Le discepole del Messia
Messaggere e missionarie
del Regno messianico
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei
Salvatori
S O M M A R I O
1. Da Cafarnao a Nazareth. Svelate le trasfigurazioni della Vergine.
A Gerusalemme per Magdala e Nazareth.
Marcia solerte verso Nazareth.
Rivelazione dei misteri di Maria.
Il Figlio fa conoscere la Madre.
L’eterna bellezza dell’anima di Maria.
L’anima della Madre fuso nell’Amore col Padre.
L’amore è forte più della morte.
“Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”.
2. La nuova discepola Anastatica.
Anastasica presentata alla famiglia.
3. Volontà di servire. Dovere futuro dei fedeli cristiani.
Anastatica, la sua volontà di servire.
I doveri futuri dei fedeli cristiani.
4. Annalia, vergine consacrata. Dorca, madre e martire.
Annalia scelta da Dio a sposa.
Annalia lascia la carne per la Luce.
Vergine in eterno per amore di Dio.
Le vittorie e le sconfitte di Gesù.
5. Al convito dei poveri nel palazzo di Cusa.
Pagina del Vangelo tradotta in azione.
La vedova che aveva fiducia nel Signore.
La discepola dell’ubbidienza ilare.
La discepola dell’anima pietosa.
La splendida e serena Maddalena.
Grande giorno per quattro vergini.
Uffici e glorie delle vergini cristiane.
“Ogni stato è buono se in esso si serve il Signore”.
“Procedete nella via del Signore”.
Il perdono di Gesù e la penitenza ridanno la verginità.
Triste madre del futuro deicida.
Le Patrizie, serve degli infimi del mondo.
I fatti parlano con la loro evidenza.
LO STATUTO DEL REGNO MESSIANICO
6. Protezione di Claudia e ricovero nel palazzo di Lazzaro. Lo statuto del Regno.
Claudia appoggia la fondazione del Regno.
Alla aurora delle future fraternità cristiane.
Regola per divenire discepolo perfetto.
Agite col fine di meritare la vita eterna.
Fate il vostro dovere di servi.
Siate tutti fratelli buoni e fedeli.
Titti siete utili nel Regno del Signore.
7. Uno scampato pericolo e il coraggio di Maria di Magdala.
Gesù in preghiera e meditazione.
Niche la missionaria del Regno.
9. Commiato delle discepole Galilee
Le virtù si formano nelle difficoltà.
10. Sosta ristoratrice in casa di Niche, che dovrà sovvenire l’esseno penitente.
L’accoglienza: rito di fraterno amore.
Pietro è lavorabile come una pasta.
La Veronica del volto sacro di Gesù.
1. Da Cafarnao a Nazareth. Svelate le trasfigurazioni della Vergine[1].
A Gerusalemme per Magdala e Nazareth.
Imbarco per Magdala.
17E Gesù scende nell’orto dove sono barelle o infermi e li sana rapidamente, mentre accoglie l’ossequio di Giairo e degli amici, pochi, di Cafarnao.
18Le donne, intanto – e sono Porfirea e Salome, più l’anziana moglie di Bartolomeo e quella meno anziana di Filippo con le figlie giovinette – si occupano delle vivande per la numerosa turba di discepoli, che saranno sfamati con le corbe di pesce che Betsaida e Cafarnao hanno offerto. E un gran sventrare di ventri argentati, ancora palpitanti, un gran sciacquare di pesci nei catini, un grande sfrigolio degli stessi sulle graticole, avviene in cucina, mentre Marziam, con altri discepoli, alimenta i fuochi e porta brocche d’acqua in aiuto delle donne. Il pasto è presto pronto e presto consumato. Ed essendo ormai reclutate le barche per il trasporto di tanti, non resta che imbarcarsi per Magdala, su un lago d’incanto, tanto è sereno, angelico nel castone smeraldino delle rive. I giardini e la casa di Maria di Magdala si aprono ospitali nel meriggio solare ad accogliere il Maestro e i suoi discepoli, e tutta Magdala si riversa a salutare il Rabbi che va verso Gerusalemme.
Marcia solerte verso Nazareth.
19E le fresche pendici dei colli galilei sentono la marcia solerte e lieta della turba fedele, seguita da un comodo carro dove sono Giovanna con Porfirea, Salome, le mogli di Bartolomeo e Filippo e le due giovinette figlie di quest’ultimo, più i ridenti Maria e Mattia, irriconoscibili nell’aspetto da quello che erano cinque mesi addietro.
20Marziam marcia bravamente con gli adulti, anzi, per volere di Gesù, è proprio nel gruppo apostolico, fra Pietro e Giovanni, e non perde parola di quanto dice Gesù.
21Il sole splende in un cielo purissimo e folate tiepide portano odore di bosco, di mentucce, di viole, dei primi mughetti, dei rosai sempre più fioriti e, sovrano su tutti, quell’odore fresco, lievemente amarognolo, dei fiori delle piante da frutto, che da ogni dove spargono neve di petali sulle zolle erbose. Tutti ne hanno fra i capelli mentre procedono in un continuo cinguettio d’uccelli, fra canti di seduzione e trepidi richiami da folto a folto, tra i maschi audaci e le femmine pudiche, mentre le pecore brucano, pingui di maternità, e i primi agnellini urtano il musetto rosato nella tonda mammella per aumentare la secrezione del latte, oppure caroleggiano sui prati d’erba tenerella come bambini felici.
Fiori e doni per Maria.
22Come viene presto Nazareth dopo Cana, dove Susanna si unisce alle altre donne portando seco i prodotti della sua terra in ceste e vasi, e un intero tralcio di rose rosse tutte in bocci, prossimi a schiudersi, «da offrirsi a Maria», dice.
23«Io pure, vedi?», dice Giovanna scoprendo una specie di cassa dove sono adagiate rose e rose fra muschi umidi: «Le prime e le più belle. Sempre un nulla per Lei, tanto cara!».
24Vedo che ogni donna ha portato derrate per il viaggio pasquale, e con le derrate chi questo fiore, chi quella pianta per l’orto di Maria; e Porfirea si scusa di non avere portato che un vaso di canfora, splendido nelle minute foglioline glauche che sprigionano il loro aroma solo a sfiorarle. «Maria la desiderava questa pianta balsamica…», dice. E tutte la elogiano per la bellezza rigogliosa dell’arboscello. «Oh! l’ho vegliato tutto l’inverno, tenendolo al riparo dal gelo e dalla grandine nella mia stanza. Marziam mi aiutava a portarlo al sole ogni mattina, a ritirarlo ogni sera… E quel caro fanciullo, se non ci fosse stata la barca e ora il carro, se lo sarebbe caricato sulle spalle per portarlo a Maria, facendo cortesia a Lei e a me», dice l’umile donna, che si rinfranca sempre più per la bontà di Giovanna e che non sta in sé dalla gioia di essere in viaggio per Gerusalemme, e col Maestro, il suo uomo e il suo Marziam.
24«Non ci sei mai stata?».
«Finché visse mio padre, ogni anno. Ma poi… La madre non vi andò più… I fratelli mi ci avrebbero portata, ma facevo comodo alla madre e non mi lasciava andare. Dopo ho sposato Simone… e non sono stata più molto bene in salute. Simone avrebbe dovuto stare molto in viaggio e si annoiava… Rimanevo perciò a casa ad attenderlo… Il Signore vedeva il mio desiderio… ed era come facessi il sacrificio nel Tempio…», dice la mite donna.
25E Giovanna, che l’ha vicina, le mette la mano sulle splendide trecce dicendole: «Cara!». E in quell’aggettivo c’è tanto amore, tanta comprensione e tanto significato.
La Madre di tutti i buoni.
26Ecco Nazareth… ecco la casa di Maria d’Alfeo, che è già fra le braccia dei figli, e con le mani, gocciolanti e rosse del bucato che sta facendo, se li carezza, e poi corre, asciugandosele nel grembiule grossolano, ad abbracciare Gesù… Ed ecco la casa di Alfeo di Sara, immediatamente precedente quella di Maria. E Alfeo che ordina al nipotino più grande di correre ad avvertire Maria, e intanto sgamba a passi da gigante verso Gesù con una bracciata di nipotini fra le braccia, e lo saluta insieme a quella nidiata stretta fra le braccia come un mazzo di fiori offerto a Gesù. Ed ecco Maria farsi sulla porta, nel sole, nel suo abito da casa di un chiaro azzurro un poco stinto, l’oro dei capelli splendente vaporoso sulla fronte verginale e massiccio nel pesante nodo delle trecce sulla nuca, e cadere sul petto del Figlio che la bacia con tutto il suo amore.
27Gli altri si fermano prudenti per lasciarli liberi nel primo incontro. Ma Ella subito si stacca e volge il viso, inattaccabile all’età, ora tutto roseo per la sorpresa e luminoso di sorriso, e saluta con la sua voce d’angelo: «La pace a voi, servi del Signore e discepoli del Figlio mio. La pace a voi, sorelle nel Signore», e con le discepole, scese dal carro, scambia un bacio fraterno.
28«Oh! Marziam! Ora non potrò più tenerti fra le braccia! Sei un uomo ormai. Ma vieni dalla Mamma di tutti i buoni, che un bacio te lo darò ancora. Caro! Dio ti benedica e ti faccia crescere nelle sue vie, robusto e come cresce il tuo corpo giovinetto, e più ancora. Figlio mio, dovremo portarlo a suo nonno. Sarà felice di vederlo così», dice poi volgendosi a Gesù.
29E poi abbraccia Giacomo e Giuda d’Alfeo. E dà loro la notizia che certo essi amano: «Quest’anno Simone viene con me, come discepolo del Maestro. Me lo ha detto».
30E uno per uno saluta i più noti, i più influenti, avendo per ognuno una parola di grazia. Mannaen viene condotto a Lei da Gesù e presentato come sua scorta nel viaggio verso Gerusalemme.
31«Tu non vieni con noi, Figlio?».
32«Madre, ho altri luoghi da evangelizzare. Ci vedremo a Betania».
33«La tua volontà sia fatta ora e sempre. Grazie, Mannaen. Tu: angelo umano; i nostri custodi: angeli del Cielo; e noi saremo sicure come fossimo nel Santo dei Santi». E offre la sua manina a Mannaen in segno di amicizia. E il cavaliere, cresciuto nel fasto, si inginocchia per baciare la mano gentile che si offre a lui.
La piccola casa di Nazareth.
34Intanto sono stati scaricati i fiori e quanto deve restare a Nazareth. Poi il carro va al suo destino in qualche scuderia della città. La piccola casa pare un roseto per le rose sparse ogni dove dalle discepole. Ma la pianta di Porfirea, posata sulla tavola, raccoglie la più viva ammirazione di Maria, che la fa portare in luogo acconcio secondo le indicazioni della moglie di Pietro. Non possono certo entrare tutti nella minuscola casa, nell’orto che non è una tenuta né un podere, ma che sembra salire verso il cielo sereno, farsi aereo, tante sono le nuvole dei fiori sulle piante del brolo. E Giuda d’Alfeo, sorridendo, chiede a Maria: «Hai colto anche oggi il tuo ramo per la tua anfora?».
35«Senza dubbio, Giuda: E quando siete venuti lo contemplavo…».
36«E risognavi, Mamma, il tuo mistero lontano», dice Gesù abbracciandola col braccio sinistro e attirandosela contro il cuore.
Maria alza il viso imporporato e sospira: «Sì, Figlio mio… e risognavo il primo palpito del tuo cuore in me…».
37Gesù dice: «Restino le discepole, gli apostoli, Marziam, i discepoli pastori, il sacerdote Giovanni, Stefano, Erma e Mannaen. Gli altri si spargano in cerca di alloggio…».
Case di accoglienza.
38«Molti possono stare in casa mia…», urla dalla soglia, sulla quale è bloccato, Simone d’Alfeo.
«Sono loro condiscepolo e li reclamo».
39«Oh! fratello, vieni avanti, che ti possa baciare», dice espansivo Gesù, mentre Alfeo di Sara e Ismaele e Aser; i due discepoli, ex-asinai, di Nazareth, a loro volta dicono: «A casa nostra. Venite, venite!».
40I discepoli non prescelti se ne vanno e può essere chiusa la porta… per essere riaperta però subito dopo per la venuta di Maria d’Alfeo, che non può stare lontana anche se si sciupa il suo bucato. Sono quasi quaranta persone e perciò si spargono nell’orto tiepido e quieto, finché sono distribuiti i cibi, che ognuno trova con sapori celesti tanto è felice di consumarli nella casa del Signore, distribuiti da Maria.
41Torna Simone, che ha sistemato i discepoli, e dice: «Non mi hai chiamato come gli altri, ma io ti sono fratello e ci sto lo stesso».
Rivelazione dei misteri di Maria.
Il Figlio fa conoscere la Madre.
42«Bene vieni, Simone. Vi ho qui voluti per farvi conoscere Maria. Molti di voi conoscete la “madre” Maria, alcuni la “sposa” Maria. Ma nessuno conosce la “vergine” Maria. Io ve la voglio fare conoscere in questo giardino in fiore, nel quale il vostro cuore viene col desiderio nelle lontananze forzate e come ad un riposo nelle fatiche dell’apostolato.
43Vi ho ascoltato parlare, voi apostoli, discepoli e parenti, ed ho sentito le vostre impressioni, i vostri ricordi, le vostre asserzioni sulla Madre mia. Io vi trasfigurerò tutto questo, molto ammirativo ma ancora molto umano, in un soprannaturale conoscere. Perché mia Madre, prima di Me, va trasfigurata agli occhi dei più meritevoli, per mostrarla quale Essa è. Voi vedete una donna. Una donna che per la sua santità vi pare diversa dalle altre, ma che in realtà vedete come un’anima fasciata dalla carne, come quella di tutte le sue sorelle di sesso. Ma Io ora vi voglio scoprire l’anima di mia Madre. La sua vera ed eterna bellezza.
44Vieni qui, Madre mia. Non arrossire. Non ritrarti intimidita, colomba soave di Dio. Tuo Figlio è la Parola di Dio e può parlare di te e del tuo mistero, dei tuoi misteri, o sublime Mistero di Dio. Sediamoci qui, in quest’ombra leggera di alberi in fiore, presso la casa, presso la tua stanza santa. Così! Alziamo questa tenda ondeggiante e ne escano onde di santità e di Paradiso da questa stanza verginale, a saturare di te tutti noi… Sì. Io pure. Che Io mi profumi di te, Vergine perfetta, per potere sopportare i fetori del mondo, per potere vedere candore avendo saturata la pupilla del tuo Candore… Qui Marziam, Giovanni, Stefano, e voi discepole, bene di fronte alla porta aperta sulla dimora casta della Casta fra tutte le donne. E dietro voi, amici miei. E qui, al mio fianco, tu, diletta Madre mia.
L’eterna bellezza dell’anima di Maria.
45Vi ho detto poc’anzi “l’eterna bellezza dell’anima di mia Madre”. Sono la Parola e perciò so usare della parola senza errore. Ho detto “eterna”, non “immortale”. E non senza scopo l’ho detto. Immortale è chi, essendo nato, non muore più. Così l’anima dei giusti è immortale in Cielo, l’anima dei peccatori è immortale nell’inferno, perché l’anima, creata che sia, non muore più che alla grazia. Ma l’anima ha vita, esiste dal momento che Dio la pensa. È il Pensiero di Dio che la crea. L’anima di mia Madre è da sempre pensata da Dio. Perciò è eterna nella sua bellezza, nella quale Dio ha riversato ogni perfezione per averne delizia e conforto.
L’anima della Madre fuso nell’Amore col Padre.
46É detto nel libro del nostro avo Salomone (Proverbi 8, 22-31), che ti antevide e perciò profeta tuo può essere detto: “Dio mi possedette all’inizio delle sue opere, fin dal principio, avanti la Creazione. Ab eterno io fui stabilita, al principio, prima che fosse fatta la Terra. Non erano ancora gli abissi ed io ero concepita. Non ancora le sorgenti delle acque sgorgavano, non ancora le montagne erano fermate sulla loro grave mole, ed io già ero. Prima delle colline io ero partorita. Egli non aveva ancora fatto la Terra, i fiumi, né i cardini del mondo, ed io già ero.
47Quando preparava i cieli e il Cielo, io ero presente. Quando con legge inviolabile chiuse sotto la volta l’abisso, quando rese stabile in alto la volta celeste e vi sospese le fonti delle acque, quando fissò al mare i suoi confini e dette legge alle acque di non passare il loro termine, quando gettava i fondamenti della Terra, io ero con Lui a ordinare tutte le cose. Sempre nella gioia io scherzavo dinanzi a Lui continuamente. Scherzavo nell’universo”.
48Sì, o Madre di cui Dio, l’Immenso, il Sublime, il Vergine, l’Increato, era gravido, e ti portava come il suo dolcissimo pondo, giubilando di sentirti agitarti in Lui, dandogli i sorrisi dei quali fece il Creato! Tu che a dolore partorì per darti al Mondo, anima soavissima, nata dal Vergine per essere la “Vergine”, Perfezione del Creato, Luce del Paradiso, Consiglio di Dio, che guardandoti poté perdonare la Colpa perché tu sola, da te sola, sai amare come tutta l’Umanità messa insieme non sa amare. In te il Perdono di Dio! In te il Medicamento di Dio, tu, carezza dell’Eterno sulla ferita dall’uomo fatta a Dio! In te la Salute del mondo, Madre dell’Amore incarnato e del concesso Redentore! L’anima della Madre mia! Fuso nell’Amore col Padre, Io ti guardavo dentro di Me, o anima della Madre mia!… E il tuo splendore, la tua preghiera, l’idea di essere da te portato, mi consolavano in eterno del mio destino di dolore e di esperienze disumane di ciò che è il mondo corrotto per il Dio perfettissimo. Grazie, o Madre! Io sono venuto già saturo delle tue consolazioni, Io sono sceso sentendo te sola, il tuo profumo, il tuo canto, il tuo amore… Gioia, gioia mia!
La maternità verginale.
49Ma udite, voi che ora sapete che una sola è la Donna nella quale non è macchia, una sola la Creatura che non costa ferita al Redentore, udite la seconda trasfigurazione di Maria, l’Eletta di Dio.
50Era un sereno pomeriggio di adar ed erano in fiore gli alberi nell’orto silenzioso, e Maria, sposa a Giuseppe, aveva colto un ramo di albero in fiore per sostituirlo all’altro che era nella sua stanzetta. Da poco era venuta a Nazareth, Maria, presa dal Tempio per ornare una casa di santi. E con l’anima tripartita fra il Tempio, la casa e il Cielo, Ella guardava il ramo in fiore, pensando che con uno simile, sbocciato insolitamente, un ramo reciso in questo brolo nel colmo dell’inverno e fioritosi come per primavera davanti all’Arca del Signore – forse lo aveva scaldato il Sole-Iddio raggiante sulla sua Gloria – Dio le aveva significato la sua volontà… E pensava ancora che nel giorno delle nozze Giuseppe le aveva portato altri fiori, ma mai simili al primo che portava scritto sui petali leggeri: “Ti voglio unita a Giuseppe”… Tante cose pensava… E pensando salì a Dio. Le mani erano solerti fra la rocca e il fuso, e filavano un filo più sottile d’uno dei capelli del suo capo giovinetto…
51L’anima tesseva un tappeto d’amore, andando solerte, come spola sul telaio, dalla Terra al Cielo. Dai bisogni della casa, dello sposo, a quelli dell’anima, di Dio. E cantava, e pregava. E il tappeto si formava sul mistico telaio, si srotolava dalla Terra al Cielo, saliva a sperdersi lassù… Formato di che? Dai fili sottili, perfetti, forti, delle sue virtù, dal filo volante della spola che Ella credeva “sua”, mentre era di Dio: la spola della Volontà di Dio sulla quale era avvolta la volontà della piccola, grande Vergine d’Israele, la Sconosciuta al mondo, la Conosciuta da Dio, la sua volontà avvolta, fatta una con la Volontà del Signore. E il tappeto si infiorava di fiori d’amore, di purezza, di palme di pace, di palme di gloria, di mammole, di gelsomini… Ogni virtù fioriva sul tappeto dell’amore che la Vergine di Dio svolgeva, invitante, dalla Terra al Cielo. E poiché il tappeto non bastava, Ella lanciava il cuore cantando: “Venga il mio Diletto nel suo giardino e mangi il frutto dei suoi pomi… Il mio Diletto discenda nel suo giardino, all’aiuola degli aromi, a pascersi tra i giardini, a coglier gigli. Io son del mio Diletto, e il mio Diletto è mio, Egli che si pasce fra i gigli!”[2]. E da lontananze infinite, fra torrenti di Luce, veniva una Voce quale orecchio umano non può udire, né gola umana formare.
L’amore è forte più della morte.
52E diceva: “Quanto sei bella, amica mia! Quanto sei bella![3]… Miele stillano le tue labbra… Un giardino chiuso tu sei, una fonte sigillata, o sorella, mia sposa…”[4], e insieme le due voci si univano per cantare l’eterna verità: “L’amore è forte più della morte. Nulla può estinguere o sommergere il ‘nostro’ amore”[5]. E la Vergine trasfigurava così… così… così… mentre scendeva Gabriele e la richiamava, col suo ardere, alla Terra, le riuniva lo spirito alla carne, perché Ella potesse intendere e comprendere la richiesta di Colui che l’aveva chiamata “Sorella” ma che la voleva “Sposa”.
53Ecco, là avvenne il Mistero… E una pudica, la più pudica di tutte le donne, Colei che neppure conosceva lo stimolo istintivo della carne, tramortì davanti all’Angelo di Dio, perché anche un angelo turba[6] l’umiltà e la verecondia della Vergine, e solo si placò udendolo parlare, e credette, e disse la parola per cui il “loro” amore divenne Carne e vincerà la Morte, né nessun’acqua potrà estinguerlo, né malvagità sommergerlo…»
“Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”.
54Gesù si china dolcemente su Maria che gli è scivolata ai piedi quasi estatica, nella rievocazione dell’ora lontana, luminosa di una luce speciale che pare le esali dall’anima, e le chiede sommessamente: «Quale la tua risposta, o Purissima, a chi ti assicurava che divenendo Madre di Dio non avresti perduto la tua perfetta Verginità?».
55E Maria, quasi in sogno, lentamente, sorridendo, con gli occhi dilatati per un pianto felice: «Ecco l’Ancella del Signore! Si faccia di me secondo la sua Parola»[7], e reclina la testa sui ginocchi del Figlio, adorando.
56Gesù la vela col suo manto, nascondendola agli occhi di tutti, e dice: «E fu fatto. E si farà sino alla fine. Sino all’altra e all’altra ancora delle sue trasfigurazioni. Sarà sempre “l’Ancella di Dio”.
57Farà sempre come dirà “la Parola”. Mia Madre! Questa è mia Madre. Ed è bene che voi cominciate a conoscerla in tutta la sua santa Figura… Madre! Madre! Rialza il tuo viso, Diletta… Richiama i tuoi devoti alla Terra dove per ora siamo…», dice scoprendo Maria dopo qualche tempo, durante il quale non era rumore oltre al ronzio delle api e al chioccolio della piccola fonte.
58Maria alza il viso molle di pianto e sussurra: «Perché, Figlio, mi hai fatto questo? I segreti del Re sono sacri…».
59«Ma il Re li può svelare quando vuole. Madre, l’ho fatto perché sia compreso il detto di un Profeta: “Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”[8], e l’altro dell’altro Profeta: “La Vergine concepirà e partorirà un Figlio”[9].
60E anche perché essi, che inorridiscono di troppe cose, per loro avvilenti, del Verbo di Dio, abbiano a contrappeso tante altre cose che li confermino nella gioia di essere “miei”. Così non si scandalizzeranno mai più e conquisteranno anche per ciò il Cielo…
61Ora chi deve andare alle case ospitali vada. Io resto con le donne e Marziam. Domani all’alba siano qui tutti gli uomini, ché voglio condurvi qui vicino. Poi torneremo a salutare le discepole per poi tornare a Cafarnao a radunare altri discepoli e inviarli dietro a queste» …
2. La nuova discepola Anastatica[10].
Anastasica presentata alla famiglia.
1Lo Zelote, dopo un silenzio piuttosto lungo, sta per parlare. Ma quasi di corsa vengono loro incontro gli apostoli e i discepoli che hanno incontrato Marziam alle prime pendici del Getsemani, e Simone tace mentre Gesù risponde ai saluti di tutti procedendo poi a fianco di Pietro verso l’uliveto e la casa.
23Pietro informa che erano alle vedette dall’alba, che Elisa è ancora sofferente in casa di Giovanna, che la sera avanti erano venuti dei farisei, che… che… che… un fastello di notizie arruffate alquanto, dalle quali finalmente esce la domanda: «E Lazzaro?», alla quale Gesù risponde esaurientemente.
2Pietro, molto curioso, non sa trattenersi dal chiedere: «E.… nulla, Signore? Nessuna… notizia…».
3«Sì. A suo tempo le saprai. Dove è Marziam con la donna? Già alla casa?».
«Oh, no! La donna non ha osato andare avanti. É seduta su un ciglio e ti aspetta. Marziam… Marziam… mi è scomparso. Sarà corso in casa».
«Affrettiamo il passo».
4Ma, per quanto lo affrettino, non giungono alla casa prima che Maria con la cognata, Salome, Porfirea e le mogli di Bartolomeo e Filippo ne siano uscite venerando. Gesù le saluta da lontano e si dirige al luogo dove Anastasica sta dimessa, la prende per mano conducendola verso la Madre e le donne.
27«Ecco, questo è il fiore di questa Pasqua, Madre. Uno solo quest’anno. Ma ti sia soave perché Io te lo conduco».
La donna si è inginocchiata.
4Maria si curva e la solleva dicendo: «Le figlie stanno sul cuore, non ai piedi delle mamme. Vieni, figlia. Conosciamoci nel volto come già i nostri spiriti si conoscono. Ecco le sorelle presenti. Altre ne verranno. E sia una dolce famiglia tutta amore fra i suoi membri e tutta santità per la gloria di Dio».
6Si scambiano fra discepole il bacio di amore e si scrutano a vicenda. Entrano in casa salendo sulla terrazza circondata dal glauco di centinaia di ulivi. I gruppi si separano. Gesù con gli uomini. Le donne a parte intorno alla nuova venuta. Torna Susanna, andata in città col marito. Viene Giovanna coi bambini. Col suo viso d’angelo appare Annalia; e Giairo, che era mescolato ai discepoli mentre correvano da Gesù, torna con sua figlia che va nel gruppo delle donne, vicina a Maria che la carezza.
7Pace e amore è nell’accolta di persone. Poi il sole cala e, prima di congedare chi torna alle proprie case o a quelle ospitali, Gesù li riunisce tutti in preghiera e li benedice. Poi li congeda rimanendo con quelli che preferiscono pigiarsi nella casa del Getsemani o pernottare sotto gli ulivi piuttosto che allontanarsi di lì. Restano perciò Maria, Maria d’Alfeo, Salome, Anastatica, Porfirea, delle donne; e Gesù, Pietro, Andrea, Giacomo e Giuda d’Alfeo, Giacomo e Giovanni di Zebedeo, Simone Zelote, Matteo, Marziam, degli uomini.
3. Volontà di servire. Dovere futuro dei fedeli cristiani[11].
La volontà di servire.
Il risveglio.
1É appena un principio di aurora. Ma già gli uomini emulano gli uccelli che si agitano nei primi voli e nei primi lavori e canti del giorno. La casa del Getsemani si desta piano piano e si trova prevenuta dal Maestro, che già torna dalla preghiera fatta alle prime luci dell’alba, seppure non rientra dopo una intera notte di preghiera.
2Si ridesta lentamente il vicino campo dei Galilei sul pianoro del monte Uliveto, e grida e richiami vanno per l’aria serena, attutiti dalla distanza, ma abbastanza netti per fare comprendere che i pii pellegrini colà radunati stanno per riprendere le cerimonie pasquali, interrotte la sera avanti.
3Si ridesta la città, giù, in basso, iniziando il clamore che la fa piena, in questi giorni di sovraffollamento, con i ragli dei somarelli degli ortolani e dei venditori di agnelli, che si pigiano alle porte per entrare, e col pianto così commovente di centinaia di agnellini che, su carri, su basti, su bastoni o su spalle, vanno al loro tragico destino e chiamano la madre, piangono la sua lontananza non sapendo che dovrebbero piangere la vita giunta al termine così precocemente. Poi sempre più il rumore cresce in Gerusalemme, per lo scalpiccio di passi nelle vie, per i richiami da terrazza a terrazza e da queste alla via o viceversa. E il rumore giunge, come quello di un flutto marino, attutito dalla lontananza, sino alla serena conca del Getsemani.
La cupola del Tempio.
4Un primo raggio di sole sciabola diretto su di una cupola preziosa del Tempio e la accende tutta come fosse un sole sceso sulla terra, un piccolo sole posato su di un candido piedestallo, ma tanto bello, pur nella sua piccolezza.
5I discepoli e le discepole guardano ammirate quel punto d’oro. É la Casa del Signore! È il Tempio! Per capire cosa era questo luogo per gli israeliti, basta vedere i loro sguardi nel fissarlo. Sembra che vedano, fra il rutilare dell’oro acceso dal sole, balenare la Faccia SS. di Dio. Adorazione e amor di patria, santo orgoglio di essere ebrei, sono palesi in quegli sguardi più che se le labbra parlassero.
Porfirea.
6Porfirea, che non è più stata a Gerusalemme da tanti anni, ha persino lacrime di commozione negli occhi mentre, inconsapevolmente, stringe il braccio del suo uomo che le indica non so che con la mano, e si abbandona un poco sopra di lui, simile ad una sposa novella, innamorata dello sposo, ammirata di lui, beata di essere da lui istruita.
Anastatica, la sua volontà di servire.
7Intanto le altre donne parlano piano, appena a monosillabi, per chiedersi ciò che è da fare nel giorno, e Anastasica, non ancora pratica e un poco spaesata, sta lievemente discosta, assorta nei suoi pensieri. Maria, che parlava con Marziam, la vede e va da lei passandole un braccio intorno alla vita.
8«Ti senti un poco sola, figlia mia? Ma oggi andrà meglio. Vedi? Mio Figlio sta ordinando agli apostoli di andare alle case delle discepole per avvertirle di radunarsi e di attenderlo nel pomeriggio in casa di Giovanna. Vuole certo parlare a noi, proprio a noi donne, e certo in precedenza ti avrà già data una madre. Buona, sai? La conosco da quando ero al Tempio. Era una madre fino da allora per le più piccole fra le vergini. E comprenderà il tuo cuore perché anche ella ha molto pianto. Mio Figlio la guarì l’anno scorso da una malinconia mortale che l’aveva presa dopo la morte dei suoi due figli. Tanto ti dico perché tu sappia chi è colei che d’ora in poi ti amerà e tu amerai. Però, come l’anno scorso dissi a Simon Pietro che riceveva Marziam per figlio, ora dico a te: “Che questo affetto non ti illanguidisca il cuore nella sua volontà di servire Gesù”. Se così fosse, il dono di Dio ti sarebbe pernicioso più della lebbra, perché spegnerebbe in te la volontà buona che ti darà un giorno il possesso del Regno».
9«Non temere, o Madre. Per quanto sta in me, di questo affetto farò una fiamma per sempre più accendere me stessa al servizio del Salvatore. Non mi appesantirò in esso e non appesantirò Elisa, ma insieme, anzi, sorreggendoci e spronandoci, in santa gara voleremo, con l’aiuto del Signore, per la sua via».
I doveri futuri dei fedeli cristiani.
10Mentre parlano, dal campo dei Galilei, dalla città, da case sparse per le pendici e dalla frazione, o borgatella che sia, che è appena fuori città, su una delle due vie che da Gerusalemme vanno a Betania e, per specificare, sulla via più lunga che Gesù fa raramente, sopraggiungono discepoli antichi e recenti, e ultimi ad arrivare sono Filippo con la famiglia, Tommaso solo, Bartolomeo con la moglie.
11«Dove sono i figli di Alfeo, Simone e Matteo?», chiede Tommaso che non li vede.
12Gesù gli risponde: «Sono andati avanti. I due ultimi a Betania ad avvisare le sorelle di essere nel pomeriggio in casa di Giovanna. I due primi dalla stessa e da Annalia, per dire loro che nel pomeriggio sarò da Giovanna. Ci troveremo all’ora di terza alla porta Dorata. Andiamo intanto a dare l’obolo ai mendicanti e ai lebbrosi. Bartolomeo vada con Andrea avanti, a comperare cibarie per essi. Noi li seguiremo lentamente fermandoci al sobborgo di Ofel, presso la porta, per andare poi dai poveri lebbrosi».
«Tutti?», dicono alcuni poco entusiasti.
13«Tutti e tutte. La Pasqua, quest’anno, ci riunisce come mai fu possibile. Insieme facciamo ciò che saranno i doveri futuri di uomini e donne operanti nel mio Nome. Ecco Giuda di Simone che viene di fretta. Ne ho piacere perché voglio sia lui pure con noi».
14Infatti Giuda viene trafelato.
15«In ritardo, Maestro? Colpa di mia madre. É venuta, contrariamente al solito e a ciò che le avevo detto. L’ho trovata ieri sera presso un amico di casa nostra. E questa mattina mi ha trattenuto in discorsi… Voleva venire con me. Ma non ho voluto».
16«Perché? Maria di Simone non merita forse di stare dove tu stai? Anzi molto più di te lo merita. Va’ perciò di corsa a prenderla e raggiungici al Tempio, alla porta Dorata».
17Giuda va via senza obbiettare.
18Gesù si mette in cammino, davanti, con gli apostoli e i discepoli. Le donne, con Maria al centro, dietro agli uomini.
4. Annalia, vergine consacrata. Dorca, madre e martire[12].
Annalia scelta da Dio a sposa.
La causa di Annalia.
1Non vedo la distribuzione di cibi ai lebbrosi di Hinnon, e di essi sento solo parlare. Ma non mi pare siano avvenuti miracoli fra essi, perché Simone Pietro dice: «La solitudine atroce non ha dato loro la grazia di credere e conoscere dove è la Salute».
2Poi la città li accoglie dalla Porta che mette nel chiassoso e popolato sobborgo di Ofel.
3Dopo qualche metro, da una porta di casa socchiusa balza fuori tutta festosa Annalia, che venera il Maestro dicendo: «Ho licenza dalla madre di stare fino a sera con Te, Signore».
«Non se ne dispiacerà Samuele?».
4«Non c’è più Samuele nella mia vita, Signore. E l’Altissimo ne abbia grazie. Solo mi conceda che, come ha lasciato me, non lasci Te, o mio Dio». La bocca giovanile sorride eroicamente, mentre un luccicore di pianto splende negli occhi casti.
5Gesù la guarda fissamente e le dice, per tutta risposta: «Unisciti alle discepole», e riprende il cammino. Ma la vecchia madre di Annalia, più vecchia per i dolori che per l’età, si avvicina a sua volta, tutta curvata in venerabondo e accasciato saluto, e dice: «La pace a Te, Maestro. Quando ti potrei parlare? Ho tanto affanno! …».
6«Subito, donna». E volgendosi a chi è con Lui ordina: «Sostate qui fuori. Io entro un poco in questa casa», e fa per avviarsi dietro alla donna.
7Ma Annalia, dal gruppo delle discepole, lo richiama con una sola parola: «Maestro!», ma quanto c’è in essa! E congiunge le mani nel dirla, come supplicasse…
8«Non temere. Sta’ in pace. La tua causa è nelle mie mani e così il tuo segreto», la rassicura Gesù. E poi, rapido, entra nella porta socchiusa.
Annalia lascia la carne per la Luce.
9Fuori si commenta sul fatto, e curiosità maschili e femminili sono in gara per sapere… sapere… sapere…
10Dentro si ascolta e si piange. Gesù ascolta. Appoggiato con le spalle alla porta, che ha chiuso da Sé non appena entrato, con le braccia conserte sul petto, ascolta la madre della fanciulla che piangendo gli narra della volubilità del promesso sposo, che ha colto un pretesto per sciogliersi del tutto dal legame… «Dimodoché Annalia è come una ripudiata e mai più avrà nozze, perché ella ha dichiarato che Tu non approvi chi dopo il ripudio torna a sposarsi. Ma così non è. Ella è fanciulla ancora! Ella non vende sé stessa ad altro uomo, perché di nessun uomo è stata. Ed egli colpevole è di crudeltà. E più. Perché in lui è venuta volontà d’altre nozze, ma sarà mia figlia che apparirà colpevole, e il mondo la deriderà. Provvedi, o Signore, perché per Te questo avviene».
«Per Me, donna? In che ho peccato?».
11«Oh! Tu non hai peccato. Ma egli dice che Annalia ti ama. E finge gelosia. Ieri sera venne, ed essa era da Te. Si infuriò e fece giuramento di non volerla più per moglie, e Annalia, sopraggiunta allora, gli rispose: “Bene fai. Solo mi spiace che tu abbia a vestire la verità di menzogna e di calunnia. Tu sai che Gesù non si ama che con l’anima. Ma è la tua anima che ormai si è corrotta e lascia la Luce per la carne, mentre io lascio la carne per la Luce. Non potremmo più essere un sol pensiero come due sposi devono essere. Va’, dunque, e Dio vegli su te”. Non una lacrima, capisci? Nulla che abbia toccato il cuore dell’uomo! Le mie speranze deluse! Ella… oh! certo per leggerezza, causa la sua rovina. Chiamala, Signore. Parlale. Piegala alla ragione. Cerca Samuele. É da Abramo suo parente, alla terza casa dopo la Fonte del fico. Aiutami! Ma prima parla a lei, subito…».
Vergine in eterno per amore di Dio.
12«Parlare, parlerò. Ma dovresti ringraziare Dio che scioglie un legame umano che, chiaro è, non dava affidamento buono. L’uomo è volubile e ingiusto verso Dio e verso la donna sua…».
13«Sì, ma è atroce che il mondo pensi lei colpevole, Te colpevole, solo perché ella ti è discepola».
14«Il mondo accusa e poi dimentica. Il Cielo invece è eterno. Tua figlia sarà fiore del Cielo».
15«Allora perché l’hai fatta vivere? Sarebbe stata fiore senza aver avuto la lapidazione delle calunnie. Oh! Tu che sei Dio, chiamala, falla ragionare e poi fa riflettere Samuele…»
16«Ricordati, donna, che neppure Iddio può opprimere la volontà e la libertà dell’uomo. Essi, Samuele e tua figlia, hanno diritto di seguire ciò che sentono essere bene per loro. Specie Annalia ne ha diritto…».
17«Ma perché?».
«Perché più di Samuele essa è amata da Dio. Perché più che a Samuele essa dà amore a Dio. É di Dio tua figlia!».
17«No. In Israele ciò non è. La donna deve essere sposa… È mia la figlia… Il suo sponsale mi dava pace di giorni futuri…».
18«Tua figlia era del sepolcro da un anno se Io non agivo. Chi sono Io per te?».
«Il Maestro e Dio».
19«E come Dio e Maestro dico che l’Altissimo ha diritto più di ogni altro sui suoi figli, e che molto sta per mutarsi nella Religione, e sarà d’ora in poi possibile alle vergini di esser tali in eterno per amore di Dio. Non piangere, o madre. Lascia la tua casa e vieni con noi, oggi. Vieni! Là fuori è la Madre mia e altre eroiche madri che hanno dato i figli al Signore. Unisciti ad esse…».
Il voto di verginità.
20«Parla ad Annalia… Prova, Signore!», geme la donna fra i singhiozzi.
«Sta bene. Farò come tu vuoi», dice Gesù. E aperta la porta chiama: «Madre, vieni con Annalia».
Le due chiamate vanno leste. Entrano.
21«Fanciulla, tua madre vuole che Io ti dica di riflettere ancora. Vuole che Io parli a Samuele. Che devo fare? Che risposta mi dai?».
«Parla pure a Samuele. Anzi io pure ti supplico di farlo. Ma solo perché vorrei che, udendo Te, giusto si facesse. Riguardo a me, Tu sai. Ti prego dare a mia madre la risposta più vera».
«Senti, donna?».
22«Quale è dunque la risposta?», chiede con voce spezzata la vecchia, che in sul primo delle parole della figlia credeva ad una resipiscenza della stessa e che poi ha compreso che così non è.
«La risposta è che da un anno tua figlia è di Dio, e il voto è perenne finché duri la vita».
«Oh! misera me! Quale madre più di me infelice?!».
23Maria lascia la mano della fanciulla per prendere fra le braccia la donna e dirle dolcemente: «Non peccare col tuo pensiero e con la tua lingua. Non è infelicità dare a Dio un figlio, ma gloria ben grande. Mi hai detto un giorno che il tuo dolore era di non avere avuto che una figlia, perché avresti amato avere il maschio sacro al Signore. Non un maschio ma un angelo, un angelo che precederà il Salvatore nel suo trionfo tu hai. E vuoi dirti infelice? Mia madre spontaneamente mi consacrò al Signore dal primo palpito che udì nel seno di me, concepita in tarda età. E non mi ebbe che per tre anni. Né io l’ebbi che nel cuore. Eppure la sua pace nel morire fu l’avermi data a Dio… Suvvia, vieni al Tempio a cantare la lode a Colui che tanto ti ama da scegliere la tua fanciulla a sua sposa. Abbi una vera sapienza nel cuore. Vera sapienza è non porre limiti alla propria generosità verso il Signore».
24La donna non piange più. Ascolta… Poi si decide. Prende il manto e vi si avvolge. Ma passando davanti alla figlia sospira: «Prima la malattia, poi il Signore… Ah! non dovevo averti! …»
25«No, mamma. Non dire così! Mai come ora mi hai. Tu e Dio. Dio e tu. Voi soli, fino alla morte…», e l’abbraccia dolcemente chiedendo: «Una benedizione, madre! Una benedizione… perché ho tanto sofferto per doverti far soffrire. Ma Dio mi voleva così…».
26Si baciano, piangendo. Poi escono, precedute da Gesù e Maria, e chiudono la casa accodandosi alle discepole…
Presso il palazzo di Cusa.
27«Perché entriamo di qui, Signore? Non era meglio entrare dall’altra parte?», chiede Giacomo di Zebedeo.
«Perché, passando di qui, passiamo davanti all’Antonia».
«E Tu speri… Sta’ attento, Maestro!… Il Sinedrio ti spia», dice Tommaso.
28«Come lo sai?», gli chiede Bartolomeo.
«Basta riflettere all’interessamento dei farisei per capire. Mi dite che con mille scuse vengono continuamente ad osservare ciò che facciamo!… Per che scopo, se non per trovare in colpa il Maestro?».
29«Hai ragione. Non passiamo allora dall’Antonia, Maestro. Se i romani non ti vedono, tanto di meglio».
29«E in questa ragione non tanto premura per Me quanto schifo per essi è contenuto, non è vero, Bartolmai? Come saresti sapiente se levassi dal tuo cuore queste miserie!», risponde Gesù, che procede però per la sua via senza ascoltare nessuno.
30Per andare all’Antonia devono passare per il Sisto, dove è il palazzo di Giovanna e quello di Erode, poco lontano l’uno dall’altro.
31E Gionata è sulla porta del palazzo di Cusa e, non appena vede Gesù, dà la voce a quelli di casa. Esce subito Cusa e si inchina. Lo segue Giovanna, già pronta per unirsi al gruppo delle discepole.
32Cusa parla: «Ho udito che oggi sei da Giovanna. Concedi al tuo servo di averti ospite in un convito».
33«Sì. Ma purché tu mi conceda di fare, di esso, convito di carità per i poveri e gli infelici».
«Come credi, Signore. Ordina e farò ciò che Tu vuoi».
«Grazie. La pace sia con te, Cusa».
34Giovanna chiede: «Hai ordini per Gionata? Egli è a tua disposizione».
«Li darò dopo essere stato al Tempio. Andiamo, perché siamo attesi».
Passano dopo poco presso il bello e crudele palazzo di Erode. Ma è chiuso come fosse senza abitanti. Passano presso l’Antonia. I militi osservano il piccolo corteo del Nazareno.
Il ritorno delle iene.
Un piccolo sacro al Signore.
35Entrano nel Tempio; e mentre le donne si fermano nella parte inferiore, gli uomini proseguono per il luogo ad essi concesso.
36Giungono così al luogo dove vengono presentati i fanciulli e purificate le donne. Un piccolo gruppetto di gente accompagna una giovane madre e si ferma ad osservare le cerimonie del rito.
«Un piccolo sacro al Signore, Maestro!», dice Andrea che osserva la scena.
«É, se non erro la donna di Cesarea di Filippo, quella del castello. Mi è passata davanti mentre ti aspettavamo alla porta Dorata», dice Giacomo d’Alfeo.
«Sì. C’è anche la suocera e l’intendente di Filippo. Non ci hanno visti. Ma noi abbiamo visto loro», aggiunge il Taddeo. E Matteo aggiunge: «Noi due abbiamo invece visto Maria di Simone con un vecchio. Ma Giuda non c’era. Pareva molto triste la donna. Si guardava intorno con affanno».
37«La cercheremo poi. Ora preghiamo. E tu, Simone di Giona, fa’ l’offerta al gazofilacio. Per tutti».
Pregano a lungo, molto notati dalla gente che si indica il Maestro. Un breve alterco, nel quale emerge la nota acuta di una voce femminile, fa volgere il capo agli oranti meno raccolti.
Il verso delle iene.
38«Se qui sono stata per offrire il maschio a Dio, posso rimanervi un altro poco per offrirlo a Chi lo ha salvato al Signore», dice la voce acuta.
E voci nasali d’uomo insistono: «Non è lecito alla donna fermarsi qui dopo il rito. Va’ via».
«Vi andrò. Ma dietro a Lui».
«Chiamalo, allora, e vattene con Lui».
39«Piano! Piano! Lasciate che la donna parli e dica come può dire che il Nazareno ha salvato a Dio il fanciullo», dice una strascicata voce di uomo.
«E che te ne preme, Gionata di Uziel?».
40«Se me ne preme!? Qui certo è un nuovo peccato. Una nuova prova. Odimi, o donna. Come quell’uomo ti salvò il figlio? Vuoi dirlo ai cercatori tenaci della verità?», chiede mellifluo questo fariseo che non mi è nuovo.
41«Oh! sì. Con gratitudine lo dico. Ero disperata perché il bambino m’era nato morto. Vedova sono, e questa creatura è tutto per me. Egli venne e gli dette vita».
42«Quando? Dove?».
«A Cesarea di Filippo. Sono del castello di Cesarea».
«La vita! Sarà stato solo un mancamento del fanciullo…».
«No. Era morto. La madre mia lo può dire. E dire lo può l’intendente del castello. Egli venne e gli alitò in bocca, e il bimbo si agitò e vagì».
«E tu dove eri?».
«In letto, signore. Avevo partorito allora».
«Oh! orrore!».
«Ah! Anatema».
«Impuro!».
«Sacrilego!».
«Vedete se avevo ragione di interrogare?».
«Sapiente sei, Gionata di Uziel! Come intuisti?».
«Conosco l’uomo. Lo vidi violare il sabato nelle mie terre della pianura per saziare la sua fame».
«Cacciamolo di qua!».
«Riferiamo ai Principi dei sacerdoti».
43«No. Interroghiamolo se si è purificato. Non possiamo accusare senza sapere…».
«Taci là, Eleazar. Non ti sporcare con una stolta difesa».
La giovane Dorca, presa in mezzo, causa di tanto parapiglia, dà uno scoppio di pianto e grida: «Oh! per mia causa non gli nuocete!».
Un mazzo d’accuse.
44Ma alcuni scalmanati hanno raggiunto il Signore e imperiosamente gli dicono: «Vieni qui e rispondi».
Gli apostoli e i discepoli sono agitati da ira e da timore. Gesù calmo e solenne segue chi lo chiama.
45«Riconosci questa donna?», urlano spingendolo nel mezzo del cerchio che si è fatto intorno a Dorca e additandola come fosse una lebbrosa.
«Sì. É una giovane vedova e madre di Cesarea di Filippo. E quella è la suocera sua. E quello è l’intendente del castello. Ebbene?».
46«Ella ti accusa di essere entrato da lei mentre ancora il parto avveniva»[13].
47«Non è vero, Signore! Io non l’ho detto. Ho detto che mi hai rianimato il figlio. E non di più! Volevo farti onore e ti faccio del male. Oh! perdono! perdono!».
48L’intendente di Filippo interviene in suo aiuto e dice: «Non è vero. Voi mentite. La donna così non ha detto ed io ne sono testimone, pronto a giurare questo, e anche che il Rabbi non entrò nella stanza, ma dalla soglia operò il miracolo».
«Taci tu, servo».
49«No. Non tacerò. E lo dirò a Filippo che venera il Rabbi più di voi, falsi devoti del Dio altissimo».
L’alterco scivola dalla donna al terreno religioso e politico. Gesù tace. Dorca piange.
50Eleazar; l’ospite giusto del banchetto in casa di Ismaele, dice: «Credo che sia chiarito il dubbio e cada l’accusa, e il Rabbi, giustificato, possa essere libero d’andare».
51«No. Voglio sapere se si è purificato dall’aver toccato il morto[14]. Lo giuri su Jeovè!», urla Gionata di Uziel.
52«Non mi sono purificato perché il fanciullo non era morto, ma solo stentava a respirare».
«Ah! ti fa comodo ora dire che non risuscitò, eh?», urla un fariseo.
«Perché non ti vanti come facesti a Cedes?», chiede un altro.
«Ma non perdiamo tempo in parole! Cacciamolo e portiamo la nuova accusa al Sinedrio. Un mazzo d’accuse!».
«Quale altra?», chiede Gesù.
53«Quale? E l’aver toccato la lebbrosa senza poi purificarti? Puoi negarlo?[15] E l’avere bestemmiato a Cafarnao tanto che i più giusti ti hanno abbandonato? Puoi negarlo?»[16].
54«Non nego nulla. Ma sono senza peccato perché tu, Sadoc, che accusi, sai dal marito di Anastasica che ella non era lebbrosa, tu lo sai, tu pronubo dell’adulterio di Samuele, tu mentitore davanti al mondo con lui per favorire la libidine del sozzo, dando il nome di lebbra a ciò che non era lebbra, e condannando una donna a quella tortura che è l’esser detti “lebbrosi” in Israele, solo perché sei complice del colpevole marito».
55Lo scriba Sadoc, uno di quelli che erano a Giscala e poi a Cedes, colpito in pieno, se la svigna senza più parlare. La gente gli urla dietro beffarda.
56«Silenzio! Il luogo è sacro», dice Gesù. E ordina alla donna e a chi è con lei: «Andiamo. Venite con Me dove sono atteso». E si avvia severo e maestoso, seguito dai suoi.
57La donna intanto, interrogata da molti, racconta e racconta, ripetendo ogni volta: «Mio figlio è suo e a Lui lo consacro».
Le vittorie e le sconfitte di Gesù.
Dorca madre e martire.
58L’intendente, invece, si accosta a Gesù e dice: «Maestro, ho detto a Filippo il miracolo. Egli mi ha mandato per dirti che egli ti ama. Tienilo presente nelle insidie di Erode… e degli altri. Ma vorrebbe vedere lui pure, e udirti. Non verrai oggi alla sua casa? Ti terrebbe volentieri, anche nella Tetrarchia».
59 «Non sono un istrione né un mago. Sono il Maestro della Verità. Venga alla Verità ed Io non lo respingerò».
Sono nel cortile delle donne.
«Eccolo! Eccolo!», dicono le discepole a Maria che è in pena per il ritardo.
60Si riuniscono, e Gesù vorrebbe congedare quelli di Cesarea per andare alla ricerca di Maria madre di Giuda, ma Dorca si inginocchia e dice: «Ti cercavo io prima di lei, di questa che Tu cerchi e che è madre di un discepolo. Ti cercavo per dirti: “Questo figlio è tuo. Maschio unigenito, io te lo consacro. Tu sei il Dio vivente. Sia egli il tuo servo”».
61«Sai cosa vuol dire questo? Vuol dire consacrare tuo figlio al dolore, perderlo come madre e acquistarlo come martire in Cielo. Ti senti d’essere martire nella tua creatura?».
62«Sì, mio Signore. Martire mi avrebbe fatto la sua morte, e di un martirio di povera donna madre. Per Te lo sarò in maniera perfetta, gradita al Signore».
Maria di Simone.
63«E così sia!… Oh! Maria di Simone, quando sei venuta?».
«Ora. Con Anania, mio parente… Io pure ti cercavo, Signore…».
«Lo so. E ho mandato Giuda a dirti di venire. Non è venuto?».
64La madre di Giuda china il capo e mormora: «Sono uscita subito dopo di lui per venire al Getsemani. Ma Tu eri partito di là… Sono corsa al Tempio… Ora ti trovo… In tempo per sentire questa fanciulla, già madre e così felice!… Oh! come vorrei potere dirti come lei, Signore, e di un Giuda neonato… dolce, dolce… come uno di questi agnellini…», e piangendo indica i belanti agnelli che vanno verso il sacrificatore. Si avvolge nel manto per celare il suo pianto.
65«Vieni con Me, madre. Parleremo nella casa di Giovanna. Qui non è il luogo».
Le discepole prendono in mezzo Maria, madre di Giuda, mentre il parente Anania si mescola ai discepoli. Anche Dorca e la suocera vanno fra le discepole, e Maria d’Alfeo e Salome vanno in estasi nel vezzeggiare il piccino.
Si avviano all’uscita. Ma prima di giungervi ecco uno schiavo romano portare una tavoletta cerata a Giovanna, che la legge e risponde: «Dirai che sì. Nel pomeriggio da me, a palazzo».
Jaia, Mattia…
66E poi è il trillo di Jaia e sua madre vedendo il Salvatore: «Eccolo, eccolo il Datore della luce! Benedetto Te, Luce di Dio!», e sono a fronte a terra, felici.
La gente si accalca, chiede, comprende, osanna.
67E poi è il vecchio Mattia, l’uomo che ospitò nella notte tempestosa Gesù e i suoi presso Jabes Galaad, che venera e benedice.
68E poi è il nonno di Marziam e gli altri contadini ai quali Gesù, dopo avere parlato con Giovanna, dice: «Venite con Me», come lo ha detto già a Dorca, a Jaia, a Mattia.
5. Al convito dei poveri nel palazzo
di Cusa[17].
Nel palazzo di Cusa.
Un palazzo principesco.
1«La pace sia a questa casa e su tutti i presenti», saluta Gesù entrando nell’ampio vestibolo molto fastoso, tutto illuminato nonostante sia giorno. Né sono superflue le lampade. Perché, se è vero che è giorno, è anche vero che fuori il sole è abbacinante nelle vie e sulle facciate bianche di calcina, mentre qui, nell’ampio ma soprattutto lungo corridoio vestibolo, che deve tagliare tutta la casa, dal portone massiccio al giardino il cui verde pieno di sole appare là in fondo – e pare lontano per un giuoco di prospettiva – vi deve essere abitualmente una penombra che è ombra del tutto per chi viene da fuori, con gli occhi abbacinati dal gran sole.
2Perciò Cusa ha provveduto acciò le ampie e numerose padelle di rame sbalzato, infisse a distanze regolari sulle due pareti del vestibolo, siano tutte accese, e così pure il lampadario centrale, un’ampia conca di alabastro rosa con incastrati, nella levità carnea dell’alabastro, dei diaspri e altre scaglie preziose e multicolori che, per la luce accesa nell’interno, splendono come tante stelle, gettando arcobaleni sulle pareti tinte in azzurro cupo, sui volti, sul pavimento di marmo cipollino. E sembra che minute stelle si posino sulle pareti, sui volti, sul suolo, minute e mobili stelline multicolori, perché il lampadario ondeggia lievemente per la corrente d’aria che percorre il vestibolo, e perciò lo sfaccettìo delle scaglie preziose si sposta di continuo.
3«La pace a questa casa», ripete Gesù inoltrandosi, mentre senza sosta benedice i servi curvi fino a terra, gli ospiti stupiti di essere lì raccolti, a contatto con il Rabbi, in un palazzo principesco…
Pagina del Vangelo tradotta in azione.
4Gli ospiti! Il pensiero di Gesù si delinea chiaramente. Il convito d’amore che ha voluto in casa della buona discepola è una pagina del Vangelo tradotta in azione. Sono mendicanti, storpi, ciechi, orfani, vecchi, giovani vedove con i piccoli attaccati alle vesti o succhianti lo scarso latte della madre denutrita. La ricchezza di Giovanna ha già provveduto a sostituire le vesti cenciose con vesti modeste ma pulite e nuove. Ma se le chiome ravviate, in provvidenziale misura di pulizia, e se le vesti monde dànno a questi infelici, che i servi allineano o sorreggono per portarli al posto, un aspetto meno miserabile certo di quello che avevano quando Giovanna li mandò a raccogliere negli angiporti, ai crocicchi, sulle carraie che conducono a Gerusalemme, là dove la loro miseria si celava vergognosa oppure si esponeva per avere elemosina, in compenso restano visibili gli stenti sui volti, le infermità nelle membra, le sventure, le solitudini negli sguardi…
5Gesù passa e benedice. Ogni infelice riceve la sua benedizione e, se la destra è alzata a benedire, la sinistra si abbassa ad accarezzare tremule e canute teste di vegliardi o innocenti testoline di bimbi. Percorre così in su e in giù il vestibolo, per benedire tutti, anche quelli che entrano mentre Egli già benedice e, ancora cenciosi, si nascondono con timore e soggezione in un angolo finché i servi, con atti gentili, li portano altrove per essere, come coloro che li hanno preceduti, lavati e vestiti di vesti monde.
La vedova che aveva fiducia nel Signore.
6Passa una giovane vedova con la sua chiocciata di bambini… Che miseria! Il più piccolo nudo affatto, stretto nello stracciato velo della madre… i più grandicelli con appena quel tanto da salvare la decenza. Solo il maggiore, un allampanato fanciullo, ha un abito che può dirsi tale, ma in compenso è scalzo. Gesù osserva e chiama la donna dicendo: «Da dove vieni?».
7«Dal piano di Saron, Signore. Levi mi è divenuto maggiorenne… E l’ho dovuto accompagnare al Tempio… io… posto che non ha più padre», e la donna piange senza rumore, il pianto muto di chi ha troppo pianto.
8«Quando ti è morto l’uomo?».
«Fu un anno a scebat. Ero incinta di due lune…», e inghiotte i singhiozzi per non turbare, curvandosi tutta sul piccolino.
9«Il pargolo ha dunque otto mesi?».
«Sì, Signore».
10«Che faceva tuo marito?». La donna mormora così piano che Gesù non capisce. Si curva per sentire dicendo: «Ripeti senza timore».
«Faceva il fabbro in una mascalcia… Ma fu malato molto… perché aveva ferite che marcivano». E termina pianissimo: «Era un soldato di Roma».
11«Ma tu sei d’Israele?».
«Sì, Signore. Non mi scacciare per immonda come fecero i miei fratelli quando sono andata ad implorare pietà dopo la morte di Cornelio…».
12«Non avere paure di tal genere! Che fai ora di lavoro?».
«La serva, se mi vogliono, la spigolatrice, la follatrice di panni, batto la canapa… di tutto… per sfamare questi. Levi ora farà il contadino… se lo vorranno, perché… bastardo nella razza».
13«Confida nel Signore!».
«Non avessi confidato, mi sarei uccisa con tutti loro, Signore».
«Va’, donna. Ci vedremo ancora», e la congeda.
Le discepole incontro a Gesù.
La discepola dell’ubbidienza ilare.
14Giovanna intanto è accorsa e sta in ginocchio in attesa che il Maestro la veda. Egli si volge, infatti, e la vede.
«Pace a te, Giovanna. Mi hai ubbidito a perfezione».
15«Ubbidirti è la mia gioia. Ma non sono stata la sola a procurarti “la corte” come Tu volevi. Cusa mi ha aiutata in ogni maniera, e Marta e Maria anche. Ed Elisa con loro. Chi mandando i servi loro a prendere ciò che occorreva e ad aiutare i servi miei a radunare gli ospiti, chi aiutando le ancelle e i servi dei bagni a rendere mondi i “beneamati”, come Tu li chiami. Ora, con tua licenza, darò a tutti un po’ di cibo, perché non siano esausti in attesa delle mense».
16«Fa’, fa’ pure. Dove sono le discepole?».
«Sulla terrazza superiore dove faccio preparare le mense. Ho pensato giusto?».
«Sì, Giovanna. Lassù staranno quieti, e noi con loro».
La discepola dell’anima pietosa.
17«Sì, ho pensato io pure così. D’altronde in nessuna sala avrei potuto allestire per così tanti… E non volevo fare separazioni per non creare gelosie e dolore. Gli infelici hanno una sensibilità così acuta, una dolorabilità, anzi!… Sono tutti una ferita, e basta uno sguardo a farli soffrire».
18«Sì, Giovanna. Tu hai l’anima pietosa e comprendi. Dio ti dia bene per la tua pietà. Ci sono molte discepole?».
«Oh! Tutte quelle presenti in Gerusalemme!… Ma… Signore… io forse ho peccato… Vorrei dirti una cosa in segreto».
19«Conducimi in luogo solitario».
Vanno loro due soli in una stanza che, per i balocchi sparsi dovunque, si intuisce luogo di giuochi di Maria e Mattia.
20«Ebbene, Giovanna?».
«O mio Signore, io certo sono stata imprudente… Ma mi è venuto così spontaneo l’atto, così impetuoso! Cusa me ne ha rimproverata. Ma ormai… Al Tempio venne uno schiavo di Plautina con una tavoletta. Ella e le compagne chiedevano se era possibile vederti. Ho risposto: “Sì. Nel pomeriggio a casa mia”. E verranno… Ho fatto male? Oh! non per Te!… Ma per gli altri, per quelli che sono tutti Israele… e non sono amore come Te. Se ho mancato, provvederò a riparare… Ma desidero tanto che il mondo, tutto il mondo, ti ami, che… che non ho riflettuto che nel mondo Tu solo sei Perfezione e troppo pochi cercano di assomigliarti».
21«Hai fatto bene. Oggi Io predico a voi tutti con le opere. E la presenza dei gentili fra i credenti in Gesù Salvatore sarà una delle cose da farsi in futuro dai miei credenti. I bambini dove sono?».
22«Da per tutto, Signore», sorride Giovanna tranquillizzata, e termina: «La festa li esalta e corrono qua e là come uccellini felici».
23Gesù la lascia, torna nel vestibolo, fa un cenno agli uomini che erano con Lui, e si avvia verso il giardino per poi salire alla vasta terrazza. Una lieta operosità empie la casa dalle cantine al tetto. Chi va, chi viene con cibi e suppellettili, con fasci di vesti, con sedili, accompagnando ospiti, rispondendo a chi interroga, tutti con letizia e amore.
24Gionata, solenne nella sua funzione di intendente, dirige, sorveglia, consiglia instancabile.
La vecchia Ester.
25La vecchia Ester; felice di vedere Giovanna così animata e prospera, ride in mezzo ad un cerchio di poveri bambini, ai quali distribuisce focacce mentre narra novelle meravigliose.
26Gesù si ferma un momento ad ascoltare la conclusione splendida di una di esse, in cui è detto che «alla buona Alba di maggio, che mai si ribellava al Signore per i dolori che erano venuti alla sua casa, Dio concesse molti aiuti, per cui Alba di maggio fu salvezza e bene anche dei fratellini suoi. Gli angeli empivano la piccola madia, finivano il lavoro sul telaio per aiutare la buona fanciulla dicendo: “É nostra sorella perché ama il Signore e il suo prossimo. Va aiutata da noi».
27«Dio ti benedica, Ester! Quasi mi fermo Io pure ad ascoltare le tue parabole! Mi vuoi?», dice Gesù sorridendo.
«Oh! mio Signore! Io devo ascoltare Te! Ma per i piccoli basto anche io, povera vecchia stolta!».
28«La tua anima giusta serve anche agli adulti. Continua, continua, Ester…», e le sorride andandosene.
29Per il vasto giardino ormai sono sparsi gli ospiti e consumano il loro primo spuntino guardandosi intorno e guardandosi l’un l’altro con stupefazione. Parlano scambiandosi commenti sulla insperata fortuna. Ma vedendo passare Gesù si alzano, solo che possano farlo, e si curvano adorando.
30«Mangiate, mangiate. State in libertà e benedite il Signore», dice Gesù passando, diretto alle stanze dei giardinieri, dalle quali ha inizio la scala che per un’aerea rampa conduce alla vasta terrazza.
La splendida e serena Maddalena.
31«Oh! Rabbonì mio!», grida la Maddalena che corre fuori da una stanza con le braccia cariche di fasce e camiciole per i pargoli. E la sua voce vellutata d’organo d’oro empie il viale ombroso sotto cui sono festoni di rose.
32«Maria, Dio sia con te. Dove vai così di fretta?».
«Oh! ho dieci pargoli da vestire! Li ho lavati e ora li vesto, e poi te li porterò, freschi come fiori. Fuggo, Maestro, perché… li senti? sembrano dieci agnellini belanti…», e corre via ridendo, splendida e serena nella sua semplice e signorile veste di candido lino, stretta alla vita da una cintura sottile d’argento, coi capelli stretti in un semplice nodo sulla nuca, sorretti da un nastro bianco che si annoda alla fronte.
33«Come è diversa da quella che era sul monte delle Beatitudini!», esclama Simone Zelote.
Grande giorno per quattro vergini.
34Nella prima rampa di scale incrociano la figlia di Giairo e Annalia, che scendono così svelte che sembra che volino.
«Maestro!», «Signore!», esclamano.
«Dio sia con voi. Dove andate?».
«A prendere tovaglie. Ci manda l’ancella di Giovanna. Parli, Maestro?».
«Certamente!».
«Oh! allora corri, Mirjam! Facciamo presto!», dice Annalia.
35«Avete tutto il tempo di fare ciò che dovete. Attendo altre persone. Ma da quando, fanciulla, ti chiami Mirjam?», dice guardando la figlia di Giairo.
«Da oggi. Da ora. Me lo ha dato tua Madre il nome. Perché… vero, Annalia? Oggi è un grande giorno per quattro vergini…».
«Oh! sì. Lo diremo al Signore o lasciamo a Maria di dirlo?».
36«A Maria, a Maria. Va’, va’, Signore. La Madre ti parlerà», e corrono via leggere, nel primo fiorire della gioventù, umane nelle belle forme, angeliche nello sguardo radioso…
Elisa di Betsur.
37Sono alla terza rampa quando incrociano Elisa di Betsur, che scende gravemente insieme alla moglie di Filippo.
«Ah! Signore!», grida quest’ultima. «A chi togli, a chi dai… Ma che Tu sia benedetto lo stesso!».
38«Di che parli, donna?».
«Ora lo saprai… Che pena e che gloria, Signore! Tu mi mutili e mi incoroni».
39Filippo, che è vicino a Gesù, dice: «Che dici? Di che parli? Tu mi sei moglie e ciò che ti avviene mi tocca…».
«Oh! lo saprai, Filippo. Va’, va’ col Maestro».
40Gesù intanto chiede a Elisa se è ben guarita. E la donna, alla quale il grande dolore dei tempi passati ha dato una maestà di regina dolente, dice: «Sì, mio Signore. Ma soffrire con la pace nel cuore non è spasimo. Ed io ora ho la pace in cuore».
«E presto avrai più ancora».
«Che, Signore?».
«Va’ e torna, e lo saprai».
Le discepole incontro a Gesù.
41«C’è Gesù! C’è Gesù!», trillano i due bambini che hanno il visetto appoggiato contro la rabescata ringhiera, che limita la terrazza dai due lati che guardano sul giardino, e dalla quale scendono rami in fiore di rose e gelsomini, perché il terrazzo è un vasto giardino pensile sul quale, in quest’ora di sole, è steso un velano multicolore. Tutte le persone che si agitano in preparativi sulla terrazza si volgono al grido di Maria e Mattia e, lasciando in tronco ciò che facevano, vengono incontro a Gesù, alle cui ginocchia già sono avviticchiati i due fanciulli.
42Gesù saluta le donne; numerose, che si affollano. Fra le vere e proprie discepole o mogli, figlie, sorelle di apostoli e discepoli, sono mescolate altre meno note, meno intime, quali la moglie del cugino Simone, le madri degli asinai di Nazareth, la madre di Abele di Betlemme di Galilea, Anna di Giuda (casa presso il lago Meron), Maria di Simone madre di Giuda di Keriot, Noemi di Efeso, Sara e Marcella da Betania (Sara è la donna che Gesù guarì sul monte delle Beatitudini e mandò da Lazzaro col vecchio Ismaele. Ora sembra ancella di Maria di Lazzaro); poi la madre di Jaia, la madre di Filippo d’Arbela, Dorca la giovane madre di Cesarea di Filippo e sua suocera, la madre di Annalia, Maria di Bozra la miracolata di lebbra venuta col marito a Gerusalemme, e altre, altre, non nuove allo sguardo ma non menzionabili dalla mente con nome proprio.
43Gesù si inoltra sulla vasta terrazza rettangolare, che da un lato si affaccia sul Sisto, e va a mettersi presso la stanza che è sbocco alla scala interna, credo, e che è simile ad un cubo basso messo nell’angolo settentrionale della terrazza. Gerusalemme si mostra tutta, e con essa i suoi immediati dintorni. Una vista stupenda. Tutte le discepole, tutte le donne anzi, lasciano di occuparsi delle mense per stringersi intorno a Lui. I servi proseguono il loro lavoro.
Le vergini cristiane.
Le primizie per Gesù.
44Maria è presso al Figlio. Nella luce dorata che filtra dal grande velano steso su buona parte della terrazza, e che poi diviene luce delicatamente smeraldina là dove, per giungere ai visi, deve filtrare da un intrico di gelsomini e rosai messi a fare pergola, Ella pare ancor più giovane e snella; una sorella delle più giovani discepole, appena di poco maggiore, e bella, bella come la più splendida delle rose fiorite nel giardino pensile, nelle capaci vasche messe tutt’intorno ad esso a contenere rosai, gelsomini, mughetti, gigli e altre piante gentili.
45«Madre, mia moglie ha parlato in un certo modo… Che è avvenuto perché mia moglie possa dirsi mutilata e incoronata insieme?», chiede Filippo che brucia nella voglia di sapere.
46Maria sorride dolcemente mentre lo guarda e, Lei così restia a confidenze, gli prende la mano dicendo: «Saresti capace tu di dare al mio Gesù la cosa a te più cara? Veramente dovresti… perché Egli a te dà il Cielo e la via per andarvi».
«Ma certo, Madre, che saprei… specie se ciò che darei avesse potere di farlo felice».
47«Lo ha. Filippo, anche la tua altra figlia si consacra al Signore. Lo ha detto poco fa a me e alla madre, alla presenza di molte discepole…»
48«Tu!? Tu?!», chiede Filippo sbalordito, puntando l’indice sulla gentile fanciulla che si stringe a Maria quasi per esserne protetta. L’apostolo inghiotte male questo secondo colpo che lo priva per sempre da speranza di nipoti. Si asciuga il sudore improvviso che la notizia gli ha dato… gira lo sguardo sui volti che gli sono intorno. Lotta… Soffre. La figlia geme: «Padre… il tuo perdono… e la tua benedizione…», e gli scivola ai piedi. Filippo la carezza macchinalmente sui capelli castani e si schiarisce la gola stretta in un nodo. Infine parla: «Si perdonano i figli che peccano… Tu non pecchi consacrandoti al Maestro… e.… e.… e il tuo povero padre non può che dirti… che dirti: “che tu sia benedetta”… Ah! figlia! figlia mia… Come è soave e tremendo il volere di Dio!», e si china, la alza, l’abbraccia, la bacia sulla fronte, sui capelli, piangendo… e poi, tenendola ancora fra le braccia, va verso Gesù e gli dice: «Ecco. Io l’ho generata, ma Tu sei il suo Dio… Il tuo diritto è più del mio… Grazie… grazie, Signore, della… della gioia che…»; non può più proseguire. Cade a ginocchi ai piedi di Gesù e si curva a baciarne i piedi gemendo: «Mai, mai più nipoti!… Il mio sogno!… Il sorriso della mia vecchiaia!… Perdona questo pianto, mio Signore… Sono un povero uomo…».
Uffici e glorie delle vergini cristiane.
49«Alzati, amico mio. E sii lieto di dare le primizie alle aiuole angeliche. Vieni. Vieni qui fra Me e mia Madre. Sentiamo da Lei come avvenne la cosa, perché, te lo assicuro, per la mia parte Io non ne ho né colpa né merito».
50Maria spiega: «Poco so io pure. Parlavamo fra noi donne e, come spesso avviene, mi interrogavano sul mio voto verginale. Mi interrogavano ancora sul come saranno le vergini future, quali uffici, quali glorie prevedevo per esse. Io rispondevo come so… E per il futuro prevedevo per esse vita di orazione e di consolazione alle sofferenze che il mondo darà a Gesù mio. Dicevo: “Saranno le vergini quelle che sostengono gli apostoli, quelle che laveranno il mondo insozzato vestendolo della loro purezza, di essa profumandolo, saranno gli angeli che canteranno le laudi per coprire le bestemmie. E Gesù ne sarà felice, e grazie darà al mondo, e darà misericordia per queste agnelle sparse fra i lupi…”, e altre cose dicevo. Fu allora che la figlia di Giairo mi disse: “Dammi un nome, o Madre, per il mio futuro di vergine, perché io non posso concedere che un uomo goda il corpo che fu rianimato da Gesù. Di Lui solo è questo mio corpo fino a che sarà la carne del sepolcro e l’anima del Cielo”; e Annalia disse: “Io pure così ho sentito di fare. E oggi sono più allegra di rondine perché ogni legame è spezzato”. E fu anche allora che tua figlia, o Filippo, disse: “Anche io sarò come voi. Vergine in eterno!”. La madre, ecco che viene, le fece considerare che così non si può prendere tanta decisione. Ma ella non mutò parere. E a chi le chiedeva se era antico pensiero diceva “no”, e a chi le chiedeva come le era venuto diceva: “Non so. Come una freccia di luce mi ha squarciato il cuore e ho capito di che amore amo Gesù”».
51La moglie di Filippo chiede al marito: «Udisti?».
«Sì, donna. La carne geme… e dovrebbe cantare perché è la sua glorificazione questa. Essa, la nostra pesante carne, ha generato due angeli. Non piangere, donna. Tu l’hai detto avanti: Egli ti ha incoronata… La regina non piange quando riceve il serto…»
“Ogni stato è buono se in esso si serve il Signore”.
52Ma piange anche Filippo, e piangono in molti, sia uomini che donne, ora che tutti sono raccolti quassù. Maria di Simone piange a dirotto in un angolo… Maria di Magdala piange in un altro, tormentando il lino della sua veste alla quale strappa macchinalmente i fili della bordura che l’orna. Anastasica lacrima tentando celare con la mano il volto lacrimoso.
53«Perché piangete?», chiede Gesù.
Nessuno risponde. Gesù chiama Anastasica e l’interroga di nuovo, e lei: «Perché, Signore, per una gioia nauseabonda, avuta per una notte sola, ho perduto d’essere una tua vergine».
54«Ogni stato è buono, se in esso si serve il Signore. Nella Chiesa futura occorreranno vergini e matrone. Tutte utili al trionfo del Regno di Dio nel mondo e al lavoro dei fratelli sacerdoti. Elisa di Betsur; vieni qua. Consola questa quasi fanciulla…».
“Procedete nella via del Signore”.
55E mette di sua mano Anastasica fra le braccia di Elisa. Le osserva mentre Elisa la carezza e l’altra si abbandona fra quelle braccia di madre, e poi chiede: «Elisa, conosci la sua storia?».
«Sì, Signore. E mi fa tanta pena, povera colomba senza nido».
56«Elisa, ami tu questa sorella?».
«Amarla? Tanto. Ma non come sorella. Ella mi può essere figlia. E ora che la tengo fra le braccia mi pare di tornare ad essere la madre felice del tempo passato. A chi affiderai questa dolce gazzella?».
37«A te, Elisa».
«A me?». La donna slega il cerchio delle braccia per guardare il Signore, incredula…
«A te. Non la vuoi?».
38«Oh! Signore! Signore! Signore!» … Elisa in ginocchio striscia da Gesù e non sa, non sa come, cosa dire, cosa fare per esprimere la sua gioia.
39«Alzati e siile santamente madre, ed ella ti sia santamente figlia, e ambedue procedete nella via del Signore. Maria di Lazzaro, perché piangi, tu, tanto ilare poc’anzi? Dove sono i dieci fiori che mi volevi portare? …».
Il perdono di Gesù e la penitenza ridanno la verginità.
39«Dormono sazi nel nitore, Maestro… E io piango perché mai più avrò il nitore delle vergini, e l’anima mia sempre piangerà, mai sazia perché… perché ho peccato…».
40«Il mio perdono e il pianto tuo ti fanno più monda di essi. Vieni qui. Non piangere più. Lascia il pianto a chi ha da vergognarsi di qualcosa. Su. Va’ a prendere i tuoi fiori; andate anche voi, spose e vergini. Andate a dire agli ospiti di Dio di salire. Occorre congedarli avanti la chiusura delle porte, perché molti di essi stanno sparsi per la campagna».
41Vanno ubbidienti, rimanendo solo sul terrazzo Gesù, al suo posto, che carezza Maria e Mattia; Elisa e Anastasica che poco più là si tengono per mano guardandosi negli occhi con un sorriso intriso di un pianto felice; Maria di Simone sulla quale si curva pietosa Maria SS.; e Giovanna che sulla porta della stanza guarda incerta un poco dentro, un poco fuori, verso Gesù.
42Gli apostoli e discepoli sono scesi insieme alle donne per aiutare i servi a trasportare gli storpi, ciechi, zoppi, rattratti, vecchi, per la lunga scala.
I servi dei poveri.
Triste madre del futuro deicida.
43Gesù alza il capo che aveva chino sui due fanciulli e vede Maria curva sulla madre di Giuda. Si alza e va da loro. Posa la mano sulla testa brizzolata di Maria di Simone: «Perché piangi, donna?».
44«Oh! Signore! Signore! Io ho partorito un demonio! Nessuna madre in Israele sarà pari a me nel dolore!».
45«Maria, un’altra madre, e per lo stesso motivo che è tuo, mi ha detto e dice queste parole. Povere madri! …».
46«O mio Signore, vi è dunque un altro che come Giuda mio sia un perfido e scellerato verso di Te? Oh! non può essere! Egli, che ha Te, si è dato a pratiche immonde. Egli, che respira il tuo alito, è libidinoso e ladro, forse diverrà omicida. Egli… oh! Menzogna è il suo pensiero! Febbre la sua vita. Fallo morire, Signore! Per pietà! Fallo morire!».
47«Maria, il tuo cuore te lo mostra peggio che non sia. La paura ti fa folle. Ma calmati e ragiona. Che prove hai del suo agire?»
48«Verso Te nulla. Ma è una valanga che scende. L’ho sorpreso, e non ha potuto nascondere le prove che… Eccolo… Per pietà, taci! Mi guarda. Sospetta. É il mio dolore. Nessuna madre più infelice di me in Israele! …»
49Maria sussurra: «Io… Perché al mio unisco il dolore di tutte le madri infelici… Perché il mio dolore è dato dall’odio non di uno, ma di tutto un mondo».
50Gesù, chiamato da Giovanna, va da lei; intanto Giuda viene verso la madre, che è ancora confortata da Maria, e l’apostrofa: «Hai potuto dire i tuoi deliri? Calunniarmi? Sei lieta ora?».
51«Giuda! Così parli a tua madre?», chiede severa Maria. È la prima volta che la vedo così…
52«Sì. Perché sono stanco della sua persecuzione».
53«Oh! figlio mio, non è una persecuzione! É amore. Tu mi dici malata. Ma tu sei il malato! Tu dici che io ti calunnio e che ascolto tuoi nemici. Ma tu ti fai torto, ma tu segui e coltivi esseri nefasti che ti travolgeranno. Perché tu sei debole, figlio mio, ed essi se ne sono accorti… Dà retta a tua madre. Ascolta Anania, vecchio e saggio. Giuda! Giuda! Pietà di te, di me! Giuda!!! Dove vai, Giuda?!».
54Giuda, che traversa quasi di corsa la terrazza, si volta e grida: «Dove sono utile e venerato», e scende a precipizio la scala mentre l’infelice madre, sporgendosi dal parapetto, gli grida: «Non andare! Non andare! Essi vogliono la tua rovina! Figlio! Figlio! Figlio mio! …».
55Giuda è giunto in basso e gli alberi lo nascondono alla vista della madre. Riappare per un momento in uno spazio vuoto prima di entrare nel vestibolo.
«É andato… La superbia lo divora!», geme sua madre.
56«Preghiamo per lui, Maria. Preghiamo noi due insieme…», dice la Vergine tenendo per mano la triste madre del futuro deicida. Intanto cominciano a salire gli ospiti… e Gesù parla con Giovanna.
Le Patrizie, serve degli infimi del mondo.
57«Va bene. Vengano pure. Molto meglio se si sono messe vesti ebree per non urtare le prevenzioni di molti. Le attendo qui. Va’ a chiamarle», e addossato allo stipite osserva l’afflusso dei convitati, che apostoli, discepoli e discepole guidano con amorevolezza alle tavole secondo un ordine prestabilito. Al centro è la tavola bassa dei fanciulli, poi, di qua e di là, tutte le altre, parallele. Ma mentre ciechi, zoppi, rattratti, storpi, vecchi, vedove, mendichi si dispongono con le loro storie di dolori impresse sui volti, ecco che, gentili come cesti di fiori, vengono portati dei cestoni mutati in cuna, persino dei piccoli cofani, nei quali, adagiati su cuscini, dormono sazi i poppanti presi alle madri mendiche. E Maria di Madgala, rasserenata, corre da Gesù dicendo: «Sono giunti i fiori. Vieni a benedirli, mio Signore».
58Ma nello stesso tempo Giovanna emerge dalle scale interne dicendo: «Maestro, ecco le discepole pagane». Sono sette donne, vestite di oscure e dimesse vesti simili a quelle delle ebree. Un velo è sul volto di tutte e un mantello le copre fino ai piedi.
59Due sono alte e maestose, le altre di media statura. Ma quando, dopo aver venerato il Maestro, si levano il mantello è facile riconoscere Plautina, Lidia, Valeria; la liberta Flavia, quella che ha scritto le parole di Gesù nel giardino di Lazzaro; e poi vi sono tre sconosciute. Una dallo sguardo uso al comando e che pure si inginocchia dicendo al Signore: «E con me Roma si prostri ai tuoi piedi», e poi una formosa matrona sui cinquant’anni, e infine una giovinetta esile e serena come un fior di campo.
60Maria di Magdala riconosce le romane, nonostante le loro vesti ebree, e mormora: «Claudia!!!», e resta ad occhi sgranati.
«Io. Basta di udire per altrui parola! La Verità e la Sapienza vanno attinte alla fonte diretta».
61«Credi che ci riconosceranno?», chiede Valeria a Maria di Magdala.
«Se non vi tradite col nominarvi, non credo. Del resto vi metterò in luogo sicuro».
62«No, Maria. Alle tavole, a servire i mendichi. Nessuno potrà pensare che le patrizie siano serve ai poveri, agli infimi del mondo ebraico», dice Gesù.
«Bene sentenzi, o Maestro. Perché la superbia è innata in noi».
63«E l’umiltà è il segno più netto della mia dottrina. Chi mi vuole seguire deve amare la Verità, la Purezza e l’Umiltà, avere carità per tutti ed eroismo per sfidare l’opinione degli uomini e le pressioni dei tiranni. Andiamo».
64«Perdona, o Rabbi. Questa fanciulla è una schiava figlia di schiavi. L’ho riscattata perché di origine israelita e Plautina con sé la tiene. Ma io te l’offro, pensando che bene è farlo. Il suo nome è Egla. Ti appartiene».
«Maria, accoglila. Poi penseremo… Grazie, donna».
I servi dei poveri.
65Gesù va sul terrazzo a benedire i fanciulli. Molta curiosità destano le dame. Ma così vestite e pettinate all’ebrea, in vesti quasi povere, non destano sospetti. Gesù va al centro della terrazza, presso la tavola dei fanciulli, e prega, offrendo per tutti il cibo al Signore, benedice e dà ordine di iniziare il pasto.
66Apostoli, discepoli, discepole, dame, sono i servi dei poveri, e Gesù ne dà l’esempio rimboccandosi le larghe maniche della veste rossa e occupandosi dei suoi bambini, aiutato da Mirjam di Giairo e da Giovanni.
67Le bocche di tanti denutriti lavorano egregiamente, ma gli occhi sono tutti rivolti al Signore. La sera scende e viene levato il velano mentre lumi, ancora superflui, vengono portati dai servi.
68Gesù circola fra le tavole. Non lascia nessuno senza conforti di parole e di aiuto. Sfiora così più volte le regali Claudia e Plautina, che dimesse spezzano il pane o portano il vino alle labbra dei ciechi, dei paralitici, dei monchi; sorride alle sue vergini che si occupano delle donne, alle madri discepole tutte pietose presso gli infelici, a Maria di Magdala che si prodiga a una tavolata di vecchioni, la più triste di tutte, piena di tossi, di tremiti, di mascelle sdentate che biasciano e di bocche che sbavano; e aiuta Matteo che palleggia un infante, che si è fatto andare per traverso una mollica di focaccia che succhiava e mordeva coi dentini novelli; complimenta Cusa che, sopraggiunto al principio del pasto, scalca le carni e serve come un servo provetto.
69Il pasto ha termine. Nei volti coloriti, negli occhi più lieti, è palese la soddisfazione dei miseri.
L’ amore misericordioso.
Viva Gesù!
70Gesù si curva su un vecchione scosso da un tremito e dice: «Che pensi, o padre, che sorridi?».
«Penso che non è proprio un sogno. Fino a poco fa credevo di dormire e sognare. Ma ora sento che è proprio vero. Ma chi ti fa così buono, che fai buoni così i tuoi discepoli? Viva Gesù!», grida per ultimo.
E tutte le voci di questi miseri, e sono centinaia, gridano: «Viva Gesù!».
Gesù va di nuovo al centro e apre le braccia, facendo cenno di tacere e di stare fermi, e inizia a parlare stando seduto con un fanciullino sulle ginocchia.
Significati del nome di Gesù.
71«Viva, sì, viva Gesù, non perché Io sono Gesù. Ma perché Gesù vuol dire l’amore di Dio fatto carne e sceso fra gli uomini per essere conosciuto e per far conoscere l’amore che sarà il segno della nuova era. Viva Gesù perché Gesù vuol dire “Salvatore”. Ed Io vi salvo. Vi salvo tutti, ricchi e poveri, fanciulli e vegliardi, israeliti e pagani, tutti, purché voi vogliate darmi la volontà di essere salvati. Gesù è per tutti. Non è per questo o quello. Gesù è di tutti. Di tutti gli uomini e per tutti gli uomini. Per tutti sono l’Amore misericorde e la Salvezza sicura.
Requisiti per essere di Gesù.
72Cosa è necessario fare per essere di Gesù, e perciò per avere salvezza? Poche cose. Ma grandi cose. Non grandi perché cose difficili come quelle che fanno i re. Ma grandi perché vogliono che l’uomo si rinnovelli per farle e per divenire di Gesù. Perciò amore, umiltà, fede, rassegnazione, compassione. Ecco. Voi, che discepoli siete, cosa avete fatto oggi di grande? Direte: “Nulla. Abbiamo servito un pasto”. No. Avete servito l’amore. Vi siete umiliati. Avete trattato da fratelli gli sconosciuti di tutte le razze, senza chiedere chi sono, se sono sani, se sono buoni. E lo avete fatto in nome del Signore. Forse speravate grandi parole da Me, per la vostra istruzione. Vi ho fatto fare grandi fatti. Abbiamo iniziato il giorno con la preghiera, abbiamo sovvenuto lebbrosi e mendichi, abbiamo adorato l’Altissimo nella sua Casa, abbiamo iniziato le agapi fraterne e la cura dei pellegrini e dei poveri, abbiamo servito perché servire per amore è essere simile a Me che sono Servo dei servi di Dio, Servo fino ad annichilimento di morte per ministrare a voi salvezza…».
Re del Regno dell’amore
73Un vocio e uno scalpiccio interrompe Gesù. Un gruppo scalmanato di israeliti sale di corsa le scale. Le romane più note, ossia Plautina, Claudia, Valeria e Lidia, si ritirano nell’ombra calando il velo.
I disturbatori irrompono sul terrazzo e pare cerchino chissà che. Cusa, offeso, va loro davanti e chiede: «Che volete?».
«Nulla che ti riguardi. Cerchiamo Gesù di Nazareth e non te».
74«Eccomi. Non mi vedete?», chiede Gesù posando a terra il fanciullino e alzandosi imponente.
«Che fai qui?».
«Lo vedete. Faccio ciò che insegno e insegno ciò che va fatto: l’amore ai più poveri. Che vi era stato detto?».
«Furono uditi gridi sediziosi. E siccome dove sei Tu là è sedizione, siamo venuti a vedere».
75«Là dove Io sono è pace. Il grido era: “Viva Gesù”».
«Appunto. Fu pensato, tanto al Tempio che al palazzo d’Erode, che qui si congiurasse contro…».
«Chi? Contro chi? Chi è re in Israele? Non il Tempio, non Erode. Roma domina, e folle è chi pensa a farsi re là dove essa impera».
«Tu dici d’esser re».
76«Re sono. Ma non di questo regno. Troppo meschino per Me! Troppo meschino è anche l’impero. Re Io sono del Regno santo dei Cieli, del Regno dell’Amore e dello Spirito. Andate in pace. O restate, se volete, e imparate come si accede a questo mio Regno. I miei sudditi eccoli: i poveri, gli infelici, gli oppressi, e poi i buoni, gli umili, i caritatevoli. Restate, unitevi ad essi».
«Però Tu sei sempre ai conviti in case fastose, fra belle donne e.…».
«Basta! Non si insinua e non si offende il Rabbi in casa mia. Uscite!», tuona Cusa.
La serpe e l’Agnello.
77Ma dalla scala interna balza sul terrazzo una figuretta snella di fanciulla velata. Corre leggera come una farfalla fino a Gesù e là getta velo e manto, cadendogli ai piedi e tentando baciarglieli.
78«Salomè!», grida Cusa e con lui altri. Gesù si è ritirato così violentemente, per sfuggire il contatto, che il suo sedile si rovescia ed Egli ne approfitta per metterlo fra Sé e Salomè come separazione.
79I suoi occhi fanno paura tanto sono fosforescenti, terribili. Salomè, leggera e sfrontata, tutta moine, dice: «Sì, io. L’acclamazione è giunta al Palazzo. Erode manda ambasceria a dirti che ti vuol vedere. Ma io l’ho prevenuta. Vieni con me, Signore. Io ti amo tanto e ti desidero tanto! Sono io pure carne d’Israele».
«Va’ alla tua casa».
«La Corte ti attende per darti onore».
80«La mia Corte è questa. Non ne conosco altra né altri onori», e colla mano indica i poveri seduti alle tavole.
«Ti porto doni per essa. Ecco i miei monili».
«Non li voglio».
81«Perché li rifiuti?».
«Perché sono immondi e dati per immondo scopo. Va’ via!».
82Salomè si rialza interdetta. Guarda di sfuggita il Terribile, il Purissimo che la fulmina col braccio teso e lo sguardo di fuoco. Guarda furtiva tutti e vede beffa o nausea sui volti. I farisei sono pietrificati e osservano la scena potente. Le romane osano farsi avanti per vedere meglio. Salomè tenta un’ultima prova.
«Avvicini anche i lebbrosi…», dice sommessa e supplichevole.
83«Sono dei malati. Tu sei un’impudica. Va’ via!».
L’ultimo «va’ via!» è talmente potente che Salomè raccoglie velo e manto e, curva, strisciando, si dirige alle scale.
84«Bada, Signore!… Ella è potente… Potrebbe nuocerti», sussurra Cusa sottovoce.
85Ma Gesù risponde a voce fortissima, ché tutti possano sentire, la scacciata per prima: «Non importa. Preferisco essere ucciso ad avere alleanze con il vizio. Sudore di donna lasciva e oro di meretrice sono veleni d’inferno. Alleanza di viltà coi potenti è colpa. Io sono Verità, Purezza e Redenzione. E non muto. Va’. Accompagnala…»
«Punirò i servi che l’hanno lasciata passare».
86«Non punirai nessuno. Una sola va punita. Lei. E lo è. E sappia, e sappiate che il suo pensiero mi è noto e che ne ho ribrezzo. Torni la serpe nel suo covo. L’Agnello torna ai suoi giardini».
I fatti parlano con la loro evidenza.
87Si siede. Suda. Tace. Poi dice: «Giovanna, dà ad ognuno l’obolo perché meno triste sia per qualche giorno la vita… Che altro vi devo fare, figli del dolore? Che volete che Io vi possa dare? Leggo nei cuori. Ai malati che sanno credere, pace e salute!».
88Un attimo di sosta e poi un grido… e sono molti e molti che sorgono guariti. I giudei venuti a sorprendere se ne vanno sbalorditi e trascurati nel delirio generale di acclamazioni per il miracolo e per la purezza di Gesù.
89Gesù sorride baciando i bambini. Poi congeda gli ospiti trattenendo le vedove e parla con Giovanna in loro favore. Giovanna prende nota e le invita per il domani. Poi esse pure vanno. Ultimi vanno i vecchi… Restano apostoli, discepoli, discepole e le romane.
90Gesù dice: «Così è e deve essere l’unione futura. Non ci sono parole. I fatti parlino agli spiriti e alle menti colla loro evidenza. La pace sia con voi».
91Si dirige verso le scale interne e scompare seguito da Giovanna e poi dagli altri.
92Alla base delle scale scontra Giuda: «Maestro, non andare al Getsemani! Ti cercano là dei nemici. E tu, madre, che dici ora? Tu che mi accusi! Se non fossi andato, non avrei saputo l’insidia tesa al Maestro. In un’altra casa! In un’altra casa andiamo!».
93«Nella nostra, allora. In casa di Lazzaro non entra che chi è amico di Dio», dice Maria di Magdala.
94«Sì. Quelli che ieri erano al Getsemani vengano con le sorelle al palazzo di Lazzaro. Domani provvederemo».
LO STATUTO DEL REGNO MESSIANICO
6. Protezione di Claudia e ricovero nel palazzo di Lazzaro. Lo statuto del Regno[18].
Tutto per il Messia Re.
Eroismo della Maddalena.
1Non brillano certo per il loro eroismo i seguaci di Gesù!
2La notizia portata da Giuda è simile all’apparizione di uno sparviero su un’aia piena di pulcini, o di un lupo sul ciglio prossimo ad un gregge! Spavento, o per lo meno orgasmo, sono su almeno nove decimi dei volti presenti, e specie dei volti maschili. Io credo che molti hanno già l’impressione del filo della spada o del flagello contro l’epidermide, e il meno che pensano è di avere a provare le segrete delle carceri in attesa di processo.
3Le donne sono meno agitate. Più che agitate, sono impensierite per i figli o i mariti e consigliano questi e quelli di squagliarsi a piccoli gruppi spargendosi nelle campagne.
4Maria di Magdala insorge contro quest’onda di timore esagerato: «Oh! quante gazzelle sono in Israele! Non vi fa vergogna tremare così? Vi ho detto che nel mio palazzo sarete più sicuri che in una fortezza. Venite dunque! E sulla mia parola vi assicuro che non vi accadrà nulla di nulla. Se oltre ai designati da Gesù ve ne sono altri che pensano essere sicuri nella mia casa, vengano. Ci sono letti e lettucci per una centuria. Andiamo, decidete, in luogo di basire di paura! Soltanto prego Giovanna di farci seguire dai servi con delle cibarie. Perché in palazzo non ce n’è per tanti, ed è sera ormai. Un buon pasto è la miglior medicina per rinfrancare i pusilli». E non è solo imponente nella sua veste bianca, ma è abbastanza ironica negli occhi splendidi mentre, dall’alto della sua statura, guarda il gregge spaurito che si pigia nel vestibolo di Giovanna.
5«Provvederò subito. Andate pure, ché Gionata vi seguirà coi servi ed io con lui, perché mi concedo la gioia di seguire il Maestro e senza paura, ve lo assicuro, tanto senza paura che porto con me i bambini», dice Giovanna. Si ritira a dare ordini, mentre le prime avanguardie dello spaurito esercito mettono caute la testa fuori dal portone e, vedendo che non c’è nulla di pauroso, osano uscire nella via e avviarsi seguiti dagli altri.
6Il gruppo verginale è al centro, immediatamente dopo Gesù che è nelle prime file. Dietro, oh! dietro alle vergini le donne; e poi i più… vacillanti nel coraggio, che hanno le spalle protette da Maria di Lazzaro che si è unita alle romane, decise a non staccarsi da Gesù tanto presto. Ma poi Maria di Lazzaro corre avanti a dire qualcosa alla sorella, e le sette romane restano con Sara e Marcella, rimaste esse pure alla retroguardia per ordine di Maria e nell’intento di far passare ancor più inosservate le sette romane.
7Sopraggiunge a passo svelto Giovanna coi bambini per mano, e dietro a lei è Gionata coi servi carichi di borse e ceste, che si mettono in coda alla piccola turba che, in verità, nessuno nota, perché le vie formicolano di gruppi che vanno alle case o agli accampamenti, e la penombra rende meno riconoscibili i volti. Adesso Maria di Magdala insieme a Giovanna, Anastasica e Elisa, è proprio in prima fila e guida, per viette secondarie, i suoi ospiti al palazzo.
Claudia appoggia la fondazione del Regno.
8Gionata cammina quasi a pari delle romane, alle quali rivolge la parola come a serve delle discepole più ricche. Ne approfitta Claudia per dirgli: «Uomo, ti prego di andare a chiamare il discepolo che ha portato la notizia. Digli che venga qui. E dillo in maniera da non attirare l’attenzione. Va’!». La veste è dimessa, ma il modo è involontariamente potente, di chi è uso al comando. Gionata sbarra gli occhi cercando vedere, attraverso il velo calato, chi è che gli parla così. Ma non riesce che a vedere il balenio di due occhi imperiosi. Però deve intuire che non è una serva la donna che gli parla, e prima di ubbidire si inchina.
9Raggiunge Giuda di Keriot, che parla animatamente con Stefano e con Timoneo, e lo tira per la veste.
«Che vuoi?».
«Ti devo dire una cosa».
«Dilla».
«No. Vieni indietro con me. Ti vogliono, per una elemosina, credo…».
10La scusa è buona ed è accettata con pace dai compagni di Giuda e con entusiasmo da Giuda, che torna indietro svelto insieme a Gionata.
11Eccolo alla fila ultima. «Donna, ecco l’uomo che volevi», dice Gionata a Claudia.
12«Grata ti sono per avermi servito», risponde questa stando sempre velata. E poi, volgendosi a Giuda: «Ti piaccia sostare un momento per ascoltarmi».
13Giuda, che sente un modo di parlare molto raffinato e vede due occhi splendidi attraverso il velo sottile, e che forse si sente prossimo ad una grande avventura, acconsente senza ostacolo.
14Il gruppo delle romane si separa. Restano, con Claudia, Plautina e Valeria; le altre proseguono.
15Claudia si guarda intorno. Vede solitaria la vietta in cui sono rimasti fermi e con la mano bellissima getta da parte il velo, scoprendo il viso. Giuda la riconosce e, dopo un attimo di sbalordimento, si curva salutando con un misto di atti giudei e di parola romana: «Domina!».
16«Sì. Io. Alzati e ascolta. Tu ami il Nazareno. Del suo bene ti preoccupi. Bene fai. É un virtuoso e va difeso. Noi lo veneriamo come grande e giusto. I giudei non lo venerano. Lo odiano. So. Ascolta. E intendi bene, e bene ricorda e applica. Io lo voglio proteggere. Non come la lussuriosa di poc’anzi. Con onestà e virtù. Quando il tuo amore e la tua sagacia ti lasceranno capire che vi è insidia per Lui, vieni o manda. Claudia tutto può su Ponzio. Claudia otterrà protezione per il Giusto. Intendi?».
17«Perfettamente, domina. Il nostro Dio ti protegga. Verrò, solo che possa, verrò io, personalmente. Ma come passare da te?».
18«Chiedi sempre di Albula Domitilla. È una seconda me stessa, ma nessuno si stupisce se parla con giudei, essendo quella che si occupa delle mie liberalità. Ti crederanno un cliente. Forse ti umilia?».
19«No, domina. Servire il Maestro e ottenere la tua protezione è onore».
20«Sì. Vi proteggerò. Una donna sono. Ma sono dei Claudi. Posso più di tutti i grandi in Israele perché dietro me è Roma. Tieni, intanto. Per i poveri del Cristo. Il nostro obolo. Però… vorrei essere lasciata fra i discepoli questa sera. Procurami questo onore e tu sarai protetto da Claudia».
21Su un tipo come l’Iscariota le parole della patrizia operano prodigiosamente. Egli va al settimo cielo!… Osa chiedere: «Ma tu veramente lo aiuterai?».
22«Sì. Il suo Regno merita di essere fondato, perché è regno di virtù. Ben venga, in opposizione alle laide onde che coprono i regni attuali e che schifo mi fanno. Roma è grande, ma il Rabbi è ben più grande di Roma. Noi abbiamo le aquile sulle nostre insegne e la superba sigla. Ma sulle sue saranno i Geni e il santo suo Nome. Grande sarà, veramente grande Roma, e la Terra, quando metteranno quel Nome sulle loro insegne e il suo segno sarà sui labari e sui templi, sugli archi e le colonne».
23Giuda è trasecolato, sognante, estatico. Palleggia la pesante borsa che gli è stata data, e lo fa macchinalmente, e dice col capo di sì, di sì, di sì, a tutto…
24«Or dunque andiamo a raggiungerli. Alleati siamo, non è vero? Alleati per proteggere il tuo Maestro e il Re degli animi onesti».
25Cala il velo e rapida, snella, va quasi di corsa a raggiungere il gruppo che l’ha preceduta, seguita dalle altre e da Giuda, che ha il fiato grosso non tanto per la corsa quanto per ciò che ha sentito. Il palazzo di Lazzaro sta inghiottendo le ultime coppie dei discepoli quando lo raggiungono. Entrano svelti, e il portone ferrato si chiude con grande sferragliare di chiavistelli messi dal custode.
Tutto per il Messia!
26Una solitaria lampada, sorretta dalla moglie del custode, a mala pena rischiara il quadrato vestibolo tutto bianco del palazzo di Lazzaro. Si capisce che la casa non è abitata, per quanto sia ben custodita e tenuta in ordine.
27Maria e Marta guidano gli ospiti in un vasto salone, certo adibito ai conviti, dalle fastose pareti coperte di stoffe preziose, che disvelano i loro rabeschi man mano che vengono accesi i lampadari e posati i lumi sulle credenze, sui cofani preziosi, messi intorno alle pareti, o sulle tavole addossate ad un lato, pronte ad essere usate, ma certo da tempo inservibili. Ma Maria ordina siano portate al centro della sala e preparate per la cena coi viveri che i servi di Giovanna estraggono da borse e ceste e mettono sulle credenze. Giuda prende da parte Pietro e gli dice qualcosa all’orecchio. Vedo Pietro che sgrana gli occhi e scuote una mano come si fosse scottato le dita, mentre esclama: «Fulmini e cicloni! Ma che dici?».
28«Sì. Guarda. E pensa! Non aver più paura! Non essere più così angustiati!».
29«Ma è troppo bello! Troppo! Ma come ha detto? Proprio che ci protegge? Che Dio la benedica! Ma quale è?».
«Quella vestita di color tortora selvatica, alta, snella. Ecco, ci guarda…».
30Pietro guarda l’alta donna dal volto regolare e serio, dagli occhi dolci eppure imperiosi. «E.… come hai fatto a parlarle? Non hai avuto…».
«No, affatto».
«Eppure tu odiavi i contatti con loro! Come me, come tutti…».
31«Sì. Ma li ho superati per amor del Maestro. Come ho superato il desiderio di troncarla cogli antichi compagni del Tempio… Oh! tutto per il Maestro! Voi tutti, e mia madre con voi, credete che io sia ambiguo. Tu, di recente, mi hai rimproverato le amicizie che ho. Ma se non le mantenessi, e con forte pena, non saprei tante cose. Non è bene mettersi bende agli occhi e cera nelle orecchie per paura che il mondo entri in noi per occhi e orecchi. Quando si è in una impresa pari alla nostra, occorre vegliare a occhi e orecchi più che liberi. Vegliare per Lui, per il suo bene, per la sua missione, per la fondazione di questo benedetto regno…».
32Molti degli apostoli e qualche discepolo si sono avvicinati e ascoltano, approvando col capo. Perché, infatti, non si può dire che Giuda parli male!
32Pietro, onesto e umile, lo riconosce e dice: «Hai proprio ragione! Perdona i miei rimproveri. Tu vali più di me, sai fare. Oh! andiamolo a dire al Maestro, a sua Madre, alla tua! Era tanto angustiata!
33«Perché male lingue hanno insinuato… Ma per ora taci. Dopo, più tardi. Vedi? Si siedono a mensa e il Maestro ci fa cenno di andare…».
4…La cena è rapida. Anche le romane, sedute al tavolo delle donne, mescolate ad esse di modo che proprio Claudia è seduta fra Porfirea e Dorca, mangiano in silenzio ciò che viene loro messo davanti, e fra loro e Giovanna e Maria di Magdala corrono misteriose parole fatte di sorrisi e di ammicchi. Sembrano scolarette in vacanza.
35Gesù, dopo la cena, ordina di formare un quadrato di sedili e di prendervi posto per ascoltarlo. Egli si mette al centro e inizia a parlare in mezzo ad un quadrato attento di volti, nei quali sono chiusi solo gli occhietti innocenti del figliolino di Dorca, dormente in seno alla madre, e stanno velandosi di sonno quelli di Maria, seduta sulle ginocchia di Giovanna, e di Mattia, che si è accoccolato sui ginocchi di Gionata.
Lo statuto del Regno.
Alla aurora delle future fraternità cristiane.
36«Discepoli e discepole qui radunati in nome del Signore, o qui attratti per desiderio di Verità, desiderio che viene ancora da Dio che vuole luce e verità in tutti i cuori, udite. Questa sera ci è concesso, e proprio la nequizia che ci vuole dispersi lo procura, di essere tutti uniti. Né, voi di sensi limitati, sapete quanto è profonda e vasta questa unione, vera aurora delle future che saranno quando il Maestro non sarà più fra voi, carnalmente, ma sarà in voi col suo spirito. Allora saprete amare. Allora saprete praticare. Per ora siete come bambini ancora al seno. Allora sarete come adulti che potrete gustare ogni cibo senza che vi nuoccia. Allora saprete, come Io dico, dire: “Venite a me voi tutti, perché tutti fratelli siamo, e per tutti Egli si è immolato”.
37Troppe prevenzioni in Israele! Queste sono tante frecce lesive alla carità. Parlo a voi, fedeli, apertamente, perché fra voi non sono i traditori, né i saturi di preconcetti che separano, che si mutano in incomprensione, in caparbietà, in odio per Me che vi indico le vie del futuro. Io non posso parlare diversamente.
Regola per divenire discepolo perfetto.
38E d’ora in poi parlerò più poco, perché vedo che inutili o quasi sono le parole. Ne avete avute da santificarvi e ammaestrarvi in maniera perfetta. Ma poco avete proceduto, specie voi, uomini fratelli, perché vi piace la parola ma non la mettete in atto. D’ora in poi, e con misura sempre più stringente, vi farò fare ciò che dovrete fare quando il Maestro sarà tornato al Cielo dal quale è venuto. Vi farò assistere a ciò che è il Sacerdote futuro. Più che le parole, osservate i miei atti, ripeteteli, imparateli[19], uniteli all’insegnamento. Allora diverrete discepoli perfetti.
Praticate la carità attiva[20]
39Che ha fatto e che vi ha fatto fare e praticare oggi il Maestro? La carità nelle sue multiformi forme. La carità verso Dio. Non la carità di preghiera, vocale, di rito soltanto. Ma la carità attiva[21], che rinnovella nel Signore[22],
che spoglia dallo spirito del mondo[23], dalle eresie del paganesimo[24], il quale non è solo nei pagani, ma che è anche in Israele con le mille consuetudini che si sono sostituite alla vera Religione, santa, aperta, semplice come tutto ciò’ che da Dio viene. Non atti buoni, o apparentemente tali, per essere lodati dagli uomini, ma azioni sante per meritare la lode di Dio.
Agite col fine di meritare la vita eterna.
40Chi è nato muore. Lo sapete. Ma non finisce la vita con la morte. Essa prosegue in altra forma e per l’eternità con un premio a chi fu giusto, con un castigo a chi fu malvagio. Questo pensiero di certo giudizio non sia paralisi durante il vivere e nell’ora del morire. Ma sia pungolo e freno, pungolo che sprona al bene, freno che trattiene da male passioni.
41Siate perciò veramente amanti del Dio vero, agendo nella vita sempre col fine di meritarlo nella vita futura. O voi che amate le grandezze, quale grandezza più grande di divenire figli di Dio, dèi perciò?
Siate santi.
42O voi che temete il dolore, quale sicurezza di non più soffrire, quale quella che vi attende nel Cielo? Siate santi[25]. Volete fondare un regno anche sulla Terra? Vi sentite insidiati e temete non riuscirvi? Se agirete da santi riuscirete. Perché la stessa autorità che ci domina non potrà impedirlo, nonostante le sue coorti, perché voi persuaderete le coorti a seguire la dottrina santa così come Io, senza violenza, ho persuaso le donne di Roma che qui è Verità…».
«Signore! …», esclamano le romane vedendosi scoperte.
27«Sì, donne. Ascoltate e ricordate. Io dico ai miei seguaci d’Israele, Io dico a voi, non d’Israele ma di animo giusto, lo statuto del Regno mio.
28Non rivolte. Non servono. Santificare l’autorità impregnandola della nostra santità[26]. Sarà un lungo lavoro, ma sarà vittorioso. Con mitezza e pazienza, senza frette stolte, senza deviazioni umane, senza rivolte inutili, ubbidendo là dove l’ubbidire non nuoce alla propria anima, voi perverrete a fare dell’autorità, che ora ci domina paganamente, una autorità protettrice e cristiana.
Fate il vostro dovere di servi.
29Fate il vostro dovere di sudditi verso l’autorità, come fate quello di fedeli verso Dio. Vogliate vedere in ogni autorità non un oppressore ma un elevatore, perché vi dà il modo di santificarlo e di santificarvi con l’esempio e l’eroismo.
Siate tutti fratelli buoni e fedeli.
30Vogliate essere, come siete buoni fedeli e buoni cittadini, dei buoni mariti, delle buone mogli, santi, casti, ubbidienti, amorosi l’un dell’altro, uniti per allevare i figli nel Signore, per essere paterni e materni anche coi servi e con gli schiavi, che essi pure hanno anima e carne, sentimenti e affetti come voi li avete. Se la morte vi leva il compagno o la compagna, non siate, potendolo, vogliosi di nuove nozze. Amate gli orfani anche per il compagno scomparso. E voi, servi, siate sommessi ai padroni, e se sono imperfetti santificateli col vostro esempio. Grande merito ne avrete agli occhi del Signore. In futuro nel mio Nome non saranno più padroni e servi, ma fratelli. Non saranno più razze, ma fratelli. Non saranno più oppressi e oppressori che si odiano, perché gli oppressi chiameranno fratelli i loro oppressori.
Amatevi come Dio vi ama.
31Amatevi voi di una fede, dando l’un l’altro aiuto così come oggi vi ho fatto fare. Ma non limitate l’aiuto ai poveri, ai pellegrini, ai malati della vostra razza. Aprite le braccia a tutti, così come la Misericordia le apre a voi.
32Chi più ha, dia a chi non ha o ha poco. Chi più sa, insegni a chi non sa o sa poco, e insegni con pazienza e umiltà, ricordando che, in verità, prima della mia istruzione nulla sapevate. Ricercate la Sapienza non per lustro, ma per aiuto nel procedere nelle vie del Signore.
Titti siete utili nel Regno del Signore.
33Le donne maritate amino le vergini, e queste le coniugate, e ambe diano affetto alle vedove. Tutte siete utili nel Regno del Signore.
34I poveri non invidino, i ricchi non creino odi con la mostra di ricchezze e la durezza di cuore.
35Abbiate cura degli orfani, dei malati, dei senza dimora. Aprite il cuore prima ancora della borsa e della casa, perché se anche date, ma con mal garbo, non fate onore ma offesa a Dio che è presente in ogni infelice.
36In verità, in verità vi dico che non è difficile servire il Signore. Basta amare. Amare il Dio vero, amare il prossimo quale che sia. In ogni ferita o febbre che curerete Io sarò. In ogni sventura che soccorrerete Io sarò. E tutto quello che farete a Me nel prossimo, se è bene, sarà a Me fatto; se male, anche a Me sarà fatto. Volete farmi soffrire? Volete perdere il Regno di pace, il divenire dèi, soltanto per non esser buoni col prossimo vostro?
Ultime raccomandazioni.
37Mai più saremo tutti così uniti. Verranno altre Pasque… e non potremo essere insieme per molte cause; le prime: quelle di una prudenza santa in parte e in parte eccessiva, ed ogni eccesso è colpa, per cui dovremo stare divisi; le altre Pasque ancora perché Io non sarò più fra voi… Ma ricordate questa giornata. Fate in futuro, e non per la sola Pasqua ma per sempre, ciò che vi ho fatto fare.
38Non vi ho mai lusingato sulla facilità di appartenermi. Appartenermi vuol dire vivere nella Luce e Verità, ma mangiare anche il pane della lotta e delle persecuzioni. Ora, però, più voi sarete forti nell’amore e più sarete forti nella lotta e nella persecuzione.
39Credete in Me. Per quello che sono realmente: Gesù Cristo, il Salvatore, il cui Regno non è di questo mondo, la cui venuta indica pace ai buoni, il cui possesso vuol dire conoscere e possedere Dio, perché veramente chi ha Me in sé ed ha sé stesso in Me è in Dio, e possiede Dio nel suo spirito per averlo poi nel Regno celeste in eterno.
40La notte è discesa. Domani è Parasceve. Andate. Purificatevi, meditate, compite una Pasqua santa.
41Donne di altra razza, ma di retto spirito, andate. La buona volontà che vi anima vi sia via per venire alla Luce. In nome dei poveri che sono Me stesso, Io vi benedico per l’obolo generoso e vi benedico per le vostre buone intenzioni verso l’Uomo che è venuto a portare amore e pace sulla Terra. Andate! E tu, Giovanna, e quanti altri non temono più insidie, andate pure».
L’ora dello stupore.
Lo stupore per le romane.
42Un brusìo di stupore scorre l’assemblea mentre le romane – riposte le tavolette cerate, che Flavia ha scritto mentre Gesù parlava, in una borsa – ridotte a sei, perché Egla resta presso Maria di Magdala, escono dopo un saluto collettivo. Tanto è lo stupore che nessuno dei presenti, meno Giovanna, Gionata e i servi di Giovanna che portano in braccio i piccoli dormenti, si muove. Ma quando il rumore cupo del portone che si chiude dice che le romane sono partite, un clamore succede al brusìo.
43«Ma chi sono?».
«Come fra noi?».
«Che hanno fatto?».
44E su tutti grida Giuda: «Come sai, Signore, dell’obolo opimo che mi hanno dato?».
45Gesù seda il tumulto col gesto e dice: «Claudia e le sue dame sono. E mentre le alte dame di Israele, tementi l’ira dei consorti, o con lo stesso pensiero e cuore dei consorti, non osano divenire le mie seguaci, le sprezzate pagane, con astuzie sante, sanno venire ad apprendere la Dottrina che, anche se accettata per ora umanamente, è sempre elevatrice… E questa fanciulla, già schiava, ma di razza giudea, è il fiore che Claudia offre alle schiere di Cristo, rendendola alla libertà e dandola alla fede di Cristo. Riguardo a sapere dell’obolo… oh! Giuda! Tutti meno te potrebbero farmi questa domanda! Tu sai che Io vedo nei cuori».
L’ Iscariota fa stupire.
46«Allora vedrai che ho detto il vero dicendo che c’era insidia e che io l’ho sventata andando a far parlare… esseri colpevoli?».
«È vero».
47«Dillo allora ben forte, che mia madre lo senta… Madre, un ragazzo sono, ma non un ribaldo… Madre, facciamo la pace. Comprendiamoci, amiamoci, uniti nel servizio a Gesù nostro».
48E Giuda va umile e amoroso ad abbracciare la madre che dice: «Sì, figliuolo! Si, Giuda mio! Buono! Buono! Sempre buono sii, o mia creatura! Per te, per il Signore! Per la tua povera mamma!».
49Intanto la sala è piena di agitazioni e commenti, e molti definiscono imprudente l’avere accolto le romane e rimproverano Gesù.
50Giuda sente. Lascia la madre e accorre in difesa del Maestro. Racconta il suo colloquio con Claudia e termina: «Non è spregevole aiuto. Anche senza averla ricevuta avanti fra noi, non abbiamo evitato persecuzione. Lasciamola fare. E, ricordatevelo bene, è meglio tacere con chicchessia. Pensate che, se è pericoloso per il Maestro, non lo è di meno per noi essere amici di pagani. Il Sinedrio che, in fondo, è trattenuto da paura verso Gesù per un superstite timore di alzare la mano sull’Unto di Dio, non avrebbe tanti scrupoli ad ammazzarci come cani, noi che siamo poveri uomini qualunque. In luogo di fare quelle facce scandalizzate, ricordate che poco fa eravate come tante passere spaurite, e benedite il Signore di aiutarci, con mezzi impensati, illegali se volete, ma tanto forti, a fondare il Regno del Messia. Tutto potremo se Roma ci difende! Oh! io non temo più! Grande giorno è oggi! Più che per tutte le altre cose, per questa… Ah! quando Tu sarai il Capo! Che potere dolce, forte, benedetto! Che pace! Che giustizia! Il Regno forte e benevolo del Giusto! E il mondo che viene lentamente ad esso!… Le profezie che si avverano! Turbe, nazioni… il mondo ai tuoi piedi! Oh! Maestro! Maestro mio! Tu Re, noi tuoi ministri… In Terra pace, in Cielo gloria… Gesù Cristo di Nazareth, Re della stirpe di Davide, Messia Salvatore, io ti saluto e ti adoro!»; e Giuda, che pare rapito in un’estasi, termina prostrandosi: «In Terra, in Cielo e fino negli Inferni è noto il tuo Nome, è infinito il tuo potere. Quale forza può resisterti, o Agnello e Leone, Sacerdote e Re, Santo, Santo, Santo?»; e resta curvo fino a terra nella sala che è muta di stupore.
7. Uno scampato pericolo e il coraggio di Maria di Magdala[27].
Il coraggio dell’amore.
Il risveglio.
1Il palazzo di Lazzaro, tramutato in dormitorio per quella notte, mostra corpi d’uomini dormienti sparsi per ogni dove. Le donne non si vedono. Forse sono state condotte nelle stanze superiori. L’alba chiara inalba lentamente la città, penetra nei cortili del palazzo, desta i primi cinguettii timidi fra il fogliame degli alberi, messi a fare ombria in essi, e i primi tubamenti dei colombi che dormono nell’incassatura del cornicione. Ma gli uomini non si destano. Stanchi e sazi di cibo e di emozioni, dormono e sognano…
Gesù in preghiera e meditazione.
2Gesù esce senza rumore nel vestibolo e da esso passa nel cortile d’onore. Si lava ad una fonte chiara che canta al centro di esso, fra un quadrato di mortella al cui piede sono dei piccoli gigli molto simili ai cosiddetti mughetti francesi. Si ravvia e, sempre senza fare rumore, torna là dove è la scala che porta ai piani superiori e alla terrazza sulla casa. Sale sino lassù, a pregare, a meditare…
Passeggia lentamente avanti e indietro, e gli unici che lo vedono sono i colombi che, allungando il collo e sgrugolando, sembra si chiedano l’un l’altro: «Chi è costui?». Poi si appoggia al muretto e sta raccolto in Sé stesso, immobile. Infine alza il capo, forse richiamato dal primo apparire del sole che si alza da dietro i colli che celano Betania e la valle del Giordano, e guarda il panorama che è ai suoi piedi.
3Il palazzo di Lazzaro è certo su una delle tante elevazioni del suolo che fanno delle vie di Gerusalemme un sale e scendi continuo, specie nelle meno belle. Quasi al centro della città, ma lievemente spinto verso sud ovest.
4Collocato su una bella strada che sfocia sul Sisto, formando con essa un T, domina la città bassa, avendo di fronte Bezeta, Moria e Ofel, e dietro ad essi la catena dell’Uliveto; sul dietro, e già appartenente al posto dove sorge, il monte Sion, mentre ai due fianchi l’occhio spazia a sud verso i colli meridionali, mentre al nord Bezeta nasconde molta parte di panorama. Ma, oltre la valle di Gihon, la testa calva del Golgota emerge giallastra nella luce rosea dell’aurora, lugubre sempre anche in questa luce lieta.
5Gesù la guarda… Il suo sguardo, benché più virile e più pensoso, mi ricorda quello della lontana visione di Gesù dodicenne nella visione della disputa coi dottori. Ma ora, come allora, non è uno sguardo di terrore. No. È un dignitoso sguardo di eroe che guarda il suo campo di estrema battaglia.
6Poi si volta a guardare i colli a meridione della città e dice: «La casa di Caifa!», e con lo sguardo segna come tutto un itinerario da quel punto al Getsemani, e poi al Tempio, e poi ancora guarda oltre la cinta della città, verso il Calvario… Il sole intanto è sorto del tutto e la città si accende di luce…
Lo sfratto dal Getsemani.
7Al portone del palazzo, dei colpi vigorosi vengono dati senza mettere sosta fra l’uno e l’altro. Gesù si sporge per vedere, ma il cornicione molto sporgente, mentre il portone è molto rientrante nelle pareti massicce, gli impediscono di vedere chi bussa. In compenso sente subito il vocio dei dormenti che si destano, mentre il portone, aperto da Levi, viene richiuso con fragore. E poi sente il suo Nome gridato da tante voci di uomo e di donna… Si affretta a scendere dicendo: «Eccomi. Che volete?».
8Coloro che lo chiamavano, non appena lo sentono, prendono d’assalto la scala salendo di corsa e vociando. Sono gli apostoli e i discepoli più antichi, e fra mezzo a loro è Giona, il conduttore del Getsemani. Parlano tutt’insieme e non si capisce nulla.
9Gesù deve imporre con violenza che si fermino dove sono e facciano silenzio, per poterli calmare. Li raggiunge dicendo subito: «Che avviene?».
10Altro subbuglio fragoroso, inutile perché incomprensibile. Dietro agli urlanti si affacciano volti mesti o stupefatti di donne e di discepoli…
11«Parli uno per volta. Tu, Pietro, per primo».
«É venuto Giona… Ha detto che erano in tanti e che ti hanno cercato da per tutto. Lui è stato male tutta la notte, e poi all’apertura delle porte è andato da Giovanna e ha saputo che eri qui. Ma come facciamo? La Pasqua la dobbiamo pur fare!».
12Giona del Getsemani rinforza la notizia dicendo: «Sì, mi hanno anche maltrattato. Io ho detto che non sapevo dove eri, che forse non tornavi. Ma hanno visto le vostre vesti e hanno capito che tornate al Getsemani. Non mi fare del male, Maestro! Io ti ho sempre ospitato con amore, e questa notte ho patito per…Te. Ma… ma…».
13«Non avere paura! Non ti metterò più in pericolo d’ora in poi. Non sosterò più in casa tua. Mi limiterò a venire di passaggio, nella notte, a pregare… Non me lo puoi vietare…». Gesù è dolcissimo verso lo spaurito Giona del Getsemani.
Il coraggio dell’amore.
14Ma la voce d’oro di Maria di Magdala prorompe veemente: «Da quando, o uomo, ti dimentichi che sei servo e che la condiscendenza nostra ti fa usare modi da padrone? Di chi la casa e l’uliveto? Solo noi possiamo dire al Rabbi: “Non andare a fare danno ai nostri beni”. Ma non lo diciamo. Perché sommo bene sempre sarebbe se anche per cercare Lui i nemici del Cristo distruggessero piante, mura, e persino facessero franare le balze. Perché tutto sarebbe distrutto per avere ospitato l’Amore, e l’Amore darebbe amore a noi suoi fedeli amici. Ma vengano! Distruggano! Calpestino! E che fa? Basta che Egli ci ami e sia illeso!».
15Giona è preso fra la paura dei nemici e quella dell’ardente padrona, e mormora: «E se mi fanno del male al figlio? …».
16Gesù lo conforta: «Non temere, ti dico. Non sosterò più. Puoi dire a chi te lo chiede che il Maestro non abita più al Getsemani… No, Maria! Così è bene fare. E lasciami fare! Io ti sono grato della tua generosità… Ma non è la mia ora, non è ancora la mia ora! Suppongo fossero farisei…»
17«E sinedristi, e erodiani, e sadducei… e soldati di Erode… e.… tutti… tutti… Non mi levo il tremito della paura… Però lo vedi, Signore? Sono corso ad avvisarti… da Giovanna… poi qui…». L’uomo ci tiene a far notare che a rischio della sua pace ha fatto il suo dovere verso il Maestro.
18Gesù sorride con compatimento e bontà e dice: «Lo vedo! Lo vedo! Dio te ne compensi. Ora va’ in pace a casa tua. Ti manderò a dire dove mandare le borse, o manderò a ritirarle Io stesso».
19L’uomo se ne va, e nessuno, meno Gesù e Maria Santissima, lo risparmia di rimproveri o schemi. Salato è quello di Pietro, salatissimo quello dell’Iscariota, ironico quello di Bartolomeo, Giuda Taddeo non parla ma lo guarda in un tal modo! E il mormorio e gli sguardi di rimprovero lo accompagnano anche fra le file delle donne, terminando nel razzo finale di Maria di Magdala, la quale all’inchino del servo-contadino risponde: «Riferirò a Lazzaro che per il convito di festa venga a procurarsi polli ben ingrassati nelle terre del Getsemani».
20«Non ho pollaio, padrona».
«Tu, Marco e Maria: tre magnifici capponi! Ridono tutti per l’uscita inquieta e.… significativa di Maria di Lazzaro, che è furente di vedere la paura nei suoi dipendenti e per il disagio del Maestro, privato del quieto nido del Getsemani.
21«Non ti inquietare, Maria! Pace! Pace! Non tutti hanno il tuo cuore!».
«Oh! no, purtroppo! Avessero tutti il mio cuore, Rabbonì! Neppure le lance e le frecce a me dirette mi farebbero separare da Te!».
22Un mormorio fra gli uomini… Maria lo raccoglie e risponde pronta: «Sì. Lo vedremo! E speriamo presto, se questo può servire a insegnarvi il coraggio. Niente mi farà paura se io posso servire il mio Rabbi! Servire! Sì! Servire! E si serve nelle ore pericolose, fratelli! Nelle altre… Oh! nelle altre non è servire! É godere!… E il Messia non va seguito per godere!».
Gli uomini chinano il capo, punti da queste verità.
23Maria fende le file e viene di fronte a Gesù. «Che decidi, Maestro? É Parasceve. Dove la tua Pasqua? Ordina. e, se tanto ho trovato grazia presso di Te, concedimi di offrirti un mio cenacolo, di pensare a tutto…».
24«Grazia hai trovato presso il Padre dei Cieli, grazia perciò presso il Figlio del Padre al quale è sacro ogni movimento del Padre. Ma se accetterò il cenacolo, lascia che al Tempio, a sacrificare l’agnello, vada Io, da buon israelita…».
25«E se ti prendono?», dicono in molti.
«Non mi prenderanno. Nella notte, nell’oscurità, come usano i ribaldi, possono osarlo. Ma in mezzo alle turbe che mi venerano, no. Non diventatemi vili!».
Il Regno è dello Spirito.
26«Oh! poi ora c’è Claudia!», grida Giuda.
«Il Re e il Regno non sono più in pericolo! …».
27«Giuda, te ne prego! Non farli crollare in te! In te non insidiarli. Il mio Regno non è di questo mondo. Io non sono un re come quelli che sono sui troni. Il mio Regno è dello spirito. Se tu lo avvilisci alla meschinità di un regno umano, tu in te lo insidi e lo fai crollare».
«Ma Claudia!».
28«Ma Claudia è una pagana. Non può perciò sapere il valore dello spirito. Molto è se intuisce e appoggia Colui che per lei è un Saggio… Molti in Israele neppure come saggio mi giudicano!… Ma tu non sei pagano, amico mio! Il provvidenziale tuo incontro con Claudia non fare che ti si volga in danno, così come non fare che ogni dono di Dio per raffermare la tua fede e la tua volontà di servire il Signore ti divenga sciagura spirituale».
29«E come lo potrebbe, mio Signore?».
«Facilmente. Non in te soltanto. Se un dono dato per soccorrere la debolezza dell’uomo, in luogo di fortificarlo e sempre più farlo voglioso di bene soprannaturale, o anche semplicemente morale, servisse ad appesantirlo di appetiti umani e a trarlo lontano dalla via retta, su vie in discesa, allora il dono diverrebbe danno. Basta la superbia a fare di un dono un danno. Basta il disorientamento provocato da una cosa che esalta, per cui si perde di mira il Fine supremo e buono, per fare di un dono un danno. Ne sei persuaso? La venuta di Claudia deve darti solo la forza di una considerazione. Questa: che se una pagana ha sentito la grandezza della mia dottrina e la necessità che essa trionfi, tu, e con te tutti i discepoli, con ancora più grande potenza dovete sentire tutto ciò e, di conseguenza, darvi tutti a ciò. Ma sempre spiritualmente. Sempre…
Il cenacolo.
30Ed ora decidiamo. Dove dite essere bene consumare la Pasqua? Voglio che siate in pace di spirito per questa Cena di rito, per sentire Dio che non si sente nel turbamento. Siamo molti. Ma mi sarebbe dolce stare tutti insieme per potervi far dire: “Consumammo una Pasqua con Lui”. Scegliete dunque un luogo dove, suddividendoci secondo il rituale, di modo da formare gruppi sufficienti a consumare ognuno il proprio agnello, si possa però dire: “Eravamo uniti, e l’uno sentiva la voce dell’altro fratello”».
31Chi nomina questo e chi quel luogo. Ma le sorelle di Lazzaro la vincono. «Oh! Signore! Qui! Manderemo a prendere il fratello nostro. Qui! Molte sono le sale e le stanze. Saremo insieme, e secondo il rito. Accetta, Signore! Il palazzo ha stanze atte per almeno duecento persone divise per gruppi di venti. E tanti non siamo. Facci liete, Signore! Per Lazzaro nostro così triste… così malato…». Le due sorelle piangono, finendo: «…che non si può pensare che mangi un’altra Pasqua…».
32«Che dite? Che pensate concedere alle sorelle buone?», dice Gesù interpellando tutti.
«Io direi che sì», dice Pietro.
33«Io pure», dice l’Iscariota e molti altri. Chi non parla, assente.
34«Provvedete, allora. E noi andiamo al Tempio, a mostrare che chi è sicuro di ubbidire all’Altissimo non ha paura e non è vile. Andiamo. A chi resta, la mia pace».
35E Gesù scende il resto di scala, traversa il vestibolo ed esce coi discepoli nella via piena di folla.
8. Incontro con Niche[28].
Niche la missionaria del Regno.
1«Sono una donna ebrea della Diaspora, o Re atteso. Potrei servirti come quella donna che mandasti da Giovanna?», dice una donna che mi pare tutta quella che, di nome Niche, asciugò il volto di Gesù sul Golgota, ottenendo il Sudario. Ma le ebree sono molto somiglianti fra di loro, e potrei, a distanza di mesi da quella visione, sbagliare.
2Gesù la guarda. Vede una donna sui quarant’anni, una ben vestita, franca di modi. Le chiede: «Sei vedova, non è vero?».
3«Sì. E senza figli. Sono tornata di recente e ho preso terre a Gerico. Per essere vicina alla città santa. Ma ora vedo che più grande di essa Tu sei. E ti seguo. E ti prego di avermi per serva. Conosco di Te da discepoli. Ma Tu superi i loro racconti».
4«Va bene. Ma che vuoi di preciso?»
5«Aiutarti nei poveri e, come posso, farti amare e conoscere. Conosco molti delle colonie della Diaspora, avendo seguito il marito nei commerci. Ho mezzi. Ma mi basta poco. Posso fare molto, perciò. E molto voglio fare per tuo amore e per suffragare lo spirito di colui che mi prese vergine vent’anni or sono e che mi fu compagno amabile fino all’estremo sospiro. Lo diceva nel morire. Pareva profetasse: “Morto che io sia, consegna la carne che ti amò alla tomba e va’ nella patria nostra. Troverai il Promesso. Oh! tu lo vedrai! Cercalo. Seguilo. Egli è il Redentore e Risuscitatore e mi aprirà le porte della Vita. Sii buona per aiutarmi ad esser pronto quando Egli aprirà i Cieli a coloro che non hanno più debiti verso la Giustizia, e sii buona per meritare di incontrarlo presto. Giura che lo farai e che muterai le sterili lacrime di una vedovanza in fortezza operosa. Abbi Giuditta[29] a tuo esempio, o sposa, e tutte le nazioni conosceranno il tuo nome”. Povero sposo mio! Io chiedo soltanto che Tu mi conosca…».
6«Ti conoscerò per discepola buona. Va’ tu pure da Giovanna, e Dio sia con te» …
9. Commiato delle discepole Galilee[30]
Le virtù si formano nelle difficoltà.
Ubbidire è amare.
1Gesù a Betania, tutta ubertosa e fiorita in questo bel mese di nisam, sereno, puro, come se il creato fosse dilavato da ogni sozzura. Ma le turbe, che certo lo hanno cercato a Gerusalemme e che non vogliono partire senza averlo sentito, per potere portare seco, nel cuore, la sua parola, lo raggiungono. Numerose tanto che Gesù ordina di adunarle perché Egli possa ammaestrarle. E i dodici coi settantadue, che si sono ricomposti in tale numero, o giù di lì, coi nuovi discepoli aggregatisi ad essi in questi ultimi tempi, si spargono per ogni dove per eseguire l’ordine avuto.
2Intanto Gesù, nel giardino di Lazzaro, si accomiata dalle donne, e specie dalla Madre, che per suo ordine tornano in Galilea scortate da Simone d’Alfeo, Giairo, Alfeo di Sara, Marziam, lo sposo di Susanna e Zebedeo. Vi sono saluti e lacrime. Vi sarebbe molta volontà anche di non ubbidire. Una volontà data ancora dall’amore al Maestro. Ma più forte ancora è la forza dell’amore perfetto, perché tutto soprannaturale, per il Verbo Santissimo, e questa forza le fa ubbidire accettando la penosa separazione.
3Quella che meno parla è Maria, la Madre. Ma il suo sguardo dice più di tutto quanto dicono tutte le altre messe insieme. Gesù interpreta quello sguardo e la rassicura, la consola, la sazia di carezze, se si può mai saziare una madre, e specie quella Madre, tutt’amore e tutt’ambascia per il Figlio perseguitato. E le donne se ne vanno, infine, volgendosi, rivolgendosi a salutare il Maestro, a salutare i figli e le fortunate discepole giudee che restano ancora col Maestro.
4«Hanno sofferto ad andare…», osserva Simone Zelote.
«Ma è bene che siano andate, Simone».
«Prevedi giorni tristi?».
5«Agitati per lo meno. Le donne non possono sopportare le fatiche come noi. Del resto, ora che ne ho un numero quasi pari di giudee e di galilee, è bene siano divise. A turno mi avranno, avendo a turno la gioia di servirmi, esse; e il conforto del loro affetto santo, Io».
10. Sosta ristoratrice in casa di Niche, che dovrà sovvenire l’esseno penitente[31].
L’accoglienza: rito di fraterno amore.
Fornace sotto il sole.
1La strada, per quanto tagli delle verdi campagne, bordate fino al ciglio della via da alberi fronzuti, è una fornace sotto il sole meridiano. Dai campi, dove le messe si avviano rapidamente alla maturazione, viene un calore e un odore di forno in cui il fior della farina si muti in pane. La luce è abbagliante. Ogni spiga pare una piccola lampada d’oro fra le glume d’oro e le reste pungenti, e lo sfaccettìo del sole sulla paglia degli steli è tormentoso all’occhio come quello della strada, abbacinante di sole. Invano l’occhio cerca sollievo sulle fronde. Se si alza a cercarle, ancor più si dà in balia del sole spietato e deve riabbassarsi subito, per fuggire quella violenza, e stringersi, ridursi ad un taglio sottile fra le ciglia polverose, arrossate, dolenti. Il sudore fa righe lucide sulle guance polverose. I piedi stanchi si trascinano sollevando nuova polvere che tormenta, tormenta, tormenta.
2Gesù conforta i suoi stanchi apostoli. Per quanto sudi Lui pure, si è messo sul capo, a difesa del sole, il mantello, e consiglia gli altri a imitarlo. E quelli ubbidiscono senza parlare. Troppo spossati per trovare fiato ad una delle abituali lamentele. Vanno come ubriachi…
3«Confortatevi. Ecco una casa là fra i campi…», dice Gesù.
«Se è come le altre… non c’è che lo sconforto di fare molto cammino fra i campi ardenti senza scopo», brontola dentro al mantello Pietro. E gli altri confermano con un «uhm!» sconsolato.
4«Vado Io. Voi rimanete qui, sotto questo poco d’ombra».
«No. No. Veniamo noi pure. Almeno un pozzo ce lo avranno, qui dove l’acqua non manca… e berremo per spegnere il fuoco che abbiamo dentro».
5«Bere così accaldati vi farebbe male».
«Moriremo… ma sarà sempre meglio di quanto abbiamo ora…».
Casa di accoglienza.
6Gesù non ribatte nulla. Sospira e va avanti per il primo, per un sentieruolo fra i campi di messi. I campi non giungono sino alla casa, ma si fermano ai limiti di un frutteto meraviglioso, ombroso, temperato nella luce e nel calore che fa un anello opimo e ristoratore intorno alla casa. E gli apostoli, con un «ah!» di sollievo, ci si ficcano dentro.
7E Gesù va avanti, incurante delle loro richieste di sostare alquanto. Un tubare di colombi, un cigolio di carrucole, delle quiete voci di donna giungono dalla casa e si spargono nel silenzio assolato della campagna.
8Gesù sbuca su un piazzaletto che circonda la casa, come un marciapiede largo e pulito sul quale una pergola d’uva stende un ricamo di fronde e una protettrice ombria. Due pozzi, uno al lato destro, uno al sinistro della casa, ombreggiati dalla vite. Delle aiuole contro i muri della casa. Tende leggere, a righe oscure, ondeggiano alle porte aperte. Voci di donne e muovere di stoviglie escono da una stanza. Gesù si dirige a quella, e al suo passare una dozzina di colombi, che becchettavano delle granaglie sparse al suolo, prendono il volo con grande sbatacchio d’ali. Il rumore attira l’attenzione di chi è nella stanza, ed è contemporaneo lo scostarsi della tenda per opera di Gesù, che la sposta con la mano a destra, e per opera di una servente che la sposta a sinistra rimanendo stupita davanti allo Sconosciuto.
9«La pace a questa casa! Posso, come pellegrino, avere ristoro?», dice Gesù stando sulla soglia di questa stanza, che è una vasta cucina nella quale le serventi stanno rigovernando le stoviglie, usate per il pasto del mezzodì.
10«La padrona non ti respingerà. Vado ad avvertirla».
«Ho con Me altri dodici, però, e se dovessi avere ristoro per Me solo preferirei non averlo affatto».
«Lo diremo alla padrona e certo…».
Accoglienza cristiana.
11«Maestro e Signore! Tu qui? Da me? Quale grazia è mai questa?», interrompe una voce; e una donna, Niche, viene avanti lesta, inginocchiandosi a baciare i piedi di Gesù.
12Le serventi sono come statue. Quella che lavava i piatti è rimasta col cencio nella destra e un piatto gocciolante nella sinistra, arrossata dall’acqua bollente. Un’altra, intenta a lucidare i coltelli, seduta al suolo sui calcagni in un angolo, si drizza sui ginocchi per vedere meglio, e i coltelli cadono con fracasso al suolo. Una terza, intenta a svuotare dalla cenere i fornelli, alza il viso incenerato e resta così, emergente dal livello del focolare a bocca aperta.
13«Qui sono. Ci hanno respinti da molte case. Siamo stanchi e assetati».
14«Oh! Vieni! Vieni! Non qui. Nelle sale di settentrione che sono fresche e ombrose. E voi preparate acque per le membra e bevande aromatiche. E tu, fanciulla, corri a destare il fattore, che ti sovvenga per le prime vivande, in attesa del banchetto…».
15«No, Niche! Non sono l’ospite mondano. Sono il tuo Maestro perseguitato. Ti chiedo ricovero e amore più che cibo. Pietà chiedo. Più per i miei amici che per Me stesso…».
16«Sì, Signore. Ma quando avete fatto l’ultimo pasto?».
«Essi non so. Io ieri, all’aurora, con loro».
17«Vedi dunque… Non farò sprechi. Ma come una sorella o una madre darò a tutti il necessario e a Te, come serva e discepola, darò onore e aiuto. Dove sono i fratelli?».
«Nel frutteto. Ma forse già vengono. Sento le voci».
18Niche corre fuori e li vede e li chiama e poi li conduce insieme a Gesù in un fresco vestibolo, dove già sono catini e asciugamani e dove possono ristorarsi viso, braccia e piedi dal polverone e dal sudore.
19«Ve ne prego. Posate le vesti così accaldate. Date subito tutto alle serventi. Gran ristoro sarà avere vesti monde e sandali freschi. E poi venite a quella sala. Là vi attendo».
E Niche se ne va, chiudendo la porta…
Pietro è lavorabile come una pasta.
20… «Ah! si sta pur bene in quest’ombra e così rinfrescati!», sospira Pietro entrando nella sala dove Niche li attende, premurosa e rispettosa.
21«La mia gioia per potervi dare sollievo è certo più grande del tuo stesso sollievo, o apostolo del mio Signore».
22«Uhm! Apostolo… Già… Ma senti, Niche, facciamo alla buona. Tu senza fare pesare che sei ricca e sapiente, io senza far pesare che sono apostolo. Così… da buoni fratelli che hanno bisogno l’uno dell’altro per l’anima e per la carne. Mi fa troppo… paura a pensare che sono “apostolo”».
23«Paura di che?», chiede stupefatta la donna e sorride.
«Di… di essere troppo… troppo grosso rispetto alla creta che sono, e di dover crollare per il peso… Paura di… andare in gallo per la superbia… Paura che… con l’idea che sono l’apostolo, gli altri… i discepoli voglio dire, e le anime buone, mi stiano alla larga, tacendo anche se sbaglio… E questo io non lo voglio, perché fra i discepoli, anche fra quelli che credono, così, semplicemente e solamente, ci sono tanti che sono meglio di me, chi in questo e chi in quello, e io voglio fare come… come quell’ape lì, che è entrata e dalle ceste di frutta che hai fatto portare per noi si è succhiata un poco di questo e un poco di quello, e ora ci mette, a compimento, i succhi di quei fiori, e poi andrà fuori a succhiare trifogli e fiordalisi, camomille e convolvoli. Prende da tutti. E io ho bisogno di fare come lei…».
24«Ma tu succhi il più bel fiore! Il Maestro».
25«Sì, Niche. Ma da Lui imparo a divenire figlio di Dio. Dagli uomini buoni imparerò a divenire uomo».
«Lo sei».
26«No, donna. Sono poco meno di un animale. E non so proprio come il Maestro mi sopporti…».
27«Ti sopporto perché sai ciò che sei, e perciò sei lavorabile come una pasta. Ma se fossi resistente, caparbio, superbo soprattutto, ti caccerei come un demonio», dice Gesù.
L’ angelo dei Pellegrini.
28Entrano delle serventi con tazze di latte freddo e anfore porose dove i liquidi sono certo molto freschi.
«Vogliate ristorarvi», dice Niche.
29«Dopo potrete riposare fino a sera. La casa ha stanze e letti. E non li avessi darei i miei per il vostro ristoro. Maestro, io mi ritiro per le cure della casa. Sapete tutti dove trovarmi e trovare le serventi».
«Va’ e non ti crucciare per noi».
30Niche esce. Gli apostoli fanno onore allo spuntino che è stato offerto. E mangiando con allegro appetito parlano e commentano.
«Buona frutta!».
31«E buona discepola».
«Bella casa. Non lussuosa ma senza miseria».
32«E retta da una che è dolce e forte insieme. Ordine, nitore, rispetto e nello stesso tempo amorevolezza».
33«Che bei campi ha intorno! Una ricchezza!».
«Sì. E una fornace! …», dice Pietro, che non è ancora dimentico di ciò che ha sofferto.
Gli altri ridono.
34«Però qui si sta bene. Ma lo sapevi che Niche stava qui?», chiede Tommaso.
«Non più di quanto lo sapeste voi. Sapevo che presso Gerico aveva delle terre di recente acquisto. Non più di così. Il caro angelo dei pellegrini ci ha guidati»[32].
35«Veramente ha guidato Te. Noi non volevamo venire».
36«Io ero pronto a buttarmi a terra e a farmi bruciare dal sole piuttosto che fare più un passo», dice Matteo.
37«Non si può più camminare di giorno. Quest’anno il sole è forte molto presto. Sembra che stia impazzendo esso pure».
38«Sì, cammineremo alle prime ore del giorno e nella sera. Ma presto andremo sui monti. Là è più temperato il caldo».
39«A casa mia?», chiede l’Iscariota.
«Sì, Giuda. E a Jutta e a Ebron».
«Ma non ad Ascalona, eh?».
40«No, Pietro. Andremo dove ancora non si è andati. Ma certo avremo anche sole e calore. Un poco di sacrificio per amor mio e delle anime. Ora riposatevi. Io esco a pregare nel frutteto».
41«Ma non sei mai stanco, Tu? Non sarebbe meglio che riposassi Tu pure?», chiede Giuda d’Alfeo.
«Forse il Maestro vuole fermarsi qui…», osserva lo Zelote.
42«No. All’alba partiremo per guadare il fiume nelle ore fresche».
«Dove andiamo oltre Giordano?».
43«Le turbe tornano dopo la Pasqua alle case. A Gerusalemme da troppi fui cercato invano. Predicherò e sanerò al guado. Poi andremo a ordinare la casetta di Salomon. Ci sarà preziosa…».
44«Ma non torniamo in Galilea?».
«Andremo anche là. Ma molto staremo in queste parti meridionali e sarà prezioso un ricovero. Dormite. Io vado».
Un rito di fraterno amore.
45La cena deve avere avuto luogo. É notte. Rugiade abbondanti che cadono sonando dai cornicioni sulle foglie della vite. Stelle inverosimili in cielo. Un numero incalcolabile di stelle nelle quali lo sguardo si smarrisce. Canti di grilli e di uccelli notturni e silenzio della campagna.
46Gli apostoli si sono ritirati già. Ma Niche è alzata e ascolta il Maestro.
47Lui è seduto rigidamente su un sedile di pietra contro la casa. La donna è in piedi, davanti a Lui, in posa di attento rispetto. Gesù deve terminare un discorso già avviato. Dice: «Sì. L’osservazione è giusta. Ma ero certo che al penitente, meglio, al “rinascente”, non sarebbe mancato l’aiuto del Signore. Mentre si cenava e tu interrogavi servendo, Io pensavo che l’aiuto sei tu. Hai detto: “Io non posso seguirti che per brevi periodi, perché la casa e la servitù nuova vanno sorvegliate”. E ti rammaricavi di ciò, dicendo che se avessi saputo di trovarmi subito non avresti fatto l’acquisto che ti lega. Tu vedi che esso ha servito ad ospitare gli evangelizzatori. Dunque buono è. Ma puoi servire ancora… In attesa di servire perfettamente il tuo Signore. Io ti chiedo un servizio per amore di quell’anima che sta rinascendo, che è piena di buona volontà ma che è molto debole. L’eccesso di penitenza potrebbe angosciarla, e Satana servirsi di quell’angoscia».
48«Che devo fare, o mio Signore?».
«Andare. Ad ogni luna andare come fosse un rito. Lo è. È un rito di fraterno amore. Andrai al Carit e, salendo per il sentiero fra i roveri, chiamerai: “Elia! Elia!”. Egli si affaccerà stupito e tu lo saluterai così: “La pace a te, fratello, in nome di Gesù il Nazareno”. Gli porterai tanti pani biscottati quanti sono i giorni di una luna. Nulla più nell’estate. Dai Tabernacoli in poi, insieme ai pani gli porterai quattro log di olio ogni mese. E ai Tabernacoli gli porterai una veste caprina, pesante e che non si bagna, e una coperta. Non più».
49«E nessuna parola?».
«Quelle strettamente utili. Ti chiederà di Me. Dirai ciò che sai. Ti confiderà le sue dubitanze, speranze e accasciamenti. Tu dirai ciò che la tua fede e la tua pietà ti ispirano. Non durerà molto, d’altronde, il sacrificio… Neppure dodici lune… Vuoi essere pietosa a Me e al penitente?».
«Sì, mio Signore… Ma perché tanto mesto?».
La Veronica del volto sacro di Gesù.
50«E tu perché piangi?».
«Perché nelle tue parole sento presagio di morte… Tanto presto ti perderò, Signore?».
Niche piange nel suo velo.
51«Non piangere! Sarà tanta pace per Me, dopo… Non più odio. Non più agguati. Non più tutto questo… orrore del peccato su Me, intorno a Me… Non più vicinanze atroci… Oh! non piangere, Niche! Il tuo Salvatore sarà in pace. Vittorioso sarà…».
52«Ma prima… ma prima… Col marito mio sempre leggevamo i profeti… E tremavamo d’orrore per le parole di Davide e Isaia[33]… Ma proprio, proprio così sarà di Te?».
«Questo e più ancora…».
53«Oh!… Chi ti darà sollievo? Chi ti farà morire con… speranza ancora?».
«L’amore dei discepoli e specie delle discepole fedeli».
54«Anche il mio, allora. Perché io a nessun costo sarò lontana dal mio Redentore. Solo… oh! Signore! Esigi da me ogni penitenza, ogni sacrificio, ma dammi un coraggio virile per quell’ora. Quando Tu sarai “come un coccio disseccato”, “con la lingua attaccata al palato” per la sete, quando sembrerai “il lebbroso che si copre il volto”, fa’ che io ti conosca Re dei re e ti sovvenga come ancella devota. Non mi nascondere il tuo volto torturato, o Dio mio! Ma, come ora lasci che io mi bei nel fulgore di Te, Stella del mattino, fa’ che io possa guardarti allora e il tuo volto si imprima nel mio cuore che, oh! anche il mio come il tuo, sarà molle come cera, in quel giorno, per il dolore…». Niche è ora in ginocchio, quasi prostrata, e ogni tanto alza il volto lacrimoso a guardare il suo Signore, candore di carne nel candore della luna contro lo scuro della muraglia.
55«Avrai tutto questo. E Io avrò la tua pietà. Salirà con Me sul mio patibolo e da lì salirà con Me al Cielo. La tua corona in eterno. Angeli e uomini diranno di te la lode più bella: “Nell’ora della sventura, del peccato, del dubbio, ella fu fedele, non peccò e soccorse il suo Signore”. Alzati, donna. E che tu sia benedetta fin da ora e per sempre».
56Le impone le mani mentre essa sta per sorgere in piedi, e poi rientrano nella casa silenziosa, per il riposo della notte.
11. Miracolo su un incendio[34].
La Dottrina messianica è fuoco d’amore.
Consolare gli afflitti.
1Intanto i pellegrini vanno per la loro via verso sud ovest. Sul davanti sono le donne sui ciuchini che, ben pasciuti e riposati, trotterellano allegri, obbligando Marziam e Abele, che per prudenza stanno ai lati di Aurea che è in sella per la prima volta, ad andare quasi di corsa. E, se la cosa è faticosa, serve a distrarre la fanciulla dal dolore per il distacco da Maria.
2Ogni tanto, per dare fiato ai due giovinetti, Mirta arresta il suo ciuchino dando l’alt, e non si rimette in moto altro che quando sono raggiunte dal gruppo apostolico. E nelle soste, non più distratta dalle peripezie dell’equitazione, Aurea torna triste… Marziam, esperto delle sue traversie di orfanello raccolto per carità da una madre adottiva dopo aver conosciuto Maria, la consola dicendole come poi ci si affeziona alla madre adottiva «proprio come fosse la nostra mamma», e racconta le sue impressioni, e racconta come Maria e Mattia sono felici da Giovanna, e Anastasica da Elisa. Aurea ascolta queste narrazioni e, quando Marziam termina dicendo: «Credilo, le discepole sono tutte buone, e Gesù sa a chi dare noi poverini», e Abele incalza: «E tu non devi diffidare della mia mamma, che è tanto felice di averti e ha pregato tanto in questi giorni per averti da Dio», Aurea dice: «Lo credo. E le voglio bene… Ma Maria è Maria… e dovete compatire…».
«Sì. Ma ci spiace di vederti triste…».
3«Oh! ma non sono già triste come in casa del romano e nelle prime ore dopo la liberazione… Sono soltanto… sperduta. Io non ho mai avuto, da anni, carezze… Solo Maria me le ha ridate, dopo tanti anni di padroni…».
4«Anima mia! Ma io sono qui per dartele! Sarò una seconda Maria per te. Vieni qui, vicino… Fossi più piccola, ti prenderei in sella con me, come facevo col mio Abele quando era bambino… Ma sei già una donna…», dice Mirta accostandosi e prendendole la mano.
5«Sei la mia piccola donna e ti insegnerò tante cose, e quando Abele andrà lontano, ad evangelizzare, io e te accoglieremo i pellegrini come dice il Signore, faremo tanto bene in suo Nome. Tu sei giovane e mi aiuterai…».
Miracolo sul fuoco.
6«Ma guardate che luce là, oltre quel monticello!», esclama Giacomo di Zebedeo che le ha raggiunte.
«Brucia un bosco?».
«O un paese?».
«Corriamo a vedere…».
Nessuno più è stanco, perché la curiosità annulla ogni altra sensazione. Gesù li segue benevolo, lasciando la via per una viottola che sale su un poggetto.
7La cima è presto raggiunta… Non è né un bosco né un paese quello che arde, ma una vasta conca fra due poggi, tutta a scopeti. Le eriche, arse dall’estate, hanno preso fuoco forse per qualche scintilla sfuggita ai boscaioli che hanno lavorato più su, al taglio delle piante, e ora arde: un tappeto di fiamme basse ma vivaci che si sposta, dopo aver consumato là dove si è appreso per primo, cercando nuove eriche da ardere. I boscaioli tentano il contro-fuoco percuotendo le fiamme. Ma è inutile. Sono pochi e, se lavorano da un lato, il fuoco si estende da un altro.
8«Se giunge al bosco è un disastro. Vi sono alberi da resine», sentenzia Filippo.
9Gesù, con le braccia conserte, ritto sullo scrimolo del poggetto, guarda e sorride pensando…
10Il contrasto fra la luce bianca della luna a oriente e quella rossa delle fiamme ad occidente è vivo, e questi che guardano sono tutti bianchi di raggi lunari nella schiena e rossi del riverbero delle fiamme sul volto. E le fiamme corrono, corrono, come un’acqua che straripa e monta e dilaga… È a pochi metri dal bosco l’incendio, e già illumina le cataste di legna messe al suo limite, e il sempre più vivo chiarore mostra le casette di un paesello messo in cima al poggio su cui sale il fuoco.
11«Misera gente! Perderanno tutto!», dicono in molti. E guardano Gesù che non parla e sorride…
12Ma poi… ecco che disserra le braccia e grida: «Arrestati! Muori! Lo voglio».
13E, come se un grande moggio si abbassasse a soffocare le fiamme, ecco che prodigiosamente il fuoco cessa di fiammeggiare, la vivida, agile danza delle lingue di fiamma si muta in rosso di carboni accesi ma senza fiamme, poi il rosso si fa violaceo, grigio rosso… qualche guizzo serpeggia ancora fra la cenere… e poi non resta che la luna col suo argento a dar luce alle selve.
14Al nitido chiarore si vedono i boscaioli radunarsi gesticolando, guardandosi intorno, in alto… cercando l’angelo del miracolo…
15«Scendiamo. Lavorerò quelle anime coll’impensato motivo che mi hanno dato e sosteremo al paesello anziché alla città. Partiremo all’alba. Un posto per le donne lo avranno. Per noi basta il bosco», dice Gesù e scende svelto seguito dagli altri.
«Ma perché sorridevi così? Parevi beato!», chiede Pietro.
«Lo saprai dalle mie parole».
Fede nel Messia.
16Sono già dove la sodaglia si è mutata in ceneri ancora calde e scricchiolanti sotto i sandali. La traversano. Giunti al centro, là dove la luna picchia in pieno, vengono visti dai boscaioli.
17«Oh! l’ho detto io! Egli solo poteva aver fatto questo! Corriamo a venerarlo», grida un boscaiolo, e lo fa gettandosi fra la cenere ai piedi di Gesù.
18«Come credi che Io abbia potuto?».
«Perché soltanto il Messia può questo».
19«E come sai che Io sia il Messia? Mi conosci forse?».
20«No. Ma solo il Buono che ama i poveri può avere avuto pietà, e solo il Santo di Dio può avere comandato al fuoco ed essere ubbidito. Sia benedetto l’Altissimo che ci ha mandato il suo Messia! E il Messia che è venuto in tempo per salvarci le case!».
21«Dovreste aver più premura di salvarvi l’anima».
«Quella si salva credendo in Te e cercando di fare ciò che Tu insegni. Ma Tu comprendi, o Signore, che la desolazione di esser spogliati di tutto può rendere deboli le nostre deboli anime… e portarle a dubitare della Provvidenza».
22«Chi vi ha istruiti su Me?».
«Dei tuoi discepoli… Ecco le nostre famiglie… Avevamo mandato a svegliarle, temendo che tutto il colle incendiasse… Venite avanti… E poi mandammo un altro uomo a dire che c’era un miracolo e di venire a vedere. Eccole, Signore. La mia. Quella di Giacobbe, questa è quella di Gionata, questa quella di Marco, questa quella di mio fratello Tobia, questa è di mio cognato Melchia, questa è quella di Filippo e questa quella di Eleazaro. E poi le altre di quelli che sono pastori e ora sono sugli alti monti ai pascoli…».
23È un gruppo di un duecentocinquanta persone al massimo, piagnucolano risvegliati a metà oppure dormono, ignari del pericolo corso.
Fede e Provvidenza
24«La pace a voi tutti. L’angelo di Dio[35] vi ha salvati. Lodiamo insieme il Signore».
25«Tu ci hai salvati! Tu sempre presente dove dei fedeli credono in Te!», dicono in molte donne… E gli uomini assentono gravi.
26«Sì. Dove è fede in Me è presente la Provvidenza. Però, così nelle cose dello spirito come in quelle della materia, bisogna agire con continua prudenza. Cosa è che ha dato fuoco alle stipe? Probabilmente la scintilla sfuggita dai vostri fuochi, oppure un rametto che uno dei fanciulli ha voluto accendere al fuoco per divertirsi ad agitarlo e lanciarlo, con la spensieratezza dell’età, giù in basso. È bello infatti vedere una freccia di fuoco solcare l’aria che imbruna. Ma vedete ciò che può un’imprudenza! Può fare gravi rovine. Una scintilla, o un ramoscello caduto sulle eriche secche, è bastato a dar fuoco ad una convalle e, se l’Eterno non mi mandava, tutto il bosco sarebbe divenuto un braciere che avrebbe consunto in una morsa di fuoco i vostri beni e le vostre vite.
27Così è delle cose dello spirito. Occorre fare continua, prudente attenzione, acciò una freccia di fuoco, una scintilla, non si apprenda alla vostra fede e la distrugga, dopo aver covato inavvertita nel cuore, in un incendio voluto da quelli che mi odiano e provocato per farmi povero di fedeli. Qui il fuoco, fermato in tempo, si è mutato da malefico in benefico, distruggendo la sodaglia inutile, che avevate lasciato prosperare nella convalle, e preparandovi, con la sua distruzione e con la concimazione delle ceneri, del terreno che, se sarete volonterosi, potrete sfruttare con utili colture. Ma nei cuori ben diverso succede! E quando tutto il Bene vi è distrutto, nulla più, fuorché i rovi per lo strame dei demoni, vi può sorgere.
La dottrina è come il fuoco.
28Ricordatelo e vegliate contro le insinuazioni dei miei nemici che, come scintille infernali, verranno gettate nei vostri cuori. State pronti allora al contro fuoco. E quale è questo contro fuoco? È una fede sempre più forte, una volontà incrollabile di essere di Dio. È un appartenere al Fuoco santo. Perché il fuoco non mangia il fuoco. Ora, se voi sarete fuoco di amore al Dio vero, il fuoco dell’Odio a Dio non vi potrà nuocere. Il Fuoco dell’amore vince ogni altro fuoco. La mia Dottrina è amore e chi la raccoglie entra nel Fuoco della Carità, e non può più essere torturato dal fuoco del Demonio.
Il fuoco dell’Amore.
29Dall’alto di quel poggio, mentre guardavo ardere le stipe e sentivo le parole dei vostri spiriti al Signore Iddio loro, più ancor che non vedessi le vostre azioni, tese a spegnere le fiamme, Io sorridevo. E un mio apostolo mi ha detto: “Perché sorridi?”. Gli ho promesso: “Te lo dirò parlando ai salvati”. Lo faccio. Io sorridevo pensando che, così come le fiamme dilagavano fra le eriche della convalle, invano mortificate dalle vostre manovre, così la mia Dottrina dilagherà nel mondo, invano perseguitata da chi non vuole la Luce. E sarà luce. E sarà purificazione. E sarà bonifica. Quante serpicine sono perite fra queste ceneri, e con esse altri esseri dannosi! Voi temevate questa convalle perché troppi aspidi erano in essa. Ecco che non ne sopravvive uno solo. Ugualmente il mondo sarà liberato da tante eresie, da tanti peccati, da tanti dolori, quando mi avrà conosciuto e sarà stato mondato dal fuoco della mia Dottrina. Mondato e liberato dalle inutili vegetazioni, fatto atto al seme, fatto ricco di frutti santi.
30Ecco perché sorridevo… Vedevo nel fuoco avanzante un simbolo del dilagare della mia Dottrina nel mondo… Poi la carità del prossimo, che non va mai disgiunta da quella per il Signore, mi ha riportato il pensiero alle vostre necessità. Ed ho abbassato lo sguardo mentale dalla contemplazione degli interessi di Dio a quella degli interessi dei fratelli, e ho fermato il fuoco perché, nel vostro giubilo, voi lodaste il Signore. Vedete perciò che il mio pensiero è salito a Dio, ne è disceso, fatto ancor più potente perché l’immedesimazione con Dio aumenta sempre le nostre facoltà, e poi è risalito, insieme al vostro, a Dio. In tal modo, per la carità, Io ho fatto insieme gli interessi del Padre e dei fratelli miei. Fate anche voi il somigliante nella vita futura.
31Ed ora, per queste donne vi chiedo un ricovero per la notte. La luna cala e l’incendio ci ha ritardato il cammino. Non possiamo proseguire, perciò, sino alla città vicina».
32«Vieni! Venite! C’è posto per tutti. Potevamo esser noi senza tetto! Le nostre case sono vostre. Da poveri sono, ma pulite. Venite! Venite e saranno benedette», gridano tutti.
33E lentamente risalgono la china piuttosto erta sino al paesetto miracolosamente sfuggito alla distruzione, scomparendo poi ognuno con chi l’ospita…
[1] 2 dicembre 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 5 Cap. 348
[2] “Il mio diletto era sceso nel suo giardino fra le aiuole del balsamo a pascolare il gregge nei giardini e a cogliere gigli. Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me; egli pascola il gregge tra i gigli” (Cantico dei cantici: Ct 6,2-3).
[3] “Come sei bella, amica mia, come sei bella! … Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia… Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa con un solo tuo sguardo… Quanto sono soavi le tue carezze” (Ct 4,1.7.9.10)
[4] “Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, c’è miele e latte sotto la tua lingua e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano. Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata” (Ct 4,11-12).
[5] “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, onta ne avrebbe” (Ct 8,6-7)
[6] A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto (Lc 1,29
[7] Lc 1,38
[8] “Ritorna, vergine di Israele, ritorna alle tue città. Fino a quando andrai vagando figlia ribelle? Poiché il signore crea una cosa nuova sulla terra: “La donna cingerà l’uomo!” (Ger. 31,21-22).
[9] “Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14).
[10] 22 gennaio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 6 Cap. 366
[11] 23 gennaio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 6 Cap. 367
[12] 24 gennaio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 6 Cap. 368
[13]Dell’impurità per il parto: “Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole” (Lev 12,2). “Se l’uomo si trova sul giaciglio o sul mobile mentre essa vi siede, per tale contatto sarà immondo fino alla sera” (Lev. 15,23).
[14]dell’impurità per i cadaveri: “Un sacerdote non dovrà rendersi immondo per il contatto con un morto della sua parentela, se non per un suo parente stretto. Signore tra i suoi parenti, non si dovrà contaminare, profanando sé stesso” (Lev 21,1.4); “Quando un uomo o una donna farà un voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi al Signore. Per tutto il tempo in cui rimane consacrato al Signore, non si avvicinerà a un cadavere” (Numeri 6,2.6-8). Se uno che è contaminato per il contatto di un cadavere tocca qualunque cosa, sarà essa immonda (Cfr. Ageo 2,13): Perciò “Chiunque ha toccato un cadavere si purifichi il terzo e il settimo giorno” (Num 31,19);
[15]dell’impurità per la lebbra: “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lev 13,45-46; Num 12; Dt 24,8-9)
[16]a riguardo del delitto della bestemmia: “Chiunque maledirà il suo Dio, porterà la pena del suo peccato. Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte” (Levitino 24,15-16)
[17] 26 gennaio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 6 Cap. 370
[18] 27 gennaio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 6 Cap. 371
[19] “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5); “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà di mansuetudine, di pazienza” (Col 3,12); “E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù” (Rm 15,5).
[20] “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità; niente mi giova.” (1 Cor 13,1-3).
[21] La carità attiva “è paziente, è benigna; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,4-7). Perciò siate solleciti per le necessità dei fratelli (Rm 12,9-21); siate a servi- zio gli uni degli altri (Gal 5,13); portate i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2).
[22] Chi fa la carità al povero fa un prestito al Signore (Pr 19,17). “Sconta i tuoi peccati con l’elemosina e le tue iniquità con atti di misericordia verso gli afflitti, perché tu possa godere lunga prosperità” (Dn 4,24). “L’acqua spegne un fuoco acceso, l’elemosina espia i peccati. Chi ricambia il bene provvede all’avvenire, al momento della sua caduta troverà un sostegno” (Sir. 3,29-30). “Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8). “L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno elemosina godranno lunga vita” (Tb12,9).
[23] “Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza” (1Cor 10,24.33). “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4).
[24] La scienza gonfia, la carità edifica. Se alcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto” (1 Cor 8,2-3).
[25] “Colui che il Signore avrà scelto sarà santo” (Nm 16,7). Dio ci ha chiamati con una vocazione santa (2 Tm 1,9). Per essere santi nel corpo e nello spirito (1Cor 7,34). Il santo si preoccupa delle cose del Signore e come possa piacere al Signore sempre.
[26] “Perciò, dopo aver preparato la vostra mente all’azione, siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà (Gesù Cristo si è rivelato in questo Vangelo). Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri d’un tempo, quando eravate nell’ignoranza, ma ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo”. (1 Pt 1,13-16).
[27] 30 gennaio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 6 Cap. 372
[28] 31 gennaio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 6 Cap. 373
[29] Giuditta 8,16
[30] 6 febbraio 1946. 378
[31] 12 febbraio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 6 Cap. 382
[32] “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui. Se tu ascolti la sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari” (Es 23,2022). (Gen 24,1-10; Tobia 5).
[33] “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? … Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo…Mi circondano tori di Basan… sono slogate tutte le mie ossa… Un branco di cani mi circonda…. Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa… si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte… (Sal. 22; Is 53,1-9)
[34] 22 maggio 1946. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 7 Cap. 441
[35] Nella scrittura quando si parla di angeli si tratta o dell’angelo del Signore, in quanto non è distinto da Lui, ma ne è la sua manifestazione visibile, come il caso di Mose nell’Oreb: “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Mosè guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava… e Dio lo chiamò dal roveto” (Es 3,1ss), o si tratta di esseri spirituali purissimi creati da Dio, distinti da Lui, che vengono inviati da Lui sulla terra, generalmente ad annunciare e beneficare, insegnare, guidare, salvare, a volte a punire. Nel caso presente l’Angelo salvatore è Gesù, come affermano le donne: «Tu ci hai salvati! Tu sempre presente dove dei fedeli credono in Te!»
