I 12 Apostoli del Messia

GESÙ DI NAZARETH

I 12 APOSTOLI DEL MESSIA

 

 

Gesù e la chiamata dei dodici apostoli

 

 

 

I dodici Apostoli del Messia Gesù di Nazareth

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI.

 

A cura di Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S

Servo dell’Ordine dei Salvatori

S O M M A R I O

1. L’incontro con Giovanni e Giacomo.  Giovanni di Zebedeo è il puro fra i discepoli.

Beato chi lo riconosce e lo segue.

Il Messia passa (Gv 1, 35-39).

Beato chi lo riconosce

Il Precursore in prigione(Lc 3,19-20)..

“Io ho amato Giovanni per la sua purezza”.

Verginità e purezza

Valore della verginità

Valore della purezza

2. Giovanni e Giacomo riferiscono a Pietro  il loro incontro con il Messia.

Il lieto annunzio a Simone.

In fretta verso i fratelli.

Il lieto annunzio(Gv 1,40-41).

Missione del Messia

L’uomo degli impulsi schietti

Il Messia sa tutto

Il Messia è  povero

3. L’incontro con Pietro e Andrea dopo un discorso nella sinagoga. Giovanni di Zebedeo grande anche nell’umiltà.

La missione di Pietro.

Incontro con Pietro e Andrea (Gv 1,42).

“Cefa: Pietra sicura a cui mi appoggio”.

L’amico fedele.

“Giovanni fu grande anche in umiltà”.  (Insegnamento)

Valore dell’umiltà.

I rapitori del fuoco.

Un piccolo Cristo.

4. A Betsaida nella casa di Pietro.  L’incontro con Filippo e Natanaele.

Incontro con Filippo (Gv 1,43-46).

Incontro con Natanaele (Gv 1,43-46).


Per essere discepoli della Parola(discorso messianico).

Avere buona volontà.

Fedeltà al Decalogo.

Fedeltà perfetta ai due precetti d’amore.

La scelta di Pietro.

Bisogna essere fedeli in tutto.

La scelta di Pietro.

5. Maria manda Giuda Taddeo ad invitare  Gesù alle nozze di Canna.

Per la causa di Dio.

“Desiderio di mia Madre è mia legge”.

Il dilemma del Taddeo.

Distacco dell’affetto materno.

La veste filata dalla Madre.

6. La cacciata dei mercanti dal Tempio.

Il vecchio e il nuovo Tempio.

Il nuovo Tempio (Gv 2,18-22).

Dio è l’eredità dei suoi sacerdoti (Lezione biblica).

Nel Deuteronomio è detto.

Il peccato dei potenti.

Dio è l’eredità dei sacerdoti.

Il Messia Chiama.

L’ora della Grazia è sorta.

7. L’incontro con Giuda di Keriot e con Tommaso. Simone Zelote sanato dalla lebbra.

Il brutto, il cattivo e il buono.

La casa dell’Orto degli ulivi.

Guarigione di Simone Zelote (Lc 5,12-14)..

Presunzione dell’Iscariota.

Il timore di Tommaso detto Didimo.

Il Messia è perfetto.

L’Anticipatrice della Grazia.

La parabola delle pietre facili.

L’Anticipatrice della Grazia.

Beati i sinceri e tenaci nel volere.


8. Incarico affidato a Tommaso divenuto discepolo.

La legge nuova è l’amore.

Tommaso accolto dal Maestro.

La legge nuova è l’amore.

Missione per Tommaso.

Nel Cuore del Messia c’è posto per tutti.

Ritratto di Simone Zelote.

9. Nazareth con Giuda Taddeo e con altri sei discepoli.

L’incontro con la Madre.

Arrivo a Nazareth.

I bambini affollano.

L’incontro con la Madre.

I primi discepoli.

Maria d’Alfeo.

“Fate quanto Egli dice”

Ricordi e aneddoti.

10. La pesca miracolosa e l’elezione  dei primi 4 apostoli.

Pescatori di uomini

Il campo del Messia, (Discorso messianico).

La pesca miracolosa (Lc 5,4-7).

Sulle orme del Maestro  (Lc 5,8-1 1).

11. Giuda di Keriot al Getsemani diviene discepolo.

Vocazione sbagliata .

Il Messia non va seguito per idee umane.

12«Ma non sei Tu il designato Re dei giudei? Quello di cui hanno parlato i Profeti?.

Il Messia non va seguito per glorie terrene.

Consapevolezza delle proprie azioni.

12. Gesù, nel Tempio con l’Iscariota, ammaestra.

Il segno del Messia.

Condizione prima del discepolo.

Il Maestro del Messia Gesù di Nazaret.

Il segno del Messia.

Compimento delle promesse (Discorso messianico).

Il Tempo del Messia.

La Legge del Messia.

Il Messia Redentore è fra la sua gente.

Il Messia Redentore è fra la sua gente.

Il Messia può perché Dio è con Lui.

13. Gesù istruisce Giuda Iscariota.

Il suicidio non è mai lecito.

La disciplina spirituale.

“Chi si uccide confessa la sua superbia”.

La vita è un dono e va amata.

La scelta dell’umiltà.

L’uomo tornerà re e angelo

Le tentazioni dell’uomo.

La scelta dell’umiltà.

14. Al Getsemani con Giovanni di Zebedeo. Un paragone tra il Prediletto  e Giuda di Keriot.

Il discepolo che fa contento il Messia.

Il discepolo amato.

Una cena frugale.

Il Tempio sconsacrato.

L’amore dell’anima vergine.

Una proposta e due intenzioni.

L’amore dell’anima vergine.

Giovanni, la pace amorosa del Cristo.

Parallelo tra il Prediletto e il Traditore. (Insegnamento)

I due capostipiti.

L’ostia imitabile da tutti gli amatori.

L’Apostolo pago di far felice il Messia.

Il Piccolo Giovanni.

15. Con tre apostoli sul monte del digiuno e al masso della tentazione.

Preparazione alla missione.

Luogo di formazione.

Preparazione alla missione.

Il destino dell’uomo.

Il Re amico e le due potenze nemiche.

Importanza della penitenza

La sosta è finita.

Il ritorno.

Scuola di spiritualità.

Consapevolezza della messianicità.

Disciplina spirituale.

Combattimento spirituale.

L’uomo Dio.

Raccomandazioni.

16 L’arrivo dei discepoli e dei pastori  a Nazareth.

Stanchezza del Messia.

Maria al lavoro.

Maria d’Alfeo.

Mondo fetido e motoso.

Il Fratello discepolo.

La bontà di Pietro.

L’arrivo dei discepoli e dei pastori.

L’amore di Pietro.

Tenerezza e sincerità di Pietro.

“Il fratello discepolo”.

17. Lezione ai discepoli nell’uliveto  presso Nazareth.

Regole della Fraternità del Messia.

Scienza e coscienza della propria missione.

Prima regola: amore e fusione.

Seconda regola: uguaglianza.

Terza regola: fratellanza.

Quarta regola: unione e condivisione.

Il Messia  non fa differenza di persone.

Ingiusto rimprovero dell’Iscariota.

Gesù non fa differenza di persone.

Rispetto dovuto a Maria Vergine.

18. Seconda lezione alla Fraternità “La meta è Dio”.

Regole nell’agire.

Ambientazione.

Quinta regola: “Fate il bene e datelo al Signore”.

Sesta regola: “Non giudicate mai alcuno”.

Sesta regola: “Nessuno accusi gli altri”.

Ottava regola: Non mettere nulla al di sopra di Dio


“Quel che è scritto sarà”.

Esempio di Maria Vergine.

I nuovi Caini dei nuovi Abeli.

Il delitto perfetto.

19. Terza lezione alla Fraternità “La formazione apostolica”.

Sapienza d’agricoltore.

Il bacio del mattino.

Sapienza d’agricoltore.

Colazione nell’orto.

Formazione apostolica (Lezione).

Similitudine della natura.

Similitudine del temporale.

Similitudine del vignaiolo.

I Chiamati.

L’astio è veleno.

L’idea del messia

I Chiamati.

Dal vecchio Alfeo

20. Giacomo d’Alfeo accolto tra i discepoli. Gesù parla presso il banco  di Matteo.

L’ incontro con Giacomo e Matteo.

Vocazione di Giacomo d’Alfeo.

L’acre di Pietro.

“Non vi è tassa per il discepolo del Maestro”

L’uomo onesto (Insegnamento).

Onestà in ogni mestiere.

Con le ricchezze difficilmente si acquista il Cielo.

Valute che valgono nel Regno dei Cieli.

Non c’è pentimento finché dura l’appetito peccaminoso.

21. La chiamata di Matteo.

L’arte di far pace.

La gioia di Gesù.

Dolci anime innocenti.

Strategie dell’Apostolo.

Vocazione di Matteo.

“Seguimi!” (Mt 99; Mr 2,13-14; Lc 5,27-28).

Patto d’amore con la Fraternità (Mt 9,10; Mc 2,15;

Lc 5,29)..

La chiamata del Cristo.

Il convito (Mc 2,15) .

Lo scandalo farisaico (Mt 9,11; Mc 2,16; Lc 5,30).

Il Messia è il Salvatore dei peccatori (Mt 9,12-13;  Mc 2.17; Lc 5,31-32).

22. Incontro con la Maddalena sul lago e lezione ai discepoli presso Tiberiade.

Collisione sul lago.

Tredici in barca.

Maddalena la tentatrice.

L’Iscariota interpella Simone Zelote.

L’Iscariota discute con Pietro.

Linee dell’apostolato (Lezione)

Pedagogia del Messia – Maestro.

Natura e finalità della fraternità.

Voi siete il sale della terra.

Voi siete la luce del mondo.

Chiamati alla santità.

Onestà e sincerità nella vocazione.

Gli eroi del Cristo.

Linee essenziali dell’apostolato.

Esser sempre vigili e pronti.

Fedeli dovete essere al Pade

Matenete viva la vostra anima.

No siate disonesti, falsi né ambigui.

Siate umili, dolci, pazienti..

Siate sincerità, schietti.

Siate casti nel fare il bene.

Siate sposi fedeli della vostra vocazione a Dio.

Siate alieni da fame d’oro, di carne, di potenza.

Siate contenti del poco.

Siate santi.

Non siate intransigenti.

Non giudicate.

Miglioratevi con pazienza, fermezza, eroicità.

Divenite Tabernacoli dell’Amore.


23. Gesù interroga la Madre in merito  ai discepoli.

La Confidente del cuore.

La consigliere del Messia.

La Discepola del Messia.

24. Il ritiro sul monte per  l’elezione apostolica.

Il distacco per la causa del Padre.

Distacco dalla folla (Mc 3,7-12).

Distacco dai parenti.

Distacco dagli amici.

Distacco dalle comodità.

Settimana di spiritualità.

Integrarsi nell’istituzione del Messia.

Divenire spirito.

Giungere alla età della ragione spirituale.

Essere perfetti per servire il Messia.

Autosufficienza spirituale.

25. L’elezione dei dodici ad apostoli.

L’elezione dei dodici.

Alba montana  (Lc 6,12).

I figli del Messia  (Lc 6,13; Mc 3,13).

Consapevolezza della verità sul Messia.

Mutamento dei dodici (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16) .

Mistero nuziale dell’anima con Dio.

Il mondo aspetta maestri e redentori.

Gli Apostoli, Capi della Chiesa (Lc 6,13).

I discepoli.

Compito di apostoli e di discepoli (Mc 3,14-15).

Osservazione al Portavoce.

26. I miracoli dopo l’elezione apostolica.  Prima predica di Simone Zelote  e di Giovanni.

Fioritura di miracoli.

Moltitudine di gente in attesa (Lc  6, 17-19).

Fioritura di miracoli (Lc 6,19).

Gli Apostoli sono altrettanti Cristi.

Un desiderio segreto miracolato.


Fede, obbedienza e preghiera.

Atto di fede nella Sapienza Onnipresente. Insegnamento.

L’ubbidienza è amore.

La preghiera salva sempre (Sap 9,1.9-12).

La prima manifestazione apostolica.

Come si fa a seguire  il Messia con l’anima?

Per quale via si raggiunge il Messia?

Risposta dello Zelote: la via ascetica.

Risposta di Giovanni: la via mistica.

La via dei piccoli è la via dell’amore.

Invito di Dio! Invito di Padre!

Vocazione di Stefano.

DEFEZIONE DI GIUDA ISCARIOTA E L’ELEZIONE DI MATTIA

27. Disperazione e suicidio di Giuda Iscariota.  Avrebbe ancora potuto salvarsi se si fosse pentito.

Disperazione e suicidio.

Ora della desolata.

Una belva furente.

La belva morsa da “Belzebù”.

La belva presa da sadismo satanico.

Ardimento della belva indemoniata.

Il Caino del Messia.

Rimorso senza pentimento.

Pentimento senza umiltà (Mt 27,3-4) .

Restituzione senza carità (Mt 27,6-10) .

Conversione senza speranza.

Misericordia e perdono rifiutati.

Disperazione (Mt 27,5).

Suicidio (Mt 27,5).

Sepolto nella maledizione infernale.

“Pentiti, Giuda. Egli perdona…”.

L’impenitente!

Il potere della volonta’.

Il potere della coscienza.

Il potere di Maria.

L’impenitenza.

Condivisione della sofferenza.

28. Gesù e Maria sono l’antitesi di Adamo ed Eva. Giuda Iscariota è il nuovo Caino. La vera evoluzione dell’uomo è quella del suo spirito.

Gesù e Maria sono l’antitesi di Adamo ed Eva.

La coppia Gesù – Maria.

“Il perfetto amore”.

La nuova Eva.

Giuda Iscariota è il nuovo Caino.

La nuova Madre del nuovo Caino.

La nuova Eva ama e perdona il nuovo caino.

Il nuovo Abele della nuova Eva

La vera evoluzione dell’uomo.

Nasce il dolore sulla terra.

La creatura celeste diviene terrestre.

Il frutto del peccato: Caino.

Il frutto del pentimento.

L’uomo smetta di essere malizioso.

L’uomo può vincere il peccato.

La delinquenza è sempre menzognera.

Ultimo colpo mortale allo spirito è la disperazione.

Giustizia privata non è lecita.

Evoluzione da uomini a dèi.

Evoluzione da laici  a sacerdoti.

29. L’elezione di Mattia.

Assemblea degli apostoli (Atti 1,12-14).

Incontro di preghiera.

I volti apostolici.

Invocazione allo S.S.

L’elezione di Mattia

La sostituzione di Giuda (Atti 1,15-18).

Il denaro dell’infame mercato (Atti 1,19-20)

“Il suo ufficio lo prende  un altro” (At 1,21-22).

I due candidati: Giuseppe e Mattia (Atti 1,23).

Elezione di Mattia (Att 1,24-26).


CONSIDERAZIONI

30. Vocazione: Gli apostoli di Gesù.

E’ carità sopportare i disturbatori.

Le somiglianze fisiche.

Una coppia vera del Maestro.

Una coppia vera di Lucifero.

Un’arma di Lucifero.

Il sole e le tenebre nel gruppo apostolico.

Esempio di sopportazione.

Esperienza carismatica.

Contemplazione del gruppo apostolico.

31.  Il segno degli apostoli minori.

Condanna farisaica.

Sorgente di Bene e di Male.

Il cuore è sorgente di Bene o di Male.

Il “Portavoce”.

La pace di Dio.

Il Paradiso è realtà spirituale.

Il Sole del Paradiso.

L’inno d’amore.

Gli apostoli minori.

32. Attivismo apostolico.

Filantropia umana.

Amore soprannaturale.

Le sconfitte e le vittorie nell’apostolato.

Carisma d’intercessione.

Il segreto per ottenere Grazie.

Una questuante mai contenta!

33. Chiamati ad essere perfetti.

Invito amoroso. Dice Gesù:

Soave comando.

L’amore è luce e scienza.

Parabola degli invitati.

Chiamati con vocazione speciale.

Esempio di fedeltà e d’infedeltà.

34. Il segno che differenzia i veri dai  falsi discepoli.

Il vero e il falso discepolo. Dice Gesù:

Luce e profumo di Dio.

Silenzio d’amore.

35.  Cristianesimo divenuto ebbro.

L’umile scribacchina del buon Dio.

Volontà del Signore.

Società di pazzi e di fedifraghi.

Anime corrose brulicanti di vermi.

Cristiani bugiardi nello spirito.

L’ora è piena.

Lasciatevi salvare.

Vi guiderà sempre il Signore.

36. Sulle orme del Maestro.

Desiderio di un Dio.

Le divagazioni delle anime.

Conseguenze del sistema superbo.

L’universo obbedisce ad una legge di amore verso Dio.

Regolarsi in proporzione all’amore di Gesù per noi.

Sulle orme del Maestro.

37. Il Buon Samaritano.

L’Amico che vi vuole salvare.


1. L’incontro con Giovanni e Giacomo.
Giovanni di Zebedeo è il puro fra i discepoli
[1].

Beato chi lo riconosce e lo segue.

Il Messia passa (Gv 1, 35-39).[2]

1Vedo Gesù che cammina lungo la striscia verde che costeggia il Giordano. È tornato su per giù al posto che ha visto il suo battesimo. Presso il guado che pare fosse molto conosciuto e frequentato per passare all’altra sponda verso la Perea. Ma il luogo, dianzi tanto affollato di gente, ora appare spopolato. Solo qualche viandante, a piedi o a cavallo di asini o cavalli, lo percorre.

2Gesù pare non accorgersene neppure. Procede per la sua strada risalendo a nord, come assorto nei suoi pensieri. Quando giunge all’altezza del guado incrocia un gruppo di uomini di età diverse, che discutono animatamente fra loro e che poi si separano, parte andando verso sud e parte risalendo a nord. Fra quelli che si dirigono a nord vedo esservi Giovanni e Giacomo.

3Giovanni vede per primo Gesù e lo indica al fratello e ai compagni. Parlano fra loro per un poco e poi Giovanni si dà a camminare velocemente per raggiungere Gesù. Giacomo lo segue più piano. Gli altri non se ne occupano. Camminano lentamente, discutendo.

Beato chi lo riconosce

4Quando Giovanni è presso a Gesù, alle sue spalle, lontano appena un due o tre metri, grida: «Agnello di Dio che levi i peccati del mondo!».

5Gesù si volge e lo guarda. I due sono a pochi passi l’uno dall’altro. Si osservano. Gesù col suo aspetto serio e indagatore. Giovanni col suo occhio puro e ridente nel bel viso giovanile che pare di fanciulla. Gli si danno sì e no vent’anni, e sulla gota rosata non vi è altro segno che quello di una peluria bionda, che pare una velatura d’oro.

«6Chi cerchi?» chiede Gesù.

«Te, Maestro».

7«Come sai che sono maestro?».

«Me lo ha detto il Battista».

8«E allora perché mi chiami Agnello?».

«Perché ti ho udito indicare così da lui un giorno che Tu passavi, poco più di un mese fa».

9«Che vuoi da Me?».

«Che Tu ci dica le parole di vita eterna e che ci consoli».

10«Ma chi sei?».

«Giovanni di Zebedeo sono, e questo è Giacomo mio fratello. Siamo di Galilea. Pescatori siamo. Ma siamo pure discepoli di Giovanni. Egli ci diceva parole di vita e noi lo ascoltavamo, perché vogliamo seguire Dio e con la penitenza meritare il suo perdono, preparando le vie del cuore alla venuta del Messia. Tu lo sei. Giovanni l’ha detto, perché ha visto il segno della Colomba posarsi su Te. A noi l’ha detto: “Ecco l’Agnello di Dio”. Io ti dico: Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dacci la pace, perché non abbiamo più chi ci guidi e l’anima è turbata».

Il Precursore in prigione(Lc 3,19-20).[3].

11«Dove è Giovanni?».

«Erode l’ha preso. In prigione è, a Macheronte. I più fedeli fra i suoi hanno tentato di liberarlo. Ma non si può. Torniamo di là. Lasciaci venire con Te, Maestro. Mostraci dove abiti».

12«Venite. Ma sapete cosa chiedete? Chi mi segue dovrà tutto lasciare: e casa, e parenti, e modo di pensare, e vita anche. Io vi farò miei discepoli e miei amici, se volete. Ma Io non ho ricchezze e protezioni. Sono, e più lo sarò, povero sino a non avere dove posare il capo e perseguitato più di sperduta pecora dai lupi. La mia dottrina è ancor più severa di quella di Giovanni, perché interdice anche il risentimento. Non tanto all’esterno si volge, quanto allo spirito. Rinascere dovrete se volete essere miei. Lo volete voi fare?».

«Sì, Maestro. Tu solo hai parole che ci danno luce. Esse scendono e, dove era tenebra di desolazione perché privi di guida, mettono chiarore di sole».

«Venite, dunque, e andiamo. Vi ammaestrerò per via».

“Io ho amato Giovanni per la sua purezza”[4].

Verginità e purezza

Dice Gesù:

13«Il gruppo che mi aveva incontrato era numeroso. Ma uno solo mi riconobbe. Colui che aveva anima, pensiero e carne limpidi da ogni lussuria.

14Insisto sul valore della purezza. La castità è sempre fonte di lucidità di pensiero. La verginità affina, poi, e conserva la sensibilità intellettiva ed affettiva a perfezione, che solo chi è vergine prova.

Valore della verginità

15Vergine si è in molti modi. Forzatamente, e questo specie per le donne, quando non si è stati scelti per nozze di sorta. Dovrebbe esserlo anche per gli uomini. Ma non lo è. E ciò è male, perché da una gioventù anzitempo sporcata dalla libidine non potrà che venire un capo famiglia malato nel sentimento e sovente anche nella carne.

16Vi è la verginità voluta, ossia quella di coloro che si consacrano al Signore in uno slancio dell’animo. Bella verginità! Sacrificio gradito a Dio! Ma non tutti poi sanno permanere in quel loro candore di giglio che sta rigido sullo stelo, teso al cielo, ignaro del fango del suolo, aperto solo al bacio del sole di Dio e delle sue rugiade.

17Tanti restano fedeli materialmente al voto fatto. Ma infedeli col pensiero che rimpiange e desidera ciò che ha sacrificato. Questi non sono vergini che a metà. Se la carne è intatta, il cuore non lo è. Fermenta, questo cuore, ribolle, sprigiona fumi di sensualità, tanto più raffinata e riprovata quanto più è creazione del pensiero che accarezza, pasce, e aumenta continuamente immagini di appagamenti illeciti anche a chi è libero, più che illeciti a chi è votato.

18Viene allora l’ipocrisia del voto. L’apparenza c’è, ma la sostanza manca. Ed in verità vi dico che, fra chi viene a Me col giglio spezzato dall’imposizione di un tiranno e chi vi viene col giglio non materialmente spezzato, ma sbavato dal rigurgito di una sensualità accarezzata e coltivata per empire di essa le ore di solitudine, Io chiamo “vergine” il primo e “non vergine” il secondo. E al primo do corona di vergine e duplice corona di martirio per la carne ferita e per il cuore piagato dalla non voluta mutilazione.

Valore della purezza

19Il valore della purezza è tale che, tu lo hai visto, Satana si preoccupa per prima cosa di convincermi all’impurità. Esso lo sa bene che la colpa sensuale smantella l’anima e la fa facile preda alle altre colpe. La cura di Satana si è volta a questo punto capitale per vincermi[5].

20Il pane, la fame, sono le forme materiali per l’allegoria dell’appetito, degli appetiti che Satana sfrutta ai suoi fini. Ben altro è il cibo che esso mi offriva per farmi cadere come ebbro ai suoi piedi! Dopo sarebbe venuta la gola, il denaro, il potere, l’idolatria, la bestemmia, l’abiura della Legge divina. Ma il primo passo per avermi era questo. Lo stesso che usò per ferire Adamo[6].

21Il mondo schernisce i puri. I colpevoli di impudicizia li colpiscono. Giovanni Battista è una vittima della lussuria di due osceni. Ma se il mondo ha ancora un poco di luce, ciò si deve ai puri del mondo. Sono essi i servi di Dio e sanno capire Dio e ripetere le parole di Dio. Io ho detto: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”[7]. Anche dalla terra. Essi, ai quali il fumo del senso non turba il pensiero, “vedono” Dio e l’odono e lo seguono, e l’additano agli altri.

22Giovanni di Zebedeo è un puro. È il puro fra i miei discepoli. Che anima di fiore in un corpo d’angelo! Egli mi chiama con le parole del suo primo maestro e mi chiede di dargli pace. Ma la pace l’ha in sé per la sua vita pura, ed Io l’ho amato per questa sua purezza, alla quale ho affidato gli insegnamenti, i segreti, la Creatura più cara che avessi.

23E’ stato il mio primo discepolo, il mio amante dal primo istante che mi vide. La sua anima s’era fusa con la mia sin dal giorno che m’aveva visto passare lungo il Giordano e m’aveva visto indicare dal Battista. Se anche non m’avesse incontrato di poi, al mio ritorno dal deserto, m’avrebbe cercato tanto da riuscire a trovarmi, perché chi è puro è umile e desideroso di istruirsi nella scienza di Dio e viene, come va l’acqua al mare, verso quelli che riconosce maestri nella dottrina celeste».

2. Giovanni e Giacomo riferiscono a Pietro
il loro incontro con il Messia
[8].

Il lieto annunzio a Simone.

In fretta verso i fratelli.

1Una serenissima aurora sul mar di Galilea. Cielo e acqua hanno bagliori rosati, di poco dissimili a quelli che splendono miti fra i muri dei piccoli orti del paesello lacustre, orti da cui si elevano e si affacciano, quasi rovesciandosi sulle viuzze, chiome spettinate e vaporose di alberi da frutto.

2Il paesello si desta appena, con qualche donna che va alla fonte o a una vasca a lavare, e con dei pescatori che scaricano le ceste di pesce e contrattano vociando con dei mercanti venuti da altrove, o che portano del pesce alle case loro. Ho detto paesello, ma non è tanto piccolo. È piuttosto umile, almeno nel lato che vedo io, ma vasto, steso per la più parte lungo il lago.

3Giovanni sbuca da una stradetta e va frettoloso verso il lago. Giacomo lo segue, ma molto più calmo. Giovanni guarda le barche già giunte a riva, ma non vede quella che cerca. La vede ancora a qualche centinaio di metri dalla riva, intenta alle manovre per rientrare, e grida forte, con le mani alla bocca, un lungo «Oh-è!» che deve essere il richiamo usato. E poi, quando vede che lo hanno sentito, si sbraccia in grandi gesti che accennano: «Venite, venite».

4Gli uomini della barca, credendo chissà che, danno di piglio ai remi, e la barca va più veloce che con la vela, che essi ammainano, forse per fare più presto. Quando sono a un dieci metri da riva, Giovanni non attende oltre. Si leva il mantello e la veste lunga e li butta sul greto, si scalza i sandali, si alza la sottoveste, tenendola raccolta con una mano quasi all’inguine, e scende nell’acqua incontro a quelli che arrivano.

Il lieto annunzio(Gv 1,40-41).[9]

5«Perché non siete venuti, voi due?» chiede Andrea.

Pietro, imbronciato, non dice nulla.

6«E tu, perché non sei venuto con me e Giacomo?» risponde Giovanni ad Andrea.

«Sono andato a pescare. Non ho tempo da perdere. Tu sei scomparso con quell’uomo…»

7«Ti avevo fatto cenno di venire. È proprio Lui. Se sentissi che parole!… Siamo stati con Lui tutto il giorno e la notte sino a tardi. Ora siamo venuti a dirvi: “Venite”»

8«È proprio Lui? Ne sei certo? «Lo abbiamo appena visto allora, quando ce lo indicò il Battista».

«È Lui. Non lo ha negato».

9«Chiunque può dire ciò che gli fa comodo per imporsi ai creduloni. Non è la prima volta…» borbotta Pietro malcontento.

10«Oh! Simone! Non dire così! È il Messia! Sa tutto! Ti sente!». Giovanni è addolorato e costernato dalle parole di Simon Pietro.

11«Già! Il Messia! E si mostra proprio a te, a Giacomo e ad Andrea! Tre poveri ignoranti! Vorrà ben altro il Messia! E mi sente! Ma, povero ragazzo! I primi soli di primavera ti hanno fatto male. Via, vieni a lavorare. Sarà meglio. E lascia le favole».

12«È il Messia, ti dico. Giovanni diceva cose sante, ma questo parla da Dio. Non può, chi non è il Cristo, dire simili parole».

Missione del Messia

13«Simone, io non sono un ragazzo. Ho i miei anni e sono calmo e riflessivo. Lo sai. Poco ho parlato, ma ho molto ascoltato in queste ore che siamo stati con l’Agnello di Dio, e ti dico che veramente non può essere che il Messia. Perché non credere? Perché non volerlo credere? Tu lo puoi fare, perché non lo hai ascoltato. Ma io credo. Siamo poveri e ignoranti? Egli ben dice che è venuto per annunciare la Buona Novella del Regno di Dio, del Regno di Pace ai poveri, agli umili, ai piccoli prima che ai grandi. Ha detto: “I grandi hanno già le loro delizie. Non invidiabili delizie rispetto a quelle che Io vengo a portare. I grandi hanno già modo di giungere a comprendere per sola forza di coltura. Ma Io vengo ai ‘piccoli’ di Israele e del mondo, a coloro che piangono e sperano, a coloro che cercano la Luce ed hanno fame della vera Manna, ne vien dai dotti data a loro luce e cibo, ma solo pesi, oscurità, catene e sprezzo. E chiamo i ‘piccoli’. Io sono venuto a capovolgere il mondo. Perché abbasserò ciò che ora è in alto tenuto ed alzerò ciò che ora è sprezzato. Chi vuole verità e pace, chi vuole vita eterna venga a Me. Chi ama la Luce venga. Io sono la Luce del mondo”. Non ha detto così, Giovanni?». Giacomo ha parlato con pacata ma commossa maniera.

14«Sì. E ha detto: “Il mondo non mi amerà. Il gran mondo, perché si è corrotto con vizi e idolatrici commerci. Il mondo anzi non mi vorrà. Perché, figlio della Tenebra, non ama la Luce. Ma la terra non è fatta solo del gran mondo. Vi sono in essa coloro che, pur essendo mischiati nel mondo, del mondo non sono. Vi sono alcuni che sono del mondo perché vi sono stati imprigionati come pesci nella rete”, ha detto proprio così, perché parlavamo sulla riva del lago ed Egli accennava a delle reti che venivano trascinate a riva coi loro pesci. Ha detto, anzi: “Vedete. Nessuno di quei pesci voleva cadere nella rete. Anche gli uomini, intenzionalmente, non vorrebbero cadere preda di Mammona. Neppure i più malvagi, perché questi, per la superbia che li accieca, non credono di non avere diritto di fare ciò che fanno. Il loro vero peccato è la superbia. Su esso nascono tutti gli altri. Ma coloro, poi, che non sono completamente malvagi, ancor più non vorrebbero essere di Mammona. Ma vi cascano per leggerezza e per un peso che li trascina in fondo, e che è la colpa d’Adamo. Io sono venuto a levare quella colpa e a dare, in attesa dell’ora della Redenzione, una tale forza a chi crederà in Me, capace di liberarli dal laccio che li tiene e renderli liberi di seguire Me, Luce del mondo”.».

L’uomo degli impulsi schietti

15«Ma allora, se ha proprio detto così, bisogna andare da Lui, subito». Pietro, coi suoi impulsi così schietti e che mi piacciono tanto, ha subito deciso e già eseguisce, affrettandosi a ultimare le operazioni di scarico, perché intanto la barca è giunta a riva e i garzoni l’hanno quasi tratta in secco, scaricando reti e corde e velame.

16«E tu, stolto Andrea, perché non sei andato con questi?».

«Ma… Simone! Tu mi hai rimproverato perché non avevo persuaso questi a venire con me… Tutta la notte hai brontolato, e ora mi rimproveri di non essere andato?!…»

17«Hai ragione… Ma io non lo avevo visto… tu sì… e devi aver visto che non è come noi… Qualche cosa di più bello avrà! …».

18«Oh! sì» dice Giovanni. «Ha un volto! Ha degli occhi! Vero, Giacomo, che occhi?! E una voce!… Ah, che voce! Quando parla ti par di sognare il Paradiso».

19«Presto, presto. Andiamo a trovarlo. Voi (parla ai garzoni) portate tutto a Zebedeo e dite che faccia lui. Noi torneremo questa sera per la pesca».

Il Messia sa tutto

20Si rivestono tutti e si avviano. Ma Pietro, dopo qualche metro, si arresta e afferra Giovanni per un braccio e chiede: Hai detto che sa tutto e che sente tutto…

21«Si. Pensa che quando noi, vedendo la luna alta, abbiamo detto: “Chissà che farà Simone?”, Egli ha detto: “Sta gettando la rete e non si sa dar pace di dover fare da solo, perché voi non siete usciti con la barca gemella in una sera di così buona pesca… Non sa che fra poco non pescherà più che con altre reti e non farà che altre prede”.

22«Misericordia divina! È proprio vero! Allora avrà sentito anche… anche che io gli ho dato poco meno che del mentitore… Non posso andare da Lui».

23«Oh! è tanto buono! Certo sa che tu hai così pensato. Lo sapeva già. Perché quando lo abbiamo lasciato, dicendo che venivamo da te, ha detto: “Andate. Ma non lasciatevi vincere dalle prime parole di scherno. Chi vuole venire con Me deve saper tener testa agli schemi del mondo e alle proibizioni dei parenti. Perché Io sono sopra il sangue e la società, e trionfo su essi. E chi è con Me pure trionferà in eterno”. E ha detto anche: “Sappiate parlare senza paura. Colui che vi udrà verrà, perché è uomo di buona volontà”».

Il Messia è povero

24«Così ha detto? Allora vengo. Parla, parla ancora di Lui mentre andiamo. Dove è?».

«In una povera casa; devono essere persone a Lui amiche».

25«Ma è povero?».

«Un operaio di Nazareth. Così ha detto».

26«E come vive, ora, se non lavora più?».

«Non lo abbiamo chiesto. Forse lo sovvengono i parenti».

27«Era meglio portare del pesce, del pane, frutta…, qualche cosa. Andiamo a interrogare un rabbi, perché è come e più di un rabbi, a mani vuote!… I nostri rabbini non vogliono così…».

28«Ma Lui vuole. Non avevamo che venti denari fra me e Giacomo e glieli abbiamo offerti, come consuetudine ai rabbini. Non li voleva. Ma, poi che insistevamo, ha detto: “Dio ve li renda nelle benedizioni dei poveri. Venite con Me” e subito li ha distribuiti a dei poverelli che Egli sapeva dove abitavano, e a noi che chiedevamo: “E per Te, Maestro, non serbi nulla?”, ha risposto: “La gioia di fare la volontà di Dio e di servire la sua gloria”.

30Noi abbiamo detto anche: “Tu ci chiami, Maestro. Ma noi siamo tutti poveri. Che ti dobbiamo portare?”. Ha risposto, con un sorriso che proprio fa gustare il Paradiso: “Un grande tesoro voglio da voi”; e noi: “Ma se nulla abbiamo?”; e Lui: “Un tesoro dai sette nomi, e che anche il più meschino può avere e il re più ricco non può possedere, lo avete e lo voglio. Uditene i nomi: carità, fede, buona volontà, retta intenzione, continenza, sincerità, spirito di sacrificio. Questo Io voglio da chi mi segue, questo solo, e in voi c’è. Dorme come seme sotto zolla invernale, ma il sole della mia primavera lo farà nascere in settemplice spiga”. Così ha detto».

31«Ah! questo mi assicura che è il Rabbonì vero, il Messia promesso. Non è duro ai poveri, non chiede denaro… Basta per dirlo il Santo di Dio. Andiamo sicuri».

E tutto ha termine.

3. L’incontro con Pietro e Andrea dopo un discorso nella sinagoga. Giovanni di Zebedeo grande anche nell’umiltà[10].

La missione di Pietro.

Incontro con Pietro e Andrea (Gv 1,42) [11].

44Gesù tace. La gente bisbiglia. L’adunanza si scioglie dopo inni cantati molto salmodiandoli. Gesù esce sulla piazzetta. Sulla porta sono Giovanni e Giacomo con Pietro e Andrea.

45«La pace sia con voi» dice Gesù e aggiunge: «Ecco l’uomo che, per esser giusto, ha bisogno di non giudicare senza prima conoscere. Ma che però è onesto nel riconoscere il suo torto. Simone, hai voluto vedermi? Eccomi. E tu, Andrea, perché non sei venuto prima?».

46I due fratelli si guardano imbarazzati. Andrea mormora: «Non osavo…».

47Pietro, rosso, non dice nulla. Ma, quando sente che Gesù dice al fratello: «Facevi del male a venire? Solo il male non si deve osare di farlo», interviene schietto: «Sono stato io. Lui voleva condurmi subito da Te. Ma io… io ho detto… Sì. Ho detto: “Non ci credo”, e non ho voluto. Oh! ora sto meglio! …»

48Gesù sorride. E poi dice: «E per la tua sincerità Io ti dico che ti amo».

49«Ma io… io non sono buono… non sono capace di fare quello che Tu hai detto nella sinagoga. Io sono iracondo, e se qualcuno mi offende… eh!… Io sono avido e mi piace aver denaro… e nel mio mercato di pesce… eh!… non sempre… non sempre sono stato senza frode. E sono ignorante. E ho poco tempo da seguirti per avere la luce. Come farò? Io vorrei diventare come Tu dici… ma…»

“Cefa: Pietra sicura a cui mi appoggio”. 

50«Non è difficile, Simone. Sai un poco la Scrittura? Sì? Ebbene, pensa al profeta Michea. Dio da te vuole quello che dice Michea[12]. Non ti chiede di strapparti il cuore, né di sacrificare gli affetti più santi. Per ora non te lo chiede. Un giorno tu, senza richiesta da Dio, darai a Dio anche te stesso. Ma Egli attende che un sole e una rugiada, di te, filo di erba, abbiano fatto palma robusta e gloriosa. Per ora Egli ti chiede questo: praticare giustizia, amare la misericordia, mettere ogni cura nel seguire il tuo Dio. Sforzati a fare questo, e, il passato di Simone sarà cancellato e tu diverrai l’uomo nuovo, l’amico di Dio e del suo Cristo. Non più Simone. Ma Cefa. Pietra sicura a cui mi appoggio».

51«Questo mi piace! Questo lo capisco. La Legge è così… è così… ecco, io quella non lo so più fare come l’hanno fatta i rabbini!… Ma questo che Tu dici, sì. Mi pare che ci riuscirò. E Tu mi aiuterai. Stai qui di casa? Conosco il padrone».

52«Qui sto. Ma ora andrò a Gerusalemme e poi predicherò per la Palestina. Sono venuto per questo. Ma verrò qui sovente».

«Io verrò a udirti ancora. Voglio esser tuo discepolo. Un poco di luce entrerà nella mia testa».

53«Nel cuore soprattutto, Simone. Nel cuore. E tu, Andrea, non parli?».

«Ascolto, Maestro».

«Mio fratello è timido».

54«Diverrà un leone. La sera scende. Dio vi benedica e vi dia buona pesca. Andate».

«La pace a Te».

L’amico fedele.

55Se ne vanno. Appena fuori, Pietro dice: «Ma che avrà voluto dire prima, quando diceva che pescherò con altre reti e farò altre pesche?».

56«Perché non glielo hai chiesto? Volevi dire tanto e poi quasi non parlavi».

«Mi… vergognavo. È così diverso da tutti i rabbi!».

57«Ora va a Gerusalemme…». Giovanni dice questo con tanto desiderio e nostalgia. «Io volevo dirgli se mi lasciava andare con Lui… e non ho osato…»

58«Vaglielo a dire, ragazzo» dice Pietro.

«Lo abbiamo lasciato così… senza una parola di amore… Almeno sappia che lo ammiriamo.

59«Va’, va’. A tuo padre dico io».

«Vado, Giacomo?». Giovanni parte di corsa… e di corsa torna giubilante.

60«Gli ho detto: “Mi vuoi con Te a Gerusalemme?”. Mi ha risposto: “Vieni, amico”. Amico, ha detto! Domani a quest’ora verrò qui. Ah! A Gerusalemme con Lui! …».

… la visione ha fine.

“Giovanni fu grande anche in umiltà”[13].  (Insegnamento)

Valore dell’umiltà.

61In merito a questa visione, mi dice questa mattina (14 ottobre) Gesù:

62«Voglio che tu e tutti rileviate il contegno di Giovanni. In un suo lato che sfugge sempre. Voi lo ammirate perché puro, amoroso, fedele. Ma non notate che fu grande anche in umiltà.

63Egli, artefice primo della venuta a Me di Pietro, modestamente tace questo particolare. L’apostolo di Pietro, e perciò il primo degli apostoli miei, fu Giovanni. Primo nel riconoscermi, primo nel rivolgermi la parola, primo nel seguirmi, primo nel predicarmi. Eppure, vedete che dice? Dice: “Andrea, fratello di Simone, era uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e avevano seguito Gesù. Il primo in cui si imbatté fu suo fratello Simone, a cui disse: ‘Abbiamo trovato il Messia’ e lo menò da Gesù”. (Gv. 1, 40-42)

64Giusto, oltre che buono, sa che Andrea si angustia di non aver che un carattere chiuso e timido, che tanto vorrebbe fare ma che non riesce a fare, e vuole che a lui vada, nella memoria dei posteri, il riconoscimento del suo buon volere. Vuole appaia Andrea il primo apostolo di Cristo presso Simone, nonostante che timidezza e soggezione di lui presso il fratello abbiano dato a lui sconfitta di apostolato.

I rapitori del fuoco.

65Quali, fra quelli che fanno qualcosa per Me, sanno imitare Giovanni e non si autoproclamano insuperabili apostoli, senza pensare che il loro riuscire viene da un complesso di cose, che non sono solo santità, ma anche audacia umana, fortuna, e occasionale trovarsi presso altri meno audaci e fortunati, ma forse più santi di loro?

66Quando riuscite nel bene, non gloriatevene come di un merito tutto vostro. Date lode a Dio, padrone degli apostolici operai, e abbiate occhio limpido e cuor sincero per vedere e dare ad ognuno il plauso che gli spetta. Occhio limpido a discernere gli apostoli che compiono olocausto, e sono le prime vere leve nel lavoro degli altri. Solo Dio li vede questi che, timidi, paiono nulla fare e sono invece i rapitori al Cielo del fuoco che investe gli audaci. Cuor sincero nel dire: “Io opero. Ma costui ama più di me, prega meglio di me, si immola come io non so fare e come Gesù ha detto: ‘…entro la propria camera con uscio chiuso per orare in segreto’. Io, che intuisco la sua umile e santa virtù, voglio farla nota e dire: ‘Io, strumento attivo; costui, forza che mi dà moto, perché, innestato come è a Dio, m’è canale di celeste forza’.”

67E la benedizione del Padre, che scende a ricompensare l’umile che in silenzio si immola per dar forza agli apostoli, scenderà anche sull’apostolo che sinceramente riconosce il soprannaturale e silenzioso aiuto, che a lui viene dall’umile, e il suo merito che la superficialità degli uomini non nota.

Un piccolo Cristo.

68Imparate tutti. “È il mio prediletto? Sì. Ma non ha anche questa somiglianza con Me? Puro, amoroso, ubbidiente, ma anche umile. Io mi specchiavo in lui e vedevo in lui le virtù mie. Lo amavo perciò come un secondo Me. Vedevo su lui lo sguardo del Padre che lo riconosceva un piccolo Cristo. È mia Madre mi diceva: “In lui io sento un secondo figlio. Mi par di vedere Te, riprodotto in un uomo.

69Oh! la Piena di Sapienza come ti ha conosciuto, o mio diletto! E i due azzurri dei vostri cuori di purezza si sono fusi in un unico velario per farmi protezione d’amore, e un solo amore sono divenuti, prima ancora che Io dessi la Madre a Giovanni e Giovanni alla Madre. S’erano amati perché s’erano riconosciuti simili: figli e fratelli del Padre e del Figlio».

4. A Betsaida nella casa di Pietro.
L’incontro con Filippo e Natanaele
[14].

Incontro con Filippo (Gv 1,43-46) [15].

33I bambini sono tutti a cerchio intorno a Gesù. Pare una corolla variopinta, stretta intorno ad un lungo pistillo azzurro cupo. Un uomo anzianotto si è avvicinato curioso. Gesù si volge, per carezzare un bambino che gli tira la veste, e lo vede. Lo fissa intensamente. Quello saluta arrossendo, ma non dice altro.

34«Vieni! Seguimi!».

«Sì, Maestro».

35Gesù benedice i bambini e a fianco di Filippo (lo chiama a nome) torna a casa. Si siedono nell’orticello.

36«Vuoi esser mio discepolo?».

«Lo voglio… e non oso sperare d’esserlo».

37«Io ti ho chiamato».

«Lo sono, allora. Eccomi».

38«Sapevi di Me?».

«Me ne ha parlato Andrea. Mi ha detto: “Quello che tu sospiravi è venuto”. Perché Andrea sapeva che io sospiravo il Messia».

39«Non è delusa la tua attesa. Egli ti è davanti».

«Mio Maestro e Dio!».

40«Sei un israelita di retta intenzione. Per questo mi manifesto a te. Un altro tuo amico aspetta, lui pure sincero israelita. Va’ a dirgli: “Abbiamo trovato Gesù di Nazareth, figlio di Giuseppe della stirpe di Davide, Colui di cui hanno detto Mosè e i Profeti”. Va’».

Incontro con Natanaele (Gv 1,43-46) [16].

41Gesù resta solo sinché torna Filippo con Natanaele Bartolomeo.

42«Ecco un vero israelita in cui non è frode. La pace a te, Natanaele».

43«Come mi conosci?».

«Prima che Filippo venisse a chiamarti, Io ti ho visto sotto al fico».

44«Maestro, Tu sei il Figlio di Dio, Tu sei il Re d’Israele!».

45«Perché ho detto di averti visto, mentre pensavi sotto al fico, tu credi? Vedrai cose ben più grandi di questa. In verità vi dico che i Cieli sono aperti e voi, per la fede, vedrete gli angeli scendere e salire sopra il Figlio dell’uomo: Io che ti parlo».

46«Maestro! Io non sono degno di tanto favore!».

47«Credi in Me e sarai degno del Cielo. Vuoi credere?».

«Voglio, Maestro».

Per essere discepoli della Parola (discorso messianico).

Avere buona volontà.

48La visione ha un arresto… e riprende sulla terrazza piena di gente; altra gente è nell’orticello di Pietro. Gesù parla.

      49«Pace agli uomini di buona volontà. Pace e benedizione alle loro case, alle loro donne, ai loro bambini. La grazia e la luce di Dio regni in esse e nei cuori che l’abitano. Voi avete desiderato di udirmi. La Parola parla. Parla agli onesti con gioia, parla ai disonesti con dolore, parla ai santi e ai puri con diletto, parla ai peccatori con pietà. Non si nega. È venuta per effondersi come fiume che irriga terre bisognose d’acqua, alle quali porta ristoro d’onde e nutrimento di limo. Voi volete sapere quali cose si richiedono per esser discepoli della Parola di Dio, del Messia, Verbo del Padre, che viene a radunare Israele perché rioda le parole del Decalogo santo e immutabile e si santifichi in esse per esser già mondo, quanto può l’uomo di per sé farlo, per l’ora della Redenzione e del Regno. Ecco. Io dico ai sordi, ai ciechi, ai muti, ai lebbrosi, ai paralitici, ai morti: “Sorgete, siate guariti, risorgete, camminate, si aprano in voi i fiumi della luce, della parola, del suono, perché possiate vedere, udire, dire di Me”. Ma più che ai corpi Io dico questo agli spiriti vostri. Uomini di buona volontà, venite a Me senza timore. Se lo spirito è leso, Io lo risano. Se malato, Io lo guarisco. Se morto, Io lo risuscito. Voglio solo la vostra buona volontà.

Fedeltà al Decalogo.

50Difficile ciò che vi chiedo? No. Io non vi impongo i cento e cento e cento precetti dei rabbini. Io vi dico: seguite il Decalogo. La Legge è una e immutabile. Molti secoli sono passati dall’ora in cui essa fu data bella, pura, fresca, come creatura appena nata, come rosa appena aperta sullo stelo. Semplice, netta, dolce a seguirsi. Nei secoli le colpe e le tendenze l’hanno complicata con leggi e leggi minori, con pesi e restrizioni, con troppe penose clausole. Io vi riporto alla Legge così come l’Altissimo l’ha data. Ma, ve ne prego per vostro bene, ricevetela col cuor sincero dei veri israeliti di allora.

Fedeltà perfetta ai due precetti d’amore.

51Voi mormorate, più in cuor vostro che col labbro, che la colpa, più che in voi, umili, è in alto. Lo so. Nel Deuteronomio è detto tutto quanto va fatto, ne era necessario di più. Ma non giudicate chi fece, per gli altri, non per sé. Voi fate ciò che Dio dice. E sopra tutto sforzatevi ad esser perfetti nei due precetti principali. Se amerete Dio con tutto voi stessi, non peccherete, perché il peccato è dolore dato a Dio. Chi ama non vuol dare dolore. Se amerete il prossimo come voi stessi, non sarete che figli rispettosi per i genitori, sposi fedeli ai consorti, uomini onesti nei commerci, senza violenze per i nemici, senza menzogna nel deporre, senza invidia verso chi ha, senza fomite di lussuria verso l’altrui donna. Non volendo fare agli altri ciò che non vorreste fatto a voi, non ruberete, non ammazzerete, non calunnierete, non entrerete come cuculi nel nido altrui.

52Ma anzi Io vi dico: “Spingete alla perfezione la vostra ubbidienza ai due precetti d’amore: amate anche i vostri nemici”.

53Oh! come vi amerà l’Altissimo che tanto ama l’uomo, divenuto a Lui nemico per la colpa d’origine e per i peccati individuali, da mandare ad esso il Redentore, l’Agnello che è il Figlio suo, Io che vi parlo, il Messia promesso per redimervi da ogni colpa, se voi saprete amare come Lui.

54Amate. L’amore vi sia scala per cui, angeli divenuti, salirete, come vide Giacobbe, sino al Cielo, udendo il Padre dire, a tutti e a ognuno: “Io sarò tuo protettore dovunque andrai e ti ricondurrò a questo paese: al Cielo, al Regno eterno”[17].

La pace a voi».

La scelta di Pietro.

Bisogna essere fedeli in tutto.

55La gente ha parole di approvazione commossa e se ne va lentamente. Restano Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, Filippo e Bartolomeo.

56«Parti domani, Maestro?».

«Domani all’alba, se non ti rincresce».

«Rincrescere che Tu vada, sì. Ma rincrescermi l’ora, no. È anzi propizia».

57«Pescherai?».

«Questa notte a prima luna».

58«Hai fatto bene, Simon Pietro, a non pescare la notte scorsa. Ancor non era finito il sabato. Nehemia[18], nelle sue riforme, volle che in Giuda fosse rispettato il sabato. Anche ora troppa gente di sabato pigia agli strettoi, porta fasci, carica vino e frutta, e vende e compra pesci e agnelli. Avete sei giorni per questo. Il sabato è del Signore. Solo una cosa potete fare di sabato: bontà al prossimo vostro. Ma il lucro deve essere assolutamente escluso da questo aiuto. Chi viola per lucro il sabato non può aver che castigo da Dio. Fa utile? Lo sconterà con perdite negli altri sei giorni. Non fa utile? Ha faticato invano il corpo, non concedendogli quel riposo che l’Intelligenza ha stabilito per esso, alterandosi con ira lo spirito per aver inutilmente faticato, giungendo a imprecare. Mentre il giorno di Dio va passato col cuore unito a Dio in dolce preghiera d’amore. Bisogna esser fedeli in tutto».

59«Ma… gli scribi e i dottori, che tanto sono severi con noi…, non lavorano in sabato, non danno neppure un pane al prossimo per non fare la fatica di porgerlo… ma l’usura la fanno anche in sabato. Perché non è lavoro materiale, si può fare usura in sabato?».

 60«No. Mai. Né in sabato né in altro giorno. Chi fa usura è disonesto e crudele».

«Gli scribi e i farisei, allora…»

61«Simone, non giudicare. Tu non fare».

«Ma ho occhi per vedere…»

62«Vi è il male solo da vedere, Simone?».

«No, Maestro».

63«E allora perché guardare solo il male?».

«Hai ragione, Maestro».

La scelta di Pietro.

64«Allora domani all’alba partirò con Giovanni».

«Maestro… Simone, che hai?».

«Maestro… vai a Gerusalemme?».

«Lo sai».

«Anche io ci vado per la Pasqua… e anche Andrea e Giacomo».

65«Ebbene?… Vuoi dire che vorresti venire con Me. E la pesca? E il guadagno? Mi hai detto che ti piace aver denaro, e Io starò via molti giorni. Prima vado dalla Madre. E ci andrò al ritorno. Mi fermerò a predicare. Come farai?… Pietro è perplesso, combattuto… ma poi decide: «Per me… ci vengo. Preferisco Te al denaro!».

66«Anche io vengo».

«E anche io».

«E noi pure, vero, Filippo?».

67«Venite, allora. Mi aiuterete».

«Oh! …» Pietro è fulminato all’idea di aiutare Gesù.

68«Come faremo?».

«Ve lo dirò. Non avrete che fare quanto dico per far bene. L’ubbidiente fa sempre bene. Adesso pregheremo e poi ognuno andrà alle sue mansioni».

69«Che farai Tu, Maestro?».

«Pregherò ancora. Sono la Luce del mondo, ma sono anche il Figlio dell’uomo. Devo perciò sempre attingere alla Luce per esser l’Uomo che redime l’uomo. Preghiamo».

70Gesù dice un salmo. Quello che comincia: «Chi riposa nell’aiuto dell’Altissimo vivrà sotto la protezione del Dio del Cielo. Dirà al Signore: “Tu sei il mio protettore, il mio rifugio. È il mio Dio, in Lui la mia speranza. Egli mi liberò dal laccio dei cacciatori e dalle aspre parole” ecc. ecc.»[19]. Lo trovo nel libro 4°. È il secondo del libro 4, mi pare il numero 90 (se leggo bene il numero romano).

La visione cessa così.

5. Maria manda Giuda Taddeo ad invitare
Gesù alle nozze di Canna
[20].

Per la causa di Dio.

“Desiderio di mia Madre è mia legge”.

1Vedo la cucina di Pietro. In essa, oltre a Gesù, vi è Pietro e la moglie, e Giacomo e Giovanni. Sembra che abbiano finito allora la cena e stiano conversando fra loro. Gesù si interessa della pesca.

2Entra Andrea e dice: «Maestro, vi è qui l’uomo presso il quale stai, con uno che si dice tuo cugino».

3Gesù si alza e va verso l’uscio dicendo: «Vengano avanti»; e quando, alla luce della lucerna ad olio e della fiamma del focolare, vede entrare Giuda Taddeo, esclama: «Tu, Giuda?!».

4«Io, Gesù». Si baciano.

5Giuda Taddeo è un bell’uomo nella pienezza della bellezza virile. Alto, sebbene non quanto Gesù, ben proporzionato nella sua robustezza, bruno, come lo era S. Giuseppe da giovane, di un olivastro non terreo e con occhi che hanno qualcosa di comune con quelli di Gesù, perché sono di una tinta azzurra, ma tendente al pervinca. Ha barba quadrata e bruna, capelli mossi, meno a ricciolo di quelli di Gesù, bruni come la barba.

6«Vengo da Cafarnao. Vi sono andato con una barca e qui pure sono venuto con essa per fare più presto. Mi manda tua Madre; dice: “Susanna è sposa domani. Io ti prego, Figlio, di essere a queste nozze”. Maria vi prende parte e con Lei la madre mia e i fratelli. Tutti i parenti vi sono invitati. Tu solo saresti assente, ed essi, i parenti, ti chiedono di far contenti gli sposi».

7Gesù si inchina lievemente, aprendo un poco le braccia, e dice: «Desiderio di mia Madre è mia legge. Ma anche per Susanna e i parenti verrò. Solo… mi spiace per voi…» e guarda Pietro e gli altri. «Sono i miei amici» spiega al cugino. E li nomina cominciando da Pietro. Per ultimo dice: «e questo è Giovanni», e lo dice in un modo tutto speciale, che attira lo sguardo più attento di Giuda Taddeo e fa arrossire il prediletto. Termina la presentazione dicendo: «Amici, questo è Giuda figlio d’Alfeo, mio fratel cugino, secondo la consuetudine del mondo, perché figlio del fratello dello sposo di mia Madre. Un mio buon amico di lavoro e di vita».

8«La mia casa è aperta a te come al Maestro. Siedi» e poi, rivolto a Gesù, Pietro dice: «E allora? Non verremo più con Te a Gerusalemme?».

9«Certo che verrete. Dopo la festa di nozze Io andrò. Soltanto non mi fermerò più a Nazareth».

10«Fai bene, Gesù. Perché tua Madre è ospite mia per qualche giorno. È inteso così, e vi verrà Lei pure dopo le nozze». Così dice l’uomo di Cafarnao.

11«Così faremo, allora. Ora con la barca di Giuda Io andrò a Tiberiade e di lì a Cana, e con la stessa tornerò a Cafarnao con la Madre e con te. Il giorno dopo il prossimo sabato tu verrai, Simone, se ancora vuoi venire, e andremo a Gerusalemme per la Pasqua».

«Sì che vorrò! Anzi verrò il sabato per udirti alla sinagoga».

Il dilemma del Taddeo.

12«Già ammaestri, Gesù?» chiede il Taddeo.

«Sì, cugino».

13«E che parole! Ah! non si odono sul labbro d’altri!».

14Giuda sospira. Col capo appoggiato alla mano, col gomito puntato sul ginocchio, guarda Gesù e sospira. Pare voglia parlare e non osi.

15Gesù lo stuzzica: «Che hai, Giuda? Perché mi guardi e sospiri?».

«Niente».

16«No. Niente non è. Non sono più il Gesù che tu amavi? Quello per cui non avevi segreti?».

«Si, che lo sei! E come mi manchi, Tu, maestro del tuo più anziano cugino…»

17«E allora? Parla».

«Volevo dirti… Gesù… sii prudente… hai una Madre… che non ha che Te… Tu vuoi essere un “rabbi” diverso dagli altri e Tu sai, meglio di me, che… che le caste potenti non permettono cose diverse alle consuetudinarie da loro messe. Conosco il tuo modo di pensare… è santo… Ma il mondo non è santo… e opprime i santi… Gesù… Tu sai la sorte di tuo cugino il Battista… È prigione, e se ancor non è morto è perché quel lurido Tetrarca ha paura della folla e del fulmine di Dio. Lurido e superstizioso come crudele e libidinoso. Tu… che farai? A che sorte vuoi andare incontro?».

18«Giuda, questo mi chiedi tu che conosci tanto del mio pensiero? Parli di tuo impulso? No. Non mentire! Ti hanno mandato, e non mia Madre certo, a dirmi queste cose…»

Giuda abbassa il capo e tace.

«Parla, cugino».

19«Mio padre… e con lui Giuseppe e Simone… sai… per tuo bene… per affetto per Te e Maria… non vedono di buon occhio quello che Tu ti proponi di fare… e.… e vorrebbero Tu pensassi a tua Madre…»

20«E tu che pensi?».

«Io… io».

21«Tu sei combattuto fra le voci dell’Alto e della terra. Non dico del Basso. Dico della terra. Anche Giacomo lo è, più di te ancora. Ma Io vi dico che sopra la terra è il Cielo, sopra gli interessi del mondo vi è la causa di Dio. Avete bisogno di cambiare modo di pensare. Quando lo saprete fare, sarete perfetti».

Distacco dell’affetto materno.

22«Ma… e tua Madre?».

«Giuda, non c’è che Lei che avrebbe diritto a richiamarmi ai miei doveri di figlio, secondo la luce della terra: ossia al mio dovere di lavorare per Lei, per sovvenire ai suoi bisogni materiali, al mio dovere di assistenza e conforto con una vicinanza alla Madre. E Lei non mi chiede nulla di questo. Da quando mi ebbe, Ella sa che mi avrebbe perduto, per ritrovarmi in una maniera più vasta di quella del piccolo cerchio della famiglia. E da allora si è preparata a questo.

23Non è nuova nel suo sangue questa assoluta volontà di donazione a Dio. Sua madre l’ha offerta al Tempio prima che Ella sorridesse alla luce. Ed Ella – me lo ha detto le innumeri volte che, tenendomi contro il suo cuore nelle lunghe sere d’inverno o nelle chiare notti d’estate piene di stelle, mi ha parlato della sua infanzia santa – ed Ella si è data a Dio sin da quelle prime luci della sua alba nel mondo. E più ancora si è data quando mi ebbe, per essere dove Io sono, sulla via della missione che mi viene da Dio. Tutti mi lasceranno in un’ora; magari per pochi minuti, ma la viltà sarà padrona di tutti e penserete che era meglio, per la vostra sicurezza, non avermi mai conosciuto. Ma Lei, che ha compreso e che sa, Lei sarà sempre meco. E voi tornerete ad essere miei per Essa. Con la forza della sua sicura, amorosa fede, Ella vi aspirerà in sé e perciò vi riaspirerà in Me, perché io sono nella Madre ed Ella è in Me, e Noi in Dio.

24Questo vorrei che comprendeste voi tutti, parenti secondo il mondo, amici e figli secondo il soprannaturale. Tu, e con te gli altri, non sapete chi è mia Madre. Ma, se lo sapeste, non la critichereste in cuor vostro per non sapermi tenere a Lei soggetto, ma la venerereste come l’Amica più intima di Dio, la Potente che tutto può sul cuore dell’Eterno Padre e sul Figlio del suo cuore. Per certo che a Cana verrò. Voglio farla felice. Comprenderete meglio dopo quest’ora». Gesù è imponente e persuasivo.

25Giuda lo guarda attento. Pensa. Dice: «E io pure per certo verrò con Te, insieme a questi, se mi vuoi… perché sento che Tu dici cose giuste. Perdona alla mia cecità e a quella dei fratelli. Sei tanto più santo di noi! …»

La veste filata dalla Madre.

26«Non ho rancore per chi non mi conosce. Non ne ho neppure per chi mi odia. Ma ne ho dolore per il male che a sé stesso fa. Che hai in quella sacca?».

«La veste che tua Madre ti manda. Gran festa, domani. Ella pensa che il suo Gesù ne abbia bisogno per non sfigurare fra gli invitati. Ha filato indefessa dalle prime luci alle estreme, ogni giorno, per prepararti questa veste. Ma non ha ultimato il mantello. Ancor ne mancano le frange. Ne è tutta desolata».

27«Non occorre. Andrò con questo, e quello serberò per Gerusalemme. Il Tempio è più ancora di una festa di nozze».

«Ella ne sarà felice».

28«Se volete essere all’alba sulla via di Cana, vi conviene partire subito. La luna sorge e sarà buona la traversata» dice Pietro.

29«Andiamo, allora. Vieni, Giovanni. Ti porto con Me. Simon Pietro, Giacomo, Andrea, addio. Vi attendo la sera di sabato a Cafarnao. Addio, donna. Pace a te e alla tua casa».

30Escono Gesù con Giuda e Giovanni. Pietro li segue sino a riva e aiuta l’operazione di partenza della barca.

E la visione ha fine.

6. La cacciata dei mercanti dal Tempio[21].

Il vecchio e il nuovo Tempio.

Il nuovo Tempio (Gv 2,18-22) [22].

22Accorrono sacerdoti insieme a rabbini e farisei. Gesù è ancora in mezzo al cortile, di ritorno dal suo inseguimento. La sferza è ancora nella sua mano.

23«Chi sei? Come ti permetti fare questo, turbando le cerimonie prescritte? Da quale scuola provieni? Noi non ti conosciamo, né sappiamo chi sei».

24«Io sono Colui che posso. Tutto Io posso. Disfate pure questo Tempio vero ed Io lo risorgerò per dar lode a Dio. Non Io turbo la santità della Casa di Dio e delle cerimonie, ma voi la turbate permettendo che la sua dimora divenga sede agli usurai e ai mercanti. La mia scuola è la scuola di Dio. La stessa che ebbe tutto Israele per bocca dell’Eterno parlante a Mosè. Non mi conoscete? Mi conoscerete. Non sapete da dove Io vengo? Lo saprete».

Dio è l’eredità dei suoi sacerdoti (Lezione biblica).

Nel Deuteronomio è detto.

25E, volgendosi al popolo senza più curarsi dei sacerdoti, alto nell’abito bianco, col mantello aperto e fluente dietro le spalle, a braccia aperte come un oratore nel più vivo della sua orazione, dice: «Udite, voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: “Tu costituirai dei giudici e dei magistrati a tutte le porte… ed essi giudicheranno il popolo con giustizia, senza propendere da nessuna parte. Tu non avrai riguardi personali, non accetterai donativi, perché i donativi accecano gli occhi dei savi ed alterano le parole dei giusti. Con giustizia seguirai ciò che è giusto per vivere e possedere la terra che il Signore Iddio tuo ti avrà data”.

26Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: “I sacerdoti e i leviti e tutti quelli della tribù di Levi non avranno parte né eredità col resto di Israele, perché devono vivere coi sacrifizi del Signore e colle offerte che a Lui sono fatte; nulla avranno tra i possessi dei loro fratelli, perché il Signore è la loro eredità”.

27Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: “Non presterai ad interesse al tuo fratello né denaro, né grano, né qualsiasi altra cosa. Potrai prestare ad interesse allo straniero; al tuo fratello, invece, presterai senza interesse quello che gli bisogna”.

Questo ha detto il Signore.

Il peccato dei potenti.

28Ora voi vedete che senza giustizia verso il povero si siede in Israele. Non nel giusto, ma nel forte si propende, ed esser povero, esser popolo, vuol dire esser oppresso. Come può il popolo dire: “Chi ci giudica è giusto” se vede che solo i potenti sono rispettati e ascoltati, mentre il povero non ha chi lo ascolti? Come può il popolo rispettare il Signore, se vede che non lo rispettano coloro che più dovrebbero farlo? È rispetto al Signore la violazione del suo comando? E perché allora i sacerdoti in Israele hanno possessi e accettano donativi da pubblicani e peccatori, i quali così fanno per aver benigni i sacerdoti, così come questi fanno per aver ricco scrigno?

Dio è l’eredità dei sacerdoti.

29Dio è l’eredità dei suoi sacerdoti. Per essi, Egli, il Padre di Israele, è più che mai Padre e provvede al cibo come è giusto. Ma non più di quanto sia giusto. Non ha promesso ai suoi servi del Santuario borsa e possessi. Nell’eternità avranno il Cielo per la loro giustizia, come lo avranno Mosè e Elia e Giacobbe e Abramo, ma su questa terra non devono avere che veste di lino e diadema di incorruttibile oro: purezza e carità; e che il corpo sia servo allo spirito che è servo del Dio vero, e non sia il corpo colui che è signore sullo spirito e contro Dio.

Il Messia Chiama.

30M’è stato chiesto con quale autorità Io faccio questo. Ed essi con quale autorità profanano il comando di Dio e all’ombra delle sacre mura permettono usura contro i fratelli di Israele, venuti per ubbidire al comando divino? M’è stato chiesto da quale scuola Io provengo, ed ho risposto: “Dalla scuola di Dio”. Sì, Israele. Io vengo e ti riporto a questa scuola santa e immutabile.

31Chi vuol conoscere la Luce, la Verità, la Vita, chi vuole risentire la Voce di Dio parlante al suo popolo, a Me venga. Avete seguito Mosè attraverso i deserti, o voi di Israele. Seguitemi, ché Io vi porto, attraverso a ben più tristo deserto, incontro alla vera Terra beata. Per mare aperto al comando di Dio, ad essa vi traggo. Alzando il mio Segno, da ogni male vi guarisco.

L’ora della Grazia è sorta.

32L’ora della Grazia è venuta. L’hanno attesa i Patriarchi e sono morti nell’attenderla. L’hanno predetta i Profeti e sono morti con questa speranza. L’hanno sognata i giusti e sono morti confortati da questo sogno. Ora è sorta.

33Venite. “Il Signore sta per giudicare il suo popolo e per fare misericordia ai suoi servi”, come ha promesso per bocca di Mosè».

7. L’incontro con Giuda di Keriot e con Tommaso. Simone Zelote sanato dalla lebbra[23].

Il brutto, il cattivo e il buono.

La casa dell’Orto degli ulivi.

1Gesù è insieme ai suoi sei discepoli. Tanto l’altro giorno che oggi non vedo Giuda Taddeo, che pure aveva detto di voler venire a Gerusalemme con Gesù.

2Devono ancora essere le feste pasquali, perché c’è sempre molta folla per la città.

3E’ verso sera, e molti si affrettano alle case. Anche Gesù va verso la casa dove è ospitato. Non è la casa del Cenacolo. Quella è più nella città, per quanto prossima ai confini di essa. Questa è una vera casa già di campagna, fra folti ulivi. Dal rustico piazzaletto che ha sul davanti si vedono le piante scendere a balzi giù dal colle, fermandosi là dove è un torrentello poco ricco d’acque, che se ne va fra l’insenatura che è fra due colli, poco alti: sulla cima di un colle è il Tempio, sull’altro colle solo ulivi e ulivi. Gesù è alle prime pendici di questo morbido colle, che sale senza asprezza, tutto mite di piante pacifiche.

Guarigione di Simone Zelote (Lc 5,12-14) [24]..

4«Giovanni, vi sono due uomini che aspettano il tuo amico» dice un uomo anziano, che deve essere il contadino o il proprietario dell’uliveto. Direi che Giovanni lo conosce.

5«Dove sono? Chi sono?».

«Non so. Uno certo è giudeo. L’altro… non saprei. Non gliel’ho chiesto».

6«Dove sono?».

«Nella cucina in attesa e.… e.… sì… ecco… c’è anche uno tutto piaghe… Là l’ho fatto stare, perché… non vorrei fosse lebbroso… Dice che vuole vedere il Profeta che ha parlato al Tempio».

7Gesù, che sino a quel momento aveva taciuto, dice: «Andiamo prima da questo. Di’ agli altri di venire, se vogliono. Parlerò qui, nell’uliveto, con loro». E si dirige verso il punto indicato dall’uomo.

8«E noi? Che facciamo?» chiede Pietro.

«Venite, se volete».

9Un uomo tutto imbacuccato è addossato al muretto rustico che sostiene un balzo, il più prossimo al limite del podere. Deve esser salito lì da un viottoletto che conduce lì costeggiando il torrentello. Quando vede venire verso di lui Gesù, grida: «Indietro, indietro! Ma anche pietà!». E scopre il suo tronco, lasciando cadere la veste.

10Se il viso è già coperto di croste, il tronco è un ricamo di piaghe. Quali già ridotte a buchi fondi, quali semplicemente come bruciature rosse, quali biancastre e lucide come se sopra avessero un vetrino bianco.

11«Sei lebbroso! Che vuoi da Me?».

«Non mi maledire! Non mi lapidare! Mi han detto che l’altra sera ti sei manifestato come Voce di Dio e Portatore della Grazia. Mi han detto che Tu hai assicurato che, alzando il tuo segno, sani ogni male. Alzalo su me. Vengo dai sepolcri… là… Ho strisciato come una serpe fra i rovi del torrente per giungere qui non visto. Ho aspettato la sera a farlo, perché nella penombra meno si vede chi sono. Ho osato… ho trovato costui, della casa, abbastanza buono. Non mi ha ucciso. Mi ha detto solo: “Attendi contro il muretto”. Abbi Tu pure pietà» e poiché Gesù si avvicina (Lui solo, perché i sei discepoli e il padrone del luogo, con i due sconosciuti, sono lontani e mostrano chiaramente ribrezzo) dice ancora: «Non più avanti! Non più! Sono infetto!».

12Ma Gesù procede. Lo guarda con tanta pietà che l’uomo si pone a piangere e si inginocchia col volto quasi a terra, e geme: «Il tuo segno! Il tuo segno!».

13«Sarà alzato nella sua ora. Ma a te dico: alzati! Sii sanato. Lo voglio. E siimi tu segno in questa città che deve conoscermi. Sorgi, dico! E non peccare, per riconoscenza a Dio!».

14L’uomo si alza piano piano. Pare che emerga di fra le erbe alte e fiorite come da un lenzuolo di tomba… ed è guarito. Si guarda all’ultima luce. È guarito. Grida: «Mondo sono! Oh! che devo fare ora per Te?».

15«Ubbidire alla Legge. Vai dal sacerdote. Sii buono in futuro. Va’».

16L’uomo ha un moto per gettarsi ai piedi di Gesù, ma si ricorda d’esser ancora impuro, secondo la Legge, e si trattiene. Ma si bacia le mani e getta il bacio a Gesù e piange. Di gioia. Gli altri sono di pietra. Gesù volge le spalle al guarito e sorridendo li riscuote. «Amici, non era che una lebbra della carne. Ma voi vedrete cadere la lebbra dai cuori. Siete voi che mi volete?» dice ai due sconosciuti. «Eccomi. Chi siete?».

Presunzione dell’Iscariota.

17«Ti abbiamo udito l’altra sera… nel Tempio. Ti abbiamo cercato per la città. Un che si dice tuo parente ci ha detto che qui stai».

18«Perché mi cercate?».

«Per seguirti, se ci vuoi, perché Tu hai parole di verità».

19«Seguirmi? Ma sapete dove sono diretto?».

«No, Maestro, ma certo alla gloria».

20«Sì. Ma ad una gloria non della terra. Ad una gloria che ha sua sede nel Cielo e che si conquista con virtù e sacrificio. Perché volete seguirmi?» torna a chiedere.

«Per avere parte della tua gloria».

21«Secondo il Cielo?».

«Sì, secondo il Cielo».

22«Non tutti possono arrivarvi. Perché Mammona insidia i desiderosi di Cielo più degli altri. E solo chi sa fortemente volere resiste. Perché seguirmi, se seguire Me vuole dire lotta continua con il nemico che è in noi, col mondo nemico, e col Nemico che è Satana?».

«Perché così vuole il nostro spirito, che è rimasto conquistato da Te. Tu sei santo e potente. Noi vogliamo esser tuoi amici».

23«Amici!!!». Gesù tace e sospira. Poi guarda fisso quello che ha sempre parlato e che ora ha lasciato cadere il mantello dal capo, apparendo a testa nuda.

24E’ Giuda di Keriot. «Chi sei, tu che parli meglio di un popolano?».

«Giuda sono, di Simone. Di Keriot sono. Ma son del Tempio (o nel Tempio). Attendo e sogno il Re dei giudei. Re ti ho sentito nella parola. Re ti ho visto nel gesto. Prendimi con Te».

25«Prenderti? Ora? Subito? No».

«Perché, Maestro?».

26«Perché è meglio pesare sé stessi prima di prendere vie molto erte».

27«Non credi alla mia sincerità?».

«L’hai detto. Credo al tuo impulso. Ma non credo alla tua costanza. Pensaci, Giuda. Io ora andrò via e tornerò per la Pentecoste. Se stai nel Tempio, mi vedrai. Pesa te stesso.

Il timore di Tommaso detto Didimo.

28«E tu chi sei?».

«Un altro che ti vide. Vorrei esser teco. Ma ora ne ho sgomento».

29«No. La presunzione è rovina. Il timore può esser ostacolo, ma se viene da umiltà è aiuto. Non temere. Anche tu pensa, e quando verrò…»

30«Maestro, sei tanto santo! Ho paura di non esser degno. Non d’altro. Perché sul mio amore non temo…»

31«Come ti chiami?».

«Tommaso, detto Didimo».

32«Ricorderò il tuo nome. Va’ in pace». Gesù li congeda e si ritira nella casa ospitale per la cena. I sei che sono con Lui vogliono sapere molte cose.

Il Messia è perfetto.

33«Perché, Maestro, hai fatto differenza fra i due?… Perché una differenza ci fu. Tutti e due avevano lo stesso impulso…» chiede Giovanni.

34«Amico, anche lo stesso impulso può avere diverso succo e fare diverso effetto. Certo che i due hanno lo stesso impulso. Ma uno non è uguale all’altro nel fine. E quello che pare il meno perfetto è il più perfetto, perché non ha fomite di gloria umana. Mi ama perché mi ama».

35«Anche io!».

«Ed io pure».

«Ed io».

«Ed io».

«Ed io».

«Ed io».

«Lo so. Vi conosco per quel che siete».

36«Siamo dunque perfetti?».

«Oh! no! Ma, come Tommaso, lo diverrete se permarrete nella vostra volontà d’amore. Perfetti?! Oh! amici! E chi perfetto se non Dio?».

«Tu lo sei!».

37«In verità vi dico che non per Me perfetto sono, se voi credete essere Io un profeta[25]. Nessun uomo è perfetto. Ma perfetto Io sono perché Quel che vi parla è il Verbo del Padre. Parte di Dio[26], il suo Pensiero che si fa Parola[27], Io ho la Perfezione in Me. E tale credere mi dovete, se credete essere Io il Verbo del Padre. Eppure lo vedete, amici. Io voglio esser chiamato il Figlio dell’uomo, perché annichilo Me stesso addossandomi dell’uomo tutte le miserie, per portarle, mio primo patibolo, e annullarle dopo averle portate, ma non avute. Che peso, amici! Ma lo porto con gioia. È la mia gioia il portarlo perché, essendo il Figlio dell’umanità, renderò l’umanità figlia di Dio. Come il primo giorno».

38Gesù parla dolcemente, seduto alla povera mensa con le mani che gestiscono pacatamente sulla tavola, il volto un poco inclinato, illuminato da sotto in su dalla lampadetta ad olio posata sulla tavola. Sorride lievemente, già Maestro nell’imponenza e tanto amico nel tratto. I discepoli lo ascoltano attenti.

L’Anticipatrice della Grazia.

La parabola delle pietre facili.

39«Maestro… perché tuo cugino, pur sapendo dove Tu abiti, non è venuto?».

40«Pietro mio!… Tu sarai una delle mie pietre, la prima. Ma non tutte le pietre sono facili ad usarsi. Hai visto i marmi del palazzo pretorio? Strappati a fatica al seno montano, ora sono parte del Pretorio. Guarda invece quei sassi che splendono là, al raggio di luna, fra le acque del Cedron. Da loro sono venuti nell’alveo e, se uno li vuole, ecco, subito si lasciano prendere. Il cugino mio è come le prime pietre di cui parlo… Il seno del monte, la famiglia, lo contende a Me».

41«Ma io voglio essere in tutto come i sassi del torrente. Per Te sono pronto a lasciare tutto: casa, sposa, pesca, fratelli. Tutto, Rabbonì, per Te».

42«Lo so, Pietro. Per questo ti amo. Ma anche Giuda verrà».

43«Chi? Giuda di Keriot? Non ci tengo. È un bel signorino, ma… preferisco… Me stesso preferisco…».

Ridono tutti dell’uscita di Pietro.

44«Non c’è niente da ridere. Voglio dire che preferisco un galileo schietto, rozzo, pescatore, ma senza frode a.… ai cittadini che… non so… Ecco, il Maestro capisce ciò che mi intendo».

45«Sì, capisco. Ma non giudicare. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro sulla terra, e i buoni sono mescolati ai malvagi come i fiori su un campo. La cicuta è a fianco della salutifera malva».

L’Anticipatrice della Grazia.

46«Io vorrei chiedere una cosa…»

«Quale, Andrea?».

47«Giovanni mi ha raccontato del miracolo fatto a Cana… Era in noi tanta speranza che Tu ne facessi uno a Cafarnao… e Tu hai detto che non facevi miracolo se prima non avevi adempito la Legge. Perché allora a Cana? E perché qui e non nella patria tua?».

48«Ogni ubbidienza alla Legge è unione con Dio e perciò aumento della capacità nostra. Il miracolo è la prova dell’unione con Dio, della presenza benevola e consenziente di Dio. Per questo Io ho voluto fare il mio dovere di israelita prima di iniziare la serie dei prodigi».

49«Ma Tu non eri tenuto alla Legge».

50«Perché? Come Figlio di Dio, no. Ma come figlio della Legge, sì. Israele, per ora, non mi conosce che come tale… E, anche dopo, quasi tutto Israele mi conoscerà come tale, anzi come meno ancora. Ma Io non voglio dare scandalo a Israele e ubbidisco alla Legge».

«Sei santo».

51«La santità non esclude dall’ubbidienza. Anzi la perfeziona. Vi è l’esempio da dare, oltre al resto. Che diresti di un padre, di un maggior fratello, di un maestro, di un sacerdote che non dessero buon esempio?».

52«E Cana, allora?».

«Cana era la gioia di mia Madre da farsi. Cana è l’anticipo che si deve a mia Madre. Ella è l’Anticipatrice della Grazia. Qui do onore alla Città santa, facendo di essa, pubblicamente, l’iniziatrice del mio potere di Messia. Ma là, a Cana, Io davo onore alla Santa di Dio, alla Tutta Santa. Il mondo mi ha per Essa. È giusto che ad Essa vada il mio primo prodigio nel mondo».

Beati i sinceri e tenaci nel volere.

53Bussano alla porta. È Tommaso da capo. Entra e si butta ai piedi di Gesù.

54«Maestro… io non posso attendere il tuo ritorno. Lasciami con Te. Sono pieno di difetti, ma ho questo amore, solo, grande, vero, il mio tesoro. È tuo, è per Te. Lasciami, Maestro…» [28] 

55Gesù gli pone la mano sul capo. «Resta, Didimo. Seguimi. Beati quelli che sono sinceri e tenaci nel volere. Voi benedetti. Più che parenti mi siete, perché mi siete figli e fratelli non secondo il sangue che muore ma secondo il volere di Dio e il vostro volere spirituale. Ora Io dico che non ho più stretto parente di colui che fa la volontà del Padre mio, e voi la fate perché volete il bene».

8. Incarico affidato a Tommaso divenuto discepolo [29].

La legge nuova è l’amore.

Tommaso accolto dal Maestro.

1Stamane, rinvenendo da un pesantissimo sopore di molte ore, mentre prego attendendo si faccia giorno, ho la ripresa della visione. Dico ripresa perché siamo ancora nello stesso ambiente: la larga e bassa cucina, scura nelle pareti fumose, appena illuminata dalla fiammella a olio posta sulla tavola rustica, lunga e stretta, alla quale sono seduti in otto persone: Gesù e i sei discepoli, più il padrone di casa, quattro per lato.

2Gesù, ancora rigirato sul suo sgabello – perché qui non sono altro che sgabelli senza spalliera, a tre piedi, proprio cose di campagna – parla ancora con Tommaso. La mano di Gesù è scesa dal capo di Tommaso alla spalla dello stesso. Gesù dice: «Alzati, amico. Hai già cenato?».

3«No, Maestro. Ho fatto pochi metri con l’altro che era meco e poi l’ho lasciato e sono tornato indietro, dicendogli che volevo parlare al lebbroso guarito… Ma ho detto così perché pensavo che egli avrebbe sdegnato di accostarsi ad un impuro. Ho indovinato. Ma io cercavo Te, non il lebbroso… Volevo dirti: “Prendimi!”… Mi sono aggirato su e giù per l’uliveto, finché un giovane mi ha chiesto che facevo. Deve avermi creduto un malintenzionato… Era presso un pilastro, là dove ha inizio il podere».

4Il padrone di casa sorride. «È mio figlio» spiega poi, e aggiunge: «È di guardia al frantoio. Abbiamo nelle caverne, sotto il frantoio, quasi ancora tutto il raccolto dell’anno. Fu molto buono. Molto olio ci dette. E in tempi di folla sempre si uniscono malandrini che svaligiano i posti incustoditi. Otto anni fa, proprio per Parasceve, ci derubarono di tutto. Da allora, una notte per uno, facciamo buona guardia. La madre è andata a portargli la cena».

5«Ebbene, mi disse: “Che vuoi?”, e lo disse in un tono che, per salvarmi le spalle dal suo bastone, spiegai lesto: “Cerco il Maestro che abita qui”.

6Mi rispose allora: “Se è vero ciò che dici, vieni alla casa”. E mi ha accompagnato fin qui. È lui che ha bussato, e non se ne è andato che quando ha sentito le mie prime parole».

7«Abiti lontano?».

«Alloggio dall’altro lato della città, vicino alla porta Orientale».

8«Sei solo?».

«Ero con i parenti. Ma essi sono andati da altri parenti sulla strada di Betlemme. Io sono rimasto per cercarti notte e giorno finché ti avessi trovato».

9Gesù sorride e dice: «Allora nessuno ti attende?».

«No, Maestro».

10«La strada è lunga, la notte è buia, le pattuglie romane sono per la città. Io ti dico: se vuoi, resta con noi».

«Oh! Maestro!».

Tommaso è felice.

11«Fate posto, voi. E date tutti qualcosa al fratello».

12Di suo Gesù dà la porzione di formaggio che aveva davanti. Spiega a Tommaso: «Siamo poveri e la cena è quasi terminata. Ma c’è tanto cuore in chi dona». E a Giovanni, seduto al suo fianco, dice: «Cedi il posto all’amico». Giovanni si alza subito e va a sedersi all’angolo della tavola, vicino al padrone di casa.

La legge nuova è l’amore.

13«Siedi, Tommaso. Mangia». E poi a tutti: «Così ‘sempre farete, amici, per legge di carità. Il pellegrino è già protetto dalla Legge di Dio[30]. Ma ora, in mio nome, più ancora lo dovrete amare. Quando uno vi chiede un pane, un sorso d’acqua, un ricovero in nome di Dio, dovete darlo, nello stesso nome. E ne avrete da Dio ricompensa. Questo dovete fare con tutti. Anche coi nemici. E questa è la Legge nuova. Fino ad ora vi era detto: “Amate quelli che vi amano e odiate i nemici”[31]. Io vi dico: “Amate anche coloro che vi odiano”. Oh! se sapeste come sarete amati da Dio se amerete come Io vi dico! Quando poi uno dice: “Io vi voglio esser compagno nel servire il Signore Iddio vero e seguire il suo Agnello”[32], allora più caro di un fratello di sangue vi deve essere, perché sarete uniti da un vincolo eterno, quello del Cristo».

14«Ma se poi ne capita uno non sincero? Dire: “Io voglio fare questo e quello” è facile. Ma non sempre la parola risponde a verità» dice Pietro piuttosto irritato. Non so, non è del suo solito umore gioviale.

15«Pietro, ascolta. Tu parli con buon senso e con giustizia. Ma, vedi, meglio è peccare di bontà e di fiducia che di diffidenza e durezza. Se beneficherai un indegno, che male te ne verrà? Nessuno. Ma anzi il premio di Dio sarà sempre attivo per te, mentre a lui andrà il demerito di aver tradito la tua fiducia».

16«Nessun male? Eh! delle volte chi è indegno non si ferma all’ingratitudine, ma passa oltre e giunge anche a nuocere nella stima, nelle sostanze e nella vita stessa».

17«Vero. Ma questo diminuirebbe il tuo merito? No. Anche se tutto il mondo credesse alle calunnie, anche se tu fossi ridotto più povero di Giobbe, anche se il crudele ti levasse la vita, che sarebbe mutato agli occhi di Dio? Nulla. Anzi, sì, un mutamento ci sarebbe. Ma in bene per te. Dio, ai meriti della bontà, unirebbe i meriti del martirio intellettuale, finanziario, fisico».

18«Bene, bene! Sarà così». Pietro non parla più. Imbronciato, sta col capo appoggiato alla mano.

Missione per Tommaso.

19Gesù si volge a Tommaso: «Amico, ti ho detto prima, nell’uliveto: “Quando tornerò da queste parti, se vorrai ancora, sarai mio. ‘Ora ti dico: “Sei disposto a fare un piacere a Gesù?”.

«Senza dubbio».

20«Ma se questo piacere può causare sacrificio?».

«Nessun sacrificio servirti. Che vuoi?».

«Volevo dirti… ma tu avrai commerci, avrai affetti…»

«Niente, niente! Ho Te! Parla».

21«Ascolta. Domani alle prime luci il lebbroso si partirà dai sepolcri per trovare chi avverta il sacerdote. Tu andrai ai sepolcri per primo. È carità. E dirai forte: “O tu che ieri sei stato mondato, vieni fuori. Mi manda a te Gesù di Nazareth, il Messia d’Israele, Colui che ti ha sanato”. Fa’ che il mondo dei “morti viventi” conosca il mio Nome e frema di speranza, e chi alla speranza unisce la fede venga a Me, che Io lo guarisca. È la prima forma della mondezza che Io porto, della risurrezione di cui sono padrone. Un giorno ben più fonda mondezza Io darò… Un giorno i sepolcri sigillati erutteranno i morti veri, che appariranno per ridere, dalle loro occhiaie vuote, dalle mandibole scoperte, per il giubilo lontano, e pur sentito dagli scheletri, degli spiriti liberati dal Limbo d’attesa. Appariranno per ridere a questa liberazione e per fremere sapendo a che la devono… Tu va’. Egli verrà a te. Tu farai ciò che egli ti prega di fare. Lo aiuterai in tutto, come ti fosse fratello. E gli dirai anche: “Quando sarai del tutto purificato, andremo insieme sulla strada del fiume, oltre Doco e Efraim. Là il Maestro Gesù ti attende e mi attende per dirci in che lo dobbiamo servire”.

22«Farò così. È l’altro?».

«Chi? L’Iscariota?».

«Sì, Maestro».

23«Per lui dura il mio consiglio. Lascialo decidere da sé, e per lungo tempo. Evita anzi di incontrarlo».

24«Starò presso il lebbroso. Nella valle dei sepolcri solo gli immondi si aggirano o chi ha contatti di pietà con loro».

Nel Cuore del Messia c’è posto per tutti.

Pietro borbotta qualcosa.

25Gesù ode. «Pietro, che hai? Taci o mormori. Sembri malcontento. Perché?».

26«Lo sono. Noi siamo i primi e Tu a noi non regali un miracolo. Noi siamo i primi e Tu ti fai sedere vicino un estraneo. Noi siamo i primi e Tu a lui, e non a noi, dai degli incarichi. Noi siamo i primi e.… sì, proprio, ecco, e sembra che si sia gli ultimi. Perché li attendi sulla via del fiume? Certo per dare a loro qualche missione. Perché a loro e non a noi?».

 27Gesù lo guarda. Non è irato. Anzi sorride come si sorride ad un ragazzo. Si alza, va lentamente da Pietro, gli pone la mano sulla spalla e dice sorridendo: «Pietro! Pietro! Sei un grande, un vecchio bambino!» e ad Andrea, seduto presso il fratello, dice: «Vai al mio posto» e si siede a fianco di Pietro, cingendolo con un braccio alle spalle, e gli parla tenendolo così contro la sua spalla: «Pietro, ti pare che Io faccia ingiustizia, ma non è ingiustizia la mia. È anzi prova che so quel che valete. Guarda. Chi ha bisogno di prove? Colui che ancora non è sicuro. Orbene, Io vi sapevo tanto sicuri su Me, che non ho sentito bisogno di darvi prove del mio potere. Qui a Gerusalemme occorrono prove, qui dove vizio, irreligione, politiche, tante cose del mondo offuscano gli spiriti al punto che essi non possono vedere la Luce che passa. Ma là, sul nostro bel lago, così puro sotto un cielo puro, là fra gente onesta e vogliosa di bene, non sono necessarie prove. Li avrete i miracoli. A fiumi verserò su voi le grazie. Ma, guarda come vi ho stimato, Io vi ho presi senza esigere prove e senza trovare bisogno di darvene, perché so chi siete. Cari, tanto cari, e tanto a Me fedeli».

28Pietro si rasserena: «Perdonami, Gesù».

29«Sì, ti perdono perché il tuo broncio è amore. Ma non avere più invidia, Simone di Giona. Sai cosa è il cuore del tuo Gesù? Hai mai visto il mare, il vero mare? Si? Ebbene, il mio cuore è ben più vasto del largo mare! E c’è posto per tutti. Per tutta l’umanità. E il più piccolo ha posto come il più grande. E il peccatore vi trova amore come l’innocente. A questi do una missione. Sicuro. Mi vuoi vietare di darla? Io vi ho scelto. Non voi. Sono perciò libero di giudicare come impiegarvi. E se questi li lascio qui con una missione – che può essere anche una prova, come può essere misericordia il lasso di tempo lasciato all’Iscariota – puoi tu rimproverarmene? Sai se a te non ne serbo una più vasta? E non è la più bella quella di sentirti dire: “Tu verrai con Me”?».

30«È vero, è vero! Sono una bestia! Perdono…».

31«Sì. Tutto, ogni perdono. Oh! Pietro!… Ma vi prego tutti: non discutete mai sui meriti e sui posti. Avrei potuto nascere re. Sono nato povero, in una stalla. Avrei potuto esser ricco. Ho vissuto di lavoro e ora di carità. Eppure, credetelo amici, non c’è alcuno grande agli occhi di Dio più di Me. Di Me che sono qui: servo dell’uomo».

32«Servo Tu? Non mai!».

«Perché, Pietro?».

«Perché io ti servirò».

33«Anche tu mi servissi come una madre serve l’infante, Io sono venuto per servire l’uomo. Per lui sarò Salvatore. Che servizio pari a questo?».

34«Oh! Maestro! Tu tutto spieghi. E quel che pareva oscuro si fa subito chiaro!».

Ritratto di Simone Zelote.

35«Lieto ora, Pietro? Allora lasciami finire di parlare a Tommaso. Sei certo di riconoscere il lebbroso? Non vi è che lui di guarito; ma potrebbe esser già partito alla luce delle stelle, per trovare un viandante sollecito. E un altro, per ansia di entrare in città, vedere i parenti, forse, potrebbe sostituirsi a lui. Ascolta il suo ritratto. Io gli ero vicino e nel crepuscolo l’ho visto bene. È alto e magro. Di colorito oscuro come un sangue misto, occhi profondi e nerissimi sotto sopracciglia di neve, capelli bianchi come il lino e piuttosto ricci, naso lungo, camuso verso la punta come quello dei Libî, labbra grosse, specie l’inferiore, e sporgenti. È tanto olivastro che il labbro è tendente al violaceo. Sulla fronte una cicatrice di antica data è rimasta, e sarà l’unica macchia, ora che sarà mondato da croste e sudiciume».

«È un vecchio, se è tutto bianco».

36«No, Filippo. Lo sembra, ma non lo è. La lebbra lo ha fatto canuto».

37«Cosa è? Un sangue misto?».

«Forse, Pietro. Ha somiglianza coi popoli d’Africa».

38«Sarà israelita, allora?».

39«Lo sapremo. Ma se non lo fosse?».

«Eh! se non lo fosse, se ne andrebbe. Già molto aver meritato d’esser guarito».

40«No, Pietro. Anche fosse idolatra, Io non lo caccerò. Gesù è venuto per tutti. E in verità ti dico che i popoli delle tenebre sorpasseranno i figli del popolo della Luce…»

41Gesù sospira. Poi si alza. Rende grazie al Padre con un inno e benedice.

9. Nazareth con Giuda Taddeo e con altri sei discepoli[33].

L’incontro con la Madre.

Arrivo a Nazareth.

1Gesù giunge con il cugino e i sei discepoli nelle prossimità di Nazareth. Dall’alto del poggio dove si trovano si vede la cittadina, bianca fra il verde, salire e scendere per le chine su cui è costruita, un dolce ondulare di chine, dove appena sentito, dove più marcato.

2«Siamo giunti, amici. Ecco là la mia casa. Mia Madre è in essa, perché fumo si eleva dalla casa. Forse fa il pane. Io non vi dico: “Restate”, perché penso che avrete ansia di giungere a casa. Ma se volete spezzare con Me il pane e conoscere Quella che già Giovanni conosce, vi dico: “Venite”».

3I sei, che erano già tristi per l’imminente separazione, tornano tutti lieti e accettano di cuore.

«Andiamo, dunque».

I bambini affollano.

4Scendono sveltamente la collinetta e prendono la via maestra. È verso sera. Fa ancora caldo, ma già le ombre scendono sulla campagna in cui le biade tendono a maturare. Entrano in paese. Donne che vanno e vengono dalla fonte, uomini sulle soglie delle minuscole officine o negli orti, salutano Gesù e Giuda. I bambini, poi, si affollano intorno a Gesù.

5«Sei tornato?».

6«Adesso resti qui?».

7«Mi si è rotta di nuovo la ruota del carrettino».

8«Sai, Gesù? Mi è nata una sorella e l’hanno chiamata Maria».

9«Il maestro mi ha detto che so tutto e che sono un vero figlio della Legge».

10«Sara non c’è perché ha la mamma malata forte. Piange, perché ha paura».

11«Mio fratello Isacco ha preso moglie. C’è stata gran festa».

L’incontro con la Madre.

12Gesù ascolta, carezza, encomia, promette aiuto. Giungono a casa così. E sulla soglia è già Maria, avvisata da un ragazzetto premuroso.

«Figlio mio!».

«Mamma!».

13I due sono uno fra le braccia dell’altra. Maria, molto più bassa di Gesù, ha il capo appoggiato sul sommo del petto del Figlio, chiusa fra il cerchio delle sue braccia. Egli la bacia sui capelli biondi. Entrano in casa. I discepoli, Giuda compreso, restano fuori, per lasciare liberi i due nelle loro prime espansioni.

14«Gesù! Figlio mio!». La voce di Maria è trepida come quella di chi ha le lacrime in gola.

15«Perché, Mamma, così?».

«O Figlio! Mi hanno detto… Nel Tempio c’erano dei galilei, dei nazareni, quel giorno… Sono tornati… e hanno raccontato… O Figlio! …».

16«Ma tu lo vedi, Mamma! Io sto bene. Nessun male m’è venuto. Solo è venuta gloria a Dio nella sua Casa».

17«Sì. Lo so, Figlio del mio cuore. So che è stato come lo squillo che evoca i dormienti. E per la gloria di Dio io ne sono felice… felice che questo mio popolo si svegli a Dio… Io non ti rimprovero… io non ti ostacolo… ti comprendo… e.… e son felice… ma ti ho generato, io, Figlio mio! …». Maria sta ancora fra il cerchio delle braccia di Gesù ed ha parlato tenendo le manine aperte e appoggiate sul petto del Figlio, colla testa alzata verso di Lui, l’occhio più lucido per il pianto che è pronto a scendere, e ora tace, riappoggiando la testa sul petto di Lui. Pare una tortorina grigia, così vestita di bigiognolo come è, fra il riparo di due forti ali di candore, perché Gesù è ancora col suo abito e manto bianco.

I primi discepoli.

18«Mamma! Povera Mamma! Cara Mamma! …» Gesù la bacia ancora. Poi dice: «Ebbene, vedi? Io sono qui, e non solo. Ho con Me i discepoli primi, e altri sono in Giudea. E anche il cugino Giuda è con Me e mi segue…».

19«Giuda?».

«Sì, Giuda. So perché sei stupita. Certo, fra coloro che hanno parlato del fatto erano Alfeo coi figli… e non erro dicendo che mi hanno criticato. Ma non avere paura. Oggi così, domani non così. L’uomo va coltivato come la terra, e dove sono triboli escono rose. Giuda, che tu ami, è già con Me».

20«Dove è ora?». Lì fuori con gli altri. Hai pane per tutti?»

«Sì, Figlio. Maria d’Alfeo è nel forno che lo sforna. Molto buona è Maria con me, e specie ora».

21«Dio le darà gloria». Si fa sulla porta e chiama: «Giuda! Qui è tua madre! Amici, venite!».

22Entrano e salutano. Ma Giuda bacia Maria. E poi corre in cerca di sua madre.

23Gesù nomina i cinque: Pietro, Andrea, Giacomo, Natanaele, Filippo; perché Giovanni, già noto a Maria, l’ha salutata subito dopo Giuda, inchinandosi e ricevendone benedizione.

24Maria li saluta e li invita a sedersi. È la padrona di casa e, pur adorando con lo sguardo il suo Gesù – pare che l’anima continui a parlare, per gli occhi, col Figlio – si occupa degli ospiti. Vorrebbe portare l’acqua per ristorarli.

25Ma Pietro scatta: «No, Donna. Non posso permetterlo. Tu siedi presso tuo Figlio, Madre santa. Io andrò, andremo nell’orto per rinfrescarci».

Maria d’Alfeo.

26Accorre Maria d’Alfeo, rossa e infarinata, e saluta Gesù che la benedice, e poi conduce i sei nell’orto, alla vasca, e torna felice. «Oh! Maria!» dice alla Vergine. «Giuda mi ha detto. Come sono contenta! Per Giuda e per te, cognata mia. So che gli altri mi grideranno. Ma non mi importa. Sarò felice il giorno che li saprò tutti di Gesù. Noi mamme sappiamo… sentiamo quello che è bene per i figli. E io sento che il bene delle mie creature sei Tu, Gesù».

Gesù la carezza sul capo, sorridendole.

27Tornano i discepoli, e Maria di Alfeo serve pane fragrante, ulive e formaggio. È porta un’anforetta di vinetto rosso, che Gesù mesce ai suoi amici. È sempre Gesù che offre e poi distribuisce.

“Fate quanto Egli dice”

28Un poco impacciati sulle prime, i discepoli dopo si fanno più sicuri, e raccontano delle loro case, del viaggio a Gerusalemme, dei miracoli avvenuti.

29Sono pieni di zelo e di affetto, e Pietro cerca di farsi di Maria un’alleata per ottenere di essere subito presi da Gesù senza attese a Betsaida.

30«Fate quanto Egli dice» esorta Lei, con un sorriso soave. «Questa attesa vi gioverà più di una unione immediata. Il mio Gesù fa tutto bene quanto fa».

31La speranza di Pietro muore. Ma egli si rassegna con buon garbo. Chiede solo: «Durerà molto l’attesa? Gesù lo guarda con un sorriso, ma non dice altro.

32Maria interpreta quel sorriso come un segno benevolo e dice: «Simone di Giona, Egli sorride… perciò io ti dico: rapido come volo di rondine sul lago sarà il tempo del tuo attendere ubbidiente».

«Grazie, Donna».

Ricordi e aneddoti.

33«Non parli, Giuda? E tu, Giovanni?».

«Ti guardo, Maria».

«Ed io pure».

34«Anche io vi guardo e.… sapete? Mi torna in mente un’ora lontana. Anche allora avevo sempre tre paia d’occhi fissi al mio viso con amore. Ricordi, Maria, i miei tre scolari?».

35«Oh! se ricordo! È vero! Anche ora tre, di un’età quasi uguale, ti guardano con tutto l’amore che è loro. E costui, Giovanni, credo, mi pare il Gesù d’allora, così biondo e roseo, e più giovane di tutti».

36Gli altri vogliono sapere, e ricordi e aneddoti scorrono nelle parole, col tempo. Viene la sera.

37«Amici, Io non ho ambienti. Ma lì vi è il laboratorio dove lavoravo. Se volete trovare rifugio lì… Ma non vi sono che i banconi».

38«Letto comodo per pescatori usi a dormire su strette assi. Grazie, Maestro. Dormire sotto il tuo tetto è onore e santificazione».

39Si ritirano con molti saluti. Anche Giuda si ritira con sua madre; vanno alla loro casa. In questa stanza restano Gesù e Maria, seduti sulla cassa-panca, al lume della lucernetta, un braccio intorno alle spalle dell’altro, e Gesù racconta, e Maria ascolta, beata, trepida, felice…

10. La pesca miracolosa e l’elezione
dei primi 4 apostoli
[34].

Pescatori di uomini

Il campo del Messia, (Discorso messianico).

E riprende sulle parole di Gesù:

1«Quando a primavera tutto fiorisce, l’uomo del campo dice, contento: “Avrò molto frutto”. E giubila in cuor suo per questa speranza. Ma dalla primavera all’autunno, dal mese dei fiori a quello delle frutta, quanti giorni, quanti venti, e piogge, e sole, e burrasche hanno da passare, e talora guerra o crudeltà di potenti, e malattie delle piante, e talora malattia dell’uomo del campo, per cui – non più scalzate e rincalzate, irrigate, potate, sorrette, pulite – le piante, promettenti gran frutto, intristiscono e muoiono o totalmente o nel loro raccolto!

2Voi mi seguite. Voi mi amate. Voi, come piante a primavera, vi ornate di propositi e di amore. Veramente Israele in quest’alba del mio apostolato è come le nostre dolci campagne nel luminoso mese di nisam. Ma udite. Come arsione di siccità, verrà Satana a bruciarvi col suo alito che mi invidia. Verrà il mondo col suo vento gelato a ghiacciare il vostro fiorire. Verranno le passioni come burrasche. Verrà il tedio come pioggia ostinata. Tutti i nemici miei e vostri verranno per isterilire ciò che dovrebbe venire da questa santa vostra tendenza a fiorire in Dio.

3Io ve ne avverto, perché so. Ma tutto allor sarà perso, quando Io, come agricoltore malato – più che malato, morto – più non potrò dare a voi parole e miracoli? No. Io semino e coltivo sinché è il mio tempo. Poi su voi crescerà e maturerà, se voi farete buona guardia.

4Guardate quel fico della casa di Simone di Giona. Chi lo piantò non trovò il punto giusto e propizio. Messo a dimora presso l’umido muro di settentrione, sarebbe morto se, da sé stesso, non avesse voluto tutelarsi per vivere. Ed ha cercato sole e luce.  Eccolo là, tutto piegato, ma forte e fiero, che beve dall’aurora il sole, e se ne fa succo per i suoi cento e cento e cento dolci frutti. Si è difeso da sé. Ha detto: “Il Creatore m’ha voluto per dar gioia e cibo all’uomo. Io voglio che il suo volere abbia a compagno il mio!”. Un fico! Una pianta senza parola! Senza anima! E voi, figli di Dio, figli dell’uomo, sarete da meno della legnosa pianta?

5Fate buona guardia per dar frutti di vita eterna. Io vi coltivo, e per ultimo vi darò un succo che più potente non ne esiste. Non fate, non fate che Satana rida sulle rovine del mio lavoro, del mio sacrificio e della vostra anima. Cercate la luce. Cercate il sole. Cercate la forza. Cercate la vita. Io sono Vita, Forza, Sole, Luce di chi mi ama. Qui sono per portare voi là da dove Io sono venuto. Qui parlo per chiamarvi tutti e additarvi la Legge dai dieci comandi che danno la vita eterna. E con consiglio d’amore vi dico: “Amate Dio e il prossimo”. Condizione prima per compiere tutto ogni altro bene. Il più santo dei dieci comandi santi. Amate. Coloro che ameranno in Dio, Dio e prossimo, e per il Signore Iddio, avranno in terra e in Cielo la pace per loro tenda e per loro corona».

La pesca miracolosa (Lc 5,4-7) [35].

6La gente si allontana a fatica dopo la benedizione di Gesù. Non ci sono malati né poveri. Gesù dice a Simone: «Chiama anche gli altri due. Andiamo sul lago a gettare la rete».

7«Maestro, ho le braccia rotte dall’aver gettato e rialzato la rete per tutta la notte, e per nulla. Il pesce è nel profondo e chissà dove».

8«Fa’ quel che ti dico, Pietro. Ascolta sempre chi ti ama».

9«Farò quel che Tu dici, per rispetto alla tua parola» e chiama forte i garzoni e anche Giacomo e Giovanni.

10«Usciamo alla pesca. Il Maestro lo vuole». E mentre si allontanano dice a Gesù: «Però, Maestro, ti assicuro che non è ora propizia. A quest’ora i pesci chissà dove sono a riposo! …»

11Gesù, seduto a prora, sorride e tace. Fanno un arco di cerchio sul lago e poi gettano la rete. Pochi minuti di attesa e poi la barca riceve scosse strane, dato che il lago è liscio come di vetro fuso sotto il sole ormai alto.

12«Ma questo è pesce, Maestro!» dice Pietro ad occhi spalancati.

Gesù sorride e tace.

13«Issa! Issa!» ordina Pietro ai garzoni. Ma la barca piega di bordo dal lato della rete.

«Ohè! Giacomo! Giovanni! Presto! Venite! Coi remi! Presto!».

Quelli corrono, e gli sforzi delle due ciurme riescono ad issare la rete senza sciupare la preda.

14Le barche accostano. Sono proprio unite. Un cesto, due, cinque, dieci. Sono tutti pieni di preda stupenda, e ce ne sono ancor tanti di pesci guizzanti nella rete: argento e bronzo vivo che si muove per sfuggire alla morte. Allora non c’è che un rimedio: rovesciare il resto nel fondo delle barche. Lo fanno, e il fondo è tutto un agitarsi di vite in agonia. La ciurma è dentro a questa dovizia sino a oltre il malleolo, e le barche affondano oltre la linea di immersione per il peso eccessivo.

15«A terra! Vira! Forza! Di vela! Attenti al fondale! Pertiche pronte per riparare l’urto! È troppo il peso!».

Sulle orme del Maestro  (Lc 5,8-1 1) [36].

16Finché dura la manovra, Pietro non riflette. Ma giunti a terra lo fa. Capisce. Ne ha sgomento. «Maestro Signore! Allontanati da me! Io sono uomo peccatore. Non son degno di starti presso!». È in ginocchio sul greto umido.

17Gesù lo guarda e sorride. «Alzati! Seguimi! Più non ti lascio! D’ora in poi tu sarai pescatore d’uomini, e con te questi tuoi compagni. Non temete più nulla. Io vi chiamo. Venite!».

18«Subito, Signore. Voi occupatevi delle barche. Portate tutto a Zebedeo e a mio cognato. Andiamo. Tutti per Te, Gesù! Sia benedetto l’Eterno per questa elezione».

E la visione ha termine.

11. Giuda di Keriot al Getsemani diviene discepolo[37].

Vocazione sbagliata.

1Nel pomeriggio vedo Gesù… sotto degli ulivi… È seduto su un balzo del terreno nella sua posa abituale, coi gomiti poggiati al ginocchio, gli avambracci in avanti e le mani congiunte. Cala la sera e la luce diminuisce sempre più nel folto uliveto. Gesù è solo. Si è levato il mantello come avesse caldo, e la sua veste bianca mette una nota chiara nel verde del luogo che il crepuscolo fa molto scuro.

2Un uomo scende fra gli ulivi. Pare cerchi qualcosa o qualcuno. È alto, vestito di un abito di tinta allegra, un giallo rosa che fa più vistoso il mantellone tutto a ondeggianti frange. Non lo vedo bene nel volto, perché la luce e la lontananza lo vietano, e anche perché tiene un lembo del mantello molto calato sul volto. Quando vede Gesù fa un atto come per dire: «Eccolo!» e affretta il passo. A pochi metri saluta: «Salve, Maestro!».

3Gesù si volge di scatto e alza il volto, perché il sopraggiunto è sul balzo soprastante. Gesù lo guarda serio e direi mesto. L’altro ripete: «Ti saluto, Maestro. Sono Giuda di Keriot. Non mi riconosci? Non ricordi?».

«Ricordo e riconosco. Sei quello che qui mi hai parlato con Tommaso, la scorsa Pasqua».

«E al quale Tu hai detto: “Pensa e sappi decidere prima del mio ritorno”. Ho deciso. Vengo».

4 «Perché vieni, Giuda?». Gesù è proprio mesto.

«Perché… te l’ho detto dall’altra volta il perché. Perché io sogno il regno d’Israele e re ti ho visto».

5«Per questo vieni?». «Per questo. Metto me stesso e tutto quanto posso di mio: capacità, conoscenze, amicizie, fatica, al tuo servizio e al servizio della tua missione per ricostituire Israele».

6I due ora sono di fronte, vicini, in piedi e si guardano fissamente. Gesù serio sino alla mestizia, l’altro esaltato dal suo sogno, sorridente, bello e giovane, leggero e ambizioso.

7«Io non ti ho cercato, Giuda».

«L’ho visto. Ma io ti cercavo. Sono giorni e giorni che ho messo persone alle porte per segnalarmi l’arrivo tuo. Pensavo saresti venuto con dei seguaci e perciò che facile sarebbe stato il notarti. Invece… Ho capito che c’eri stato, perché un gruppo di pellegrini ti benediva per aver guarito un malato. Ma nessuno sapeva dirmi dove eri. Allora ho ricordato questo luogo. E sono venuto. Se non ti avessi trovato qui, mi sarei rassegnato a non trovarti più…»

Il Messia non va seguito per idee umane.

8«Credi che sia stato un bene per te l’avermi trovato?».

«Sì, poiché ti cercavo, ti desideravo, ti voglio».

9«Perché? Perché mi hai cercato?».

«Ma te l’ho detto, Maestro! Non mi hai compreso?».

10«Ti ho compreso. Sì. Ti ho compreso. Ma voglio che anche tu mi comprenda prima di seguirmi. Vieni. Parleremo mentre camminiamo».

E si pongono a camminare l’uno al fianco dell’altro su e giù per le stradelline che intersecano l’uliveto.

11«Tu mi segui per un’idea che è umana, Giuda. Io te ne devo dissuadere. Non sono venuto per questo».

12«Ma non sei Tu il designato Re dei giudei? Quello di cui hanno parlato i Profeti?[38].

 Altri ne sono sorti. Ma a loro mancavano troppe cose e sono caduti come foglia che il vento più non sorregge. Tu hai Dio con Te, tanto che operi miracolo. Dove è Dio, sicura è la riuscita della missione».

Il Messia non va seguito per glorie terrene.

13«Hai detto bene. Io ho Dio con Me. Io sono il suo Verbo. Sono quello profetizzato dai Profeti, promesso ai Patriarchi, atteso dalle folle. Ma perché, o Israele, tanto sei divenuto cieco e sordo da non saper più leggere e vedere, udire e comprendere il vero dei fatti? Il mio Regno non è di questo mondo, Giuda. Dissuaditene. Ad Israele Io vengo a portare la Luce e la Gloria. Ma non la luce e la gloria della terra. Io vengo per chiamare i giusti d’Israele al Regno. Perché è da Israele e con Israele che deve formarsi e venire la pianta di vita eterna la cui linfa sarà il Sangue del Signore, la pianta che si estenderà per tutta la terra, sino alla fine dei secoli. I miei seguaci primi da Israele. I miei confessori primi da Israele. Ma anche i miei persecutori da Israele. Anche i miei carnefici da Israele. Ma anche il mio traditore da Israele…»

«No, Maestro. Questo non sarà mai. Tutti ti tradissero, io ti resterò e ti difenderò».

14«Tu, Giuda? E su che fondi questa tua sicurezza?».

«Sul mio onore di uomo».

«Cosa più fragile di tela di ragno, Giuda. È da Dio che dobbiamo chiedere la forza d’esser onesti e fedeli. L’uomo!… L’uomo compie opere di uomo. Per compiere opere dello spirito – e seguire il Messia in verità e giustizia vuol dire compiere opera di spirito – occorre uccidere l’uomo e farlo rinascere. Sei tu capace di tanto?».

«Sì, Maestro. E poi… Non tutto Israele ti amerà. Ma carnefici e traditori al suo Messia non ne darà Israele. Ti attende da secoli!».

15«Me li darà. Ricorda i Profeti. Le loro parole… e la loro fine[39]. Io sono destinato a deludere molti. E tu ne sei uno. Giuda, tu hai qui di fronte un mite, un pacifico, un povero che povero vuol rimanere. Io non sono venuto per impormi e per fare guerra. Io non contendo ai forti e ai potenti nessun regno, nessun potere. Io non contendo che a Satana le anime e vengo a spezzare le catene di Satana col fuoco del mio amore. Io vengo per insegnare misericordia, sacrificio, umiltà, continenza. Io ti dico, ed a tutti dico: “Non abbiate sete di umane ricchezze, ma lavorate per le monete eterne”. Disilluditi, Giuda, se mi credi un trionfatore su Roma e sulle caste che imperano. Gli Erodi come i Cesari possono dormire tranquilli mentre Io parlo alle turbe. Non sono venuto per strappare scettri a nessuno… ed il mio scettro, eterno, è già pronto. Ma nessuno che non fosse amore, come Io sono, lo vorrebbe impugnare. Vai, Giuda, e medita…».

Consapevolezza delle proprie azioni.

16«Mi respingi, Maestro?».

«Io non respingo nessuno, perché chi respinge non ama. Ma dimmi, Giuda, come chiameresti tu l’atto di uno che, sapendosi malato di male contagioso, dicesse ad un ignaro che si accosta per bere al suo calice: “Pensa a quello che fai”? Lo diresti odio o amore?».

«Amore lo direi, poiché non vuole che l’ignaro si rovini la salute».

«Chiama allora così anche il mio atto».

17«Posso rovinarmi la salute venendo con Te? No, mai».

«Più che la salute ti puoi rovinare, perché, pensalo bene, Giuda, poco sarà addebitato a chi sarà assassino credendo di fare giustizia, credendolo perché non conosce la Verità; ma molto sarà addebitato a chi, avendola conosciuta, non solo non la segue, ma se ne fa nemico».

18«Io non lo sarò. Prendimi, Maestro. Non mi puoi rifiutare. Se sei il Salvatore e vedi che io sono peccatore, pecora sviata, cieco fuori del giusto cammino, perché ricusi di salvarmi? Prendimi. Io ti seguirò fino alla morte…»

«Alla morte! È vero. Questo è vero. Poi…»

19«Poi, Maestro?».

«Il futuro è in seno a Dio. Va’. Domani ci rivedremo presso la porta dei Pesci».

«Grazie, Maestro. Il Signore sia con Te».

20«E la sua misericordia ti salvi».

E tutto finisce.

12. Gesù, nel Tempio con l’Iscariota, ammaestra[40].

Il segno del Messia.

Condizione prima del discepolo.

1Vedo Gesù che, avendo al fianco Giuda, penetra nel recinto del Tempio e, dopo aver superato la prima terrazza, o scaglione se piace più dirla così, si ferma in un luogo porticato che costeggia un ampio cortile, lastricato con marmi di diverso colore. Il luogo è molto bello e affollato. Gesù si guarda intorno e vede un posto che gli piace. Ma, prima di dirigersi ad esso, dice a Giuda: «Chiamami il magistrato del luogo. Devo farmi riconoscere, acciò non si dica che manco alle consuetudini e al rispetto».

2«Maestro, Tu sei al di sopra delle consuetudini, né alcuno più di Te ha diritto di parlare nella Casa di Dio, Tu, suo Messia».

3«Io lo so, tu lo sai, ma essi non lo sanno. Io sono venuto non per scandalizzare, né per insegnare a violare non solo la Legge ma anche le consuetudini. Anzi sono venuto proprio per insegnare rispetto, umiltà e ubbidienza e per levare gli scandali. Perciò voglio chiedere di poter parlare in nome di Dio, facendomi riconoscere degno di farlo dal magistrato del luogo».

«L’altra volta non lo facesti».

4«L’altra volta m’arse lo zelo della Casa di Dio, profanata da troppe cose. L’altra volta ero il Figlio del Padre, l’Erede che in nome del Padre e per amore della mia Casa agiva nella sua maestà, alla quale magistrati e sacerdoti sono inferiori. Ora sono il Maestro[41] d’Israele, e insegno ad Israele anche questo. E poi, Giuda, credi tu che il discepolo sia da più del Maestro?».

«No, Gesù».

5«E tu chi sei? E chi sono Io?».

«Tu il Maestro, io il discepolo».

6«E allora, se riconosci così essere le cose, perché vuoi insegnare al Maestro? Va’ e ubbidisci. Io ubbidisco al Padre mio. Tu ubbidisci al Maestro tuo. Condizione prima del Figlio di Dio: ubbidire senza discutere, pensando che il Padre non può che dare ordini santi. Condizione prima del discepolo: ubbidire al Maestro, pensando che il Maestro sa, e non può dare che ordini giusti».

«È vero. Perdona. Ubbidisco».

7«Perdono. Vai. E, Giuda, senti ancora una cosa: ricordati questo. Ricordatelo sempre, in futuro».

«Di ubbidire? Sì».

8«No: ricorda che Io fui col Tempio rispettoso e umile. Col Tempio, ossia con le caste potenti. Va’».

9Giuda lo guarda pensosamente, interrogativamente… ma non osa chiedere altro. E se ne va meditabondo. Torna con un paludato personaggio.

Il Maestro del Messia Gesù di Nazareth.

10«Ecco, Maestro, il magistrato».

«La pace sia con te. Io chiedo di insegnare, fra i rabbi d’Israele, ad Israele».

11«Sei Tu rabbi?».

«Lo sono».

12«Quale fu il tuo maestro?».

«Lo Spirito di Dio, che mi parla con la sua sapienza e che mi illumina di luce ogni parola dei testi santi».

13«Sei da più di Hillel, Tu che senza maestro dici sapere ogni dottrina? Come può uno formarsi se non vi è chi lo forma?».

«Come si formò Davide, pastorello ignoto, divenuto il re potente e sapiente per volere del Signore»[42].

14«Il tuo Nome».

«Gesù di Giuseppe di Giacobbe, della stirpe di Davide, e di Maria di Gioacchino della stirpe di Davide e di Anna d’Aronne, Maria, la Vergine sposata nel Tempio, perché orfana, dal Sommo Sacerdote, secondo la legge d’Israele».

15«Chi lo prova?».

«Ancora qui devono esservi leviti che si ricordano del fatto e che furono coetanei di Zaccaria, della classe di Abia, il mio parente. Interrogali, se dubiti della mia sincerità».

16«Ti credo. Ma chi mi prova che Tu sia capace di insegnare?».

«Ascoltami e giudicherai tu stesso».

17«Sei libero di farlo… Ma… non sei nazareno?».

«Sono nato a Betlem di Giuda al tempo del censo ordinato da Cesare. Proscritti per ordini ingiusti, i figli di Davide sono dovunque. Ma la stirpe è di Giuda».

«Sai… i farisei… tutta la Giudea… per la Galilea…»

18«Lo so. Ma rassicurati. A Betlem vidi la luce, a ‘Betlem Efrata da cui viene la mia stirpe, e se ora vivo in Galilea non è che perché si compia il segnato…».

Il magistrato si allontana di qualche metro, accorrendo dove lo chiamano.

Il segno del Messia.

19Giuda chiede: «Perché non hai detto che sei il Messia?».

«Le mie parole lo diranno».

20«Quale è il segnato che si deve compiere?».

«La riunione di tutto Israele sotto l’insegnamento della parola del Cristo. Io sono il Pastore di cui parlano i Profeti[43] e vengo a radunare le pecore di ogni regione, vengo a curare le malate, a mettere sul pascolo buono le erranti. Non vi è per Me Giudea o Galilea, Decapoli o Idumea. Vi è solo una cosa: l’Amore che guarda con un unico occhio e unisce in un unico abbraccio per salvare…» Gesù è ispirato. Pare sprigioni raggi, tanto è sorridente al suo sogno. Giuda lo guarda ammirato.

21Della gente, curiosa, si è avvicinata ai due, la cui diversa imponenza attira e colpisce.

22Gesù abbassa lo sguardo, sorride a questa piccola folla col suo sorriso, la cui dolcezza nessun pittore potrà mai rendere e nessun credente, che non lo abbia visto, può immaginare. E dice: «Venite, se vi sprona desiderio di parola eterna». 

23Si dirige sotto un arco del portico e, addossato ad una colonna, comincia a parlare. Prende lo spunto dal fatto del mattino.

Compimento delle promesse (Discorso messianico).

Il Tempo del Messia.

24«Stamane, entrando in Sionne, ho visto che per pochi denari due figli d’Abramo erano pronti ad uccidersi. Nel nome di Dio avrei potuto maledirli, poiché Dio dice: “Non ucciderai”[44], e dice anche che chi non lo ubbidisce nella sua Legge sarà maledetto[45]. Ma ho avuto pietà della loro ignoranza allo spirito della Legge ed ho solo impedito l’omicidio per dare loro modo di pentirsi, conoscere Dio, servirlo in obbedienza, amando non solo chi li ama, ma anche chi è loro nemico.

25Sì, Israele. Un giorno nuovo sorge per te e anche più luminoso si fa il precetto d’amore. Comincia forse l’anno col nebbioso etanim, oppure con il triste casleu dalle giornate più brevi di un sogno e dalle notti lunghe come un malanno? No, esso ha inizio col fiorito, solare, allegro nisam, in cui tutto ride e il cuore dell’uomo, anche fosse il più povero e triste, si apre alla speranza perché viene l’estate, le biade, il sole, le frutta, dolce è il dormire anche su un prato in fiore con le stelle per lucerna, facile il nutrirsi perché ogni zolla porta erba o frutto per la fame dell’uomo.

26Ecco, o Israele. Finito è l’inverno, tempo di attesa. Ora è la gioia della promessa che si compie. Il Pane e il Vino stanno per esser pronti alla tua fame. Il Sole è fra te. Tutto, a questo Sole, prende più ampio e dolce respiro. Anche il precetto della nostra Legge, il primo, il più santo dei precetti santi: “Ama il tuo Dio e ama il tuo prossimo”.[46]

La Legge del Messia.

27Nella relativa luce che fin qui ti fu concessa, ti fu detto – non avresti potuto fare di più, perché su te ancora pesava il corruccio di Dio per la colpa di disamore di Adamo – ti fu detto: “Ama coloro che ti amano e odia il tuo nemico”[47]. E nemico ti era non solo chi varcava i tuoi patrii confini, ma anche chi ti aveva mancato, privatamente, o che ti pareva avesse mancato. Onde l’odio covava in tutti i cuori, poiché quale è mai quell’uomo che, volutamente o senza volere, non fa offesa al fratello? E quale quello che giunge a vecchiezza senza essere offeso?

28Io vi dico: amate anche chi vi offende. Fatelo pensando che Adamo, e ogni uomo per lui, è prevaricatore verso Dio, né vi è alcuno che possa dire: “Io non ho offeso Dio”. Eppure Dio perdona, non una ma dieci e dieci volte perdona, ma mille e diecimila volte perdona, e ne è prova il sussistere dell’uomo sulla terra. Perdonate dunque come Dio perdona. E se non lo potete fare per amore verso il fratello che vi ha nuociuto, fatelo per amore di Dio che vi dà pane e vita, che vi tutela nei bisogni della terra ed ha predisposto ogni evento per procurarvi l’eterna pace sul suo seno. Questa è la Legge nuova, la Legge della primavera di Dio, del tempo fiorito della Grazia venuta fra gli uomini, del tempo che vi darà il Frutto senza pari che vi aprirà le porte del Cielo.

Il Messia Redentore è fra la sua gente.

29La voce che parlava nel deserto non si ode. Ma muta non è. Essa parla ancora a Dio per Israele e parla ancora ad ogni retto israelita nel cuore, e dice – dice dopo avervi insegnato a far penitenza per preparare le vie al Signore che viene, e ad avere carità dando il superfluo a chi non ha neppure il necessario, e ad avere onestà non estorcendo e vessando – vi dice: “L’Agnello di Dio, Colui che toglie i peccati del mondo, Colui che battezzerà col fuoco dello Spirito Santo è fra voi. Egli pulirà la sua aia, raccoglierà il suo frumento[48].

30Sappiate conoscere Colui che il Precursore vi indica. Le sue sofferenze operano verso Dio per darvi luce. Vedete. Si aprano i vostri occhi spirituali. Conoscerete la Luce che viene. Io raccolgo la voce del Profeta che annuncia il Messia, e col potere che mi viene dal Padre la amplifico e vi unisco il mio potere, e vi chiamo alla verità della Legge. Preparate i vostri cuori alla grazia della Redenzione vicina. Il Redentore è fra voi. Beati quelli che saranno degni di essere redenti perché avranno avuto buona volontà. La pace sia con voi».

Il Messia Redentore è fra la sua gente.

31Uno chiede: «Sei Tu discepolo del Battista, che ne parli con tanta venerazione?».

«Ebbi battesimo da lui, sulle rive del Giordano, prima della sua prigionia. Lo venero perché santo egli è agli occhi di Dio. In verità vi dico che fra i figli di Abramo non ve ne è uno più grande in grazia di lui. Dal suo avvento alla sua morte, gli occhi di Dio si saranno posati senza moto di sdegno su questo benedetto».

32«Egli ti ha assicurato del Messia?».

«La sua parola che non mente ha indicato ai presenti il Messia già vivente».

33«Dove? Quando?».

«Quando fu l’ora di indicarlo».

34Ma Giuda si sente in dovere di dire a destra e a manca: «Il Messia è Colui che vi parla. Io ve lo testifico, io che lo conosco e gli sono discepolo primo».

«Lui!… Oh! …».

35La gente si scosta intimorita. Ma Gesù è così dolce che torna ad accostarsi.

36«Chiedetegli qualche miracolo. Egli è potente. Guarisce. Legge nei cuori. Risponde ad ogni perché».

37«Digli tu, per me che son malato. L’occhio destro è morto, il sinistro già si secca…»

«Maestro».

«Giuda». Gesù, che accarezzava una bambinella, si volta.

38«Maestro, quest’uomo è quasi cieco e vuol vedere. Gli ho detto che Tu puoi».

39«Io posso per chi ha fede. Hai tu fede, uomo?».

«Io credo nel Dio d’Israele. Vengo qui per gettarmi in Betsaida. Ma vi è sempre chi mi precede».

40«Puoi credere in Me?».

«Se credo nell’angelo della piscina, non devo credere a Te che il tuo discepolo dice che sei il Messia?».

41Gesù sorride. Si bagna il dito con la saliva e sfiora l’occhio malato.

42«Che vedi?».

«Vedo le cose senza la nebbia di prima. È l’altro non lo guarisci?».

43Gesù sorride di nuovo. Ripete l’atto sull’occhio cieco. «Che vedi?» chiede levando il polpastrello dalla palpebra calata.

«Ah! Signore d’Israele! Ci vedo come quando correvo bambino sui prati! Te benedetto in eterno!». L’uomo piange, prostrato ai piedi di Gesù.

44«Va’. Sii buono, ora, per riconoscenza a Dio».

Il Messia può perché Dio è con Lui.

45Un levita, che è giunto verso la fine del miracolo, chiede: Con che potere fai queste cose?».

46«Tu me lo chiedi? Pure te lo dico, se mi rispondi ad una domanda. Secondo te è più grande un profeta che profetizza il Messia o il Messia stesso?».

«Che domanda! Il Messia è il più grande: è il Redentore promesso dall’Altissimo!».

47«Allora perché i Profeti fecero miracoli? Con qual potere?».

«Col potere che Dio loro dava per provare alle folle che Dio era con loro».

48«Ebbene, con lo stesso potere Io faccio miracolo: Dio è con Me, Io sono con Lui. Io provo alle folle che così è, e che il Messia ben può, con maggior ragione e misura, ciò che potevano i Profeti».

Il levita se ne va pensoso e tutto finisce.

13. Gesù istruisce Giuda Iscariota[49].

Il suicidio non è mai lecito.

La disciplina spirituale.

1Ancora Gesù e Giuda che, dopo aver pregato nel luogo più vicino al Santo, concesso agli israeliti maschi, escono dal Tempio.

2Giuda vorrebbe rimanere con Gesù. Ma questo desiderio trova l’opposizione del Maestro.

3«Giuda, Io desidero di rimanere solo nelle ore notturne. Nella notte il mio spirito trae il suo nutrimento dal Padre. Orazione, meditazione e solitudine mi sono più necessarie del nutrimento materiale. Colui che vuole vivere per lo spirito e portare altri a vivere la stessa vita, deve posporre la carne, direi quasi ucciderla nelle sue prepotenze, per dare tutte le sue cure allo spirito. Tutti, sai, Giuda. Anche tu, se vuoi veramente essere di Dio, ossia del soprannaturale».

4«Ma noi siamo ancora della terra, Maestro. Come possiamo trascurare la carne dando tutte le cure allo spirito? Non è, ciò che dici, in antitesi con il comando di Dio: “Non ucciderai”? In questo non è anche compreso il non uccidersi? Se la vita è dono di Dio, dobbiamo amarla o meno?».

5«Risponderò a te come non risponderei ad un semplice, al quale basta fare alzare lo sguardo dell’anima, o della mente, a sfere soprannaturali, per portarselo seco noi in volo nei regni dello spirito. Tu non sei un semplice. Ti sei formato in ambienti che ti hanno affinato… ma che anche ti hanno inquinato con le loro sottigliezze e colle loro dottrine. Ricordi Salomone, Giuda? Era sapiente, il più sapiente di quei tempi. Ricordi che disse, dopo aver conosciuto tutto il sapere? “Vanità delle vanità, tutto è vanità. Temere Dio e osservare i suoi comandamenti, questo è tutto l’uomo”[50]. Or Io ti dico che occorre saper prendere dai cibi nutrimento, ma non veleno. E se un cibo lo si comprende a noi nocivo, perché vi sono in noi reazioni per cui quel cibo è nefasto, essendo più forte dei nostri umori buoni che lo potrebbero neutralizzare, occorre non prendere più di quel cibo, anche se è appetitoso al gusto. Meglio semplice pane e acqua di fonte ai piatti complicati della mensa del re, in cui sono droghe che turbano e avvelenano».

“Chi si uccide confessa la sua superbia”.

6«Che devo lasciare, Maestro?».

7«Tutto quello che sai che ti turba. Perché Dio è Pace e, se ti vuoi mettere sul sentiero di Dio, devi sgombrare la tua mente, il tuo cuore e la tua carne da tutto ciò che pace non è e porta seco turbamento. So che è difficile riformare sé stesso. Ma Io sono qui per aiutarti a farlo. Sono qui per aiutare l’uomo a tornare figlio di Dio, a ricrearsi come per una seconda creazione, un’autogenesi voluta dallo stesso. 8Ma lascia che Io ti risponda a quanto chiedevi, acciò tu non dica che sei rimasto in errore per mia colpa. È vero che l’uccidersi è uguale all’uccidere. Sia la propria o l’altrui, la vita è dono di Dio, e solo a Dio che l’ha data è deferito il potere di toglierla. Chi si uccide confessa la sua superbia, e la superbia è odiata da Dio».

9«La superbia confessa? Io direi la disperazione».

10«E che è la disperazione se non superbia? Considera, Giuda. Perché uno dispera? O perché le sventure si accaniscono su di lui, e lui vuole da sé vincerle e non riesce a tanto. Oppure perché è colpevole e si giudica non perdonabile da Dio. Nel primo e nel secondo caso non è forse la superbia che è regina? Quell’uomo che vuole fare da sé non ha più l’umiltà di tendere la mano al Padre e dirgli: “Io non posso, ma Tu puoi. Aiutami, ché da Te io tutto spero e attendo”. Quell’altro uomo che dice: “Dio non mi può perdonare”, lo dice perché, misurando Dio su sé stesso, sa che uno, offeso come egli ha offeso, non potrebbe perdonarlo. Ossia è superbia anche qui. L’umile compatisce e perdona, anche se soffre dell’offesa ricevuta. Il superbo non perdona. È superbo anche perché non sa chinare la fronte e dire: “Padre, ho peccato, perdona al tuo povero figlio colpevole”. Ma non sai, Giuda, che tutto sarà perdonato dal Padre, se sarà chiesto perdono con cuore sincero e contrito, umile e volonteroso di risurrezione nel bene?».

11«Ma certi delitti non vanno perdonati. Non possono essere perdonati».

12«Tu lo dici. È vero sarà perché così l’uomo vorrà. Ma in verità, oh! in verità ti dico che anche dopo il delitto dei delitti, se il colpevole corresse ai piedi del Padre – si chiama Padre per questo, o Giuda, ed è Padre di perfezione infinita – e piangendo lo supplicasse di perdonarlo, offrendosi all’espiazione, ma senza disperazione, il Padre gli darebbe modo di espiare per meritarsi il perdono e salvarsi lo spirito».

La vita è un dono e va amata.

13«Allora Tu dici che gli uomini che la Scrittura cita, e che si uccisero[51], fecero male».

14«Non è lecito fare violenza ad alcuno, e neppure a sé stesso. Fecero male. Nella loro relativa conoscenza del bene avranno, in certi casi, avuto ancor misericordia da Dio. Ma da quando il Verbo avrà chiarito ogni verità e dato forza agli spiriti col suo Spirito, da allora non sarà più perdonato a chi muore in disperazione. Né nell’attimo del particolare giudizio, né, dopo secoli di Geenna, nel Giudizio finale, né mai. Durezza di Dio questa? No: giustizia. Dio dirà: “Tu hai giudicato, tu, creatura dotata di ragione e di soprannaturale scienza, creata libera, da Me, di seguire il sentiero da te scelto, e hai detto: ‘Dio non mi perdona. Sono separato per sempre da Lui. Giudico che devo di mio applicarmi giustizia per il mio delitto. Esco dalla vita per fuggire dai rimorsi”, senza pensare che i rimorsi non ti avrebbero più raggiunto se tu fossi venuto sul mio paterno seno. E, come hai giudicato, abbiti. Io non violento la libertà che ti ho data.

15Questo dirà l’Eterno al suicida. Pensalo, Giuda. La vita è un dono e va amata. Ma che dono è? Dono santo. E allora la si ami santamente. La vita dura finché la carne regge. Poi comincia la grande Vita, l’eterna Vita. Di beatitudine per i giusti, di maledizione per i non giusti. La vita è scopo o è mezzo? È mezzo. Serve per il fine che è l’eternità. E allora diamo alla vita quel tanto che le serva per durare e servire lo spirito nella sua conquista. Continenza della carne in tutti i suoi appetiti, in tutti. Continenza della mente in tutti i suoi desideri, in tutti. Continenza del cuore in tutte le passioni che sanno di umano. Illimitato, invece, sia lo slancio verso le passioni che sono del Cielo: amore di Dio e di prossimo, volontà di servire Dio e prossimo, ubbidienza alla Parola divina, eroismo nel bene e nella virtù. Io ti ho risposto, Giuda. Ne sei persuaso? Ti basta la spiegazione? Sii sempre sincero e chiedi, se non sai ancora abbastanza: sono qui per esser Maestro».

La scelta dell’umiltà.

L’uomo tornerà re e angelo

16«Ho compreso e mi basta. Ma… è molto difficile fare ciò che ho compreso. Tu lo puoi perché sei santo. Ma io… Sono un uomo, giovane, pieno di vitalità…».

17«Sono venuto per gli uomini, Giuda. Non per gli angeli. Quelli non hanno bisogno di maestro. Vedono Dio. Vivono nel suo Paradiso. Non ignorano le passioni degli uomini, perché l’Intelligenza, che è loro Vita, li fa cogniti di tutto, anche quelli che non sono custodi di un uomo. Ma, spirituali come sono, non possono avere che un peccato, come uno lo ebbe di loro, e seco trascinò i meno forti nella carità: la superbia, freccia che deturpò Lucifero, il più bello degli arcangeli, e ne fece il mostro orripilante dell’Abisso. Non sono venuto per gli angeli, i quali, dopo la caduta di Lucifero, inorridiscono anche solo alla larva di un pensiero d’orgoglio. Ma sono venuto per gli uomini. Per fare, degli uomini, degli angeli.

18L’uomo era la perfezione del creato. Aveva dell’angelo lo spirito e dell’animale la completa bellezza in tutte le sue parti animali e morali. Non vi era creatura che l’eguagliasse. Era il re della terra, come Dio è il Re del Cielo, e un giorno, quel giorno in cui si sarebbe addormentato l’ultima volta sulla terra, sarebbe divenuto re col Padre nel Cielo. Satana ha strappato le ali all’angelo-uomo e vi ha messo artigli di fiera e brame di immondezza e ne ha fatto un che ha più nome di uomo-demone che di uomo soltanto. Io voglio cancellare la deturpazione di Satana, annullare la fame corrotta della carne inquinata, rendere le ali all’uomo, riportarlo ad essere re, coerede del Padre e del celeste Regno. So che l’uomo, se vuole volerlo, può fare quanto Io dico per tornare re e angelo. Non vi direi cose che non poteste fare.

19Non sono uno dei retori che predicano dottrine impossibili. Ho preso vera carne per poter sapere, per esperienza di carne[52], quali sono le tentazioni dell’uomo».

Le tentazioni dell’uomo.

20«E i peccati?».

«Tentati, tutti lo possono essere. Peccatori, solo chi vuole esserlo».

21«Non hai mai peccato, Gesù?» 

22«Non ho mai voluto peccare. E questo non perché sono il Figlio del Padre. Ma questo ho voluto e vorrò per mostrare all’uomo che il Figlio dell’uomo non peccò perché non volle peccare e che l’uomo, se non vuole, può non peccare».

23«Sei stato mai in tentazione?».

«Ho trent’anni, Giuda. E non sono vissuto in una spelonca su un monte. Ma fra gli uomini. E, anche fossi stato nel più solitario luogo della terra, credi tu che le tentazioni non sarebbero venute? Tutto abbiamo in noi: il bene e il male[53]. Tutto portiamo con noi. E sul bene ventila il soffio di Dio e lo avviva come turibolo di graditi e sacri incensi. E sul male soffia Satana e lo accende in rogo di feroce vampa. Ma la volontà attenta e la preghiera costante sono umida rena sulla vampa d’inferno: la soffoca e doma».

24«Ma se non hai mai peccato, come puoi giudicare i peccatori?».

«Sono uomo e sono il Figlio di Dio. Quanto potrei ignorare come uomo, e mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio. E del resto!… Giuda, rispondi a questa mia domanda: uno che ha fame, soffre più nel dire “ora mi siedo al desco”, o nel dire non vi è cibo per me”?».

«Soffre di più nel secondo caso, perché solo il sapere che ne è privo gli riporta l’odore delle vivande, e le viscere si torcono nella voglia».

25«Ecco, la tentazione è mordente come questa voglia, Giuda. Satana la rende più acuta, esatta, seducente di ogni atto compiuto. Inoltre l’atto soddisfa e talora nausea, mentre la tentazione non cade ma, come albero potato, getta più robusta fronda».

26«E non hai mai ceduto?».

«Non ho mai ceduto».

27«Come hai potuto?».

«Ho detto: “Padre, non mi indurre in tentazione”».

28«Come? Tu, Messia, Tu che operi miracoli, hai chiesto l’aiuto del Padre?».

29«Non solo l’aiuto, gli ho chiesto di non indurmi in tentazione[54]. Credi tu che, perché Io sono Io, possa fare a meno del Padre? Oh! no! In verità ti dico che tutto il Padre concede al Figlio, ma che anche tutto il Figlio riceve dal Padre. E ti dico che tutto quanto sarà chiesto in mio nome al Padre verrà concesso. Ma eccoci al Get-Sammi, dove Io abito. Già sono i primi ulivi oltre le mura. Tu stai oltre Tofet. Già scende la sera. Non ti conviene salire sin là. Ci rivedremo domani allo stesso posto. Addio. La pace sia con te».

La scelta dell’umiltà.

30«La pace a Te pure, Maestro… Ma vorrei dirti ancora una cosa. Ti accompagnerò sino al Cedron, poi tornerò indietro. Perché stai in quel luogo così umile? Sai, la gente guarda a tante cose. Non conosci nessuno in città che abbia una bella casa? Io, se vuoi, posso portarti da amici. Ti ospiteranno per amicizia a me; e sarebbero dimore di Te più degne».

31«Lo credi? Io non lo credo. Il degno e l’indegno sono in tutti i ceti. E senza mancare di carità, ma per non offendere giustizia, ti dico che l’indegno, e maliziosamente indegno, è sovente fra i grandi. Non occorre e non serve esser potenti per esser buoni o per nascondere il peccare agli occhi di Dio. Tutto deve capovolgersi sotto il mio segno. E grande non sarà chi è potente, ma chi è umile e santo».

32«Ma per essere rispettato, per imporsi…»

33«È rispettato Erode? E Cesare è rispettato? No. Sono subìti e maledetti dalle labbra e dai cuori. Sui buoni, o anche solamente nei volonterosi di bontà, credi, Giuda, che saprò impormi più con la modestia che con l’imponenza».

34«Ma allora… spregerai sempre i potenti? Te ne farai dei nemici! Io pensavo parlare di Te a molti che conosco e che hanno un nome…»

35«Io non spregerò nessuno. Andrò ai poveri come ai ricchi, agli schiavi come ai re, ai puri come ai peccatori. Ma se sarò grato a chi darà pane e tetto alle mie fatiche, quale che sia il tetto e il cibo, darò sempre preferenza a ciò che è umile. I grandi hanno già tante gioie. I poveri non hanno che la retta coscienza, un amore fedele, dei figli, e il vedersi ascoltati dai più di loro. Io sarò curvo sempre sui poveri, gli afflitti e i peccatori. Io ti ringrazio del tuo buon volere. Ma lasciami a questo luogo di pace e preghiera. Va’. E Dio ti ispiri ciò che è bene».

Gesù lascia il discepolo e si interna fra gli ulivi, e ogni cosa finisce.


14. Al Getsemani con Giovanni di Zebedeo. Un paragone tra il Prediletto
e Giuda di Keriot
[55].

Il discepolo che fa contento il Messia.

Il discepolo amato.

1Vedo Gesù che si dirige alla bassa casetta bianca in mezzo all’uliveto. Un giovinetto lo saluta. Pare del luogo perché ha fra le mani gli utensili per potare e sarchiare.

2«Dio sia con Te, Rabbi. Il tuo discepolo Giovanni è venuto e ora è ripartito per venirti incontro».

«Da molto?».

«No, ha appena passato quel sentiero. Credevamo Tu venissi dalla parte di Betania…»

3Gesù si incammina svelto, gira il balzo, vede Giovanni che scende quasi di corsa verso la città e lo chiama. Il discepolo si volta e, con un viso che la gioia fa luminoso, grida: «Oh! Maestro mio!» e torna indietro di corsa. Gesù gli apre le braccia e i due si abbracciano affettuosamente.

4«Venivo a cercarti… Credevamo fossi stato a Betania, come avevi detto».

5«Sì. Lo volevo fare. Devo incominciare ad evangelizzare anche i dintorni di Gerusalemme. Ma poi mi sono trattenuto in città… per istruire un nuovo discepolo».

6«Tutto quello che Tu fai è ben fatto, Maestro. E bene riesce. Lo vedi? Anche ora ci siamo subito trovati».

6I due camminano, tenendo Gesù un braccio sulle spalle di Giovanni che, più basso di Lui, lo guarda da sotto in su, beato di quell’intimità. Tornano così verso la casetta.

7«È molto che sei venuto?».

«No, Maestro. Sono partito da Doco all’alba, insieme a Simone, al quale ho detto ciò che Tu volevi. Poi abbiamo sostato insieme nelle campagne di Betania, spartendo il cibo e parlando di Te a contadini trovati nei campi. Quando il sole ha avuto meno fuoco, ci siamo divisi. Simone è andato da un suo amico, al quale vuole parlare di Te. È il padrone di quasi tutta Betania. Egli lo conosce da prima, da quando erano vivi il padre dell’uno e dell’altro. Ma domani viene qui, Simone. Mi ha detto di dirti che è felice di servirti. È molto capace, Simone. Vorrei essere come lui. Ma sono un ragazzo ignorante».

«No, Giovanni. Anche tu fai molto bene».

8«Sei proprio contento del povero tuo Giovanni?».

«Molto contento, Giovanni mio. Molto».

Una cena frugale.

9«Oh! Maestro mio!». Giovanni si curva con slancio a prendere la mano di Gesù e la bacia e se la passa sul viso come una carezza. Sono giunti alla casetta. Entrano nella cucina bassa e fumosa. Il padrone li saluta: «La pace sia con Te».

10Risponde Gesù: «Pace a questa casa e a te e chi con te vive. Ho con Me un discepolo».

«Vi sarà pane e olio anche per lui».

11«Ho portato pesce secco che mi han dato Giacomo e Pietro. E, passando da Nazareth, tua Madre mi ha dato pane e miele per Te. Ho camminato senza soste, ma ora sarà duro».

«Non importa, Giovanni. Avrà sempre il sapore delle mani della Mamma».

12Giovanni estrae i suoi tesori dalla bisaccia che aveva in un canto. E vedo preparare il pesce secco in una maniera strana. Lo bagnano per pochi attimi in acqua calda, poi lo ungono e lo fanno arrostire sulla fiamma.

13Gesù benedice il cibo e col discepolo si siede alla tavola. Sono anche alla stessa il padrone, che sento chiamare Giona, e il figlio. La madre va e viene portando il pesce, delle ulive nere, delle verdure lessate e condite con olio. Gesù offre anche del miele. E lo offre alla madre stendendolo sul pane. «È del mio alveare» dice. «Le api le cura mia Madre. Mangialo. È buono. Sei tanto buona con Me, tu, Maria, che meriti questo e altro» dice poi, perché la donna non vorrebbe privarlo del dolce miele.

14La cena termina sollecita fra brevi discorsi comuni. Appena finita, e dopo aver ringraziato del cibo preso, Gesù dice a Giovanni: «Vieni. Usciamo un poco nell’uliveto. La notte è tiepida e chiara. Sarà dolce stare un poco là fuori».

15Il padrone dice: «Maestro, io ti saluto. Sono stanco, e stanco è mio figlio. Noi andiamo al riposo. Lascio la porta accostata e la lucerna sul tavolo. Sai come fare».

«Vai pure, Giona. E spegni anche la lucerna. Vi è un lume di luna così chiaro che ci vedremo anche senza lume».

16«Ma il tuo discepolo dove dormirà?».

«Con Me. Sulla mia stuoia vi è posto anche per lui. Vero, Giovanni?».

17Giovanni, all’idea di dormire al fianco di Gesù, va in estasi. Escono nell’uliveto. Ma prima Giovanni ha preso qualcosa dalla sacca messa nell’angolo. Camminano per un poco e giungono su un ciglio dal quale si vede tutta Gerusalemme. Sediamoci qui e parliamo fra noi» dice Gesù.

Il Tempio sconsacrato.

18Ma Giovanni preferisce sedersi ai suoi piedi, sull’erbetta corta, e sta col braccio posato sui ginocchi di Gesù, col capo reclino sul braccio, guardando ogni poco il suo Gesù. Pare un bambino presso la persona a lui più cara.

19«È bello anche qui, Maestro. Guarda come pare grande la città di notte. Più che di giorno».

20«È perché il lume di luna ne sfuma i contorni. Vedi, sembra che il limite si allarghi in una luminosità d’argento. Guarda il sommo del Tempio, lassù. Non sembra sospeso nel vuoto?».

21«Pare che lo portino gli angeli sulle loro ali d’argento». Gesù sospira. «Perché sospiri, Maestro?».

22«Perché gli angeli hanno abbandonato il Tempio. Il suo aspetto di purezza e santità è solo circoscritto alle mura. Quelli che dovrebbero darglielo nell’anima – perché anche ogni luogo ha la sua anima, ossia ha lo spirito per cui fu elevato, e il Tempio ha, dovrebbe avere, anima di preghiera e santità – sono i primi a toglierglielo. Non si può dare ciò che non si possiede, Giovanni. E se molti sono i sacerdoti ed i leviti che là vivono, non ve ne è neppure un decimo che sia atto a dar vita al Luogo Santo. Morte danno. Comunicano ad esso la morte che è nel loro spirito, morto a ciò che è santo. Hanno le formule. Non hanno la vita delle stesse. Sono cadaveri che sono caldi solo per la putrefazione che li gonfia».

23«Ti hanno fatto del male, Maestro?». Giovanni è tutto in pena.

«No. Anzi mi hanno lasciato parlare quando ho chiesto di farlo».

24«Lo hai chiesto? Perché?».

«Perché non voglio essere Io quello che inizia la guerra. La guerra verrà lo stesso. Perché Io farò una stolta paura umana ad alcuni e sarò un rimprovero per altri. Ma questo deve esser sul loro libro. Non sul mio».

Vi è un poco di silenzio, poi Giovanni torna a parlare.

L’amore dell’anima vergine.

Una proposta e due intenzioni.

25«Maestro… io conosco Anna e Caifa. Per bisogni di affari la mia famiglia è stata in rapporti con loro, e quando io sono stato in Giudea, per Giovanni, venivo anche al Tempio, e loro erano buoni col figlio di Zebedeo. Mio padre pensa sempre a loro col miglior pesce. È costume, sai? Quando si vuole averli amici, continuare ad averli, bisogna fare così…»

«Lo so».

Gesù è serio.

26«Ebbene, se credi, io parlerò di Te al Sommo Sacerdote. E poi… se vuoi, io conosco uno che è in rapporto di affari con mio padre. È un ricco mercante di pesce. Ha una casa bella e grande presso l’Ippico, perché sono persone ricche, ma sono anche molto buone. Saresti più comodo e ti stancheresti meno. Per venire fin qui si deve passare anche quel sobborgo di Ofel, così disordinato e sempre pieno di asini e ragazzi rissosi».

27«No, Giovanni. Io ti ringrazio. Ma sto bene qui. Vedi quanta pace? L’ho detto anche all’altro discepolo che mi faceva la stessa proposta. Lui diceva “per esser meglio considerato”».

«Io lo dicevo perché Tu ti stancassi meno».

28«Non mi stanco. Camminerò tanto e non mi stancherò mai. Sai cosa è che mi stanca? Il disamore. Oh! quello, che peso! Come portassi un peso sul cuore.»

L’amore dell’anima vergine.

29«Io ti amo, Gesù».

«Sì, e tu mi sollevi. Ti voglio tanto bene, Giovanni, te ne vorrò sempre perché tu non mi tradirai mai».

«Tradirti! Oh!».

«Eppure vi saranno molti che mi tradiranno…» 

30Giovanni, ascolta. Ti ho detto che mi sono fermato qui per istruire un nuovo discepolo. È un giovane giudeo, istruito e conosciuto».

«Allora farai molto meno fatica che con noi, Maestro. Sono contento che Tu ne abbia qualcuno più capace di noi».

31«Credi tu che farò meno fatica?».

«Eh! se è meno ignorante di noi, ti capirà meglio e ti servirà meglio, specie se ti amerà meglio».

32«Ecco. Hai detto bene. Ma l’amore non va in ragione della istruzione, e neppure la formazione. Un vergine ama con tutta la forza del suo primo amore. Questo anche per le verginità del pensiero. E l’amato penetra e si imprime più in un cuore e in un pensiero vergine che in uno in cui già altri amori furono. Ma se Dio vorrà… Senti, Giovanni. Io ti prego di essergli amico. Il mio cuore trema a metter te, agnello intonso, presso l’esperto della vita. Ma anche però si placa, perché sa che tu sarai agnello, ma anche aquila, e se l’esperto vorrà farti toccare il suolo, sempre fangoso, il suolo del buon senso umano, tu con un colpo d’ala saprai liberarti e volere solo l’azzurro e il sole. Per questo ti prego di… – conservando te qual sei – essere amico del nuovo discepolo, che non sarà molto amato da Simon Pietro e anche da altri, per trasfondergli il tuo cuore…».

33«Oh! Maestro! Ma non basti Tu?».

«Io sono il Maestro. Al quale non tutto si dirà. Tu sei il condiscepolo, di poco più giovane, col quale è più facile aprirsi. Io non dico di ripetermi ciò che egli ti dirà. Odio le spie e i traditori. Ma ti chiedo di evangelizzarlo con la tua fede e la tua carità, con la tua purezza, Giovanni. È una terra inquinata da acque morte. Va prosciugata col sole dell’amore, purificata con l’onestà di pensieri, desideri e opere, coltivata con la fede. Puoi farlo».

34«Se Tu credi che lo possa… oh! sì. Se Tu lo dici, che io posso fare questo, questo farò. Per amor tuo…»

«Grazie, Giovanni».

Giovanni, la pace amorosa del Cristo.

35«Maestro, hai parlato di Simon Pietro. E mi è tornato in mente quello che dovevo dirti per primo, ma che la gioia di udirti mi aveva allontanato dal pensiero. Tornati a Cafarnao dopo la Pentecoste, abbiamo subito trovato la solita somma di quello sconosciuto. Il bambino l’aveva portata a mia madre. Io l’ho data a Pietro e lui me l’ha resa dicendo che l’usassi un poco per il ritorno e la sosta a Doco e il resto lo portassi a Te, per quanto ti può occorrere… perché anche Pietro pensava che qui è scomodo… ma Tu dici di no… Io non ho levato che due denari per due poverelli trovati presso Efraim. Per il resto ho vissuto con quanto mi aveva dato la madre mia e quanto mi hanno dato dei buoni, ai quali ho predicato il tuo Nome. Ecco la borsa».

36«La distribuiremo domani ai poveri. Così anche Giuda imparerà i nostri usi».

37«Tuo cugino è venuto? Come ha fatto ad esser così svelto? Era a Nazareth e non mi disse di partire…»

«No. Giuda è il nuovo discepolo. È di Keriot. Ma tu lo hai visto a Pasqua, qui, la sera della guarigione di Simone. Era con Tommaso».

«Ah! è lui?». Giovanni è un poco interdetto.

38«É lui. E Tommaso che fa?»

«Ha ubbidito al tuo comando lasciando Simone Cananeo e andando per la via del mare incontro a Filippo e Bartolomeo».

39«Sì, voglio vi amiate senza preferenze, aiutandovi scambievolmente, compatendovi l’un l’altro. Nessuno è perfetto, Giovanni. Non i giovani e non i vecchi. Ma, se avrete buona volontà, giungerete alla perfezione e quanto mancherà in voi lo metterò Io. Voi siete come i figli di una santa famiglia. Fra essa vi sono molti caratteri dissimili. Chi è forte, chi è dolce, chi è coraggioso, chi è timido, chi impulsivo e chi molto cauto. Se tutti foste uguali, sareste una forza in un carattere e delle deficienze in tutti gli altri. Mentre così formate un’unione perfetta, perché si completa a vicenda. L’amore vi unisce, vi deve unire, l’amore per la causa di Dio».

«E per Te, Gesù».

40«Prima la causa di Dio e poi l’amore per il suo Cristo».

41«Io… che cosa sono io nella nostra famiglia?».

«Sei la pace amorosa del Cristo di Dio. Sei stanco, Giovanni? Vuoi tornare? Io resto a pregare».

43«Resto anche io a pregare con Te. Lasciami restare a pregare con Te».

44«Resta pure». Gesù dice dei salmi e Giovanni lo segue. Ma la voce si spegne e l’apostolo resta addormentato col capo sul grembo di Gesù, che sorride e stende il suo mantello sulle spalle del dormente e poi continua certo a pregare mentalmente.

La visione ha termine così.

Parallelo tra il Prediletto e il Traditore[56]. (Insegnamento)

I due capostipiti.

Dice poi Gesù:

45«Ancora un parallelo fra il mio Giovanni ed un altro discepolo. Parallelo in cui ne esce sempre più limpida la figura del mio prediletto. Egli è colui che si spoglia anche del suo modo di pensare e di giudicare per essere “il discepolo”. È colui che si dona senza volere di sé – del sé stesso antecedente all’elezione – neppure una molecola. Giuda è colui che non si vuole spogliare di sé stesso. E la sua è perciò una donazione irreale. Porta con sé il suo io malato di superbia, di sensualità, di cupidigia. Conserva il suo modo di pensare. Neutralizza perciò gli effetti della donazione e della Grazia.

46Giuda: capostipite di tutti gli apostoli mancati. E sono tanti!

47Giovanni: il capostipite di quelli che si fanno ostie per mio amore. Il tuo capostipite.

L’ostia imitabile da tutti gli amatori.

48Io e la Madre siamo le Ostie eccelse. Raggiungerci è difficile, impossibile anzi, perché il nostro sacrificio fu di una asprezza totale. Ma il mio Giovanni!

49E’ l’ostia imitabile da tutte le classi di miei amatori: vergine, martire, confessore, evangelizzatore, servo di Dio e della Madre di Dio, attivo e contemplativo, ha un esempio per tutti. È colui che ama.

L’Apostolo pago di far felice il Messia.

50Osserva i diversi modi di ragionare. Giuda investiga, cavilla, si impunta e, se anche mostra di cedere, in realtà conserva la sua forma mentale. Giovanni si sente un nulla, accetta tutto, non chiede le ragioni, è pago di farmi felice. Ecco l’esempio.

 Il Piccolo Giovanni.

51E non te ne sei sentita divenire tutta pace davanti alla sua semplice e cara amorosità? Oh! il mio Giovanni! E il mio piccolo Giovanni, che Io voglio sempre più simile al mio diletto. Accetta tutto, dicendo sempre come l’Apostolo: “Tutto quello che Tu fai è ben fatto, Maestro”, per meritare di sentirti sempre dire: “Sei la mia amorosa pace”. Ho bisogno di sollievo anche Io, Maria. Dammelo. Il mio Cuore per tuo riposo».

15. Con tre apostoli sul monte del digiuno e al masso della tentazione[57].

Preparazione alla missione.

Luogo di formazione.

1Un’alba bellissima in un luogo selvaggio. Un’alba dall’alto di una costa di monte. Appena un principio di giorno. In cielo ancora le superstiti stelle e un arco sottile di luna calante che persiste, virgola d’argento, sul velluto ancora azzurro scuro del cielo.

2Il monte pare a sé, non congiunto ad altre catene. Ma è un vero monte, non un colle. La cima è molto più su, eppure da mezza costa già si domina un largo raggio d’orizzonte, segno che si è elevati di molto sul livello del suolo. Nell’aria fresca del mattino, in cui si fa strada la luce incerta, bianco-verdastra, dell’alba che sempre più si fa chiara, si svelano i contorni ed i particolari, che prima erano in quella caligine che precede il giorno, sempre più cupa di una notte perché pare che la luce degli astri, nel trapasso da notte a giorno, diminuisca e, direi, si annulli.

3Vedo così che il monte è roccioso e nudo, spaccato da anfratti che formano grotte, antri e seni nel monte. Un luogo proprio selvaggio su cui – e solo nei luoghi dove un poco di terra si è deposta in modo da poter raccogliere anche l’acqua del cielo e conservarla – sono ciuffetti di verde, per lo più piante rigide, spinose, dalla poca fronda, e bassi e duri cespugli di quelle erbe che paiono bastoncini verdi di cui non so il nome.

4In basso vi è una distesa più arida ancora, piatta, sassosa e che sempre più diviene arida quanto più si avvicina ad un punto scuro, molto più lungo che largo, almeno cinque volte più lungo che largo, che penso sia un’oasi folta, nata in tanto squallore per acque sotterranee. Però, quando la luce si fa più viva, vedo che non è che acqua. Un’acqua ferma, cupa, morta. Un lago di una tristezza infinita.

5In questa luce ancora incerta mi fa ricordare la visione del mondo morto. Pare che aspiri tutto il cupo del cielo, tutto il triste del suolo circostante, e stemperi nelle sue acque ferme il verde cupo delle piante spinose e delle rigide erbe – che per chilometri e chilometri, in piatto e in altezza, sono l’unica decorazione del suolo – e, fattosene un filtro di cupezza, la emani poi e spanda tutto intorno. Come è diverso dal solare, ridente lago di Genezaret! In alto, guardando il cielo di un assoluto sereno che si fa sempre più chiaro, guardando la luce che avanza da oriente a fiotti sempre più vasti, lo spirito si rallegra. Ma guardando quel grandissimo lago morto si stringe il cuore. Non un uccello trasvola sulle sue acque.

Preparazione alla missione.

6Non un animale è sulle sue rive. Nulla. Mentre guardo questa desolazione, mi scuote la voce del mio Gesù: «Ed eccoci giunti dove volevo».

7Mi volgo. Lo vedo alle mie spalle, fra Giovanni, Simone e Giuda, presso la costa rocciosa del monte, là dove giunge un sentiero… sarebbe meglio dire: là dove un lungo lavoro di acque, nei mesi di pioggia, ha graffiato il calcare scavando nei secoli un canale appena disegnato, che sarà scolo alle acque delle cime e che ora è via per le capre selvatiche più che per gli uomini. Gesù si guarda intorno e ripete: «Sì, qui vi volevo portare. Qui il Cristo si è preparato alla sua missione».

«Ma qui non c’è nulla!».

«Non c’è nulla, l’hai detto».

8«Con chi eri?».

«Col mio spirito e col Padre».

9«Ah! fu sosta di poche ore!».

«No, Giuda. Non di poche ore. Di molti giorni…».

10«Ma chi ti serviva? Dove dormisti?».

«Avevo a servi gli onagri che nella notte venivano a dormire nella loro tana… in questa, dove Io pure m’ero intanato… Avevo a serve le aquile che mi dicevano: “È giorno” col loro grido aspro, partendo per la preda. Avevo ad amici le piccole lepri che venivano a rodere le erbe selvagge quasi ai miei piedi… Mi era cibo e bevanda ciò che è cibo e bevanda del fiore selvaggio: la rugiada notturna, la luce del sole. Non altro».

11«Ma perché?».

«Per prepararmi bene, come tu dici, alla mia missione. Le cose ben preparate riescono bene. Tu lo hai detto. E la mia cosa non era la piccola, inutile cosa di far brillare Me, Servo del Signore, ma di far comprendere agli uomini ciò che è il Signore e, attraverso questa comprensione, farlo amare in spirito di verità. Misero quel servo del Signore che pensa al suo trionfo e non a quello di Dio! Che cerca averne utile, che sogna mettersi in alto su un trono fatto… oh! fatto degli interessi di Dio, avviliti sino a toccare il suolo, essi che sono celesti interessi. Non è più servo, costui, anche se ne ha l’aspetto esterno. È un mercante, un trafficante, un falso che inganna sé, gli uomini e vorrebbe ingannare Dio… uno sciagurato che si crede principe ed è schiavo… È del Demonio, il suo re di menzogna. Qui, in questa tana, il Cristo per molti giorni visse di macerazioni e preghiera per prepararsi alla sua missione. E dove vorresti fossi andato a prepararmi, Giuda?».

Il destino dell’uomo.

12Giuda è perplesso, disorientato. Risponde infine: «Ma non saprei… Pensavo… da qualche rabbi… presso gli esseni… non so».

13«E potevo trovare un rabbi che mi dicesse più di quanto mi diceva la Potenza e la Sapienza di Dio? E potevo Io – Io Verbo eterno del Padre, Io che ero quando il Padre creò l’uomo e so di quale spirito immortale e animato, e di quale potenza di giudizio libero e capace, abbia il Creatore dotato l’uomo – andare ad attingere scienza e capacità da quelli che negano l’immortalità dell’anima negando la finale risurrezione, e negano la libertà d’azione dell’uomo addossando virtù e vizi, azioni sante e malvagie, al destino che dicono fatale e non vincibile? Ah! no. Avete un destino. Sì. Lo avete. Nella mente di Dio che vi crea è un destino per voi. Ve lo desidera il Padre. Ed è destino d’amore, di pace, di gloria: “la santità d’esser suoi figli”. Questo il destino che, presente alla mente divina dal momento nel quale col fango fu fatto Adamo, presente sarà sino all’ultima creazione di anima d’uomo.

Il Re amico e le due potenze nemiche.

14Ma non vi violenta il Padre nella vostra condizione di re. Il re, se prigione, non è più re, è un reietto. Voi re siete perché liberi nel vostro piccolo regno individuale. Nell’io. In esso potete fare ciò che volete, come volete. Di fronte e ai confini del vostro piccolo regno avete un Re amico e due potenze nemiche. L’Amico vi mostra le regole che Egli ha date per far felici quelli che sono suoi. Ve le mostra. Vi dice: “Eccole. Con queste è sicura l’eterna vittoria”. Ve le mostra, Egli, il Saggio e Santo, perché voi possiate, se volete farlo, praticarle e averne gloria eterna. Le due potenze nemiche sono Satana e la carne. Nella carne metto la vostra e quella del mondo, ossia le pompe e seduzioni del mondo, ossia la ricchezza, le feste, gli onori, i poteri che dal mondo e nel mondo si hanno e che non sempre si hanno onestamente e meno ancora si sanno usare onestamente se, per un complesso di cause, ad essi l’uomo perviene. Satana, maestro della carne e del mondo, parla anche per esso e per la carne. Anche lui ha le sue regole… Oh! se le ha! E poiché l’io è fasciato di carne e la carne tende alla carne come le scaglie di ferro tendono alla calamita, e poiché il canto del Seduttore è più dolce di gorgheggio di usignolo in amore fra raggi di luna e profumo di roseti, più facile è andare verso queste regole, piegare verso queste potenze, dire loro: “Vi considero amiche. Entrate”.

14Entrate… Avete mai visto un alleato che resti onesto sempre, senza chiedere il cento per uno per un aiuto dato? Così fanno esse. Entrano… E divengono padroni. Padroni? No, aguzzini. Vi legano, o uomini, al loro banco di galera, vi ci incatenano, non vi lasciano più alzare il collo dal loro giogo, e la loro sferza vi riga a sangue se cercate sfuggir loro. O farsi ferire sino a giungere ad esser un ammasso di carne frantumata, così inutile, come carne, da esser respinta dal loro piede crudele, o morire sotto di loro. Se sapete darvi quel martirio, darvi quel martirio, ecco allora che passa la Misericordia, l’Unica che può ancora aver pietà di quella ripugnante miseria della quale il mondo, uno dei padroni, ha ora schifo e sulla quale l’altro padrone, Satana, invia le sue frecce di vendetta. E la Misericordia, l’Unica che passa, si china, la raccoglie, la medica, la risana e le dice: “Vieni. Non temere. Non ti guardare. Le tue piaghe non sono più che cicatrici, ma sono così innumerevoli che ti farebbero orrore, tanto ti deturpano. Ma Io non ti guardo quelle, guardo la tua volontà.

16Per essa volontà buona sei così segnata. Perciò Io ti dico: ti amo. Vieni con Me”, e la porta nel suo Stato. Allora voi capite che Misericordia e Re amico sono una stessa persona. Ritrovate le regole che Egli vi aveva mostrate e che voi non avete voluto seguire. Ora lo volete… e giungete alla pace della coscienza prima, alla pace di Dio dopo.

17Ditemi, allora. Questo destino fu imposto da Un Solo per tutti, o fu individualmente voluto da ognuno per sé?».

«Fu da ognuno voluto».

Importanza della penitenza

18«Bene giudichi, Simone. Potevo Io andare dai negatori della beata risurrezione e del dono di Dio per formarmi? Qui sono venuto. Ho preso la mia anima di Figlio dell’uomo e me la sono lavorata con gli ultimi tocchi, finendo il lavoro di trent’anni di annichilimento e di preparazione per andare perfetto al mio ministero.

19Ora Io vi chiedo di stare meco qualche giorno, in questa tana. Sarà sempre meno desolata la sosta, perché saremo quattro amici che fanno forza contro le tristezze, le paure, le tentazioni, le necessità della carne. Io ero solo. Sarà sempre meno penosa, perché ora è estate e qui, in alto, vi è il vento delle cime a temperare il calore. Io vi venni al finir della luna di tebet, e rigido era il vento che scendeva dalle nevi della vetta. Sarà sempre meno tormentosa, perché più breve e perché abbiamo ora quel minimo di cibo che può dare conforto alla nostra fame, e nelle piccole ghirbe di pelle che vi ho fatto dare dai pastori vi è tant’acqua da bastare per questi giorni di sosta.

20Io… io ho bisogno di strappare due anime a Satana. Non vi è che la penitenza che lo possa. Vi chiedo aiuto. Sarà formazione anche per voi. Imparerete come si strappano le prede a Mammona. Non tanto con le parole, quanto col sacrificio… Le parole!… Il frastuono satanico impedisce che siano udite… Ogni anima preda del Nemico è avvolta in turbini di voci infernali… Volete rimanere con Me? Ma se non volete, andate. Io resto. Ci ritroveremo a Tecua, presso il mercato».

21«No, Maestro, io non ti lascio», dice Giovanni; mentre Simone contemporaneamente esclama: «Tu ci elevi volendoci teco in questa redenzione».

22Giuda… non mi pare molto entusiasta. Ma fa buon viso al… destino e dice: «Io resto».

23«Prendete allora le ghirbe e le sacche e portatele dentro e, prima che il sole arda, spezzate legna e accumulatela presso lo spacco. La notte è rigida anche d’estate, qui, e non tutte le bestie sono buone. Un ramo lo accenderete subito. Là, di quella pianta di acacia gommosa. Brucia bene. Guarderemo fra le fessure per cacciare col fuoco aspidi e scorpioni. Andate» …

La sosta è finita.

24…Lo stesso punto di monte. Solo ora è notte. Una notte tutta stellata. Una bellezza di cielo notturno come credo se ne possa godere solo in quei paesi già quasi tropicali. Stelle di una larghezza e di un brillio meravigliosi. Le costellazioni maggiori paiono grappoli di brillanti, di chiari topazi, di pallidi zaffiri, di miti opali, di tenui rubini. Tremolano, si accendono, si spengono come sguardi che la palpebra cela per un attimo, tornano ad accendersi più belle. Ogni tanto una stella riga il cielo e scompare verso chissà quale orizzonte. Una riga di luce che pare un grido di giubilo stellare per poter volare così per quei prati sterminati.

25Gesù è seduto sull’apertura della spelonca e parla ai tre che fanno cerchio con Lui. Deve esservi stato del fuoco, perché, in mezzo al cerchio dei quattro, un mucchietto di tizzi ha ancora bagliori di bragia e getta il suo riflesso rosso sui quattro volti.

27«Sì. La sosta è finita. Questa sosta. L’altra volta durò quaranta giorni… E vi dico ancora: era ancora inverno su questi pendii… e non avevo cibo. Un poco più difficile di questa volta, non è vero? So che avete sofferto anche ora. Il poco che avevamo e che vi davo era nulla, specie per la fame dei giovani. Era sufficiente solo a non farvi cadere languenti. L’acqua ancor meno. Il calore è torrido nel giorno. E voi direte che ciò non c’era nell’inverno. Ma allora c’era un vento secco, che scendeva bruciando i polmoni da quella cima e saliva da quella bassura carico di polvere desertica e asciugava più ancora di questo calore estivo, a cui può dare sollievo succhiare questi aciduli frutti che quasi son maturi. Allora il monte non dava che vento ed erbe bruciate dal gelo intorno alle acacie scheletrite. Non vi ho dato tutto, perché ho serbato gli ultimi pani e l’ultimo formaggio con l’ultima ghirba per il ritorno… Io so cosa fu il ritorno, esausto come ero, nella solitudine del deserto… Raccogliamo le nostre cose e andiamo. La notte è ancor più chiara di quella che qui ci condusse. Non vi è luna. Ma il cielo piove luce. Andiamo. Ricordatevi questo posto. Sappiate ricordare come si preparò Cristo e come si preparano gli apostoli. Come Io insegno si preparino gli apostoli».

Il ritorno.

28Si alzano. Simone, con un ramo, fruga nelle braci, le ravviva, prima di sperderle col piede, gettandovi sopra delle erbe disseccate, e alla fiamma accende una frasca di acacia e la tiene alta, all’ingresso della tana, mentre Giuda e Giovanni raccolgono mantelli, sacche e dei piccoli otri di pelle, di cui solo uno è ancora gonfio.

29Poi spegne la frasca contro la roccia, si carica della sua sacca e si mette il manto, come tutti, legandoselo alla vita perché non dia noia nell’andare. Scendono senza altre parole l’uno dietro l’altro per un sentiero ripidissimo, mettendo in fuga piccoli animali che brucano le poche erbe che ancora resistono al sole. Il cammino è lungo e disagiato. Finalmente giungono al piano. Non è molto comodo il cammino neppur qui dove pietre e schegge di pietre si muovono traditore sotto al piede, ferendolo anche, perché la terra ridotta a polvere le nasconde e non si possono evitare, dove arsi cespugli di spini graffiano e intralciano attaccandosi al basso delle vesti. Ma è più spedito.

In alto le stelle sono sempre più belle.

30Vanno, vanno, vanno per ore. La pianura è sempre più sterile e triste. Luccichii di scaglie brillano in certe piccole rughe del terreno, in pozzette fra asperità del suolo. Paiono scaglie di brillanti sporchi. Giovanni si china a guardarle. «È il sale del sottosuolo. Ne è saturo. Affiora con le acque di primavera e poi si secca. Per questo la vita non regge qui. Il mare Orientale, per profonde vene, sparge la sua morte a molti stadi intorno. Solo dove sorgive dolci combattono il suo mordente è possibile trovare piante e ristoro», spiega Gesù.

31Vanno ancora. Poi Gesù si ferma presso la roccia cava in cui lo vidi tentato da Satana. «Sostiamo qui. Sedete. Fra poco sarà il canto del gallo. Camminiamo da sei ore e dovete avere fame, sete e stanchezza. Prendete. Mangiate e bevete, seduti qui, a Me intorno, mentre Io vi dico ancora una cosa che voi direte agli amici e al mondo». Gesù ha aperto la sua sacca e ne ha tratto pane e formaggio, che taglia e distribuisce, e dalla sua zucchetta mesce acqua in una ciotoletta e distribuisce pure.

Scuola di spiritualità.

Consapevolezza della messianicità.

32«Tu non mangi, Maestro?».

«No. Io vi parlo. Udite. Una volta ci fu uno, un uomo, che mi chiese se ero mai stato tentato. Che mi chiese se non avevo mai peccato. Che mi chiese se, nella tentazione, non avevo mai ceduto. E che si stupì perché Io, il Messia, ho chiesto, per resistere, l’aiuto del Padre dicendo: “Padre, non mi indurre in tentazione”[58]».

33Gesù parla piano, calmo, come narrasse un fatto a tutti ignoto… Giuda china il capo come impacciato. Ma gli altri sono tanto intenti a guardare Gesù che non lo vedono.

34Gesù continua: «Ora voi, miei amici, potete sapere ciò che solo lievemente seppe quell’uomo. Dopo il battesimo – ero mondo[59], ma non si è mai mondi abbastanza rispetto all’Altissimo, e l’umiltà di dire “sono uomo e peccatore” è già battesimo che fa mondo il cuore[60] – sono venuto qui. Ero stato chiamato “l’Agnello di Dio” da colui che, santo e profeta, vedeva la Verità e vedeva scendere lo Spirito sul Verbo e farlo Unto del suo crisma d’amore, mentre la voce del Padre empiva i cieli del suo suono dicendo: “Ecco il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto”. Tu, Giovanni, eri presente quando il Battista ha ripetuto le parole… Dopo il battesimo, benché mondo per natura e mondo per figura, volli “prepararmi”. Sì, Giuda. Guardami. Il mio occhio ti dica ciò che ancor tace la bocca. Guardami, Giuda. Guarda il tuo Maestro che non si è sentito superiore all’uomo per essere il Messia e che anzi, sapendo di esser l’Uomo, ha voluto esserlo in tutto, fuorché nel condiscendere al male[61]. Ecco, così».

35Ora Giuda ha alzato il viso e guarda Gesù che ha di fronte. La luce delle stelle fa brillare gli occhi di Gesù come fossero due stelle fisse in un pallido volto.

Disciplina spirituale.

36«Per prepararsi ad essere maestri bisogna essere stati scolari. Io tutto sapevo come Dio. La mia intelligenza mi poteva anche fare capire le lotte dell’uomo, per potere intellettivo e intellettualmente[62]. Ma un giorno qualche mio povero amico, qualche mio povero figlio, avrebbe potuto dire e dirmi: “Tu non sai cosa è esser uomo e avere senso e passioni”. Sarebbe stato rimprovero giusto. Sono venuto qui, anzi là, su quel monte, per prepararmi… non solo alla missione… ma alla tentazione. Vedete? Qui dove voi siete, Io fui tentato. Da chi? Da un mortale? No. Troppo lieve sarebbe stato il suo potere. Sono stato tentato da Satana, direttamente.

37Ero sfinito. Da quaranta giorni non mangiavo… Ma, finché ero stato perso nell’orazione, tutto si era annullato nella gioia del parlare con Dio, più che annullato: reso sopportabile. Lo sentivo come un disagio della materia, circoscritto alla materia sola… Poi sono tornato nel mondo… sulle vie del mondo… e ho sentito i bisogni di chi è sul mondo. Ho avuto fame. Ho avuto sete. Ho sentito il freddo pungente della notte desertica. Ho sentito il corpo affranto dalla mancanza del riposo, del letto, e dal lungo cammino fatto in condizioni di spossatezza tale che mi impedivano di andare oltre…

38Perché ho una carne anche Io, amici. Una vera carne. Ed essa è soggetta alle stesse debolezze[63] che hanno tutte le carni. E con la carne ho un cuore. Sì. Dell’uomo ho preso la prima e la seconda delle tre parti che fanno l’uomo[64]. Ho preso la materia con le sue esigenze e il morale con le sue passioni. E, se per mia volontà ho piegato in sul nascere tutte le passioni non buone[65], ho lasciato crescessero potenti come cedri secolari le sante passioni dell’amore filiale, dell’amore patrio, delle amicizie, del lavoro, di tutto quanto è ottimo e santo. E qui ho sentito nostalgia della Mamma lontana, qui ho sentito bisogno delle sue cure sulla mia fralezza umana, qui ho sentito rinnovarsi il dolore di essermi staccato dall’Unica che mi amasse perfettamente, qui ho presentito il dolore che mi è serbato e il dolore del suo dolore, povera Mamma, che non avrà più lacrime, tante ne dovrà spargere per il suo Figlio e per opera degli uomini.

39E qui ho sentito la stanchezza dell’eroe e dell’asceta, che in un’ora di premonizione si rende cognito dell’inutilità[66] del suo sforzo… Ho pianto… La tristezza… richiamo magico per Satana. Non è peccato esser tristi se l’ora è penosa. È peccato cedere oltre alla tristezza e cadere in inerzia o in disperazione. Ma Satana subito viene quando vede uno caduto in languore di spirito[67].

Combattimento spirituale.

40È venuto. In veste di benigno viandante. Prende sempre aspetti benigni… Avevo fame… e avevo i trent’anni nel sangue[68]. Mi ha offerto il suo aiuto. E prima mi ha detto: “Di’ a queste pietre che divengano pane”. Ma prima ancora… sì… prima ancora mi aveva parlato della donna… Oh! egli ne sa parlare. La conosce a fondo. L’ha corrotta per il primo, per farne sua alleata di corruzione. Non sono solo il Figlio di Dio. Sono Gesù, l’operaio di Nazareth. Ho detto a quell’uomo che mi parlava allora, chiedendomi se conoscevo tentazione, e quasi mi accusava di esser ingiustamente beato per non aver peccato: “L’atto placa nel soddisfacimento. La tentazione respinta non cade ma si fa più forte, anche perché Satana l’aizza”. Ho respinto la tentazione e della fame della donna e della fame del pane. E sappiate che Satana mi prospettava la prima, né aveva torto, umanamente giudicando, come la migliore alleata per affermarsi nel mondo.

41La Tentazione, non vinta dal mio: “Non di solo senso vive l’uomo”, mi parlò allora della mia missione. Voleva sedurre il Messia dopo aver tentato il Giovane. E mi spronò ad annichilire gli indegni ministri del Tempio con un miracolo… Non si piega il miracolo, fiamma di Cielo, a farne cerchio di vimini per incoronarsi di esso… E non si tenta Dio chiedendo miracoli a fini umani. Questo voleva Satana. Il motivo presentato era il pretesto; la verità era: “Gloriati d’esser il Messia”, per portarmi all’altra concupiscenza: quella dell’orgoglio. Non vinto dal mio: “Non tenterai il Signore Dio tuo”, mi circuì con la terza forza della sua natura: l’oro. Oh! l’oro! Grande cosa il pane e più grande la donna per chi ha bramosia di cibo o di piacere. Grandissima cosa l’acclamazione delle folle per l’uomo… Per queste tre cose quanti delitti si fanno! Ma l’oro… Ma l’oro… Chiave che apre, cerchio che salda, esso è l’alfa e l’omega di novantanove su cento delle azioni umane. Per il pane e la donna l’uomo diviene ladro. Per il potere anche omicida. Ma per l’oro diviene idolatra. Il re dell’oro, Satana, mi ha offerto il suo oro purché lo adorassi… L’ho trapassato con le parole eterne: “Adorerai solo il Signore Iddio tuo”.

Qui. Qui è avvenuto questo».

42Gesù si è alzato. Pare più alto del solito nella piatta natura che lo circonda, nella luce lievemente fosforescente che piove dalle stelle. Anche i discepoli si alzano. Gesù continua a parla re fissando intensamente Giuda.

L’uomo Dio.

43«Allora sono venuti gli angeli del Signore… L’Uomo aveva vinto la triplice battaglia. L’Uomo sapeva cosa voleva dire essere uomo e aveva vinto. Era esausto. La lotta era stata più esauriente del lungo digiuno… Ma lo spirito giganteggiava… Io credo che ne hanno trasalito i Cieli a questo mio completamento di creatura dotata di cognizione. Io credo che da quel momento è venuto in Me il potere di miracolo. Ero stato Dio[69]. Ero divenuto l’Uomo[70]. Ora, vincendo l’animale che era connesso alla natura dell’uomo, ecco Io ero l’Uomo-Dio. Lo sono. E come Dio tutto posso. E come Uomo tutto conosco. Fate anche voi come Me, se vorrete fare ciò che Io faccio. E fatelo in memoria di Me.

44Quell’uomo si stupiva che avessi chiesto l’aiuto del Padre. E l’avessi pregato di non indurmi in tentazione. Di non lasciarmi cioè in balia della Tentazione oltre le mie forze. Credo che quell’uomo, ora che sa, non se ne stupirà più. Fate anche voi così, in memoria di Me e per vincere come Me, e non dubitate mai, vedendomi forte in tutte le tentazioni della vita, vittorioso nelle battaglie dei cinque sensi, e del senso e del sentimento, sulla mia natura di vero Uomo oltre che di Dio. Ricordatevi di tutto ciò.

45Vi avevo promesso di portarvi là dove avreste potuto conoscere il Maestro… dall’alba del suo giorno, un’alba pura come questa che sorge, al meriggio della sua vita. Quello da cui mi sono partito per andare incontro alla mia umana sera… Ho detto a uno di voi: “Anche Io mi sono preparato”. Lo vedete che era vero. Vi ringrazio di avermi fatto compagnia in questo ritorno nel luogo natale e nel luogo penitenziale. I primi contatti col mondo mi avevano già nauseato e sconfortato. È troppo brutto. Ora la mia anima si è nutrita del midollo del leone: della fusione col Padre nell’orazione e nella solitudine. E posso tornare nel mondo per riprendere la mia croce, la mia prima croce di Redentore: quella del contatto col mondo. Col mondo, nel quale troppo poche sono le anime che han nome Maria, che han nome Giovanni…

Raccomandazioni.

46Ora udite, tu in specie, Giovanni. Torniamo verso la Madre e verso gli amici. Io ve ne prego: non dite alla Madre la durezza che fu opposta all’amore del suo Figlio. Ne soffrirebbe troppo. Soffrirà per questa crudeltà dell’uomo tanto, tanto, tanto… ma non presentiamole il calice sin da ora. Sarà tanto amaro, quando le sarà dato! Così amaro che, come un tossico, le scenderà serpendo nelle viscere sante e nelle vene e gliele morderà, le gelerà il cuore. Oh! non dite alla Madre mia che Betlem ed Ebron mi hanno respinto come un cane! Pietà per Lei! Tu, Simone, sei vecchio e buono, sei spirito di riflessione e non parlerai, lo so. Tu, Giuda, sei giudeo e non parlerai per orgoglio regionale. Ma tu, Giovanni, tu, galileo e giovane, non cadere in peccato di orgoglio, di critica, di crudeltà. Taci. Più tardi… più tardi agli altri dirai quanto ora ti prego tacere. Anche agli altri. Vi è già tanto da dire su quanto è del Cristo. Perché unirvi ciò che è di Satana contro il Cristo? Amici, mi promettete tutto ciò?».

«Oh! Maestro! Sì che te lo promettiamo! Sta’ sicuro!».

47«Grazie. Andiamo sino a quella piccola oasi. Là vi è una sorgiva, una cisterna piena di fresche acque e ombra e verzura. La strada verso il fiume la lambe. Potremo trovare cibo e ristoro fino a sera. Al chiaro delle stelle raggiungeremo il fiume, il guado. E attenderemo Giuseppe o ci uniremo a lui se già è tornato. Andiamo».

48E si incamminano mentre il primo roseo in cielo, al limite d’oriente, dice che un nuovo giorno sorge.

16 L’arrivo dei discepoli e dei pastori
a Nazareth
[71].

Stanchezza del Messia.

Maria al lavoro.

1Vedo Maria che, scalza e solerte, va e viene per la sua casetta alle prime luci del giorno. Nella sua veste di un azzurro tenue pare una gentile farfalla che sfiori senza rumore pareti e oggetti. Si accosta alla porta che dà sulla strada e l’apre con cura di non fare rumore; la lascia socchiusa, dopo aver dato un’occhiata sulla via ancora deserta. Riordina, apre porte e finestre, entra nel laboratorio dove, ora che è abbandonato dal Legnaiolo, sono i telai di Maria, e anche lì si dà da fare. Copre con cura uno dei telai, su cui è una tessitura iniziata, e sorride ad un suo pensiero nel guardarla.

2Esce nell’orto. I colombi le si affollano sulle spalle. E con voli brevi, da una spalla all’altra, per avere il posto migliore, rissosi e gelosi per amore di Lei, l’accompagnano sino ad un ripostiglio dove sono provviste di cibarie. Ella ne trae grani per loro e dice: «Qui, oggi qui. Non fate rumore. É tanto stanco!». E poi prende farina e va in una stanzetta presso il forno e si pone a fare il pane. Lo impasta e sorride. Oh! come sorride oggi, la Mamma. Pare la giovinetta Madre della Natività, tanto è ringiovanita dalla gioia. Dalla pasta del pane ne leva un mucchio e lo pone da parte, coprendolo, e poi ripiglia il lavoro, accaldandosi, coi capelli resi più chiari da una lieve incipriatura di farina.

Maria d’Alfeo.

3Entra piano Maria d’Alfeo. «Già al lavoro?».

«Sì. Faccio il pane e, guarda, le focacce di miele che a Lui piacciono tanto».

4«Fa’ quelle. La pasta del pane è tanta. Te la lavoro io».

Maria d’Alfeo, robusta e più popolana, lavora con lena al suo pane, mentre Maria intride miele e burro nei suoi dolci e ne fa tanti tondi che pone su una lastra.

5«Non so come fare ad avvisare Giuda… Giacomo non osa… e gli altri…». Maria d’Alfeo sospira.

«Oggi verrà Simon Pietro. Viene sempre il secondo giorno dopo il sabato, col pesce. Manderemo lui da Giuda».

«Se vorrà andare…».

«Oh! Simone non mi dice mai di no».

Mondo fetido e motoso.

6«La pace su questo vostro giorno», dice Gesù apparendo.

Le due donne sobbalzano alla voce di Lui. 

7«Già alzato? Perché? Volevo Tu dormissi…»

«Ho dormito un sonno da cuna, Mamma. Tu non devi aver dormito…».

8«Ti ho guardato dormire… Facevo sempre così quando eri piccino. Nel sonno sorridevi sempre… e quel tuo sorriso mi restava per tutto il giorno in cuore come una perla… Ma questa notte non sorridevi, Figlio. Sospiravi come chi è afflitto…». Maria se lo guarda con struggimento.

9«Ero stanco, Mamma. E il mondo non è questa casa dove tutto è onestà e amore…. tu sai Chi sono e puoi capire cosa è per Me il contatto col mondo. É come chi cammina su una strada fetida e motosa. Anche se è attento, un poco di fango lo spruzza, e il fetore penetra anche se egli si sforza di non respirare… e se costui è uomo che ama ciò che è lindura e aria pura, puoi pensare se ciò gli fa noia…».

10«Sì, Figlio. Io capisco. Ma mi fa pena che Tu soffra…»

«Ora sono con te e non soffro. C’è il ricordo… Ma serve a fare più bella la gioia d’esser con te». E Gesù si china a baciare la Mamma. Carezza anche l’altra Maria, che entra tutta rossa per avere acceso il forno.

11«Bisognerà avvisare Giuda», è la preoccupazione di Maria d’Alfeo.

«Non occorre. Giuda sarà qui, oggi».

«Come lo sai?». Gesù sorride e tace.

Il Fratello discepolo.

La bontà di Pietro.

12«Figlio, tutte le settimane, in questo giorno, viene Simon Pietro. Mi vuole portare il pesce pescato nelle prime vigilie. E giunge verso il finire dell’ora di prima. Sarà felice, oggi. È buono Simone. Nelle ore che resta, ci aiuta. Vero, Maria?».

13«Simon Pietro è un onesto e un buono», dice Gesù.

«Ma anche l’altro Simone, che fra poco vedrai, è un grande cuore. Vado loro incontro. Staranno per venire».

14E Gesù esce, mentre le donne, infornato il pane, tornano in casa, dove Maria si rimette i sandali e torna con una veste di lino tutta candida. Passa qualche tempo e, nell’attesa, Maria d’Alfeo dice: «Non hai fatto in tempo a finire quel lavoro».

15«Lo finirò presto. E il mio Gesù ne avrà refrigerio d’ombra senza averne gravato il capo».

L’arrivo dei discepoli e dei pastori.

16La porta viene spinta dal di fuori.

«Mamma, ecco i miei amici. Entrate».

17Entrano in gruppo i discepoli e i pastori. Gesù tiene per le spalle i due pastori e li guida alla Madre: «Ecco due figli che cercano una madre. Sii la loro gioia, Donna».

18«Io vi saluto… Tu?… Levi… tu? Non so, ma per l’età, Egli mi ha detto, sei certo Giuseppe. Quel nome è dolce e sacro qui dentro. Vieni, venite. Con gioia vi dico: la mia casa vi accoglie e una Madre vi abbraccia, in ricordo di quanto voi, tu in tuo padre, avete avuto di amore per il mio Bambino».

19I pastori sembrano incantati, tanto sono estatici.

«Sono Maria, sì. Tu hai visto la Madre felice. Sono sempre quella. Anche ora felice di vedere il Figlio mio fra cuori fedeli».

20«E questo è Simone, Mamma».

«Tu hai meritato la grazia perché sei buono. Lo so. E la Grazia di Dio sia sempre con te».

21Simone, più esperto degli usi del mondo, si inchina fino a terra, tenendo le braccia incrociate sul petto, e saluta: «Ti saluto, Madre vera della Grazia, e altro non chiedo all’Eterno, ora che conosco la Luce e te, più di luna soave».

22«E questo è Giuda di Keriot».

«Ho una madre, ma il mio amore per lei scompare rispetto alla venerazione che sento per te».

«No. Non per me. Per Lui. Io sono perché Egli è. Né nulla per me voglio. Ma solo per Lui chiedo. So quanto hai onorato il Figlio mio nella tua patria. Ma ancora ti dico: sia il tuo cuore il luogo in cui Egli riceve da te il sommo onore. Allora io ti benedirò con cuore di Madre».

«Il mio cuore è sotto il calcagno del Figlio tuo. Felice oppressione. La morte sola scioglierà la mia fedeltà».

23«E questo è il nostro Giovanni, Mamma».

«Ero tranquilla da quando sapevo che tu eri presso Gesù. Ti conosco e riposo nello spirito quando ti so col Figlio mio. Sii benedetto, mia quiete». Lo bacia.

L’amore di Pietro.

24La voce aspra di Pietro si fa udire da fuori: «Ecco il povero Simone che porta il suo saluto e.…» É entrato ed è rimasto di stucco.

Ma poi getta per terra il paniere rotondo, che aveva penzoloni sulla schiena, e si getta giù anche lui dicendo: «Ah! Signore eterno! Però… No, questa non me la dovevi fare, Maestro! Esser qui… e non far sapere niente al povero Simone! Dio ti benedica, Maestro! Ah! come sono felice! Non ne potevo più di stare senza di Te!», e gli carezza la mano, senza dar retta a Gesù che gli dice: «Alzati, Simone. Ma alzati, dunque».

«Mi alzo, sì. Ma però… Ehi, tu, ragazzo! (il ragazzo è Giovanni) tu almeno potevi correre a dirmelo! Ora fila, subito. A Cafarnao, a dirlo agli altri… e prima in casa di Giuda. Sta per arrivare tuo figlio, donna. Svelto. Fa’ conto di essere una lepre che ha dietro i cani».

Giovanni parte ridendo.

Pietro si è infine alzato. Continua a tenere fra le sue corte, tozze mani dalle vene rilevate, la lunga mano di Gesù e lo bacia senza lasciarlo, nonostante voglia dare il suo pesce che è a terra, nel paniere.

 «Eh! no. Non voglio che Tu te ne vada un’altra volta senza di me. Mai più, mai più così tanto senza vederti! Ti seguirò come l’ombra segue il corpo e la corda l’ancora. Dove sei stato, Maestro? Io mi dicevo: “Oh! dove sarà? Che farà? E quel bambino di Giovanni saprà curarlo? Starà attento che non si stanchi troppo? Che non resti senza cibo?”. Eh! ti conosco!… Sei più magro! Sì. Più magro. Non ti ha curato bene! Gli dirò che… Ma dove sei stato, Maestro? Non mi dici nulla!».

«Aspetto che tu mi lasci parlare!».

«È vero. Ma… ah! vederti è come un vino nuovo. Va al capo solo con l’odore. Oh! il mio Gesù!». Pietro quasi piange per reazione di gioia.

Tenerezza e sincerità di Pietro.

25«Anche Io ho sentito desiderio di te, di voi tutti, anche se ero con cari amici. Ecco, Pietro. Questi sono due che mi hanno amato da quando ero di poche ore. Più ancora: hanno già sofferto per Me. Qui vi è un figlio senza padre né madre per causa mia. Ma ha tanti fratelli in voi tutti, non è vero?».

26«Lo chiedi, Maestro? Ma se, per un caso, il Demonio ti amasse, lo amerei perché ti ama. Siete poveri anche voi, vedo. E allora siamo uguali. Venite che vi baci. Sono pescatore, ma ho il cuore più tenero di un piccioncino. È sincero. Non guardate se sono rude. Il duro è di fuori. Dentro sono tutto miele e burro. Coi buoni però… perché coi malvagi…».

“Il fratello discepolo”.

27«E questo è il nuovo discepolo».

«Mi pare di averlo già visto…».

«Sì. É Giuda di Keriot, e il tuo Gesù per mezzo suo ebbe buone accoglienze in quella città. Vi prego di amarvi, anche se di diversa regione. Siete tutti fratelli nel Signore».

«E come tale lo tratterò, se sarà proprio tale. E.… sì… (Pietro guarda fisso Giuda, uno sguardo aperto e ammonitore) e.… sì… e meglio che lo dica, così mi conosci subito, e bene. Lo dico: non ho molta stima dei giudei in genere e dei cittadini di Gerusalemme in particolare. Ma sono onesto. E sulla mia onestà ti assicuro che metto da parte tutte le idee che ho su voi e che voglio vedere in te solo il fratello discepolo. Ora a te a non farmi mutare pensiero e decisione».

28«Anche con me, Simone, hai tali preconcetti?», chiede lo Zelote sorridendo.

«Oh! non ti avevo visto! Con te? Oh! con te, no. Hai l’onestà dipinta sul volto. Ti trasuda la bontà dal cuore all’esterno, come olio odorifero da vaso poroso. E sei anziano. Ciò non è sempre un merito. Delle volte più si invecchia, più si diventa falsi e cattivi. Ma tu sei di quelli che fanno come i vini pregiati. Più diventano vecchi e più si fanno schietti e buoni».

29«Hai giudicato bene, Pietro», dice Gesù.

30«Ora venite. Mentre le donne lavorano per noi, sostiamo sotto la pergola fresca. Come è bello stare con gli amici! Andremo poi tutti insieme per la Galilea e oltre. Ossia, tutti no. Levi, ora che è fatto contento, tornerà da Elia a dirgli che Maria lo saluta. Vero, Mamma?».

31«Che lo benedico, e così Isacco e gli altri. Il Figlio mio mi ha promesso di condurmi seco… ed io verrò da voi, primi amici del mio Bambino».

32«Maestro, vorrei che Levi portasse a Lazzaro lo scritto che sai».

«Preparalo, Simone. Oggi è festa piena. Domani sera Levi partirà. In tempo per giungere prima del sabato. Venite, amici…».

Escono nella verde ortaglia e tutto ha fine.

17. Lezione ai discepoli nell’uliveto
presso Nazareth
[72].

Regole della Fraternità del Messia.

Scienza e coscienza della propria missione.

1Vedo Gesù con Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo, Filippo, Tommaso, Bartolomeo, Giuda Taddeo, Simone e Giuda Iscariota e il pastore Giuseppe, uscire dalla sua casa e andare fuori Nazareth. Ma nelle immediate vicinanze, sotto un folto d’ulivi.

2Dice: «Venite a Me intorno. In questi mesi di presenza e di assenza Io vi ho pesati e studiati. Vi ho conosciuti ed ho conosciuto, con esperienza d’uomo, il mondo. Ora Io ho deciso di mandarvi nel mondo. Ma prima devo ammaestrarvi per rendervi capaci di affrontare il mondo con la dolcezza e la sagacia, la calma e la costanza, con la coscienza e la scienza della vostra missione[73]. Questo tempo di furore solare, che vieta ogni lunga peregrinazione per la Palestina, sarà usato da Me per la vostra istruzione e formazione di discepoli. Come un musico ho sentito ciò che in voi è discorde e vengo a mettervi in nota per l’armonia celeste che dovete trasmettere al mondo, in mio nome. Trattengo questo figlio (e accenna Giuseppe) perché delego a lui l’incarico di portare ai suoi compagni le mie parole, perché anche là si formi un nucleo valido che mi annunci non con il solo annuncio del mio essere, ma con le più essenziali caratteristiche della mia dottrina[74].

Prima regola: amore e fusione.

3Per prima cosa vi dico che è assolutamente necessario in voi amore e fusione[75]. Cosa siete voi? Uomini di ogni classe sociale, e di ogni età, e di ogni luogo. Ho preferito prendere coloro che sono vergini di dottrine e cognizioni, perché più facilmente in essi penetrerò con la mia dottrina, ed anche perché – essendo voi destinati ad evangelizzare coloro che saranno nell’assoluta ignoranza del Dio vero – voglio che, ricordando la loro primitiva ignoranza di Dio, non ne abbiano sdegno e con pietà li ammaestrino, ricordando con quanta pietà Io li ho ammaestrati.

Seconda regola: uguaglianza.

4Io sento in voi un’obbiezione: “Noi non siamo dei pagani, anche se senza cultura intellettuale”. No. Non lo siete. Ma non solo voi, sibbene anche quelli che fra voi rappresentano i dotti ed i ricchi, siete avvolti in una religione che, snaturata per troppe ragioni, di religione non ha che il nome. In verità vi dico che molti sono coloro che si gloriano di essere figli della Legge. Ma di essi otto parti su dieci non sono che idolatri che hanno confuso fra nebbie di mille piccole religioni umane la vera, santa, eterna Legge del Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe. Perciò, guardandovi l’un l’altro, tanto voi pescatori umili e senza cultura, come voi che siete mercanti o figli di mercanti, ufficiali o figli di ufficiali, ricchi o figli di ricchi, dite: “Siamo tutti uguali. Tutti abbiamo le stesse manchevolezze e tutti abbisogniamo dello stesso ammaestramento. Fratelli nei difetti personali o nazionali, dobbiamo d’ora in poi divenire fratelli nella conoscenza della Verità e nello sforzo di praticarla”[76].

Terza regola: fratellanza.

5Ecco: fratelli. Voglio che tali vi chiamiate e tali vi vediate. Voi siete come una famiglia sola. Quando è che una famiglia prospera e il mondo l’ammira? Quando è unita e concorde. Se un figlio diviene nemico dell’altro, se un fratello nuoce all’altro, può mai la prosperità di quella famiglia durare? No. Invano il padre di famiglia si sforza a lavorare, a spianare le difficoltà, ad imporsi al mondo. I suoi sforzi restano senza riuscita, perché i beni si sgretolano, le difficoltà aumentano, il mondo deride per questo stato di lite perpetua che spezzetta cuore e sostanze, che unite erano potenti contro il mondo, in un mucchietto di piccoli, piccoli interessi contrari, di cui si approfittano i nemici della famiglia per sempre più accelerarne la rovina.

Quarta regola: unione e condivisione.

6Così non sia mai di voi. Siate uniti. Amatevi. Amatevi per aiutarvi. Amatevi per insegnare ad amare. Osservate. Anche ciò che ci circonda ci insegna questa grande forza. Guardate questa tribù di formiche che accorre tutta verso un luogo. Seguiamola. E scopriremo la ragione del loro non inutile accorrere verso un punto… Ecco qua. Questa loro piccola sorella ha scoperto, con i suoi organi minuscoli e a noi invisibili, un grande tesoro sotto questa larga foglia di radicchio selvatico. É un pezzo di midolla di pane, forse caduta ad un contadino qui venuto a curare i suoi ulivi, a qualche viandante che ha sostato in quest’ombra mangiando il suo cibo, o ad un bambino festoso sull’erba fiorita. Come poteva da sola trascinare nella tana questo tesoro mille volte più grosso di lei? Ed, ecco, ha chiamato una sorella e le ha detto: “Guarda. E corri, presto, a dire alle sorelle che qui c’è cibo per tutta la tribù e per molti giorni. Corri prima che scopra questo tesoro un uccello e chiami i suoi compagni e lo divorino”. E la formichina è corsa, anelante per asperità di terreno, su, giù per ghiaie e steli sino al formicaio e ha detto: “Venite. Una di noi vi chiama. Ha trovato per tutte. Ma da sola non può portarlo qui. Venite”.

7E tutte, anche quelle che, già stanche di tanto lavoro fatto per tutto il giorno, riposavano per le gallerie della tana, sono corse; anche quelle che stavano ammucchiando le provviste nelle celle di ammasso. Una, dieci, cento, mille… Guardate… Afferrano con le branche, sollevano facendo del loro corpo carretto, strascicano puntando le zampine al suolo. Questa cade… l’altra, là, quasi si storpia perché la punta del pane la inchioda in un rimbalzo fra la sua estremità e un sasso; questa ancora, così piccina, una giovinetta della tribù, si ferma spossata… ma pure, ecco, ripreso fiato, riparte. Oh! come sono unite! Guardate: ora il pezzo di pane è tutto abbracciato da esse e va, va, lentamente, ma va. Seguiamolo… Ancora un poco, piccole sorelle, ancora un poco e poi la vostra fatica sarà premiata. Non ne possono più. Ma non cedono. Riposano e poi ripartono… Ecco raggiunto il formicaio. E ora? Ora al lavoro per recidere in briciole la grossa mollica. Guardate che lavoro! Chi taglia e chi trasporta… Ecco finito. Ora tutto è in salvo e, felici, esse scompaiono dentro quella crepa, giù per le gallerie. Sono formiche. Null’altro che formiche. Eppure sono forti perché unite.

Meditate su questo. Avete nulla da chiedermi?».

Il Messia non fa differenza di persone.

Ingiusto rimprovero dell’Iscariota.

8«Io vorrei chiederti: ma in Giudea non ci torniamo più?», chiede Giuda Iscariota.

9«E chi lo dice?».

«Tu, Maestro. Hai detto di preparare Giuseppe perché istruisca gli altri in Giudea! Tanto te ne sei avuto a male da non tornare più là?».

10«Che ti hanno fatto in Giudea?», chiede Tommaso curioso; e Pietro, veemente, nello stesso tempo: «Ah! allora avevo ragione a dire che eri tornato sciupato. Che ti hanno fatto i “perfetti” in Israele?».

11«Nulla, amici. Nulla di più di quanto troverò anche qui. Girassi tutta la Terra, avrò da per tutto amici mescolati ai nemici. Ma, Giuda, Io ti avevo pregato di tacere…». vero, ma… No, non posso tacere quando vedo che Tu preferisci la Galilea alla mia patria. Sei ingiusto, ecco. Anche là hai avuto onori…».

Gesù non fa differenza di persone.

12«Giuda! Giuda… oh! Giuda. Tu sei ingiusto in questo rimprovero. E da te ti accusi, lasciandoti prendere dall’ira e dall’invidia. Io mi ero industriato a far conoscere solo il bene ricevuto nella tua Giudea, e senza mentire avevo potuto, con gioia, dire questo bene per farvi amare, voi di Giudea. Con gioia. Perché per il Verbo di Dio non esiste separazione di regioni, antagonismi, inimicizie, diversità[77]. Vi amo tutti, o uomini. Tutti… Come puoi dire che preferisco la Galilea, quando ho voluto compiere i primi miracoli e le prime manifestazioni sul suolo sacro del Tempio e della Città Santa e cara ad ogni israelita? Come puoi dire che faccio parzialità se di voi undici discepoli – ossia dieci, perché mio cugino è famiglia, non è amicizia – quattro sono giudei? E se vi unisco i pastori, tutti giudei, tu vedi di quanti di Giuda Io sono amico. Come puoi dire che non vi amo se, Io che so, ho regolato l’andare in modo da dare il Nome mio ad un piccolo d’Israele e di raccogliere lo spirito ad un giusto d’Israele? Come puoi dire che non vi amo, voi giudei, se alla rivelazione della mia Nascita e della mia preparazione alla missione ho voluto due giudei contro un solo di Galilea? Mi rimproveri di ingiustizia. Ma esaminati, Giuda, e vedi se l’ingiusto non sei tu».

13Gesù ha parlato con maestà e dolcezza. Ma, anche non avesse detto di più, sarebbero bastati i tre modi come ha detto: «Giuda» all’inizio del discorso per dare una grande lezione.

14Il primo «Giuda» era detto dal Dio maestoso che richiama al rispetto, il secondo dal Maestro che insegna con dottrina già paterna, il terzo era preghiera di amico addolorato dal modo dell’amico. Giuda ha chinato il capo mortificato, ancora iracondo, reso brutto dal suo affiorare di bassi sentimenti.

15Pietro non sa tacere. «E almeno chiedi perdono, ragazzo. Se ero io al posto di Gesù, non te la cavavi con delle parole! Altro che ingiusto! Sei senza rispetto, bel signorino! É così che vi educano quelli del Tempio? O sei tu non educabile? Perché, se sono loro…».

Rispetto dovuto a Maria Vergine.

16«Basta, Pietro. Ho detto Io quanto era da dire. Anche da questo vi darò domani ammaestramento. E ora ripeto a tutti quanto avevo detto a questi in Giudea: non dite a mia Madre che suo Figlio fu maltrattato dai giudei. Già è tutta accorata per aver intuito che ho pena. Rispettate mia Madre. Vive nell’ombra e nel silenzio. Attiva solo in virtù ed orazione per Me, per voi, per tutti. Lasciate che le luci fosche del mondo e le aspre contese restino lungi dal suo asilo fasciato di riserbo e di purezza. Non mettete neppur l’eco dell’odio dove tutto è amore. Rispettatela. Ella è coraggiosa più di Giuditta[78], e lo vedrete. Ma non forzatela, prima dell’ora, a gustare la feccia che sono i sentimenti dei disgraziati del mondo. Di coloro che non sanno neppur rudimentalmente cosa è Dio e Legge di Dio. Quelli di cui vi parlavo in principio: gli idolatri che si credono sapienti di Dio e che perciò uniscono idolatria a superbia. Andiamo».

E Gesù si avvia di nuovo verso Nazareth. 

18. Seconda lezione alla Fraternità
“La meta è Dio”
[79].

Regole nell’agire.

Ambientazione.

1Ancora Gesù istruisce i suoi, che ha portato all’ombra di un enorme noce che si spenzola dal suo posto, soprastante l’orto di Maria, fin sullo stesso orto. La giornata è burrascosa, prossima ad un temporale, e forse per questo Gesù non si è allontanato molto dalla casa. Maria va e viene dalla casa all’orto, ed ogni volta alza il capo e sorride al suo Gesù seduto sull’erba, presso il tronco, e circondato dai discepoli.

Quinta regola: “Fate il bene e datelo al Signore”.

2Gesù dice: «Vi ho detto ieri che quanto ieri ha provocato una parola imprudente sarebbe servito di lezione oggi. Ecco la lezione. Pensate certo, e vi sia regola nell’agire, che nulla di quanto è nascosto rimane sempre tale[80]. O è Dio che prende la cura di rendere note le opere di un suo figlio attraverso i suoi segni di miracolo, o attraverso le parole dei giusti che riconoscono i meriti di un fratello. Oppure è Satana che, attraverso la bocca di un imprudente, non voglio dire di più, compie rivelazioni su ciò che i buoni hanno preferito tacere per non eccitare all’anticarità, o svisa le verità in modo da creare confusione nei pensieri. Perciò viene sempre il momento che l’occulto viene reso noto. Ora abbiate sempre questo presente al pensiero. E vi sia freno nel male, senza peraltro darvi pungolo di bandire ciò che è il bene che compite.

3Quante volte uno fa per bontà, vera bontà, ma umana bontà! Ed essendo umano, ossia essendo di non perfetta intenzione il suo agire, desidera sia noto agli uomini, e spuma e si arrovella nel vedere che resta ignoto, e studia il modo di farlo noto. No, amici. Non così. Fate il bene e datelo al Signore eterno. Oh! Lui saprà, se è bene per voi che sia, farlo noto anche agli uomini. Se invece questo potrebbe annullare il vostro agire da giusti sotto un rigurgito di compiacimento d’orgoglio, ecco che allora il Padre lo tiene segreto, riserbandosi di rendervene gloria in Cielo al cospetto di tutta la Corte celeste.

Sesta regola: “Non giudicate mai alcuno”.

4E chi vede un atto mai giudichi dalle apparenze[81].  Non accusate mai, perché le azioni degli uomini possono avere talora brutti aspetti e celare altri motivi. Un padre, ad esempio, può dire al figlio ozioso e crapulone: “Vattene”, e ciò può parere durezza e negazione dei doveri paterni. Ma non sempre lo è. Il suo “vattene” è condito di un pianto bene amaro, più del padre che del figlio, ed è accompagnato dalla parola, e dal voto che essa si avveri: “Tornerai quando sarai pentito del tuo ozio”. È anche giustizia verso gli altri figli, perché impedisce che un crapulone consumi in vizi ciò che è degli altri oltre che suo. Male, invece, se quella parola viene detta da un padre che è lui in colpa, verso Dio o verso la prole, perché nel suo egoismo si giudica più di Dio e reputa di avere diritto anche sullo spirito del figlio. No. Lo spirito è di Dio e neppur Dio violenta la libertà dello spirito di donarsi o meno. Per il mondo paiono uguali gli atti. Ma quanto è diverso l’uno dall’altro! Il primo è giustizia, il secondo è arbitrio colpevole. Perciò non giudicate mai alcuno.

Sesta regola: “Nessuno accusi gli altri”. 

5Ieri Pietro ha detto a Giuda: “Che maestro hai avuto?”. Non lo dica più. Nessuno accusi gli altri di quanto vede in uno o in lui[82]. I maestri hanno una stessa parola per tutti gli scolari. Come avviene allora che dieci scolari divengono giusti e dieci divengono malvagi? É perché ognuno aggiunge di suo ciò che ha nel cuore, e questo pesa verso il bene o pesa verso il male. Come può allora il maestro essere accusato di aver male insegnato, se il bene da lui inculcato viene annullato dal troppo male che regna in un cuore? Il primo fattore di riuscita è in voi[83]. Il maestro lavora il vostro io. Ma se voi siete non suscettibili di migliorie, che può fare il maestro? Che sono Io? In verità vi dico che non vi sarà maestro più sapiente, paziente e perfetto di Me. Eppure, ecco, anche di qualcuno dei miei si dirà: “Ma che maestro ebbe?”.

Ottava regola: Non mettere nulla al di sopra di Dio

6Non vi fate mai soverchiare, nel giudicare, da motivi personali. Ieri Giuda, amando la sua regione più che giusto non sia, ha reputato vedere in Me ingiustizia verso la stessa. Sovente l’uomo soggiace a questi elementi imponderabili che sono l’amore patrio, o l’amore ad una idea, e devia, come alcione disorientato, dalla sua mèta. La mèta è Dio[84]. Tutto vedere in Dio per vedere bene. Non mettere sé o altra cosa al di sopra di Dio. E se proprio uno sbaglia… o Pietro! o voi tutti! non siate intransigenti. Lo sbaglio che tanto vi urta fatto da uno di voi, non lo avete proprio mai fatto voi? Ne siete sicuri? E ammesso che non lo abbiate mai fatto, che vi resta a fare? Ringraziarne Dio e basta. E vigilare. Tanto vigilare. Continuamente. Per non cadere domani in quello che fino ad oggi è stato evitato[85]. Vedete? Oggi il cielo è scuro per prossima grandine. E noi, scrutando il cielo, abbiamo detto: “Non allontaniamoci da casa”. Orbene, se così sappiamo giudicare per le cose che, per quanto pericolose, sono un nulla rispetto ai pericoli di perdere l’amicizia di Dio col peccare, perché non sappiamo giudicare dove può essere pericolo per l’anima?

“Quel che è scritto sarà”.

Esempio di Maria Vergine.

7Guardate, ecco là mia Madre. Potete pensare in Lei tendenza al male? Ebbene, posto che amor la sprona a seguirmi, Ella lascerà la sua casa quando il mio amore lo vorrà. Ma stamane Ella, dopo avermene ancora pregato – perché Ella, la Maestra mia, mi diceva: “Fra i tuoi discepoli vi sia anche tua Madre, Figlio. Io voglio imparare la tua dottrina”, Ella che questa dottrina ha posseduto nel suo seno e prima ancora nel suo spirito, per dono dato da Dio alla Madre futura del suo Verbo incarnato – Ella ha detto: “Però… Tu giudica se io posso venire senza che possa perdere l’unione con Dio, senza che ciò che è mondo, e che Tu dici penetra coi suoi fetori, possa corrompere questo mio cuore che fu ed è, e vuole essere, solo di Dio. Io mi scruto e, per quanto so, mi pare di poterlo fare, perché… (e qui si è data senza sapere la più alta lode) perché non trovo diversità dalla mia pace candida di quando ero un fiore del Tempio a questa che ho in me, ora che da più di sei lustri sono la donna di casa. Ma io sono una indegna serva che mal conosce e più male ancora giudica le cose dello spirito. Tu sei il Verbo, la Sapienza, la Luce. E puoi essere luce per la tua povera Mamma che accetta di non vederti più, piuttosto che di essere non grata al Signore”. Ed Io le ho dovuto dire, col cuore che mi tremava di ammirazione: “Mamma, Io te lo dico. Non tu sarai corrotta dal mondo. Ma il mondo sarà imbalsamato da te“[86].

8Mia Madre, lo udite, ha saputo vedere i pericoli del vivere fra il mondo, anche per Lei pericoli, anche per Lei. E voi uomini non li vedreste? [87] Oh! che invero Satana è in agguato. E solo i vigilanti saranno i vincitori. Gli altri? Chiedete degli altri? Per gli altri quel che è scritto sarà».

I nuovi Caini dei nuovi Abeli.

9«Che è scritto, Maestro?».

«”E Caino saltò addosso ad Abele e l’uccise. E il Signore disse a Caino: ‘Dove è tuo fratello? Che ne hai fatto? La voce del suo sangue grida a Me. Or dunque sarai maledetto sopra la terra, che ha conosciuto il sapore del sangue umano per mano di un fratello che ha aperto le vene al fratello suo, né più cesserà quest’orrida fame della terra per il sangue umano. E la terra, avvelenata da questo sangue, ti sarà sterile più di donna che l’età ha disseccata. E tu fuggirai cercando pace e pane. E non li troverai. Il tuo rimorso ti farà vedere sangue su ogni fiore ed erba, su ogni acqua e cibo. Il cielo ti parrà sangue e sangue il mare, e dal cielo e dalla terra e dal mare ti verranno tre voci: quella di Dio, quella dell’Innocente, quella del Demonio. E, per non udirle, ti darai la morte’ “[88]».

Il delitto perfetto.

10«Non dice così la Genesi», osserva Pietro.

«No. Non la Genesi. Io lo dico. E non erro. Io lo dico per i nuovi Caini dei nuovi Abeli. Per coloro che, per non vigilare su sé stessi e sul Nemico, diverranno tutt’uno con lui».

11«Ma fra noi non ve ne saranno, non è vero, Maestro?».

«Giovanni, quando il Velo del Tempio sarà lacerato, una grande verità brillerà scritta su tutta Sionne».

12«Quale, mio Signore?».

«Che i figli delle tenebre invano sono stati a contatto con la Luce. Ricordalo, Giovanni».

13«Sarò io, Maestro, un figlio delle tenebre?».

«No. Tu no. Ma ricordalo per spiegare il Delitto al mondo».

14«Quale delitto, Signore? Quello di Caino?».

«No, quello è il primo accordo dell’inno di Satana. Parlo del Delitto perfetto. L’inconcepibile Delitto. Quello che, per comprenderlo, bisogna guardarlo attraverso il sole del divino Amore e attraverso la mente di Satana. Perché solo l’Amor perfetto ed il perfetto Odio, solo l’infinito Bene e l’infinito Male possono spiegare tale Offerta e tale Peccato. Sentite? Pare che Satana oda e urli di desiderio di compierlo. Andiamo, prima che la nube si rompa in folgori e grandine».

15E scendono di corsa giù per il balzo, saltando nell’orto di Maria, mentre la tempesta scoppia veemente.

19. Terza lezione alla Fraternità
“La formazione apostolica”
[89].

Sapienza d’agricoltore.

Il bacio del mattino.

1Gesù esce nell’orto, che appare tutto lavato dal temporale della sera avanti. E vede sua Madre curva su delle pianticelle. La saluta, raggiungendola. Come è dolce il loro bacio! Gesù la cinge alle spalle col braccio sinistro e se la attira baciandola sulla fronte, al limite dei capelli, e poi si china per essere baciato sulla guancia dalla Madre. Ma quello che completa la soavità dell’atto è lo sguardo che accompagna il bacio. Quello di Gesù tutto amore, pur con quel che di maestoso e protettore che ha; quello di Maria tutto venerazione per quanto sia tutto amore. Quando si baciano così, pare che il più adulto sia Gesù e Lei una figlia giovinetta che riceva dal padre, o dal fratello di molto maggiore, il bacio del mattino.

Sapienza d’agricoltore.

2«Hanno avuto danno i tuoi fiori dalla grandine di ieri sera e dal vento della notte?», chiede Gesù.

«Nessun danno, Maestro. Solo una grande spettinatura nelle fronde», risponde prima di Maria la voce un poco rauca di Pietro. Gesù alza il capo e vede Simon Pietro che, con la sola tunica più corta, lavora a raddrizzare dei rami curvati in alto del fico.

3«Sei già al lavoro?».

«Eh! noi pescatori dormiamo come i pesci: in ogni ora, in ogni luogo, ma per quel tanto che ci lasciano stare in riposo. E ci si fa l’abitudine. Questa mattina ho sentito cigolare la porta all’alba e mi sono detto: “Simone, Ella già è alzata. Su, svelto! Va’ con le tue grosse mani a darle aiuto”. Lo pensavo che Ella pensasse ai suoi fiori nella notte tutta vento. E non ho sbagliato. Eh! le conosco le donne!… Anche mia moglie si rivolta nel letto come un pesce nella rete, quando c’è tempesta, e pensa alle sue piante… Poveretta! Qualche volta le dico: “Scommetto che ti ruzzoli meno quando è il tuo Simone sbattuto come un fuscello sul lago”. Ma sono ingiusto, perché è una brava moglie. Pare non vero che abbia per madre… Bene: taci, Pietro. Questo non c’entra. Non sta bene mormorare e imprudentemente far sapere ciò che è bontà tacere. Vedi, Maestro, che anche nella mia testa d’asino è entrata la tua parola?».

4Gesù risponde ridendo: «Dici tutto da te. A Me non resta che approvare e ammirare la tua sapienza di agricoltore».

«Ha già legato tutti i tralci che si erano slegati, puntellato quel pero troppo carico e passato quelle funi sotto quel melograno cresciuto solo da una parte», osserva Maria.

5«Già! Pare un vecchio fariseo. Non pende che dove gli fa comodo. E io l’ho lavorato come una vela e gli ho detto: “Non sai che il giusto è nel mezzo? Vieni qui, testone, se non ti schianti per troppo peso”. Ora sono dietro a questo fico. Ma per egoismo. Penso alla fame di tutti: fichi freschi e pane caldo! Ah! neanche l’Antipa ha un pasto così buono! Ma bisogna andare adagio, perché il fico ha rami tenerelli come il cuore di una fanciulla quando dice la sua prima parola d’amore, e io sono pesante, e i fichi più buoni sono in alto. Si sono già asciugati a questo primo sole. Devono essere una delizia. Ehi! tu, ragazzo. Non mi guardare solamente. Svegliati! Dammi quel cesto».

Colazione nell’orto.

6Giovanni, che è apparso dal laboratorio, ubbidisce, arrampicandosi anche lui sul grosso fico. Quando i due pescatori scendono, sono usciti dal laboratorio anche Simone Zelote, Giuseppe e Giuda Iscariota. Non vedo gli altri.

7Maria porta del pane fresco, piccoli pani scuri e tondi, e Pietro col suo coltelluccio li apre e sopra vi apre i fichi, e offre prima a Gesù e poi a Maria e agli altri. Mangiano con gusto nell’orto rinfrescato e tutto bello, nel sole di un mattino sereno, anche per la recente pioggia che ha deterso l’aria.

8Pietro dice: «É venerdì… Maestro, domani è sabato…».

«Non fai una scoperta», osserva l’Iscariota.

«No. Ma il Maestro sa che voglio dire…».

9«Lo so. Questa sera andremo al lago, dove hai lasciato la barca, e veleggeremo per Cafarnao. Domani parlerò là».

Pietro gongola.

10Entrano in gruppo Tommaso, Andrea, Giacomo, Filippo, Bartolomeo e Giuda Taddeo, che certo dormono altrove. Si salutano. Gesù dice: «Rimaniamo qui uniti. Così ci sarà anche un nuovo discepolo. Mamma, vieni».

Formazione apostolica (Lezione).

Similitudine della natura.

11Si siedono chi su un sasso, chi su un sediolo, facendo cerchio intorno a Gesù, che si è seduto sul banco di pietra che è contro la casa, avendo al fianco la Madre e ai piedi Giovanni, che ha scelto di stare per terra pur di stare vicino. Gesù parla, piano e con maestà come sempre.

12«A che paragonerò la formazione apostolica? Alla natura che ci circonda. Voi vedete. La terra nell’inverno pare morta. Ma dentro ad essa i semi lavorano e le linfe si nutrono di umori, depositandoli nelle fronde sotterranee – così potrei chiamare le radici – per poi averne gran dovizia per le fronde superiori quando è il tempo di fiorire. Anche voi siete paragonabili a questa terra invernale: brulla, spogliata, brutta. Ma su voi è passato il Seminatore ed ha gettato un seme. Presso voi è passato il Coltivatore ed ha fatto gli scassi intorno al vostro tronco piantato nella terra dura, duro e aspro come essa, perché alle radici giungesse nutrimento di umori delle nubi e dell’aria, e lo fortificasse per futuro frutto. E voi avete accolto il seme e lo scasso, perché è in voi buona volontà di fruttificare nel lavoro di Dio.

Similitudine del temporale.

13Ancora paragonerò la formazione apostolica a quel temporale che ha percosso e piegato, e parve violenza inutile. Ma guardate quanto bene ha fatto. Oggi l’aria è più pura, nuova, senza polvere e afa. Il sole è lo stesso sole di ieri. Ma non ha più quell’ardere che pareva febbre, perché giunge a noi attraverso a strati purificati e freschi. Le erbe, le piante sono sollevate come gli uomini, perché la mondezza, perché la serenità sono cose che allietano. Anche i contrasti servono per giungere ad una più esatta conoscenza e ad una chiarificazione. Altrimenti sarebbero soltanto cattiveria. E che sono i contrasti se non i temporali che provocano le nubi di diversa specie? E queste nubi non si accumulano piano piano nei cuori coi malumori inutili, con le piccole gelosie, con le fumose superbie? Poi viene il vento della Grazia e le unisce, perché scarichino tutti i loro cattivi umori e torni il sereno.

Similitudine del vignaiolo.

14Ancora la formazione apostolica è simile al lavoro che Pietro faceva stamane per dar gioia a mia Madre: è raddrizzare, legare, sostenere, oppure sciogliere, a seconda delle tendenze e delle necessità, per fare di voi dei “forti” al servizio di Dio. Raddrizzare le idee sbagliate, legare le prepotenze carnali, sostenere le debolezze, tagliare all’occorrenza le tendenze, sciogliere le schiavitù e le timidezze. Voi dovete essere liberi e forti. Come aquile che, lasciato il picco natio, sono solo del volo sempre più alto. Il servizio di Dio è il volo. Le affezioni sono il picco.

I Chiamati.

L’astio è veleno.

15Uno di voi oggi è triste perché suo padre declina a morte. E vi declina col cuore chiuso alla Verità e al figlio che la segue. Più ancora che chiuso, ostile. Ancor non gli ha detto l’ingiusto: “Vattene” di cui ieri parlavo, autoproclamandosi da più di Dio. Ma il suo cuore serrato e le sue labbra suggellate non sono ancora capaci di dire neppure: “Segui la voce che ti chiama”. Non pretenderebbero, né il figlio, né Io che vi parlo, di sentir dire da quelle labbra: “Vieni e con te venga il Maestro. E Dio sia benedetto per aver scelto nella mia casa un suo servo, creando così una parentela più eccelsa del sangue col Verbo del Signore”. Ma almeno Io, per il suo bene, e il figlio, per ancor più complesso motivo, vorremmo sentire in lui non parole nemiche.

16Ma non pianga questo figlio. Sappia che in Me non vi è rancore né sdegno verso il padre suo. Ma solo pietà. Sono venuto ed ho sostato, pur sapendo l’inutilità della sosta, perché un giorno questo figlio non mi dicesse: “Oh! perché non sei venuto?!”. Sono venuto per dargli la persuasione che tutto è inutile quando il cuore si serra nell’astio. Sono venuto per confortare anche una buona che di questa scissura della famiglia soffre come di un coltello che le separi fasci di fibre. Ma tanto questo figlio che questa buona siano persuasi che in Me non risponde astio ad astio. Io rispetto l’onestà del vecchio credente che è fedele, anche se ha una fede deviata, a ciò che è stata la sua religione sino a quest’ora. Tanti ve ne sono in Israele…

L’idea del messia

 17Per questo vi dico: sarò accettato più dai pagani che dai figli di Abramo. L’umanità ha corrotto l’idea del Salvatore e ne ha abbassato la soprannaturale regalità ad una povera idea di sovranità umana. Io devo fendere la dura scorza dell’ebraismo, penetrare, ferire per giungere al fondo e portare, là dove è l’anima di esso ebraismo, la fecondazione della nuova Legge.

18Oh! che invero Israele, cresciuto intorno al nocciolo vitale della Legge del Sinai, è divenuto simile ad un mostruoso frutto dalla polpa a strati sempre più fibrosi e duri, protetti all’esterno da un guscio tetragono ad ogni penetrazione, anche alla espulsione del germe, che l’Eterno giudica esser venuto il momento che crei la nuova pianta della fede nel Dio uno e trino. Io, per permettere che la volontà di Dio si compia e l’ebraismo divenga cristianesimo, devo intaccare, perforare, penetrare, fare strada sino al nocciolo e scaldarlo col mio amore, perché si desti e si gonfi, germogli, cresca, cresca, cresca, divenga la pianta potente del cristianesimo, religione perfetta, eterna, divina. E in verità vi dico che l’ebraismo sarà perforabile solo per una parte a cento. Perciò non reputo reprobo questo israelita, che non mi vuole e che non vorrebbe darmi il figlio.

19Perciò dico al figlio: non piangere per la carne ed il sangue che soffrono di sentirsi respinti dalla carne e dal sangue che li generarono. Perciò dico: non piangere neppure per lo spirito. La tua sofferenza lavora più di ogni altra cosa a pro dello spirito tuo e suo, di questo tuo padre che non comprende e non vede. E dico anche: non ti creare dei rimorsi per essere più di Dio che del padre.

I Chiamati.

20A tutti voi dico: più del padre, della madre, dei fratelli, è Dio. Io sono venuto ad unire non secondo la Terra, la carne e il sangue, ma secondo lo spirito e il Cielo. Perciò devo disunire le carni ed i sangui per prendere meco gli spiriti atti al Cielo sin da questa Terra, per prendere i servi del Cielo. Perciò sono venuto a chiamare i “forti”, a farli ancor più forti, perché di “forti” è fatto il mio esercito di miti. Miti ai fratelli, forti verso il proprio io e l’io del sangue famigliare.

21Non piangere, cugino. Il tuo dolore, Io te lo assicuro, opera presso Dio a pro di tuo padre e dei tuoi fratelli più di ogni parola, non solo tua, ma anche mia. Non entra la parola dove il preconcetto fa barriera, credilo. Ma la Grazia entra. E il sacrificio è calamita di grazia.

22In verità vi dico che quando Io chiamo a Dio non vi è altra ubbidienza più alta di questa. E occorre farla senza neppure arrestarsi a calcolare quanto e come reagiranno gli altri al vostro andare verso Dio. Neppure deve arrestarsi per seppellire il padre. Di questo eroismo ne avrete premio, e premio non per voi soli, ma anche per coloro dai quali vi strappate con urlo di cuore, e la cui parola sovente vi percuote più di una guanciata, perché vi accusa di esser figli ingrati e vi maledice, nel suo egoismo, come ribelli. No. Non ribelli. Santi. I primi nemici dei vocati sono i famigliari. Ma fra amore e amore bisogna sapere distinguere e amare soprannaturalmente. Ossia amare più il Padrone del soprannaturale che i servi di esso Padrone. Amare i parenti in Dio. E non più di Dio».

Dal vecchio Alfeo

23Gesù tace e si alza andando presso al cugino che, a capo chino, frena a fatica il pianto. Lo carezza. «Giuda… Io ho lasciato mia Madre per seguire la mia missione. Questo ti levi ogni dubbio sull’onestà del tuo agire. Se non fosse stato atto buono, l’avrei fatto Io verso la Madre mia che non ha, oltre tutto, altri dopo Me?».

Giuda si passa la mano di Gesù sul volto e annuisce col capo. Ma non può dire altro.

24«Andiamo noi due, da soli, come quando eravamo bambini e Alfeo giudicava che Io ero il più giudizioso fra i ragazzi di Nazareth. Andiamo a portare al vecchio questi bei grappoli d’uva d’oro. Che non creda che lo trascuro e che gli sono nemico. Anche tua madre e Giacomo ne avranno piacere. Gli dirò che domani Io sarò a Cafarnao e che suo figlio è tutto per lui. Sai, i vecchi sono come i bambini: gelosi. E sospettosi sempre di essere trascurati. Bisogna compatirli…»

25Gesù è scomparso, lasciando nell’orto i discepoli, ammutoliti dalla rivelazione di un dolore e di una incompatibilità fra un padre e un figlio per causa di Gesù.

26Maria ha accompagnato Gesù sino alla porta, ed ora rientra sospirando con pena.

Tutto finisce.

20. Giacomo d’Alfeo accolto tra i discepoli. Gesù parla presso il banco
di Matteo
[90].

L’ incontro con Giacomo e Matteo.

Vocazione di Giacomo d’Alfeo.

1É una mattina di mercato in Cafarnao. La piazza è piena di venditori di ogni e più disparata merce.

2Gesù, che arriva nella stessa venendo dal lago, vede venirgli incontro i cugini Giuda e Giacomo. Si affretta alla loro volta e, dopo averli abbracciati con affetto, chiede premurosamente: «Vostro padre? Che è avvenuto?».

«Nulla di nuovo per la sua vita», risponde Giuda.

3«E allora, perché sei venuto? Ti avevo detto: “resta”».

Giuda abbassa il capo e tace. Ma quello che esplode, ora, è Giacomo: «É per colpa mia che egli non ti ha ubbidito. Sì. Per colpa mia. Ma io non ho potuto sopportare ancora. Tutti contro. E perché? Faccio forse del male ad amarti? Lo facciamo forse? Mi aveva fin qui trattenuto uno scrupolo di fare male. Ma ora che so, ora che Tu lo hai detto che sopra Dio neppure il padre è, allora io non ho più sopportato. Oh! ho cercato di essere rispettoso, di fare capire le ragioni, di raddrizzare le idee. Ho detto: “Perché mi combattete? Se è il Profeta, se è il Messia, perché volete che il mondo dica: ‘La sua famiglia gli fu nemica. In un mondo che lo seguiva essa mancò’? Perché, se è l’infelice che voi dite, non dobbiamo essere noi di famiglia presso la sua demenza, per impedirle di essergli nociva e di esserci nociva?”. O Gesù, così dicevo per ragionare umanamente, come loro ragionavano. Ma Tu lo sai che io e Giuda non ti crediamo folle. Tu lo sai che vediamo in Te il Santo di Dio. Tu lo sai che sempre ti abbiamo guardato come la nostra Stella maggiore. Ma non ci hanno voluto capire. Neanche più ascoltare ci hanno voluto. Ed io sono venuto via. Fra la scelta, o Gesù o la famiglia, ho scelto Te. Eccomi, se appena mi vuoi. Se poi non mi vorrai, allora sarò il più infelice degli uomini, perché non avrò più nulla. Non la tua amicizia e non l’amore della famiglia».

4«A questo siamo? O Giacomo mio, mio povero Giacomo! Non avrei voluto vederti soffrire così, perché ti amo. Ma se il Gesù-Uomo con te piange, il Gesù-Verbo per te giubila. Vieni. Io sono certo che la gioia di esser portatore di Dio fra gli uomini aumenterà di ora in ora il tuo gaudio sino a raggiungere la piena estasi nell’ora estrema della Terra e nella eterna del Cielo».

5Gesù si volge e chiama i suoi discepoli, che si erano fermati prudentemente qualche metro lontano. «Venite, amici. Il mio cugino Giacomo è ora dei miei amici e perciò vostro amico. Quanto ho desiderato quest’ora, questo giorno per lui, il mio perfetto amico d’infanzia, il mio buon fratello di giovinezza!».

L’acre di Pietro.

6I discepoli fanno festa al nuovo venuto e a Giuda che da giorni non vedevano.

«Ti avevamo cercato a casa… ma eri sul lago».

«Sì, sul lago per due giorni con Pietro e gli altri. Pietro ha avuto buona pesca. Non è vero?».

«Sì, e ora, questo mi spiace, dovrò dare tante didramme a quel ladro là…», e accenna il gabelliere Matteo, che ha il banco assediato da gente che paga per il suolo, credo, o per le derrate.

«Sarà tutto in proporzione, dico. Più peschi e più paghi, ma anche più guadagni».

«No, Maestro. Più pesco e più guadagno. Ma, se faccio peso doppio di pesca, quello là non mi fa pagare il doppio. Mi fa dare il quadruplo… Sciacallo!».

7«Pietro! Ebbene, andiamo proprio là vicino. Voglio parlare. Vi è gente sempre presso quel banco di gabella».

«Sfido io!», borbotta Pietro. «Gente e maledizioni».

«Ebbene, Io andrò a mettervi benedizioni. Chissà che un poco di onestà non entri nel gabelliere».

«Stai pure tranquillo che la tua parola non passerà per la sua pelle di coccodrillo».

«Vedremo».

8«Che gli dirai?».

«Nulla direttamente. Ma parlerò in modo che vada anche a lui».

«Dirai che è ladro tanto chi assalta sulle strade come chi scortica i poveri che lavorano per avere il pane, non per le femmine e le ebbrezze?».

9«Pietro, vuoi parlare tu per Me?».

«No, Maestro. Non saprei parlare bene».

«E con l’acre che hai dentro faresti male a te e a lui».

“Non vi è tassa per il discepolo del Maestro”

10Sono giunti presso al banco della gabella. Pietro fa per pagare.

Gesù lo ferma e dice: «Dammi le monete. Pago Io, oggi».

Pietro lo guarda stupito e poi dà una borsa di pelle con dei soldi.

11Gesù aspetta il suo turno e, quando è di fronte al gabelliere, dice: «Pago per otto corbe di pesce di Simone di Giona. Le corbe eccole là, ai piedi dei garzoni. Verifica, se credi. Ma fra onesti non dovrebbe che bastare la parola. E credo tu mi creda tale. Quanto è la tassa?».

12Matteo, che era seduto al suo banco, al punto in cui Gesù dice: «Credo che tu mi creda tale», si alza in piedi. Basso e già anzianotto, su per giù come Pietro, mostra però il viso stanco del gaudente ed una palese confusione. Sta a capo chino sul principio, poi lo alza e guarda Gesù. E Gesù lo guarda fisso, serio, dominandolo con tutta la sua imponente statura.

13«Quanto?», ripete Gesù dopo un poco.

«Non vi è tassa per il discepolo del Maestro», risponde Matteo. E a voce più bassa aggiunge: «Prega per l’anima mia».

14«La porto in Me, perché raccolgo i peccatori. Ma tu… perché non la curi?». E Gesù gli volge le spalle subito dopo, tornando a Pietro che è trasecolato di stupore. Anche altri sono trasecolati. Bisbigliano, ammiccano…

Gesù si pone addossato ad un albero, a un dieci metri da Matteo, e inizia a parlare.

L’uomo onesto (Insegnamento).

Onestà in ogni mestiere.

15«Il mondo è paragonabile ad una grande famiglia i cui componenti fanno mestieri diversi e tutti necessari. Vi sono gli agricoltori, i pastori, i vignaiuoli, i carpentieri, i pescatori, i muratori, gli operai del legno e del ferro, e poi gli scrivani, i soldati, gli ufficiali destinati a speciali missioni, i medici, i sacerdoti. Di tutto c’è. Non potrebbe il mondo esser fatto di una sola classe. Tutte necessarie, tutte sante, se tutte fanno ciò che devono con onestà e giustizia. Come si può giungere a questo se Satana tenta da tante parti? Pensando a Dio che tutto vede, anche le opere più nascoste, e alla sua legge che dice: “Ama il tuo prossimo come ti ami, non fargli ciò che non vorresti a te fatto, non rubare in nessun modo”[91].

Con le ricchezze difficilmente si acquista il Cielo.

16Dite, o voi che mi udite: quando uno muore, porta forse seco le borse dei suoi denari? E anche se fosse così stolto da volerle seco nel sepolcro, le può forse usare nell’altra vita? No. Le monete divengono metalli corrosi sulla putredine di un corpo disfatto. Ma la sua anima altrove sarebbe nuda, più povera del Giobbe beato[92], priva del più piccolo quattrino, anche se qui e nella tomba essa avesse lasciato talenti e talenti. Anzi, udite, udite! Anzi in verità vi dico che con le ricchezze difficilmente si acquista il Cielo, ma anzi generalmente con esse si perde il Cielo, anche se ricchezze onestamente avute o per eredità o per guadagno, perché pochi sono i ricchi che sanno usare giustamente delle ricchezze.

Valute che valgono nel Regno dei Cieli.

17Che occorre allora per avere questo Cielo benedetto, questo riposo nel seno del Padre? Occorre non essere avidi di ricchezze. Non avidi nel senso di volerle ad ogni costo, anche mancando ad onestà e amore. Non avidi nel senso che, avendole, si amino più del Cielo e del prossimo, negando carità al prossimo che è bisognoso. Non avidi per quanto le ricchezze possono dare, ossia donne, piaceri, ricca mensa, vesti di sfarzo che sono offesa a chi ha freddo e fame. Vi è sì, vi è una maniera per cambiare le monete ingiuste del mondo in valuta che vale nel Regno dei Cieli. Ed è la santa furbizia di fare delle ricchezze umane, sovente ingiuste o causa di ingiustizia, delle ricchezze eterne. Ossia guadagnare con onestà, rendere ciò che ingiustamente si ebbe, usare dei beni con parsimonia e distacco, sapendosene separare, perché prima o poi essi ci lasciano – oh! pensare questo! – mentre il bene compiuto non mai più ci lascia.

Non c’è pentimento finché dura l’appetito peccaminoso.

18Tutti vorremmo esser detti “giusti” e tali esser creduti, e come tali premiati da Dio. Ma come può Dio premiare chi solo ha nome di giusto ma non ha le opere? Come può dire: “Ti perdono”, se vede che il pentimento è solo verbale, ma non accompagnato da vero mutamento di spirito? Non vi è pentimento finché dura l’appetito per l’oggetto per cui peccammo. Ma quando uno si umilia, quando uno si mutila del membro morale di una mala passione, che può chiamarsi donna o oro, dicendo: “Per Te, Signore, non più di questo”, ecco allora che veramente è pentito. E Dio lo accoglie dicendo: “Vieni, mi sei caro come un innocente ed un eroe”».

21. La chiamata di Matteo[93].

L’arte di far pace.

La gioia di Gesù.

1Stamane ripensavo alla sua espressione di ieri quando io leggevo la visione. Lei era addirittura trasecolato e l’ho detto a Gesù che mi era vicino.

2Mi ha risposto: “È per questo che le do. Non puoi immaginare con che gioia m’illumino ai miei veri amici. Mi do così, al mio Romualdo, per sua gioia, per amore, per aiuto, e perché Io lo vedo. Non avevo segreti per Giovanni. Non né ho per i Giovanni. Dì all’anziano Giovanni che gli do tanta pace e buona pesca. A te niente pesca. A te solo l’opera femminile di intrecciare le reti con lo stame che Io ti do. Lavora, lavora. E non te la prendere se non ti resta tempo per fare altro. In questo lavoro è tutto. E neanche te la prendere se non vengo a dirti: “La pace a te”. Si saluta quando si giunge o quando si parte. Ma quando si è sempre presenti non si saluta. La permanenza è già pace. La mia permanenza. E tu non mi hai ospite. Tu mi sei addirittura fra le braccia e non ti poso un momento. Ho tanto da dirti del mio tempo mortale! Però ecco, oggi ti faccio contenta e ti dico: “La mia pace sia con te.”

Dolci anime innocenti.

Quasi subito dopo vedo questo.

3Ancora la piazza del mercato di Cafarnao. Ma in un’ora più calda, in cui il mercato è già finito e sulla piazza sono solo degli sfaccendati che parlano e dei bambini che giuocano.

4Gesù, in mezzo al suo gruppo, viene dal lago verso la piazza, carezzando bambini che gli corrono incontro e interessandosi alle loro confidenze. Una bambina mostra un grande sgraffio sanguinante sulla fronte e accusa il fratellino di averglielo fatto.

5«Perché hai fatto male alla sorella? Non sta bene».

«Non l’ho fatto apposta. Volevo cogliere quei fichi e ho preso un bastone. Ma era troppo pesante e mi è cascato addosso a lei… Li coglievo anche per lei». «È vero, Giovanna?».

«È vero».

6«Vedi allora che tuo fratello non ti ha voluto fare del male. Voleva anzi darti una gioia. Perciò ora fate subito pace e vi date un bacio. I buoni fratellini, e anche i buoni bambini, non devono conoscere mai il rancore. Su…»

7I due bambini piangenti si baciano. Piangono tutti e due: una per il dolore dello sgraffio, l’altro per il dolore di aver dato dolore.

8Gesù sorride davanti a quel bacio condito di lacrimoni. «Oh! ecco! Ora, perché vedo che siete buoni, i fichi ve li raccolgo Io. E senza bastone». Sfido io! Alto come è, e col braccio così lungo, arriva senza fatica a farlo. Coglie è distribuisce.

9Accorre una donna: «Prendi, prendi, Maestro. Ora ti porto del pane».

«No. Non è per Me. E per Giovanna e Tobiolo. Ne avevano voglia».

10«E avete disturbato il Maestro per questo? Oh! che indiscreti! Perdona, Signore».

11«Donna, c’era da fare una pace… e l’ho fatta con l’oggetto stesso della guerra: i fichi. Ma i bambini non sono mai indiscreti. A loro piacciono i dolci fichi e a Me… piacciono le loro dolci anime innocenti. Mi levano tanto amaro…».

12«Maestro… sono i signori quelli che non ti amano. Ma noi, popolo, ti vogliamo bene. E loro sono pochi, mentre noi siamo tanti…».

«Lo so, donna. Grazie del tuo conforto. La pace sia con te. Addio, Giovanna! Addio, Tobiolo! Siate buoni. Senza farvi del male e senza volervi del male. Non è vero?».

«Sì, sì, Gesù», rispondono i due bambinelli.

Strategie dell’Apostolo.

13Gesù si incammina e dice sorridendo: «Oh! ora che con l’aiuto dei fichi si è messo sereno dove erano nubi, andiamo a… Dove dite che andiamo?».

14Gli apostoli non sanno. Chi dice un luogo, chi l’altro. Ma Gesù scrolla sempre il capo e ride.

15Pietro dice: «Io rinuncio. A meno che Tu non lo dica… Ho delle idee nere, oggi. Tu non lo hai visto. Ma quando sbarcavamo c’era Eli, il fariseo. Più verde del solito! E ci guardava in un modo!».

«Lascialo guardare».

«Eh! per forza. Ma ti assicuro, Maestro, che per far pace con quello lì non bastano due fichi!».

16«Cosa ho detto alla mamma di Tobiolo? “Ho fatta pace con lo stesso oggetto della guerra”. E così cercherò di fare pace riverendo, posto che secondo loro li ho offesi, i notabili di Cafarnao. Così anche qualcun’altro sarà contento».

«Chi?».

17Gesù non risponde alla domanda e continua: «Non riuscirò, probabilmente, perché manca la volontà, in loro, di fare pace. Ma udite: se in tutte le contese il più prudente sapesse cedere e, in luogo di accanirsi a voler ragione, conciliasse, magari spartendo a metà quello che, anche voglio ammettere, fosse suo di diritto, sarebbe sempre meglio e più santo. Non sempre uno nuoce col partito preso di nuocere. Delle volte fa male senza volere. Pensate sempre questo e perdonate. Eli e gli altri credono di servire Dio con giustizia agendo come fanno. Con pazienza e costanza, e tanta umiltà e buona grazia, cercherò di farli persuasi che un nuovo tempo è venuto e che Dio, ora, vuole essere servito a seconda che Io insegno. La furbizia dell’apostolo è la buona grazia, l’arma la costanza, la riuscita l’esempio e la preghiera per i convertendi».

Vocazione di Matteo.

“Seguimi!” (Mt 99; Mc 2,13-14; Lc 5,27-28)[94].

18Sono giunti sulla piazza. Gesù va diritto verso il banco delle gabelle, dove Matteo sta tirando i suoi conti e verificando le monete, che suddivide per categorie, mettendole in sacchetti di diverso colore e collocandoli in un forziere di ferro, che due servi attendono di trasportare altrove. Appena l’ombra gettata dall’alto corpo di Gesù si allunga sul banco, Matteo alza il capo per vedere chi è il ritardatario pagatore. Pietro, intanto, dice, tirando Gesù per una manica: «Non c’è nulla da pagare, Maestro. Che fai?».

19Ma Gesù non gli dà retta. Guarda fisso Matteo, che si è subito alzato in piedi con atto reverente. Un altro sguardo trapanante. Ma questo non è lo sguardo del giudice severo dell’altra volta. È uno sguardo di chiamata e di amore. Lo avviluppa, lo satura di amore. Matteo diventa rosso. Non sa che fare, che dire…

20«Matteo, figlio di Alfeo, l’ora è suonata. Vieni. Seguimi!», impone Gesù maestosamente.

«Io? Maestro, Signore! Ma sai chi sono? Per Te, non per me lo dico…».

«Vieni. Seguimi, Matteo, figlio d’Alfeo», ripete più dolce.

21«Oh! come posso aver trovato grazia presso Dio? Io… Io…».

«Matteo, figlio di Alfeo, Io ti ho letto il cuore. Vieni, seguimi». Il terzo invito è una carezza.

22«Oh! subito, mio Signore!» e Matteo, piangente, esce da dietro il banco, senza neppur occuparsi di raccogliere le monete sparse sul banco, di chiudere il cofano. Nulla.

«Dove andiamo, Signore?», chiede quando è presso a Gesù.

«Dove mi porti?».

23«A casa tua. Vuoi ospitare il Figlio dell’uomo?».

«Oh!… ma… ma che diranno quelli che ti odiano?».

«Io ascolto quel che si dice in Cielo, e là si dice: “Gloria a Dio per un peccatore che si salva!”, e il Padre dice: “In eterno la Misericordia si alzerà nei Cieli e si librerà sulla Terra e, poiché di un eterno amore, di un perfetto amore Io ti amo, ecco che anche a te uso misericordia”. Vieni. E, con la mia venuta, oltre che il cuore ti si santifichi la casa».

24«Già purificata l’ho, per una speranza che avevo nell’anima mia… ma che la ragione non poteva credere che fosse vera… Oh! io coi tuoi santi…», e guarda i discepoli.

25«Sì. Coi miei amici. Venite. Vi unisco. E siate fratelli».

Patto d’amore con la Fraternità (Mt 9,10; Mc 2,15;

Lc 5,29).[95].

26I discepoli sono talmente stupefatti che non hanno ancor trovato modo di dir parola. Hanno camminato in gruppo dietro a Gesù e Matteo nella piazza tutta sole, e ormai assolutamente vuota di popolo, per un breve tratto di strada che arde in un sole abbacinante. Non c’è un vivente per le strade. Solo il sole e la polvere. Entrano in casa. Una bella casa dal largo portone che si apre sulla via. Un bell’atrio ombroso e fresco, oltre il quale si vede un ampio cortile messo a giardino.

27«Entra, Maestro mio! Portate acqua e bevande».

I servi accorrono col richiesto. Matteo esce a dare ordini mentre Gesù e i suoi si rinfrescano. Poi torna.

28«Ora vieni, Maestro. La sala è più fresca… Ora verranno amici… Oh! voglio sia fatta gran festa! È la mia rigenerazione… E la mia… è la mia circoncisione vera, questa… Tu mi hai circonciso il cuore col tuo amore… Maestro, sarà l’ultima festa… Ora non più feste per il pubblicano Matteo. Non più feste di questo mondo… Solo la festa interna dell’essere redento e di servire Te… di essere amato da Te… Quanto ho pianto… Quanto, in questi mesi… Sono quasi tre mesi che piango… Non sapevo come fare… volevo venire… Ma come venire da Te, Santo, con la mia anima sporca? …».

29«Tu la lavavi col pentimento e con la carità. Per Me e per il prossimo. Pietro? Vieni qui».

30Pietro, che ancora non ha parlato tanto è sbalordito, viene avanti. I due uomini, ugualmente anziani, bassotti, tarchiati, sono di fronte, e Gesù è fra l’uno e l’altro, sorridente, bello.

31«Pietro, tu mi hai chiesto tante volte chi era lo sconosciuto della borsa portata da Giacomo. Eccolo, lo hai di fronte».

32«Chi? Questo lad… Oh! perdona, Matteo! Ma chi lo poteva pensare che eri tu? e che proprio tu, nostra disperazione per la tua usura, fossi capace di strapparti tutte le settimane un pezzo di cuore dando quel ricco obolo?».

33«Lo so. Vi ho ingiustamente tassati. Ma ecco, io mi inginocchio davanti a voi tutti e vi dico: non mi cacciate! Egli mi ha accolto. Non siate da più di Lui nella severità».

34Pietro, che si trova ai piedi Matteo, lo alza di colpo, di peso, rudemente e affettuosamente: «Su, su. Non a me né agli altri. A Lui chiedi perdono.

35Noi… va’ là, su per giù siamo tutti ladri come te… Oh! l’ho detto! Maledetta lingua! Ma sono fatto così: quel che penso dico, quel che ho in cuore ho sul labbro. Vieni, che facciamo patto di pace e di amore», e bacia sulle guance Matteo.

36Anche gli altri lo fanno, più o meno affettuosamente. Dico così perché Andrea è sostenuto, per la sua timidezza, e Giuda Iscariota è gelido. Pare che abbracci un fascio di rettili, tanto il suo abbraccio è scostante e breve.

Matteo esce, sentendo rumore.

La chiamata del Cristo.

37«Però, Maestro», dice Giuda Iscariota, «mi pare che ciò non sia prudente. Già ti accusano i farisei di qui, e …. Un pubblicano fra i tuoi! Un pubblicano dopo una meretrice!… Hai deciso di rovinarti? Se così è, dillo che…».

38«Che noi ce la filiamo, vero?», termina Pietro ironico.

«E chi parla con te?».

39«Lo so che tu non parli con me, ma io, invece, parlo con la tua signora anima, con la tua purissima anima, con la tua sapiente anima. Lo so che tu, membro del Tempio, senti fetore di peccato in noi, poveri, che del Tempio non siamo. Lo so che tu, completo giudeo, amalgama di fariseo, sadduceo ed erodiano, mezzo scriba e briciola di esseno ne vuoi altre di nobili parole?  ti senti male fra noi, come uno splendido agone capitato in una rete piena di ghiozzi. Ma che ci vuoi fare? Egli ci ha presi e noi… ci restiamo. Se ti senti male… va’ via tu. Respireremo meglio tutti. Anche Lui, che, lo vedi? è sdegnato per me e per te. Per me perché manco di pazienza e anche… sì, anche di carità, ma più con te che non capisci nulla, con tutta la tua tela di nobili attributi, e che non hai carità, non umiltà, non rispetto. Nulla hai, ragazzo. Ma solo un gran fumo… e voglia Dio sia fumo innocuo».

40Gesù ha lasciato che Pietro parlasse rimanendo ritto, severo, con le braccia conserte, la bocca ben serrata e gli occhi… poco raccomandabili. Alla fine dice: «Hai detto tutto, Pietro? Anche tu hai purificato il tuo cuore dal lievito che c’era dentro? Bene hai fatto. Oggi è Pasqua d’Azzimi per un figlio di Abramo. La chiamata del Cristo è come il sangue dell’agnello sulle vostre anime, e dove essa è non scenderà più la colpa. Non scenderà se colui che la riceve ad essa è fedele. Liberazione è la mia chiamata e va festeggiata senza lieviti di sorta».

A Giuda non una parola. Pietro tace mortificato.

41«L’ospite torna», dice Gesù. «E con degli amici. Non mostriamo ad essi altro che virtù. Chi non riesce a tanto esca. Non siate pari a farisei, che opprimono con comandi che loro per primi non osservano».

Il convito (Mc 2,15) [96].

42Rientra Matteo con altri uomini, e il convito ha luogo. Gesù è al centro, tra Pietro e Matteo. Parlano di molte cose e Gesù con pazienza spiega a questo e a quello quanto vogliono. Vi sono anche lamenti sui farisei che li sprezzano.

43«Ebbene, venite a chi non vi sprezza. E poi agite in modo che i buoni, almeno, non vi possano sprezzare», risponde Gesù.

«Tu sei buono. Ma sei solo!».

44«No. Questi sono come Me, e poi… c’è il Padre Iddio che ama chi si pente e vuole tornare suo amico. E mancasse all’uomo ogni cosa, ma restasse il Padre, non sarebbe già piena la gioia dell’uomo?».

45Il convito è ai dolciumi quando un servo fa un cenno al padrone di casa e gli dice qualche cosa.

«Maestro: Eh, Simone e Gioachino chiedono di entrare e parlarti. Li vuoi vedere?».

«Certo».

46«Ma… i miei amici sono pubblicani».

«Ed essi vengono per vedere proprio questo. Lasciamolo loro vedere. Non servirebbe il nasconderlo. Non servirebbe per il bene, ché il male aumenterebbe l’episodio sino a dire che qui erano anche meretrici. Entrino».

Lo scandalo farisaico (Mt 9,11; Mc 2,16; Lc 5,30) [97].

47Entrano i tre farisei, si guardano intorno con un riso cattivo e stanno per parlare. Ma Gesù, che si è alzato e andato loro incontro insieme a Matteo, li precede. Mette una mano sulla spalla di Matteo e dice: «O veri figli di Israele, Io vi saluto e vi do una grande notizia che certo farà giubilante il vostro cuore di perfetti israeliti, che sospira all’osservanza della Legge da parte di tutti i cuori per dare gloria a Dio. Ecco: Matteo, figlio di Alfeo, da oggi non è più il peccatore, lo scandalo di Cafarnao. Una pecora rognosa di Israele si è sanata. Giubilate! Dietro a lui altre pecore peccatrici si saneranno e la vostra città, della cui santità tanto vi interessate, diverrà gradita al Signore come santa. Egli lascia tutto per servire Dio. Date il bacio di pace all’israelita sviato che torna nel seno di Abramo».

48«E vi torna coi pubblicani? In gaio convito? Oh! invero che è una conversione propizia! Guarda là, Eh, quello è Giosia, il procacciatore di femmine».

«E quello Simon d’Isacco, l’adultero».

«E quello? Ecco Azaria, il biscazziere nella cui bisca romani e giudei giuocano, rissano, si ubriacano e vanno a donne».

49«Ma, Maestro. Sai almeno chi sono costoro? Lo sapevi?».

«Lo sapevo».

«E voi, allora, voi di Cafarnao, voi discepoli, perché lo avete permesso? Mi fa stupore, Simone di Giona!».

«E tu, Filippo, noto anche qui, e tu Natanaele! Ma io trasecolo! Tu, vero israelita! Come mai hai permesso che il tuo Maestro mangiasse coi pubblicani e i peccatori?».

«Ma non c’è dunque più ritegno in Israele». I tre sono scandalizzati del tutto.

50Gesù dice: «Lasciate in pace i miei discepoli. Io l’ho voluto. Io solo».

«Eh! già! si capisce. Quando si vuol fare i santi e non lo si è, si cade presto in errori imperdonabili!

51«E quando si allevano al non rispetto i discepoli – e ancor mi brucia la risata irriverente di costui, giudeo e del Tempio, a me Eli il fariseo! – non si può che esser senza rispetto per la Legge. Si insegna ciò che si sa».

Il Messia è il Salvatore dei peccatori (Mt 9,12-13;  Mc 2.17; Lc 5,31-32)[98].

52«Ti sbagli, Eli. Vi sbagliate tutti. Si insegna ciò che si sa. È vero. Ed Io, che so la Legge, la insegno a chi non la sa: ai peccatori, perciò. Voi… vi so già padroni della vostra anima. I peccatori non lo sono. Io ricerco la loro anima, la ridò loro, perché a loro volta me la portino, così come è: malata, ferita, sporca, ed Io la curi e mondi. Sono venuto per questo. Sono i peccatori che hanno bisogno del Salvatore. Ed Io vengo a salvarli. Comprendetemi… e non mi odiate senza ragione».

53Gesù è dolce, persuasivo, umile… Ma i tre sono tre ispidi cardi tutti aculei… ed escono con mosse di disgusto.

«Sono andati… Ora ci criticheranno dovunque», mormora Giuda Iscariota.

54«E lasciali fare! Fa’ solo che il Padre non ti abbia a criticare. Non esser mortificato, Matteo, né voi, suoi amici. La coscienza ci dice: “Non fate del male”. Basta così».

Gesù si risiede al suo posto e tutto ha fine.

22. Incontro con la Maddalena sul lago e lezione ai discepoli presso Tiberiade[99].

Collisione sul lago.

Tredici in barca.

1Gesù con tutti i suoi – ormai sono in tredici, più Lui – sono, sette per barca, sul lago di Galilea. Gesù è nella barca di Pietro, la prima, insieme a Pietro, Andrea, Simone, Giuseppe e i due cugini. Nell’altra sono i due figli di Zebedeo con gli altri, ossia l’Iscariota, Filippo, Tommaso, Natanaele e Matteo.

2Le barche veleggiano svelte, spinte da un vento fresco di borea, che appena increspa l’acqua in tante rughettine, appena sottolineate da un filo di spuma che fa un tulle sull’azzurro di turchese del bel lago sereno. Vanno, lasciandosi dietro due scie che alle basi si baciano, confondendo le loro spume gioconde in un unico riso di acque, perché vanno quasi di conserva, quella di Pietro appena più avanti di un due metri.

3Da barca a barca, lontane pochi metri l’una dall’altra, si scambiano parole e commenti. Da questi arguisco che i galilei illustrano e spiegano ai giudei i punti del lago, i loro commerci, le personalità che vi abitano, le distanze dal luogo di partenza e di arrivo, ossia Cafarnao e Tiberiade. Le barche non pescano, sono solo adibite a trasporto delle persone.

4Gesù è seduto a prua e gode visibilmente della bellezza che lo circonda, del silenzio, di tutto quell’azzurro puro di cielo e di acque a cui fanno anello sponde verdi, disseminate di paesi tutti bianchi fra il verde. Si astrae dai discorsi dei discepoli, molto in avanti sulla prora, quasi sdraiato su un fascio di vele, a capo sovente chino su quello specchio di zaffiro che è il lago, come studiasse il fondale e si interessasse di quanto vive in quelle acque limpidissime. Ma chissà a cosa pensa… Pietro lo interroga due volte per sapere se il sole – che ormai, alzato del tutto da oriente, prende in pieno la barca nel suo raggio, non ancor rovente ma già caldo – lo disturbi; un’altra volta gli dice se vuole anche Lui pane e cacio come gli altri. Ma Gesù non vuole nulla, né tenda né pane. E Pietro lo lascia in pace.

Maddalena la tentatrice.

5Un gruppetto di piccole barche da diporto, quasi scialuppe, ma tutte ricche di baldacchini purpurei e di morbidi cuscini, taglia per traverso la strada alle barche dei pescatori. Suoni, risate, profumi passano con esse. Sono piene di belle donne e di gaudenti romani e palestinesi, ma più romani, o per lo meno non palestinesi, perché qualcuno deve essere greco; almeno così arguisco dalle parole di un giovane magro, snello, bruno come un’uliva quasi matura, tutto azzimato in una corta veste rossa, limitata da una pesante greca al fondo e tenuta alla vita da una cintura che è un capolavoro di orafo. Dice: «Ellade è bella! Ma neppur la olimpica mia patria ha questo azzurro e questi fiori. E, invero, non stupisce che le dee l’abbiano abbandonata per qui venire. Sfogliamo sulle dee, non più greche ma giudee, i fiori, le rose e gli omaggi…».

6E sparge sulle donne della sua barca i petali di splendide rose, e altre ne getta nella barca vicina.

7Risponde un romano: «Sfoglia, sfoglia, greco! Ma Venere è con me. Io non sfoglio, io colgo le rose su questa bella bocca. È più dolce!». E si china a baciare, sulla bocca aperta al riso, Maria di Magdala, semisdraiata sui cuscini e col capo biondo in grembo al romano.

8Ormai le barchette sono proprio contro alle barche pesanti, e sia per imperizia dei vogatori, sia per giuoco di vento, per poco non cozzano.

9«State attenti, se vi preme la vita», urla Pietro inferocito mentre vira, dando un colpo di barra, per evitare il cozzo. Insulti di uomini e grida di spavento delle donne vanno da barca a barca.

10I romani insultano i galilei dicendo: «Scansatevi, cani d’ebrei che siete».

11Pietro e gli altri galilei non lasciano cadere l’insulto e Pietro specialmente, rosso come un galletto, ritto proprio sul bordo della barca che beccheggia fortemente, con le mani sui fianchi, risponde per le rime, non risparmiando né romani, né greci, né ebrei, né ebree. Anzi a queste dedica tutta una collana di appellativi onorifici che lascio nella penna. Il battibecco dura finché il groviglio di chiglie e di remi non si è dipanato, e ognuno va per la sua via.

12Gesù non ha mai cambiato posizione. È rimasto seduto, assente, senza sguardi né parole per le barche e i loro occupanti. Appoggiato su un gomito, ha continuato a guardare la sponda lontana come nulla accadesse. Gli viene gettato anche un fiore. Non so da chi, certo da una donna, perché sento una risatina femminile accompagnare l’atto. Ma Lui… niente. Il fiore lo colpisce quasi sul volto e casca sulle tavole, finendo sotto ai piedi del bollente Pietro.

13Quando le barchette stanno per allontanarsi, vedo che la Maddalena si alza in piedi e segue la traccia che le indica una compagna di vizio, ossia appunta i suoi occhi splendidi sul volto sereno e lontano di Gesù. Quanto lontano dal mondo quel volto…

L’Iscariota interpella Simone Zelote.

14«Di’, Simone!», interpella l’Iscariota. «Tu che sei giudeo come me, rispondi. Ma quella bellissima bionda in grembo al romano, quella che si è alzata in piedi poco fa, non è la sorella di Lazzaro di Betania?».

15«Non so nulla io», risponde asciutto Simon Cananeo.

«Sono tornato fra i vivi da poco e quella donna è giovane…».

«Non mi vorrai dire che tu non conosci Lazzaro di Betania, spero! So bene che gli sei amico e ci sei stato anche col Maestro».

«E se ciò fosse?».

16«E posto che ciò è, dico io, tu devi conoscere anche la peccatrice che è sorella di Lazzaro. La conoscono anche le tombe! È dieci anni che fa parlare di sé. Ha incominciato ad esser leggera appena fu pubere. Ma da oltre quattro anni! Non puoi ignorare lo scandalo, anche se eri nella “valle dei morti”. Ne parlò tutta Gerusalemme. E Lazzaro si è rinchiuso allora a Betania… Ha fatto bene, del resto. Nessuno avrebbe più messo piede nel suo splendido palazzo di Sionne, dove anche lei andava e veniva. Intendo dire: nessuno che fosse santo. In campagna… si sa!… E poi, ormai lei è da per tutto, fuorché a casa sua… Ora certo è a Magdala… Sarà in qualche nuovo amore… Non rispondi? Puoi smentirmi?».

«Non smento. Taccio».

17«Allora è lei? Anche tu l’hai riconosciuta!».

«L’ho vista bambina, e pura, allora. La rivedo ora… Ma la riconosco. Impudicamente ripete l’effigie della madre sua, una santa».

18«E allora perché quasi negavi che il tuo amico l’avesse per sorella?».

«Le nostre piaghe, e quelle di coloro che amiamo, si cerca di tenerle coperte. Specie quando si è onesti».

Giuda ride verde.

L’Iscariota discute con Pietro.

«Dici bene, Simone. E tu sei un onesto», osserva Pietro.

19«E tu l’avevi riconosciuta? A Magdala, a vendere il tuo pesce, ci vai certo, e chissà quante volte l’hai vista! …».

«Ragazzo, sappi che quando si ha le reni stanche di un onesto lavoro, le femmine non fanno più voglia. Si ama solo il letto onesto della nostra sposa».

«Eh! ma la roba bella piace a tutti! Almeno, non foss’altro, si guarda».

«Perché? Per dire: “Non è cibo per la tua mensa”? No, sai. Dal lago e dal mestiere ho imparato diverse cose, e una è questa: che pesce d’acqua dolce e di fondale non è fatto per acqua salsa e corso vorticoso».

«Vuoi dire?».

«Voglio dire che ognuno deve stare al suo posto, per non morire in malo modo».

«Ti faceva morire la Maddalena?».

«No. Ho cuoio duro. Ma… me lo dici: ti senti male tu, forse?».

«Io? Oh! non l’ho neppur guardata! …».

20«Bugiardo! Scommetto che ti sei roso per non essere su questa prima barca e averla più vicina… Avresti sopportato anche me per esser più vicino… Tanto è vero quel che dico, che mi onori della tua parola, in grazia sua, dopo tanti giorni di silenzio».

«Io? Ma se non sarei stato neppur visto! Guardava continuamente il Maestro, lei!».

«Ah! Ah! Ah! e dice che non la guardava! Come hai fatto a vedere dove guardava, se non la guardavi?».

21Ridono tutti, meno Giuda, Gesù e lo Zelote, all’osservazione di Pietro. Gesù pone termine alla discussione, che ha mostrato di non udire, chiedendo a Pietro: «Quella è Tiberiade?».

«Sì, Maestro. Ora faccio l’accostata».

22«Attendi. Puoi metterti in quel seno quieto? Vorrei parlare a voi soltanto».

«Misuro il fondo e te lo so dire». E Pietro cala una lunga pertica e va lento verso riva.

«Si può, Maestro. Vado ancora contro sponda?».

«Il più che puoi. C’è ombra e solitudine. Mi piace».

23Pietro va fin sotto riva. La terra è lontana al massimo un quindici metri. «Ora toccherei».

«Ferma. E voi venite accosto più che potete e udite».

24Gesù lascia il suo posto e viene a sedersi al centro della barca, su una panchetta che va da sponda a sponda. Di fronte ha l’altra barca, intorno gli altri della sua.

Linee dell’apostolato (Lezione)

Pedagogia del Messia – Maestro.

25«Udite. Vi parrà che Io mi astragga talora dai vostri discorsi e sia perciò un maestro infingardo che non sorveglia la propria scolaresca. Sappiate che l’anima mia non vi lascia un momento. Avete mai visto un medico che studia uno malato di un male ancora incerto e di contrastanti sintomi? Lo tiene d’occhio dopo averlo visitato, lo sorveglia e nel sonno e nella veglia, al mattino e alla sera, e nel silenzio e nel parlare, perché tutto può esser sintomo e guida a decifrare il morbo nascosto e ad indicare una cura. Lo stesso faccio Io con voi. Vi tengo con fili invisibili, ma sensibilissimi, che si innestano in Me e mi trasmettono le anche più lievi vibrazioni del vostro io. Vi lascio credere di esser liberi, perché vi palesiate sempre più per quello che siete, cosa che avviene quando uno scolaro, o un maniaco, si crede perso di vista dal sorvegliante.

Natura e finalità della fraternità.

26Voi siete un gruppo di persone, ma formate un nucleo, ossia una cosa sola. Perciò siete un complesso che si forma a ente e che va studiato nelle singole sue caratteristiche, più o meno buone, per formarlo, amalgamarlo, smussarlo, accrescerlo nei lati poliedrici e farne un unico “che” perfetto. Perciò Io vi studio. E studio su voi anche mentre voi dormite.

Voi siete il sale della terra.

27Cosa siete voi? Cosa dovete divenire? Voi siete il sale della Terra. Tali dovete divenire: sale della Terra. Con il sale si preservano le carni dalla corruzione e con la carne molte altre derrate. Ma potrebbe il sale salare se non fosse salato? Con voi Io voglio salare il mondo per renderlo insaporito di sapor celeste. Ma come potete salare se mi perdete voi sapore?

28Cosa vi fa perdere sapore celeste? Ciò che è umano. L’acqua del mare, del vero mare, non è buona a bere tanto è salata, non è vero? Eppure, se uno prende una coppa di acqua di mare e la getta in un’idria di acqua dolce, ecco che può bere, perché l’acqua di mare è tanto diluita che ha perso il suo mordente. L’umanità è come l’acqua dolce che si mescola alla vostra salsedine celeste. Ancora, se per un supposto si potesse derivare un rio dal mare e immetterlo nell’acqua di questo lago, potreste poi voi ritrovare quel filo di acqua salata? No. Si sarebbe perso in tanta acqua dolce. Così avviene di voi quando immergete la vostra missione, meglio: la sommergete, in tanta umanità. Siete uomini. Sì. Lo so. Ma, e Io chi sono? Io sono Colui che ha seco ogni forza. E che faccio Io? Io vi comunico questa forza poi che vi ho chiamati. Ma che giova che Io ve la comunichi se voi la disperdete sotto valanghe di senso e di sentimenti umani?

Voi siete la luce del mondo.

29Voi siete, dovete essere, la luce del mondo. Vi ho scelti, Io, Luce di Dio, fra gli uomini, per continuare ad illuminare il mondo dopo che Io sarò tornato al Padre.

30Ma potete voi dare luce se siete lanterne spente o fumose? No, che anzi col vostro fumo ‒ peggio è il fumo ambiguo all’assoluta morte di un lucignolo ‒ voi offuschereste quel barlume di luce che ancora possono avere i cuori. Oh! miseri quelli che cercando Dio si rivolgeranno agli apostoli e in luogo di luce avranno fumo! Scandalo e morte ne avranno. Ma maledizione e castigo ne avranno gli apostoli indegni.

Chiamati alla santità.

31Grande sorte la vostra! Ma anche grande, tremendo impegno! Ricordatevi che colui a cui più è dato, più è tenuto a dare. E a voi il massimo è dato, di istruzione e di dono. Siete istruiti da Me, Verbo di      Dio, e ricevete da Dio il dono di essere “i discepoli”, ossia i continuatori del Figlio di Dio. Io vorrei che voi meditaste sempre questa vostra elezione, e ancor vi scrutaste, e ancor vi pesaste… e se uno sente di esser atto ad esser fedele – non voglio neppur dire: se uno non si sente che peccatore e impenitente; dico solo: se uno si sente atto ad esser solo un fedele – ma non sente in sé nerbo di apostolo, si ritiri. Il mondo, per chi è amante di esso, è tanto vasto, bello, sufficiente, vario! Offre tutti i fiori e tutti i frutti atti al ventre e al senso. Io non offro che una cosa: la santità. Questa, sulla Terra, è la cosa più angusta, povera, erta, spinosa, perseguitata che esista. Nel Cielo la sua angustia si muta in immensità, la sua povertà in ricchezza, la sua spinosità in tappeto fiorito, il suo esser erta in sentiero liscio e soave, la sua persecuzione in pace e beatitudine. Ma qui è fatica da eroe esser santi. Io non vi offro che questo.

Onestà e sincerità nella vocazione.

32Volete voi rimanere con Me? Non vi sentite di farlo? Oh! non vi guardate stupiti o addolorati! Mi sentirete fare ancora molte volte questa domanda. E quando la sentirete, pensate che il mio cuore nel farla piange, perché è ferito dalla vostra sordità alla vocazione. Esaminatevi, allora, e poi giudicate con onestà e sincerità, e decidete. Per non essere dei reprobi, decidete. Dite: “Maestro, amici, io conosco di non essere fatto per questa via. Vi do bacio di commiato e vi dico: pregate per me”. Meglio così che tradire. Meglio così…

33Che dite? Chi tradire? Chi? Me. La mia causa, ossia la causa di Dio – perché Io sono uno col Padre – e voi. Sì. Vi tradireste. L’anima vi tradireste, dandola a Satana. Volete rimanere ebrei? Ed Io non vi forzo a cambiare. Ma non tradite. Non tradite la vostra anima, il Cristo e Dio. Io vi giuro che né Io, né i fedeli a Me vi criticheranno, né vi additeranno allo sprezzo delle turbe fedeli. Poco fa un vostro fratello ha detto una grande parola: “Le nostre piaghe e quelle di coloro che amiamo si cerca di tenerle nascoste”. E colui che si separerebbe sarebbe una piaga, una cancrena che, nata nel nostro organismo apostolico, si staccherebbe per cancrena completa, lasciando un segno doloroso che con ogni cura terremmo nascosto.

Gli eroi del Cristo.

34No. Non piangete, o voi migliori. Non piangete. Io non vi porto rancore, né sono intransigente per vedervi così tardi. Siete appena presi e non posso pretendere che siate perfetti. Ma non lo pretenderò neppure fra anni, dopo aver detto cento e duecento volte le stesse cose inutilmente. Anzi, udite, fra anni sarete, almeno alcuni, meno ardenti di ora che siete neofiti. La vita è così… l’umanità è così… Perde lo slancio dopo il primo balzo. Ma (Gesù si alza di scatto) ma Io vi giuro che Io vincerò. Depurati per natural selezione, fortificati da soprannaturale mistura, voi migliori diverrete i miei eroi. Gli eroi del Cristo. Gli eroi del Cielo. La potenza dei Cesari sarà polvere rispetto alla regalità del vostro sacerdozio. Voi, poveri pescatori di Galilea, voi ignoti giudei, voi, numeri fra la massa degli uomini presenti, sarete più noti, acclamati, venerati di Cesare e di tutti i Cesari che ebbe e avrà la Terra. Voi noti, voi benedetti in un prossimo futuro e nel più remoto dei secoli, sino alla fine del mondo.

Linee essenziali dell’apostolato.

35A questa sublime sorte Io vi eleggo. Voi che siete onesti nella volontà. E, perché di essa siate capaci, vi do le linee essenziali del vostro carattere di apostoli.

Esser sempre vigili e pronti.

36Esser sempre vigili e pronti. I vostri lombi siano cinti, sempre cinti, e le vostre lampade accese come è di coloro che da un attimo all’altro devono partire o correre incontro ad un che arriva. E infatti voi siete, voi sarete, sin che la morte vi fermi, gli instancabili pellegrini alla ricerca di chi è errante; e finché la morte la spenga, la vostra lampada deve esser tenuta alta e accesa per indicare la via agli sviati che vengono verso l’ovile di Cristo.

Fedeli dovete essere al Padre

37Fedeli dovete essere al Padrone che vi ha preposti a questo servizio. Sarà premiato quel servo che il Padrone trova sempre vigilante e che la morte sorprende in stato di grazia. Non potete, non dovete dire: “Io sono giovane. Ho tempo di fare questo e quello, e poi pensare al Padrone, alla morte, all’anima mia”. Muoiono i giovani come i vecchi, i forti come i deboli. E all’assalto della tentazione sono vecchi e giovani, forti e deboli, ugualmente soggetti.

Mantenete viva la vostra anima.

38Guardate che l’anima può morire prima del corpo e voi potete portare, senza sapere, in giro un’anima putrida. È così insensibile il morire di un’anima! Come la morte di un fiore. Non ha grido, non ha convulsione… china solo la sua fiamma come corolla stanca, e si spegne. Dopo, molto dopo talora, immediatamente dopo talaltra, il corpo si accorge di portare dentro un cadavere verminoso, e diviene folle di spavento, e si uccide per sfuggire a quel connubio… Oh! non sfugge! Cade proprio con la sua anima verminosa su un brulicare di serpi nella Geenna.

No siate disonesti, falsi né ambigui.

39Non siate disonesti come sensali o causidici che parteggiano per due opposti clienti, non siate falsi come i politicanti che dicono “amico” a questo e a quello, e poi sono di questo e di quello nemici. Non pensate di agire in due modi. Dio non si irride e non si inganna. Fate con gli uomini come fate con Dio, perché offesa fatta agli uomini è come fatta a Dio. Vogliate che Dio veda voi quali volete esser veduti dagli uomini.

Siate umili, dolci, pazienti.

40Siate umili. Non potete rimproverare il vostro Maestro di non esserlo. Io vi do l’esempio. Fate come faccio. Umili, dolci, pazienti. Il mondo si conquista con questo. Non con violenza e forza. Forti e violenti siate contro i vostri vizi. Sradicateli, a costo di lacerarvi anche lembi di cuore. Vi ho detto, giorni or sono, di vigilare gli sguardi. Ma non lo sapete fare. Io vi dico: meglio sarebbe diveniste ciechi con lo strapparvi gli occhi ingordi, anziché divenire lussuriosi.

Siate sincerità, schietti.

41Siate sinceri. Io sono Verità. Nelle eccelse come nelle umane cose. Voglio siate schietti voi pure. Perché andare con inganno o con Me, o coi fratelli, o con il prossimo? Perché giocare di inganno? Che? Tanto orgogliosi qual siete, e non avete l’orgoglio di dire: “Voglio non esser trovato bugiardo”? E schietti siate con Dio. Credete di ingannarlo con forme di orazione lunghe e palesi? Oh! poveri figli! Dio vede il cuore!

Siate casti nel fare il bene.

42Siate casti nel fare il bene. Anche nel fare elemosina. Un pubblicano ha saputo esserlo prima della sua conversione. E voi non lo sapreste? Sì, ti lodo, Matteo, della casta offerta settimanale che Io e il Padre solo conoscevamo tua, e ti cito ad esempio. È una castità anche questa, amici. Non scoprire la vostra bontà come non scoprireste una figlia giovinetta agli occhi di una folla. Siate vergini nel fare il bene. È vergine l’atto buono quando è esente da connubio di pensiero di lode e di stima o da fomite di superbia.

Siate sposi fedeli della vostra vocazione a Dio.

     43Siate sposi fedeli della vostra vocazione a Dio. Non potete servire due padroni. Il letto nuziale non può accogliere due spose contemporaneamente. Dio e Satana non possono dividersi i vostri amplessi. L’uomo non può, e non lo possono né Dio né Satana, condividere un triplice abbraccio in antitesi fra i tre che se lo danno.

Siate alieni da fame d’oro, di carne, di potenza.

44Siate alieni da fame d’oro come da fame di carne, da fame di carne come da fame di potenza. Satana questo vi offre. Oh! le sue bugiarde ricchezze! Onori, riuscita, potere, dovizie: mercati osceni che hanno a moneta la vostra anima.

Siate contenti del poco.

45Siate contenti del poco. Dio vi dà il necessario. Basta. Questo ve lo garantisce come lo garantisce all’uccello dell’aria, e voi siete da ben più degli uccelli. Ma vuole da voi fiducia e morigeratezza. Se avrete fiducia, Egli non vi deluderà. Se avrete morigeratezza, il suo dono giornaliero vi basterà.

Siate santi.

46Non siate pagani, pur essendo, di nome, di Dio. Pagani sono coloro che, più che Dio, amano l’oro e il potere per apparire dei semidei. Siate santi e sarete simili a Dio nell’eternità.

Non siate intransigenti.

47Non siate intransigenti. Tutti peccatori, vogliate essere con gli altri come vorreste che gli altri con voi fossero: ossia pieni di compatimento e perdono.

Non giudicate.

48Non giudicate. Oh! non giudicate! Da poco siete con Me, eppure vedete quante volte già Io, innocente, fui a torto mal giudicato e accusato di peccati inesistenti. Il mal giudizio è offesa. E solo chi è santo vero non risponde offesa ad offesa. Perciò astenetevi da offendere per non essere offesi. Non mancherete così né alla carità né alla santa, cara, soave umiltà, la nemica di Satana insieme alla castità. Perdonate, perdonate sempre. Dite: “Perdono, o Padre, per essere da Te perdonato dei miei infiniti peccati”.

Miglioratevi con pazienza, fermezza, eroicità.

49Miglioratevi d’ora in ora, con pazienza, con fermezza, con eroicità. E chi vi dice che divenire buoni non sia penoso? Anzi vi dico: è fatica più grande di tutte. Ma il premio è il Cielo e merita perciò consumarsi in questa fatica.

Divenite Tabernacoli dell’Amore.

50E amate. Oh! quale, quale parola devo dire per persuadervi all’amore? Nessuna ve ne è atta a convertirvi ad esso, poveri uomini che Satana aizza! E allora, ecco Io dico: “Padre, affretta l’ora del lavacro. Questa terra e questo tuo gregge è arido e malato. Ma vi è una rugiada che lo può molcere e mondare. Apri, apri la fonte di essa. Me apri, Me. Ecco, Padre. Io ardo di fare il tuo desiderio che è il mio e quello dell’Amore eterno. Padre, Padre, Padre! Guarda il tuo Agnello e siine il Sacrificatore”».

51Gesù è realmente ispirato. Ritto in piedi, a braccia aperte a croce, il volto verso il cielo, coll’azzurro del lago di dietro, nella sua veste di lino, pare un arcangelo orante.

Mi si annulla il vedere su questo suo atto.

23. Gesù interroga la Madre in merito
ai discepoli
[100].

La Confidente del cuore.

1Ora vedo, due ore circa dopo la sù descritta, la casa di Nazareth. Riconosco la stanzetta dell’addio, aperta sull’orticello dove ora le piante sono tutte coperte di fronde.

2Gesù è con Maria. Seduti l’uno presso l’altra sul sedile di pietra contro la casa. Sembra che la cena sia già avvenuta e che, mentre gli altri, se altri ve ne sono – io non vedo nessuno – si sono già ritirati, Madre e Figlio si beino a vicenda in una dolce conversazione. La voce interna mi dice che è quella una delle prime volte che Gesù torna a Nazareth dopo il battesimo, il digiuno del deserto e la costituzione del collegio apostolico soprattutto. Egli narra alla Madre le sue prime giornate di evangelizzazione, le prime conquiste di cuori. Maria pende dalle labbra del suo Gesù.

3É più magra, Maria, più pallida, come avesse sofferto in questo tempo. Sotto i suoi occhi si sono scavate due ombre, come quelle di chi molto piange e pensa. Ma ora è felice e sorride. Sorride accarezzando la mano del suo Gesù. É felice di averlo là, di stare cuore a cuore con Lui nel silenzio della sera che scende.

4Deve essere estate, perché già il fico ha i suoi primi frutti maturi che si stendono fin verso la casa, e Gesù ne coglie alcuni alzandosi in piedi, ed i più belli li dà alla Madre, sbucciandoli con cura e offrendoli in una corona di buccia rovesciata, come fossero boccioli bianchi striati di rosso, fra una corolla di petali candidi dentro, violacei di fuori. Li offre sulla palma della sua mano e sorride vedendo che la Mamma li gusta.

La consigliere del Messia.

5Poi, a bruciapelo, le chiede: «Mamma, hai visto i discepoli? Che ne pensi?».

Maria, che sta per portare alla bocca il terzo fico, alza il capo, sospende il gesto, trassale, guarda Gesù.

6«Che ne pensi, ora che te li ho mostrati tutti?», incalza Gesù.

«Credo che ti amino e che potrai ottenere da loro molto. Giovanni… amalo Giovanni come Tu sai amare. É un angelo. Io sono in pace quando penso che è con Te. Anche Pietro… è buono. Più duro perché più vecchio, ma schietto e convinto. E suo fratello. Essi ti amano così come sono capaci, per ora. Poi ti ameranno di più. Anche i cugini nostri, ora che si sono convinti, ti saranno fedeli. Ma l’uomo di Keriot… quello non mi piace, Figlio. Il suo occhio non è limpido e il suo cuore meno ancora. Mi fa paura».

«Con te è tutto rispetto».

7«Troppo rispetto. Anche con Te è tutto rispetto. Ma non è per Te Maestro; è per Te futuro Re, da cui spera utile e lustro. Era un nulla, appena un poco da più degli altri a Keriot. Spera di avere al tuo fianco un ruolo di importanza e.… oh! Gesù, non voglio offendere la carità, ma penso, anche se pensare non lo voglio, che in caso che Tu lo deluda egli non esiterà a sostituirsi a Te, a cercare di farlo. É ambizioso, avido e vizioso. Più adatto ad essere cortigiano di un re terreno che un apostolo tuo, Figlio mio. Mi fa paura!». E la Mamma guarda il suo Gesù con due occhi sgomenti nel viso pallido.

La Discepola del Messia.

8Gesù sospira. Pensa. Guarda sua Madre. Le sorride per rincuorarla: «Anche questo ci vuole, Mamma. Se non fosse lui, sarebbe un altro. Il mio Collegio deve rappresentare il mondo, e nel mondo non tutti sono angeli e non tutti sono della tempra di Pietro e Andrea. Se scegliessi tutte le perfezioni, come potrebbero le povere anime malate osare sperare di divenire mie discepole? Io sono venuto a salvare ciò che è perduto, Mamma. Giovanni è salvo di suo. Ma quanti non lo sono!».

9«Non ho paura di Levi. Egli si è redento perché si è voluto redimere. Ha lasciato il suo peccato insieme al suo banco di gabelliere e si è fatto un’anima nuova per venire con Te. Ma Giuda di Keriot no. Anzi l’orgoglio fa sempre più sua la sua vecchia anima brutta. Ma Tu le sai queste cose, Figlio. Perché me le chiedi? Io non posso che pregare e piangere per Te. Tu sei il Maestro. Anche della tua povera Mamma».

La visione cessa qui. 

24. Il ritiro sul monte per
l’elezione apostolica
[101].

Il distacco per la causa del Padre.

Distacco dalla folla (Mc 3,7-12)[102].

1Le barche di Pietro e Giovanni veleggiano sul lago quieto, seguite da tutte le imbarcazioni che sono sulle rive di Tiberiade, io credo, tante sono le barche e barchette che vanno e vengono cercando di raggiungere, di superare, per poi mettersi in coda di nuovo, la barca di Gesù. E preghiere, suppliche, clamori, richieste si incrociano sull’onde azzurre.

2Gesù, che nella sua barca ha anche Maria e la madre di Giacomo e Giuda, mentre nell’altra barca, col figlio Giovanni, è anche Maria Salome con Susanna, promette, risponde, benedice, instancabile. «Tornerò. Sì. Ve lo prometto. Siate buoni. Ricordate le mie parole, per unirle a quelle che vi dirò poi. Sarà una breve separazione. Non siate egoisti. Sono venuto anche per gli altri. Buoni! Buoni! Vi farete del male. Sì. Pregherò per voi. Mi avrete sempre vicino. Il Signore sia con voi. Certo, mi ricorderò del tuo pianto e sarai consolato. Spera, abbi fede».

3E così, andando, benedicendo, promettendo, la barca giunge a riva. Non è Tiberiade, ma è un minuscolo paesello, proprio un pugno di case, povere, quasi abbandonate. Gesù e i suoi scendono, e le barche tornano indietro guidate dai garzoni e da Zebedeo. Anche le altre le imitano, però molti che sono in esse scendono pure e vogliono a tutti i costi seguire Gesù. Fra questi vedo Isacco coi suoi due patrocinati: Giuseppe e Timoneo. Non riconosco altri fra i molti di tutte le età, dagli adolescenti ai vecchi.

Distacco dai parenti.

4Gesù lascia il paese, che resta indifferente nei suoi pochi abitanti molto cenciosi, ai quali Gesù fa dare degli oboli, e raggiunge la via maestra. Si ferma. «Ed ora dividiamoci» dice. «Madre, tu con Maria e con Salome vai pure a Nazareth. Susanna può tornare a Cana. Presto Io tornerò. Sapete ciò che è da fare. Dio sia con voi!».

5Ma per sua Madre ha uno speciale saluto pieno di sorriso, ed anche quando Maria si inginocchia, dando l’esempio alle altre, per essere benedetta, Gesù sorride con tanta dolcezza. Le donne, con le quali sono Alfeo di Sara e Simone, vanno verso la loro città.

Distacco dagli amici.

6Gesù si volge ai rimasti: «Io vi lascio. Ma non vi rimando. Vi lascio per qualche tempo, ritirandomi con questi in quelle gole che vedete là. Chi vuole attendermi mi attenda in questa pianura, chi non vuole torni alla sua casa. Io mi ritiro in preghiera perché sono alla vigilia di grandi cose. Chi ama la causa del Padre preghi, unendosi in spirito a Me[103]. La pace sia con voi, figli. Isacco, tu sai ciò che devi fare. Ti benedico, piccolo pastore».

Distacco dalle comodità.

7Gesù sorride allo scarno Isacco, pastore ormai di uomini che si raggruppano intorno a lui. Gesù cammina ora volgendo le spalle al lago, dirigendosi sicuro verso una gola fra le colline che vanno dal lago verso ovest in righe direi quasi parallele. Fra l’una e l’altra collina rocciosa, scabra, che si apre a picco come un fiordo, scende un torrentello spumoso dal molto fragore e sopra sale il monte selvaggio, con piantacce cresciute in ogni senso, come hanno potuto, fra pietra e pietra. Un sentiero da capre attacca la collina più scabra. E Gesù prende proprio quello.

8I discepoli lo seguono faticosamente, in fila indiana, nel più assoluto silenzio. Solo quando Gesù si ferma, per dare loro respiro, in qualche posto un poco più largo del sentiero che pare una graffiatura sulla costa impervia, essi si guardano senza parlare. I loro sguardi dicono: «Ma dove ci porta?». Ma non parlano. Solo si guardano, e sempre più desolatamente quanto più vedono che Gesù sempre riprende l’andare per la gola selvaggia, piena di caverne, di spacchi, di massi su cui è difficile l’andare e per gli stessi, e per i rovi e mille altre piantacce che afferrano le vesti da ogni parte, e graffiano, e fanno incespicare, e battono sul viso. Anche i più giovani, carichi di pesanti borse, hanno perduto il buon umore.

Settimana di spiritualità.

Integrarsi nell’istituzione del Messia.

9Infine Gesù si ferma e dice: «E qui resteremo per una settimana in orazione. Per prepararvi ad una grande cosa. Per questo ho voluto isolarmi così, in luogo deserto, lontano da ogni carovaniera, da ogni paese. Qui vi sono grotte che hanno servito altre volte a uomini. Serviranno anche a noi. Qui vi sono acque fresche e abbondanti, mentre il terreno è asciutto. Abbiamo pane e cibo sufficiente per la sosta. Quelli che lo scorso anno sono stati con Me nel deserto sanno come Io vissi. Questa è una reggia rispetto a quel luogo, e la stagione, ormai buona, leva l’asprezza del gelo e quella del sole alla sosta. Vogliate perciò starvi di buon animo. Forse mai più saremo così tutti insieme e tutti soli. Questa sosta deve unirvi, facendo di voi non più dodici uomini, ma una sola istituzione.

Divenire spirito.

10Non parlate? Non mi chiedete nulla?

Deponete su quel masso i pesi che portate e gettate a valle l’altro peso che avete nel cuore: la vostra umanità. Qui vi ho portato per parlarvi allo spirito, per nutrirvi lo spirito, per farvi spirito[104]. E non dirò molte parole. Ve ne ho dette tante in un anno circa che sono con voi! Ora basta di questo. Se dovessi mutarvi con la parola dovrei tenervi dieci e cento anni ed ancora sareste sempre imperfetti.

Giungere alla età della ragione spirituale.

11Ora è tempo che Io vi usi. Per usarvi vi devo formare. Ricorro alla grande medicina, alla grande arma: la preghiera. Io ho sempre pregato per voi. Ma ora voglio che voi preghiate da voi. Non ancora vi insegno la mia preghiera. Ma vi rendo cogniti del modo come si prega e di cosa è la preghiera. Essa è colloquio di figli col Padre, di spiriti a Spirito, aperto, caldo, confidente, raccolto, schietto. Tutto è la preghiera: è confessione, è conoscenza di noi stessi, è pianto su noi stessi, è promessa a noi stessi e a Dio, è richiesta a Dio, tutto fatto ai piedi del Padre. E non può farsi nel frastuono, fra le distrazioni, a meno di essere colossi nell’orazione. Ed anche i colossi ne soffrono di questo urto e rumore del mondo nelle loro ore di orazione. Voi non siete colossi, siete pigmei. Non siete che infanti nello spirito. Non siete che deficienti dello spirito. Qui raggiungerete la età della ragione spirituale. Il resto verrà poi.

Essere perfetti per servire il Messia.

12Mattina, mezzogiorno e sera ci riuniremo per pregare insieme con le antiche parole d’Israele e per spezzare il pane, e poi ognuno tornerà nella sua grotta, stando di fronte a Dio e alla sua anima, stando di fronte a quanto vi ho detto sulla vostra missione e alle vostre capacità. Misuratevi, ascoltatevi, decidete. È l’ultima volta che ve lo dico. Ma dopo dovrete essere perfetti, per quanto potete, senza stanchezze né umanità. Dopo non sarete più Simone di Giona e Giuda di Simone. Non sarete più Andrea o Giovanni, Matteo o Tommaso. Ma sarete i miei ministri.

Autosufficienza spirituale.

13Andate. Ognuno da solo. Io sarò in quella grotta. Sempre presente. Ma non venite senza seria ragione. Dovete imparare a fare da voi ed a stare da voi. Perché, in verità ve lo dico, un anno fa stavamo per conoscerci, e fra due staremo per lasciarci. Guai a voi e guai a Me se non aveste imparato a fare da voi. Dio sia con voi. Giuda, Giovanni, portate dentro alla mia grotta, quella, le cibarie. Devono durare ed Io le distribuirò.

14«Saranno poche! …» obbietta qualcuno.

15«Il sufficiente per non morire. Il ventre troppo satollo appesantisce lo spirito. Io vi voglio elevare e non rendervi zavorra».

25. L’elezione dei dodici ad apostoli[105].

L’elezione dei dodici.

Alba montana  (Lc 6,12)[106].

1Vi è un’alba che imbianca i monti e sembra ammorbidire questa selvaggia costa in cui ha voce solo il torrentello che spuma nel fondo, una voce che ripercossa dai monti, pieni di caverne, acquista un singolare rumore. Lì, nel posto dove hanno sostato i discepoli, non c’è che qualche cauto fruscio fra le fronde e le erbe: dei primi uccelli che si destano, degli ultimi animali notturni che si rintanano. Un gruppo di lepri o di conigli selvatici, che sta rodendo un basso cespuglio di more, fugge spaurito per il precipitare di un sasso. Poi tornano cauti, muovendo le orecchie per raccogliere ogni suono e, visto che tutto è pace, tornano al loro cespuglio. La guazza lava tutte le fronde, tutte le pietre, e il bosco odora forte di musco, di mentucce e maggiorane.

2Un pettirosso scende fin sullo scrimolo di una caverna a cui fa da tetto uno scheggione sporgente e, muovendo il capino, ben ritto sulle zampine di seta, pronto a fuggire, guarda dentro, guarda per terra, mormora i suoi cip cip d’interrogazione e di… golosità per delle briciole di pane che sono al suolo, ma non si decide a scendere altro che quando si vede preceduto da un grosso merlo che avanza saltellando di sbieco, buffo nel suo fare da monello e nel suo profilo di vecchio notaio al quale mancano solo gli occhiali per essere compito. Allora scende anche il pettirosso e si mette in coda all’ardito messere, che ogni tanto ficca il becco giallo nella terra umida in ricerche di… archeologia cibareccia e poi va oltre dopo un ciop o dopo un fischio breve, proprio da monellaccio.

3Il pettirosso si ingozza delle mollichine e resta stupito quando vede che il merlo, penetrato sicuro nella caverna silenziosa, ne esce con una crosta di formaggio, che sbatte e risbatte su una pietra per sminuzzarla facendosene un lauto pasto. Poi torna dentro, sbircia e, non trovando più nulla, fa una bella fischiata di beffa e vola via per finire la cantata in cima ad un rovere, che tuffa la sua vetta nell’azzurro mattutino. Anche il pettirosso vola via, per un rumore che sente venire dall’interno della caverna… e resta su un rametto sottile che spenzola nel vuoto.

4Gesù si avanza sul limitare e sbriciola del pane chiamando piano piano gli uccellini, con un fischio modulato che ben imita il cinguettio di molti piccoli pennuti. Poi si scosta e va più su, immobilizzandosi contro una parete rocciosa per non spaventare i suoi amici che presto scendono: primo il pettirosso e poi molti altri di varie specie. L’immobilità di Gesù o anche il suo sguardo – io amo pensare così, perché ho l’esperienza che le bestie anche più diffidenti si avvicinano a coloro che per istinto sentono non nemici ma protettori – fanno sì che dopo poco, a pochi centimetri da Gesù, saltellano gli uccellini, e il pettirosso, ormai sazio, vola in alto del masso a cui è appoggiato Gesù e si aggrappa ad un esilissimo rametto di vitalba e si altalena sul capo di Gesù con una voglia di scendere sulla testa bionda o sulla spalla. Il pasto è finito.

5Il sole indora la cima del monte e poi i più alti rami della boscaglia, mentre a valle ancora tutto è nella luce pallida dell’alba. Gli uccellini volano, soddisfatti e sazi, al sole e cantano con tutte le loro piccole gole.

I figli del Messia  (Lc 6,13; Mc 3,13)[107].

6«Ed ora andiamo a svegliare questi altri miei figli» dice Gesù, e scende, perché la sua caverna è la più alta, entrando di volta in volta nelle grotte e chiamando a nome i dodici dormenti.

7Simone, Bartolomeo, Filippo, Giacomo, Andrea rispondono subito. Matteo, Pietro e Tommaso sono più tardi a rispondere. E mentre Giuda Taddeo si fa incontro a Gesù non appena lo vede farsi sulla soglia, già pronto e ben desto, l’altro cugino, e con lui l’Iscariota e Giovanni, dormono sodo, tanto che Gesù deve scuoterli sul loro letto di foglie perché si destino.

8Giovanni, ultimo chiamato, dorme così profondamente che non si raccapezza di chi lo chiama, e nelle nebbie del sonno per metà interrotto dice fra le labbra: «Sì, mamma. Vengo subito…». Ma poi si gira di là. Gesù sorride, si siede sul silvestre pagliericcio di fogliame raccolto nel bosco, si china e bacia sulla guancia il suo Giovanni, che apre gli occhi e resta di stucco nel vedere lì Gesù. Si siede di scatto e dice: «Hai bisogno di me? Eccomi». «No. Ti ho svegliato come tutti. Ma tu mi hai creduto tua mamma. E allora ti ho baciato, per fare quello che fanno le mamme».

9Giovanni, seminudo nella sottoveste, perché si è messo il vestito e il mantello come coperta, si attacca al collo di Gesù e ci si rifugia col capo fra la spalla e la guancia dicendo: «Oh! sei ben più della mamma Tu! Lei l’ho lasciata per Te. Ma Tu, non ti lascerei per essa! Lei mi ha partorito alla terra. Ma Tu mi partorisci al Cielo. Oh! lo so!».

Consapevolezza della verità sul Messia.

10«Che sai di più degli altri?».

«Quello che mi ha detto il Signore in questo speco[108]. Vedi, io non sono mai venuto da Te e penso che i compagni abbiano detto che ciò era indifferenza e superbia. Ma di ciò che pensano non mi importa. So che Tu sai la verità. Io non venivo da Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato; ma ciò che Tu sei in seno del Fuoco che è l’Amore eterno della Trinità SS., la sua Natura, la sua Essenza, la sua vera Essenza – oh! che non so dire tutto quanto ho pure capito in questa tetra grotta oscura che mi è divenuta così piena di luci, in questa fredda caverna in cui sono stato arso da un fuoco senza aspetto ma che mi è sceso nel profondo e lo ha acceso di un dolce martirio, in questo antro senza voce ma che mi ha cantato delle verità celesti – ma ciò che Tu sei, Seconda Persona dell’ineffabile Mistero che è Dio e che io penetro perché Dio a Sé mi ha aspirato, io l’ho avuto sempre con me[109]. E tutti i miei desideri, tutti i miei pianti, tutte le mie domande, le ho versate sul tuo seno divino, Verbo di Dio. Né ci fu mai parola, fra le tante che da Te ho udite, vasta così come quella che mi dicesti qui, Tu, Dio Figlio; Tu, Dio come il Padre; Tu, Dio come lo Spirito Santo; Tu, Tu che sei il perno della Triade… oh! forse bestemmio! ma così mi pare perché se Tu non fossi, amore del Padre e amore al Padre, ecco che mancherebbe l’Amore, il divino Amore, e la Divinità più non sarebbe Trina, e mancherebbe ad Essa il più confacente attributo di Dio: il suo amore!

11Oh! ho tanto qui, ma è come dell’acqua che gorgoglia contro una chiusa e non può uscire… mi sembra di morirne tanto è violento e sublime il tumulto che mi è sceso in cuore da quando ti ho capito… ma per nulla al mondo vorrei esserne liberato… Fammi morire di questo amore, mio dolce Iddio!». Giovanni sorride e piange, affannato, acceso dal suo amore, abbandonato sul petto di Gesù, come se la fiamma lo spossasse.

12E Gesù se lo carezza, ardendo di amore a sua volta. Giovanni si riprende sotto un’onda di umiltà che lo fa supplicare: «Non dire agli altri quanto io ti ho detto. Certo essi pure hanno saputo vivere di Dio come io vissi in questi giorni. Ma lascia sul mio segreto la pietra del silenzio».

13«Sta’ sicuro, Giovanni. Nessuno saprà le tue nozze con l’Amore. Vestiti, vieni. Dobbiamo partire».

Mutamento dei dodici (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16) [110].

14Gesù esce sul sentiero dove già sono gli altri. I volti hanno un aspetto più venerabile, più raccolto. Gli anziani sembrano patriarchi, i giovani hanno un che di maturo, di dignitoso, che prima la gioventù nascondeva. L’Iscariota guarda Gesù con un timido sorriso sul volto segnato di pianto. Gesù lo carezza nel passare. Pietro… non parla. Ed è così strano in lui che stupisce più di ogni altro mutamento. Guarda attentamente Gesù, ma con una dignità nuova che pare fargli più spaziosa la fronte un poco stempiata e più severo l’occhio fino allora tutto un brillio d’arguzie.

15Gesù se lo chiama vicino e se lo tiene vicino in attesa di Giovanni, che finalmente esce col volto non so se dire più pallido o più rosso, ma certo acceso da una fiamma che non muta il colore ma pure è palese. Tutti lo guardano.

16«Vieni qui, Giovanni, presso a Me. E anche tu, Andrea, e tu Giacomo di Zebedeo. Poi tu Simone e tu Bartolomeo, Filippo e voi, fratelli miei, e Matteo. Giuda di Simone qui, di fronte a Me. Tommaso, vieni qui. Sedete. Vi devo parlare».

17Si siedono quieti come bambini, tutti un poco assorti nel loro mondo interiore e pure attenti a Gesù come non furono mai.

Mistero nuziale dell’anima con Dio.

18«Sapete che vi ho fatto? Tutti lo sapete. L’anima lo ha detto alla ragione. Ma l’anima, che in questi giorni fu regina, ha insegnato alla ragione due grandi virtù: l’umiltà e il silenzio, figlio dell’umiltà e della prudenza, le quali sono le figlie della carità.

19Solo otto giorni sono sareste venuti a proclamare, come bravi bambini che vogliono stupire e superare il rivale, le vostre bravure, le vostre nuove cognizioni. Ora tacete. Vi siete mutati da bambini in adolescenti e già sapete che questa proclamazione potrebbe mortificare il compagno forse meno beneficato da Dio, e non parlate.

20Siete inoltre come fanciulle non più impuberi. É nato in voi il santo pudore sulla metamorfosi che vi ha rivelato il mistero nuziale delle anime con Dio. Queste caverne il primo giorno vi parvero fredde, ostili, repellenti… ora le guardate come profumate e luminose camere nuziali. In esse avete conosciuto Dio. Prima sapevate di Lui. Ma non lo conoscevate nell’intimità che fa di due uno. Fra voi sono uomini che da anni sono sposati, altri che non ebbero che fallaci rapporti con donne, alcuni che per cause diverse sono casti. Ma i casti sanno ora cosa è l’amore perfetto così come lo sanno gli sposati. Anzi posso dire che nessuno come l’ignaro di ogni carnale appetito sa cosa è l’amore perfetto. Perché Dio si rivela ai vergini in tutta la sua pienezza, e per sua delizia di darsi a chi è puro, ritrovando parte di Sé, Purissimo, nella creatura monda di lussuria, e per compensarla di quanto essa si nega per amore di Lui.

Il mondo aspetta maestri e redentori.

21In verità vi dico che per l’amore che ho per voi e per la sapienza che posseggo, se non avessi il dovere di compiere l’opera del Padre, Io vorrei tenervi qui e stare con voi, isolati, certo che così farei di voi, e sollecitamente, dei grandi santi, senza più smarrimenti, senza defezioni, cadute, rallentamenti, ritorni.

22Ma non posso. Io devo andare. E voi dovete andare. Il mondo ci aspetta. Il profanato e profanatore mondo che ha bisogno di maestri e redentori. Io vi ho voluto fare conoscere Dio perché lo amaste ben più del mondo, che con tutti i suoi affetti non vale un solo sorriso di Dio. Ho voluto che poteste meditare su ciò che è il mondo e su ciò che è Dio per farvi anelanti del migliore. In questo momento voi non siete anelanti che di Dio. Oh! potessi fissarvi in quest’ora, in questo anelito! Ma il mondo ci aspetta. E noi andremo al mondo che aspetta.

23Per la santa Carità che, come ha mandato Me al mondo, così manda voi, per mio ordine, al mondo. Ma ve ne scongiuro! Come perla nello scrigno chiudetevi il tesoro di questi giorni – in cui vi siete guardati, curati, alzati, rivestiti, disposti a Dio – nel vostro cuore e, come le pietre della testimonianza elevate dai Patriarchi a ricordo delle alleanze con Dio[111], conservate e guardate questi preziosi ricordi nel vostro cuore.

Gli Apostoli, Capi della Chiesa (Lc 6,13)[112].

24Da oggi non siete più i prediletti discepoli, ma gli apostoli, i capi della mia Chiesa. Da voi verranno, nei secoli dei secoli, tutte le gerarchie della stessa e maestri sarete detti, avendo a Maestro vostro Dio nella sua triplice potenza, sapienza, carità. Non ho scelto voi perché siete i più meritevoli. Ma per un complesso di cause che non necessita voi conosciate ora. Vi ho scelti al posto dei pastori che sono i miei discepoli da quando vagivo. Perché l’ho fatto? Perché così era bene di fare. Fra di voi sono galilei e giudei, dotti e indotti, ricchi e poveri. Questo per il mondo. Acciò non dica che ho preferito una sola categoria. Ma voi non bastereste a tutto quanto c’è da fare. Né ora, né poi.

I discepoli.

25Non tutti avrete presente un punto del Libro. Ve lo ricordo. Nel II° dei Paralipomeni, al 29° capitolo, è narrato come Ezechia, re di Giuda, fece purificare il Tempio e, dopo che fu purificato, fece sacrificare per il peccato, per il regno, per il santuario e per Giuda, e poscia ebbe inizio l’offerta dei singoli. Ma non bastando alle immolazioni i sacerdoti, furono chiamati in aiuto i leviti, consacrati con rito più breve che i sacerdoti.

26Questo è quello che Io farò. Voi siete i sacerdoti, preparati con lunga cura da Me, Pontefice eterno. Ma non bastate al lavoro sempre più vasto di immolazione dei singoli al Signore Iddio loro. Onde Io vi associo i discepoli che tali restano, quelli che ci attendono ai piedi del monte, quelli che già stanno più su, quelli che sparsi sono per la terra d’Israele e che saranno poi sparsi per ogni punto della terra.

27A loro verranno dati compiti uguali, perché unica è la missione, ma diversa sarà la loro classifica agli occhi del mondo. Non agli occhi di Dio presso il quale è giustizia, di modo che l’oscuro discepolo, ignorato da apostoli e confratelli, che vivrà santamente portando a Dio anime, sarà più grande del conosciuto apostolo che di apostolo non ha che il nome e che abbassa la sua dignità di apostolo a scopi umani.

Compito di apostoli e di discepoli (Mc 3,14-15)[113]. 

28Compito di apostoli e di discepoli sarà sempre quello dei sacerdoti e leviti di Ezechia: praticare il culto, abbattere le idolatrie, purificare i cuori e i luoghi, predicare il Signore e la sua Parola. Compito più santo non c’è sulla terra. Dignità più alta della vostra neppure. Ma è per questo che vi ho detto: “Ascoltatevi, esaminatevi”. Guai all’apostolo che cade! Seco trascina molti discepoli, ed essi trascinano un ancor più grande numero di fedeli, e la rovina sempre più cresce come valanga che cade o come cerchio che si estende sul lago per un susseguirsi di pietre lanciate nello stesso punto.

29Sarete tutti perfetti? No. Lo spirito di ora durerà? No. Il mondo lancerà i suoi tentacoli per strozzare la vostra anima. Vittoria del mondo, figlio di Satana per cinque parti, servo di Satana per altre tre, apatico verso Dio nelle altre due, quella di spegnere le luci dei cuori dei santi. Difendete voi stessi da voi stessi contro di voi, contro il mondo, la carne, il demonio. Ma soprattutto difendetevi di voi stessi. Sulle difese, o figli, contro la superbia, la sensualità, la doppiezza, la tiepidezza, il sopore spirituale, contro l’avarizia!

30Quando l’io inferiore parla e piagnucola sopra pretese crudeltà a suo danno, mettetelo a tacere dicendo: “Per un attimo di privazione che ti do, ti procuro, ed eternamente, il banchetto d’estasi avuto nella caverna montana al finire della luna di scebat”.

31Andiamo. Andiamo incontro agli altri che in gran numero attendono la mia venuta. E poi Io andrò per poche ore a Tiberiade e voi, predicando di Me, mi andrete ad attendere ai piedi del monte che è sulla strada diretta da Tiberiade al mare. Io verrò là e salirò a predicare. Prendete borse e mantelli. La sosta è finita e l’elezione è avvenuta».

Osservazione al Portavoce.[114]

Dice Gesù:

32«Stai male e ti lascio quieta. Solo ti faccio osservare come può cambiare tutto una sola frase omessa o una parola male trascritta. E tu, scrivente, sei viva e puoi riparare subito. Pensa dunque e comprendi come venti secoli abbiano potuto privare di parti, non deleterie alla dottrina ma alla facilità di comprendere il Vangelo, il Vangelo apostolico. Questo, opera che se risaliamo alle origini scopriamo ancora fatica del Disordine, spiega tante cose e si presta ai figli del Disordine per tante altre cose. E tu vedi come è facile cadere in errore di trascrizione… Piccolo Giovanni, sta’ buono oggi. Sei un fiore spezzato. Passerò poi Io a ristorare il tuo stelo. Per oggi mi occorrono le lacrime della tua ferita. Dio è con te».

26. I miracoli dopo l’elezione apostolica.
Prima predica di Simone Zelote
e di Giovanni
[115].

Fioritura di miracoli.

Moltitudine di gente in attesa (Lc  6, 17-19)[116].

1Gesù, scendendo a mezza costa, trova molti discepoli e molti altri ancora che si sono uniti piano piano ai discepoli, portati qui, in questo luogo fuori via, dal bisogno del miracolo, dal desiderio della parola di Gesù, venuti sicuri per indicazioni di gente o per istinto d’anima. Io penso che gli angeli degli uomini guidassero gli stessi, desiderosi di Dio, al Figlio di Dio. Né credo di fare con ciò della leggenda. Se si pensa con quale pronta e astuta costanza Satana portava i nemici a Dio e al suo Verbo, nei momenti in cui lo spirito demonico poteva fare apparire agli uomini una parvenza di colpa nel Cristo, è lecito poter pensare, più che lecito è giusto, che anche gli angeli non fossero inferiori ai demoni e portassero gli spiriti non demonici al Cristo.

Fioritura di miracoli (Lc 6,19)[117]. 

2E Gesù, a tutti questi che lo hanno atteso senza stanchezze e timori, si prodiga in soccorsi di miracoli e in soccorsi di parola. Quanti miracoli! Una fioritura pari a quella che decora le balze del monte: grandi come è quello di un fanciullo, estratto ustionato atrocemente da un pagliaio in fiamme, portato qui su una barella, mucchio di carne arsa che mugola lamentosamente sotto al lino di cui lo hanno ricoperto tanto è atroce il suo aspetto arso, morente ormai, e che Gesù risana alitandogli sopra e risarcendo le bruciature che si annullano completamente, tanto che il fanciullo sorge nudo affatto, e corre felice verso la mamma che ne carezza piangendo di gioia le carni tutte guarite, senza tracce di fuoco, ne bacia gli occhi che si pensavano arsi e invece sono vivi e scintillanti di gioia, i capelli che sono appena corti, ma non distrutti, quasi la vampa avesse fatto da rasoio e non da distruzione; fino al piccolo miracolo di un vecchietto tossicoloso che dice: «Non per me, ma perché devo fare da padre ai nipotini orfani e non posso lavorare il suolo con questo umore fermo qui, in gola, e che mi affoga»…

3E poi il miracolo non visibile, ma certo esistente, che provocano le parole di Gesù: «Fra voi è uno che piange con l’anima e non osa dire con la parola: “Abbi pietà!”. Io rispondo: “Sia come tu chiedi. Tutta la pietà. Perché tu sappia che Io sono la Misericordia”. Solo, a mia volta, ti dico: “Abbi generosità”. Sii generoso con Dio. Strappa ogni legame col passato. Dio lo senti e a Lui che senti vieni allora con libero cuore, con totale amore».

4Chi sia, fra la folla, colui o colei al quale vanno queste parole, non so.

Gli Apostoli sono altrettanti Cristi.

5Gesù dice ancora: «Questi sono i miei apostoli. Altrettanti Cristi sono, perché Io tali li ho eletti. Rivolgetevi ad essi con fiducia. Essi sanno da Me tutto quanto vi abbisogna per le anime vostre…».

6Gli apostoli guardano Gesù perfettamente spaventati. Ma Egli sorride e prosegue: «…e daranno alle vostre anime luce di stella e ristoro di rugiada tanto da impedirvi di languire nelle tenebre. E poi Io verrò, e vi darò pienezza di sole e di onde, tutta la sapienza per farvi forti e felici di soprannaturale fortezza e gioia. La pace a voi, figli. Sono atteso da altri, più infelici e poveri di voi. Ma soli non vi lascio. Vi lascio i miei apostoli, ed è come lasciassi i figli del mio amore affidati alle cure delle più amorose e fidate delle nutrici».

Un desiderio segreto miracolato.

7Gesù fa un gesto di addio e di benedizione e si avvia, fendendo la folla che non lo vuole lasciare partire; ed è allora che si ha l’ultimo miracolo, quello di una vecchierella semiparalizzata, condotta qui dal nipote e che agita festosa il braccio destro prima inerte e grida: «Egli mi ha sfiorata col suo manto, nel passare, e sono guarita! Neppure lo chiedevo, perché vecchia sono… Ma Egli ha avuto pietà anche del mio desiderio segreto. E col manto, un lembo di esso che mi ha sfiorato il braccio perduto, mi ha guarita! Oh! che grande Figlio ha avuto il santo Davide nostro! Gloria al suo Messia! Ma guardate! Ma guardate! Anche la gamba è spedita come il braccio… Oh! come a vent’anni sono!».

8Il convergere di molti verso la vecchietta, che strilla con tutto il suo fiato la sua felicità, fa sì che Gesù possa svignarsela senza essere più oltre impedito. E gli apostoli dietro. Quando sono in un luogo deserto, quasi al piano, fra una folta brughiera che va verso il lago, si fermano un momento. Gesù per dire: «Vi benedico! Tornate al vostro lavoro e fatelo finché Io verrò come ho detto».

 Fede, obbedienza e preghiera.

Atto di fede nella Sapienza Onnipresente. Insegnamento.

9Pietro, fino ad allora sempre zitto, prorompe: «Ma, Signor mio, che hai fatto? Perché dire che noi abbiamo tutto quanto abbisogna alle anime? E vero! Tu ci hai detto molto. Ma noi siamo zucconi, io almeno, e.… e di quello che mi hai dato me ne è rimasto poco, molto poco mi è rimasto. É come uno che, di un pasto, ha ancora nello stomaco il più greve. Il resto non c’è più».

10Gesù sorride apertamente: «E dove è allora il resto del cibo?».

«Ma… non so. So che, se io mangio piattini delicati, dopo un’ora non mi sento più niente nello stomaco. Mentre se mangio radici pesanti o lenticchie con l’olio, eh! ci vuole a mandarle giù!».

11«Ci vuole. Ma credi che radici e lenticchie, che sembra ti empiano di più, sono quelle che meno ti lasciano di sostanza: tutta scoria che passa con poco utile. Mentre i piattini che in un’ora non ti senti più, sono non nello stomaco dopo un’ora, ma nel tuo stesso sangue. Quando un cibo è digerito non è più nello stomaco, ma il suo succo è nel sangue e giova di più. Ora a te e ai tuoi compagni vi pare che di quanto vi ho detto più nulla o ben poco sia in voi. Forse vi ricordate bene le parti che più sono consone alla vostra particolare natura: i violenti le parti violente, i meditativi le parti meditative, gli amorosi le parti tutto amore. Senza forse è così. Ma credete: tutto è in voi. Anche se vi pare che sia dileguato. Lo avete assorbito. Il pensiero vi si dipanerà come un filo multicolore portandovi le tinte dolci o severe a seconda che ne avete bisogno. Non abbiate paura. Pensate pure che Io so e che mai vi manderei se vi sapessi incapaci di fare. Addio, Pietro. Su! Sorridi! Abbi fede! Un bell’atto di fede nella Sapienza onnipresente. Addio a tutti. Il Signore resta con voi». E rapido li lascia, ancora stupiti e agitati di quanto hanno udito dire di dover fare.

L’ubbidienza è amore.

12«Eppure bisogna ubbidire» dice Tommaso.

13«Eh!… già!… Oh! povero me! Quasi gli corro dietro…» mormora Pietro.

14«No. Non lo fare. L’ubbidienza è amore a Lui» dice Giacomo di Alfeo.

15«E cominciare mentre ancora Egli ci è presso, e può consigliarci se sbagliamo, è elementare e anche santa prudenza. Aiutarlo dobbiamo» consiglia lo Zelote.

16«É vero. Gesù è piuttosto affaticato. Bisogna sollevarlo un poco, come possiamo. Non basta portare le sacche, preparare i letti e il cibo. Questo chiunque lo può fare. Ma aiutarlo, come Egli vuole, nella sua missione» conferma Bartolomeo.

17«Tu dici bene perché sei dotto. Ma io… Quasi ignorante sono io…» geme Giacomo di Zebedeo.

18«O Dio! Ecco che arrivano quelli che erano lassù! Come facciamo?» esclama Andrea.

La preghiera salva sempre (Sap 9,1.9-12)[118].

19E Matteo: «Scusate se io, il più miserabile, consiglio. Ma non sarebbe meglio pregare il Signore, invece di stare qui a lamentarsi su ciò che coi lamenti non si ripara? Su, Giuda, tu che sai tanto bene la Scrittura, di’ per tutti la preghiera di Salomone per ottenere la Sapienza. Presto! Prima che ci raggiungano».

20E il Taddeo con la sua bella voce baritonale inizia: «Dio dei miei padri, Signore di misericordia che tutto hai creato…» ecc.… ecc.…, fino al punto: «… per la sapienza furono salvati tutti quelli che a Te, Signore, piacquero fin dal principio».

La prima manifestazione apostolica.

Come si fa a seguire il Messia con l’anima?

21Appena in tempo prima che la gente li raggiunga, li attorni, li assalga con mille domande sul dove è andato il Maestro, sul quando tornerà, e, più difficile ad essere accontentata, con la richiesta: «Ma come si fa a seguire il Maestro non con le gambe, ma con l’anima, per le vie della Via che Egli indica?».

22A questa domanda gli apostoli restano imbarazzati. Si guardano fra di loro e l’Iscariota risponde: «Col seguire la perfezione» quasi fosse una risposta che possa spiegare tutto!…

23Giacomo di Alfeo, più umile e più pacato, pensa e poi dice: «La perfezione a cui accenna il mio compagno si raggiunge ubbidendo alla Legge. Perché la Legge è giustizia e la giustizia è perfezione».

Per quale via si raggiunge il Messia?

24Ma la gente ancora non è contenta e chiede per bocca di uno che pare un capo: «Ma noi siamo piccoli come fanciulli nel Bene. I fanciulli non sanno ancora il significato del Bene e del Male, non distinguono. E noi, in questa Via che Egli indica, siamo così informi da essere incapaci di distinguere. Avevamo una via nota. Quella antica che ci è stata insegnata nelle scuole. Così difficile, lunga, paurosa! Ora, dalle sue parole, sentiamo che è come quell’acquedotto che vediamo di qui. Sotto c’è la via delle bestie e dell’uomo, sopra, sugli archi leggeri, alta nel sole e nell’azzurro, presso ai rami più alti che frusciano e cantano per il vento e gli uccelli, vi è un’altra via, liscia, pulita, luminosa quanto quella inferiore è scabra, sporca, oscura, una via, per l’acqua che è limpida e sonante, che è benedizione, per l’acqua che viene da Dio e che è accarezzata da ciò che è di Dio: raggi di sole e di stelle, fronde novelle, fiori, ali di rondine. Noi vorremmo salire a quella via più alta, e che è la sua, e non sappiamo, perché siamo confitti qui, in basso, sotto il peso di tutta la costruzione antica. Come facciamo?».

25Colui che ha parlato è un giovane sui venticinque anni, bruno, robusto, dallo sguardo intelligente e l’aspetto meno popolano della maggioranza dei presenti. Si appoggia ad un altro più maturo.

26L’Iscariota, che alto come è lo vede, sussurra ai compagni: «Presto, parlate bene. Vi è Erma con Stefano, Stefano, amato da Gamaliele!». Cosa che finisce di imbarazzare del tutto gli apostoli.

Risposta dello Zelote: la via ascetica.

27Infine lo Zelote risponde: «L’arco non sarebbe se non ci fosse la base nella via oscura. Questa è la matrice di quello, che da essa si lancia e sale nell’azzurro di cui tu sei voglioso. Le pietre confitte nel suolo, e che sorreggono il peso senza godere dei raggi e dei voli, non ignorano però che essi ci sono, perché talora una rondine cala con uno strido fino al fango e carezza la base dell’arco, e scende un raggio di sole o di stella a dire quanto è bello il firmamento. Così nei secoli passati è scesa, di tempo in tempo, una parola celeste di promessa, un raggio celeste di sapienza, per carezzare le pietre oppresse dal corruccio divino. Perché le pietre erano necessarie. Non sono, non furono e non saranno mai inutili. Su esse si è elevato lentamente il tempo e la perfezione del conoscere umano fino a raggiungere la libertà del tempo presente e la sapienza del conoscere sovrumano.

28Già leggo la tua obbiezione, ti è scritta in volto. È quella che tutti abbiamo avuto, prima di saper comprendere che questa è la Nuova Dottrina, la Buona Novella predicata a coloro che per un processo a ritroso non sono divenuti adulti con l’elevarsi delle pietre del sapere, ma si sono sempre più oscurati come muro che sprofonda in un abisso cieco.

29Noi, per uscire da questa malattia di oscuramento soprannaturale, dobbiamo liberare coraggiosamente la pietra fondamentale da tutte le pietre sovrapposte. Non abbiate tema di demolire quello che è un alto muro ma che non porta la linfa pura della sorgente eterna. Tornate alla base. Quella non va mutata. È da Dio. Ed immobile è. Ma prima di scartare le pietre, perché non tutte sono malvagie e inutili, provatele una ad una, al suono della parola di Dio. Se le sentite non discordi, ritenetele, riusatele per ricostruire. Ma se in esse sentite il suono discorde della voce umana o quello lacerante della voce satanica – e non vi potete sbagliare perché se è voce di Dio è suono d’amore, se è voce umana è suono di senso, se voce satanica è voce d’odio – allora frantumate le pietre malvagie. Dico: frantumate, perché è carità non lasciare indietro germi od oggetti di male che possano sedurre il viandante ed indurlo ad usarle per suo danno. Frantumate letteralmente ogni cosa non buona che fu vostra in opere, scritti, insegnamenti o atti. Meglio restare con poco, elevarsi appena di un cubito ma con buone pietre, che per dei metri ma con pietre malvagie. I raggi e le rondini scendono anche sulle muricce appena elevate dal suolo, e i fioretti umili della proda con facilità giungono ad accarezzare le pietre basse. Mentre le superbe pietre che vogliono elevarsi inutili e scabre non hanno che schiaffi di rovi e abbracci di tossici. Demolite per ricostruire e per salire provando la bontà delle vostre antiche pietre alla voce di Dio».

30«Bene parli, uomo. Ma salire! Come? Ti abbiamo detto che meno di pargoli siamo. Chi ci fa salire sull’erta colonna? Proveremo le pietre al suono di Dio, frantumeremo le meno buone. Ma come salire? È vertigine solo a pensarlo!» dice Stefano.

Risposta di Giovanni: la via mistica.

31Giovanni, che ha ascoltato a capo chino sorridendo a sé stesso, alza un volto luminoso e prende la parola. «Fratelli! Vertigine è pensare di salire. È vero. Ma chi vi dice che è necessario attaccare l’altezza direttamente? Questo non i pargoli, ma neppure gli adulti lo possono fare. Solo gli angeli possono lanciarsi negli azzurri, perché hanno libertà da ogni peso di materia. E negli uomini solo gli eroi della santità lo possono fare. Abbiamo un vivente che tuttora, in questo mondo avvilito, sa essere eroe di santità come gli antichi di cui si infiora Israele, quando i Patriarchi erano amici di Dio e la parola del Codice eterno era la sola, ma la ubbidita da ogni retta creatura. Giovanni, il Precursore, insegna come si attacca l’altezza direttamente. È un uomo, Giovanni. Ma la Grazia che il Fuoco di Dio gli ha comunicata, mondandolo dal ventre della madre, così come fu mondato dal serafino il labbro del Profeta, perché potesse precedere il Messia senza lasciare fetore di colpa d’origine sulla via regale del Cristo, ha dato a Giovanni ali di angelo e la penitenza le ha fatte crescere, abolendo insieme quel peso di umanità che la sua natura di nato di donna aveva conservato. Onde Giovanni, dal suo speco dove predica penitenza, e dal suo corpo dove arde lo spirito sposato alla Grazia, lancia, può lanciare sé stesso al sommo dell’arco oltre il quale è Dio, l’altissimo Signore Iddio nostro, e può, dominando i secoli passati, il giorno presente, il tempo futuro, annunciare, con voce di profeta, con occhio d’aquila che può fissare il Sole eterno e riconoscerlo: “Ecco l’Agnello di Dio. Colui che leva i peccati del mondo”, e morire dopo questo suo canto sublime, che sarà usato non solo nel tempo limitato ma nel tempo senza fine, nella Gerusalemme per sempre eterna e beata, per acclamare la Seconda Persona, per invocarla sulle miserie umane, per osannarla nei fulgori eterni.

32Ma l’Agnello di Dio, il dolcissimo Agnello che ha lasciato la sua luminosa dimora dei Cieli nei quali è Fuoco di Dio in abbraccio di fuoco – oh! eterna generazione del Padre che concepisce col Pensiero illimitato e santissimo il suo Verbo, e se lo assorbe producendo una fusione d’amore che crea lo Spirito di Amore in cui si accentra la Potenza e la Sapienza! – ma l’Agnello di Dio che ha lasciato la sua purissima, incorporea forma, per chiudere la sua purezza infinita, la sua santità, la sua natura divina in carne mortale, sa che noi non siamo i mondati dalla Grazia, ancora non lo siamo, e sa che non potremmo, come l’aquila che è Giovanni, lanciarci nelle altezze, sul culmine dove è Dio Uno e Trino.

La via dei piccoli è la via dell’amore.

33Noi siamo i piccoli passeri del tetto e della via, siamo le rondini che toccano l’azzurro ma si cibano di insetti, siamo le calandre che vogliono cantare per imitare gli angeli ma rispetto al cui canto il nostro è fremito discorde di cicala estiva. Questo, il dolce Agnello di Dio, venuto per levare i peccati del mondo, lo sa. Perché, se non è più lo Spirito infinito dei Cieli, avendo costretto Sé stesso in carne mortale, la sua infinità non è menomata per questo, e tutto sa essendo sempre infinita la sua sapienza.

34Ed ecco allora che ci insegna la sua via. La via dell’amore. Egli è l’Amore che per misericordia di noi si fa carne. Ecco allora che questo Amore misericordioso ci crea la via che anche i piccoli possono salire. Ed Egli, non per bisogno proprio, ma per insegnarcela, la percorre per primo. Egli neppure avrebbe bisogno di aprire le ali per rifondersi col Padre. Il suo spirito, io ve lo giuro, è chiuso qui, sulla misera terra, ma è sempre col Padre, perché tutto può Dio, e Dio Egli è. Ma va avanti, lasciando dietro di Sé gli aromi della sua santità, l’oro e il fuoco del suo amore. Osservate la sua via. Oh! ben giunge all’arco sommo! Ma come è placida e sicura! Non è una retta: è una spirale. Più lunga, e il suo sacrificio di amore misericordioso si svela in questa lunghezza su cui Egli trattiene Sé stesso per amore di noi deboli. Più lunga, ma più adatta alla nostra miseria. La salita all’Amore, a Dio, è semplice come è semplice l’Amore. Ma è profonda perché Dio è un abisso che direi irraggiungibile se Egli non si abbassasse per farsi raggiungere, per sentirsi baciare dalle anime di Lui innamorate (Giovanni parla e piange sorridendo con la bocca, nell’estasi del suo svelare Dio). È lunga la semplice via dell’Amore, perché l’Abisso che è Dio non ha fondo, e tanto uno potrebbe salire quanto volesse. Ma l’Abisso mirabile chiama il nostro abisso miserabile. Chiama con le sue luci e dice: “Venite a Me! “.

Invito di Dio! Invito di Padre!

35Oh! Invito di Dio! Invito di Padre! Udite! Udite! Dai Cieli lasciati aperti, perché il Cristo ne ha spalancato le porte – mettendo a tenerle tali gli angeli della Misericordia e del Perdono, perché in attesa della Grazia sugli uomini ne fluissero almeno luci, profumi, canti e sereni, atti a sedurre santamente i cuori umani – vengono incontro a noi parole soavissime. È la voce di Dio che parla. E la voce dice: “La vostra puerizia? Ma è la vostra moneta migliore! Vorrei che tutt’affatto piccoli diveniste per avere in voi l’umiltà, la sincerità e l’amore dei pargoli, il confidente amore dei pargoli verso il padre. La vostra incapacità? Ma è la mia gloria! Oh! venite. Neppure vi chiedo che voi da voi stessi proviate il suono delle pietre buone e cattive. Ma datele a Me! Io le sceglierò e voi vi ricostruirete. La scalata alla perfezione? Oh! no, piccoli figli miei. Qui la mano nella mano del Figlio mio, fratello vostro, ora e così, al suo fianco ascendete… Ascendere! Venire a Te, eterno Amore! Prendere la tua somiglianza, ossia l’Amore!

36Amare! Ecco il segreto!… Amare! Darsi… Amare! Abolirsi… Amare! Fondersi… La carne? Un nulla. Il dolore? Un nulla. Il tempo? Un nulla. Il peccato stesso diviene nulla se io lo sciolgo nel tuo fuoco, o Dio! L’Amore solo è. L’Amore! L’Amore, che ci ha dato l’incarnato Iddio, ci darà ogni perdono. E amare è atto che nessuno sa meglio dei pargoli fare. E nessuno è amato più di un pargolo.

Vocazione di Stefano.   

37O tu che non conosco, ma che vuoi conoscere il Bene per distinguerlo dal Male, per avere l’azzurro, il sole celeste, tutto quanto è letizia soprannaturale, ama e l’avrai. Ama Cristo. Morirai nella vita, ma risusciterai nello spirito. Con uno spirito nuovo, senza più avere bisogno di usare le pietre, sarai per l’eternità un fuoco che non muore. La fiamma sale. Non abbisogna di scalini né di ali per salire. Libera il tuo io da ogni costruzione, poni in te l’Amore. Fiammeggerai. Lascia che ciò avvenga senza restrizioni. Aizza anzi la fiamma gettandovi ad alimentarla tutto il tuo passato di passioni, di sapere. Si distruggerà nella fiamma il men buono, e ciò che già è metallo nobile si farà puro. Gettati, o fratello, nell’amore attivo e gaudente della Trinità. Comprenderai ciò che ora ti pare incomprensibile, perché comprenderai Dio, il Comprensibile solo da quelli che si danno senza misura al suo fuoco sacrificatore. Ti fisserai in ultimo in Dio in un abbraccio di fiamma, pregando per me, il pargolo di Cristo, che ha osato parlarti dell’Amore».

38Sono tutti di stucco: apostoli, discepoli, fedeli… L’interpellato è pallido, mentre Giovanni è di porpora non tanto per la fatica quanto per l’amore.

39Infine Stefano ha un grido: «Te benedetto! Ma dimmi, chi sei? E Giovanni – ed ha un atto che mi ricorda molto la Vergine nell’atto dell’Annunciazione – dice piano, curvandosi come adorando Colui che nomina: «Sono Giovanni. Tu vedi in me il minimo fra i servi del Signore.»

40«Ma chi il tuo maestro prima d’ora?».

«Alcuno che Dio non sia, poiché ho avuto il latte spirituale da Giovanni il presantificato di Dio, mangio il pane di Cristo Verbo di Dio, e bevo il fuoco di Dio che mi viene dai Cieli. Sia gloria al Signore!».

41«Ah! ma io non vi lascio più! Né te né costui, nessuno lascio. Prendetemi!».

42«Quando… Oh! ma qui è Pietro, il capo fra noi» e Giovanni prende lo sbalordito Pietro e lo proclama così «il primo».

43E Pietro ritrova sé stesso: «Figlio, a grande missione occorre severa riflessione. Questo è l’angelo di noi e accende. Ma occorre sapere se la fiamma in noi potrà durare. Misura te stesso. E poi vieni al Signore. Noi ti apriremo il cuore come a fratello carissimo. Per intanto, se vuoi conoscere meglio la nostra vita, resta. Le greggi del Cristo possono crescere a dismisura per essere scelti, fra i perfetti e gli imperfetti, i veri agnelli dai falsi montoni.

44E con questo ha fine la prima manifestazione apostolica.

 


DEFEZIONE DI GIUDA ISCARIOTA E L’ELEZIONE DI MATTIA

27. Disperazione e suicidio di Giuda Iscariota.  Avrebbe ancora potuto salvarsi se si fosse pentito[119].

Disperazione e suicidio.

Ora della desolata.

1Ecco la mia penosissima visione di queste prime ore del Venerdì di Passione, presentatamisi mentre facevo l’Ora di Maria Desolata, perché avevo pensato che passare la notte, che precede la Professione, in compagnia della Vergine dei Sette Dolori fosse la più bella preparazione alla Professione.

Una belva furente[120].

2Vedo Giuda. È solo. Vestito di giallo chiaro e con un cordone rosso alla vita. Il mio interno ammonitore mi avverte che da poco è stato catturato Gesù e che Giuda, fuggito subito dopo la cattura, è ora in preda ad un contrasto di pensieri. Infatti l’Iscariota pare una belva furente e braccata da una muta di mastini. Ogni sospiro di vento fra le fronde, il frusciare che fa un qualche che per le vie, il gemito di una fontanella, lo fanno sussultare e volgersi con sospetto e terrore, come si sentisse raggiunto da un giustiziere. Gira il capo tenendolo basso, a collo torto, gira gli occhi come chi vuol vedere e ha paura di vedere e, se un giuoco di luna crea un’ombra dalla parvenza umana, egli sbarra gli occhi, fa un salto indietro, diventa anche più livido di quanto non sia, si arresta un istante e poi fugge a precipizio, tornando sui suoi passi, scantonando per altre viuzze, sinché un altro rumore, un altro giuoco di luce, lo fa arretrare e fuggire in altra direzione.

3Nel suo andare pazzo va così verso l’interno della città. Ma un clamore di popolo l’avverte che è presso alla casa di Caifa, e allora, portandosi le mani al capo e curvandosi come se quei gridi fossero altrettante pietre che lo lapidino, fugge, fugge. E nel fuggire prende una stradetta che lo porta diritto verso la casa dove fu consumata la Cena. Se ne accorge, quando è davanti ad essa, per una fontanella che geme a quel punto della via. Il piangere dell’acqua, che goccia e cade nel piccolo bacino di pietra, e un fischio debole di vento, che insinuandosi per la via stretta fa come un represso lamento, gli devono sembrare il pianto del Tradito e il lamento del Suppliziato. Si tappa gli orecchi per non udire e scappa ad occhi chiusi per non vedere quella porta, da cui poche ore avanti è passato col Maestro e dalla quale egli è uscito per andare a prendere gli armati per catturarlo.

La belva morsa da “Belzebù”[121].

4Nel correre, così alla cieca, va a urtare contro un cane randagio, il primo cane che vedo da quando ho le visioni, un grosso cane grigio e irsuto, che con un ringhio si scansa, pronto a slanciarsi contro il suo disturbatore. Giuda apre gli occhi e incontra le due pupille fosforescenti che lo fissano e vede il biancore delle zanne scoperte che pare abbiano un riso diabolico. Dà un urlo di terrore. Il cane, che forse lo crede un urlo di minaccia, si avventa, e i due rotolano nella polvere: Giuda sotto, paralizzato dalla paura, il cane sopra. Quando la bestia lascia la preda, giudicata forse indegna di una lotta, Giuda sanguina per due o tre morsi e il suo mantello presenta dei vasti strappi.

5Un morso lo ha proprio addentato alla guancia, nel preciso posto dove egli ha baciato Gesù. La guancia sanguina, e sangue brutta la veste giallognola di Giuda al collo. Gli fa come un collare di sangue, imbibendo di sé il cordone rosso che stringe al collo la veste, facendolo più rosso ancora. Giuda, portandosi la mano alla guancia e guardando il cane che si allontana, ma lo guata dall’insenatura di una porta, mormora: «Belzebù!», e con un nuovo urlo fugge inseguito dal cane per qualche tempo. Fugge sino al ponticello che è prossimo al Getsemani. Qui, sia perché stanco di inseguirlo, sia perché fosse idrofobo e l’acqua lo allontani, il cane lascia la preda e torna indietro ringhiando. Giuda, che si era gettato nel torrente per prendere pietre da scagliare al cane, quando lo vede allontanare si guarda intorno, si vede con l’acqua sino a metà polpaccio. Senza curarsi della veste, che sempre più si bagna, si curva sull’acqua e beve come fosse preso da arsione di febbre, e si lava la guancia che sanguina e deve dolere.

La belva presa da sadismo satanico.

6Al lume di un primo svegliarsi di alba risale il greto. Dall’altra parte, come avesse ancora paura del cane e non osasse tornare verso la città. Fa qualche metro e si trova nell’ingresso dell’orto degli Ulivi. Grida: «No! No!», riconoscendo il posto. Ma poi, non so per quale forza irresistibile o per quale sadismo satanico e criminale, avanza in quel luogo. Cerca il posto dove è avvenuta la cattura. La terra del sentiero scompigliata da molte pedate, l’erba calpestata in un dato punto e del sangue per terra, forse quello di Malco, lo avvisano che lì egli ha indicato ai carnefici l’Innocente.

7Guarda, guarda… e poi ha un urlo roco e fa un balzo indietro. Grida: «Quel sangue, quel sangue! …», e lo indica… a chi? col braccio teso e l’indice puntato. Nella luce che aumenta il suo volto è terreo e spettrale. Pare un pazzo. Ha gli occhi sbarrati e lucidi come per delirio, i capelli scompigliati dalla corsa e dal terrore sembrano stare irti sul capo, la guancia che va enfiando gli torce la bocca in un ghigno. La veste strappata, insanguinata, bagnata, motosa, perché la polvere si è appiccicata al bagnato ed è divenuta fango, lo fa simile ad un accattone. Il manto, pure lacero e motoso, gli pende giù da una spalla come uno straccio, e in questo egli si impiglia quando, continuando a gridare: «Quel sangue, quel sangue!», arretra come se quel sangue divenisse un mare che monta e sommerge.

8Giuda cade riverso e si ferisce al capo, dietro al capo, contro una pietra. Ha un gemito di dolore e di paura. «Chi è?», grida. Deve aver pensato che qualcuno l’abbia fatto cadere per colpirlo. Si volge con terrore. Nessuno! Si alza. Ora il sangue goccia anche sulla nuca. Il cerchio rosso si allarga sulla veste. Non cade in terra, perché è poco. La veste lo beve. Ora il capestro rosso pare già al collo.

9Cammina. Ritrova le tracce del fuocherello acceso da Pietro ai piedi di un ulivo. Ma egli non sa che è opera di Pietro e deve credere che lì fu Gesù. Grida: «Via! Via!», e con ambe le mani, tese avanti a sé, pare respingere un fantasma che lo tormenta. Scappa. E va a finire proprio contro il masso dell’Agonia.

Ardimento della belva indemoniata[122].

10Ormai l’alba è netta e permette vedere bene e subito. Giuda vede il mantello di Gesù rimasto piegato sul masso. Lo conosce. Vuole toccarlo. Ha paura. Stende e ritira la mano. Vuole. Disvuole. Ma quel manto lo affascina. Geme: «No. No». Poi dice: «Sì, per Satana! Sì. Voglio toccarlo. Non ho paura! Non ho paura!». Dice che non ha paura, ma batte i denti dal terrore, e il rumore che fa sul suo capo un ramo d’ulivo, mosso dal vento e urtante contro un tronco vicino, lo fa urlare di nuovo. Pure si sforza e afferra il mantello. E ride. Un riso da pazzo, da demonio. Un riso isterico, spezzato, lugubre, che non finisce mai, perché ha vinto la sua paura.

11E lo dice: «Non mi fai paura, Cristo. Più paura. Avevo tanta paura di Te perché ti credevo un Dio e un forte. Ora non mi fai più paura perché non sei Dio. Sei un povero pazzo, un debole. Non ti sei saputo difendere. Non mi hai incenerito come non hai letto nel mio cuore il tradimento. Le mie paure!… Che stolto! Quando parlavi, anche ieri sera, io credevo Tu sapessi. Nulla sapevi. Era la mia paura che dava tono di profezia alle tue comuni parole. Sei un nulla. Ti sei lasciato vendere, indicare, prendere come un sorcio nella tana. Il tuo potere! La tua origine! Ah! Ah! Ah! Buffone! Il forte è Satana! Più forte di Te. Ti ha vinto! Ah! Ah! Ah! Il Profeta! Il Messia! Il Re d’Israele! E mi hai tenuto soggetto per tre anni! Con la paura sempre nel cuore! E dovevo mentire per ingannarti con finezza quando volevo godere la vita! Ma anche avessi rubato e fornicato senza tutta l’astuzia che usavo, Tu non mi avresti fatto nulla. Imbelle! Pazzo! Vigliacco! Toh! Toh! Toh! Ho avuto torto a non fare a Te quel che faccio al tuo manto per vendicarmi del tempo in cui mi hai tenuto schiavo della paura. Paura di un coniglio!… Toh! Toh! Toh!».

Il Caino del Messia.

12Ad ogni «toh!» Giuda morde e cerca strappare la stoffa del manto. Lo spiegazza fra le mani. Ma nel farlo lo apre e appaiono le macchie che lo bagnano. Giuda si ferma nella sua furia. Fissa quelle macchie. Le tocca. Le fiuta. Sono sangue… Spiega tutto il mantello. È ben visibile l’impronta lasciata dalle due mani sanguinose quando si premevano la stoffa sul viso.

13«Ah!… Sangue! Sangue! Il suo… No!». Giuda lascia cadere il mantello e guarda intorno. Anche contro il masso, là dove Gesù si è appoggiato con la schiena quando l’Angelo lo confortava, vi è uno scuro di sangue che secca. «Là!… Là!… Sangue! Sangue! … ». Abbassa gli occhi per non vedere, e vede l’erba tutta rossa del sangue gocciato su essa. Questo, per la rugiada che lo ha tenuto sciolto, pare appena gocciato. È rosso e brilla al primo sole. «No! No! No! Non voglio vedere! Non posso vedere quel sangue! Aiuto!», e porta le mani alla gola e annaspa come se stesse affogando in un mare di sangue. «Indietro! Indietro! Lasciami! Lasciami! Maledetto! Ma questo sangue è un mare! Copre la Terra! La Terra! La Terra! E sulla Terra non c’è posto per me, perché io non posso vedere quel sangue che la copre. Sono il Caino dell’Innocente!». L’idea del suicidio credo sia venuta in questo momento in quel cuore.

Il volto di Giuda fa paura.

Rimorso senza pentimento.

14Si butta dal balzo e fugge per l’uliveto senza tornare per la via già fatta. Pare un inseguito dalle fiere. Torna in città. Si avvolge nel mantello come può e cerca coprirsi la ferita e il volto per quanto può.

15Si dirige al Tempio. Ma, mentre va a quella volta, ad un incrocio di via si trova di fronte alle canaglie che trascinano Gesù da Pilato. Non può ritirarsi, perché altra folla lo preme alle spalle, accorrendo a vedere. E, alto come è, domina per forza e vede. E incontra lo sguardo di Cristo… I due sguardi si allacciano un momento. Poi Cristo passa, legato, percosso. E Giuda cade riverso come svenuto. La folla lo calpesta senza pietà, né egli reagisce. Deve preferire essere calpestato da tutto un mondo anziché incontrare quello sguardo.

Pentimento senza umiltà (Mt 27,3-4) [123].

16Quando la canea deicida è passata col Martire e la via è vuota, si rialza e corre al Tempio. Urta e quasi rovescia una guardia messa alla porta del recinto. Altre guardie accorrono per interdire al forsennato di entrare. Ma egli, come un toro furente, sgomina tutti. Uno, che gli si aggrappa per impedirgli di penetrare nell’aula del Sinedrio, dove sono ancora tutti raccolti a discutere, viene afferrato per la gola, strozzato e gettato, se non morto certo moribondo, giù dai tre scalini.

17«Il vostro denaro, maledetti, non lo voglio», egli urla, ritto in mezzo all’aula, al posto dove prima era Gesù. Pare un demone sbucato dall’inferno. Insanguinato, spettinato, acceso dal delirio, con la bava alla bocca, le mani ad artiglio, egli urla e pare che abbai tanto la sua voce è stridula, roca, ululante. «Il vostro denaro, maledetti, non lo voglio. Mi avete perduto. Mi avete fatto commettere il più grande peccato. Come voi, come voi sono maledetto! Ho tradito il Sangue innocente. Ricada su voi quel Sangue e la mia morte. Su voi… No! Ah!». Giuda vede il pavimento bagnato di sangue. «Anche qui, anche qui è sangue? Da per tutto! Da per tutto è il suo Sangue! Ma quanto Sangue ha l’Agnello di Dio per coprirne così la Terra e non morirne? Ed io l’ho sparso! Per istigazione vostra. Maledetti! Maledetti! Maledetti in eterno! Maledizione a queste mura! Maledizione a questo Tempio profanato! Maledizione al Pontefice deicida! Maledizione ai sacerdoti indegni, ai dottori falsi, ai farisei ipocriti, ai giudei crudeli, agli scribi subdoli! Maledizione a me!

Restituzione senza carità (Mt 27,6-10) [124].

18A me maledizione! A me! Tenete il vostro denaro e vi strozzi l’anima nella gola come a me il capestro», e getta la borsa in faccia a Caifa e va con un urlo, mentre le monete suonano spargendosi al suolo dopo aver colpito a sangue la bocca di Caifa.

Nessuno osa trattenerlo.

Conversione senza speranza[125].

19Esce. Corre per le vie. E fatalmente torna ad incrociare altre due volte Gesù, che va e viene da Erode.

20Abbandona il centro della città, prendendo a casaccio per le viette più misere, e va a finire da capo contro la casa del Cenacolo. È tutta chiusa. Come abbandonata. Si ferma. La guarda. «La Madre!», mormora. «La Madre! … ». Resta in sospeso… «Ho anche io una madre! E ho ucciso un figlio a una madre! Pure… Voglio entrare… Rivedere quella stanza. Là non c’è sangue…».

21Dà un picchio alla porta. Un altro… Un altro… La padrona di casa viene ad aprire e socchiude l’uscio. Una fessura… E vedendo quell’uomo stravolto, irriconoscibile, getta un urlo e tenta rinchiudere l’uscio. Ma Giuda con una spallata lo spalanca e, travolgendo la donna esterrefatta, passa oltre.

22Corre verso la porticina che mette nel Cenacolo. L’apre. Entra. Un bel sole entra dalle finestre spalancate. Giuda tira un respiro di sollievo. Si inoltra. Qui tutto è calmo e silenzioso. Le stoviglie sono ancora come furono lasciate. Si capisce che per ora nessuno se ne è occupato. Si potrebbe credere che si sia per mettersi a tavola.

23Giuda va verso la tavola. Guarda se vi è vino nelle anfore. Ce ne è. Beve avidamente dall’anfora stessa, che solleva a due mani. Poi si lascia cadere seduto e appoggia il capo sulle braccia conserte sulla tavola. Non si accorge che sì è seduto proprio al posto di Gesù e che ha di fronte il calice usato per l’Eucarestia. Sta fermo qualche tempo. Finché l’ansito del gran correre si placa. Poi alza il capo. E vede il calice. E riconosce dove si è seduto.

24Si alza come spiritato. Ma il calice lo affascina. Un poco di vino rosso è ancora nel fondo e il sole, percuotendo il metallo (pare argento), accende quel liquido. «Sangue! Sangue! Sangue anche qui! Il suo Sangue! Il suo Sangue!… “Fate questo in memoria di Me!… Prendete e bevete. Questo è il mio Sangue… Il Sangue del nuovo testamento che sarà sparso per voi… “. Ah! maledetto me! Per me non può più esser sparso per remissione del mio peccato. Non chiedo perdono perché Egli non mi può perdonare. Via, via! Non c’è più un posto dove il Caino di Dio possa conoscere quiete. A morte! A morte! … ».

Misericordia e perdono rifiutati.

25Esce. Si trova di fronte Maria, ritta sulla porta della stanza dove Gesù l’ha lasciata. Ella, udendo un rumore, si è affacciata sperando forse vedere Giovanni, che manca da tante ore. È pallida come un svenata. Ha degli occhi che il dolore fa ancor più simili a quelli del Figlio. Giuda incontra quello sguardo che lo guarda con la stessa accorata e cosciente cognizione con cui Gesù lo ha guardato per via, e con un «Oh!» spaurito si addossa al muro.

26«Giuda!», dice Maria. «Giuda, che sei venuto a fare?». Le stesse parole di Gesù. E dette con amore doloroso. Giuda le ricorda e urla.

27«Giuda», ripete Maria, «che hai tu fatto? A tanto amore hai risposto tradendo?». La voce di Maria è carezza che trema.

28Giuda fa per scappare. Maria lo chiama con una voce che avrebbe dovuto convertire un demonio: «Giuda! Giuda! Fermati! Fermati! Ascolta! Io te Io dico in suo Nome: pentiti, Giuda. Egli perdona…». Giuda è fuggito.

29La voce di Maria, il suo aspetto è stato il colpo di grazia, ossia di disgrazia perché egli le resiste.

30Va a precipizio. Incontra Giovanni che corre verso la casa a prendere Maria. La sentenza è pronunciata. Gesù sta per andare al Calvario. È ora che la Madre sia condotta dal Figlio.

31Giovanni riconosce Giuda per quanto ben poco resti del bel Giuda di poco tempo prima. «Tu qui?», gli dice Giovanni con palese ribrezzo. «Tu qui? Maledizione a te, uccisore del Figlio di Dio! Il Maestro è condannato. Giubila, se puoi. Ma sgombra la via. Vado a prendere la Madre. Che Ella, l’altra tua Vittima, non ti incontri, rettile».

Disperazione (Mt 27,5)[126].

32Giuda fugge. Si è avvolto il capo nei brandelli del manto, lasciando unicamente uno spiraglio per gli occhi. La gente, la poca gente che non è verso il Pretorio, lo scansa come vedesse un pazzo. E tale sembra.

33Vaga per la campagna. Il vento porta ogni tanto un’eco del clamore che proviene dalla turba che segue imprecando Gesù. Ogni volta che tale eco giunge a Giuda, egli urla come uno sciacallo.

34Io credo che sia realmente impazzito, perché batte la testa ritmicamente contro i muretti di pietra. Oppure è divenuto idrofobo perché, quando vede un liquido purché sia -acqua, latte portato in un recipiente da un bambino, olio che geme da un otre- urla, urla e grida: «Sangue! Sangue! Il suo Sangue!». Vorrebbe bere ai ruscelli e alle fonti. Non può, perché l’acqua gli pare sangue, e lo dice: «È sangue! È sangue! Mi affoga! Mi brucia! Ho il fuoco! Il suo Sangue, che ieri mi ha dato, è divenuto fuoco in me! Maledizione a me e a Te!».

35Sale e scende per i colli che circondano Gerusalemme. E l’occhio, irresistibilmente, gli va al Golgota. E due volte vede da lungi il corteo snodarsi nella salita. Guarda e urla.

36Eccolo alla cima. Anche Giuda è in cima di un piccolo colle coperto d’ulivi. Vi è penetrato aprendo una chiudenda rustica come ne fosse padrone o per lo meno molto pratico. Già ho l’impressione che Giuda non avesse molti riguardi per l’altrui proprietà. Ritto sotto un ulivo al limite di un balzo, guarda verso il Golgota. Vede drizzare le croci e comprende che Gesù è crocifisso. Non può vedere né udire. Ma il delirio o un malefizio di Satana gli fan vedere e udire come fosse sulla cima del Calvario.

37Guarda, guarda come allucinato. Si dibatte: «No! No! Non mi guardare! Non mi parlare! Non lo sopporto. Muori, muori, maledetto! Ti chiuda la morte quegli occhi che mi fan paura, quella bocca che mi maledice. Ma anche io ti maledico. Perché non mi hai salvato».

38Il volto è talmente stralunato che non si può più guardare. Due fili di bava scendono dalla bocca urlante. La guancia morsa è livida e enfiata, e il viso ne appare storto. I capelli appiccicati, la barba, molto scura, cresciuta sulle guance in quelle ore, mette un bavaglio lugubre sulle gote e sul mento. Gli occhi poi!… Roteano, si torcono, sono fosforescenti. Da vero demonio.

Suicidio (Mt 27,5)[127].

39Strappa dalla sua cintura il cordone di grossa lana rossa che lo cinge con tre giri. Ne prova la solidità avvinghiandolo intorno ad un ulivo e tirando con tutta la sua forza. Resiste. È forte. Sceglie un ulivo atto alla bisogna. Ecco. Questo, proteso oltre la balza con la sua chioma spettinata, va bene. Monta sull’albero. Assicura solidamente un cappio al ramo più robusto e sporgente nel vuoto. Ha già fatto il nodo scorsoio. Guarda un’ultima volta al Golgota. Poi infila la testa nel nodo scorsoio. Ora pare avere due collane rosse alla radice del collo. Si siede sulla balza. Poi di colpo si lascia scivolare nel vuoto.

40Il nodo lo stringe. Si dibatte qualche minuto. Strabuzza gli occhi, diviene nero d’asfissia, apre la bocca, le vene del collo si gonfiano e si fanno nere. Tira quattro o cinque calci per aria, nelle ultime convulsioni. Poi la bocca si apre e ne pende la lingua scura e bavosa, e i globi oculari restano scoperti, sporgenti, mostranti il bulbo bianchiccio iniettato di sangue. L’iride scompare in alto. È morto.

Sepolto nella maledizione infernale[128].

41Il forte vento, che si è alzato per l’imminente bufera, ciondola il macabro pendolo e lo fa roteare come un orrido ragno appeso al filo della ragnatela[129].

“Pentiti, Giuda. Egli perdona…”[130].

L’impenitente!

Dice Gesù:

42«Orrenda, ma non inutile. Troppi credono che Giuda abbia commesso cosa da poco. Alcuni giungono anzi a dire che egli è un benemerito perché senza di lui la Redenzione non sarebbe venuta e che, perciò, egli è giustificato al cospetto di Dio.

43In verità vi dico che, se l’Inferno non fosse già esistito, ed esistito perfetto nei suoi tormenti, sarebbe stato creato per Giuda ancor più orrendo e eterno, perché di tutti i peccatori e i dannati egli è il più dannato e peccatore[131], né per lui in eterno vi sarà ammolcimento di condanna. Il rimorso l’avrebbe anche potuto salvare, se egli avesse fatto del rimorso un pentimento. Ma egli non volle pentirsi e, al primo delitto di tradimento, ancora compatibile per la grande misericordia che è la mia amorosa debolezza, ha unito bestemmie, resistenze alle voci della Grazia che ancora gli volevano parlare attraverso i ricordi, attraverso i terrori, attraverso il mio Sangue e il mio mantello, attraverso il mio sguardo, attraverso le tracce dell’istituita Eucarestia, attraverso le parole di mia Madre.

Il potere della volontà.

444Ha resistito a tutto. Ha voluto resistere. Come aveva voluto tradire. Come volle maledire. Come si volle suicidare. 15È la volontà quella che conta nelle cose. Sia nel bene che nel male.

45Quando uno cade senza volontà di cadere, Io perdono[132]. Vedi Pietro. Ha negato. Perché? Non lo sapeva esattamente neppure lui. Vile Pietro? No. Il mio Pietro non era vile. Contro la coorte e le guardie del Tempio aveva osato ferire Malco per difendermi e rischiare d’essere ucciso per questo. Era poi fuggito. Senza averne volontà di farlo. Aveva poi negato. Senza averne volontà di farlo. Ha saputo poi ben restare e procedere sulla sanguinosa via della Croce, sulla mia Via, fino a giungere alla morte di croce. Ha saputo poi molto bene testimoniare di Me, sino ad esser ucciso per la sua fede intrepida. Io lo difendo il mio Pietro. Il suo è stato l’ultimo smarrimento della sua umanità. Ma la volontà spirituale non era presente in quel momento. Ottusa dal peso dell’umanità, dormiva. Quando si destò, non volle restare nel peccato e volle esser perfetta. Io l’ho perdonato subito.

Il potere della coscienza.

46Giuda non volle. Tu dici che pareva pazzo e idrofobo. Lo era di rabbia satanica.

47Il suo terrore nel vedere il cane, bestia rara, in Gerusalemme in specie, venne dal fatto che si attribuiva a Satana, da tempi immemorabili, quella forma per apparire ai mortali[133]. Nei libri di magia è detto tuttora che una delle forme preferite da Satana per apparire è quella di un cane misterioso o di un gatto o di un capro. Giuda, già preda del terrore nato dal suo delitto, convinto d’esser di Satana per il suo delitto, vide Satana in quella bestia randagia.

48Chi è colpevole, in tutto vede ombre di paura. È la coscienza che le crea. Satana poi aizza queste ombre, che potrebbero ancora dare pentimento ad un cuore, e ne fa larve orrende che portano alla disperazione. E la disperazione porta all’ultimo delitto: al suicidio.

49A che pro gettare il prezzo del tradimento quando questo spogliamento è solo frutto dell’ira e non è corroborato da una retta volontà di pentimento? Allora spogliarsi dai frutti del male diviene meritorio. Ma così come egli fece, no. Inutile sacrificio.

Il potere di Maria.

50Mia Madre, ed era la Grazia che parlava e la mia Tesoriera che largiva perdono in mio Nome, glielo disse: “Pentiti, Giuda. Egli perdona… “.

51Oh! se lo avrei perdonato! Se si fosse gettato ai piedi della Madre dicendo: “Pietà!”, Ella, la Pietosa, lo avrebbe raccolto come un ferito e sulle sue ferite sataniche, per le quali il Nemico gli aveva inoculato il Delitto, avrebbe sparso il suo pianto che salva e me lo avrebbe portato, ai piedi della Croce, tenendolo per mano perché Satana non lo potesse ghermire e i discepoli colpirlo, portato perché il mio Sangue cadesse per primo su lui, il più grande dei peccatori. E sarebbe stata, Ella, Sacerdotessa[134] mirabile sul suo altare, fra la Purezza e la Colpa, perché è Madre dei vergini e dei santi, ma anche Madre dei peccatori.

L’impenitenza.

52Ma egli non volle. 18Meditate il potere della volontà di cui siete arbitri assoluti. Per essa potete avere il Cielo o l’Inferno[135]. Meditate cosa vuol dire persistere nella colpa.

53Il Crocifisso, Colui che sta con le braccia aperte e confitte per dirvi che vi ama, e che non vuole, non può colpirvi perché vi ama, e preferisce negarsi di potervi abbracciare, unico dolore del suo esser confitto, anziché aver libertà di punirvi, il Crocifisso, oggetto di divina speranza per coloro che si pentono e che vogliono lasciare la colpa, diviene per gli impenitenti oggetto di un tale orrore che li fa bestemmiare e usare violenza verso sé stessi. Uccisori del loro spirito e del loro corpo per la loro persistenza nella colpa. E l’aspetto del Mite, che si è lasciato immolare nella speranza di salvarli, assume l’apparenza di uno spettro di orrore.

 

Condivisione della sofferenza.

54Maria, ti sei lamentata di questa visione. Ma è il Venerdì di Passione, figlia. Devi soffrire. Alle sofferenze per le sofferenze mie e di Maria devi unire le tue per l’amarezza di vedere i peccatori rimanere peccatori. È stata sofferenza nostra, questa. Deve esser tua. Maria ha sofferto, e soffre ancora, di questo, come delle mie torture. Perciò tu devi soffrire questo. Ora riposa. Fra tre ore sarai tutta mia e di Maria. Ti benedico, violetta della mia Passione e passiflora di Maria».


28. Gesù e Maria sono l’antitesi di Adamo ed Eva. Giuda Iscariota è il nuovo Caino. La vera evoluzione dell’uomo è quella del suo spirito[136].

Gesù e Maria sono l’antitesi di Adamo ed Eva.

La coppia Gesù – Maria.

Dice Gesù:

1«La coppia Gesù-Maria è l’antitesi della coppia Adamo-Eva. È quella destinata ad annullare tutto l’operato di Adamo ed Eva e riportare l’Umanità al punto in cui era quando fu creata[137]: ricca di grazia e di tutti i doni ad essa largiti dal Creatore. L’Umanità ha subito una rigenerazione totale per l’opera della coppia Gesù-Maria, i quali sono così divenuti i nuovi Capostipiti dell’Umanità. Tutto il tempo precedente è annullato. Il tempo e la storia dell’uomo si conta da questo momento in cui la nuova Eva, per un capovolgimento di creazione[138], trae dal suo seno inviolato, per opera del Signore Iddio, il nuovo Adamo.

2Ma per annullare le opere dei due Primi, causa di mortale infermità, di perpetua mutilazione, di impoverimento, più: di indigenza spirituale -perché dopo il peccato Adamo ed Eva si trovarono spogliati di tutto quanto aveva loro donato, ricchezza infinita, il Padre santo- hanno dovuto, questi due Secondi, operare in tutto e per tutto in maniera opposta al modo di operare dei due Primi. Perciò, spingere l’ubbidienza sino alla perfezione che si annichila e si immola nella carne, nel sentimento, nel pensiero, nella volontà, per accettare tutto quanto Dio vuole. Perciò, spingere la purezza ad una castità assoluta, per cui la carne… che fu la carne per Noi due puri? Velo d’acqua sullo spirito trionfante, carezza di vento sullo spirito re, cristallo che isola lo spirito-signore e non lo corrompe, impulso che solleva e non peso che opprime. Questo fu la carne per Noi. Meno pesante e sensibile di una veste di lino, lieve sostanza interposta fra il mondo e lo splendore dell’io soprumanato, mezzo per operare ciò che Dio voleva. Null’altro.

“Il perfetto amore”.

3Fu nostro l’amore? Certo. Il “perfetto amore” fu nostro. Non è, uomini, amore la fame di senso che vi spinge bramosi a saziarvi di una carne. Quella è lussuria. Nulla più. Tanto vero che amandovi così -voi lo credete amore- non sapete compatirvi, aiutarvi, perdonarvi. Che è allora il vostro amore? È odio. È unicamente delirio paranoico, che vi spinge a preferire il sapore di putridi pasti al sano, corroborante cibo di eletti sentimenti. Noi avemmo il “perfetto amore”, Noi, i casti perfetti. Questo amore abbracciava Dio in Cielo e, a Lui unito come lo sono i rami col tronco che li nutre, si espandeva e scendeva prodigandosi di riposo, di riparo, di nutrimento, di conforto sulla Terra e sui suoi abitanti. Nessuno escluso da questo amore. Non i nostri simili, non gli esseri inferiori, non la natura erborea, non le acque e gli astri. Neppure i malvagi esclusi da questo amore. Perché anche essi, benché membri morti, erano pur sempre membri del gran corpo del Creato[139], e perciò vedevamo in essi, per quanto deturpata e bruttata dalla loro malvagità, la santa effigie del Signore, che a sua immagine e somiglianza li aveva formati.

 4Gioendo coi buoni, piangendo sui non buoni, pregando (amore fattivo che si estrinseca coll’impetrare e ottenere protezione a chi si ama) pregando per i buoni acciò fossero sempre più buoni per accostarsi sempre più alla perfezione del Buono che ci ama dai Cieli, pregando per i vacillanti fra la bontà e la malvagità perché si fortificassero e sapessero persistere sul cammino santo, pregando per i malvagi perché la Bontà parlasse al loro spirito, li atterrasse magari con una folgore del suo potere, ma li convertisse al Signore Iddio loro, Noi amammo. Come nessun altro amò. Spingemmo l’amore alle vette della perfezione per colmare, col nostro oceano d’amore, l’abisso scavato dal disamore dei Primi, che amarono sé più di Dio, volendo avere più che lecito non fosse per divenire superiori a Dio.

La nuova Eva.

5Perciò alla purezza, ubbidienza, carità, distacco da tutte le ricchezze della Terra (carne, potere, denaro: il trinomio di Satana opposto al trinomio di Dio: fede, speranza, carità); perciò all’odio, alla lussuria, all’ira, alla superbia (le quattro passioni perverse, antitesi delle quattro virtù sante: fortezza, temperanza, giustizia, prudenza) Noi dovemmo unire una costante pratica di tutto quanto era all’opposto del modo di agire della coppia Adamo-Eva.

6E se molto, per il nostro buon volere senza limite, ci fu ancor facile farlo, solo l’Eterno sa quanto fu eroico compiere questa pratica in certi momenti e in certi casi. Non voglio qui che parlarne di uno solo. E di mia Madre. Non di Me. Della nuova Eva, la quale aveva già respinto dai più teneri anni le blandizie usate da Satana[140] per sedurla a mordere il frutto e sentirne il sapore che aveva reso folle la compagna di Adamo; della nuova Eva, la quale non si era limitata a respingere Satana, ma l’aveva vinto schiacciandolo sotto una volontà di ubbidienza, di amore, di castità talmente vasta che esso, il Maledetto, ne era rimasto schiacciato e domo. No! No, che non si alza Satana da sotto il calcagno della mia Madre Vergine! Sbava e spuma, rugge e bestemmia. Ma la sua bava cola in basso, ma il suo urlo non tocca l’atmosfera che circonda la mia Santa, la quale non ode fetore né cachinni demoniaci, non vede, neppur vede la schifosa bava del Rettile eterno, perché le armonie celesti ed i celesti aromi le danzano innamorati intorno alla bella e santa persona, e perché il suo occhio, più puro del giglio e più innamorato di quello di tortora tubante, fissa solo il suo Signore eterno, di cui è Figlia, Madre e Sposa.

Giuda Iscariota è il nuovo Caino.

La nuova Madre del nuovo Caino.

7Quando Caino uccise Abele, la bocca della madre proferì le maledizioni che il suo spirito, separato da Dio, suggeriva contro il suo prossimo più intimo: il figlio delle sue viscere, profanate da Satana e rese brute dall’incomposto desiderio.

8E quella maledizione fu la macchia nel regno del morale umano, come il delitto di Caino la macchia nel regno dell’animale umano. Sangue sulla Terra, sparso da mano fraterna. Il primo sangue, che attira come calamita millenaria tutto il sangue che mano d’uomo sparge traendolo da vene d’uomo. Maledizione sulla Terra, proferita da bocca d’uomo. Quasi che la Terra non fosse sufficientemente maledetta per causa dell’uomo ribelle al suo Dio e non avesse dovuto conoscere i triboli e le spine e la durezza delle glebe, le siccità, le grandini, i geli, i solleoni, essa che era stata creata perfetta e servita da elementi perfetti per esser dimora facile e bella all’uomo suo re.

La nuova Eva ama e perdona il nuovo caino.

9Maria deve annullare Eva. Maria vede il secondo Caino: Giuda. Maria sa che egli è il Caino del suo Gesù, del secondo Abele. Sa che il sangue di questo secondo Abele è stato venduto da quel Caino e già viene sparso. Ma non maledice. Ama e perdona. Ama e richiama.

10Oh! Maternità di Maria martire! Maternità sublime quanto la tua virginea e divina! Di quest’ultima ti ha fatto dono Iddio! Ma della prima tu, Madre santa, Corredentrice, ti sei fatta dono, perché tu, tu sola hai saputo, in quell’ora, col cuore franto dai flagelli che mi avevano franto le carni, dire a Giuda quelle parole; tu, tu sola hai saputo, in quell’ora, mentre sentivi già la croce spaccarti il cuore, amare e perdonare.

11Maria: la nuova Eva. Essa vi insegna la nuova religione, che spinge l’amore a perdonare chi uccide un figlio. Non siate come Giuda, che a questa Maestra di Grazia chiude il cuore e dispera dicendo: “Egli non mi può perdonare”, mettendo in dubbio le parole della Madre della Verità e perciò le mie parole, che avevano sempre ripetuto che Io ero venuto per salvare e non perdere. Per perdonare a chi a Me veniva pentito.

Il nuovo Abele della nuova Eva

12Maria, nuova Eva, ha anche Ella avuto da Dio un nuovo figlio “in luogo di Abele ucciso da Caino”. Ma non lo ebbe con un’ora di gioia brutale, che rende assopito il dolore sotto i vapori del senso e le stanchezze dell’appagamento. Lo ebbe in un’ora di dolore totale, ai piedi di un patibolo, fra i rantoli del Morente che le era Figlio, gli improperi di una folla deicida e una desolazione immeritata e totale, poiché anche Dio non più la consolava.

13La vita nuova incomincia per l’Umanità e per i singoli uomini da Maria. Nelle sue virtù e nel suo modo di vivere è la vostra scuola. E nel suo dolore, che ebbe tutti i volti, anche quello del perdono all’uccisore del suo Figlio, è la salvezza vostra».

 

14Dice Gesù: «Un giorno ti parlerò ancora di Caino e dei Progenitori. Vi è molto da dire e da meditare».


La vera evoluzione dell’uomo[141].

Nasce il dolore sulla terra.

Dice Gesù:

15«Nella Genesi si legge: “Allora Adamo pose alla sua moglie il nome di Eva, essendo essa la madre di tutti i viventi”[142].

16Oh! sì. La donna era nata dalla “Virago”[143] che Dio aveva formata per compagna di Adamo, traendola dalla costola dell’uomo. Era nata col suo destino doloroso perché aveva voluto nascere[144]. Perché aveva voluto conoscere ciò che Dio le aveva occultato riserbandosi la gioia di darle la gioia di posterità senza avvilimento di senso. La compagna di Adamo aveva voluto conoscere il bene che si cela nel male e, soprattutto, il male che si cela nel bene, nell’apparente bene. Poiché, sedotta come era da Lucifero, aveva appetito a conoscenze che solo Dio poteva conoscere senza pericolo, e si era fatta creatrice[145]. Ma, usando questa forza di bene indegnamente, l’aveva corrotta in atto di male, perché disubbidienza a Dio e malizia e ingordigia della carne.

17Ormai ella era la “madre”. Pianto infinito delle cose intorno all’innocenza della loro regina profanata! E pianto desolato della regina sulla sua profanazione, di cui comprende l’entità e l’impossibile annullamento! Se le tenebre e i cataclismi accompagnarono la morte dell’Innocente, anche tenebra e bufera accompagnarono la morte dell’Innocenza e della Grazia nei cuori dei Progenitori. Era nato il Dolore sulla Terra. E la Provvidenza di Dio non lo volle eterno, dandovi dopo anni di dolore la gioia di uscire dal dolore per entrare nella gioia, se sapete vivere con animo retto. Guai all’uomo se avesse dovuto farsi umanamente padrone della vita! E vivere col ricordo dei suoi delitti e il continuo aumento degli stessi, poiché vivere senza peccare vi è più impossibile che vivere senza respirare, creature che eravate state create per conoscere la Luce, e che la Tenebra ha avvelenato di sé facendovi sue vittime.

18La Tenebra! Essa vi circuisce continuamente[146]. Vi avviluppa ridestando quanto il Sacramento ha cancellato e, poiché voi ad essa non opponete volontà d’esser di Dio, riesce a riavvelenarvi del suo veleno, che il Battesimo aveva reso innocuo.

La creatura celeste diviene terrestre.

19Dio Padre allontanò l’uomo, della cui disubbidienza erano palesi i segni, dal luogo delle paradisiache delizie, affinché non peccasse un’altra volta e più ancora alzando la mano ladra all’albero di Vita[147]. Non si poteva più fidare il Padre dei suoi figli, né sentirsi sicuro nel suo terrestre Paradiso. Satana vi era penetrato una volta per insidiargli le creature predilette e, se aveva potuto indurli alla colpa quando erano innocenti, con agio maggiore l’avrebbe potuto rifare ora che innocenti non erano più.

20L’uomo aveva tutto voluto possedere, non lasciando a Dio il tesoro d’esser il Generatore. Se ne andasse perciò con la sua ricchezza acquistata con violenza e se la portasse seco sulla terra d’esilio, a farlo sempre memore del suo peccato, re avvilito e spogliato dei suoi doni. La creatura paradisiaca era divenuta creatura terrestre. E dovevano passare secoli di dolore perché l’Unico che potesse stendere la mano al frutto di Vita venisse e cogliesse per tutta l’Umanità tal frutto. Lo cogliesse con le sue mani trafitte e lo desse agli uomini perché tornassero coeredi del Cielo e possessori della Vita che non muore in eterno.

Il frutto del peccato: Caino.

21Dice ancora la Genesi: “Adamo poi conobbe la sua moglie Eva”[148].

22Avevano voluto conoscere i segreti del bene e del male. Giusto era che conoscessero ora anche il dolore di dover riprodurre sé stessi nella carne avendo l’aiuto di Dio unicamente per ciò che l’uomo non può creare: lo spirito, scintilla che da Dio si parte, soffio che da Dio si infonde, sigillo che sulla carne appone il segno del Creatore eterno. Ed Eva partorì Caino. Eva era carica della sua colpa.

23Richiamo qui la vostra attenzione su un fatto che sfugge ai più. Eva era carica della sua colpa. Né il dolore era ancora stato subìto in misura sufficiente a diminuire la sua colpa. Come organismo carico di tossine, ella aveva trasmesso al figlio quanto pullulava in lei. E Caino, primo figlio d’Eva, era nato duro, invidioso, iracondo, lussurioso, perverso, di poco dissimile alle belve rispetto all’istinto, di molto superiore rispetto al soprannaturale, perché nel suo io feroce egli negava rispetto a Dio che guardava come un nemico, credendosi lecito di non averne culto sincero[149]. Satana lo aizzava a deridere Dio. E chi deride Dio non rispetta nessuno al mondo. Onde coloro che sono a contatto coi derisori dell’Eterno conoscono l’amaro del pianto, perché non vi è per loro speranza di amore riverente nella prole, non sicurezza di amore fedele nel consorte, non certezza di amicizia onesta nell’amico.

Il frutto del pentimento.

24Lacrime e lacrime rigarono il volto di Eva e rigarono il suo cuore per la durezza del figlio, gettando nel suo cuore il germe del pentimento. Lacrime e lacrime che le ottennero una diminuzione di colpa, perché Dio al dolore di chi si pente perdona. E il secondogenito di Eva ebbe l’anima lavata nel pianto della madre, e fu dolce e rispettoso verso i genitori, e devoto al Signore suo, di cui sentiva l’onnipotenza raggiare dai Cieli. Era la gioia della decaduta.

25Ma il cammino del dolore di Eva doveva esser lungo e doloroso, proporzionato al suo cammino nell’esperienza di peccato. In questo, fremito di sensi. In quello, fremito di spasimi. In questo, baci. In quello, sangue. Da questo, un figlio. Da quello, la morte di un figlio. Del prediletto per la sua bontà. Abele diviene strumento di purificazione per la colpevole. Ma quale dolorosa purificazione! Essa empì dei suoi ululi la Terra esterrefatta per il fratricidio e mescolò le lacrime di una madre al sangue di un figlio, mentre colui che l’aveva sparso, in odio a Dio e al fratello amato da Dio, fuggiva inseguito dal suo rimorso.

26Dice il Signore a Caino: “Perché sei irritato?”. Perché, se tu manchi verso di Me, ti irriti che Io non ti guardi benigno?

L’uomo smetta di essere malizioso.

27Quanti Caini sono sulla Terra! Essi mi danno un culto derisore e ipocrita o non me ne danno affatto, e vogliono che Io li guardi con amore e li colmi di felicità. Dio è vostro Re. Non vostro servo. Dio è vostro Padre. Ma un padre non è mai un servo, se si giudica secondo giustizia. Dio è giusto. Voi non lo siete. Ma Egli lo è. E non può certo, poiché vi colma a dismisura dei suoi benefici sol che lo amiate un poco, non darvi i suoi castighi poiché tanto lo schernite. La Giustizia non conosce due vie. Una è la sua via. Tale fate e tale avete. Se siete buoni, avete bene. Se siete malvagi, avete male. E, credetelo, è sempre molto più il bene che avete rispetto al male che dovreste avere per la vostra maniera di vivere in ribellione alla Legge divina.

28É detto da Dio: “Non è vero che se farai bene avrai bene e se farai male il peccato sarà subito alla tua porta?” [150]. Infatti il bene porta ad una costante elevazione spirituale e rende sempre più capaci di compiere un bene sempre più grande, sino ad attingere la perfezione e divenire santi. Mentre basta cedere al male per degradarsi e allontanarsi dalla perfezione, conoscere il dominio del peccato che entra nel cuore e lo fa scendere per gradi a sempre maggiore colpevolezza.

L’uomo può vincere il peccato.

29“Ma”, dice ancora Dio, “ma sotto di te sarà il desiderio di esso e tu lo devi dominare”[151]. Sì. Dio non vi ha fatto schiavi del peccato. Le passioni sono sotto di voi. Non sopra di voi. Dio vi ha dato intelligenza e forza di dominarvi. Anche ai primi uomini, colpiti dal rigore di Dio, Egli ha lasciato intelligenza e forza morale. Ora, poi, da quando il Redentore ha consumato per voi il Sacrificio, voi avete ad aiuto dell’intelligenza e forza i fiumi della Grazia e potete, e dovete dominare il desiderio del male. Con la vostra volontà fortificata dalla Grazia lo dovete fare. Ecco perché gli angeli della mia Nascita cantarono alla Terra: “Pace agli uomini di buona volontà”. Io ero venuto per riportarvi la Grazia e, mediante il connubio di essa con la vostra buona volontà, sarebbe venuta agli uomini la Pace. La Pace: gloria del Cielo di Dio.

La delinquenza è sempre menzognera.

30“E Caino disse al fratello: ‘Andiamo fuori’.” [152] Menzogna che cela sotto un sorriso il tradimento che uccide. La delinquenza è sempre menzognera. Verso le sue vittime e verso il mondo che cerca ingannare. E vorrebbe ingannare anche Dio. Ma Dio legge nei cuori. “Andiamo fuori”.

31Tanti secoli dopo, uno disse: “Salve, Maestro”, e lo baciò. I due Caini nascosero il delitto sotto un’apparenza innocua e sfogarono l’invidia, l’ira, la prepotenza loro e tutti i malvagi istinti, sulla vittima, perché non avevano dominato sé stessi, ma del proprio io corrotto avevano fatto schiavo lo spirito.

Ultimo colpo mortale allo spirito è la disperazione.

32Eva sale nell’espiazione. Caino scende verso l’inferno. La disperazione lo prende e ve lo sprofonda. E con la disperazione, ultimo colpo mortale allo spirito già languente per il suo delitto, viene la paura fisica, vile, della punizione umana. Non più essere memore del Cielo, l’uomo dall’anima morta è un animale che trema per la sua vita animale. La morte, il cui aspetto è sorriso per i giusti poiché per essa essi vanno alla gioia del possesso di Dio, è terrore a coloro che sanno che morire vuol dire passare dall’inferno del cuore all’Inferno di Satana in eterno. E come allucinati vedono dovunque vendetta pronta a colpirli.

Giustizia privata non è lecita.

33Ma sappiate -parlo ai giusti- sappiate che se il rimorso e le tenebre di un cuore colpevole permettono e fomentano le allucinazioni del peccatore, a nessuno è lecito erigersi a giudice del fratello e tanto meno a giustiziere. Uno solo è Giudice: Dio.

34E se la giustizia dell’uomo ha creato i suoi tribunali, ad essi occorre deferire il compito di amministrare giustizia, e guai a coloro che profanano tal nome e giudicano per aculeo di passione propria o per pressione di potenze umane. Maledizione a chi si fa giustiziere privato di un suo simile!

35Ma maledizione ancor più grande a chi, senza coefficiente di impulsivo sdegno ma per freddo calcolo umano, manda a morte o a disonore di carcere senza giustizia.

36Ché, se a colui che uccide chi uccise sarà dato castigo sette volte più grande, come disse il Signore sarebbe avvenuto di chi colpiva Caino, colui che senza giustizia condanna, per asservimento a Satana in veste di Prepotere umano, sarà colpito settantasette volte dal rigore di Dio.

37Questo occorrerebbe aver sempre presente, e specie in quest’ora, uomini che vi uccidete a vicenda per fare dei caduti la base del vostro trionfo[153], e non sapete che vi scavate sotto i piedi il trabocchetto in cui precipiterete maledetti da Dio e dagli uomini. Poiché Io ho detto: “Non ucciderai”.

Evoluzione da uomini a dèi.

38Eva sale sul suo cammino di espiazione. Il pentimento cresce in lei davanti alle prove del suo peccato. Volle conoscere il bene e il male. E il ricordo del bene perduto le è come il ricordo del sole ad uno subitamente accecato; e il male le sta davanti nella spoglia del figlio ucciso e intorno per il vuoto lasciato dal figlio omicida e fuggiasco[154].

39E nasce Set. E, da Set, Enos. Il primo sacerdote[155]. Voi vi gonfiate la mente dei fumi della vostra scienza e parlate di evoluzione come di un segno della vostra formazione spontanea. L’uomo-animale evolvendosi raggiungerà il superuomo. Dite così. Sì. Così è. Ma a modo mio. Nel campo mio. Non nel vostro. Non passando dalla sorte di quadrumani a quella di uomini[156]. Ma passando da quella di uomini a quella di spiriti. Tanto più crescerà lo spirito e tanto più vi evolverete.

40Voi che parlate di glandole, e vi empite la bocca parlando di ipofisi o pineale, e mettete in essa la sede della vita, presa non nel tempo che la vivete ma nei tempi che hanno preceduto e che susseguiranno la vostra vita attuale, sappiate che la vera ghiandola vostra, quella che fa di voi i possessori eterni della Vita, è lo spirito vostro. Più questo sarà sviluppato e più possederete le luci divine e vi evolverete da uomini a dèi, immortali dèi, ottenendo così, senza contravvenire al desiderio di Dio, al suo comando circa l’albero di Vita, di possedere questa Vita proprio come Dio vuole la possediate, poiché Egli per voi l’ha creata eterna e fulgida, abbraccio beatifico con la sua eternità che vi assorbe in sé e vi comunica le sue proprietà.

Evoluzione da laici a sacerdoti.

41Più lo spirito sarà evoluto e più conoscerete Dio. Conoscere Dio vuol dire amarlo e servirlo, e perciò esser capaci di invocarlo per sé e per gli altri. Divenire perciò i sacerdoti che dalla Terra pregano per i fratelli. Poiché è sacerdote il consacrato.

42Ma lo è anche il credente convinto, amoroso, fedele. Lo è soprattutto l’anima vittima che immola sé stessa per impulso di carità. Non è l’abito, ma l’animo quello che Dio osserva.

43E in verità vi dico che, agli occhi miei, appaiono molti tonsurati che di sacerdotale non hanno che la tonsura e molti laici nei quali la Carità, che li possiede e dalla quale si lasciano consumare, è Olio dell’ordinazione che fa di essi i miei sacerdoti[157], ignoti al mondo ma noti a Me che li benedico».

29. L’elezione di Mattia[158].

Assemblea degli apostoli (Atti 1,12-14)[159].

Incontro di preghiera.

1È una placida sera. La luce decade dolcemente facendo del cielo, poc’anzi porpureo, un delicato velario d’ametista. Presto sarà buio, ma per ora ancora è luce, ed è dolce questa luce serotina languida dopo tanto ardore di sole.

2Il cortile della casa del Cenacolo, vasto fra i muri bianchi della casa, è pieno di gente come nelle sere dopo la Risurrezione. E da questa gente raccolta sale un brusio concorde di preghiere, interrotte ogni tanto da pause di meditazione.

3Calando sempre più la luce nel cortile, chiuso fra le alte mura della casa, alcuni portano dei lumi che mettono sul tavolo presso il quale sono radunati gli apostoli: Pietro al centro, al suo fianco Giacomo d’Alfeo e Giovanni, poi gli altri.

I volti apostolici.

4La luce palpitante delle fiammelle illumina di sotto in su i volti apostolici, dando grande risalto ai loro tratti e mostrando le loro espressioni: concentrata quella di Pietro, come tesa nello sforzo di fare degnamente queste prime funzioni del suo ministero; di una mitezza ascetica quella di Giacomo d’Alfeo; serena e sognante quella di Giovanni, e al suo fianco il viso di pensatore di Bartolomeo, seguito da quello pieno di vivacità di Tommaso e poi da quello di Andrea, velato dalla sua umiltà che lo fa stare ad occhi quasi chiusi, un poco chino: pare che dica “io non sono degno”; vicino a lui Matteo, un gomito puntato sulla mano dell’altro braccio, la guancia appoggiata sulla mano del braccio sorretto; e, dopo Giacomo d’Alfeo, il Taddeo dal viso d’imperio e dallo sguardo così ricordante, nel colore e nell’espressione, quello di Gesù: un vero dominatore di folle.

5Anche ora tiene quieta l’assemblea, tenendola sotto il fuoco dei suoi occhi più che non lo facciano tutti gli altri presi insieme; eppure, dalla sua involontaria imponenza regale si vede affiorare il sentimento compunto del cuore, specie quando viene il suo turno di intonare una preghiera. Quando dice il salmo[160]: «Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria per la tua misericordia e fedeltà, perché non abbiano a dire le nazioni: “Dove è il loro Dio?”», egli prega realmente con l’anima inginocchiata davanti a Colui che lo ha eletto, e il sentimento più forte nel suo interno vibra nella sua voce; anche egli dice con tutto il suo pregare: «io non son degno di servire Te, così perfetto».

6Filippo, al suo fianco, volto già segnato dagli anni sebbene ancor nell’età virile, sembra uno che contempli uno spettacolo noto a lui solo, e sta con le mani premute contro le guance, un poco chino e un poco mesto… mentre lo Zelote guarda in alto, lontano, e ha un intimo sorriso che gli fa più bello il volto non bello ma attraente per la sua signorilità austera. Giacomo di Zebedeo, tutto impulso e fremiti, dice le sue preghiere come ancora parlasse al Maestro amato, e il 12° salmo[161] esce irruente dal suo spirito acceso. Terminano col lungo e bellissimo salmo 118°[162], che dicono una strofa per uno, ripetendo per due volte il turno per compire il numero delle strofe.

Invocazione allo S.S.

7Poi si raccolgono tutti in silenzio sinché Pietro, che si è seduto, sorge in piedi come sotto l’impulso di un’ispirazione, pregando forte a braccia aperte come faceva il Signore: «Manda a noi il tuo Spirito, o Signore, perché noi si possa vedere nella sua Luce».

«Maran-atà», dicono tutti.

8Pietro si raccoglie in un intenso e muto pregare, ma forse è più un ascoltare che un pregare, o per lo meno un attendere parole di luce… Poi alza il capo di nuovo e di nuovo disserra le braccia che aveva incrociate sul petto e, poiché è piccolo rispetto ai più, sale sul suo sedile per dominare la piccola folla che si assiepa nel cortile e per essere visto da tutti. E tutti, comprendendo che ha da parlare, tacciono guardandolo attenti.

L’elezione di Mattia

La sostituzione di Giuda (Atti 1,15-18)[163].

9«Fratelli miei, era necessario che si adempisse quella Scrittura predetta dallo Spirito Santo per bocca di Davide[164] riguardo a Giuda, il quale fu di guida a coloro che catturarono il Signore e Maestro nostro benedetto: Gesù. Egli, Giuda, era uno dei nostri ed ebbe la sorte di questo ministero. Ma la sua elezione si mutò per lui in rovina, perché Satana entrò in lui per molte vie e da apostolo di Gesù lo fece traditore del suo Signore. Credette di trionfare e godere e vendicarsi così del Santo, che aveva deluso le speranze immonde del suo cuore pieno di ogni concupiscenza. Ma allor che credeva di trionfare e godere, comprese che l’uomo che si fa schiavo di Satana, della carne, del mondo, non trionfa, ma anzi morde la polvere come chi è sconfitto. E conobbe che il sapore dei cibi dati dall’uomo e da Satana è amarissimo e diverso totalmente dal pane soave e semplice che Dio dà ai suoi figli. E allora conobbe la disperazione e odiò tutto il mondo dopo avere odiato Dio, e maledisse tutto ciò che il mondo gli aveva dato, e si dette la morte appiccandosi ad un ulivo dell’uliveto che si era comperato con le sue iniquità, e il giorno che il Cristo risorse glorioso da morte il suo corpo putrido e già verminoso crepò e le sue viscere si sparsero a terra a piè dell’ulivo, rendendo immondo quel luogo.

10Sul Golgota piovve il Sangue redentore e purificò la Terra, perché era il Sangue del Figlio di Dio incarnatosi per noi. Sul colle che è presso al luogo dell’infame Consiglio non sangue, non lacrime di rimorso buono, ma lordure di viscere sfatte piovvero sulla polvere. Perché non poteva nessun altro sangue mescolarsi a quello santissimo in quei giorni di purificazione, nei quali l’Agnello ci lavava nel suo Sangue, e men che mai poteva la Terra, che beveva il Sangue del Figlio di Dio, bere anche il sangue del figlio di Satana.

Il denaro dell’infame mercato (Atti 1,19-20)[165]

11La cosa è risaputa. E con questo si sa ancora che, nel suo furore di dannato, Giuda riportò nel Tempio il denaro dell’infame mercato percuotendo con esso, immondo, il volto del Sommo Sacerdote. E si sa che con quel denaro, preso dal Tesoro del Tempio, ma che in esso più non poteva venire riversato perché era prezzo di sangue, i principi dei Sacerdoti e gli Anziani, consigliatisi fra loro, hanno comperato il campo del vasaio, così come avevano detto le profezie specificando persino il prezzo di esso. E il luogo passerà alle storie dei secoli col nome di Aceldama. E tutto quanto è di Giuda così è detto, e sparisca di fra mezzo a noi anche il ricordo del suo volto, ma si abbia presente le vie per le quali da vocato dal Signore al Regno celeste scese ad esser principe nel Regno delle tenebre eterne, onde non calcarle imprudentemente noi pure divenendo altri Giuda, per la Parola che Dio ci ha affidata e che è ancora il Cristo, Maestro fra noi.

“Il suo ufficio lo prende  un altro” (At 1,21-22)[166].

12Però sta scritto nel libro dei Salmi[167]: “Diventi la loro abitazione deserta, né vi sia chi la abiti e il suo ufficio lo prenda un altro”. Bisogna dunque che di questi uomini, i quali sono stati insieme con noi per tutto il tempo in cui il Signore Gesù è stato con noi, andando e venendo, a cominciare dal Battesimo da parte di Giovanni fino al giorno in cui di mezzo a noi fu assunto al Cielo, uno sia con noi costituito testimone della Risurrezione di Lui. E occorre farlo con sollecitudine, perché sia presente con noi al Battesimo di Fuoco, del quale il Signore ci ha parlato, onde egli pure, che non ricevette lo Spirito Santo dal Maestro Ss., lo riceva direttamente da Dio e ne sia santificato e illuminato, ed abbia le virtù che noi avremo, e possa giudicare e rimettere e fare ciò che noi faremo, e siano validi e santi i suoi atti.

I due candidati: Giuseppe e Mattia (Atti 1,23)[168].

13Io proporrei di scegliere costui fra i fedelissimi fra i fedeli discepoli, quelli che già hanno patito per Lui rimanendogli fedeli anche quando Egli era l’Ignorato dal mondo. Molti di essi vengono a noi da Giovanni Precursore del Messia, animi modellati da anni al servizio di Dio. Il Signore li aveva molto cari, e carissimo fra essi Isacco, che tanto aveva patito per causa di Gesù infante. Ma voi lo sapete che il suo cuore si è spezzato nella notte che seguì l’Ascensione del Signore. Non lo rimpiangiamo. Egli è ricongiunto al suo Signore. Era l’unico desiderio del suo cuore… È anche il nostro… Ma noi dobbiamo patire la nostra passione. Isacco l’aveva già patita.

14Proponete dunque voi qualche nome fra questi, onde si possa eleggere il dodicesimo apostolo secondo gli usi del nostro popolo, lasciando nelle occorrenze più gravi al Signore Altissimo la potestà di indicare, Lui che sa».

15Si consultano fra loro. Non passa molto tempo che i più importanti discepoli (fra i non pastori), di comune accordo con i dieci apostoli, comunicano a Pietro che essi propongono Giuseppe figlio di Giuseppe di Saba, per onorare il padre, martire per Cristo col figlio discepolo fedele, e Mattia, per le stesse ragioni del primo e inoltre per onorare anche il suo primo maestro: Giovanni.

Elezione di Mattia (Att 1,24-26)[169].

16E avendo accettato Pietro il loro consiglio, fanno venire avanti al tavolo i due, e pregano intanto con le braccia tese in avanti nella posa abituale degli ebrei: «Tu, Signore Altissimo, Padre, Figlio e Spirito Santo, unico e trino Iddio, che conosci i cuori di tutti, mostra quale di questi due Tu hai scelto a prendere in questo ministero e apostolato il posto dal quale prevaricò Giuda, per andare al posto di lui».

«Maran-atà», fanno coro tutti.

17Non avendo dadi o altra cosa con cui tirare la sorte, e non volendo usare denaro per questa funzione, prendono dei sassetti sparsi nel cortile, dei poveri sassolini, tanti di bianchi, tanti di scuri, in numero uguale, decidendo che quelli bianchi sono per Mattia e gli altri per Giuseppe, e li chiudono in una borsa che vuotano da ciò che conteneva, la scuotono e la offrono a Pietro che, tracciato su essa un gesto di benedizione, vi immerge la mano e, pregando con gli occhi al cielo che si è fiorito di stelle, estrae un sasso: bianco come neve.

18Il Signore ha indicato Mattia per successore di Giuda.

Pietro passa sul davanti della tavola e lo abbraccia «per farlo simile a lui», dice. Anche gli altri dieci ripetono lo stesso gesto fra le acclamazioni della piccola folla.

19In ultimo Pietro, dopo esser tornato al suo posto tenendo per mano l’eletto che tiene al suo fianco -così Pietro è ora fra Mattia e Giacomo d’Alfeo- dice: «Vieni al posto che Dio ti ha serbato e cancella con la tua giustizia il ricordo di Giuda, aiutando noi, tuoi fratelli, a compiere le opere che Gesù Ss. ci ha detto di compiere. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia sempre con te».

Si volge a tutti congedandoli…

20Mentre i discepoli sfollano lentamente da una uscita secondaria, gli apostoli rientrano nella casa conducendo Mattia a Maria, che è raccolta in preghiera nella sua stanza, perché anche dalla Madre di Dio il novello apostolo riceva la parola di saluto e di elezione.

 


CONSIDERAZIONI

  30. Vocazione: Gli apostoli di Gesù[170].

È carità sopportare i disturbatori.

Dice Gesù:

1«Ed ora che finalmente puoi essere tutta mia, ti parlo.

2È carità sopportare anche i disturbatori e non ti devi rifiutare a questa carità, né innervosirti. Guarda il tuo Maestro. Io ti do una grande lezione di sopportazione. Non volendo sottoporti ad una doppia fatica parlandoti mentre altri ti parlano o ti fanno chiasso d’attorno, né volendo mettere altri a conoscenza della mia istruzione a te, attendo, con pazienza che non si stanca d’esser tale, che tu possa esser tutta per Me. Tu vedi con quanta tranquillità aspetto e con quanta benignità riprendo a parlarti quando il momento è venuto. Impara a fare anche tu così, senza timore di perdere nulla, senza irritarti, senza turbarti in nessun modo. Non perdi nulla. Stai tranquilla. Acquisti soltanto il merito di un atto virtuoso.

3Questa sera ti parlerò di coloro che, per aver creduto al Precursore e aver seguito Me, furono da Me scelti per apostoli miei. 4E ti parlerò anche della pecora smarrita del piccolo gregge, dal quale venne il gregge immenso che ora è sparso per la Terra e che è il gregge battezzato nel mio Nome.

Le somiglianze fisiche.

5Le somiglianze fisiche non hanno importanza, Maria. Sono fortuite combinazioni. Vi sono parenti che non si assomigliano fisicamente quanto si assomigliano due che parenti non sono e viceversa. Vi sono anche attrazioni fisiche per cui due che si assomigliano si amano più di due che sono diversi, quasi uno contemplasse nell’altro un secondo sé stesso vedendolo ornato di quegli abbellimenti che l’amore fa vedere e che rendono perfetto, per chi ama, l’oggetto del suo amore. Ma ciò non ha importanza.

6Occorre tenere presente che la Galilea non era un mondo e che i Galilei erano relativamente pochi, che si sposavano quasi sempre fra loro e che perciò i caratteri somatici erano ripetuti in due o tre esemplari che da secoli si ritrovavano su quei volti. Non sarebbe errato dire che in tutti i piccoli paesi, se si fosse andati alle origini, si sarebbero trovati due o tre ceppi familiari originari, i quali si erano sposati o risposati fra di loro dando un carattere fisico spiccato in tutta la razza galilea.

Una coppia vera del Maestro.

7Che perciò Giovanni avesse anche una somiglianza fisica con Me, non deve stupire. Era un galileo biondo. Particolarità più rara del galileo bruno ma che pure esisteva. Ma la sua somiglianza era ancor più spiccata in quanto riguarda lo spirito.

8Venuto a Me ancora vergine, giovane, innocente, mi aveva potuto assimilare come nessun altro. Era una copia vera del Maestro. L’amore lo aveva portato a prendere non solo il pensiero ma finanche il modo di parlare, gestire, muoversi mio. Lo aveva persino reso più somigliante a Me nel volto, fenomeno che non è unico fra due che si amano perfettamente. E Giovanni mi amò di amore perfetto. Lo vedi come sfavilla nella gioia del sentirselo dire? 9Nessuno mi amò come lui, fuorché la Benedetta, di un amore che non conobbe attimo di titubanza o di errore. E nessuno, fuorché mia Madre ed i bambini che venivano a cercare la mia carezza, ebbe per Me il dono di un cuore puro come il suo.

10Giovanni mori longevo, ma i lustri non offuscarono, col loro accumularsi, quel candore angelico che non conobbe altra fiamma che quella dell’amore divino ed altra carezza che quella di mia Madre.

Una coppia vera di Lucifero.

11Era il più giovane del gruppo apostolico. Dopo lui, in età, veniva l’iscariota. E per età avrebbe potuto esser anche lui come Giovanni. Ma non lo era. E se vergine non era, casto non divenne neppure dopo avermi conosciuto. Era un impuro. E l’impurità impedisce l’opera di Dio nei cuori e favorisce quella di Satana come nessun’altra passione.

12Il suo volto ti è noto. È quello. Ti è apparso come il Seduttore. 13Perché infatti nella sua bellezza egli assomigliava al Bellissimo che si era ribellato a Dio e che è padre di tutti i nemici di Dio.

Un’arma di Lucifero.

14Anche la bellezza è un’arma in mano a Satana, ed esso non trascura di imprimere il suo carattere di seduzione sui suoi strumenti. In tal modo li attira verso il suo profondo e li può mordere al cuore inoculando il triplice peccato. E Giuda aveva nel cuore la concupiscenza del denaro, della carne, del potere. E per queste tre Nemesi che lo perseguitavano, e che egli non volle volere vincere, divenne il deicida. Quando Satana vuole prendere offre la donna, per la quale è necessario avere censo e onori per conquistarla. Quando ha preso nega denaro, onori e donna, e dà unicamente disperazione e morte.

Il sole e le tenebre nel gruppo apostolico.

15Giovanni era il sole del gruppo apostolico. Giuda era le tenebre. Era figlio della Menzogna. La mia Luce e Verità non poterono penetrare in lui. E se nonostante le sue prevenzioni potei fare di Natanaele un convinto[171] e di Levi un convertito[172], perché non era nel primo frode e nel secondo resistenza alla grazia, nulla potei in Giuda poiché il suo animo era posseduto né Io potevo penetrarvi perché egli me ne interdiva l’entrata. Mi seguì per speranza umana. Mi tradì per avidità umana. Vendette il Cristo ai suoi crocifissori e la sua anima a Satana che da anni era il suo istigatore, perché Satana non è Dio che dà anche se non date per conquistarvi a Sé. Satana vuole il cento per uno. Vuole voi, in eterno, in cambio di un’ora di trionfo bugiardo. Ricordatevelo.

Esempio di sopportazione.

16Ho sopportato questa serpe nel gruppo per insegnare agli uomini a sopportare e ad insistere per salvare. Non un pensiero di Giuda m’era ignoto. Ed è stata una anticipata passione l’averlo vicino. Un tormento che voi non contemplate, ma che non fu meno amaro degli altri. Vi ho insegnato a sopportare le cose e le persone moleste, perché quale persona è più ripulsiva di chi tradisce?

17Maria, la vita del Cristo è insegnamento anche nei più insignificanti particolari, e te ne istruisco perché voglio che tu mi conosca e mi imiti anche nelle cose minori.

18Ti benedico.»

Esperienza carismatica[173].

Contemplazione del gruppo apostolico.

19Era tutto il giorno che io vedevo il collegio apostolico e non vedevo l’ora che fosse notte per averne spiegazione da Gesù. Oggi ho avuto una giornata di… esercizio di pazienza. Mai libera di ascoltare Gesù.

20Ora le dico come ho visto.

21Giovanni è tanto ben descritto che non mi ripeto. È il più giovane di tutti e, per me, il più bello. Segue per età Giuda iscariota, nel quale ritrovo il volto di quel tale sogno fatto tanti anni fa e che le ho descritto nelle mie note personali. Un bello che, se si scruta bene, ripugna e spaurisce, perché si sente essere cattivo e falso. Un bello satanico.

22Poi vedo l’altro Giuda, parente di Gesù, al quale non somiglia per nulla perché è bruno e muscoloso, più basso di Gesù. Sembra sui trent’anni. Questo ha barba scura e quadrata. Giuda iscariota non ha barba come non ne ha Giovanni, e ha i capelli ricci e più corti di quelli di Giovanni. Sembrano tagliati su per giù per quanto è lunga la testa, torno torno.

23Ugualmente con capelli corti, ma di un color pepe a sale, perché con diversi capelli bianchi fra il nero, è Pietro. Pare dai 45 anni in là. Basso e muscoloso.

24Poi un gruppo di uomini sui 40 anni, in cui certo sarà Andrea, Tommaso, Matteo e i due Giacomi. Indi due molto anziani, più bianchi che scuri nei capelli e barba. Non so perché, penso siano Filippo e Bartolomeo. Ma il Maestro non me lo spiega ed io resto polarizzata su Giovanni, Pietro, l’iscariota e Giuda Taddeo, che come unica somiglianza col Cristo ha l’occhio azzurro scuro ma senza lo splendore dell’occhio e di Gesù.

25E con questa visione nel cuore mi corico. Domani le narrerò la gioia di Paola[174] per un sogno fatto e la mia perché quel sogno l’ho provocato pregando la “Mamma degli orfani” di andare da Paola.

   31.  Il segno degli apostoli minori[175].

Condanna farisaica[176].

Dice Gesù:

1«Già era stato detto sino dai tempi antichi:[177] “Se Dio dà pace, chi potrà condannare?”

2Eppure quei dottori che sempre mi accusavano, e che sapevano alla perfezione le parole del Libro, giudicavano in modo diverso. 3Perché? Perché sapevano alla lettera, ma non comprendevano lo spirito della lettera. Simili in tutto ai dottori di ora, i quali giudicano e condannano con appigli ridicoli e crudeli i miei prediletti e Me con loro.

4Anche per Zaccheo hanno usato condanna[178]. Dio aveva dato pace al suo servo pentito che tornava alla casa del Padre, più che del Padrone. Essi condannano Lui e il suo servo perché, secondo loro, non era sufficiente la forma del pentimento di Zaccheo.[179] È naturale! Non aveva quelle ipocrite forme, tutte esterne, che essi, farisei e scribi, amavano; forme usate per ingannare il mondo su una pretesa santità che era unicamente finzione, perché l’interno era e restava appestato dai loro vizi. Era un pentimento vero, del suo cuore.

Sorgente di Bene e di Male.

Il cuore è sorgente di Bene o di Male.

5Io ho detto: “È dal cuore che escono le cose che contaminano l’uomo’’.[180] Ma vi escono anche le cose che lo santificano. Da questo tabernacolo che contiene come in pisside aurea lo spirito vostro, in cui per una spirituale transustanziazione si incarna e risiede Dio, escono i buoni pensieri, le rette intenzioni, le ferme volontà d’esser santi, gli eroismi che vi dànno il Cielo, i pentimenti sinceri che cancellano anche il ricordo delle vostre colpe dalla mente di Dio e vi portano a Lui, e Lui a voi, per il suo bacio di Padre.

Il “Portavoce”.

6Anche per i miei prediletti il mondo farisaico, sempre esistente e operante, giudica e condanna. Costui è una “voce”? Non può essere. Che ha fatto per meritarlo?

7Nulla e tutto, rispondo. Nulla se si considera la sua miseria rispetto alla potenza di Dio e alla sua perfezione. Tutto se si considera la sua generosità che è tutta donata a Dio, e a Dio solo, operante sotto l’umiltà di una vita comune, amante sino a consumare le forze fisiche, ubbidiente nelle grandi e nelle piccole cose, sin nelle inezie che Io chiedo per tenerlo sempre docile al mio desiderio e provarlo continuamente nella sua mansuetudine. 8Credete che solo chi ama “con tutto sé stesso” può dare con un sorriso, al Dio che glielo chiede, il vivere come il frutto che porta alle labbra, il sacrificio di un genitore o di altro affetto santo come la parola che gli dico di tacere, la casa e il pane come il riposo che gli dico di annullare in ore di stanchezza profonda per continuare a servire Me.

La pace di Dio.

9Se Io gli do pace, chi potrà condannare? Cosa condannare? 10Quello che Dio giudica meritevole di benedizioni e carezze ora, di beatitudine poi? Condannare il bene che fa a sé e agli altri? imitatelo e non condannatelo, e vergognatevi, o servi disutili, o satana blasfemi, di non sapere più servire il Signore Iddio vostro, di non sapere più ricevere, comprendere e dire le parole dello Spirito eterno, di non sapere più farvi pane per le anime dei vostri simili, ma gelo, ma veleno, ma catena.

10Condannare cosa? Il modo come parla o scrive? Oh! osservate, o angelici spiriti, o beati possessori del Paradiso, i piccoli uomini, dall’animo con l’ali spezzate o mancanti, che non potendo più alzarsi in volo giudicano che altri non lo possa fare! Osservate le talpe cieche che non potendo vedere il sole negano che esso sia e che altri lo veda! Osservate i corvi senza canto che non potendo ripetere le armonie che altri hanno appreso dai Cieli negano che sia la voce!

Il Paradiso è realtà spirituale.

11Là dove non bastano l’ali del piccolo uccello innamorato di Dio, accorrono le ali angeliche e lo sollevano a quell’altezza che Io voglio. Io, Io stesso, Aquila d’amore, piombo e lo rapisco in alto, sino al mio Paradiso,[181] e gli mostro questa bellezza che voi quasi non sapete più immaginare, parendovi fola, e nascondete la vostra incapacità sotto una valanga di parole il cui costrutto è questo: “il Paradiso non ha descrizione perché è Pensiero”.

12È pensiero? È realtà. Parla, tu, mio piccolo uccello che vi sei salito[182] fra le ali dell’Aquila che t’ama e di’ se il Paradiso sia solo pensiero o realtà spirituale, realtà di luce, canto, gioia, bellezza. Di’ a questi che hanno l’ali trascinanti nella mota – perché la loro inerzia le ha spezzate e ridotte membra morte – cosa meriti il Paradiso e come il dolore, la povertà, la malattia siano da salutarsi con un sorriso pensando a questo Luogo dove li attende la Gioia senza fine.

Il Sole del Paradiso.

13Il Sole che voi a malapena vedete dietro cortine spesse di nebbie, date dalle vostre sensualità di carne e di pensiero, dai vostri razionalismi che hanno sbriciolato in voi la capacità di credere con la semplicità dei pargoli e la fermezza dei martiri, il Sole che voi non potete più contemplare perché non riuscite più a sollevare il capo dal giogo pesante della vostra umanità che soverchia in voi lo spirito – mentre i miei benedetti, spogli di ogni umana costrizione, stanno col capo dell’animo sempre alzato ad adorare Me-Sole – vi è, e spande oceani di luce e fuoco per investire di calore e rivestire di splendore questi miei amici per i quali ho pronto un trono eterno. 14Vi è, ed è già loro, perché splende sul loro capo come volto di padre sulla culla del suo bambino, e cosa più dolce non vi è di questa amorosa, gelosa tutela d’amore che non li lascia un minuto.

L’inno d’amore.

15Voi che non sapete più cantare le vostre armonie a Dio, non sapete neppur più dirgli che lo amate, non con la bocca ma col cuore – ed è questa l’armonia che Dio vuole udire dall’uomo – non negate che questi miei amatori possano ripetere armonie soprannaturali, apprese da Me e dai miei santi. I miei amatori hanno reso duttile la loro spirituale ugola gorgheggiando senza stancarsi, né per passar di tempo, né per contrarietà di vita, il loro inno d’amore, e di tutte le cose si fanno spunto per dirmi: “T’amo”. 16Hanno così potuto esser capaci di imparare a ridire i canti dei Cieli.

17Oh! benediteli questi che vi scoprono punti e luci, che vi riportano luci e parole che la vostra miseria non conosce, costoro che con una totale schiavitù d’amore stanno confitti su un patibolo che come il mio ha la base fissata nel fango terrestre e il vertice nell’azzurro del cielo, ponti per cui voi potete salire – voi che non sapete che strisciare – salire a conoscere come sia bello l’azzurro e innamorarvene e aver desiderio di imitarli.

Gli apostoli minori.

18Perché volete negare, perché volete dire a Dio: “Non ti è lecito fare ciò”? L’apostolicità della Chiesa non è finita con gli Apostoli. 19Continua con gli apostoli minori. Ogni santo ne è uno, ogni “voce” ne è uno. Ed Io, Capo della Chiesa apostolica, posso dovunque scegliere e spargere questi miei piccoli apostoli per il bene vostro.

20Sono umili rispetto a voi dotti? E che erano i primi dodici? 21Pescatori, analfabeti, ignoranti. Ma ho preso loro e non i dotti rabbini perché costoro, perché consci di esser nulla, erano capaci di accettare la Parola mentre i rabbini, saturi d’orgoglio, non avevano capacità di farlo. L’umiltà è quella che Io cerco, e se costoro, pur rimanendo amorosi, puri e generosi, divenissero superbi, li abbandonerei senza fallo.

22Due sono le cose che assolutamente richiedo in loro: amore e fedeltà alla Verità – e non solo alla Verità-Dio, ma anche alla Verità-virtù – e umiltà sincera. Ma più ancora sono inesorabile per questa. 23La superbia, segno di Satana, primo segno di Satana, mi allontana con disgusto.

24Perciò pensate che se Io do loro la mia pace nessuno di voi può condannarli. Essi sono al disopra delle vostre condanne. Fra le mie braccia amano e ascoltano i segreti di Dio e poi ve li offrono secondo che Dio vuole, per gettarvi una collana di perle paradisiache che vi sia guida e scala al Cielo.

25Ti do la mia pace, mia “voce”. Riposati in essa come un bambino sul seno del padre suo.»

32. Attivismo apostolico[183]. 

Filantropia umana.

1Ripenso all’ultimo colloquio fra lei[184] e me e al suo desiderio che io dica se mi sono accorta di aver fatto un po’ di bene alle anime.

2Sì. Per bontà di Dio, sì. Per merito mio è, per lo meno, molto incerto, salvo qualche caso che è sicuro perché in quei casi ho pagato io, di persona.

3Fino al 1923 ho cercato di portare al bene le anime, ma ad un bene puramente umano. Mi sono mostrata retta, seria, passabilmente buona, per portare altri ad esserlo ugualmente. Ma non guardavo a fini soprannaturali. Era un’opera, dirò così: di bonifica puramente limitata ad un codice di morale umana. Esulava dal mio modo di agire l’idea di fare cosa grata a Dio, di far cosa utile alle anime. Ubbidivo al mio istinto, naturalmente retto, compiacendomi anche di essere citata a modello. Questo mi ha salvata, molto probabilmente, da passi falsi. Era, forse, il frutto naturale di tante pure preghiere fatte nell’infanzia e poi nell’adolescenza, in collegio, che mi ottenevano di rimanere buona almeno secondo il concetto umano e di portare così altri ad esserlo.

Amore soprannaturale.

4Poi, fatta la luce in me, compresi che bisognava elevare la bontà dal piano naturale ad un piano soprannaturale, preoccupandosi non dell’utile che può venire in questa vita dall’esser buoni, ma dall’utile che ne verrà nella vita eterna. Compresi che bisogna esser buoni e portare altri ad esserlo, non per nostra gioia, ma per “fare cortesia” a Gesù.

5Ecco. Trovata questa verità trovai tutto, e tutto cambiò. 6Imperniato tutto il mio modo di esistere sull’amore, anche il mio modo di operare cambiò metodo e aspirazione. Perciò dal 1923 lasciai cadere sempre più in basso e nell’ombra il mio io umano, con tutte le sue umane sensazioni, idee, opere, ecc. ecc., e senza mai più riflettere a quello che poteva, umanamente, produrmi il seguire la via di Dio, mi occupai solo di quella via per cui incanalai me stessa e.… aspirai dietro a me stessa molti altri.

Le sconfitte e le vittorie nell’apostolato.

7La prima creatura portata a Dio con la parola e con la preghiera ‑ glie l’ho già detto[185] ‑ fu una vecchierella di 70 anni passati, e poi, su, su, con un modo o con l’altro, ho pescato altri pesciolini mettendoli nel vivaio del Signore. Purtroppo ne ho anche avuti di così… vivaci che una volta pescati se la sono anche svignata di nuovo, preferendo la melma fangosa e l’acqua putrida e stagnante all’onda pura, cristallina, beatificante della divina peschiera.

8Ma le diserzioni di alcuni, le mie sconfitte, non mi hanno sgomentata. Ho continuato lo stesso a parlare di Dio anche quando ero convinta di parlare ad un cuore impenetrabile. Ho continuato a pregare e ad agire noncurante delle ironie, degli sgarbi, delle delusioni. 9Qualche cosa resterà bene in quei cuori! Non le pare? E Dio farà il resto. 7Le sconfitte servono a mostrarmi che io senza aiuto di Dio sono men che zero. Le vittorie servono a mostrarmi che la benignità di Dio è così paterna e grande che è sempre pronta ad ascoltarci, quando chiediamo cose giuste, e ad aiutarci quando ci diamo da fare in suo onore.

Carisma d’intercessione.

10Le ho detto[186] di quella bambina, salvata dalla morte. E non mi ripeto. A voce le ho detto che non uno di quelli che io ho raccomandato al Signore, fra i combattenti, è perito. Le posso anche aggiungere che molte delle cose che chiedo per conto di altri le ottengo. È anzi ben difficile che non le ottenga. Gesù è così buono che non mi nega nulla di quello che io chiedo per i miei fratelli. Se mai è più restìo con me, per cose che io chiedo per me stessa.

11Ma forse dipende che io prego più per gli altri che per me e anche dal fatto che per   me   non   ricorro a   certi   mezzi…   draconiani   che mettono il buon Gesù nell’impossibilità di negarmi una cosa. Forse anche dipende che io… so dire “grazie” a Gesù quando mi concede un favore. Sono così pochi che sanno dire a Lui quel “grazie” che non si nega neppure allo spazzino che ci pulisce il marciapiede!… Si tratta il buon Dio come un servo obbligato ad accontentarci… e il buon Dio desidera tanto di sentirsi dire: “Grazie, Padre!”.

12Delle mie ragazze posso dire che ho messo in loro una traccia che non morrà, anche se per ora, in una almeno, pare traccia distrutta. Nei miei amici lo stesso e lo stesso in mie antiche ascoltatrici di quando tenevo le conferenze.

Il segreto per ottenere Grazie.

13Sì, posso dire, senza false modestie, che non sono passata inutilmente sulla terra. Come posso dire che ho visto e vedo piovere nelle mie mani le grazie che chiedo. Dolce pioggia che io spargo sui cuori, lieta se per essa, ottenuta anche a prezzo di sangue, un’anima si volge a Dio e sempre più a Lui si stringe. 12Sono così contenta quando sento dire da uno per il quale pregai: “Ho ottenuto la grazia!”. Contenta perché penso che in quell’ora, quell’uno, è col cuore contento e perciò è buono, contenta perché sempre più mi convinco come Gesù mi ama.

14C’è una mia Suora, ora Provinciale a Roma, che dice apertamente che si è accorta che quel che io chiedo ottengo e che conta perciò su me. Oh! ma la povera Maria ottiene tutto perché ha saputo fare come Gesù: mettersi in croce. E poi fidare, fidare, in Gesù, con una fiducia molto più grande di quella che ebbi in mio padre.

15Molti non ottengono perché non sanno volgersi a Dio come a un vero Padre, Fratello e Sposo, e gli parlano in punta di forchetta. 16Sembrano i discorsi ampollosi delle antiche tragedie o degli ambasciatori: “Sire, in questo fausto giorno… Coll’animo ai vostri piedi vi umiliamo ecc. ecc.”. Oh! no! 15Non è il mio stile. Io col sorriso, con le lacrime, con la semplicità, l’insistenza, la sicurezza, parlo a Gesù finché Egli sorride… e quando sorride la grazia è certa.

Una questuante mai contenta!

17E non è da dire che chieda poco. Sono una questuante mai contenta! Ma il Signore è così felice di farla da Re che sparge i suoi tesori!  Delle volte è tale la pioggia di grazie che ottengo, che ne rimango sbalordita, commossa, estasiata.

18Forse non dovrei dire così, per umiltà. Ma guardo a Maria mia Madre, l’Umile per eccellenza… e io Maria, di una piccolezza di formica rispetto a Lei, la imito cantando il Magnificat, perché anche in me il Signore, non guardando la piccolezza della sua serva, ha fatto grandi cose!

33. Chiamati ad essere perfetti[187].

Invito amoroso. Dice Gesù:

1«“Siate perfetti voi tutti che amo di un amore di privilegio. Vivete da angeli voi che costituite la mia Corte sulla terra”.

2Se per tutti è fatto l’invito amoroso d’essere perfetti come il Padre mio, per coloro che ho eletti a miei intimi ed amici ciò diviene un soave comando. Essere miei discepoli ‑ non nel senso vago che è detto di tutti i cristiani, ma nel senso proprio con cui chiamavo: discepoli e amici, i miei dodici ‑ è grande onore, ma importa grande dovere.

Soave comando.

3Non basta più la piccola perfezione, ossia il non commettere colpe gravi e l’ubbidire alla Legge nelle sue regole più marcate. 4Occorre raggiungere la finezza della perfezione, seguire la Legge sino nelle più lievi sfumature, direi quasi anticiparla con un di più. 5Come i bambini che non soltanto vanno verso la casa del padre, camminando a fianco di chi li conduce, ma corrono avanti festosi, superando fatiche e ostacoli di un sentiero più difficile per arrivare più presto, perché il loro amore li sprona.

L’amore è luce e scienza.

6La casa del Padre vostro è in Cielo; l’amore è quello che vi sprona a superare, volando, ogni difficoltà per raggiungere presto il Cielo dove il Padre vi attende colle braccia già aperte all’abbraccio. Perciò non solo il mio discepolo deve ubbidire alla legge nelle cose grandi che ho imposto a tutti, ma deve interpretare il mio desiderio, anche non espresso, che voi facciate il massimo bene che potete, desiderio che l’amante comprende perché l’amore è luce e scienza.

7Adesso ti spiego due punti del Vangelo. Uno è di Matteo e uno di Luca. In realtà sono un’unica parabola, ma espressa con qualche differenza. Che nei miei evangelisti si trovino queste differenze non deve fare stupore. Quando scrivevano quelle pagine erano ancora uomini. Già eletti, ma non ancora glorificati. Perciò potevano commettere sviste ed errori, di forma, non di sostanza. Solo nella gloria di Dio non si erra più. Ma per raggiungerla essi dovevano ancora molto lottare e soffrire.

8Soltanto uno degli evangelisti è di una esattezza fonografica nel riportare quanto Io dissi. Ma quello era il puro e l’amoroso. Rifletti su ciò. La purezza e la carità sono tanto potenti che permettono di capire, ricordare, trasmettere, senza l’errore neppure d’una virgola e di una riflessione, la parola mia. Giovanni era un’anima su cui l’Amore scriveva le sue parole, e lo poteva fare perché l’Amore non si posa e non ha contatto altro che coi puri di cuore, e Giovanni era un’anima verginale, pura come quella d’un pargolo. 6Non ho affidato mia Madre a Pietro, ma a Giovanni[188] perché la Vergine doveva stare col vergine. Ricorda bene questo: che Dio non si comunica con chi non ha purezza di cuore, conservata dalla nascita o riottenuta con assiduo lavoro di penitenza e d’amore, sostanze spirituali che rendono all’anima quella candida freschezza che attira il mio sguardo e ottiene la mia parola.

Parabola degli invitati.

9Dicono dunque i miei evangelisti che un personaggio ‑ l’uno dice: re, l’altro fa capire che è un ricco signore ‑ fece un grande convito, di nozze probabilmente, invitando molti amici. Ma questi addussero delle scuse, dice Luca[189], e Matteo rincara[190]: se ne infischiarono. Purtroppo col vostro Dio non adducete neppure delle scuse e ai suoi inviti rispondete sovente infischiandovene.

10Allora il padrone del convito, dopo avere punito  i maleducati, per non sprecare inutilmente i viveri già preparati, mandò i suoi servi ad adunare tutti i poveri, gli[191], zoppi, gli storpi, i ciechi che erano intorno alla casa, già in attesa degli avanzi, oppure che accorrevano, combattuti fra il timore e il bisogno, da tutto il paese. 11L’ordine era di aprire a questi la sala e farli sedere a mensa dopo averli puliti e rivestiti a dovere. Ma la sala non era ancora piena. 12Allora quel ricco ordina ai servi di uscire nuovamente e invitare chiunque, anche usando una dolce violenza. Entrano così non soltanto i poveri che si aggirano intorno alle case dei ricchi, ma anche coloro che non ci pensavano, convinti come erano di essere sconosciuti al padrone e di non avere bisogno di nulla.

13Quando la sala fu piena, entrò il ricco signore e vide uno non è detto se fosse un povero o un passante, ma è particolare di poco conto ‑ che si era levato la veste di nozze, il che fa pensare fosse un passante ricco e superbo e non un povero convinto d’esser un bisognoso. Allora il padrone sdegnato, vedendo spregiato il suo dono e calpestato il rispetto per la dimora dell’ospite, lo fa cacciare perché nulla di contaminato deve entrare nella sala delle nozze.

Chiamati con vocazione speciale.

14Ora ti spiego la duplice parabola.

15Gli invitati sono coloro che Io chiamo con vocazione speciale, grazia gratuita che Io concedo come invito all’intimità nel mio palazzo con Me stesso, come elezione alla mia Corte. I poveri, i ciechi, i monchi, i deformi sono coloro che non hanno avuto speciali chiamate e aiuti e che coi loro soli mezzi non hanno potuto conservare o raggiungere ricchezza spirituale e salute, ma anzi hanno, per imprudenze naturali, aumentata la loro infelicità. Sono cioè i poveri peccatori, le anime deboli, povere, deformi, le quali non osano presentarsi alla porta, ma si aggirano nei pressi del palazzo attendendo una misericordia che li ristori. I passanti frettolosi, che non si curano di ciò che avviene nella dimora del Signore, sono coloro che vivono nelle religioni più o meno rivelate o nella loro personale che ha nome: denaro, affari, ricchezze. 16Costoro credono di non avere bisogno di conoscermi.

17Ora si verifica il fatto che sovente i chiamati da Me trascurano il mio appello, se ne disinteressano, preferiscono occuparsi di cose umane invece di dedicarsi alle cose soprannaturali. Allora Io faccio entrare i poveri, i ciechi, gli[192] zoppi, i deformi; li rivesto della veste di nozze, li faccio assidere alla mia mensa, li dichiaro ospiti miei e li tratto da amici. E chiamo anche quelli che sono fuori della mia Chiesa, li attiro con insistenza e cortesia, li costringo anche con dolce violenza.

18Nel mio Regno c’è posto per tutti, e mia gioia è farvi entrare molti. Guai però a coloro che eletti da Me per vocazione mi trascurano preferendo dedicarsi a cose naturali. E guai a coloro che, benignamente accolti pur non essendone meritevoli, e rivestiti dalla mia magnanimità con la grazia che ricopre e annulla le loro brutture, si levano la veste nuziale mancando di rispetto a Me e alla mia dimora dove nulla di indegno deve circolare. Saranno espulsi dal Regno perché avranno calpestato il dono di Dio.

19Delle volte, fra i peccatori e i convertiti Io vedo anime così belle e così riconoscenti che le eleggo a mie spose, al posto d’altre, già chiamate, che mi hanno respinto.

Esempio di fedeltà e d’infedeltà.

20Tu, Maria, eri una poverella, mendicante, affamata, affannata, senza vesti. Dopo avere cercato da te di saziare la tua fame, di calmare il tuo affanno, di coprire le tue miserie, senza riuscirvi, ti sei accostata alla mia Dimora avendo compreso che solo in essa è pace e ristoro vero. Ed Io ti ho accolta, mettendoti al posto di un’altra che, vocata da Me, ha respinto la grazia, e vedendoti riconoscente e volonterosa ti ho eletta a sposa. La sposa non resta nella sala del convito. 21Penetra nella camera dello sposo e ne conosce i segreti. Ma guai se in te si assopisse la buona volontà e la riconoscenza. Devi continuare a lavorare per piacermi sempre più. Lavorare per te, per ringraziarmi d’averti chiamata. Lavorare per l’altra che ha respinto le mistiche nozze perché si converta e torni a Me. Chi sia lo saprai un giorno.

22Ora pasciti della mia mensa, rivestiti delle mie vesti, scaldati al mio fuoco, riposati sul mio cuore, consolami delle defezioni dei vocati, amami per riconoscenza, amami per riparare, amami per impetrare, amami per aumentare i tuoi meriti. Io do la veste nuziale a chi amo di un amore di predilezione. Ma l’amata deve, con una vita di perfezione angelica, sempre più ornarla. Non devi mai dire: “Basta”. Il tuo Sposo e Re è tal Signore che la veste della sposa deve essere ricoperta di gemme onde essere degna di vestire la prescelta e sedere nel palazzo del suo Signore.»

34. Il segno che differenzia i veri dai
falsi discepoli
[193].

Il vero e il falso discepolo. Dice Gesù:

1«È il segno[194] che differenzia i veri dai falsi miei discepoli.

2Il vero discepolo non ambisce esser conosciuto come da più degli altri. 3Umile come il suo Maestro e come la Mamma mia dolcissima, vela con ogni cura le sue potenze soprannaturali sotto una veste di vita comune. Sofferenza è per esso il vedere scoperta la sua vera natura e, se fosse possibile ottenerlo, vorrebbe che nessuno se ne accorgesse e soprattutto ne parlasse.

4Il falso discepolo, all’incontrario, si auto eleva, si autocelebra e attira l’attenzione di tutti sui suoi atti e su sé stesso; gli uni e l’altro ugualmente ipocriti. Con falsa umiltà si destreggia in modo da obbligare gli altri a vederlo nella luce che a lui piace, ossia in una luce di santità che è invece duplice peccato di menzogna e di superbia. Ma, figlia mia, come un fiore di carta differisce da un fiore vero, così il falso discepolo differisce dal vero discepolo. Può ingannare chi guarda superficialmente, ma non inganna chi si avvicina ad esso con attenzione.

Luce e profumo di Dio.

5Inoltre ‑ sappilo ‑ su chi è un altro piccolo Me, tanto vive in Me e opera per Me, sta un segno che le anime avvertono. Le anime, ho detto. 6È inutile rammaricarsi che gli altri se ne accorgono. L’anima posseduta da Dio esala un profumo e una luce che sono di Dio, di Dio vivente in lei. E tu sai che profumo e luce sfuggono ad ogni serrame quando sono intensi. E quale luce e profumo saranno più intensi di quelli di Dio? Ora se una vista e un olfatto umano, ossia limitati, riescono a percepire luce e profumi anche se ben serrati, vuoi tu che l’anima, la cui sensibilità non è umana ma spirituale, non percepisca l’odore di Dio e la luce di Dio vivente in un cuore?

7Te l’ho già detto altre volte[195] che voi, miei prediletti, siete luce e profumo nel mondo e imbalsamate di Me i fratelli e ad essi trasmettete la mia Luce che è in voi. E allora perché te ne stupisci? 8Lascia che il mondo dica, che il mondo buono e anche il men buono dica: “Tu sei una figlia di Dio”. Serve anche questo per condurre a Me. Tu sii “Maria” anche in questo e di’ il tuo Magnificat. Maria non si esaltava nella superbia dell’altrui lode, ma neppure negava le grandi cose che Dio faceva in Lei[196].

Silenzio d’amore.

9Maria, ossia tu, non si esalti mai. Come un fiore sotto al sole, lasci che altri vedano come il Sole l’abbraccia e umilmente dica: “Sono bella per grazia tua”, e caritatevolmente doni a tutti la gioia che Dio mette in lei con la sua carezza di luce e col suo profumo di verità. E faccia tutto ciò imitando il silenzio mio e di Maria. Santa virtù del saper tacere! Il silenzio, Maria, parla più d’ogni parola quando è silenzio d’amore.»

35.  Cristianesimo divenuto ebbro[197].

L’umile scribacchina del buon Dio[198].

1Premetto che da ieri sono rimasta così sconvolta davanti alla profanazione del segreto di Dio in me, che ne ho sofferto anche fisicamente con un bel collasso di cuore che m’ha tormentata dalle 10 alle 17. Ed ho ancor più sofferto spiritualmente.

2Capisco e compatisco la curiosità piccina di molte anime e applico loro tutte le attenuanti. Molte volte, misurando gli altri alla loro misura, dànno lodi ecc. ecc., credendo che ciò piaccia a taluni come piace a loro. Ma quando quei taluni sono già totalmente lavorati dal buon Dio, hanno reazioni molto diverse dalle comuni. 3E non godono ma soffrono, soffrono e soffrono di sentire certe lodi e di vedere invasioni nel loro segreto.

4E io ho sofferto (e soffro ancora). Sofferto tanto che m’era venuta una pazza voglia di non scrivere più nulla, resistendo (e soffrendone, naturalmente) alla cara Voce, se questa non avesse voluto accontentarmi a tacere per non darmi modo di servire all’altrui curiosità. Ma… Maria non è mai ascoltata da Gesù in certe cose. È Lui che impera, e quel che vuole vuole. Amen!

5Apro a caso la Bibbia con nell’anima i propositi sopraddetti di mettere fine alla mia missione di “scribacchina del buon Dio”. E il libro mi si apre al cap. 58 di Isaia; e Gesù parla così, rispondendo a tutti i miei “ma” e “se”.

Volontà del Signore[199].

6Dice Gesù:

«Voglio, assolutamente voglio che tu sia colei che grida le parole del Signore Iddio tuo, le parole di sdegno per i peccati di questo mio popolo che non vuole convertirsi a Me, e le parole di amore che come olio su flutti sconvolti si effondono dal mio Cuore turbato dal vostro modo di agire e placano la tempesta della Giustizia offesa per attirarvi a Me, o infelici figli che morite in corpo ed anima così atrocemente e così diabolicamente.

7Te l’ho detto infinite volte, sotto forma di luce o di suono te l’ho fatto capire: Tu non ti appartieni più. Tu sei una cellula di Me e devi ubbidire al Tutto che sono Io, tuo Maestro e Salvatore e Salvatore del mondo tutto. Perciò va’ avanti e non permetterti mai di rifiutarti al mio Volere. Penserò Io a tutelare te. Tu va’ avanti ad essere il mio piccolo Giovanni al quale mi è tanto di sollievo confidare il mio pensiero e affidare la mia Volontà.

Società di pazzi e di fedifraghi[200].

8Guarda, Maria. Questo mio popolo, divenuto più straniero e ribelle che vero popolo mio ‑ poiché è mio di nome soltanto, ma in realtà milita sotto altre bandiere e obbedisce ad altre leggi che non sono certo la bandiera del Cristo e la Legge di Dio ‑ questo popolo mi va cercando. Ma come mi cerca?

9L’ho, un giorno, paragonato ad un cieco. Oggi lo paragono ad un ebbro. È infatti ebbro per essersi satollato, sino all’abbrutimento[201], dei suoi vizi.  10L’ebbro è un incapace di comprendere e di guidarsi. La sua mente brancola nelle caligini del vino e ciò lo rende inferiore alle bestie stesse.

11Mi cerca! Oh! popolo di pazzi e di fedifraghi, che avete minato l’integrità del vostro spirito con le febbri dei sensi e dei peccati e che avete tradito Iddio, come puoi trovarmi, o popolo che eri mio, se non levi da te la veste di lordura e non torni con lo spirito al tuo Signore, ma vi torni realmente, e non per ipocrito e saltuario culto il cui pungolo è dato non dall’amore ma dal bisogno, dalla paura, dall’interesse, e tutti e tre terreni, utili solo alla vostra parte che muore e non all’anima immortale?

Anime corrose brulicanti di vermi.

13Ma se anche voi, nella boriosa ingiustizia vostra, trovate di esser viventi nella Giustizia e vi autolodate come fedeli alla legge del vostro Iddio e accusate Dio di non esser buono perché vi punisce di colpe che non avete commesse, ma anche se voi fate  tutto questo, Io, la Verità che non erra, vi dico che è più vivo uno, sepolto non da quattro ma da dieci volte quattro giorni nel fetore di un sepolcro, che non voi che avete l’anima corrosa in sette e dieci punti dalle cancrene dei vostri palesi o subdoli peccati. Ed i subdoli non sono i meno gravi. Ma anzi spesso sono doppiamente colpevoli perché sfuggono alla legge umana e ingannano gli altri nel giudicarvi per quello che siete.

14Gli altri: uomini. Non Dio il quale vede il verminaio brulicante che si è sostituito in voi alla vostra anima di luce, a quell’anima che Io vi ho data e che vi ho redenta e che mi è cara come fosse una parte di Me stesso, e, misticamente, lo è poiché voi siete le membra del mio mistico Corpo e il più piccolo di voi, sulla terra, è ai miei occhi uguale e anche superiore al più grande, perché Io non guardo alle fangose glorie della terra ma al vero valore vostro che è dato da quello che  siete rispetto alle leggi eterne.

15La vostra ingiusta rampogna sale al mio trono e, se il peccato m’offende come lordura lanciata alla mia Sublimità, il vostro rimprovero immeritato e irrispettoso è come un fumo che m’infastidia e mi forza a sempre più allontanarmi da voi per sfuggirlo.

Cristiani bugiardi nello spirito[202].

16Avete pregato? Avete frequentato le chiese? Avete digiunato? 17Avete evitato di uccidere e di rubare? E che perciò? Cosa avete fatto di più di quanto fosse vostro stretto dovere di fare? E come lo avete fatto?

18Avete pregato come e perché? Male, con l’anima assente o con l’anima sporca d’odio, e quasi sempre per vostri interessi personali, quindi egoisti. La vostra preghiera perciò era scissa dalla carità. E come volete che essa mi sia stata da voi offerta se non avete l’aureo calice in cui posarla per alzarla al mio trono?

19Avete frequentato la chiesa? Come e perché?  Per abitudine, per ipocrisia, per pettegolezzo. Quanto pettegolezzo si fa anche nel tempio santo del vostro Dio, davanti a Me annichilito nel Sacramento d’amore per insegnarvi a quale dedizione l’essere deve giungere per essere gradito all’Eterno e utile ai fratelli.

20Avete digiunato? Ohimè, i vostri digiuni che, quando veramente li fate, sono così piccini, non per quantità, ma per spiritualità! E vi negate un boccone di pane e poi accontentate la gola con le superfluità. I vostri digiuni fatti senza volontà d’amore, ma solo per paura della punizione divina. Ma non sapete che è meglio digiunare di una parola aspra che non di un sontuoso pasto?

21Avete evitato di uccidere e rubare? Oh! non per Me. Per paura delle vostre galere. Ecco perché. E non sempre questa paura vi trattiene. E poi, ma credete che ci sia molta differenza, o bugiardi nello spirito, fra chi uccide un’altra anima trascinandola al male o uccide una riputazione o ruba un ufficio, una moglie a un marito, un marito a una moglie, un figlio ai genitori, e colui che dà una coltellata o ruba una borsa? Anzi, in verità vi dico, che fra chi uccide un corpo in impeto d’ira e chi uccide un’anima o una riputazione con lenta e premeditata azione, che fra chi ruba una borsa e chi ruba una persona ai suoi famigliari, è[203] molto più colpevole il colpevole verso lo spirito che non l’altro. E questa è verità.

L’ora è piena[204].

22Io voglio, per amarvi ed aiutarvi, o disgraziati figli che da voi stessi vi fate tutto il male di cui morite, che voi imponiate un ben altro digiuno a voi stessi, una ben altra preghiera, un ben altro modo di agire. 23Mettete a digiuno i vostri sensi, creature affamate di ogni sensualità; sappiate pregare con le vostre opere più che con le vostre labbra; agite come Io vi ho detto di agire, Io e nessun altro, ché uno solo è il Maestro e quell’Uno sono Io: l’Intelligenza, la Giustizia, la Carità.

24Oh! allora come tutto cambierà per voi! Non sarete più i bastardi, gli stranieri, i ribelli del vostro Signore, ma tornerete ad essere i miei figli, ma tornerete ad essere la mia gioia ed Io sarò la vostra. Come vi parrà allora lontano il tempo in cui eravate come pecore sperse che tutti i passanti percuotono, in cui a tutti era lecito rider di voi e criticarvi come folli che vivono dell’elemosina che loro ottiene la loro miseria di cui tanti ridono.

25Tornate al Signore Iddio vostro. L’ora è piena. Piena in tutti i modi. Quattro sono i calici colmi. Due divini e due infernali. In questi ultimi è strage per la terra e morte per lo spirito. Negli altri, divini, è Giustizia in uno e Misericordia nell’altro. Sta a voi, che attirate col vostro agire i flutti straripanti dei calici infernali, far sì che l’altro calice di punizione ‑ quella divina ‑ non si vuoti su voi, ma bensì scenda sul mondo che muore, sull’uomo che muore, sullo spirito che muore, la Misericordia mia. Essa è Vita, figli cari. Non tardate oltre ad attirare la mia Pietà su voi.

Lasciatevi salvare[205].

26Venite al Salvatore vostro. Nel mio Cuore aperto, che parla d’amore, trovate quello che avete dilapidato: l’amore. Se amerete sarete salvi. Tutto è facile a chi ama e tutto è perdonato a chi ama. Sono il Cristo che ha assolto la peccatrice perché molto amò. Sono quello e non muto. Sono qui, proteso su voi, come un padre sul letto del figlio malato e un medico su un infermo per salvarvi ancora, per salvarvi sempre.

27Lasciatevi abbracciare dal vostro Iddio, lasciatevi curare dal vostro Medico, lasciatevi salvare dal vostro Salvatore. Non chiedo che questo: che vi lasciate salvare da Me venendo a Me con la vostra anima malata, ma piena di buona volontà. Le mie mani che hanno sanato i lebbrosi quando ancora non erano fatte due volte sante dal martirio, oltre che per la loro natura di mani di un Dio, versano dai fori gloriosi delle palme l’acqua che monda e il balsamo che rende incorruttibili.

Vi guiderà sempre il Signore[206].

28Venite a Me. Ve ne esorto come Maestro. Ve ne prego come uno che vi ama perché vi amo e di un amore così grande che solo in Cielo potrete vederne l’immensità senza restarne schiacciati.

29E tu, piccola figlia del mio Cuore, va’ in pace. Poiché hai saputo amarmi fino all’estremo, ti ho confidato la Parola che più alta non ve ne è. Essa è in te come una stella chiusa nel tuo spirito e ti illumina con luce di pace e di vita.

30Resta ciò che sei e sii beata in Me. La mia Pace mette il suo balsamo su tutti i tuoi diversi modi di soffrire. Ti benedico e sono Gesù.»

36. Sulle orme del Maestro[207].

Desiderio di un Dio.

Dice Gesù:

1«Che Io sia con te è atto di bontà mia. Desiderio di un Dio di amore è questo di stare con le sue creature, e quando le creature non lo cacciano con il loro tradimento Iddio non si allontana. In certi casi, e per speciali rispondenze dell’anima, la vicinanza è più sensibile.

2Ma guai se l’anima che gode della benedizione della presenza sensibile di Dio cadesse in peccato di superbia. Perderebbe subito Dio perché Dio non è dove è superbia. Più è grande l’umiltà della creatura e più in essa scende Iddio. Maria ebbe Dio in sé, non solo spiritualmente ma come Carne viva, perché raggiunse il vertice della umiltà santa.

3Ma se Dio desidera stare con le sue creature, le creature dovrebbero desiderare di stare con Dio.

Le divagazioni delle anime.

4Troppe sono le divagazioni delle anime! Corrono dietro agli interessi umani, si sperdono su piste di umano piacere, si sviano dietro a bugiarde dottrine, si abbagliano in troppi miraggi di scienza umana. Giunge la sera della loro vita e si trovano così lontane da Me! Stanche, nauseate, corrose, non hanno più forza di accostarsi al Signore. Già è molto se resta in loro un residuo di nostalgie celesti e di ricordi di Fede che fa loro gettare il grido degli antichi lebbrosi: “Gesù, abbi pietà di me”[208].

5È il grido che salva, perché non si chiama mai inutilmente il mio Nome. 6Io, che veglio in attesa d’esser chiamato, accorro presso chi mi invoca e per il mio Nome, davanti al cui suono tremano di gioia i Cieli e di terrore gli abissi, opero il miracolo.

7Ma non bisognerebbe, o figli disamorati e imprudenti, venire a Me soltanto all’ultima ora. E sapete voi in anticipo se avrete tempo e modo di chiamare Me? E sapete voi se Satana, con ultima astuzia, vi giuocherà l’ultimo inganno per nascondervi l’appressarsi della morte, onde far sì che essa vi colga come ladro che giunge improvviso?

Conseguenze del sistema superbo.

8Il mondo è pieno di morti improvvise. Sono uno dei prodotti della vostra maniera di esistere. Avete moltiplicato il piacere e la morte, avete moltiplicato il sapere e la morte.

9Il primo vi conduce alla morte, e non soltanto voi che peccate, ma anche i figli e i figli dei vostri figli, così come voi scontate i peccati dei padri dei vostri padri, attraverso le conseguenze delle vostre libidini e delle vostre crapule.

10Il secondo vi conduce alla morte attraverso al vostro cosiddetto “progresso”, del quale tre quarti è opera dell’insegnamento di Satana, perché frutto del vostro progredire sono le opere ed i mezzi di raffinata distruzione che voi create, e l’altro quarto è dato da un eccessivo amore delle comodità, sotto il quale si cela, oltre che l’epicureismo, anche l’antica superbia di voler emulare Iddio nella velocità, nel volo, e in altre cose superiori all’uomo e male usate dall’uomo. Ché se Salomone trovò che chi aumenta il sapere aumenta il dolore[209], e lo trovò allora, che si dovrebbe dire adesso che avete ridotto il mondo un caos di sapere dal quale manca il freno della legge di Dio e della carità?

L’universo obbedisce ad una legge di amore verso Dio.

11Tanto avreste avuto da studiare senza lambiccarvi la mente in astruserie dannose o dietro opere omicide. Nel mio Universo sono pagine sterminate nelle quali l’occhio dell’uomo poteva, e Io avrei voluto così fosse, leggere soprannaturali insegnamenti e leggi di bellezza e bontà. Io l’ho creato, Io, Dio Uno e Trino, quest’universo che vi circonda, e in esso non ho messo del male per voi.

12Tutto nell’universo obbedisce ad una legge di amore verso Dio e verso l’uomo. Ma voi, dal corso ordinato degli astri, dal succedersi delle stagioni, dal fruttificare del suolo, non imparate nulla. Nulla che serva a conquistare i Cieli. Unici che non ubbidite, siete il disordine dell’Universo. E il vostro disordine pagate con rovine continue, in cui perite come greggi impazzite che si precipitano giù da un burrone in torrente mugghiante.

Regolarsi in proporzione all’amore di Gesù per noi.

13Miseri uomini che avete ottuso lo spirito sotto al peccato; ottuso al punto da non sapere più capire l’armonia delle cose universali, le quali cantano tutte le lodi del Dio Creatore e parlano di Lui, e a Lui ubbidiscono con un amore che inutilmente Io cerco nell’uomo.

14Lasciate il vagolare vano dietro a tanto umano sapere, e tante umane fami. E venite a Me.

15La mia Croce c’è per qualche cosa, così ben alta sul mondo. 16Guardatela questa croce dove un Dio si immola per voi e, se avete viscere d’uomini e non di bruti, regolatevi in proporzione al mio amore per voi.

17Io non vi ho dato la mia vita perché voi continuaste a perdere la vostra. Io ve l’ho data per darvi la Vita. Ma voi dovete volerla avere questa vita eterna e agire di conseguenza, e non emulare gli animali più immondi vivendo nel pantano.

18Ricordatevi di possedere uno spirito.  Ricordatevi che lo spirito è eterno. 19Ricordatevi che per il vostro spirito è morto un Dio. Avete tanta paura di un malanno che poco dura, e non temete l’orrore della dannazione i cui tormenti non hanno termine.

20Tornate sulla via della Vita, poveri figli. Ve ne scongiura Colui che vi ama.

21E a te, che ascolti e scrivi, insegno, perché tu lo insegni ai fratelli, il modo sicuro di venire a Me.

Sulle orme del Maestro.

22Imitare il Maestro in ogni cosa. Ecco il segreto che salva. Se Egli prega, pregare. Se Egli opera, operare. Se Egli si sacrifica, sacrificarsi. 23Nessun discepolo è da più del Maestro e diverso dal Maestro[210]. E nessun figlio è dissimile al genitore, se è buon figlio.

24Non hai mai notato come i bambini amino imitare il padre loro negli atti, nelle parole, nel camminare? Mettono i loro piccoli piedi sulle orme paterne e pare loro di divenire degli adulti nel fare ciò, perché imitare il padre che amano è per loro raggiungere la perfezione.

25Maria mia, fa’ come quei piccini. Fallo sempre. Segui le orme del tuo Gesù. Sono orme sanguinose, perché il tuo Gesù è ferito per amore degli uomini. Anche tu, per amore di essi, sanguina da mille ferite. In cielo si muteranno in gemme, perché saranno tante testimonianze della tua carità, e la carità è la gemma del Cielo.

26Conducimi le anime. Sono riottose come capretti. Ma se tu le attiri con dolcezza esse si piegheranno. Esser dolci fra tanto amaro che il prossimo distilla continuamente, è cosa difficile. Ma occorre filtrare tutto attraverso l’amore di Me. Occorre pensare che, per ogni anima che viene a Me, il mio giubilo è grande e mi fa dimenticare le amarezze che continuamente l’uomo mi dà. Occorre pensare che la Giustizia è molto irritata e che occorre esser più che mai vittime redentrici per placarla.

27Io non voglio che tu mi segua solo con amore. Voglio che tu mi segua anche con dolore. Io ho sofferto per salvare il mondo. Il mondo ha bisogno di sofferenza per essere salvato ancora.

28Questa dottrina, che il mondo non vuole conoscere, è vera. 29Bisogna usare tutti i mezzi per salvare l’umanità che muore. Il sacrificio nascosto e la palese dolcezza sono due armi per vincere questa lotta della quale Io ti darò premio.

30Come il tuo Signore, sii eroica nella carità, eroica nel sacrificio, dolce nelle prove, dolce verso i fratelli. Prenderai allora il volto e la veste del tuo Re, come un limpido specchio rifletterai il mio Volto.

31Bisogna sapere imitare Maria che portava fra la gente il Cristo: Salute del mondo.»

37. Il Buon Samaritano[211].

L’Amico che vi vuole salvare.

Dice Gesù:

1«Io sono il buon Samaritano[212]. Non ci sono che Io che ho pietà delle vostre ferite e che mi curvo su voi versandovi sopra, senza ripugnanze e stanchezze, l’olio e il vino spremuto dall’amore.

2Per tutto il fiele e l’aceto che mi date, o uomini che mi offendete nella mia natura e nella mia dottrina, Io vi do il vino del mio Sangue premuto dalle vene come da grappolo messo nel torchio, non tanto dai crocifissori, quanto dall’amore per voi che mi ha dato nelle mani dei crocifissori, e vi do l’olio della mia Misericordia che fluisce dal cuore squarciato anche dopo la morte, perché neppure fosse immune da offesa il mio cadavere e conservata una goccia del mio Sangue per Me.

3Satana ladrone vi assale e ferisce e poi vi abbandona. Il mondo vi guarda e vi deride, se pure non si unisce a Satana per ferirvi. Io solo vengo e ho pietà del vostro stato.

4Non ricusate l’Amico che vi vuole salvare. Lasciatevi curare da Lui. Venite da chi vi ama.»

 

 

 


[1] 25 febbraio 1944. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, CEV, Isola del Lire (FR), Vol. 1 N°47.  Poema: II, 7 

[2] IL VANGELO ETERNO: Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i due discepoli. sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì (che tradotto significa maestro), dove abiti?” Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di Lui, era circa l’ora decima (le quattro del pomeriggio) (Gv 1, 35-39).

[3] IL VANGELO ETERNO: (Intanto), il tetrarca Erode, essendo stato rimproverato da lui, (Giovanni), a causa di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, aggiunse anche questa a tutte le altre: fece rinchiudere Giovanni in prigione (Lc 3,19-20).

[4]  Poema: II, 8 

[5] Vincere Dio e distruggere il suo disegno redentivo

[6] Vincere Dio e distruggere il suo disegno redentivo

[7] Mt 5,1-12

[8] 12 ottobre 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap.48.  Poema: II, 9 

[9] IL VANGELO ETERNO40 Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41 Egli incontrò per prima suo fratello Simone, e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia (che tradotto significa Cristo)” (Gv 1,40-41).

[10] 13 ottobre 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 49.  Poema: II, 10 

[11] IL VANGELO ETERNO: … e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; tu ti chiamerai Cefa (che tradotto significa Pietro)” (Gv 1,42).

[12] Giustizia, pietà e umiltà: “Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo? Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il Signore le migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato? Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio” (Michea (Mi) 6,7-8).

[13]  Poema: II, 11 

[14] 15 ottobre 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 50.  Poema: II, 12 Più tardi (ore 9,30) devo descrivere questo.

[15] IL VANGELO ETERNO: Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: “Seguimi”. Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo incontrò Natanaele e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe” di Nazareth’. Natanaele esclamò: “Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?”. Filippo gli rispose: “Vieni e vedi” (Gv 1,43-46).

[16] IL VANGELO ETERNO: Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro disse di lui: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Natanaele gli domandò: “Come mi conosci?”. Gli rispose Gesù: “Prima che Filippo ti chiamasse, Io ti ho visto quando eri sotto il fico”. Gli replicò Natanaele: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il Re d’Israele!”. Gli rispose Gesù: “Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!”. Poi gli disse: “In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo” (Gv 1,47-5 1}.

[17] Genesi (Gen) 28,10-17

[18] Nehemia (Ne) 13, 15-21

[19] Salmo 91 (90)

      [20] 17 ottobre 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 51.  Poema: II, 13 

[21] 24 ottobre 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 53.  Poema: II, 16 

[22] IL VANGELO ETERNO: Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”. Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?” Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù (Gv 2,18-22).

[23] 26 ottobre 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 54.  Poema: II, 17 

[24] IL VANGELO ETERNO: Un giorno Gesù si trovava in una città e un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò ai piedi pregandolo: “Signore, se vuoi, puoi sanarmi”. Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: “Lo voglio, sii risanato! E subito la lebbra scomparve da lui. Gli ingiunse di non dirlo a nessuno: “Va’, mostrati al sacerdote e fa’ l’offerta per la tua purificazione, come ha ordinato Mosè, perché serva di testimonianza” (Lc 5,12-14).

[25] “fossi solo l’Uomo, neppure Io perfetto sarei, anche fossi il più grande dei Profeti o il Messia secondo il concetto che di Lui ha ormai Israele, e non secondo la verità vista e detta dai Profeti e da Davide nei suoi salmi, e specie nel salmo 2 e 109. Come Uomo, e per questo tempo mio d’uomo, Io pure mi disseto al torrente dei bisogni umani; ma, essendo Dio, sempre tengo alta la testa, e il fango dell’imperfezione non mi sporca”.

[26] Siccome Dio non è corpo ma spirito, l’espressione “Parte di Dio, il suo Pensiero che si fa Parola” non può avere senso materiale ma spirituale. “Parte di Dio”, nel contesto, significa dunque parte del Padre; e il Verbo è detto parte del Padre e perché la parola viene generata da chi la pensa ed esce o procede da chi la pensa e la proferisce. Fa, perciò, parte di chi la pensa e la pronunzia. È un modo sensibile e popolare di esprimere una realtà spirituale e divina: la consustanzialità del Figlio col Padre e l’origine del Figlio dal Padre, come Parola dal Pensiero, come Verbo da Chi lo pronuncia. Simile modi di parlare sono entrati anche nella Liturgia: il così detto Simbolo atanasiano dice che, come l’anima e il corpo costituiscono l’uomo, così Iddio e l’Uomo costituiscono il Cristo

[27] (aggiunge) e si incarna per darvi questa Parola che è Vita, e per dare Sé stesso per rendervi la Vita che è la Grazia.

[28] Quelli che dicono di essere come Tommaso che per credere hanno bisogno di vedere, dovrebbero piuttosto imitare la sua sincerità e la sua tenacità nel voler il bene. 

[29] 27 ottobre 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 55.  Poema: II, 18 

[30] Esodo (Es) 23,9

[31] Levitico (Lv) 19,18; Mt 5,43

[32] Mt 5,44; Lc 6,27

[33] 31 ottobre 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 57.  Poema: II, 20 

[34] 10 novembre 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 65.  Poema: II, 28 

[35] IL VANGELO ETERNO: Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano (Lc 5,4-7).

[36] IL VANGELO ETERNO: AI veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono (Lc 5,8-1 1).

Versione di Matteo e Marco. (Mt 4,18-22; Mc 1,16-20)

Chiamata di Pietro e Andrea (Mt 4,18-20; Mc 1,16-18)

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.

Chiamata di Giovanni e Giacomo (Mt 4,21-22; Mc 1.19-20)

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi, lasciato loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

[37] 28 dicembre 1944, ore 12. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 66.  Poema: II, 29 

      [38] Genesi 49,10; Numeri 23,15-19: Michea 5,1-5; Isaia 9, 5-6; 11, 1-9; Zaccaria 9, 9-10; II° Re 7, 1-17; ecc.

      [39] 2 Cronache 24,17-22; Mt 23,33-37; Lc 13,34; Atti 7,51-52; Ebrei (Eb) 11,35-37

[40] 1 gennaio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 68.  Poema: II, 31 

[41] (in calce) Anche qui risultano le due nature, unite in un’unica Persona, ma ben distinte: Dio e Uomo

[42] 1 Samuele (1 Sam) 17,12; 18,5; 2 Sam 2,1-4; 5,1-5

[43] Isaia (Is) 40,10-11; Ezechiele (Ez) 34,11-31

[44] Deuteronomio (Dt) 5,17

[45] Dt 27,26

[46] Dt 6,5; 10,12; 11,13; 30,6; Siracide (Sir) 27,18

[47] Levitico (Lv) 19,18; Mt 5,43

[48] Mt 3,11-12; Mc 1,2-8; Lc 3,16-17; Gv 1,23-34

[49] 3 gennaio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 69.  Poema: II, 32 

[50] Siracide (Sir) 1,2; 12,8. 13

[51] 2 Sam 17,23 (solo caso di vero e proprio suicidio ricordato nell’Antico Testamento); Giudici (Gdc) 9,50-57; 1 Sam cap. 31; 1 Re 16,15-22; 2 Maccabei (2 Mac) 14,37-46

[52] Il Verbo era Dio. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,1.14) Ecco l’esperienza umana di Dio con noi

[53] Le tentazioni malvage non provennero a Gesù dal di dentro (ebrei 4,15) ma dal di fuori (Mt 4,1-11; Mc 1.12-13; Lc 4,1-13). Quindi, la frase: “tutto abbiamo in noi: il bene e il male…” non si riferisce a Gesù ma soltanto a Giuda e a tutti i componenti l’umanità contagiata dal peccato originale. Il breve discorso di Gesù a Giuda è perciò una esortazione, umile e non umiliante, per indurlo a convincersi che nonostante le prove divine e le tentazioni diaboliche, se l’uomo vuole e chiede aiuto a Dio, supera le prove e non soccombe alle tentazioni.

[54] Con questa domanda del “Padre nostro” non si chiede a Dio che non ci tenti al male (Giacomo 1,13-15; Sir 15,11-21; Proverbi 19,3; romani 7,7.13; 1 Corinti 10,11-13) ma che ci tenga lontani da prove troppo gravose, come quella alla quale Dio stesso sottopose Abramo (Gen 22,19) e poi Gesù, (Mt 26,36-46; Mc 14,32-42; Lc 22,39-46; Ebrei 4,15; 5,10

[55] 4 gennaio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 70.  Poema: II, 33 

[56]  Poema: II, 34 

[57] 17 gennaio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 1 Cap. 80.  Poema: II, 44 

[58] (aggiunge) Ossia ho chiesto, per la mia Umanità, il soccorso onnipotente del Padre, ossia ancora dell’Indivisibile Divinità. Come lo chiederò un giorno, il mio supremo giorno, per avere soccorso in una ora di immisurabile lotta dolorosissima

[59] (Aggiungi) perché innocente e perché battezzato

[60] È un’espressione che si riferisce agli uomini in generale e non significa affatto che Gesù fosse o si ritenesse peccatore, come del resto appare anche dalla conclusione del capoverso stesso: “… Uomo… in tutto, fuorché nel condiscendere al male”

[61] Filippesi (Fil) 2,7; Ebrei (Eb) 2,16-18; 4,15; 5,2

[62] Senza bisogno di esperienza

[63] Vedi sopra, nota 7, e osserva che anche in questo contesto non si tratta di debolezza in quanto inclinazione al peccato o in quanto peccaminosità, ma si tratta soltanto di quei difetti umani che Gesù volle liberamente e generosamente assumere per nostro ammaestramento, conforto e salvezza. Mt 4,2; 26,38; Mc 14,34; Gv 4,6; Eb 4,15

[64] I Tessalonicesi (1 Ts) 5,23

[65] Espressione esatta, se la si intende nel contesto e la si integra alla luce del contesto. Dice infatti, esemplificando quanto sopra: “… Non è peccato essere tristi se l’ora è penosa. È peccato cedere oltre (non piegandola in sul nascere) alla tristezza, e cadere in inerzia o in disperazione…”. Alla luce del contesto si può quindi integrare la suddetta espressione come segue: “… per mia volontà ho piegato in sul nascere tutte le passioni (che in voi uomini, di cui ho preso la natura, sono) non buono…”

[66] Inutilità non generale e assoluta, ma relativa al numero notevole data la lunga durata del mondo e la brama divina di salvare tutti

[67] (aggiunge) viene per tentare di fare dell’illanguidito un peccatore o un disperato

[68] (aggiunge) Satana ha tentato, puntando sulla mia condizione d’uomo e di giovane uomo che Satana credeva vulnerabile perché lo vedeva affamato e lo sapeva trentenne

[69] Intendi: Prima dell’Incarnazione ero stato soltanto Dio

[70] (aggiunge) Il Primogenito vero degli uomini, Primogenito in eterno perché fedele nonostante la Tentazione, perché vincitore del Serpente, perché novelle Adamo, ma Adamo rimasto Innocente e Figlio diletto del Padre Creatore degli uomini

[71] 28 gennaio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 90.   Poema: II, 55 

[72] 29 gennaio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 91. Poema: II, 56 

[73] Il discepolo per essere capace di affrontare il mondo: deve essere un campione di dolcezza: perché “una lingua dolce è un albero di vita” (Pr 15,4); “Il linguaggio dolce aumenta la dottrina” (Pr 16,21); “una lingua dolce spezza le ossa” (Pr 25,15). Quindi, mostrare ogni dolcezza verso tutti gli uomini (Tt 3,2). Deve essere un campione di sagacia: perché serve Dio e “da Dio riceve potenza e sagacia” (Gb 12.16). Quindi, “agire sempre con riflessione” (Pr 13,16). Un campione di calma e di costanza: perché “nella calma stà la salvezza” (Is 30,15) e “la calma placa offese anche gravi” (Qo 10,4). Quindi ridurre ogni agitazione alla calma (Sal 107,29) e “perseverare nelle fatiche” (Sir 2,2) ed avere scienza e coscienza della sua missione.

[74] Il Maestro delega ai fratelli d’ogni tempo l’incarico di portare a gli altri il Vangelo del Regno con un mandato esplicito di formare gruppi di preghiera ed ascolto del Vangelo.

[75] La prima regola della Fraternità è AMORE E FUSIONE. Chi trasgredisce questa regola, perde lo spirito della Fraternità e chi non ha lo spirito della Fraternità, non appartiene alla Fraternità di Gesù. 

[76] UGUAGLIANZA: “Se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori” (Gc. 2,9). “Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio” (Dt 1,17). “Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente” (Lv 19,15). “Aver preferenze personali in giudizio non è bene” (Pr 24,23). “Non è bene essere parziali, per un pezzo di pane si pecca” (Pr. 28,21).

  FRATERNITA’: Gesù non si vergogna di chiamarci fratelli, quando dice: “Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli” (Sal 22,23). Chiamandoci fratelli ci rivela una stessa origine, come dice l’Apostolo: “Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine” (Eb 2,11). Colui che santifica è Gesù e i santificati siamo noi. Quindi, proveniamo da una stessa origine: Dio, Padre di Gesù Cristo e Padre nostro. Siccome “i figli hanno in comune il sangue e la carne” (Eb 2,14). Gesù si è reso in tutto simile ai fratelli al punto d’identificarsi con loro e lasciare alla sua fraternità questa regola d’oro: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Quindi, “non essere causa d’inciampo o di scandalo al fratello” (Rm 14,13). “Nessuno offenda e inganni il proprio fratello” (1 Tes. 4,6). “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16).

[77] E Dio, che conosce i cuori, non ha fatto nessuna discriminazione tra noi (Giudei) e loro (pagani) (At. 15,8-9). Perché “Non c’è differenza fra Giudeo e Greco” (Rm 10,12). Perciò fratelli “se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: amerai il prossimo tuo come te stesso, fate bene; ma se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori” (Gc 2,8-9).

[78] Giuditta (Gt) 13,1-16

[79] 30 gennaio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 92. Poema: II, 57 

[80] Le cose occulte appartengono al Signore (Dt 29,28). Perciò non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato (Mc 4,22). Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene o male (Qo 12,14). Dio … rende palesi le cose occulte (2 Mac 12,41). Dio svela cose profonde e occulte e sa quel che è celato nelle tenebre e presso di lui è la luce (Dn 2,22) Regola nell’agire: “Fate il bene e datelo al Signore”.

[81] Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare. Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio. Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di sé stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello (Rm 14,4.10.12-13). Regola nell’’gire: “Non giudicate mai alcuno“.

[82] Non sparlate gli uni degli altri, fratelli. Chi sparla del fratello o giudica il fratello, parla contro la Legge e giudica la Legge. E se tu giudichi la Legge non sei più uno che osserva la Legge, ma uno che la giudica. Ora, uno solo è Legislatore e Giudice, Colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo? (Gc 4,11-12). Regola nell’agire: “Nessuno accusi gli altri”.

[83] “Se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo (Gen 4,7). Voi giovani siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno (1 Gv 2,14). Voi siete da Dio, e avete vinto perché Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo (1 Gv 4,4).  Regola nell’agire: Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male (Rm 12,21). Perché il primo fattore di riuscita è in te.

[84] Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21). Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato sé stesso per me (Gal 2,20). Regola nell’agire: Non mettere nulla al di sopra di Dio.

[85] “Vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione” (Gal 6,1). “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla” (1Cor 10,12-13).

[86] “Io cammino sulla via della giustizia e per i sentieri dell’equità, per dotare di beni quanti mi amano e riempire i loro forzieri” (Pr 8,20.21). Beati quelli che seguono le mie vie! (Pr 8,32). Chi trova Maria, trova la vita e chi la segue non pecca.

[87] “Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se un’ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!” (1 Gv 2,15-17). Regola nell’agire: Saper vedere i pericoli del vivere fra il mondo.

[88] Genesi (Gen 4,8-12)  < In tutto questo brano viene istituito un paragone fra il delitto di Caino, il fratricidio, primo in ordine di tempo, e il futuro delitto di Giuda, il deicidio, supremo in ordine di gravità: varie frasi, con cui Gesù estende e applica la genesi e che Pietro osserva non trovarsi nella genesi, figureranno nelle espressioni di Giuda disperato per aver tradito Gesù >

[89] 31 gennaio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 93. Poema: II, 58 

[90] 2 febbraio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 95. Poema: II, 60 

[91] Esodo (Es) 20,15; 21,16; Levitico (Lv) 19,11; Deuteronomio (Dt) 5,19; 24,27; Mt 5,43; Lc 6,31; “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore” Romani (Rm) 13,8-10; “Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso Galati” (Gal) 5,14; “Certo, se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: amerai il prossimo tuo come te stesso, fate bene; ma se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori. Poiché chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto; infatti colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche: Non uccidere” Gc2,8. Regola nell’agire: “Ama il tuo prossimo come ti ami. L’amore non fa nessun male al prossimo”. Perciò onestà in ogni mestieri e giustizia in ogni azione.

[92] “Satana colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del corpo. Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere” Giobbe (Gb.) 2,7-10). “Tu dici: ‘Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla’, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità” (Ap.3,17-18). “Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne” (Ap.16,15). Regola nell’agire: Guadagnare con onestà, rendere ciò che ingiustamente si ebbe, usare dei beni con parsimonia e distacco. Il bene compiuto è la veste che non ci lascia mai nudi.

[93] 4 febbraio 1945. La Buona Novella op. cit. Vol 2 N° 97. Poema: II, 62 

[94] IL VANGELO ETERNO: Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a Lui ed egli li ammaestrava. Nel passare, vide un pubblicano di nome Levi, chiamato Matteo, figlio d’Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì (Mt 9.9; Mc 2,13-14; Lc 5,27-28).

[95] IL VANGELO ETERNO: Poi Levi gli preparò un gran banchetto nella sua casa

[96] IL VANGELO ETERNO: Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano (Mc 2,15).

[97] IL VANGELO ETERNO: I farisei e gli scribi della setta dei farisei. Vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?  (e) perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?” (Mt 9,11; Mc 2,16; Lc 5,30).

[98] IL VANGELO ETERNO: Gesù li udì e disse: “Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati. Andate dunque ad imparare ciò che significa: Misericordia Io voglio e non sacrificio. Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori a convertirsi” (Mt 9,12-13; Mc 2.17; Lc 5,31-32).

[99] 5 febbraio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 98. Poema: II, 63 

[100] Sera del 13 febbraio 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 101. Poema: II, 66 

[101] 15 maggio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 164.  Poema: III, 24 

      [102] IL VANGELO ETERNO: Le folle al seguito di Gesù: E Gesù con i suoi discepoli si ritirò verso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall’Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sen­tendo ciò che faceva, si recò da lui. Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a dispo­sizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiac­ciassero. Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qual­che male gli si gettavano addosso per toccarlo. Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: “Tu sei il Figlio di Dio!”. Ma egli ordinava loro con tono severo di non manifestare chi egli fosse (Mc 3,7-12).

[103] La causa del Padre trionfa con l’olocausto personale dei seguaci di Gesù, come dice l’Apostolo: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Perciò, offriamo i nostri corpi come ostie di espiazione al Padre con la preghiera che Gesù stesso insegna in quest’Opera: “Padre, perdona agli uomini… e se per placare la tua giustizia sono necessarie ostie di espiazione, eccomi, Padre, immolami per la pace fra l’uomo e Dio, fra l’uomo e l’uomo, per l’avvento del tuo Regno”.

[104] Il deserto, il ritiro spirituale, il tempo di spiritualità è una necessità dell’anima che vuole ascoltare Dio, nutrirsi di Dio e verificare la sua statura spirituale: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16).

[105] 16 maggio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 165.  Poema: III, 25 

[106] IL VANGELO ETERNO: In quei giorni Gesù salì sul monte a pregare e passò la not­te pregando Dio (Lc 6,12). Naturalmente quest’alba corrisponde alla notte che Gesù passò in preghiera.

[107] IL VANGELO ETERNO: Quando fu giorno, chiamò a sé i discepoli, quelli che egli volle ed essi andarono da lui (Lc 6,13; Mc 3,13).

[108] “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os. 2,16).

[109] < in calce e in margine> Nota. Queste parole dell’Apostolo dell’amore illustrano molto bene il mistero dell’inabitazione di Dio in noi. Nel santuario dell’anima lo Spirito Divino s’incontra con lo spirito nostro e Dio parla e si svela e rivela all’anima, istruendola all’amore di Lui e quindi comunicandole la somiglianza più viva di Lui, trasformandola in Lui per una spirituale transustanziazione. 

[110] IL VANGELO ETERNO: I nomi dei Dodici: I nomi dei dodici Apostoli sono questi: primo, Simone, al quale impose il nome di Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, ai quali diede il nome di Boanèrghes, figli del tuono; Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Gia­como di Alfeo e Taddeo (detto anche Giuda di Giacomo); Simone il Cananeo soprannominato Zelota e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16).

[111] L’arcobaleno: “Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi. Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra” (Gn. 9,12-13). L’altare: “Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso” (Gn 12,7). La circoncisione: “Questa è la mia alleanza che dovete osservare: sia circonciso tra di voi ogni maschio. Ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi” (Gn 17,10-11). Il sacrificio: “Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione”. Quando tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram (Gn 15,9; 15,17-18). La stele: “Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. Questa pietra che io ho eretto come stele sarà una casa di Dio” (Gn. 28,18; 28,22).

[112] IL VANGELO ETERNO: E ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli (Lc 6,13).

[113] IL VANGELO ETERNO: Ne costituì Dodici affinché stessero con lui e anche per mandarli a evangelizzare e perché avessero il potere di scacciare i demoni (Mc 3,14-15).

[114] SCRITTO IL 17 MAGGIO 1945.

[115] 18 maggio 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 166.  Poema: III, 26 

[117] IL VANGELO ETERNO: Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti (Lc 6,19).

[118] Preghiera per ottenere la sapienza: “Dio dei padri e Signore di misericordia. Con te è la sapienza, che conosce le tue opere; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi e ciò che è conforme ai tuoi decreti. Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito. Essa infatti tutto conosce e tutto comprende, mi guiderà prudentemente nelle mie azioni e mi proteggerà con la sua gloria. Così le mie opere ti saranno gradite, io giudicherò con equità il tuo popolo e sarò degno del trono di mio padre (Sp 9,1; 9,9-12).

[119] 31 marzo 1944. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 10 Cap.605. Venerdì di Passione, ore 2 ant.ne.  Poema: IX, 24 

[120] “Ordisci insidie ogni giorno; la tua lingua è come lama affilata, artefice di inganni. Tu preferisci il male al bene, la menzogna al parlare sincero. Ami ogni parola di rovina, o lingua di impostura. Perciò Dio ti demolirà per sempre, ti spezzerà e ti strapperà dalla tenda e ti sradicherà dalla terra dei viventi” (Sal 52,4-7).

[121] “Suscita un empio contro di lui e un accusatore stia alla sua destra. Citato in giudizio, risulti colpevole e il suo appello si risolva in condanna. Pochi siano i suoi giorni e il suo posto l’occupi un altro. I suoi figli rimangano orfani e vedova sua moglie. Vadano raminghi i suoi figli, mendicando, siano espulsi dalle loro case in rovina” (Sal 109,6-10).

[122] “Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni. Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre. Ha fatto questo e dovrei tacere? Forse credevi ch’io fossi come te! Ti rimprovero: ti pongo innanzi i tuoi peccati” (Sal 50,19-21).

[123] IL VANGELO ETERNO: Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente”. Ma quelli dissero: “Che ci riguarda? Veditela tu!” (Mt 27,3-4). “Perché ha rifiutato di usare misericordia e ha perseguitato il misero e l’indigente, per far morire chi è affranto di cuore. Ha amato la maledizione: ricada su di lui! Non ha voluto la benedizione: da lui si allontani!” (Sal 109,16-17).

[124] IL VANGELO ETERNO: Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: “Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue”. E, tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu denominato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d’argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore (Mt 27,6-10). “L’usuraio divori tutti i suoi averi e gli estranei facciano preda del suo lavoro” (Sal 109,11). Maria Valtorta non accenna a questo episodio perché segue l’evolversi della vicenda dell’Iscariota.

[125] “Nessuno gli usi misericordia, nessuno abbia pietà dei suoi orfani. Nella generazione che segue sia cancellato il suo nome. L’iniquità dei suoi padri sia ricordata al Signore, il peccato di sua madre non sia mai cancellato. Siano davanti al Signore sempre ed egli disperda dalla terra il loro ricordo” (Sal 109,12-15).

[126] IL VANGELO ETERNO: Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò

[127] IL VANGELO ETERNO: e andò ad impiccarsi (Mt 27,5). “Ecco, perirà chi da te si allontana, tu distruggi chiunque ti è infedele” (Sal 73,27).

[128] “Si è avvolto di maledizione come di un mantello: è penetrata come acqua nel suo intimo e come olio nelle sue ossa. Sia per lui come vestito che lo avvolge, come cintura che sempre lo cinge. Sia questa da parte del Signore la ricompensa per chi mi accusa, per chi dice male contro la mia vita” (Sal 109,18-20).

[129] La visione finisce così. E mi auguro a avermi a dimenticare presto tutto ciò, perché le assicuro che è visione orrenda.

[130]  Poema: IX, 24 

[131]  “Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!” (Mt 26,24; Mc 14, 17-21; Lc 22,21-23). “Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!” (Gv 6,70). “Quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, di tradirlo” (Gv 13,2). “E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: “Quello che devi fare fallo al più presto” (Gv 13,26-27). Cosa doveva fare? Consegnare il Cristo alla morte e “andarsene al posto da lui scelto” (At 1,25). Quale è il posto da lui scelto? Chi dà a Satana il suo cuore (Gv 13,2), e la sua volontà (Gv 13,26) e si unisce a lui fino al punto di diventare anche lui un “diavolo” (Gv 6,70); il posto da lui scelto è certamente l’Inferno.

[132]  Quando uno pecca senza volontà di peccare, Dio perdona subito; quando uno pecca con volontà di peccare, Dio perdona dopo il pentimento, ossia quando la volontà da cattiva torna ad essere buona.

[133] Nella Bibbia, “cane” più volte è termine fortemente dispregiativo, e può significare: Prostituzione: “Non vi sarà alcun uomo dedito alla prostituzione sacra tra i figli d’Israele. Non porterai nella casa del Signore tuo Dio il salario di un cane, poiché è abominio per il Signore tuo Dio” (Dt 23,18-19). Malvagità: “Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi” (Sal 22,17). Incapacità: “I suoi guardiani sono tutti ciechi, non si accorgono di nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi. Ma tali cani avidi, che non sanno saziarsi, sono i pastori incapaci di comprendere” (Is56,10-11). Paganesimo: “Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidre!” (Fil 3,2). Dannazione: “Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!” (Ap 22,15). Tutte queste categorie di persone ingolfate in queste obbrobriose colpe sono asservite a Satana.

[134] Maria Santissima è detta “Sacerdotessa”, perché è, nei confronti di Gesù, vera Madre, ha verginalmente generato Colui che è insieme Sacerdote e Vittima in grado supremo e in eterno, e a Lui si è intimissimamente associata nell’offrirlo e nell’offrirsi a Dio Padre, per la divina gloria e la salvezza del genere umano.

[135] La salvezza di ciascuno di noi dipende della unione della volontà di Dio con la nostra volontà. Dio vuole tutti salvi (1 Tm 2,3-6): chi unisce la propria volontà a quella del Signore, si salva; chi si rifiuta di unirla, si danna.

[136] 2 aprile 1944. Domenica delle Palme.   l’Evangelo Op. Cit. Vol. 10 Cap. 606.  Poema: IX, 26 

[137] Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia: Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita.  Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituisti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. Dove abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia, perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (Rm 5,12-21).

[138] “Prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione (1Tm 2,13-14). Nella nuova creazione, non fu la nuova Eva Maria a procedere dal nuovo Adamo Gesù, ma Questi da Quella, in virtù di un concepimento e di una nascita miracolosi.

[139] Redenzione cosmica: “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1,15-20).

[140] Temo però che, come il serpente nella sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo (2 Cor 11,3).

[141] 5 aprile 1944.

[142] “L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi” (Gen 3,20). Eva: il nome di Eva, Hawwah, è spiegato con la radice hajah, “vivere”

[143] Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo=’ish, una donna=’ishsha e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà ’ishsha=donna perché dal ’ish=uomo è stata tolta” (Gen 2,23). L’ebraico gioca sulle parole’ishsha=donna e ’ish=uomo

[144] aveva voluto nascere, perché fu in conseguenza del suo peccato, commesso volutamente, che la Virago (la donna tratta dall’uomo) divenne Eva (la madre di tutti i viventi).

[145] La Colpa d’origine ha invaso i tre regni dell’uomo: lo spirituale per la superbia, appetendo di esser simili a Dio in quanto Creatore, nella… pro-creazione: gli animali erano pro-creatori; perché, e a maggior ragione, non doveva esserlo il loro re, l’Uomo? Lo psichico per la disubbidienza, perché non attendendo l’insegnamento e il momento voluti da Dio, ma accettando le indicazioni di Satana, decisero di gustare il piacere della gola (Gn 3,4-6) e il piacere della concupiscenza. Il fisico o carnale per la sensualità, perché di fatto assaporarono il frutto della pianta cioè il frutto del senso. Maria annullò l’azione di Eva con l’umiltà, l’obbedienza e la verginità. Ascoltò Dio e non il nemico di Dio; ascoltò l’Angelo della Luce e non l’angelo delle tenebre.

[146] “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi” (1 Pt 5,8-9).

[147]  Il Signore Dio disse allora: “Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!”. Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita (Gen 3,22-24).

[148]  Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: “Ho acquistato un uomo dal Signore” (Genesi 4,1).

[149] Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta (Gen 4,3-5).

[150] Allora il Signore disse a Caino: “Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta” (Gen 4,6-7).

[151] “Verso di te è il suo istinto, ma tu domalo” (Gen 4,7).

[152] Caino disse al fratello Abele: “Andiamo in campagna!”. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise (Gen 4,8).

[153] < Questo paragrafo fu scritto il 5 aprile 1944, e perciò sotto l’infuriare della seconda Guerra Mondiale: le sue parole si accordano molto bene con quanto stava accadendo allora, e con quanto si sarebbe verificato pochi mesi dopo. Tutti i Lettori ricordino sempre, e meditino, che l’Inferma Maria Valtorta scrisse questa e le altre opere del Signore in tempo di grave sofferenze. Personali, di immobilità, di guerra, di bombardamenti, di sfollamento, di spavento, di carestia, senza libri (eccettuata la Bibbia del Tintori e il Catechismo di Papa San Pio X, senza correzioni, senza umane consolazioni >

[154] La Bibbia non dice quando e come Adamo ed Eva si convertirono. Tuttavia è certo che ciò avvenne, anche perché la veneranda Liturgia gerosolimitana, detta di S. Giacomo, nella sua Anafora eucaristica, colloca Adamo ed Eva in capo alla lista dei Santi e di coloro che piacquero a Dio. Dice così: ‘E in primo luogo commemoriamo il nostro padre Adamo e la nostra madre Eva, la santa Madre di Dio Maria, i Profeti, gli Apostoli…, tutti quelli che pregano con noi, insieme con tutti quelli che nel tempo ti sono stati eccetti da Adamo ed Eva fino ad oggi”.

[155] Adamo si unì di nuovo alla moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set. “Perché – disse – Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso”. Anche a Set nacque un figlio, che egli chiamò Enos. Allora si cominciò ad invocare il nome del Signore (Gen 4,25-26).

[156] < Quest’Opera, anzi tutti gli scritti di Maria Valtorta, non hanno simpatia alcuna per tale sorta di evoluzionismo. E, per la verità, fino ad apodittica prova in contrario, sembra molto più conforme alla divina Rivelazione che Dio abbia creato l’Uomo come uomo e in stato perfetto, poi sia decaduto, quindi per Cristo ritorni gradatamente alla perfezione dell’origine, anzi la superi >

[157] I laici sono detti sacerdoti in quanto membra della Chiesa, la quale essendo il Corpo mistico di Gesù, sommo ed eterno Sacerdote, partecipa del sacerdozio di Lui.

[158] 26 aprile 1947. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 10 Cap. 639. Poema: X, 24 

[159] Atti degli Apostoli: Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelota e Giuda di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui (Atti 1,12-14).

[160] Salmo 115,1-2.

[161] Salmo 13

[162] Salmo 119.

[163] Atti degli Apostoli: In quei giorni Pietro si alzò in mezzo ai fratelli (il numero delle persone radunate era circa centoventi) e disse: “Fratelli, era necessario che si adempisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù. Egli era stato del nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero. Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere (Atti 1,15-18).

[164] Salmo 41,10.

[165] Atti degli Apostoli: La cosa è divenuta così nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel terreno è stato chiamato nella loro lingua Aceldama, cioè Campo di sangue. Infatti sta scritto nel libro dei Salemi: La sua dimora diventi deserta, e nessuno vi abiti. E: Il suo incarico lo prenda un altro (Atti 1,19-20).

[166] Atti degli Apostoli: Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione” (Atti 1,21-22).

[167] Salmo 69,26; 109,8.

[168] Atti degli Apostoli: Ne furono proposti due, Giuseppe detto Barsabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia (Atti 1,23).

[169] Atti degli Apostoli: Allora essi pregarono dicendo: “Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostraci quale di questi due hai designato a prendere il posto in questo ministero e scelto”. Gettarono quindi le sorti su di loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli (At 1,24-26).

[170] Scritto il lo stesso 2 gennaio 1944, ore 23. MARIA VALTORTA, Quaderni del 1944, CEV, Isola del Liri (FR).

[171] Giovanni 1, 45-51.

[172] Matteo 9, 9; Marco 2, 13-14; Luca 5, 27-28.

[173] Il Portavoce riferisce come ha visto i singoli apostoli. Accenno a un sogno di Paola Belfanti.

[174] Figlia di Giuseppe Belfanti, cugino della mamma della scrittrice. Sarà nominata spesso nel corso del volume.

[175] Scritto il 20 luglio 1944. Quaderni del 1944, Op. Cit.

[176] Se egli da pace, chi può condannare? (Giobbe 34,29).

[177] Dal capo 34° di Giobbe, v. 29.

[178] in riferimento all’episodio da noi indicato sopra. Luca 19, 1-10.

[179] Zaccheo è nostra correzione da Matteo poiché la scrittrice ha fatto la stessa correzione alcune righe più sopra. Per il riferimento a Zaccheo rimandiamo alla prima nota del “dettato” del 19 luglio.

[180] Matteo 15, 10-11; Marco 7, 14-15.

[181] Immagine già incontrata nel secondo dettato del 14 giugno e in quello del 15 giugno.

[182] Nelle visioni del 10 gennaio, 6 marzo e 25 maggio. L’immagine dell’aquila si trova già nel secondo dettato del 14 giugno e in quello del 15 giugno.

[183] Scritto il 21 maggio 1943. Quaderni del 1943, Op. Cit.

[184] Padre Migliorini

[185] Nella “Autobiografia”, pag. 243.

[186] Nella “Autobiografia”, pag. 402‑403.

[187] Scritto il 28 giugno 1943. Quaderni del 1943, Op. Cit.

[188] Giovanni 19,25-27.

[189] Luca 14,16-24.

[190] Matteo 22,1-14.

[191] gli è nostra correzione da i

[192] gli è nostra correzione da i

[193] Scritto il 30 settembre 1943. Quaderni del 1943, Op. Cit.

[194] È chiarito nello scritto del 1° ottobre.

[195] Ad esempio, nello scritto del 22 aprile (pag. 52) e nel dettato del 12 settembre (pag. 229).

[196] Lc 1,46-55.

[197] Scritto il 1° ottobre 1943, ore 19. Quaderni del 1943, Op. Cit.

[198] Il Portavoce spiega come sia rimasta sconvolta da certe curiosità sul suo segreto e vorrebbe non più scrivere resistendo alla Voce, che però non l’accontenta e le presenta un passo di Isaia, rispondendo in tal modo ai suoi dubbi.

[199] Missione del Portavoce: “Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce; dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati” (Is 58,1).

[200] La ricerca dell’ebbro: “Mi ricercano ogni giorno. Bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio; mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio” (Is 58,2)

[201] abbrutimento è nostra correzione da abbrutimento

[202] Il digiuno del bugiardo: “Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?” Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore?” (Is 58,3-5).

[203] è sembra sovrapposto a sono; e il seguente colpevole sembra corretto da colpevoli

[204] Il digiuno voluto da Dio: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?” (Is 58,6-7).

[205] La gloria del Signore ti seguirà: “Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio”. (Is 58,8-10).

[206] “Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono. La tua gente riedificherà le antiche rovine, ricostruirai le fondamenta di epoche lontane. Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi. Se tratterrai il piede dal violare la domenica, dallo sbrigare affari nel giorno a me sacro, se chiamerai la domenica delizia e venerando il giorno sacro al Signore, se lo onorerai evitando di metterti in cammino, di sbrigare affari e di contrattare, allora troverai la delizia nel Signore. Io ti farò calcare le alture della terra, ti farò gustare l’eredità di Giacobbe tuo padre, poiché la bocca del Signore ha parlato” (Is 58,11-14).

[207] Scritto il 13 ottobre 1943. Quaderni del 1943, Op. Cit.

[208] Lc 17,11-19.

[209] Molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere, aumenta il dolore. (Qoèlet 1,18).

[210] Mt 10,24; Lc 6,40.

[211] Scritto il 3 gennaio 1944. Quaderni del 1944, Op. Cit.

[212] Luca 10, 29-37.

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