. Sempre più limitata si fa la sua virtù e sapienza, e ristretto il suo giudizio fino ad annullarsi. Allora un maestro di spirito è morto alla sua missione. Non discerne più e non guida più. È un cadavere e può corrompere così come si è corrotto. La discesa talora invoglia, quasi sempre invoglia, perché in basso sono soddisfazioni del senso. Noi pure scendiamo a valle per trovare riposo e cibo. Ma se ciò è necessario al corpo nostro, non è necessario soddisfare l’appetito del senso e l’infingardia dello spirito con lo scendere nelle valli del sensualismo morale e spirituale. Una sola valle è concesso di toccare: quella dell’umiltà. Ma perché in questa lo stesso Dio scende a rapire lo spirito umile per innalzarlo a Sé. Chi si umilia sarà esaltato. Ogni altra valle è letale, perché allontana dal Cielo».
22«Per questo mi hai chiamato, Maestro?».
«Per questo. Hai parlato molto con quelli che ti interrogavano».
«Sì, e non merita. Sono più duri d’intelletto dei muli».
23«E Io ho voluto deporre un pensiero dove tutto è uscito. Perché tu possa nutrire il tuo spirito».
Giuda lo guarda interdetto. Non sa se è dono o rimprovero. Gli altri, che non avevano notato i discorsi dell’Iscariota coi seguaci, non comprendono che Gesù rimprovera Giuda della sua superbia.
Condizioni per giungere alla Verità.
24E Giuda preferisce portare prudentemente il discorso su altre vie e chiede: «Maestro, cosa pensi Tu? Quei romani, così come l’uomo di Petra, potranno mai giungere alla tua dottrina, essi che hanno avuto un così limitato contatto con Te? E quell’Alessandro? Se ne è andato… Non lo vedremo più. E questi pure. Si direbbe che in loro c’è un’istintiva ricerca della verità, ma sono immersi fino al collo nel paganesimo. Riusciranno mai a concludere qualcosa di buono?».
25«Vuoi dire a trovare la Verità?».
«Sì, Maestro».
«E perché non dovrebbero riuscire?».
«Perché sono dei peccatori».
26«Ed essi soltanto sono peccatori? Fra noi non ve ne sono?».
«Molti, lo ammetto. Ma appunto dico che se noi, già nutriti di sapienza e verità da secoli, siamo peccatori e non riusciamo a divenire giusti e seguaci della Verità che Tu rappresenti, come potranno farlo loro, saturi di immondezze come sono?».
27«Ogni uomo può giungere a raggiungere e possedere la Verità, ossia Dio. Quale che sia il punto dal quale parte per giungere ad essa. Quando non ci sia superbia della mente e depravazione della carne, ma sincera ricerca della Verità e della Luce, purezza di scopo e anelito a Dio, una creatura è sicuramente sulla via di Dio».
L’ostacolo maggiore per giungere alla Verità.
28«Superbia della mente… e depravazione della carne… Maestro… allora…».
«Continua il tuo pensiero, che è buono».
Giuda tergiversa, poi dice: «Allora essi non possono raggiungere Dio, perché sono dei depravati».
29«Non era questo che tu volevi dire, Giuda. Perché hai imbavagliato il tuo pensiero e la tua coscienza? Oh! come è difficile che l’uomo salga a Dio! E l’ostacolo maggiore è in sé stesso, che non vuole confessare e riflettere su sé stesso e i suoi difetti. Veramente anche Satana è calunniato molte volte, addebitando ad esso ogni causa di rovina spirituale. E calunniato ancor più è Dio, al quale si addebitano tutti gli eventi. Dio non viola la libertà dell’uomo. Satana non può prevalere su una volontà ferma nel Bene. In verità vi dico che settanta volte su cento l’uomo pecca per sua volontà. E -non lo si considera, ma così è- e non risorge dal peccato perché sfugge dall’esaminarsi, e anche se la coscienza, con un imprevisto moto, si drizza in lui e urla la verità che egli non ha voluto meditare, l’uomo soffoca quel grido, annulla quella figura che gli si drizza davanti all’intelletto severa e dolente, altera con sforzo il suo pensiero suggestionato dalla voce accusatrice, e non vuole dire, ad esempio: “Ma allora noi, io, non possiamo raggiungere la Verità, perché abbiamo superbia della mente e corruzione della carne”. Sì, in verità, fra noi non si procede verso la via di Dio, perché fra noi è superbia della mente e corruzione della carne. Una superbia veramente emula di quella satanica, tanto che si giudicano od ostacolano le azioni di Dio, quando sono contrarie agli interessi degli uomini e dei partiti. E questo peccato farà di molti di Israele i dannati eterni».
«Non siamo tutti così, però».
30«No. Spiriti buoni ce ne sono ancora, ed in ogni classe. Più numerosi fra gli umili del popolo che fra i dotti ed i ricchi. Ma ci sono. Ma quanti sono? Quanti, rispetto a questo popolo di Palestina che da quasi tre anni evangelizzo e benefico e per il quale mi consumo? Ci sono più stelle in una notte nuvolosa che non spiriti volonterosi di venire al Regno mio in Israele».
Le disfatte non stanchi l’educatore di spiriti.
31«E i gentili, quei gentili, ci verranno?».
«Non tutti, ma molti. Anche fra i miei stessi discepoli non tutti saranno perseveranti sino alla fine. Ma non preoccupiamoci dei frutti che infraciditi cadono dal ramo! Cerchiamo, finché si può, di non farli infracidire con la dolcezza, con la fermezza, col rimprovero e col perdono, con la pazienza e la carità. Poi, quando essi dicono “no” a Dio e ai fratelli che li vogliono salvare, e si gettano in braccio alla Morte, a Satana, morendo impenitenti, chiniamo il capo e offriamo a Dio il nostro dolore di non averlo potuto fare lieto di quell’anima salvandogliela. Ogni maestro conosce di queste disfatte. E servono esse pure. A tenere mortificato l’orgoglio del maestro d’anime e a provare la sua costanza nel ministero. La disfatta non deve stancare la volontà dell’educatore di spiriti. Ma anzi spronarlo a far più e meglio in avvenire».
Inizio del cammino verso la luce.
32«Perché hai detto al decurione che lo rivedrai su un monte? Come fai a saperlo?».
Gesù guarda Giuda di uno sguardo lungo e strano, misto di mestizia e di sorriso insieme, e dice: «Perché sarà uno dei presenti alla mia assunzione e dirà al grande dottore d’Israele una severa parola di verità. E da quel momento inizierà il suo cammino sicuro verso la Luce. Ma eccoci a Gabaon. Pietro vada con altri sette ad annunciarmi. Parlerò subito per licenziare chi mi segue dai paesi vicini. Gli altri sosteranno con Me sino a dopo il sabato. Tu, Giuda, resta insieme a Matteo, Simone e Bartolomeo».
Annotazione del Portavoce.
33(Io non ho riconosciuto nel decurione nessuno dei soldati presenti alla Crocifissione. Ma devo anche dire che, presa dall’osservazione attenta del mio Gesù, non li ho notati molto. Erano, per me, un gruppo di soldati preposti al servizio. Nulla più. Inoltre, quando avrei potuto osservarli meglio perché «tutto era compiuto», c’era una luce così non luce che soltanto i volti molto noti potevano essere riconosciuti. Penso però, per le parole di Gesù, che sia quel milite che dice a Gamaliele alcune parole che non ricordo e che non posso controllare, perché sono sola e non posso farmi dare il quaderno della Passione da nessuno).
8. A Gerico. Discernimento del carisma di Sabea. La parabola del fariseo e del pubblicano[33].
Il Messia Salvatore.
I vincitori del mondo.
1Gesù esce dalla casa di Zaccheo. È mattina inoltrata. È con Zaccheo, Pietro e Giacomo di Alfeo. Gli altri apostoli sono forse già sparsi per la campagna per annunciare che il Maestro è in città.
2Dietro al gruppo di Gesù con Zaccheo e gli apostoli ve ne è un altro, molto… variato per fisionomie, età, vesti. Non è difficile dichiarare con sicurezza che questi uomini appartengono a razze diverse, forse anche antagoniste fra di loro. Ma gli eventi della vita hanno portato questi in questa città palestinese e li hanno riuniti perché dal loro profondo risalissero verso la luce. Sono per lo più volti appassiti di chi ha usato e abusato della vita in più modi, occhi stanchi per la più parte; in altri, sguardi che la lunga abitudine ad occupazioni di… rapina fiscale o di comando brutale ha fatto rapaci o duri, e ogni tanto questo loro antico sguardo riaffiora da sotto un velo dimesso e pensoso che vi ha messo la nuova vita. E ciò avviene specialmente quando qualcuno di Gerico li guarda con sprezzo o borbotta qualche insolenza a loro carico. Poi l’occhio torna stanco, dimesso, e le teste si riabbassano avvilite.
3Gesù si volta per due volte ad osservarli e, vedendoli indietro, rallentanti il loro passo più si avvicinano al luogo prescelto per parlare, e già pieno di gente, rallenta il suo per attenderli, e infine dice loro: «Passatemi avanti e non temete. Avete sfidato il mondo quando facevate il male; non dovete temerlo ora che vi siete spogliati di esso. Ciò che avete usato per domarlo allora -l’indifferenza al giudizio del mondo, unica arma per stancarlo di giudicare- usatelo anche ora, ed esso si stancherà di occuparsi di voi, e vi assorbirà, seppure lentamente, annullandovi nella grande massa anonima che è questo misero mondo, al quale in verità si dà troppo peso».
Gli uomini, quindici, ubbidiscono e passano avanti.
4«Maestro, là sono i malati della campagna», dice Giacomo di Zebedeo andando incontro a Gesù e indicando un angolo tiepido di sole.
«Vengo. Gli altri dove sono?».
5«Fra la gente. Ma già ti hanno visto e stanno venendo. Con loro sono anche Salomon, Giuseppe di Emmaus, Giovanni d’Efeso, Filippo di Arbela. Sono diretti alla casa di quest’ultimo e vengono da Joppe, Lidda e Modin. Hanno seco loro uomini della costa del mare e donne. Ti cercavano, anzi, perché è discordia fra loro sul giudicare una donna. Ma parleranno con Te…».
6Gesù è infatti presto circondato dagli altri discepoli e salutato con venerazione. Dietro ad essi sono i nuovi attirati alla dottrina di Gesù. Ma non c’è Giovanni d’Efeso, e Gesù ne chiede la ragione.
Incertezze sul carisma di Sabea.
7«Si è fermato con una donna e con i parenti della stessa in una casa lontana dalla gente. La donna non si sa se è indemoniata o profetessa. Dice cose meravigliose, a detta di quelli del suo paese. Ma gli scribi che l’hanno ascoltata l’hanno giudicata posseduta. I parenti hanno chiamato gli esorcisti[34] più volte, ma essi non poterono cacciare il demonio parlante che la tiene. Però un di loro disse al padre della donna (è una vedova vergine rimasta in famiglia): “Per tua figlia ci vuole il Messia Gesù. Egli capirà le sue parole e saprà donde vengono. Io ho provato di imporre allo spirito che parla in lei di andarsene in nome di Gesù detto il Cristo. Sempre gli spiriti tenebrosi sono fuggiti quando ho usato questo Nome. Questa volta no. Da questo io dico che, o è lo stesso Belzebù che parla e riesce a resistere anche a quel Nome detto da me, o è lo stesso Spirito di Dio, e perciò non teme essendo che è una cosa sola col Cristo. Io sono convinto più di questo che del primo caso. Ma, per esserne certi, solo il Cristo può giudicare. Egli conoscerà le parole e la loro origine”. E fu malmenato dagli scribi presenti, che lo dissero posseduto lui pure come la donna e come Te. Perdona se dobbiamo dirlo… E degli scribi non ci hanno più lasciati, e sono di guardia alla donna perché vogliono stabilire se può essere avvisata del tuo arrivo. Perché essa dice che conosce il tuo volto e la tua voce, e fra mille e mille ti riconoscerebbe, mentre è provato che essa mai è uscita dal paese, anzi, dalla sua casa da quando, quindici anni or sono, le morì lo sposo la vigilia della festa nuziale; ed è anche provato che mai Tu sei passato dal suo paese che è Betlechi. E gli scribi attendono questa ulti ma prova per dirla indemoniata. 3Vuoi vederla subito?».
8«No. Devo parlare alla gente. E sarebbe troppo chiassoso l’incontro qui, fra le turbe. Va’ a dire a Giovanni d’Efeso e ai parenti della donna, e anche agli scribi, che li attendo tutti all’inizio del tramonto nei boschi lungo il fiume, sul sentiero del guado. Va’».
Fede senza misura!
9E Gesù, congedato Salomon, che ha parlato per tutti, va dai malati invocanti guarigione e li guarisce. Sono una donna anziana anchilosata dall’artrite, un paralitico, un giovanetto ebete, una fanciulla che direi etica e due malati agli occhi. La gente ha i suoi trillanti gridi di gioia.
10Ma non è finita ancora la serie dei malati. Una madre si avanza, sfigurata dal dolore, sorretta da due amiche o parenti, e si inginocchia dicendo: «Ho il figlio morente. Non può essere portato qui… Pietà di me!».
11«Puoi credere senza misura?».
«Tutto, o mio Signore!».
«E allora torna a casa tua».
12«A casa mia?… Senza Te? …». La donna lo guarda un momento con affanno, poi comprende. Il povero viso si trasfigura. Grida: «Vado, Signore. E benedetto Te e l’Altissimo che ti ha mandato!». E corre via, più svelta delle stesse sue compagne…
13Gesù si volge ad uno di Gerico, ad un dignitoso cittadino. «Quella donna è ebrea?».
«No. Di nascita almeno, no. Viene da Mileto. Sposa però a uno di noi e da allora nella nostra fede».
14«Ha saputo credere meglio di molti ebrei», osserva Gesù.
Insegnamento sul comportamento cristiano.
Cuori preparati.
15Poi, salendo sull’alto gradino di una casa, fa il gesto abituale, di aprire le braccia, che precede il suo parlare e serve ad imporre silenzio. Ottenutolo, raccoglie le pieghe del manto, apertosi sul petto nel gesto, e lo tiene fermo con la sinistra mentre abbassa la destra nell’atto di chi giura, dicendo:
16«Ascoltate, o cittadini di Gerico, le parabole del Signore, e ognuno poi le mediti nel suo cuore e ne tragga la lezione per nutrire il suo spirito. Lo potete fare perché non da ieri, né dalla passata luna, e neppure dall’altro inverno, conoscete la Parola di Dio. Prima che Io fossi il Maestro, Giovanni, mio Precursore, vi aveva preparato al mio venire e, dopo che lo fui, i miei discepoli hanno arato questo suolo sette e sette volte per seminarvi ogni seme che Io avevo loro dato. Dunque potete capire la parola e la parabola.
Comportamento con i malati.
17A che paragonerò Io coloro che, dopo essere stati peccatori, poi si convertono? Li paragonerò a malati che guariscono. A che paragonerò gli altri che non hanno pubblicamente peccato, o che, rari più di perle nere, non hanno fatto mai, neppur nel segreto, colpe gravi? Li paragonerò a delle persone sane. Il mondo è composto di queste due categorie. Sia nello spirito che nella carne e sangue. Ma, se uguali sono i paragoni, diverso è il modo del mondo di usare coi malati guariti, che erano malati nella carne, da quello che esso usa coi peccatori convertiti, ossia coi malati dello spirito che tornano in salute.
18Noi vediamo che quando anche un lebbroso, che è il malato più pericoloso e più isolato perché pericoloso, ottiene la grazia di guarigione, dopo essere stato osservato dal sacerdote e purificato, viene riammesso nel consorzio delle genti, e anzi quelli della sua città lo festeggiano perché guarito, perché risuscitato alla vita, alla famiglia, agli affari. Gran festa in famiglia e in città, quando uno che era lebbroso riesce ad ottenere grazia e a guarire! È una gara fra i famigliari e i cittadini a portargli questo e quello e, se è solo e senza casa o mobili, a offrirgli tetto o mobiglia, e tutti dicono: “È uno prediletto da Dio. Il suo dito lo ha sanato. Facciamogli dunque onore, e onoreremo Colui che lo ha creato e ricreato”. È giusto di fare così. E quando, sventuratamente invece, uno ha i primi segni di lebbra, con che amore angoscioso parenti e amici lo colmano di tenerezze, finché è possibile ancora farlo, quasi per dargli, tutto in una volta, il tesoro di affetti che gli avrebbero dato in molti anni, perché se lo porti seco nel suo sepolcro di vivo.
Comportamento con i peccatori.
19Ma perché allora per gli altri malati non si fa così? Un uomo comincia a peccare, e famigliari e soprattutto concittadini lo vedono? Perché allora non cercano con amore di strapparlo al peccare? Una madre, un padre, una sposa, una sorella ancora lo fanno. Ma è già difficile che lo facciano i fratelli, e non dico poi che lo facciano i figli del fratello del padre o della madre. I concittadini, infine, non sanno che criticare, schernire, insolentire, scandalizzarsi, esagerare i peccati del peccatore, segnarselo a dito, tenerlo discosto come un lebbroso quelli che sono più giusti, farsi suoi complici, per godere alle sue spalle, quelli che giusti non sono. Ma non c’è che ben raramente una bocca, e soprattutto un cuore, che vada dall’infelice con pietà e fermezza, con pazienza e amore soprannaturale, e si affanni a frenarne la discesa nel peccato.
20E come? Non è forse più grave, veramente grave e mortale la malattia dello spirito? Non priva essa, e per sempre, del Regno di Dio? La prima delle carità verso Dio e verso il prossimo non deve essere questo lavoro di sanare un peccatore per il bene della sua anima e la gloria di Dio?
Comportamento con i convertiti.
21E quando un peccatore si converte, perché quell’ostinatezza di giudizio su di lui, quel quasi rammaricarsi che egli sia tornato alla salute spirituale? Vedete smentiti i vostri pronostici di certa dannazione di un vostro concittadino? Ma dovreste esserne felici, perché Colui che vi smentisce è il misericordioso Iddio, che vi dà una misura della sua bontà a rincuorarvi nelle vostre colpe più o meno gravi.
22E perché quel persistere a voler vedere sporco, spregevole, degno di stare nell’isolamento, ciò che Dio e la buona volontà di un cuore hanno fatto netto, ammirevole, degno della stima dei fratelli, anzi della loro ammirazione?
23Ma ben giubilate anche se un vostro bue, un vostro asino o cammello, o la pecora del gregge, o il colombo preferito guariscono da una malattia! Ben giubilate se un estraneo, che appena ricordate a nome per averne sentito parlare al tempo in cui fu isolato perché lebbroso, torna guarito! E perché allora non giubilate per queste guarigioni di spirito, per queste vittorie di Dio? Il Cielo giubila quando un peccatore si converte. Il Cielo: Dio, gli angeli purissimi, quelli che non sanno cosa è peccare. E voi, voi uomini, volete essere più intransigenti di Dio?
Altari riconsacrati.
24Fate, fate giusto il vostro cuore e riconoscete il Signore non soltanto come presente fra le nuvole d’incenso e i canti del Tempio, nel luogo dove solamente la santità del Signore, nel Sommo Sacerdote, deve entrare, e dovrebbe essere santa come il nome lo indica. Ma anche nel prodigio di questi spiriti risorti, di questi altari riconsacrati, sui quali l’Amore di Dio scende coi suoi fuochi ad accendere il sacrificio»[35].
25Gesù viene interrotto dalla madre di prima, che con gridi di benedizione lo vuole adorare. Gesù la ascolta e benedice e la rimanda a casa, riprendendo il discorso interrotto.
Imitare e aiutare.
26«E se da un peccatore, che un tempo vi ha dato spettacolo di scandalo, ricevete ora spettacoli di edificazione, non vogliate schernire ma imitare. Perché nessuno è mai tanto perfetto da essere impossibile che un altro lo ammaestri. E il Bene è sempre lezione che va accolta, anche se colui che lo pratica un tempo era oggetto di riprovazione. Imitate e aiutate. Perché, così facendo, glorificherete il Signore e dimostrerete che avete capito il suo Verbo. Non vogliate essere come quelli che in cuor vostro criticate perché le loro azioni non corrispondono alle loro parole. Ma fate che ogni vostra buona azione sia il coronamento di ogni vostra buona parola. E allora veramente sarete guardati e ascoltati benevolmente dall’Eterno.
Parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9)[36].
Due uomini salirono al Tempio.
27Udite quest’altra parabola, per comprendere quali sono le cose che hanno valore agli occhi di Dio. Essa vi insegnerà a correggervi da un pensiero non buono che è in molti cuori. I più degli uomini si giudicano da sé stessi e, posto che solo un uomo su mille è veramente umile, così avviene che l’uomo si giudica perfetto, lui solo perfetto, mentre nel prossimo nota cento e cento peccati.
28Un giorno due uomini, andati a Gerusalemme per affari, salirono al Tempio, come si conviene ad ogni buon israelita ogni qualvolta pone piede nella Città Santa. Un’era un fariseo. L’altro un pubblicano. Il primo era venuto per riscuotere il fitto di alcuni empori e per fare i conti con i suoi fattori, che abitavano nelle vicinanze della città. L’altro per versare le imposte riscosse e per invocare pietà in nome di una vedova che non poteva pagare la tassazione della barca e delle reti, perché la pesca, fatta dal figlio maggiore, le era appena sufficiente per dare da mangiare ai molti altri figli.
Il fariseo.
29Il fariseo, prima di salire al Tempio, era passato dai tenutari degli empori e, gettato uno sguardo in essi empori, vistili pieni di merci e di compratori, si era compiaciuto in sé stesso e poi aveva chiamato il tenutario del luogo e gli aveva detto: “Vedo che i tuoi commerci vanno bene”.
30“Sì, per grazia di Dio. Sono contento del mio lavoro. Ho potuto aumentare le merci e spero di farlo ancora di più. Ho migliorato il luogo, e l’anno veniente non avrò le spese dei banchi e scaffali, e perciò avrò più guadagno”.
31“Bene! Bene! Ne sono felice! Quanto paghi tu per questo luogo?”.
“Cento didramme al mese. È caro, ma la posizione è buona…”.
“Lo hai detto. La posizione è buona. Perciò io ti raddoppio il fitto”.
“Ma signore”, esclamò il negoziante. “In tal maniera tu mi levi ogni utile!”.
“È giusto. Devo forse io arricchire te? E sul mio? Presto. O tu mi dai duemila quattrocento didramme, e subito, o ti caccio fuori e mi tengo la merce. Il luogo è mio e ne faccio ciò che voglio”.
32Così al primo, così al secondo e al terzo dei suoi affittuari, ad ognuno raddoppiando il prezzo, sordo ad ogni preghiera. E perché il terzo, carico di figli, volle fare resistenza, chiamò le guardie e fece porre i sigilli di sequestro, cacciando fuori l’infelice.
33Poi, nel suo palazzo, esaminò i registri dei fattori, trovando di che punirli come fannulloni e sequestrando loro la parte che si erano tenuta di diritto.
34Uno aveva il figlio morente, e per le molte spese aveva venduto una parte del suo olio per pagare le medicine. Non aveva dunque che dare all’esoso padrone. “Abbi pietà di me, padrone. Il mio povero figlio sta per morire, e dopo farò dei lavori straordinari per rifonderti ciò che ti sembra giusto. Ma ora, tu lo comprendi, non posso”.
35“Non puoi? Io ti farò vedere se puoi o non puoi”. E, andato col povero fattore nel frantoio, lo privò anche di quel resto d’olio che l’uomo si era tenuto per il misero cibo e per alimentare la lampada che permetteva di vegliare il figlio nella notte.
Il pubblicano.
36Il pubblicano invece, andato dal suo superiore e versate le imposte riscosse, si sentì dire: “Ma qui mancano trecentosettanta assi. Come mai ciò?”.
37“Ecco, ora ti dico. Nella città è una vedova con sette figli. Il primo solo è in età di lavorare. Ma non può andare lontano da riva con la barca, perché le sue braccia sono deboli ancora per il remo e la vela, e non può pagare un garzone di barca. Stando vicino a riva, poco pesca, e il pescato basta appena a sfamare quelle otto infelici persone. Non ho avuto cuore di esigere la tassa”.
38“Comprendo. Ma la legge è legge. Guai se si sapesse che essa è pietosa! Tutti troverebbero ragioni per non pagare. Il giovinetto cambi mestiere e venda la barca se non possono pagare”.
39“È il loro pane futuro… ed è il ricordo del padre”.
“Comprendo. Ma non si può transigere”.
40“Va bene. Ma io non posso pensare otto infelici privati dell’unico bene. Pago io i trecentosettanta assi”.
I due salgono al Tempio (Lc 18,10)[37].
41Fatte queste cose, i due salirono al Tempio e, passando presso il gazofilacio, il fariseo trasse con ostentazione una voluminosa borsa dal seno e la scosse sino all’ultimo picciolo nel Tesoro. In quella borsa erano le monete prese in più ai negozianti e il ricavato dell’olio levato al fattore e subito venduto ad un mercante. Il pubblicano invece gettò un pugnello di piccioli, dopo aver levato quanto gli era necessario al ritorno al suo luogo. L’uno e l’altro dettero perciò quanto avevano. Anzi, in apparenza, il più generoso fu il fariseo, perché dette fino all’ultimo dei piccioli che aveva seco. Però occorre riflettere che nel suo palazzo egli aveva altre monete e aveva crediti aperti presso dei ricchi cambiavalute.
42Indi andarono davanti al Signore. Il fariseo proprio avanti, presso il limite dell’atrio degli Ebrei, verso il Santo; il pubblicano in fondo, quasi sotto la volta che portava nel cortile delle Donne, e stava curvo, schiacciato dal pensiero della sua miseria rispetto alla Perfezione divina. E pregavano l’uno e l’altro.
Preghiera del fariseo (Lc 18,11)[38].
43Il fariseo, ben ritto, quasi insolente, come fosse il padrone del luogo e fosse lui che si degnasse di ossequiare un visitatore, diceva: “Ecco che sono venuto a venerarti nella Casa che è la nostra gloria. Sono venuto benché senta che Tu sei in me, perché io sono giusto. So esserlo. Però, per quanto sappia che soltanto per mio merito sono tale, ti ringrazio, come è legge, di ciò che sono. Io non sono rapace, ingiusto, adultero, peccatore come quel pubblicano che ha gettato contemporaneamente a me un pugnello di piccioli nel Tesoro. Io, lo hai visto, ti ho dato tutto quanto avevo meco. Quell’esoso, invece, ha fatto due parti e a Te ha dato la minore. L’altra, certamente, la terrà per le gozzoviglie e le femmine. Ma io sono puro. Non mi contamino io. Io sono puro e giusto, digiuno due volte alla settimana, pago le decime di quanto possiedo. Sì. Sono puro, giusto e benedetto, perché santo. Ricordatelo, o Signore”.
Preghiera del pubblicano (Lc 18,13)[39].
44Il pubblicano, dal suo angolo remoto, senza osare di alzare lo sguardo verso le porte preziose dell’hecal e battendosi il petto, pregava così: “Signore, io non son degno di stare in questo luogo. Ma Tu sei giusto e santo, e me lo concedi ancora perché sai che l’uomo è peccatore e, se non viene da Te, diviene un demonio. Oh! mio Signore! Vorrei onorarti notte e giorno, e devo per tante ore essere schiavo del mio lavoro. Lavoro rude che mi avvilisce, perché è dolore al mio prossimo più infelice. Ma devo ubbidire ai miei superiori, perché è il mio pane. Fa’, o mio Dio, che io sappia temperare il dovere verso i superiori con la carità verso i miei poveri fratelli, perché nel mio lavoro non trovi la mia condanna. Ogni lavoro è santo se operato con carità. Tieni la tua carità sempre presente al mio cuore perché io, miserabile qual sono, sappia compatire i miei soggetti, come Tu compatisci me, gran peccatore. Avrei voluto onorarti di più, o Signore. Tu lo sai. Ma ho pensato che levare il denaro destinato al Tempio per sollevare otto cuori infelici fosse cosa migliore che versarlo nel gazofilacio e poi far versare lacrime di desolazione a otto innocenti infelici. Però se ho sbagliato fammelo comprendere, o Signore, e io ti darò fino all’ultimo picciolo, e tornerò al paese a piedi mendicando un pane. Fammi capire la tua giustizia. Abbi pietà di me, o Signore, perché io sono un gran peccatore”.
Chi si esalta sarà umiliato (Lc 18,14)[40].
45Questa la parabola. In verità, in verità vi dico che, mentre il fariseo uscì dal Tempio con un nuovo peccato aggiunto a quelli già fatti avanti di salire al Moria, il pubblicano uscì di là giustificato, e la benedizione di Dio lo accompagnò a casa sua e restò in essa. Perché egli era stato umile e misericordioso, e le sue azioni erano state ancor più sante delle sue parole. Mentre il fariseo solo a parole e all’esterno era buono, mentre nel suo interno era e faceva opere da satana per superbia e durezza di cuore, e Dio lo odiava perciò.
46Chi si esalta sarà sempre, prima o poi, umiliato. Se non qui nell’altra vita. E chi si umilia sarà esaltato, specie lassù nel Cielo, ove si vedono le azioni degli uomini nella loro vera verità.
47Vieni, Zaccheo. Venite voi che siete con lui. E voi, miei apostoli e discepoli. Vi parlerò ancora in privato».
48E, avvolgendosi nel mantello, torna alla casa di Zaccheo.
9. Profezie di Sabea
di Betlechi
e giudizio su di lei[41].
Discernimento del Messia.
Il Messia benedice le terre della Fraternità.
1É un ben povero podere quello che alimenta l’accolta eterogenea degli amici di Zaccheo. Specie ora che è inverno, non rallegra certo il cuore. Ma pure essi lo amano e lo mostrano con orgoglio a Gesù. I tre campi a grano, arati e bruni, il frutteto con pochi alberi produttivi e gli altri ancora troppo giovani per sperare che lo siano, qualche striminzito filare di viti, l’ortaglia… una stalletta con una vaccherella e un asino per il bindolo, un recinto con poche galline e cinque coppie di colombi, sei pecore, una stamberga con una cucina e tre camere, una tettoia che fa da legnaia, ripostiglio e fienile, un pozzo dalla bocca sbrecciata e una cisterna dall’acqua melmosa. Nulla più.
2«Se ci aiuterà la stagione…»
«Se le bestie figlieranno…»
«Se gli alberelli attecchiranno…».
3Tutto è al condizionale… Speranze molto precarie… Ma uno si ricorda di ciò che ha sentito dire anni prima -del prodigioso raccolto avuto da Doras per una benedizione data dal Maestro perché Doras fosse umano con i suoi servi contadini- e dice: «E se Tu benedicessi questo luogo… Anche Doras era peccatore…».
4«Hai ragione. Ciò che ho fatto sapendo che non avrebbe mutato quel cuore, lo farò anche per voi dal cuore mutato». E apre le braccia a benedire, dicendo: «Lo faccio subito, perché voglio persuadervi che vi amo».
Il Messia conosce l’intenzione degli uomini.
5Poi proseguono la strada verso il fiume, costeggiando campi arati, dalla grassa terra scura, e frutteti spogliati dalla stagione. Ad una curva ecco alcuni scribi farsi avanti.
6«La pace a Te, Maestro. Ti abbiamo atteso qui per… venerarti».
«No. Per essere sicuri che non faccio frode. Avete fatto bene. Persuadetevi che non ho avuto modo di vedere la donna né alcuno di quelli che sono con lei. Voi, tu e tu, eravate di guardia alla casa di Zaccheo e avete visto che nessuno di noi è uscito. Voi mi avete preceduto sulla via e avete visto che nessuno di noi è andato avanti. Voi avete in cuore di impormi delle clausole all’incontro con quella donna, ed Io vi dico che le accetto prima ancora che le facciate».
«Ma… se non le sai…».
7«Non è forse vero che me le volete fare?».
«È vero».
8«Come dunque so questa vostra intenzione, nota a voi soli, così so ciò che mi direte. Ed Io vi dico che accetto ciò che volete propormi, perché servirà a dar gloria alla Verità. Parlate».
9«Sai come sono le cose?».
«So che la donna è giudicata da voi indemoniata e che però nessun esorcista poté cacciarle il demonio. E so che però essa non dice parole di demonio. Così dicono quelli che l’han sentita parlare».
10«Puoi giurare che non l’hai mai vista?».
«Il giusto non giura mai, perché sa che ha diritto di essere creduto sulla sua parola. Io vi dico che non l’ho mai vista e che non sono mai passato dal suo paese, e tutto il paese può confermarlo».
«Eppure lei pretende di conoscere il tuo volto e la tua voce».
11«La sua anima infatti mi conosce per volere di Dio».
12«Tu dici “per volere di Dio”. Ma come lo puoi asserire?».
«Mi è stato detto che dice parole ispirate».
«Anche il demonio parla di Dio».
«Ma con errori mescolati ad arte, per traviare gli uomini in pensieri di errore».
Senza discernimento le prove non bastano.
13«Ebbene… noi vorremmo che Tu ci lasciassi provare la donna».
«In che modo?».
«Tu non la conosci proprio?».
«Vi dico di no».
14«Ecco, allora. Mandiamo avanti qualcuno gridando: “Ecco il Signore” e vediamo se lei saluta chi è con costui come Tu fossi».
«Povera prova! Ma pure accetto. Scegliete voi, fra quelli che mi accompagnano, coloro da mandare avanti. E Io vi seguirò con gli altri. Però se la donna parlerà voi la dovete lasciar parlare, perché Io giudichi le sue parole».
«É giusto. Il patto è fatto e lo manterremo lealmente».
15«Così avvenga, e serva a toccarvi il cuore».
«Maestro, non tutti siamo avversari. Alcuni fra noi sono su posizione di attesa… e con sincera volontà di vedere il vero per seguirti», dice uno scriba.
«È vero. E costoro saranno amati ancora da Dio».
16Gli scribi esaminano gli apostoli e si stupiscono dell’assenza di molti, e specie dell’Iscariota, e poi scelgono Giuda Taddeo e Giovanni. In più prendono il giovane ladro convertito, che è pallido e magro e con i capelli tendenti al rossiccio. Quelli insomma che, per età e fisionomia, hanno punti uguali col Maestro.
«Noi andiamo avanti con costoro. Tu resta qui con i nostri compagni e coi tuoi, e seguici fra qualche tempo».
Così fanno.
Profetessa e testimone del Messia.
La Profetessa non mente.
17Sono già in vista i boschi che costeggiano il fiume. Un sole d’inverno al tramonto indora le vette delle piante e sparge una luce gialla e vivida sulle persone raccolte presso gli alberi.
18«Ecco! Ecco il Messia! Alzatevi! Venitegli incontro!», gridano gli scribi andati avanti, deviando verso un sentiero che termina contro un rovere colossale dalle radici potenti semi scoperte a far da sedile a chi si ricovera presso il suo tronco.
19Il gruppo di persone raccolte là intorno si volge, si alza, si apre e si scioglie per venire incontro a quelli che vengono. E presso il tronco restano soltanto tre scribi, Giovanni d’Efeso e un uomo e una donna anziani, più un’altra donna che sta seduta su una radice sporgente, le spalle al tronco, la testa china sui ginocchi stretti fra le braccia allacciate, tutta coperta da un velo di un viola tanto carico da parere nero. Sembra estranea a tutto. Non si scuote per il gridio. Uno scriba la tocca sulla spalla: «É qui il Maestro, Sabea. Sorgi e salutalo».
La donna non risponde e non si muove.
20I tre scribi si guardano e sorridono ironici, facendo un cenno d’intesa agli altri che vengono avanti. E, posto che quelli che erano in attesa, non vedendo Gesù, si erano zittiti, gridano essi più forte che mai, essi e i compari, perché la donna non si avveda dell’inganno.
21«Donna», dice uno scriba alla vecchia madre che è con la figlia, «almeno tu saluta il Maestro e di’ a tua figlia di farlo».
22La donna si prostra, insieme al marito, davanti al Taddeo e Giovanni e al ladro pentito e poi, alzandosi, dice alla figlia: «Sabea, il tuo Signore è qui. Veneralo».
23La giovane non si muove. Il sorriso ironico degli scribi si accentua, e uno, magro e nasuto, dice con voce nasale e strascicata: «Non te l’aspettavi questa prova, non è vero? E il tuo cuore trema. Senti che la tua fama di profetessa è in pericolo e non tenti la sorte… Mi pare che ciò basti a definirti per menzognera…».
24La donna alza la testa di colpo. Getta indietro il velo e guarda con occhi bene aperti mentre dice: «Non mento, scriba. E non ho paura, perché sono nella verità. Dove è il Signore?».
25«Come? Dici che lo conosci e non lo vedi? Lo hai davanti».
26«Nessuno di questi è il Signore. Per questo non mi movevo. Nessuno di questi».
«Nessuno di questi? Come? Quel galileo biondo non è il Signore? Io non lo conosco, ma so che è biondo e con occhi di cielo».
«Non è il Signore».
«Allora quello alto e severo. Guarda che tratti da re. É Lui certo».
«Non è il Signore. Non è fra questi il Signore», e la donna riabbassa il capo fra le ginocchia come prima.
La profetessa adora il Messia.
27Qualche tempo passa. Poi ecco avanzarsi Gesù. Gli scribi hanno imposto silenzio alla poca gente. Perciò il suo venire non è accusato da nessun osanna.
28Gesù viene avanti fra Pietro e Giacomo suo cugino. Cammina lentamente… silenziosamente… L’erba folta attutisce ogni fruscio di passi. Mentre la vecchia si asciuga delle lacrime col suo velo e uno scriba ferisce dicendo: «Vostra figlia è folle e mentitrice», mentre il padre sospira e anche rimprovera la figlia, Gesù giunge ai limiti del sentiero e si ferma.
29La giovane, che non ha potuto sentire niente, che non ha potuto vedere nulla, balza in piedi, getta il velo, scopre così tutto il capo, stende le braccia con un grido potente: «Eccolo che a me viene il mio Signore[42]! Questo è il Messia[43], o uomini che mi volete ingannare e avvilire. Io vedo su Lui la luce di Dio che me lo indica[44], e lo onoro!», e si getta a terra ma rimanendo al suo posto, a un due metri circa da Gesù. Volto a terra, fra l’erba, ella grida: «Io ti saluto, o Re dei popoli[45], o Ammirabile, o Principe di pace, Padre del secolo senza fine, Duce del popolo nuovo di Dio[46]!», e resta prostrata sotto il suo ampio mantello scuro, di un viola quasi nero come il velo.
Sabea, il tipo classico della donna ebrea.
30Ma nel momento che si è alzata in piedi contro il tronco nero -e dopo aver gettato il velo è rimasta con le braccia tese in avanti, come una statua- ho potuto notare che sotto il manto è vestita di una veste di pesante lana di un bianco avoriato, stretta semplicemente da un cordone al collo e alla cintura. E soprattutto ho potuto ammirare la sua bellezza di donna matura. Avrà un trent’anni. E trent’anni in Palestina equivalgono almeno a quaranta dei nostri, generalmente, ché se per Maria Santissima questa regola ha un’eccezione, per le altre donne la maturità viene presto, e specie per quelle brune di capelli e di viso e formose come questa.
31Essa è il tipo classico della donna ebrea. Io credo che così saranno state Rachele e Rut e Giuditta, celebri per la loro bellezza. Alta, formosa eppure slanciata, dalla pelle liscia e di un pallore brunetto, bocca piccola e dalle labbra un poco tumide e vivamente rosse, naso diritto, lungo, sottile, due occhi profondi, scuri, vellutati fra un arco di ciglia lunghe e folte, fronte alta, liscia, regale, un ovale piuttosto allungato e delle chiome d’ebano splendide come un serto d’onice. Non un gioiello, ma un corpo statuario e un’imponenza da regina.
La profetessa.
32Ecco che si alza puntando le mani lunghe, brunette, bellissime, congiunte al braccio da un polso sottile. Eccola di nuovo in piedi, contro il tronco scuro. Guarda in silenzio, ora, il Maestro, e scrolla il capo perché degli scribi le dicono: «Ti sbagli, o Sabea. Non è Lui il Messia, ma è quello che hai visto prima senza riconoscere».
33Ella scrolla il capo ferma, severa, e non toglie gli occhi dal Signore. E poi il suo viso si trasfigura in un’espressione che non so dire se di gioia fervida o di sonnolenza estatica. Ha dell’una e dell’altra cosa, perché pare trascolorare come in chi è prossimo a svenire, mentre tutta la vita si concentra negli occhi che si fanno luminosi di una luce di gioia, di trionfo, d’amore… Non so. Ridono quegli occhi? No, non ridono, come non ride la bocca severa. Eppure è una luce di gioia in loro, e sempre più quegli occhi acquistano una potenza di intensità che colpisce. Gesù la guarda con il suo sguardo mite, un poco mesto.
«Lo vedi che è una folle?», gli sussurra uno scriba.
Gesù non ribatte parola. La mano sinistra pendente lungo il fianco, la destra a tenersi raccolto il mantello sul petto, guarda e tace.
Il trono del Messia.
34E la donna apre la bocca e stende le braccia come prima. Sembra un’enorme farfalla dalle ali viola e il corpo d’avorio vecchio. E un nuovo grido esce dalle sue labbra: «O Adonai, Tu sei grande! Tu solo sei grande, o Adonai! Grande Tu sei e in Cielo e in Terra, e nel tempo e nei secoli dei secoli, e oltre il tempo, da sempre e per sempre, o Signore, Figlio del Signore. Sotto ai tuoi piedi sono i tuoi nemici, e regge il tuo trono l’amore di quelli che ti amano»[47].
35La voce si fa sempre più sicura e forte, mentre gli occhi si staccano dal volto di Gesù e guardano in un punto lontano, un poco al disopra delle teste che le stanno intorno attente e che ella, stando ritta contro il tronco del rovere, che è su un rialzo del suolo Come fosse su un basso argine, domina senza fatica.
36Dopo una pausa riprende: «Il trono del mio Signore è ornato delle dodici pietre delle dodici tribù dei giusti[48]. Nella grande perla che è il trono, il bianco prezioso trono splendente del santissimo Agnello, sono incastonati topazi con ametiste, smeraldi con zaffiri, e rubini con sardonici, e agate e crisoliti e berilli, onici, diaspri, opali. Quelli che credono, quelli che sperano, quelli che amano, quelli che si pentono, quelli che vivono e muoiono nella giustizia, quelli che soffrono, quelli che lasciano l’errore per la Verità, quelli che erano duri di cuore e miti si sono fatti in suo Nome, gli innocenti, i pentiti, quelli che si spogliano di ogni cosa per essere agili a seguire il Signore, i vergini dallo spirito splendente di luce simile ad un’alba del Cielo di Dio… Gloria al Signore! Gloria a Adonai! Gloria al Re assiso sul suo trono!».
37La voce è uno squillo. La gente è scossa da un fremito. La donna sembra veramente vedere quello che dice, quasi che la nube dorata, che naviga in un cielo sereno e che ella sembra seguire con lo sguardo rapito, le fosse lente per vedere le glorie celesti. Si riposa come stanca ma senza cambiare attitudine. Soltanto il suo viso si fa ancor più trasfigurato in pallore di epidermide e in fulgore di occhi.
Il Santo dei Santi chiuso nell’Uomo-Messia.
38E poi riprende a parlare abbassando lo sguardo su Gesù, che l’ascolta attento fra una cerchia di scribi, che crollano il capo scettici e schernitori, e di apostoli e seguaci pallidi di emozione sacra. Riprende a parlare a voce distinta ma meno alta: «Io vedo! Io vedo nell’Uomo ciò che si cela nell’Uomo. Santo è l’Uomo, ma il mio ginocchio si piega davanti al Santo dei Santi chiuso nell’Uomo»[49].
39La voce torna forte, imperiosa come un comando: «Guarda il tuo Re, o popolo di Dio! Conosci il suo Volto! La Bellezza di Dio ti è davanti[50]. La Sapienza di Dio ha preso una bocca per istruirti[51]. Non sono più i profeti, o popolo d’Israele, quelli che ti parlano dell’Innominabile. É Lui stesso[52]. Lui, che conosce il Mistero che è Dio, che ti parla di Dio. Lui, che conosce il Pensiero di Dio, che ti accosta al suo seno, o popolo ancor pargolo dopo tanti secoli, e ti nutre col latte della Sapienza di Dio per farti adulto in Dio.
La Madre del Messia.
40Per fare questo si è incarnato in un seno. In un seno di donna d’Israele, grande più al cospetto di Dio e degli uomini di ogni altra donna. Ella ha rapito il cuore di Dio con uno solo dei suoi palpiti di colomba[53]. La bellezza del suo spirito ha sedotto l’Altissimo ed Egli di Lei ha fatto il suo trono. Maria d’Aronne peccò perché in lei era il peccato[54]. Debora giudicò ciò che era da farsi, ma non operò con le sue mani[55]. Giaele fu forte, ma si sporcò di sangue[56]. Giuditta era giusta e temeva il Signore, e Dio fu nelle sue parole e le permise l’atto perché fosse salvato Israele, ma per amor di patria usò astuzia omicida[57].
41Ma la Donna che lo ha generato supera queste donne, perché è l’Ancella perfetta di Dio e lo serve senza peccare[58]. Tutta pura, innocente e bella, è il bell’Astro di Dio[59], dal suo sorgere al suo tramontare. Tutta bella, splendente e pura per essere Stella e Luna[60], Luce agli uomini per trovare il Signore. Non precede e non segue l’Arca santa come Maria d’Aronne, perché Arca è Ella stessa[61].
42Sulla torbida onda della Terra, coperta dal diluvio delle colpe[62], Ella scorre e salva[63], perché chi entra in Lei trova il Signore. Colomba senza macchia[64], esce e porta l’ulivo, l’ulivo di pace agli uomini, perché Ella è Uliva speciosa[65].
43Tace, e nel suo silenzio parla e opera più di Debora, Giaele e Giuditta[66], e non consiglia battaglia, non incita a stragi, non sparge altro sangue che il suo più eletto, quello col quale ha fatto il suo Figlio. Misera Madre! Madre sublime!…
44Temeva Giuditta il Signore, ma di un uomo era stato il suo fiore. Questa il suo fiore inviolato[67] ha dato all’Altissimo, e il Fuoco di Dio è sceso nel calice del giglio soave, e un seno di donna ha contenuto e portato[68] la Potenza, la Sapienza e l’Amore di Dio. Gloria alla Donna! Cantate, o donne d’Israele, le lodi di Lei![69]».
45La donna tace come fosse spossata la sua voce. Infatti non so come faccia a tenere quel timbro così forte.
La Donna preannunziata dai profeti.
46Gli scribi dicono: «È pazza! È pazza! Falla tacere. Pazza o posseduta. Imponi allo spirito che la tiene che se ne vada».
47«Non posso. Non c’è che spirito di Dio, e Dio non scaccia Sé stesso».
«Non lo fai perché ella loda Te e la Madre tua, e ciò solletica il tuo orgoglio».
48«Scriba, rifletti a ciò che sai di Me[70] e vedrai che Io non conosco l’orgoglio[71]».
49«Eppure solo un demonio può parlare in lei per celebrare così una donna… La donna! E che è in Israele e per Israele la donna? E che, se non peccato agli occhi di Dio? La sedotta e seduttrice[72]! Se non fosse fede, si stenterebbe a pensare un’anima nella femmina. Le è interdetto di accostarsi al Santo per la sua immondezza. E costei dice che Dio scese in lei! …», dice un altro scriba, scandalizzato, e i suoi compari gli fanno bordone.
50Gesù dice senza guardare nessuno in volto, pare che parli a Se stesso: «”La Donna schiaccerà la testa del Serpente[73]… La Vergine concepirà e partorirà un Figlio che sarà chiamato Emmanuele[74]… Un germoglio spunterà dalla radice di Jesse, un fiore verrà da questa radice e su Lui si riposerà lo Spirito del Signore”[75]. Questa Donna. Mia Madre. Scriba, per onore del tuo sapere, ricorda e comprendi le parole del Libro».
51Gli scribi non sanno che rispondere. Quelle parole sono state mille volte lette da loro e dette vere. Possono ora negarlo? Tacciono.
Ultima, delle voci che grida il delitto d’Israele.
Israele resiste al Messia.
52Uno ordina di accendere dei fuochi, perché il freddo si fa sentire presso le rive dove scorre il vento della sera. Ubbidiscono e dei falò di frasche fiammeggiano a corona intorno al gruppo serrato.
53La luce danzante del fuoco pare riscuotere la donna, che si era azzittita e che stava ad occhi chiusi come raccolta in sé stessa. Riapre gli occhi, si scuote. Guarda di nuovo Gesù e grida di nuovo: «Adonai! Adonai, Tu sei grande! Cantiamo al Divino un cantico nuovo! Shalem! Shalem! Malchich[76]!!… (scrivo così, ma l’h è aspirata come quasi un c detto da toscani). Pace! Pace! o Re al quale nulla resiste…»
54La donna tace di colpo. Gira gli occhi, per la prima volta da quando parla, su quelli che circondano Gesù, e fissa gli scribi come li vedesse per la prima volta, e senza un motivo apparente delle lacrime si formano nei suoi grandi occhi e il viso si fa triste e senza splendore.
55Parla lentamente, ora, e con voce profonda come chi parla di cose di dolore: «No. Vi è chi ti resiste! O popolo, ascolta! Da dopo il mio dolore, o popolo di Betlechi, mi hai sentito parlare. Dopo anni di silenzio e di dolore ho sentito e ho detto ciò che sentivo. Ora non sono più fra i verdi boschi di Betlechi, vergine vedova che trova nel Signore la sua unica pace. Non ho intorno soltanto i miei concittadini ai quali dire: “Temiamo il Signore perché l’ora è giunta di esser pronti alla sua chiamata. Facciamo bella la veste del cuore per non essere indegni al suo cospetto. Cingiamoci di fortezza perché l’ora del Cristo è ora di prova[77]. Purifichiamoci come ostie per l’altare perché si possa essere accolti da Colui che lo manda. Chi è buono si faccia più buono. Chi è superbo si faccia umile. Chi patisce lussuria si cavi la carne per potere seguire l’Agnello. L’avaro diventi benefattore perché Dio ci benefica nel suo Messia, e ognuno pratichi giustizia per poter appartenere al Popolo del Benedetto che viene”[78].
Sabea di Carmel teme il Signore ma non la morte.
56Ora io parlo davanti a Lui e davanti a chi crede in Lui, e anche davanti a chi non crede e deride il Santo e quelli che parlano e credono nel suo Nome e in Lui. Ma non ho paura. Voi dite che io sono folle, voi dite che in me parla un demonio. Io so che potreste farmi lapidare come bestemmiatrice[79]. So che ciò che dirò vi parrà insulto e bestemmia, e mi odierete. Ma non ho paura. Ultima, forse, delle voci che parlano di Lui prima della sua Manifestazione[80], avrò forse la sorte di molte altre voci, e non ho paura[81].
57Troppo lungo è l’esilio nel freddo e nella solitudine della Terra, per chi pensa al seno d’Abramo, al Regno di Dio che il Cristo ci apre, più santo del santo seno di Abramo[82]. Sabea di Carmel della stirpe di Aronne non teme la morte. Ma teme il Signore[83]. E parla quando Egli la fa parlare per non disubbidire al suo volere. E dice il vero perché parla di Dio con le parole che Dio le dà. Non temo la morte.
58Anche se mi direte demonio e mi lapiderete come bestemmiatrice, anche se il padre e la madre e i fratelli miei per questo disonore moriranno, io non tremerò di paura e di pena.
59So che il demonio non è in me perché in me tace ogni fomite, e tutta Betlechi lo sa. So che le pietre non potranno che mettere una sosta più breve di un respiro al mio canto, e dopo al mio canto sarà dato più ampio respiro nella libertà d’oltre Terra. So che il dolore di quelli del mio sangue Dio lo conforterà, e sarà breve, mentre eterno sarà poi il loro gaudio di parenti martiri di una martire. Non temo la vostra morte, ma quella che mi verrebbe da Dio se non l’ubbidissi. E parlo. E dico ciò che mi vien detto. O popolo ascolta, e ascoltate voi, scribi d’Israele».
Il delitto d’Israele.
60Alza di nuovo la voce accorata e dice: «Una voce, una voce viene dall’alto e grida nel mio cuore. E dice: “L’antico Popolo di Dio non può cantare il nuovo cantico perché non ama il suo Salvatore[84]. Canteranno il cantico nuovo i salvati di ogni nazione, quelli del Popolo nuovo del Cristo Signore, non quelli che odiano il mio Verbo”[85]…
61Orrore! (dà veramente un urlo che fa rabbrividire). La voce dà luce, la luce dà vista! Orrore! Io vedo!». L’urlo è quasi un ululo. Ella si torce come fosse tenuta fissa davanti ad uno spettacolo tremendo che le torturasse il cuore e cercasse di porvi termine con la fuga. Il mantello le scivola dalle spalle ed ella rimane nella sua veste bianca contro il gran tronco nero. Nella luce, che si riduce lentamente nel riflesso verde del bosco e in quello rossastro e danzante delle fiamme, il suo viso acquista una tragicità potente.
62Delle ombre si formano sotto gli occhi, intorno alle narici, sotto il labbro. Pare un volto scavato dal dolore. Si torce le mani ripetendo più piano: «Io vedo! Io vedo!», e beve le sue lacrime mentre continua: «Io vedo i delitti di questo mio popolo[86]. E sono impotente a fermarli. Io vedo il cuore dei miei compatrioti[87] e non lo posso mutare. Orrore! Orrore! Satan ha lasciato i suoi luoghi ed è venuto a prender dimora nel cuore di questi[88]».
«Falla tacere!», ordinano gli scribi a Gesù.
«Avete promesso di lasciarla parlare…», risponde Gesù.
Il Deicidio d’ Israele.
63La donna continua: «Volto a terra, nel fango, o Israele che ancora sai amare il Signore. Copriti di cenere, vestiti di cilicio[89]. Per te! Per loro! Gerusalemme! Gerusalemme, salvati! Io vedo una città che tumultua chiedendo un delitto[90]. Io sento, io sento l’urlo di quelli che invocano con odio un sangue su loro[91]. Io vedo innalzare la Vittima nella Pasqua di Sangue e fluire quel Sangue, e gridare quel Sangue più del sangue d’Abele[92], mentre si aprono i cieli e la terra si scuote e il sole si oscura. E quel Sangue non grida vendetta, ma prega pietà per il suo Popolo uccisore, pietà per noi[93]! Gerusalemme!!! Convertiti! Quel Sangue! Quel Sangue! Un fiume! Un fiume che lava il mondo guarendo ogni male[94], cancellando ogni colpa[95]… Ma per noi, per noi d’Israele, quel Sangue è fuoco, per noi è scalpello che scrive sui figli di Giacobbe il nome di deicidi e la maledizione di Dio[96]. Gerusalemme! Abbi pietà di te stessa e di noi! …»
64«Ma falla tacere, ti ordiniamo!», urlano gli scribi mentre la donna singhiozza coprendosi il volto.
«Non posso imporre alla Verità di tacere».
65«Verità! Verità! È una folle che delira! Che Maestro sei, se prendi per verità le parole di una delirante?».
66«E che Messia sei se non sai far tacere una donna?».
67«E che Profeta sei se non sai porre in fuga il demonio? Eppure altre volte lo hai fatto!».
68«Lo ha fatto, sì. Ma ora non gli conviene. È tutto un ben congegnato giuoco per intimorire le turbe!».
Ululo, pianto e voce dei profeti.
69«E avrei scelto quest’ora, questo luogo e questo pugno d’uomini per farlo, quando potevo farlo in Gerico, quando ho avuto cinque e più di cinquemila persone che mi hanno seguito e circondato più volte, quando il recinto del Tempio è stato ristretto per accogliere tutti quelli che mi volevano sentire? E può forse il demonio dire parole di sapienza? Chi di voi, in coscienza, può dire che un errore è uscito da quelle labbra? Non risuonano sulle sue labbra, con voce di donna, le terribili parole dei profeti? Non sentite l’ululo di Geremia e il pianto di Isaia e degli altri profeti? Non sentite la voce di Dio attraverso alla creatura, la Voce che cerca di farsi accogliere per vostro bene? Me, non mi ascoltate. Parlo, potete pensarlo, in mio favore. Ma costei, che mi è ignota, quale favore spera da queste parole? Che ne avrà, se non il vostro disprezzo, le vostre minacce, forse la vostra vendetta? No, che non le impongo silenzio! Anzi, perché questi pochi la sentano, e voi pure sentiate e possiate ravvedervi, le ordino: “Parla! Parla, ti dico, in nome del Signore!”».
70Ora è Gesù che è imponente, è il Cristo potente delle ore di miracolo, dai grandi occhi magnetici nel loro splendore di stella azzurra, che la fiamma di un falò, acceso fra la donna e Lui, ravviva ancor di più.
L’ira di Dio contro Israele.
Allegoria del Giordano in piena.
71La donna, invece, oppressa dal dolore, è meno regale e sta a capo chino col viso velato dalle mani e dai capelli neri, che si sono disciolti e le piovono sulle spalle e in avanti, come un velo di lutto sulla veste bianca.
72«Parla, ti dico. Non sono senza frutto le tue dolorose parole. Sabea, della stirpe d’Aronne, parla!».
73La donna ubbidisce. Ma parla piano, tanto che tutti si stringono più vicino per sentirla meglio. Pare che parli a sé stessa, guardando verso il fiume che scorre frusciando alla sua destra con un ultimo sfaccettìo d’acque, nelle ultime luci del giorno.
74E pare che parli al fiume: «O Giordano, sacro fiume dei padri[97], che hai l’onda cerula e cresputa come un bisso prezioso, e vi rifletti le pure stelle e la candida luna, e carezzi i salici delle tue rive, e fiume di pace sei, e pur conosci tanto dolore; o Giordano, che nelle ore di tempesta sull’onde gonfie e turbate trasporti le arene di mille torrenti e le loro rapine, e talvolta tronchi un tenero arbusto su cui è un nido e lo trasporti vorticoso verso l’abisso mortale del mar Salato, e non hai pietà della coppia di uccelli che seguono a volo, stridendo di dolore, il loro nido distrutto dalla tua rapina; così vedrai, o sacro Giordano, percosso dall’ira divina, strappato alle case e all’altare, andare alla rovina, perendo nella morte più grande, andare il popolo che non volle il Messia.
Il Messia è Re di tutte le anime.
75Popolo mio, salvati! Credi nel tuo Signore! Segui il tuo Messia! Riconoscilo per ciò che è. Non re di popoli e milizie. Re delle anime, delle tue anime, di tutte le anime è. Disceso a raccogliere le anime giuste, risalirà per condurle nel Regno eterno. O voi che ancora potete amare, stringetevi al Santo! O voi che avete a cuore le sorti della Patria, unitevi al Salvatore! Che tutto non muoia il seme d’Abramo! Fuggite i falsi profeti dalle bocche di menzogna e i cuori di rapina che vogliono strapparvi alla Salvezza. Uscite dalle tenebre che vi innalzano intorno. Ascoltate la voce di Dio! I grandi che oggi temete sono già polvere, nel decreto di Dio. Uno solo è il Vivente.
76I luoghi nei quali regnano e dai quali opprimono sono già rovine. Uno solo dura. Gerusalemme! Dove sono gli orgogliosi figli di Sion dei quali ti vanti? Dove i rabbi e i sacerdoti dei quali ti orni e nei quali ti ammiri?
77Guardali! Oppressi, in catene, vanno verso l’esilio, fra le macerie dei tuoi palazzi, fra il fetore dei morti di spada e di fame[98]. Su te è il furore di Dio, o Gerusalemme che respingi il tuo Messia e lo colpisci nel volto e nel cuore. Ogni bellezza è in te distrutta. Ogni speranza per te è morta. Profanato è il Tempio e l’altare…».
Il Messia è sacerdote eterno.
«Falla tacere! Bestemmia! Falla tacere, diciamo».
78«…strappato è l’efod. Non serve più[99]…».
«Sei colpevole se non le imponi silenzio!»
79«…perché non regna più. Vi è un altro, eterno Pontefice, ed è santo, e messo da Dio: Re e Sacerdote in eterno, da Colui che fa sue le offese fatte al Cristo e ne fa le vendette. Un altro Pontefice. Il vero, il santo, unto da Dio e dal suo Sacrificio[100], al posto di quelli sulla cui fronte è un disdoro la tiara, perché copre pensieri d’orrore!…».
80«Taci, maledetta! Taci, o ti colpiamo!», e gli scribi la malmenano rudemente. Ma lei pare non senta.
Futuro di un popolo maledetto.
81Il popolo tumultua: «Lasciatela parlare, voi che parlate tanto. Dice il vero. Così è. Non c’è più santità fra voi. Uno solo è il Santo e voi lo angariate».
82Gli scribi reputano prudente tacere, e la donna prosegue con la sua voce stanca e dolente: «Era venuto a portarti la pace. E guerra gli hai dato… Salute. E tu lo hai schernito… Amore. E lo hai odiato… Miracolo. E lo hai detto demonio… Le sue mani hanno guarito i tuoi malati. E tu le hai trafitte. Ti portava la Luce. E tu hai coperto di sputi e lordure il suo volto. Ti portava la Vita. E tu gli hai dato la morte.
83Israele, piangi il tuo fallo e non imprecare al Signore mentre vai verso il tuo esilio, che non avrà termine come quelli di un tempo. Tutta la Terra scorrerai, Israele, ma come popolo vinto e maledetto, inseguito dalla voce di Dio, e con le stesse parole dette a Caino[101]. E qui non potrai tornare a ricostruire un solido nido se non quando riconoscerai con gli altri popoli che questo è Gesù, il Cristo, il Signore Figlio del Signore…».
84La voce della donna è bianca di pena e fatica, stanca come la voce di uno che muore. Ma non tace ancora, anzi si rianima per un ultimo comando: «A terra, popolo che sai ancora amare. Copriti di cenere, vestiti di cilicio. Il furore di Dio è sospeso su noi come nube gravida di grandine e folgori su un campo maledetto».
85La donna crolla in ginocchio, a braccia tese verso Gesù, e grida: «Pace, pace, o Re di giustizia e di pace! Pace, o Adonai grande e potente, al quale neppure il Padre resiste! Impetra per noi pace, per il tuo Nome, o Gesù, Salvatore e Messia, Redentore e Re, e Dio, tre volte santo[102]!», e si abbatte, scossa dai singhiozzi, col viso sull’erba.
I profeti ci saranno sempre.
Bocca di serpente.
86Gli scribi circondano Gesù tirandolo in disparte e allontanando ogni altro con sguardi e parole minacciose, e uno di essi dice: «Il meno che Tu possa fare è di guarirla. Perché, se proprio vuoi dirla libera da un demonio, non puoi negare che sia una malata. Donne!… E donne sacrificate dal destino… La loro vitalità deve bene effondersi da qualche parte… e divagano… e vedono cose irreali… e soprattutto vedono Te che sei giovane e bello… e.…».
87«Taci, bocca di serpente! Tu stesso non credi a ciò che dici», scatta Gesù con un impero che tronca le parole sulle labbra dello scriba magro e nasuto, che all’inizio del fatto aveva schernito la donna come falsa profetessa.
88«Non offendiamo il Maestro. Lo abbiamo eletto a giudice di un caso che noi non riusciamo a giudicare…», dice un altro scriba, quello che, andato con gli altri incontro a Gesù sulla via, ha detto a Gesù che non tutti gli scribi gli sono avversi, ma alcuni l’osservano anche per giudicare e con sincera volontà di seguirlo se giudicato Dio.
89«Ma taci, Gioele detto Alamot, figlio di Abia! Solo un mal nato come te può dire queste parole», lo investono gli altri.
90Lo scriba diventa congestionato sotto l’insulto. Ma si domina e risponde con dignità: «Se natura mi è stata nemica nella persona, ciò non ha reso monco il mio intelletto. Anzi, precludendomi molti piaceri, ha fatto di me l’uomo di sapienza. E se voi foste santi non avvilireste l’uomo, ma rispettereste il sapiente».
Serpenti accecati da superbia.
91«Bene! Parliamo di ciò che ci preme. Tu hai il dovere di guarirla, Maestro, perché nel suo delirio spaventa la gente e offende il sacerdozio, i farisei e noi».
92«Se vi avesse lodato, mi direste di guarirla?», domanda Gesù dolcemente.
«No. Perché servirebbe a rendere la gente rispettosa di noi, questo popolo caprino che ci odia nel suo cuore e ci schernisce sol che possa», risponde uno scriba senza avvedersi di cadere in una trappola.
93«Ma non sarebbe ancora una malata? Non avrei dovere di guarirla?», chiede ancora dolcemente Gesù. Sembra uno scolaro che chieda al pedagogo ciò che deve fare. E gli scribi, accecati da superbia, non capiscono che stanno confessando sé stessi…
«In quel caso, no. Anzi! Lasciarla, lasciarla nel suo delirio! Fare quanto si può perché la gente la creda profetessa. Onorarla! Indicarla…»
94«Ma se fossero cose non vere?!…»
«Oh! Maestro! Tolto il punto nel quale dice cose contro noi, il resto servirebbe molto a rialzare l’orgoglio d’Israele contro il romano, a tenere basso l’orgoglio del popolo verso di noi!».
«Ma non si potrebbe dirle: Parla così, ma non dire questo”», dice fermamente Gesù.
«E perché?».
95«Perché chi delira parla senza sapere ciò che dice».
«Oh! con delle monete e qualche minaccia… si otterrebbe tutto. Si regolavano anche i profeti…».
«Non mi risulta, in verità…».
«Eh! perché non sai leggere fra le righe e perché non tutto è stato lasciato scritto».
96«Ma lo spirito profetico non conosce imposizioni, o scriba. Esso viene da Dio, e Dio non si compera e non si spaurisce», dice Gesù cambiando tono. È l’inizio del suo contrattacco.
«Ma costei non è profetessa. Non è più tempo di profeti».
97«Non è più tempo di profeti? E perché?».
«Perché non ce li meritiamo. Siamo troppo corrotti».
98«Veramente? E tu lo dici? Tu che poc’anzi la giudicavi degna di castigo perché diceva la stessa cosa?».
Lo scriba resta disorientato. Lo aiuta un altro: «Il tempo dei profeti è cessato con Giovanni. Non servono più».
«E perché mai?».
«Perché Tu ci sei a dire la Legge e a parlare di Dio».
«Anche al tempo dei profeti c’era la Legge e la Sapienza parlava di Dio. Eppure essi pure c’erano».
«Ma che profetizzavano? La tua venuta. Venuto sei. Essi non servono più».
99«Cento e cento volte mi sono sentito chiedere da voi, da sacerdoti e farisei, se ero o non ero il Cristo, e poiché lo affermavo fui detto bestemmiatore e folle, e furono prese pietre per lanciarmele contro. Non sei tu Sadoc, detto lo scriba d’oro?», dice Gesù indicando lo scriba nasuto che ha malmenato la donna dopo averla tentata allo sbaglio.
«Lo sono. Ebbene?».
I Profeti ci saranno sempre.
100«Ebbene, tu, proprio tu, sei sempre stato il primo, a Giscala come al Tempio, ad iniziare la violenza contro di Me. Ma Io ti perdono. Ti ricordo soltanto che tu lo facevi dicendo che non potevo essere il Cristo, mentre ora lo sostieni. E ti ricordo anche la sfida che ti ho data a Cèdes. Fra poco vedrai compiersi una parte di essa. Quando la luna sarà tornata alla fase con cui ora splende nel cielo, Io te la darò la prova. La prima. L’altra l’avrai quando il grano, che ora dorme nella terra, scuoterà le spighe ancor verdi ai venticelli di nisam.
101Ma a quelli che dicono che sono inutili i profeti, rispondo: “E chi potrà mettere limiti al Signore Altissimo?”. In verità, in verità vi dico che i profeti sempre ci saranno fino a che ci saranno gli uomini. Sono le fiaccole fra le tenebre del mondo. Sono i focolari fra il gelo del mondo. Sono gli squilli di tuba che sveglieranno gli assonnati. Sono le voci che ricordano Dio e le sue verità cadute in dimenticanza e trascuranza col tempo, e portano all’uomo la voce diretta di Dio, suscitando fremiti di emozione nei dimentichi, negli apatici figli dell’uomo.
102Avranno altri nomi, ma uguale missione e uguale sorte di umano dolore e di sovrumano godere. Guai se non ci fossero questi spiriti che il mondo odierà e Dio sovramerà! Guai se non ci fossero a patire e perdonare, amare e operare in obbedienza al Signore! Il mondo perirebbe fra le tenebre, il gelo, in un sopore di morte, in una ebetudine, in una ignoranza selvaggia e abbrutente.
103E perciò Dio li susciterà, e sempre ci saranno. E chi potrà imporre a Dio di non farlo? Tu, Sadoc? o tu? o tu? In verità vi dico che neppur gli spiriti di Abramo, Giacobbe e Mosè, di Elia ed Eliseo potrebbero imporre a Dio questa limitazione, e solo Dio sa quanto erano santi e quali luci eterne essi siano».
Sabea confermata profetessa.
104«Allora Tu non vuoi guarire la donna e neppure condannarla?».
«No».
105«E la giudichi profetessa?».
«Ispirata, sì».
106«Sei un demonio come lei. Andiamo. Non ci conviene perdere altro tempo con dei demoni», dice Sadoc dando un urtone da… facchino a Gesù, per scansarlo.
Molti lo seguono. Alcuni restano. Fra questi, quello che hanno chiamato Gioele Alamot.
107«E voi non li seguite?», chiede Gesù indicando quelli che se ne vanno.
«No, Maestro. Andremo via perché è notte. Ma vogliamo dirti che crediamo nel tuo giudizio. Dio può tutto, è vero. E per noi, che cadiamo in molte colpe, può suscitare degli spiriti che ci richiamino alla giustizia», dice uno molto anziano.
108«Hai detto bene. E questa tua umiltà è più grande agli occhi di Dio del tuo sapere».
109«Allora ricordati di me quando sarai nel tuo Regno».
«Sì, Giacobbe».
«Come sai il mio nome?». Gesù sorride senza rispondere.
110«Maestro, anche di noi ricordati», dicono gli altri tre. E l’ultimo a parlare, Gioele Alamot, dice anche: «E benediciamo il Signore che ci ha dato quest’ora».
«Benediciamo il Signore!», risponde Gesù.
Si salutano. Si separano.
Solidarietà del Messia
111Gesù si riunisce ai suoi apostoli e va con essi presso la donna, che ha ripreso ancora la posizione che aveva all’inizio: raggomitolata in sé stessa sulla radice sporgente.
112La madre e il padre di lei affannosamente chiedono al Maestro: «È dunque un demonio nostra figlia? Essi prima di andarsene lo hanno detto».
113«Non lo è. Abbiate pace. E amatela perché la sua sorte è molto dolorosa. Come tutte le sorti simili alla sua».
«Ma essi hanno detto che così Tu hai giudicato…».
114«Essi hanno mentito. Io non mento. Abbiate pace».
Giovanni d’Efeso si fa avanti con Salomon e gli altri discepoli: «Maestro, Sadoc ha minacciato costoro. Io te lo dico».
«Costoro o costei?».
«Costoro e costei. Non è vero, voi due?».
115«Sì. Ci hanno detto, a me e alla madre, che se non sapremo far tacere la figlia nostra, guai a noi. E a Sabea hanno detto: “Se parlerai ti denunceremo al Sinedrio”[103]. Giorni cattivi prevediamo per noi… Ma il cuore è in pace per quello che Tu ci hai detto… e sopporteremo il resto. Ma per lei… Che dobbiamo fare? Consigliaci, Signore».
116Gesù pensa e risponde poi: «Non avete parenti lontani da Betlechi?».
«No, Maestro».
117…Gesù pensa e poi alza il volto e guarda Giuseppe, Giovanni d’Efeso e Filippo di Arbela. Ordina: «Vi metterete in viaggio con costoro e poi da Betlechi con costei e il corredo di costei andrete ad Aera. Direte alla madre di Timoneo che la custodisca in mio nome. Ella sa cosa è avere un figlio perseguitato».
118«Faremo, Signore. Ben deciso. Aera è lontana e fuori mano», dicono i tre.
119Il padre e la madre di Sabea baciano le mani al Maestro e lo ringraziano e benedicono.
Le virtù del profeta.
120Gesù si curva sulla donna e la tocca sul capo velato chiamandola con dolcezza: «Sabea, ascoltami!».
121La donna alza il capo e lo guarda e poi scivola in ginocchio.
122Gesù le tiene la mano sul capo: «Ascolta, Sabea. Tu andrai dove ti mando. Da una madre. Avrei voluto mandarti dalla mia. Ma non m’è concesso. E continua a servire il Signore in giustizia e ubbidienza. Io ti benedico, donna. Va’ in pace».
123«Sì, mio Signore e Dio. Ma quando dovrò parlare, potrò? …».
124«Lo Spirito che ti ama ti guiderà a seconda dell’ora. Non temere del suo amore. Sii umile, casta, semplice e sincera, ed Egli non ti abbandonerà. Va’ in pace!».
125Si riunisce di nuovo agli apostoli ed a Zaccheo coi suoi, che si erano fermati lontano qualche passo trattenendo anche altri curiosi.
126«Andiamo. È notte. Non so come farete a tornare a Gerico, voi che dovete andare là».
127«Piuttosto la donna e i suoi parenti, diciamo. Ma, se Tu lo giudichi buono, noi staremo fuori della casa, e Tu e loro potrete dormire in essa sino al mattino», propone uno degli amici di Zaccheo.
128«Buona proposta. Andate a dire a Sabea di venire con i suoi e con i discepoli. Essi dormiranno. Io starò con voi. Non è notte ventosa. Faremo dei fuochi e attenderemo l’alba così, istruendovi Io, ascoltandomi voi».
130E lentamente si mette in cammino nel primo chiarore di luna…
10. A Nobe, il
conforto materno di Elisa
e il ritorno inquietante di
Giuda
Iscariota[104].
Il conforto materno di Elisa.
Elisa, una donna giusta.
1«Sì, Maestro! Giuda di Keriot è qui da molti giorni. È venuto una sera che era sabato. Pareva stanco e trafelato. Diceva di averti perduto per le vie di Gerusalemme e di essere corso a cercarti in tutte le case dove solitamente vai. Qui veniva ogni sera. Fra poco qui sarà. Al mattino se ne va, e dice di andare nelle vicinanze a predicarti».
2«Va bene, Elisa… E tu lo hai creduto?».
«Maestro, Tu sai che non amo quell’uomo. Se avessero dovuto essere così i miei figli, avrei pregato l’Altissimo di prendermeli. Non ho creduto, no, alle sue parole. Ma per amor tuo ho tenuto in me il mio giudizio… E sono stata materna con lui. Almeno così ho ottenuto che tornasse qui ogni sera».
3«Hai fatto bene». Gesù la guarda molto fissamente e chiede improvvisamente: «Dove è Anastasica?».
Elisa si copre di un rossore violaceo, di persona anziana, ma con franchezza risponde: «A Betsur».
4«Hai fatto bene anche per questa cosa. E, ti prego, compatisci l’uomo».
5«È perché lo compatisco che ho voluto smorzare l’incendio prima che divampasse con scandalo o, quanto meno, impaurendo la figlia».
«Dio ti benedica, donna giusta…».
Elisa offre conforto materno al Messia.
6«Soffri molto, Maestro?».
«Soffro. È vero. Ad una madre lo posso dire».
7«Ad una madre lo puoi dire… Se non fossi Gesù, il Signore, vorrei raccogliere il tuo capo stanco sulla mia spalla e stringere il tuo cuore afflitto sul mio cuore. Ma Tu sei tanto santo che non può una donna, che non sia tua Madre, toccarti…»
8«Elisa, buona amica di mia Madre e madre buona, il tuo Signore presto sarà toccato da mani molto meno sante delle tue, e baciato… oh!… E dopo, altre mani… Elisa, se ti fosse concesso di toccare il Santo dei Santi, con quale spirito lo faresti? Te ne asterresti forse, se la voce di Dio, fra la nuvola degli incensi, ti chiedesse amore per avere finalmente una carezza d’amore dopo tanti che lo accostano senza amore?»
9«Mio Signore! Ma se Dio me lo chiedesse, a ginocchioni andrei a coprire di baci il luogo santo, e volesse Iddio essere soddisfatto, consolato dell’amor mio!».
10«E allora, Elisa, buona amica di mia Madre, e fedele e buona discepola del tuo Salvatore afflitto, lasciami appoggiare il capo sul tuo cuore, perché il mio cuore è afflitto fino a provare pene di morte».
11E Gesù, stando seduto dove è, presso Elisa che gli è vicina, in piedi, appoggia realmente la fronte contro il petto della vecchia discepola, e delle lacrime silenziose scivolano lungo la veste scura della donna, che non può trattenersi dall’appoggiare la mano sul capo reclinato sul suo cuore, e poi, sentendo cadere lacrime sui suoi piedi, nudi nei sandali, si china a sfiorare con un bacio i capelli di Gesù, e piange silenziosamente a sua volta, alzando gli occhi verso il cielo in una muta preghiera. Sembra lei una molto anziana Madre Dolorosa. Non tenta altre parole né altri gesti. Ma e così “madre” in quel suo atto che più non potrebbe esserlo.
12Gesù alza il volto e la guarda. Ha un pallido sorriso e dice: «Dio ti benedica per la tua pietà. Oh! è ben necessaria una madre quando il dolore soverchia le forze dell’uomo!».
13Si alza in piedi. Guarda ancora la discepola e dice: «Quest’ora resta fra Me e te, in tutte le sue parti. Sono venuto avanti da solo, per questo».
14«Sì, Maestro. Ma Tu non puoi più rimanere solo. Fa’ venire tua Madre».
15«Fra due lune sarà con Me…», e sta per dire qualche altra cosa quando abbasso, nella cucina, risuona la voce forte, sempre un poco spavalda e ironica, di Giuda di Keriot
11. A Nobe, malati e pellegrini da ogni regione. Valeria e il divorzio. Guarigione del piccolo Levi[105].
Malati e pellegrini da ogni regione.
Fede di un navigante di Tiro.
1Gesù è framezzo a dei malati o a dei pellegrini venuti a Lui da molte parti della Palestina. Vi è persino un navigante di Tiro, che un infortunio di mare ha reso paralizzato e che racconta la sua vicenda: la caduta di un carico per il rollio della nave, e le mercanzie pesanti lo hanno investito e colpito nella schiena. Non è morto, ma è più che un morto, perché, tutto perso come è, obbliga i parenti a non lavorare per curarlo. Dice di essere andato con essi a Cafarnao e poi a Nazareth e di aver saputo da Maria che Egli era in Giudea e precisamente a Gerusalemme. «Mi ha dato i nomi degli amici che ti potevano ospitare. E un galileo di Sefori mi ha detto che stai qui. E sono venuto. So che Tu non disprezzi nessuno, neppure i samaritani. E spero che mi esaudirai. Ho tanta fede». La moglie non parla. Ma, stando accoccolata presso lo strapuntino sul quale hanno deposto il malato, guarda Gesù con degli occhi che supplicano più di ogni parola.
2«Dove sei stato colpito?».
«Sotto al collo. Proprio lì ho avuto l’urto più forte e ho sentito un rumore nel capo, come di bronzo percosso, che poi si è mutato in un continuo muggire di mare in tempesta, e luci, luci d’ogni colore hanno preso a danzare davanti a me… Poi non ho sentito più niente per molti giorni. Eravamo in navigazione nelle acque di Cintium e mi sono ritrovato a casa senza sapere come. E ho ritrovato il muggito nel capo e le luci negli occhi per giorni e giorni. Poi è passato… ma le braccia sono rimaste morte e così le gambe. Un uomo finito a quarant’anni. E ho sette figli, Signore».
Miracolo di ossa fratturate che si rinsaldano.
3«Donna, solleva tuo marito e scopri il punto colpito».
La donna ubbidisce senza parlare. Con mosse destre e materne, aiutata da chi è venuto con lei, non so se fratello o cognato, insinua un braccio sotto le spalle del consorte, mentre con l’altra mano sostiene il capo e, con la delicatezza con la quale volterebbe un neonato, solleva il corpo pesante dal lettuccio. Una cicatrice, rossa ancora, segna il punto della maggior ferita.
4Gesù si china. Tutti allungano il collo per guardare. Gesù appoggia la punta delle dita sulla cicatrice dicendo: «Voglio!».
5L’uomo ha una scossa, come se l’avesse toccato una corrente elettrica[106], e un grido: «Che fuoco!».
6Gesù stacca le dita dalle vertebre lese e dice: «Sorgi!».
7L’uomo non se lo fa dire due volte. Puntare le braccia, da mesi inerti sul lettuccio, scuotersi per liberarsi da chi lo sostiene, gettare le gambe giù dalla bassa barellina e sorgere in piedi è fatto in molto meno tempo di quanto io ne abbia usato a descrivere le fasi del miracolo.
8La moglie grida, il parente grida, l’uomo guarito alza le braccia al cielo, ammutolito dalla gioia. Un attimo di sbalordita gioia, poi gira su sé stesso, sicuro come l’uomo più agile, e si trova viso a viso con Gesù. Allora ritrova la voce e grida: «Benedetto Te e chi ti ha mandato! Io credo nel Dio d’Israele e in Te, suo Messia», e si getta a terra a baciare i piedi di Gesù fra l’urlo della gente.
Poi gli altri miracoli, su fanciullini, donne, vecchi, per lo più. Poi Gesù parla.
Il Pastore universale. (discorso)
Utilità del miracolo.
9«Avete visto il miracolo di ossa fratturate che si rinsaldano e di membra morte che tornano vive. Questo vi ha concesso il Signore di vedere, per confermare la fede in quelli che credono e suscitarla in quelli che non l’hanno. E il miracolo è stato concesso a gente di ogni luogo, venuta qui alla ricerca della salute, spinta dalla fede nella mia virtù sanatrice.
10Sono qui giudei e galilei, libanesi e siro-fenici, abitanti della lontana Batanea e delle coste marine. E tutti sono venuti incuranti della stagione e della lunghezza del percorso, e i parenti li hanno accompagnati senza mormorare, senza rammaricarsi dei lavori lasciati sospesi o dei commerci abbandonati. Perché ogni sacrificio era nulla rispetto a ciò che andavano ad ottenere. E, come sono caduti gli egoismi e le incertezze dell’uomo, così sono cadute le idee politiche o religiose che prima costituivano come una muraglia messa ad impedimento per considerarsi tutti fratelli, tutti uguali nel vivere e nel patire, nel desiderare e sperare salute e conforto. Ed Io, a tutti coloro che hanno saputo unificarsi in una speranza che è già fede, ho concesso salute e conforto. Perché è giusto che sia così.
Uguaglianza assoluta.
11Io sono il Pastore universale e devo accogliere tutte le pecorelle che vogliono entrare nel mio gregge. Io non faccio distinzione fra pecore sane e malate, fra pecore deboli e forti, fra pecore che mi conoscono, perché già del gregge di Dio, e pecore che sino ad ora non mi conoscevano e non conoscevano neppure il vero Dio. Perché Io sono il Pastore dell’Umanità e prendo le mie pecore da ogni luogo dove esse si trovano e si dirigono a Me. Sono pecore magre, sporche, avvilite, ignoranti, percosse da pastori che non le hanno amate e le hanno respinte dicendole immonde? Non c’è immondezza che non possa essere mondata. E non c’è immondezza che, volendosi mondare e chieda aiuto per esserlo, possa essere respinta con la scusa che è tale.
Lo Spirito di Dio desidera effondersi.
12I buoni desideri è Dio che li suscita. Se li suscita, segno è che desidera si mutino in realtà. É lo stesso Spirito di Dio che chiede con preghiere ineffabili[107] questo assorbimento di tutti gli uomini da parte dell’Amore, perché lo Spirito di Dio desidera effondersi e arricchirsi. Effondersi amando un numero sconfinato di esseri, appena sufficienti a dare ristoro alla sua infinità d’Amore, e arricchirsi dell’amore di un numero sconfinato di esseri attratti a Lui dalla dolcezza dei suoi profumi. Non è perciò lecito ad alcuno sprezzare e respingere chi vuole entrare nel gregge santo.
Volere la libertà dal peccato.
13Questo, per quelli fra voi che possono coltivare nel cuore le idee di molto Israele, idee di distinzioni e di giudizi non amati da Dio, perché contrari al suo disegno di fare di tutti i popoli un unico Popolo che porti il Nome del Messia da Lui mandato. Però ora parlo anche a quelli venuti da fuori, alle pecore finora selvagge e che sentono desiderio di entrare nel gregge unico dell’unico Pastore. E dico: nulla le sconfidi, nulla le avvilisca. Non c’è paganesimo, non c’è idolatria, non c’è vita disforme a quella che Io insegno, che non possano essere rinnegate e respinte, permettendo allo spirito di rifarsi nuovo, libero da ogni mala pianta, onde essere atto a ricevere le nuove sementi e a rivestirsi delle nuove assise.
Il primo miracolo da chiedere: il Regno di Dio.
14E questo, più ancora della salute per le membra, dovrebbe spingere i popoli a Me. Come -e serva tanto per ebrei di Palestina, come per ebrei e proseliti della Diaspora, come per gentili- come sapete venire a Me perché sia levato alle vostre carni malate il giogo delle infermità, così sappiate venire perché sia levato dal vostro spirito il giogo del peccato o del paganesimo. Dovreste tutti chiedermi per prima cosa, e desiderare con tutte le vostre forze, di essere liberati da ciò che vi fa schiavo lo spirito di forze cattive che lo dominano. Dovreste volere per prima cosa questa liberazione, volere il Regno di Dio in voi per primo miracolo. Perché, avuto questo Regno in voi, ogni altra cosa sarà data, e data in modo che il dono non pesi come un castigo nell’altra vita.
15Non avete riflettuto a intemperie, fatiche, perdite di denaro, pur di ottenere la salute delle membra che, se anche guarite oggi, in un prossimo domani periranno per morte fisica. Con lo stesso cuore dovreste sapere affrontare ogni cosa pur di ottenere salute allo spirito, e Vita eterna, e possesso del Regno di Dio. Scherni e minacce di parenti o di concittadini, o di potestà, che sono rispetto a quello che avrete tutti, di qualchesia luogo veniate, se saprete venire alla Verità e alla Vita? Chi lascerebbe di andare in un luogo, dove sapesse che lo attende una vita felice, per trattenersi un giorno ad una festa che cessa al tramonto? Eppure molti così fanno. E per saziarsi, per una frazione di tempo, delle insipide e inutili gioie del mondo, lasciano di accorrere al luogo dove troverebbero per sempre vero cibo, vera salute, vera gioia, e senza paure di vedersela strappare da odio nemico.
16Nel Regno di Dio non è odio, non guerra, non soprusi. Chi vi sa entrare non conosce più dolore, ansia, sopraffazione, ma possiede la pace gaudiosa che emana dal Padre mio.
17Io vi congedo. Andate. Tornate ai vostri paesi. Ormai i miei discepoli sono numerosi e sparsi per ogni regione palestinese. Ascoltateli, se volete conoscere la mia Dottrina ed essere pronti al giorno della decisione dalla quale dipenderà la vita eterna di molti. Vi do la mia pace perché venga con voi».
Infinita stanchezza del Messia.
Illimitata stanchezza corporale.
18E Gesù, benedetta che ha la folla, rientra in casa… Gli apostoli restano ancora fuori per qualche tempo, poi rientrano per il pasto perché il sole, alto nel cielo, dice che è mezzogiorno.
19Seduti alla rustica tavola, dopo la benedizione del cibo, composto di formaggelle e radicchi lessati conditi con olio, parlano degli avvenimenti del mattino, e si felicitano che il numero dei discepoli evangelizzatori sia ormai tale da sollevare il Maestro dalla fatica di parlare continuamente nelle condizioni di stanchezza in cui si trova.
20Infatti Gesù si è fatto ancor più magro in questi ultimi tempi, e il suo colore, naturalmente di un bianco-avorio carico, con appena una sfumatura di roseo sotto il brunetto della pelle, al sommo delle guance, è ora affatto bianco, simile a petalo non più fresco di magnolia. A me che, vissuta a Milano molto tempo, conosco il delicato colore del marmo di Candoglia col quale è costruito il magnifico Duomo, il volto del Signore, in questi ultimi dolorosi mesi di vita terrena, mi pare proprio del colore di quel marmo che non è bianco, non è rosa, non è giallo, ma ricorda, e con le più delicate sfumature, questi tre colori. Gli occhi sono più fondi e perciò sembrano più scuri, forse anche perché un’ombra di stanchezza ne offusca le palpebre e le occhiaie. Occhi di chi poco dorme e molto piange e soffre. E la mano sembra più lunga perché s’è scarnita e impallidita, dolce mano del mio Signore che già mostra il rilievo dei tendini e le vene, che ha affossature di magrezza e ne traspare perciò la sottoposta ossatura; santa, martire mano già pronta al chiodo che la trafiggerà, e sarà facile ai carnefici trovare il punto dove mettere il chiodo, perché non c’è velo di grassezza sull’ascetica mano del mio Signore. Ora sta abbandonata come stanca sul legno scuro della tavola, mentre Egli scrolla il capo sorridendo stancamente ai suoi apostoli che si accorgono della sua infinita stanchezza di membra, di voce e soprattutto di cuore, troppo afflitto, troppo affaticato dallo sforzo di dover tenere uniti tanti cuori diversi, di dover sopportare e tenere nascosto il disonore del discepolo incorreggibile…
Le dispute stancano il Messia.
21Pietro sentenzia: «Tu sino alla festa della Dedicazione devi riposare assolutamente. A questi che vengono penseremo noi. Tu andrai… Ma sì! In casa di Toma. Sarai vicino e sarai in pace».
22Tommaso appoggia la proposta di Pietro. Ma Gesù scrolla il capo. No. Non vuole andare.
23«Ebbene, allora Tu non parlerai in questi giorni. Possiamo farlo noi. Non saranno parole eccelse, ma staremo su ciò che sappiamo. E Tu curerai soltanto i malati».
24«Possiamo far noi anche quello», dice l’Iscariota.
25«Uhm! Io, per me, mi ritiro», dice Pietro.
26«Eppure lo hai già fatto!».
27«Certo. Quando il Maestro non era con noi, e noi dovevamo rappresentarlo e farlo amare. Ma ora c’è Lui e il miracolo lo fa Lui. Lui solo ne è degno. Miracolo noi! Ma se abbiamo bisogno noi di ricevere quello della rinnovazione di noi, perché da noi, me ne accorgo bene, non faremo mai nulla di buono. Siamo dei miserabili, peccatori e ignoranti».
28«Parla per te, ti prego. Io non mi sento miserabile affatto!», rimbecca Giuda di Keriot.
Stanchezza morale del Messia.
29«Il Maestro è stanco. La sua stanchezza è più morale che corporale. Se è vero che lo amiamo, evitiamo dispute. Sono le cose che più lo sfiniscono», dice severo lo Zelote.
30Gesù alza gli occhi a guardare l’anziano apostolo, sempre così saggio, e gli stende una mano al disopra del tavolo per carezzarlo. Lo Zelote prende fra le sue mani scure quella mano bianca e la bacia.
31«Hai ragione. Ma anche io, se dico che deve assolutamente riposare. Sembra malato…», insiste Pietro.
32Tutti annuiscono, compreso il vecchio Giovanni e Elisa, che dice: «È tanto che io lo dico. Per questo vorrei…».
L’incontro del Messia con Valeria.
Chi ama il Messia solleva la sua stanchezza.
33Un picchio all’uscio.
34Andrea, che è il più vicino alla porta, va ad aprire ed esce rinchiudendo la porta dietro sé. Rientra: «Maestro, c’è una donna. Insiste per vederti. Ha una bambinella con sé. Deve essere di alta condizione, per quanto vesta modesta. Non è malata, né lei né la bambina, direi. Ma non so perché è velata fittamente. La bambina ha degli splendidi fiori sulle braccia».
35«Mandala via. Stiamo dicendo che deve riposare, e tu non lo lasci neppure finire di mangiare!», brontola Pietro.
«Gliel’ho detto. Mi ha risposto che essa non affaticherà il Maestro, e che Egli avrà certo gioia di vederla».
36«Dille che torni domani, all’ora di tutti. Ora il Maestro va a riposare».
37«Andrea, accompagnala nella stanza alta. Vengo subito», dice Gesù.
38«Ecco! Lo sapevo! Così si riguarda! Proprio come dicevamo di fare!». Pietro è inquieto.
39Gesù si alza e prima di uscire passa dietro a Pietro, gli posa le mani sulle spalle, si curva un poco a baciarlo sui capelli dicendo: «Buono, Simone! Chi mi ama solleva la mia stanchezza più che il riposo su un letto».
40«Che sai Tu se questa è una che ti ama?».
«Oh! Simone! L’inquietudine ti fa dire parole delle quali sei già pentito, perché le senti stolte! Buono! Buono! Una donna che viene con una creatura innocente, che mi porta la sua creatura innocente con le braccine cariche di fiori, non può che essere una che mi ama e che intuisce il mio bisogno di trovare un po’ di amore e purezza fra tanto odio e sozzura». E se ne va, poi, salendo la scala del terrazzo, mentre Andrea, compiuta la sua missione, rientra in cucina.
«Ave, Domine Jesu!».
41La donna è sulla porta della stanza superiore. Alta, snella sotto un pesante mantello bigio, col viso velato da una tela di bisso avoriata che le scende dal cappuccio chiuso intorno al volto. La bambina, un’infante ancora, perché avrà al massimo tre anni, ha una vestinella bianca di lana e un mantellone a ruota con cappuccetto, pure bianco. Ma il cappuccetto è molto scivolato indietro sui ricciolini di un delicato color biondo castagno, perché la piccola guarda la donna alzando il visetto che emerge dai fiori che tiene stretti fra le braccine. Splendidi fiori, quali solo in questi paesi si possono trovare nel freddo dicembre: rose carnicine mescolate con delicati fiori bianchi che non so cosa siano, non sono molto forte in floricultura.
42Gesù, appena mette piede sulla terrazza, viene salutato dalla vocetta della piccolina, che gli corre incontro sospinta dalla donna, dicendo: «Ave, Domine Jesu!».
43Gesù curva la sua alta persona sulla minuscola sua devota e posandole una mano sui cappellucci le dice: «La pace sia con te», e poi si rialza e segue la figliolina, che con un trillo di risa torna alla donna che si è inchinata profondamente, spostandosi di fianco alla porta per lasciare passare il Maestro.
Portamento regale del Messia.
44Gesù la saluta con un cenno del capo ed entra nella stanza, andandosi a sedere sul primo dei sedili che trova, tacendo come in attesa. É molto re. Seduto sul suo povero sedile di legno senza schienale, pare seduto su un trono, tanta è la sua austera dignità. Senza manto, con la sola veste di lana blu scurissimo, senza ornamenti né fregi, un poco sbiadita sulle spalle dove acqua piovana, sole, polvere e sudore hanno intaccato il colore, veste pulita ma povera, pare vestito di porpora, tanta è la maestà del suo portamento. Molto rigido, quasi ieratico nella sostenutezza del capo sul collo, delle mani posate sui ginocchi a palma aperta, coi piedi nudi sul pavimento nudo di mattoni vecchi, con a sfondo la parete nuda e appena scialbata a calcina, con sospeso dietro il capo non un drappo né un baldacchino, ma un setaccio per la farina e una fune dalla quale pendono mazzi di agli e di cipolle, è più imponente che se avesse un pavimento prezioso sotto i piedi, una parete aurea alle spalle e un velo di porpora ornato di gemme sul capo.
«Le rose di Faustina al suo Salvatore».
45Attende. E la sua maestà paralizza la donna in uno stupore venerabondo. Anche la bambina tace e sta immobile presso la donna, un poco impaurita, forse. Ma Gesù ha un sorriso dicendo: «Sono qui per voi. Non temete».
46E allora ogni timore cade. La donna sussurra qualcosa alla bambina, e la bambina si muove, seguita dalla donna, e va contro i ginocchi di Gesù e gli depone in grembo tutti i suoi fiori dicendo: «Le rose di Faustina al suo Salvatore». Lo dice lentamente, come chi poco sa di una lingua che non è la sua. Intanto la donna si è inginocchiata dietro la bambina gettando indietro il velo. É Valeria, la madre della piccina, che saluta Gesù col suo romano: «Salve, o Maestro».
47«Dio venga a te, donna. Come sei qui? E così sola?», dice Gesù mentre carezza la piccolina che non ha più paura e che, non contenta di aver messo i fiori in grembo a Gesù, fruga con le manine nel fascio profumato e sceglie quelli che secondo lei sono i più belli, dicendo: «Prendi! Prendi! Sono tuoi, sai?», e alza ora una rosa, ora una delle larghe ombrelle bianche a stelline odorose, vicino al volto di Gesù, che accetta e poi ridepone sul mucchio profumato.
Un cuore pietoso trova, in Dio, conforto e consiglio.
48Intanto Valeria parla. «Ero a Tiberiade perché mia figlia aveva un poco di malattia e il nostro medico lo aveva consigliato…». Valeria ha una pausa lunga, muta colore, e poi dice in fretta: «e io avevo tanta sofferenza nel cuore e ti desideravo. Perché per il mio soffrire solo un medico poteva trovare guarigione: Tu, Maestro che hai parole di giustizia in tutte le cose… Sarei perciò venuta lo stesso. Per l’egoismo di essere confortata, e anche per sapere quello che devo fare per… Sì, per avere azioni di riconoscenza verso Te e il tuo Dio, che mi avete concesso di avere questa mia creatura… Ma noi sappiamo tante cose, Maestro. I rapporti dei minimi fatti della Colonia vengono deposti giornalmente sul tavolo di lavoro di Ponzio Pilato, il quale ne prende visione, ma per prendere le decisioni in merito molto si consiglia con Claudia… Molti rapporti parlavano di Te e degli ebrei che tengono agitato il paese, facendo di Te nello stesso tempo un’insegna di riscossa nazionale e una causa di odio civile. Claudia vede giusto dicendo al marito che di uno solo in tutta la Palestina egli non deve temere come di causa di sua disgrazia: di Te. E Pilato giorno per giorno l’ascolta… Finora la più forte è Claudia. Ma se domani un’altra forza dominasse Pilato… Ho saputo, perciò, e ho sentito che la mia innocente ti avrebbe consolato…».
49«Hai avuto un cuore pietoso e illuminato, donna. Dio ti illumini del tutto e vegli su questa creatura tua, ora e sempre».
50«Grazie, Signore. Ho bisogno di Dio…». Delle lacrime cadono dagli occhi di Valeria.
Le prove dell’amore di Dio a una pagana.
51«Sì, ne hai bisogno. In Dio troverai ogni conforto e saprai trovare la guida per essere giusta nel giudicare, perdonare, amare ancora, e soprattutto educare questa, perché abbia la vita felice di quelli che sono figli del Dio vero. Tu vedi. Il Dio che non conoscevi, che forse avevi deriso, Lui e la sua Legge, così diverso dai vostri dèi e dalle vostre leggi e religioni, che avevi certo offeso con un modo di vivere in cui la virtù non era rispettata in tante cose, lievi ancora, se vuoi, ma via a più gravi ferite alla virtù e offese alla Divinità che ha creato te pure, ti ha tanto amata che, attraverso ad un dolore che sentivi con la tua umanità di madre, e di madre che non sa di vita futura e perciò di temporanea separazione dalla carne della sua carne, ti ha portata a Me. Ti ha tanto amata da condurre Me a Cesarea quando tu agonizzavi quasi sulle piccole carni della tua creatura che raffreddavano già nell’agonia. Ti ha tanto amata che te l’ha resa, perché tu avessi sempre presente la bontà e potenza del Dio vero e avessi un freno contro ogni licenza pagana e un conforto in ogni dolore di donna coniugata. Ti ha tanto amata che attraverso ad un altro dolore ha rafforzato in te la volontà di venire alla Via, alla Verità, alla Vita, e di fissarviti con la tua creatura perché ella almeno, fino dalla prima sua infanzia, possieda ciò che è conforto e pace, salute e luce nelle tristi giornate della Terra, e le abbia a preservazione di tutto quanto fa soffrire te, nella tua parte migliore, e in quella affettiva. La prima, istintivamente buona e insofferente del fango oscuro in cui è obbligata a vivere. La seconda, disordinata nella sua bontà.
Madre pagana negli affetti.
52Perché nei tuoi affetti tu sei pagana, o donna. Non è tua colpa. É colpa del secolo in cui vivi. E del gentilesimo nel quale sei cresciuta. Soltanto chi è nella vera Religione sa dare agli affetti il valore e la misura e le manifestazioni giuste. Tu, madre che non sapevi di vita eterna, amavi disordinatamente la tua bambina e, vedendola morire, disperatamente ti ribellavi a questa perdita, resa folle dalla morte incombente. Come uno che veda ghermito da un pazzo l’essere a lui più caro, e lo veda tenere sospeso su un abisso dal fondo del quale non potrebbe risorgere se vi cadesse, anzi non potrebbe neppure più essere riportato neanche come fredda spoglia al bacio del suo amore, così tu vedevi la tua Fausta già sospesa sull’abisso del nulla… Povera mamma che non avrebbe avuto più la figlia! Non più con la carne, non più con lo spirito. Il nulla. Il finito, l’inesorabilmente finito che è la morte per coloro che non credono alla Vita spirituale.
Moglie pagana nell’amore al marito.
53Tu, moglie pagana, amante, fedele, hai amato nello sposo il tuo dio terreno di amore carnale, il tuo bel dio che si faceva adorare da te, abbassando la tua dignità di uguale ad una servilità da schiava. La moglie sia sommessa al marito, umile, fedele, casta. Sì. Egli, l’uomo, è il capo della famiglia. Ma capo non vuol dire despota. Capo non vuol dire capriccioso padrone al quale è lecito ogni capriccio non solo sulla carne ma sulla parte migliore della sposa[108]. “Dove tu Caio, ivi io Caia”, voi dite. Povere donne di un luogo dove licenza è persino nelle favole dei vostri dèi, quelle fra voi che impudiche e sfrenate non sono, come potete essere dove sono i vostri sposi? É inevitabile che chi non è licenziosa e corrotta si stacchi con disgusto e provi un dolore veramente atroce, come di fibre che si lacerano, uno sbigottimento, un crollo di tutto il culto verso il marito contemplato sempre come un dio, quando scopre ché colui che adorava come dio è un misero essere dominato dall’animalità brutale, licenzioso, adultero, svagato, indifferente, derisore dei sentimenti e delle dignità della sposa.
54Non piangere. Io pure so tutto, e anche senza bisogno dei rapporti dei centurioni. Non piangere, donna. Impara invece ad amare nell’ordine tuo marito».
Un marito infedele.
55«Non posso più amarlo. Non lo merita più. Lo disprezzo. Non avvilirò me stessa imitandolo, ma non lo posso più amare. Tutto è finito fra noi. L’ho lasciato andare… senza cercare di trattenerlo… In fondo gli sono stata grata per un’ultima volta, per questo suo andarsene… Non lo ricercherò. Del resto, quando mai mi fu compagno? Caduta la benda della mia adorazione, ora ricordo e giudico le sue azioni. Era forse con il mio cuore quando io piangevo dovendo seguirlo qui, lasciando la madre malata e la patria, essendo sposa novella e prossima a partorire? Egli rideva fatuo, coi suoi amici, delle mie lacrime e delle mie nausee, ammonendomi soltanto di non sporcargli la veste. Era forse al mio fianco nelle nostalgie mie di spaesata? No. Fuori, con gli amici, ai festini dove il mio stato non mi consentiva di andare… Era forse curvo con me sulla cuna della neonata? Rise quando gli mostrarono la figlia, dicendo: “Quasi la farei deporre al suolo. Non per avere delle femmine ho preso il giogo matrimoniale”. Né presenziò alla purificazione, dicendola “inutile pantomima”. E poiché la piccina piangeva, disse nell’uscire: “Mettetele nome Libitina, e sia sacra alla dea”. E quando Fausta fu morente, divise forse con me l’affanno? Dove era la notte che precedette la tua venuta? In casa di Valeriano ad un banchetto. Ma lo amavo; era, hai detto giusto, il mio dio. Tutto mi pareva buono in lui, giusto in lui. Mi concedeva di amarlo… ed ero la schiava più schiava dei suoi voleri. Sai perché mi ha respinta da lui?».
56«Lo so. Perché nella carne tua era ridestata l’anima ed eri non più femmina ma donna».
57«Così. Ho voluto della mia casa fare una casa virtuosa… ed egli si è fatto mandare ad Antiochia presso il Console imponendomi di non seguirlo, e seco ha portato le schiave favorite. Oh! non lo seguirò! Ho mia figlia. Ho tutto».
58«No. Non hai tutto. Hai una parte, una piccola parte del Tutto, quanto ti serva ad essere virtuosa. Il Tutto è Dio. Tua figlia non ti deve essere ragione di ingiustizia al Tutto, ma di giustizia. Per lei e con lei tu hai il dovere di essere virtuosa».
Il dovere della moglie buona.
59«Sono venuta per consolarti e Tu mi consoli. Ma anche sono venuta per chiederti come educare questa bambina per farla degna del suo Salvatore. Avevo pensato di farmi proselite[109]vostra e di farla tale essa pure…».
«E tuo marito?».
«Oh! tutto è finito con lui».
60«No. Tutto incomincia. Sei sempre sua moglie. Il dovere della moglie buona è di far buono il consorte»[110].
«Egli dice che vuol divorziare. E lo farà certo. Perciò…».
61«E lo farà. Ma ancora non lo ha fatto. E sinché non lo ha fatto, tu sei sua moglie anche secondo la vostra legge. E come tale hai il dovere di restare come moglie al tuo posto. Il tuo posto è quello di seconda al marito nella casa, presso tua figlia, al cospetto dei servi e del mondo. Tu pensi: egli ha dato il mal esempio. É vero. Ma questo non ti esime dal dare tu esempio di virtù. Egli se ne è andato. È vero. Tu presso la figlia e i servi prendi il suo posto.
62Non tutto è riprovevole nelle vostre consuetudini. Quando Roma era meno corrotta, caste erano le sue donne, laboriose, e servivano la divinità con una vita di virtù e di fede. Anche se la misera condizione di pagane le faceva servire falsi dèi, l’idea era buona. Esse davano le loro virtù all’Idea della religione, al bisogno di un rispetto ad una religione, a una Divinità il cui vero nome era loro ignoto[111], ma che sentivano essere, e più grande del licenzioso Olimpo, delle avvilite deità che lo popolavano secondo le leggende mitologiche. Inesistente il vostro Olimpo, inesistenti i vostri dèi.
La separazione legale non annulla il matrimonio.
63Ma le vostre virtù antiche erano frutto della convinzione verace di dover essere virtuosi per essere guardati con amore dagli dèi; erano frutto del dovere che sentivate di avere verso le divinità che adoravate. Agli occhi del mondo, specie del nostro mondo giudaico, parevate stolti per questo vostro onorare ciò che non era. Ma alla Giustizia eterna e vera, al Dio altissimo, unico e onnipotente Creatore di tutte le creature e le cose, quelle virtù, quel rispetto, quel dovere non erano vani. Il bene è sempre bene, la fede ha sempre valore di fede, la religione ha sempre valore di religione, se colui che li segue e pratica e possiede è convinto di essere nel vero.
64Io ti esorto ad imitare le vostre antiche donne caste, laboriose e fedeli, rimanendo al tuo posto, colonna e luce nella tua casa e della tua casa. Non credere che ti venga meno il rispetto dei servi perché sei rimasta sola. Fino ad ora ti hanno servita con paura e talora con nascosto senso di odio e ribellione. D’ora in poi ti serviranno con amore. Gli infelici amano gli infelici. I tuoi schiavi conoscono il dolore. La tua gioia era per essi un pungolo amaro. Le tue pene, spogliandoti della fredda luce di padrona, nel senso più odioso di questa parola, ti rivestiranno di una luce calda di pietà. Sarai amata, Valeria. E da Dio e da tua figlia e dai tuoi servi. E se anche non fossi più la moglie ma la divorziata, ricorda (Gesù si alza in piedi) che la separazione legale non distrugge il dovere della donna di essere fedele al suo giuramento di sposa[112].
Il divorzio civile è adulterio davanti a Dio.
65Tu vorresti entrare nella religione nostra. Uno dei precetti divini di essa è che la donna è carne della carne dello sposo e che nessuna cosa o persona può separare ciò che Dio ha fatto una carne sola[113]. Anche noi abbiamo il divorzio. É venuto come malvagio frutto della lussuria umana, del peccato di origine, della corruzione degli uomini. Ma non è venuto spontaneamente da Dio[114]. Dio non muta la sua parola. E Dio aveva detto, ispirando ad Adamo, innocente ancora e perciò parlante con intelligenza non offuscata dalla colpa, le parole: che gli sposi, una volta uniti, dovevano essere una carne sola. La carne non si separa dalla carne altro che per sciagura[115] di morte o di malattia.
66Il divorzio mosaico, concesso ad evitare peccati atroci, non concede alla donna che una libertà ben meschina. La divorziata è sempre una menomata nel concetto degli uomini, sia che resti tale, sia che passi a seconde nozze. Nel giudizio di Dio, poi, è un’infelice se diviene divorziata per malanimo dello sposo e resta divorziata; ma non è che una peccatrice, un’adultera, se lo diviene per turpi colpe proprie o si risposa. Ma tu, volendo entrare nella nostra religione, lo fai per seguire Me. E allora Io, Verbo di Dio, essendo venuto il tempo della perfetta religione[116], ti dico ciò che dico a molti. Non è lecito all’uomo di separare ciò che Dio ha unito, ed è adultero sempre colui, o colei, che avendo il coniuge vivente passa ad altre nozze[117].
Il divorzio è prostituzione legale.
67Il divorzio è prostituzione legale, mettendo in condizione uomo e donna di commettere peccati di lussuria. La donna divorziata difficilmente resta vedova di un vivo, e vedova fedele. L’uomo divorziato non resta mai fedele al primo coniugio. Tanto l’uno che l’altra, passando ad altre unioni, scendono dal livello di uomini a quello di bruti, ai quali è concesso cambiare femmina ad ogni appello di senso. La fornicazione legale, pericolosa alla famiglia e alla patria, è delittuosa verso gli innocenti. I figli dei divorziati devono giudicare i genitori. Severo giudizio quello dei figli! Almeno uno dei genitori viene condannato dai figli. Ed i figli vengono, dall’egoismo dei genitori, condannati ad una vita affettiva mutilata. Che se poi alle conseguenze famigliari del divorzio, che priva del padre o della madre i figli innocenti, si unisce il nuovo matrimonio del coniuge al quale sono stati affidati i figli, alla condanna di una vita affettiva mutilata di un membro si unisce l’altra mutilazione, quella della perdita, più o meno totale, dell’affetto dell’altro membro, diviso o totalmente assorbito dal nuovo amore e dai figli del nuovo coniugio.
Le seconde nozze è profanazione del matrimonio.
68Parlare di nozze, di matrimonio in caso di novella unione di un divorziato o di una divorziata, è profanare il significato e la cosa che è il matrimonio. Solo la morte di uno dei coniugi e la vedovanza consecutiva dell’altro può giustificare le seconde nozze. Per quanto Io giudichi che sarebbe cosa migliore chinare il capo al verdetto sempre giusto di chi regola i destini degli uomini e chiudersi in castità, quando la morte ha messo fine allo stato matrimoniale, dedicandosi tutta ai figli[118] e amando il coniuge passato all’altra vita nelle sue creature. Amore spogliato da ogni materialità, santo e verace[119].
69Poveri figli! Conoscere dopo la morte, o il crollo del focolare, la durezza di un secondo padre o di una seconda madre e l’angoscia di vedere le carezze divise con altri figli che fratelli non sono!
Il matrimonio nella religione del Messia.
70No. Nella mia religione non sarà il divorzio. E adultero e peccatore sarà colui che contrarrà divorzio civile per contrarre nuova unione[120]. La legge umana non muterà il mio decreto. Il matrimonio nella religione mia non sarà più un contratto civile, una promessa morale, fatta e sancita alla presenza di testimoni a questo preposti. Ma sarà un indissolubile legame ribadito, saldato e santificato dal potere santificante che Io darò ad esso, divenuto Sacramento. Per farti comprendere: rito sacro. Potere che sarà di aiuto a praticare santamente tutti i doveri matrimoniali, ma che sarà anche sentenza di indissolubilità del vincolo.
71Sino ad ora il matrimonio è un mutuo contratto naturale e morale fra due di sesso diverso. Da quando sarà la mia legge, esso sarà esteso all’anima dei coniugi. Diverrà perciò anche contratto spirituale, sancito da Dio attraverso ai suoi ministri. Ora tu sai che nulla è superiore a Dio. Perciò, ciò che Egli avrà unito nessuna autorità, legge o capriccio umano potrà più sciogliere.
72Il “dove tu Caio, io Caia” del vostro rito si perpetua nell’al di là nel nostro, nel mio rito, perché la morte non è fine, ma separazione temporanea dello sposo dalla sposa, e il dovere d’amare dura anche oltre la morte. Per questo dico che vorrei castità nei vedovi[121]. Ma l’uomo non sa essere casto[122]. E anche perciò dico che i coniugi hanno il dovere reciproco di migliorare l’altro coniuge. Non crollare il capo. Tale è il dovere, e il dovere va fatto se si vuole veramente seguire Me».
«Sei duro oggi, Maestro».
La scelta della mamma.
73«No. Sono Maestro. E ho di fronte una creatura che può crescere nella vita della Grazia. Se non fossi qual sei, ti imporrei meno. Ma tu hai tempra buona, e la sofferenza depura e tempra sempre più il tuo metallo. Un giorno mi ricorderai e mi benedirai di essere stato quale sono».
«Mio marito non tornerà indietro…».
74«E tu andrai avanti. Tenendo per mano l’innocente, camminerai sulla via della Giustizia. Senza odio, senza vendetta; senza però anche inutili attese e rimpianti per ciò che si è perduto».
«Tu lo sai, allora, che l’ho perduto!».
75«Lo so. Ma non tu: lui ha perduto te. Non ti meritava. Ora ascolta… É duro. Sì. Mi hai portato delle rose e dei sorrisi innocenti per consolarmi… Io… non posso che prepararti a portare il serto di spine delle spose abbandonate… Ma rifletti. Se potesse retrocedere il tempo e ricondurti a quel mattino in cui Fausta era morente ed il tuo cuore fosse messo in condizione di scegliere fra la figlia e il marito, dovendo assolutamente perdere uno dei due, tu che sceglieresti? …»
76La donna riflette, pallida ma forte nel suo soffrire, dopo le poche lacrime avute in principio del dialogo… Poi si china sulla piccolina, che si è seduta sul pavimento e si diverte a mettere dei fiorellini bianchi tutt’intorno ai piedi di Gesù, la raccoglie, l’abbraccia e grida: «Questa sceglierei, perché a questa posso dare il mio stesso cuore, e crescerla come ho imparato che vivere si deve. La mia creatura! Ed essere unite anche nell’oltre vita. Sempre sua madre io, sempre mia figlia lei!», e la copre di baci, mentre la piccolina le si stringe al collo tutta amore e sorrisi.
77«Dimmi, oh! dimmi, Maestro che insegni a vivere da eroi, cosa, come allevare costei per essere ambedue nel tuo Regno? Che parole, che atti insegnarle? …».
Consiglio per conquistare il Regno di Dio.
78«Non necessitano parole né atti speciali. Sii perfetta perché essa rifletta la tua perfezione. Ama Dio e prossimo perché ella impari ad amare. Vivi sulla Terra con i tuoi affetti in Dio. Essa ti imiterà. Per ora così. Più tardi il Padre mio, che vi ha amate in modo speciale, provvederà ai vostri bisogni spirituali, e diverrete sapienti nella fede che porterà il mio Nome. Questo è tutto il da farsi. Nell’amore di Dio troverai ogni freno contro il Male[123]. Nell’amore del prossimo avrai aiuto contro l’accasciamento delle solitudini. E insegna a perdonare. A te stessa… e alla tua creatura. Comprendi ciò che voglio dire?».
79«Comprendo… É giusto… Maestro, io ti lascio. Benedici una povera donna… che è più povera di una mendica che abbia fedele il compagno…».
Dio aiuta chi lo cerca.
«Dove sei ora? A Gerusalemme?».
80«No. A Bétèr. Giovanna, che è buona tanto, mi ha mandata nel suo castello… Soffrivo troppo lassù… Starò là finché non viene a Gerusalemme Giovanna, ossia presto. Scende in Giudea con tua Madre e le altre discepole ai primi tepori di primavera. Dopo starò con lei qualche tempo. Poi verranno le altre e andrò con loro. Ma il tempo avrà medicato già la ferita».
81«Il tempo e soprattutto Dio e il sorriso della tua bambina. Addio, Valeria. Il Dio vero, che cerchi con spirito buono, ti conforti e protegga». Gesù posa la mano sulla testa della piccolina benedicendo. Poi si avvicina alla porta chiusa chiedendo: «Sei venuta sola?».
«No. Con una liberta. Il carro mi attende nel bosco prima del paese. Ci vedremo ancora, Maestro?».
«Per la Dedicazione sarò a Gerusalemme, al Tempio».
«Ci sarò, Maestro. Ho bisogno delle tue parole per la nuova vita…».
82«Vai tranquilla. Dio non lascia senza aiuto chi lo cerca».
«Credo… Oh! è pur triste il nostro mondo pagano!».
83«La tristezza è dovunque non è vera vita in Dio. Anche in Israele si piange… É perché non si vive più nella Legge di Dio. Addio. La pace sia con te».
84La donna si curva in inchino profondo e suggerisce alla bambina qualcosa. E la piccolina alza il viso, tende le braccine e ripete con la sua vocetta di fringuello: «Ave, Domine Jesu!».
85Gesù si china, cogliendo sulla bocchina il bacio innocente che già vi si forma, e la benedice ancora… Poi rientra nella stanza e si siede pensoso presso i fiori sparsi al suolo.
Guarigione del piccolo Levi.
Sospetti dell’Iscariota.
86Passa qualche tempo così. Poi qualcuno bussa alla porta.
«Vieni».
La porta si schiude e si insinua nella fessura la faccia onesta di Pietro.
«Sei tu? Vieni…».
«No. Dovresti venire Tu da noi. Fa freddo qui. Che bei fiori! Un valore!».
Pietro, parlando, osserva il suo Maestro.
«Sì, un valore. Ma l’atto e il modo come fu compiuto vale più dei fiori. Me li ha portati la bambina di Valeria, la romana amica di Claudia».
«Eh! so! so! E perché?».
«Per consolarmi. Sanno ciò che soffro, e Valeria ha avuto questo pensiero. Ha pensato che i fiori di un’innocente potessero consolarmi…».
«Una romana!… E noi d’Israele ti diamo soltanto dolore… Giuda ha sospettato giusto. Diceva che aveva visto un carro fermo e che certo era una romana la donna… e.… e si era turbato, Maestro…». Pietro è tutto un’interrogazione.
87Ma Gesù non dice altro che: «Dove è Giuda?».
«Fuori. Voglio dire sulla via, presso il bosco. Vuol vedere chi è venuto da Te…».
«Scendiamo».
Fiori dal Salvatore al piccolo Levi.
88Giuda è già nella cucina. Si volta vedendo entrare Gesù e dice: «Anche se volessi negarlo, non potresti negare che quella donna è venuta per… lamentarsi di qualche cosa! Hanno ancora altro da dire? Non hanno altra occupazione che spiare e riferire e.…».
89«Non sono tenuto a risponderti. Ma lo faccio per tutti. E Simon Pietro sa già chi è, e a tutti dico perché è venuta. Anche le creature in apparenza più felici possono avere necessità di conforto e di consiglio… Andrea, sali a raccogliere i fiori portati dalla bambina e portali al piccolo Levi».
«Perché?».
«Perché è morente».
90«É morente? Ma se all’ora di terza l’ho visto io, ed era sano?», dice stupito Bartolomeo.
«Era sano. Avanti sera sarà morto».
«Se sta così male, non godrà dei fiori…».
«No. Ma nella casa sbigottita i fiori mandati dal Salvatore diranno una parola luminosa».
91Gesù si siede, mentre tutti parlano della labilità della vita ed Elisa si mette il mantello dicendo: «Vado io pure con Andrea… Quella povera madre! …».
Si vedono allontanare Andrea ed Elisa con i fiori fra le mani…
Gesù tace. Anche Giuda tace. Incerto. Gesù è silenzioso ma non severo… Giuda gli gira intorno, pungolato dalla voglia di sapere, dall’ansia tormentosa di chi non ha la coscienza in pace. Ma finisce a tirare in disparte Pietro e ad interrogarlo. Si rassicura dopo avere parlato con Pietro e va a stuzzicare Matteo, che scrive quietamente su un angolo del tavolo[124].
La parola della fede.
92Ritorna Andrea di corsa. Parla affannato: «Maestro, …il bambino proprio è morente… D’improvviso… Sembravano pazzi… Ma quando Elisa ha detto: “Li manda il Signore”, e io… credevo che capissero: “per il letto funebre”, la madre e il padre… insieme hanno detto: “Oh! è vero! Corri a chiamarlo. Egli lo guarirà”».
«La parola della fede. Andiamo», e Gesù esce quasi di corsa. Naturalmente tutti lo seguono, anche il vecchio Giovanni, arrancante, in coda a tutti.
La casa è in fondo al paese. Ma Gesù presto vi arriva e si fa largo fra la gente, che ingombra la porta aperta. Va diritto ad una stanza in fondo all’andito, perché è una casa vasta con molti abitanti, forse fratelli fra loro.
La parola della vita.
93Nella stanza, curvi sul letto improvvisato, il padre, la madre ed Elisa… Non vedono Gesù altro che quando Egli dice: «La pace a questa casa».
Allora lasciano il letto, gli infelici genitori, e si gettano ai piedi di Gesù. Solo Elisa resta dove è, intenta a sfregare le membra, che ghiacciano, con sostanze aromatiche.
94Il piccolo è proprio in estremo, il suo corpo ha già la pesantezza e l’abbandono della morte, e il visetto è cereo con le narici fuliginose e le labbra violacee. Il piccolo respira a fatica, con spasimo del piccolo petto, e ogni respiro sembra sempre l’ultimo, tanto è staccato dal precedente.
La madre piange col viso sui piedi di Gesù. Il padre, pure lui curvo sino a terra, dice: «Abbi pietà! Abbi pietà!». Non sa dire altro.
95Gesù dice: «Levi, vieni da Me», e tende le braccia. Il piccolo, un fanciullino di un cinque anni circa, ha come una scossa, come se qualcuno l’avesse chiamato forte mentre dormiva. Si siede senza fatica, si sfrega con i pugnelli gli occhietti, si guarda intorno come stupito e, vedendo Gesù, con un sorriso si getta giù dal lettuccio e va sicuro, nella sua tunichella, verso il Salvatore.
96I genitori, curvi come sono, non vedono nulla. Ma le esclamazioni di Elisa che grida: «Bontà eterna!», e degli apostoli e curiosi che dall’andito hanno un «oh!» stupefatto, li avvertono di quel che avviene; alzano il viso dal suolo e vedono il figliolino lì, sano come mai fosse stato morente…
97La gioia fa ridere, fa piangere, urlare e tacere, a seconda delle reazioni dell’individuo. Qui produce uno stupore muto, quasi spaurito… É troppa la differenza fra la condizione precedente e quella attuale, e i due poveri genitori, già sbalorditi dal dolore, stentano ad accogliere la gioia.
La Sorgente della vita.
98Ma infine vi riescono, mentre il bambino è preso in braccio da Gesù, e allora al mutismo segue un diluvio di parole miste a voci di gioia e benedizione, ed è difficile seguirlo questo diluvio di parole che si soverchiano disordinatamente. Ricostruisco da esse che verso l’ora di sesta il bambino, che giocava nell’orto, era rientrato in casa lamentandosi di dolori addominali. Preso in braccio dalla nonna e tenuto vicino al fuoco, pareva migliorare. Ma poi, prossima l’ora di nona, era stato preso da vomito di materie intestinali e subito era entrato in agonia. La peritonite fulminante classica.
99Il padre era corso a Gerusalemme al primo accenno del male ed era tornato con un medico che, visto il bambino, al quale intanto era venuto il vomito, aveva detto: «Non può vivere», e se ne era andato… Infatti di minuto in minuto il piccolo peggiorava e raffreddava già, né essi nell’angoscia dell’improvvisa sciagura erano capaci di pensare alla salvezza vicina. Soltanto quando Andrea ed Elisa erano entrati coi fiori dicendo: «Li manda Gesù a Levi», essi avevano avuto come una luce interna e avevano detto: «Gesù lo salverà».
100«E lo hai salvato, benedetto in eterno! I tuoi fiori! La speranza! La fede! Oh, sì! la fede nel tuo amore per noi! Ma come hai saputo? Benedetto! Chiedi ciò che vuoi da noi! Ordina come a schiavi! Tutto ti dobbiamo!»
101Gesù li ascolta tenendo il bambino sempre in braccio. Li lascia parlare finché sono stanchi, finché i loro nervi sottoposti a tanta tensione si sono rilassati nello sfogo. Poi dice dolcemente: «Amo i bambini ed i cuori fedeli. Voi tutti di Nobe siete molto buoni con Me. Se sono buono con chi mi odia, che darò a chi mi ama? Io sapevo… e sapevo anche che il dolore vi faceva dimenticare la Sorgente della Vita. Vi ho voluto indicare la via…».
«Ma perché non sei venuto da Te, Signore? Temevi forse che non ti accogliessimo?».
102«No. Sapevo che mi avreste accolto con amore. Ma fra questi che ci stanno intorno vi era qualcuno che aveva bisogno di persuadersi che Io non ignoro nulla degli uomini e dello stato dei cuori. E ho voluto anche che altri comprendessero che Dio risponde a chi lo invoca con fede. Ora state in pace. E crescete sempre più nella fede nella misericordia di Dio. La pace sia con voi tutti. Addio, Levi. Va’ dalla mamma, ora. Addio, donna. Consacra al Signore anche quella che porti nel seno, in ricordo della bontà che il Signore ti ha usata. Addio, uomo. Conserva il tuo spirito nella giustizia».
Finalmente lo Stanco può riposare.
103Si volge per andare, passando a fatica fra i parenti che si pigiano nell’andito: nonni, zii, cugini del miracolato, che vogliono tutti parlare a Gesù, benedirlo, esserne benedetti, baciargli le vesti, le mani…
104E poi, dopo la numerosa parentela, è la gente del paese che vuole fare la stessa cosa, ma questa si riversa sulla via dietro a Gesù, lasciando quelli della casa benedetta dal miracolo alla loro gioia. E nelle strade ormai oscure, col solito rumore delle ore di festa, tutta Nobe riconduce Gesù alla casetta di Giovanni, e ci vuole tutta l’autorità degli apostoli per persuadere i cittadini a tornare alle loro case lasciando in pace il Maestro, e all’autorità devono unire anche mezzi più energici, come la minaccia che, se non lo lasciano riposare, domani andranno tutti via di lì, per riuscire ad ottenere lo scopo. E finalmente lo Stanco può riposare…
12. Commiato alle discepole[125].
Professione di fede delle discepole.
Sorelle in un’unica fede in Cristo.
1La bella sala -una di quelle adibite ai banchetti, bianca nelle pareti e nei soffitti, bianca nelle tende pesanti, nelle tappezzerie che coprono i sedili, nelle lastre di mica o alabastro che fungono da vetri alle finestre e da lumiere- è piena del cicaleccio delle donne. Una quindicina di donne che parlano fra loro non è cosa da poco. Ma appena Gesù appare sulla soglia, spostando la tenda pesante, si fa un silenzio assoluto, mentre tutte si alzano e si inchinano col massimo rispetto.
2«La pace a voi tutte», dice Gesù con un dolce sorriso… Della appena cessata bufera di dolore nessuna traccia è sul suo volto, che è sereno, luminoso, pacifico come nulla di penoso fosse accaduto o stesse per accadere con piena conoscenza da parte di Lui.
3«La pace a Te, Maestro. Siamo venute. Tu hai mandato a dire: “con quante donne sono con Giovanna”, e io ti ho ubbidito. Era da me Elisa. Con me la tengo in questi giorni. E da me era costei che si dice tua seguace. Era venuta a cercare di Te, perché non si ignora che io sono la tua felice discepola. E anche Valeria è con me, nella mia casa da quando sono nel mio palazzo. Con Valeria era Plautina, venuta a visitarla. Con loro era questa. Valeria ti dirà di lei. Più tardi è venuta Annalia, avvisata del tuo desiderio, e questa giovinetta, sua parente, credo. Ci combinammo per venire, né trascurammo Niche. É così bello sentirsi sorelle in un’unica fede in Te… Sperare che anche quelle che ancora sono ad un amor naturale per il Maestro salgano più oltre, come ha fatto Valeria», dice Giovanna sogguardando Plautina che… è rimasta all’amor naturale…
4«I diamanti si formano con lentezza, Giovanna. Occorrono secoli di fuoco sepolto… Non occorre aver fretta, mai… E non sconfortarsi mai, Giovanna…».
«E quando un diamante torna… cenere?».
«Segno è che ancor non era diamante perfetto. Ci vuole ancora pazienza e fuoco. Ricominciare da capo, sperando nel Signore. Ciò che sembra un fallimento la prima volta, sovente si muta in trionfo la seconda[126]».
La donna forte.
5«O la terza, o la quarta e anche più. Io sono stata un fallimento molte volte, ma infine Tu hai trionfato, Rabboni!», dice Maria di Magdala con la sua voce d’organo dal fondo della sala.
«Maria è contenta ogni volta che può avvilirsi ricordando il passato…», sospira Marta che lo vorrebbe cancellato dal ricordo di ogni cuore.
«In verità, sorella, che è così! Sono contenta di ricordare il passato. Ma non per avvilirmi come tu dici. Per salire ancora, spinta dal ricordo del male commesso e dalla riconoscenza per Colui che mi ha salvata. E anche perché chi tituba per sé stesso, o per qualche essere a lui caro, possa rincuorarsi e giungere a quella fede che il mio Maestro dice che sarebbe atta a far muovere le montagne».
«E tu la possiedi. Te beata! Tu non conosci il timore…», sospira Giovanna, così mite e timida, e pare ancor più tale se la si confronta alla Maddalena.
«Non lo conosco. Non è mai stato nella mia natura umana. Ora, da quando sono del mio Salvatore, non lo conosco più neppure nella mia natura spirituale. Tutto ha servito per aumentare la mia fede. Può forse una, che è risorta come io e che vide risorgere il fratello suo, dubitare più di nulla? No. Nessuna cosa mi farà più dubitare».
La donna credente.
6«Sinché Dio è con te, ossia teco è il Rabbi… Ma Egli dice che presto ci lascerà. Che sarà allora la nostra fede? Ossia la vostra fede, perché io ancora non sono penetrata al di là dei confini umani…», dice Plautina.
«La sua presenza materiale o la sua materiale assenza non lederà la mia fede. Non temerò. Non è superbia la mia. É conoscenza di me. Se le minacce del Sinedrio si dovessero avverare… ecco, io non temerò…».
«Ma che non temerai? Che il Giusto sia giusto? Questo temere anche io non lo avrò. Lo crediamo di molti saggi dei quali gustiamo la sapienza, direi dei quali ci nutriamo con la vita del loro pensiero, dopo che da secoli sono scomparsi. Ma se tu…», insiste Plautina.
«Io non temerò neppur per la sua morte. La Vita non può morire. É risorto Lazzaro che era un misero uomo…».
«Non per sé è risorto. Ma perché il Maestro gli ha evocato lo spirito dall’oltre tomba. Opera che solo il Maestro può fare. Ma chi evocherà lo spirito del Maestro, se il Maestro sarà ucciso?».
«Chi? Egli. Ossia Dio. Dio da Sé stesso si è fatto, Dio da Sé stesso si può risuscitare».
«Dio… sì… nella vostra fede Dio da Sé si è fatto. É già arduo ammetterlo per noi, che sappiamo gli dèi venire l’un dall’altro, per divini amori».
«Per sconci, irreali amori, devi dire», la interrompe irruenta Maria di Magdala.
«Come vuoi…», concilia Plautina e sta per finire la frase, ma Maria di Magdala ancora la precede e dice: «”Ma l’Uomo”, vuoi dire, “non può da sé risuscitarsi”. Ma Egli, come da Sé si è fatto Uomo, perché nulla è impossibile al Santo dei santi, così Egli da Sé darà a Sé comando di risorgere. Tu non puoi capire. Tu non conosci le figure della nostra storia d’Israele. Egli e i suoi prodigi sono in quelle[127]. E ogni cosa si compirà così come è detto. Io credo in anticipo, Signore.
Professione di fede.
7Tutto credo. Che Tu sei il Figlio di Dio e il Figlio della Vergine, che Tu sei l’Agnello di salute, che Tu sei il Messia santissimo, che Tu il Liberatore e Re universale, che il tuo Regno non avrà fine e confine, e infine che la morte non prevarrà su Te, perché la vita e la morte Dio le ha create e gli sono soggette come tutte le cose.
Io credo. E se grande sarà il dolore di vedere Te sconosciuto e vilipeso, più grande sarà la mia fede nel tuo Essere eterno.
Io credo. In tutto quanto è detto di Te, credo. In tutto quanto Tu dici, credo. Ho saputo credere anche per Lazzaro, unica che sapessi ubbidire e credere, unica che sapessi reagire a quegli uomini e a quelle cose che mi volevano persuadere a non credere. Solo al limite, presso la fine della prova, ho avuto uno smarrimento… Ma essa durava da tanto… e non pensavo più che neppur Tu, Maestro benedetto, potessi accostarti al golal dopo tanti giorni dalla morte… Ora… non dubiterei più neppure se, in luogo di giorni, un sepolcro dovesse essere riaperto per restituire la sua preda dopo mesi che essa è nel suo ventre. Oh! mio Signore! Io so chi Tu sei! Il fango ha conosciuto la Stella!».
Maria gli si è accosciata ai piedi, sul suolo marmoreo, non più veemente, ma mite, adorante nell’espressione del volto alzato verso Gesù.
«Chi sono?».
«Colui che è. Questo sei. L’altra cosa, la persona umana, è la veste, la necessaria veste messa sul tuo splendore e sulla tua santità, perché Essa potesse venire fra noi e salvarci. Ma Tu sei Dio, il mio Dio». E si getta giù, a baciare i piedi di Cristo, e sembra non possa staccare le labbra dalle dita sporgenti dalla lunga veste di lino.
«Alzati, Maria. Tieni sempre forte a questa tua fede. E alzala come una stella nelle ore della burrasca, perché i cuori vi si affissino e sappiano sperare, quello almeno…».
Lezione alle discepole.
Fior di Israele e del nuovo regno.
8Poi si volge a tutte e dice: «Vi ho chiamate perché nei giorni futuri poco potremo vederci e con pace. Il mondo ci sarà intorno. E i segreti dei cuori hanno un pudore più grande di quello dei corpi. Non sono il Maestro, oggi. Sono l’Amico. Non tutte fra voi avete speranze o timori da dirmi. Ma a tutte piaceva vedermi con pace ancora una volta.
9Ed Io vi ho chiamate, voi, fior di Israele e del nuovo Regno, e voi, fior dei gentili che lasciano il luogo delle ombre per entrare nella Vita. Tenete questo nel cuore, per i giorni futuri: che il vostro onore al perseguitato Re d’Israele, all’Innocente accusato, al Maestro non ascoltato, tempera il mio dolore.
Le une soccorrano le altre.
10Io vi chiedo di stare molto unite, voi di Israele, voi che siete venute in Israele, voi che venite verso Israele. Le une soccorrano le altre. Le più forti di spirito soccorrano le più deboli. Le più sapienti quelle che poco sanno o non sanno affatto e solo hanno desiderio di saggezze nuove, di modo che il loro desiderio umano, per la cura delle sorelle più progredite, evolva in desiderio soprannaturale di Verità.
Siate pietose le une alle altre.
11Siate pietose le une alle altre. Quelle che secoli di legge divina hanno formate in giustizia compatiscano a quelle che il gentilesimo fa… diverse. Non si muta l’abito morale dall’oggi al domani altro che in casi eccezionali, nei quali interviene una potenza divina ad operare il mutamento per secondare una volontà molto buona. Non fatevi stupore se in quelle che vengono da altre religioni vedete arresti nel progredire e talora anche ritorni sulle vecchie vie. Abbiate presente lo stesso Israele nel suo comportamento verso di Me, e non pretendete dalle gentili la arrendevolezza e la virtù che Israele non ha saputo, non ha voluto avere verso il Maestro.
Sentitevi sorelle le une alle altre.
12Sentitevi sorelle le une alle altre. Sorelle che il destino ha riunite intorno a Me, in questo ultimo tempo della mia vita mortale… Non piangete! E che vi ha riunite prendendovi da luoghi diversi. Perciò con idiomi e costumi diversi, che rendono un poco difficile il comprendersi umanamente. Ma, in verità, l’amore ha un unico linguaggio, ed è questo: fare ciò che l’amato insegna e farlo per dargli onore e gioia. Ecco che in questo potete comprendervi tutte, e quelle che più capiscono aiutino le altre a capire.
La vera Patria è il Cielo.
13Poi… in futuro, in un futuro più o meno lontano, in circostanze diverse, tornerete a dividervi per le regioni della Terra, parte tornando alle regioni natie e parte andando in un esilio che non peserà, perché quelle che lo subiranno saranno già giunte a quella perfezione di verità, che farà loro comprendere che non è l’esser condotte qui o là che costituisce esilio dalla Patria vera. Perché la vera Patria è il Cielo.
14Perché chi è nella verità è in Dio e ha Dio in sé. É dunque già nel Regno di Dio, e il Regno di Dio non conosce frontiere, né esce da quel Regno chi da Gerusalemme verrà, per un esempio, portato in Iberia, o in Pannonia, o in Gallia, o in Illiria. Sempre sarete nel Regno se resterete sempre in Gesù, o se in Gesù verrete.
La missione cristiana.
15Io sono venuto a radunare tutte le pecore. Quelle del gregge paterno, quelle di altri, e anche quelle senza pastore, selvatiche, selvagge più ancor di selvatiche, sprofondate in tenebre così oscure da non permettere loro di vedere neppure un iota, non di legge divina ma anche di legge morale.
16Genti sconosciute che attendono di divenire note all’ora che Dio destina per questo e che poi entreranno a far parte del gregge di Cristo. Quando? Oh! anni o secoli sono pari rispetto all’Eterno[128]! Ma voi sarete le anticipatrici di quelle che andranno, coi Pastori futuri, a raccogliere nell’amore cristiano pecore e agnelli selvaggi per condurli nei pascoli divini. E vostro primo campo di prova siano questi luoghi.
Allegoria del rondinino.
17Il rondinino che leva l’ala per il volo non si getta subito alla grande avventura. Tenta il primo volo dalla gronda alla vite che ombreggia la terrazza. Poi torna al nido e nuovamente si lancia alla terrazza oltre la sua, e ritorna. E poi di nuovo più lontano… sinché sente farsi forte il nervo dell’ala e sicuro il suo orientamento, e allora giuoca coi venti e gli spazi e va e viene garrendo, inseguendo gli insetti, sfiorando le acque, risalendo verso il sole, sinché all’epoca giusta apre sicuro le ali al lungo volo per le zone più calde e ricche di nuovo cibo, né teme di valicare i mari, esso tanto piccolo, un punto di acciaio brunito sperso fra le due immensità azzurre del mare e del cielo, un punto che va, senza paura, mentre prima temeva il breve voletto dalla gronda al tralcio fronzuto, un corpo nervoso, perfetto, che fende l’aria come una freccia e non si sa se sia l’aria che lo trasporta con amore, questo piccolo re dell’aria, o se sia esso, il piccolo re dell’aria, che con amore solchi i suoi domini.
Dio aiuta le buone volontà.
18Chi pensa, vedendo il suo volo sicuro che sfrutta venti e densità d’atmosfera per andar più veloce, al suo primo, goffo, starnazzante volo, pieno di paura?
19Così sarà di voi. Così di voi sia. Di voi e di tutte le anime che vi imiteranno. Non si diviene capaci d’improvviso. Non sconforti per le prime sconfitte. Non superbie per le prime vittorie. Le prime sconfitte servono a far meglio un’altra volta. Le prime vittorie servono ad esser sprone a far ancor meglio in futuro e a persuadersi che Dio aiuta le buone volontà.
Siate sempre soggette ai Pastori
20Siate sempre soggette ai Pastori in quel che è ubbidienza ai loro consigli e ordini. Siate sempre a loro sorelle in quello che è aiuto nella missione e sostegno alle loro fatiche. Dite questo anche a quelle che oggi non sono qui presenti. Ditelo a quelle che verranno in futuro.
Siate come figlie per mia Madre.
21E ora e sempre siate come figlie per mia Madre. Ella vi guiderà in ogni cosa. Può guidare le fanciulle come le vedove, le mogli come le madri, avendo Ella conosciuto tutte le conseguenze di tutti gli stati per esperienza propria, oltre che per sapienza soprannaturale. Amatevi e amatemi in Maria. Non fallirete mai, perché Ella è l’Albero della Vita[129], la vivente Arca di Dio[130], la Forma di Dio[131] in cui la Sapienza si fece una Sede e la Grazia si fece Carne.
Il Messia desidera ascoltare le sue discepole.
22Ed ora che ho parlato in generale, ora che vi ho vedute, desidero ascoltare le mie discepole e quelle che sono le speranze delle discepole future. Andate. Io resto qui. Quelle fra voi che hanno da parlarmi vengano. Perché non avremo mai più un momento di intima pace simile a questo».
23Le donne si consultano fra loro. Elisa esce insieme a Maria e Maria Cleofe. Maria di Lazzaro ascolta Plautina che la vuole persuadere a qualche cosa, ma pare che Maria non voglia, perché ha recisi cenni di diniego col capo e poi se ne va lasciando in asso la sua interlocutrice, e nel passare prende con sé sua sorella e Susanna dicendo: «Noi avremo tempo di parlargli. Lasciamo queste, che devono tornare via, qui con Lui».
«Vieni, Sara. Noi verremo per ultime», dice Annalia.
L’udienza alle discepole.
Maria Salome: un posto per tutta la famiglia.
24Escono lentamente tutte, meno Maria Salome che sta incerta sulla porta.
«Vieni qui, Maria. Chiudi e vieni qui. Che temi?», le dice Gesù.
«É che io… io sono sempre con Te. Hai sentito Maria di Lazzaro?».
«Ho sentito. Ma vieni qui. Tu sei madre dei miei primi apostoli. Che vuoi dirmi?».
La donna si avvicina con la lentezza di chi deve chiedere una grande cosa e non sa se poterlo fare. Gesù l’incoraggia con un sorriso e con le parole: «Che? Vuoi forse chiedermi un terzo posto per Zebedeo? Ma egli è saggio. Certo non ti ha mandata a dire questo! Parla, dunque…».
«Ah! Signore! Proprio di quel posto io ti volevo parlare. Tu… parli in un modo… Come fossi per lasciarci. E io vorrei che prima Tu mi dicessi che mi hai proprio perdonata. Io non ho pace pensando che ti ho disgustato».
«Ci pensi ancora? Non ti pare che Io ti ami come prima e più di prima?».
«Oh! questo sì, Signore. Ma dimmela proprio la parola di perdono. Perché io possa dire al mio sposo quanto Tu sei stato buono con me».
«Ma non c’è bisogno che tu racconti una colpa perdonata, donna!».
«Sì che la racconterò! Perché, vedi? Zebedeo, vedendo come Tu ami i suoi figli, potrebbe cadere nello stesso mio peccato e… se Tu ci lasci, chi lo assolverebbe più? Io vorrei che tutti noi si entrasse nel tuo Regno. Anche il mio uomo. Né credo di essere fuori della giustizia volendo questo. Io sono una povera donna e non so di libri. Ma quando tua Madre ci legge, o ci dice brani della Scrittura, a noi donne, parla sovente delle donne elette di Israele e dei punti che parlano di noi. E nei Proverbi, che mi piacciono tanto, è detto che nella donna forte confida il cuore del suo sposo[132]. Io penso che è giusto che questa fiducia la donna la dia al proprio uomo, anche per ciò che è commercio celeste. Se io compero per lui un posto sicuro nel Cielo, impedendogli di peccare, io penso di fare cosa buona».
«Sì, Salome. Veramente tu hai aperto ora la bocca alla sapienza e hai legge di bontà sulla tua lingua[133]. Va’ in pace. Hai più che il mio perdono. I tuoi figli, secondo il libro che tanto ti piace, ti proclameranno felice, e ti darà lode tuo marito nella Patria dei giusti[134]. Va’ tranquilla. Va’ in pace. Sii felice». La benedice e congeda.
Salome se ne va tutta lieta.
Anna di Meron: raccomanda i figli.
25Entra la vecchia Anna della casa presso il Meron, e ha per mano due maschietti e dietro una fanciullina timida e pallidina che cammina a capo basso, già mammina nell’atto di guidare un bambinello che appena sa camminare bene.
«Oh! Anna! Anche tu mi vuoi dunque parlare? E tuo marito?».
«Malato, Signore. Malato. Molto malato. Forse non lo ritroverò vivo…». Delle lacrime scendono fra le rughe del volto senile.
«E tu sei qui?».
«Qui sono. Egli ha detto: “Io non posso. Va’ tu per la Pasqua e vedi che i nostri figli…”» Il pianto cresce. Impedisce le parole.
«Perché piangi così, donna? Tuo marito ha detto bene: “Vedi che i nostri figli non siano contro il Cristo per la loro eterna pace”. Giuda è un giusto. Più che della sua vita e del conforto che essa avrebbe dalle tue cure, si preoccupa del bene dei suoi figli. I veli si alzano, nelle ore che precedono la morte dei giusti, e gli occhi dello spirito vedono la Verità. Ma i tuoi figli non ti ascoltano, donna. E Io che posso fare se essi mi respingono?».
«Non li odiare, Signore!».
«E perché dovrei farlo? Pregherò per loro. E a questi, che sono innocenti, imporrò le mani per tenere lungi da loro l’odio che uccide. Venite a Me. Tu chi sei?».
«Giuda, come il padre di mio padre», dice il maschietto più grande, e il più piccino per mano alla sorella saltella e strilla: «Io, io Giuda!».
«Sì. Hanno onorato il padre nel nome da mettere ai figli. Ma non in altre cose…», dice la vecchia.
«Le sue virtù risorgeranno in questi. Vieni tu pure, fanciulla. Sii buona e saggia come quella che qui ti ha condotta».
«Oh! Maria lo è! Per non essere sola la condurrò con me in Galilea».
Gesù benedice i bambini, sostando con la mano sulla testa della fanciullina che è buona. Poi chiede: «E per te non chiedi nulla, Anna?».
«Di ritrovare vivo il mio Giuda e di avere la forza di mentire dicendo che i suoi figli…».
«No. Mentire no. Mai. Neppure per far morire in pace un morente. Dirai questo a Giuda: “Ha detto il Maestro che ti benedice, e con te benedice il tuo sangue”. É suo sangue anche questa fanciullezza innocente, ed Io l’ho benedetta».
«Ma se chiede se i figli nostri…».
«Dirai: “Il Maestro ha pregato per loro”. Giuda riposerà nella certezza che la mia preghiera è potente, e sarà detto il vero senza sconfortare chi muore. Perché Io pregherò anche per i tuoi figli. Va’ tu pure in pace, Anna. Quando lasci la città?».
«Il giorno dopo il sabato, per non essere fermata per via dal sabato».
«Va bene. Ho gioia che tu sia qui dopo il sabato. Resta molto unita a Elisa e Niche. Va’. E sii forte e fedele».
La donna è già quasi alla porta quando Gesù la richiama: «Ascolta. I tuoi piccoli figli stanno molto con te, non è vero?».
«Sempre, mentre io sono in città».
«In questi giorni… lasciali nella casa, se tu ne esci per seguirmi».
«Perché, Signore? Temi persecuzione?».
«Sì. Ed è bene che l’innocenza non veda e non senta…».
«Ma… cosa pensi che avvenga?».
«Va’, Anna. Va’».
«Signore, se… se ti avessero a fare quello che si dice, certo i miei figli… e allora la casa sarà peggio della strada…».
«Non piangere. Dio provvederà. La pace a te».
La vecchia se ne va in lacrime.
Giovanna e Valeria
Per un poco nessuno entra; poi, insieme, entrano Giovanna e Valeria. Sono affannate. Specie Giovanna. L’altra è pallida e sospira, ma con più fortezza.
«Maestro, Anna ci ha spaventate. Tu le hai detto… Oh! ma non è vero! Cusa sarà incerto, sarà… calcolatore. Ma menzognero non è! Egli mi assicura che Erode non ha voglia alcuna di nuocerti… Io non so di Ponzio…», e guarda Valeria che tace. Riprende: «Speravo capire qualcosa da Plautina, ma non ho capito molto…».
«Nulla, devi dire, fuorché che ella non ha proseguito di un passo dal limite dove era. A me pure non ha parlato. Ma, se bene ho capito, l’indifferenza romana, che è sempre tanto forte quando un fatto non può aver ripercussioni sulla Patria o sul proprio io, ha ottuso forte quelle che parevano così disposte a scuotersi un tempo. Più ancora che l’essermi accostata alla sinagoga ci separa, come un crepaccio separa due zolle prima unite, questa indifferenza, quest’ozio del loro spirito, così… diverso ormai dal mio. Ma esse sono felici. A loro modo sono felici… E la felicità umana non è un aiuto a tener desto il pensiero».
Valeria: il coraggio di essere cristiana.
26«E a svegliare lo spirito, Valeria», dice Gesù.
«Così, Maestro. Io… è un’altra cosa… Hai visto quella donna che era con noi? É una della mia famiglia. Vedova e sola, mi viene mandata dai parenti per persuadermi a tornare in Italia. Oh! molte promesse di gioie future! Sono gioie che io non apprezzo più e che perciò non mi sembrano più tali, e le calpesto. Non andrò in Italia. Qui ho Te e ho la mia bambina, che Tu mi hai salvata e che Tu mi hai insegnato ad amare per la sua anima. Non lascerò questi luoghi… Marcella… L’ho portata con me perché ti vedesse e comprendesse che non resto qui per un disonorevole amore verso un ebreo -per noi è disonorevole-ma perché in Te ho trovato il conforto in questo mio dolore di moglie ripudiata. Marcella non è cattiva. Ha sofferto. Capisce. Ma è però ancora incapace di capire la mia nuova religione. E un poco mi rampogna, parendole la mia una chimera… Non importa. Se vorrà, verrà dove io sono ormai. Se no, resterò qui con Tusnilde. Sono libera. Sono ricca. Posso fare ciò che voglio. E, non facendo del male, farò ciò che voglio».
«E quando il Maestro non ci sarà più?».
«Resteranno i suoi discepoli. Plautina, Lidia, la stessa Claudia che, dopo me, è quella che più ti segue nella dottrina e più ti onora, non hanno ancora capito che io non sono più la donna che esse conoscevano e credono conoscere ancora. Ma io sono sicura di conoscermi ormai. Tanto che dico che, se molto perderò perdendo il Maestro, non perderò tutto, perché la fede resterà. E io resterò dove essa è nata. Non voglio portare Fausta dove nulla parla di Te. Qui… Tutto parla di Te, e certo Tu non ci lascerai senza guida, noi che abbiamo voluto seguirti. Perché devo essere io, la gentile, ad avere questi pensieri, mentre molte di voi, tu stessa, siete come smarrite pensando al giorno in cui il Maestro non sarà fra noi?».
Giovanna: l’eredità del Messia.
27 «Perché esse si sono abituate a secoli di staticità, Valeria. È loro pensiero che l’Altissimo sia là, nella sua Casa, sopra l’altare invisibile che solo il Sommo Sacerdote vede in occasioni solenni[135]. Questo le ha aiutate a venire a Me. Potevano finalmente avvicinarsi anche esse al Signore. Ma ora tremano di non aver più né l’Altissimo sulla sua gloria né il Verbo del Padre fra loro. Bisogna compatire… E alzare lo spirito, Giovanna. Io sarò in voi[136]. Ricordalo. Io me ne andrò. Ma non vi lascerò orfani. Vi lascerò una casa mia: la mia Chiesa. La mia parola: la Buona Novella. Il mio amore abiterà nei vostri cuori. E infine vi lascerò un dono più grande, che vi nutrirà di Me e farà, non solo spiritualmente, che Io sia fra voi e in voi. Lo farò per darvi conforto e forza. Ma ora… Anna è molto afflitta per i bambini…».
Il Messia le discepole le vuole unite.
28«Ce ne ha parlato, con angoscia…».
«Sì. Le ho detto di tenerli lontano dalla gente. Dico lo stesso a te, Giovanna, e a te, Valeria».
«Manderò Fausta con Tusnilde a Bétèr prima del tempo fissato. Dovevano andarvi dopo la Festa».
«Io no. Non mi separo dai fanciulli. Li terrò nella casa. Ma dirò ad Anna di lasciare andar là i suoi. Quella donna ha dei tristi figli, ma essi saranno onorati del mio invito e non contraddiranno la madre. E io…».
«lo vorrei…».
«Che, Maestro?».
«Che steste tutte molto unite in questi giorni. Terrò con Me la sorella di mia Madre, Salome e Susanna e le sorelle di Lazzaro. Ma voi vi vorrei unite, molto unite».
«Ma non potremo venire dove Tu sei?».
«Io sarò come un lampo che splende rapido e scompare, in questi giorni. Salirò al Tempio nella mattina e poi lascerò la città. Fuor che al Tempio, ogni mattina non potreste incontrarmi».
«L’anno passato fosti da me…».
«Quest’anno non sarò in nessuna casa. Sarò un lampo che scorre…».
«Ma la Pasqua…».
«Desidero consumarla con i miei apostoli, Giovanna. Se così vuole il tuo Maestro, certo lo vuole per giusta ragione».
«É vero… Sarò dunque sola… Perché i miei fratelli mi hanno detto di voler essere liberi in questi giorni, e Cusa…»
«Maestro, io mi ritiro. Piove forte. Vado dai bambini che sento raccolti sotto il portico», dice Valeria e si ritira prudentemente.
Il posto di Giovanna: la famiglia.
29«Anche nel tuo cuore piove forte, Giovanna».
«È vero, Maestro. Cusa è così… strano. Io non lo capisco più. Una contraddizione continua. Forse ha degli amici che premono sul suo pensiero… o ha avuto qualche minaccia… o teme per il suo domani».
«Non è il solo. Anzi, posso dire che sono pochi e solitari sparsi qua e là quelli che, come Me, non temono del domani, e sempre più pochi saranno. Sii molto dolce e paziente con lui. Egli non è che un uomo…».
«Ma ha avuto tanto da Dio, da Te, che dovrebbe…».
«Che dovrebbe! Sì. Ma chi non ha avuto da Me in Israele? Ho beneficato amici e nemici, ho perdonato, guarito, consolato, istruito… Tu vedi, e più vedrai, come solo Dio è immutabile, come sono diverse le reazioni degli uomini, e come sovente colui che più ha avuto è colui che più è pronto a percuotere il suo benefattore. Veramente si potrà dire che colui che ha mangiato con Me il mio pane ha alzato contro Me il suo piede».
«Io non lo farò, Maestro».
«Tu no. Ma molti sì».
«Il mio sposo è forse fra questi? Se così fosse, io non tornerei alla mia casa questa sera».
«No. Non è fra questi, in questa sera. Ma, anche lo fosse, il tuo posto è là. Perché, se egli pecca, tu non devi peccare. Se egli vacilla, tu lo devi sorreggere. Se egli ti calpesta, tu devi perdonare».
«Oh! calpestare, no! Egli mi ama. Ma io lo vorrei più sicuro. Egli può tanto su Erode. Io vorrei che egli strappasse al Tetrarca una promessa per Te. Così come Claudia tenta strapparla a Pilato. Ma Cusa mi ha saputo solo riportare delle frasi vaghe di Erode… e assicurarmi che Erode non ha che il desiderio di vederti compiere qualche prodigio e non ti perseguiterà… Spera con ciò di far tacere i suoi rimorsi per Giovanni. Cusa dice: “Il mio re dice sempre: ‘Me lo comandasse il Cielo, io non alzerei la mano. Ho troppa paura”!».
«Dice il vero. Non alzerà la mano su Me. Molti in Israele non lo faranno perché molti hanno paura a condannarmi materialmente. Ma chiederanno sia fatto da altri. Come se vi fosse differenza agli occhi di Dio tra chi colpisce, premuto da un volere di popolo, e chi fa colpire».
«Oh! ma il popolo ti ama! Gran feste si preparano per Te. E Pilato non vuole tumulti. Ha rinforzato le milizie in questi giorni. Io spero tanto che… Non so cosa spero, Signore. Spero e dispero. Il mio pensiero è mutevole come questi giorni in cui il sole si alterna alla pioggia…».
«Prega, Giovanna, e sta’ in pace. Pensa sempre che tu non hai mai dato dolore al Maestro e che Egli se lo ricorda. Va’».
Giovanna, che si è fatta pallida e smagrita in questi pochi giorni, esce pensierosa.
Annalia presenta Sara al Messia.
30Ed è il volto gentile di Annalia che si affaccia.
«Vieni avanti. La tua compagna dove è?».
«Di là, Signore. Vuole tornare via, stanno per partire. Marta ha compreso il mio desiderio e mi trattiene sino al tramonto di domani. Sara torna a casa, a dire che resto. Vorrebbe la tua benedizione perché… Ma ti dirò dopo».
«Che venga. La benedirò».
La giovane esce per tornare con la compagna, che si prostra al Signore.
Sara: una volontaria del Messia.
31«La pace sia con te e la grazia del Signore ti conduca sui sentieri dove ti ha condotta costei che ti ha preceduta. Sii amorosa alla madre di questa e benedici il Cielo che ti ha risparmiata da legami e da dolori per averti tutta per Sé. Un giorno, più di ora, benedirai di esser stata sterile per volontà tua. Va’».
La giovane se ne va commossa.
«Tu le hai detto tutto quello che ella sperava. Queste parole erano il suo sogno. Sara diceva sempre: “Mi piace la tua sorte, benché sia tanto nuova in Israele. E la voglio io pure. Non avendo più un padre ed essendo mia madre dolce come una colomba, non temo di non poterla seguire. Ma per essere certa di poterla compire, e che santa sia per me, come lo è per te, lo vorrei sentire dalla sua bocca”. Ora Tu glielo hai detto. E anche io ho pace. Perché temevo talora di aver esaltato un cuore…».
Annalia: la prima vittima dell’amore.
32«Da quando è con te?».
«Da… Venuto l’ordine del Sinedrio, io mi sono detta: “L’ora del Signore è venuta, e io devo prepararmi a morire. Perché io te l’ho chiesto, Signore… Oggi te lo rammento… Se Tu vai al Sacrificio, io, ostia, con Te».
«Vuoi ancora fermamente la stessa cosa?».
«Sì, Maestro. Io non potrei vivere in un mondo dove Tu non fossi… e non potrei sopravvivere alla tua tortura. Ho tanta paura per Te! Molte fra noi si illudono… Non io! Io sento che l’ora è venuta. Troppo è l’odio… E spero che Tu accoglierai la mia offerta. Non ho che la mia vita da darti, perché sono povera, lo sai. La mia vita e la mia purezza. Per questo ho persuaso la mamma a chiamare sua sorella presso di sé. Perché non resti sola… Sara le sarà figlia in mia vece, e la madre di Sara le sarà di conforto. Non deludere il mio cuore, Signore! Nessuna attrattiva ha il mondo per me. Mi è come un carcere dove molte cose mi ripugnano forte. Forse è perché chi fu sulle soglie della morte ha compreso come ciò che per molti rappresenta la gioia non è che un vuoto che non sazia. Certo è che io non desidero che il sacrificio… e precederti, … per non vedere l’odio del mondo gettato come arma di tortura sul mio Signore, e per somigliarti nel dolore…».
«Deporremo allora il giglio reciso sull’altare dove si immola l’Agnello. Ed esso diverrà rosso del Sangue redentivo. E solo gli angeli sapranno che l’Amore fu il sacrificatore di un’agnella tutta bianca e segneranno il nome della prima vittima dell’Amore, della prima continuatrice del Cristo».
«Quando, Signore?».
«Tieni pronta la lampada e sta’ in veste di nozze. Lo Sposo è alle porte. Tu ne vedrai il trionfo e non la morte, ma trionferai con Lui entrando nel suo Regno».
«Ah! io sono la donna più felice di Israele! Io sono regina incoronata del tuo serto! Posso, come tale, chiederti una grazia?».
«Quale?».
«Ho amato un uomo, lo sai. Non l’ho più amato come sposo perché un amore più grande è entrato in me, ed egli non mi ha più amata perché… Ma non voglio ricordare il suo passato. Ti chiedo di redimere quel cuore. Posso? Non è peccare volermi ricordare, mentre sono sulle soglie della Vita, di chi amai per dargli la Vita eterna, non è vero?».
«Non è peccare. É portare l’amore al termine santo del sacrificio per il bene dell’amato».
«Benedicimi, allora, Maestro. Assolvimi da ogni mio peccato. Fammi pronta alle nozze e alla tua venuta. Perché sei Tu che vieni, mio Dio, a prendere la tua povera serva e a farla tua sposa».
La giovinetta, radiosa di gioia e di salute, si curva a baciare i piedi del Maestro, mentre Egli la benedice pregando su lei. E veramente la sala, bianca come fosse tutta di gigli, è degno ambiente per questo rito e ben si intona con i due protagonisti di esso, giovani, belli, biancovestiti, splendenti di amore angelico e divino.
Partenza delle donne e dei bambini.
33Gesù lascia là la giovanetta, assorta nella sua gioia, ed esce quietamente per andare a benedire i fanciulli, che con strilli di gioia si precipitano verso il carro e vi salgono lieti insieme alle donne che se ne vanno. Restano Elisa e Niche per riaccompagnare il giorno seguente Annalia in città. Ha smesso di piovere e il cielo, rotte le nubi, mostra il suo azzurro, e il sole fa scendere i suoi raggi ad accendere di luce le gocce della pioggia. Un arcobaleno vaghissimo si incurva da Betania a Gerusalemme. Il carro se ne va stridendo ed esce dal cancello. Scompare.
Conclusine delle udienze.
34Lazzaro, che è vicino a Gesù, sul limitare del portico, chiede: «Ti hanno dato gioia le discepole?», e osserva il Maestro.
«No, Lazzaro. Mi hanno dato, tutte meno una, i loro dolori e anche delle delusioni, se potessi illudermi».
«Le romane, vuoi dire, ti hanno deluso? Ti hanno parlato di Pilato?».
«No».
«Allora lo devo fare io. Speravo che esse te ne parlassero. Avevo atteso per questo. Entriamo in questa stanza solitaria. Le donne sono andate ai loro lavori con Marta. Maria è invece con tua Madre, nell’altra casa. Tua Madre è stata tanto con Giuda, ed ora se lo è condotto con sé… Siedi, Maestro…
13. Le vergini d’Israele salutano il Messia. Morte di Annalia[137].
Le vergini d’Israele salutano il Messia.
1La casa di Annalia appare. La terrazza, inghirlandata di vite dalle foglie novelle tremolanti ad un mite vento di aprile, ha sul lato della via tutta una fila di giovinette biancovestite e biancovelate, al centro delle quali è Annalia, con cesti di petali di rose sfogliate e di mughetti che già volteggino nell’aria.
2«Le vergini di Israele ti salutano, Signore!», dice Giovanni, che si è fatto largo ed è ora al fianco di Gesù, attirando la sua attenzione sulla ghirlanda di purezza che si sporge sorridendo dal parapetto a spargere la via di petali rossi come sangue e di mughetti bianchi come perle.
3Gesù trattiene per un attimo le redini e arresta il puledro d’asina. Alza il volto e la mano a benedire quella verginità di Lui innamorata sino a rinunciare ad ogni altro amore terreno.
4E Annalia si protende e grida: «Il tuo trionfo io l’ho visto, o mio Signore! Prendi la mia vita per la tua glorificazione universale!», e con un grido altissimo, mentre Gesù passa sotto la sua casa e procede, lo saluta: «Gesù!».
5E un altro, diverso grido, supera il clamore delle turbe. Ma la gente, pur sentendolo, non si arresta. È un fiume di entusiasmo, un fiume di popolo in delirio che non può sostare. E mentre le ultime onde di questo fiume sono ancor fuori della porta, le prime onde già assalgono le salite che conducono al Tempio.
6«Tua Madre!», grida Pietro accennando ad una casa quasi all’angolo di una via che sale al Moria e per la quale si incanala il corteo. E Gesù alza il volto a sorridere a sua Madre, che è lassù fra le donne fedeli.
È caduto un fiore.
7L’intoppo di una numerosa carovana arresta il corteo pochi metri dopo che la casa è superata. E mentre Gesù sosta con gli altri, carezzando i bambini che le madri gli porgono, accorre un uomo e si fa largo urlando: «Lasciatemi passare! Una donna è morta. Una fanciulla. All’improvviso. La madre invoca il Maestro. Lasciatemi passare! Egli già l’ha salvata una volta!».
8La gente fa largo e l’uomo corre presso Gesù: «Maestro, la figlia di Elisa è morta. Ti ha salutato con quel grido, poi si è piegata indietro dicendo: “Io son felice” ed è spirata. Il suo cuore si è franto nel gran tripudio di vederti trionfante. Sua madre mi ha visto sulla terrazza accanto alla sua casa e mi ha mandato a chiamarti. Vieni, Maestro!».
9«Morta! Morta Annalia! Ma se era sana, florida, felice solo ieri?». Gli apostoli si affollano agitati, i pastori pure. Tutti l’hanno vista ieri in perfetta salute. Poco fa l’hanno vista rosea, ridente… Non si capacitano della sciagura… Chiedono, domandano i particolari…
10«Non so. Tutti avete sentito le sue parole. Parlava forte, sicura. Poi la vidi piegarsi indietro più bianca delle sue vesti e udii gridare la madre… Altro non so».
11«Non vi agitate. Non è morta. È caduto un fiore e gli angeli di Dio lo hanno raccolto per portarlo in seno ad Abramo. Presto il giglio della Terra si aprirà felice in Paradiso, ignorando per sempre l’orrore del mondo. Uomo, di’ ad Elisa che non pianga la sorte della sua creatura. Dille che essa ebbe una grande grazia da Dio e che fra sei giorni comprenderà qual grazia Dio fece alla figlia sua. Non piangete. Non pianga nessuno. Il suo trionfo è ancor più grande del mio, perché alla vergine fanno corteo gli angeli per condurla alla pace dei giusti. Ed è trionfo eterno che salirà di grado senza mai conoscere discesa. In verità vi dico che per voi tutti, ma non per Annalia, avete ragione di piangere. Andiamo». E ripete agli apostoli e a chi lo circonda: «È caduto un fiore. Si è adagiato in pace e gli angeli lo hanno raccolto. Beata la pura di carne e cuore perché presto vedrà Iddio».
12«Ma come, di che è morta, Signore?», chiede Pietro che non si capacita.
«D’amore. D’estasi. Di gaudio infinito. Felice morte!».
Chi è molto avanti non sa, chi è molto indietro non sa. E perciò gli osanna continuano anche se qui, presso a Gesù, si è fatto un cerchio di pensoso silenzio.
13È Giovanni che lo rompe: «Oh! vorrei la stessa sorte prima delle ore future!».
14«Io pure», dice Isacco. «Vorrei vedere il volto della fanciulla morta d’amore per Te…».
15«Vi prego di sacrificarmi il vostro desiderio. Ho bisogno della vostra vicinanza…».
«Non ti lasceremo, Signore. Ma a quella madre non un conforto?», chiede Natanaele.
«Provvederò ad esso…».
Conforto alla madre di Annalia[138].
La prima vergine di Gesù e di Maria.
16Gesù resta solo. Bussa leggermente, un tocco così leggero che soltanto uno che è ben sveglio lo può sentire.
Un rumore dentro la stanza, come di un sedile che si sposta, e un leggero fruscio di passi, e una voce sommessa: «Chi bussa?».
«Io, Mamma. Aprimi».
La porta si apre subito. Il lume di luna è il solo lume che illumini la stanza quieta e distende il suo raggio sul letto intatto. Un sedile è presso la finestra spalancata sul mistero della notte.
«Non dormivi ancora? È tardi!».
17«Pregavo… Vieni, Figlio mio. Siedi qui dove io ero», e indica il sedile presso la finestra.
18«Non posso fermarmi. Ti sono venuto a prendere per andare da Elisa in Ofel. Annalia è morta. Non lo sapevate ancora?».
«No. Nessuno… Quando, Gesù?».
«Dopo il mio passaggio».
19«Dopo il tuo passaggio. Fosti dunque per lei l’Angelo liberatore?! Le era così prigione questa Terra! Lei felice! Vorrei essere io al posto suo! Morì… naturalmente? Voglio dire: non per sventura?».
20«Morì di gioia d’amore. Lo seppi che ero già sulla salita del Tempio. Vieni con Me, Mamma. Noi non temiamo di profanarci per consolare una madre che ebbe fra le braccia la figlia morta di soprannaturale gioia… La nostra prima vergine! Quella che venne a Nazareth, a te, per trovare Me e chiedermi questa gioia… Giorni lontani e sereni».
21«Ieri l’altro cantava come una capinera innamorata e mi baciava dicendo: “Io sono felice!”, ed era avida di sentire tutto di Te. Come Dio ti formò. Come mi elesse. E i miei primi palpiti di vergine consacrata… Ora comprendo… 5Sono pronta, Figlio».
22Maria si è, nel parlare, riappuntate le trecce, che aveva giù per le spalle e che la facevano parere così fanciulla, e si è messo il velo e il manto.
Parla la madre alla Madre.
23Escono facendo il meno rumore che possono.
Levi è già presso il portone. Spiega: «Ho preferito… Per mia moglie… Le donne sono curiose. Mi avrebbe fatto cento domande. Così non sa…». Apre, fa per chiudere.
24Gesù dice: «Entro questa stessa vigilia ricondurrò mia Madre».
«Veglierò qui presso. Non temere».
«La pace a te».
Vanno per le strade silenziose, vuote, nelle quali la luna si ritira lentamente persistendo sull’alto delle case alte della collina di Sion. Più luminoso è il borgo di Ofel, dalle casette più umili e più basse.
25Ecco la casa di Annalia. Chiusa. Buia. Silenziosa. Dei fiori appassiti sono ancora sui due gradini della casa. Forse quelli gettati dalla vergine prima di morire, o quelli caduti dal suo letto funebre…
Gesù bussa alla porta. Bussa di nuovo…
26Il rumore di una impannata aperta in alto. Una voce affranta: «Chi bussa?».
«Maria e Gesù di Nazareth», risponde Maria.
«Oh! Vengo! …».
27Breve attesa e poi il rumore dei paletti rimossi. La porta si apre mostrando il volto disfatto di Elisa, che si regge a fatica allo stipite e, quando Maria entrando le apre le braccia, si abbatte sul suo seno con i singulti fiochi di chi ha già tanto pianto da non aver più voce da dare al suo pianto. Gesù chiude l’uscio e attende paziente che sua Madre calmi quell’affanno.
28Una stanza è vicina alla porta. Entrano in quella, portando Gesù il lume posato da Elisa sul pavimento dell’entrata prima di aprire la porta. Il pianto della madre sembra non possa aver fine. Parla, fra i singhiozzi rochi, a Maria. Parla la madre alla Madre. Gesù, in piedi contro una parete, tace…
Il dolore di Elisa.
29Elisa non può darsi ragione di quella morte, avvenuta così… E nel suo soffrire fa ricadere la causa di essa a Samuele, il fidanzato spergiuro: «Le ha spaccato il cuore, quel maledetto! Ella non diceva. Ma certo soffriva da chissà quanto! E nella gioia, nel grido, le si è aperto il cuore. Sia maledetto in eterno».
30«No, cara. No. Non maledire. Non è così. Dio l’ha amata tanto da volerla nella pace. Ma anche fosse morta per causa di Samuele -non è, ma supponiamolo per un istante- pensa quale morte di gioia ella ebbe, e di’ che l’azione malvagia le procurò morte felice».
31«Io non l’ho più! M’è morta! M’è morta! Tu non sai cosa sia perdere una figlia! Io due volte ho gustato questo dolore. Perché già la piangevo morta quando tuo Figlio la guarì. Ma ora… Ma ora… Egli non è tornato! Non ha avuto pietà… Io l’ho perduta! Perduta! Già nella tomba è la mia creatura! Sai tu cosa sia veder agonizzare un figlio? Sapere che deve morire? Vederlo morto quando lo si credeva risanato e forte? Non sai. Non puoi parlare… Era bella come una rosa apertasi allora al primo sole mentre si ornava questa mattina. Si era voluta ornare con la veste che le avevo fatta per le nozze. Voleva anche coronarsi come sposa. Poi preferì sfare la ghirlanda già pronta e sfogliare i fiori per gettarli a tuo Figlio, e cantava! Cantava! La sua voce empiva la casa. Era vaga come la primavera. La gioia le faceva brillanti come stelle gli occhi, e porporine come polpa di melagrana le labbra aperte sul candore dei denti, e le guance le aveva rosee e fresche come rose novelle che la rugiada decora. E divenne bianca come il giglio appena dischiuso. E mi si piegò sul petto come uno stelo spezzato… Più una parola! Più un sospiro! Più colore. Più sguardo. Placida, bella, come un angelo di Dio, ma senza vita. 8Tu non sai, tu che godi del trionfo di tuo Figlio e lo hai sano e forte, cosa è il mio dolore! Perché non è tornato indietro? In che lo aveva dispiaciuto, e io con lei, per non aver pietà della mia preghiera?».
Il dolore di Maria.
32«Elisa! Elisa! Non dire… Il dolore ti fa cieca e sorda… Elisa, tu non sai il mio soffrire. E non sai il mare profondo che diverrà il mio soffrire. Tu l’hai vista placida e bella irrigidirsi in pace. Fra le tue braccia. Io… Io sono più di sei lustri che contemplo la mia Creatura e, oltre le carni lisce e monde che contemplo e carezzo, io vedo le piaghe dell’Uomo dei dolori[139] che diverrà la mia Creatura.
33Sai, tu che dici che io non so cosa è vedere un figlio andare due volte alla morte, e un entrarvi e rimanervi in pace, sai cosa è vedere per tant’anni questa visione, per una madre? Mio Figlio! Eccolo. È già vestito di rosso[140] come uscisse da un bagno di sangue. E presto, fra poco, ancor non sarà fatto oscuro il volto della tua creatura nel sepolcro, che io lo vedrò vestito della porpora del Sangue suo innocente[141]. Di quel Sangue che gli ho dato.
34E se tu hai raccolto sul cuore tua figlia, sai quale sarà il mio dolore vedendo morire mio Figlio come un malfattore sul legno? Guardalo, il Salvatore di tutti! Nello spirito e nella carne. Perché la carne dei salvati da Lui sarà incorrotta e beata nel suo Regno. E guardami! Guarda questa Madre che ora per ora accompagna e conduce -oh! io non lo tratterrei di un passo! – suo Figlio al Sacrificio! Io ti posso capire, povera mamma. Ma tu capisci il mio cuore! Non odiare il Figlio mio. Annalia non avrebbe sopportato l’agonia del suo Signore. E il suo Signore la fece beata in un’ora di tripudio».
La candida aiuola del Re divino.
35Elisa ha cessato di piangere davanti alla rivelazione. Fissa Maria, dal pallido volto di martire lavato di lacrime silenziose, guarda Gesù che la guarda con pietà… e scivola ai piedi di Cristo gemendo: «Ma ella mi è morta! Mi è morta, Signore! Come un giglio, un giglio spezzato. Tu sei detto dai poeti che sei colui che si compiace fra i gigli[142]! Oh! veramente Tu, nato dal giglio-Maria, scendi sovente fra le aiuole fiorite, e delle rose porpurea ne fai candidi gigli, e li cogli levandoli al mondo[143]. Perché? Perché, Signore? Non è giusto che una madre goda della rosa nata da lei? Perché spegnerne il porporino nel freddo candore di morte del giglio?».
«I gigli! Saranno il simbolo di quelle che mi ameranno come mia Madre amò Dio[144]. La candida aiuola del Re divino».
36«Ma noi madri piangeremo. Noi madri abbiamo diritto alle nostre creature. Perché levarle alla vita?».
«Non così voglio dire, donna. Resteranno le figlie, ma consacrate al Re come le vergini nei palazzi di Salomone. Ricordati il Cantico… E spose saranno, le beneamate, in Terra e in Cielo».
«Ma la mia creatura è morta! È morta!». Il pianto riprende straziante.
La morte del giusto è grazia di Dio.
37«Io sono la Risurrezione e la Vita. Chi crede in Me, ancorché venga a morte, vive, e in verità ti dico che non muore in eterno. Tua figlia vive. Vive in eterno poiché credette nella Vita. La mia Morte le sarà completa Vita. Ha conosciuto la gioia del vivere in Me prima di conoscere il dolore di vedere Me strappato alla vita. Il tuo dolore ti fa cieca e sorda. Bene dice mia Madre. Ma presto dirai ciò che ti ho mandato a dire stamane: “Veramente la sua morte fu una grazia di Dio”. Credilo, donna.
L’orrore attende questo luogo. E verrà giorno in cui le madri colpite come te diranno: “Lode a Dio che risparmiò ai nostri figli questi giorni”. E le madri non colpite grideranno al Cielo: “Perché, o Dio, non ci hai ucciso i figli prima di quest’ora?”. Credilo, donna. Credi alle mie parole.
Non alzare fra te e Annalia la vera chiusura che separa, quella della diversità di fede. Vedi? Io potevo non venire. Tu sai quanto sono odiato. Non ti illuda il trionfo di un’ora!… Ogni angolo può celare un’insidia per Me. E sono venuto solo, nella notte, per consolarti e dirti queste parole. Io compatisco il dolore di una madre. Ma per la pace della tua anima ti vengo a dire queste parole. Abbi pace! Pace!».
Colui che dà pace.
38«Dammela Tu, Signore! Io non posso! Non posso nel mio soffrire darmi pace. Ma Tu, che rendi la vita ai morti e la salute ai morenti, dai la pace al cuore di una madre straziata».
«Così sia, donna. A te la pace». Le impone le mani benedicendola e pregando in silenzio su lei. Maria si è inginocchiata a sua volta presso Elisa, cingendola con un braccio.
39«Addio, Elisa. Io me ne vado…».
«Non ci vedremo più, Signore? Io non uscirò dalla casa per molti giorni e Tu te ne andrai dopo le feste pasquali. Tu… sei ancora un poco parte di mia figlia… perché Annalia… perché Annalia viveva in Te e per Te». Piange. Più calma, ma quanto piange!
40Gesù la guarda… La carezza sul capo canuto. Le dice: «Mi vedrai ancora».
«Quando?».
«Fra otto notti da questa».
«E mi conforterai ancora? Mi benedirai per darmi forza?».
«Il mio cuore ti benedirà con tutta la pienezza del mio amore per quelli che mi amano. Vieni, Madre mia».
41«Figlio mio, se lo concedi vorrei rimanere ancora con questa madre. Il dolore è un maroso che torna, dopo che si è allontanato Colui che dà pace… Rientrerò all’ora di prima. Non ho paura ad andare sola. Lo sai. E sai che passerei per tutto un esercito nemico pur di confortare un mio fratello in Dio».
«Sia come tu vuoi. Io vado. Dio sia con voi».
Esce senza far rumore, chiudendosi dietro le spalle la porta della stanza e quella della casa.
14. Pausa di riposo con le discepole.[145]
Le discepole fedeli.
Quelle che hanno dato il cuore al Messia.
1«Non ti muovere. Io le chiamerò. I discepoli dormono tutti…».
«E li lasceremo dormire. La notte poco dormono, perché Io li istruisco nella pace del Getsemani».
Maria esce e torna con le donne, che sembrano aver abolito il loro peso tanto sono leggeri i loro passi. Lo salutano col loro ossequio profondo, che è familiare solo in Maria Cleofe.
E Marta da una capace borsa trae un’anforetta sudante, mentre Maria leva da un vaso, pure poroso, fresche frutta venute da Betania, e le dispone sul tavolo a fianco di quanto ha preparato la sorella, ossia un colombo arrostito alla fiamma, croccante, appetitoso, e prega Gesù di gradire, dicendo: «Mangia. Riconforta questa carne. Io stessa l’ho preparata».
Giovanna invece ha portato dell’aceto rosato. Spiega: «Rinfresca tanto in questi primi calori. Lo usa anche il mio sposo quando si stanca nelle lunghe cavalcate».
«Noi non abbiamo nulla», si scusano Maria Salome, Maria Cleofe, Susanna ed Elisa. E Niche e Valeria alla loro volta: «E neppure noi. Non sapevamo di dover venire».
«Mi avete dato tutto il vostro cuore. Mi è sufficiente. E ancor mi darete…».
Mangia, ma più che altro beve la fresca acqua melata che Marta gli mesce dall’anfora porosa, e le frutta fresche che sono un ristoro per l’Affaticato.
Quelle che gioiscono della loro redenzione.
2Le discepole non parlano molto. Lo guardano ristorarsi. Nei loro occhi è amore e affanno. E d’improvviso Elisa si mette a piangere, e se ne scusa dicendo: «Non so. Ho il cuore gravato di mestizia…».
«Tutte lo abbiamo. Persino Claudia nel suo palazzo…», dice Valeria.
«Io vorrei che fosse già Pentecoste», sussurra Salome.
«Io invece vorrei fermare il tempo a quest’ora», dice Maria di Magdala.
«Saresti egoista, Maria», le risponde Gesù.
«Perché, Rabboni?».
«Perché vorresti per te sola la gioia della tua redenzione. Sono migliaia e milioni di esseri che attendono quest’ora, o che per quest’ora saranno redenti».
«È vero. Non ci pensavo…», china il capo mordendosi le labbra per non far vedere le lacrime dei suoi occhi e il tremito delle sue labbra. Ma è sempre la forte lottatrice, e dice: «Se Tu vieni domani, potrai rivestirti della veste che hai mandata. È fresca e monda, degna della cena pasquale».
Quelle che col cuore hanno dato tutto.
3«Verrò… 32Non avete nulla da dirmi? Siete mute ed afflitte. Non sono più Gesù? …», sorride alle donne invitante.
«Oh! sei Tu! Ma sei tanto grande in questi giorni che io non so più vederti come il fanciullino che ho portato fra le braccia!», esclama Maria d’Alfeo.
«E io come il semplice rabbi che entrava nella mia cucina cercando Giovanni e Giacomo», dice Salome.
«Io ti ho sempre conosciuto così: Re dell’anima mia!», proclama Maria di Magdala.
E Giovanna, mite e soave: «E io pure: divino, dal sogno nel quale a me morente apparisti per chiamarmi alla vita».
«Tutto ci hai dato, o Signore. Tutto!», sospira Elisa che si è ripresa.
«E tutto mi avete dato».
«Troppo poco!», dicono tutte.
Cuori che hanno amato senza calcolo.
4«Non cessa il dare dopo quest’ora. Cesserà soltanto quando sarete con Me nel mio Regno. Le mie discepole fedeli. Non siederete, no, al mio fianco, sui dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele, ma canterete l’osanna insieme agli angeli, facendo coro d’onore alla Madre mia, e allora come ora il cuore del Cristo troverà la sua gioia nel contemplarvi».
«Io sono giovane! È lungo il tempo per salire al tuo Regno. Beata Annalia!», dice Susanna.
«Io vecchia sono, e felice di esser tale. Spero prossima la morte». Dice Elisa.
«Io ho i figli… Vorrei servirli, questi servi di Dio!», sospira Maria Cleofe.
«Non ti scordare di noi, Signore!», dice la Maddalena con ansia contenuta, direi con un grido d’anima, tanto la voce, tenuta bassa per non svegliare i dormenti, vibra di forza più di un grido.
«Non mi scorderò di voi. Verrò. Tu, Giovanna, sai che Io posso venire anche se sono molto lontano… Le altre lo devono credere. E vi lascerò una cosa… un mistero che terrà Me in voi e voi in Me, finché saremo riuniti Io e voi nel Regno di Dio. 33Ora andate. Direte che poco vi ho detto, che quasi era inutile per così poco farvi venire. Ma ho desiderato avere intorno cuori che mi hanno amato senza calcolo. Per Me. Per Me: Gesù. Non per il futuro, sognato Re d’Israele. Andate. E siate benedette una volta di più.
Cuori che hanno amato senza calcolo.
5Anche le altre. Che non ci sono, ma che pensano a Me con amore: Anna, Mirta, Anastatica, Noemi, e Sintica lontana, e Fotinai, e Aglae e Sara, Marcella, le figlie di Filippo, Miriam di Giairo, le vergini, le redente, le spose, le madri che sono venute a Me, che mi sono state sorelle e madri, migliori, oh! molto migliori degli uomini anche migliori! … Tutte, tutte! Benedico tutte. La grazia comincia già a scendere, la grazia e il perdono, sulla donna, per questa mia benedizione. Andate…».
Le congeda trattenendo sua Madre: «Prima di sera sarò al palazzo di Lazzaro. Ho bisogno di vederti ancora. E con Me sarà Giovanni. Ma non voglio che te, Madre, e le Marie, Marta e Susanna. Ho tanta stanchezza…».
«Saremo noi sole. Addio, Figlio…».
Si baciano. Si separano… Maria se ne va lentamente. Si volge prima di uscire. Si volge prima di lasciare il ponticello. Si volge ancora, sinché può vedere Gesù… Sembra che non possa allontanarsi da Lui…
[1] 8 luglio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 7 Cap. 455. Poema: VI, 147
[2] Dice Gesù: “Maria non deluderà il desiderio di Dio. Non lo ha mai deluso. Dalle richieste di amore totale a quelle di sacrificio totale Ella si è data e si darà” (VdRE. Vol 14 n.346,24) < La Madre, associandosi nel Sacrificio a suo Figlio, deve avere arrecato gran conforto alla santissima Umanità della Vittima (Lc 22,43) >
[3] Dice Gesù: “Il vero significato (del nome di Maria) comincerà ad apparire chiaro ai veri credenti e ai veri amorosi in un’ora tremenda di strazio, quando la Genitrice sarà suppliziata col suo Nato, quando la Redentrice redimerà col Redentore” (VdRE Vol 14 n.346,17). “Ostia con l’Ostia”.
[4]< Non certo perché ne sia costretta, ma per amore e riconoscenza verso il suo Capolavoro: Maria infatti è l’amorosissima, e quindi perfettissima, Figlia, Sposa, Madre di Dio, Cooperatrice nell’opera dell’umano riscatto, perenne Interceditrice presso il Buonissimo per il vero bene della intera umanità >
[5] 13 luglio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 7 Cap. 456
[6] Vedi Inferno: N°444,19, nota 55
[7] Vedi Purgatorio: N°444,19, nota 57
[8] Vedi Limbo: N° 444,19, nota 56
[9] “Se un uomo si rivolge ai negromanti e agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo” (Levitino 20,6)
[10] 15 luglio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 7 Cap. 457
[11] Il popolo si fermò a Kades. Qui morì e fu sepolta Maria. Mancava l’acqua per la comunità: ci fu un assembramento contro Mosè e contro Arone. Il popolo ebbe una lite con Mosè… (Numeri: (Nm) 20,1-5)
[12] Allora Mosè e Aronne si allontanarono dalla comunità per recarsi all’ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la gloria del Signore apparve loro (Nm 20,6).
[13] (Es 32 1-6).
[14] Il Signore disse a Mosè: “Prendi il bastone e tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e alla loro presenza parlaste a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua; tu farai sgorgare per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame” (Nm 20,7-8).
[15] Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva ordinato. Mosè e Aronne convocarono la comunità davanti alla roccia e Mosè disse loro: “Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?” (Nm 20,9
[16] Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e tutto il bestiame (Nm 20,11)
[17] Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: “Poiché non avete avuto fiducia in me per dar gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le do”. Queste sono le acque di Mèriba, dove gli Israeliti contesero con il Signore e dove Egli si dimostrò santo in mezzo a loro (Nm 20,12-13).
[18] 16 luglio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 7 Cap. 458. Poema: VI, 150
[19] La bilancia falsa è in abominio al Signore, ma del peso esatto egli si compiace (Pr 11,1). Doppio peso e doppia misura sono due cose in abominio al Signore (Pr 20,10. 23).
[20] È un laccio per l’uomo esclamare subito: “Sacro!” e riflettere solo dopo aver fatto il voto (Pr 20,25).
[21] I agosto 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 7 Cap. 465. Poema: VII, 158
[22] 3 agosto 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 7 Cap. 466. Poema: VII, 159
[23] Esodo 23,14-17
[24] 18 ottobre 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 7 Cap. 515 Poema: VII, 212
[25] Shaddai: L’Onnipotente o L’Abitante delle montagne; Elyon: L’Altissimo; Yahvè: Colui che è; Il Cielo; Il Benedetto; Il Santo; La Potenza; Il Signore.
[26]< Allusione alla sovrabbondante effusione pentecostale dello Spirito Santo ed ai suoi mirabili effetti, tra i quali quello di richiamare alla memoria le parole dette da Gesù. Gv 14,25-26; 16,12-15>
[27]< Allusione alla sovrabbondante effusione pentecostale dello Spirito Santo ed ai suoi mirabili effetti, tra i quali quello di richiamare alla memoria le parole dette da Gesù. Gv 14,25-26; 16,12-15>
[28] “Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono (Sap. 2,23-24).
[29] “Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? (Is 14,12). “Satana fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore. Sapendo che gli resta poco tempo” Ap 12,9.12).
[30] “Tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo” (Is 14,13).
[31] “Tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo” (Is 14,13).
[32] “Io ho detto: voi siete dèi figli tutti dell’Altissimo”. Gv 10,34; Sal 82,6
[33] 2 novembre 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 8 Cap. 523. Poema: VII, 220
[34] Atti 19,11-17
[35] “Aronne dopo aver fatto il sacrificio espiatorio, l’olocausto e i sacrifici di comunione, scese dall’altare. Mosè e Aronne entrarono nella tenda del convegno; poi uscirono e benedissero il popolo e la gloria del Signore si manifestò a tutto il popolo. Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull’altare l’olocausto e i grassi; tutto il popolo lo vide, mandò grida d’esultanza e si prostrò con la facci a terra” (Lv 9,
[36]IL VANGELO ETERNO: Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: (Lc 18,9).
[37]IL VANGELO ETERNO: “Due uomini salirono al tempio a pregare: un’era fariseo e l’altro pubblicano”. (Lc 18,10).
[38]IL VANGELO ETERNO: “Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: o Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo” (Lc 18,11)
[39]IL VANGELO ETERNO: “Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13).
[40]IL VANGELO ETERNO: “Il vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,14).
[41] 5 novembre 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 8 Cap. 525. Poema: VII, 222
[42] “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re” (Zc 9,9).
[43] “Colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità dai giorni più remoti” (Michea 5,1)
[44] “Sulle sue spalle è il segno della sovranità” (Is 9,5). “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio” (2 Sam 7,14).
[45] “Egli starà là e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra e tale sarà la pace” (Mi 5,3).
[46]“Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore” (Is 9,5-6).
[47] Signore, Dio: “Innalzerò al mio Dio un canto nuovo: Signore, grande sei tu e glorioso, mirabile nella tua potenza e invincibile. Ti sia sottomessa ogni tua creatura: perché tu dicesti e tutte le cose furon fatte; mandasti il tuo spirito e furono costruite e nessuno può resistere alla tua voce. I monti sulle loro basi insieme con le acque sussulteranno, davanti a te le rocce si struggeranno come cera; ma a coloro che ti temono tu sarai sempre propizio” (Giuditta 16,13-15).
[48]Il pettorale del giudizio: coperto con una incastonatura di pietre preziose: prima fila: cornalina, topazio, smeraldo. Seconda fila: turchese, zaffiro, berillo. Terza fila: giacinto, agata, ametista. Quarta fila: crisolito, ònice, diaspro. Le pietre corrispondono ai nomi degli Israeliti, secondo le dodici tribù (Esodo 28,15-21).
Le fondamenta delle mura della città santa: sono adorne di ogni specie di pietre preziose. “Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista” (Ap 21,19-20).
Significato delle pietre preziose: Topazi: credono; ametiste: sperano; smeraldi: amano; zaffiri: si pentono; rubini: vivono e muoiono nella giustizia; sardonici: soffrono; agate: lasciano l’errore per la Verità; crisoliti: erano duri di cuore e miti si sono fatti; berilli: gli innocenti; onici: i pentiti; diaspri: quelli che si spogliano di ogni cosa per essere agili a seguire il Signore; opali: i vergini dallo spirito splendente di luce.
[49] “Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell’interno oltre il velo, introdurrai l’arca della Testimonianza. Il velo sarà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei santi” (Es 26,33). Il velo chiude al fedele il Santo dei santi, dimora di Jahve. Solo il sommo sacerdote vi entra, nel grande giorno dell’espiazione (Lv 16; cfr Eb 9,6-14). Questo velo si squarciò in due da cima a fondo dopo che il Messia spirò (Mt 27,50-51) per indicare la fine della religione del tempio e che d’allora in poi, ogni ginocchio si deve piegare davanti al Messia risorto, vivo e presente nell’uomo e nei sacramenti della sua chiesa.
[50] “Maestà e bellezza sono davanti a lui” (Sal 96,6). Perché piacque a Dio di fare abitare in Cristo ogni pienezza (Col 1,19).
[51] “Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino, né alcuno il proprio fratello, dicendo: Conosci il Signore! Tutti infatti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande di loro” (Eb 8,11).
[52] “È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9)
[53] “Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo. Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con un perla sola della tua collana!” (Cc 4,1.7.9).
[54] Maria e Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna etiope che aveva sposata. Dissero: “Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?” L’ira del Signore si accese contro di loro ed egli se ne andò la nuvola si ritirò di sopra alla tenda ed ecco Maria era lebbrosa” (Nm Cap. 12,1-2.9-10)
[55] In quel tempo era giudice d’Israele una profetessa, Debora, Essa sedeva sotto la palma di Debora e gli Israeliti venivano a lei per le vertenze giudiziarie. Essa mandò a chiamare Barak, e gli disse: “Il Signore, Dio d’Israele, ti dà quest’ordine: Va’, marcia sul monte Tabor. Io attirerò verso di te al torrente Kison Sisara, con i suoi carri e la sua numerosa gente, e lo metterò nelle tue mani” Cc 4,4-7).
[56] “Sia benedetta fra le donne Giaele, benedetta fra le donne della tenda! Acqua egli chiese, latte essa diede, in una coppa da principi offrì latte acido. Una mano essa stese al picchetto e la destra a un martello da fabbri, e colpì Sisara, lo percosse alla testa, ne fracassò, ne trapassò la tempia. Ai piedi di lei si contorse, ricadde, dove si contorse, là ricadde finito” (Giudici 5,24-27).
[57] Oloferne si deliziò della presenza di Giuditta e bevve abbondantemente tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto solo in un giorno da quando era al mondo. Quando si fece buio, i suoi servi si affrettarono a ritirarsi. Giuditta, fermatasi presso il divano di lui. Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: “Dammi forza, Signore Dio d’Israele, in questo momento”. E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa…” (Giuditta 13,1-10).,
[58] “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. “L’anima mia magnifica il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,38. 46-48).
[59] “Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole” (Cc 6,10).
[60] “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle” Ap 12,1-2).
[61] Maria è la nuova Arca della nuova Alleanza, con Maria cessa, per volontà di Dio, il culto all’Arca dell’Alleanza d’Israele, come dice il Profeta: “In quei giorni non si parlerà più dell’arca dell’alleanza del Signore; nessuno ci penserà né se ne ricorderà; essa non sarà rimpianta né rifatta. In quel tempo chiameranno Gerusalemme trono del Signore” (Ger 3,14-18); Maria è il Trono del Signore e l’Arca della Nuova Alleanza visto dall’Apostolo: “Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza” (Ap 11,19). Quindi, Sabea vedette giusto.
[62] Allusione al nostro tempo, tempo delle nazioni, tempo del colmo dei peccati, tempo di mostruosità, di terrorismo, di nubi tossiche, di sterminio, di tenebre mentale, di oscurità morale, di caligine infernale, di allarme, di angoscia e di afflizione (Sofonia 1,14-16)
[63] Le apparizioni mariane di tutti i tempi, ma specialmente La Salette, Fatima, Lourdes…
[64] “Unica è la mia colomba, la mia perfetta” (Cc 6,9)
[65] “Sono cresciuta come un ulivo maestoso nella pianura. Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti. Quanti si nutrono di me avranno ancora fame. Chi mi obbedisce non si vergognerà, chi compie le mie opere non peccherà” (Sir 24,14.18-21) Gen 8,6-12.
[66] Giudici 4-5; Giuditta 8-16
[67] “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata” (Cc 4,12)
[68] Mentre Gesù parlava, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!” (Lc 11,27)
[69] Allora Maria disse: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome” (Lc 1,49)
[70] Lo scriba doveva sapere che il Messia sarebbe stato umile per natura, perché così sta scritto: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”.
[71] “Egli mangerà panna e miele” (Is 7,15: Il cuore del Messia si alimenta di Mitezza e Umiltà, sono virtù che non hanno nulla in comune con l’orgoglio, perciò il Messia non conoscendo orgoglio e superbia poté affermare: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.
[72] Gen 3,1-13; Sir 25,33; 2 Cor 11,13; 1 tm2,11-14
[73] “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe; questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15).
[74] “Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14).
[75] “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, di consiglio e di fortezza, di conoscenza e di timore del Signore (Is 11,1-2).
[76] “Pace! Pace! O Re” Si noti che la Scrittrice non sapeva il latino, il greco e l’ebraico.
[77] Anche questa ora è ora di prova, perché il Signore è venuto in modo nuovo ed è in questo “Libro” per una scernita: chi lo ama lo segue; chi non lo ama, lo legge e poi lo lascia per altri libri, per altra dottrina, per altri idoli.
[78] “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Is 40,3-5; Lc 3,4-6).
[79] “Chiunque maledirà il suo Dio, porterà la pena del suo peccato. Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte” (Levitico 24,15-16).
[80] “Non vergognarti della testimonianza da rendere al Signore nostro Gesù Cristo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, secondo il suo proposito e la sua grazia che ci è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo (2 Tm 1,9-11). “Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati per sua misericordia” (Tt 3,4-7). “Si è manifestata infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della (seconda) manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” (Tt 2,11-14);
[81] “Beati voi quando vi perseguiteranno. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi” (Mt 5,11-12)
[82] Seno d’Abramo: stato di pace e di consolazione celeste (cfr. Lc 16,22-25). Significa anche il limbo dei Patriarchi e dei giusti d’Israele in attesa del Messia – Redentore: Gen 15,15; 47,30; Dt 31,16; Giudici 2,10; Mt 8,11
[83] “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10,28).
[84] “Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi. Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele” (Is 43,21-22)
[85] “La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra” (Ap 14,1-4).
[86] “Le vostre iniquità hanno scavato un abisso fra voi e il vostro Dio. Le vostre palme sono macchiate di sangue e le vostre dita di iniquità. I loro piedi corrono al male, si affrettano a spargere sangue innocente. Speravamo la luce ed ecco le tenebre. Tastiamo come ciechi, inciampiamo a mezzogiorno. Noi tutti urliamo come orsi. Speravamo nella salvezza ma essa è lontana da noi. Poiché i nostri delitti ci stanno davanti e noi conosciamo le nostre iniquità: prevaricare e rinnegare il Signore” (Is 59,1ss)
[87] “Figlio dell’uomo, io ti mando agli Israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito” (Ez 2,3-4). “Ma gli Israeliti non vogliono ascoltar te, perché non vogliono ascoltar me: tutti gli Israeliti sono di dura cervice e di cuore ostinato” (Ez 3,7). “Essi hanno rifiutato di ascoltarmi, mi hanno voltato le spalle, hanno indurito gli orecchi per non sentire. Indurirono il cuore come un diamante per non udire le parole che il Signore rivolgeva loro” Zc 7,11-12
[88] “Vi si stabiliranno gli animali del deserto, i gufi riempiranno le loro case, vi faranno dimora gli struzzi, vi danzeranno i demoni. Ululeranno le iene nei loro palazzi, gli sciacalli nei loro edifici lussuosi” (Is 13,21-22). “Se il Messia rimane velato “lo è per coloro che si perdono, ai quali satana ha accecato la mente incredula” (1 Cor 4,4). Satana, il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli” (Ef 2,2).
[89] “Cingete il cilicio e piangete, o sacerdoti, urlate, ministri dell’altare, venite, vegliate vestiti di sacco, ministri del mio Dio, poiché priva d’offerta e libazione è la casa del vostro Dio” (Gl 1,13). Ger 6,26
[90] Disse loro Pilato: “Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?” Tutti gli risposero: “Sia crocifisso!”. Ed egli aggiunse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora urlarono: “Sia crocifisso!” (Mt 27,22-23).
[91] E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli”. (Mt 27,25).
[92] Dio disse a Caino: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!” (Gen 4,10).
[93] “Voi vi siete accostati al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele (Eb 12,24).
[94] Giustificati per il suo Sangue saremo salvati dall’ira per mezzo di lui (Rm 5,9). Hanno reso candide le vesti col sangue dell’Agnello (Ap 7,14). Lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello (Ap 12,11).
[95] Ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue (Ap 1,5). Il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato (1Gv 1,7).
[96] “Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra” (Gen 4,11-12). Gen 32,24-29
[97] Passaggio del Giordano: Preliminari del passaggio Gs 3,1-6; il passaggio del fiume Gs 3,14-17; Le dodici pietre commemorative Gs 4,1-9.
[98] Distruzione di Gerusalemme, da parte dei Romani nel 70 dopo Cristo
[99]“Poiché per lunghi giorni staranno gli Israeliti senza re e senza capo, senza sacrificio e senza stele, senza efod e senza terafim” (Os 3,4)
[100] “Tale era infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli; egli non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo sé stesso” (Eb 7,26-27); At 10,34-43;
[101] “Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra” (Gen 4,11-12).
[102] “Vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato. Attorno a lui stavano dei serafini. Proclamavano l’uno all’altro: ‘Santo, Santo, Santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria’” (Is 6,1-4); Ez 10; Ap 4
[103] Il Sinedrio era l’assemblea giudaica suprema, investita del potere di amministrare la giustizia e di decidere in campo religioso-politico. Constava del Sommo Sacerdote e di altri settanta membri, distribuiti in tre categorie: Sommi Sacerdoti, Anziani (rappresentanti dell’aristocrazia laica), Scribi (dottori della Legge)
[104] 9 novembre 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 8 Cap. 528. Poema: VII, 225
[105] 5 novembre 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 8 Cap. 531. Poema: VII, 228
[106] Gesù disse: “Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me” (Lc 8,45).
[107] “Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26-27)
[108] “Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse” (Col 3,19). “Il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo… Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama sé stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa” (Ef 5,22ss).
[109]<Si dicevano “proseliti” quei pagani che passavano alla Religione giudaica: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselite, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi” (Mt 23,15).
[110] “Voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti perché, anche se alcuni si rifiutano di credere alla parola, vengano dalla condotta delle mogli, senza bisogno di parole, conquistati considerando la vostra condotta casta e rispettosa” 1 Pt 3,1-2
[111] Allora Paolo disse: “Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (Atti 17,22-23).
[112] “Il tuo giuramento sarà: Per la vita del Signore, con verità, rettitudine e giustizia” (Ger 4,2). “Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro e per loro il giuramento è una garanzia” (Eb 6,16). “Ha disprezzato un giuramento, ha infranto un’alleanza: ecco, aveva dato la mano e poi ha agito in tal modo. Non potrà trovare scampo” (Ez 17,18).
[113] “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,4-6). “La donna sposata è legata dalla legge al marito finché egli vive. Essa sarà dunque chiamata adultera se, mentre vive il marito, passa a un altro uomo” (Rm 7,2-3).
[114] “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e gli lo consegni in mano e la mandi via dalla casa. Se essa, uscita dalla casa di lui, va e diventa moglie di un altro marito e questi la prende in odio, scrive per lei un libello di ripudio, glielo consegna in mano e la manda via dalla casa” (Dt 24,1- 3).
[115] “O forse ignorate, fratelli che la legge ha potere sull’uomo solo per il tempo in cui egli vive? La donna sposata, infatti, è legata dalla legge al marito finché egli vive; ma se il marito muore, è libera dalla legge che la lega al marito. Essa sarà dunque chiamata adultera se, mentre vive il marito, passa a un altro uomo, ma se il marito muore, essa è libera dalla legge e non è più adultera se passa a un altro uomo” (Rm 7,2-3).
[116] La perfetta religione non annulla la Legge, ma la conferma: “Togliamo dunque ogni valore alla legge? Nient’affatto, anzi confermiamo la legge” (Rm 3,31). Gal 3,23-25
[117] Mt 19,1-11; Rm 7,1-3
[118] “Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele” (1 Tm 5,8).
[119] “Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io” (1Cor 7,8). Quella poi veramente vedova e che sia rimasta sola, ha riposto la speranza in Dio e si consacra all’orazione e alla preghiera giorno e notte; al contrario quella che si dà ai piaceri, anche se vive, è già morta” (1 Tm 5,5-6).
[120] Mt 5,31-32; Mc 110,1-12; Lc 16,18; Rm 7,1-3; 1Cor 7,10-11
[121] 1 Cor 7,8-9; 1 Tm 5,3-16
[122] 1 Cor 7,9-40
[123] 1 Gv 3,6-9
[124] È cosa credibile che Matteo scrivesse alcuni discorsi del Signore perché era stato doganiere Mt 9,9; Mc 2,13-14; Lc 5,27-28
[125] 22 marzo 1947. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 9 Cap. 583
[126]< Quanta sapienza prudente e quanto amore illuminato, in questa pazienza e perseveranza! >
[127] Cristo è la realtà contenuta nelle figure della storia di Israele, come afferma l’Apostolo, quando dice: “I nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,1-5).
[128] “Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte” (Sal 90,4). “Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2 Pt 3,8).
[129]L’albero della vita: “Il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male…” (Gen2,8-9). Il Signore Dio disse allora: “Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!”. Il Signor scacciò l’uomo e pose i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita” (Gen 3,22-24). “In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (Ap 22,2).
[130]L’arca dell’alleanza: Nel Santo dei Santi c’era “l’Arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne che aveva fiorito e le tavole dell’alleanza” (Eb 9,3-4).
[131]La Forma di Dio è un’espressione che MV corregge, su una copia dattiloscritta, in forma di Dio e forma a Dio, spiegandola con la seguente nota: “Forma di Dio” perché il Creatore, che l’aveva predestinata a tal sorte, di essere la Madre di Dio, così come le aveva dato un’anima preservata per singolar privilegio dalla Colpa originale, così le aveva dato un corpo in ogni maniera perfetto, perché Maria fosse realmente fatta ad immagine e somiglianza spirituale di Dio e corporale del Figlio di Dio fattosi Uomo, il più bello tra i figli degli uomini. ‘Torma a Dio”, perché il Verbo si modellò nel suo seno prendendo dalla Madre, l’unica che aveva servito a dargli un corpo e quindi l’unica a trasmettergli la somiglianza col generante – qui: con la generatrice -, la forma umana. Quindi Ella fu “forma” alla seconda Persona che s’incarnava per farsi Uomo.
[132] “Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita” (Pr 31,10-12).
[133] La donna perfetta “apre la bocca con saggezza e sulla sua lingua c’è dottrina di bontà” (Pr 31,26).
[134] I suoi figli sorgono a proclamarla beata e suo marito a farne l’elogio: “Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma tu le hai superate tutte!”. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare (Pr 3128-30).
[135]Il Santo dei
Santi: Nel Tempio di Salomone il Debir era il
Santo dei Santi, letteralmente il “luogo più santo”, cioè la parte più sacra che ospitava l’Arca
dell’Alleanza. Il Cronista lo chiama “la Cella del Santo dei Santi” o anche “[luogo della] parola”. Solo
il sommo sacerdote vi aveva accesso una volta l’anno, il giorno dell’Espiazione.
Il Debir era una sala cubica di circa 10 metri (20 cubiti) di
lato, rivestita di legno ricoperto di foglie d’oro. In mezzo alla stanza sorgeva l’Arca con le Tavole
della Legge sulla quale vegliavano due cherubini di legno d’olivo ricoperti d’oro con le ali spiegate di
5 metri di apertura ciascuna. Insieme all’Arca, attestavano, nella tenebra di quella stanza senza
finestre, la presenza della divinità.
Pompeo
nel 63 a.C. e Tito nel 70 d.C. violarono il segreto del Santo dei Santi nel tempio di Erode e un soldato
di Tito gettandovi una torcia accesa diede fuoco all’edificio.
[136] “la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 17,22-23).
[137] 30 marzo 1947. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 9 Cap. 590
[138] 31 marzo 1947. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 9 Cap. 592
[139] Isaia 52,13; 53,12
[140] Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? – “Io, che parlo con giustizia, sono grande nel soccorrere”. (Is 63,1)
[141] – Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel tino? – “Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me” Is 63,2-3
[142] “Come un giglio fra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle” (Cc 2,2).
[143] “Il mio diletto era sceso nel suo giardino fra le aiuole del balsamo a pascolare il gregge nei giardini e a cogliere gigli” (Cc 6,2
[144] ). “Il mio diletto è per me e io per lui. Egli pascola il gregge fra i gigli” (Cc 2,16).
[145] 2 aprile 1947. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 9 Cap. 596

