Le discepole del Messia
Formazione all’apostolato femminile
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori
S O M M A R I O
PREPARAZIONE ALL’APOSTOLATO FEMMINILE
1. A Nazareth dalla Madre, che dovrà seguire il Figlio.
Amare Maria è giustizia e pace!
2. A Cana in casa di Susanna, che diventerà discepola. L’ufficiale regio.
Miracolo e vocazione della donna.
Un ufficiale del persecutore del Santo (Gv 4,46 47).
Tutto è possibile per chi crede (Gv 4,47-54).
Lo sposo di Susanna (Lc 8,2-3).
Le discepole simili a sacerdotesse.
3. Maria Salome viene accolta come discepola.
Pronta per entrare nella famiglia di Gesù.
4. Le donne dei discepoli al servizio di Gesù. L’apostolato femminile.
L’ora della riabilitazione per la donna.
5. Annalia, la prima Consacrata alla verginità per amore al Messia.
La perfezione a cui la creatura può salire.
L’agnella trova il suo Pastore.
Consacrazione all’Amore per amore.
ISTRUZIONE ALLA NUOVA MISSIONE DELLA DONNA.
6. Le basi della Fraternità femminile (insegnamento).
Le discepole come sacerdotesse minori.
Avere la forza di sfidare tutto il mondo.
La perfezione assoluta del donarsi.
Principali doveri delle discepole.
Sotto la guida perfetta di Maria.
Esempio delle donne discepole.
7. Incontro con l’ex-pastore Gionata e guarigione di Giovanna di Cusa.
L’ex-pastore Giona adora il Messia.
L’Uomo biondo dagli occhi di cielo.
“Sii sanata. Sorgi!”(Lc 8,2-3).
8. Sul lago di Genezaret con Giovanna di Cusa.
Chi ha fede nel Messia sarà sempre sollevato.
Giovanna legge il pensiero di Gesù.
Le preoccupazioni di Giovanna.
9. L’incontro con le romane nel giardino di Giovanna di Cusa.
Utilità della Fede nella vita eterna.
Il Messia Figlio del Dio vero.
L’anima e la divinità del Messia.
10. Aglae in casa di Maria a Nazareth.
11. Aglae a colloquio con il Salvatore.
La Madre di ogni anima redenta
Aglae a colloquio col Salvatore
Aglae si ritira in luogo remoto
L’invisibile ma dolce paternità
12. Gesù parla della Madre e degli amori di diverse potenze.
Anteprima ella parabola dell’uccellino
Amore di Adamo e Eva prima del peccato
I narratori dell’infanzia di Maria.
13. Maria SS. rivede il pastore Elia e con Gesù va da Elisa a Betsur.
Amica-compagna-maestra di Maria
La speranza della risurrezione
14. La fecondità del dolore nel discorso di Gesù presso la casa di Elisa a Betsur.
Da semplici pastori a discepoli del Messia
Servire Dio nel prossimo (discorso)
15. La madre di Giuda si confida con la Madre di Gesù, giunta a Keriot con Simone Zelote.
Porfiria, donna quieta, casta e silenziosa
A due a due per evangelizzare.
Pregare Dio di fare per il meglio.
16. Guarigione dell’emorroissa e resurrezione della figlia di Giairo.
Gesù benevolo e paziente (Mc 5,21; Lc 8,40).
Pianto del sinagoga (Mt 9,18; Mc5,21-23;Lc 8,40-42).
Fede della emorroisa (Mt 9,19-21;Mc 5,24-29; Lc 8,43-44).
Guarigione dell’emorraissa (Mc 5,30-32; Lc 8,45-46).
Testimonianza dell’emorroissa(Mt 9,22; Lc 47-50)
Resurrezione della figlia di Giairo.
“Soltanto abbi fede” (Lc 8,49-50).
La fanciulla dorme (Mc 5,38-39; Mt 9,23-25; Lc 8,51-53).
Risurrezione della fanciulla (Mc 5,41-42; Mt 9,26; Lc 8,55-56).
PREPARAZIONE ALL’APOSTOLATO FEMMINILE
1. A Nazareth dalla Madre, che dovrà seguire il Figlio[1].
Il Cuore della Mamma.
C’è chi ama per tutti.
1Gesù è solo. Cammina svelto per la via maestra che è prossima a Nazareth ed entra nella città dirigendosi verso la casa. Quando è prossimo ad essa vede la Madre che va a sua volta verso la casa con a fianco il nipote Simone carico di fascine secche. La chiama: «Mamma!».
2Maria si volge esclamando: «Oh! Figlio mio benedetto!», e ambedue si corrono incontro mentre Simone, gettate a terra le sue fascine, imita Maria andando verso il cugino, che saluta cordialmente.
3«Mamma mia, sono venuto. Sei contenta, ora?».
«Tanto, Figlio …se è solo per la mia preghiera che lo hai fatto, io ti dico che non mi è e non ti è lecito seguire il sangue più che la missione».
«No, Mamma. Sono venuto anche per altre cose».
4«È dunque proprio vero, Figlio mio? Io credevo, volevo credere che fossero voci di menzogna e che Tu non fossi tanto odiato…». Le lacrime sono nella voce e nell’occhio di Maria.
«Non piangere, Mamma. Non mi dare questo dolore. Ho bisogno del tuo sorriso».
5«Sì, Figlio, sì. É vero. Tu vedi tanti volti duri di nemici che hai bisogno di tanto amore e di sorriso. Ma qui, vedi? C’è chi ti ama per tutti…». Maria, che si appoggia lievemente al Figlio che la tiene abbracciata alle spalle, camminando lentamente verso casa, cerca di sorridere per cancellare ogni pena dal cuore di Gesù.
Amare Maria è giustizia e pace!
Simone ha ripreso le sue fascine e cammina al fianco di Gesù.
6«Sei pallida, Mamma. Ti hanno dato molto dolore? Sei stata ammalata? Ti sei troppo affaticata?».
«No, Figlio. No. Nessun dolore a me. Unica pena Te lontano e non amato. Ma qui, con me, sono tutti molto buoni. Non parlo neppure di Maria e di Alfeo; quelli Tu lo sai che sono. Ma anche Simone, vedi come è buono? Sempre così. È stato il mio aiuto in questi mesi. Ora mi rifornisce di legna. È tanto buono. E anche Giuseppe, sai? Tanti pensieri gentili per la loro Maria».
7«Dio ti benedica, Simone, e benedica anche Giuseppe. Che ancora non mi amiate come Messia ve lo perdono. Oh! all’amore di Me Cristo verrete! Ma come potrei perdonarvi di non amare Lei?[2]».
8«Amare Maria è una giustizia e una pace, Gesù. Ma anche Tu sei amato… solo, ecco, noi temiamo troppo per Te».
«Sì. Mi amate umanamente. Verrete all’altro amore».
«Ma anche Tu, Figlio mio, sei pallido e smagrito».
«Sì. Più vecchio sembri. Lo vedo io pure», osserva Simone.
Il cuore delle mamme.
Entrano in casa e Simone, deposte al loro posto le fascine, si ritira discretamente.
9«Figlio, ora che siamo soli dimmi la verità. Tutta. Perché ti hanno cacciato?». Maria parla tenendo le mani sulle spalle del suo Gesù e lo fissa nel volto smagrito.
Gesù ha un sorriso dolce e stanco: «Perché cercavo di portare l’uomo alla onestà, alla giustizia, alla vera religione».
10«Ma chi ti accusa? Il popolo?».
«No, Madre. I farisei e gli scribi, meno qualche giusto fra essi».
11«Ma che hai fatto per attirarti le loro accuse?».
«Ho detto la verità. Non sai che è il più grande sbaglio presso gli uomini?».
12«E che hanno potuto dire per giustificare le loro accuse?».
«Delle menzogne. Quelle che sai e altre ancora».
13«Dille alla tua Mamma. Il tuo dolore mettilo tutto nel mio seno. Un seno di madre è abituato al dolore ed è felice di consumarlo, pur di levarlo al cuore del figlio. Dammi il tuo dolore, Gesù. Mettiti qui, come quando eri piccino, e deponi tutta la tua amarezza».
14Gesù si siede su un panchettino ai piedi di sua Madre e racconta tutto di quei mesi di Giudea. Senza rancore ma senza veli. Maria lo accarezza sui capelli, con un eroico sorriso sulle labbra che combatte con il luccichio di pianto che è nell’occhio azzurro. Gesù dice anche le necessità di avvicinare donne per redimerle e la sua pena per non poterlo fare per la malignità umana.
15Maria assente e poi decide: «Figlio, non mi devi negare quanto io voglio. D’ora in poi verrò io con Te[3] quando Tu ti allontani. In qualunque tempo e stagione e in qualunque luogo. Io ti difenderò dalla calunnia. La sola mia presenza farà cadere il fango. E Maria verrà con me. Lo desidera tanto. Questo ci vuole presso il Santo e contro il demonio e il mondo: il cuore delle mamme».
2. A Cana in casa di Susanna, che diventerà discepola. L’ufficiale regio[4].
Miracolo e vocazione della donna.
Un ufficiale del persecutore del Santo (Gv 4,46 47)[5].
1Gesù è diretto forse verso il lago. Certo è che giunge a Cana dirigendosi alla casa di Susanna. Sono con Lui i cugini. Mentre sostano nella casa e prendono riposo e vitto, e mentre, ascoltato come dovrebbe sempre esserlo dai parenti o amici di Cana, Gesù ammaestra semplicemente queste buone persone e consola la pena dello sposo di Susanna che sembra ammalata perché non è presente e sento che insistentemente si parla del suo soffrire, entra un uomo ben vestito che si prosterna ai piedi di Gesù.
2«Chi sei? Che vuoi?»
Mentre questo ancora sospira e piange, il padrone di casa tira Gesù per un lembo della veste e sussurra: «È un ufficiale del Tetrarca. Non ti fidare troppo».
3«Parla dunque. Che vuoi da Me?».
«Maestro, ho saputo che sei tornato. Ti attendevo come si attende Iddio. Vieni subito a Cafarnao. Il mio maschio giace tanto ammalato che le sue ore sono contate. Ho visto Giovanni tuo discepolo. Da lui ho saputo che Tu eri diretto qui. Vieni, vieni subito, prima che sia troppo tardi».
4«Come? Tu che sei servo del persecutore del santo d’Israele puoi credere in Me? Non credete al Precursore del Messia. Come potete credere nel Messia, allora?».
«È vero. Siamo in peccato di incredulità e di crudeltà. Ma abbi pietà di un padre! Io conosco Cusa. E ho visto Giovanna. Prima e dopo il miracolo l’ho vista. E ho creduto in Te».
Tutto è possibile per chi crede (Gv 4,47-54)[6].
5«Già! Siete una generazione tanto incredula e perversa che senza segni e prodigi non credete. Vi manca la prima qualità necessaria ad ottenere il miracolo»[7].
6«È vero! È tutto vero! Ma lo vedi… Io credo in Te ora e ti prego: vieni, vieni subito a Cafarnao. Ti farò trovare una barca a Tiberiade perché Tu venga più veloce. Ma vieni, prima che il mio bambino muoia!», e piange desolatamente.
7«Io non vengo per ora. Ma va’ a Cafarnao. Tuo figlio da questo momento è guarito e vive».
8«Dio ti benedica, mio Signore. Io credo. Ma, poiché voglio che tutta la casa mia ti festeggi, vieni poi a Cafarnao, nella mia casa».
«Verrò. Addio. La pace sia con te».
L’uomo esce con fretta e si sente subito dopo il trotto di un cavallo.
Lo sposo di Susanna (Lc 8,2-3)[8].
9«Ma è proprio guarito quel ragazzo?», chiede lo sposo di Susanna.
«E tu puoi credere che Io menta?».
«No, Signore. Ma Tu sei qui e il ragazzo è là».
10«Non vi sono barriere per lo spirito mio e non distanze».
«Oh! mio Signore, che hai cambiato l’acqua in vino per le mie nozze, cambia il mio pianto in sorriso, allora. Guariscimi Susanna».
11«Che mi darai in cambio di questo?».
«La somma che vuoi».
«Non sporco ciò che è santo col sangue di Mammona. Chiedo al tuo spirito che mi darà».
«Ma me stesso, se vuoi».
12«E se ti chiedessi, senza parole, un grande sacrificio?».
«Mio Signore, io ti chiedo la salute corporale della mia sposa e la santificazione di tutti noi. Credo che io, per avere questo, non possa chiamare nulla troppo grande…».
13«Tu spasimi per la donna tua. Ma se Io te la rendessi alla vita conquistandola per sempre come discepola, che diresti tu?».
«Che… che Tu ne hai diritto… e che… e che imiterò Abramo nella prontezza al sacrificio».
Le discepole simili a sacerdotesse.
14«Bene hai detto. Udite tutti: il tempo si avvicina del mio Sacrificio. Come un’acqua esso scorre veloce e senza sosta alla foce. Io devo compiere tutto ciò che devo. E la durezza umana mi preclude tanto campo di missione. Mia Madre e Maria d’Alfeo verranno con Me quando mi allontanerò per andare fra popolazioni che non mi amano ancora o non mi ameranno mai. La mia sapienza sa che le donne potranno aiutare il Maestro in questo campo precluso. Io sono venuto a redimere anche la donna[9] e nel secolo futuro, nel mio tempo, si vedranno le donne simili a sacerdotesse[10] servire il Signore e i servi di Dio. Io ho scelto i miei discepoli. Ma per eleggere le donne, che libere non sono, devo chiederlo ai padri e ai mariti. Lo vuoi tu?».
15«Signore… io amo Susanna. E per ora l’ho amata come carne più che come spirito. Ma sotto il tuo ammaestramento già qualcosa è mutato in me e guardo la mia donna come anima oltre che corpo. L’anima è di Dio e Tu sei il Messia Figlio di Dio. Non ti posso contendere il tuo diritto su ciò che è di Dio. Se Susanna vorrà seguirti io non le sarò ostile. Solo, ti prego, opera il miracolo di sanare lei nella carne e me nel senso…».
16«Susanna è guarita. Ella verrà entro poche ore a dirti la sua gioia. Lascia che la sua anima segua il suo impulso senza parlare di quanto ora ho detto. Vedrai che l’anima sua verrà a Me spontaneamente come la fiamma tende a salire. Né per questo morrà il suo amore di sposa. Ma salirà al grado più alto, che è quello di amarsi con la parte migliore: con lo spirito».
17«Susanna ti appartiene, Signore. Ella doveva morire, e lentamente, con spasimi forti. E morta che fosse l’avrei davvero perduta sulla Terra. Essendo così come Tu dici, io l’avrò ancora al fianco per condurmi con sé sulle tue vie. Dio me l’ha data e Dio me la leva. Sia benedetto nel dare e nell’avere l’Altissimo».
3. Maria Salome viene accolta come discepola[11].
Uva e carezze.
1Gesù è in una casa che comprendo essere quella di Giacomo e Giovanni per quanto dicono coloro che sono in essa. Con Gesù, oltre i due apostoli, sono Pietro e Andrea, Simone Zelote, l’Iscariota e Matteo. Gli altri non li vedo.
2Giacomo e Giovanni sono beati. Vanno e vengono dalla madre a Gesù e viceversa come farfalle che non sanno quale fiore preferire di due ugualmente amati, e Maria Salome si accarezza ogni volta i suoi figlioloni, felice, mentre Gesù sorride. Devono aver preso il pasto perché ancora la tavola è apparecchiata. Ma i due vogliono per forza far mangiare a Gesù dei grappoli di uva bianca tenuta in conserva dalla madre e che deve essere dolce come un miele. Cosa non darebbero a Gesù!
Un grande nuovo amore.
3Ma Salome vuole dare e avere qualche cosa di più di quanto è uva e carezze. E dopo essere stata un poco soprappensiero guardando Gesù, guardando Zebedeo, decide. Va dal Maestro, che è seduto con le spalle appoggiate alla tavola, e gli si inginocchia davanti.
4«Che vuoi, donna?».
«Maestro, Tu hai deciso che tua Madre e la madre di Giacomo e Giuda vengano con Te e anche Susanna ci viene, e ci verrà certo anche la grande Giovanna di Cusa. Tutte le donne che ti venerano verranno, se ne viene una sola. Vorrei esserci anche io. Prendimi, Gesù. Ti servirò con amore».
5«Tu hai Zebedeo da curare. Non lo ami più?».
«Oh! se lo amo! Ma amo più Te. Oh! non voglio dire che ti amo come uomo. Ho sessant’anni e da quasi quaranta sono sposa, e mai ho visto altro uomo che non fosse il mio. Folle, ora che sono una vecchia, non ci divengo. Né, però, per vecchiaia mi muore l’amore per il mio Zebedeo. Ma… Io non so parlare. Sono una povera donna. Dico come so. Ecco, Zebedeo lo amo con tutto quello che ero prima. Te, ti amo con tutto quello che Tu hai saputo far venire in me con le tue parole e con quelle che mi hanno dette Giacomo e Giovanni. Ed è una cosa tutta diversa… ma tanto bella».
6«Non sarà mai tanto bella come l’amore di un ottimo sposo».
«Oh, no! Lo è molto di più! … Oh! non te ne avere a male, Zebedeo! Ti amo ancora con tutta me stessa. Ma Lui lo amo con qualche cosa che è ancora Maria, ma non è più Maria, la povera Maria tua sposa, ma è di più… Oh! che non so dire!».
7Gesù sorride alla donna che non vuole offendere il marito ma non può tacere il suo grande, nuovo amore. Anche Zebedeo sorride gravemente, accostandosi alla moglie che, sempre in ginocchio, gira su sé stessa per volgersi allo sposo e a Gesù alternativamente.
Pronta per entrare nella famiglia di Gesù.
8«Ma sai, Maria, che dovrai lasciare la tua casa? Tu ci tieni tanto! I tuoi colombi… i tuoi fiori… e questa vite che dà quella dolce uva di cui sei orgogliosa tanto… e i tuoi alveari, i più celebri del paese… e non più quel telaio su cui hai fatto tanta tela e tanta lana per i tuoi diletti… E i nipotini? Come farai senza i tuoi piccoli nipoti?».
9«Oh! ma mio Signore! Cosa vuoi che siano le mura, i colombi, i fiori, la vite, gli alveari, il telaio, tutte cose buone, care, ma così piccine rispetto a Te e all’amare Te?! I nipotini… eh! sì! sarà una pena non poterli più addormentare nel grembo e sentirsi chiamare da essi… Ma Tu sei di più! Oh! se sei di più di tutte le cose che mi nomini! E se anche fossero, prese tutte insieme e per la mia debolezza, care quanto e più del servirti e seguirti, io, con pianto, le getterei da parte, con pianto di donna, per seguirti col riso dell’anima mia. Prendimi, Maestro. Diteglielo voi, Giovanni, Giacomo… e tu, sposo mio. Siate buoni. Aiutatemi tutti».
10«E va bene. Verrai tu pure con le altre. Ho voluto farti meditare bene sul passato e sul presente, quello che lasci, quello che prendi. Ma vieni, Salome. Sei matura per entrare nella mia famiglia».
11«Oh! matura! Meno di un pargolo io sono. Ma Tu mi perdonerai gli errori e mi terrai per mano. Tu… perché, rozza come sono, di tua Madre e di Giovanna io avrò molta vergogna. Di tutti avrò vergogna. Meno che di Te. Perché Tu sei il Buono e tutto capisci, compatisci, perdoni».
4. Le donne dei discepoli al servizio di Gesù. L’apostolato femminile[12].
Le mogli dei discepoli.
1«Cosa hai, Pietro? Mi sembri malcontento», chiede Gesù che cammina per una stradetta di campagna sotto rami fioriti di mandorlo, che annunciano all’uomo che il tempo più brutto è finito.
«Penso, Maestro».
«Pensi. Lo vedo. Ma il tuo aspetto dice che tu non pensi cose liete».
2«Ma Tu, che sai tutto di noi, le sai già».
«Sì. Le so già. Anche Dio Padre sa i bisogni dell’uomo, ma vuole nell’uomo la confidenza che espone le proprie necessità e chiede aiuto. Io ti posso dire che hai torto di startene crucciato».
3«Allora la moglie mia non ti è meno cara?».
«Ma no, Pietro. E perché lo dovrebbe essere? Sono tante in Cielo le dimore del Padre mio. Sono tante in Terra le mansioni dell’uomo. E purché siano fatte santamente sono tutte benedette. Potrei dire che saranno invise a Dio tutte le donne che non seguono le Marie e Susanna?».
4«Eh! no. Allora anche mia moglie crede nel Maestro, ma non segue l’esempio delle altre», dice Bartolomeo.
5«E neppure la mia con le figlie. Restano in casa, ma sempre pronte ad ospitare, come fecero ieri», dice Filippo.
6«Credo che ugualmente farà mia madre. Non può tutto lasciare… è sola», dice l’Iscariota.
7«È vero! È vero! Ero così triste perché mi pareva che la mia fosse così… così poco… oh! non so dire!».
«Non la criticare, Pietro. È una onesta donna», dice Gesù.
«È molto timida. Sua madre le ha piegate tutte, figlie e nuore, come fuscelli», dice Andrea.
8«Ma in tanti anni che è con me doveva cambiare!».
«Oh! fratello! Non sei molto dolce tu pure, sai? Su un timido tu fai l’effetto di una grossa trave fra le gambe. Mia cognata è molto buona, e solo l’avere sempre sopportato con pazienza la madre con la sua cattiveria, e te con la tua prepotenza, lo prova».
L’apostolato femminile.
9Ridono tutti della conclusione così senza veli di Andrea e del viso stupito di Pietro che si sente proclamare prepotente. Anche Gesù ride proprio di gusto. Poi dice: «Le donne fedeli che non si sentono di lasciare la casa per seguirmi mi servono ugualmente col loro rimanere nelle case[13]. Se tutte avessero voluto venire con Me, avrei dovuto comandare ad alcune di rimanere.
10Adesso che le donne si uniranno a noi, Io devo pensare anche ad esse. Non sarebbe né decente né prudente che delle donne si trovassero senza una dimora andando qua e là. Noi dovunque possiamo giacere. La donna ha altre necessità ed abbisogna di un ricovero. Noi possiamo stare in un solo giaciglio. Esse non potrebbero stare in mezzo a noi. E per rispetto e per prudenza alla loro costituzione più delicata. Non si deve mai tentare la Provvidenza e la natura oltre i limiti. Ora Io farò di ogni casa amica[14], dove una delle vostre donne resta, un ricovero per le sue sorelle. Della tua, Pietro; della tua, Filippo; della tua, Bartolomeo; e della tua, Giuda. Non potremo imporre alle donne l’indefesso andare che noi faremo. Ma le metteremo in attesa, al posto di ritrovo dal quale partiremo ogni mattina per tornare ogni sera. Ad esse daremo istruzione nelle ore del riposo, né il mondo potrà più mormorare se altre infelici creature verranno a Me, né mi sarà precluso di poterle ascoltare. Le madri e le spose che ci seguiranno saranno erette a difesa delle loro sorelle e di Me contro la maldicenza del mondo. Voi vedete che Io sto facendo un rapido viaggio di saluto dove ho amici o dove so che avrò amici. Non per Me questo. Ma per le più deboli fra i discepoli che con la loro debolezza sorreggeranno la nostra forza e la faranno utile presso tante, tante creature».
L’ora della riabilitazione per la donna.
«Ma ora andiamo a Cesarea, hai detto. Là chi c’è?».
11«Le creature che tendono al Dio vero sono in ogni luogo. La primavera già si annuncia in questo candore rosato di mandorli fioriti. I giorni del gelo sono finiti. Fra pochi giorni Io avrò stabilito i luoghi di tappa e di ricovero per le discepole e riprenderemo allora l’andare, spargendo la parola di Dio senza preoccupazione per le sorelle, senza paura della calunnia, e la loro pazienza vi sarà di lezione e la loro dolcezza pure. Anche per la donna sta giungendo l’ora che suonerà riabilitazione. Di vergini, di spose, di madri sante sarà una grande fiorita nella mia Chiesa».
5. Annalia, la prima Consacrata alla verginità per amore al Messia[15].
La perfezione a cui la creatura può salire.
Nozze della primavera.
1Gesù, insieme a Pietro, Andrea e a Giovanni, bussa alla porta della sua casa di Nazareth. Apre subito la Mamma, il cui volto si illumina di un fulgido sorriso vedendo il suo Gesù.
2«Ben torni, Figlio mio! Da ieri ho con me una pura colomba che ti attende. Viene da lontano. E chi l’accompagna non poteva rimanere più oltre. Io, poiché ella voleva consiglio, ho detto ciò che potevo. Ma Tu solo, Figlio mio, sei Sapienza. Ben tornati voi pure. Venite a ristorarvi subito».
«Sì. Rimanete qui. Io vado subito da questa creatura che mi attende».
3La curiosità è viva nei tre, in maniera diversa. Pietro sbircia con interesse in ogni senso, quasi sperando di vedere oltre i muri. Giovanni pare voglia leggere sul sorridente volto di Maria il nome della sconosciuta. Andrea, che è vivamente arrossito, guarda invece con tutta la forza delle sue pupille Gesù, e una supplica muta trema nel suo sguardo e sulle sue labbra.
4Ma Gesù non cura nessuno. Mentre i tre si decidono ad entrare nella cucina, dove Maria offre loro cibarie e tepore di fuoco, Gesù alza la tenda che cela l’apertura che conduce nell’orto-giardino ed esce in esso. Un dolce sole rende ancora più aerei e irreali i rami tutti in fiore dell’alto mandorlo dell’orto. Unico in fiore, il più alto delle piante che sono nell’orto, ricco nella sua veste di seta bianco-rosata sulla povertà nuda degli altri: pero, melo, fico, vite, melograno, tutti ancora aridi e spogli, pomposo nel suo velo spumoso e vivo contro la grigia umiltà monotona degli ulivi, pare che coi suoi lunghi rami abbia catturato una nuvoletta leggerissima, sperduta sul campo azzurrino del cielo, e se ne sia infiocchettato per dire a tutti: «Le nozze della primavera vengono. Esultate, voi piante, voi animali. É l’ora dei baci coi venti, con le api, o fiori. É l’ora dei baci sotto i tegoli o nel folto dei boschetti, o uccellini di Dio, o candide pecore. Oggi baci, domani prole, per perpetuare l’opera del Creatore Dio nostro».
5Gesù, con le braccia conserte sul petto, sorride, ritto nel sole, alla pura, placida grazia dell’orto materno con le sue aiuole di gigli che si denunciano per i primi cespi di foglie, coi suoi rosai ancora nudi, e l’ulivo così d’argento, con altre famiglie di fiori sparse fra le umili aiuole di legumi e insalate che appena verzicano. Puro, ordinato, gentile, pare esso pure spirare candore di verginità perfetta.
Un nido di purezza.
6«Figlio, vieni nella mia stanza. Te la condurrò, poiché è fuggita là in fondo udendo tante voci».
7Gesù entra nella cameretta materna, sempre la casta, castissima cameretta che ha sentito le parole dell’angelico colloquio e emana, ancor più dell’orto, l’essenza verginale, angelica, santa, di Colei che l’abita da anni e dell’Arcangelo che in essa ha venerato la sua Regina. Sono passati oltre trent’anni o solo ieri è avvenuto l’incontro? Anche oggi una conocchia sorregge il suo morbido e quasi argenteo ciuffo di stame e sul fuso è il filo, e un ricamo piegato è sulla mensola presso la porta, fra un rotolo di pergamena e un’anfora di rame con dentro un folto ramo di mandorlo fiorito; anche ora la tenda a righe palpita ad un poco di vento, calata sul mistero della verginale dimora, e il letto, ordinato nel suo angolo, ha sempre il gentile aspetto del letto di una fanciulla appena giunta alle soglie della giovinezza. Che sogni si faranno e si saranno fatti sul basso guanciale?…
8La tenda viene alzata lentamente dalla mano di Maria; Gesù che, con le spalle voltate alla porta, in piedi, contemplava quel nido di purezza, si volge.
L’agnella trova il suo Pastore.
9«Ecco, Figlio mio. Io te la conduco. Un’agnella. E Tu sei il suo Pastore»; e Maria, che è entrata tenendo per mano una giovinetta brunetta, snella, che arrossa vivamente apparendo al cospetto di Gesù, si ritira dolcemente lasciando ricadere la tenda.
10«La pace sia a te, fanciulla».
«La pace… Signore…». La fanciulla, molto emozionata, resta senza parole, ma si inginocchia col capo verso terra.
11«Alzati. Che vuoi da Me? Non avere paura…».
«Non paura… ma… ora che ti sono davanti… dopo averlo tanto voluto… tutto quello che mi pareva facile, necessario di dirti… io non lo trovo più… non mi pare più quello… Stolta sono… perdona, mio Signore…».
12«Chiedi grazia per la Terra[16]? Hai bisogno di miracolo? Hai anime da convertire? No? E allora? Suvvia, parla! Tanto coraggio hai avuto ed or ti manca? Non sai che Io sono Colui che aumenta fortezza? Sì? Lo sai? E allora su, parla, come fossi un padre per te. Sei giovane. Quanti anni hai?»
«Sedici, Signor mio.»
13«Da dove vieni?»
«Da Gerusalemme».
14«Che nome hai?».
«Annalia…»
15«Il caro nome della nonna mia e di tante altre sante donne d’Israele, e con esso, a farne un solo, quello della buona, fedele, amorosa e mansueta moglie di Giacobbe[17]. Ti sarà augurale. Sarai sposa e madre esemplare. No? Scuoti il capo? Piangi? Sei forse stata respinta? Neppure? É morto l’uomo a te promesso? Ancor non sei stata scelta?».
16La giovinetta scuote sempre il capo. Gesù fa un passo, la carezza e la forza ad alzare il capo e a guardarlo… Il sorriso di Gesù vince l’orgasmo della fanciulla. Si rinfranca.
Professione d’amore.
17«Mio Signore, io sarei sposa e felice, e per merito tuo. Non mi riconosci, mio Signore? Sono la malata di tisi, la morente fidanzata che Tu hai guarito per preghiera del tuo Giovanni… Dopo la tua grazia io… io ho avuto un altro corpo, sano questo in luogo di quello che avevo prima, morente; e ho avuto un’altra anima… Non so. Non mi sentivo più io… La gioia di essere guarita, la certezza perciò di potermi sposare – era il mio rimpianto nel morire questo non giungere ad essere sposa – non sono durate che nelle prime ore. E poi…».
18La giovinetta si fa sempre più franca, ritrova le parole e le idee perdute nello sconvolgimento di essere sola col Maestro… «…E poi ho sentito che non dovevo essere solo egoista, pensare solo: “Ora sarò felice”, ma che dovevo pensare a qualche cosa di più, e che venisse a Te e a Dio, tuo e mio Padre. Qualche piccola cosa, ma che dicesse che ero grata. Ho molto pensato, e quando il sabato successivo ho veduto lo sposo gli ho detto: “Ascolta, Samuele. Senza il miracolo io sarei morta fra qualche mese e per sempre mi avresti perduta. Ora io vorrei fare a Dio un sacrificio, io con te, per dire a Dio che lo lodo e ringrazio”. E Samuele ha detto subito, poiché mi ama: “Andiamo al Tempio insieme ad immolare la vittima”. Ma io non volevo questo. Sono povera e popolana, mio Signore. Poco so e meno posso. Ma attraverso la tua mano, posata sul mio petto malato, qualcosa era venuto non solo nei polmoni corrosi, ma dentro al cuore. Nei polmoni salute, nel cuore sapienza. E capivo che il sacrificio di un agnello non era il sacrificio voluto dal mio spirito che ti… che ti amava». La fanciulla tace, arrossendo, dopo questa sua professione d’amore.
19«Continua senza timore. Che voleva il tuo spirito?».
«Sacrificarti cosa degna di Te, Figlio di Dio! E allora… e allora io pensavo che dovesse essere cosa spirituale come ciò che è da Dio, ossia il mio sacrificio di attesa alle nozze per amore di Te, mio Salvatore. Grande gioia le nozze, sai? Quando ci si ama è grande cosa! Un desiderio, un’ansia di compierle! Ma non ero più quella di pochi giorni avanti. Non volevo più questo come la cosa più bella… L’ho detto a Samuele… ed egli mi ha capita. Lui pure ha voluto farsi nazir per un anno, cominciando dal giorno che avrebbe dovuto esser quello nuziale, ossia il giorno dopo le calende di adar. Intanto è venuto alla tua ricerca per amare Chi gli aveva resa la sposa, amarlo e conoscerlo: Te. E ti ha trovato, dopo molti mesi, all’Acqua Speciosa. Io pure sono venuta… e la tua parola ha finito di cambiarmi il cuore. Ora non mi basta più il voto di prima… Come quel mandorlo lì fuori, che sotto il sole sempre più caldo è rinato dopo essere stato morto per mesi e ha messo fiori e poi metterà foglie e poi frutti, così io ho sempre più progredito nella sapienza di ciò che è migliore. L’ultima volta, ormai sicura di me e di ciò che volevo – per tutti questi mesi io ci ho pensato – l’ultima volta che sono venuta all’Acqua Speciosa Tu non c’eri più… Ti avevano cacciato. Ho pianto tanto e tanto ho pregato che l’Altissimo mi ha esaudita, persuadendo mia madre a mandarmi qui con un parente che andava a Tiberiade per parlare ai cortigiani del Tetrarca. Il fattore mi aveva detto che qui ti avrei trovato. Ho trovato la Madre tua… e le sue parole, solo l’udirla e starle al fianco in questi due giorni, hanno finito di maturare il frutto della tua grazia». La fanciulla si è inginocchiata come davanti ad un altare, con le braccia conserte sul petto.
Consacrazione all’Amore per amore.
20«Va bene. Ma che vuoi di preciso? Che ti posso fare?».
«Signore, io vorrei… io vorrei una grande cosa. E Tu solo, Datore di vita e salute, me la puoi dare, perché io penso che ciò che Tu puoi dare Tu anche puoi togliere… Io vorrei che la vita, che mi hai dato, Tu me la levassi durante l’anno del voto mio, prima che esso abbia termine…».
21«Ma perché? Non sei grata a Dio della salute avuta?».
«Tanto! Senza misura! Ma per una cosa sola: perché vivendo per sua grazia e per tuo miracolo ho compreso il migliore».
«Che è?».
22«Che è vivere da angeli. Come tua Madre, mio Signore… come Tu vivi… come vive il tuo Giovanni… I tre gigli, le tre fiamme bianche, le tre beatitudini della Terra, Signore. Sì. Perché io penso che è beatitudine possedere Dio e che Dio sia possesso dei puri. Il puro io credo sia un cielo col suo Dio al centro e gli angeli intorno… Oh! mio Signore! Questo vorrei! Poco ti ho udito, e poco tua Madre, e il discepolo e Isacco. Altri non ho avvicinato che mi dicessero le tue parole. Ma mi sembra che lo spirito mio sempre ti senta e Tu gli sia maestro… Ho detto, mio Signore…».
I puri sono la gioia di Gesù.
23«Annalia, molto è ciò che chiedi e molto è ciò che dài…. Figlia, hai compreso Dio e la perfezione a cui la creatura può salire per somigliare al Purissimo e per piacere al Purissimo». Gesù ha preso fra le sue mani la testa bruna della fanciulla inginocchiata e le parla stando curvo su lei. «Colui che è nato da una Vergine – perché non poteva che farsi nido su un cumulo di gigli – è nauseato, figlia, della libidine triplice del mondo, e piegherebbe schiacciato da tanta nausea se il Padre, che sa di che vive il Figlio suo, non intervenisse con amorosi aiuti a sostenere la mia anima angosciata. I puri sono la mia gioia. Tu mi rendi ciò che il mondo mi leva con la sua inesausta bassezza. Ne sia benedetto il Padre e te, fanciulla. Va’ tranquilla. Qualcosa interverrà a far eterno il tuo voto. Sii uno dei gigli sparsi sulle sanguinose vie del Cristo».
24«Oh! mio Signore… io vorrei ancora una cosa…».
«Quale?».
«Non esserci alla tua morte… Non potrei vedere morire Colui che è la mia Vita».
25Gesù sorride dolcemente e con la mano asciuga due righe di pianto che scendono sul visetto bruno.
26«Non piangere. I gigli non sono mai a lutto. Tu riderai con tutte le perle della tua corona angelica quando vedrai il Re coronato entrare nel suo Regno. Va’. Lo Spirito del Signore ti ammaestri fra l’una e l’altra delle mie venute. Ti benedico con le fiamme dell’eterno Amore».
27Gesù si affaccia all’orto e chiama: «Madre! Ecco una piccola figlia, tutta per te. Ora è felice. Ma tu immergila nei tuoi candori, ora e ogni volta che alla Città Santa andremo, perché sia neve di petali celesti sparsa sul trono dell’Agnello».
L’alba delle vergini.
28E Gesù torna dai suoi mentre Maria carezza la fanciulla rimanendo con lei. Pietro, Andrea e Giovanni lo guardano interrogativamente. E il viso splendente di Gesù dice loro che è felice. Pietro non si tiene e chiede: «Con chi hai parlato tanto, Maestro mio? E che udisti per essere così luminoso di gioia?».
«Con una donna all’alba della vita; con colei che sarà l’alba di tante che verranno».
«Chi?».
«Le vergini».
29Andrea mormora, piano, a sé stesso: «Non è lei…».
30«No. Non è lei. Ma non stancarti di pregare, paziente e buono. Ogni parola della tua preghiera è come un richiamo, un lume nella notte, e la sorregge e la guida».
31«Ma chi aspetta mio fratello?».
Un’anima, Pietro. Una grande miseria che egli vuole mutare in una grande ricchezza».
32«E dove l’ha trovata, Andrea, che non si muove mai, non parla mai, che non ha mai iniziative?».
33«Sul mio sentiero. Vieni con Me, Andrea. Andiamo da Alfeo a benedirlo fra i suoi molti nipoti. Voi attendetemi in casa di Giacomo e Giuda. Mia Madre ha bisogno di essere lasciata sola per tutto il giorno».
34E andando così, chi di qua e chi di là, il segreto fascia la gioia della prima consacrata per amore del Cristo alla verginità.
ISTRUZIONE ALLA NUOVA MISSIONE DELLA DONNA[18].
6. Le basi della Fraternità femminile (insegnamento).
Il gruppo delle discepole.
1Gesù è ancora a Nazareth, in casa sua. Meglio: è nell’ex-laboratorio di falegname. Con Lui sono i dodici apostoli, e inoltre vi sono Maria, Maria madre di Giacomo e Giuda, Salome, Susanna e, cosa nuova, Marta. Una Marta ben afflitta, con chiari segni di pianto sotto gli occhi. Una Marta spaesata, intimorita di essere così sola presso altre persone e presso, soprattutto, alla Madre del Signore. Maria cerca di affiatarla con le altre e di levarle quel senso di disagio di cui la sente soffrire. Ma le sue carezze sempre più sembrano gonfiare il cuore della povera Marta. Rossori e goccioloni di pianto si alternano sotto il velo molto calato sul suo dolore e sul suo disagio.
2Entra Giovanni con Giacomo d’Alfeo. «Non c’è, Signore. È andata col marito ospite da un’amica. Così hanno detto i servi», dice Giovanni.
«Molto le spiacerà certo. Ma potrà sempre vederti e ricevere le tue istruzioni», termina Giacomo d’Alfeo.
3«Va bene. Non c’è il gruppo delle discepole così come Io lo pensavo[19]. Ma, voi lo vedete, per Giovanna assente è presente Marta, figlia di Teofilo, sorella di Lazzaro. I discepoli sanno chi è Marta. Mia Madre pure. Anche tu, Maria, e forse anche tu, Salome, già sapete dai figli vostri chi è Marta, non tanto come donna secondo il mondo, quanto come creatura agli occhi di Dio. Tu, Marta, a tua volta sai chi sono queste che ti considerano sorella e che ti ameranno tanto. Sorella e figlia. Di questo hai tanto bisogno, buona Marta, per avere anche quel conforto umano di affetti buoni che Dio non condanna, ma che ha dato all’uomo per sorreggerlo nella fatica del vivere.
I discepoli cristiani.
4E Dio ti ha portata qui proprio nell’ora da Me scelta per dare la base, potrei dire il canovaccio, su cui voi ricamerete la vostra perfezione di discepole. Discepolo vuol dire chi segue la disciplina del Maestro, della sua dottrina. Perciò in senso ampio saranno detti discepoli tutti coloro che ora, e nei secoli, seguiranno la dottrina mia. E, per non fare tanti nomi dicendo “discepoli di Gesù secondo l’insegnamento di Pietro o di Andrea, di Giacomo o Giovanni, di Simone o Filippo, di Giuda o di Bartolomeo o di Tommaso e Matteo”, si dirà, con un nome solo che li agglomererà sotto un unico segno, “cristiani”. Ma fra la grande massa dei soggetti alla mia disciplina Io ho già scelto i primi, e poi i secondi, e così sarà fatto nei secoli in memoria di Me. Come nel Tempio, e prima ancora, da Mosè[20], vi fu il Pontefice, i sacerdoti, i leviti, i preposti ai diversi servizi, uffici e incarichi, i cantori e così via, altrettanto nel mio Tempio nuovo, grande quanto tutta la Terra, duraturo come essa, vi saranno i sommi ed i minori, tutti utili, tutti a Me diletti; e inoltre vi saranno le donne, la categoria nuova che Israele ha sempre spregiato, confinandole ai canti verginali nel Tempio o alle istruzioni delle vergini nel Tempio. E non di più.
Le discepole come sacerdotesse minori.
5Non discutete se ciò era giusto. Nella religione chiusa di Israele e nel tempo di corruccio ciò era giusto. Tutta l’onta era sulla donna, origine del peccato. Nella religione universale di Cristo e nel tempo del perdono tutto questo cambia. Tutta la Grazia si è adunata in una Donna[21] ed Essa l’ha partorita al mondo perché fosse redento. La donna perciò non è più lo sdegno di Dio, ma l’aiuto di Dio. E per la Donna, diletta del Signore, tutte le donne possono divenire discepole del Signore non solo come la massa ma come sacerdotesse minori, coadiutrici dei sacerdoti, ai quali possono dare tanto aiuto presso gli stessi e presso i fedeli e i non fedeli, presso coloro che non li porterà a Dio tanto il ruggito della parola santa quanto il sorriso santo di una discepola mia.
6Voi mi avete chiesto di venire, come vengono gli uomini, dietro a Me. Ma venire solo, ascoltare solo, applicare solo, è troppo poco per Me, riguardo a voi. Sarebbe la vostra santificazione. Grande cosa. Ma non mi basta ancora. Io sono Figlio dell’Assoluto e dai miei prediletti voglio l’assoluto. Tutto voglio perché tutto ho dato.
Mondo tremendo in nequizia.
7Inoltre non Io solo, ma anche il mondo c’è. Questa cosa tremenda che è il mondo. Dovrebbe essere tremendo in santità: una sconfinata, in numero e potenza, santità della moltitudine dei figli di Dio. Invece è tremendo in nequizia. La sua complessa nequizia è realmente sconfinata in numero delle sue manifestazioni e in potenza di vizio. Tutti i peccati sono nel mondo[22], che non è più moltitudine dei figli di Dio ma è moltitudine dei figli di Satana, e soprattutto è vivo il peccato che porta il più chiaro segno della paternità sua: l’odio. Il mondo odia. Chi odia vede e vuol fare vedere, anche a chi non vede, il male anche nelle cose più sante. Se voi domandaste al mondo perché Io sono venuto, non vi direbbe: “Per beneficare e redimere”. Ma vi direbbe: “Per corrompere e usurpare”. Se voi domandaste al mondo che pensa di voi che mi seguite, esso non direbbe: “Voi lo seguite per santificarvi e dare conforto al Maestro con santità e purezza”. Ma direbbe: “Voi lo seguite perché sedotte dall’uomo”.
Avere la forza di sfidare tutto il mondo.
8Così è il mondo. E Io vi dico anche questo perché tutto misuriate prima di mostrarvi al mondo come discepole elette, le capostipiti delle discepole future, cooperatrici dei servi del Signore. Prendete bene il vostro cuore in mano e ditegli, a questo vostro cuore sensibile di donne, che voi, ed esso con voi, sarete derise, calunniate, sputacchiate, calpestate dal mondo, dal disprezzo, dalla menzogna, dalla crudeltà del mondo[23]. Chiedetegli se si sente capace di ricevere tutte le ferite senza urlare di sdegno, maledicendo coloro che lo feriscono. Chiedetegli se si sente capace di affrontare il martirio morale della calunnia senza giungere ad odiare i calunniatori e la Causa per cui sarà calunniato. Chiedetegli se, abbeverato e ricoperto del livore del mondo, saprà sempre emanare amore, se avvelenato di assenzio saprà spremere miele, se soffrendo ogni tortura di incomprensione, di scherno, di maldicenza, saprà continuare a sorridere segnando con la mano il Cielo, la sua meta, alla quale – per carità muliebre, materna anche nelle fanciulle, materna anche se data a longevi che potrebbero essere avi vostri, ma che sono pueri spirituali appena generati e incapaci di comprendere e guidarsi nella via, nella vita, nella verità, nella sapienza che Io sono venuto a dare dando Me stesso: Via, Vita, Verità, Sapienza divina – alla quale meta volete portare gli altri. Io vi amerò lo stesso anche se mi dite: “Non ne ho la forza, Signore, di sfidare tutto il mondo per Te”.
La perfezione assoluta del donarsi.
9Ieri una fanciulla mi ha chiesto che Io la immoli, prima che scocchi per lei l’ora delle nozze, – perché sente che mi ama come va amato Dio, ossia con tutta sé stessa – alla perfezione assoluta del donarsi. Ed Io lo farò. Le ho nascosto l’ora perché l’anima non tremi di paura, più che l’anima la carne. La sua morte sarà simile a quella del fiore che chiude la corolla una sera, credendo aprirla ancora il giorno dopo, e non l’apre più, perché il bacio della notte ha aspirato la sua vita. E lo farò, secondo il suo desiderio, anticipando di pochi dì il suo sonno di morte dal mio. Per non farla attendere nel Limbo, questa mia prima vergine, per trovarla subito sul mio morire…
10Non piangete! Sono il Redentore… Ma questa fanciulla santa, che non si è limitata all’osanna subito dopo il miracolo ma ha saputo lavorare il miracolo come moneta messa a frutto, passando dalla gratitudine umana ad un soprannaturale, da un desiderio terreno ad uno ultraterreno, mostrando una maturazione di spirito superiore a quella di quasi tutti – dico “quasi” perché fra voi che mi udite vi sono perfezioni uguali e superiori ancora – non mi ha chiesto di seguirmi. Anzi ha mostrato desiderio di compiere la sua evoluzione da fanciulla ad angelo nel segreto della sua dimora. E pure tanto Io l’amo che nelle ore di disgusto per ciò che è il mondo Io rievocherò questa dolce creatura, benedicendo il Padre che mi asciuga lacrime e sudori, di Maestro di un mondo che non mi vuole, con questi fiori di amore e purezza.
Principali doveri delle discepole.
11Ma se volete, se avete il coraggio di rimanere le discepole elette, ecco che Io vi segnalo il lavoro che dovete fare per giustificare la vostra presenza ed elezione presso Me e presso i santi del Signore. Voi potete tanto fare presso i vostri simili e verso i ministri del Signore. L’ho accennato a Maria d’Alfeo or sono molti mesi. Quanta necessità della donna presso l’altare di Cristo! Le infinite miserie del mondo possono essere curate da una donna molto più e meglio che dall’uomo, e all’uomo essere poi portate per essere completamente guarite. Vi si apriranno molti cuori, e specie femminili, a voi, donne discepole. Li dovete accogliere come fossero cari figli sviati che tornano alla casa paterna e che non osano affrontare il genitore. Voi sarete quelle che riconfortate il colpevole e ammansite il giudicante. Verranno a voi molti cercando Dio. Voi li accoglierete come pellegrini stanchi dicendo: “Qui è la casa del Signore. Egli subito verrà”, e intanto li circonderete del vostro amore. Se non Io, un mio sacerdote verrà.
12La donna sa amare. È fatta per l’amore. Essa ha avvilito l’amore facendone fame del senso, ma in fondo alla sua carne è sempre prigioniero il vero amore, la gemma dell’anima sua: l’amore spoglio del fango acre del senso e fatto di ali e profumi angelici, fatto di fiamma pura e di ricordi di Dio, della sua provenienza da Dio, e della sua creazione fatta da Dio. La donna: il capolavoro della bontà presso il capolavoro della creazione che è l’uomo: “Ed ora si dia ad Adamo la compagna perché egli non si senta solo”[24], non deve abbandonare gli Adami. Prendete dunque questa facoltà di amare e usatela nell’amore del Cristo e per il Cristo presso il prossimo. Siate tutta carità presso i colpevoli pentiti. Dite loro di non avere paura di Dio. Come non sapreste fare questo, voi che madri o sorelle siete? Quante volte i vostri piccoli, i vostri fratellini non furono malati e bisognosi del medico! Ed avevano paura. Ma voi, con carezze e parole d’amore, avete levato questa paura e loro, con la loro manina nella vostra, si sono lasciati curare senza avere più il terrore di prima. I colpevoli sono i vostri fratelli e figli ammalati e temono la mano del medico, la sua sentenza… No. Non così. Ditelo, voi che sapete quanto è buono Iddio, che Dio è buono e non bisogna temerlo. Anche se sarà sicuro, reciso nel dire: “Non farai mai più questo”, non caccerà colui che ha già fatto e che si è ammalato. Ma lo curerà, per guarirlo.
13Siate madri e sorelle presso i santi. Anche essi hanno bisogno di amore. Si stancheranno e si consumeranno nella evangelizzazione. A tutto quanto è da fare non potranno arrivare. Aiutateli voi, discrete e solerti. La donna sa lavorare. Nella casa, presso i deschi ed i giacigli, presso i telai e tutto quanto è necessario al vivere giornaliero. Il futuro della Chiesa sarà un continuo venire di pellegrini ai luoghi di Dio. Siatene voi le pie albergatrici, che vi assumete tutte le cose di più umile lavoro per lasciare liberi i ministri di Dio di continuare il Maestro. E poi verranno i tempi difficili, sanguinosi, feroci. I cristiani, anche i santi, avranno ore di terrore, di debolezza. L’uomo non è mai molto forte nel soffrire. La donna invece ha sull’uomo questa vera regalità del saper soffrire. Insegnatela all’uomo, sorreggendolo in queste ore di paura, di sconforto, di lacrime, di stanchezza, di sangue. Nella storia nostra abbiamo esempi di magnifiche donne che seppero compiere atti di audacia liberatrice. Abbiamo Giuditta, Giaele[25]. Ma credete che non una è maggiore, per ora, alla madre martire otto volte, sette nei figli e una per sé, al tempo dei Maccabei[26]. Poi ve ne sarà un’altra… Ma dopo che Lei sarà stata, spesseggeranno le donne eroine del dolore e nel dolore, le donne conforto dei martiri e martiri esse pure, le donne angeli dei perseguitati, le donne, mute sacerdotesse che predicheranno Dio col loro modo di vivere e che, senza altra consacrazione che quella avuta dal Dio Amore, saranno, oh! saranno consacrate e degne d’esserlo.
Sotto la guida perfetta di Maria.
14Questi, per linee molto schematiche, i vostri principali doveri. Io non avrò molto tempo da dedicare a voi in particolare. Ma vi formerete udendomi. E più vi formerete sotto la guida perfetta della Madre mia.
15Ieri questa mano materna (e Gesù prende nella sua la mano di Maria) mi ha condotto la fanciulla di cui vi parlai, ed ella mi disse che solo udirla e starle al fianco per poche ore era servito a maturare il frutto della grazia avuta, portandolo alla perfezione. Non è la prima volta che mia Madre lavora per il Cristo suo Figlio. Tu e tu, miei discepoli, nonché cugini, sapete cosa sia Maria per la formazione delle anime a Dio e lo potete dire a quelli o a quelle che temeranno di non essere stati preparati da Me alla missione o di esserlo ancora insufficientemente quando Io non sarò più fra voi. Ella, la Madre mia, sarà con voi, ora, nelle ore in cui Io non sarò fra voi, e dopo, quando non sarò più fra voi. Ella vi resta, e con Lei resta la Sapienza in tutte le sue virtù[27]. Seguite da ora in poi ogni suo consiglio.
La Madre del Redentore.
16Ieri sera, quando fummo soli, Io seduto vicino a Lei come quando ero bambino, col capo sulla sua spalla così dolce e così forte, mia Madre mi ha detto – avevamo parlato della fanciulla partita nelle prime ore del pomeriggio con un sole, più radioso di quello del firmamento, chiuso nel suo cuore verginale: il suo segreto santo – mi ha detto: “Come è dolce essere la Madre del Redentore!”. Sì, come è dolce quando la creatura che viene al Redentore è già una creatura di Dio, una in cui è solo la macchia d’origine che non può essere lavata altro che da Me. Tutte le altre piccole macchie di imperfezione umana le ha lavate l’amore.
17Ma, dolce Madre mia, purissima Guida delle anime al tuo Figlio, Stella santa di orientamento, Maestra soave di santi, pietosa Nutrice dei minimi, salutare Cura degli infermi, non sempre a te verranno queste creature che non ripugnano alla santità… Ma lebbre, ma orrori, ma lezzo, ma groviglio di serpi intorno ad immonde cose, strisceranno fino ai tuoi piedi, o Regina del genere umano, per gridarti: “Pietà! Soccorrici! Portaci al tuo Figlio!”, e dovrai mettere questa tua mano di candore sulle piaghe, chinarti con i tuoi sguardi di colomba paradisiaca sulle deformità infernali, aspirare il lezzo del peccato, e non fuggire. Ma anzi raccoglierti sul cuore questi mutilati da Satana, questi aborti, questi putridumi, e lavarli col pianto, e portarli a Me… E allora dirai: “Come è difficile essere la Madre del Redentore!”. Ma tu lo farai perché sei la Madre… Io bacio e benedico queste tue mani dalle quali verranno a Me tante creature, ed ognuna sarà una mia gloria. Ma, prima che mia, una tua gloria sarà, Madre santa.
19Voi, discepole care, seguite l’esempio della Maestra mia e di Giacomo e Giuda, e di tutti coloro che vogliono formarsi nella grazia e nella sapienza. Seguite la sua parola. É la mia, fatta più dolce. Nulla vi è da aggiungere ad essa perché è la parola della Madre della Sapienza.
Esempio delle donne discepole.
20E voi, amici miei, sappiate avere delle donne l’umiltà e la costanza, e abbattendo la superbia del maschio non spregiate le donne discepole, ma temperate la vostra forza, e potrei dire anche la vostra durezza e intransigenza, al contatto della dolcezza delle donne. E soprattutto imparate da esse ad amare, credere e soffrire per il Signore, perché in verità vi dico che esse, le deboli, diverranno le più forti nella fede, nell’amore, nell’osare, nel sacrificarsi per il Maestro loro che amano con tutte loro stesse, senza nulla chiedere, senza nulla pretendere, paghe solo di amare per darmi conforto e gioia. Andate ora alle vostre case o presso le case dove siete ospitati. Io resto con mia Madre. Dio sia con voi».
La missione di Marta.
Vanno via tutti, meno Marta.
21«Resta, tu, Marta. Già ho parlato col servo tuo. Oggi non è Betania che ospita. Ma la piccola casa di Gesù. Vieni. Mangerai a fianco di Maria e dormirai nella cameretta presso la sua. Lo spirito di Giuseppe, il conforto nostro, conforterà te mentre riposerai, e domani tornerai a Betania più forte e sicura, a preparare anche là donne discepole, in attesa di quella a Me e a te più cara. Non dubitare, Marta. Io non prometto mai invano. Ma per fare di un deserto pieno di vipere un boschetto di paradiso ci vuole tempo… Il primo lavoro non si vede. Sembra che nulla sia avvenuto. Invece il seme è già deposto. I semi. Tutti. E poi verrà il pianto a fare da pioggia che apre i semi… E gli alberi buoni verranno… Vieni!… Non piangere più!».
7. Incontro con l’ex-pastore Gionata e guarigione di Giovanna di Cusa[28].
Interessi opposti.
Dio onora i suoi servi.
1I discepoli stanno cenando nell’ampio laboratorio di Giuseppe. Il bancone fa da tavola, sulla quale vi è quanto serve. Ma vedo che il laboratorio è anche dormitorio. Sugli altri due tavoloni del falegname sono stuoie che li mutano in giacigli, e dei bassi lettucci (stuoie su graticci) sono stati messi lungo le pareti. Gli apostoli parlano fra loro e col Maestro.
«Allora vai proprio sul Libano?», chiede l’Iscariota.
2«Non prometto mai per non mantenere. E qui l’ho promesso due volte: ai pastori ed alla nutrice di Giovanna di Cusa. Ho atteso i cinque giorni che le avevo detto, e ancor vi ho aggiunto oggi per prudenza. Ma ora vado. Appena la luna sorge partiremo. Sarà lungo cammino anche se useremo la barca sino a Betsaida. Ma voglio dare gioia al mio cuore salutando anche Beniamino e Daniele. Tu lo vedi che anime hanno i pastori. Oh! merita andarli ad onorare, perché neppur Dio si diminuisce onorando un suo servo, ma anzi accresce la sua giustizia».
«Con questo caldo! Guarda quello che fai. Per Te lo dico».
3«Le notti sono già meno afose. Il sole ancor per poco è in Leone, e i temporali fanno meno ardente il calore. E poi, ve lo ripeto. Non obbligo alcuno a venire. Tutto spontaneo in Me e intorno a Me. Se avete commerci o se vi sentite stanchi, sostate. Ci ritroveremo dopo».
Gli interessi dell’Iscariota.
4«Ecco, Tu lo dici. Io avrei da pensare ad interessi di casa. Viene il tempo delle vendemmie e mia madre mi aveva pregato di vedere degli amici… Sai, io sono il capo-famiglia, in fondo. Voglio dire: sono l’uomo della mia famiglia».
Pietro borbotta: «Meno male che si ricorda che la madre è sempre la prima dopo il padre».
Giuda, sia che non senta o non voglia sentire, non mostra di intendere il borbottio, che del resto Gesù frena con uno sguardo mentre Giacomo di Zebedeo, seduto presso Pietro, gli dà una tirata alla veste per farlo tacere.
5«Vai pure, Giuda. Devi andare, anzi. Non bisogna mancare di ubbidienza alla madre».
«Allora vado subito, se permetti. Sarò a Naim in tempo per trovare ancora alloggio. Addio Maestro, addio amici».
6«Sii amico della pace e merita di aver sempre Dio con te. Addio», dice Gesù mentre gli altri salutano con un cumulativo saluto.
Non c’è molta pena a vederlo partire, anzi… Pietro, forse per la paura che Giuda si penta, lo aiuta a stringere le cinghie del suo sacco ed a infilarlo a tracolla, lo accompagna sulla porta del laboratorio, già aperta come lo è l’altra che da questo va nell’orto, certo per ventilare la stanza afosa dopo un giorno torrido, sta sull’uscio a guardarlo andare e, quando lo vede proprio allontanarsi, fa una mossa di gioia e di ironico addio, e torna fregandosi le mani. Non dice niente… ma ha già detto tutto. Qualcuno, che ha visto, ride sotto i baffi.
Lo scrupolo di Giacomo.
7Ma Gesù non lo nota, perché scruta il cugino Giacomo che si è fatto rosso e si è incupito, smettendo di mangiare le sue ulive. Lo interroga: «Che hai?».
«Hai detto: “Non bisogna mancare di ubbidienza alla madre…”. E noi, allora?».
8«Non avere scrupolo. In linea di massima così si deve. Quando non si è che uomini e figli di una carne. Ma quando si è preso un’altra natura e un’altra paternità, no. Questa, più alta, si segue nei suoi ordini e desideri. Giuda è arrivato prima di te e di Matteo… ma è tanto indietro ancora. Bisogna che si formi, e lo farà molto lentamente. Abbiate carità con lui, abbi carità, Pietro! Io capisco… ma ti dico: abbi carità. Sopportare le persone moleste è una virtù non indifferente. Usala».
Il giusto e bollente Pietro.
9«Sì, Maestro… Ma quando lo vedo così… così… Bene, taci, Pietro, che tanto Lui capisce…, mi pare di esser una vela troppo tesa dal vento… Scricchiolo, scricchiolo nello sforzo, e mi si rompe sempre qualche cosa… Ma Tu sai, cioè non sai perché come barcaiolo non vali nulla, te lo dico perciò, che se a una vela si rompono per troppa tensione tutti i legami, ti giuro che questa dà un tale schiaffo allo stolto barcaiolo che lo sbalordisce… Ecco, io sento che… rischio di avere i lacci tutti rotti… e allora… É meglio, sì, che ogni tanto lui se ne vada. Così la vela si calma per mancanza di vento, e faccio a tempo a rinforzare i legami».
10Gesù sorride e crolla il capo, compatendo il giusto e bollente Pietro.
La fede merita premio.
L’ex-pastore Giona adora il Messia.
11Un grande suonare di zoccoli ferrati e un vocio di monelli si fa per la via. «Qui è! Qui è! Ferma, uomo». E, prima che Gesù e discepoli se ne rendano ragione, davanti al vano dell’uscio si presenta il corpo scuro di un cavallo fumante di sudore, e scende un cavaliere che si precipita dentro come un bolide e si prostra ai piedi di Gesù e glieli bacia con venerazione. Tutti guardano stupiti. «Chi sei? Che vuoi?».
«Gionata sono».
Un grido di Giuseppe, che per essere seduto dietro l’alto bancone e per la fulmineità dell’arrivo non ha potuto riconoscere l’amico, risponde. Il pastore corre presso al prostrato: «Tu, proprio tu! …».
12«Sì. Adoro il mio adorato Signore! Trent’anni di speranza, oh! lunga attesa! ecco: ora fioriti come fior di agave solitario, e fioriti in un colpo, in un’estasi beata, più beata ancora di quella lontana! Oh! il mio Salvatore!».
13Donne, bambini e qualche uomo, fra cui il buon Alfeo di Sara con ancora un pezzo di pane e cacio in mano, si affollano sull’uscio e fin dentro lo stanzone.
14«Alzati, Gionata. Stavo per venire a cercarti, e con te Beniamino e Daniele…».
«Lo so…».
15«Alzati, che ti dia il bacio che ho dato ai tuoi compagni». Lo forza ad alzarsi e lo bacia.
La fede merita premio.
16«Lo so», ripete il robusto vecchio, ben portante e ben vestito. «Lo so. Ella aveva ragione. Non era delirio di morente! Oh! Signore Iddio! Come l’anima vede e come ti sente, quando Tu la chiami!». Gionata è commosso.
17Ma si riprende. Non perde il suo tempo. Adorante e pur attivo, va al suo scopo: «Gesù, Salvatore e Messia nostro, sono venuto a pregarti di venire con me. Ho parlato con Ester e mi ha detto… Ma prima, prima Giovanna ti aveva parlato e mi ha detto… oh! non deridete un uomo felice, voi che udite, felice e angosciato finché non avrò il tuo “Vengo”. 18Sai che ero in viaggio con la padrona morente. Che viaggio! Da Tiberiade a Betsaida fu buono. Ma poi, lasciata la barca e preso un carro, per quanto l’avessi attrezzato del mio meglio, fu una tortura. Si andava piano, di notte, ma ella soffriva. A Cesarea di Filippo fu per morire dai trabocchi sanguigni. Sostammo… 19La terza mattina, sette giorni or sono, mi manda a chiamare. Pareva già morta, tanto era bianca e sfinita. Ma, quando l’ho chiamata, ha aperto i suoi dolci occhi di gazzella morente e mi ha sorriso. Mi ha fatto cenno con la manina gelata di curvarmi, perché ha solo un filo di voce, e mi ha detto: “Gionata, riportami a casa. Ma subito”. Era così grande lo sforzo del suo comando, lei che è sempre più dolce di una pargola buona, che le si sono colorate le guance e tornati per un attimo fulgidi gli occhi. 20Ha continuato: “Ho sognato la mia casa di Tiberiade. Dentro c’era Uno dalla faccia di stella, alto, biondo, cogli occhi di cielo e una voce più dolce di suono d’arpa. Mi diceva: ‘Io sono la Vita. Vieni. Torna. Ti attendo per dartela’. Voglio andare”. 21Io dicevo: “Ma padrona! Non puoi! Stai male! Ora, quando starai meglio, vedremo”. Lo credevo delirio di morente. Ma lei ha pianto e poi… – oh! è la prima volta che l’ha detto in questi sei anni che m’è padrona, e si è fin seduta, lei che non può nulla, per l’ira – e poi mi ha detto: “Servo, lo voglio. Io sono la padrona tua. Ubbidisci!”, e poi si è rovesciata fra il sangue. 22Ho creduto morisse… e ho detto: “Facciamola contenta. Morire per morire!… Non avrò rimorso di averla scontentata alla fine, dopo avere sempre voluto farla contenta”. Che viaggio! Non voleva riposo fuorché nelle ore fra terza e sesta. Ho sfinito i cavalli per fare presto. Siamo arrivati a Tiberiade all’ora di nona, stamane… 23Ed Ester mi ha detto… Allora ho capito che eri Tu che l’avevi chiamata. Perché l’ora era quella e quello il giorno in cui Tu promettevi miracolo ad Ester e apparivi allo spirito della mia padrona. Ha voluto ripartire appena data l’ora di nona, e me mi ha mandato avanti… Oh! vieni, Salvatore mio!».
24«Subito vengo. La fede merita premio. Chi mi vuole mi ha. Andiamo».
Preparativi e partenza.
25«Attendi. Ho gettato una borsa ad un giovane dicendo: “Tre, cinque, quanti asini volete, se non avete cavalli, e presto, alla casa di Gesù”. Staranno per venire. Faremo più presto. Spero incontrarla presso Cana. Se almeno…».
«Cosa, Gionata?».
«Se almeno è viva…».
26«Viva è. Ma, anche fosse morta, Io sono Vita. Ecco mia Madre».
La Vergine, certo avvertita da qualcuno, infatti sta accorrendo seguita da Maria d’Alfeo. «Figlio, Tu parti?».
27«Sì, Madre. Vado con Gionata. É venuto. Lo sapevo di potertelo mostrare. Ho atteso per questo un giorno di più».
Gionata ha prima salutato profondamente con le braccia incrociate sul petto, ora si inginocchia e solleva appena la veste di Maria e ne bacia l’orlo dicendo: «Saluto la Madre del mio Signore!».
28Alfeo di Sara dice ai curiosi: «Eh! che ne dite? Non c’è da vergognarsi ad esser solo noi senza fede?».
Uno zoccolio numeroso si ode nella via. Sono i ciuchini. Credo che siano tutti quelli di Nazareth, e sono tanti che basterebbero ad uno squadrone. Mentre Gionata sceglie i migliori e contratta, pagando senza lesinare, e prende due nazareni con altri ciuchini per tema che qualche animale per via si sferri, e perché possano riportare indietro tutta questa ragliante cavalleria asinina, Maria e l’altra Maria aiutano a chiudere sacchi e bisacce.
29Maria d’Alfeo dice ai figli: «Lascerò qui i vostri letti. E li carezzerò… Mi parrà di farvi carezze. Siate buoni, degni di Gesù, figli… ed io… io sarò felice…», e intanto piange a grossi goccioloni.
30Maria aiuta invece il suo Gesù e se lo carezza con amore, facendo mille raccomandazioni e incarichi per gli altri due pastori libanesi, perché Gesù dichiara che non tornerà prima di averli ritrovati.
L’Uomo biondo dagli occhi di cielo.
31Partono. La sera è scesa e il primo quarto di luna si alza ora. In testa è Gesù con Gionata, dietro tutti gli altri. Finché sono in città vanno al passo, perché la gente si affolla. Ma, appena fuori, vanno al trotto in una carovana sonante di zoccoli e bubboli.
32«É nel carro con Ester», spiega Gionata. «Oh! mia padrona! Che gioia farti felice! Portarti Gesù! Oh! mio Signore! Averti qui, al mio fianco! Averti! Hai proprio il viso di stella che lei ti ha veduto, e sei biondo e dagli occhi di cielo e la tua voce è proprio un suono d’arpa… Oh! ma tua Madre! La porterai alla padrona, un giorno?».
33«Verrà la padrona a Lei. Saranno amiche».
«Sì? Oh!… Sì, lo può essere. É sposa e fu madre, Giovanna. Ma ha un’anima pura come una vergine. Può stare vicino a Maria benedetta».
Eventi nel viaggio.
34Gesù si volge per una fresca risata di Giovanni, imitato da tutti gli altri.
«Sono io, Maestro, che faccio ridere. Sulla barca sono più sicuro di un gatto… ma qui sopra! Sembro una botte lasciata libera sul ponte di un naviglio preso dal libeccio!», dice Pietro.
35Gesù sorride e lo rincuora, promettendo di finire presto la trottata.
«Oh! non è niente. Se i ragazzi ridono, niente di male. Andiamo, andiamo a far felice questa buona».
36Gesù si volge ancora per un altro scoppio di risa.
Pietro esclama: «No. Questo non te lo dico, Maestro. Ma perché no? Sì, che lo dico. Dicevo: “Il nostro supremo ministro si roderà le mani sapendo che è mancato proprio quando c’era da “fare il pavone presso una dama”. E loro ridono. Ma è così. Sono sicuro che, se se lo fosse immaginato, non aveva più le vigne paterne da tutelare».
37Gesù non ribatte.
La via si fa presto su questi somarelli ben pasciuti. Nel chiaro di luna Cana è superata.
40«Se permetti, ti precedo. Fermo il carro. Le scosse la fanno tanto soffrire».
38«Vai pure».
Gionata mette il cavallo al galoppo.
39Ancora via e via nel bianco della luna. E poi ecco la forma scura di un grande carro coperto, fermo al bordo della via. Gesù eccita il suo asino, che prende un piccolo galoppo sghimbescio. Eccolo al carro. Smonta.
“Sii felice. Dio ti ama”.
“Eccomi”.
40«Il Messia!», annuncia Gionata.
La vecchia nutrice si getta dal carro sulla via, dalla via nella polvere.
«Oh! salvala! Sta morendo».
41«Eccomi». E Gesù sale sul carro, dove è steso un mucchio di cuscini e su questi un esile corpo. Vi è un fanaletto in un angolo e coppe e anfore. Vi è una giovane serva che piange, asciugando il sudore gelato della morente.
Gionata accorre con uno dei fanali del carro.
42Gesù si china sulla donna abbandonata, veramente morente. Non vi è differenza fra il candore della veste di lino e il pallore fin lievemente azzurrino delle mani e del volto emaciati. Solo le folte sopracciglia e le lunghe ciglia nerissime mettono un colore su quel volto di neve. Non ha neppure più quel rosso infausto dei tisici sui pomelli smunti. Le labbra sono appena un’ombra di un rosa violaceo, semiaperte nel respiro difficile.
43Gesù le si inginocchia al fianco e l’osserva. La nutrice le prende una mano e la chiama. Ma l’anima, già alle soglie della vita, non sente più nulla.
Sono giunti i discepoli e i due giovani di Nazareth, e si affollano al carro.
“Sii sanata. Sorgi!”(Lc 8,2-3)[29].
44Gesù pone una mano sulla fronte della moribonda, che apre per un momento gli occhi annebbiati e vaghi e poi li richiude.
«Non sente più», geme la nutrice. E piange più forte.
45Gesù fa un gesto: «Madre, udrà. Abbi fede». E poi chiama: «Giovanna! Giovanna! Sono Io! Io che ti chiamo. Sono la Vita. Guardami, Giovanna».
La morente apre con uno sguardo più vivo i suoi grandi occhi neri e guarda il volto su lei chinato. Ha un moto di gioia e un sorriso. Muove piano le labbra in una parola che però non prende suono.
46«Sì, Io sono. Sei venuta e Io son venuto. A salvarti. Puoi credere in Me?».
La morente annuisce col capo. Tutta la vitalità è accumulata nello sguardo e tutta la parola che non può altrimenti esprimere.
47«Ebbene (Gesù, pur rimanendo in ginocchio e con la sinistra sulla fronte di lei, si raddrizza e prende l’aspetto di miracolo) ebbene, Io lo voglio. Sii sanata. Sorgi». Leva la mano e si alza in piedi.
48Una frazione di minuto e poi Giovanna di Cusa, senza aiuto di sorta, si siede, ha un grido e si butta ai piedi di Gesù, gridando con voce forte e felice: «Oh! amarti, o mia Vita! Per sempre! Tua! Per sempre tua! Nutrice! Gionata! Io sono guarita! Oh! presto! Correte a dirlo a Cusa. Che venga ad adorare il Signore! Oh! benedicimi, ancora, ancora, ancora! Oh! mio Salvatore». Piange e ride baciando le vesti e le mani di Gesù.
“Sii felice. Dio ti ama”.
49«Ti benedico, sì. Che altro vuoi che ti faccia?»
«Nulla, Signore. Fuorché amarmi e lasciare che io ti ami».
50«E un bambino non lo vorresti?».
«Oh! un bambino!… Ma fa’ Tu, Signore. Io ti abbandono tutto: il mio passato, il mio presente, il mio futuro. Tutto ti devo e tutto ti do. Dà Tu, alla tua serva, ciò che sai meglio».
51«La vita eterna, allora. Sii felice. Dio ti ama. Io vado. Ti benedico e vi benedico».
«No, Signore. Sosta nella mia casa, che ora, oh! ora è realmente roseto fiorito. Permettimi di rientrarvi con Te… Oh! me felice!».
52«Vengo. Ma ho i miei discepoli».
«I miei fratelli, Signore. Giovanna avrà per loro, come per Te, cibo e bevanda ed ogni ristoro. Fammi felice!».
53«Andiamo. Rimandate i ciuchi e seguiteci a piedi. La strada è poca, ormai. Andremo lentamente perché ci possiate seguire. Addio, Ismaele e Aser. Salutate ancora mia Madre per Me e i miei amici».
I due nazareni, sbalorditi, vanno coi loro raglianti somari, mentre il carro intraprende il ritorno con il suo carico di gioia, ora. Dietro vengono in gruppo i discepoli commentanti il fatto.
E tutto ha fine.
8. Sul lago di
Genezaret con
Giovanna di Cusa[30].
Chi ha fede nel Messia sarà sempre sollevato.
Primavera palestinese.
1Gesù è sul lago, sulla barca di Pietro, dietro altre due barche: una, la comune barca da pesca, gemella a quella di Pietro; l’altra, una barca snella, ricca, da diporto. É la barca di Giovanna di Cusa. Ma la padrona della stessa non è nella sua barca. É ai piedi di Gesù, nella rustica barca di Pietro.
2Direi che il caso li ha riuniti in qualche punto della sponda fiorita di Genezaret, bellissima in questa prima apparizione della primavera palestinese, che sparge le sue nuvole di mandorli in fiore e mette perle di futuri fiori sui peri e meli, melograni, cotogni, tutti, tutti gli alberi più ricchi e gentili nel fiore e nel frutto. Quando la barca rasenta una sponda al sole, già si svelano i milioni di bocci che gonfiano sui rami, in attesa di fiorire, mentre sfarfallano per l’aria quieta, fino a posarsi sulle onde chiare, i petali dei mandorli precoci. Le sponde, fra l’erba nuova che pare una seta di un verde lieto, sono costellate degli occhi d’oro dei ranuncoli, delle stelle raggiate delle margheritine, e presso a queste, rigidi sul loro stelo come piccole regine incoronate, sorridono lievi, placidi come indi di bambini, i miosotis sottili, azzurrini, gentili tanto, e pare dicano «sì, sì» al sole, al lago, alle erbe sorelle, che sono felici di fiorire e di fiorire sotto gli occhi ceruli del loro Signore.
3In questo inizio di primavera il lago non ha ancora quell’opulenza che lo farà un trionfo nei mesi successivi, non ha ancora quella pompa sontuosa, direi sensuale, dei mille e mille rosai rigidi o flessuosi che fanno ciuffo nei giardini o velo ai muri, dei mille e mille corimbi dei citisi e delle acacie, delle mille e mille schiere delle tuberose in fiore, delle mille e mille stelle cerate degli agrumi, di tutto questo fondersi di colori, di profumi violenti, molli, inebrianti, che fanno quadro e sprone alla smania umana di godere che profana, troppo profana quest’angolo di terra, così puro, che è il lago di Tiberiade, il luogo scelto dai secoli per essere teatro del più gran numero di prodigi del Signore Gesù nostro.
Giovanna legge il pensiero di Gesù.
4Giovanna guarda Gesù assorto nella grazia del suo lago galileo e il volto di lei sorride ripetendo come specchio fedele il sorriso di Lui. Nelle altre barche si parla. Qui vi è silenzio. Unico rumore, il rumore sordo dei piedi nudi di Pietro e Andrea, che regolano le manovre della barca, e il sospiro dell’acqua rotta dalla prua e sussurrante il suo dolore ai fianchi della nave per poi mutarsi in riso a poppa, quando la ferita si rimargina in una argentea scia che il sole accende come fosse di polvere diamantina.
5Infine Gesù lascia la sua contemplazione e volge lo sguardo sulla discepola. Le sorride. Le chiede: «Siamo quasi giunti, non è vero? E tu dirai che il tuo Maestro è un compagno molto poco amabile. Non ti ho detto una parola».
6«Ma io le ho lette sul tuo viso, Maestro, e ho sentito tutto quanto Tu dicevi a queste cose che ci stanno intorno».
7«Che dicevo, allora?».
«Amate, siate puri, siate buoni. Perché venite da Dio, e dalla sua mano nulla è uscito di malvagio e di impuro».
«Hai letto bene».
8«Ma, Signor mio, le erbe ancora lo faranno. E lo faranno gli animali. L’uomo… Perché non lo fa, egli, il più perfetto?».
«Perché il dente di Satana è solo entrato nell’uomo. Ha preteso demolire il Creatore nel suo prodigio più grande, più simile a Lui».
Le preoccupazioni di Giovanna.
9Giovanna china il capo e pensa. Pare una che tergiversi e soppesi due opposte volontà. Gesù la osserva. Infine alza la testa e dice: «Signore, sdegneresti avvicinare delle amiche mie, pagane? Tu sai… Cusa è della Corte. E il Tetrarca – e più ancora la vera padrona della Corte, Erodiade, alla cui volontà si piega ogni desiderio d’Erode, per… moda, per mostrarsi più fini degli altri palestinesi, per essere protetti da Roma adorando Roma e tutto ciò che è romano – amoreggia con i romani della casa proconsolare… e quasi ce li impone. In vero devo dire che non sono donne peggiori di noi. Anche fra noi, e su queste stesse rive, ve ne sono alcune scese bene in basso. E che possiamo parlare se non parliamo per Erodiade?… Quando persi la mia creatura e fui malata, furono molto buone con me che non le avevo cercate. E, dopo, l’amicizia è rimasta. Ma se Tu mi dici che è male, la sciolgo. No? Grazie, Signore. Ieri l’altro io ero da una di queste amiche. Visita di amicizia la mia, di dovere da parte di Cusa. Era ordine del Tetrarca che… vorrebbe tornare qui e che non si sente sicuro troppo e allora… annoda più interessati vincoli con Roma per avere tutelate le spalle. Anzi… ti prego… Tu sei parente del Battista. Non è vero? Digli allora di non fidarsi troppo. Non esca mai dai confini della Samaria. Ma anzi, se non ne ha sdegno, vi si infoschi per qualche tempo. La serpe si fa vicina all’agnello e l’agnello ha molto da temere. Di tutto. Stia sull’avviso, Maestro. E che non si sappia che io l’ho detto. Sarebbe la rovina di Cusa».
10«Sta’ tranquilla, Giovanna. Avvertirò il Battista con un mezzo che servirà senza far danno».
11«Grazie, Signore. Io ti voglio servire… ma non vorrei con questo nuocere al mio sposo. Anzi… io… non potrò sempre venire con Te. Delle volte dovrò rimanere, perché egli lo vuole, ed è giusto…».
12«Vi starai, Giovanna. Capisco tutto. Non dire di più, ché non necessita».
13«Però nelle ore per Te più pericolose mi vorrai vicina?».
«Sì, Giovanna. Certamente».
«Oh! questa cosa come mi pesava a doverla dire e a dirla! Ma ora sono sollevata…».
14«Se avrai fede in Me sarai sempre sollevata. Ma tu parlavi di una tua amica romana…».
Commenti su Gesù.
15«Sì. Ella è molto intima di Claudia e credo debba essere sua parente. E vorrebbe parlare con Te, per lo meno sentirti parlare. E non è sola. Ora poi che Tu hai guarito la bambina di Valeria, e la notizia è venuta rapida come il baleno, in loro è ancora più vivo il desiderio. Nel banchetto dell’altra sera vi erano molte voci in pro e in contro a Te. Perché erano presenti anche degli erodiani e dei sadducei… per quanto, a chiederlo loro, lo negherebbero… e c’erano anche donne… ricche e.… e non oneste. C’era… mi spiace dirlo perché so che Tu sei amico del fratello… ma c’era Maria di Magdala col suo nuovo amico e un’altra donna, greca io credo, e licenziosa quanto lei. Sai… presso i pagani le donne sono a tavola con gli uomini e ciò è molto… molto… Che disagio! La gentilezza dell’amica mia mi ha scelto a compagno il mio stesso sposo e ciò mi ha sollevata molto.
16Ma le altre… oh! … Ebbene… si parlava di Te perché il miracolo su Faustina ha fatto rumore e se i romani ammiravano in Te il grande medico o mago – perdona, Signore – gli erodiani e i sadducei gettavano veleno sul tuo Nome, e Maria, oh! Maria! che orrore!… Ha principiato con lo scherno e poi… No, questo non te lo voglio dire. Ne ho pianto tutta la notte…».
17«Lasciala fare. Guarirà».
«Ma sta bene, sai?».
«Nella carne. Il resto è tutto intossicato. Guarirà».
18«Tu lo dici… Le romane, sai come sono… hanno detto: “Noi non temiamo stregonerie, né crediamo alle fole. Vogliamo giudicare da noi”; e dopo, a me, hanno detto: “Non potremmo sentirlo?”».
Un mondo da rifare.
19«Di’ loro che alla fine della luna di scebat Io sarò in casa tua».
«Lo dirò, Signore. Credi che verranno a Te?».
20«Vi è un mondo da rifare in loro. Prima occorre distruggere e poi edificare. Ma non è cosa impossibile. Giovanna, ecco la tua casa, col suo giardino. In essa lavora per il Maestro tuo, come ti ho detto. Addio, Giovanna. Il Signore sia con te. Ti benedico in suo nome».
La barca accosta. Giovanna prega: «Non vieni proprio?».
21«Non ora. Ho da risvegliare le fiamme. In pochi mesi di assenza si sono quasi spente. E il tempo vola».
22La barca si ferma al piccolo seno che penetra nel giardino di Cusa. Servi accorrono per aiutare la padrona a scendere. La barca padronale succede a quella di Pietro al pontile, dopo che Giovanni, Matteo, l’Iscariota e Filippo ne sono usciti salendo su quella di Pietro, che poi lenta si stacca e riprende il suo navigare verso la sponda opposta.
9. L’incontro con le romane nel giardino di Giovanna di Cusa[31].
L’incontro con le romane
nel giardino di Cusa.
1Gesù, con l’aiuto di un barcaiolo che lo ha accolto nella sua barchetta, sbarca sul pontile del giardino di Cusa. Già lo ha visto un giardiniere ed accorre ad aprirgli il cancello che intercetta agli estranei l’entrata nella proprietà dalla parte del lago, un alto e forte cancello che però si nasconde in una siepe foltissima e alta di lauri e bossi dalla parte esterna, verso il lago, e di rose di ogni colore dalla parte interna, verso la casa. Gli splendidi rosai infiorano le fronde bronzee dei lauri e dei bossi, si insinuano fra le ramaglie, fanno capolino dall’altro lato, oppure sormontano del tutto la verde barriera e fanno cadere le loro chiome fiorite al di là. Solo ad un punto, all’altezza di un viale, il cancello si mostra nudo, ed è lì che si apre per dare passaggio a chi viene dal lago e a chi va al lago.
2«La pace a questa casa e a te, Joanna. Dove è la tua padrona?».
«Là con le sue amiche. Ora la chiamo. Ti attendono da tre giorni per paura di giungere in ritardo».
3Gesù sorride. Il servo va di corsa a chiamare Giovanna. Intanto Gesù cammina lentamente verso il luogo accennato dal servo, ammirando lo splendido giardino, si potrebbe dire lo splendido roseto, che Cusa ha fatto costruire per la moglie. Rose di tutti i colori, grandezze e forme, in questo seno riparato di lago, ridono già, precoci e splendide. Vi sono anche altre piante da fiore. Ma sono ancora senza fioritura e la loro presenza è minima di fronte alla quantità dei roseti.
Giovanna di Cusa.
4Accorre Giovanna. Non ha neppure posato un cestello pieno a metà di rose, né le forbici che aveva per coglierle, e corre così, a braccia tese, snella e gentile nella ricca veste di sottile lana di un rosa tenuissimo, le cui increspature sono tenute in sesto da borchie e fibbie di filigrana d’argento su cui splendono pallide granate.
5Sui capelli neri e ondulati, un diadema a
foggia di mitra, pure in argento e granate, trattiene un velo di bisso leggerissimo, tinto pure in rosa,
che ricade all’indietro, lasciando scoperte le piccole orecchie appesantite da orecchini simili al
diadema e il volto ridente, il collo sottile sulla cui radice brilla una collana uguale nel lavoro al
resto degli ornamenti preziosi. Lascia cadere il suo cesto davanti ai piedi di Gesù e si inginocchia a
baciargli la veste, fra le rose sparse.
6«Pace a te, Giovanna. Sono venuto».
«Ed io sono felice. Esse pure sono venute. Oh! ora mi pare di avere fatto male a fare questo! Come farete ad intendervi? Sono affatto pagane!».
7Giovanna è un poco agitata. Gesù sorride, le pone la mano sul capo: «Non avere paura. Ci intenderemo benissimo. E tu hai fatto benissimo a “fare questo”. L’incontro sarà fiorito di bene come il tuo giardino di rose. Raccogli ora queste povere rose che hai lasciato cadere e andiamo dalle tue amiche».
8«Oh! di rose ce ne sono tante! Lo facevo per passare il tempo, e poi le amiche sono così… così… voluttuose… Amano i fiori come fossero… non so…».
9«Ma li amo Io pure! Vedi che abbiamo già trovato un argomento per intenderci fra Me e loro? Su! Raccogliamo queste splendide rose…» e Gesù si china per dare l’esempio.
« Non Tu ! Non Tu, Signore! Se proprio vuoi, ecco… è fatto».
Le amiche romane.
10Camminano fino ad un chiosco che è fatto di un intreccio multicolore di rose. Dalla soglia occhieggiano tre romane: Plautina, Valeria e Lidia. La prima e l’ultima stanno in sospeso, ma Valeria corre fuori e si inchina dicendo: «Salve, Salvatore della mia piccola Fausta!»
11«Pace e luce a te e alle tue amiche».
Le amiche si inchinano senza parlare.
12Plautina la conosciamo di già. Alta, imponente, dagli splendidi occhi neri, un poco imperiosi, sotto la fronte liscia e bianchissima, naso diritto, perfetto, bocca un poco tumida ma ben fatta, mento rotondetto e marcato, mi ricorda certe bellissime statue di imperatrici romane. Pesanti anelli splendono sulle bellissime mani e larghi bracciali d’oro fasciano le braccia, veramente statuarie, al polso e oltre il gomito, che appare di un bianco rosato, liscio e perfetto, fuori dalla corta manica drappeggiata.
13Lidia invece è bionda, più sottile e più giovane. La sua non è la bellezza imponente di Plautina, ma ha tutta la grazia di una gioventù femminea ancora un poco acerba. E posto che siamo in tema pagano potrei dire che, se Plautina pare la statua di una imperatrice, Lidia potrebbe essere una Diana o una Ninfa di gentile e pudico aspetto.
14Valeria, ora che non è nella disperazione di quando la vedemmo a Cesarea, appare nella sua bellezza di giovane madre, dalle forme piene ma ancora molto giovanili, dall’occhio quieto della madre felice di nutrire e vedere crescere del suo latte il suo nato. Rosea e castana, ha un sorriso pacato ma tanto dolce. Ho l’impressione che siano dame di grado inferiore a Plautina, che anche con lo sguardo esse venerano come una regina.
Dialogo col Messia.
Utilità della Fede nella vita eterna.
15«Vi occupavate di fiori? Continuate, continuate. Potremo parlare anche mentre cogliete queste splendide opere del Creatore che sono i fiori e mentre le disponete con l’abilità di cui Roma è maestra in queste coppe preziose, per allungarne la vita, ahimè! troppo breve… Se noi ammiriamo questo boccio, che appena apre il riso dei suoi petali giallo rosa, come non possiamo rimpiangere di vederlo morire? Ma, oh! come sarebbero stupiti gli ebrei di sentirmi dire questa cosa! Ma è perché anche nella creatura floreale noi sentiamo un che, che ha vita. E di vederne la fine ci duole. Però la pianta è più saggia di noi. Sa che su ogni ferita di stelo tagliato nasce un nuovo virgulto che sarà la nuova rosa. Ed ecco allora che la nostra mente deve cogliere l’insegnamento e farsi, dell’amore un poco sensuale per il fiore, uno sprone a pensiero più alto».
16«Quale, Maestro?» interroga Plautina, che ascolta attenta e sedotta dal pensiero elegante del Maestro ebreo.
17«Questo. Che come la pianta non muore finché la sua radice è nutrita dal suolo, non muore per morire di steli, così l’umanità non muore per chiudersi al vivere terreno di un essere. Ma sempre nuovi fiori rampolla. E – pensiero ancor più alto, atto a farci benedire il Creatore – e mentre il fiore, morto che sia, più non rivive, e ciò è tristezza, l’uomo, addormentato che sia nel sonno ultimo, non è morto, ma vivo di una più fulgida vita, traendo con la sua parte migliore eterna vita e splendore dal Creatore che lo ha formato. Per questo, Valeria, se la tua bambina fosse morta tu non avresti perduto la sua carezza. Sulla tua anima sarebbe sempre venuto il bacio della tua creatura, separata ma non dimentica del tuo amore. Vedi come è dolce avere una fede nella vita eterna? Dove è ora la tua piccina?».
Gli amichetti di Gesù.
18«In quella cuna coperta. Non me ne ero mai separata avanti, perché l’amore per il marito e per la figlia erano i due scopi della mia vita. Ma ora che so cosa è vederla morire, non la lascio neppure per un attimo».
19Gesù si dirige ad un sedile su cui è posata una specie di cunella di legno, tutta coperta da una ricca coltre. La scopre e guarda la piccina dormiente che l’aria più viva sveglia dolcemente. I suoi occhietti si aprono stupiti e un sorriso d’angelo schiude la bocchina mentre le manine, prima chiuse a pugnello, si aprono avide di afferrare gli ondeggianti capelli di Gesù, mentre un cinguettio di passerotto segna il procedere di un discorso nel suo pensiero. Infine trilla la grande, universale parola: «Mamma!».
«Prendila, prendila» dice Gesù, che si scosta per lasciare che Valeria si curvi sulla cuna. «Ma ti darà noia!… Ora chiamerò una schiava e la farò portare per il giardino».
«Noia? Oh! no! Mai noia i bambini. Sono sempre miei amici».
20«Hai figli o nipoti, Maestro?» chiede Plautina, che osserva con che sorrisi Gesù stuzzica la piccola per farla ridere.
«Non ho né figli né nipoti. Ma amo i bambini come amo i fiori. Perché sono puri e senza malizia. Anzi, dammi, o donna, la tua piccina. Stringermi al cuore un piccolo angelo mi è tanto dolce».
21E si siede con la piccolina, che l’osserva e che gli spettina la barba e poi trova da fare meglio con le frange del mantello e il cordone della veste, ai quali dedica un lungo e misterioso discorso.
L’idolatria.
22Plautina dice: «La nostra amica buona e saggia, una delle poche che non si sdegni di noi e non si corrompa con noi, ti avrà detto che abbiamo avuto desiderio di vederti ed udirti per giudicarti per quello che sei. Perché Roma non crede alle fole… Perché sorridi, Maestro?».
«Dopo te lo dirò. Prosegui».
23«Perché Roma non crede alle fole e vuole giudicare con scienza e coscienza prima di condannare e di esaltare. Il tuo popolo ti esalta e ti calunnia con uguale misura. Le tue opere porterebbero a farti esaltare. Le parole di molti ebrei a crederti poco meno di un delinquente. Le tue parole sono solenni e sagge come quelle di un filosofo. Roma ha molto amore alle dottrine filosofiche e.… devo dirlo, i nostri filosofi attuali non hanno una dottrina che soddisfi, anche perché non corrisponde ad essa la loro forma di vita».
24«Non possono avere una forma di vita corrispondente alla loro dottrina».
25«Perché sono pagani, non è vero?».
«No. Perché sono atei».
«Atei? Hanno i loro dèi».
26«Non hanno più neppure quelli, donna. Io ti ricordo gli antichi filosofi, i più grandi. Erano pagani essi pure, ma ciononostante guarda che elevatezza di vita fu la loro! Mescolata all’errore, perché l’uomo è portato ad errare. Ma quando furono davanti ai misteri più grandi: la vita e la morte; ma quando furono messi davanti al dilemma dell’onestà o della disonestà, della virtù o del vizio, della eroicità o della vigliaccheria, e pensarono che dal loro volgere al male sarebbe venuto male alla patria e ai cittadini, ecco allora che con volontà gigante gettarono lungi da loro le branche dei mali polipi, e liberi e santi seppero volere il Bene, a qualunque costo. Questo Bene che altri non è che Dio».
L’artefice di ogni bellezza.
Il Messia Figlio del Dio vero.
27«Tu sei Dio, si dice. È vero?».
«Io sono il Figlio del Dio vero, fatto Carne restando Dio».
28«Ma che è Dio? Il più grande dei maestri, se guardiamo Te».
«Dio è ben più di un maestro. Non avvilite l’idea sublime della Divinità ad una limitazione di sapienza».
29«La sapienza è una deità. Noi abbiamo Minerva. É la dea del sapere».
30«Avete anche Venere, dea del piacere. Potete ammettere che un dio, ossia uno superiore ai mortali, abbia, portata alla perfezione, tutto quanto è bruttura nei mortali? Potete pensare che uno che è eterno abbia in eterno le piccole, meschine, avvilenti delizie di chi ha un’ora di tempo? E che ne faccia scopo del suo vivere? Non pensate che lurido Cielo è quello che voi chiamate Olimpo e dove fermentano i più acri succhi dell’umanità? Se guardate il vostro Cielo, che vedete? Lussurie, delitti, odi, guerre, furti, crapule, tranelli, vendette. Se volete celebrare le feste dei vostri dèi, che fate? Orgie. Che culto date ad essi? Dove è la vera castità delle sacrate a Vesta? Su quale divino codice si appoggiano per giudicare i vostri pontefici? Quali parole possono leggere nel volo degli uccelli o dal rombo d’un tuono i vostri àuguri? E le sanguinanti viscere degli animali sacrificati che risposte possono dare ai vostri aruspici? Hai detto: “Roma non crede alle fole”. E allora perché crede che dodici poveri uomini, col far fare il giro dei campi ad un porco, una pecora e un toro, e coll’averli immolati, possano propiziarsi Cerere, se avete infinite deità, in odio l’una verso le altre, e di cui credete alle vendette? No. Ben altra cosa è Dio. Esso è eterno, unico e spirituale».
Il Dio vero.
31«Ma Tu dici essere Dio e sei carne».
32«Vi è un altare senza dio nella patria degli dèi. La saggezza umana lo ha dedicato al Dio ignoto. Perché i saggi, i veri filosofi hanno intuito esservi qualcosa oltre lo scenario stonato creato per quegli eterni bambini che sono gli uomini dagli spiriti avvolti nelle bende dell’errore. Se ora questi saggi – che hanno intuito esservi qualcosa oltre lo scenario bugiardo, qualcosa di veramente sublime e divino che ha fatto quanto è, e dal quale viene quanto di buono vi è nel mondo – hanno voluto un altare al Dio ignoto, che essi sentivano il vero Iddio, come potete voi dare nome di dèi a ciò che dio non è, e dire di sapere ciò che in realtà non sapete? Sappiate dunque cosa è Dio per poterlo conoscere ed onorare. Dio è Quello che dal suo pensiero ha fatto dal Nulla il Tutto. Vi può persuadere e soddisfare la favola dei sassi che si mutano in uomini? In verità vi sono uomini più duri e malvagi del sasso, e sassi vi sono che sono più utili dell’uomo. Ma non ti è più dolce, Valeria, guardando questa tua piccolina, pensare: “E una vivente volontà di Dio, da Lui creata e formata, da Lui dotata di una seconda vita che non muore, di modo che io l’avrò ancora, la mia piccola Fausta, e per l’eternità, se credo nel Dio vero”; anziché dire: “Queste carni di rosa, questi capelli più sottili di filo di ragno, queste pupille serene vengono da un sasso”? Oppure dire: “Io sono in tutto simile alla lupa o alla cavalla e brutalmente mi accoppio, brutalmente genero, brutalmente allevo, e questa figlia è frutto del mio istinto bruto, è un bruto pari a me, e domani, morta lei, morta io, saremo due carogne che si disciolgono in fetore e che mai più si rivedranno”? Dimmi! Il tuo cuore di madre che vorrebbe delle due ragioni?».
33«La seconda no certo, Signore! Se avessi saputo che Fausta non era cosa che per sempre poteva essere dissolta, il mio dolore, nella sua agonia, sarebbe stato meno spietato. Perché avrei detto: “Ho smarrito una perla. Ma essa vi è ancora. Ed io la ritroverò.»
L’Artefice di ogni bellezza.
34«Lo hai detto. Quando Io sono venuto verso di voi la vostra amica mi disse che si stupiva della vostra passione per i fiori. E temeva che ciò mi potesse urtare. Ma Io l’ho rassicurata dicendo: “Io pure li amo, e perciò ci intenderemo veramente bene”. Ma voglio portarvi ad amare i fiori così come porto Valeria ad amare la sua creatura di cui, sono certo, avrà più grande cura ora che sa che ha l’anima, che è particella di Dio chiusa nella carne fattale da lei, mamma; una particella che non muore, e che la mamma ritroverà nel Cielo, se crederà nel Dio vero. Così voi. Guardate questa splendida rosa. La porpora che orna la veste imperiale è meno splendida di questo petalo, che non solo è gioia degli occhi per il colore ma è gioia del tatto per la sua morbidezza e dell’olfatto per il suo profumo. E guardate questa ancora, e questa, e questa. La prima è sangue sgorgato da un cuore, la seconda è neve testé caduta, la terza è pallido oro, l’ultima sembra fatta con questa dolce faccia infantile che mi sorride in grembo. Ancora: la prima è rigida su un grosso stelo quasi senza spine, rossastro nel fogliame come fosse spruzzato di sangue, la seconda ha rari uncini di spine e opache e pallide foglie lungo lo stelo, la terza è flessuosa come giunco ed ha un fogliame piccolo e lucido come una verde cera, l’ultima pare precluda la via ad ogni assalto alla rosea corolla tanto si è cosparsa di spine. Sembra una lima dalle acutissime punte. Ora pensate. Chi ha fatto questo? Come? Quando? Dove? Che era questo luogo nella notte dei tempi?
35Nulla era. Era informe agitarsi di elementi. Uno, Dio, disse: “Voglio” e gli elementi si separarono riunendosi per famiglie. E un altro “voglio” tuonò, e si ordinarono l’uno nell’altro: l’acqua fra le terre; l’uno sull’altro: l’aria e la luce sul pianeta composto. Ancora un “voglio” e furono le piante. E poi furono le stelle, e poi gli animali, e poi l’uomo. E perché l’uomo avesse diletto, come splendidi balocchi al suo prediletto, Dio elargì i fiori, gli astri, e per ultimo gli donò la gioia di procreare non ciò che muore, ma ciò che sopravvive alla morte per il dono di Dio che è l’anima. Queste rose sono altrettante volontà del Padre. L’infinita sua potenza si esplica in infinità di bellezze.
Il più esperto dei papà.
36Mi è inceppato il dire perché urta contro il bronzo serrato della vostra credenza. Ma spero che, per essere il primo incontro, ci si sia già un poco intesi. L’anima vostra lavori su quanto ho detto. Avete domande da fare? Fatele. Sono qui per chiarirle. Non è vergogna l’ignoranza. È vergogna il persistere nell’ignoranza quando c’è chi è pronto a chiarire i dubbi».
37E Gesù, come fosse il più esperto dei papà, esce dal chiosco sorreggendo la piccolina che fa i primi passetti e che vuole andare verso uno zampillo che ondeggia al sole. Le dame restano dove sono parlottando fra loro. E Giovanna, combattuta fra due desideri, sta sulla soglia del chiosco…
38Infine Lidia si decide, e dietro lei le altre, e va da Gesù che ride perché la piccola vuole afferrare lo spettro solare dell’acqua e non stringe che luce e insiste, insiste con tutto un pigolio di pulcino sulle labbruzze di rosa.
L’anima e la divinità del Messia.
Natura dell’anima.
39«Maestro… io non ho capito perché Tu hai detto che i nostri maestri non possono avere forme di vita buona essendo atei. Credono ad un Olimpo. Ma credono…».
40«Non hanno più che l’esteriorità del credere. Finché hanno veramente creduto, come i veri saggi credettero a quell’Ignoto di cui ti ho detto, a quel Dio che soddisfaceva la loro anima anche se senza nome, anche inavvertitamente dal volere, finché hanno volto il loro pensiero a questo Ente, ben superiore, ben superiore ai poveri dèi pieni di umanità, e bassa umanità, che il paganesimo si è dati, hanno, necessariamente, specchiato un poco di Dio. L’anima è uno specchio che riflette e un’eco che riporta».
41«Cosa, Maestro?».
«Dio».
«È grande parola!».
«È grande verità».
42Valeria, che è sedotta dal pensiero della immortalità, chiede: «Maestro, spiegami dove è l’anima della mia bambina. Bacerò quel posto come un sacrario e l’adorerò, poiché è parte di Dio».
43«L’anima[32]! È come questa luce che la tua Faustina vuole stringere e non può perché è incorporea. Ma c’è. Io, tu, le tue amiche la vediamo. Ugualmente l’anima è visibile in tutto quanto differenzia l’uomo dal bruto[33]. Quando la tua piccina ti dirà i primi suoi pensieri, pensa che quell’intelligenza è la sua anima che si disvela. Quando ti amerà non con l’istinto ma con la ragione, pensa che quell’amore è la sua anima. Quando ti crescerà al fianco bella, non tanto di corpo ma di virtù, pensa che quella bellezza è la sua anima. E non adorare l’anima, ma Dio Creatore della stessa, Dio che di ogni anima buona si vuole fare un trono».
44«Ma dove è questa cosa incorporea e sublime: nel cuore? nel cervello?».
«È nel tutto che è l’uomo. Vi contiene ed è in voi contenuta. Quando vi lascia siete cadaveri. Quando viene uccisa, da un delitto di uomo a sé stesso, siete dannati, separati per sempre da Dio».
45«Tu dunque ammetti che il filosofo che ci disse “immortali” aveva ragione benché pagano?» chiede Plautina.
46«Non lo ammetto. Faccio di più. Dico che ciò è articolo di fede. L’immortalità dell’anima[34], ossia l’immortalità della parte superiore dell’uomo è il mistero più certo e più consolante del credere. È quello che ci assicura di dove veniamo, di dove andiamo, di chi siamo, e ci leva l’amaro di ogni separazione».
Il Messia è Dio.
47Plautina pensa profondamente. Gesù l’osserva e tace. Infine chiede: «E Tu l’hai l’anima?».
Gesù risponde: «Sicuramente».
48«Ma sei o non sei Dio?».
49«Sono Dio. Te l’ho detto. Ma ora ho preso natura di Uomo. E sai per quale motivo? Perché solo con questo mio sacrificio Io potevo risolvere i punti insuperabili alla vostra ragione, e dopo aver abbattuto l’errore, liberando il pensiero, potevo liberare anche l’anima da una schiavitù che per ora non ti posso spiegare. Perciò ho chiuso la Sapienza in un corpo, la Santità in un corpo. La Sapienza la spargo come seme sul terreno e polline ai venti, la Santità come da preziosa anfora infranta fluirà sul mondo nell’ora della Grazia e santificherà gli uomini. Allora il Dio ignoto sarà noto».
50«Ma Tu sei già noto. Chi pone in dubbio la tua potenza e la tua sapienza è malvagio o mentitore».
51«Noto sono. Ma questa non è che un’alba. Il meriggio sarà pieno della cognizione di Me».
52«Quale sarà il tuo meriggio? Un trionfo? Lo vedrò io?».
«In verità sarà un trionfo. E tu vi sarai. Perché in te è nausea di ciò che sai e appetito di ciò che ignori. La tua anima ha fame».
«È vero! Ho fame di verità».
53«Io sono la Verità».
«Concediti allora all’affamata».
«Non hai che venire alla mia mensa. La mia parola è pane di verità».
Nebbie inutili.
54«Ma che diranno i nostri dèi se li abbandoniamo? Non si vendicheranno su noi?» chiede Lidia, paurosa.
55«Donna, hai mai visto un mattino nebbioso? I prati si perdono sotto un vapore che li nasconde. Viene il sole e il vapore si dissolve, i prati splendono più belli. Così i vostri dèi, nebbia di povero pensiero umano che, ignorando Dio e avendo bisogno di credere, perché la fede è lo stato permanente e necessario dell’uomo, si è creato questo Olimpo, vera fola insussistente. Così i vostri dèi al sorgere del Sole, Iddio vero, nei vostri cuori, si dissolveranno senza poter nuocere. Perché essi non sono».
56«Bisognerà ascoltarti ancora… molto… Siamo assolutamente davanti all’ignoto. Tutto quanto Tu dici è nuovo».
57«Ma ti ripugna? Non lo puoi accettare?».
Plautina risponde sicura: «No. Mi sento più orgogliosa di quel minimo che ora so, e che Cesare non sa, che del mio nome».
58«E allora persevera. vi lascio con la mia pace».
«Ma come? Non resti, mio Signore?». Giovanna è desolata.
«Non resto. Ho molto da fare…».
59«Oh! che ti volevo dire la mia pena!».
Gesù, che si incammina, dopo l’ossequio delle romane, si volge e dice: «Vieni sino alla barca. Mi dirai il tuo affanno».
60E Giovanna va. E dice: «Cusa mi vuole mandare per qualche tempo a Gerusalemme, e io ne ho dolore. Lo fa perché non vuole che io sia più relegata, ora che sono sana…»
61«Anche tu ti crei nebbie inutili!». Gesù ha già un piede sulla barca. «Se pensassi che così potrai ospitarmi o seguirmi con più facilità, saresti contenta e diresti: “La Bontà ci ha pensato”».
«Oh!… è vero, mio Signore! Non avevo riflettuto».
62«Vedi dunque! Ubbidisci, da brava moglie. L’ubbidienza ti darà il premio di avermi per la prossima Pasqua e l’onore di aiutarmi ad evangelizzare le tue amiche. La pace sia sempre con te!»
La barca si stacca e tutto ha fine.
10. Aglae in casa di Maria a Nazareth[35].
Figlia della Misericordia.
La sconosciuta.
1Maria lavora quieta ad una tela. È sera, tutte le porte sono chiuse, una lucerna a tre becchi illumina la piccola stanza di Nazareth e specie la tavola presso cui è seduta la Vergine. La tela, forse un lenzuolo, ricade dal cassapanco e dai ginocchi fino a terra e Maria, vestita di azzurro cupo, pare emergere da un mucchio di neve. É sola. Cuce lesta, col capo chino verso il suo lavoro, e il lume accende il sommo del suo capo con riflessi di pallido oro. Il resto del volto è in penombra.
2Nella stanza ben ordinata regna il massimo silenzio. Anche dalla via, deserta nella notte, non viene rumore. E dall’orto neppure. La pesante porta che dalla stanza dove Maria lavora, quella dove Ella è solita prendere i suoi pasti e ricevere gli amici, conduce all’orto, è chiusa e impedisce anche al rumore della fontanella, che spiccia nella vasca, di penetrare. È proprio il silenzio più profondo. Vorrei sapere dove è il pensiero della Vergine mentre le sue mani lavorano leste…
3Un bussare discreto all’uscio che dà sulla via. Maria alza il capo, ascolta. È stato così lieve il bussare che Maria deve pensare che è causato da qualche animale notturno o da un poco di vento che abbia scosso la porta, e torna a chinare la testa sul lavoro. Ma il busso si ripete più distinto. Maria si alza e va verso la porta. Chiede, prima di aprire: «Chi bussa?».
4Risponde una voce sottile: «Una donna. In nome di Gesù, pietà di me».
5Maria apre subito, tenendo sollevata la lampada per conoscere questa pellegrina. Vede un ammasso di stoffa, un viluppo da cui nulla traspare. Un povero viluppo che sta curvo in profondo inchino dicendo: «Ave! Domina!» e ripete ancora: «In nome di Gesù, pietà di me».
6«Entra e dimmi che vuoi. Io non ti conosco».
«Nessuno e molti mi conoscono, Domina. Mi conosce il Vizio. E mi conosce la Santità. Ma ho bisogno che ora la Pietà mi apra le braccia. E la Pietà sei tu…» e piange.
7«Ma entra dunque… E dimmi. Hai detto abbastanza perché io comprenda che sei una infelice. Ma chi sei non lo so ancora. Il tuo nome, sorella.
«Oh! no! Non sorella! Io non ti posso essere sorella… Tu sei la Madre del Bene… io sono il Male…» e piange sempre più forte sotto il suo manto calato a nasconderla tutta.
8Maria posa la lucerna su un sedile, prende la mano della sconosciuta inginocchiata sulla soglia, la obbliga ad alzarsi.
Maria non la conosce… io sì. È la velata dell’Acqua Speciosa.
L’ora della redenzione.
9Si alza, avvilita, tremante, scossa dal suo pianto, e ancora resiste ad entrare dicendo: «Sono pagana, Domina. Per voi ebrei: lordura, anche se fossi santa. Doppia lordura perché sono una meretrice».
10«Se vieni a me, se cerchi il Figlio mio attraverso me, non puoi più che essere un cuore che si pente. Questa casa accoglie chi ha nome Dolore» e la attira dentro, chiudendo la porta, rimettendo il lume sul tavolo, offrendole un sedile, dicendole: «Parla».
11Ma la velata non vuole sedere; un poco curva, continua il suo pianto.
12Maria è davanti a lei dolce e maestosa. Attende, pregando, che il pianto si calmi. La vedo pregare con tutto il suo aspetto, per quanto nulla prenda in Lei forma di preghiera. Né le mani, che sempre tengono fra le sue la piccola mano della velata, né le labbra che sono chiuse.
13Infine il pianto si calma. La velata si asciuga il volto col suo velo e poi dice: «Eppure, non sono venuta da tanto lontano per rimanere ignota. É l’ora della mia redenzione e mi devo denudare per… per mostrarti di quante piaghe è coperto il mio cuore. E.… e tu sei una madre… e la sua Madre… Avrai dunque pietà di me».
«Sì, figlia».
14«Oh! sì! Dimmi figlia!… Avevo una madre… e l’ho abbandonata… Mi hanno detto poi che è morta di dolore… Avevo un padre… mi ha maledetta… e dice a quelli della città: “Non ho più figlia”». … (il pianto riprende violento. Maria impallidisce di pena. Ma le pone una mano sul capo per confortarla). La velata riprende: «Non avrò più nessuno che mi chiami figlia! … Sì, così, carezzami così, come faceva la mamma mia… quando ero pura e buona… Lascia che io ti baci questa mano e mi asciughi con essa il pianto. Il mio pianto solo non mi lava. Quanto ho pianto da quando ho capito!… Prima anche avevo pianto, perché è orrore essere soltanto una carne sfruttata, insultata dall’uomo. Ma erano pianti di bestia malmenata che odia e si rivolta a chi la tortura, e sporcavano sempre più perché… cambiavo padrone ma non cambiavo bestialità… Da otto mesi io piango… perché ho capito… Ho capito la mia miseria, il mio marciume. Ne sono coperta e satura e ne ho nausea… Ma il mio pianto sempre più cosciente non mi lava ancora. Si mescola al mio marciume e non lo leva. Oh! Madre! Asciugami tu dal pianto, ed io sarò mondata in modo di poter avvicinare il mio Salvatore!».
15«Sì, figlia, sì. Siedi. Qui, con me. E parla con pace. Lascia tutto il tuo peso, qui, su questi miei ginocchi di Madre» e Maria si siede.
La bella di Siracusa.
16Ma la velata le scivola ai piedi volendo parlarle così.
17Comincia piano: «Sono di Siracusa… Ho ventisei anni… Ero figlia di un intendente, direste voi, noi diciamo del procuratore di un grande signore romano. Ero figlia unica. Vivevo felice. Abitavamo presso la marina nella villa bellissima di cui mio padre era intendente. Ogni tanto veniva il padrone della villa, o sua moglie, e i figli… Ci trattavano bene ed erano buoni con me. Le fanciulle giocavano con me… Mia mamma era felice… era orgogliosa di me. Ero bella… ero intelligente… tutto mi riusciva facile… Ma amavo più le cose frivole delle cose buone. A Siracusa vi è un grande teatro. Un grande teatro… Bello… …vasto… Serve ai giuochi e alle commedie… Nelle commedie e tragedie che in esso si danno sono molto usate le mime. Esse sottolineano con le loro mute danze il significato del coro. Tu non sai… ma anche con le mani, con le mosse del corpo possiamo esprimere i sentimenti dell’uomo agitato da qualche passione… Giovanetti e fanciulle vengono istruiti ad esser mimi in un’apposita palestra. Devono essere belli come dèi e agili come farfalle… A me piaceva molto andare su una specie d’altura da cui si dominava questo luogo e vedere le danze delle mime. E poi le rifacevo sui prati fioriti, sulle sabbie bionde della mia terra, nel giardino della villa. Parevo una statua d’arte, oppure un vento che trasvola, tanto sapevo fissarmi in pose statuarie o trasvolare quasi non toccando il suolo. Le mie ricche amiche mi ammiravano… e la mamma mia ne era orgogliosa…»
18La velata parla, ricorda, rivede, sogna il passato e piange. I singhiozzi sono le virgole nel suo dire.
19«Un giorno… era maggio… tutta Siracusa era in fiore. Da poco erano finite le feste ed io ero rimasta entusiasta di una danza eseguita nel teatro… Mi ci avevano portato, con le loro figlie, i padroni. Avevo quattordici anni… In quella danza le mime, che dovevano rappresentare le ninfe di primavera accorrenti ad adorare Cerere, danzavano incoronate di rose, vestite di rose… Di quelle sole, perché la veste era un velo leggerissimo, una rete di fili di ragno su cui erano sparse rose… Nella danza parevano alate Ebi tanto scorrevano leggere, gli splendidi corpi apparendo dalle scomposte sciarpe di velo fiorito che facevano ali dietro di loro… Studiai la danza… e un giorno… un giorno…» La velata piange ancor più forte… Poi si riprende.
La malizia uccide l’anima.
20«Ero bella. Lo sono. Guarda». Sorge in piedi gettando rapida indietro il velo e lasciando ricadere il mantellone. E resto di stucco io, perché vedo emergere dalle stoffe respinte Aglae, bellissima pur nella dimessa veste, nella semplice acconciatura a trecce, senza gioielli, senza pompose stoffe, un vero fiore di carne, snello e pur perfetto, dal volto bellissimo, di un bruno pallido e dagli occhi di velluto ma pieni di fuoco.
21Si torna a inginocchiare davanti a Maria: «Ero bella, per mia sventura. Ed ero folle. Quel giorno mi vestii di veli, mi aiutarono le fanciulle mie signore che amavano vedermi danzare… Mi vestii su un lembo di spiaggia bionda, in faccia all’azzurro mare. Sulla spiaggia, in quel luogo deserta, erano selvaggi fiori bianchi e gialli dal profumo acuto di mandorla, di vaniglia, di carne appena monda. Anche dagli agrumeti venivano ondate di profumo acuto, e odoravano i roseti siracusani, anche il mare, anche la rena odoravano; il sole traeva odore da tutte le cose… un che di panico che mi andava al capo. Mi sentivo ninfa io pure e adoravo… chi? La Terra feconda? Il Sole fecondatore? Non so. Pagana fra i pagani credo adorassi il Senso, il mio dispotico re che non sapevo di avere ma che era potente più di un dio… Mi incoronai delle rose prese nel giardino… e danzai… Ero ebbra di luce, di profumi, del piacere di essere giovane, agile e bella. Danzai… e fui vista. Vidi di essere guardata. Ma non mi vergognai di apparire nuda al cospetto di due occhi avidi di uomo. Anzi mi compiacqui di aumentare i miei voli… Il compiacimento di essere ammirata mi metteva veramente le ali. E fu la mia rovina. Tre giorni dopo rimasi sola perché i padroni erano partiti per tornare nella loro patrizia dimora di Roma. Ma non rimasi in casa… Quei due occhi ammiratori mi avevano svelato un’altra cosa oltre la danza… Mi avevano svelato il senso e il sesso».
22Maria ha un atto di disgusto involontario che Aglae avverte.
«Oh! ma tu sei pura! E forse io ti ripugno…»
«Parla, parla, figlia. Meglio a Maria che a Lui. Maria è mare che lava…»
23«Sì. Meglio a te. Me lo dissi io pure quando seppi che Egli aveva una madre… Perché prima, vedendolo tanto diverso da ogni uomo, l’unico tutto spirito – ora so che lo spirito c’è, e cosa è – prima non avrei potuto dire di che era fatto il tuo Figlio, così senza sensualità pur essendo uomo, e dentro di me pensavo non avesse madre, ma fosse sceso così, sulla terra, per salvare le orrende miserie di cui io sono la più grande…
24Tutti i giorni tornai in quel luogo sperando rivedere quell’uomo giovane, bruno, bello… E dopo qualche tempo lo rividi… Mi parlò. Mi disse: “Vieni con me a Roma. Ti porterò alla corte imperiale, sarai la perla di Roma”. Dissi: “Sì. Sarò la tua moglie fedele. Vieni dal padre mio”. Rise beffardo e mi baciò. Disse: “Non moglie. Ma tu dea ed io tuo sacerdote che svelerò a te stessa i segreti della vita e del piacere”. “Ero folle, ero fanciulla. Ma per quanto fanciulla non ignoravo cosa è la vita… ero scaltra. Ero folle, ma non depravata ancora… e ne ebbi schifo della sua proposta. Gli sfuggii dalle braccia correndo a casa… Ma non parlai alla madre… e non seppi resistere al desiderio di rivederlo… I suoi baci mi avevano resa ancor più folle… E tornai… Non ero che appena tornata nella spiaggia solitaria che egli mi abbracciò baciandomi con frenesia, una pioggia di baci, di parole di amore, di domande: “Non è tutto in questo amore? Non è più dolce di un legame? Che altro vuoi? Puoi vivere senza di questo?
25Oh! Madre!… Fuggii la stessa sera con il lurido patrizio… e fui il cencio che si calpesta sotto la sua animalità… Non dea: fango. Non perla: sterco. Non mi si rivelò la vita, ma la lordura della vita, l’infamia, lo schifo, il dolore, la vergogna, l’infinita miseria di non essere più neanche mia… E poi… la caduta totale. Dopo sei mesi di orgia, stanco di me, egli passò a nuovi amori e fui della strada. Sfruttai la mia capacità di danzatrice… Sapevo ormai che mia madre era morta di dolore e che non avevo più casa, più padre… Mi accolse nel suo ginnasio un maestro di danze. Mi perfezionò… mi godette… e mi lanciò come un fiore esperto di ogni arte del senso in mezzo al corrotto patriziato di Roma. Il fiore, già sporco, cadde in una cloaca. Sono dieci anni di discesa nell’abisso. Sempre più in basso. Poi fui portata qui per rallegrare gli ozi di Erode e qui venni presa dal nuovo padrone. Oh! non c’è cane tenuto a catena più cane incatenato di una di noi! E non c’è padrone di canizza più brutale dell’uomo che possiede una donna! Madre… tu tremi! Ti faccio orrore!».
26Maria si è portata la mano al cuore come ne avesse ferita. Ma risponde: «No. Non tu. Mi fa orrore il Male che è tanto signore sulla terra. Continua, povera creatura».
27«Mi portò a Ebron… Ero libera? Ero ricca? Sì, poiché non ero nel carcere e poiché affogavo nei gioielli. No, perché non potevo vedere che chi egli voleva e non possedevo neppure più il diritto su me stessa.
Il Salvatore.
28Un giorno è venuto a Ebron un uomo: l’Uomo, tuo Figlio. Quella casa gli era cara. Lo seppi e lo invitai ad entrare. Sciammai non c’era… e dalla finestra io avevo già udito parole e visto un aspetto che mi avevano sconvolto il cuore. Ma ti giuro, o Madre, che non fu la carne quella che mi spinse al tuo Gesù. Fu quella cosa che Egli mi rivelò che mi spinse sulla soglia, sfidando i lazzi del volgo, per dirgli: “Entra”. Fu l’anima che seppi allora di avere. Mi disse: “Il mio Nome vuol dire: Salvatore. Salvo chi ha buona volontà di salvezza. Salvo insegnando ad essere puri, a volere il dolore ma l’onore, il Bene ad ogni costo. Io sono Colui che cerca i perduti, che dà la Vita. Io sono Purezza e Verità”. Mi disse che anche io avevo un’anima e che l’avevo uccisa col mio modo di vivere. Ma non mi maledì, non mi derise. E non mi guardò mai! Il primo uomo che non mi succhiò con lo sguardo avido, perché ho con me la tremenda maledizione di attirare l’uomo… Mi disse che chi lo cerca lo trova perché Egli è dove è bisogno di medico e di medicina. E se ne andò. Ma le sue parole erano qui. E non sono più uscite. Mi dicevo: “Il suo Nome vuole dire Salvatore” come per cominciare a guarire. Mi erano rimaste le sue parole e i suoi amici pastori. E feci il primo passo dando obolo ad essi e chiedendo preghiera… E poi… fuggii…
29Oh! santa fuga questa! Fuggii il peccato in cerca del Salvatore. Andai cercando. Certa di trovarlo perché Egli me lo aveva promesso. Mi mandarono da un uomo di nome Giovanni come fosse Lui. Ma non era. Un ebreo mi indirizzò all’Acqua Speciosa. Vivevo vendendo il molto oro che avevo. Nei mesi che ero stata vagante avevo dovuto tener coperto il mio volto per non essere ripresa e perché, realmente, Aglae era sepolta sotto quel velo. Morta la antica Aglae. Vi era sotto la sua anima ferita e dissanguata che cercava il suo medico. Molte volte dovetti sfuggire al senso del maschio che mi perseguiva anche così annullata nella mia veste. Anche uno degli amici di tuo Figlio…
La penitente.
30All’Acqua Speciosa vivevo come una bestia, povera ma felice. E le rugiade e il fiume mi mondarono meno delle sue parole. Oh! non una si è persa! Una volta perdonò ad un uomo assassino. Udii… e fui per dire: “Perdona a me pure”. Un’altra parlò dell’innocenza perduta… Oh! che pianto di rimpianto! Un’altra guarì un lebbroso… e fui per gridare: “Monda me dal mio peccato…” Un’altra guarì un folle, e romano era… e piansi… e mi fece dire che le patrie passano ma il Cielo resta. Una sera di tempesta mi accolse nella casa… e poi mi fece ospitare dal fattore… e da un bambino mi fece dire: “Non piangere”… Oh! sua bontà! Oh! mia miseria! Tanto grandi ambedue che non osai portare la mia miseria ai suoi piedi… nonostante uno dei suoi mi istruisse nella notte sulla infinita misericordia del tuo Figlio. E poi, insidiato da chi vedeva peccato nel desiderio di un’anima rinata, il mio Salvatore è partito… ed io l’ho atteso…
31Ma lo attendeva anche la vendetta di chi è ben ancora più indegno di me di guardarlo. Perché io ho peccato da pagana contro me stessa, mentre essi peccano, già conoscendo Dio, contro il Figlio di Dio… e mi hanno percossa… e più che con le pietre mi hanno ferita con l’accusa, e più che nella carne mi hanno ferita nella povera anima mia, portandola alla disperazione.
32Oh! lotta tremenda con me stessa! Lacera, sanguinante, ferita, febbrile, senza più il mio Medico, senza tetto, né pane, ho guardato indietro, avanti… Il passato mi diceva: “Torna”, il presente mi diceva: “Ucciditi “, il futuro mi diceva: “Spera”. Ho sperato… Non mi sono uccisa. Lo farei se Egli mi cacciasse, perché non voglio più essere ciò che ero! … Mi sono trascinata in un paese chiedendo ricovero… Ma sono stata riconosciuta. Come una bestia ho dovuto fuggire, qua, là, sempre inseguita, sempre schernita, sempre maledetta, perché volevo essere onesta e perché avevo deluso coloro che, col mio mezzo, volevano colpire tuo Figlio. Seguendo il fiume sono risalita fino alla Galilea e sono venuta qui… Tu non c’eri… Sono andata a Cafarnao. Ne eri appena partita. Ma mi vide un vecchio. Uno dei suoi nemici, e mi ha fatto testo d’accusa per Lui, tuo Figlio, e poiché io piangevo senza reagire mi ha detto… mi ha detto… “Tutto potrebbe cambiare per te se volessi essere mia amante e mia complice nell’accusare il Rabbi nazareno. Basta che tu dica, davanti ai miei amici, che Egli era il tuo amante…”. Sono fuggita come colui che vede aprirsi un cespuglio di fiori sotto lo snodarsi del serpe.
La martire.
33Ho compreso così che non posso più andare ai suoi piedi… e vengo ai tuoi. Ecco, calpestami, io sono fango. Ecco, scacciami, io sono la peccatrice. Ecco, dimmi il mio nome: meretrice. Tutto accetterò da te. Ma abbi pietà, tu, Madre. Prendi la mia povera anima sporca e portala a Lui. Nelle tue mani è delitto mettere la mia lussuria. Ma solo lì sarà protetta dal mondo che la vuole, e diverrà penitenza. Dimmi come devo fare. Dimmi cosa devo fare. Dimmi quale mezzo devo usare per non essere più Aglae. Cosa devo mutilare in me? Cosa devo strappare da me per non essere più peccato, più seduzione, per non avere più a temere di me stessa e dell’uomo? Mi devo strappare gli occhi? Mi devo bruciare le labbra? Mi devo tagliare la lingua? Occhi, labbra, lingua mi hanno servito nel male. Non voglio più il male e sono disposta a punire me e loro col sacrificarli. O vuoi che mi strappi questi lombi avidi che mi hanno spinta ai pravi amori? Queste viscere insaziabili di cui temo sempre un risveglio? Dimmi, dimmi come si fa a dimenticarsi di essere femmine e come si fa a far dimenticare che si è femmine!».
34Maria è sconvolta. Piange, soffre, ma del suo dolore non sono segno che le lacrime che cadono sulla pentita.
35«Io voglio morire perdonata. Io voglio morire non ricordando altro che il Salvatore. Io voglio morire con la sua Sapienza a mia amica… e non posso più andargli vicino perché il mondo guata Lui e me per accusarci…». Aglae piange gettata del tutto a terra, come uno straccio.
Figlia della Misericordia.
36Maria si alza in piedi mormorando: «Come è difficile essere Redentori!». Affanna quasi.
37Aglae, che sente il mormorio e intuisce l’atto, geme: «Lo vedi? Lo vedi che anche tu hai ribrezzo? Ora me ne vado. È finita per me!».
38«No, figlia. Non è finita. Ora per te ha inizio. Ascolta, povera anima. Non gemo per te. Ma per il mondo crudele. Non ti lascio andare, ma ti raccolgo, povera rondine sbattuta dalla bufera contro le mie pareti. Io ti porterò da Gesù ed Egli ti dirà la tua via di redenzione…»
39«Non spero più… Il mondo ha ragione. Non posso essere perdonata».
40«Dal mondo no. Ma da Dio sì. Lascia che io ti parli in nome del supremo Amore che mi ha dato un Figlio perché io lo doni al mondo. Mi ha tratto dalla beata ignoranza della mia verginità consacrata perché il mondo avesse il Perdono. Mi ha tratto non sangue dal parto ma dal cuore col rivelarmi che la mia Creatura è la Gran Vittima. Guardami, figlia. In questo cuore è una grande ferita. Geme da trenta e più anni e sempre più si allarga e mi consuma. Sai che nome ha?».
«Dolore».
41«No. Amore. È amore questo che mi svena per fare che non sia solo il Figlio nel salvare. È amore che mi dà fuoco perché io purifichi coloro che non osano andare al Figlio mio. È amore che mi dà pianto perché io lavi i peccatori. Tu volevi la mia carezza. Ti do le mie lacrime che ti fanno già bianca per potere guardare il mio Signore. Non piangere così! Non sei la sola peccatrice che viene al Signore e ne parte redenta. Altre ce ne furono, altre ce ne saranno.
42Dubiti che Egli ti possa perdonare? Ma non vedi in ogni cosa che ti è avvenuta un misterioso volere della Bontà divina? Chi ti ha condotta in Giudea? Chi nella casa di Giovanni? Chi ti mise alla finestra quella mattina? Chi ti accese una luce per illuminarti le sue parole? Chi ti diede la capacità di comprendere che la carità, unita alla preghiera del beneficato, ottengono aiuto divino? Chi ti diede forza di fuggire dalla casa di Sciammai? Chi di perseverare nelle prime giornate fino al suo arrivo? Chi ti portò sulla sua via? Chi ti fece capace di vivere da penitente per mondare sempre più l’anima tua? Chi ti rese anima di martire, anima di credente, anima di perseverante, anima di pura? …
43Sì, non scuotere il capo. Credi tu che sia puro solo chi non ha conosciuto il senso? Credi tu che l’anima non possa tornare mai più vergine e bella? Oh! figlia! Ma fra la mia purezza che è tutta grazia del Signore e la tua eroica ascesa a ritroso verso la vetta della tua purezza perduta, credi che è più grande la tua. Tu la costruisci: contro il senso, il bisogno e l’abitudine. Per me è la dote naturale come il respiro. Tu devi stroncare il pensiero, gli affetti, la carne, per non ricordare, per non appetire, per non secondare. Io… oh! può mai una creaturina di poche ore desiderare la carne? E ne ha merito di non farlo? Così io. Io non so che sia questa tragica fame che ha fatto dell’umanità una vittima. Io non so altro che la santissima fame di Dio. Ma tu questa non la conoscevi e da te l’hai appresa. Ma tu l’altra, tragica e orrenda, l’hai domata per amore di Dio, tuo unico amore ora. Sorridi, figlia della Misericordia divina! Mio Figlio fa in te ciò che ti ha detto ad Ebron. Lo ha già fatto. Tu sei già salvata perché hai avuto buona volontà di salvarti, perché hai appreso la purezza, il dolore, il Bene. L’anima è rinata. Sì. Ti occorre la sua parola per dirti in nome di Dio: “Sei perdonata”. Io questo non lo posso dire. Ma ti do il mio bacio a promessa, a principio di perdono…
44O Spirito Eterno, un poco di Te è sempre nella tua Maria! Lascia che Ella ti effonda, Spirito santificatore, sulla creatura che piange e che spera. Per il nostro Figlio, o Dio d’amore, salva costei che da Dio attende salvezza. La Grazia, di cui disse l’Angelo che Dio mi ha colmata, si posi per un miracolo su costei e la sorregga sinché Gesù, il Salvatore benedetto, il supremo Sacerdote, l’assolverà nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito…
La nuova creatura.
45È notte, figlia. Sei stanca e lacera. Vieni. Riposa. Domani partirai… Ti manderò presso una famiglia di onesti. Perché qui troppi vengono ormai. E ti darò una veste in tutto simile alla mia. Sembrerai un’ebrea. E poiché rivedrò mio Figlio solo in Giudea, perché la Pasqua si approssima e al novilunio di aprile saremo a Betania, parlerò allora di te. Vieni alla casa di Simone lo Zelote. Mi troverai e ti porterò a Lui».
46Aglae piange ancora. Ma ora con pace. Si è seduta per terra. Anche Maria si è tornata a sedere. E Aglae le posa la testa sui ginocchi e bacia la mano di Maria… Poi geme: «Mi riconosceranno…»
47«Oh! no. Non temere. Il tuo abito era ormai troppo noto. Ma io ti preparerò per questo tuo viaggio verso il Perdono e sarai come la vergine che va a nozze: diversa e ignota per la folla ignara del rito. Vieni. Ho una piccola camera presso la mia. Vi hanno alloggiato santi e pellegrini desiderosi di andare a Dio. Ospiterà anche te».
48Aglae fa per raccogliere il mantellone e il velo.
«Lascia. Sono le vesti della povera Aglae sperduta. Essa non è più… e neppure più deve di lei rimanere la veste. Ha sentito troppo odio… e fa male l’odio quanto il peccato».
49Escono nell’orto oscuro, entrano nella cameretta di Giuseppe. Maria accende la lucernetta che è su una mensola, carezza ancora la pentita, chiude la porta e colla sua triplice fiammella si illumina per vedere dove portare il mantello sdruscito di Aglae acciò nessun visitatore domani lo veda.
11. Aglae a colloquio con il Salvatore[36].
La prima eremita cristiana
La Madre di ogni anima redenta
1Gesù rientra solo nella casa dello Zelote. La sera sta scendendo, placida e serena dopo tanto sole. Gesù si affaccia alla porta della cucina, saluta e poi sale a meditare nella stanza superiore, già preparata per la cena. Non pare molto lieto il Signore. Sospira spesso e passeggia avanti e indietro per lo stanzone, gettando ogni tanto uno sguardo sulla campagna circostante, che è visibile dalle molte porte di questa ampia stanza che fa da cubo sopra il piano terreno. Esce anche a passeggiare sulla terrazza, facendo il giro della casa, e si immobilizza sul lato posteriore a guardare Giovanni di Endor, che cortesemente attinge acqua ad un pozzo per offrirla alla indaffarata Salome. Guarda, scrolla il capo, sospira.
2La potenza del suo sguardo attira Giovanni, che si volge a guardare e che chiede: «Maestro, mi vuoi?».
«No, ti guardavo solamente».
«È buono Giovanni. Mi aiuta» dice Salome.
«Anche di questo aiuto Dio gliene darà compenso».
3Gesù, dopo queste parole, rientra nella stanza e si siede. È tanto assorto che non avverte il brusio di molte voci e lo scalpiccio di molti passi entro il corridoio di entrata, e poi due pedate leggere che salgono la scaletta esterna e si avvicinano allo stanzone. Solo quando Maria lo chiama alza il capo.
4«Figlio, è giunta a Gerusalemme Susanna con la famiglia e mi ha subito accompagnato Aglae. La vuoi udire mentre siamo soli?».
5«Sì, Madre. Subito. E che non salga nessuno finché tutto è finito. Spero avere tutto finito prima del ritorno degli altri. Ma ti prego di vegliare acciò non ci siano curiosità indiscrete… in nessuno… e specie per Giuda di Simone».
«Sorveglierò con cura…»
6Maria esce per tornare dopo poco tenendo per mano Aglae, non più infagottata nel suo mantellone grigio e nel suo velo calato sul davanti, non più con i sandali alti e complicati di fibbie e di strisce che aveva prima, ma resa in tutto simile ad una ebrea per i sandali piatti e bassi, semplicissimi come quelli di Maria, per la veste di un azzurro cupo sulla quale è drappeggiato il manto, e per il velo bianco messo come lo usano le donne ebree popolane, ossia semplicemente sul capo con un lembo gettato sulle spalle di modo che il viso ne è velato ma non totalmente. L’abito comune a quello di infinite altre donne, e l’essere in un gruppo di galilei, hanno risparmiato ad Aglae di essere riconosciuta. Entra a capo chino, divenendo di porpora ad ogni passo che fa, e credo che, se Maria non la tirasse dolcemente verso Gesù, si sarebbe inginocchiata sulla soglia.
7«Ecco, Figlio, colei che ti cerca da tanto tempo. Ascoltala» dice Maria quando è presso a Gesù e poi si ritira, abbassando le tende sulle porte spalancate e chiudendo quella che è più prossima alla scaletta.
Aglae a colloquio col Salvatore
8Aglae si libera del sacchetto che ha sulle spalle e poi si inginocchia ai piedi di Gesù con un grande scoppio di pianto. Scivola fino a terra e piange col capo appoggiato sulle braccia incrociate al suolo.
9«Non piangere così. Non è più tempo. Piangere dovevi quando eri in odio a Dio. Non ora che lo ami e ne sei amata».
Ma Aglae continua a piangere… «Non credi che così è?».
10La voce si fa strada fra i singhiozzi: «Io lo amo, è vero, come so, come posso… Ma, per quanto io sappia e creda che Dio è Bontà, non posso osare di sperare di avere il suo amore. Ho troppo peccato… Lo avrò, forse, un giorno… Ma devo piangere tanto ancora… Per ora sono sola nel mio amore. Sono sola… Non è la disperata solitudine degli anni passati. È una solitudine piena del desiderio di Dio, perciò non più disperata… ma così triste, così triste…»
11«Aglae, come male ancora conosci il Signore! Questo desiderio di Lui ti è prova che Dio risponde al tuo amore, che ti è amico, che ti chiama, che ti invita, che ti vuole. Dio è incapace di rimanere inerte davanti al desiderio della creatura, perché quel desiderio lo ha acceso Lui, Creatore e Signore di ogni creatura, in quel cuore. Lo ha acceso Lui perché ha amato di privilegiato amore l’anima che ora lo desidera. Il desiderio di Dio sempre precede il desiderio della creatura, perché Egli è il Perfettissimo e perciò il suo amore è ben più solerte e acceso dell’amore della creatura».
12«Ma come, come può Dio amare il mio fango?».
«Non cercare di comprendere con la tua intelligenza. È un abisso di misericordia, incomprensibile a mente umana. Ma là dove l’intelligenza dell’uomo non può comprendere, comprende invece l’intelligenza dell’amore, l’amore dello spirito. Questo comprende ed entra sicuro nel mistero che è Dio e nel mistero dei rapporti dell’anima con Dio. Entra, Io te lo dico. Entra poiché Dio lo vuole».
13«Oh! Salvatore mio! Ma allora io sono proprio perdonata? Amata proprio io sono? Lo devo credere?».
14«Ti ho mai mentito?».
«Oh! no, Signore! Tutto quanto mi hai detto ad Ebron si è avverato. Tu mi hai salvata come è detto dal tuo Nome. Tu mi hai cercata, povera anima perduta. Tu mi hai dato la vita di quest’anima che io portavo in me morta. Tu mi hai detto che se ti avessi cercato ti avrei trovato. E fu vero. Tu mi hai detto che sei dovunque l’uomo ha bisogno di medico e medicina. Ed è vero. Tutto, tutto quanto hai detto alla povera Aglae, da quelle parole del mattino di giugno, alle altre dell’Acqua Speciosa…»
15«Devi allora credere anche a queste».
«Sì, credo, credo! Ma Tu dimmi: “Io ti perdono!”».
16«Io ti perdono in nome di Dio e di Gesù».
La prima eremita cristiana
17«Grazie… Ma ora… Ora che devo fare? Dimmi, Salvatore mio, che cosa devo fare per avere la Vita eterna? L’uomo si corrompe solo nel guardarmi… Io non posso vivere col tremito continuo di essere scoperta e circuita… In questo viaggio io tremavo ad ogni sguardo d’uomo… Io non voglio più peccare né fare peccare. Dammi la via da seguire. Qual che sia la seguirò. Tu vedi che sono forte anche negli stenti… E anche se per troppo stento incontrassi la morte non ne ho paura. La chiamerò “amica mia” perché mi leverà dai pericoli della terra, e per sempre. Parla, mio Salvatore».
18«Va’ in luogo deserto».
19«Dove, Signore?»
«Dove vuoi. Dove ti porterà il tuo spirito».
20«Sarà capace di tanto il mio spirito appena formato?»
«Sì, perché Dio ti conduce».
21«E chi mi parlerà più di Dio?».
«La tua anima risorta, per ora…»
22«Ti vedrò mai più?».
«Mai più sulla terra. Ma fra poco ti avrò redenta del tutto e allora verrò al tuo spirito per prepararti all’ascesa a Dio».
23«Come avverrà la mia completa redenzione se non ti vedrò più? Come me la darai?».
«Morendo per tutti i peccatori».
«Oh! no! Tu no, morire!».
24«Per darvi la Vita devo darmi la morte. Sono venuto per questo in veste umana. Non piangere… Mi raggiungerai presto dove Io sarò dopo il sacrificio mio e tuo»
25«Mio, Signore? Io pure morrò per Te?».
«Sì. Ma in altra maniera. Morirà ora per ora la tua carne e per volere della tua volontà. È quasi un anno che sta morendo. Quando essa sarà tutta morta, Io ti chiamerò».
26«Avrò la forza di distruggere la mia carne colpevole?».
«Nella solitudine dove sarai e dove Satana ti assalirà con livida violenza quanto più tu diverrai dei Cieli, troverai un mio apostolo, già peccatore e poi redento».
27«Allora non il benedetto che mi parlava di Te? Egli è troppo onesto per essere stato peccatore».
28«Non quello. Un altro. Ti raggiungerà all’ora giusta. Ti dirà quanto ancora non puoi sapere. Va’ in pace. La benedizione di Dio sia su di te».
Aglae si ritira in luogo remoto
29Aglae, che è sempre stata in ginocchio, si curva a baciare i piedi del Signore. Non osa di più. Poi afferra il suo sacco, lo capovolge. Ne cadono semplici vesti, un piccolo sacchetto che risuona e un’anfora di un delicato alabastro rosa. Aglae ripone le vesti, raccoglie il sacchetto e dice: «Questo per i tuoi poveri. È il resto dei miei gioielli. Non ho serbato che delle monete per viatico durante il viaggio… perché, se anche Tu non lo avessi detto, sarei andata in luogo remoto. E questo è per Te. Meno soave del profumo della tua santità. Ma è tutto quello che può dare di meglio la terra. E mi serviva per fare il peggio… Ecco. Dio mi conceda di odorare almeno come questo, al tuo cospetto, in Cielo» e stappa l’anfora dal tappo prezioso spargendone il contenuto al suolo. Un odore acuto di rose sale a ondate dai mattoni che si impregnano dell’essenza preziosa. Aglae ritira l’anfora vuota. «Per ricordo di quest’ora» dice, e poi si curva ancora a baciare i piedi di Gesù e si rialza, si ritira a ritroso, esce, chiude la porta…
30Si sente il suo passo allontanarsi verso la scala, la sua voce scambiare poche parole con Maria, e poi il rumore dei sandali che scendono la scala, e poi più nulla. Di Aglae non resta che il sacchettino ai piedi di Gesù e l’aroma acutissimo per tutta la stanza. Gesù si alza… raccoglie il sacchetto e se lo pone in seno, va ad una apertura che guarda sulla via, sorride vedendo la donna sola che si allontana nel suo mantello ebraico verso Betlemme. Fa un gesto di benedizione e poi va sulla terrazza e chiama: «Mamma».
31Maria sale lesta la scala: «L’hai fatta felice, Figlio mio. È andata, con fortezza e con pace»
32«Sì, Madre. Quando tornerà Andrea mandamelo per primo».
L’invisibile ma dolce paternità
33Passa del tempo, poi si sentono le voci degli apostoli che ritornano… Accorre Andrea: «Maestro, mi vuoi?».
34«Sì, vieni qui. Nessuno lo saprà, ma per te è giustizia dirlo. Andrea, grazie in nome di Dio e di un’anima»
35«Grazie? Di che?».
«Non senti questo profumo? È il ricordo della Velata. È venuta. È salvata».
36Andrea diviene rosso come una fragola, scivola in ginocchio e non trova una parola… Infine dice: «Ora sono contento. Sia benedetto il Signore!»
37«Sì. Alzati. Non dire agli altri che è venuta».
«Tacerò, Signore».
38«Vai pure. Ascolta, c’è ancora Giuda di Simone?».
«Sì, ci ha voluto accompagnare… dicendo… tante menzogne. Perché fa così, Signore?».
39«Perché è un ragazzo viziato. Dimmi la verità: vi siete litigati?».
«No. Mio fratello è troppo felice col suo bambino per avere voglia di farlo, e gli altri… lo sai… sono più prudenti. Ma certo, in cuor nostro, siamo tutti disgustati. Ma dopo cena torna via… Altri amici… dice lui. Oh! e sprezza le meretrici! …».
40«Sii buono, Andrea. Anche tu devi essere felice questa sera…».
41«Sì, Maestro. Ho anche io la mia invisibile ma dolce paternità. Vado».
Amore di una redenta
42Ancora qualche tempo, poi salgono in gruppo gli apostoli col bambino e Giovanni di Endor. Li seguono le donne con le pietanze e i lumi. Ultimo viene Lazzaro con Simone. Appena entrano nella stanza esclamano: «Ah! ma veniva di qui!!!» e fiutano l’aria satura di profumo di rose, satura nonostante le porte spalancate.
43«Ma chi ha profumato così questa stanza? Marta forse?» chiedono in molti.
44«Mia sorella non si è mossa di casa, oggi, dopo le mense» risponde Lazzaro.
45«E chi allora? Qualche satrapo assiro?» scherza Pietro.
46«L’amore di una redenta» dice serio Gesù.
47«Poteva risparmiarsi questo inutile sfoggio di redenzione e dare quanto ha speso per i poveri. Sono tanti e sanno che noi diamo. Io non ho più un picciolo» dice irritato l’Iscariota.
48«E dobbiamo comperare l’agnello, affittare la stanza per il Cenacolo e.…».
49«Ma vi ho offerto tutto io…» dice Lazzaro.
50«Non è giusto. Perde il bello, il rito. La Legge dice: “Prenderai l’agnello per te e la tua casa”[37]. Non dice: “Accetterai l’agnello”.
51Bartolomeo si volta di scatto, apre la bocca, ma poi la chiude. Pietro diviene cremisi nello sforzo di tacere. Ma lo Zelote, che è in casa sua, sente di poter parlare e dice: «Queste sono sottigliezze rabbiniche… Ti prego di lasciarle perdere e di conservare, in cambio, rispetto al mio amico Lazzaro».
52«Bravo, Simone!». Pietro scoppia se non parla.
53«Bravo! Mi pare anche che ci si dimentichi un poco troppo che solo il Maestro ha diritto di insegnare…».
54Pietro dice quel «ci si dimentichi» con uno sforzo eroico per non dire: «che Giuda dimentica».
55«È vero… ma… sono nervoso, ecco. Scusa, Maestro».
56«Sì. E anche ti rispondo. La gratitudine è una grande virtù. Io sono grato a Lazzaro. Come quella redenta fu grata a Me. Io spargo su Lazzaro il profumo della mia benedizione, anche per quelli, fra i miei apostoli, che non lo sanno fare, Io, capo di voi tutti. La donna ha sparso ai miei piedi il profumo della sua gioia di salvata. Ha riconosciuto il Re, ed è venuta al Re, prima di molti altri sui quali il Re ha effuso molto più amore che non su di lei. Lasciatela fare senza criticarla. Non potrà essere presente alla mia acclamazione, né alla mia unzione. La sua croce è già sulla sua spalla. Pietro, tu hai detto se era venuto qui un satrapo assiro. In verità ti dico che neppure l’incenso dei Magi, tanto puro e prezioso, era più soave di questo, più prezioso di questo. L’essenza è stemperata nel pianto, e per questo è così acuta: l’umiltà sostiene l’amore e lo rende perfetto. Sediamo a mensa, amici…»
57E con l’offerta del cibo cessa la visione.
12. Gesù parla della Madre e degli amori di diverse potenze[38].
Gesù parla della Madre
Consiglio per gli acquisti
1La mattina del sabato è stata occupata, per la maggior parte del tempo, in ristoro dei corpi stanchi e delle vesti polverose e sgualcite dal viaggio. Nelle ampie cisterne del Getsemani, che l’acqua piovana ha fatto colme, e nel Cedron che fa tutto una sinfonia sui sassi, spumoso, pieno, per le acquate degli ultimi giorni, vi è tant’acqua che è un vero invito. E l’uno dopo l’altro i pellegrini, sfidando la frescura, scendono a tuffarvisi e poi, rivestiti a nuovo da capo a piedi, con ancora i capelli un poco stesi dagli spruzzi del torrente, attingono acqua alle cisterne per riversarla in capaci vasche dove sono le vesti, colore per colore.
2«Oh! bene!» dice Pietro contento. «Lì si purgheranno e Maria le laverà con minor fatica» (suppongo che sia la donna che è al Getsemani).
3«Solo tu, piccolino, non ti puoi mutare. Ma domani…». Infatti ha una vesticciola pulita il fanciullo, tratta dal sacchettino suo, un sacchettino che potrebbe bastare ad una bambola tanto è piccino. Ma la vesticciola è ancor più stinta e lacera dell’altra, e Pietro la guarda con apprensione, mormorando: «Come faccio a portarlo in città? Quasi farei in due un mio mantello, perché con un mantello… si coprirebbe tutto».
4Gesù, che sente questo soliloquio paterno, dice: «È meglio farlo riposare ora. Questa sera andremo a Betania…»
5«Ma io voglio comperargli la veste. Gliel’ho promesso…».
«Lo farai certamente. Ma è meglio consigliarsi con la Madre. Sai… le donne… hanno più capacità di noi negli acquisti… e ne sarà felice di occuparsi di un bambino… Andrete insieme!».
6L’idea di andare con Maria a fare gli acquisti rapisce al settimo cielo l’apostolo. Non so se Gesù esprima tutto il suo pensiero o se ne trattenga una parte, ossia quella che avrebbe detto come sua Madre ha un gusto più fino che salva da accozzi di colori atroci. Fatto è che ottiene lo scopo senza mortificare il suo Pietro.
Anteprima ella parabola dell’uccellino
7Si spargono per l’uliveto, così bello in questo sereno giorno d’aprile. La pioggia dei giorni scorsi sembra avere inargentato gli ulivi e seminato fiori, tanto le fronde splendono al sole e sono numerosi i fioretti ai piedi degli ulivi. Gli uccelli cantano e volano da tutte le parti. La città è stesa là, in direzione ovest di chi guarda.
8Non si vede il formicolio della folla nel suo interno, ma si vedono le carovane che vanno verso la porta dei Pesci ed altre porte di cui non so il nome, da questo lato est, e che poi vengono inghiottite dalla città come fosse un famelico ventre.
9Gesù passeggia osservando Jabé che giuoca allegro con Giovanni e con i più giovani. Anche l’Iscariota, passata la sua stizza di ieri, è allegro e giuoca. I più anziani osservano e sorridono. Cosa dirà tua Madre di questo fanciullo?» chiede Bartolomeo.
10«Io dico che dirà: “È molto esile”» dice Tommaso.
11«Oh! no! Dirà: “Povero fanciullo!”» risponde Pietro.
12«Ti dirà invece: “Sono contenta che tu lo ami”» obbietta Filippo.
13«La Madre non ne avrebbe mai dubitato. Ma io credo che non parlerà. Se lo prenderà sul cuore» dice lo Zelote.
14«E Tu, Maestro, che dici che dirà?».
«Farà quello che voi dite. Ma molte cose, tutte anzi, le penserà e le dirà nel suo cuore, e nel baciarlo dirà solo: “Che tu sia benedetto!” e lo curerà come fosse un uccellino caduto dal nido.
Parabola dell’uccellino
15Un giorno, udite, mi raccontava di quando era una fanciullina. Non aveva ancora tre anni perché ancora non era nel Tempio, e il cuore le si frangeva d’amore dando, come fiore e uliva pigiati e franti nel torchio, tutti i suoi oli e i suoi profumi. E in un delirio d’amore diceva alla madre sua che voleva esser vergine per piacere di più al Salvatore, ma che avrebbe voluto essere peccatrice per potere essere salvata, e quasi piangeva perché la madre non la capiva e non sapeva dirle come si può fare ad essere la “pura” e la “peccatrice” insieme.
16Le dette pace suo padre portandole un piccolo passero che egli aveva salvato mentre pericolava sull’orlo di una fontana. Le fece la parabola dell’uccellino, dicendo che Dio l’aveva salvata in anticipo e che perciò Lei lo doveva benedire due volte. E la piccola Vergine di Dio, la grandissima Vergine Maria, esercitò la sua prima maternità spirituale su quel nidiace che Ella rese al volo quando fu forte, ma che non lasciò mai più l’orto di Nazareth, consolando coi suoi voli e coi suoi cinguettii la triste casa e i tristi cuori di Anna e Gioacchino dopo che Maria fu nel Tempio. Morì poco prima che spirasse Anna… Aveva finito il suo compito… Mia Madre si era votata alla verginità per l’amore. Ma aveva, essendo creatura perfetta, la maternità nel sangue e nello spirito. Perché la donna è fatta per essere madre, ed è aberrazione quando è sorda a questo sentimento, che è amore di seconda potenza…»
Amori di diverse potenze
Amore di seconda potenza
Si sono accostati anche gli altri, piano piano.
17«Cosa vuoi dire, Maestro, dicendo amore di seconda potenza?» chiede Giuda Taddeo.
18«Fratello mio, vi sono molti amori e di diverse potenze. Vi è l’amore di prima potenza: quello che si dà a Dio. Poi l’amore di seconda potenza: quello materno o paterno, perché se il primo è tutto spirituale, questo è per due parti spirituale e per una sola carnale. Vi si mescola, sì, il sentimento affettivo umano, ma vi predomina il superiore, perché un padre e una madre, sanamente e santamente tali, non danno solo cibo e carezze alla carne del figlio, ma anche nutrimento e amore alla mente e allo spirito della loro creatura. E tanto è vero ciò che dico, che chi si vota all’infanzia, anche se unicamente per istruirla, finisce ad amarla come fosse sua carne».
19«Io li amavo infatti molto i miei discepoli» dice Giovanni di Endor.
20«Ho compreso che dovevi essere un buon maestro vedendo come ti comporti con Jabé».
21L’uomo di Endor si china e bacia la mano di Gesù senza parlare.
Amore di terza potenza
22«Continua, ti prego, la tua classificazione degli amori» prega lo Zelote.
23«Vi è l’amore per la compagna: amore di terza potenza perché fatto per metà – parlo sempre dei sani e santi amori – di spirito e per metà di carne. L’uomo per la sposa è un maestro e un padre, oltre che sposo; e la donna per lo sposo è un angelo e una madre oltre che sposa. Questi sono i tre amori più elevati».
L’amore di prima potenza
24«E l’amore del prossimo? Non sbagli? O lo hai dimenticato?» chiede l’Iscariota. Gli altri lo guardano stupiti e.… feroci per l’osservazione.
25Ma Gesù risponde placido: «No, Giuda. Ma osserva. Dio va amato perché è Dio, dunque non necessita nessuna spiegazione per persuadere a questo amore. Egli è Colui che è, ossia il Tutto; e l’uomo, il nulla che diviene partecipe del Tutto per l’anima infusa dall’Eterno[39] – senza quella l’uomo sarebbe uno dei tanti animali bruti che vivono sulla terra o nelle acque o nell’aria – deve adorarlo per dovere e per meritare di sopravvivere nel Tutto, ossia per meritare di divenire parte del popolo santo di Dio in Cielo, cittadino della Gerusalemme che non conoscerà profanazioni e distruzioni in eterno.
Amore di Adamo e Eva prima del peccato
26L’amore dell’uomo, e specie della donna, alla prole, ha indicazione di comando nelle parole di Dio ad Adamo ed Eva dopo averli benedetti, vedendo di aver fatto “cosa buona”, in un lontano sesto giorno, il primo sesto giorno del creato. Disse loro: “Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra…”[40]. Vedo la tua inespressa obbiezione e ti rispondo subito così: posto che nel creato avanti la colpa tutto era regolato e basato sull’amore, questo moltiplicarsi dei figli sarebbe stato amore, santo, puro, potente, perfetto. E Dio lo ha dato per primo comando all’uomo: “Crescete, moltiplicatevi”. “Amate perciò, dopo di Me, i vostri figli”. L’amore quale ora è, il generatore attuale dei figli, allora non era. La malizia non era e con essa non era l’esecrata fame del senso[41]. L’uomo amava la donna e la donna l’uomo, naturalmente, non naturalmente secondo natura quale noi l’intendiamo o, meglio, come voi uomini l’intendete, ma secondo natura di figli di Dio: soprannaturalmente[42]. Dolci, primi giorni d’amore fra i due che erano fratelli, perché nati da un Padre unico, e che pure erano sposi, e che nell’amarsi si guardavano con gli innocenti occhi di due gemelli nella cuna; e l’uomo provava l’amor di padre per la compagna “osso delle sue ossa e carne della sua carne”, così come è il figlio per un padre; e la donna conosceva la gioia d’esser figlia, ossia protetta da un amore ben alto, perché sentiva di avere in sé qualcosa di quello splendido uomo che l’amava, con innocenza e angelico ardore, nei bei prati dell’Eden!
27Dopo, nell’ordine dei comandi dati da Dio, con un sorriso, ai suoi pargoli diletti, viene quello che lo stesso Adamo, dotato per la Grazia di una intelligenza seconda solo a quella di Dio, decreta, parlando della compagna e di tutte le donne in lei, il decreto del pensiero di Dio, che si rifletteva netto sul terso specchio dello spirito di Adamo e fioriva in pensiero e in parola: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e i due saranno una carne sola”.
Amore di quarta potenza
28Se non ci fossero stati i tre piloni dei tre amori sopraddetti, avrebbe potuto esserci l’amore di prossimo? No. Non avrebbe potuto esserci. L’amore di Dio fa Dio amico e insegna l’amore. Chi non ama Dio, che è buono, non può certo amare il prossimo, che in maggioranza è difettoso. Se non ci fossero stati amor coniugale e paternità nel mondo, non avrebbe potuto esserci prossimo, perché il prossimo è fatto dei figli nati dagli uomini. Sei persuaso?».
«Sì, Maestro. Non avevo riflettuto».
29«Èinfatti difficile risalire alle sorgenti. L’uomo è ormai confitto da secoli e millenni nel fango, e quelle sorgenti sono talmente sulle cime! La prima, poi, è una sorgente che viene da un abisso di altezza: Dio… Ma Io vi prendo per mano e vi conduco alle sorgenti. So dove sono…»
I “disamori”
30«E gli altri amori?» chiedono insieme Simone Zelote e l’uomo d’Endor.
31«Il primo della seconda serie è quello del prossimo. In realtà è il quarto in potenza. Poi viene l’amore alla scienza. Indi l’amore al lavoro».
«E basta?».
«E basta».
I cavilli dell’Iscariota
32«Ma vi sono molti altri amori!» esclama Giuda Iscariota.
«No. Vi sono altre fami. Ma non sono amori. Sono “disamori”[43]. Negano Dio, negano l’uomo. Non possono perciò essere amori, perché sono negazioni e la negazione è odio».
33«Se io nego di acconsentire al male è odio?» chiede ancora Giuda Iscariota.
«Miseri noi! Ma sei più cavilloso di uno scriba! Mi dici che hai? È l’aria fina di Giudea che ti pizzica i nervi come un crampo?» esclama Pietro.
34«No. Mi piace istruirmi e avere molte idee, e chiare. Qui è facile parlare per l’appunto con scribi. Non voglio rimanere a corto di argomenti».
35«E credi di potere, in quel momento che ti occorre, tirare fuori la filaccia del colore richiesto dal sacco dove zavorri tutti questi cenci?» interroga Pietro.
36«Cenci le parole del Maestro? Tu bestemmi!».
«Non mi fare lo scandalizzato. In bocca a Lui non sono cenci, ma una volta che vengono malmenate da noi lo divengono. Prova tu a dare un bisso prezioso in mano di un bambino… Dopo poco è uno sbrendolo sporco e lacerato. Quello che succede a noi… Ora se tu pretendi di pescare al momento buono il brandellino che ti serve, fra che è brandellino e fra che è sporco… uhm! non so che combinerai».
37«Tu non ci pensare. Sono affari miei».
«Oh! sta’ certo che non ci penso! Ne ho basta dei miei. E poi!… Mi contento che tu non faccia danno al Maestro. Perché, in questo caso, penserei anche agli affari tuoi…»
38«Quando farò male lo farai. Ma non sarà mai, perché io so fare… Non sono un ignorante io…»
«Lo sono io, lo so. Ma, appunto perché lo so, non zavorro nulla per sventolarlo poi al momento buono. Ma mi raccomando a Dio, e Dio mi aiuterà per amore del suo Messia di cui io sono il servo più infimo e più fedele».
«Fedeli siamo tutti!» ribatte arrogante Giuda.
39«Oh! cattivo! Perché offendi il padre mio? È vecchio, è buono. Non devi. Sei un cattivo uomo e mi fai paura» dice Jabé severo, rompendo il silenzio attento in cui era.
40«E due!» esclama a bassa voce Giacomo di Zebedeo urtando col gomito Andrea. Ha parlato piano, ma l’Iscariota ha sentito.
41«Vedi, Maestro, se le parole dello stolto bambino di Magdala hanno lasciato un segno?» dice Giuda acceso di stizza.
Parlando di Maria
I narratori dell’infanzia di Maria.
42«Ma non sarebbe più bello continuare la lezione del Maestro anziché sembrare tanti capretti imbizziti?» chiede il pacifico Tommaso.
43«Ma sì, Maestro. Parlaci ancora di tua Madre. È così luminosa la sua infanzia! Ci fa l’anima vergine per riflesso, ed io, povero peccatore, ne ho tanto bisogno!» esclama Matteo.
«Che vi devo dire? Sono tanti episodi, uno più dolce dell’altro…».
44«Lei te li ha narrati?».
«Qualcuno. Ma molti di più Giuseppe[44], come il più bel racconto a Me fanciullo, e anche Alfeo di Sara che, essendo di pochi anni più vecchio di mia Madre, le fu amico nei brevi anni che Lei fu a Nazareth».
45 «Oh! racconta…» prega Giovanni. Sono tutti in cerchio, seduti all’ombra degli ulivi, con Jabé al centro che guarda fisso Gesù come udisse una paradisiaca fiaba.
Lezione di castità
46«Vi dirò la lezione di castità che diede mia Madre, pochi giorni avanti l’entrata nel Tempio, al suo piccolo amico e a molti altri. Si era sposata quel giorno una fanciulla di Nazareth, parente di Sara, e anche Gioacchino ed Anna erano stati invitati alle nozze. Con essi la piccola Maria, che con altri bambini aveva l’incarico di gettare petali sfogliati sul cammino della sposa. Dicono che era bellissima, da piccina, e tutti se la contendevano dopo la festosa entrata della sposa. Era molto difficile vedere Maria perché Ella viveva molto in casa, amando una grotticella, che Lei chiama tuttora “dei suoi sponsali” più di ogni luogo. Quando perciò era vista, bionda, rosea e gentile, era accasciata dalle carezze. La chiamavano “il fiore di Nazareth”, oppure “la perla di Galilea”, o anche “la pace di Dio” a ricordo di un arcobaleno enorme venuto improvviso al suo primo vagito. Era ed è infatti tutto questo e più ancora. È il Fiore del Cielo e del creato, è la Perla del Paradiso, è la Pace di Dio… Sì, la Pace. Io sono il Pacifico perché sono Figlio del Padre e figlio di Maria: la Pace infinita e la Pace soave.
47Quel giorno tutti la volevano baciare e prendere in grembo. E Lei, schiva di baci e di contatti, disse con una gravità gentile: “Ve ne prego. Non mi sgualcite”. Credettero parlasse della sua veste di lino, cinta di una fascia d’azzurro alla vita, ai piccoli polsi, al collo… oppure della ghirlandetta di fiorellini azzurri di cui Anna l’aveva incoronata per trattenerle a posto i riccioli lievi, e l’assicurarono che non le avrebbero sgualcita né veste né ghirlanda. Ma Lei, sicura, piccola donna di tre anni ritta fra un cerchio di adulti, disse seria: “Non penso a ciò che si ripara. Parlo dell’anima mia. È di Dio. E non vuole esser toccata che da Dio”. Le obbiettarono: “Ma noi baciamo te, non la tua anima. Ed Essa: “Il mio corpo è tempio dell’anima e vi è sacerdote lo Spirito. Il popolo non è ammesso nel recinto sacerdotale. Ve ne prego. Non entrate nel recinto di Dio”.
La Madre della Sapienza
48Alfeo, che aveva allora oltre otto anni e che l’amava molto, fu colpito da questa risposta e il giorno dopo, trovandola presso la sua grotticella, intenta a cogliere fiori, le chiese: “Maria, quando sarai donna mi vorresti per sposo?”. Ancora in lui durava l’effervescenza della festa nuziale a cui aveva assistito.
49Ed Ella: “Io ti amo molto. Ma non ti vedo come uomo. Ti dico un segreto. Io vedo solo l’anima dei viventi. Quella la amo molto, con tutto il cuore. Ma non vedo altro che Dio come “vero Vivente a cui potrò dare me stessa”.
Ecco un episodio».
50«”Vero Vivente”!!! Ma sai che è parola profonda!» esclama Bartolomeo.
E Gesù, umilmente e con un sorriso: «Ella era la Madre della Sapienza».
51«Era?… Ma non aveva tre anni?».
«Era. Io vivevo già in Lei, essendo Dio in Lei, dal suo concepimento, nella sua Unità e Trinità perfettissima»[45].
L’Immacolata concepita.
52«Ma, scusa se io colpevole oso parlare, ma Gioacchino ed Anna sapevano che Ella era la Vergine prescelta?» chiede Giuda Iscariota.
«Non lo sapevano».
«E allora come poté dire Gioacchino che Dio l’aveva salvata in anticipo? Ciò non allude al suo privilegio sulla colpa?».
53«Vi allude. Ma Gioacchino parlava per bocca di Dio, come tutti i profeti. Lui pure non comprese la sublime verità soprannaturale che lo Spirito metteva sulle sue labbra. Perché era un giusto, Gioacchino. Tanto da meritare quella paternità. Ed era un umile. Non vi è infatti giustizia dove è superbia. Lui era giusto ed umile. Consolò la Figlia per amor di padre. L’istruì per sapienza di sacerdote, ché tale era essendo tutore dell’Arca di Dio. La consacrò come pontefice del titolo più dolce: “La Senza Macchia”. Un giorno verrà che un altro canuto pontefice dirà al mondo: “Ella è la Concepita senza Macchia”, e darà al mondo dei credenti questa verità, come articolo di fede non impugnabile, perché nel mondo d’allora, sempre più sprofondantesi in un grigiore nebbioso di eresie e di vizi, splenda, pienamente discoperta, la Tutta Bella di Dio, incoronata di stelle, vestita di raggi di luna meno puri di Lei e, sugli astri appoggiata, la Regina del Creato e dell’Increato. Perché Dio-Re ha per Regina, nel suo Regno, Maria».
54«Allora Gioacchino era profeta?».
«Era un giusto. La sua anima disse come un’eco ciò che Dio diceva alla sua anima amata da Dio».
55«Quando andiamo da questa Mamma, Signore?» chiede con occhi di desiderio Jabé.
Apprensioni di Jabè – Marziam
56«Questa sera. Che le dirai vedendola?».
«Ti saluto, Madre del Salvatore. “Va bene così?»
«Molto bene» conferma Gesù accarezzandolo.
57«Ma oggi non andremo al Tempio?» chiede Filippo.
«Prima di partire per Betania vi andremo. E tu starai buono qui. Non è vero?».
«Sì, Signore».
58La moglie di Giona, il conduttore dell’uliveto, che si è accostata piano piano, dice: «Perché non lo porti? Ne ha desiderio il bambino…»
59Gesù la fissa con insistenza senza parlare. La donna capisce e lo dice: «Ho capito! Ma devo avere ancora un piccolo mantello di Marco. Lo vado a cercare» e corre via lesta.
60Jabé tira Giovanni per una manica: «Saranno severi i maestri?».
«Oh! no. Non avere paura. E poi non è per oggi. In pochi giorni, con la Madre, sarai più sapiente di un dottore» lo conforta Giovanni.
Gli altri sentono e sorridono delle apprensioni di Jabé.
61«Ma chi lo presenterà come fosse il padre?» chiede Matteo.
«Io. È naturale! A meno… che lo voglia presentare il Maestro» dice Pietro.
62«No, Simone. Io non lo farò. Ti lascio questo onore».
«Grazie, Maestro. Ma… ci sarai anche Tu?».
«Certamente. Tutti ci saremo. È il “nostro” bambino…».
Un mantello per Marziam
63Torna Maria di Giona con un mantello viola scuro, ancora buono. Ma che colore! Lei stessa lo dice: «Marco non me lo volle mai usare perché non gli piaceva il colore».
64«Sfido io! È atroce! E il povero Jabé, così olivastro come è, sembra un annegato fra quel viola violento. Ma egli non si vede… e perciò è felice di quel mantello in cui può drappeggiarsi come un adulto.»
65«Il pasto è pronto, Maestro. La servente ha levato ora dallo spiedo l’agnello».
«Andiamo, allora».
E, scendendo dal luogo dove sono, entrano nella vasta cucina per il pasto.
13. Maria SS. rivede il pastore Elia e con Gesù va da Elisa a Betsur[46].
Panorama e fatti del viaggio
46Il tramonto ha inizio quando appare Betsur sulla sua collina, e quasi subito, sulla via secondaria presa per andarvi, ecco i greggi dei pastori e i pastori che accorrono. Ma quando Elia vede che c’è anche Maria, alza le braccia con stupore e resta così, non osando credere a sé stesso.
47«La pace a te, Elia. Sono proprio io. Ti era stato promesso e a Gerusalemme non fu possibile vederci… Ma non ci pensare. Ora ci vediamo» dice dolcemente Maria.
48«Oh! Madre, Madre! …» Elia non sa che dire. Poi finalmente trova: «Ecco, la mia Pasqua la faccio ora. È lo stesso, e meglio ancora».
49«Ma sì, Elia. Abbiamo venduto bene. Possiamo uccidere un agnellino. Oh! siate ospiti della povera tavola…» prega Levi e anche Giuseppe.
50«Questa sera siamo stanchi. Domani. Udite. Conoscete una certa Elisa, sposa ad Abramo di Samuele?».
Elisa di Betsur
Amica-compagna-maestra di Maria
51«Sì. È nella sua casa di Betsur. Ma Abramo è morto e lo scorso anno sono morti i suoi figli. Un male di poche ore il primo, né mai si comprese di che è morto. L’altro andò lentamente e nulla fermò il male. Noi le davamo latte di capra novella, perché i medici lo dicevano buono per il malato. Ne beveva tanto, preso da tutti i pastori, perché la povera madre aveva mandato a cercare chiunque avesse una capra di primo latte nel gregge. Ma non servì a nulla. Quando siamo tornati al piano il giovane non si nutriva più. Quando siamo tornati in adar era morto da due lune».
52«Povera amica mia! Mi voleva bene nel Tempio… un poco parente mi era nell’antenato… Era buona… Uscì, per sposare Abramo al quale era promessa dall’infanzia, due anni prima di me, e la ricordo quando venne per l’offerta del primogenito al Signore. Mi fece chiamare, non me sola, ma mi volle da sola poi per più tempo… E ora è sola… Oh! bisogna che mi affretti a consolarla! Voi restate. Vado con Elia ed entrerò sola. Il dolore vuole rispetto intorno a sé…».
53«Neppure Io, Madre?».
«Tu sempre. Ma gli altri… Neppure tu, piccolino. Sarebbe un dolore. Vieni, vieni, Gesù!».
54«Attendeteci sulla piazza del paese. Cercate un ricovero per la notte. Addio» ordina Gesù a tutti.
55E soli con Elia, Gesù e la Madre vanno fino ad una vasta casa tutta chiusa e silenziosa, alla quale il pastore bussa col suo bastone. Una serva mette il viso al finestrino chiedendo chi è. Maria si fa avanti dicendo: «Maria di Gioacchino e suo Figlio, di Nazareth. Dillo alla tua padrona».
56«È inutile. Non vuole vedere nessuno. Si lascia morire nel pianto».
«Provati».
57«No. So come mi caccia se cerco di distrarla. Non vuole nessuno, vedere nessuno, parlare a nessuno. Solo con il ricordo dei figli parla».
58«Vai, donna. Te lo ordino. Dille: “C’è la piccola Maria di Nazareth, quella che nel Tempio t’era figlia…”. Vedrai che mi vuole».
59La donna se ne va scuotendo il capo. Maria spiega al Figlio e al pastore: «Elisa era molto più vecchia di me. Attendeva nel Tempio il ritorno dello sposo, andato in Egitto per affari di eredità, e vi stette perciò fino ad età insolita. Ha quasi dieci anni di più. Le maestre usavano dare alle piccine delle allieve adulte per guidarle… e lei fu la mia compagna-maestra. Era buona e… Ecco la donna».
60Infatti la servente accorre stupita e apre il portone ben largo: «Entra, entra!» dice. E poi a bassa voce: «Te benedetta che la fai uscire da quella stanza».
61Elia si congeda ed entrano Maria col Figlio.
«Ma quest’uomo, veramente… Per pietà! Ha l’età di Levi…»
62«Lascialo entrare. È mio Figlio e la consolerà più di me».
63La donna si stringe nelle spalle e li precede per il lungo vestibolo di una bella ma triste casa. Tutto è pulito, ma tutto pare morto…
Elisa, vedova sconsolata
64Una donna alta, ma che va curva nelle sue vesti oscure, viene avanti per l’andito in penombra.
65«Elisa! Cara! Sono Maria!» dice Maria correndole incontro e abbracciandola.
66«Maria? Tu… Credevo morta tu pure. Mi era stato raccontato… quando? Non so più!… Ho un vuoto qui nella testa… Mi era stato detto che tu eri morta con molte madri dopo la venuta dei Magi. Ma chi mi ha detto che tu eri la Madre del Salvatore?».
«I pastori forse…»
67«Oh! i pastori!». La donna ha uno scoppio di pianto angoscioso. «Non lo dire quel nome. Mi ricorda l’ultima speranza per la vita di Levi… Eppure… sì… un pastore mi parlò del Salvatore, ed io ho ucciso mio figlio portandolo al posto dove si diceva che era il Messia, presso il Giordano. Ma non c’era nessuno… e mio figlio è tornato in tempo per morire… La fatica, il freddo… io l’ho ucciso… Ma non ho voluto essere assassina. Mi si diceva che Egli, il Messia, guariva i morbi… e l’ho fatto per quello… Ora mio figlio mi accusa di averlo ucciso…»
68«No, Elisa. Sei tu che lo pensi. Ascolta. Io credo che tuo figlio invece mi ha proprio presa per mano dicendo: “Vieni dalla mia cara mamma. Portale il Salvatore. Io sto meglio qui che sulla terra. Ma lei sente solo il suo pianto, e non può udire le parole che io le sussurro fra i baci, povera mamma che è come posseduta da un demone che la tenta alla disperazione, perché ci vuole divisi. Mentre, se lei si rassegna e crede che Dio tutto fa per un fine di bene, saremo uniti per sempre, col padre e col fratello. Gesù lo può fare”. Ed io sono venuta… con Lui… Non lo vuoi vedere? …»
69Maria ha parlato tenendo sempre fra le braccia la sventurata, baciandola sui capelli grigi, e con una dolcezza quale Lei sola la può avere.
70«Oh! fosse vero! Ma perché, perché allora Daniele non è venuto da te, a dirti di venire prima?… Ma chi mi ha detto un tempo che eri morta? Non ricordo… non ricordo… Anche per questo ho aspettato forse troppo a venire dal Messia. Ma avevano detto che era morto Lui, tu, tutti a Betlemme…»
La speranza della risurrezione
71«Non pensare a chi l’ha detto. Vieni, guarda, qui è mio Figlio. Vieni da Lui. Fa contente le tue creature e la tua Maria. Lo sai che soffriamo a vederti così?». E la conduce verso Gesù, che si è messo in un angolo buio e che solo ora si fa avanti, sotto ad un lume che la donna di servizio ha messo su un alto scrigno.
72La povera madre alza il capo… e vedo allora che è l’Elisa che era anche sul Calvario fra le pie donne. Gesù le tende le mani con atto di invito tutto amore. La sventurata lotta un poco, poi gli affida le sue e infine di colpo si abbandona sul petto di Gesù gemendo: «Dimmelo, dimmelo che io non ho colpa della morte di Levi! Dimmelo che essi non sono perduti per sempre! Dimmelo che presto io sarò con loro! …».
73«Sì, sì. Ascolta. Essi sono tripudianti ora che tu sei fra le mie braccia. Presto Io andrò da loro, e che devo loro dire, allora? Che tu non ti rassegni al Signore? Questo devo dire? Le donne d’Israele, le donne di Davide, così forti, così savie, devono avere una smentita in te? No. Tu soffri, ma perché hai sofferto sola. Il tuo dolore e te. Tu e il dolore. Non può sopportarsi allora. Non hai più presenti le parole di speranza su coloro che la morte ci ha presi? “Io vi trarrò dai vostri sepolcri e vi condurrò nella terra di Israele. E voi conoscerete che Io sono il Signore quando avrò aperto le vostre tombe e vi avrò tratti dai vostri sepolcri. Quando avrò infuso in voi il mio spirito avrete vita”[47]. La terra d’Israele, per i giusti addormentati nel Signore, è il Regno di Dio. Io lo aprirò e lo darò a quelli che attendono».
74«Anche al mio Daniele? Anche al mio Levi?… Aveva tanto ribrezzo della morte!… Non poteva pensare di essere lontano dalla sua mamma. Per questo io volevo morire e andare al suo fianco nel sepolcro…».
75«Ma là essi non erano con la loro parte viva. Là erano le cose morte che non potevano udirti. Essi sono nel luogo di attesa…».
76«Ma c’è proprio? Oh! non ti fare scandalo di me. La mia memoria se ne è andata in pianto! Ho il capo pieno del rumore del pianto e del rantolo dei figli. Quel rantolo! Quel rantolo!… Mi ha disciolto il cervello. Non ho che quel rantolo qui dentro…»
78«Ed Io ti ci metterò le parole della vita. Seminerò la Vita, perché Vita Io sono, dove è il fragore della morte. Ricorda il grande Giuda Maccabeo che volle fatto un sacrificio per i morti[48], rettamente pensando che essi sono destinati a risorgere, e che occorre loro accelerare la pace con opportuni sacrifici. Se Giuda il Maccabeo non fosse stato certo della risurrezione, avrebbe pregato e fatto pregare per i morti? Egli invece, come è scritto, pensò che grande ricompensa è riserbata a coloro che muoiono piamente, come certo i tuoi figli fecero… Vedi che dici di sì? Or dunque non disperare. Ma santamente prega per i tuoi morti perché i loro peccati siano annullati prima della mia venuta a loro. Allora, senza un attimo di attesa, verranno con Me in Cielo. Perché Io sono la Via, la Verità e la Vita, e conduco e dico il Vero e do Vita a chi crede al mio Vero e mi segue. Dimmi. I tuoi figli credevano nella venuta del Messia?».
«Certo, Signore. Lo avevano imparato da me questo credere».
79«E Levi credeva possibile la guarigione per mio volere?».
«Sì, Signore. Speravamo in Te ma… non è giovato… ed egli è morto sconfortato dopo avere tanto sperato…». Il pianto della donna riprende più calmo ma più desolato, nella sua calma, di quanto non fosse nella furia di prima.
80«Non dire che non è giovato. Chi crede in Me, anche se è morto, vivrà in eterno… La sera scende, donna. Io raggiungo i miei apostoli. Ti lascio la Madre mia…»
Maria Ss. resta con Elisa
81«Oh! resta Tu pure!… Ho paura che, andando via Tu, mi riprenda quel tormento… Comincia appena appena a calmarsi la bufera sotto il suono delle tue parole…»
82«Non temere! Hai Maria con te. Domani verrò di nuovo. Ho alcune cose da dire ai pastori. Posso dire loro di venire presso la tua casa? …»
83«Oh! sì. Ci venivano anche lo scorso anno per il figlio mio… Dietro alla casa è un orto e poi un rustico cortile. Possono andare là, come facevano allora per tenere raccolte le greggi…».
84«Va bene. Verrò. Sii buona. Ricordati che Maria nel Tempio era affidata a te. Io pure te l’affido questa notte».
85«Sì, sta’ quieto. La curerò, la… Dovrò pensare alla sua cena, al suo riposo… Quanto è che non penso a queste cose! Maria, vuoi dormire nella mia stanza come faceva Levi nella sua malattia? Io nel letto del figlio, tu nel mio. E mi sembrerà di risentire il suo respiro leggero… Mi teneva sempre per mano…».
«Sì, Elisa. E prima parleremo di tante cose».
«No. Sei stanca. Devi dormire».
«Tu pure…»
«Oh! io! Non dormo più da mesi… Piango… piango… Non so fare altro…».
86«Questa sera invece pregheremo e poi andremo nel letto e tu dormirai… Dormiremo con la mano nella mano anche noi due. Va’ pure, Figlio, e prega per noi…».
87«Vi benedico. La pace sia con voi e a questa casa!». E Gesù se ne va con la servente, che è di stucco e non fa che ripetere: «Che miracolo, Signore! Che miracolo! Dopo tanti mesi ha parlato, ha pensato… Oh! che cosa!… Dicevano che moriva folle… E ne avevo pena perché è buona».
88«Sì, è buona, e Dio l’aiuterà perciò. Addio, donna. La pace anche a te».
89Gesù esce nella strada semibuia e tutto ha fine.
14. La fecondità del dolore nel discorso di Gesù presso la casa di Elisa a Betsur[49].
Gli amici di Elisa
1La notizia che Elisa si è persuasa ad uscire dalla sua melanconia tragica si deve essere sparsa per il paese, tanto che quando Gesù, seguito da apostoli e discepoli, va verso la casa, attraversando il paese, molta gente lo osserva attentamente e anche interroga questo o quel pastore per avere spiegazioni su di Lui, su come mai è venuto, su chi sono quelli che sono con Lui, e chi è il bambino, e chi le donne, e che medicina ha dato a Elisa per trarla dalle oscurità della pazzia così subito, non appena apparso, e che farà, e che dirà… E chi più ha voglia di mettere domande ne metta…
2Ultima a farsi è la domanda: «Non si potrebbe venire noi pure?», al che i pastori rispondono: «Questo non lo sappiamo. Bisogna chiederlo al Maestro. Andateci».
3«E se ci tratta male?».
«Egli non tratta male neppure i peccatori. Andate, andate. Ne avrà piacere».
4Un gruppo di persone – donne e uomini per lo più molto adulti, dell’età di Elisa – si consultano e poi vanno avanti, si avvicinano a Gesù, che parla con Pietro e Bartolomeo, e chiamano un poco incerti: «Maestro…»
5«Che volete?» domanda Bartolomeo.
«Parlare col Maestro per chiedere…»
6«La pace venga a voi. Quali domande volete farmi?».
Quelli si rinfrancano davanti al suo sorriso e dicono: «Siamo tutti amici di Elisa, della sua casa. Abbiamo sentito che ella è guarita. Vorremmo vederla. E sentire Te. Possiamo venire?».
«A sentire Me certo. A vedere lei no, amici. Mortificate l’amicizia e anche la curiosità. Perché c’è anche questa. Abbiate rispetto per un grande dolore che non va turbato».
7«Ma non è guarita?».
«Si volge alla Luce. Ma quando cessa la notte viene di un subito il meriggio? E quando si accende un focolare spento la fiamma viene subito forte? Lo stesso è per Elisa. E se un vento intempestivo si avventa sulla fiammella che sorge, non la spegne forse? Abbiate perciò prudenza. La donna è tutta una ferita. Anche l’amicizia potrebbe esasperarla, perché ha bisogno di riposo, di silenzio, di una solitudine non più tragica come era quella di ieri, ma di una solitudine rassegnata, per ritrovare sé stessa…»
8«Allora quando mai la vedremo?».
«Più presto che non vi pensiate. Perché ormai è messa nella scia della salute. Ma se sapeste cosa è uscire da quelle tenebre! Sono peggio della morte. E chi ne esce, in fondo, ha vergogna di esservi stato e che il mondo lo sappia».
9«Sei medico?».
«Sono il Maestro».
La convalescente
10Sono giunti davanti alla casa. Gesù si volge ai pastori: «Andate nel cortile. Venga pure con voi chi vuole. Ma che nessuno faccia rumore e non oltrepassi il cortile. Vegliate anche voi» dice agli apostoli «perché ciò avvenga. E voi (parla a Salome e a Maria d’Alfeo) badate che il bambino non faccia chiasso. Addio». E bussa alla porta mentre gli altri scantonano per una viuzza e vanno dove devono.
11La servente apre. Gesù entra fra gli inchini ripetuti della servente.
12«Dove è la tua padrona?».
«Con tua Madre… e, pensa! è scesa nel giardino! Una cosa! Una cosa! E ieri sera è venuta nella stanza dei pasti… Piangeva, ma c’è tornata. Io avrei voluto prendesse anche il cibo invece del goccio di latte solito, ma non ci sono riuscita!».
13«Lo prenderà. Non insistere. Sii paziente anche nel tuo amore per la padrona».
«Sì, Salvatore. Farò tutto quello che dici».
14Io credo infatti che, se Gesù dicesse alla donna di fare le cose più strane, ella le farebbe senza discutere, tanto è persuasa che Gesù è Gesù e che tutto quanto fa è bene. Intanto lo accompagna in un vasto orto-giardino pieno di piante da frutta e di fiori. Ma se le piante da frutto hanno pensato da loro a vestirsi di foglie e a fiorire, a legare i frutticini ed a crescerli, le povere piante da fiore, non più curate da oltre un anno, sono divenute un bosco nano e intricato, dove le piante più deboli e basse di fusto soffocano sotto il peso delle più forti. Aiuole, sentieri, tutti annullati in un unico caotico groviglio. Solo nel fondo, dove le necessità della servente hanno seminato insalate e legumi, vi è un poco di ordine.
15Maria è con Elisa sotto una scapigliatissima pergola che lascia cadere fino a terra tralci e viticci. Gesù si ferma e guarda la sua giovane Madre che, con arte finissima, sveglia e dirige la mente di Elisa a cose ben diverse di quanto erano fino a ieri i pensieri della desolata.
16La servente va dalla padrona e dice: «È venuto il Salvatore».
Le donne si volgono venendo verso di Lui, l’una col suo dolce sorriso, l’altra col suo viso stanco e smarrito.
17«La pace a voi. Bello questo giardino…»
«Era bello…» dice Elisa.
18«È fertile la terra. Guarda quante belle frutta si avviano a maturare! E quanti fiori questi rosai! E là? Sono gigli?».
«Sì, intorno ad una vasca dove tanto giocavano i miei bambini. Ma allora era ordinata… Ora è tutto rovinato qui. E non mi pare più il giardino dei miei figli».
19«In pochi giorni tornerà come prima. Ti aiuterò io. Vero, Gesù? Tu mi lasci per qualche giorno, qui con Elisa. Abbiamo tanto da fare.»
«Tutto quanto tu vuoi Io lo voglio».
Elisa lo guarda e mormora: «Grazie».
20Gesù la carezza sulla testa canuta e poi si accomiata per andare dai pastori. Le donne restano nel giardino, ma dopo poco, quando si sente la voce di Gesù, che saluta i presenti, spargersi nell’aria quieta, Elisa, come attirata da una forza irresistibile, si accosta lentamente ad una siepe molto alta, oltre la quale è il cortile. Gesù parla prima ai tre pastori. È proprio vicino alla siepe, avendo di fronte gli apostoli e quei cittadini di Betsur che lo hanno seguito. Le Marie col bambino sono sedute in un angolo.
Da semplici pastori a discepoli del Messia
21Gesù dice: «Ma siete obbligati da contratto oppure potete liberarvi dall’impegno in ogni tempo?».
«Ecco, veramente siamo servi liberi. Ma lasciarlo subito, ora che le greggi richiedono tante cure e che è difficile trovare pastori, non ci sembra bello».
22«Bello non è. Ma non è necessario subito. Ve lo dico in tempo perché provvediate con giustizia. Vi voglio liberi. Per unirvi ai discepoli e darmi aiuto…»
23«Oh! Maestro! …» I tre sono in estasi dalla gioia.
«Ma saremo capaci?» dicono poi.
24«Non ne ho dubbio. Allora è inteso. Non appena lo potete fare, vi unite a Isacco».
«Sì, Maestro».
25«Andate pure fra gli altri. Dirò due parole alla gente».
E lasciati i pastori si volge alla folla.
Servire Dio nel prossimo (discorso)
Compito degli evangelizzatori
26«La pace sia con voi. Ieri ho sentito parlare due grandi sventurati. L’uno all’aurora della vita, l’altra al tramonto: due anime che piangevano la loro desolazione. Ed ho pianto nel mio cuore con loro, vedendo quanto dolore è sulla terra e come solo Dio lo può sollevare. Dio! La conoscenza esatta di Dio, della sua grande, infinita bontà, della sua costante presenza, delle sue promesse. Ho visto come l’uomo può essere torturato dall’uomo e come può essere travolto dalla morte in desolazioni, sulle quali lavora Satana per aumentare il dolore e per creare rovine. Mi sono detto allora: “Non devono i figli di Dio soffrire di questa tortura nelle torture. Diamo la conoscenza di Dio a chi la ignora, ridiamola a chi l’ha dimenticata sotto bufere di dolore”. Ma anche ho visto che da Me solo non basto più agli infiniti bisogni dei fratelli. E ho deciso di chiamare molti, in numero sempre più grande, perché tutti coloro che hanno bisogno del conforto della conoscenza di Dio lo possano avere.
27Questi dodici sono i primi. Come secondi Me sono capaci di condurre a Me, e perciò al conforto, tutti coloro che piegano sotto pesi troppo grandi di dolore. In verità Io ve lo dico: venite a Me, voi tutti che siete addolorati, disgustati, col cuore ferito, stanchi, ed Io condividerò il vostro dolore e vi darò pace. Venite, attraverso ai miei apostoli, attraverso ai miei discepoli e discepole che ogni giorno si aumentano di nuovi volonterosi. Troverete il conforto nei vostri dolori, la compagnia nelle vostre solitudini, l’amore dei fratelli a farvi dimenticare l’odio del mondo; troverete, alto su tutti, consolatore sopra tutti, compagno perfetto, l’amore di Dio. Non dubiterete più di niente. Non direte mai più: “Tutto è finito per me!”. Ma direte: “Tutto per me ha inizio in un mondo soprannaturale che abolisce le distanze e annulla le separazioni”, per cui i figli orfani saranno riuniti coi genitori assurti al seno d’Abramo, e i padri e le madri, le spose e i vedovi, ritroveranno i figli perduti e il perduto consorte.
Noemi e Rut
28In questa terra di Giudea, ancora prossima a Betlemme di Noemi, Io vi ricordo che l’amore solleva dal dolore e rende gioia.
29Guardate, voi che piangete, la desolazione di Noemi dopo che la sua casa rimase senza uomini. Udite le sue parole di sconfortato commiato ad Orfa e a Rut: “Tornatevene alla casa di vostra madre. Il Signore usi misericordia con voi come voi l’avete usata a quelli che sono morti e con me…”. Udite le sue stanche insistenze. Non sperava più nulla dalla vita colei che un tempo era Noemi la bella e che ora era la tragica Noemi spezzata dal dolore, ma solo tornare, per morire, nei luoghi in cui era stata felice nel tempo della sua giovinezza fra l’amore del marito e i baci dei figli. Diceva: “Andate, andate. Inutile venire con me… Io sono come una morta… La mia vita non è più qui, ma là, nell’oltre vita dove essi sono. Non sacrificate più la vostra giovinezza al fianco di una cosa che muore. Perché realmente io sono ‘una cosa’. Tutto m’è indifferente. Dio tutto mi ha preso… Sono un’angoscia. E farei la vostra angoscia… ed essa mi peserebbe sul cuore. E il Signore me ne chiederebbe ragione, Lui che mi ha già tanto percossa, perché tenere voi, vive, presso me morta, sarebbe egoismo. Andate dalle vostre madri…”
30Ma Rut rimase a sorreggere la dolente vecchiaia. Rut aveva compreso che ci sono dolori sempre più grandi del proprio, e che il suo di giovane vedova era più lieve di quello della donna che aveva perduto, oltre che il marito, i due figli; così come il dolore dell’orfano bambino, che si vede costretto a vivere mendicando, senza mai più carezze, senza più consigli buoni, è ben più grande di quello della madre orbata dei figli; così come il dolore di chi, per un complesso di motivi, giunge all’odio contro l’uman genere e vede in ogni uomo un nemico da cui deve difendersi e temere, è ancora più grande degli altri dolori, perché coinvolge non solo carne e sangue e mente, ma lo spirito con i suoi doveri e diritti soprannaturali, e lo porta a perdersi. Quante madri senza figli per i figli senza madre vi sono nel mondo! Quante vedove senza prole vi sono per essere pietose alle vecchiezze solitarie! Quanti vi sono, fatti privi di amori perché siano tutti per gli infelici, con il loro bisogno di amare e combattere così l’odio, dando, dando, dando amore all’umanità infelice, che sempre più soffre perché sempre più odia!
Volontà di servire
31Il dolore è croce, ma è anche ala. Il lutto spoglia ma per rivestire. Sorgete, voi che piangete! Aprite gli occhi, uscite dagli incubi, dalle tenebre, dagli egoismi! Guardate… Il mondo è la landa dove si piange e muore. E grida: “aiuto!” il mondo, per le bocche degli orfani, dei malati, dei soli, dei dubbiosi, per le bocche di quelli che un tradimento, che una crudeltà fanno prigionieri del rancore. Andate a questi che gridano. Dimenticatevi fra i dimenticati! Guarite fra i malati! Sperate fra i disperati! Il mondo è aperto alle buone volontà di servire Dio nel prossimo e di conquistarsi il Cielo: l’unione con Dio e la riunione con coloro che piangiamo. Qui è la palestra. Là è il trionfo. Venite. Imitate Rut presso tutti i dolori. Dite voi pure: “Io sarò con voi fino alla morte”. E se anche vi risponderanno, queste sventure che si credono insanabili: “Non chiamatemi più Noemi, ma chiamatemi Mara perché Dio mi ha colmata d’amarezze”, persistete. Ed Io in verità vi dico che un giorno, per il vostro persistere, queste sventure esclameranno: “Sia benedetto il Signore che mi ha levata dall’amarezza, dalla desolazione, dalla solitudine, per opera di una creatura che ha saputo far fruttificare il suo dolore in bene. Dio la benedica in eterno perché ella è la mia salvatrice”.
32L’atto buono di Rut presso Noemi, pensatelo, dette al mondo il Messia, perché da David di Isai, da Isai di Obed, viene il Messia, come Obed da Booz, Booz da Salmon, Salmon da Nahasson, Nahasson da Aminadab, Aminadab da Aram, Aram da Esron, Esron da Fares sono venuti, per popolare i campi di Betlemme preparando gli antenati del Signore. Ogni atto buono è origine a grandi cose. Quali voi non vi pensate. E lo sforzo di uno sul proprio egoismo può provocare un’onda tale d’amore che è capace di salire, salire, tenendo fra la sua limpidezza colui che l’ha provocata, sino a portarlo ai piedi dell’altare, al cuore di Dio. Dio vi dia pace».
33E Gesù, senza tornare nel giardino dalla porticina aperta fra la siepe, veglia acciò nessuno si accosti alla siepe, oltre la quale viene un lungo pianto… Solo quando tutti quelli di Betsur se ne sono andati, si allontana coi suoi senza turbare quel pianto salutare…
15. La madre di Giuda si confida con la Madre di Gesù, giunta a Keriot con Simone Zelote[50].
Nella bella casa di Giuda.
A mensa
1Gesù è per andare a mensa nella bella casa di Giuda insieme a tutti i suoi. E dice alla madre di Giuda, venuta dalla sua casa di campagna per ospitare degnamente il Maestro: «No, madre, anche tu devi stare con noi. Qui siamo come una famiglia. Non è il banchetto freddo e compassato degli ospiti casuali. Io ti ho preso un figlio e voglio che tu mi prenda come un figlio, così come Io ti prendo come una madre, perché ne sei ben degna. Non è vero, amici, che così ci sentiremo tutti più contenti e più a nostro agio?».
2Gli apostoli e le due Marie annuiscono con calore. E la madre di Giuda, con un grande luccichio nelle pupille, deve sedersi fra suo figlio e il Maestro, che ha di fronte le due Marie con Marziam al centro. La servente porta le vivande e Gesù offre e benedice e poi spartisce, perché su questo la madre di Giuda è inflessibile. E spartisce sempre cominciando da lei, cosa che sempre più commuove la donna e inorgoglisce Giuda, e nello stesso tempo lo fa pensoso.
Porfiria, donna quieta, casta e silenziosa
3I discorsi vertono su diversi argomenti, e Gesù cerca interessarne la madre di Giuda e di affiatarla con le due discepole. Molto a questo serve Marziam, che dichiara che lui vuole già molto bene anche alla madre di Giuda «perché si chiama Maria come tutte le donne che sono buone».
4«E a quella che ci aspetta là sul lago non vorrai bene, cattivello?» chiede Pietro semiserio.
«Oh! molto bene, se sarà buona».
5«Per questo ne puoi essere sicuro. Lo dicono tutti e lo devo dire anche io che, se è sempre stata mansueta con sua madre e con me, è proprio segno che è buona. Ma non si chiama Maria, figlio. Ha uno strambo nome, perché il padre le mise quello della cosa che gli aveva dato ricchezza e Porfirea la volle chiamare. La porpora è bella e preziosa. Mia moglie non è bella, ma è preziosa per la sua bontà. E io le ho voluto bene perché era tanto quieta, casta, silenziosa. Tre virtù… eh! non sono facili a trovarsi! L’avevo sbirciata fin da quando era una fanciulla. Scendevo a Cafarnao col pesce e la vedevo alle reti, oppure alla fonte, o anche nell’orto di casa lavorare e tacere, e non era la svagata farfalla che vola qua e là, e neppure la sventata gallinella che gira l’occhio per ogni chicchirichì di gallo. Non alzava mai il capo anche se sentiva voci d’uomo e quando io, innamorato della sua bontà e delle sue splendide trecce, le sue uniche bellezze, e anche… sì, e anche impietosito per la sua condizione di schiava in famiglia, le ho rivolto i primi saluti – allora aveva sedici anni – lei ha risposto a mala pena, calando ancora di più il suo velo e ritirandosi ancora di più in casa. Eh! ce n’è voluto per capire se non le parevo un orco e per mandare avanti il paraninfo!… Ma non me ne pento. Potevo girare tutta la terra, ma un’altra così non la trovavo. Non è vero, Maestro, che è buona?».
6«Molto buona. E sono sicuro che Marziam l’amerà anche se non si chiama Maria. Non è vero, Marziam?».
«Sì. Quella si chiama “mamma”, e le mamme sono buone e si amano».
A due a due per evangelizzare.
7Poi Giuda racconta quanto ha fatto nella giornata. Comprendo che è andato lui ad avvisare la madre della loro venuta, e che poi ha iniziato a parlare nelle campagne di Keriot avendo a compagno Andrea. Dice poi: «Domani vorrei veniste tutti, però. Non voglio brillare da me. Andremo, per quanto si può, un giudeo e un galileo. Io con Giovanni, per esempio, e Simone con Tommaso. Se venisse l’altro Simone! Però voi due (e accenna ai figli di Alfeo) potete andare da voi. Ho detto anche a chi non lo voleva sapere che siete i fratelli del Maestro. E anche voi due (e accenna Filippo e Bartolomeo) potete andare insieme. Ho detto che Natanaele è un rabbi venuto al seguito del Maestro. È cosa che fa impressione. E.… rimanete voi tre. Ma appena viene lo Zelote si potrà fare una coppia di più. E poi ci alterneremo perché voglio vi conoscano tutti…». Giuda è pieno di brio. «Ho parlato sul decalogo, Maestro, cercando di illustrare specialmente le parti in cui so che questa zona più manca…».
8«Non avere la mano pesante, Giuda. Te ne prego. Abbi sempre presente che ottiene di più la dolcezza che l’intransigenza e che sei uomo tu pure. Perciò esaminati e rifletti come è facile anche a te cascare e come ti irriti per rimproveri troppo aperti» dice Gesù, mentre la madre di Giuda piega la testa avvampando nel volto.
9«Non temere, Maestro. Mi sforzo di imitare Te in tutto. Però, nel paese che vediamo anche da quella porta (mangiano a porte aperte e si vede un bell’orizzonte da questa camera sopraelevata) vi è un infermo che vorrebbe guarire. E non lo si può trasportare. Potresti venire con me?».
10«Domani, Giuda. Domani mattina senza fallo. E se vi sono altri malati ditemelo o conducetemeli».
11«Vuoi proprio beneficare la mia patria, Maestro?»
«Sì. Perché non si dica che sono stato ingiusto verso chi non mi ha fatto del male. Benefico anche i malvagi! Perché allora non i buoni di Keriot? Voglio lasciare un ricordo indelebile di Me…».
12«Ma come? Non torniamo più qui?».
«Ci torneremo ancora, ma…».
Le madri dei segnati
La Madre di Gesù.
13«Ecco la Madre, la Madre con Simone!» trilla il bambino, che vede Maria e Simone salire la scala che conduce alla terrazza su cui è la stanza.
14Tutti si alzano in piedi e vanno incontro ai due che giungono. Rumore di esclamazioni, di saluti, di sedili smossi. Ma nulla distrae Maria dal salutare per primo Gesù e poi la madre di Giuda, che si è profondamente inchinata e che Maria invece rialza e abbraccia come fosse una cara amica ritrovata dopo un’assenza.
15Rientrano nella stanza e Maria di Giuda ordina alla servente nuovi cibi per i sopraggiunti. «Ecco, Figlio, il saluto di Elisa» dice Maria e dà un piccolo rotolo a Gesù, che lo apre e legge, dicendo poi: «Lo sapevo. Ne ero certo. Grazie, Mamma. Per Me e per Elisa. Tu sei veramente la Salute degli infermi!».
16«Io? Tu, Figlio. Non io».
«Tu; e sei il mio più grande aiuto». Poi si volge agli apostoli e alle discepole e dice: «Elisa scrive: “Torna, mia Pace. Ti voglio non solo amare, ma servire”. E così abbiamo levato dalla angoscia, dalla melanconia una creatura, e ci siamo guadagnati una discepola. Ci torneremo, sì».
17«Vuole conoscere anche le discepole. Viene lentamente, ma senza soste. Povera cara! Ha ancora dei momenti di smarrimento pauroso. Vero, Simone? Un giorno volle provare ad uscire con me, ma vide un amico del suo Daniele… e faticammo molto a calmare il suo pianto. Ma Simone è così bravo! E mi ha suggerito, posto che mostra il desiderio di ritornare nel mondo, ma che il mondo di Betsur è troppo pieno di ricordi per lei, di chiamare Giovanna. È andato lui a chiamarla. Era tornata, dopo le feste, a Bètér presso i suoi splendidi roseti di Giudea. Dice Simone che gli è sembrato un sogno, attraversando quelle colline tutte a roseto, che gli pareva d’essere nel Paradiso. È venuta subito. Lei può capire e compatire una madre che piange i figli! Elisa le si è molto affezionata ed io sono venuta. Giovanna la vuole persuadere ad uscire da Betsur e ad andare nel suo castello. E ci riuscirà, perché è dolce come una colomba ma ferma come un granito nei suoi voleri».
18«Andremo a Betsur nel ritorno e poi ci separeremo. Voi discepole resterete con Elisa e Giovanna per qualche tempo. Noi andremo per la Giudea e ci ritroveremo a Gerusalemme per la Pentecoste» …
La madre dell’Iscariota
19Maria SS. e Maria madre di Giuda sono insieme. Non nella casa di città, ma in quella di campagna. Sono sole. Gli apostoli con Gesù sono fuori, le discepole col bambino sono per lo splendido pometo e si sentono le loro voci unite al rumore di panni sbattuti sui lavatoi. Forse fanno il bucato mentre il bambino giuoca. La madre di Giuda, seduta in una stanza in penombra a fianco di Maria, parla alla stessa: «Questi giorni di pace rimarranno come un dolce sogno in me. Troppo brevi! Troppo! Comprendo che non si deve essere egoisti e che è giusto che voi andiate da quella povera donna e da tanti altri infelici. Ma se potessi! Se potessi fermare il tempo, o venire con voi!… Ma non posso. Non ho parenti all’infuori di mio figlio e devo curare i beni della casa…»
20«Comprendo… Separarti dal figlio ti è dolore. Noi madri vorremmo sempre essere con i figli. Ma noi li diamo per una ben grande ragione, e non li perdiamo. Neppure la morte ce li leva i figli, se sono loro, e se siamo noi, in grazia agli occhi di Dio. Ma noi li abbiamo ancora sulla terra, anche se la volontà di Dio li strappa al nostro seno per darli al mondo per il suo bene. Possiamo sempre raggiungerli, e anche l’eco delle loro opere ci dà come una carezza al cuore, perché le loro opere sono il profumo della loro anima».
21«Cosa è tuo Figlio per te, Donna?» chiede piano Maria di Giuda.
E Maria SS., sicura, risponde: «È la mia gioia».
«La tua gioia!!!…» e poi uno scoppio di pianto mentre la madre di Giuda si curva su sé stessa come per nascondere questo pianto. Tocca quasi con la fronte i ginocchi tanto si curva su sé stessa.
Madre infedele
22«Perché piangi, mia povera amica? Perché? Dillo a me. Io sono felice nella mia maternità, ma so capire anche le madri non felici…».
«Sì. Non felici! E io ne sono una. Tuo Figlio è la tua gioia… Il mio è il mio dolore. Lo è stato almeno. Ora, da quando è con tuo Figlio, meno mi affligge. Oh! fra tutti quelli che pregano per la tua santa Creatura, acciò abbia bene e trionfo, non ce ne è una, dopo te, beata, che preghi quanto questa infelice che ti parla… Dimmi il vero: che pensi tu di mio figlio? Siamo due madri, l’una di fronte all’altra; fra noi è Dio. E parliamo dei nostri figli. Tu non puoi che trovare facile parlare del… io devo far forza a me stessa per parlarne. Ma pure quanto bene, o quanto dolore, mi può venire da questo parlarne! E anche se è dolore sarà sempre un sollievo averne parlato…
23Quella donna di Betsur fu quasi folle per la morte dei figli, non è vero? Ma io ti giuro che delle volte ho pensato e penso, guardando il mio Giuda bello, sano, intelligente, ma non buono, non virtuoso, non dritto di animo, non sano di sentimenti, che preferirei piangerlo morto piuttosto che saperlo… che saperlo molto inviso a Dio. Tu, dimmi, che pensi di mio figlio? Sii schietta. È più di un anno che questa domanda mi brucia il cuore. Ma a chi chiedere? Ai cittadini? Essi non sapevano ancora che il Messia era, e che Giuda voleva andare con Lui. Io lo sapevo. Me lo aveva detto venendo qui dopo la Pasqua, esaltato, violento, come sempre quando lo prende un capriccio e come sempre sprezzante dei consigli di sua madre. Ai suoi amici di Gerusalemme? Una santa prudenza e una pia speranza me ne trattenevano. Non volevo dire a quelli, che io non posso amare perché tutto sono fuorché santi: “Giuda segue il Messia”. E speravo che il capriccio cadesse come tanti altri, come tutti, costando magari lacrime e desolazioni, come per più di una fanciulla che qui e altrove egli innamorò di sé e poi mai prese per sposa.
24Non sai che ci sono luoghi dove egli non va più perché potrebbe incontrare un giusto castigo? Anche l’essere del Tempio fu un capriccio. Non sa ciò che si vuole. Mai. Suo padre, Dio lo perdoni, lo ha guastato. Io non ho mai avuto voce presso i due uomini della mia casa. Ho solo dovuto piangere e riparare con umiliazioni d’ogni sorta… Quando è morta Joanna – e, benché nessuno lo dicesse, io so che morì di dolore quando, dopo aver aspettato per tutta la sua giovinezza, Giuda dichiarò che egli non voleva moglie, mentre poi era noto che a Gerusalemme aveva mandato amici ad interrogare una donna ricca e con empori fino a Cipro per la figlia sua – io ho dovuto piangere molto, molto per i rimproveri della madre della fanciulla morta, come se io fossi complice del figlio mio. No. No lo sono. Ma non sono nulla presso di lui. Lo scorso anno, quando fu qui il Maestro, compresi che Egli aveva capito… e fui per parlare. Ma è doloroso, doloroso è per una madre dover dire: “Temi di mio figlio. È un avido, un duro di cuore, un vizioso, un superbo, un instabile”. È questo… io prego perché un miracolo, Lui che ne fa tanti, tuo Figlio lo faccia sul mio Giuda… Ma tu, tu, dimmi: che pensi di lui?».
Pregare Dio di fare per il meglio.
25Maria, che è sempre rimasta zitta e con espressione di pietoso dolore davanti a questo lamento materno, al quale non può il suo animo retto dare smentita, dice piano: «Povera madre!… Che penso? Sì, tuo figlio non è l’anima limpida di Giovanni, né il mite Andrea, né il fermo Matteo che si è voluto cambiare ed è cambiato. È.… instabile, sì, è così. Ma pregheremo tanto per lui, io e te. Non piangere. Forse nel tuo amore di madre, che vorrebbe potersi gloriare del figlio, tu lo vedi più deforme di quanto non sia…».
«No! No! Io vedo giusto e ho tanta paura».
26La stanza è piena del pianto della madre di Giuda, e nella penombra biancheggia il volto di Maria, fatto più pallido da questa confessione materna che acuisce tutti i sospetti della Madre del Signore. Ma Ella si domina. Attira a sé la madre non felice e la carezza mentre questa, rotte le dighe di ogni ritegno, narra confusamente, affannosamente tutte le durezze, le esigenze, le violenze di Giuda, e termina: «Io arrossisco per lui quando mi vedo fatta segno ad atti di amore di tuo Figlio! Io non glielo chiedo. Ma sono sicura che, oltre che per la sua bontà, Egli lo fa per dire, con l’atto, a Giuda: “Ricordati che così si tratta la madre”. Ora, ora pare tutto buono… Oh! fosse vero! Aiutami, aiutami con la preghiera, tu che sei santa, perché mio figlio non sia un indegno della grande grazia che Dio gli ha concesso! Se non mi vuole amare, se non sa essere riconoscente a me, che l’ho partorito e allevato, non è nulla. Ma che sappia amare, realmente, Gesù; che sappia servirlo con fedeltà e riconoscenza. Se ciò non deve essere, allora… allora Dio gli levi la vita. Preferisco averlo nel sepolcro, lo avrei finalmente, perché da quando ebbe la ragione ben poco fu mio. Morto, anziché cattivo apostolo. Posso pregare così? Che dici tu?».
27«Prega il Signore che faccia per il meglio. Non piangere più. Ho visto meretrici e gentili ai piedi del Figlio mio, e con essi pubblicani e peccatori. Divenuti tutti agnelli per la sua Grazia. Spera, Maria, spera. Le pene delle madri salvano i figli, non lo sai? …»
28E con questa pietosa domanda cessa ogni cosa.
16. Guarigione dell’emorroissa e resurrezione della figlia di Giairo[51].
Fede della emorroisa.
Gesù benevolo e paziente (Mc 5,21; Lc 8,40)[52].
1Apparsa mentre prego molto stanca e crucciata e perciò proprio nelle peggiori condizioni per pensare a simili cose di mio. Ma stanchezza fisica, mentale e cruccio si sono dileguati al primo apparire del mio Gesù, e scrivo.
2Egli è per una strada assolata e polverosa che bordeggia la riva del lago. Si incammina verso il paese circondato da gran folla, che l’attendeva di certo e che gli si pigia attorno nonostante che gli apostoli lavorino di braccia e di spalle per fargli largo e alzino la voce per indurre la folla a lasciare un poco di posto.
3Ma Gesù non è inquieto per tanta confusione. Più alto di tutta la testa di chi lo circonda, guarda con un dolce sorriso la turba che gli si stringe intorno, risponde ai saluti, accarezza qualche bambino che riesce a insinuarsi fra la siepe degli adulti e giunge a venirgli vicino, posa la mano sul capo degli infanti che le madri sollevano oltre il capo dei presenti perché Egli li tocchi. E cammina intanto. Lentamente, pazientemente, in mezzo a questo vocio e a queste continue pressioni che infastidirebbero chiunque.
Pianto del sinagoga (Mt 9,18; Mc5,21-23;Lc 8,40-42)[53].
4Una voce d’uomo grida: «Fate largo, fate largo». È una voce affannata e deve essere conosciuta da molti e rispettata come quella di persona influente, perché la folla si apre, con molta fatica tanto è pigiata, e lascia passare un uomo sulla cinquantina, tutto coperto da un Vestone lungo e sciolto e con una specie di fazzoletto bianco intorno al capo e ricadente con le falde lungo il viso e il collo.
5Giunto davanti a Gesù, si prostra ai suoi piedi e dice: «Oh! Maestro, perché sei stato via tanto tempo? La mia bambina è tanto malata. Nessuno la può guarire. Tu solo sei la speranza mia e della madre. Vieni, Maestro. Ti attendevo con un’ansia infinita. Vieni, vieni subito. La mia unica creatura sta morendo…» e piange.
6Gesù posa la mano sul capo dell’uomo piangente, sul capo curvo e scosso dai singhiozzi, e gli risponde: «Non piangere. Abbi fede. La tua bambina vivrà. Andiamo da lei. Alzati! Andiamo!». Queste due ultime parole hanno tono d’imperio. Prima era il Consolatore. Ora è il Dominatore che parla.
7Si rimettono in moto. Gesù ha al fianco il padre piangente e lo tiene per mano. Quando un singhiozzo più forte scuote il pover’uomo, vedo Gesù che lo guarda e gli stringe la mano. Non fa altro, ma quanta forza deve rifluire in un’anima quando si sente trattata così da Gesù!
Fede della emorroisa (Mt 9,19-21;Mc 5,24-29; Lc 8,43-44)[54].
8Prima, al posto del padre, era Giacomo. Ma Gesù gli ha fatto cedere il posto al povero padre. Pietro è dall’altro lato. Giovanni è di fianco a Pietro e cerca con lo stesso di fare argine alla folla, come fanno Giacomo e l’Iscariota dall’altro lato, dopo il padre piangente. Gli altri apostoli sono parte davanti e parte dietro a Gesù. Ma ci vuol altro! Specie i tre di dietro, fra cui vedo Matteo, non ce la fanno a tenere indietro la muraglia viva. Ma quando brontolano un po’ troppo e quasi quasi insultano la folla indiscreta, Gesù volge il capo e dice dolcemente: «Lasciate fare a questi miei piccoli! …».
Guarigione dell’emorraissa (Mc 5,30-32; Lc 8,45-46)[55].
9Ad un certo momento però si volge di scatto, lasciando anche andare la mano del padre, e si ferma. Si volge non solo col capo. Ma con tutto il corpo. Sembra anche più alto perché ha preso un atteggiamento da re. Col volto e lo sguardo fatto severo, inquisitore, scruta la folla. I suoi occhi hanno lampi, non di durezza ma di maestà.
10«Chi mi ha toccato?» chiede.
Nessuno risponde.
«Chi mi ha toccato, ripeto» insiste Gesù.
11«Maestro» rispondono i discepoli, «non lo vedi come la folla ti pigia da ogni lato? Tutti ti toccano, nonostante i nostri sforzi».
12«Chi mi ha toccato per ottenere miracolo, chiedo. Ho sentito potenza di miracolo uscire da Me perché un cuore l’invocava con fede. Chi è questo cuore?».
Testimonianza dell’emorroissa(Mt 9,22; Lc 47-50)[56]
13Gli occhi di Gesù si chinano due o tre volte, mentre parla, su una donnetta sulla quarantina, molto poveramente vestita e molto sciupata nel volto, la quale cerca di eclissarsi nella folla, di farsi inghiottire dalla calca. Quegli occhi le devono bruciare addosso. Comprende che non può sfuggire e torna avanti e gli si butta ai piedi, quasi col volto nella polvere, le mani protese che però non osano toccare Gesù.
14«Perdono! Sono io. Ero malata. Dodici anni che ero malata! Sfuggita da tutti. Mio marito mi ha abbandonata. Ho speso tutto il mio avere per non essere considerata obbrobrio, per vivere come vivono tutti. Ma nessuno ha potuto guarirmi. Lo vedi, Maestro? Sono una vecchia anzitempo. La forza è defluita da me col mio flusso inguaribile, e la mia pace con essa. M’han detto che Tu sei buono. Me l’ha detto uno che è stato guarito da Te della sua lebbra e che per essere stato tanti anni sfuggito da tutti non ha avuto schifo di me. Non ho osato dirlo prima. Perdono! Ho pensato che solo che ti avessi toccato sarei guarita. Ma non ti ho reso immondo. Ho appena sfiorato il lembo della tua veste là dove striscia al suolo, sulle lordure del suolo… Sono io pure lordura… Ma son guarita, che Tu sia benedetto! Nel momento che ti ho toccato la veste il mio male è cessato. Sono tornata come tutte. Non sarò più schivata da tutti. Mio marito, i figli miei, i parenti potranno stare con me, li potrò accarezzare. Sarò utile alla mia casa. Grazie, Gesù, Maestro buono. Che Tu sia benedetto in eterno!».
15Gesù la guarda con una bontà infinita. Le sorride. Le dice: «Va’ in pace, figlia. La tua fede ti ha salvata. Sii guarita per sempre. Sii buona e felice. Va’».
Resurrezione della figlia di Giairo.
“Soltanto abbi fede” (Lc 8,49-50)[57].
16Mentre parla ancora, sopraggiunge un uomo, direi un servo, il quale si rivolge al padre che è stato tutto quel tempo in un’attesa rispettosa ma tormentosa come fosse sulla brace. «Tua figlia è morta. Inutile importunare più il Maestro. Il suo spirito l’ha lasciata e già le donne ne fanno i lamenti. La madre ti manda a dire ciò e ti prega di venire subito».
17Il povero padre ha un gemito. Si porta le mani alla fronte e se la stringe comprimendosi gli occhi e curvandosi come fosse colpito.
18Gesù, che pare non debba vedere e udire nulla, intento come è ad ascoltare e rispondere con la donna, si volge invece e pone la mano sulle spalle curve del povero padre. «Uomo, ti ho detto: abbi fede. Ti ripeto: abbi fede. Non temere. La tua bambina vivrà. Andiamo da lei». E si incammina tenendo stretto a Sé l’uomo annichilito. La folla, davanti a quel dolore e alla grazia già avvenuta, si ferma intimorita, si divide, lascia camminare speditamente Gesù e i suoi, e poi segue come scia la Grazia che passa.
19Si fanno così un cento metri circa, forse più – non sono calcolatrice – e si entra sempre più nel centro del paese.
La fanciulla dorme (Mc 5,38-39; Mt 9,23-25; Lc 8,51-53)[58].
20Un affollamento di gente è davanti ad una casa di civile condizione e commenta a voce alta e stridula l’accaduto, rispondendo a più alti stridi che escono dalla porta spalancata. Sono gridi trillati, acuti, tenuti su una nota monocorde, e sembrano diretti da una voce più acuta che fa da a solo, alla quale rispondono prima un gruppo di voci più esili, poi un altro di voci più piene. Un baccano da far morire anche chi sta bene.
21Gesù ordina ai suoi di sostare davanti all’uscio e chiama con Sé Pietro, Giovanni e Giacomo. Entra con questi in casa tenendo sempre stretto per un braccio il padre piangente. Sembra voglia infondergli la certezza che Egli è lì per farlo felice con quella stretta.
22Le … piangenti (io le chiamerei: le urlatrici) nel vedere il capo di casa e il Maestro raddoppiano il grido. Battono le mani, scuotono dei tamburelli, percuotono dei triangoli, e su questa… musica appoggiano i loro lamenti.
23«Tacete» dice Gesù. «Non occorre piangere. La fanciulla non è morta, ma dorme».
24Le donne gettano gridi più forti e alcune si rotolano per terra, si graffiano, si strappano i capelli (o meglio: ne fanno mostra) per mostrare che è proprio morta. I suonatori e gli amici scuotono il capo davanti alla illusione di Gesù. Loro la credono tale.
25Ma Egli ripete un: «Tacete!» talmente energico che il baccano, se non cessa del tutto, diviene brusio. E passa oltre.
Risurrezione della fanciulla (Mc 5,41-42; Mt 9,26; Lc 8,55-56)[59].
26Entra in una cameretta. Sul letto è stesa una fanciulla morta. Magra, pallidissima, ella giace già vestita e coi bruni capelli accomodati con cura. La madre piange presso quel lettino dal lato destro e bacia la cerea manina della morta.
27Gesù… come è bello ora! Come poche volte l’ho visto! Gesù si accosta sollecito. Pare che scivoli sul pavimento, in volo, tanto si affretta a quel letticciuolo. I tre apostoli restano contro la porta che chiudono in faccia ai curiosi. Il padre si ferma ai piedi del letto.
28Gesù va alla sinistra del lettuccio, tende la mano sinistra e prende con questa la manina abbandonata della morticina. La mano sinistra. Ho visto bene. È la sinistra tanto di Gesù che della bambina. Alza il braccio destro portando la mano aperta sino all’altezza della spalla e poi l’abbassa con l’atto di uno che giura o comanda. Dice: «Fanciulla, Io te lo dico. Alzati!».
29Un attimo in cui tutti, meno Gesù e la morta, restano sospesi. Gli apostoli allungano il collo per vedere meglio. Il padre e la madre guardano con mano straziati la loro creatura. Un attimo. Poi un sospiro alza il petto della morticina. Un lieve colore monta al visetto cereo e ne annulla le lividure di morte. Un sorriso si disegna sulle labbra pallide prima ancora che gli occhi si aprano, come la fanciulla facesse un bel sogno. Gesù le tiene sempre la mano nella sua mano. La bambina apre dolcemente gli occhi, li gira intorno come si svegliasse allora. Vede per primo il volto di Gesù che la fissa coi suoi splendidi occhi e le sorride con bontà che incoraggia, e gli sorride.
30«Alzati» ripete Gesù. E scosta con la sua mano gli apparati funebri che erano sparsi sul lettuccio e ai lati (fiori, veli, ecc. ecc.) e l’aiuta a scendere, le fa fare i primi passi tenendola sempre per mano.
31«Datele da mangiare, ora» ordina. «Essa è guarita. Dio ve l’ha resa. Ringraziatelo. E non dite a nessuno ciò che è accaduto. Voi sapete che era avvenuto di lei. Avete creduto e avete meritato il miracolo. Gli altri non hanno avuto fede. Inutile cercare di persuaderli. A chi nega il miracolo Dio non si mostra. E tu, fanciulla, sii buona. Addio. La pace sia a questa casa». Ed esce rinchiudendo l’uscio dietro di Sé.
La visione cessa.
Commento del portavoce.
32Le dirò che i due punti in cui essa mi ha particolarmente letificata sono stati quelli in cui Gesù cerca nella folla chi l’ha toccato e soprattutto quando, ritto presso la morticina, le prende la mano e le ordina di alzarsi. La pace, la sicurezza è entrata in me. Non è possibile che un Pietoso suo pari e un Potente non possa avere pietà di noi e vincere il Male che ci fa morire.
33Gesù per ora non commenta, come non dice nulla su altre cose. Mi vede quasi morta e non giudica opportuno che io stia meglio questa sera. Sia fatto come Egli vuole. Sono già felice abbastanza nell’avere in me la sua visione.
[1] 30 aprile 1945. MARIA VALTORTA, L’Evangelo come mi è stato rivelato, CEV, Isola del Lire (FR). Vol 2 N° 150
[2] “Chi trova me, trova la vita, e ottiene favore dal Signore. Ma chi pecca contro di me, danneggia sé stesso: quanti mi odiano, amano la morte!” (Prov 8,35-36). Guardatevi pertanto da un vano mormorare contro Maria, preservate la lingua da parole malefiche contro Maria, “perché neppure una parola segreta sarà senza effetto, una bocca menzognera uccide l’anima. Non provocate la morte con gli errori della vostra vita, non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani” (Sp 1,11-12).
[3]Attirami dietro a te, corriamo! (Cantico dei Cantici (Ct) 1,4).
[4] 1 maggio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 2 Cap. 151
[5]IL VANGELO ETERNO: Ritornò dunque a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. C’era un funzionario regio, il cui figlio era ammalato a Cafarnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire (Gv 4,46-47).
[6]IL VANGELO ETERNO: Gesù gli disse: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. Ma il funzionario insistette: “Signore, scendi prima che mio figlio muoia”. Gesù gli risponde: “Va’, tuo figlio vive”. Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. E mentre era ancora sulla via del ritorno, gli vennero incontro i servi dicendo: “Tuo figlio vive!”. S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: “Ieri, verso l’ora settima (ore 13) la febbre lo ha lasciato”. Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: “Tuo figlio vive” e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea (Gv 4,48-54).
[7] La prima qualità necessaria ad ottenere il miracolo è la fede. Il miracolo è opera di Dio, e perché Dio operi bisogna credere, come dice Gesù: “Questa è l’opera di Dio: credere” (Gv 6,29). Nulla è impossibile a Dio (Lc 1,37), perciò tutto è possibile per chi crede (Mc 9,23). Chi crede vedrà l’opera di Dio cioè il miracolo che non è altro che l’espansione della sua gloria, perciò Gesù disse a Marta: “Se credi, vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40).
[8]IL VANGELO ETERNO: Guarigione e vocazione di Susanna: C’erano con lui alcune donne che erano state guarite da infermità, Susana e molte altre, che li assistevano con i loro beni (Lc 8,2-3).
[9]Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Galati 3,26-27).
[10] Uno dei compiti del sacerdozio ministeriale, istituito da Cristo, è offrire il Sacrificio di Cristo, nella persona di Cristo. Il Sacerdote e Cristo sono una sola cosa al punto che, nel momento della consacrazione, può dire: “Questo è il mio corpo”. Siccome la donna è fisiologicamente diversa del corpo umano di Cristo, non può sostituirsi a Cristo per dire come il Sacerdote: “Questo è il mio corpo”. Ma la Scrittura dice: Il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo! (Ger 31,22). Ecco allora la novità del sacerdozio comune della donna. La donna simile a sacerdotessa può servire Dio. Così vuole Dio, quando dice: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore; ti fidanzerà con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore (Osea 2,21).
[11] 2 maggio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 2 Cap. 152
[12] 3 maggio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 2 Cap. 153
[13] Le donne fedeli sono chiamati a servire sempre il Signore anche rimanendo nelle loro case. La donna evangelizza con le virtù, come sta scritto: Una donna virtuosa è una fortuna. È un dono del Signore una donna silenziosa, non c’è compenso per una donna educata. Grazia su grazia è una donna pudica, non si può valutare il peso di un’anima modesta. Il sole risplende sulle montagne del Signore, la bellezza di una donna virtuosa adorna la sua casa. Lampada che arde sul candelabro santo è la donna giusta (Sir 26,3.14-17).
[14] La prima preoccupazione del Maestro per le donne evangelizzatrici è che abbiano una dimora. Agire in modo contrario a questo esempio del Signore è peccato d’imprudenza e di presunzione. Quindi è volontà del Signore che ogni casa che appartiene a una sua fedelissima, diventi una “Casa Amica”, dove ogni sorella evangelizzatrice trovi un ricovero. Mogli e spose, specialmente vedove si possono dedicare a questo servizio senza altra consacrazione che quelle dell’amore al Signore. “La Casa Amica” deve diventare luogo di tappa e di ricovero anche per i fratelli annunciatori del Vangelo del Regno.
[15]6 maggio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 2 Cap. 156
[16] Gesù sapeva e ricordava, ma voleva che le anime si aprissero con la massima libertà e confidenza.
[17] La nonna di Gesù si chiamava Anna e Lia fu la prima moglie di Giacobbe al quale diede sei figli (Gn. 30,20).
[18]7 maggio 1945. La Buona Novella. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 2 Cap. 157.
[19]< in calce > Il Cristo, come Dio e come Santo dei Santi, penetrava nelle coscienze, vedeva e conosceva i loro riposti segreti (introspezione perfetta); come Uomo conosceva, solo secondo il modo umano, le persone e i luoghi, quando il Padre suo e la sua propria natura divina non giudicavano essere utile il conoscere luoghi e persone senza chiedere. Gesù in quanto vero Uomo conosce le cose con esperienza di uomo e in quanto vero Dio, ciò che potrebbe ignorare come uomo e giudicare male come uomo, conosce e giudica come Dio. Nel caso presente giudica con esperienza di uomo e quindi il fatto non avviene come aveva pensato umanamente, perché la conoscenza umana è imperfetta.
[20] Dio stesso ha istituito il Sacerdozio e la gerarchia, ha fissato i requisiti fisici e spirituali per accedervi, chiama con manifesta o arcana vocazione, consacra gli eletti servendosi dei Suoi rappresentanti ma con riti che a Lui sostanzialmente risalgono e comportano sacri gesti ed ispirate preci, deputa questi Suoi servi alla multiforme missione di essere cooperatori di Cristo, Sacerdote sommo ed eterno, nella glorificazione di Dio e nella istruzione, santificazione e salvezza del popolo. Una autorevole sintesi di questi concetti si trova nella Messa in onore di Nostro Signore Gesù Cristo, sommo ed eterno Sacerdote.
[21] L’angelo Gabriele fu mandato da Dio a una vergine che si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”.
[22]Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami: le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura; ugualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in sé stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa di una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta d’ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia, pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maledicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa (Rm 1,26-32). Tutto quello che è nel mondo: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita non viene dal Padre, ma dal mondo. Il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno. (1 Gv 2,16-17)
[23]Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio (Gc 4,4). Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se un’ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui (1 Gv 2,15).
[24] Genesi 2, 18-24
[25] Giuditta 8,1-16; Giudici 4, 17-22; 5,24-27
[26] 2 Maccabei 7,1-41
[27] “Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga (cfr. Ef 5,27), i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti” (Lumen Gentium: LG n. 65).
[28]8 febbraio 1945. Poema: II, 68
[29]IL VANGELO ETERNO: Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di erode, era stata guarita da infermità (Lc 8,2-3)
[30] 8 maggio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 2 Cap. 158
[31] 19 maggio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 3 Cap. 167. Poema: III, 27
[32] “Anima” significa il principio spirituale dell’uomo.
[33] L’uomo percepisce segni della propria anima spirituale. “Germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile alla sola materia” la sua anima non può avere la propria origine che in Dio solo (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 33).
[34] L’uomo è dotato di “un’anima spirituale ed immortale” (Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 14).
[35] 20 maggio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 8 Cap. 168 Pentecoste. Poema: III, 28
[36] 25 giugno1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 3 Cap. 200. Poema: III, 61
[37] Esodo 12,3
[38] 21 giugno 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 3 Cap. 196 Poema: III, 57
[39]< in calce > Nota. Se l’anima sa rimanere in Grazia, quindi deificata, non per identità di sostanza, ma per elevazione all’ordine soprannaturale
[40]< vedi, anche per quel che segue: Genesi 1,26-31; 2,18-24
[41]< in margine > Nota. Sinché l’uomo rimase nell’ordine, non ebbero origine in lui i veleni della triplice concupiscenza che lo fecero delirante, poi ribelle, poi decaduto
[42]< aggiunge > senza che alle ordinate leggi di Dio, inerenti alla moltiplicazione e popolazione della terra, si unisse il disordine della malizia, anzi “si sostituisse”
[43]< Qui, dunque, si distinguono e si ponderano sei amori secondo la volontà di Dio e perciò degni del nome di amore: amore di prima potenza, verso Dio; di seconda potenza, cioè dei genitori verso i propri figli (e viceversa, senza dubbio); di terza potenza, cioè dello sposo verso la propria sposa e viceversa; di quarta potenza, verso (il rimanente de) il prossimo; di quinta potenza, verso la scienza; di sesta potenza, verso il lavoro >
[44]< Secondo quest’Opera le fonti di informazione circa la Madonna sono tre: Gesù, Maria stessa, Giuseppe >
[45]< in calce e in margine > Maria – Santuario perpetuo e purissimo dove il Dio Uno e trino fece perpetua dimora, non fu mai separata dalla Sapienza: il verbo di Dio fu sempre in Lei, vera arca portatrice della Parola eterna, e nessuna creatura la conobbe come ella la conobbe questa Parola che è sapienza Divina, che avrebbe preso carne in Lei e che ancora e sempre sarebbe stata in Lei
[46] 4 luglio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 3 Cap. 208. Poema: III, 70
[47] “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. Riconoscerete che io dono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese” (Ezechiele 37,12-14)
[48] Il nobile giuda, fatta una colletta, con un tanto a testa, per circa duemila drame d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo a e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” (II Maccabei 12,38-46).
[49] 5 luglio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 3 Cap. 209. Poema: III, 71
[50] 10 luglio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 3 Cap. 214. Poema: III, 76
[51] 11 marzo 1944. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 230. Poema: IV, 91 Gesù dice poi: «Qui metterete la visione della risurrezione della figlia di Giairo, avuta il giorno 11 marzo 1944».
[52]VANGELO ETERNO Al suo ritorno, essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, fu accolto dalla folla, poiché tutti erano in attesa di Lui. Ed egli stava lungo il mare. (Mc 5,21; Lc 8,40)
[53]VANGELO ETERNO: Giairo intercede per sua figlia: Si recò da Lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: “La mia figlioletta è agli stremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva”. Era figlia unica di circa dodici anni. Gesù andò con lui. (Mt 9,18; Mc5,21-23; Lc 8,40-42).
[54]VANGELO ETERNO Fede della emorroisa: Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia, e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. (Mt 9,19-21; Mc 5,24-29; Lc 8,43-44)
[55]VANGELO ETERNO: La virtù di guarigione: Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da Lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi mi ha toccato il mantello?”. I discepoli gli dissero: “Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?”. Mentre tutti negavano, Pietro disse: “Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia”. Ma Gesù disse: “Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una virtù è uscita da me”. Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo (Mc 5,30-32; Lc 8,45-46).
[56]VANGELO ETERNO Coraggio di credere: Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, si fece avanti tremando e, gettatasi ai suoi piedi, dichiarò davanti a tutto il popolo il motivo per cui l’aveva toccato, e come era stata subito guarita. Gesù disse: “Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita e ti ha salvata, va’ in pace!”. (Mt 9,22; Lc 47-50)
[57]VANGELO ETERNO Stava ancora parlando quando venne uno della casa del capo della sinagoga a dirgli: “Tua figlia è morta, non disturbare più il Maestro”. Ma Gesù che aveva udito rispose: “Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata” (Lc 8,49-50)
[58]VANGELO ETERNO Giunse alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: “Perché fate tanto strepito e piangete? Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme”. Essi lo deridevano, sapendo che era morta. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò. Non lasciò entrare nessuno con sé, all’infuori di Pietro, Giovanni e Giacomo e il padre e la madre della fanciulla. (Mc 5,38-39; Mt 9,23-25; Lc 8,51-53)
[59]VANGELO ETERNO: “Talitù Kum”: Presa la mano della bambina, le disse: “Talitù Kum”, che significa: “Fanciulla, Io ti dico, alzati!”. Il suo spirito ritornò in lei ed ella si alzò all’istante, e si mise a camminare. Egli ordinò di darle da mangiare. Essi furono presi da grande stupore. I genitori ne furono sbalorditi, ma egli raccomandò loro di non raccontare a nessuno ciò che era accaduto. E sene sparse la fama in tutta quella regione. (Mc 5,41-42; Mt 9,26; Lc 8,55-56)
