Madre della Chiesa

GESÙ DI NAZARETH

I Vangeli di Maria

 

Maria Madre della Chiesa

 

Immacolata Madre della Chiesa

 

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI.

 

A cura di Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S

Servo dell’Ordine dei Salvatori

S O M M A R I O

L’IMMACOLATA MADRE DELLA CHIESA

1. A Nazareth con quattro apostoli  L’amore di Tommaso per Maria SS.

Andando a Nazareth.

In due gruppi per evangelizzare.

Amore e sincerità di Tommaso.

L’Iscariota ferito dal dente del rimorso.

Cattive compagne e malvagie ancelle.

L’ innamorato della Madre di Gesù.

Nella casetta di Nazareth.

Colloquio soave tra Madre e Figlio.

Il terrore di Maria.

La vecchia Giovanna.

2. Primo annuncio della Passione e il rimprovero a Simon Pietro.

Il segreto dei nomi di Gesù e di Maria.

Panorama primaverile.

Gli Apostoli innamorati di Maria

I nomi di Gesù e Maria.

Sosta per il pasto condito di gioia.

Sosta per il pasto condito di gioia.

La missione del Redentore.

Idea sbagliata sul Redentore.

Primo annuncio della Passione (Mt 16,21; Mc 8,31-32).

3. Da Cafarnao a Nazareth. Svelate le trasfigurazioni della Vergine.

A Gerusalemme per Magdala e Nazareth.

Imbarco per Magdala.

Marcia solerte verso Nazareth.

Fiori e doni per Maria.

La Madre di tutti i buoni.

La piccola casa di Nazareth.

Case di accoglienza.

Rivelazione dei misteri di Maria.

Il Figlio fa conoscere la Madre.

L’eterna bellezza dell’anima di Maria.

L’anima della Madre fuso nell’Amore col Padre.

La maternità verginale.

L’amore è forte più della morte.

“Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”.

L’incontro con la Madre e con le discepole.

Il carro delle donne.

Incontro con la madre.

Ritorno a Gerusalemme.

Marziam l’evangelizzatore.

4. La cena rituale in casa di Lazzaro e il banchetto sacrilego in casa di Samuele.

La cena pasquale in casa di Lazzaro.

Promessa di Gesù a Lazzaro.

La fortuna di chi ama totalmente.

Onorate sempre il povero che nessuno ama.

La Regina della festa è Maria.

Il Re della festa è Gesù.

Il nonno di Marziam.

I contadini di Giocana

5. Elogio del giglio delle convalli, simbolo di Maria, e sacrificio di Pietro per il bene di Giuda.

Il fiore simbolo di Maria.

Giglio della con valle.

Dio ha fatto tutto bene, utile, variato.

Il fiore simbolo di Maria.

6. Arrivo a Nazareth. Lodi alla Vergine.  Guarigione di Aurea.

Arrivo a Nazareth.

La città della Madre di Dio.

Pensieri spontanei.

Lodi alla Vergine.

Maria, figurata nel Cantico dei Cantici.

Maria, delizia di Dio e conforto dell’Uomo.

La più dolce parola: “Mamma”.

Guarigione di Aurea.

Maria, forza, riposo e conforto di Gesù.

Aurea finalmente liberata.

7. Svelato il costo della Redenzione ad apostoli e discepole nell’orto di Nazareth.

In fraterna, pacifica accolta.

Attenti alle parole dei due Maestri.

La storia d’ Israele.

Storia della severa bontà di Dio.

Il costo della Redenzione.

Salvatrice come il Messia suo Figlio.

Il prezzo della Redenzione.

Dio aiuta chi fa la sua volontà.

8. Gesù e la Madre a colloquio.

Il Messia e la Madre a colloquio.

Ambiente.

Israele fatica a seguire il Messia.

Profezie snaturate, manipolate, alterate.

Coscienze volutamente inflessibili.

Tutto per salvare un’anima.

9. Maria SS. con Maria d’Alfeo a Tiberiade per farsi cedere Aurea. Un incontro con Giuda Iscariota.

La Madre del Messia a Tiberiade.

Le due pellegrine.

Lavorare per il Messia è dare gioia a Maria.

Barcaiolo pettegolo.

Giuda ha cambiato Maestro.

Non tutte le romane sono uguali.

Incontro con Valeria e con l’Iscariota.

Potenza della preghiera.

Valeria cede Aurea al Messia.

Penitenze e preghiere per salvare un apostolo.

10. Maria SS. riferisce sulla missione compiuta a Tiberiade. Aurea impara a fare la volontà di Dio.

Riconoscenza chi ci fa dei favori.

Sorpresa gioiosa.

La donna nella nuova religione.

Comprensione per il discepolo che dà dolore.

L’ amore vero va unito al sacrificio.

La più giovane discepola sa fare la volontà di Dio.

11. Un altro sabato a Nazareth.  Ostinatezza di Giuseppe d’Alfeo.

Un nuovo sabato a Nazareth.

Risposta ai neoisraeliti increduli.

Tirocinio di Tommaso.

Fratelli nello Spirito e nell’ Affetto.

Notizie

Tutti buoni con la Madre del Messia.

Ostinatezza di Giuseppe d’Alfeo.

Lo strillo di una madre.

12. Un dono di Tommaso alla Vergine e partenza da Nazareth.

Doni dell’apostolo Tommaso.

Da Tommaso per Maria.

Da Tommaso per Aurea.

Umiltà e sincerità perfetta di Pietro.

Regole da osservare.

Il dolore che segue a una partenza.

Regola di ospitalità.

Regola di distacco sino all’eroismo.

Regola d’ amore materno.

13. Giuda Iscariota a Nazareth  da Maria.

Un monologo drammatico.

Bisbigli di protesta.

Soliloquio keriotesco.

Un figlio matricida.

La spada di dolore sul cuore di Maria.

La spada di dolore sul cuore di Maria.

Prova di umiltà.

Lacrime della Madre di Dio.

14. A Tiberiade. Due parabole sotto  la tempesta. Arrivo di Maria Ss. e impenitenza di Giuda Iscariota.

La pace e il turbamento.

Tempesta in arrivo.

Il Messia attende.

L’uomo giusto ha sempre la pace

Il Messia ama senza misura.

Arriva la tempesta.

Da Giuseppe il Barcaiolo.

Sotto la tempesta.

L’uomo e la grazia di Dio.

Il soggetto della parabola.

Parabola della vite domestica.

Applicazione.

Dibattito.

Parabola della mamma e Dio.

La Mediatrice delle grazie.

Arrivo di Giovanna e Maria Ss.

Maria Ss. L’onnipotenza supplicante.

L’ apostolo indocile.

Il dolore del Messia e la scelta dei poveri.

15. Arrivo e accoglienze a Cafarnao.

Amore di madre putativa.

I discepoli più influenti.

Attivi evangelizzatori.

16. Maria SS. e il suo amore  di fusione con Dio.

L’amore perfetto di Maria.

Alfeo il piccino rifiorito.

L’ amore di fusione con Dio.

Dio interpella tutte le anime.

Dio è paziente e prudente.

17. Affidamento della Chiesa alla maternità di Maria.

La meditazione mattutina.

L’alba fresca del nuovo giorno.

Il Messia in meditazione.

Le abluzioni.

La Chiesa affidata alla maternità di Maria.

Maria, la vivente lode a Dio.

La beata Sposa dell’Amore eterno!

Maria Madre della Chiesa.

L’ acqua di Dio.


LA VITTIMA PERFETTA

18. Gesù non nasconderà alla Madre l’ora del Sacrificio.

Pronti al sacrificio.

19. A colloquio con la Madre nel bosco di Matatia. Le sofferenze morali di Gesù e di Maria.

A colloquio con la Madre.

Nel bosco di Matatia.

Il Messia incontro alla Madre.

La cura materna di Maria.

Potenza d’amore divino di Maria.

La coppia perfetta.

Al Messia non è concesso il conforto.

Ciò che Maria non approva, compatisce.

Verso l’ aurora della vera luce.

La gioia del Maestro.

Il dolore di Maria.

Maria piange sul cuore di Gesù.

Per la Madre non ci sono segreti.

Le sofferenze morali di Gesù e Maria.

Trentatré anni di agonia.

Il Sacrificio di un Dio.

20. In casa di Giovanni di Nobe, ancora una lode alla Corredentrice. Menzogne di Giuda Iscariota.

Presso Giovanni di Nobe.

In tre gruppi di quattro.

Consigli evangelici

La  cena è pronta.

Lode alla Corredentrice.

La donna redentrice.

Gli apostoli sonnecchiano.

La talpa non se ne intende di valori.

La talpa c’è ma non si vede.

La talpa è cieca, si  sa!.

Non confondere i valori.

Attenti alla talpa.

21. Ad Efraim, il giorno dell’arrivo della Madre con Lazzaro e le discepole. Il carattere di Pilato.

Il giorno dell’arrivo.

Tutti felici.

I fiori del Tadeo.

La paura di vedere un risorto.

Insolita tristezza di Giovanni.

Stato spirituale di Pietro e dell’Iscariota.

Le ultime novità.

Arrivo delle discepole Elisa e Niche.

Novità su Pilato e il sinedrio.

Sconforto di Pietro.

Novità su Valeria e Claudia.

Novità su Giuseppe di Sefori.

Il sangue degli apostoli entra in ebollizione.

Abbiate i sentimenti che furono in Cristo.

La promessa degli apostoli.

Novità sulla madre dell’Iscariota.

Presenza dell’Iscariota.

Fra sorelle nel dolore.

Novità su Maria SS. E Lazzaro.

L’arrivo della Madre.

Una folla osannante.

Finalmente con la Mamma.

Paziente umiltà di Lazzaro.

Gratitudine di Maria.

Preconcetti e paura di Pietro.

Ordine del Signore.

Pietro vuole la protezione di Pilato.

Il piccolo Cesare detto Pilato.

Raccomandazioni ai fedeli galilei e samaritani.

Non tumultuate!

Seguite la via dritta.

Giudicate da voi stessi i falsi discepoli.

Ironia dell’Iscariota

Mandato ai discepoli.

Raccomandazioni a Lazzaro.

L’amico del Messia.

L’amico perfetto

Sintica la discepola attiva e saggia.

22. Inizio del viaggio per la Samaria partendo da Efraim alla volta di Silo.

Arrivederci in paradiso.

In assetto di viaggio.

I minuscoli amici del Messia

Desiderosi della Parola.

Arrivederci in paradiso.

L’amaro mare in cui si disseta Maria.

La dolorosa Maria di Nazareth.

Gli addii sono sempre tristi.

Dio è buono.

L’amaro mare in cui si disseta Maria.

Fiducia del Messia in Dio Padre.

Pietà e benevolenza del Messia.

Le discepole sovvengono la Fraternità.

Uno solo è buono: il Messia.

Quesito sul tempo nuovo.

Uno solo è pietoso: il Messia.

23. Cattive accoglienze a Tersa. Estremo tentativo di redimere Giuda Iscariota.

I figli del tuono.

Cattiva accoglienza.

La rivolta dei Samaritani.

Versione degli apostoli (Lc 9,53).

Versione della Samaritana.

Dominio di se’.

I figli del tuono (Lc 9,54).

Il giorno di Dio e di Satana (Lc 9,55-56).

Sicut vita, finis ita

La paura di morire.

Vivere da giusti per avere un placido morire.

Non c’è possessione senza libera adezione.

Ultimo tentativo per salvar l’Iscariota.

Linguaggio di Satana.

Linguaggio del redentore.

Nella superbia è ancora Satana.

Veglia del Redentore e la corredentrice per l’Iscariota.

Il Messia muta i cuori dei volontari.

24. L’arrivo di Gesù a Betania.

Nella casa di Lazzaro.

Le prime mandorle.

Verso la casa di accoglienza (Gv 12,1).

Maria Ss. con le discepole del Messia.

25. Pausa di riposo con la Madre e le discepole.

La Madre e il Figlio.

La Madre veglia il Figlio.

Sogni d’incubo.

Ristoro preparato dalla Mamma.

Dio riposa presso gli ubbidienti.

“Quando non si vuole il rimprovero si agisce da giusti”.

Le discepole fedeli.

Quelle che hanno dato il cuore al Messia.

Quelle che gioiscono della loro redenzione.

Quelle che col cuore hanno dato tutto.

Cuori che hanno amato senza calcolo.

Cuori che hanno amato senza calcolo.

 

L’IMMACOLATA MADRE DELLA CHIESA

1. A Nazareth con quattro apostoli
L’amore di Tommaso per Maria SS
[1].

Andando a Nazareth.

In due gruppi per evangelizzare.

1Gesù coi suoi sono di nuovo sulla via che dalla pianura di Esdrelon va a Nazareth. Devono avere pernottato in qualche posto perché è da capo mattina. Vanno per qualche tempo in silenzio, Gesù davanti solo, poi Gesù con Pietro e Simone che ha chiamati con Sé, indi tutti insieme sino ad un bivio nel quale si interseca la strada di Nazareth con una che va verso nord-est. I monti sono ormai vicini da due lati.

2Gesù fa cenno di stare zitti a quelli che parlano e dice: «Ed ora dividiamoci. Io vado a Nazareth con i fratelli, con Pietro e Tommaso. Voi, sotto la guida di Simone Zelote, andate, per la via del Tabor e delle carovane, a Debaret, a Tiberiade, Magdala, Cafarnao, e di lì andrete verso Meron, sostando da Giacobbe per vedere se si è convertito e portando la mia benedizione a Giuda e Anna. Abiterete dove vi ospitano con più insistenza. E per una notte sola in ogni luogo, perché la sera del sabato ci troveremo sulla via di Sefet. Io farò il sabato a Corozim in casa della vedova. Passate ad avvertirla. In tal modo finiremo di dare pace all’anima di Giuda, che si persuaderà che Giovanni non c’è neppure in questi covi ospitali…».

Amore e sincerità di Tommaso.

3«Maestro! Ma io credo…»

«Ma è sempre bene che tu ti sinceri, per potere non arrossire davanti a Caifa e Anna, come Io non arrossisco davanti a te e a nessun altro uomo asserendo che Giovanni non è più con noi. Tommaso me lo porto a Nazareth. Così potrà darsi pace anche su quel posto, vedendo con i propri occhi…».

4«Ma io, Maestro! E che vuoi che me ne importi? Anzi mi spiace di non avere più quell’uomo. Sarà stato quel che è stato. Ma da quando lo abbiamo conosciuto è sempre stato migliore di tanti illustri farisei. Mi basterebbe sapere che non ti ha rinnegato e dato dolore, e poi… sia che sia sulla Terra o che sia in grembo ad Abramo, a me non me ne importa. Credilo. Fosse anche in casa mia… non ne avrei proprio ribrezzo. Spero che Tu non penserai che il tuo Tommaso abbia in cuore più di una naturale curiosità, e nessun malanimo, nessun pungolo di indagine più o meno retta, nessuna tendenza allo spionaggio volontario, involontario o autorizzato, nessun desiderio di nuocere…».

L’Iscariota ferito dal dente del rimorso.

5«Tu mi offendi! Tu insinui! Tu menti! Hai visto che non ho mai avuto che un modo santo di agire in questo tempo. E perché allora dici questo? Cosa puoi dire di me? Parla!». Giuda è inviperito, feroce.

6«Silenzio! Tommaso risponde a Me. A Me solo che gli ho parlato. Io credo alle parole di Tommaso. Ma voglio così e così sia, e nessuno fra voi ha diritto di fare rimproveri al mio modo di agire».

7«Non ti rimprovero… E’ che mi ha colpito l’insinuazione e…».

«Siamo in dodici. Perché ha colpito te solo quello che ho detto a tutti?», chiede Tommaso.

8«Perché sono io che ho cercato di Giovanni».

Cattive compagne e malvagie ancelle.

9Gesù dice: «Anche altri tuoi compagni lo hanno fatto e altri discepoli lo faranno, e con questo nessuno si giudicherà offeso dalle parole di Tommaso. Non è peccato chiedere onestamente di un condiscepolo. Non è dolore sentire parole quali quelle dette, quando in noi non è che amore e onestà, quando nulla rimorde nel cuore e lo fa soprasensibile perché già ferito dal dente del rimorso. Perché vuoi, alla presenza dei tuoi compagni, fare queste rimostranze? Vuoi essere sospettato di peccato? L’ira e la superbia sono due cattive compagne, Giuda. Trascinano a delirio, e un delirante vede ciò che non c’è, dice ciò che non dovrebbe dire… così come l’avarizia e la lussuria trascinano ad azioni colpevoli pur di essere soddisfatte… Liberati da queste malvagie ancelle… E intanto sappi che durante questi molti e molti giorni di tua assenza ci fu buona concordia fra noi, sempre, e vi fu ubbidienza e rispetto sempre. Ci amammo, capisci?… Addio, amici diletti. Andate e amate. Comprendete? Amatevi, compatitevi, parlate poco e fate bene. La pace sia con voi».

10Li benedice e, mentre essi vanno a destra, Gesù continua la sua strada coi cugini, Pietro e Tommaso. Continua in un grande silenzio. Poi Pietro esplode in un tonante e solitario: «Mah!», messo a corollario di chissà quale lunga meditazione. Gli altri lo guardano…

L’ innamorato della Madre di Gesù.

11Gesù, pronto, svia altre domande dicendo: «Siete contenti voi due di venire a Nazareth con Me?», e passa le braccia intorno alle spalle di Pietro e Tommaso.

12«E lo chiedi?», dice Pietro con la sua esuberanza.

13Tommaso, più calmo, ma col viso grassoccio che splende di gioia, aggiunge: «Non sai che per me stare vicino a tua Madre è una dolcezza che non trovo parole a dirtela? Maria è il mio amore. Non sono vergine e non ero contrario ad avere una famiglia, già avevo posto lo sguardo su alcune fanciulle, incerto quale scegliere per sposa. Ma ora! Ma ora! Eh! via! Il mio amore è Maria. L’imprendibile amore per il senso. Ma il senso muore solo pensando a Lei! Il letificante amore per lo spirito[2]. Ah! Tutto quanto ho visto nelle donne, anche le più care come mia madre e la gemella mia, tutto quanto noto di buono in esse, io lo paragono a ciò che noto in tua Madre, e dico in me: “In Lei è ogni giustizia, ogni grazia e bellezza. Un’aiuola di fiori paradisiaci è il suo spirito amabile… un poema il suo aspetto…”. Oh! che noi d’Israele non osiamo pensare agli angeli e con paurosa riverenza vengono osservati i cherubini del Santo dei Santi!… Che stolti! E non abbiamo poi un dieci volte tanto di venerabondo tremore guardando Lei! Lei che, ne sono sicuro, supera, agli occhi di Dio, ogni bellezza angelica…».

14Gesù guarda l’innamorato di sua Madre che sembra quasi spiritualizzarsi, tanto il suo sentimento verso Maria gli muta l’espressione bonaria del volto. «Ebbene, per poche ore staremo con Lei. Ci tratterremo fino a dopo domani. Poi andremo a Tiberiade, a vedere i due bambini e a prendere una barca per Cafarnao».

15«E a Betsaida?», chiede Pietro.

«Al ritorno, Simone. Al ritorno vi andremo per prendere Marziam per il pellegrinaggio di Pasqua.» …

Nella casetta di Nazareth.

Colloquio soave tra Madre e Figlio.

16Ed è la sera dello stesso giorno, a Nazareth, nella casetta quieta dove Pietro e Tommaso già dormono. Ed è il colloquio soave tra la Madre e il Figlio.

 

17«Tutto andò bene, Madre mia. Essi ora sono in pace. Le tue preghiere hanno aiutato i pellegrini, ed ora, come rugiada su fiori arsi, stanno guarendo il loro dolore».

18«Vorrei guarire il tuo, Figlio mio! Quanto devi aver sofferto! Guarda. Qui alle tempie la tua carne si infossa, e qui alle guance, ed una ruga ti taglia la fronte come un segno di spada. Chi ti ha ferito così, cuor mio?».

19«Il dolore di dover dare dolore, Mamma».

20«Quello solo, Gesù mio? I tuoi discepoli non ti hanno dato pena?».

«No, Mamma. Sono stati di una bontà da santi».

21«Quelli che erano con Te… Ma io dico: tutti…».

22«Tu vedi che ho portato Tommaso per premiarlo e avrei voluto portare anche quelli che non erano stati qui l’altra volta. Ma dovevo mandarli altrove, avanti…».

Il terrore di Maria.

23«E Giuda di Keriot?».

«Giuda è con loro». Maria abbraccia suo Figlio e gli reclina la testa sulla spalla, piangendo.

24«Perché piangi, Mamma?», chiede Gesù accarezzandole i capelli.

Maria tace e piange. Soltanto alla terza domanda sussurra: «Per il mio terrore… Vorrei sempre che ti abbandonasse… Io pecco, non è vero, a desiderare così? Ma è tanto forte, tanto forte la paura che ho di lui, per Te…».

25«Solo se scomparisse nella morte muterebbero le cose. Ma perché dovrebbe morire?».

«Non sono cattiva tanto da desiderarlo… Ha una madre lui pure! Ed ha un’anima… Un’anima che può ancora salvarsi. Ma… oh! Figlio mio! Non sarebbe forse per lui un bene la morte?».

La vecchia Giovanna.

26Gesù sospira e mormora: «Per tanti sarebbe bene la morte…». E poi ad alta voce: «Hai saputo nulla della vecchia Giovanna? I suoi campi? …».

27«Ci sono andata con Maria d’Alfeo e Salome di Simone dopo le grandinate. Ma il suo grano, per essere stato seminato in ritardo, non era ancora nato e non ha avuto danno. Tre giorni or sono vi tornò Maria a vedere. Dice che sembra un tappeto. I più bei campi di questa terra. Rachele sta bene e la vecchia è felice. Anche Maria d’Alfeo è contenta, adesso che Simone è tutto per Te. Domani certo lo vedrai. Viene ogni giorno. Oggi era appena andato via quando sei venuto Tu Sai? Nessuno si è accorto di nulla. Qualcuno avrebbe parlato se si fosse accorto che essi erano qui. Ma raccontami, se proprio non sei stanco, il loro viaggio…».

28E Gesù racconta tutto, meno il suo soffrire nella grotta di Jiftael, alla Madre attenta.

2. Primo annuncio della Passione e il rimprovero a Simon Pietro[3].

Il segreto dei nomi di Gesù e di Maria.

Panorama primaverile.

1Gesù deve avere lasciato la città di Cesarea di Filippo alle prime luci del mattino, perché ora essa è già lontana coi suoi monti e la pianura è di nuovo intorno a Gesù, che si dirige verso il lago di Meron per poi andare verso quello di Genezaret. Sono con Lui gli apostoli e tutti i discepoli che erano a Cesarea. Ma che una carovana così numerosa sia per la via non fa stupore a nessuno, perché altre carovane si incontrano già, dirette a Gerusalemme, di israeliti o proseliti che vengono da tutti i luoghi della Diaspora e che desiderano sostare per qualche tempo nella Città Santa per sentire i rabbi e respirare a lungo l’aria del Tempio.

2Vanno lesti sotto un sole ormai alto ma che non dà ancora noia, perché è un sole di primavera che scherza con le fronde novelle e con le ramaglie fiorite e suscita fiori, fiori, fiori da ogni parte. La pianura che precede il lago è tutta un tappeto fiorito e l’occhio, volgendosi ai colli che la circondano, li vede pezzati dei ciuffi candidi, tenuamente rosei, o rosa deciso, o rosa quasi rosso, degli svariati alberi da frutto, e, passando presso le rare case dei contadini o presso le mascalcie seminate per la via, la vista si rallegra sui primi rosai fioriti negli orti, lungo le siepi o contro i muri delle case.

«I giardini di Giovanna devono essere tutti in fiore», osserva Simone Zelote.

Gli Apostoli innamorati di Maria

3«Anche l’orto di Nazareth deve parere un cesto pieno di fiori. Maria ne è la dolce ape che va da roseto a roseto e da questi ai gelsomini che presto fioriranno, ai gigli che già hanno i bocci sullo stelo, e coglierà il ramo del mandorlo come sempre fa, anzi ora coglierà quello del pero o del melograno per metterlo nell’anfora nella sua stanzetta. Quando eravamo bambini le chiedevamo ogni anno: “Perché tieni sempre lì un ramo di albero in fiore e non ci metti invece le prime rose?”; e Lei rispondeva: “Perché su quei petali io vedo scritto un ordine che mi venne da Dio e sento l’odore puro dell’aura celeste”. Te lo ricordi, Giuda?», chiede Giacomo d’Alfeo al fratello.

4«Sì. Me lo ricordo. E ricordo che, divenuto uomo, io attendevo con ansia la primavera per vedere Maria camminare per il suo orto sotto le nuvole dei suoi alberi in fiore e fra le siepi delle prime rose. Non vedevo mai spettacolo più bello di quella eterna fanciulla trasvolante fra i fiori, fra voli di colombi…».

5«Oh! andiamoci presto a vederla, Signore! Che veda anche io tutto questo!», supplica Tommaso.

«Non abbiamo che affrettare la marcia e sostare ben poco, nelle notti, per giungere a Nazareth in tempo», risponde Gesù.

6«Mi accontenti proprio, Signore?».

«Sì, Tommaso. Andremo a Betsaida tutti, e poi a Cafarnao, e lì ci separeremo, noi andando con la barca a Tiberiade e poi a Nazareth. Così ognuno, meno voi giudei, prenderemo le vesti più leggere. L’inverno è finito».

7«Sì. E noi andiamo a dire alla Colomba[4]: “Alzati, affrettati, o mia diletta, e vieni perché l’inverno è passato, la pioggia è finita, i fiori sono sulla terra… Sorgi, o mia amica, e vieni, colomba che stai nascosta, mostrami il tuo viso e fammi sentire la tua voce”».

8«E bravo Giovanni! Sembri un innamorato che canti la sua canzone alla sua bella!», dice Pietro.

9«Lo sono. Di Maria lo sono. Non vedrò altre donne che sveglino il mio amore. Solo Maria, l’amata da tutto me stesso».

10«Lo dicevo anche io un mese fa. Vero, Signore?», dice Tommaso.

11«Io credo che siamo tutti innamorati di Lei. Un amore così alto, così celestiale!… Quale solo quella Donna può ispirarlo. E l’anima ama completamente la sua anima, la mente ama e ammira il suo intelletto, l’occhio mira e si bea nella sua grazia pura che dà diletto senza dare fremito, così come quando si guarda un fiore… Maria, la Bellezza della Terra e, credo, la Bellezza del Cielo…», dice Matteo.

12«È vero! È vero! Tutti vediamo in Maria quanto è di più dolce nella donna. E la fanciulla pura, e la madre dolcissima. E non si sa se la si ama più per l’una o l’altra grazia…», dice Filippo.

13«La si ama perché è “Maria”. Ecco!», sentenzia Pietro.

I nomi di Gesù e Maria.

14Gesù li ha ascoltati parlare e dice: «Avete detto tutti bene. Benissimo ha detto Simon Pietro. Maria si ama perché è “Maria”. Vi ho detto, andando a Cesarea, che solo coloro che uniranno fede perfetta ad amore perfetto giungeranno a sapere il vero significato delle parole: “Gesù, il Cristo, il Verbo, il Figlio di Dio e il Figlio dell’uomo”. Ma ora anche vi dico che c’è un altro nome denso di significati. Ed è quello di mia Madre. Solo coloro che uniranno perfetta fede a perfetto amore giungeranno a sapere il vero significato del nome “Maria”, della Madre del Figlio di Dio. E il vero significato comincerà ad apparire chiaro ai veri credenti e ai veri amorosi in un’ora tremenda di strazio, quando la Genitrice sarà suppliziata col suo Nato, quando la Redentrice redimerà col Redentore[5], agli occhi di tutto il mondo e per tutti i secoli dei secoli».

«Quando?», chiede Bartolomeo, mentre si sono fermati sulle sponde di un grosso ruscello nel quale bevono molti discepoli.

Sosta per il pasto condito di gioia.

15«Fermiamoci qui a spartire il pane. Il sole è a mezzogiorno. A sera saremo al lago di Merom e potremo abbreviare la via con delle barchette», risponde Gesù evasivamente.

16Si siedono tutti sulla erbetta tenera e tiepida di sole delle rive del ruscello, e Giovanni dice: «È un dolore sciupare questi fiorellini così gentili. Sembrano pezzettini di cielo caduti qui sui prati». Sono centinaia e centinaia di miosotis.

17«Rinasceranno più belli domani. Sono fioriti per fare, delle zolle, una sala di convito al loro Signore», lo consola Giacomo suo fratello.

18Gesù offre e benedice il cibo e tutti si danno a mangiare allegramente. I discepoli, come tanti girasoli, guardano tutti in direzione di Gesù, che è seduto al centro della fila dei suoi apostoli.

Sosta per il pasto condito di gioia.

19Il pasto è presto finito, condito di serenità e di acqua pura. Ma, posto che Gesù resta seduto, nessuno si muove. Anzi i discepoli si spostano per venire più vicino, per sentire ciò che dice Gesù, che gli apostoli interrogano. E interrogano ancora su quanto ha detto prima di sua Madre.

20«Sì. Perché essermi madre per la carne sarebbe già grande cosa. Pensate che è ricordata Anna di Elcana come madre di Samuele[6]. Ma egli non era che un profeta. Eppure la madre è ricordata per averlo generato. Perciò ricordata, e con lodi altissime, lo sarebbe Maria per avere dato al mondo Gesù il Salvatore. Ma sarebbe poco, rispetto al tanto che Dio esige da Lei per completare la misura richiesta per la redenzione del mondo[7]. Maria non deluderà il desiderio di Dio. Non lo ha mai deluso. Dalle richieste di amore totale a quelle di sacrificio totale, Ella si è data e si darà. E quando avrà consumato il massimo sacrificio, con Me, per Me[8], e per il mondo, allora i veri fedeli e i veri amorosi capiranno il vero significato del suo Nome. E nei secoli dei secoli, ad ogni vero fedele, ad ogni vero amoroso, sarà concesso di saperlo. Il Nome della Grande Madre, della Santa Nutrice, che allatterà nei secoli dei secoli i pueri di Cristo col suo pianto per crescerli alla Vita dei Cieli».

21«Pianto, Signore? Deve piangere tua Madre?», chiede l’Iscariota.

«Ogni madre piange. E la mia piangerà più di ogni altra».

22«Ma perché? Io ho fatto piangere la mia qualche volta, perché non sono sempre un buon figlio. Ma Tu! Tu non dai mai dolore a tua Madre».

23«No. Io non le do infatti dolore come Figlio suo. Ma gliene darò tanto come Redentore. Due saranno quelli che faranno piangere di un pianto senza fine la Madre mia: Io per salvare l’Umanità, e l’Umanità col suo continuo peccare. Ogni uomo vissuto, vivente, o che vivrà, costa lacrime a Maria».

24«Ma perché?», chiede stupito Giacomo di Zebedeo.

«Perché ogni uomo costa torture a Me per redimerlo».

25«Ma come puoi dire questo di quelli già morti o non ancora nati? Ti faranno soffrire quelli viventi, gli scribi, i farisei, i sadducei, con le loro accuse, le loro gelosie, le loro malignità. Ma non più di così», asserisce sicuro Bartolomeo.

La missione del Redentore.

Idea sbagliata sul Redentore.

26«Giovanni Battista fu anche ucciso… e non è il solo profeta che Israele abbia ucciso e il solo sacerdote, del Volere eterno, ucciso perché inviso ai disubbidienti a Dio».

27«Ma Tu sei da più di un profeta e dello stesso Battista, tuo Precursore. Tu sei il Verbo di Dio. La mano d’Israele non si alzerà su di Te», dice Giuda Taddeo.

28«Lo credi, fratello? Sei in errore», gli risponde Gesù.

29«No. Non può essere! Non può avvenire! Dio non lo permetterà! Sarebbe un avvilire per sempre il suo Cristo!». Giuda Taddeo è tanto agitato che si alza in piedi.

30Anche Gesù lo imita e lo guarda fisso nel volto impallidito, negli occhi sinceri. Dice lentamente: «Eppure sarà», e abbassa il braccio destro, che aveva alto, come se giurasse.

31Tutti si alzano e si stringono più ancora intorno a Lui – una corona di visi addolorati ma più ancora increduli – e mormorii vanno per il gruppo:

«Certo… se così fosse… il Taddeo avrebbe ragione».

32«Quello che avvenne del Battista è male. Ma ha esaltato l’uomo, eroico fino alla fine. Se ciò avvenisse al Cristo sarebbe uno sminuirlo».

33«Cristo può essere perseguitato, ma non avvilito».

34«L’unzione di Dio è su di Lui».

35«Chi potrebbe più credere se ti vedessero in balìa degli uomini?».

36«Noi non lo permetteremo».

37L’unico che tace è Giacomo di Alfeo. Suo fratello lo investe: «Tu non parli? Non ti muovi? Non senti? Difendi il Cristo contro Se stesso!». Giacomo, per tutta risposta, si porta le mani al viso e si scosta alquanto, piangendo.

38«È uno stolto!», sentenzia suo fratello.

39«Forse meno di quanto lo credi», gli risponde Ermasteo. E continua: «Ieri, spiegando la profezia, il Maestro ha parlato di un corpo disfatto che si reintegra e di uno che da sé si resuscita. Io penso che uno non può risorgere se prima non è morto».

40«Ma può essere morto di morte naturale, di vecchiaia. Ed è già molto ciò per il Cristo!», ribatte il Taddeo e molti gli danno ragione.

41«Sì, ma allora non sarebbe un segno dato a questa generazione che è molto più vecchia di Lui», osserva Simone Zelote[9].

42«Già. Ma non è detto che parli di Se stesso», ribatte il Taddeo, ostinato nel suo amore e nel suo rispetto.

43«Nessuno che non sia il Figlio di Dio può da Se stesso risuscitarsi, così come nessuno che non sia il Figlio di Dio può essere nato come Egli è nato. Io lo dico. Io che ho visto la sua gloria natale», dice Isacco con sicura testimonianza.

Primo annuncio della Passione (Mt 16,21; Mc 8,31-32)[10].

44Gesù, con le braccia conserte, li ha ascoltati parlare guardandoli a turno. Ora fa Lui cenno di parlare e dice: «Il Figlio dell’uomo sarà dato in mano degli uomini perché Egli è il Figlio di Dio ma è anche il Redentore dell’uomo. E non c’è redenzione senza sofferenza. La mia sofferenza sarà del corpo, della carne e del sangue, per riparare i peccati della carne e del sangue. Sarà morale per riparare ai peccati della mente e delle passioni. Sarà spirituale per riparare alle colpe dello spirito. Completa sarà. Perciò all’ora fissata Io sarò preso, in Gerusalemme, e dopo molto avere già sofferto per colpa degli Anziani e dei Sommi Sacerdoti, degli scribi e dei farisei, sarò condannato a morte infamante. E Dio lascerà fare perché così deve essere, essendo Io l’Agnello di espiazione per i peccati di tutto il mondo. E in un mare di angoscia, condivisa da mia Madre e da poche altre persone, morirò sul patibolo, e tre giorni dopo, per mio solo volere divino, risusciterò a vita eterna e gloriosa come Uomo e tornerò ad essere Dio in Cielo col Padre e con lo Spirito. Ma prima dovrò patire ogni obbrobrio ed avere il cuore trafitto dalla Menzogna e dall’Odio».

3. Da Cafarnao a Nazareth. Svelate le trasfigurazioni della Vergine[11].

A Gerusalemme per Magdala e Nazareth.

Imbarco per Magdala.

1E Gesù scende nell’orto dove sono barelle o infermi e li sana rapidamente, mentre accoglie l’ossequio di Giairo e degli amici, pochi, di Cafarnao.

2Le donne, intanto – e sono Porfirea e Salome, più l’anziana moglie di Bartolomeo e quella meno anziana di Filippo con le figlie giovinette – si occupano delle vivande per la numerosa turba di discepoli, che saranno sfamati con le corbe di pesce che Betsaida e Cafarnao hanno offerto. E un gran sventrare di ventri argentati, ancora palpitanti, un gran sciacquare di pesci nei catini, un grande sfrigolio degli stessi sulle graticole, avviene in cucina, mentre Marziam, con altri discepoli, alimenta i fuochi e porta brocche d’acqua in aiuto delle donne. Il pasto è presto pronto e presto consumato. Ed essendo ormai reclutate le barche per il trasporto di tanti, non resta che imbarcarsi per Magdala, su un lago d’incanto, tanto è sereno, angelico nel castone smeraldino delle rive. I giardini e la casa di Maria di Magdala si aprono ospitali nel meriggio solare ad accogliere il Maestro e i suoi discepoli, e tutta Magdala si riversa a salutare il Rabbi che va verso Gerusalemme.

Marcia solerte verso Nazareth.

3E le fresche pendici dei colli galilei sentono la marcia solerte e lieta della turba fedele, seguita da un comodo carro dove sono Giovanna con Porfirea, Salome, le mogli di Bartolomeo e Filippo e le due giovinette figlie di quest’ultimo, più i ridenti Maria e Mattia, irriconoscibili nell’aspetto da quello che erano cinque mesi addietro.

4Marziam marcia bravamente con gli adulti, anzi, per volere di Gesù, è proprio nel gruppo apostolico, fra Pietro e Giovanni, e non perde parola di quanto dice Gesù.

5Il sole splende in un cielo purissimo e folate tiepide portano odore di bosco, di mentucce, di viole, dei primi mughetti, dei rosai sempre più fioriti e, sovrano su tutti, quell’odore fresco, lievemente amarognolo, dei fiori delle piante da frutto, che da ogni dove spargono neve di petali sulle zolle erbose. Tutti ne hanno fra i capelli mentre procedono in un continuo cinguettio d’uccelli, fra canti di seduzione e trepidi richiami da folto a folto, tra i maschi audaci e le femmine pudiche, mentre le pecore brucano, pingui di maternità, e i primi agnellini urtano il musetto rosato nella tonda mammella per aumentare la secrezione del latte, oppure caroleggiano sui prati d’erba tenerella come bambini felici.

Fiori e doni per Maria.

6Come viene presto Nazareth dopo Cana, dove Susanna si unisce alle altre donne portando seco i prodotti della sua terra in ceste e vasi, e un intero tralcio di rose rosse tutte in bocci, prossimi a schiudersi, «da offrirsi a Maria», dice.

7«Io pure, vedi?», dice Giovanna scoprendo una specie di cassa dove sono adagiate rose e rose fra muschi umidi: «Le prime e le più belle. Sempre un nulla per Lei, tanto cara!».

8Vedo che ogni donna ha portato derrate per il viaggio pasquale, e con le derrate chi questo fiore, chi quella pianta per l’orto di Maria; e Porfirea si scusa di non avere portato che un vaso di canfora, splendido nelle minute foglioline glauche che sprigionano il loro aroma solo a sfiorarle. «Maria la desiderava questa pianta balsamica…», dice. E tutte la elogiano per la bellezza rigogliosa dell’arboscello. «Oh! l’ho vegliato tutto l’inverno, tenendolo al riparo dal gelo e dalla grandine nella mia stanza. Marziam mi aiutava a portarlo al sole ogni mattina, a ritirarlo ogni sera… E quel caro fanciullo, se non ci fosse stata la barca e ora il carro, se lo sarebbe caricato sulle spalle per portarlo a Maria, facendo cortesia a Lei e a me», dice l’umile donna, che si rinfranca sempre più per la bontà di Giovanna e che non sta in sé dalla gioia di essere in viaggio per Gerusalemme, e col Maestro, il suo uomo e il suo Marziam.

9«Non ci sei mai stata?».

«Finché visse mio padre, ogni anno. Ma poi… La madre non vi andò più… I fratelli mi ci avrebbero portata, ma facevo comodo alla madre e non mi lasciava andare. Dopo ho sposato Simone… e non sono stata più molto bene in salute. Simone avrebbe dovuto stare molto in viaggio e si annoiava… Rimanevo perciò a casa ad attenderlo… Il Signore vedeva il mio desiderio… ed era come facessi il sacrificio nel Tempio…», dice la mite donna.

10E Giovanna, che l’ha vicina, le mette la mano sulle splendide trecce dicendole: «Cara!». E in quell’aggettivo c’è tanto amore, tanta comprensione e tanto significato.

La Madre di tutti i buoni.

11Ecco Nazareth… ecco la casa di Maria d’Alfeo, che è già fra le braccia dei figli, e con le mani, gocciolanti e rosse del bucato che sta facendo, se li carezza, e poi corre, asciugandosele nel grembiule grossolano, ad abbracciare Gesù… Ed ecco la casa di Alfeo di Sara, immediatamente precedente quella di Maria. E Alfeo che ordina al nipotino più grande di correre ad avvertire Maria, e intanto sgamba a passi da gigante verso Gesù con una bracciata di nipotini fra le braccia, e lo saluta insieme a quella nidiata stretta fra le braccia come un mazzo di fiori offerto a Gesù. Ed ecco Maria farsi sulla porta, nel sole, nel suo abito da casa di un chiaro azzurro un poco stinto, l’oro dei capelli splendente vaporoso sulla fronte verginale e massiccio nel pesante nodo delle trecce sulla nuca, e cadere sul petto del Figlio che la bacia con tutto il suo amore.

12Gli altri si fermano prudenti per lasciarli liberi nel primo incontro. Ma Ella subito si stacca e volge il viso, inattaccabile all’età, ora tutto roseo per la sorpresa e luminoso di sorriso, e saluta con la sua voce d’angelo: «La pace a voi, servi del Signore e discepoli del Figlio mio. La pace a voi, sorelle nel Signore», e con le discepole, scese dal carro, scambia un bacio fraterno.

13«Oh! Marziam! Ora non potrò più tenerti fra le braccia! Sei un uomo ormai. Ma vieni dalla Mamma di tutti i buoni, che un bacio te lo darò ancora. Caro! Dio ti benedica e ti faccia crescere nelle sue vie, robusto e come cresce il tuo corpo giovinetto, e più ancora. Figlio mio, dovremo portarlo a suo nonno. Sarà felice di vederlo così», dice poi volgendosi a Gesù.

14E poi abbraccia Giacomo e Giuda d’Alfeo. E dà loro la notizia che certo essi amano: «Quest’anno Simone viene con me, come discepolo del Maestro. Me lo ha detto».

15E uno per uno saluta i più noti, i più influenti, avendo per ognuno una parola di grazia. Mannaen viene condotto a Lei da Gesù e presentato come sua scorta nel viaggio verso Gerusalemme.

16«Tu non vieni con noi, Figlio?».

17«Madre, ho altri luoghi da evangelizzare. Ci vedremo a Betania».

18«La tua volontà sia fatta ora e sempre. Grazie, Mannaen. Tu: angelo umano; i nostri custodi: angeli del Cielo; e noi saremo sicure come fossimo nel Santo dei Santi». E offre la sua manina a Mannaen in segno di amicizia. E il cavaliere, cresciuto nel fasto, si inginocchia per baciare la mano gentile che si offre a lui.

La piccola casa di Nazareth.

19Intanto sono stati scaricati i fiori e quanto deve restare a Nazareth. Poi il carro va al suo destino in qualche scuderia della città. La piccola casa pare un roseto per le rose sparse ogni dove dalle discepole. Ma la pianta di Porfirea, posata sulla tavola, raccoglie la più viva ammirazione di Maria, che la fa portare in luogo acconcio secondo le indicazioni della moglie di Pietro. Non possono certo entrare tutti nella minuscola casa, nell’orto che non è una tenuta né un podere, ma che sembra salire verso il cielo sereno, farsi aereo, tante sono le nuvole dei fiori sulle piante del brolo. E Giuda d’Alfeo, sorridendo, chiede a Maria: «Hai colto anche oggi il tuo ramo per la tua anfora?».

20«Senza dubbio, Giuda: E quando siete venuti lo contemplavo…».

21«E risognavi, Mamma, il tuo mistero lontano», dice Gesù abbracciandola col braccio sinistro e attirandosela contro il cuore.

Maria alza il viso imporporato e sospira: «Sì, Figlio mio… e risognavo il primo palpito del tuo cuore in me…».

22Gesù dice: «Restino le discepole, gli apostoli, Marziam, i discepoli pastori, il sacerdote Giovanni, Stefano, Erma e Mannaen. Gli altri si spargano in cerca di alloggio…».

Case di accoglienza.

23«Molti possono stare in casa mia…», urla dalla soglia, sulla quale è bloccato, Simone d’Alfeo.

«Sono loro condiscepolo e li reclamo».

24«Oh! fratello, vieni avanti, che ti possa baciare», dice espansivo Gesù, mentre Alfeo di Sara e Ismaele e Aser; i due discepoli, ex-asinai, di Nazareth, a loro volta dicono: «A casa nostra. Venite, venite!».

25I discepoli non prescelti se ne vanno e può essere chiusa la porta… per essere riaperta però subito dopo per la venuta di Maria d’Alfeo, che non può stare lontana anche se si sciupa il suo bucato. Sono quasi quaranta persone e perciò si spargono nell’orto tiepido e quieto, finché sono distribuiti i cibi, che ognuno trova con sapori celesti tanto è felice di consumarli nella casa del Signore, distribuiti da Maria.

26Torna Simone, che ha sistemato i discepoli, e dice: «Non mi hai chiamato come gli altri, ma io ti sono fratello e ci sto lo stesso».

Rivelazione dei misteri di Maria.

Il Figlio fa conoscere la Madre.

27«Bene vieni, Simone. Vi ho qui voluti per farvi conoscere Maria. Molti di voi conoscete la “madre” Maria, alcuni la “sposa” Maria. Ma nessuno conosce la “vergine” Maria. Io ve la voglio fare conoscere in questo giardino in fiore, nel quale il vostro cuore viene col desiderio nelle lontananze forzate e come ad un riposo nelle fatiche dell’apostolato.

28Vi ho ascoltato parlare, voi apostoli, discepoli e parenti, ed ho sentito le vostre impressioni, i vostri ricordi, le vostre asserzioni sulla Madre mia. Io vi trasfigurerò tutto questo, molto ammirativo ma ancora molto umano, in un soprannaturale conoscere. Perché mia Madre, prima di Me, va trasfigurata agli occhi dei più meritevoli, per mostrarla quale Essa è. Voi vedete una donna. Una donna che per la sua santità vi pare diversa dalle altre, ma che in realtà vedete come un’anima fasciata dalla carne, come quella di tutte le sue sorelle di sesso. Ma Io ora vi voglio scoprire l’anima di mia Madre. La sua vera ed eterna bellezza.

29Vieni qui, Madre mia. Non arrossire. Non ritrarti intimidita, colomba soave di Dio. Tuo Figlio è la Parola di Dio e può parlare di te e del tuo mistero, dei tuoi misteri, o sublime Mistero di Dio. Sediamoci qui, in quest’ombra leggera di alberi in fiore, presso la casa, presso la tua stanza santa. Così! Alziamo questa tenda ondeggiante e ne escano onde di santità e di Paradiso da questa stanza verginale, a saturare di te tutti noi… Sì. Io pure. Che Io mi profumi di te, Vergine perfetta, per potere sopportare i fetori del mondo, per potere vedere candore avendo saturata la pupilla del tuo Candore… Qui Marziam, Giovanni, Stefano, e voi discepole, bene di fronte alla porta aperta sulla dimora casta della Casta fra tutte le donne. E dietro voi, amici miei. E qui, al mio fianco, tu, diletta Madre mia.

L’eterna bellezza dell’anima di Maria.

30Vi ho detto poc’anzi “l’eterna bellezza dell’anima di mia Madre”. Sono la Parola e perciò so usare della parola senza errore. Ho detto “eterna”, non “immortale”. E non senza scopo l’ho detto. Immortale è chi, essendo nato, non muore più. Così l’anima dei giusti è immortale in Cielo, l’anima dei peccatori è immortale nell’inferno, perché l’anima, creata che sia, non muore più che alla grazia. Ma l’anima ha vita, esiste dal momento che Dio la pensa. È il Pensiero di Dio che la crea. L’anima di mia Madre è da sempre pensata da Dio. Perciò è eterna nella sua bellezza, nella quale Dio ha riversato ogni perfezione per averne delizia e conforto.

L’anima della Madre fuso nell’Amore col Padre.

31É detto nel libro del nostro avo Salomone (Proverbi 8, 22-31), che ti antevide e perciò profeta tuo può essere detto: “Dio mi possedette all’inizio delle sue opere, fin dal principio, avanti la Creazione. Ab eterno io fui stabilita, al principio, prima che fosse fatta la Terra. Non erano ancora gli abissi ed io ero concepita. Non ancora le sorgenti delle acque sgorgavano, non ancora le montagne erano fermate sulla loro grave mole, ed io già ero. Prima delle colline io ero partorita. Egli non aveva ancora fatto la Terra, i fiumi, né i cardini del mondo, ed io già ero.

32Quando preparava i cieli e il Cielo, io ero presente. Quando con legge inviolabile chiuse sotto la volta l’abisso, quando rese stabile in alto la volta celeste e vi sospese le fonti delle acque, quando fissò al mare i suoi confini e dette legge alle acque di non passare il loro termine, quando gettava i fondamenti della Terra, io ero con Lui a ordinare tutte le cose. Sempre nella gioia io scherzavo dinanzi a Lui continuamente. Scherzavo nell’universo”.

33Sì, o Madre di cui Dio, l’Immenso, il Sublime, il Vergine, l’Increato, era gravido, e ti portava come il suo dolcissimo pondo, giubilando di sentirti agitarti in Lui, dandogli i sorrisi dei quali fece il Creato! Tu che a dolore partorì per darti al Mondo, anima soavissima, nata dal Vergine per essere la “Vergine”, Perfezione del Creato, Luce del Paradiso, Consiglio di Dio, che guardandoti poté perdonare la Colpa perché tu sola, da te sola, sai amare come tutta l’Umanità messa insieme non sa amare. In te il Perdono di Dio! In te il Medicamento di Dio, tu, carezza dell’Eterno sulla ferita dall’uomo fatta a Dio! In te la Salute del mondo, Madre dell’Amore incarnato e del concesso Redentore! L’anima della Madre mia! Fuso nell’Amore col Padre, Io ti guardavo dentro di Me, o anima della Madre mia!… E il tuo splendore, la tua preghiera, l’idea di essere da te portato, mi consolavano in eterno del mio destino di dolore e di esperienze disumane di ciò che è il mondo corrotto per il Dio perfettissimo. Grazie, o Madre! Io sono venuto già saturo delle tue consolazioni, Io sono sceso sentendo te sola, il tuo profumo, il tuo canto, il tuo amore… Gioia, gioia mia!

La maternità verginale.

34Ma udite, voi che ora sapete che una sola è la Donna nella quale non è macchia, una sola la Creatura che non costa ferita al Redentore, udite la seconda trasfigurazione di Maria, l’Eletta di Dio.

35Era un sereno pomeriggio di adar ed erano in fiore gli alberi nell’orto silenzioso, e Maria, sposa a Giuseppe, aveva colto un ramo di albero in fiore per sostituirlo all’altro che era nella sua stanzetta. Da poco era venuta a Nazareth, Maria, presa dal Tempio per ornare una casa di santi. E con l’anima tripartita fra il Tempio, la casa e il Cielo, Ella guardava il ramo in fiore, pensando che con uno simile, sbocciato insolitamente, un ramo reciso in questo brolo nel colmo dell’inverno e fioritosi come per primavera davanti all’Arca del Signore – forse lo aveva scaldato il Sole-Iddio raggiante sulla sua Gloria – Dio le aveva significato la sua volontà… E pensava ancora che nel giorno delle nozze Giuseppe le aveva portato altri fiori, ma mai simili al primo che portava scritto sui petali leggeri: “Ti voglio unita a Giuseppe”… Tante cose pensava… E pensando salì a Dio. Le mani erano solerti fra la rocca e il fuso, e filavano un filo più sottile d’uno dei capelli del suo capo giovinetto…

36L’anima tesseva un tappeto d’amore, andando solerte, come spola sul telaio, dalla Terra al Cielo. Dai bisogni della casa, dello sposo, a quelli dell’anima, di Dio. E cantava, e pregava. E il tappeto si formava sul mistico telaio, si srotolava dalla Terra al Cielo, saliva a sperdersi lassù… Formato di che? Dai fili sottili, perfetti, forti, delle sue virtù, dal filo volante della spola che Ella credeva “sua”, mentre era di Dio: la spola della Volontà di Dio sulla quale era avvolta la volontà della piccola, grande Vergine d’Israele, la Sconosciuta al mondo, la Conosciuta da Dio, la sua volontà avvolta, fatta una con la Volontà del Signore. E il tappeto si infiorava di fiori d’amore, di purezza, di palme di pace, di palme di gloria, di mammole, di gelsomini… Ogni virtù fioriva sul tappeto dell’amore che la Vergine di Dio svolgeva, invitante, dalla Terra al Cielo. E poiché il tappeto non bastava, Ella lanciava il cuore cantando: “Venga il mio Diletto nel suo giardino e mangi il frutto dei suoi pomi… Il mio Diletto discenda nel suo giardino, all’aiuola degli aromi, a pascersi tra i giardini, a coglier gigli. Io son del mio Diletto, e il mio Diletto è mio, Egli che si pasce fra i gigli!”[12]. E da lontananze infinite, fra torrenti di Luce, veniva una Voce quale orecchio umano non può udire, né gola umana formare.

L’amore è forte più del­la morte.

37E diceva: “Quanto sei bella, amica mia! Quanto sei bella![13]… Miele stillano le tue labbra… Un giardino chiuso tu sei, una fonte sigillata, o sorella, mia sposa…”[14], e insieme le due voci si univano per cantare l’eterna verità: “L’amore è forte più della morte. Nulla può estinguere o sommergere il ‘nostro’ amore”[15]. E la Vergine trasfigurava così… così… così… mentre scendeva Gabriele e la richiamava, col suo ardere, alla Terra, le riuniva lo spirito alla carne, perché Ella potesse intendere e comprendere la richiesta di Colui che l’aveva chiamata “Sorella” ma che la voleva “Sposa”.

38Ecco, là avvenne il Mistero… E una pudica, la più pudica di tutte le donne, Colei che neppure conosceva lo stimolo istintivo della carne, tramortì davanti all’Angelo di Dio, perché anche un angelo turba[16] l’umiltà e la verecondia della Vergine, e solo si placò udendolo parlare, e credette, e disse la parola per cui il “loro” amore divenne Carne e vincerà la Morte, né nessun’acqua potrà estinguerlo, né malvagità sommergerlo…»

“Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”.

39Gesù si china dolcemente su Maria che gli è scivolata ai piedi quasi estatica, nella rievocazione dell’ora lontana, luminosa di una luce speciale che pare le esali dall’anima, e le chiede sommessamente: «Quale la tua risposta, o Purissima, a chi ti assicurava che divenendo Madre di Dio non avresti perduto la tua perfetta Verginità?».

40E Maria, quasi in sogno, lentamente, sorridendo, con gli occhi dilatati per un pianto felice: «Ecco l’Ancella del Signore! Si faccia di me secondo la sua Parola»[17], e reclina la testa sui ginocchi del Figlio, adorando.

41Gesù la vela col suo manto, nascondendola agli occhi di tutti, e dice: «E fu fatto. E si farà sino alla fine. Sino all’altra e all’altra ancora delle sue trasfigurazioni. Sarà sempre “l’Ancella di Dio”.

42Farà sempre come dirà “la Parola”. Mia Madre! Questa è mia Madre. Ed è bene che voi cominciate a conoscerla in tutta la sua santa Figura… Madre! Madre! Rialza il tuo viso, Diletta… Richiama i tuoi devoti alla Terra dove per ora siamo…», dice scoprendo Maria dopo qualche tempo, durante il quale non era rumore oltre al ronzio delle api e al chioccolio della piccola fonte.

43Maria alza il viso molle di pianto e sussurra: «Perché, Figlio, mi hai fatto questo? I segreti del Re sono sacri…».

44«Ma il Re li può svelare quando vuole. Madre, l’ho fatto perché sia compreso il detto di un Profeta: “Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”[18], e l’altro dell’altro Profeta: “La Vergine concepirà e partorirà un Figlio”[19].

45E anche perché essi, che inorridiscono di troppe cose, per loro avvilenti, del Verbo di Dio, abbiano a contrappeso tante altre cose che li confermino nella gioia di essere “miei”. Così non si scandalizzeranno mai più e conquisteranno anche per ciò il Cielo…

46Ora chi deve andare alle case ospitali vada. Io resto con le donne e Marziam. Domani all’alba siano qui tutti gli uomini, ché voglio condurvi qui vicino. Poi torneremo a salutare le discepole per poi tornare a Cafarnao a radunare altri discepoli e inviarli dietro a queste» …

L’incontro con la Madre e con le discepole[20].

Il carro delle donne.

47Camminano ancora qualche tempo, poi Pietro, che guarda indietro per la strada carovaniera sulla quale ormai sono, esclama: «Misericordiosa Provvidenza! Ma quello è il carro delle donne!».

48Tutti si volgono. É realmente il pesante carro di Giovanna che viene avanti al trotto di due robusti cavalli. Si fermano ad attenderlo. La coperta di cuoio tutta calata non permette di vedere chi è dentro ad esso. Ma Gesù fa cenno di fermare, e il conducente ha una esclamazione gioiosa quando vede Gesù, ritto sul bordo della strada a braccio alzato.

49Mentre l’uomo ferma i due cavalli che sbuffano, si affaccia dall’apertura della tenda il viso magro di Isacco: «Il Maestro!», grida.

50«Madre, sii lieta! É qui!».

52Voci di donne, trapestio di passi, avvengono nel carro, ma prima che una sola di loro scenda sono già balzati a terra Mannaen, Marziam e Isacco, che accorrono a venerare il Maestro.

29«Ancora qui, Mannaen?».

53«Fedele alla consegna. E ora più che mai perché le donne avevano paura… Ma… Ti abbiamo ubbidito perché si deve ubbidire, ma credi che non c’era nulla di preoccupante. So di certo che Pilato ha richiamato all’ordine i turbolenti, dicendo che chiunque creerà sedizioni in questi giorni di festa sarà punito duramente. Credo non estranea a questa protezione di Pilato la moglie, e soprattutto le dame amiche della moglie. A Corte si sa tutto e nulla. Ma si sa abbastanza…», e Mannaen si scansa per cedere il posto a Maria, che è scesa dal carro ed ha fatto i pochi metri di strada, tutta trepida e commossa.

Incontro con la madre.

54Si baciano mentre le discepole, tutte, venerano il Maestro.  Non ci sono però né Maria né Marta di Lazzaro.

55Maria mormora: «Quanto affanno da quella sera! Figlio, come ti odiano tutti!», e delle lacrime scendono lungo le righe rosse che segnano sul viso il segno di molte altre, fatte in quei giorni.

56«Ma tu vedi che il Padre provvede. Non piangere, dunque! Io sfido tutto l’odio del mondo con coraggio. Ma una sola tua lacrima mi accascia. Suvvia, Madre santa!!», e tenendola abbracciata con un braccio a Sé si volge alle discepole per salutarle, ed ha particolari parole per Giovanna che è voluta tornare indietro per accompagnare Maria.

57«Oh! Maestro! Non è una fatica stare con tua Madre. Maria è trattenuta a Betania dalle sofferenze del fratello. Sono venuta io. Ho lasciato i bambini alla moglie del custode del palazzo, che è buona e materna. Ma già c’è anche Cusa che veglia, e pensa Tu se mancherà nulla al caro Mattia che mio marito predilige! Però anche Cusa mi ha detto che la partenza era inutile. La remora del Proconsole ha spezzato le unghie anche ad Erodiade. Egli poi, il Tetrarca, trema di paura e non ha che un pensiero: vegliare acciò che Erodiade non lo rovini agli occhi di Roma. La morte di Giovanni ha distrutto molte cose in favore di Erodiade. Ed Erode sente anche, e molto bene, che il popolo è in rivolta contro di lui per l’uccisione di Giovanni. La volpe intuisce che il peggior castigo sarebbe perdere la protezione astiosa e deridente di Roma. Il popolo lo assalirebbe subito. Perciò, oh! non dubitare! Non farà nulla di sua iniziativa!».

Ritorno a Gerusalemme.

59«Allora torniamo a Gerusalemme! Potete procedere tranquilli sulla vostra incolumità. Andiamo. Le donne rimontino sul carro e con esse Matteo e chi è stanco. Riposeremo a Bétèl. Andiamo».

60Le donne ubbidiscono. Salgono con esse Matteo e Bartolomeo. Gli altri preferiscono seguire il carro a piedi insieme a Mannaen con Isacco e Marziam. E Mannaen racconta come abbia fatto le indagini per sapere quanto di vero era nella millanteria dell’erodiano, che aveva gettato un vento di dolore nella quieta accolta di Betania presso Lazzaro, «molto sofferente», dice Mannaen.

61«É venuta una donna a Betania?».

«No, Signore. Ma noi vi manchiamo da tre giorni. Chi è?».

62«Una discepola. La darò ad Elisa perché è giovane, sola e senza mezzi».

«Elisa è nel palazzo di Giovanna. Voleva venire. Ma è molto costipata. Spasimava per vederti. Diceva: “Ma non capite che io ho la mia pace nel vederlo?”».

Marziam l’evangelizzatore.

63«Le darò anche una gioia con questa giovane. E tu, Marziam, non parli?».

«Ascolto, Maestro».

«Il ragazzo ascolta e scrive. Da uno, dall’altro, si fa ripetere le tue parole e scrive, scrive. Ma le avremo dette bene, noi?», dice Isacco.

64«Le guarderò Io e aggiungerò ciò che manca nel lavoro del mio discepolo», dice Gesù accarezzando la guancia brunetta di Marziam. E chiede: «E il vecchio padre? Lo hai visto?».

«Oh, sì! Non mi riconosceva. Ha pianto di gioia. Ma lo vedremo al Tempio perché Ismael li manda. Anzi ha dato loro più giorni quest’anno. Ha paura di Te».

«Sfido io! Dopo lo scherzetto avvenuto a Chanania in scebat!», dice Pietro e ride.

65«La paura di Dio non costruisce però, anzi demolisce. Non è amicizia. É solo attesa che si muta spesso in livore. Ma ognuno dà ciò che può…».

Proseguono la strada e li perdo di vista.

4. La cena rituale in casa di Lazzaro e il banchetto sacrilego in casa di Samuele[21].

La cena pasquale in casa di Lazzaro.

Promessa di Gesù a Lazzaro.

1Quando Gesù entra nel palazzo, lo vede invaso da una turba di servi venuti da Betania, i quali si affrettano nei preparativi. Lazzaro, sdraiato su un lettuccio e molto sofferente, saluta con un pallido sorriso il suo Maestro, che si affretta verso di lui e che si china tutto amore sul lettuccio chiedendo: «Hai molto sofferto, non è vero, amico mio?, con le scosse del carro».

2«Molto, Maestro», risponde Lazzaro, sfinito tanto che solo a rievocare ciò che ha provato ha da capo negli occhi le lacrime.

3«Per colpa mia! Perdonami!».

4Lazzaro prende una delle mani di Gesù e se la porta al viso, ci strofina contro la guancia scarnita, la bacia e mormora: «Oh! non per colpa tua, Signore! E sono tanto contento che Tu faccia con me la Pasqua… la mia ultima Pasqua!…»

5«Se Dio vorrà, nonostante ogni cosa, tu ne farai molte ancora, Lazzaro. E sempre il tuo cuore sarà con Me».

6«Oh! io sono finito! Tu mi conforti… ma è finita. E mi spiace…». Piange.

7«Lo vedi, Signore? Lazzaro non fa che piangere» dice pieto­sa Marta. «Digli che non lo faccia. Si sfinisce!».

8«La carne ha anche i suoi diritti. La sofferenza è penosa, Marta, e la carne piange. Ha bisogno di questo sfogo. Ma l’anima è rassegnata, non è vero, amico mio? La tua anima di giusto fa volentieri la volontà del Signore…».

9«Sì… Ma io piango perché Tu, essendo così perseguitato, non potrai assistermi nella morte… Ho ribrezzo, ho paura di morire… Se ci fossi Tu, non l’avrei tutto ciò. Mi rifugerei nelle tue braccia… e mi addormenterei così… Come farò? Come farò a morire senza avere moti contro l’ubbidienza a questa tremenda volontà?».

10«Suvvia! Non pensare a queste cose! Vedi? Fai piangere le sorelle… Il Signore ti aiuterà così paternamente che tu non avrai paura. Paura devono averla i peccatori…».

11«Ma Tu, se puoi venire, ci vieni alla mia agonia? Promettimelo!».

12«Te lo prometto[22]. Questo e più ancora».

13«Mentre preparano, raccontami ciò che hai fatto questa mattina…».

14E Gesù, seduto sull’orlo del lettuccio, una delle scarne mani di Lazzaro nelle sue, racconta per filo e per segno tutto quanto è accaduto, finché Lazzaro, sfinito, si assopisce, e Gesù non lo lascia neppure allora. Sta immobile per non turbare quel sonno riparatore, facendo segno che si faccia il meno rumore possibile, tanto che Marta, dopo avere portato un ristoro a Gesù, si ritira in punta di piedi calando la tenda pesante e chiudendo la porta massiccia. Il rumore della casa, tutta in moto, si attutisce così in un brusio appena sensibile. Lazzaro dorme. Gesù prega e medita.

La fortuna di chi ama totalmente.

15Passano le ore così, finché Maria di Magdala viene a portare una lampadetta, perché la sera scende e vengono chiuse le finestre.

«Dorme ancora?», sussurra.

«Sì. É molto quieto. Gli farà bene».

16«Da mesi non dormiva tanto… Credo che molto lo tenesse agitato il timore della morte. Con Te vicino non c’è paura… di nulla… Lui fortunato!».

17«Perché, Maria?».

«Perché lui potrà averti vicino nel morire. Ma io…».

18«Perché tu no?».

«Perché Tu vuoi morire… e presto. E io chissà quando morirò. Fammi morire prima di Te, Maestro!».

«No, tu mi devi servire per tanto ancora».

«E allora ho ragione di dire che Lazzaro è fortunato!».

19«I beneamati saranno tutti fortunati come lui, più di lui».

20«Chi sono? I puri, vero?».

«Coloro che sanno totalmente amare. Tu, per esempio, Maria».

21«Oh! mio Maestro!». Maria scivola a terra, sulla stuoia multicolore che copre il pavimento di questa stanza, e sta lì, in adorazione del suo Gesù.

Onorate sempre il povero che nessuno ama.

22Marta, cercandola, mette dentro il capo. «Vieni, dunque! Dobbiamo parare la sala rossa per la cena del Signore».

 23«No, Marta. Quella la darete ai più umili, ai contadini di Giocana, ad esempio».

24«Ma perché, Maestro?».

«Perché i poveri sono tanti Gesù ed Io sono in essi. Onorate sempre il povero che nessuno ama, se volete essere perfette. Per Me preparerete nell’atrio. Tenendo aperte le porte delle molte stanze che dànno in esso, tutti mi vedranno ugualmente ed Io tutti vedrò».

25Marta, non troppo soddisfatta, obbietta: «Ma Tu in un vestibolo!… Non è degno di Te!…».

26«Va’, va’. Fa’ ciò che ti dico. É degnissimo fare ciò che il Maestro consiglia».

Marta e Maria escono senza fare rumore e Gesù resta paziente a vegliare l’amico che riposa.

La Regina della festa è Maria.

27Le cene sono in pieno svolgimento. Con poco giusta distribuzione degli ospiti, secondo il punto di vista umano, ma con una superiore vista tesa a dare onore e amore a quelli che il mondo solitamente trascura.

28Così nella splendida, regale sala rossa, la cui volta è sorretta da due colonne di porfido rosso, fra le quali è stata messa la lunga tavola, sono seduti i contadini di Giocana insieme a Marziam e a Isacco più altri discepoli, fino a compire il numero adatto. Nella sala dove ebbe luogo la cena della sera avanti sono altri discepoli fra i più umili. Nella sala bianca – un sogno di candore – sono le discepole vergini e con esse, che sono solo quattro, sono le sorelle di Lazzaro e Anastasica e altre giovani, ma la regina della festa è Maria, la Vergine per eccellenza. Nella stanza vicina, che forse è una biblioteca perché è tappezzata di alti scrigni oscuri che forse contengono dei rotoli, o ne contenevano, sono le vedove e le mogli, e ne sono direttrici Elisa di Betsur e Maria d’Alfeo. E così via.

Il Re della festa è Gesù.

29Ma ciò che colpisce è vedere Gesù nell’atrio marmoreo. Vero è che il gusto signorile delle due sorelle di Lazzaro ha fatto del quadrato vestibolo un vero salone luminoso, fiorito, splendido più di una sala. Ma è sempre il vestibolo! Gesù è coi dodici, ma al suo fianco è Lazzaro. E con Lazzaro è anche Massimino.

30Le cene proseguono secondo il rito… e Gesù sfavilla nella letizia di essere al centro di tutti i suoi discepoli fedeli.

31Terminate le cene, consumato l’ultimo calice, cantato l’ultimo salmo, tutti quelli che erano nelle diverse sale affluiscono nell’atrio. Ma non vi stanno, data la presenza della tavola che ingombra non poco.

32«Andiamo nella sala rossa, Maestro. Spingeremo la tavola contro la parete e staremo tutti intorno a Te», suggerisce Lazzaro facendo cenno ai servi di eseguire.

33Ora Gesù, seduto al centro, fra le due preziose colonne, sotto il rutilante lampadario, alto su un piedistallo fatto di due sedili-lettucci usati per la cena, pare proprio un re seduto sul trono in mezzo ai suoi cortigiani. La sua veste di lino, messa avanti la cena, splende come fosse di fili preziosi, e sembra ancor più bianca, messa a confronto con il rosso opaco delle pareti e con quello lucido delle colonne. E il suo viso è veramente divino e regale mentre parla o ascolta chi gli è intorno. Anche i più umili, che Egli ha voluto molto vicino, sentendosi amati fraternamente dagli altri, parlano con sicurezza, dicendo speranze e affanni con semplicità e fede.

Il nonno di Marziam.

34Ma il più beato fra tanti beati è il nonno di Marziam! Non si separa dal nipote neppure per un momento e si bea di guardarlo, di ascoltarlo… Ogni tanto, stando seduto presso Marziam che è in piedi, curva il capo canuto sul petto del nipote che lo carezza.

35Gesù vede quest’atto più volte e interpella il vecchio: «Padre, il tuo cuore è felice?».

«Oh! ben felice, mio Signore! Non mi sembra neppure vero. Non ho più che un desiderio…».

«Quale?».

«Quello che ho detto al figlio mio. Ma egli non lo approva».

«Che desiderio è?».

36«É che vorrei morire, possibilmente in questa pace. Presto almeno. Perché ormai il massimo bene l’ho avuto. Non di più può averne creatura sulla Terra. Andarmene… non penare più… Andare… Come hai detto bene nel Tempio, o Signore! “Chi offre sacrifizi con la roba dei poveri è come chi sgozza un figlio sotto gli occhi del padre”. Solo il timore di Te trattiene Giocana da emulare Doras. Gli sta passando il ricordo di ciò che avvenne all’altro, i campi suoi prosperano ed egli li feconda col nostro sudore. Il sudore non è forse la roba del povero, il suo se stesso che si spreme in fatiche superiori alle sue forze? Non ci picchia, ci dà tanto da tenerci forti al lavoro. Ma non ci sfrutta più del bue? Ditelo voi, compagni miei…».

I contadini di Giocana

37I contadini vecchi e nuovi di Giocana annuiscono.

38«Uhm! Credo che… Sì, che le tue parole lo facciano più vampiro che mai; e su questi… Perché le hai dette, Maestro?», chiede Pietro.

39«Perché egli le meritava già. Non è vero, voi dei campi?».

40«Oh, sì! I primi mesi… andò bene. Ma ora… peggio di prima», asserisce Michea.

41«La secchia del pozzo per il suo stesso peso discende», sentenzia il sacerdote Giovanni.

42«Sì, e il lupo presto si stanca di apparire agnello», rincara Erma.

Le donne sussurrano fra loro, impietosite.

43Gesù, con gli occhi fatti dilatati dalla pietà, guarda i poveri contadini, afflitto di essere impotente[23] a sollevarli.

44Lazzaro dice: «Avevo offerto somme pazze per avere quei campi e dare loro pace. Ma non sono riuscito ad averli. Doras mi odia, simile in tutto a suo padre».

45«Ebbene… morremo così. É la nostra sorte. Ma verrà bene il riposo in seno ad Abramo!», esclama Saulo, altro contadino di Giocana.

46«In seno a Dio, figlio! In seno a Dio. La Redenzione sarà compiuta, i Cieli aperti, e voi al Cielo andrete e…».

5. Elogio del giglio delle convalli, simbolo di Maria, e sacrificio di Pietro per il bene di Giuda[24].

Il fiore simbolo di Maria.

Giglio della con valle.

1Il gruppo apostolico ha volto le spalle alla pianura e per vie collinose, fra monti e convalli, si dirige verso Gerusalemme. Per abbreviare la via non hanno preso le strade maestre, ma scorciatoie solitarie, faticose ma molto spedite.

2In questo momento sono nel fondo di una verde convalle ricca d’acque e di fioretti, né mancano gli steli odorosi delle convallarie, cosa che fa osservare al Taddeo che molto giusto è appellare il mughetto «giglio della convalle» e lodarne la bellezza, fragile eppure resistente e così delicatamente fragrante.

3«Però sono gigli all’incontrario», osserva Tommaso. «Guardano in giù invece che in su».

4«E come sono piccini! Abbiamo fiori più pomposi di questo. Non so perché l’hanno tanto lodato…», dice Giuda urtando con sprezzo un ciuffetto di mughetti in fiore.

5«No! Perché? Sono così gentili!», interviene Andrea in difesa dei poveri fiori, e si china a raccogliere gli steli spezzati.

6«Sembrano fieno e nulla più. Più bello è il fiore dell’agave, così maestoso, potente. Degno di Dio e di fiorire per Dio».

7«Io ci vedo più ancora Dio in questi calici minuti… Ma guarda che grazia!… Dentellati, così concavi… Paiono di alabastro, di cera vergine, e lavorati da manine piccolissime… Invece è l’Immenso che li ha fatti! Oh! Potenza di Dio! …». Andrea è quasi estatico nella contemplazione e meditazione dei fiori e della Perfezione creativa.

8«Mi sembri una femminuccia malata di nervi!…», motteggia Giuda di Keriot ridendo maligno.

9«No. Veramente trovo anche io, e orafo sono e perciò me ne intendo, che questi steli sono una perfezione. Più difficili a farsi nel metallo che non l’agave. Perché sappi, amico, che è l’infinitamente piccolo che rivela la capacità dell’artefice. Dammi uno stelo, Andrea… E tu, dall’occhio bovino che ammira solo il grandioso, vieni qui e osserva. Ma quale artefice poteva fare queste coppe così leggere, perfette, decorarle di quel topazio minuscolo là nel fondo e unirle al gambo con questo stelo di filigrana curvo così, aereo così… Ma è una meraviglia!…».

«Oh! che poeti sono sorti fra noi! Anche tu, Toma, così…»

10«Non stolto, sai, non femmina, sai? Ma artista. E sensibile artista. E me ne vanto. Maestro, ti piacciono questi fiori?». Tommaso interpella il Maestro, che ha tutto ascoltato senza parlare.

Dio ha fatto tutto bene, utile, variato.

11«Tutto della creazione mi piace. Ma questi fiori sono fra i prediletti…».

12«Perché?», chiedono in diversi. E contemporaneamente chiede Giuda: «Anche le vipere ti piacciono?», e ride.

«Anche esse. Servono…».

«A che?», interrogano in molti.

«A mordere. Ah! Ah! Ah!», ride offensivo Giuda.

«Allora dovrebbero piacere moltissimo a te», gli ribatte il Taddeo spezzandogli la risata sotto il sottinteso molto esplicito. Ora sono gli altri che ridono della botta ben data.

Gesù non ride. É anzi pallido e triste. Guarda i suoi dodici, e specie i due antagonisti che si guardano l’uno con ira, l’altro con severità, e risponde a tutti per rispondere all’Iscariota in particolare.

13«Se Dio le ha fatte, segno è che servono. Nulla di inutile, di totalmente nocivo è nel creato. Solo il Male è nettamente e solamente nocivo, e guai a quelli che se ne lasciano mordere. Uno dei frutti del suo morso è l’incapacità di distinguere più il Bene dal Male, è la deviazione della ragione e della coscienza pervertita verso cose non buone, ed è la cecità spirituale per la quale, o Giuda di Simone, non si vede più risplendere la potenza di Dio sulle cose, anche se minute. In questo fiore essa sta scritta per la bellezza, il profumo, la forma così diversa da quella di ogni altro fiore, per questa goccia di rugiada che trema e splende sospesa al ciglio cereo del minuscolo petalo e pare una lacrima di riconoscenza per il Creatore che ha fatto tutto, e tutto bene, tutto utile, tutto variato. Ma è detto che tutto era bello ai progenitori finché non ebbero le cataratte del peccato… E tutto parlava loro di Dio finché sulle cose, meglio, nella loro pupilla non fu istillato l’umore che svisò la loro capacità di vedere Dio… Anche al momento attuale, Dio tanto più si disvela più lo spirito è re in una creatura…».

14«Salomone cantò le meraviglie di Dio e così Davide… e non avevano certo lo spirito re! Maestro, questa volta ti ho colto in fallo».

15«Ma impudente che sei! Come osi dire questo?», scatta Bartolomeo.

Il fiore simbolo di Maria.

16«Lascialo parlare… Non ne tengo conto. Parole che il vento disperde e delle quali non si scandalizzano erbe e piante. Noi, unici che le ascoltiamo, sappiamo dare ad esse il peso che meritano, non è vero? E non le ricordiamo più. La giovinezza è spesso irriflessiva, Bartolmai. Compatiscila… Ma qualcuno mi aveva chiesto perché preferisco il giglio delle convalli… Ecco che rispondo: “Per la sua umiltà”. Tutto parla in esso di umiltà… I luoghi che ama… l’attitudine del fiore… Mi fa pensare alla Madre mia… Questo fiore… Così piccino! Eppure, sentite come odora un solo stelo. L’aria intorno se ne profuma… Anche mia Madre umile, schiva, ignota, che chiedeva solo di rimanere ignota… Pure il suo profumo di santità fu tanto forte che mi aspirò dal Cielo…».

17«Ci vedi un simbolo di tua Madre in quel fiore?».

«Sì, Toma».

18«E pensi che i nostri antichi, lodando il giglio della convalle, presentissero Lei?», chiede Giacomo d’Alfeo.

«Allora l’hanno anche paragonata ad altre piante[25] e fiori. Alla rosa, all’ulivo e ai più gentili animali: tortore, colombe[26]…», dice quasi con ira l’Iscariota.

19«Ognuno le diceva ciò che egli vedeva di più bello nel creato. E del creato Ella realmente è la Tutta Bella. Ma Io la chiamerei Giglio della convalle e pacifico Ulivo se dovessi celebrare le sue lodi», e 20Gesù si rasserena e illumina pensando a sua Madre, e si dilunga per isolarsi…

6. Arrivo a Nazareth. Lodi alla Vergine.
Guarigione di Aurea
[27].

Arrivo a Nazareth.

La città della Madre di Dio.

1Venendo dalla parte di Sefori si entra in Nazareth dalla parte nord-occidentale, ossia dalla più alta e pietrosa. L’anfiteatro su cui a scaglioni è distesa Nazareth appare tutto come si raggiunge la cresta del colle, che è l’ultimo venendo da Sefori e che scoscende piuttosto ripido per dei borri verso la cittadina. Se ben ravviso il luogo, perché del tempo è passato e molti luoghi di montagna si assomigliano, questo dove si trova Gesù è il punto preciso dove i suoi concittadini tentarono lapidarlo ed Egli li fermò col suo potere passando attraverso a loro.

2Gesù si ferma a guardare la sua città cara e ostile, e un sorriso di contento gli accende il volto. Che benedizione ignorata, e immeritata dai nazareni, questo sorriso divino che si riversa e spande certo in grazie sulla terra che lo ha accolto fanciullo e visto crescere, e dove nacque la Madre e divenne Sposa di Dio e Genitrice di Dio!

Pensieri spontanei.

3Anche i due cugini guardano la loro città con una visibile gioia, benché quella del Taddeo sia temperata da una serietà austera, sostenuta, mentre quella di Giacomo è più aperta e dolce, più somigliante a quella di Gesù.

4Tommaso, benché non sia la sua città, è una luminaria di gioia nel volto, e dice accennando la casetta di Maria dal cui forno salgono spire di fumo: «La Madre è in casa e fa il pane…», e pare che parli di sua madre con tutto l’affetto di un figlio, tanto dice queste semplici parole con slancio d’amore.

5Lo Zelote, più pacato per l’età e per l’educazione avuta, sorride dicendo: «Sì. E la sua pace giunge già ai nostri cuori».

«Andiamo presto», dice Giacomo.

«E passiamo da questo sentiero per giungere quasi non visti dai nazareni. Ci tratterrebbero…»

6«Ma vi allontanate dalla vostra casa… Anche vostra madre desidererà vedervi»

7«Oh! Puoi essere certo, Simone, che nostra madre è da Maria. Vi è quasi sempre… E vi sarà, perché fanno il pane, e per la fanciulla malata».

«Sì, andiamo di qui. Passeremo dietro l’orto di Alfeo giungendo alla siepe dell’orto nostro», dice Gesù.

8Scendono lesti per il sentiero molto ripido in principio, poi, quando è prossimo alla città, più dolce. Passano per degli uliveti, poi per brevi campicelli senza più biade. Rasentano i primi orti cittadini. E le alte siepi che li cingono, tutte fronzute e sulle quali si piegano le fronde degli alberi pesanti di frutta, o i muretti a secco, tutti velati dallo spenzolare dei rami dai broli all’esterno, fanno sì che il loro passaggio passi inosservato dalle massaie, che vanno e vengono per gli orti o fanno il bucato e lo stendono sui piccoli prati presso le case…

9La siepe, che limita da un lato l’orto di Maria, tutta un groviglio di spine nell’inverno, tutto uno spesseggiare di foglie in estate, dopo la fioritura del biancospino a primavera o l’arrubinarsi dei frutticini rossi in autunno, è ora abbellita da un rigoglioso gelsomino e da un ondulare di calici di un fiore, che non so come si chiami, che dall’interno dell’orto gettano rami sulla siepe a farla più fitta e più bella. Un capinero canta nel folto della siepe, e dall’interno viene un tubare di colombi.

Lodi alla Vergine.

Maria, figurata nel Cantico dei Cantici.

10«Anche la chiudenda è riparata e tutta coperta di rami in fiore», dice Giacomo che è corso avanti a guardare il rustico cancello sul dietro dell’orto, quello che dopo anni di inservibilità fu usato per far entrare e uscire il carretto di Pietro per Giovanni e Sintica.

11«Passeremo per il viottolo e busseremo alla porta. Mia Madre avrebbe pena a veder distrutto questo riparo», gli risponde Gesù.

12«Il suo orto chiuso!»[28], esclama Giuda d’Alfeo.

13«Sì. E Lei ne è la rosa»[29], dice Tommaso.

14«Il giglio fra le spine»[30], dice Giacomo.

15«La fonte sigillata»[31], dice lo Zelote.

16«Meglio: la polla d’acqua viva che, sgorgando con impeto dal monte bello[32], dà l’Acqua di Vita alla Terra e zampilla con la sua purezza profumata verso il Cielo», dice Gesù.

«Fra poco Ella sarà beata nel vederti», dice Giacomo.

Maria, delizia di Dio e conforto dell’Uomo.

17«Fratello mio, dimmi una cosa che da tempo desidero sapere. Come vedi Tu Maria? Come Madre o come suddita? Ti è Madre, ma è donna e Tu sei Dio…», dice il Taddeo.

18«Come sorella e sposa, come delizia e riposo del Dio e come conforto dell’Uomo[33]. Tutto Io vedo ed ho in Maria, come Dio e come Uomo. Colei che era la Delizia della Seconda Persona della Triade in Cielo, Delizia del Verbo come del Padre e dello Spirito, è la Delizia del Dio incarnato e lo sarà dell’Uomo Dio glorificato».

19«Che mistero! Dio si è dunque privato due volte delle sue compiacenze? In Te e in Maria, e vi ha dato alla Terra…[34]», medita lo Zelote.

20«Che amore! Questo devi dire. L’amore spinse la Triade a dare Maria e Gesù alla Terra», dice Giacomo.

21«E, non per Te che sei Dio, ma per la sua Rosa, non temette di affidarla agli uomini, tutti indegni di tutelarla?», chiede Tommaso.

22«Toma, ti risponde il Cantico: “Il Pacifico aveva una vigna e l’affidò ai vignaiuoli i quali, profanatori aizzati dal Profanatore, molte somme avrebbero dato per averla, ossia tutte le seduzioni a sedurla, ma la Vigna bella del Signore si custodì da sé, né volle dare i suoi frutti altro che al Signore, e volle aprirsi allo Stesso generando il Tesoro senza prezzo: il Salvatore”[35]».

La più dolce parola: “Mamma”.

23Sono giunti alla porta di casa. Giuda d’Alfeo commenta, mentre Gesù bussa all’uscio chiuso: «Sarebbe il caso di dire: “Aprimi, sorella mia sposa, diletta, colomba, immacolata”…»

24Ma, quando l’uscio si socchiude e appare il dolce viso della Vergine, Gesù non dice che la più dolce parola, aprendo le braccia a riceverla: «Mamma!».

25«Oh! Figlio mio! Benedetto! Entra, e la pace e l’amore siano con Te!».

«E alla mia Mamma e alla casa e a chi è in essa», dice Gesù entrando, seguito dagli altri.

26«Di là è vostra madre, mentre le due discepole sono al pane e al bucato…», spiega Maria dopo il saluto vicendevole cogli apostoli e i nipoti. E questi, discreti, si ritirano per lasciare soli la Madre col Figlio.

27«Eccomi a te, Madre mia. Staremo insieme alquanto… Come è dolce il ritorno… la casa e te soprattutto, o Madre, dopo tanto andare fra gli uomini…».

28«Che sempre più ti conoscono e si dividono, per questa conoscenza, in due rami: quelli che ti amano… e quelli che ti odiano… E il ramo più grosso è quest’ultimo…».

Guarigione di Aurea.

Maria, forza, riposo e conforto di Gesù.

29«Il Male sente che sta per essere sconfitto ed è furente… e fa furenti… Come sta la fanciulla?».

30«Lievemente meglio… Ma fu per morire… E però le sue parole, ora che non delira, corrispondono, sebbene più riservate, a quelle che le uscivano nel delirio. Sarebbe mentire dire che non abbiamo ricostruito la sua storia… Infelice!…».

«Sì. Ma la Provvidenza vigilò su lei».

31«Ed ora?…».

«Ed ora… Non so[36]. Aurea non mi appartiene come creatura. La sua anima è mia, il suo corpo è di Valeria. Per ora starà qui, a dimenticare…».

32«Mirta la vorrebbe».

«Lo so… Ma non ho il diritto di agire senza il permesso della romana. Non so neppure se l’hanno acquistata con moneta o se usarono solo l’arma delle promesse… Quando la romana la richiederà…».

33«Io andrò per Te, Figlio mio. Non è bene che Tu vada… Lascia fare alla tua Mamma. Noi donne… esseri infimi per Israele, non siamo tanto osservate se andiamo a parlare a gentili. E la tua Mamma è così ignota al mondo! Nessuno noterà la popolana ebrea che avvolta nel suo manto va per le vie di Tiberiade e bussa alla casa di una dama romana…».

34«Alla casa di Giovanna potresti andare… e là parlare alla dama…».

«Così farò, Figlio mio. Sia sollevato il tuo cuore, o mio Gesù!… Sei tanto afflitto… Lo comprendo… e tanto vorrei fare per Te…».

35«E tanto fai, Mamma. Grazie per tutto ciò che fai…».

«Oh! Sono un ben povero aiuto, Figlio mio! Perché non riesco a farti amare, non a darti… letizia… finché ti è concesso di averne un poco… Che sono mai allora? Una ben povera discepola…»

36«Mamma! Mamma! Non dire così! La mia forza mi viene dalle tue orazioni. Riposa la mia mente pensando a te, e ora, ecco, trova conforto il cuore stando così, col capo contro il tuo cuore benedetto… Mamma mia!…». Gesù ha attirato a Sé la Madre, ritta presso di Lui che è seduto sulla cassapanca contro la parete, e appoggia la fronte sul petto di Maria che lo carezza sui capelli, lievemente…

Una pausa tutt’amore.

Aurea finalmente liberata.

37Poi Gesù alza il capo e si alza in piedi. Dice: «Andiamo dagli altri. E dalla fanciulla», ed esce con la Madre nell’orto. Le tre discepole, sulla soglia della stanza dove è la fanciulla malata, parlano fitto cogli apostoli. Ma quando vedono Gesù tacciono inginocchiandosi.

38«La pace a te, Maria d’Alfeo, e a voi, Mirta e Noemi. La fanciulla dorme?».

«Sì. La febbre perdura e la sbalordisce e consuma. Se persiste così, morirà. Il suo tenero corpo non resiste alla malattia e la mente si turba per i ricordi», dice Maria d’Alfeo.

39«Sì… e non reagisce perché dice che vuol morire per non vedere più romani…», conferma Mirta.

40«Un dolore per noi che l’amiamo già…», dice Noemi.

41«Non temete!», risponde Gesù andando fin sulla soglia della cameretta e alzando la tenda…

42Sul lettuccio contro la parete, di fronte alla porta, appare il visetto smagrito, di un rosso acceso ai pomelli, di neve altrove, sepolto nella massa dei lunghi capelli dorati. Dorme affannosamente, mugolando parole incomprensibili fra i denti, e con la mano abbandonata sulle coperture fa, di tanto in tanto, un gesto come per respingere qualcosa.

43Gesù non si inoltra. La guarda con occhio di pietà. Poi chiama forte: «Aurea! Vieni! C’è il tuo Salvatore».

44La fanciulla si siede di scatto sul lettuccio, lo vede e con un grido scende e corre, nella lunga tunica sciolta, a piedi scalzi a Gesù, e si getta ai suoi piedi dicendo: «Signore! Ora sì che mi hai liberata!».

45«É guarita. Vedete? Non poteva morire, perché prima deve conoscere la Verità».

46E alla fanciulla, che gli bacia i piedi, dice: «Sorgi, e vivi in pace», e le posa la mano sul capo non più febbricitante.

47Aurea, nella lunga veste di lino, forse una della Vergine, tanto lunga che le fa strascico, i capelli sciolti come un manto sulla snella persona, gli occhi grigi azzurri, lucidi ancora per la febbre che è appena caduta e per la gioia che è ora sorta, pare un angelo.

48«Addio! Noi ci ritiriamo nell’officina mentre voi pensate alla fanciulla e alla casa…», dice il Maestro e, seguito dai quattro, entra nell’antico laboratorio di Giuseppe, sedendo coi suoi sui banconi inoperosi…

7. Svelato il costo della Redenzione ad apostoli e discepole nell’orto di Nazareth[37].

In fraterna, pacifica accolta.

Attenti alle parole dei due Maestri.

E il sabato dura, nel vero sabato.

1Nella splendida mattina, mentre ancora l’aria non è pesante di calore, è bello stare seduti in fraterna, pacifica accolta, sotto la pergola ombrosa, o là dove il melo attiguo al fico e al mandorlo fanno chiazze di ombra, prolungando quella della pergola sulla quale matura l’uva. E bello è passeggiare avanti e indietro per i sentieri fra le aiuole, andando dall’alveare alla colombaia, da questa alla piccola grotta, e poi, passando dietro le donne – Maria, Maria Cleofe, la nuora della stessa: Salome di Simone, Aurea – andare verso i pochi ulivi che dal balzo si protendono sull’orto quieto.

2E questo fanno Gesù e i suoi, Maria e le altre donne. E Gesù ammaestra anche senza volere. E Maria ammaestra anche senza volere. E i discepoli del primo, così come le discepole della seconda, stanno attenti alle parole dei due Maestri.

3Aurea, seduta sul suo solito sgabelletto ai piedi di Maria, quasi accoccolata, sta con le mani allacciate intorno ai ginocchi, il volto alzato, con gli occhi sgranati fissi sul volto di Maria. Pare una bambina che ascolti una splendida favola. Ma non è una favola. É una bella verità. Maria racconta le antiche storie di Israele alla piccola paganella di ieri, e le altre, benché conscie delle patrie storie, ascoltano con attenzione. Perché è ben dolce sentire la storia di Rachele[38], quella della figlia di Jefte[39], quella d’Anna d’Elcana[40], fluire da quelle labbra!

La storia d’ Israele.

4Giuda d’Alfeo si accosta lentamente e ascolta sorridendo. È alle spalle di Maria, che perciò non lo vede. Ma lo sguardo sorridente di Maria Cleofe al suo Giuda avverte Maria che qualcuno le è alle spalle e si volge: «Oh! Giuda! Hai lasciato Gesù per sentire me, povera donna?».

5«Sì. Ho lasciato te per andare a Gesù, perché la prima maestra mia fosti tu. Ma mi è dolce qualche volta lasciare Lui per venire a te, a farmi fanciullo come quando ti ero scolaro. Continua, te ne prego…».

6«Aurea vuole il suo premio ogni sabato. E il premio è narrarle ciò che più l’ha colpita della nostra Storia, che le spiego un po’ per giorno mentre lavoriamo».

7Anche gli altri si sono accostati… Il Taddeo dice: «E che ti piace, fanciulla?».

«Tanto, tutto potrei dire… Ma tanto tanto Rachele, e Anna d’Elcana, poi Rut[41]… e poi… ah! bello! Tobia[42] e Tobiolo con l’angelo, e poi la sposa che prega per essere liberata[43]…».

8«E Mosè[44]  no?».

«Mi fa paura… Troppo grande… E nei profeti mi piace Daniele che difende Susanna». Si guarda intorno e poi mormora: anche io sono stata difesa dal mio Daniele», e guarda Gesù.

«Ma anche i libri di Mosè sono belli!».

9«Sì. Dove insegnano a non fare ciò che è brutto. E là dove parlano di quella Stella che nascerà da Giacobbe. Io ne so il nome, adesso. Prima non sapevo nulla. E sono più fortunata di quel profeta, perché io la vedo e da vicino. Ella mi ha detto tutto e so anche io», termina con un che di trionfale.

Storia della severa bontà di Dio.

10«E la Pasqua non ti piace?».

«Sì… ma… anche i figli degli altri sono figli di mamma. Perché ucciderli? Io preferisco il Dio che salva a quello che uccide.

11«Hai ragione… Maria, non gli hai raccontato ancora nulla della sua Nascita?», dice Giacomo additando il Signore che ascolta e tace.

«Non ancora. Voglio che conosca bene il passato prima del presente. Per capirlo questo presente, che ha la sua ragione di essere nel passato. Quando lo conoscerà, vedrà che il Dio che le fa paura[45], il Dio del Sinai, non è che un Dio di severo amore, ma sempre d’amore».

12«Oh! Madre! Dimmelo ora! Farò invece meno fatica a capire il passato quando saprò il presente, che, per quel che ne so, è tanto bello e fa amare Dio senza paura. Ho bisogno di non aver paura, io!».

13«La fanciulla ha ragione. Ricordatevi sempre tutti questa verità quando evangelizzerete. Le anime hanno bisogno di non aver paura per andare a Dio con tutta fiducia. É ciò che Io mi sforzo di fare, e tanto più fare quanto, o per ignoranza o per colpe, sono soggetti a temere molto Dio. Ma Dio, anche il Dio che ha percosso gli egiziani e che ti fa paura, o Aurea, è sempre buono. Vedi: quando ha ucciso i figli degli egizi crudeli[46] ha usato pietà ai figli che, non crescendo, non sono divenuti peccatori come i padri loro, e ha dato tempo ai genitori loro di pentirsi del male fatto. Dunque fu severa bontà. Bisogna saper distinguere la vera bontà da ciò che è solo mollezza di educazione. Anche quando Io ero piccolo infante vennero uccisi molti piccini sul seno stesso delle madri. E il mondo gridò di orrore. Ma quando il Tempo non sarà più per i singoli o per l’Umanità tutta, una e una volta comprenderete che fortunati, benedetti in Israele, nella Israele dei tempi di Cristo, furono coloro che per essere stati sterminati nell’infanzia ebbero la preservazione dal più grande peccato, quello di essere complici della morte del Salvatore».

Il costo della Redenzione.

Salvatrice come il Messia suo Figlio.

14«Gesù!», grida Maria d’Alfeo sorgendo in piedi spaventata, guardandosi intorno come se temesse veder sorgere i deicidi da dietro le siepi e i tronchi dell’orto. «Gesù!», ripete guardandolo con pena.

15«E che? Non conosci forse più le Scritture[47], che tanto ti stupisci di questo che dico?», le chiede Gesù.

«Ma… Ma… Non è possibile… Non lo devi permettere… Tua Madre…».

16«É Salvatrice come Me, e sa. Guardala. E imitala».

17Maria è infatti austera, regale nel suo pallore che è profondo. E immobile. Le mani in grembo strette come in preghiera, il capo alto con lo sguardo fisso nel vuoto… 

18Maria d’Alfeo la guarda. Poi si rivolge di nuovo a Gesù: «Ma non lo devi dire lo stesso questo orrendo futuro! Tu infiggi una spada nel suo cuore».

19«É trentadue anni che vi è questa spada».

«Noooh! Non è possibile! Maria… sempre così serena… Maria…»

«Chiedilo a Lei, se non credi a ciò che dico».

20«Sì che lo chiedo! É vero, Maria? Tu sai?…».

E Maria, con voce bianca ma ferma, dice: «É vero. Egli aveva quaranta giorni e mi fu detto da un santo… Ma anche prima… Oh! quando l’Angelo mi disse che, rimanendo la Vergine, avrei concepito un Figlio che per il suo concepimento divino Figlio di Dio sarebbe stato detto, e tale è realmente, quando questo mi fu detto, e che nel seno di Elisabetta sterile era formato un frutto per miracolo dell’Eterno, non ho stentato a ricordare le parole di Isaia: “Ecco, la Vergine partorirà un figlio che sarà detto l’Emmanuele”… Tutto, tutto Isaia! E là dove parla del Precursore… E là dove parla dell’Uomo dei dolori, rosso, rosso di sangue, irriconoscibile… un lebbroso… per i nostri peccati… La spada è in cuore da allora, e tutto ha servito a conficcarla di più: e il cantico degli angeli, e le parole di Simeone, e la venuta dei Re d’Oriente, e tutto, tutto…».

Il prezzo della Redenzione.

21«Ma quale altro tutto, Maria mia? Gesù trionfa, Gesù fa prodigi, Gesù è seguito da turbe sempre più numerose… Non è forse vero?», dice Maria d’Alfeo.

E Maria, sempre in quella postura, dice ad ogni domanda: «Sì, sì, sì», senza affanno, senza gioia, soltanto un assentire pacato, perché così e…

22«E allora? Quale altro tutto ti conficca la spada in cuore?».

«Oh!… Tutto…».

23«E così calma sei? Così serena? Sempre uguale a quando giungesti qui sposa, trentatré anni fa, e mi par ieri tanto ricordo… Ma come puoi?… Io… io sarei come pazza… io farei… non so che farei… Io… Ma no! Non è possibile che una madre sappia questo e stia calma!».

24«Prima di esser Madre, sono figlia e serva di Dio… La mia calma dove la trovo? Nel fare la volontà di Dio. La mia serenità da che mi viene? Dal fare questa volontà. Se dovessi fare la volontà di un uomo potrei essere turbata, perché un uomo, anche il più saggio, può sempre imporre volontà errate. Ma quella di Dio! Se Egli mi ha voluta per Madre del suo Cristo, devo forse pensare che ciò è crudele, e in questo pensiero perdere la mia serenità? Il pensiero che ciò che sarà la Redenzione per Lui, e per me, anche per me, deve turbarmi col pensiero di come farò a superare quell’ora? Oh! sarà tremenda…», e Maria ha un involontario sussulto, come un brivido improvviso, e serra le mani come per impedir loro di tremare, come per orare più ardentemente, mentre il volto le si fa ancor più bianco e le palpebre lievi si abbassano con uno sbattimento d’angoscia sui dolci occhi cerulei. Ma Ella rafferma la voce dopo un profondo sospiro di affanno e termina: «Ma Egli, Colui che mi ha imposto la sua volontà e che io servo con amore fiducioso, mi darà gli aiuti per quell’ora. A me, a Lui… Perché non può il Padre dare volontà troppo forti per le forze dell’uomo… e soccorre… sempre… E ci soccorrerà, Figlio mio… ci soccorrerà… Egli ci soccorrerà… e non ci potrà essere che Lui, infinito nei mezzi, a soccorrerci…»

25«Sì, Madre. L’Amore ci soccorrerà, e nell’amore ci soccorreremo a vicenda. E nell’amore redimeremo…». Gesù si è messo a lato di sua Madre e le posa la mano sulla spalla; e Lei alza il viso a guardarlo, il suo bello e sano Gesù destinato ad essere sfigurato dalle torture, ucciso con mille ferite, e dice: «Nell’amore e nel dolore… Sì. E insieme…».

Dio aiuta chi fa la sua volontà.

26Nessuno parla più… In cerchio, intorno ai due Protagonisti principali della futura tragedia del Golgota, apostoli e discepole sembrano statue pensose…

27Aurea è pietrificata sul suo sgabelletto… Ma si riscuote per prima e, senza alzarsi in piedi, scivola in ginocchio e si trova perciò proprio contro a Maria. Le abbraccia le ginocchia e le curva la testa sul grembo dicendo: «Anche per me tutto questo… Quanto costo e quanto vi amo per ciò che vi costo! Oh! Madre del mio Dio, benedicimi perché io non vi costi senza frutto…».

28«Sì, figlia mia. Non temere. Dio aiuterà anche te, se tu accetterai sempre la sua volontà». La carezza sui capelli e sulle gote, e le sente molli di pianto. «Non piangere! Del Cristo hai conosciuto per prima cosa la sorte di dolore, la fine della sua missione d’Uomo. Non è giusto che, avendo conosciuto questo, tu ignori la prima ora della sua vita nel mondo. Ascolta… Piacerà a tutti uscire dalla contemplazione amara, tenebrosa, rievocando la dolce ora, tutta luce, tutta canto, tutta osanna, della sua Nascita… Senti…»; e Maria, spiegando la ragione del viaggio a Betlem di Giuda, città predetta a città natale del Salvatore, dolcemente racconta la notte del Natale di Cristo.

8. Gesù e la Madre a colloquio[48].

Il Messia e la Madre a colloquio.

Ambiente.

1Io non so se sia la sera dello stesso sabato. So che vedo Gesù e Maria seduti sul sedile di pietra contro la casa, presso la porta della stanza dei pasti, dalla quale esce un tenue chiarore di un lume ad olio posto presso la porta, palpitante all’aria con alzate e abbassamenti di luce come se il suo lucore fosse regolato da un moto di respiro. Unica luce nella notte ancor senza luna. Un minimo di luce che fuoriesce nell’orto illuminando la striscetta di terreno davanti all’uscio, e muore sul primo rosaio dell’aiuola. Ma quel minimo di luce è sufficiente ad illuminare i due profili dei Due, riuniti in intimo colloquio nella notte serena, piena di profumi di gelsomini e di altri fiori estivi.

Israele fatica a seguire il Messia.

2Parlano fra loro dei parenti… di Giuseppe d’Alfeo sempre cocciuto, di Simone non molto coraggioso nella sua professione di fede, dominato come è dal primo fra i fratelli, che è autoritario e ostinato nelle sue idee come lo era il padre. Il grande dolore di Maria, che vorrebbe tutti i nipoti discepoli del suo Gesù…

3E Gesù la conforta e, per scusare il cugino, ne illustra la forte fede israelita: «Un ostacolo, sai? Un vero ostacolo. Perché tutte le formule e i precetti fanno barriera alla accettazione dell’idea messianica nella sua verità. Più facile convertire un pagano, purché sia uno spirito non completamente corrotto. Il pagano riflette e vede la differenza buona tra il suo Olimpo e il mio Regno. Ma Israele… Israele nella sua parte più colta… fatica a seguire il concetto nuovo…»

Profezie snaturate, manipolate, alterate.

«Eppure è sempre quel concetto!».

4«Sì. É sempre quel Decalogo, sono sempre quelle profezie. Ma sono stati snaturati dall’uomo. Esso li ha presi dalle sfere soprannaturali dove erano e li ha portati sul livello della Terra, nel clima del mondo, li ha manipolati con la sua umanità e alterati… Il Messia – Re spirituale del grande Regno che si chiama di Israele perché il Messia nasce dal tronco d’Israele, ma che più giusto è chiamarlo di Cristo, perché Cristo accentra il migliore di Israele, attuale e passato, e lo sublima nella sua perfezione di Dio-Uomo – il Messia per loro non può essere l’uomo mite, povero, senza aspirazioni al potere e alla ricchezza, ubbidiente a coloro che ci dominano per castigo divino, perché nell’ubbidienza è santità quando l’ubbidire non infirma la grande Legge. E per questo si può dire che la loro fede lavora contro la Fede vera.

Coscienze volutamente inflessibili.

5Di questi cocciuti, e convinti di essere dei giusti, ce ne sono tanti… in ogni classe… e anche fra i miei parenti e apostoli. Credi, o Madre, che la ottusità loro a credere alla mia Passione sta in questo. I loro errori di valutazione hanno in questo origine… E anche le loro ritrosie ostinate a considerare i gentili gli idolatri non guardando l’uomo, ma lo spirito dell’uomo, quello spirito che ha una sola origine e al quale Dio vorrebbe dare un solo destino: il Cielo. Vedi Bartolomeo… É un esempio. Ottimo, saggio, disposto a tutto per darmi onore e conforto… Ma davanti, non dico ad una Aglae né a una Sintica, che è già un fiore rispetto alla povera Aglae che solo la penitenza ritorna da fango a fiore, ma neppure davanti ad una fanciulla, ad una povera fanciulla la cui sorte suscita ogni pietà e il cui istintivo pudore attira ammirazione, il suo schifo per i gentili cade, e neppure il mio esempio lo vince. E non le mie parole che per tutti sono venuto».

6 «Hai ragione. Anzi proprio Bartolomeo e Giuda di Keriot, i due più dotti o, per lo meno, il dotto Bartolmai e Giuda di Keriot, che non so di che classe possa dirsi con esattezza, ma che è imbevuto, saturato delle aure del Tempio, sono i più resistenti. Però… Bartolmai è buono, e la sua resistenza è ancora scusabile. Giuda… no. Hai sentito cosa ha detto Matteo, andato di proposito a Tiberiade… E Matteo è esperto della vita, di quella vita soprattutto… E giusta è l’osservazione di Giacomo di Zebedeo: “Ma chi è che dà tanto denaro a Giuda?”. Perché quella vita costa… Povera Maria di Simone!».

Tutto per salvare un’anima.

7Gesù fa il suo gesto delle mani, per dire: «Così è…» e sospira. Poi dice: «Hai sentito? Le romane sono a Tiberiade… Valeria non mi ha fatto sapere nulla. Ma Io devo sapere prima di riprendere il mio cammino. Ti voglio con Me a Cafarnao per qualche tempo, Mamma… Poi tu tornerai qui, Io andrò verso i confini siro fenici e poi tornerò a salutarti prima di scendere verso la Giudea, la pecora caparbia d’Israele…».

8«Figlio, domani sera io andrò… Porterò con me Maria d’Alfeo. Aurea andrà da Simone d’Alfeo, perché non passerebbe senza critica il rimanere qui con voi per più giorni… Così è il mondo… E io andrò… A Cana per prima tappa, e poi all’alba partirò per fermarmi dalla madre di Salome di Simone. E poi al tramonto ripartirò e giungeremo che ancor sarà luce a Tiberiade. Andrò in casa del discepolo Giuseppe, perché voglio andare io, personalmente, da Valeria, e se andassi da Giovanna vorrebbe andare lei… No. Io, Madre del Salvatore, sarò diversa dalla discepola del Salvatore ai suoi occhi… e non mi dirà di no. Non temere, Figlio mio!».

9«Non temo. Ma mi accora la tua fatica».

10«Oh! per salvare un’anima! Che cosa è questo niente di una ventina di miglia fatte in stagione buona?».

«Sarà fatica anche morale. Chiedere… essere forse umiliata…».

«Poca cosa che passa. Ma un’anima resta!».

11«Sarai come una rondine sperduta a Tiberiade corrotta… Prendi con te Simone».

12«No, Figlio mio. Noi due sole, due povere donne… Ma due madri e due discepole. Ossia due grandi forze morali… Farò presto. Lasciami andare… Benedicimi soltanto».

13«Sì, Mamma. Con tutto il mio cuore di Figlio e con tutto il mio potere di Dio. Va’ e gli angeli ti scortino per via».

14«Grazie, Gesù. Allora rientriamo. Mi dovrò alzare all’alba per preparare ogni cosa per chi parte e per chi resta. Di’ l’orazione, Figlio…».

15Gesù si alza, come si alza Maria, e insieme dicono il Pater… Poi rientrano in casa, chiudono la porta… la luce scompare e cessa ogni voce umana. Resta solo il vento leggero fra le fronde e il chioccolio leggero del filo d’acqua nella vaschetta…

9. Maria SS. con Maria d’Alfeo a Tiberiade per farsi cedere Aurea. Un incontro con Giuda Iscariota[49].

La Madre del Messia a Tiberiade.

Le due pellegrine.

1Tiberiade è già alle viste mentre le due pellegrine stanche procedono nel crepuscolo che cala.

2«Fra poco sarà buio… E siamo ancora in mezzo alla campagna… Due donne sole… E vicino ad una città grande piena di… uh! che gente! Belzebù! Belzebù per la più parte…», dice Maria d’Alfeo guardandosi intorno spaventata.

3«Non temere, Maria. Belzebù non ci farà del male. Fa male solo a chi lo accoglie in cuore…».

«Ma questi pagani l’hanno! …».

«A Tiberiade non vi sono soltanto dei pagani. E anche fra i pagani ci sono dei giusti».

«Che? Che? Non hanno il Dio nostro! …».

4Maria non ribatte perché comprende che è inutile. La buona cognata non è che una delle tante israelite che si credono esse sole depositarie della virtù… perché israelite.

Un silenzio in cui è solo rumore lo strascichio dei sandali calzanti i piedi stanchi e polverosi.

5«Era meglio fare la strada solita… Quella la conoscevamo… era più battuta dalla gente… Questa… fra le ortaglie, solitaria… ignota… Ho paura, ecco!».

6«Ma no, Maria. Guarda. La città è lì, a due passi. E qui sono quieti orti dei coltivatori di Tiberiade, e lì è la riva, a due passi. Vuoi che andiamo sulla riva? Troveremo pescatori… Non c’è che da traversare queste ortaglie».

7«No, no! Ci allontaniamo di nuovo dalla città! E poi… I barcaioli sono quasi tutti greci, cretesi, arabi, egizi, romani…», e pare che nomini altrettante classi infernali. Maria SS. non può fare a meno di sorridere all’ombra del suo velo.

8Procedono. La via si muta in viale. Perciò più ombra che mai… e più paura che mai di Maria d’Alfeo, che invoca Jeové ad ogni passo che fa sempre più lento.

9«Su, da forte! Sollecita, se hai paura!», la sprona Maria, che ad ogni invocazione ha risposto: «Maran Atà!».

Lavorare per il Messia è dare gioia a Maria.

10Ma Maria d’Alfeo si ferma del tutto e chiede: «Ma perché sei voluta venire qui? Forse per parlare all’Iscariota?».

 «No, Maria. O per lo meno non precisamente per questo. Sono venuta per parlare alla romana Valeria…».

11«Misericordia! Andiamo in casa sua? Ah! no! Maria! Non lo fare! Io… io già non ti ci accompagno! Ma che ci vai a fare? Da quelle… da quelle… da quegli anatemi!…

12Maria SS. muta il dolce sorriso in un’espressione seria e chiede: «E non ricordi che Aurea è da salvare? Mio Figlio ha iniziato la sua liberazione. Io la compirò. É così che tu pratichi l’amore verso le anime?».

«Ma non è d’Israele…».

13«In verità tu non hai ancora capito una parola della Buona Novella! Sei una discepola molto imperfetta… Non lavori per il tuo Maestro e mi dai tanto dolore».

14Maria d’Alfeo china il capo… Ma il suo cuore, pieno delle prevenzioni d’Israele ma congenitamente buono, prende il sopravvento e con uno scoppio di pianto abbraccia Maria e dice: «Perdonami! Perdonami! Non dirmi che ti do dolore e che non servo il mio Gesù! Sì, sì! Sono molto imperfetta, merito rimprovero… Ma non lo farò più… Vengo, vengo! Anche nell’Inferno se tu ci vai a strappare un anima per darla a Gesù… Dammi un bacio, Maria, per dire che mi perdoni…».

Maria la bacia e riprendono la via, svelte, rianimate dall’amore…

Barcaiolo pettegolo.

15Eccole in Tiberiade, verso il porticciolo dei pescatori. Cercano la casetta di Giuseppe, il barcaiolo discepolo… La trovano. Bussano…

16«La Madre del mio Maestro! Entra, o Donna! E Dio sia con te e con me che ti ospito. Entra anche tu e la pace sia con te, madre di apostoli».

17Entrano, mentre la moglie e la figlia giovinetta del barcaiolo accorrono a salutarle, seguite da una nidiatella di figli più piccoli…

18E il parco cibo è presto preso, e Maria di Cleofe, stanca, si ritira insieme ai fanciulli della casa. Restano sulla terrazza alta, dalla quale si vede il lago – si sente, più che si veda, perché non c’è luna ancora fiottare contro il lido, Maria SS., il barcaiolo e la moglie dello stesso, che si sforza a far buona compagnia ma che in realtà dorme ciondolando il capo sul petto.

«É stanca!…», la scusa Giuseppe.

«Poveretta! Le donne di casa sono sempre stanche a sera».

19«Sì, lavorano loro. Non sono come quelle lì, che si danno il bello spasso!», dice con sprezzo il barcaiolo indicando delle barche illuminate che si staccano dalla riva fra canti e suoni.

«Escono ora, loro! Comincia ora per loro la fatica! Quando le persone perbene dormono.

E danneggiano i lavoratori, perché vanno a fingere pesche nei luoghi migliori, mettendo in fuga noi che dal lago abbiamo il pane per la famiglia…».

20«Chi sono?».

«Romane e loro simili. E nelle simili mettici Erodiade, la sua lussuriosa figlia e anche altre ebree… Perché di Marie di Magdala ne abbiamo molte… Voglio dire di Marie prima del pentimento…».

«Sono infelici…».

21«Infelici? Infelici siamo noi che non le lapidiamo per ripulire Israele da quelle che si sono corrotte e ci portano le maledizioni di Dio».

Intanto altre barche si staccano e il lago rosseggia dei lumi delle barche dei gaudenti.

22«Senti che puzzo di resine? Si ubriacano col fumo per prima cosa, poi fanno il resto nei banchetti. Sono capaci di andare alle sorgenti calde dell’altra sponda… In quelle Terme… Cose di Inferno succedono! Torneranno all’alba, all’aurora, forse più tardi… ubbriachi, coricati gli uni sugli altri come tanti sacchi, uomini e donne, e gli schiavi li porteranno dentro, nelle case, a smaltire l’orgia… Escono proprio tutte le belle barche, questa sera! Guarda! Guarda… Ma io ho ira più coi giudei che ci si mescolano che con loro. Loro… si sa! Animali senza ritegno. Ma noi!… Donna, lo sai che c’è qui Giuda l’apostolo?».

«Lo so».

Giuda ha cambiato Maestro.

23«Non dà buon esempio, sai?».

24«Perché? Va con quelli?…».

«No… ma… cattivi compagni… e una donna. Io non l’ho visto… Nessuno di noi lo vede così. Ma dei farisei ci hanno schernito dicendoci: “Il vostro apostolo ha cambiato maestro. Ora ha una donna ed è in buona compagnia di pubblicani”».

25«Non giudicare, Giuseppe, di ciò che hai solo sentito dire. Lo sai che i farisei non vi amano e non lodano neppure il Maestro».

«Ciò è vero… Ma la voce circola… e nuoce…»

26«Come è sorta cadrà. Tu non peccare contro il fratello. Dove sta di casa? Lo sai?».

«Sì. Presso un amico, credo. Uno che ha fondaco di vini e spezie. Il terzo fondaco al lato d’oriente del mercato, dopo la fonte…».

Non tutte le romane sono uguali.

27«Tutte le romane sono uguali?».

«Oh! su per giù!… Anche se non si fanno vedere fanno il male».

28«Chi sono quelle che non si fanno vedere?».

«Quelle che sono venute da Lazzaro a Pasqua. Stanno più ritirate… voglio dire che non sempre vanno ai banchetti. Ma ci vanno però sempre a sufficienza per poter dire che sono immonde».

29«Ma dici così perché ne sei sicuro, o perché la tua prevenzione ebrea ti fa parlare? Esaminati proprio…».

«Ecco… veramente… non so… Non le ho viste più nelle barche dei sozzi… Ma in barca ci vanno, di notte, sul lago».

30«Ci vai tu pure».

«Certo! Se voglio pescare!».

«Il calore è tanto! Solo sul lago di notte è refrigerio. Sono le tue parole mentre si cenava».

«E’ vero».

31«E allora perché non pensare che esse pure vanno per questo sul lago?».

L’uomo tace… Poi dice: «É tardi. Le stelle dicono che è la seconda vigilia. Io mi ritiro, Donna. Non vieni?».

32«No. Resto qui in preghiera. Uscirò presto. Non ti stupire se non mi trovi all’alba».

«Sei padrona di fare ciò che vuoi. Anna! Su! Andiamo a letto! », e scuote la moglie che dorme pesantemente. Se ne vanno.

Incontro con Valeria e con l’Iscariota.

Potenza della preghiera.

33Maria resta sola… Si inginocchia e prega, prega, prega… ma non perde mai di vista le barche veleggianti, le barche dei signori, quelle che navigano tutte luminose fra fiori e canti e incensi… Molte vanno, vanno, vanno verso oriente, si fanno piccine nella lontananza, il rumore dei canti non arriva più. Resta una barca solitaria, splendente al largo nello specchio d’acqua luminoso di luna calante davanti a Tiberiade. Veleggia lenta in su e in giù… Maria la osserva finché la vede volgere la prua verso la sponda.

34Allora Maria sorge in piedi dicendo: «Signore, aiutami! Fa’ che sia…», e poi scende leggera la scaletta, entra piano in una stanza dalla porta socchiusa… Al bianco chiarore della luna è possibile distinguere un lettuccio. Maria si china su esso e chiama: «Maria! Maria! Svegliati! Andiamo!».

35Maria d’Alfeo si desta e, imbambolata dal sonno, chiede sfregandosi gli occhi: «É già ora di andare? Come si è fatto presto giorno!».

 É tanto assonnata che non capisce neppure che non è luce d’alba ma di luna la tenue fosforescenza che entra dalla porta aperta. Se ne accorge però quando è fuori, sul piccolo pezzo di terreno coltivato che è davanti alla casa del barcaiolo.

36«Ma è notte!», esclama.

«Sì. Ma faremo prima e usciremo prima da questa città… almeno lo spero. Vieni! Per di qui, lungo la riva. Fa’ presto! Prima che la barca tocchi terra…».

«La barca? Quale barca?», Maria chiede. Ma corre dietro alla Vergine che va lesta lesta sulla riva deserta, verso il moletto dove la barca dirige.

37Giungono affannate qualche istante prima di essa… Maria aguzza lo sguardo. Esclama: «Lode a Dio! Sono loro. Ora tu vienimi dietro… perché bisogna andare dove esse vanno… Io non so dove abitano…».

«Ma Maria… per pietà… Ci prenderanno per delle meretrici!…».

38La Purissima scrolla la testa e mormora: «Basta non esserlo. Vieni!», e la tira nella penombra di una casa. La barca accosta e, mentre fa le manovre per accostare, si ferma una lettiga, in attesa lì presso, che viene portata avanti. Vi salgono due donne, mentre due restano a terra e camminano al fianco della lettiga, e la lettiga si mette in moto al passo cadenzato di quattro numidi vestiti di una cortissima tunica sbracciata che appena li copre nel torso…

E Maria dietro, nonostante le proteste in sordina di Maria d’Alfeo: «Due donne sole!… Dietro quelli lì! Sono mezzi nudi… Ohibò!…».

Pochi metri di cammino e poi la lettiga si ferma.

39Una donna scende, mentre il battistrada bussa ad un portone.

«Vale, Lidia!».

«Vale, Valeria! Carezza Faustina per me. Domani sera leggeremo ancora nella quiete, mentre gli altri gozzovigliano…»

Il portone si apre e Valeria, con la sua schiava o liberta, sta per entrare.

Valeria cede Aurea al Messia.

40Maria si fa avanti e dice: «Domina! Una parola!».

Valeria guarda le due donne avvolte in un manto ebreo, molto semplice e molto calato sul volto, e le crede mendicanti. Ordina: «Barbara, dà l’obolo!»

41«No, domina. Non chiedo denaro. Sono la Madre di Gesù di Nazareth e questa è mia parente. Vengo in suo Nome a farti una preghiera».

«Domina! Tuo Figlio è forse… perseguitato…».

«Non più del solito. Ma Egli vorrebbe…».

42«Entra, Domina. Non è degno che tu resti nella via come una mendica».

«No. É presto detto, se mi ascolti in segreto…».

«Via, voi tutti!», ordina Valeria alla schiava, o liberta che sia, e ai portinai.

43«Siamo sole. Che vuole il Maestro? Io non sono venuta per non nuocergli nella sua città. Lui non è venuto per non nuocermi, forse, presso lo sposo mio?».

44«No. Per mio consiglio. Mio Figlio è odiato, domina».

«Lo so».

45«E ha conforto soltanto nella sua missione».

«Lo so».

«Non chiede onori né milizie, non aspira a regni né a ricchezze. Ma fa valere il suo diritto sugli spiriti».

«Lo so».

46«Domina… Egli dovrebbe renderti quella fanciulla… Ma, non ti sia sdegno se lo dico, qui ella non potrebbe far di Gesù il suo spirito. Tu migliore delle altre… Ma intorno a te troppo vivo il fango del mondo».

«È vero. Ebbene?».

47«Tu sei madre… Mio Figlio ha sensi di padre per ogni spirito. Soffriresti tu che la tua bambina crescesse in mezzo a chi la può rovinare?…».

48«No. E ho compreso… Ebbene… Di’ a tuo Figlio queste parole: “In ricordo di Faustina, salvata nella carne, Valeria ti lascia Aurea perché Tu ne salvi lo spirito…”. É vero! Noi siamo troppo corrotti… per dare affidamento a un santo… Domina, prega per me!», e si ritira rapida prima che Maria possa ringraziarla. Si ritira, direi, piangendo…

Maria d’Alfeo è di stucco.

49«Andiamo, Maria… Alla notte partiremo e domani sera saremo a Nazareth…»

«Andiamo… L’ha ceduta come… come una cosa…».

50«Per loro è una cosa. Per noi è un anima. Vieni. Guarda… Già imbianca il cielo là in fondo. Si può dire che non c’è notte in questo mese…».

Penitenze e preghiere per salvare un apostolo.

51Vanno per la via non più in penombra che è loro aperta davanti, anziché per quella della riva. Una via dietro a una fila di casette modeste… Quando sono a metà di essa, da un angolo sbuca Giuda palesemente avvinazzato. Un Giuda reduce da chissà che festino, spettinato, le vesti sgualcite, il viso pesto.

52«Giuda! Tu? In questo stato?».

Giuda non fa in tempo a fingere di non conoscerla e non può fuggire… La sorpresa lo snebbia e lo inchioda dove è, senza reazione.

53Maria gli si accosta, vincendo la ripugnanza che l’aspetto dell’apostolo le desta, e gli dice: «Giuda, disgraziato figlio, che fai? Non pensi a Dio? Alla tua anima? A tua madre? Che fai, Giuda? Perché vuoi essere peccatore? Guardami, Giuda! Non hai diritto di uccidere la tua anima…», e lo tocca cercando prendergli una mano.

54«Lasciami stare. Sono un uomo, infine. E… e sono libero di fare ciò che tutti fanno. Di’ a Lui, che ti manda a spiarmi, che non sono ancora tutto spirito, e giovane sono!».

55«Non sei libero di rovinarti. Giuda! Abbi pietà di te stesso… Così facendo non sarai mai uno spirito beato… Giuda… Egli non mi ha mandata a spiarti. Egli prega per te. Questo soltanto, ed io con Lui. In nome di tua madre…».

56«Lasciami stare», dice sgarbatamente Giuda. E poi, forse sentendo di essere villano, corregge: «Non merito la tua pietà… Addio…», e scappa via…

57«Che demonio!… Lo dirò a Gesù», esclama Maria d’Alfeo. «Ha ragione il mio Giuda!»

58«Tu non dirai nulla a nessuno. Pregherai per lui. Questo sì…».

«Piangi? Piangi per lui? Oh! …»

59«Piango… Ero felice di aver salvato Aurea… Ora piango perché Giuda è peccatore. Ma a Gesù, tanto afflitto, porteremo soltanto la notizia bella. E strapperemo con penitenze e preghiere il peccatore a Satana… Come ci fosse figlio, Maria! Come ci fosse figlio… Sei madre tu pure e sai… Per quella madre infelice, per quest’anima peccatrice, per il nostro Gesù…».

60«Sì, pregherò… Ma non penso che egli lo meriti…».

61«Maria! Non lo dire…».

62«Non lo dico. Ma… così è. Non andiamo da Giovanna?».

«No. Ci verremo presto, con Gesù…»

10. Maria SS. riferisce sulla missione compiuta a Tiberiade. Aurea impara a fare la volontà di Dio[50].

Riconoscenza chi ci fa dei favori.

Sorpresa gioiosa.

1É molto stanca la Vergine quando rimette piede nella sua casetta. Ma è molto felice. E cerca subito del suo Gesù che ancora lavora, alle ultime luci del giorno che muore, intorno alla porta del forno che sta rimettendo a posto. Le ha aperto Simone il quale, dopo il saluto, si ritira prudente nello stanzone-laboratorio. Tommaso non lo vedo. Forse è fuori di casa.

2Gesù posa i suoi attrezzi, appena vede la Madre, e va a Lei pulendosi le mani unte (sta rendendo scorrevoli i gangheri e i chiavistelli con dell’olio) nel suo grembiule da lavoro. Il loro reciproco sorriso pare far luminoso l’orto in cui decresce la luce.

3«La pace a te, Mamma».

«La pace a Te, Figlio».

«Come sei stanca! Non hai riposato…».

4«Da un’alba ad un tramonto in casa di Giuseppe. Ma senza questi grandi calori sarei ripartita subito per venirti a dire che Aurea è tua».

5«Sì?!». Il viso di Gesù si ringiovanisce persino nella sorpresa gioiosa. Sembra un volto poco più che ventenne, e nella gioia, perdendo quella gravità che generalmente è sul suo volto e nei suoi atti, viene ad assomigliare ancor più alla Madre, sempre così serenamente fanciulla nelle movenze e nell’aspetto.

6«Sì, Gesù. E senza alcuna fatica ho ottenuto questo. La dama aderì subito. Si è commossa riconoscendo che lei, e con lei le sue amiche, sono troppo corrotte per educare una creatura a Dio. Un riconoscimento così umile, così schietto, vero! Non è facile trovare chi, senza esserne forzato, riconosca di essere difettoso».

7«Sì, non è facile. Molti in Israele non lo sanno fare. Sono belle anime sepolte sotto una crosta di lordura. Ma quando la lordura cadrà…»

8«Avverrà, Figlio?».

«Ne sono sicuro. Tendono istintivamente al Bene. Finiranno con l’aderirvi. Che ti ha detto?».

9«Oh! poche parole… Ci siamo subito intese. Ma sarà bene avere subito Aurea. Le voglio dire io questa cosa, se Tu vuoi, però, Figlio mio».

10«Sì, Mamma. Manderemo Simone», e chiama forte lo Zelote che viene subito.

«Simone, va’ da Simone d’Alfeo e di’ che mia Madre è tornata, poi vieni con la fanciulla e con Toma, che certo è là per finire quel lavoretto di cui lo ha pregato Salome».

Simone si inchina e va subito.

La donna nella nuova religione.

11«Racconta, Mamma… Il tuo viaggio… il tuo colloquio… Povera Mamma, come sei stanca per causa mia!».

12«Oh! no, Gesù! Nessuna stanchezza quando Tu sei felice…», e Maria racconta il suo viaggio e le paure di Maria d’Alfeo, la sosta in casa del barcaiolo, l’incontro con Valeria, terminando: «Ho preferito vederla a quell’ora, posto che il Cielo lo permetteva. Più libera lei, più libera io, e Maria Cleofe consolata più presto, perché di essere due donne sole per Tiberiade aveva un terrore che soltanto l’amore per Te, il pensiero di servirti, poteva vincere…», e Maria sorride ricordando le ansie della cognata…

13E sorride Gesù dicendo: «Poveretta! É la vera donna d’Israele, l’antica donna, riservata, tutta casa, la donna forte secondo i Proverbi[51]. Ma nella nuova Religione la donna non sarà soltanto forte nella casa… Molte saranno quelle che supereranno Giuditta[52] e Giaele[53], essendo eroiche in sé, con eroismo da madri di Maccabei[54]… E lo sarà anche Maria nostra. Ma per ora… è ancora così… Hai visto Giovanna?».

Comprensione per il discepolo che dà dolore.

14Maria non sorride più. Forse teme un’altra domanda su Giuda.

15E risponde svelta: «Non ho voluto imporre nuove ansie a Maria. Ci siamo chiuse in casa fino a metà fra nona e sera, riposando, e poi siamo partite… Ho pensato che presto la vedremo, sul lago…».

16«Hai fatto bene. Mi hai dato la prova del sentimento delle romane verso di Me. Se Giovanna fosse intervenuta si sarebbe potuto pensare che cedevano all’amica. Ora attenderemo sino a sabato e, se Mirta non viene, andremo noi con Aurea».

17«Figlio, io vorrei rimanere…».

«Sei stanca molto, lo vedo».

18«No, non per questo… Penso che Giuda potrebbe venire qui… Come è bene che a Cafarnao sia sempre chi lo attende per accoglierlo da amico, anche qui è bene che ci sia chi lo accoglie con amore».

19«Grazie, Mamma. Tu sola capisci cosa ancora lo può salvare…».

Sospirano tutti e due sul discepolo che dà dolore…

L’ amore vero va unito al sacrificio.

20Rientrano Simone e Tommaso con Aurea, che corre verso Maria.

Gesù la lascia con la Madre, andando in casa con gli apostoli.

21«Tu hai molto pregato, figlia, e il buon Dio ti ha ascoltata…», inizia Maria.

22Ma la fanciulla la interrompe con un grido di gioia: «Resto con te!», e le getta le braccia al collo baciandola. Maria ricambia il bacio e, sempre tenendola fra le braccia, dice: «Quando uno fa un grande favore bisogna ricambiare, non è vero?».

«Oh! sì! E io ti ricambierò con tanto amore».

23«Sì, figlia. Ma sopra di me è Dio. È Lui che ti ha fatto questo grande favore, questa grazia senza misura di accoglierti fra i membri del suo popolo, di farti discepola del Maestro Salvatore. Io non sono stata che lo strumento della grazia, ma la grazia Egli, l’Altissimo, te l’ha concessa. Che darai dunque all’Altissimo per dirgli che lo ringrazi?».

«Ma… non so… Dimmelo tu, o Madre…».

24«Amore, questo è certo. Ma l’amore, per essere veramente tale, deve essere unito al sacrificio, perché se una cosa costa ha più valore, non è vero?».

«Sì, Madre».

La più giovane discepola sa fare la volontà di Dio.

25«Ecco, allora io direi che tu, con la stessa gioia con cui hai gridato: “Resto con te!”, dovresti gridare: “Sì, o Signore” quando io, povera sua serva, ti dirò la volontà del Signore su te».

«Dimmela, Madre», dice Aurea facendosi però seria in volto.

26«La volontà di Dio ti affida a due buone madri, a Noemi e a Mirta…».

La fanciulla ha grossi lacrimoni che lucono negli occhi chiari, ed essi rotolano poi sul visetto rosato.

27«Sono buone. Sono care a Gesù e a me. Ad una Gesù ha salvato il figlio, all’altra io glielo ho allattato. E che siano buone, lo hai visto…».

«Sì… ma io speravo stare con te…».

28«Figlia, non tutto si può avere! Vedi che io pure non sto col mio Gesù. Ve lo dono, e sto lontana, tanto lontana da Lui, mentre Egli va girando per la Palestina a predicare, guarire e salvare le fanciulle…».

«E’ vero…».

29«Se io lo volessi per me sola, tu non saresti stata salvata… Se io lo volessi per me sola, le vostre anime non verrebbero salvate. Pensa quanto grande è il mio sacrificio. Vi do un Figlio perché sia immolato per le vostre anime. Del resto, io e te saremo sempre unite, perché le discepole stanno e staranno sempre unite intorno a Cristo, formando una grande famiglia unita dall’amore per Lui».

30«E’ vero. E poi… verrò ancora qui, non è vero? E ci vedremo ancora?».

«Certamente. Finché Dio lo vorrà».

«E tu pregherai sempre per me…».

«E io pregherò sempre per te».

«E quando saremo insieme mi istruirai ancora?».

«Sì, figlia…».

31«Ah! io volevo divenire come te! Lo potrò mai? Sapere, per essere buona…».

32«Noemi è madre di un sinagogo e discepolo del Signore. Mirta di un figlio che ha meritato la grazia del miracolo ed è discepolo buono. E le due donne sono buone e sapienti, oltre che tanto piene d’amore».

«Me lo assicuri?».

«Sì, figlia».

33«Allora… benedicimi e sia fatta la volontà del Signore… come dice l’orazione di Gesù. L’ho tanto detta… É giusto che ora faccia ciò che ho detto, per ottenere di non andare più dai romani…».

34«Sei una buona fanciulla. E Dio sempre più ti aiuterà. Vieni, andiamo a dire a Gesù che la più giovane discepola sa fare la volontà di Dio…», e tenendola per mano Maria rientra con la fanciulla nella casa.

11. Un altro sabato a Nazareth.
Ostinatezza di Giuseppe d’Alfeo
[55].

Un nuovo sabato a Nazareth.

1Un nuovo sabato a Nazareth. Ossia un nuovo inizio di sabato, perché appena il tramonto del venerdì ha inizio quando, accaldate ma liete, giungono Mirta e Noemi insieme al giovane Abele. Smontano dai loro somarelli, che Abele conduce altrove, certo a qualche stalla amica, forse a quella dei due asinai di Nazareth divenuti discepoli, ed entrano dalla porta del laboratorio, aperta per dare ventilazione nello stanzone, dove fino a poco prima il calore del rustico camino si è messo a complice del gran calore estivo.

2Tommaso sta riponendo i suoi strumenti e Simone spazza le segature, mentre Gesù sta nettando pentole e pentolini da colle e vernici.

3«La pace a Te, Maestro, e a voi discepoli», salutano le donne inchinandosi molto sin dal primo entrare e finendo di prostrarsi ai piedi di Gesù dopo aver traversato il laboratorio.

4«La pace a voi. Siete molto fedeli! Venire con questo caldo!».

5«Oh! nulla! Si sta tanto bene qui, che si dimentica tutto. Tua Madre dove è?».

«É di là che finisce una veste di Aurea. Andate pure».

6Le due vanno via leste con le loro bisacce e si sentono le loro voci tonate, piuttosto basse, fondersi alla vocetta ancora asprigna di Aurea e alla voce argentina di Maria.

«Ora saranno felici!», dice Tommaso.

«Sì. Sono buone donne», risponde Gesù.

7«Maestro, Mirta, oltre a conservare il figlio che aveva, ha acquistato una nuova creatura. E in poco più di un anno…», dice lo Zelote.

8«Già! In poco più di un anno! É già più di un anno che Maria di Lazzaro s’è convertita. Come passa il tempo! Mi par ieri… Quante cose anche lo scorso anno! Quel bel ritiro prima dell’elezione! Poi Giovanni di Endor! Poi Marziam! Poi Daniele di Naim e poi Maria di Lazzaro e poi Sintica… Ma dove sarà Sintica? Io ci penso sovente e non so capire perché…».

Tommaso finisce a monologare fra sé, perché Gesù e Simone non gli rispondono, ma anzi escono a lavarsi nell’orto per poi raggiungere le discepole.

Risposta ai neoisraeliti increduli.

9La visione resta interrotta dalla lettera che mi arriva da Roma, dal Padre Migliorini, e che Gesù mi dice: « Aprila e leggila». Lo faccio. E francamente non saprei che rispondere… Mentre ci penso rileggendola per una seconda volta la Voce amatissima del mio Signore mi fa sussultare tanto è vicina, alle mie spalle. Dice:

10«A mio nome rispondigli cosi: Dice la Sapienza e dice il Vangelo, onde non potete negare queste parole per sante: “Gesù insegnava nella sua pa­tria Nazareth e nelle loro sinagoghe… E si scandalizzarono di Lui… E a Ca­gione della loro incredulità non vi fece molti miracoli”[56]… “E Gesù andò a Nazareth dove era stato allevato ed entrò nella sinagoga e si alzò per leggere… E disse: ‘…Nessun profeta è accetto nella sua patria…’ E quei di Nazareth pieni di sdegno lo spinsero sulla cima del monte e lo vo­levano gettare di sotto”[57] . “Allora Egli cominciò a rimproverare le città nelle quali aveva fatto molti miracoli e che non s’erano ravvedute di­cendo: ‘Guai a te, Corozim; guai a te, Betsaida, …e tu Cafarnao… perché non vi siete convertite al Signore’ ”[58]. “E Gesù disse: ‘Gerusalem­me che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, …ecco ti sarà lasciata deserta vostra casa e non mi vedrete più finché non venga il giorno in cui diciate: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore’”[59]. “E Gesù vedendo Gerusalemme pianse su lei, dicendo: ‘Oh! se tu cono­scessi… Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata dal Signo­re’”[60].

11Ecco. E’ detto. Betlem non volle il Signore. Nazareth non volle il Si­gnore. Cafarnao non meritò il Signore e non Betsaida e non Corozim, E Gerusalemme odiò il Signore perché “non lo riconobbe nella sua Parola”. Molti sono i “cristi” e molti sono coloro che ai cristi e alle loro missioni oppongono ciò che opposero le città di Palestina allora Salvatore e Mae­stro. Di’ questo e di’: Chi ha orecchio da intendere intenda e chi ha In­telletto rifletta, e chi carità agisca.

12Il resto resta lezione fra Me e te, o mio portavoce, e la mia pace, la mia grazia, il mio amore e quello del Padre e dello Spirito siano con te. »

E riprendiamo a vedere…

Tirocinio di Tommaso.

13Ritorna Abele di Betlemme di Galilea e trova ancora Tommaso che pensa, davanti al posto dove generalmente lavora, smuovendo sopra pensiero i suoi minuti capolavori di orafo.

14«Hai trovato lavoro?», chiede il discepolo curvandosi su quegli oggetti minuti.

15«Oh! ho fatto felici tutte le donne di Nazareth. Non avrei mai supposto che ci fossero tante fibbie, tanti bracciali e collane e gigli da aggiustare. Ho persino dovuto pregare Matteo di portarmi del metallo da Tiberiade. Mi sono fatto una clientela… ah! ah! (ride allegro) come neppure mio padre ce l’ha. Vero è che non chiedo denaro…».

16«Ci rimetti tutto?».

«No. Prendo solo il valore del metallo. Il lavoro lo regalo».

«Sei generoso».

17«No. Sono saggio. Non ozio. Do esempio di operosità e di distacco dal denaro e… predico… Taci! Credo di avere più predicato facendo così, senza dire una parabola, senza aver detto una parola nella sinagoga, che se avessi parlato di continuo. E poi… Faccio tirocinio. Mi sono promesso che col lavoro farò propaganda quando dovrò andare a predicare Gesù fra gli infedeli. E mi ci addestro».

Fratelli nello Spirito e nell’ Affetto.

18«Sei sapiente come orafo e come apostolo».

19«Mi sforzo d’esserlo per amore a Gesù… Sicché tu hai acquistato una sorella? Trattala bene, sai? É come una colombina di nido, te lo dico io che sono uso per il mio mestiere a trattare con le donne. Una ingenua colombina che ha avuto una gran paura dello sparviero e che cerca delle ali materne e fraterne a difesa. Se tua madre non l’avesse voluta l’avrei chiesta io, per la mia gemella. Figlio più, figlio meno! É tanto buona mia sorella, sai?».

20«Anche mia madre. Le è morta una bambina quando restò vedova. Forse il latte s’era fatto cattivo nel dolore della morte dello sposo… Io me la ricordo appena, questa sorellina… e forse non me la ricorderei neppure se mia madre non la piangesse sovente e se ogni fanciullina povera di Betlem non avesse avuto diritto a cibo e vesti dalla nostra casa, in ricordo della piccola morta… Ma cresciuto come sono con la mamma soltanto, ho finito per avere anche io un grande amore alle fanciulline… Questa sento che non è più una pargola… ma la vedrò come tale, per il suo cuore, e è come mia madre e Noemi e tu dite…».

«Siine certo. Andiamo di là…».

21Di là, ossia nella stanzetta dei pasti, sono le donne, Gesù e lo Zelote. E Mirta, venuta già con una grande speranza, sta conquistando Aurea provandole una veste di lino che ha cucito per la fanciulla.

22«Va proprio bene», dice sfilandogliela e carezzandola, mentre le raggiusta la veste che si è scomposta mettendo l’altra nuova.

23«Va proprio bene. Ma tutto andrà bene. Vedrai, figlia mia… Oh! ecco il mio Abele. Vieni avanti, figlio. Ecco Aurea. Ora sarà nostra, lo sai?».

«Lo so, madre, e sono contento con te».

24Guarda la fanciulla… la studia… i suoi occhi scuri si fissano e perdono nelle larghe iridi di pallido cielo. L’esame lo soddisfa. Le sorride. Le dice: «Ci ameremo nel Signore che ci ha salvati e lo ameremo e faremo amare. E ti sarò fratello nello spirito e nell’affetto. Lo prometto davanti al Maestro e a mia madre», e con un bel sorriso limpido di giovane puro, già avviato all’alta spiritualità, le tende la mano forte e bruna.

 25Aurea resta esitante e poi, arrossendo, mette la sua mano sinistra nella destra che le viene porta e dice: «Così faremo. Nel Signore».

Gli adulti sorridono fra di loro…

Notizie

26«Qui si può entrare senza bussare alle porte…».

27«Ecco Simone di Giona! Questa volta non ha resistito alla tentazione…», ride Tommaso correndo fuori.

28«Già! non ho resistito… La pace a Te, Maestro!». Bacia Gesù e ne è baciato. «Chi può resistere?». Vede Maria e si curva salutando, poi riprende: «Però, per scrupolo, siamo passati da Tiberiade e abbiamo cercato Giuda. Perché… ci siamo tutti, eh?! Gli altri stanno venendo. Anche Marziam… Dunque dicevo che siamo passati da Tiberiade. Umh! già! a cercare di Giuda per il caso che… pensasse, almeno al quarto sabato, di venire a Cafarnao… Sarebbe stato brutto che fossimo tutti via… E lo abbiamo trovato… già! Anzi lo ha trovato Isacco, andato a salutare Gionata… Perché Isacco ha finito per venire a Cafarnao ad attenderti con non so quanti, rimasti là a farsi più sapienti sotto la guida di Erma e Stefano, di tuo figlio, Noemi, e del sacerdote Giovanni… Ma Isacco è venuto con noi, perché anche lui muore se non ti vede… E, povero Isacco! non è stato molto bene accolto da Giuda. Ma Isacco deve aver distrutto le impazienze, i risentimenti, le furie nella lunga malattia… Non reagisce mai! Anche se lo prendono a schiaffi sorride… Che uomo di pace! Bene. Ci ha detto: “Giuda l’ho visto io. Non viene. Non insistete”. Io ho capito. Ho detto: “Ti ha risposto male? Dillo. Sono il capo e devo sapere…”. “Oh! no”, ha risposto. “Non ha risposto male lui, ma il suo male. Va compatito…”. … E compatiamolo… Eccoci qui, insomma. E ben felici di… Ecco gli altri…».

Tutti buoni con la Madre del Messia.

29E con gli altri sono anche Giuda e Giacomo d’Alfeo con la madre e i discepoli di Nazareth: Aser; Ismaele e Simone d’Alfeo e, caso raro, anche Giuseppe d’Alfeo. Si scaricano delle loro borse. Natanaele ha portato del miele e Filippo un cestino d’uva bionda come i capelli di Aurea. Pietro del pesce marinato e così i figli di Zebedeo. Matteo, che non ha una casa tenuta da donne e perciò non ha nulla di buono, ha portato una giara piena di terra e con dentro un esile tronco che direi, dal fogliame, un limone o un arancio o qualche altro agrume, e spiega: «Una primizia… Soltanto chi è stato a Cirene può averne, e io conosco uno che fu a Cirene, uno del fisco come me un tempo. Ora si è messo in riposo a Ippo. Sono andato a farmi dare la piantina, perché a luna nuova va messa a dimora. Sono frutti buoni, belli, e il fiore ha un profumo soave e pare una stella di cera, una stella come il tuo nome… Ecco», e offre la pianta a Maria.

30«Ma quanto hai faticato con questo peso, Matteo! Io ti sono grata. Il mio orto si fa sempre più bello per voi. La canfora di Porfirea, le rose di Giovanna, la tua pianta rara, Matteo, le altre da fiore portate da Giuda di Keriot… Quante belle cose, quanto siete buoni tutti con la Madre di Gesù!».

Ostinatezza di Giuseppe d’Alfeo.

31Gli apostoli sono tutti commossi; soltanto si sbirciano fra loro quando Maria nomina Giuda.

32«Sì. Ti vogliono bene. Ma anche noi te ne vogliamo», dice serio e impettito Giuseppe d’Alfeo.

33«Certo! Voi siete i cari figli di Alfeo, mio parente, e di Maria, così buona. E mi volete bene. Ma ciò è naturale. Siamo parenti… Questi invece non sono del sangue, eppure come figli mi sono, come fratelli a Gesù, tanto l’amano e lo seguono…».

34Giuseppe capisce l’antifona e si schiarisce la gola cercando le parole… Le trova… Dice: «Già! Ma se io non sono ancora con loro è perché penso anche alle conseguenze per Lui, per te… e… e… Insomma! É amore anche il mio, specie per te, povera donna, che resti sola troppo tempo… E sono venuto a dire a Gesù che sono contento che si sia ricordato anche delle necessità della Madre e abbia fatto ciò che era utile qui…», e contento di essere il “capo” della parentela, e di poter lodare e ammonire, si benigna di encomiare Gesù per tutti i lavori di falegnameria, verniciatura e altri, fatti in quel mese: «Così va fatto! Ora si vede che questa donna ha un figlio! Ma sono lieto di poterlo dire che ritrovo il mio saggio Gesù di Giuseppe. Bravo! Bravo!».

35E il saggio Gesù di Giuseppe, il saggissimo Verbo Divino umiliato in una carne, mite ed umile, accoglie le lodi miste agli… autorevoli consigli del cugino Giuseppe con un sorriso così dolce che serve a tenere a freno ogni intempestiva reazione apostolica in favore di Gesù.

36E Giuseppe, preso l’aire, vedendosi così ascoltato, non si limita. Ma prosegue: «Voglio sperare che d’ora in avanti Nazareth non avrà più la vista di una povera madre abbandonata e di un suo figlio che, imprudente, esce dal sentiero comune per battere vie insicure nelle mete e nelle conseguenze. Parlerò con i miei amici, col sinagogo… Ti perdoneremo… Oh! Nazareth sarà ben felice di riaprirti le braccia come a figlio che torna. E che torna esempio di virtù a tutti i cittadini. Domani stesso, io stesso ti riaccompagnerò nella sinagoga e…».

37Gesù alza la mano imponendo silenzio e, calmo ma ben deciso, dice: «Nella sinagoga, come fedele, certo ci verrò come vi andai gli altri sabati. Ma non occorre che tu perori in mio favore. Perché un’ora dopo il tramonto Io partirò per tornare ad evangelizzare, come è il mio dovere di ubbidienza all’Altissimo».

38Un grande smacco per Giuseppe!… Molto grande!… Tutta la sua bonomia si infrange e riaffiora la sua intransigenza ostile: «Va bene. Ma non mi ricercare nell’ora del bisogno. Io ho fatto il mio dovere e le tue certe sventure non ricadono su di me. Addio. Qui sono di troppo, perché io non posso comprendere voi e voi non potete comprendere me. Mi ritiro, senza rancore, ma molto afflitto… Il Signore ti protegga come protegge tutti coloro che… sono semplici di mente, incompleti… Addio, Maria! Fatti cuore, povera madre!».

Lo strillo di una madre.

39«Addio, Giuseppe. Ma non per Lui, per te mi devo far cuore. Perché tu sei quello che sei fuori della via di Dio, e mi dai dolore», dice pacata ma sicura Maria.

 40«Sei uno stolto, ecco! E se non fossi ormai il capo di casa ti percuoterei, creatura del mio sangue ma non del mio spirito…», strilla Maria d’Alfeo. E direbbe altro, ma Maria la supplica: «Taci! Per amor mio».

41«Taccio. Ma guardate se devo vedere fra i miei figli un bastardo così!…». Il bastardo intanto se ne è andato, mentre la buona Maria d’Alfeo scarica tutto il suo peso per questo figlio cocciuto. E finisce in un gran pianto il suo sfogo, e fra i singhiozzi dice la più grande pena nella sua pena: «E non lo avrò con me in Cielo quello lì, non lo avrò! Lo vedrò nei tormenti! Oh! Gesù! Fallo Tu il miracolo!».

42«Ma sì, Maria! Ma sì. Non piangere! Verrà l’ora anche per lui. L’undecima, forse. Ma verrà. Te lo assicuro. Non piangere…», la conforta Gesù… E, a pianto finito, dice agli apostoli e discepoli: «Venite nell’uliveto mentre le donne preparano le loro cose. Parleremo fra noi».

12. Un dono di Tommaso alla Vergine e partenza da Nazareth[61].

Doni dell’apostolo Tommaso.

Da Tommaso per Maria.

1É la sera del vero sabato e la vita riprende dopo il riposo sabatico. Qui, nella casetta di Nazareth, riprende dopo il riposo con i preparativi della partenza. Provviste che si ripongono, vesti stipate nelle bisacce, bisacce alle quali si stringono saldamente i lacci, sandali osservati se sono ben sicuri nelle corregge di cuoio e nelle fibbie, asinelli abbeverati e pasciuti presso la siepe dell’orto… e saluti, e qualche lacrima fra i sorrisi e benedizioni, e promesse di ritrovarsi presto… E, inaspettata, l’offerta di Tommaso a Maria: una fibbia, noi diremmo spilla, per tenere raccolta la veste allo scollo, fatta di tre esili, aerei, perfetti steli di mughetto, raccolti in due foglie la cui esattezza con le vere è data dal metallo trattato da mano maestra.

2«Tu non la porterai, Madre, lo so, ma accettala ugualmente. Mi è venuta voglia di farti questo da quando un giorno il mio Signore parlò di te paragonandoti ai gigli delle convalli… Io non ho fatto nulla per la tua casa… ma ho fatto questo per te, perché la lode del tuo Figlio fosse tradotta in simbolo per te che la meriti più di ogni donna. E se non ho potuto dare al metallo la morbidezza dello stelo vivo e la fragranza del fiore, il mio sincero, venerabondo amore per te lo ammorbidiscano come una carezza e lo profumino della mia devozione per te, Madre del mio Signore».

3«Oh! Toma! É vero. Io non porto gioielli, parendomi cosa vana. Ma questo non è tale. Questo è amore del mio Gesù e del suo apostolo, e caro mi è. Lo guarderò ogni giorno e penserò al buon Toma, che tanto ama il suo Maestro da ritenere non solo la Dottrina sua, ma anche le sue più umili parole sulle cose più umili e sulle più umili, insignificanti persone. Grazie, Toma. Non per il valore, ma per il tuo amore, grazie!».

Da Tommaso per Aurea.

4Tutti ammirano il lavoro perfetto, e Toma, tutto felice, tira fuori un più piccolo lavoretto: tre stelline di gelsomino con una minuscola fronda, legate in un cerchio sottile, e lo dà ad Aurea. «Perché non sei stata civetta a volerlo, perché sei stata qui mentre il gelsomino è in fiore, e perché queste stelline ti ricordino la Stella nostra. Però, bada! Tu, con le tue virtù, devi profumare i fiori ed essere un fiore tu pure, candido, bello, puro, che profuma verso il Cielo. Se non fai così, mi faccio rendere il fermaglio. Su, non piangere… ché tutto passa… e… e presto torneremo da Maria o Lei verrà da noi… e…».

5Ma Tommaso, davanti alle lacrime che aumentano in Aurea, sente che è meglio non proseguire, ed esce mortificato dicendo a Pietro: «Se avessi pensato che… si metteva a piangere di più, non le davo nulla… L’ho proprio fatto quel fermaglio per consolarla in quest’ora… Non l’ho indovinata…».

Umiltà e sincerità perfetta di Pietro.

6E Pietro, nella confusione del momento, perde il controllo e dice: «Ma è sempre così negli addii… Avessi visto Sintica allor…». Si accorge di aver parlato, vuole riprendersi, diventa paonazzo… ma ormai è fatta… Tommaso capisce e, bonario, gli getta un braccio intorno al collo dicendo: «Non ti affliggere, Simone. So tacere. E capisco perché avete taciuto… Per Giuda di Simone. Io, sul Dio dei nostri padri, ti giuro che ciò che involontariamente ho saputo è dimenticato. Non soffrire, Simone!…» 

7«É che il Maestro non voleva…».

«E certo aveva tutte le ragioni per farlo. Io non me ne ho a male».

«Lo so. Ma che dirà?…».

«Nulla, perché nulla saprà. Fidati di me».

8«Ah! no! Un sotterfugio al Maestro non lo faccio. Ho sbagliato. Merito il rimprovero. E subito. Non avrò pace se non confesso a Lui il mio errore. Toma, sii buono. Va’ a chiamarlo… Io vado nel laboratorio. Va’, torna con Lui. Io sono troppo turbato per farlo e gli altri se ne accorgerebbero».

9Tommaso lo guarda con ammirata compassione e rientra in casa per chiamare Gesù: «Maestro, vieni un momento. Ti devo dire una cosa».

Gesù, che stava salutando Maria d’Alfeo, lo segue subito. «Che vuoi?», chiede mentre cammina al suo fianco.

«Io nulla. É Simone che ti deve parlare. Eccolo…»

10«Simone! Che hai, che sei così turbato?».

Pietro si getta ai piedi di Gesù gemendo: «Ho peccato! Assolvimi!»

«Peccato? In che? Eri lì con noi, lieto, quieto…».

«Ah! Maestro, ti ho disubbidito. Ho detto a Toma di Sintica… Mi ero turbato per le lacrime e lui lo era più di me; credeva di averle aumentate lui… per consolarlo ho detto: “É sempre così negli addii… Avessi visto Sintica…”, e lui ha capito!…». Pietro alza un volto sconvolto, il suo sguardo è proprio umiliato, desolato.

11«Sia lode a Dio, mio Simone! Credevo[62]  avessi fatto cose ben più gravi di questa. E la tua sincerità annulla anche questa. Hai parlato senza malizia, hai parlato ad un tuo compagno. Toma è buono e non propalerà…».

«Me lo ha giurato infatti… Ma vedi? Ora io ho paura di essere troppo stolto e di non saper custodire un segreto».

«Lo hai fatto fino ad ora».

«Sì. Ma pensa! Mai una parola a Filippo e Natanaele! E ora…».

12«Su, alzati! L’uomo è sempre imperfetto. Ma quando lo è senza malizia non fa peccato. Sorvegliati. Ma non ti affliggere più. Il tuo Gesù non ha che un bacio per te. Tommaso, vieni qui».

13Tommaso accorre. «Tu certo hai compreso le ragioni del silenzio».

«Sì, Maestro. E ho giurato di rispettarlo per la mia parte e per la mia capacità. L’ho già detto a Simone…».

«Allo stolto Simone», sospira Pietro.

14«No, amico. Tu mi hai edificato per la tua umiltà e sincerità perfette. Mi hai dato una grande lezione e la ricorderò. Non potrò farla conoscere per prudenza, e di ciò ho dolore, perché pochi fra noi hanno e avrebbero la giustizia che tu hai avuto… Ma ci chiamano! Andiamo».

Regole da osservare.

Il dolore che segue a una partenza.

15Infatti molti sono già sulla via e le tre donne – Noemi, Mirta e Aurea – sono sui ciuchini. Maria è insieme alla cognata presso Aurea e la baciano ancora e, quando vedono venire Gesù, baciano le due condiscepole e per ultimo salutano Gesù, che le benedice prima di mettersi in cammino…

E Maria e Maria Cleofe rientrano in casa… Nella casa dove restano, a ricordo di ciò che vi era poco prima, seggiole smosse, stoviglie ancora sparse… il disordine che segue ad una partenza.

16Maria carezza sopra pensiero il piccolo telaio sul quale insegnava ad Aurea a lavorare… Ha gli occhi lucidi di pianto trattenuto.

«Tu soffri, Maria!», le dice Maria Cleofe che piange senza far sforzo per non farlo.

«Ti eri affezionata!… Qui vengono… poi vanno… e noi si soffre…».

Regola di ospitalità.

17«La nostra vita di discepole. Lo hai sentito oggi cosa diceva Gesù: “Così farete in futuro; vedendo in tutte le creature delle anime fraterne sarete ospitali, soprannaturalmente ospitali, sentendovi pellegrine voi che accogliete come pellegrini gli accolti. Darete aiuto, ristoro, consiglio, e poi lascerete che i fratelli vadano ai loro destini senza trattenerli con amori gelosi, sicure che oltre la morte vi ritroverete con essi.

Regola di distacco sino all’eroismo.

18Verranno le persecuzioni e molti vi lasceranno per andare al martirio. Non siate vili e non consigliate a viltà. Rimanete oranti nelle case vuote per sostenere il coraggio dei martiri, serene per fortificare i più deboli, forti per essere pronte ad imitare gli eroi. Avvezzatevi ai distacchi, agli eroismi, all’apostolato della carità fraterna da ora…”. E noi lo facciamo. Soffrendo, …è certo! Siamo creature di carne… Ma lo spirito gode di una sua spirituale letizia, che è fare la volontà del Signore e cooperare alla sua gloria. D’altronde… Io sono la Madre di tutti… e non devo esserlo di uno solo. Non lo sono esclusivamente neppure di Gesù… Tu vedi come lo lascio andare senza trattenerlo… Vorrei essere con Lui, questo sì. Ma Egli giudica che io devo restare qui finché Egli non dica: “Vieni”. Ed io resto. Le sue soste qui? Le mie gioie di mamma. Le mie peregrinazioni con Lui? Le mie gioie di discepola. Le mie solitudini qui? Le mie gioie di fedele che fa la volontà del suo Signore».

«Quel Signore ti è Figlio, Maria…».

«Sì. Ma è sempre il mio Signore… ?».

Regola d’ amore materno.

19«Resti con me, Maria?».

«Sì, se mi ci lasci… É così triste la mia casa nelle prime ore che è vuota dei miei figli!… Domani è già un’altra cosa… E questa volta, poi, piangerei più ancora…».

«Perché, Maria?».

«Perché è da ieri che sono piena di pianto… Una cisterna sono… Una cisterna nel tempo delle piogge».

«Ma perché, cara?».

20«Per Giuseppe… ieri… Oh! Io non so se andare e rimproverarlo acerbamente, perché infine egli è mio figlio perché questo seno lo ha portato e queste mammelle lo hanno allattato, e non c’è primogenitura che sia superiore ad una madre, …oppure se non parlargli più, mai più a questo bastardo che mi è nato e che offende il mio Gesù e te e…».

21«Non farai nulla di questo. Tu sarai per lui sempre “la mamma”. La mamma che compatisce il figlio ostinato, malato, sviato, e lo ammansisce con la bontà, e lo porta a Dio con la preghiera e la pazienza… Suvvia, non piangere!… Vieni piuttosto con me. Pregheremo nella mia stanza per lui, per quelli che vanno, per la fanciulla, che soffra poco e cresca santa… Vieni, vieni, Maria mia», e la porta con sé…

13. Giuda Iscariota a Nazareth
da Maria
[63].

Un monologo drammatico.

Bisbigli di protesta.

1Appena, ma proprio appena rosseggia oriente al primo indizio di aurora, quando Giuda di Keriot bussa alla porta della piccola casa di Nazareth.

2Sulla via non sono che dei contadini, meglio detto: dei piccoli proprietari di Nazareth, diretti alle loro vigne o ai loro uliveti coi loro attrezzi da lavoro, e guardano stupiti l’uomo che bussa ad un’ora così mattutina alla casa di Maria. Parlottano fra loro.

3«Èun discepolo», dice uno rispondendo al commento di un altro.

«Cerca certo Gesù di Giuseppe».

«Ma è inutile. Ieri sera è andato via. L’ho visto io. Ora glielo dico…», dice un altro.

4«Lascia stare! È Giuda di Keriot. Non mi piace quell’uomo. Forse noi abbiamo molti torti con Gesù e facciamo male. Ma lui, quello lì, l’anno passato ha fatto molto male qui fra noi… Forse noi ci saremmo convertiti. Ma lui…».

«Che? Che? Come lo sai?».

«Ero presente una sera in casa del sinagogo e, stolto, ho creduto subito a tutto… Ora… basta! Credo di aver peccato».

«Forse anche lui se ne è accorto di aver peccato e…».

Si allontanano e non sento più nulla.

Soliloquio keriotesco.

5Giuda torna a bussare alla piccola porta contro la quale è stato appiccicato, viso contro legno, come per sfuggire di esser visto e riconosciuto. Ma la porticina resta chiusa. Giuda ha un atto di disappunto e si allontana prendendo il viottolo che costeggia l’orto, e gira sul dietro della casa. Sbircia da sopra la siepe nell’orto quieto. Solo i colombi lo animano.

6Giuda pensa che fare. Monologa: «Che se ne sia andata anche Lei? Eppure… l’avrei vista… E poi! No. Ieri sera sentivo la sua voce… Forse è andata a dormire dalla cognata… Uff! Ciò è noioso come una pecchia sul volto, perché tornerà insieme, e io voglio parlarle da sola, senza quella vecchia a testimonio. È linguacciuta e mi farebbe osservazioni. Non voglio osservazioni io. Ed è furba come tutte le vecchie popolane. Non accetterebbe per buone le mie scuse, e lo farebbe notare a quella stupida colomba della cognata… Quella sono sicuro di… raggirarla in ogni senso. È tarda come una pecora… E io devo riparare a quel che è avvenuto a Tiberiade. Perché se Lei parla… Avrà poi parlato o taciuto? Se ha parlato… è più difficile aggiustare le cose… Ma non avrà parlato… Confonde la virtù con la stoltezza. Tale la Madre, tale il Figlio… E gli altri lavorano mentre essi dormono. E del resto hanno ragione. Perché lasciarli in disparte se sembra che vogliano… Ma che vogliono, poi?… Ho la testa così confusa… Devo smettere di bere e… Già! Ma il denaro tenta, e io sono come un puledro tenuto troppo tempo chiuso. Due anni, dico! Più ancora! Due anni di tutte le astinenze… Ma intanto… Che diceva ieri l’altro Elchia? Eh! non mi insegna male! Certo! Tutto è lecito pur di riuscire a stabilire sul trono Gesù.

7Ma se Lui non vuole? Però certo devo pensare che, se non si trionfa, noi tutti si fa la fine dei seguaci di Teoda o di Giuda il galileo[64]… Forse farei bene a separarmi perché… ecco, non so se ciò che essi vogliono è buono. Mi fido poco di loro… Troppo mutati da qualche tempo… Non vorrei… Orrore! Io essere il mezzo di danneggiare Gesù? No. Mi separo. Però, è amaro aver sognato il regno e tornare ad essere, che?… Nulla… Ma meglio nulla a… Lui dice sempre: “colui che farà il grande peccato”. Ohè!? Non sarò io, eh! Io? Io? Piuttosto mi affogo nel lago… Vado via. È meglio che vada via. Andrò da mia madre, mi farò dare dei denari, perché non posso certo chiedere ai sinedristi i denari per andare via. Sono… sono aiutato perché sperano che io li aiuti ad uscire dall’incertezza. Una volta che Gesù è re, siamo a posto. La folla con noi… Erode… chi si preoccuperà di lui? Non i romani e non il popolo. L’odiano tutti! E… e… Ma Gesù è capace di rinunciare appena proclamato re. Oh! bene! Quando Eleazaro di Anna mi assicura che suo padre è pronto a cingerlo re!… Dopo non può più levarsi il carattere sacro. In fondo… io faccio come quel fattore infedele della sua parabola… Ricorro agli amici per me, sì, è vero, ma anche per Lui.

8Faccio perciò servire i mezzi ingiusti a… Eppure no! Devo tentare ancora di persuaderlo. Non sono convinto di agire bene a fare questo sotterfugio… e… Oh! se lo potessi persuadere! Perché sarebbe tanto bello! Tanto… Sì. Questo è il miglior pensiero. Dire tutto schiettamente al Maestro. Supplicarlo… Purché Maria non gli abbia detto di Tiberiade… Come ho detto di dire a Maria?… Ah! ecco! Il rifiuto delle romane. Maledetta quella donna! Se non andavo da lei quella sera non incontravo Maria! Ma chi ce la faceva Maria a Tiberiade? E pensare che ogni dì avanti il sabato, e nel sabato e il dì dopo il sabato, io non uscivo mai per non vedere qualche apostolo… Stolto! Stolto! Non potevo andare a Ippo, a Gherghesa a cercare femmine? No! Proprio lì! A Tiberiade, dalla quale quelli di Cafarnao devono passare per venire qui… Ma tutto è causa delle romane… Speravo… No, questo è quello che devo dire per mia scusa, ma non è vero. È inutile che me lo dica, a me che so perché ci sono andato: per avere ritrovo con dei potenti d’Israele e per godere, posto che sto bene a denaro… Però… come si consuma presto il denaro. Fra poco non ne avrò più… Ah! Ah! racconterò qualche favola a Elchia e compari e me ne daranno ancora…».

9«O Giuda! Sei folle? È un po’ che ti guardo dall’alto di un ulivo. Gesticoli, parli da solo… Ti ha fatto male il sole di tanuz?», grida Alfeo di Sara sporgendosi da una biforcazione di rami di un gigantesco ulivo, lontano una trentina di metri dal luogo dove è Giuda.

10Giuda sobbalza, gira lo sguardo, lo vede e brontola: «Ti prenda la morte! Maledetto paese di spie!». Ma con un sorriso affabile grida: «No. Sono preoccupato che Maria non apra… Non si sentirà male? Ho bussato e bussato!…».

11«Maria? Hai voglia di bussare! È da una povera vecchia che muore. L’hanno chiamata che era la terza vigilia…».

12«Ma io le devo parlare».

«Aspetta. Scendo e la vado ad avvertire. Ma ti occorre proprio?».

«Eh! lo direi! Sono qui dal primo sole».

Alfeo, premuroso, scende dalla pianta e va via lesto.

13«Anche quello lì ora mi ha visto! E certo ora torna anche con quell’altra! Non me ne va bene una!», e tira giù una litania di improperi a Nazareth, ai nazareni, a Maria d’Alfeo e persino alla carità di Maria SS. per la morente e alla stessa morente…

Un figlio matricida.

14Non ha ancora finito che la porta, che dalla stanza dei pasti mette nell’orto, si apre, e sulla soglia appare una Maria molto pallida e triste.

«Giuda!»,

«Maria!», dicono contemporaneamente.

15«Ora ti apro la porta. Alfeo non mi ha detto altro che: “Va’ a casa. C’è chi ti vuole”, e sono corsa, molto più che la povera vecchia non ha più bisogno di me. Ha finito di soffrire per un figlio cattivo…».

Giuda, intanto che Maria parla, corre lungo il viottolo e torna sul davanti della casa… Maria apre.

16«La pace a te, Giuda di Keriot. Entra».

«La pace a te, Maria». Giuda è un po’ titubante. Maria è mite, ma seria.

«Ho bussato tanto, all’aurora».

17«Ieri sera un figlio ha fatto scoppiare il cuore ad una madre… E sono venuti a cercare Gesù. Ma Gesù non c’è. Anche a te lo dico: Gesù non c’è. Sei venuto tardi».

«Lo so che non c’è».

18«Come lo sai? Sei appena arrivato…».

«Madre, voglio essere schietto con te che sei buona: è da ieri che sono qui…».

«E perché non sei venuto? I tuoi compagni in questi sabati solo una volta non vennero…».

«Eh! lo so! Sono andato a Cafarnao e non li ho trovati».

19«Non mentire, Giuda. A Cafarnao tu non ci sei mai stato. Bartolomeo è venuto. Ma tu ieri eri qui. E perciò… Perché menti, Giuda? Non sai che la menzogna è il primo passo verso il furto e verso l’omicidio?… La povera Ester è giunta a morire uccisa dal dolore per la condotta del figlio. E Samuele, suo figlio, cominciò a divenire la vergogna di Nazareth con delle piccole menzogne, divenute poi sempre più grandi… Da queste passò a tutto il resto. Lo vuoi imitare, tu, apostolo del Signore? Vuoi far morire di dolore tua madre?».

Il rimprovero è fatto a voce bassa, lentamente. Ma come incide! Giuda non sa che ribattere. Si siede di schianto col capo fra le mani.

20Maria lo osserva. Poi dice: «Ebbene? Perché mi hai voluto vedere? Mentre assistevo la povera Ester io pregavo per tua madre… e per te… Perché mi fate pietà, l’uno e l’altra, e per due diversi motivi».

21«Allora, se hai pietà, perdonami».

«Non ho mai avuto rancore».

22«Come?… Neppure per… quella mattina a Tiberiade?… Sai? Ero così perché la sera avanti le romane mi avevano maltrattato come pazzo e come… traditore del Maestro. Sì, lo confesso. Ho fatto male a parlare a Claudia. Mi sono sbagliato sul suo conto. Ma lo faccio a fin di bene. Ho addolorato il Maestro. Lui non me lo ha detto, ma io so che sa che io ho parlato. È stata certo Giovanna ad avvisarlo. E Giovanna non mi ha mai potuto vedere, e le romane mi hanno dato dolore… Per dimenticare ho bevuto…».

La spada di dolore sul cuore di Maria.

23Maria ha un’espressione di compatimento involontariamente ironico e dice: «Allora Gesù, per tutto il dolore che ogni giorno gusta, dovrebbe essere ebbro ogni notte…».

24«Glielo hai detto?».

«Io non aumento l’amaro del calice a mio Figlio con notizie di nuove defezioni, cadute, peccati, insidie… Ho taciuto e tacerò».

25Giuda scivola in ginocchio tentando di baciare la mano di Maria, ma Ella si ritira, senza sgarbo ma molto decisa di non farsi baciare e toccare.

26«Grazie, Madre! Tu mi salvi. Ero venuto qui per questo… e perché tu mi facilitassi la via di avvicinare il Maestro senza rimproveri e vergogna».

27«Sarebbe bastato fossi andato a Cafarnao, per venire qui con gli altri, per evitarlo. Era molto semplice».

28«È vero… Ma gli altri non sono buoni, e mi hanno fatto spiare per poi rimproverarmi e accusarmi».

29«Non fare offesa ai tuoi fratelli, o Giuda. Basta di peccare! Tu hai spiato, qui, in Nazareth, patria del Cristo, tu…».

30Giuda la interrompe: «Quando? Lo scorso anno? Ecco! Hanno travisato le mie parole! Ma credilo che io…».

31«Io non so ciò che hai detto e fatto lo scorso anno. Ma parlo di ieri. Tu sei qui da ieri. Tu sai che Gesù è partito. Hai dunque indagato. E non presso le case amiche di Asei; Ismaele, Alfeo, o del fratello di Giuda e Giacomo, e non da Maria d’Alfeo, e non dai pochi che qui amano Gesù. Perché, se lo avessi fatto, me lo sarebbero venuti a dire. La casa di Ester si è empita di donne all’alba, quando ella è morta. Ma nessuna sapeva di te. Erano le più buone fra le donne di Nazareth, quelle che mi amano e che amano Gesù, e si sforzano di praticare la sua Dottrina nonostante l’ostilità dei mariti, padri e figli. Perciò tu hai indagato presso coloro che sono nemici del mio Gesù. Come chiami tu questo? Io non lo dico. Tu lo devi dire, a te stesso. Perché lo hai fatto? Non lo voglio sapere.

La spada di dolore sul cuore di Maria.

32Ti dico questo solo. Molte spade saranno infisse nel mio cuore, infisse e tornate ad infiggere, senza pietà, dagli uomini che addolorano il mio Gesù e lo odiano. Ma una sarà la tua, e non verrà più levata. Perché il ricordo di te, Giuda, che non ti vuoi salvare, di te che ti rovini, di te che mi fai paura – non paura per me stessa, ma per la tua anima – non uscirà più dal mio cuore. Una ve l’ha infissa il giusto Simeone mentre portavo sul cuore il mio Bambino, l’Agnellino mio santo… L’altra… l’altra sei tu… La punta della tua spada già mi tortura il cuore. Ma non sei sazio ancora di dare questa pena ad una povera donna… e attendi di infiggere del tutto la tua spada di carnefice nel cuore di chi non ti ha dato che amore… Ma stolta sono a pretendere pietà da te che non l’hai per tua madre!… Anzi, ecco, è detto! Con un solo colpo trafiggerai me e lei, o figlio disgraziato, che le preghiere di due madri non salvano!…».

33Maria piange nel parlare, e le lacrime non cadono sul capo bruno di Giuda, perché egli è rimasto là dove è caduto in ginocchio, separato da Maria… Le beve l’ammattonato, quelle lacrime sante… E la scena mi riporta il ricordo di Aglae sulla quale, invece, poiché lei si stringeva a Maria in un sincero desiderio di redenzione, cadevano le lacrime di Maria.

Prova di umiltà.

34«Non trovi una parola, Giuda? Non riesci a trovare in te la forza di un proposito buono? Oh! Giuda! Giuda! Ma dimmi: sei contento della tua vita? Esaminati, Giuda. Sii umile, sincero con te stesso per prima cosa. E poi con Dio, per andare a Lui col tuo fardello di pietre levate dal tuo cuore e dirgli: “Ecco. Mi sono levato questi macigni per amor tuo”».

35«Non ho… il coraggio di confessarmi a Gesù».

36«Non hai l’umiltà di farlo».

«È vero. Aiutami tu…».

«Vai a Cafarnao e attendilo, con umiltà».

«Ma tu potresti…».

37«Io non potrò che dire di fare ciò che mio Figlio fa sempre: avere misericordia. Non sono io quella che ammaestra Gesù, ma è Gesù che ammaestra la sua discepola».

«Tu gli sei Madre».

38«E ciò è per il mio cuore. Ma, per suo diritto, Egli è il mio Maestro. Né più né meno che per tutte le altre discepole».

«Tu sei perfetta».

39«Egli è il Perfettissimo».

40Giuda tace e pensa. Poi chiede: «Dove è andato il Maestro?».

«A Betlemme di Galilea».

«E poi?».

«Non so».

«Ma torna qui?».

«Sì».

«Quando?».

«Non so».

«Non me lo vuoi dire!».

41«Non posso dire ciò che non so. Tu lo segui da due anni. Puoi dire che Egli ebbe sempre un itinerario sicuro? Quante volte il volere degli uomini lo obbligò a mutazioni?».

«È vero. Andrò via… A Cafarnao».

42«Il sole è troppo caldo per andare. Rimani. Sei un pellegrino come tutti gli altri. Ed Egli ha detto che le discepole ne devono aver cura».

«La mia vista ti è incresciosa…»

43«Il tuo non voler guarire mi è doloroso! Quello solo… Levati il mantello… Dove hai dormito?».

«Non ho dormito. Ho atteso l’alba per vederti da sola».

44«Allora sarai stanco. Nello stanzone ci sono i lettucci usati da Simone e Tommaso. C’è quiete e frescura ancora. Va’ e dormi mentre ti preparo il cibo».

Lacrime della Madre di Dio.

45Giuda se ne va senza ribattere. E Maria, senza riposare dopo la notte passata in veglia, va in cucina a preparare il fuoco e nell’orto a prendere le verdure. E lacrime, lacrime, lacrime cadono silenziose mentre si curva sul focolare a sistemare le legna, o sulle zolle a cogliere le verdure, e mentre le sciacqua nei bacili e le sistema… E lacrime cadono insieme ai chicchi biondi del grano mentre dà il pasto ai colombi, o sulle biancherie che leva dalla vasca e stende al sole… Le lacrime della Madre di Dio… di Quella che, Senza Colpa, non fu esente dal dolore e soffrì più di ogni altra donna, per essere la Corredentrice[65]…

14. A Tiberiade. Due parabole sotto
la tempesta. Arrivo di Maria Ss. e impenitenza di Giuda Iscariota
[66].

La pace e il turbamento.

Tempesta in arrivo.

1Gesù giunge con i suoi a Tiberiade in una burrascosa mattina. E vi giunge per il breve tragitto da Tarichea a Tiberiade, con le barche che ondeggiano forte sul lago, molto mosso e grigiastro come il cielo su cui scavallano nuvoloni poco promettenti.

2Pietro scruta cielo e lago e ordina ai garzoni di mettere le barche al sicuro: «Fra poco sentirete che musica! Non sono più Simone il pescatore se fra poco le ondate di acqua del cielo e quelle del lago non faranno danni. C’è nessuno sul lago?», chiede a se stesso scrutando il turbato mar di Galilea. E lo vede deserto, corso solo dai cavalloni sempre più forti, sotto la cappa del cielo sempre più minacciosa. Si consola vedendolo vuoto e pensando che non farà vittime umane, e segue più contento il Maestro, che procede fra colpi di vento così forti che gli uomini camminano a fatica fra nuvole di polvere, in un grande sbatacchio di vesti.

3In Tiberiade, in questa parte di Tiberiade che è quella popolana, fatta di famiglie di pescatori o piccoli operai dediti a lavori inerenti alla pesca, vi è un grande andare e venire per riporre nelle case ciò che il temporale potrebbe sciupare; e chi corre carico delle reti, dei remi delle barche già messe al sicuro, e chi strascina nelle case gli arnesi da lavoro, e tutto avviene fra fischi di vento e nuvoli di polvere e sbatacchiare di usci. L’altra Tiberiade, quella più a nord, dai palazzi stesi lungo il lago, dai bei parchi che si vedono sull’arco della riva, dorme oziosa. Solo dei servi o degli schiavi, a seconda che le case sono di israeliti o di romani, sono indaffarati a levare tende sull’alto delle terrazze, a ritirare le leggere barche da diporto, i sedili sparsi nei giardini…

Il Messia attende.

4Gesù, che ha proceduto verso questa parte, dice a Simone Zelote e al cugino Giuda: «Andate ad interrogare il portinaio di Giovanna di Cusa se nessuno dei nostri ci ha cercato. Io attendo qui».

«Sta bene. E Giovanna?».

«La vedremo poi. Andate e fate questo che dico».

I due vanno lesti e, mentre gli altri attendono il loro ritorno, Gesù li manda chi qua e chi là a procurare il cibo «per loro e le donne, perché non è giusto gravare sulla famiglia del discepolo», dice Gesù. E resta solo, addossato al muro di un giardino dal quale viene un rumore di uragano, tanto è la lotta che le alte piante di esso sopportano col vento.

5Gesù sta raccolto in Se stesso e nelle vesti, che si è ben serrate nel manto, tirato sul capo e stretto come un cappuccio su esso, a difesa del vento che getta i capelli negli occhi. E così, polveroso, col volto seminascosto dai lembi del mantello, addossato ad un muro quasi all’angolo della via, che si incrocia con una bella arteria che procede dal lago al centro della città, sembra un mendico in attesa di oboli. Qualcuno passa e lo guarda. Ma, posto che Egli non dice nulla, non chiede nulla e sta così a capo chino, nessuno si ferma a dare nulla né a dire nulla. Intanto la burrasca aumenta di intensità e il rumore del lago cresce di violenza, empie tutta la città del suo muggito.

L’uomo giusto ha sempre la pace

6Un uomo alto, che procede curvo per difendersi dal vento, anche lui tutto fasciato nel mantello tenuto stretto sotto la gola con la mano, viene dalla strada dell’interno verso questa litoranea e, nell’alzare lo sguardo da terra per schivare una fila di asinelli di ortolani che, depositate le verdure ai mercati, tornano alle loro ortaglie, vede Gesù (ed io vedo che il giovane è Giuda di Keriot).

 7«Oh! Maestro!», dice dall’al di là della fila asinina. «Venivo proprio da Giovanna a cercare di Te. Sono stato a Cafarnao a cercarti, ma…». L’ultimo asino è passato e Giuda si affretta a raggiungere il Maestro finendo il discorso: «… ma a Cafarnao non c’era nessuno. Ho atteso dei giorni e poi sono tornato qui, e tutti i giorni andavo da Giuseppe e da Giovanna a cercarti…»

8Gesù lo guarda coi suoi occhi penetranti e ferma questa irruenza di parole dicendo soltanto: «La pace sia con te».

«È vero! Non ti ho neppure salutato! La pace sia con Te, Maestro. Ma Tu ce l’hai sempre questa pace!».

«E tu no?».

«Io sono un uomo, Maestro».

9«L’uomo giusto ha la pace. È soltanto l’uomo colpevole che è turbato. Sei tu tale?».

«Io?… No, no, Maestro. Almeno… Certo, se devo dire il vero, l’esserti lontano non mi faceva felice… ma ciò non era ancora essere privo di pace. Era nostalgia di Te, per l’affetto che per Te ho… Ma la pace è un’altra cosa, non è vero?…».

10«Sì. È un’altra cosa. Le separazioni non ledono la pace del cuore, se il cuore del separato non fa cose che la sua coscienza gli dice tali da addolorare l’amato, se le sapesse».

«Ma gli assenti non sanno… A meno che ci sia chi li informi».

Gesù lo guarda e tace.

Il Messia ama senza misura.

11«Sei solo, Maestro?», chiede Giuda cercando di girare il discorso verso argomenti più banali.

«Attendo quelli che ho mandato da Giovanna per sentire se mia Madre è venuta da Nazareth».

12«Tua Madre? Fai venire qui tua Madre?».

«Sì. Starò con Lei a Cafarnao per tutta la luna, andando con le barche ai paesi della sponda, ma tornando ogni giorno a Cafarnao. Vi devono essere molti discepoli…».

«Sì… Molti…».

Giuda ha perso la parlantina. É pensieroso…

13«Non hai nulla da dirmi, Giuda? Siamo noi due soli… Nulla ti è accaduto, in questo tempo di separazione, nessun fatto sul quale tu senta necessario avere la parola del tuo Gesù?», dice Gesù dolcemente, come per aiutare il discepolo a confessare facendogli sentire tutto il suo misericorde amore.

«E Tu sai nulla che in me necessiti della tua parola? Se lo sai – io invero non so cosa che meriti questa parola – parla. È pesante per un uomo dover ricercare le colpe e i difetti e confessarli ad un altro…». 

«Io che ti parlo non sono un altro uomo, ma…».

«No. Sei Dio. Lo so. Per questo non è neppure necessario che sia io quello che parla. Tu sai…».

14«Io non sono un altro uomo, dicevo, ma sono l’amico tuo più amoroso. Non ti dico il Maestro, il superiore, ma ti dico: l’amico…».

«E’ sempre la stessa cosa. Ed è sempre noiosa ricerca quella di ciò che si è fatto in passato e sulla cui confessione potrebbero aversi rimproveri. Ma poi, più che per i rimproveri, è di decadere nella stima dell’amico che duole…»

15«A Nazareth, l’ultimo sabato che fui là, Simon Pietro disse ad un compagno, inavvertitamente, una cosa che doveva tacere. Non era disubbidienza volontaria, non era maldicenza, non era cosa atta a danneggiare il prossimo. Simon Pietro l’aveva detta ad un cuore onesto e ad un uomo serio, il quale, vedendo di essere, senza volere né suo né di Pietro, a conoscenza di una cosa segreta, giurò che non avrebbe ripetuto ad altri il segreto. Simone poteva mettersi calmo… Ma non si mise calmo sinché non mi confessò la colpa. Subito… Povero Simone! La chiamava colpa! Ma se nel cuore dei miei discepoli non ci fossero altro che colpe uguali a quella, e tanta, tanta umiltà, tanta confidenza, tanto amore, come ne ha Pietro, oh! dovrei proclamarmi Maestro di una turba di santi!…».

16«E con questo vuoi dirmi che Pietro è santo ed io no. É vero. Non sono un santo. Scacciami, allora…».

«Non sei un umile, Giuda. La superbia ti rovina. E non mi conosci ancora…», termina Gesù mestissimamente.

Giuda sente questa pena e mormora: «Perdonami, Maestro!…».

«Sempre. Ma sii buono, figlio! Sii buono! Perché vuoi fare del male a te stesso?».

17Giuda, vere o false che siano non so, ha delle lacrime sulle ciglia e si rifugia fra le braccia di Gesù, piangendogli sulla spalla. E Gesù lo carezza sui capelli mormorando: «Povero Giuda! Povero, povero Giuda che va cercando altrove, dove non può trovarla, la sua pace e chi lo possa comprendere…».

«Sì. E’ vero. Hai ragione, Maestro. La pace è qui… Fra le tue braccia… Sono un disgraziato… Tu solo mi capisci e ami… Tu solo… Lo stolto sono io… Perdonami, Maestro».

18«Sì, sii buono, sii umile. Se caschi, vieni a Me e ti solleverò. Se sei tentato, corri a Me. Ti difenderò, da te stesso, da chi ti odia, da tutto… Ma sta’ su. Vengono gli altri…».

«Un bacio, Maestro… Un bacio…».

E Gesù lo bacia… e Giuda si ricompone… Sì, ma intanto non ha per nulla confessato le sue colpe, io penso…

Arriva la tempesta.

Da Giuseppe il Barcaiolo.

19«Abbiamo tardato alquanto perché Giovanna era già alzata e il portinaio l’ha voluta avvertire. Verrà entro il giorno, a venerarti, da Giuseppe», dice il Taddeo.

«Da Giuseppe? Se viene tutta l’acqua che il cielo promette, quelle vie saranno pantani. Giovanna non verrà certo in quella stamberga e per quelle vie. Sarebbe meglio andare noi da lei…», dice Giuda che si è già rifatto sicuro.

Gesù non gli risponde, ma risponde a suo cugino chiedendo: «Nessuno dei nostri ci cercò da Giovanna?».

«Nessuno ancora».

20«Va bene. Andiamo da Giuseppe. Gli altri ci raggiungeranno…».

«Ad essere certi che le nostre madri sono per via, andrei loro incontro…», dice Giuda d’Alfeo.

«Sarebbe bene. Ma più vie vengono a Tiberiade. E forse esse non hanno preso la principale…».

«È vero, Gesù… Andiamo…».

21Vanno lesti, fra i primi tuoni e lampi solcanti il cielo livido e rombanti forte nelle gole dei colli che circondano il lago quasi completamente. Entrano nella povera casa di Giuseppe che, nell’aria tempestosa, pare ancor più povera e scura. Di luminoso non c’è che il volto del discepolo e dei suoi famigliari, beati di avere in casa loro il Maestro.

22«Ma capiti male, Signore», si scusa il barcaiolo.

«Con questo lago non ho potuto pescare e… ho solo degli erbaggi…».

23«E il tuo buon cuore. Ma ho provveduto. Verranno ora i compagni con quanto serve. Non ti affaticare, donna… Possiamo sedere anche per terra. C’è tanto pulito. Tu sei una brava donna, lo so. Ma l’ordine che qui vedo lo conferma».

24«Oh! la mia sposa! Una vera donna forte! La mia, la nostra gioia», proclama il barcaiolo, in sollucchero per l’elogio del Signore, che si è seduto tranquillamente sull’orlo basso del focolare spento, quasi per terra, prendendosi fra i ginocchi un fanciullino che lo osserva stupito.

Entrano, fra il primo scroscio d’acqua, quelli andati per gli acquisti e sulla soglia scrollano i mantelli e i sandali per non portare acqua e fango nella casa.

25É un finimondo di tuoni, di lampi, di pioggia, di vento. Il boato del lago è di accompagnamento agli a-soli delle saette e agli urli del vento.

Sotto la tempesta.

26«Salute! L’estate si bagna le penne e ammolla il focolare… Dopo si starà meglio… Purché non faccia danni alle viti… Posso andare sopra a guardare il lago? Voglio vedere che umore ha…».

«Va’, va’. La casa è vostra», risponde il discepolo a Pietro.

27E Pietro, con la sola tunica, esce beato a godersi la tempesta, monta la scaletta esterna e rimane sul terrazzo a rinfrescarsi e a dare i suoi responsi a quelli di dentro, come fosse sul ponte della sua barca e comandasse le manovre.

Gli altri sono seduti qua e là nella cucina, dove appena ci si vede, perché devono tenere la porta socchiusa per il piovasco e dalla fessura entra un filo di luce verdastra, interrotta dalle luminosità brevi e abbaglianti dei lampi…

28Rientra Pietro, bagnato come fosse caduto nel lago, e sentenzia: «Adesso l’abbiamo sopra il capo. Si allontana verso la Samaria. Va a bagnare là…». 

«Te ti ha già bagnato! Grondi come una fontana», osserva Tommaso.

«Sì. Ma sto tanto bene dopo tanto calore».

29«Vieni dentro. Così bagnato, stare sulla porta ti farà male», consiglia Bartolomeo.

«Noooh! Sono legno stagionato… Ho cominciato che non sapevo ancora dire bene “padre” a star nell’umido. Ah! come si respira facilmente!… Però… la strada… è un fiume… Vedeste il lago! É di tutti i colori e bolle come una pentola. Non si capisce neppur più dove vanno le onde. Bollono sul posto… Ci voleva però…».

L’uomo e la grazia di Dio.

Il soggetto della parabola.

30«Sì, ci voleva. I muri non si raffreddavano più, tanto erano arsi dal sole. La mia vite aveva le foglie accartocciate, polverose… La bagnavo al piede… ma sì!… Che fa un po’ d’acqua quando tutto il resto è fuoco?», dice Giuseppe.

«Più male che bene, amico», sentenzia Bartolomeo.

31«Le piante hanno bisogno dell’acqua del cielo, perché bevono anche con le foglie, eh?! Sembra che no, ma è così. Le radici, le radici! Sta bene. Ma anche le fronde ci sono per qualche cosa e hanno i loro diritti…».

32«Non ti pare, Maestro, che Bartolomeo proponga il soggetto di una bella parabola?», dice lo Zelote stuzzicando Gesù a parlare.

Ma Gesù, che sta ninnando il fanciullino che ha paura delle saette, non dice la parabola, ma assente dicendo: «E tu come la proporresti?».

«Male certo, Maestro. Io non sono Te…».

33«Dilla come la sai. Vi servirà molto il predicare con parabole. Abituatevi. Ti ascolto, Simone…».

Parabola della vite domestica.

34«Oh!… Tu Maestro, io… stolto… Ma ubbidisco. Direi così: “Un uomo aveva una bella pianta di vite. Ma non essendo quell’uomo possessore di una vigna, la sua vite l’aveva messa nel piccolo orto di casa, perché salisse sul terrazzo a fare ombra e a dare grappoli, e molte cure dava alla sua vite. Ma essa cresceva in mezzo alle case, presso la via, perciò fumo di cucine e forni e polvere dalla strada salivano a molestare la vite. E, finché ancora dal cielo scendevano le piogge di nisam, le foglie della vite si detergevano dalle impurità e godevano del sole e dell’aria senza avere sulla superficie una brutta crosta di sudiciume ad impedirlo. Ma, quando venne l’estate e l’acqua non scese più dal cielo, fumo, polvere, escrementi di uccelli si depositarono in spessi strati sulle foglie, mentre il sole troppo rovente le prosciugava. Il padrone della vite dava acqua alle radici sprofondate nel suolo, e perciò la pianta non moriva, ma vegetava stenta, perché l’acqua dalle radici succhiata non saliva che per l’interno, e le misere fronde non ne godevano. Anzi, dal suolo torrido, bagnato con poca acqua, salivano ribollimenti ed esalazioni che sciupavano le foglie macchiandole come per pustole maligne. Ma infine venne una grande pioggia dal cielo e scese sulle fronde, corse lungo i rami, i grappoli, il tronco, spense l’ardore delle muraglie e del suolo e, passata la tempesta, il padrone della vite vide la sua pianta pulita, fresca, godere e dare godimento sotto il cielo sereno”. Ecco la parabola».

35«Va bene. Ma il paragone con l’uomo?…».

«Maestro, questo fallo Tu»

«No. Tu. Siamo tra fratelli, non devi temere di fare brutte figure».

«Se è per le brutte figure, non le temo come cose penose. Anzi le amo, perché servono a tenermi umile. É che non vorrei dire delle cose errate…».

«Io te le correggerò».

Applicazione.

36«Oh! allora! Ecco. Io direi: “Così avviene dell’uomo che non vive isolato negli orti di Dio, ma vive in mezzo alla polvere e al fumo delle cose del mondo. Le quali lo ingrommano lentamente, quasi inavvertitamente, ed egli si trova sterilito nello spirito, sotto una crosta di umanità tanto spessa che l’aura di Dio e il sole della Sapienza più non possono giovargli. E inutilmente cerca sopperire con un poco di acqua, attinta alle pratiche e data con tanta umanità alla parte inferiore, di modo che la parte superiore non ne gode… Guai all’uomo che non si deterge con l’acqua del Cielo che monda dalle impurità, che spegne gli ardori delle passioni, che veramente nutre l’io tutto”. Ho detto».

37«Hai detto bene. Io direi anche che, a differenza della pianta, creatura priva di libero arbitrio e confitta nella terra, e perciò non libera di andare in cerca di ciò che le giova e di sfuggire ciò che le nuoce, l’uomo può andare a cercare l’acqua del Cielo e sfuggire la polvere, il fumo e l’ardore della carne e del mondo e del demonio. Sarebbe più completo l’insegnamento».

«Grazie, Maestro. Lo ricorderò», risponde lo Zelote.

Dibattito.

38«Non si è solitari… Viviamo nel mondo… Perciò…», dice Giuda di Keriot.

«Cosa: perciò? Vuoi dire che Simone ha parlato da stolto?», gli chiede Giuda d’Alfeo.

«Non dico questo. Dico che, non potendoci isolare…, dobbiamo essere coperti per forza di ciò che è del mondo».

39«Il Maestro e Simone dicono appunto che si deve cercare l’acqua del Cielo per conservarsi puliti, nonostante il mondo che è intorno a noi», dice Giacomo d’Alfeo.

«Già! Ma è sempre pronta l’acqua del Cielo a detergerci?».

«Sì», dice sicuro Giovanni.

«Sì? E dove la trovi?».

40«Nell’amore».

«L’amore è fuoco. Ti arde di più».

«É fuoco, sì. Ma è anche acqua che lava. Perché porta via tutto ciò che è della Terra e dà tutto quanto è del Cielo»

«…Operazioni che non capisco. Leva, mette…».

41«Sì. Non sono folle. Dico che ti leva ciò che è umanità e ti dà ciò che da Dio viene, e perciò divino è. E cosa divina non può che nutrire e santificare. Giorno per giorno l’amore ti deterge da ciò che il mondo ti ha dato».

42Giuda sta per ribattere, ma il piccolo che è in grembo a Gesù dice: «Un’altra parabola, bella, bella… per me…», e questo crea un diversivo alla discussione.

«Su che, fanciullo?», chiede condiscendente Gesù.

Il bambinello si guarda intorno e poi trova. Punta un ditino verso la madre e dice: «Sulla mamma».

Parabola della mamma e Dio.

43«La mamma è per l’anima e per il corpo ciò che per gli stessi è Dio. La mamma che ti fa? Ti veglia, ti cura, ti insegna, ti ama, guarda che tu non ti faccia del male, ti tiene, come fa la colomba coi suoi nati, sotto le ali del suo amore. E la mamma va ubbidita e amata, perché tutto quello che fa lo fa per nostro bene. Anche il buon Dio, e molto più perfettamente della più perfetta delle mamme, tiene i suoi figli sotto le ali del suo amore, li protegge, li ammaestra, li aiuta, notte e giorno pensa a loro. Ma anche il buon Dio, come e molto più della mamma – perché la mamma è il più grande amore della Terra, ma Dio è il più grande ed eterno amore della Terra e del Cielo – va ubbidito e amato, perché tutto quello che fa lo fa per nostro bene…».

44«Anche le saette?», interrompe il piccolo che ne ha una grande paura.

«Anche».

«Perché?».

«Perché ripuliscono cielo e aria e…».

45«E dopo viene l’arcobaleno…», esclama Pietro che, mezzo fuori e mezzo dentro, ha ascoltato e taciuto. E aggiunge: «Vieni, tortorino, che te lo faccio vedere. Guarda che bello…»

E infatti la luce schiarisce perché la tempesta è passata, e un ampio arcobaleno, partendo dalle rive di Ippo, getta il suo nastro ad arco sul lago, sperdendosi oltre i monti alle spalle di Magdala.

46Si fanno tutti sulla soglia, ma per vedere il lago devono scalzarsi, perché il cortile è un piccolo stagno d’acqua giallognola che decresce lentamente. Della tempesta resta a ricordo il lago fatto giallastro, con ancora un sommovimento d’acque che tende a calmarsi. Ma il cielo è sereno. Ma l’aria è leggera. Ma le fronde hanno ripreso colore.

La Mediatrice delle grazie.

Arrivo di Giovanna e Maria Ss.

47E Tiberiade si rianima… E presto si vede, per la strada ancor piena d’acqua e di fango, venire Giovanna con Gionata, e alzare il viso a salutare il Maestro che è sulla terrazza, e salire lesta per prostrarsi, felice… Gli apostoli parlano fra loro, e solo Giuda, a metà via fra Gesù e Giovanna da un lato e gli apostoli dall’altro, si astrae come pensieroso. Ci scommetto che è tutto teso ad ascoltare le parole di Giovanna, il cui pensiero riguardo Giuda non è stato decifrabile, perché ella ha salutato tutti gli apostoli con un unico: «La pace a voi».

Ma Giovanna parla unicamente dei bimbi e del permesso che Cusa le ha dato di andare con la barca a Cafarnao mentre vi è il Maestro. E il sospetto di Giuda si calma. Si riunisce allora agli altri compagni…

48Fangose nel basso delle vesti, ma asciutte nel resto del corpo, ecco avanzarsi Maria SS. e Maria d’Alfeo insieme ai cinque andati a prenderle. Il sorriso di Maria, mentre sale la breve scaletta, è più vago dell’arcobaleno che persiste nel cielo.

«Tua Madre, Maestro!», avvisa Tommaso.

Gesù le va incontro e tutti gli altri con Lui. E si felicitano perché le donne sono senza altra noia che un po’ di fango sull’orlo delle vesti.

«Ci siamo fermati alle prime gocce presso un ortolano», spiega Matteo. E chiede: «Ci attendete da molto?».

«No. Siamo giunti all’aurora».

«Abbiamo tardato per causa di un infelice…», dice Andrea.

«Bene. Ora che ci siete tutti e che il tempo si fa buono, direi di partire a sera per Cafarnao», dice Pietro.

Maria Ss. L’onnipotenza supplicante.

49Maria, sempre consenziente, questa volta dice: «No, Simone. Non possiamo partire se prima… Figlio mio, una madre mi si è raccomandata perché Tu, Tu che solo lo puoi fare, converta l’anima del suo unico maschio. Io te ne prego, ascoltami, perché l’ho promesso… Perdonalo… Il tuo perdono…».

«É già dato, Maria. Ho già parlato io al Maestro…», interrompe l’Iscariota credendo che Maria parli di lui.

50«Non parlo di te, Giuda di Simone. Parlo di Ester di Levi, nazarena, madre uccisa dai comportamenti del figlio suo. Gesù, ella è morta nella notte che Tu partisti. E le sue invocazioni a Te non erano per lei, povera madre martire di un figlio infame, ma per il figlio suo… ché noi madri di voi figli, non di noi, siamo sollecite… Ella lo vuole salvo il suo Samuele… Ma ora, ora che è morta, Samuele, preda del rimorso, pare folle, né intende ragione di sorta… Ma Tu puoi, Figlio, sanargli intelletto e spirito…».

«É pentito?».

«Come vuoi che lo sia se è disperato?».

51«Infatti l’aver ucciso la madre col continuo darle dolore deve fare disperati. Non si infrange impunemente il primo dei comandamenti d’amore verso il prossimo. Madre, come vuoi che Io perdoni e Dio dia pace al matricida impenitente[67]?».

52«Figlio mio, quella madre chiede pace dall’altra vita… Era buona… ha sofferto tanto…».

«La pace sarà sua…».

53«No, Gesù. Non può aver pace uno spirito di madre se vede la sua creatura priva di Dio…».

«Giusto è che ne sia privo».

54«Sì, Figlio. Sì. Ma per la povera Ester… L’ultima parola fu preghiera per suo figlio… E mi ha detto di dirtelo. Gesù, Ester nella vita non ha mai avuto una gioia, Tu lo sai. Dalle questa, ora che è morta, dalla al suo spirito che soffre per il figlio suo».

55«Madre, Io ho cercato di convertire Samuele nelle mie soste a Nazareth. Ma inutilmente ho parlato, perché in lui era spento l’amore…».

56«Lo so. Ma Ester ha offerto il suo perdono, le sue sofferenze, perché rinascesse l’amore in Samuele. E, chissà? Questo suo tormento attuale non potrebbe essere amore che risorge? Un doloroso amore e, qualcuno potrebbe dire, un inutile amore, posto che la madre non ne può più godere. Ma Tu, ma io, sappiamo, io per fede, Tu per conoscenza, che la carità dei trapassati è vigile e vicina. Essi non si disinteressano e non ignorano ciò che avviene nei diletti che hanno qui lasciati… Ed Ester può ancora godere di questo tardivo amore per lei del figlio ingrato ed ora sconvolto dal rimorso. O mio Gesù, lo so, questo uomo ti fa ribrezzo per l’enormità della sua colpa. Un figlio che odia sua madre! Un mostro per Te che sei tutto amore per la tua. Ma appunto perché sei tutto amore per me, ascoltami. Torniamo insieme a Nazareth, subito. Non mi pesa la via, nessuna cosa mi pesa se serve a salvare un’ anima…».

L’ apostolo indocile.

57«Va bene. Hai vinto, Madre… Giuda di Simone, prendi con te Giuseppe e parti per Nazareth. Mi condurrai Samuele a Cafarnao».

58«Io? Perché io?».

«Perché tu non sei stanco. Gli altri sì. É tanto che camminano mentre tu riposavi…».

59«Ho camminato anche io. Sono stato a Nazareth a cercarti. Tua Madre lo può dire».

«I tuoi compagni sono stati a Nazareth ogni sabato ed ora tornano da un lungo giro. Va’ e non discutere…».

60«É che… A Nazareth non mi amano… Perché mandi proprio me?».

«Anche Me non mi amano, eppure a Nazareth ci vado. Non è necessario avere amore da un luogo per andare a quel luogo. Va’ e non discutere, ti ripeto».

61«Maestro… io ho paura dei dementi…».

«L’uomo è sconvolto dal rimorso, ma non è demente».

62«Tua Madre lo ha detto…».

«Ed Io ti dico per la terza volta: va’ e non discutere. Non potrà farti che bene meditare a cosa può portare il far soffrire una madre…».

63«Mi paragoni a Samuele? Mia madre è regina in casa sua. Io neppure le sono dappresso a controllarla e a pesarle col mantenimento mio…».

«Alle madri non pesano queste cose. Ma è macigno che le schiaccia il disamore dei figli, il loro essere imperfetti agli occhi di Dio e degli uomini. Va’, ti dico».

64«Vado. E che dirò all’uomo?».

«Che venga a Cafarnao, da Me».

65«Se non ha ubbidito mai neppure alla madre, vuoi che ubbidisca a me ora, poi, che è così disperato?».

66«E non hai ancora capito che se ti mando è segno che già ho operato sullo spirito di Samuele, traendolo fuori dal delirio del rimorso disperato?».

67«Vado. Addio, Maestro. Addio, Madre. Addio, amici». E se ne va, tutt’altro che entusiasta, seguito da Giuseppe, che invece è tutto felice esser scelto per quella missione.

Il dolore del Messia e la scelta dei poveri.

68Pietro canterella qualcosa fra i denti… Gesù gli chiede: «Che dici, Simone di Giona?».

«Dicevo una vecchia canzone del lago…».

«E quale è?».

«É: “Sempre così! Piace la pesca a chi è agricoltore, non piace pescare al pescatore!”. E in verità qui si è mostrato che ha avuto più voglia di pescare il discepolo che l’apostolo…».

 69Ridono in molti. Gesù non ride, sospira.

«Ti ho addolorato, Maestro?», chiede Pietro.

«No. Ma non criticare sempre».

«È per Giuda che è addolorato mio fratello», dice Giuda d’Alfeo.

«Taci tu pure, e soprattutto in fondo al tuo cuore».

70«Ma veramente Samuele ha già avuto miracolo?», chiede, curioso e un poco incredulo, Tommaso.

«Sì».

«Allora è inutile che venga a Cafarnao».

71«É necessario. Non ho guarito del tutto il suo cuore. Esso deve da sé cercare guarigione, ossia perdono, con un pentimento santo. Ma ho fatto che sia capace di ragionare di nuovo. Ora a lui ottenere il resto con la sua libera volontà. Scendiamo. Andremo fra gli umili…».

«Non da me, Maestro?».

72«No, Giovanna. Tu potrai venire quando vorrai da Me. Essi sono legati ai loro lavori e vado Io da loro…».

73E Gesù scende dalla terrazza ed esce nella via seguito dagli altri, anche da Giovanna, che ha mandato a casa Gionata e che è ben decisa a non separarsi da Gesù, posto che Gesù non è disposto ad andare da lei.

74Vanno fra le casette povere, diretti a luoghi sempre più poveri e periferici… E la visione cessa così.

15. Arrivo e accoglienze a Cafarnao[68].

Amore di madre putativa.

1Non so se spontaneamente o se perché avvisata da qualcuno, Porfirea è già sulla spiaggetta di Cafarnao quando le barche vi giungono, e sono tre anziché due, cosa che mi fa pensare che qualcuno sia già andato avanti, a Cafarnao, ad avvisare che il Maestro giunge ed a prendere una barca per le donne e Marziam. E con Porfirea sono le figlie di Filippo e Miriam di Giairo, oltre alla madre di Giacomo e Giovanni.

2Ma io noto molto Porfirea che, incurante delle ondette del lago, ancora un poco mosso, che scorrono sul greto con le loro corse ridarelle e sfacciatelle, entra nell’acqua sino a mezza gamba e si sporge dentro alla barca, là dove è Marziam, e lo bacia dicendogli: «Ti vorrò bene anche per lui. Per tutti ti vorrò bene, figlio caro!», e lo dice molto commossa; e non appena la barca è ferma e ne scendono coloro che erano in essa, Porfirea stringe a sé Marziam, non cedendo a nessuno il compito di far sentire al giovinetto che è molto amato.

Va così a riunirsi al gruppo dell’altra barca per venerare il Maestro e poterlo fare prima che quelli di Cafarnao e i molti discepoli, che

attendono da tempo l’arrivo di Gesù, si impadroniscano del Maestro sottraendo alle discepole la gioia di averlo per loro.

3Le donne sono compatte intorno al Maestro e solo i bambini di Cafarnao possono rompere questo cerchio delle discepole, insinuando i loro corpicini a forza fra donna e donna per potere arrivare a Gesù, che va lentamente verso casa.

I discepoli più influenti.

4Data l’ora mattutina, poca gente è per le vie, per lo più donne che vanno al fonte o al mercato con la nidiata dei figliolini intorno, oppure qualche pescatore che torna a riportare remi e reti nelle barche per prepararle alla pesca della sera. Ma di notabili nessuno fuorché Giairo, che accorre tutto ossequiente a venerare Gesù ed a felicitarsi sentendo che conta fermarsi alcune settimane, andando nella notte nelle città del lago per parlarvi al mattino e tornare poi a riposare il giorno a Cafarnao. Ed è Giairo, per il rispetto che incute ai suoi concittadini, che riesce per primo a mettersi a fianco di Gesù. E ci riesce perché scansa sua figlia con autorità di padre. Dopo di lui riescono ad unirsi a Gesù i discepoli più influenti, quelli ai quali, per istintivo moto di giustizia, gli altri cedono il primo posto dopo gli apostoli, ossia il vecchio sacerdote Giovanni (l’ex lebbroso), Stefano, Erma, Timoneo, Giovanni figlio di Noemi, Nicolai e i discepoli ex pastori che, meno i due andati verso il Libano, sono tutti presenti.

Attivi evangelizzatori.

5Gesù si interessa degli altri, degli assenti, e ne chiede ai compagni. Sono ancora ferventi? Oh! molto! Riposano nelle loro case? No. Lavorano nelle loro città e nei paesi vicini a far nuovi discepoli. Ed Ermasteo? Ermasteo è andato lungo il mare e scende verso la sua città. É insieme a Giuseppe, quello d’Emmaus, e vogliono parlare del Salvatore per tutte le coste, ed a loro si sono uniti i due amici Samuele e Abele per mostrare ciò che può il Signore, loro che erano uno storpio, l’altro lebbroso.

Domande e risposte, né basta la via ad esaurirle, e non la casa di Tommaso di Cafarnao ad accogliere tanta gente, che si pigia ormai intorno al Maestro ritornato dopo tanta assenza.

6E Gesù decide di andare verso la campagna per potere stare in mezzo a tutti, senza fare preferenze.

16. Maria SS. e il suo amore
di fusione con Dio
[69].

L’amore perfetto di Maria.

Alfeo il piccino rifiorito.

1La sera scende, portando brezze che ristorano dopo tanto calore e penombre che sono sollievo dopo tanto sole.

2Gesù si congeda da quelli di Ippo, ben fermo nel suo proposito di non porre indugio alla partenza, volendo essere a Cafarnao per il sabato.

3La gente si allontana di malavoglia e qualcuno, ostinato, lo segue anche fuori della città. Fra questi è la donna di Afech, vedova, che nella borgata sul lago ha pregato il Signore di scegliere lei per tutrice del piccolo Alfeo che la madre non vuole. Si è imbrancata fra le discepole come fosse una di loro, e ormai è così familiarizzata con esse, che esse la riguardano come una di famiglia. Ora è con Salome e parla fitto fitto con lei, sottovoce. Più indietro è Maria con la cognata, e regolano il passo su quello del fanciullino, che cammina in mezzo a loro dando la mano a tutte e due e che si diverte a saltare sul limite di ogni pietra della strada, certo costruita dai romani per essere così a lastre regolari.

4E ride dicendo ogni volta: «Vedi come sono bravo? Guarda, guarda ancora!». Un giuoco che credo abbiano fatto tutti i bambini del mondo, quando sono per mano di quelli che sentono affettuosi per loro. E le due sante creature, che lo tengono per mano, mostrano grande interesse al suo giuoco e lo lodano per la bravura che mostra nel saltare. Il povero piccino è rifiorito in pochi giorni di vita pacifica e amorosa, il suo occhio è ilare come quello dei bambini felici e il riso argentino della sua bocca lo fa persino più bello, e soprattutto più bimbo, senza più quell’espressione di ometto anzitempo triste che aveva la sera della partenza da Cafarnao.

Maria d’Alfeo, osservando questo e sentendo qualche parola di Sara, la vedova, dice alla cognata: «Sarebbe proprio bene così! Io, se fossi in Gesù, glielo darei».

5«Ha una madre, Maria…».

«Madre? Non lo dire! É più madre una lupa che non quella sciagurata».

«E’ vero. Ma anche se non sente il dovere per suo figlio, ha sempre il diritto su un figlio».

«Uhm! Per farlo soffrire! Guarda come sta meglio!».

«Lo vedo. Ma… Gesù non ha diritto di levare i figli alle madri, neppure per darli a chi li amerebbe».

6«Anche gli uomini non avrebbero diritto di… Basta. So io che».

«Oh! Ti capisco… Vuoi dire: anche gli uomini non avrebbero diritto di levare il Figlio a te, eppure lo faranno… Ma facendo questo, un atto umanamente crudele, provocheranno un bene infinito. Qui, invece, non so se sarebbe un bene per quella donna…».

«Ma per il piccino sì. Ma perché… Egli ci ha detto quella orrenda cosa? Io non ho più pace da quando la so…».

7«E non lo sapevi anche prima, che il Redentore doveva patire e morire?».

«Sì che lo sapevo! Ma non sapevo che era Gesù. Gli ho voluto bene, sai? Più che ai miei stessi figli. Così bello, così buono… Oh! te lo invidiavo, Maria mia, quando era bambino, e poi sempre… sempre… Mi spiacevo anche di un soffio d’aria per Lui e… non posso pensare che sarà torturato…». Maria Cleofe piange nel suo velo.

L’ amore di fusione con Dio.

8E Maria, la Madre, la conforta. «Maria mia, non guardare la cosa dal lato umano. Pensa ai suoi frutti… Io, puoi pensare come veda cadere la luce ogni giorno… Quando essa muore io dico: un giorno di meno da avere Gesù… Oh! Maria! Di una cosa soprattutto io ringrazio l’Altissimo, di avermi concesso di raggiungere l’amore perfetto, perfetto quanto può possedere creatura, il quale mi concede di poter medicare e fortificare il mio cuore dicendo: “Il suo e il mio dolore sono utili ai miei fratelli, e perciò sia benedetto il Dolore”. Non amassi così il prossimo… non potrei, no, pensare che metteranno a morte Gesù…»

9«Ma che amore dunque è il tuo? Che amore si deve avere per poter dire quelle parole? Per… per… per non fuggire con la propria creatura, difenderla e dire al prossimo: “Il primo mio prossimo è mio figlio e lui amo sopra ogni cosa”?».

 «Chi va amato sopra ogni cosa è Dio».

«E Lui è Dio».

10«Lui fa la volontà del Padre e io con Lui. Che amore è il mio? Quale amore si deve avere per poter dire quelle parole? L’amore di fusione con Dio, l’unione totale, l’abbandono totale, l’essere perse in Lui[70], non essere più che una parte di Lui, così come la mano è una parte di te stessa e fa ciò che il tuo capo ordina. Ecco il mio amore e quale è l’amore che si deve avere per far sempre con buona volontà la volontà di Dio».

11«Ma tu sei tu. Sei la Benedetta fra tutte le creature. Certo eri già tale anche prima di avere Gesù, perché Dio ti ha scelta per averlo, e ti è facile…».

Dio interpella tutte le anime.

12«No, Maria. Io sono la Donna e la Madre come ogni donna e madre. Il dono di Dio non sopprime la creatura. Essa ha la sua umanità come ogni altra, anche se il dono le dona una spiritualità molto forte. Tu sai, ormai, che io ho dovuto accettare il dono di mia spontanea volontà e con tutte le conseguenze che esso portava. Perché ogni dono divino è una grande beatitudine, ma anche un grande impegno. E Dio non violenta nessun uomo perché accetti i doni suoi, ma interroga la creatura, e se la creatura alla voce spirituale che le parla dice: “No”, Dio non la forza. Tutte le anime, almeno una volta nella vita, sono interrogate da Dio se…».

13«Oh! io no! A me non ha mai chiesto nulla!», esclama sicura Maria d’Alfeo.

Maria Vergine sorride mitemente rispondendo: «Non te ne sei accorta e ha risposto l’anima tua senza che tu te ne accorgessi, e ciò perché ami già molto il Signore».

14«Ti dico che non mi ha mai parlato!…».

«E perché allora sei qui, discepola dietro Gesù? E perché allora spasimi perché i tuoi figli, tutti, siano seguaci di Gesù? Tu sai cosa vuol dire seguirlo, eppure tu vuoi che i tuoi figli lo seguano».

«Certo! Vorrei darglieli tutti. Allora veramente direi che ho dato alla Luce le mie creature. E prego, prego perché possa partorirli ad Essa, a Gesù, con una vera, eterna maternità».

15«Tu vedi! E ciò perché? Perché Dio ti ha interrogata un giorno e ti ha detto: “Maria, mi concederesti i tuoi figli per essere i miei ministri nella nuova Gerusalemme?”. E tu hai risposto: “Sì, Signore”. E anche ora che sai che il discepolo non è da più del Maestro, a Dio che ti interroga ancora per provare il tuo amore rispondi: “Si, mio Signore. Voglio anzi che essi siano tuoi!”. Non è così?».

16«Sì, Maria. É così. É vero. Io sono tanto ignorante che non so capire ciò che succede nell’anima. Ma quando Gesù o tu mi fate pensare, dico che è vero. É proprio vero. Dico che… vorrei vederli uccisi dagli uomini piuttosto che nemici a Dio… Certo… se li vedessi morire… se… oh! Ma il Signore… mi aiuterebbe, eh?, il Signore in quell’ora… o aiuterà te sola?».

«Aiuterà tutte le sue figlie fedeli e martiri nello spirito, o nello spirito e nella carne per sua gloria».

17«Ma chi deve essere ucciso?», chiede il bambino che, sentendo quei discorsi, non ha più saltellato ed è stato tutto orecchi. E chiede ancora, un po’ curioso, un po’ spaurito, guardando qua e là per la campagna solitaria che imbruna: «Ci sono dei ladroni? Dove sono?».

«Non ci sono ladroni, bambino. E nessuno, per ora, deve essere ucciso. Salta, salta ancora…», risponde Maria Santissima.

Dio è paziente e prudente.

18Gesù, che era molto avanti, si è fermato in attesa delle donne. Di quelli che lo hanno seguito da Ippo sono ancora presenti tre uomini e la vedova. Gli altri si sono decisi, l’uno dopo l’altro, a lasciarlo e a tornare alla loro città.

19I due gruppi si riuniscono. Gesù dice: «Sostiamo qui in attesa della luna. Poi procederemo in modo da entrare all’alba nella città di Gamala».

«Ma Signore! Non ricordi come ti cacciarono di là? Ti hanno supplicato di andartene… »

20«Ebbene? Io sono partito, ora ritorno. Dio è paziente e prudente. Allora, nella loro agitazione, non erano capaci di accogliere la Parola che va accolta con l’animo in pace per essere fruttuosa. Ricordatevi Elia e il suo incontro col Signore sull’Oreb[71], e considerate che Elia era già un animo diletto al Signore e uso ad intenderlo. Solo nella pace di una brezza leggera, quando l’animo riposava dopo gli sgomenti nella pace del creato e del suo io onesto, solo allora il Signore parlò. E il Signore ha atteso che lo sgomento lasciato come ricordo del loro passaggio in quella regione dalla legione dei demoni – perché, se il passaggio di Dio è pace, il passaggio di Satana è turbamento – e il Signore ha atteso che lo sgomento cadesse e si rifacessero limpidi il cuore e l’intelletto, per ritornare a questi di Gamala, che sono ancora suoi figli. Non temete! Non ci faranno del male!».

17. Affidamento della Chiesa alla maternità di Maria[72].

La meditazione mattutina.

L’alba fresca del nuovo giorno.

1Sorge appena l’alba quando Gesù si desta e si alza a sedere sul suo rustico letto fatto di terra e d’erba. Poi si alza in piedi, raccatta i suoi sandali e il mantello, che si era gettato addosso a difesa dalla guazza e dal fresco notturno, e cautamente passa fra il groviglio di gambe e di braccia e di torsi e di teste degli apostoli addormentati intorno a Lui. Si dilunga di qualche metro, aguzzando la vista per vedere dove posa i piedi nel baluginio incerto dell’alba, che sotto alle piante fronzute è appena una larva di luce, e raggiunge un prato scoperto che, per uno scorcio fra alberi e rocce, mostra un piccolo lembo di lago che si ridesta e un vasto lembo di cielo che si rischiara, passando dal bigio cerulo, proprio del firmamento che esce dalla notte, al celeste, mentre a oriente già si sfuma in una pennellata giallina, che sempre più si fa decisa e carica, sino a mutarsi da un giallino ad un giallo rosato e poi ad un pallido corallo vaghissimo.

2L’alba promette una bella giornata, nonostante una lievissima nebbia che stenta a cedere alla luce il campo del cielo laggiù ad oriente, e si sfilaccia in veli di nuvole così leggere che l’azzurro del cielo non ne soffre, ma anzi se ne abbella come di un ornamento di mussola bianchissima frangiata d’oro e coralli, sempre mutevole, sempre più bella come si sforzasse di raggiungere la perfezione della sua effimera bellezza prima che il giorno la distrugga col trionfo del sole. A occidente, invece, ancor qualche astro resiste, benché già privato del brillio notturno, alla luce che cresce, e la luna, prossima a scomparire dietro le creste dei monti, veleggia pallida, senza raggio, come un pianeta morente.

Il Messia in meditazione.

3Gesù, ritto in piedi, i piedi nudi nell’erba rugiadosa, le braccia conserte sul petto, il capo alzato a guardare il giorno che sorge, pensa… o parla col Padre in un colloquio di spiriti. Il silenzio è assoluto. Tale che si sentono cadere al suolo i goccioloni dell’abbondantissima guazza.

4Gesù abbassa il volto, sempre rimanendo in piedi a braccia conserte, e si sprofonda ancor più in una meditazione intensa. É concentrato totalmente in Se stesso. I suoi magnifici occhi ben aperti fissano il suolo quasi per strappare alle erbe una risposta. Ma scommetto che non vedono neppure il moto lento degli steli, che al vento fresco dell’alba hanno come un fremito, un brivido simile a quello di chi esce da un sonno e si stira, si volta, si scuote, per tornare ben desto, agile in tutti i suoi nervi e muscoli. Guarda e non vede questo destarsi dell’erbe e dei fiori selvaggi che dai rametti, dalle foglie, dalle corolle a ombrello o a grappoli, a spighe, a ciocche, quali isolati nei calici, quali a raggiere, o a bocca di leone, a cornucopia, a piumino, a bacche, talora rigidi sullo stelo, talaltra molli e penduli da un fusto non loro su cui si sono avviticchiati, quali abbandonati e striscianti al suolo, quali riuniti in famiglie di molte pianticine basse e umili, altri solitari, larghi, violenti nel colore e nel portamento, e tutti intenti a scuotersi dai petali le stille della rugiada, desiderosi ora non più di guazze ma di sole, capricciosi nel desiderare come nel disporsi… Molto simili in questo agli uomini che non sono mai soddisfatti di ciò che hanno.

5Pare che ascolti, Gesù. Ma certo non sente né il fruscio del vento che cresce e si diverte a scuotere le rugiade e a farle cadere, né il pispiglio sempre crescente degli uccellini che si destano e si raccontano i sogni della notte, o si scambiano le loro considerazioni sulla cuna tepida e concava dove, fra lanuggini e morbidi fieni, i nidiaci, sol ieri nudi, mettono le prime piume oppure spalancano gli smisurati becchi mostrando avidi le gole rosse e stridendo nella prima esigente richiesta di cibo. Pare che ascolti. E certo non sente il primo beffardo richiamo del merlo, il primo dolce canto del capinero, né la nota d’oro trillata dell’allodola che s’alza festosa incontro al primo sole, né il garrito che straccia l’aria quieta delle rondini numerose, che lasciano i roccioni dove hanno fatto nido e cominciano a tessere la loro tela di voli instancabili dalla terra al cielo. E neppure sente lo sgangherato grido di una gazza che si spenzola dal ramo del rovere presso il quale è Gesù e che pare che gli chieda: «Chi sei? Che pensi?», e lo derida. Neppure questo scuote il suo meditare.

6Ma chi non lo sa che le gazze sono dispettose? Questa, stanca di vedere un intruso sul praticello, che è forse il suo luogo di diletto, strappa al rovere due belle ghiande unite su un solo picciuolo e, con una precisione da campione di tiro, le fa cadere sul capo di Gesù. Non è un proiettile pesante, atto a ferire, ma, per l’altezza dalla quale viene, acquista sempre tanta consistenza da scuotere il Meditabondo, che guarda in su e vede l’uccello che ad ali aperte, con buffi inchini, si compiace del tiro fatto. Gesù ha un lieve sorriso, scuote il capo, sospira come a coronamento delle sue meditazioni e si sposta camminando qua e là. La gazza con una risata e un ghè-ghè di beffa scende a starnazzare, frugare, scavare fra l’erba liberata dell’Intruso.

Le abluzioni.

7Gesù cerca dell’acqua. Ma non ne trova. Si rassegna a tornare verso gli apostoli, ma gli uccelli gli insegnano[73] dove trovarla. A frotte scendono verso dei larghissimi fiori a calice, i quali sono altrettante piccole coppe contenenti acqua, oppure si posano su foglie larghe, pelose, che ad ogni pelo hanno rattenuto una stilla di guazza, e là si dissetano o fanno le loro abluzioni. Gesù li imita. Raccoglie nel cavo delle mani l’acqua dei calici e se ne rinfresca il volto, coglie le larghe foglie pelose e con esse si leva la polvere dai piedi scalzi, si netta i sandali, se li allaccia, con altre si lava le mani finché le vede monde e sorride mormorando: «Le divine perfezioni del Creatore!».

Ora è rinfrescato, ordinato, perché con la mano umida si è ravviato anche i capelli e la barba e, mentre il primo raggio di sole fa del prato una stuoia diamantata, va a destare gli apostoli e le donne.

La Chiesa affidata alla maternità di Maria.

Maria, la vivente lode a Dio.

8Le une e gli altri stentano a destarsi, stanchi come sono. Ma Maria è desta, tenuta immobile soltanto dal bambino che le dorme avviticchiato al petto, con la testolina sotto il mento di Maria. E la Madre, vedendo apparire sulla soglia dell’antro il suo Gesù, gli sorride coi suoi dolci occhi celesti, colorandosi di rosa per la gioia di vederlo. E si libera del bambino, che frigna un poco nel sentirsi mosso, e si rizza e va da Gesù col suo tacito passo lievemente ondeggiante di colomba pudica.

«Dio ti benedica, Figlio mio, in questo giorno».

9«Dio sia con te, Mamma. Ti è stata rigida la notte?».

«Affatto. Anzi, ben felice. Mi pareva di aver Te piccino fra le braccia… E ho sognato che come un fiume d’oro ti uscisse dalla bocca, suonando un suono di una dolcezza che non si dice, e una voce dicesse… oh! che voce! “Questa è la Parola che arricchisce il mondo e dà beatitudine a chi l’ascolta e l’obbedisce. Senza limite nella potenza, nel tempo e nello spazio, Essa salverà”. Oh! Figlio mio! E sei Tu, la mia Creatura, questa Parola! Come farò a viver tanto e a fare tanto da poter ringraziare l’Eterno di avermi fatta Madre tua?».

10«Non ti metter pensiero di ciò, Mamma. Ogni battito del tuo cuore appaga Dio. Tu sei la vivente lode a Dio, e sempre lo sarai, Mamma. Tu lo ringrazi da quando sei…».

11«Non mi pare di farlo a sufficienza, Gesù. É così grande! Così grande ciò che Dio mi ha fatto! Che faccio io, infine, di più di quello che facciano tutte quelle buone che sono come Me tue discepole? Diglielo Tu, Figlio mio, al Padre nostro che mi dia modo di ringraziarlo come il dono merita».

12«Madre mia! E credi che il Padre abbia bisogno che Io chieda questo per te? Egli ti ha già preparato il sacrificio che tu dovrai consumare per questa lode perfetta. E perfetta sarai quando lo avrai compiuto…».

La beata Sposa dell’Amore eterno!

13«Gesù mio!… Comprendo ciò che vuoi dire… Ma sarò capace di pensare in quell’ora?… La tua povera Mamma…».

14«La beata Sposa dell’Amore eterno! Mamma, questo sei. E l’Amore penserà in te».

15«Tu lo dici, Figlio, e io mi riposo sulla tua parola. Ma Tu… prega per me, in quell’ora che nessuno di questi capisce… e che è già imminente… Non è vero? Non è forse vero?».

16Dire l’espressione del volto di Maria mentre ha questo dialogo è impossibile. Non c’è scrittore che possa tradurla in parola senza sciuparla con sdolcinature o tinte indecise. Solo chi ha cuore, e cuore buono, pur essendo cuore virile, può dare mentalmente al volto di Maria l’espressione reale che ha in questo momento.

17Gesù la guarda… Altra espressione intraducibile in povera parola. E le risponde: «E tu prega per Me nell’ora della morte[74]… Sì. Nessuno di questi capisce… Non è colpa loro. É Satana che crea i fumi perché non vedano, e siano come ebbri e non intendano, e perciò impreparati… e più facili ad essere piegati… Ma Io e te li salveremo nonostante l’insidia di Satana. Sin da ora te li affido, Madre mia.

Maria Madre della Chiesa.

18Ricordati queste mie parole: te li affido. Ti do la mia eredità. Non ho nulla sulla Terra fuorché una Madre, e questa l’offro a Dio: Ostia con l’Ostia[75]; e la mia Chiesa, e questa l’affido a te. Siile Nutrice. Poco fa pensavo in quanti, nei secoli, sarà rivivente l’uomo di Keriot con tutte le sue tare. E pensavo che uno che non fosse Gesù lo respingerebbe, questo essere tarato. Ma Io non lo respingerò. Sono Gesù. Tu, nel tempo che resterai sulla Terra, seconda a Pietro come gerarchia ecclesiastica, egli capo e tu fedele, prima a tutti come Madre della Chiesa avendo partorito Me, Capo di questo Corpo mistico, tu non respingere i molti Giuda, ma soccorri e insegna a Pietro, ai fratelli, a Giovanni, Giacomo, Simone, Filippo, Bartolomeo, Andrea, Toma e Matteo a non respingere e a soccorrere. Difendimi nei miei seguaci e difendimi contro coloro che vorranno disperdere e smembrare la nascente Chiesa. E nei secoli, o Madre, sempre tu sii Colei che intercede e protegge, difende, aiuta la mia Chiesa, i miei sacerdoti, i miei fedeli, dal Male e dal Castigo, da loro stessi… Quanti Giuda, o Madre, nei secoli! E quanti simili a deficienti che non sanno capire, o a ciechi e sordi che non sanno vedere e udire, o a storpi e paralitici che non sanno venire… Madre, tutti sotto il tuo manto! Tu sola puoi e potrai mutare i decreti di castigo dell’Eterno per uno o per molti. Perché nulla la Triade potrà mai negare al suo Fiore[76]».

19«Così farò, Figlio. Per quanto sta in me, va’ in pace alla tua mèta. La tua Mamma è qui per difendere Te nella tua Chiesa, sempre».

L’ acqua di Dio.

20«Dio ti benedica, Mamma… Vieni! Ti coglierò dei calici di fiori pieni di rugiada profumata e te ne rinfrescherai il volto come ho fatto Io. Ce li ha preparati il Padre nostro Santissimo, e gli uccelli me li hanno indicati. Guarda come tutto serve nella ordinata Creazione di Dio! Questo pianoro sopraelevato e prossimo al lago, così fertile per le nebbie che salgono dal mar galileo e per le alte piante che attirano le rugiade, permettendo questo rigoglio di erbe e fiori, anche fra l’arsione dell’estate. Questo piovere abbondante di rugiade per empire questi calici perché i suoi figli diletti possano lavarsi il volto… Ecco quanto il Padre ha predisposto per chi lo ama. Tieni. Acqua di Dio, in calici di Dio, per rinfrescare l’Eva del nuovo Paradiso».

21E Gesù coglie questi larghissimi fiori, non so come si chiamano, e versa nelle mani di Maria l’acqua raccolta nel fondo…

LA VITTIMA PERFETTA

18. Gesù non nasconderà alla Madre l’ora del Sacrificio[77].

Pronti al sacrificio.

1«Madre, sali con Me. Staremo insieme queste ore».

Maria lo segue senza parlare. Entrano nella stanza alta, fresca e ombrosa per la vite che la copre, per le tende messe a far ombra.

«Te ne vai, Gesù mio?!». Maria è molto pallida.

2«Sì. É tempo».

«E io non devo venire per i Tabernacoli? Figlio mio! …» Maria ha un singhiozzo.

3«Mamma! Perché? Non è la prima volta che ci lasciamo!».

«No. É vero. Ma… Oh! ricordo quanto mi hai detto nel bosco presso Gamala… Figlio mio! Perdona ad una povera donna. Io ti ubbidirò… Io, con l’aiuto di Dio, sarò forte… Ma voglio una promessa da Te…».

4«Quale, Madre mia?».

«Che Tu non mi nasconderai l’ora tremenda. Non per pietà, non per diffidenza di me… Sarebbe troppo dolore… e troppa tortura… Dolore perché… saprei tutto all’improvviso e da chi non mi ama come Tu ami questa povera Mamma… E sarebbe tortura se pensassi che forse nel momento in cui filo, o tesso, o curo i colombi, Tu, mia Creatura, sei messo a morte…».

5«Non temere, Madre. Tu saprai… Ma questo non è l’ultimo addio. Ci vedremo ancora…».

«Veramente?».

6«Sì. Ci vedremo ancora».

«E mi dirai: “Vado a compiere il Sacrificio”? Oh! …»

7«Non dirò così. Ma Tu capirai… E poi sarà la pace. Tanta pace… Pensa: aver fatto tutto ciò che Dio vuole da noi, suoi figli, per il bene di tutti gli altri figli. Tanta pace… La pace del perfetto amore…».

8Se l’è raccolta sul cuore e se la tiene stretta nell’abbraccio filiale, Lui tanto più alto e forte, Lei più minuta, giovane della sua incorrotta giovinezza di carni e di espressione, messa sull’eterna giovinezza del suo spirito immacolato. E Lei ripete, eroica, quanto eroica: «Sì, sì. Ciò che Dio vuole…».

9Non ci sono altre parole. I due Perfetti già consumano il sacrificio della loro più dura ubbidienza. Non ci sono neppure lacrime. E neppure baci. Ci sono solo Due che amano perfettamente e depongono ai piedi di Dio il loro amore.

19. A colloquio con la Madre nel bosco di Matatia. Le sofferenze morali di Gesù e di Maria[78].

A colloquio con la Madre.

Nel bosco di Matatia.

1Gesù è solo. Solo su un pianoro un poco fatto a conca, che con una lieve e pur continua ondulazione sale per il versante dei colli che cingono certo il lago di Galilea, perché lo vedo in basso, a destra, incupire il suo azzurro bellissimo per il sopraggiungere del tramonto, che ritira dà molta parte di lago il folgorante saettare dei raggi solari. Dietro alla conca, a nord, le montagne di Arbela e oltre, più alte, quelle di oltre lago dove sorgono Meieron e Giscala, e a nord est, lontano, ma potente e regale sempre da qualunque parte lo si veda, il Grande Ermon, che il sole al tramonto percuote bizzarramente nel picco maggiore, facendolo di un topazio rosa ad occidente e lasciandolo al suo colore opalino, tendente a quell’indefinibile sfumatura di un niveo azzurrino che ho visto qualche volta sulle vette delle nostre Alpi di confine.

2Io guardo a nord, e questo vedo, come vedo senza fatica a destra, in basso, il lago, a sinistra e più alti i colli che impediscono di vedere la pianura della costa. Ma se mi volgo a mezzogiorno vedo il Tabor oltre dolci colline, che sono certo quelle che cingono Nazareth. Una cittadina è giù, in basso, presso una via di grande transito, dove la gente si affretta per raggiungere i luoghi di tappa.

3Gesù non guarda nulla di ciò che guardo io. Cerca soltanto un posto per sedere e lo elegge ai piedi di un poderosissimo leccio, che con le sue fronde ha riparato le erbe del suolo dal solleone, per cui esse sono ancora fresche e folte come se l’estate non fosse passata bruciando.

4Gesù ha così di fronte il lago, al fianco il sentiero fra le piante per il quale è salito, all’altro lato le ondulazioni che recingono a nord la conca prativa e boschiva dove si trova, e tutta verde, perché le piante sono per lo più lecci e altre, ossia piante perenni, che l’autunno non tocca. Soltanto qua e là mostrano un punto rosso sangue per una foglia che trascolora prima di cadere, cedendo il posto a quella embrionale che già nasce vicina a quella che muore.

5Gesù, molto stanco, si appoggia al tronco potente e sta qualche tempo ad occhi chiusi, come per riposare. Ma poi prende la sua posa abituale, staccandosi dal tronco, piegandosi un poco in avanti, con i gomiti sui ginocchi, gli avambracci sporti in avanti, le mani unite con le dita intrecciate. E pensa. E prega certo. Ogni tanto, per qualche rumore che avviene vicino a Lui -uccelli che rissano cercando il posto per la notte, qualche animale fra l’erba che fa precipitare un sasso per la china, un ramo che urta contro un altro per un soffio solitario di vento- alza gli occhi e, con uno sguardo assorto che certo non vede, li volge in direzione del rumore, specie se è in direzione della stradina che sale fra i lecci. Poi li riabbassa di nuovo concentrandosi in Se stesso. Due volte guarda con attenzione il lago che ora è già in ombra, e poi volge il capo a guardare ad occidente, dove il sole è scomparso dietro i colli boscosi, e la seconda volta si alza e va proprio sul sentiero e guarda se sale qualcuno, poi torna al suo posto.

Il Messia incontro alla Madre.

6Infine ecco un rumore di passi e due figure che spuntano: Maria vestita di azzurro cupo e Giovanni carico di sacche. E Giovanni chiama due volte: «Maestro!», e appena Gesù si volge dice: «Ecco tua Madre», e l’aiuta a valicare un piccolo rio e alcuni ciottoloni, messi sul sentiero con l’intenzione di rassodarlo e renderlo comodo a chi sale o scende, in realtà con l’utile di farne dei veri trabocchetti per il piede semiscalzo.

7Gesù si alza subito per venire incontro alla Madre e l’aiuta con Giovanni a salire la macia franata, che dovrebbe trattenere il pianoro. In realtà solo i radiconi dei lecci fanno questo ufficio. Ora Maria è sorretta dal Figlio che l’osserva e le chiede: «Sei stanca?».

«No, Gesù», e gli sorride.

8«Mi sembra invece che tu lo sia. Mi spiace averti fatta venire. Ma non potevo venire Io…».

«Oh! non è nulla, Figlio mio. Un poco accaldata sono. Ma qui si sta bene… Tu piuttosto sei tanto stanco e anche il povero Giovanni…».

9Ma Giovanni scuote il capo ridendo e deponendo la sacca, nuova e ben gonfia, di Gesù e la sua sull’erba, ai piedi del leccio, e si ritira dicendo: «Vado giù. Ho visto una fonticella. Mi rinfresco un poco in quell’acqua. Ma sentirò se mi chiamate», e si ritira lasciando liberi i Due.

La cura materna di Maria.

10Maria si allenta il manto e si leva il velo asciugandosi il sudore che le imperla la fronte. E guarda Gesù e gli sorride e ne beve il sorriso, perché Egli pure le sorride mentre le carezza la mano e se la appoggia sulla guancia per averne la carezza. Così «figlio» in quell’atto che gli ho visto fare altre volte! Maria libera la mano e gli ravvia i capelli, levandone un pezzettino di corteccia d’albero rimasta fra le ciocche, ed ogni mossa delle dita è una carezza tanto è l’amore con cui è fatta. E parla: «Sei tutto sudato, Gesù. Il manto sulle spalle è umido come ti fosse piovuto addosso. Ma ora potrai prenderne un altro. Questo lo ritiro io. É stinto dal sole e dalla polvere. Avevo tutto pronto, e… Aspetta! So che hai appena mangiato e una crosta di vecchio pane con un pugno di ulive, salate tanto da morderti le fauci. Me lo ha detto Giovanni, che non faceva che bere appena arrivato. Ma io ti ho portato pane fresco. L’avevo appena sfornato, e un favo di miele che avevo tolto ieri dall’alveare per darlo ai bambini di Simone. Ma per loro ne ho altri favi. Prendilo, Figlio mio. É della nostra casa…», e si curva ad aprire la sacca che ha, sopra a tutte le cose che contiene, un basso cestino di vimini con delle frutta e, sopra a queste, un favo avvolto in lunghe foglie di vite, e offre tutto al Figlio con del pane fresco e croccante.

Potenza d’amore divino di Maria.

11E, mentre Gesù mangia, Ella leva dalla sacca gli indumenti che ha preparato per i mesi invernali, solidi, caldi, atti a riparare dal freddo e dall’acqua, e li mostra a Gesù che le dice: «Quanto lavoro, Mamma! Avevo ancora quelli dello scorso inverno…»

12«Gli uomini, quando stanno lontani dalle donne loro, devono avere tutto di nuovo per non avere bisogno di riparare niente per essere ordinati. Ma non ho sciupato nulla. Questo mio mantello è il tuo accorciato e ritinto. Per me va bene ancora. Ma per Te non andava più. Tu sei Gesù…».

13Dire cosa c’è in questa frase è impossibile. «Tu sei Gesù». Una frase semplice. Ma tutto l’amore della Madre, della discepola, dell’ebrea antica per il Promesso Messia e dell’ebrea del tempo benedetto che possiede Gesù, è in quelle poche parole. Se la Madre si fosse prostrata adorando suo Figlio come Dio, non avrebbe avuto che una forma ancor limitata nella sua forma venerabonda. Ma in queste parole è più di un’adorazione formale delle ginocchia che si piegano, della schiena che si curva, della fronte che tocca il suolo: qui è tutto l’essere di Maria, la sua carne, il suo sangue, la sua mente, il suo cuore, il suo spirito, il suo amore, che adora totalmente, perfettamente il Dio-Uomo.

14Io non ho mai visto cosa più grande, più assoluta, di queste adorazioni di Maria al Verbo di Dio che le è Figlio, ma che Ella sempre ricorda che le è Dio. Nessuna delle creature che, guarite o convertite da Gesù, vedo adorare il loro Salvatore, neppure le più ardenti, neppure quelle inavvertitamente teatrali sotto l’impeto dell’amore, hanno un “che” che assomigli a questo. Esse amano totalmente, ma sempre da creature alle quali manca sempre qualcosa per essere perfette. Maria ama, oso dire, divinamente. Ama più che creatura. Oh! è proprio la Figlia di Dio immune da colpa! Per questo può amare così… E penso a cosa ha perduto l’uomo col Peccato d’origine… Penso a cosa ci ha rubato Satana col suo travolgere i Progenitori. Ci ha levato questa potenza di amare Dio come lo ha amato Maria… Ci ha levato la potenza di amare bene.

La coppia perfetta.

Al Messia non è concesso il conforto.

15Intanto che io considero queste cose guardando la Coppia perfetta, Gesù, finito il suo pasto, è scivolato a sedere sull’erba ai piedi della Madre, posandole il capo sui ginocchi come un fanciullo stanco e anche triste che si rifugia dall’unica che lo può confortare. E Maria lo carezza sui capelli, sfiora la fronte liscia del suo Gesù. Sembra che voglia fugare tutte le stanchezze e tutte le pene che sono in quel suo Figlio, con quella carezza. Gesù chiude gli occhi e Maria sospende la carezza, rimanendo con la mano posata sui capelli, guardando davanti a Lei, pensosa, immobile. Crede forse che Gesù si addormenti. È tanto stanco…

16Ma Gesù riapre gli occhi quasi subito, vede che la sera viene, vede che non è concesso prolungare quell’ora di conforto e allora alza il capo, rimanendo seduto dove è, e parla. «Lo sai, Mamma, da dove vengo?».

«Lo so. Me lo ha detto Giovanni. Due anime che tornano a Dio. Una gioia per Te e per me».

17«Sì. Scendo a Gerusalemme con questa gioia».

«A conforto della delusione che hai avuta lo stesso giorno che ci siamo lasciati».

18«Come lo sai? Te lo ha detto Giovanni? Egli solo sa…».

«No. Io gliene ho chiesto. Ma Giovanni ha risposto: “Madre, fra poco tu lo vedrai. Chiedine a Lui”».

Gesù sorride dicendo: «Giovanni è fedele sino allo scrupolo».

Ciò che Maria non approva, compatisce.

19Una sosta. Poi Gesù chiede: «Chi dunque te ne ha parlato?».

«Non a me. Sono venuti dei… degli uomini da Giuseppe tuo fratello. E… egli è venuto da me. Era ancora un poco… Sì, Figlio mio. É sempre meglio dire la verità. Un poco inquieto dopo il tuo incontro con lui a Cafarnao, e specialmente dopo il discorso che fu tra Giuseppe e Giuda e Giacomo. Si sono visti in tua assenza e anche Giacomo, anzi, soprattutto Giacomo fu severo… Molto… Direi troppo. Però l’Eterno, sempre buono, ha tratto da questo dissapore un bene. Certo perché è stato un dissapore venuto da due fonti d’amore. Diverse, è vero, ma sempre amore. Imperfette, è vero. Perché, se fossero perfette, se almeno una fosse perfetta, non sarebbe trascesa all’ira… Dire ira forse è troppo forte per dare un nome allo stato d’animo di Giacomo, ma certo egli fu molto, molto severo… Tu lo avresti certamente richiamato alla carità. Io… non ho approvato, ma ho compatito perché ho compreso ciò che rendeva così inquieto il sempre paziente Giacomo. Non si può pretendere che sia perfetto… É un uomo. É ancora molto uomo lui pure. Oh! ce ne è della via da percorrere ancora perché Giacomo giunga ad essere un giusto come era il mio Giuseppe! Egli… sapeva dominarsi sempre… ed essere sempre buono…

Verso l’ aurora della vera luce.

20Ma io divago! Dicevo che l’amore imperfetto dei due per Te -perché ti amano, oh! tanto. Anche Giuseppe, benché non sembri a prima vista. Ma è proprio amore per Te tutte le cure che si prende anche per questa povera donna. Ed è amore per Te il suo modo di pensare, da vecchio israelita fisso nelle sue idee come suo padre. Cosa darebbe per vederti amato da tutti! A modo suo… Certo…-. Ma, venendo al fatto, ti devo dire che Giuseppe, al quale non ha fatto male il contegno sicuro di Giacomo, si è messo a venire da me ogni giorno, e sai perché? Perché gli spieghi le Scritture, “come tu e tuo Figlio le capite” ha detto. Spiegare le Scritture alla luce della Verità!… É difficile quando chi ci ascolta è un Giuseppe d’Alfeo, ossia uno che crede fermamente al regno temporale del Messia, alla sua nascita regale e a tante altre cose!

21Ma a fargli accettare l’idea che il Re d’Israele deve essere di stirpe regale, di Davide sì, ma non occorre che sia nato in una reggia, mi ha servito l’orgoglio suo stesso. Egli… oh! come ci tiene ad esser della stirpe di Davide! Gli ho detto dolcemente tante cose… e questa idea l’ho raddrizzata in lui. Egli ammette, ora, per concordanza con le profezie, che Tu sei il profetizzato. Ma non sarei riuscita, oh! non sarei, a farlo convinto che Tu, che la tua grandezza vera è proprio nell’essere Re nello spirito, unica cosa che ti possa fare Re universale ed eterno, se non fosse venuta in due riprese della gente a cercarlo… I primi, ancora quelli di Cafarnao e altri con loro, dopo averlo nuovamente sedotto con abbacinanti promesse di grandezza per tutta la casa, vedendolo meno propenso a cedere in loro favore -essi pretendevano che egli ti forzasse e mi forzasse a farti accettare una corona- si sono traditi passando a minacce… Le solite velate minacce che essi usano. Coltelli taglienti avvolti in morbida lana per farli parere innocui… E Giuseppe ha reagito dicendo: “Io sono il più vecchio, ma Egli è maggiorenne e nella nostra famiglia non mi risulta siano mai stati degli stolti o dei pazzi. Come maggiorenne già da quattro lustri, Egli sa ciò che si fa. Andate dunque e interrogatelo, e se Egli ricusa lasciatelo stare. É responsabile delle sue azioni”.

22Ma poi, e proprio la vigilia del sabato, sono venuti dei tuoi discepoli… Mi guardi, Figlio? Lascia che io non ti dica il loro nome, ma lascia che ti dica di perdonarli… Un figlio che avesse alzato le mani sulla canizie del padre, un levita che avesse profanato l’altare e temesse l’ira di Jeové, non sarebbero come essi erano… Venivano da Cafarnao dove ti avevano cercato… Avevano fatto le vie del lago da Cafarnao a Magdala e poi a Tiberiade sperando trovarti. E si erano incontrati con Erma e Stefano, che scendevano con altri a Gerusalemme dopo essere stati ospiti di Gamaliele qualche giorno. Io non voglio dire ciò che essi hanno detto, ciò che ti vogliono dire, e ardono di dirtelo. Ma le loro parole avevano aumentato ancor più il dolore dei discepoli che furono traviati tanto da unirsi a chi ti voleva tradire con una bugiarda unzione. Quando vennero era da me Giuseppe. E bene fu. Oh! Giuseppe non è ancora giunto alla Luce, ma è già nel crepuscolo della sua aurora. Giuseppe ha capito l’insidia e… ti ama molto, ora, Giuseppe nostro. Ti ama, non oso dire giustamente, ma almeno da parente anziano che soffre del tuo soffrire, che veglia sulla tua incolumità, che conosce i tuoi nemici…

23Ecco perché so cosa ti hanno fatto, Figlio mio. Un dolore… E una gioia, perché in più di uno ti ha riconosciuto per ciò che sei. Per Te e per me, questo dolore e questa gioia. E perdoniamo a tutti, non è vero? Io ho già perdonato i pentiti, per quanto mi era concesso».

24«Mamma, potevi dare ogni perdono anche per Me. Perché Io avevo già perdonato vedendo il loro cuore. Sono uomini… Hai detto bene tu!… Ma Io ho anche la gioia di vedere Giuseppe procedere verso l’aurora della vera Luce…».

25«Sì. Egli sperava vederti. Era bene che lo vedessi. Oggi era assente sino al tramonto. E avrà dolore a non vederti. Ma lo potrà fare a Gerusalemme».

26«No, Madre. Io non starò a Gerusalemme in modo da esser visto. Ho bisogno di evangelizzare la città e i posti ad essa vicini, e ne sarei subito cacciato se mi scoprissero. Dovrò dunque agire come uno che fa il male, mentre voglio fare solo del bene… Ma così è».

La gioia del Maestro.

27«Allora non vedrai Giuseppe? Egli parte domani per i Tabernacoli. Potevate fare il viaggio insieme…».

«Non posso…».

«Tanto ti perseguitano già, Figlio mio?». Che affanno è nella voce della Madre!

28«No, Madre. No. Non più di prima. Rassicurati. Anzi… Spiriti buoni vengono a Me. Altri, che buoni non sono, si arrestano meditando mentre prima colpivano senza ragione, i discepoli aumentano, quelli anziani sempre più si formano, gli apostoli si perfezionano. Non dico di Giovanni, egli è stato sempre una grazia che il Padre mi ha fatta; ma dico di Simone di Giona e degli altri. Simone, che posso dire giorno per giorno si muta da uomo qual era in apostolo, e tu sai ciò che voglio dire. E mi dà tanta gioia. E Natanaele e Filippo che si sciolgono dai legami delle loro idee. E Tommaso e… Ma che dico! Tutti. Sì, credilo. Tutti in quest’ora sono buoni: la mia gioia. Tu devi stare quieta sapendomi con loro: amici, consolatori, difensori del tuo Figlio. Fossi tu così difesa e amata!».

29«Oh! io ho Maria, ho le mogli di Giuseppe e Simone e loro stessi e i bambini. Ho il buon Alfeo. E poi chi non vuol bene a Maria di Nazareth, a Nazareth? Tu devi stare tranquillo… Un intero paese ama la tua Mamma».

30«Ma non mi ama ancora, meno pochi. Lo so, e so che il loro amore per te è intriso della compassione che si ha per la madre di un folle e di un vagabondo. Ma tu sai che non lo sono e che ti amo. Tu sai che il separarmi da te è l’ubbidienza, non dico più grande, ma più amorosamente dolorosa che il Padre mi chiede…».

Il dolore di Maria.

31«Sì, Figlio mio! Sì. Lo so. Io non mi rammarico di nulla. Certo vorrei essere, preferirei essere con Te, fra il fango, nel vento, all’addiaccio, perseguitata, stanca, senza tetto e fuoco, senza pane, come Te tante volte, anziché nella mia casa, mentre Tu sei lontano e non so come sei mentre ti penso. Tu con me, e io con Te, soffriresti meno, ed io meno soffrirei… Perché sei mio Figlio e ti potrei sempre tenere fra le braccia e difenderti dal freddo, dal duro delle pietre e soprattutto dal duro dei cuori col mio amore, col mio petto, con le mie braccia. Sei mio Figlio. Ti ho tenuto tanto sul cuore nella grotta, nel viaggio in Egitto e al ritorno, sempre, quando le insidie della stagione e degli uomini potevano nuocerti. Perché non potrei farlo ora? Non sono forse più tua Madre perché ora Tu sei l’Uomo? Non può dunque più una madre essere tutto per il figlio perché egli non è più piccino? Io penso che se sarò con Te non potranno farti male… perché nessuno… No. Sono stolta… Tu sei il Redentore… e gli uomini, l’ho visto, non hanno pietà neppure della loro stessa madre… Ma lasciami venirti vicino. Tutto è meglio per me ad esserti lontana».

32«Se gli uomini fossero più buoni sarei tornato a Nazareth ancora. Ma anche Nazareth… Non importa. Verranno a Me. Per ora Io vado ad altri… E non posso portarti con Me. Non tornerò qui che quando essi sapranno chi sono. Ora vado in Giudea… Salgo al Tempio… Poi resterò per quelle contrade… Percorrerò ancora una volta la Samaria. Lavorerò dove c’è più da lavorare. Per questo, o Madre, ti consiglio a prepararti a raggiungermi al principio di primavera e a stabilirti presso Gerusalemme. Ci vedremo con più facilità. Io risalirò sino alla Decapoli ancora qualche volta e ci vedremo ancora… Lo spero. Ma generalmente resterò in Giudea. Gerusalemme è la pecora più bisognosa di cure, perché in verità è più cocciuta di un vecchio montone e più rissosa di un capro inselvatichito. Vado ad effondervi la Parola come rugiada che non si stanca di cadere sulla sua aridità…».

33Gesù si alza in piedi, si arresta, guarda sua Madre che lo fissa attenta. Apre la bocca, poi scuote il capo dicendo: «C’è ancor questo da dire prima dell’ultima cosa… Madre, se Giuseppe vuole parlarmi, sia verso l’alba di dopodomani sulla strada che da Nazareth per il Tabor va a Jezrael. Vi sarò solo o con Giovanni».

«Lo dirò, Figlio mio».

Maria piange sul cuore di Gesù.

34Un silenzio, un alto silenzio, perché gli uccelli hanno finito di rissare fra le fronde e anche il vento tace mentre il crepuscolo infittisce. Poi Gesù, che pare avere cercato a fatica le parole da dire per ultime, dice: «Mamma, la sosta è finita… Un bacio, Mamma. E la tua benedizione». Si baciano e benedicono a vicenda.

35Poi Gesù, chinandosi a raccogliere il velo di sua Madre e chiamando Giovanni come per rendere meno gravi le parole, dice: «Quando verrai in Giudea portami la mia veste più bella. Quella che mi hai tessuta per le feste solenni. A Gerusalemme devo essere “Maestro” nel senso più vasto, e anche più sensibilmente umano, poiché quegli spiriti chiusi e ipocriti guardano più l’esterno, la veste, che l’interno, la dottrina. E così anche Giuda di Keriot sarà contento… e contento Giuseppe che mi vedrà proprio in veste regale. Oh! sarà un trionfo! E la veste tessuta da te vi contribuirà…», e sorride scuotendo il capo per smorzare la verità tagliente che celano quelle parole.

36Ma Maria non si inganna. Sorge in piedi e si appoggia al braccio di Gesù esclamando: «Figlio!», e con uno strazio che mi fa soffrire.

Per la Madre non ci sono segreti.

37Gesù la raccoglie sul cuore ed Ella gli piange sul cuore… «Mamma, ti ho voluto parlare in quest’ora di pace per questo… Ti affido il mio segreto e quanto ho di caro quaggiù. Nessuno dei discepoli sa che non torneremo da queste parti altro che quando tutto sarà compiuto. Ma tu… Per te non ci sono segreti… Te lo avevo promesso, Mamma. Non piangere. Ancora molte ore abbiamo da stare insieme. Per questo ti dico: “Vieni in Giudea”. L’averti vicina mi compenserà della fatica della più difficile evangelizzazione a quei duri di cuore che fanno ostacolo alla Parola di Dio. Vieni con le discepole galilee. Mi sarete tanto utili. Giovanni provvederà all’asilo per te e per loro. Ora, prima che egli torni, preghiamo insieme. Poi tu tornerai al paese, ed Io pure verrò nella notte…».

38Pregano insieme, e sono alle ultime parole del Pater quando appare Giovanni che alla semiluce, quando è vicino, vede e resta stupito per il segno del pianto sul volto di Maria. Ma non dice nulla in merito. Saluta il Maestro e gli dice: «Sarò all’aurora sulla via fuori Nazareth… Vieni, Madre. Fuori dal bosco c’è ancora luce, e giù la strada è luminosa affatto per le lanterne messe ai carri in cammino…».

38Maria bacia ancora Gesù, piangendo nel suo velo, e poi, sorretta da Giovanni che la tiene per il gomito, scende sul sentiero, e poi giù, verso la valle.

39Gesù resta solo, a pregare, a pensare, a piangere. Perché piange Gesù guardando scendere sua Madre. E poi torna dove era prima e riprende la posizione di prima, mentre l’ombra e il silenzio si fanno sempre più folti intorno a Lui.

Le sofferenze morali di Gesù e Maria[79].

Trentatré anni di agonia.

Dice Gesù:

40«Anche questo non ho dimenticato dei dolori di Maria, mia Madre. L’avere dovuto straziarla con l’attesa del mio soffrire, l’avere dovuto vederla piangere. É per questo che non le nego nulla. Ella mi ha dato tutto. Io le do tutto. Ella ha sofferto tutto il dolore. Io le do tutta la gioia. Vorrei che, quando pensate a Maria, meditaste questa sua agonia durata trentatré anni e culminata ai piedi della Croce. Ella l’ha sofferta per voi. Per voi le derisioni della folla che la giudicava madre di un pazzo. Per voi i rimproveri dei parenti e delle persone d’importanza. Per voi la mia apparente sconfessione: “Mia Madre ed i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà di Dio”. E chi più di Lei la faceva, ed una Volontà tremenda, che le imponeva la tortura di vedere suppliziare il Figlio? Per voi le fatiche di raggiungermi qua e là. Per voi i sacrifici, da quello di lasciare la sua casetta e mescolarsi alle folle, a quello di lasciare la sua piccola patria per il tumulto di Gerusalemme.

Il Sacrificio di un Dio.

41Per voi il dovere essere a contatto con colui che covava in cuore il tradimento. Per voi il dolore di sentirmi accusato di possessione diabolica, di eresia. Tutto, tutto per voi. Voi non sapete quanto l’ho amata la Madre mia. Voi non riflettete come il cuore del Figlio di Maria fosse sensibile agli affetti. E credete che la mia tortura sia stata puramente fisica, al massimo vi aggiungete la tortura spirituale dell’abbandono finale del Padre. No, figli. Anche le passioni dell’uomo Io le ho provate. Ho sofferto di veder soffrire mia Madre, di doverla condurre, come agnella mansueta, al supplizio, di doverla straziare coi successivi addii, a Nazareth prima dell’evangelizzazione, in questo che vi ho mostrato e che precede la mia imminente Passione, in quello – quando già essa è in atto col tradimento dell’Iscariota – prima della Cena, in quello atroce sul Calvario.

42Ho sofferto di vedermi schernito, odiato, calunniato, circuito da curiosità malsane che non evolvevano in bene ma anzi in male. Ho sofferto di tutte le menzogne che ho dovuto udire o vedere agenti al mio fianco. Quelle dei farisei ipocriti, che mi chiamavano maestro e mi facevano domande non per fede nella mia intelligenza ma per tendermi tranelli; quelle dei beneficati da Me e che mi si volsero in accusatori nel Sinedrio e nel Pretorio; quella, quella premeditata, lunga, sottile di Giuda, che m’ha venduto ed ha continuato a fingersi discepolo, che m’ha indicato ai carnefici col segno dell’amore. Ho sofferto della menzogna di Pietro, preso da paura umana. Quanta menzogna, e tanto rivoltante per Me che sono Verità! Quanta, anche ora, ve ne è rispetto a Me!

43Dite di amarmi, ma non mi amate. Avete il mio Nome sulle labbra, e in cuore adorate Satana e seguite una legge contraria alla mia. Ho sofferto pensando che davanti al valore infinito del mio Sacrificio – il Sacrificio di un Dio – troppo pochi si sarebbero salvati. Tutti, dico: tutti coloro che nei secoli dei secoli della Terra avrebbero preferito la morte alla vita eterna, rendendo vano il mio Sacrificio, Io li ho avuti presenti. E con questa cognizione sono andato incontro alla morte.

44Vedi, piccolo Giovanni, che il tuo Gesù e la Madre sua hanno sofferto acutamente nel loro io morale. E lungamente. Pazienza, dunque, se dovrai soffrire. “Nessun discepolo è da più del Maestro”. Io l’ho detto. Domani parlerò dei dolori dello spirito. Ora riposa. La pace sia con te».

20. In casa di Giovanni di Nobe, ancora una lode alla Corredentrice. Menzogne di Giuda Iscariota[80].

Presso Giovanni di Nobe.

In tre gruppi di quattro.

1Gesù è a Nobe, e vi deve essere da poco perché sta organizzandosi e dividendo in tre gruppi di quattro persone i suoi dodici per suddividerli nelle case. Con Sé tiene Pietro, Giovanni, Giuda Iscariota e Simone Zelote, mentre Giacomo di Zebedeo è a capo del gruppo composto di Matteo, Giuda d’Alfeo e Filippo, e al terzo è preposto Bartolomeo come capo e a lui soggetti sono Giacomo d’Alfeo, Andrea e Tommaso.

Consigli evangelici

2«Andrete, dove hanno offerto di accogliervi, dopo la cena, e tornerete qui al mattino, e vi dirò ciò che dovete fare. Nelle ore dei pasti staremo insieme. Ricordatevi ciò che vi ho detto molte volte: che dovete predicare la mia Dottrina anche col modo di vivere e convivere fra voi e con chi vi accoglie. Siate dunque sobri, pazienti, onesti nel dire, nel fare, nel guardare, di modo che giustizia emani da voi come un profumo[81]. Voi vedete come gli occhi del mondo sono sempre su noi, per calunniarci o per studiarci, e anche per venerazione. Ma questi sono i meno fra i molti occhi che ci osservano. Eppure di questi pochi dobbiamo avere somma cura, perché sulla loro fede si appunta lo studio del mondo per sgretolarla, e tutto gli serve per arma a distruggere l’amore dei buoni per Me, e per voi di conseguenza. Non aiutate perciò il mondo con un modo di vita non santo, e non appesantite la fatica di quelli che devono difendere la loro fede dalle insidie dei miei avversari coll’essere per loro oggetto di scandalo. Lo scandalo rende perplesse le anime, le allontana, le indebolisce. Guai all’apostolo che è scandalo alle anime. Pecca contro il suo Maestro[82] e contro il suo prossimo, contro Dio e contro il gregge di Dio. Mi fido di voi. Non fate che al mio dolore, che è tanto, si unisca altro dolore che da voi mi venga».

3«Non temere, Maestro. Da noi non ti verrà dolore, a meno che Satana ci travii tutti», dice Bartolomeo.

La  cena è pronta.

4Entra Anastasica, che è nella cucina con Elisa, e dice: «La cena è pronta, Maestro. Scendi mentre è calda. Ti ristorerai».

«Andiamo».

5E Gesù si alza seguendo la donna giù per la scaletta che dalla stanza alta, dove sono preparati già dei giacigli, scende nell’orticello. E da questo entra nella cucina rallegrata da un vivo fuoco. Vi è il vecchio Giovanni presso il fuoco ed Elisa che sfaccenda intorno alle vivande e che si volge con un sorriso materno a guardare Gesù che entra, e si affretta a rovesciare in un capace vassoio il grano od orzo cotto nel latte, che già ho visto fare da Maria di Alfeo a Nazareth avanti la partenza di Giovanni e Sintica.

6«Ecco. Mi sono sempre ricordata che Maria Cleofe mi ha detto che ti piace. E avevo serbato il miele più bello per farlo anche per Marziam… Mi spiace che il fanciullo non sia venuto…».

7«Niche lo ha trattenuto con Isacco, posto che domani all’aurora partono, ed ella approfitta del carro sino a Gerico per compiere la missione che sai…».

Lode alla Corredentrice.

La donna redentrice.

8«Quale missione, Maestro?», chiede interessato l’Iscariota.

«Una missione molto donnesca. Allevare un infante. Sol che l’infante non abbisogna di latte, ma di fede, perché è infante nello spirito. Ma la donna è sempre madre e sa fare queste cose. E quando essa ha compreso[83]!… vale l’uomo. E con in più la forza della sua dolcezza materna».

9«Come sei buono con noi, Maestro!», dice Elisa carezzandolo con lo sguardo.

10«Sono veritiero, Elisa. Noi d’Israele, e non noi soltanto, siamo abituati a vedere e a pensare nella donna un essere inferiore. No. Se è soggetta all’uomo, come è giustizia[84], se è più colpita dal castigo per il peccato di Eva[85], se la sua missione è destinata a svolgersi fra i veli e le penombre, senza atti e gridi vistosi, se tutto in lei avviene come soffocato da un velano, non è per questo meno forte e capace degli uomini. Anche senza ricordare le grandi donne di Israele, Io vi dico che molta forza è nel cuore della donna. Nel cuore. Come a noi maschi nella mente. E vi dico che sta per cambiare la posizione della donna rispetto alle consuetudini[86] come rispetto a tante altre cose[87]. E giusto sarà, perché come Io per gli uomini tutti, così una Donna per le donne in special modo otterrà grazia e redenzione[88]».

11«Una donna? E come vuoi che redima una donna?», ride Giuda di Keriot.

12«In verità ti dico che Essa sta già redimendo. Sai tu cosa è redimere?».

«Certo che lo so! É levare dal peccato».

13«Sì. Ma levare dal peccato non servirebbe molto, perché l’Avversario è eterno e tornerebbe ad insidiare. Ma dal Giardino terrestre una voce è venuta, la Voce di Dio, dicendo: “Io porrò inimicizia fra te e la Donna… Ella ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”[89]. Non più che un’insidia, perché la Donna avrà, ha in sé, ciò che vince l’Avversario. E redime perciò da quando è. Redenzione in atto, sebben celata. Ma presto uscirà al cospetto del mondo, e le donne si fortificheranno in Lei».

14«Che Tu redima… sta bene. Ma una donna che possa… Non lo accetto, Maestro».

«Non ricordi Tobia? Il suo cantico?[90]».

«Sì. Ma di Gerusalemme parla».

15«Ha forse più Gerusalemme un Tabernacolo in cui sia Dio? Può Dio presenziare dalla sua gloria ai peccati che si consumano entro le mura del Tempio? Un altro Tabernacolo era necessario, e che santo fosse, e fosse stella che riconduce all’Altissimo gli erranti. E questo si ha nella Corredentrice che nei secoli dei secoli gioirà di essere la Madre dei redenti. “Tu brillerai di luce splendida. Tutti i popoli della Terra si prostreranno a te. Le nazioni verranno a te da lontano portando doni e adoreranno in te il Signore… Invocheranno il tuo gran nome… Quelli che non ti ascolteranno saran fra i maledetti, e benedetti quelli che si stringeranno a te… Sarai felice nei tuoi figli, perché essi saranno i benedetti riuniti presso al Signore“[91]. Il vero cantico della Corredentrice. E già si canta in Cielo dagli angeli che vedono… La Gerusalemme nuova e celeste ha inizio in Lei. Oh! sì, ciò è verità. E il mondo la ignora. E la ignorano gli oscurati rabbi d’Israele…». Gesù si immerge nei suoi pensieri…

16«Ma di chi parla?», chiede l’Iscariota a Filippo che ha vicino.

Prima che questo risponda, Elisa, che sta mettendo sulla tavola del formaggio e delle ulive nere, dice piuttosto duramente: «Di sua Madre parla. Non lo comprendi?».

17«Ma non ho mai saputo che Essa sia nominata dai profeti come martire… Si parla del solo Redentore e…».

18«E tu credi che ci sia solo la tortura della carne? E non sai che è nulla cosa questa, per una madre, rispetto a quella di veder morire un figlio? La tua mente -non parlo del tuo cuore, non so che palpito abbia- la tua mente, della quale ti vanti, non ti dice che dieci e dieci volte una madre si sottometterebbe alla tortura e alla morte pur di non sentire un gemito del figlio? Uomo, tu sei uomo e conosci il sapere. Io non so che esser donna e madre. Ma ti dico che tu sei più ignorante di me, perché non conosci neppure il cuor di tua madre…».

«Oh! Tu mi offendi!».

«No. Sono vecchia e ti consiglio. Fa’ sagace il tuo cuore e eviterai pianto e castigo. Fa’ ciò, se lo puoi».

Gli apostoli sonnecchiano.

19Gli apostoli, specie Giuda d’Alfeo, Giacomo di Zebedeo, Bartolomeo e lo Zelote, si sbirciano sotto sotto e chinano il capo per celare il sorrisetto che spunta loro sulle labbra per la franca parola di Elisa all’apostolo che si crede perfetto. Gesù, sempre assorto, non sente nulla.

20Elisa si volge ad Anastasica e dice: «Vieni. Mentre essi terminano il cibo, andiamo a preparare altri due letti, ché tre soli sono pochi», e fa per uscire.

«Elisa, non darete certo il vostro!», esclama Pietro.

«Non sta. Io e Giovanni possiamo dormire sulle tavole. Ci siamo abituati».

21«No, Simone. Ci sono graticci e stuoie. Ma sono riposti. Ora li montiamo sui cavalletti». Esce con l’altra.

22Gli apostoli, stanchi, sonnecchiano quasi nel tepore della cucina. Gesù pensa col gomito appoggiato sul tavolo e la testa appoggiata alla mano.

La talpa non se ne intende di valori.

La talpa c’è ma non si vede.

23Un busso alla porta. Tommaso, che è il più vicino, si alza per aprire ed esclama: «Tu, Giuseppe?! E con Nicodemo?! Entrate! Entrate!».

24«La pace a Te, Maestro, e a chi è in questa casa. Andiamo a Rama, Maestro; è Nicodemo che mi ha invitato là. Passando abbiamo detto: “Fermiamoci a salutare il Maestro”. Volevamo sapere se… eri stato importunato ancora, visto che sono andati a cercarti da Giuseppe. Già ti hanno cercato in ogni luogo, dopo che Tu hai guarito quel cieco. Non hanno passeggiato oltre le mura, è vero. Non hanno mosso un sedile per non profanare il sabato, e si credono puri perciò. Ma per cercarti, per seguire Bartolmai, oh! ben più del termine hanno fatto!».

25«E come lo hanno saputo se il Maestro non ha fatto nulla sulla via?», chiede Matteo.

«Già, neppur noi si sapeva se era guarito. Siamo andati alla sinagoga e poi a salutare Niche e Isacco e Marziam che rimanevano da lei. E poi, calato il sole, solleciti siamo venuti qui», dice Pietro.

26«Voi non sapevate. Ma i messi dei farisei hanno saputo. Voi non avete visto. Ma io ho visto. Due di essi erano presenti quando il Maestro toccò gli occhi al cieco. Da ore erano in attesa».

27«Come mai ciò?», chiede Giuda di Keriot con aria innocente.

«A me lo chiedi?».

«É strana cosa, perciò la chiedo».

28«Più strana cosa è che sempre, da qualche tempo, dove è il Maestro là siano delle spie».

29«Gli avvoltoi vanno dove è la preda, e i lupi presso al gregge».

30«E i ladroni dove è indicata da un complice una carovana. Hai detto bene».

«Che vuoi insinuare?».

«Nulla. Completo il tuo proverbio applicandolo agli uomini. Ché Gesù è uomo, e uomini sono quelli che lo insidiano».

La talpa è cieca, si  sa!.

31«Racconta, Giuseppe, racconta…», dicono in molti.

«Se il Maestro vuole, sono venuto per raccontare».

«Parla», dice Gesù.

32E Giuseppe narra minuziosamente tutto quanto ha notato, omettendo però il particolare che fu Giuda a dire al cieco del domicilio di Gesù. I commenti sono molti, astiosi, dolenti, a seconda dei cuori. E Giuda di Keriot è il più (in apparenza) afflitto e inquieto. Contro tutti, e specie contro il cieco imprudente che è venuto a mettersi sul sentiero di Gesù in giorno di sabato, fidando nella nota bontà del Maestro…

33«O se sei stato tu ad indicarglielo! Ti ero vicino e ho sentito», dice stupito Filippo.

«Indicare non vuol dire ordinare di fare».

34«Oh! credo bene, anche, che non ti saresti permesso di ordinare al Maestro di fare…», dice il Taddeo.

«Io? Ma tutt’altro! L’ho solo indicato per chiedere spiegazione».

35«Sì. Ma indicare è talora anche tentare a fare. E questo tu lo hai fatto», ribatte il Taddeo.

«Tu lo dici, ma non è vero», asserisce sfrontatamente Giuda.

36«Non è vero? Ne sei proprio sicuro? Sicuro come di vivere, di non avere mai parlato di Gesù al cieco, di non averlo suggestionato a rivolgersi a Gesù, e tanto meno di averlo stuzzicato a farlo subito, prima che Gesù lasciasse la città?», chiede Giuseppe d’Arimatea.

37«Ma certo! E chi mai ha parlato a quell’uomo? Io no certo. Sono sempre con il Maestro giorno e notte e, se non con Lui, coi compagni…».

38«Credevo lo avessi fatto ieri, quando sei andato via con le donne», dice Bartolomeo.

«Ieri! Ci ho tenuto meno di una rondine in volo ad andare e tornare. Come avrei potuto cercare il cieco, trovarlo e parlargli in così poco tempo?».

«Potevi averlo incontrato…».

«Mai visto!».

39«Allora quell’uomo è bugiardo, perché ha asserito che tu glielo avevi detto di venire, e dove, e come fare; e lo avevi garantito che Gesù ti avrebbe ascoltato e…», dice Giuseppe d’Arimatea.

40Giuda lo interrompe, violento: «Basta! Basta! Merita di accecare di nuovo per tutte le menzogne che dice! Io, lo posso giurare sul Santo, non lo conosco che di vista, e mai gli ho parlato».

41«Basta davvero così. La tua anima è a posto, o Giuda di Keriot, che non temi Dio perché sai sante le tue azioni. Te… felice che non temi di nulla», gli dice Giuseppe guardandolo severo con occhi che trivellano.

«Non temo, no, perché sono senza peccato».

42«Tutti pecchiamo[92], Giuda. E ancor poco è se sappiamo pentirci dopo i primi peccati e non crescerli in numero e in nequizia!» dice Nicodemo che non ha mai parlato sino allora.

Non confondere i valori.

43E poi si volge al Maestro e dice: «Il penoso è che Giuseppe di Sefori è stato minacciato di espulsione dalla sinagoga se ti accoglie ancora e Bartolmai è stato già cacciato da essa. Vi si era recato col padre e la madre, ma dei farisei lo attendevano alla sua sinagoga e gli hanno negato l’entrata, e hanno gridato su lui l’anatema».

«Ma questo è troppo! Fino a quando, o Signore…», urlano in molti.

44«Pace! Pace! Nulla è. Bartolmai è sulla via del Regno. Cosa ha dunque perduto? É nella Luce. Non è dunque figlio di Dio più di prima? Oh! non confondete i valori! Pace! Pace! Non andremo più neppure da Giuseppe… Mi spiace che Isacco sa di condurre là la Madre mia e Maria d’Alfeo… Ma sarebbe sempre stato per poche ore, perché c’è già chi ha provveduto».

45Si rivolge a Giovanni di Nobe: «Padre, hai paura del Sinedrio? Tu vedi che cosa costa ospitare il Figlio dell’uomo… Sei vecchio. Sei un fedele israelita. Potresti esser cacciato dalla sinagoga nei tuoi ultimi sabati. Potresti sopportarlo? Parla con sincerità, e Io, se tu temi, me ne andrò. Una spelonca ci sarà ancora nei monti d’Israele per il Figlio di Dio…».

46«Io, Signore? Ma che vuoi che tema se non Dio? Non temo la bocca del sepolcro, la guardo anzi come cosa amica. E vuoi che tema la bocca degli uomini? Temerei solo il giudizio di Dio se, per tema degli uomini, cacciassi da me Gesù, il Cristo di Dio!».

47«Va bene. Tu sei un giusto… Resterò qui… quando non sarò nelle città vicine, come conto di fare ancora una volta».

48«Vieni a Rama, da me, Signore», dice Nicodemo.

«E se ciò ti nuoce?».

«Non ti invitano forse i farisei per malanimo? Non potrei farlo io per studiare il tuo cuore?».

48«Sì, Maestro. Andiamo a Rama. Mio padre ne sarà tanto felice, se è nella casa. E, se non c’è, come sovente avviene, troverà la tua benedizione al suo ritorno», supplica Tommaso.

«Andremo a Rama per primo luogo. Domani…»

Attenti alla talpa.

49«Maestro, noi ti lasciamo. Abbiamo fuori le cavalcature e saremo a Rama prima della fine della seconda vigilia. La luna fa bianche le vie come per un pallido sole. Addio, Maestro. La pace sia con Te», dice Nicodemo.

50«La pace a Te, Maestro… e, ascolta un consiglio buono da Giuseppe l’Anziano. Sii un poco astuto. Guardati intorno. Apri gli occhi e serra le labbra. Fa’, e non dire mai avanti ciò che vuoi fare… E non venire a Gerusalemme per qualche tempo e, se ci vieni, non ti fermare al Tempio altro che il tempo necessario a pregare. Mi intendi? Addio, Maestro. La pace a Te».

51Giuseppe ha molto marcato le parole che sottolineo e, mentre le diceva, fissava intensamente Gesù. Erano un avviso i suoi soli sguardi.

52Escono nell’orticello bianco di luna. Slegano due forti asini legati al tronco del noce, montano in sella e se ne vanno per la strada deserta e bianca…

Gesù rientra nella cucina coi suoi.

53«Ma che avrà voluto dire, qui in fondo?».

54«E come avranno fatto quelli a sapere?».

55«Che faranno a Giuseppe di Sefori?».

56«Nulla. Parole. Nulla più che parole. Non pensateci più. Cose passate e senza conseguenze. Andiamo. Diciamo la preghiera e separiamoci per la notte. “Padre nostro…”»

57Li benedice, li guarda partire, poi sale coi quattro che ha trattenuto nella stanza dove sono i letti.

21. Ad Efraim, il giorno dell’arrivo della Madre con Lazzaro e le discepole. Il carattere di Pilato[93].

Il giorno dell’arrivo.

Tutti felici.

1Nella casa di Maria di Giacobbe sono già alzati, nonostante il giorno spunti appena. Direi che è giorno di sabato, perché vedo presenti anche gli apostoli che di solito sono in missione. Vi è un grande preparare di fuochi e acque calde, e Maria è aiutata a setacciar farine e a intriderle per farne pane. La vecchietta è molto agitata, di un’agitazione di bimba, e mentre lavora solerte domanda a questo e a quello: «Sarà proprio per oggi? E gli altri luoghi sono pronti? Siete sicuri che non sono più di sette?».

2Le risponde per tutti Pietro, che sta scuoiando un agnello per prepararlo alla cottura: «Dovevano essere qui prima del sabato, ma forse le donne non erano pronte ancora e hanno perciò ritardato. Ma oggi certo verranno. Ah! io ne sono felice! Il Maestro è andato fuori? Forse è andato incontro a loro…».

3«Sì. É uscito con Giovanni e Samuele andando verso la via della Samaria centrale», risponde Bartolomeo uscendo con una brocca colma di acqua bollente.

4«Allora si può essere certi che arrivano. Egli sa sempre tutte le cose», professa Andrea.

5«Io vorrei sapere: perché tu ridi così? Che c’è da ridere quando parla mio fratello?», interroga Pietro che ha notato la risatina di Giuda, ozioso in un angolo.

«Non rido per tuo fratello. Siete tutti felici e lo posso essere anche io, e ridere anche senza ragione».

 Pietro lo guarda con chiara espressione ma torna ad occuparsi del suo lavoro.

I fiori del Tadeo.

6«Ecco! Ce l’ho fatta a trovare un ramo di pianta in fiore. Non è mandorlo come volevo. Ma Ella, finito di fiorire il mandorlo, tiene altri rami e si accontenterà del mio», dice il Taddeo che rientra, gocciolante di guazza come fosse stato nei boschi e con un fascio di rami fioriti. Un miracolo di candore rugiadoso che pare rischiarare e abbellire la cucina.

7«Oh! belli! Dove li hai trovati?».

«Da Noemi. Sapevo che il suo frutteto è tardivo per la posizione di tramontana che lo tiene indietro. E sono salito là».

8«Per questo sembri anche tu una pianta del bosco! Le gocce delle rugiade ti brillano nei capelli e ti hanno bagnato la veste».

«Il sentiero era umido come per pioggia. Sono già le rugiade abbondanti dei mesi più belli». Il Taddeo se ne va coi suoi fiori, e dopo poco chiama suo fratello perché lo aiuti a disporre i fiori.

9«Vengo io. Me ne intendo. Donna, non hai qualche anfora dal collo slanciato, possibilmente di terra rossa?», dice Tommaso.

«Ho quel che cerchi e anche altri vasi… Quelli che usavo nei dì di festa… per le nozze dei figli miei o altro gran motivo. Se attendi che io metta queste focacce in forno, un attimo, vengo ad aprirti il cofano dove son riposte le cose belle… Ah! poche ormai, dopo tanta sventura! Ma alcune le ho serbate per… ricordare… e soffrire, perché, se anche sono ricordi di letizia, ora danno pianto perché ricordano ciò che è finito».

10«Allora era meglio che nessuno te le chiedesse. Tanto! Non vorrei che ci accadesse come a Nobe. Tanti preparativi per nulla…», dice l’Iscariota.

11«Se ti dico che ci ha avvertito un gruppo di discepoli?! Vuoi che abbiano sognato? Hanno parlato con Lazzaro. Li ha mandati avanti apposta. Venivano qui ad avvisare che avanti il sabato sarebbe stata qui la Madre col carro di Lazzaro, e Lazzaro e le discepole…»

«Intanto non sono venute…».

La paura di vedere un risorto.

12«Voi che lo avete visto quell’uomo, dite: non fa paura?», chiede la vecchietta asciugandosi le mani al grembiule dopo aver affidato le sue focacce a Giacomo di Zebedeo e ad Andrea, che le portano al forno.

«Paura? Perché?».

«Eh! un uomo che torna dai morti!». É tutta commossa.

«Sta’ calma, madre. É in tutto come noi», la conforta Giacomo d’Alfeo.

13«Piuttosto bada di non fare chiacchiere con le altre donne, tu. Che non si abbia tutta Efraim qui dentro a dare noia», dice imperiosamente l’Iscariota.

«Non ho mai fatto parole imprudenti da quando siete qui. Né con quelli della città né con pellegrini. Ho preferito passare da stolta invece di mostrarmi sapiente, per non dare disturbo al Maestro e fargli del male. E saprò tacere anche oggi. Vieni, Tommaso…», ed esce per andare a mettere fuori i suoi tesori nascosti.

14«La donna è spaventata pensando di vedere un risorto», dice l’Iscariota e ride ironico.

15«Non è la sola. Mi hanno detto i discepoli che a Nazareth erano tutti agitati, e così a Cana e a Tiberiade. Uno che torna da morte dopo quattro giorni di sepolcro non si trova facilmente come le margherite a primavera. Anche noi eravamo ben pallidi quando egli uscì dal sepolcro! Ma piuttosto che stare lì a far commenti inutili, non potresti lavorare? Si lavora tutti, e c’è ancor tanto da fare… Oggi che si può farlo, va’ al mercato e compera ciò che occorre. Quanto avevamo preso noi non è sufficiente, ora che esse vengono, né noi si faceva a tempo a tornare alla città a fare acquisti. Ci avrebbe bloccati, là dove si era, il tramonto».

16Giuda chiama Matteo, che rientra in cucina tutto in ordine, ed escono insieme.

Insolita tristezza di Giovanni.

17Rientra in cucina anche lo Zelote, lui pure tutto ben ordinato nelle vesti, e dice: «Quel Toma! É proprio un artista. Con un nulla ha addobbato la stanza come per un pranzo di nozze. Andate a vedere».

18Tutti, meno lo Zelote e Pietro, che sta finendo la sua operazione, corrono a vedere. Pietro dice: «Non vedo il momento che siano qui. Forse ci sarà anche Marziam. Fra un mese è Pasqua. Certo sarà già partito da Cafarnao o Betsaida».

«Io sono contento che venga Maria per il Maestro. Lo conforterà più di tutti. E ne ha bisogno», gli risponde lo Zelote.

19«Tanto. Ma hai notato come è triste anche Giovanni? Io l’ho interrogato. Ma inutilmente. Nella sua dolcezza è più fermo di tutti noi e, se non vuol dire, niente lo fa parlare. Ma io sono sicuro che egli sa qualche cosa. E pare l’ombra del Maestro. Lo segue sempre. Lo guarda sempre. E quando non sa di essere osservato -perché allora risponde al tuo sguardo con quel suo sorriso che farebbe dolce anche una tigre- quando non si sa osservato, dico, il suo volto si fa triste, triste. Prova ad interrogarlo tu. Egli ti vuole molto bene. E ti sa più prudente di me…».

Stato spirituale di Pietro e dell’Iscariota.

20«Oh! questo no. Tu ti sei fatto un esempio a tutti noi di prudenza. Non si riconosce più in te il vecchio Simone. Sei proprio la pietra che per la sua robusta e quadrata compattezza sorregge noi tutti».

 21«Ma va’ là! Non lo dire! Sono un pover’uomo. Certo… a stare con Lui tanti anni si diventa un poco come Lui. Un poco… molto poco, ma già molto diversi da quanto si era prima. Tutti ci siamo… no, non tutti, purtroppo. Giuda è sempre uguale. Qui come all’Acqua Speciosa…»

«E voglia Dio che sia sempre uguale!».

«Che? Che vuoi dire?».

22«Nulla e tutto, Simone di Giona. Se il Maestro mi sentisse, mi direbbe: “Non giudicare”. Ma ciò non è giudicare. Questo è temere. Io temo che Giuda sia peggio che all’Acqua Speciosa».

23«Certo che lo è, anche se è ancora come era allora. Lo è perché doveva essere molto cambiato, cresciuto in giustizia, e invece è sempre uguale. Ha dunque il peccato di accidia spirituale sul cuore, che allora non aveva. Perché i primi tempi… matto sì, ma pieno di buona volontà… Di’: cosa ti fa pensare che il Maestro abbia deciso di mandare con noi Samuele e di radunare tutti i discepoli, quanti se ne possono radunare a Gerico, per la neomenia[94] di nisam[95]? Prima aveva detto che l’uomo sarebbe rimasto qui… e prima anche ci aveva vietato di dire dove Egli era. Io sono in sospetto…».

24«No. Vedo le cose chiare e logiche. Ormai, non si sa da chi e come propalata, la notizia che il Maestro è qui è nota a tutta la Palestina. Vedi che sono venuti qui pellegrini e discepoli da Cédès a Engaddi, da Joppe a Bozra. Ed è perciò inutile conservare più il segreto. Inoltre la Pasqua si avvicina ed è certo che il Maestro vuol avere i discepoli con Sé per il suo ritorno a Gerusalemme. Il Sinedrio dice, lo hai sentito, che Egli è un vinto e che ha perduto tutti i discepoli. Ed Egli gli risponde entrando in città alla testa di essi…».

25«Ho paura, Simone! Una grande paura… Hai sentito, eh? Tutti, anche gli erodiani, si sono uniti contro di Lui…».

«Eh! sì! Dio ci aiuti!…».

26«E Samuele perché lo manda con noi?».

«Per prepararlo certo alla sua missione. Non vedo motivo di agitazione… Bussano! Certo sono le discepole!…».

27Pietro getta via il suo grembiule insanguinato e segue di corsa lo Zelote, che si è precipitato alla porta di casa. Sbucano dai diversi usci gli altri che sono in casa e tutti gridano: «Eccole! Eccole!».

Le ultime novità.

Arrivo delle discepole Elisa e Niche.

28Ma, aperta la porta, restano così palesemente delusi davanti a Elisa e Niche, che le due discepole chiedono: «Ma è accaduto forse qualcosa?».

«No! No! Ma è che… credevamo fosse la Madre e le discepole galilee…», dice Pietro.

«Ah! e ci siete rimasti male. Ma noi siamo ben felici invece di vedervi e di sapere che sta per giungere Maria», dice Elisa.

«Male no… Delusi, ecco! Ma venite! Entrate! La pace sia alle buone sorelle», saluta per tutti il Taddeo.

«E a voi. Il Maestro non c’è?».

«É andato con Giovanni incontro a Maria. Si sa che viene per la strada di Sichem sul carro di Lazzaro», spiega lo Zelote.

Entrano in casa, mentre Andrea si occupa dell’asinello di Elisa. Niche è venuta a piedi. Parlano di quello che avviene a Gerusalemme, chiedono degli amici e discepoli,… di Annalia, di Maria e Marta, del vecchio Giovanni di Nobe, di Giuseppe, di Nicodemo, di tanti. L’assenza di Giuda Iscariota fa che si parli in pace e apertamente.

Novità su Pilato e il sinedrio.

29Elisa, donna anziana, esperta, e che è stata nei tempi di Nobe a contatto con l’Iscariota e lo conosce ormai molto bene e anche «non lo ama altro che per amor di Dio», come dice apertamente, si informa anzi se egli è in casa, non essendosi forse voluto unire agli altri per qualche capriccio, e solo dopo che sa che è fuori, alle spese, parla di ciò che sa: «che a Gerusalemme pare tutto calmato, anzi non sono neppur più interrogati i noti discepoli, che si sussurra che ciò sia avvenuto perché Pilato ha fatto la voce grossa con quelli del Sinedrio, ricordando loro che la giustizia solo lui in Palestina la esercita, e di farla finita perciò».

30«Anche però si dice», osserva Niche «-ed è proprio Mannaen che lo dice, e con lui altri, anzi altre, perché è Valeria l’altra voce- che Pilato sia veramente così stanco di queste sommosse che tengono agitato il Paese e che gli possono dare delle noie, e impressionato anche, per l’insistenza con cui i giudei gli insinuano che Gesù mira a proclamarsi re, che se non ci fossero i concordi rapporti favorevoli dei centurioni, e soprattutto le pressioni della moglie, finirebbe a punire il Cristo, magari con l’esilio, pur di non avere più noie».

Sconforto di Pietro.

31«Ci mancherebbe altro! Ed è capace di farlo! Capacissimo! É il più lieve castigo romano, e il più usato dopo la flagellazione. Ma ve lo pensate? Gesù solo chissà dove, e noi dispersi qua e là…», dice lo Zelote.

«Già! Dispersi! Lo dici tu. Me non mi disperdono. Gli vado dietro…», dice Pietro.

«Oh! Simone! Ti puoi illudere che te lo lascerebbero fare? Ti legano come un galeotto e ti portano dove piace a loro, magari sulle galere o dentro ad una prigione delle loro, e tu il tuo Maestro non lo puoi più seguire», gli dice Bartolomeo.

Pietro si arruffa i capelli perplesso, sconfortato.

32«Lo diremo a Lazzaro. Lazzaro andrà apertamente da Pilato. Certo Pilato lo vedrà volentieri, perché questi gentili amano vedere gli esseri straordinari…», dice lo Zelote.

«Ci sarà già stato prima di partire, e Pilato non desidererà più di vederlo!», dice Pietro con abbattimento.

«Allora ci andrà come figlio di Teofilo. Oppure accompagnerà sua sorella Maria dalle dame. Erano amiche quando… sì, insomma, quando Maria era peccatrice…».

Novità su Valeria e Claudia.

33«Sapete che Valeria, dopo che il marito si è divorziato da lei, si è fatta proselite? Quella ha fatto sul serio. Conduce una vita da giusta che è un esempio a molti di noi. Ha affrancato i suoi schiavi e li istruisce tutti nel vero Dio. Si era presa una casa in Sion. Ma ora che Claudia è venuta, è tornata da lei…».

«Allora!…».

34«No. A me ha detto: “Come viene Giovanna, vado con lei. Ma ora voglio persuadere Claudia”… Pare che Claudia non riesca a superare il limite del suo credere in Cristo. Per lei è un saggio. Nulla più… Anzi sembra che, prima di venire in città, si fosse alquanto disturbata per le voci fatte correre, e scettica, dicesse: “É un uomo come i nostri filosofi e non dei migliori, perché la sua parola non corrisponde alla sua vita”, e abbia avuto dei… delle… insomma si sia permesse cose che prima aveva abbandonate», dice Niche.

«C’era da aspettarselo. Anime pagane! Uhm! Una buona ci può essere… Ma le altre!… Lordure! Lordure!», sentenzia Bartolomeo.

Novità su Giuseppe di Sefori.

35«E Giuseppe?», chiede il Taddeo.

«Chi? Quel di Sefori? Ha una paura! Ah! c’è stato vostro fratello Giuseppe. Venuto e partito subito, ripassando però da Betania per dire alle sorelle che trattengano ad ogni costo il Maestro dall’andare in città e dal rimanervi. Io ero là e ho sentito. Così ho anche saputo che Giuseppe di Sefori ha avuto molte noie e ora ha molta paura. Vostro fratello lo ha incaricato di stare al corrente di ciò che si complotta nel Tempio. Quel di Sefori lo può sapere per mezzo di quel parente che è marito non so se della sorella o della figlia della sorella della moglie, e che ha uffici al Tempio», dice Elisa.

36«Quante paure! Adesso, quando si andrà a Gerusalemme, voglio mandare mio fratello da Anna. Potrei andarci anche io, perché anche io conosco bene quella vecchia volpe. Ma Giovanni sa più fare. E Anna gli voleva molto bene, allora, quando si ascoltava le parole di quel vecchio lupo credendolo un agnello! Manderò Giovanni. Egli saprà sopportare anche degli improperi senza reagire. Io… se mi dicesse anatema del Maestro, o anche solo che sono anatema io perché lo seguo, gli salterei al collo, lo abbrancherei e stringerei quel vecchio corpaccio come fosse una rete che deve perdere l’acqua. Gliela farei restituire io l’anima bieca che ha dentro! Anche avesse intorno tutti i soldati del Tempio e i sacerdoti!».

Il sangue degli apostoli entra in ebollizione.

37«Oh! se ti sentisse il Maestro a parlare così!», dice scandalizzato Andrea.

«É ben perché non c’è, che lo dico!».

«Hai ragione! Non sei solo ad avere certe voglie. Le ho anche io!», dice Pietro.

«E io pure, e non per Anna soltanto», dice il Taddeo.

38«Oh! per questo io ne… servirei diversi. Ho una nota lunga… Quelle tre carcasse di Cafarnao -escludo il fariseo Simone perché pare passabilmente buono- quei due lupi di Esdrelon e quel vecchio mucchio d’ossi di Canania, e poi… una strage, vi dico, una strage a Gerusalemme, con alla testa di tutti Elchia. Non ne posso più di tutti questi serpenti in agguato!».

39Pietro è furente. Il Taddeo, calmo nel dirlo, ma ancor più impressionante nella sua calma glaciale che se fosse furente come Pietro, dice: «E io ti aiuterei. Ma… forse comincerei a levare i serpenti che sono vicini».

«Chi? Samuele?».

«No, no! Non abbiamo vicino soltanto Samuele. Ci sono tanti che mostrano un viso e hanno un’anima diversa dal volto che mostrano! Io non li perdo di vista. Mai. Voglio essere sicuro prima di agire. Ma quando lo sarò! Il sangue di Davide è caldo, e caldo è quello di Galilea. Sono in me, per linea paterna e per linea materna, tutti e due».

«Oh! caso mai me lo dici, eh! Ti aiuto…», dice Pietro.

«No. La vendetta del sangue spetta ai parenti. A me spetta».

Abbiate i sentimenti che furono in Cristo.

40«Ma figli! Figli! Non parlate così! Non è questo ciò che insegna il Maestro! Sembrate leoncelli furenti in luogo di essere gli agnelli dell’Agnello! Deponete tanto spirito di vendetta. I tempi di Davide sono superati da un pezzo! La legge del sangue e del taglione sono annullate dal Cristo.

41Egli lascia i dieci comandi immutabili, ma le altre dure leggi mosaiche le abroga. Di Mosè restano i comandi di pietà, di umanità e giustizia, compendiati e perfezionati dal nostro Gesù nel suo più grande comando: “Amare Dio con tutti se stessi, amare il prossimo come noi stessi, perdonare a chi offende, dare amore a chi ci odia”. Oh! perdonate se io, donna, ho osato insegnare ai miei fratelli, e più grandi di me! Ma sono una vecchia madre. E una madre può sempre parlare.

42Credetelo, figli miei! Se voi stessi chiamate in voi Satana con l’odio per i nemici, col desiderio di vendetta, esso entrerà in voi corrompendovi. Non è una forza, Satana. Credetelo. Forza è Dio. Satana è debolezza, è peso, è torpore. Voi non sapreste più muovere un dito, non contro i nemici, ma neppure per dare una carezza all’afflitto nostro Gesù, se l’odio e la vendetta vi avessero messi in catene. Su, figli miei, tutti figli!

43Anche voi che avete i miei anni, e più, forse. Tutti figli per una donna che vi ama, per una madre che ha ritrovato la gioia d’esser madre amandovi come figli tutti. Non mi fate di nuovo angosciata per aver perduto novellamente i figli cari, e per sempre; perché se morite coll’odio, o col delitto, morti siete per l’eternità e non potremo più riunirci lassù, in giubilo, intorno al nostro comune amore: Gesù.

44Promettete qui, subito, a me che ve ne supplico, ad una povera donna, ad una povera mamma, di non avere mai più questi pensieri. Oh! vi sfigurano persino il volto. Mi parete sconosciuti, diversi! Come vi fa brutti il rancore! Così dolci eravate! Ma che avviene dunque? Ascoltatemi! Maria vi direbbe le mie stesse parole, con più potenza perché Essa è Maria; ma meglio è che Ella non sappia tutto il dolore…

45Oh! povera Madre! Ma che avviene? Devo dunque proprio credere che già sorge l’ora delle tenebre, l’ora che inghiottirà tutti, l’ora in cui Satana sarà re in tutti, meno che nel Santo, e travierà anche i santi, anche voi, facendovi vili, spergiuri, crudeli come esso è? Oh! finora ho sempre sperato! Sempre ho detto: “Gli uomini non prevarranno contro il Cristo”. Ma ora! Ora temo e tremo per la prima volta! Su questo sereno cielo di ada[96] io vedo allungarsi e invadere la gran Tenebra che ha nome Lucifero e oscurarvi tutti, e piovere tossici che vi fanno malati. Oh! ho paura!». Elisa, che già da qualche tempo piangeva senza scosse, si abbandona col capo sul tavolo presso il quale è seduta e singhiozza dolorosamente.

La promessa degli apostoli.

46Gli apostoli si guardano fra loro. Poi, afflitti, si danno a confortarla. Ma lei non vuole conforti e lo dice: «Uno, uno solo mi vale: la vostra promessa. Per il vostro bene! Perché Gesù non abbia nei suoi dolori il più grande: quello di vedervi dannati, voi, i suoi diletti».

47«Ma sì, Elisa. Se questo vuoi! Non piangere, donna! Te lo promettiamo. Ascolta. Non alzeremo un dito su nessuno. Non guarderemo neppure per non vedere. Non piangere! Non piangere! Perdoneremo a chi offende. Ameremo chi ci odia! Su! Non piangere».

48Elisa alza il volto rugoso, lucido di pianto, e dice: «Ricordate. Me lo avete promesso! Ripetetelo!».

«Te lo promettiamo, donna».

49«Cari i miei figli! Ora sì che mi piacete! Vi riconosco buoni. Adesso che si è calmato il mio affanno e che voi siete tornati puri da quel lievito amaro, prepariamo per ricevere Maria. Che c’è da fare?», dice finendo di asciugarsi gli occhi.

«Veramente… noi si era fatto. Da uomini.

50Ma Maria di Giacobbe ci ha aiutato. É una samaritana, ma è molto buona. Ora la vedrai. É al forno a sorvegliare il pane. É sola. I figli morti o dimentichi di lei, le ricchezze svanite, eppure non ha rancori…».

Novità sulla madre dell’Iscariota.

51«Ah! vedete! Vedete che c’è chi sa perdonare, anche presso i pagani, i samaritani? E deve essere terribile, sapete, dover perdonare ad un figlio!… Meglio morto che peccatore! Ah! Siete sicuri che Giuda non c’è?».

«Se non è diventato uccello, non ci può essere, essendo aperte le finestre ma chiuse le porte, tutte meno questa».

52«Allora… É stata a Gerusalemme Maria di Simone col suo parente. É venuta ad offrire sacrifici al Tempio. E poi è venuta da noi. Sembra una martire. Come è afflitta! Mi ha chiesto, a tutte ha chiesto se sapevamo nulla di suo figlio. Se era col Maestro. Se c’era sempre stato».

«Che ha quella donna?», chiede stupito Andrea.

«Ha suo figlio. Non ti pare che basti?», chiede il Taddeo.

53«Io l’ho riconfortata. Volle tornare con noi al Tempio. Ci andammo tutte unite a pregare… Poi è ripartita, sempre col suo affanno. Io le dissi: “Se resti con noi, fra poco si va dal Maestro. Là è tuo figlio”. Sapeva già che Gesù è qui. Lo si è saputo sino ai confini della Palestina. Ma ha detto: “No, no! Il Maestro mi ha detto di non essere a Gerusalemme a primavera. Io ubbidisco. Ma ho voluto, avanti il tempo del suo ritorno, salire al Tempio. Ho bisogno tanto di Dio”. E ha detto una strana parola… Ha detto: “Io sono incolpevole. Ma l’inferno è in me e io in esso, tanto sono torturata”… Molto l’abbiamo interrogata. Ma lei non ha voluto dire di più. Né le sue torture, né le ragioni del divieto di Gesù. Si è raccomandata di non dire nulla né a Gesù né a Giuda».

54«Povera donna,! Dunque a Pasqua non ci sarà?», chiede Tommaso.

«Non ci sarà».

55«Mah! Se Gesù glielo ha imposto, avrà il suo motivo… Avete sentito, eh? Si sa proprio dovunque che Gesù è qui!», dice Pietro.

56«Sì. E chi lo diceva chiamava a raccolta in suo nome, per sollevarsi “contro i tiranni”, dicevano alcuni. E altri, che Egli è qui perché si sa smascherato…»

57«Sempre le stesse ragioni! Devono aver speso tutto l’oro del Tempio per mandare da per tutto questo… loro servi!», osserva Andrea.

Presenza dell’Iscariota.

Dei colpi alla porta.

58«Sono qui!», dicono e corrono ad aprire. Invece è Giuda con i suoi acquisti. Matteo lo segue. Giuda vede Elisa e Niche e le saluta, chiedendo: «Siete sole?».

«Sole. Maria non è ancora venuta».

59«Non viene dalle contrade del mezzogiorno Maria e non può perciò essere con voi. Io dicevo se non c’è Anastasica».

«No. É rimasta a Betsur».

«Perché? Essa pure è discepola. Non lo sai che da qui si andrà per la Pasqua a Gerusalemme? Doveva esserci. Se non sono perfette le discepole e i fedeli, chi lo sarà? Chi farà corteo al Maestro, a sfatare la leggenda che tutti lo hanno abbandonato?».

«Oh! per questo! Non sarà una povera donna colei che colmerà i vuoti! Le rose stanno bene fra le spine e negli orti chiusi. Le faccio da madre e ho imposto così».

«Allora per Pasqua non ci sarà?».

«Non ci sarà».

60«E due!», esclama Pietro.

«Che dici? Chi: due?», chiede Giuda sempre sospettoso.

«Niente, niente! Un calcolo mio. Si può contare tante cose, no? Anche le… mosche, ad esempio, che si posano sul mio agnello scuoiato».

Fra sorelle nel dolore.

61Rientra Maria di Giacobbe seguita da Samuele e Giovanni che portano i pani sfornati. Elisa saluta la donna e così Niche. Ed Elisa ha una dolce parola per mettere subito la donna a suo agio: «Sei fra sorelle nel dolore, Maria. Io sono sola, avendo perduto sposo e figli, e costei è vedova. Perciò ci ameremo, perché solo chi ha pianto sa capire».

Novità su Maria SS. E Lazzaro.

62Ma intanto Pietro dice a Giovanni: «Come qui? Il Maestro?».

«Sul carro. Con sua Madre».

«E non lo dicevi?».

«Non me ne hai dato il tempo. Ci sono tutte. Ma vedrete come è sciupata Maria di Nazareth! Sembra invecchiata di lustri. Dice Lazzaro che ebbe molto affanno quando egli le disse che Gesù era qui rifugiato».

63«Perché glielo ha detto quello stolto? Prima di morire era intelligente. Ma forse nel sepolcro si è spappolato il suo cervello e non si è ricostruito. Non si sta morti impunemente!…», dice ironico e sprezzante Giuda di Keriot.

64«Nulla di questo. Attendi, per parlare, di sapere. Lazzaro di Betania lo disse a Maria quando già erano per via, stupendosi Ella della strada che Lazzaro prendeva», dice severo Samuele. «Sì. Nel suo primo passaggio da Nazareth disse soltanto: “Ti condurrò da tuo Figlio fra un mese”. E neppur le disse: “Andiamo a Efraim” quando erano per partire, ma…», dice Giovanni.

«Tutti lo sanno che Gesù è qui. Solo Lei non sapeva?», chiede sempre villanamente Giuda interrompendo il compagno.

65«Maria lo sapeva, lo aveva sentito dire. Ma, posto che un fiume di menzogne diverse corre fangoso per la Palestina, Ella non accoglieva, per vera, notizia alcuna. Si consumava in silenzio, pregando. Ma una volta che furono in viaggio, avendo Lazzaro preso la via lungo il fiume, allo scopo di disorientare i nazareni e tutti quelli di Cana, Sefori, Betlemme di Galilea…».

66«Ah! c’è anche Noemi con Mirta e Aurea?», chiede Tommaso.

«No. Ne hanno avuto il divieto da parte di Gesù. Lo ha portato Isacco quando è tornato in Galilea, quest’ordine».

«Allora… anche queste donne non saranno con noi come lo scorso anno».

«Non saranno con noi».

67«E tre!».

68«Neppure le nostre donne e figlie. Il Maestro lo ha detto alle stesse prima di lasciare la Galilea. Anzi lo ha ripetuto. Perché mia figlia Marianna mi disse che Gesù lo aveva detto sin dalla passata Pasqua».

«Ma… benissimo! C’è almeno Giovanna? Salome? Maria d’Alfeo?».

«Sì. E Susanna».

«E certo Marziam… Ma cosa è questo rumore?».

L’arrivo della Madre.

Una folla osannante.

69«I carri! I carri! E tutti i nazareni che non si sono dati vinti e hanno seguito Lazzaro… e quei di Cana…», risponde Giovanni correndo via con gli altri. Aperta la porta, uno spettacolo tumultuoso si presenta alla vista. Oltre a Maria, seduta presso al Figlio e alle discepole, oltre a Lazzaro, oltre a Giovanna, sul suo carro insieme a Maria e Mattia, Ester e altre serventi e il fido Gionata, vi è una folla di gente: visi noti, visi ignoti. Di Nazareth, di Cana, Tiberiade, di Naim, di Endor. E samaritani di tutti i paesi toccati nel viaggio e di altri vicini. E si precipitano avanti ai carri, ostruendo il passaggio a chi vuole uscire e a chi vuole entrare.

70«Ma che vogliono costoro? Perché sono venuti? Come hanno saputo?».

«Eh! quelli di Nazareth erano all’erta, e venuto Lazzaro, la sera, per partire al mattino, nella notte sono corsi alle città vicine, e così quei di Cana, perché Lazzaro era passato a prendere Susanna e ad incontrarsi con Giovanna. E lo hanno seguito e preceduto. Per vedere Gesù e per vedere Lazzaro. E quelli della Samaria pure hanno saputo e si sono uniti. Ed eccoli tutti!…», spiega Giovanni.

71«Di’! Tu che avevi paura che il Maestro non avesse corteo, ti pare sufficiente questo?», dice Filippo all’Iscariota.

«Sono venuti per Lazzaro…».

«Visto che l’ebbero, avrebbero potuto andare. Ma invece sono rimasti sin qui. Segno che c’è anche chi viene per il Maestro».

72«Bene. Non facciamo parole inutili. Cerchiamo piuttosto di far largo per farli entrare. Forza, ragazzi! Per rimettersi in esercizio! É tanto che non si lavora di gomiti per far largo al Maestro!», e Pietro si dà per il primo ad aprire il solco fra la folla osannante, curiosa, devota, pettegola, a seconda dei casi. E fattolo, aiutato dagli altri e da molti discepoli che sparsi fra la folla cercano di riunirsi agli apostoli, mantiene vuoto uno spazio perché le donne possano rifugiarsi in casa, e così Gesù e Lazzaro, e poi chiude la porta ritirandosi per ultimo e spranga con catenacci e sbarre, e manda altri a chiudere dalla parte dell’orto.

Finalmente con la Mamma.

73«Oh! finalmente! La pace sia con te, Maria benedetta! Finalmente ti rivedo! Ora tutto è bello perché tu sei con noi!», saluta Pietro curvandosi fino a terra davanti a Maria. Una Maria dal volto mesto, pallido e stanco, un volto già di Addolorata.

«Sì, ora tutto è meno doloroso perché sono qui vicino a Lui».

«Te lo avevo assicurato che non dicevo che il vero!», dice Lazzaro.

«Hai ragione… Ma il sole si è oscurato per me e cessata è ogni pace quando ho saputo che mio Figlio era qui… Ho capito… Oh!». Altre lacrime scendono sulle gote pallide.

«Non piangere, Mamma mia! Non piangere! Ero qui fra questa buona gente, presso un’altra Maria che è una madre…».

Gesù la guida verso una stanza che si apre sull’orto quieto. Tutti li seguono.

Paziente umiltà di Lazzaro.

74Lazzaro si scusa: «Ho ben dovuto dire, perché Ella conosceva la strada e non capiva perché pigliassi quella. Lo credeva con me, a Betania… E a Sichem anche un uomo gridò: “Anche noi ad Efraim, dal Maestro”. Non mi fu più possibile alcuna scusa… Speravo anche distanziare quella gente, partendo a notte, per vie strane. Ma sì! Erano di guardia in ogni luogo, e mentre un nucleo mi seguiva l’altro andava all’intorno ad avvisare».

75Maria di Giacobbe porta latte, miele, burro e pane fresco, e li offre a Maria per prima, e sogguarda Lazzaro da sotto in su, metà curiosa, metà spaurita, e la sua mano ha una scossa quando, nel dare il latte a Lazzaro, gli sfiora la mano, e la sua bocca non trattiene un «oh!» quando lo vede mangiare la sua focaccia come tutti.

76Lazzaro ride per il primo dicendo, affabile, signorile e sicuro come tutti gli uomini di grande nascita: «Sì, donna. Mangio proprio come te, e mi piace il tuo pane e il tuo latte. E certo mi piacerà il tuo letto, perché sento la stanchezza come sento la fame». Si volge a tutti dicendo: «Molti sono che mi toccano con una scusa per sentire se sono carne e ossa, se ho calore e respiro. É una lieve noia. E finita la mia missione mi rinchiuderò in Betania. Vicino a Te, Maestro, creerei distrazioni troppe. Ho brillato, ho testimoniato della tua potenza fino in Siria. Ora mi eclisso. Tu solo devi splendere nel cielo del miracolo, nel cielo di Dio e al cospetto degli uomini».

Gratitudine di Maria.

77Maria, intanto, dice alla vecchietta: «Tu sei stata buona con mio Figlio. Egli mi ha detto quanto. Lascia che io ti baci per dirti che ti son grata. Non ho nulla per compensarti, fuorché il mio amore. Sono povera io pure… e anche io posso dire di non avere più figlio, perché Egli è di Dio e della sua missione… E così sia sempre, perché santo e giusto è tutto ciò che Dio vuole».

Maria è dolce, ma come è spezzata già… Tutti gli apostoli la guardano con pietà, tanto da dimenticarsi di chi tumultua fuori e di chiedere notizie dei parenti lontani.

78Ma Gesù dice: «Salgo sul terrazzo per congedare e benedire la gente»; e allora Pietro si riscuote e dice: «Ma dove è Marziam? Ho visto tutti i discepoli e non lui».

«Non c’è Marziam», risponde Salome, la madre di Giacomo e Giovanni.

79«Non c’è Marziam? Perché? É malato?».

«No. Sta bene. E bene sta tua moglie. Ma non c’è Marziam. Porfirea non lo ha lasciato venire».

«Stolta femmina! Fra un mese è Pasqua ed egli deve ben venire per la Pasqua! Poteva farlo venire con voi da ora, dare una gioia al figlio e una a me. Ma è più tarda di una pecora a capire le cose e…».

Preconcetti e paura di Pietro.

Ordine del Signore.

80«Giovanni e Simone di Giona, e tu Lazzaro con Simone Zelote, venite con Me. Voi tutti state qui dove siete, sinché ho congedato la gente, separando da essa i discepoli», ordina Gesù ed esce coi quattro chiudendo la porta.

Traversa il corridoio, la cucina, esce nell’orto seguito da Pietro che brontola e dagli altri. Ma prima di mettere piede sulla terrazza si ferma sulla scaletta, si volge posando una mano sulla spalla di Pietro che alza il volto scontento.

81«Ascoltami bene, Simon Pietro, e cessa di accusare e rimproverare Porfirea. Ella è innocente. Ella ubbidisce a un ordine mio. Sono Io che le ho comandato, avanti ai Tabernacoli, di non far venire Marziam in Giudea…»

«Ma la Pasqua, Signore!».

82«Sono il Signore. Tu lo dici. E come Signore posso ordinare qualunque cosa, perché ogni mio ordine è giusto. Perciò non ti turbare con gli scrupoli. Ti ricordi ciò che è detto nei Numeri? “Se alcuno della vostra nazione è immondo per un morto o è in viaggio lontano, faccia la Pasqua del Signore nel quattordicesimo giorno del secondo mese, verso sera”».

«Ma Marziam non è immondo, almeno spero che Porfirea non voglia proprio morire ora; e non è in viaggio…», obbietta Pietro.

83«Non importa. Io voglio così. Ci sono cose che rendono più immondi di un morto. Marziam… Non voglio che si contamini. Lasciami fare, Pietro. Io so. Sii capace di ubbidire come lo è tua moglie e Marziam stesso. Faremo con lui la seconda Pasqua, al quattordicesimo del secondo mese. E saremo così felici, allora. Te lo prometto».

Pietro fa una mossa come per dire: «Rassegniamoci», ma non obbietta nulla.

84Lo Zelote osserva: «Molto è che tu non continui il tuo conto di quanti non saranno a Pasqua in città!».

«Non ho più voglia di contare. Tutto ciò mi dà un che addosso… Un gelo… Gli altri possono sapere?».

«No. Vi ho presi apposta in disparte»

Pietro vuole la protezione di Pilato.

85«Allora… ho anche io da dire qualcosa in disparte a Lazzaro».

«Dilla. Se posso ti risponderò», dice Lazzaro.

«Oh! anche se non rispondi a me, non importa. Mi basta che tu vada da Pilato -l’idea è del tuo amico Simone- e che tu, così, fra una parola e l’altra, gli cavi fuori ciò che egli pensa di fare per Gesù, in bene o in male… Sai… con arte… Perché se ne dicono tante!…»

«Lo farò. Subito che arrivo a Gerusalemme. Passerò da Betel e Rama invece che da Gerico per andare a Betania, e sosterò nel palazzo di Sion, e andrò da Pilato. Sta’ tranquillo, Pietro. Ché sarò esperto e sincero».

Il piccolo Cesare detto Pilato.

86«E perderai del tempo per niente, amico. Perché Pilato -tu lo sai come uomo, Io lo so come Dio- non è che una canna che piega dalla parte opposta all’uragano, tentando di sfuggire ad esso. Non è mai insincero. Perché sempre è convinto di voler fare, e fa, ciò che dice in quel momento. Ma il momento dopo, per un urlo di bufera che viene da un’altra parte, dimentica -oh! non è che manchi alle sue promesse e volontà- dimentica, questo solo, tutto ciò che voleva prima. Lo dimentica perché l’urlo di una volontà più forte della sua lo smemora, gli soffia via tutti i pensieri che un altro urlo vi aveva messi, e vi mette dentro i nuovi.

87E poi, su tutte le bufere che con mille voci, da quella della moglie che lo minaccia di separarsi se non fa ciò che ella vuole -e separato che sia da lei, addio ogni sua forza, ogni sua protezione presso il “divo” Cesare, come essi dicono, pur essendo convinti che questo Cesare è più abbietto di loro… Ma essi sanno vedere l’Idea nell’uomo, anzi l’Idea annulla l’uomo che la rappresenta, e l’Idea non si può dire che sia immonda: ogni cittadino ama, è giusto che ami la Patria, che voglia il suo trionfo… Cesare è la Patria… ed ecco… che anche un miserabile è… un grande per quello che rappresenta… Ma non volevo parlare di Cesare, ma di Pilato!-

88Dicevo, dunque, che su tutte le voci, da quella della moglie a quella delle folle, c’è la voce, ah! che voce!, del suo io. Dell’io piccolo del piccolo uomo, dell’io avido dell’avido uomo, dell’io orgoglioso dell’orgoglioso uomo; questa piccolezza, quest’avidità, quest’orgoglio vogliono regnare per essere grandi, vogliono regnare per essere pieni di denaro, vogliono regnare per poter dominare su un mucchio di sudditi curvi in ossequio. L’odio cova sotto, ma non lo vede il piccolo Cesare detto Pilato, il nostro piccolo Cesare…

89Egli vede solo le schiene curve che fingono un ossequio e un tremore davanti a lui, o li sentono realmente l’uno e l’altro. E per questa voce procellosa dell’io egli è disposto a tutto. Dico: a tutto. Pur di continuare ad essere Ponzio Pilato, il Proconsole, il servo di Cesare, il dominatore di una delle tante regioni dell’Impero.

90E per tutto questo, se anche ora è mio difensore, domani sarà mio giudice, e inesorabile. Sempre incerto è il pensiero dell’uomo. Incertissimo, poi, quando quell’uomo si chiama Ponzio Pilato. Ma tu, Lazzaro, accontenta pure Pietro… Se ciò lo deve consolare…».

«Consolare no, ma… tenermi più calmo, sì…».

«E allora accontenta il nostro buon Pietro e va’ da Pilato».

91«Andrò, Maestro. Ma Tu hai dipinto il Proconsole come nessun storico o filosofo avrebbe potuto fare. É perfetto!».

«Potrei ugualmente dipingere ogni uomo nella sua vera effigie: il suo carattere. Ma andiamo da questi che tumultuano».

Raccomandazioni ai fedeli galilei e samaritani.

Non tumultuate!

92Sale gli ultimi scalini e si presenta. Alza le braccia e dice forte: «Uomini di Galilea e di Samaria, discepoli e seguaci. Il vostro amore, il desiderio di onorarmi e di onorare la Madre mia e l’amico mio facendo scorta al loro carro, mi dice quale è il vostro pensiero. Io non posso che benedirvi per questo vostro pensiero. Però ora tornate alle vostre case, ai vostri affari. Voi di Galilea andate e dite ai rimasti che Gesù di Nazareth li benedice. Uomini di Galilea, ci vedremo per la Pasqua in Gerusalemme, dove entrerò il dì dopo il sabato avanti la Pasqua. Uomini di Samaria, andate voi pure e sappiate non limitare il vostro amore per Me a seguirmi e cercarmi sulle vie della Terra, ma in quelle dello spirito. Andate e la Luce brilli in voi. Discepoli del Maestro, separatevi dai fedeli restando in Efraim a ricevere le mie istruzioni. Andate. Ubbidite».

93«Ha ragione! Noi lo disturbiamo. Egli vuole stare con la Madre!», gridano i discepoli e i nazareni.

 «Ce ne andremo. Ma prima vogliamo la sua promessa di venire a Sichem prima di Pasqua. A Sichem! A Sichem!».

«Verrò. Andate. Verrò prima di salire per la Pasqua a Gerusalemme».

«Non andare! Non andare! Resta con noi! Con noi! Ti difenderemo! Ti faremo Re e Pontefice! Essi ti odiano! Noi ti amiamo! Abbasso i giudei! Viva Gesù!».

94«Silenzio! Non tumultuate! La Madre mia soffre di queste grida che mi possono nuocere più di una voce di maledizione. Non è ancora la mia ora. Andate. Passerò da Sichem. Ma levate dal vostro cuore il pensiero che Io possa, per una bassa viltà umana e per una sacrilega ribellione alla volontà del Padre mio, non compiere il mio dovere di israelita adorando il vero Dio nell’unico Tempio in cui può essere adorato, e di Messia assumendo corona altrove che a Gerusalemme, dove sarò unto Re universale secondo la parola e la verità vista dai grandi profeti».

«Abbasso! Non c’è altro profeta dopo Mosè! Sei un illuso».

Seguite la via dritta.

95«E voi pure. Siete forse liberi? No. Come si chiama Sichem? Quale il suo nuovo nome? E come per essa, per molte altre città di Samaria, Giudea, Galilea. Perché il mangano romano ci livella tutti ad un modo. Si chiama forse Sichem? No. Neapoli si chiama. Così come Betscan si chiama Scitopoli e molte altre città che, o per volere dei romani, o per quello degli adulatori vassalli, hanno preso il nome imposto dal dominio o dall’adulazione. E voi, singoli, vorreste essere da più di una città, da più dei nostri dominatori, da più di Dio? No. Nulla può mutare ciò che è destinato per salvezza di tutti. Io segno la via diritta. Seguitemi, se volete entrare con Me nel Regno eterno».

Giudicate da voi stessi i falsi discepoli.

96Fa per ritirarsi. Ma la gente samaritana tumultua tanto che i galilei reagiscono, e contemporaneamente accorrono fuor dalla casa, nell’orto, e poi su per la scala e sul terrazzo, quelli che erano in casa. Appare per primo il volto pallido e triste, angosciato di Maria da dietro le spalle di Gesù, e la Madre lo abbraccia e lo stringe come se volesse difenderlo dalle contumelie che salgono dal basso: «Tu ci hai traditi! Ti sei rifugiato da noi facendoci credere che ci amavi, mentre poi ci disprezzi! Disprezzati saremo più ancora per tua colpa!», e così via.

Si appressano a Gesù anche le discepole, gli apostoli, ultima, spaurita, Maria di Giacobbe. Gli urli dal basso spiegano le origini del tumulto, origini lontane ma sicure: «Perché ci hai mandato, allora, i tuoi discepoli a dirci che sei perseguitato?».

97«Non ho mandato nessuno. Ecco là quelli di Sichem. Si facciano avanti. Che ho detto a loro un dì sulla montagna?».

«E’ vero. Egli ci ha detto che non può essere che adoratore nel Tempio sinché il tempo nuovo non sarà per tutti. Maestro, non noi colpevoli, credilo. Ma questi, illusi da tuoi falsi messi».

98«Lo so. Ma ora andate. Io a Sichem verrò ugualmente. Non ho paura di alcuno. Ma ora andate per non nuocere a voi stessi e a quelli del vostro sangue. Vedete là che, scendendo per la via, luccicano al sole le corazze dei legionari? Certo vi hanno seguiti a distanza, vedendo tanto corteo, rimanendo nel bosco in attesa. Le vostre urla ora li attirano qui. Andate, per vostro bene».

Infatti, lontano sulla via maestra che si vede salire verso i monti, quella sulla quale Gesù trovò l’affamato, si vede un brillare di luci semoventi, avanzanti. La gente si disperde lentamente. Restano quelli di Efraim, i galilei, i discepoli.

Ironia dell’Iscariota

99«Andate voi pure alle vostre case, o efraimiti. E partite voi di Galilea. Ubbidite a chi vi ama!».

Anche questi vanno! Restano solo i discepoli che Gesù ordina di far entrare nella casa e nell’orto. Pietro con altri scende ad aprire.

Giuda di Keriot non scende. Ride! Ride dicendo: «Ora vedrai i “buoni samaritani” come ti odieranno! Per costruire il Regno Tu disperdi le pietre. E pietre disperse da una costruzione divengono armi per colpire. Tu li hai sprezzati! Ed essi non dimenticheranno».

«Mi odino. Non per paura del loro odio eviterò di fare il mio dovere.

Mandato ai discepoli.

100Vieni, Madre. Andiamo a dire ai discepoli ciò che devono fare prima di congedarli», e fra Maria e Lazzaro scende la scala entrando nella casa dove si pigiano i discepoli convenuti ad Efraim, ai quali impartisce ordine di spargersi per ogni dove ad avvisare tutti i compagni di essere a Gerico per la neomenia di nisam e di attenderlo sino al suo arrivo, e ai cittadini dei luoghi per dove passeranno che Egli lascia Efraim e di ricercarlo a Gerusalemme per la Pasqua.

101Poi li divide per gruppi di tre affidando a Isacco, Erma e Stefano il nuovo discepolo Samuele, che Stefano saluta così: «La gioia di vederti nella luce tempera il mio affanno di vedere che ogni cosa diviene pietra al Maestro», ed Erma invece saluta così: «Hai lasciato un uomo per un Dio. E Dio ora è veramente con te». Isacco, umile e schivo, dice solo: «La pace sia con te, fratello».

Raccomandazioni a Lazzaro.

L’amico del Messia.

102Offerto pane e latte, che gli efraimiti con buon pensiero pensano di offrire, anche i discepoli partono ed è infine pace… Ma mentre si prepara l’agnello, Gesù ha ancora da fare. Va vicino a Lazzaro e gli dice: «Vieni con Me lungo il torrente».

Lazzaro ubbidisce con la sua usuale prontezza.

103Si dilungano dalla casa un duecento metri. Lazzaro tace attendendo che Gesù parli. E Gesù parla: «Ti volevo dire questo. Mia Madre è molto abbattuta. Tu lo vedi. Manda qui le tue sorelle. Io realmente mi spingerò verso Sichem con tutti gli apostoli e le discepole. Ma le manderò poi avanti, a Betania, mentre Io mi fermerò a Gerico qualche tempo. Posso ancora osare di tenere meco delle donne qui in Samaria.  Ma non altrove…».

104«Maestro! Temi proprio… Oh! se così è, perché mi hai risuscitato?».

«Per avere un amico».

«Oh!!! Se è per questo, allora, eccomi. Ogni dolore, se ti posso confortare della mia amicizia, mi è nulla».

L’amico perfetto

105«Lo so. Per questo ti uso e ti userò come il più perfetto amico».

«Devo realmente andare da Pilato?».

«Se lo credi. Ma per Pietro. Non per Me».

«Maestro, io ti farò sapere… Quando lasci questo luogo?».

106«Fra otto giorni. Vi è appena tempo per andare dove voglio ed essere poi da te prima della Pasqua. Ritemprarmi in Betania, l’oasi di pace, prima di tuffarmi nel tumulto di Gerusalemme».

107«Lo sai, Maestro, che il Sinedrio è ben deciso a creare le accuse, posto che non ci sono, per costringerti a fuggire per sempre? Questo lo so dal sinedrista Giovanni, che ho incontrato per caso a Tolemaide, felice del nuovo figlio che gli sta per nascere. Mi ha detto: “Ne ho dolore che così deciso sia il Sinedrio. Perché avrei voluto il Maestro presente alla circoncisione del figlio mio, che spero maschio. Deve nascere ai primi di tamuz[97]. Ma sarà ancora fra noi il Maestro per quel tempo? E io vorrei… Perché il piccolo Emanuele, e quel nome ti dica come penso, lo avesse a benedirlo al suo primo atto nel mondo. Perché mio figlio, lui beato, non avrà da lottare per credere, così come noi dovemmo. Crescerà nel tempo messianico e gli sarà facile accettare l’idea”. Giovanni c’è arrivato a credere che Tu sei il Promesso».

108«E quest’uno su molti mi ripaga di ciò che gli altri non fanno. Lazzaro, salutiamoci qui, in pace. E grazie di tutto, amico mio. Tu lo sei un vero amico. Con dieci tuoi pari sarebbe ancor stato dolce vivere fra tanto odio…».

Sintica la discepola attiva e saggia.

109«Ora hai tua Madre, mio Signore. Ella vale dieci e cento Lazzari. Ma ricorda sempre che qualunque sia cosa che ti può abbisognare, sol che io possa, te la procurerò. Ordinami e io sarò tuo servo, in ogni cosa. Non sarò sapiente, né santo, come altri che ti amano, ma un altro più fedele di me, se escludi Giovanni, non lo potrai trovare. Non credo di essere superbo dicendo questo. E ora che abbiamo parlato di Te, ti dirò di Sintica. L’ho vista. É attiva e saggia come solo una greca, che ha potuto divenire tua seguace, può essere. Essa soffre di essere lontana. Ma dice che gode di preparare la tua via. Spera vederti prima di morire».

«Mi vedrà certamente. Non deludo le speranze dei giusti».

110«Ha una piccola scuola, molto frequentata da fanciulle di ogni luogo. Ma la sera ha con sé qualche povera fanciullina di razza mista, e di nessuna religione perciò. E le istruisce su Te. Le ho detto: “Perché non ti fai proselite? Ti aiuterebbe molto”. Mi ha risposto: “Perché non voglio dedicare me stessa a quelli di Israele, ma agli altari vuoti che attendono un Dio. Li preparo a riceverlo il mio Signore. Poi, a suo Regno stabilito, andrò nella mia Patria, e sotto il cielo dell’Ellade consumerò la vita a preparare i cuori ai maestri. Questo io sogno. Ma se morirò prima, per malattia o persecuzione, me ne andrò ugualmente felice, perché segno sarà che ho compiuto il mio lavoro e che Egli chiama a Sé la sua serva che lo ha amato dal primo incontro”».

111«E’ vero. Sintica mi ha realmente amato dal primo incontro».

«Io le volevo tacere come sei angustiato. Ma Antiochia risuona come una conchiglia di tutte le voci del vasto impero di Roma, e perciò anche di quanto qui avviene. E Sintica non ignora le tue pene. E ancor più le duole di essere lontana. Voleva darmi del denaro, che non volli, dicendole di usarlo per le sue bambine.

112Ma ho preso un copricapo da lei tessuto con bisso di due grandezze. Lo ha tua Madre. Sintica ha voluto, col filo, scrivere la tua e la sua storia e quella di Giovanni di Endor. E sai come? Tessendo tutt’intorno al quadrato una bordura in cui è raffigurato un agnello che difende da un branco di iene due colombe, delle quali una ha le ali spezzate e l’altra ha spezzata la catena che la teneva legata. E la storia procede, alternandosi, sino al volo verso l’alto della colomba dalle ali spezzate e la volontaria prigionia dell’altra ai piedi dell’agnello. Sembra una di quelle storie che col marmo fanno gli scultori greci sui festoni dei templi e sulle stele dei loro morti, o anche i pittori dipingono sui vasi. Voleva mandartelo dai miei servi. L’ho preso io».

113«Lo porterò perché viene da una buona discepola. Andiamo verso la casa. Quando conti di partire?»

«Domani all’aurora. Per far riposare i cavalli. Poi non sosterò sino a Gerusalemme e andrò da Pilato. Se potrò parlargli ti manderò le sue risposte da Maria».

Rientrano in casa lentamente, parlando di cose minori.

22. Inizio del viaggio per la Samaria partendo da Efraim alla volta di Silo[98].

Arrivederci in paradiso.

In assetto di viaggio.

1«Lascia che ti seguiamo, Maestro. Non ti daremo noia», supplicano molti di Efraim riuniti davanti alla casa di Maria di Giacobbe, che piange tutte le sue lacrime appoggiata allo stipite della porta spalancata.

2Gesù è in mezzo ai suoi dodici apostoli; più là, in gruppo intorno a sua Madre, sono Giovanna, Niche, Susanna, Elisa, Marta e Maria, Salome e Maria d’Alfeo. Tanto gli uomini che le donne sono in assetto di viaggio, con vesti cinte e un poco rimboccate alla vita, per lasciare più libero il piede, e con dei sandali nuovi molto legati, non solo alla caviglia ma anche al basso della gamba, con striscioline di cuoio intrecciate, come fanno quando devono fare strade piuttosto impervie. Gli uomini si sono caricati anche delle sacche delle discepole.

I minuscoli amici del Messia

3La gente supplica per ottenere da Gesù il consenso di seguirlo, mentre i piccoli stridono, coi visetti volti in su e le braccia alzate: «Un bacio! Prendimi in braccio! Torna, Gesù! Torna presto a dirci tante belle parabole! Ti conserverò le rose del mio giardino! Io non mangerò frutta per serbarle a Te! Torna, Gesù! La mia pecorina figlia e voglio regalarti l’agnellino, ti farai con la sua lana una veste come la mia… Se vieni presto, ti darò le focacce che la mamma mi fa col primo grano…». Pigolano come tanti uccellini intorno al loro grande Amico e gli tirano la veste, si appendono alla cintura per veder di arrampicarsi fra le sue braccia, amorosamente dispotici, tanto che Gesù è impedito di rispondere agli adulti perché c’è sempre una nuova faccina da baciare.

4«Ma via! Basta! Lasciate stare il Maestro! Donne! E riprendete i vostri bambini!», gridano gli apostoli ai quali preme iniziare il cammino in quelle prime ore del giorno. E allungano anche qualche bonario scappellotto ai bimbi più invadenti.

5«No. Lasciateli stare. Mi è più fresca dolcezza questa, di questa dell’aurora. Lasciateli fare e lasciatemi fare. Lasciate che Io mi conforti in questo amore puro da calcoli e da turbamenti», dice Gesù difendendo i suoi minuscoli amici sui quali, aprendo come fa le braccia, cade l’ampio manto di Gesù, e li accoglie sotto le sue azzurre ali protettrici. I piccoli si stringono sotto quel tepore e in quella penombra azzurra, tacendo felici come pulcini sotto le ali materne.

Desiderosi della Parola.

6Gesù può finalmente parlare agli adulti: «Venite pure, se credete di poterlo fare».

«E chi ce lo vieta, Maestro? Siamo nella nostra regione!».

7«I grani, le viti ed i frutteti esigono tutto il vostro lavoro, e le pecore sono in tempo di tosa e d’accoppiatura, e quelle già accoppiate nell’altra epoca stanno per figliare, ed è tempo di fieni…».

8«Non importa, Maestro. Alle tose e alle monte delle pecore bastano i vecchi ed i fanciulli, e le donne al loro figliare, e così pure ai fieni. I frutteti e i campi possono attendere. Ché se il grano indurisce già dentro la spiga, ancor tempo c’è alla falce, e ormai vigneti, ulivi e frutteti non han che da gonfiare al sole i frutti delle loro molte nozze. Noi non possiamo nulla per essi sino al tempo del cogliere, così come fa la madre di famiglia che non può fare nulla al pane sinché il lievito non ha gonfiato nella farina. Il sole è il lievito dei frutti. É lui che fa ora, come prima ha fatto il vento nello sposare i fiori lungo i rami. E poi!… Si perdesse anche qualche grappolo e qualche frutto, o i vilucchi e i logli soffocassero qualche spiga, sarebbe sempre poco danno in confronto di perdere una tua parola!», dice un vecchio che ho sempre visto molto onorato in paese.

Arrivederci in paradiso.

9«Hai detto bene. Andiamo, allora. Maria di Giacobbe, Io ti ringrazio e benedico perché mi fosti madre buona. Non piangere! Non deve piangere chi ha fatto opera buona».

«Ah! io ti perdo e non ti vedrò più!».

«Noi certamente ci vedremo ancora».

10«Torni qui, Signore?», chiede con un sorriso fra le lacrime la donna.

«Quando?».

«Qui non tornerò, così come ora…».

11«E allora dove ci vedremo mai se io, povera e vecchia, non posso venire per le vie del mondo a cercarti?»

«In Cielo, Maria. Nella Casa del Padre nostro. Là dove è posto per i giudei come per i samaritani, dove è un posto per quelli che mi ameranno in spirito e verità. Tu lo fai già, perché mi credi il Figlio di Dio vero…».

12«Oh! se lo credo! Ma per noi non c’è speranza, perché Tu solo ci ami senza differenze».

«Quando Io me ne sarò andato, questi (accenna agli apostoli) verranno in mia vece. E in ricordo di Me non chiederanno chi è colui che chiede di entrare nel gregge del vero e unico Pastore».

L’amaro mare in cui si disseta Maria.

La dolorosa Maria di Nazareth.

13«Io sono vecchia, Signore. Non vivrò tanto da vedere questo. Tu sei giovane e forte, e per lungo tempo ti avrà tua Madre, e ti avranno quelli che ti amano e sono del tuo popolo… Perché piangi, o Madre del Benedetto?», chiede stupita di veder cadere delle lacrime dagli occhi della Vergine Madre.

14«Nulla ho fuorché il mio dolore… Addio, Maria. Dio ti benedica per quanto facesti al Figlio mio. E ricorda che, se il tuo dolore è grande, un dolore più grande del mio non c’è e non ci sarà sulla Terra. Mai! Ricordati della dolorosa Maria di Nazareth… Addio!». E Maria si stacca piangendo, dopo aver baciato la vecchierella sull’uscio della casa, mettendosi in cammino fra le donne e con Giovanni a lato.

Gli addii sono sempre tristi.

15Giovanni che le dice, col suo solito atto di stare un po’ curvo e col volto alzato a guardare Colei alla quale parla: «Non piangere così, Maria. Se molti lo odiano, molti lo amano il tuo Gesù. Solleva il tuo spirito, o Madre, nel guardare questi che ora e nei secoli ameranno la tua Creatura con tutto loro stessi», e termina piano, quasi sussurrandolo a Maria sola, che guida e sorregge tenendola presso il gomito perché non incespichi nei sassi della viottola, accecata come è dalle lacrime: «Non tutte le madri potranno veder amata la loro creatura… Ve ne saranno alcune che grideranno angosciate: “Perché io l’ho concepita?”».

 16Gesù li raggiunge, essendo Maria e Giovanni rimasti soli, un poco indietro dalle discepole. É con Gesù Giacomo d’Alfeo. Gli altri sono dietro in gruppo. Pensierosi e tristi così come lo sono le discepole, che sono avanti a tutti. Ultimi, in un mucchio, molti uomini di Efraim parlottanti fra loro.

17«Gli addii sono sempre tristi, Mamma. Soprattutto quando non si sa che una fine è principio a cosa più perfetta. É la triste conseguenza del peccato. E resterà anche oltre il perdono. Ma con più ardimento gli uomini la sopporteranno avendo amico Iddio».

Dio è buono.

18«Hai ragione, Gesù. Ma vi è un dolore che Dio lascia gustare pur essendo il più paterno Amico che possa essere. Per me è tale. Oh! Dio è buono! Buono tanto. Non vorrei che Giacomo e Giovanni né alcun altro traesse scandalo dal mio pianto. Dio è buono. Fu sempre buono con la povera Maria. Me lo sono detto ogni giorno da quando so pensare. Ed ora… ora lo dico ogni ora, ogni attimo d’ora. Sempre più me lo dico, più il dolore incombe… Dio è buono. Ti ha dato a me, Figlio amoroso e santo, e tale anche sol come creatura, da compensare ogni dolore di donna… Ti ha dato a me, povera fanciulla elevata a Madre del suo Verbo incarnato… E questa gioia di poterti dire “Figlio”, o mio adorato Signore, è tanta che non dovrebbe il pianto cader dal mio ciglio per martirio alcuno, se perfetta io fossi come Tu insegni.

L’amaro mare in cui si disseta Maria.

19Ma sono una povera donna, Figlio mio! E Tu sei la mia Creatura… E… quale quella madre che possa non piangere quando sa odiata la sua creatura, e sa?… Figlio mio, soccorri la tua serva… Certo era ancora in me superbia quando pensavo di essere forte… Ma allora… era ancor lontano il tempo… Ora è qui… Lo sento… Soccorrimi, Gesù, mio Dio! Certo, se Dio mi lascia soffrire così, è per fine di bontà per me. Perché, se volesse, potrebbe non farmi soffrire di ciò che accade… Egli ti ha pur formato nel seno mio così!… Come… Non vi è paragone a dir come Tu ti sei fatto… Ma vuole che io soffra… e ne sia benedetto… sempre. Ma Tu aiutami, Gesù. Aiutatemi tutti… tutti… perché è un così amaro mare quello in cui io mi disseto…».

Fiducia del Messia in Dio Padre.

20«Diciamo la preghiera. Noi quattro. Noi che ti amiamo con tutto il cuore, Mamma. Qui, Io tuo Figlio, e Giovanni e Giacomo che ti amano come se tu fossi loro madre… Padre nostro che sei nei Cieli…», e Gesù, reggendo il piccolo coro delle tre voci che lo seguono in sordina, dice tutta l’orazione dominicale, calcando molto su certe frasi quali: «la tua volontà sia fatta»… «non ci indurre in tentazione». Poi dice: «Ecco. Il Padre ci aiuterà a fare la sua volontà, anche se essa è tale che la nostra debolezza di umani pensa non poterla compiere, e non ci indurrà nella tentazione di pensarlo men buono perché, mentre berremo il calice amarissimo, ci darà il suo angelo a tergerci le labbra amareggiate con un conforto celeste». Gesù tiene per mano la sua Mamma, che ha coraggiosamente lottato col pianto sino a respingerlo in fondo al cuore. Ai loro lati, vicino a Maria, Giovanni; vicino a Gesù, Giacomo d’Alfeo; i due apostoli li guardano commossi.

Pietà e benevolenza del Messia.

Le discepole sovvengono la Fraternità.

21Le discepole si sono voltate qualche volta, sentendo il pianto di Maria e la preghiera dei quattro. Ma si sono astenute dal riunirsi a loro. Dietro, gli apostoli si sono chiesti: «Ma perché piange così Maria?». Gli apostoli, ho detto, ma voglio dire tutti meno Giuda di Keriot, che procede un po’ isolato e pensieroso molto, quasi cupo, tanto che Tommaso lo nota e dice agli altri: «Ma che ha Giuda da essere così? Sembra uno che vada alla morte!».

«Mah! Avrà paura a tornare in Giudea», gli risponde Matteo.

«Io… Cosa ti ha detto il Maestro per i denari?», chiede lo Zelote.

«Niente di speciale. Mi ha detto: “Ora torniamo nelle condizioni di prima. Giuda il tesoriere e voi i distributori delle elemosine. Per le spese le discepole vogliono sovvenirci”. Non mi è sembrato vero! Ne ho maneggiato tanto del denaro che l’ho in odio».

22«E sovvengono bene le discepole. Questi sandali così sicuri… Non sembra neppure di camminare in montagna. Chissà cosa costano!», dice Pietro guardando il suo piede, calzato di quei sandali nuovi che proteggono il calcagno e la punta e sorreggono la caviglia nelle sottili strisce di cuoio.

«Ci ha pensato Marta. Si vede la sua mano ricca e previdente. Le altre volte si legavano anche noi così, ma quelle funicelle erano un supplizio. Non si perdeva la suola, ma si perdeva la pelle della gamba…», dice Andrea.

«E ci si pungeva dita e calcagni… Ecco perché quello lì dietro li portava sempre così!», dice Pietro accennando a Giuda di Keriot.

Uno solo è buono: il Messia.

23La strada sale, sale verso la cresta del monte. Guardando indietro si vede Efraim tutta bianca nel sole, e pare già tanto in basso rispetto a loro che vanno…

Poi gli apostoli si fondono con le discepole per aiutarle a superare il sentiero molto ripido in quel punto, e anzi Bartolomeo, rimasto indietro, dice a quelli di Efraim: «Avete insegnato un sentiero penoso, amici».

«Sì. Ma passato quel bosco vi è una strada facile che in poco porta a Silo. Potrete allora riposare là più ore che non arrivandovi a notte da altra via», risponde uno.

«Hai ragione. La via più è faticosa e più rapida porta alla mèta».

24«Il tuo Maestro lo sa. Perciò non si risparmia. Ah! noi non potremo dimenticare!… Soprattutto che Egli ci ha beneficato in questi ultimi giorni, dopo aver sentito alcuni della nostra regione che lo hanno insultato così ingiustamente. Solo Lui è buono e perciò benefica anche quelli che lo odiano».

«Voi non lo avete odiato».

«Noi no. Ma anche tanti altri, noi non odiamo; eppure siamo odiati senza ragione».

«Fate anche voi come Egli fa, senza paura, e vedrete che…».

«E voi perché non lo fate, allora? É la stessa cosa. Noi di qua, voi di là, in mezzo un monte: quello alzato da comuni errori. In alto il comune Dio. Ma perché allora né noi né voi saliamo l’erta per trovarci lassù, ai piedi di Dio, e vicini fra noi?».

25Bartolomeo capisce il rimprovero giusto, perché egli, nella sua innegabile virtù, ha ben forte il baco di essere israelita e inesorabile per tutto ciò che non è Israele, e gira il discorso senza rispondere direttamente. Dice: «Non c’è bisogno di salire. Dio è sceso fra noi. Basta seguirlo».

26«Seguirlo, sì. Vorremmo. Ma se entrassimo in Giudea con Lui non gli faremmo forse del male? Lo sai anche tu di che lo si accusa e di che ci si accusa: di essere samaritani, vale a dire demoni».

Bartolomeo sospira e poi li lascia in asso dicendo: «Mi fanno cenno di andare…», e allunga il passo.

Quelli di Efraim lo guardano andare e uno mormora: «Ah! non è come Lui! Che cosa perdiamo perdendolo!», e ha un gesto di sconforto.

Quesito sul tempo nuovo.

27«Lo sai, Elia, che Egli ieri sera portò una grossa somma al sinagogo perché la passi a Maria di Giacobbe acciò non soffra più la fame?».

28«Io no. E perché non l’ha data a lei?».

«Per non essere ringraziato dalla vecchia. Ella non lo sa ancora. Io lo so, perché il sinagogo me lo ha detto per consigliarsi se sia bene comperarle i luoghi di Giovanni, che il fratello vuole vendere, o se passarle il denaro poco per volta. Io ho consigliato di comperare i luoghi di Giovanni. Per lei daranno grano, olio e vino a sufficienza per vivere senza fame. Mentre il denaro… Quel…».

29«Ma allora è proprio grossa la somma?!», dice un terzo.

«Sì. Il nostro sinagogo ha avuto molto, anche per altri poveri della città e delle campagne. Perché “possano fare anche essi festa nella Pasqua d’Azzimi, per salutare il tempo nuovo”[99], ha detto il Maestro».

30«Avrà detto l’anno nuovo».

«No. Ha detto: “il tempo nuovo”. Tanto che il sinagogo non userà quei denari prima della festa d’Azzimi».

«Oh! e che avrà voluto dire?», chiedono in molti.

31«Che vorrà dire? Non so. Nessuno sa. Neppure Giovanni il suo diletto, né Simone di Giona che è il capo dei discepoli. Ne ho chiesto a loro e il primo si è fatto pallido, il secondo è rimasto assorto come chi cerca di indovinare[100]».

«E Giuda di Keriot? Egli è molto fra loro. Forse più degli altri due. Egli sa tutto, dice. Saprà anche questo. Andiamolo ad interrogare. Gli piace dire ciò che sa».

Uno solo è pietoso: il Messia.

32Si danno a raggiungere Giuda, che è ancora isolato come all’inizio, solo ormai sul sentiero, perché gli altri hanno girato una svolta e sembra siano stati inghiottiti dal verde folto della pendice.

33«Giuda, ascoltaci. Il Maestro dice di volere una gran festa per Pasqua d’Azzimi, per salutare il tempo nuovo. Che vorrà dire?».

«Io non so. Sono forse nel pensiero del Maestro, io? Chiedetelo a Lui che vi ama tanto», e affretta il passo lasciandoli delusi.

«Anche lui non è il Maestro. Non c’è nessuno che abbia la sua pietà…», dicono scrollando il capo.

34«Ebbene, che forse noi seguiamo loro? Lui seguiamo! E bene facciamo a fare così. Andiamo. Chissà che dalle sue labbra non si possa, prima che Egli vada in Giudea, saper cosa volle dire».

E affrettano il passo raggiungendo gli altri, seduti in riposo sotto un bosco di roveri centenari, avendo davanti agli sguardi uno dei più bei panorami della Palestina.

23. Cattive accoglienze a Tersa. Estremo tentativo di redimere Giuda Iscariota[101].

I figli del tuono.

Cattiva accoglienza.

1Tersa è talmente circondata da uliveti rigogliosi che occorre esserle ben vicino per accorgersi che la città è lì. Una cinta di ortaglie di una fertilità splendida fa da ultimo paravento alle case. Negli orti radicchi, insalate, legumi, giovani piante di cucurbitacee, alberi da frutto, pergole, fondono e intrecciano i loro verdi diversi e i loro fiori promettenti frutto, o i frutticoli promettenti delizie. Il piccolo fior della vite e quello degli ulivi più precoci piovono, sotto il passar di un venticello piuttosto vibrato, a spruzzar di una neve bianco-verde il suolo.

2Da dietro un velario di canne e di salci, cresciuti presso una gora priva d’acqua ma dal fondo umido ancora, udendo lo scalpiccio dei sopravvenuti emergono gli otto apostoli mandati avanti prima. Sono visibilmente inquieti e addolorati, e fanno cenno di fermarsi. Intanto corrono avanti. Quando sono vicini tanto da poter essere sentiti senza aver bisogno di urlare, dicono: «Via! Via! Indietro, per la campagna. Non si può entrare nella città. Per poco ci lapidano. Venite via. Là, in quel folto, e parleremo…». Spingono indietro, giù per la gora asciutta, Gesù, i tre apostoli, il ragazzo, le donne, smaniosi di allontanarsi senza esser visti, e dicono: «Che non ci vedano qui. Andiamo! Andiamo».

3Inutilmente Gesù, Giuda e i due figli di Zebedeo cercano di sapere cosa è accaduto. Inutilmente dicono: «Ma Giuda di Simone? Ma Elisa?».

4Gli otto sono inesorabili. Camminando fra l’intrico di steli e di piante acquatiche, segati nei piedi dai falaschi, urtati nel viso dai salci e dalle canne, scivolando sulla moticcia del fondo, aggrappandosi alle erbe, puntellandosi ai margini e infangandosi a dovere, si allontanano così, premuti alle spalle dagli otto, che camminano con il capo quasi all’indietro per vedere se da Tersa esce qualcuno ad inseguirli. Ma sulla via non c’è che il sole, che inizia il tramonto, e un magro cane vagante.

La rivolta dei Samaritani.

5Finalmente sono presso un macchione di rovi che delimitano una proprietà. Dietro al macchione, un campo di lino ondula al vento i suoi alti steli che si incielano dei primi fiori.

«Qui, qui dentro. Stando seduti nessuno ci vedrà, e quando sarà sera andremo…», dice Pietro asciugandosi il sudore…

«Dove?», chiede Giuda d’Alfeo. «Abbiamo le donne».

«In qualche luogo andremo. Del resto i prati sono pieni di fieni segati. Sarà un letto anche questo. Faremo tende alle donne coi nostri mantelli e noi veglieremo».

«Sì. Basta non esser visti e all’alba scendere al Giordano. Avevi ragione, Maestro, a non volere la strada di Samaria. Meglio i ladroni, per noi poveri, ai samaritani!…», dice Bartolomeo affannato ancora.

«Ma che è successo insomma? È Giuda che ha fatto qualche…», dice il Taddeo.

Lo interrompe Tommaso: «Giuda le ha prese di certo. Mi spiace per Elisa…».

«Hai visto Giuda?».

«Io no. Ma è facile esser profeti. Se si è detto tuo apostolo, certo è stato picchiato. 3Maestro, non ti vogliono».

«Sì. Sono tutti rivoltati contro Te».

«Veri samaritani sono».

Parlano tutti insieme.

Versione degli apostoli (Lc 9,53)[102].

6Gesù impone silenzio a tutti e dice: «Uno solo parli. Tu, Simone Zelote, che sei il più calmo».

7«Signore, è presto detto. Noi entrammo in città e nessuno ci disturbò sinché non seppero chi siamo, sinché ci credettero pellegrini di passaggio. Ma quando chiedemmo -lo dovevamo pur fare!- se un uomo giovane, alto, bruno, vestito di rosso e con un talet a righe rosse e bianche, e una donna anziana, magra, coi capelli più bianchi che neri e una veste bigia molto scura, erano entrati in città e avevano cercato del Maestro galileo e dei suoi compagni, allora si inquietarono subito… Forse non dovevamo parlare di Te. Abbiamo certo sbagliato… Ma negli altri luoghi fummo accolti sempre così bene che… Non si capisce cosa è accaduto!… Sembrano vipere, quelli che soltanto tre giorni fa erano verso Te deferenti!…».

Lo interrompe il Taddeo: «Lavoro di giudei…».

8«Non credo. Non lo credo per i rimproveri che ci fecero e per le minacce. Io credo… Anzi sono, siamo sicuri che è causa dell’ira samaritana Gesù che ha respinto la loro offerta di protezione. Urlavano: “Via! Via! Voi e il vostro Maestro! Vuole andare ad adorare sul Moria. E vada, e muoia Lui e tutti i suoi. Non c’è posto fra noi per quelli che non ci tengono per amici, ma soltanto per servi. Non vogliamo altre noie se non c’è compenso di utili. Pietre e non pane per il Galileo. I cani ad assalirlo, non le case ad accoglierlo”. Così, e più di così, dicevano. E poiché noi insistevamo per sapere almeno che era stato di Giuda, hanno preso pietre per colpirci e veramente hanno lanciato i cani. E urlavano fra loro: “Mettiamoci presso a tutte le entrate. Se Egli viene ci vendicheremo”. Noi siamo fuggiti. Una donna -c’è sempre chi è buono anche fra i malvagi- ci spinse nel suo orto e da lì ci condusse per una viottola fra gli orti sino alla gora che era senza l’acqua, avendo irrigato avanti il sabato. E ci nascose lì. E poi ci promise di farci sapere di Giuda. Ma non è più venuta. Attendiamola però qui. Perché ha detto che, se non ci troverà nella gora, qui verrà».

9I commenti sono molti. Chi continua ad accusare i giudei. Chi fa un lieve rimprovero a Gesù, un rimprovero nascosto nelle parole: «Tu hai parlato troppo chiaramente a Sichem e poi ti sei allontanato. In questi tre giorni essi hanno deciso che è inutile illudersi e danneggiarsi per uno che non li accontenta… e ti cacciano…».

10Gesù risponde: «Non mi pento di aver detto la verità e di fare il mio dovere. Ora non comprendono. Fra poco comprenderanno la giustizia mia e mi venereranno più che se non l’avessi avuta, e più grande dell’amore per loro».

Versione della Samaritana.

11«Ecco! Ecco la donna là sulla strada. Osa farsi vedere…», dice Andrea.

«Non ci tradirà, eh?», dice sospettoso Bartolomeo.

«È sola!».

«Potrebbe esser seguita da gente nascosta nella gora…».

Ma la donna, che avanza con un cesto sul capo, prosegue superando i campi di lino, dove sono in attesa Gesù e gli apostoli, e poi prende un sentierino e sparisce dalla vista… riapparendo improvvisa alle spalle degli attendenti, che si voltano quasi impauriti sentendo frusciare gli steli.

12La donna parla agli otto che conosce: «Ecco! Perdonate se ho fatto attendere molto… Non volevo essere seguita. Ho detto che andavo da mia madre… So… E qui ho portato ristoro per voi. Il Maestro… Quale è? Vorrei venerarlo».

«Quello è il Maestro».

13La donna, che ha deposto il suo cesto, si prostra dicendo: «Perdona alla colpa dei miei concittadini. Se non ci fosse stato chi ha aizzato… Ma sul tuo rifiuto hanno lavorato in molti…».

«Non ho rancore, donna. Alzati e parla. Sai del mio apostolo e della donna che era con lui?».

14«Sì. Cacciati come cani, sono fuor dalla città, dall’altro lato, in attesa della notte. Volevano tornare indietro, verso Enon, a cercarti. Volevano venire qui, sapendo che qui erano i compagni. Ho detto che no, non lo facessero. Che stessero quieti, che io vi condurrò a loro. E lo farò, sol che cali il crepuscolo. Per buona sorte lo sposo mio è assente e sono libera di lasciar la casa. Vi condurrò da una mia sorella sposata nelle terre del piano. Dormirete là, senza dire chi siete, non per Merod ma per gli uomini che sono con lei. Non sono samaritani, della Decapoli sono, qui stabiliti. Ma è sempre bene…».

15«Dio ti compensi. I due discepoli hanno avuto ferite?».

«Un poco l’uomo. Nulla la donna. E certo l’Altissimo la protesse perché ella, fiera, protesse suo figlio della sua persona quando i cittadini dettero mano alle pietre. Oh! che forte donna! Gridava: “Così colpite un che non vi ha offeso? E non rispettate me, che lo difendo e che madre sono? Non avete madri voi tutti, che non rispettate chi ha generato? Siete nati da una lupa o vi siete fatti col fango ed il letame?”, e guardava gli assalitori tenendo aperto il mantello a difesa dell’uomo, e intanto arretrava, spingendolo fuor dalla città… E anche ora lo conforta dicendo: “Voglia l’Altissimo, o mio Giuda, di questo tuo sangue sparso per il Maestro farne il balsamo del tuo cuore”. Ma è poca ferita. Forse l’uomo è più spaurito che dolente. Ma ora prendete e mangiate. Qui è latte munto da poco, per le donne, e pane con formaggi e frutta. Non ho potuto cuocere carni. Avrei tardato troppo. E qui è vino per gli uomini. Mangiate mentre scende la sera. Poi andremo per vie sicure dai due, e poi da Merod».

«Dio ti compensi ancora», dice Gesù e offre e spartisce il cibo mettendone da parte per i due lontani.

«No. No. Ad essi ho pensato io, portando uova e pane sotto le vesti e un poco di vino e olio per le ferite. Questo è per voi. Mangiate, ché io veglio la via…».

Dominio di se’.

16Mangiano, ma lo sdegno divora gli uomini e l’accasciamento fa svogliate le donne. Tutte, meno Maria di Magdala, alla quale ciò che per le altre è paura o avvilimento fa sempre l’effetto di un liquore sferzante i nervi e il coraggio. I suoi occhi lampeggiano verso la città ostile. Solo la presenza di Gesù, che ha già detto di non aver rancore, la trattiene da parole fiere. E non potendo parlare né agire, scarica la sua ira sull’innocente pane, che addenta in maniera così significativa che lo Zelote non può trattenersi dal dirle sorridendo: «Buon per quei di Tersa che non possano cader fra le tue mani! Sembri una fiera tenuta in catene, Maria!».

«Lo sono. Hai visto giusto. E davanti agli occhi di Dio ha più valore questo mio trattenermi dall’entrare là, come essi meritano, che non quanto feci sin qui per espiare».

«Buona, Maria! Dio ti ha perdonato colpe più grandi della loro».

«È vero. Essi hanno offeso Te, mio Dio, una volta e per suggestione altrui. Io molte… e per volontà mia propria… e non posso essere intransigente e superba…». Riabbassa gli occhi sul suo pane e due lacrime cadono sul suo pane.

Marta le posa la mano in grembo dicendole sottovoce: «Dio ti ha perdonata. Non ti avvilire più… Ricorda ciò che avesti: Lazzaro nostro…».

«Non è avvilimento. È riconoscenza. È emozione… Ed è anche constatazione che io sono ancor priva di quella misericordia che pur ricevetti così ampia… Perdonami, Rabboni!», dice alzando i suoi splendidi occhi, che l’umiltà rifà dolci.

17«Il perdono mai è negato a chi è umile di cuore, Maria».

7La sera scende, tingendo l’aria di un delicato sfumar di viola. Le cose un poco lontane si confondono. Gli steli del lino, prima visibili nella loro grazia, ora si unificano in un’unica massa scura. Tacciono gli uccelli fra le fronde. Si accende la prima stella. Frinisce il primo grillo fra l’erba. È sera.

I figli del tuono (Lc 9,54)[103].

18«Possiamo andare. Qui, fra i campi, non saremo visti. Venite sicuri. Non tradisco. Non faccio per compenso. Chiedo solo pietà dal Cielo, ché tutti di pietà abbiamo bisogno», dice la donna sospirando.

Si alzano. Si avviano dietro di lei. Passano al largo di Tersa, fra campi e ortaglie semioscure, ma non tanto da non vedere uomini all’imbocco delle strade, intorno a dei fuochi…

«Sono in agguato di noi…», dice Matteo.

«Maledetti!», fischia fra i denti Filippo.

Pietro non parla, ma agita le braccia verso il cielo in una muta invocazione o protesta.

19Ma Giacomo e Giovanni di Zebedeo, che si sono parlati fitto fitto, là, un poco avanti degli altri, tornano indietro e dicono: «Maestro, se Tu per la tua perfezione d’amore non vuoi ricorrere al castigo, vuoi che noi lo si faccia? Vuoi che diciamo al fuoco del Cielo di discendere e consumarli questi peccatori[104]? Tu ci hai detto che tutto possiamo di ciò che chiediamo con fede e…».

Il giorno di Dio e di Satana (Lc 9,55-56)[105].

20Gesù, che camminava un poco curvo, come stanco, si raddrizza di scatto e li fulmina con due sguardi che balenano alla luce della luna. I due arretrano, tacendo impauriti davanti a quello sguardo. Gesù, sempre fissandoli così, dice: «Voi non sapete di quale spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le anime, ma a salvarle. Non ricordate ciò che vi ho detto? Ho detto nella parabola del grano e del loglio: “Lasciate per ora che il grano e il loglio crescano insieme. Perché, a volerli separare ora, rischiereste di sbarbare col loglio anche il grano. Lasciateli perciò sino alla mietitura. Al tempo della messe dirò ai mietitori: raccogliete ora il loglio e legatelo in fasci per bruciarlo, e riponete il buon grano nel mio granaio”».

21Gesù ha già temperato il suo sdegno verso i due che, per una ira suscitata da amore per Lui, chiedevano di punire quelli di Tersa e che ora stanno a capo basso davanti a Lui. Li prende, uno a destra, uno a sinistra, per i gomiti, e si rimette in cammino guidandoli così e parlando a tutti, che si sono stretti intorno a Lui che si era fermato. «In verità vi dico che il tempo del mietere è vicino. La mia prima mietitura. E per molti non ci sarà la seconda. Ma -lode diamone all’Altissimo- qualcuno che non seppe divenire nel mio tempo spiga di buon grano, dopo la purificazione del Sacrificio pasquale rinascerà con un’anima nuova. Sino a quel giorno Io non infierirò su alcuno… Dopo sarà la giustizia…»,

«Dopo la Pasqua?», chiede Pietro.

«No. Dopo il tempo. Non parlo di questi uomini, di ora. Io guardo i secoli futuri. L’uomo sempre si rinnova come le messi sui campi. E le raccolte si susseguono. E Io lascerò quel che abbisogna perché i futuri possano farsi grano buono. Se non lo vorranno, alla fine del mondo i miei angeli separeranno i logli dai grani buoni. Allora sarà l’eterno Giorno di Dio solo. Per ora, nel mondo è il giorno di Dio e di Satana. Il Primo seminante il Bene, il secondo gettando fra i semi di Dio i suoi dannati logli, i suoi scandali, le sue iniquità, i suoi semi suscitatori di iniquità e scandali. Perché sempre vi saranno quelli che eccitano contro Dio, come qui, con questi che, in verità, sono meno colpevoli di coloro che li eccitano al male».

«Maestro, ogni anno ci si purifica a Pasqua d’Azzimi, ma sempre si resta ciò che si era. Sarà forse diverso quest’anno?», chiede Matteo.

«Molto diverso».

«Perché? Spiegacelo».

«Domani… Domani, o quando saremo per la strada e con noi sarà anche Giuda di Simone, ve lo dirò».

«Oh! sì. Ce lo dirai e noi ci faremo più buoni… Intanto perdonaci, Gesù», dice Giovanni.

«Ben vi ho chiamati col giusto nome. Ma il tuono non fa male. La saetta, sì, può uccidere. Però il tuono molte volte preannuncia le saette. Così avviene a chi non leva ogni disordine contro l’amore dal suo spirito. Oggi domanda di poter punire. Domani punisce senza chiedere. Dopo domani punisce anche senza ragione. Il discendere è facile… Perciò vi dico di spogliarvi di ogni durezza verso il prossimo vostro. Fate come Io faccio e sarete sicuri di non sbagliare mai. Avete forse mai visto che Io mi vendichi di chi mi addolora?».

«No, Maestro. Tu…».

Sicut vita, finis ita[106]

La paura di morire.

«Maestro! Maestro! Siamo qui. Io ed Elisa. Oh! Maestro, quanto affanno per Te! E quanta paura di morire…», dice Giuda di Keriot sbucando da dietro dei filari di vite e correndo a Gesù. Una benda gli fascia la fronte. Elisa lo segue più calma.

«Hai patito? Hai temuto di morire? Tanto ti è cara la vita?», chiede Gesù liberandosi da Giuda che lo abbraccia e piange.

«Non la vita. Temevo Dio. Morire senza il tuo perdono… Io ti offendo sempre. Tutti offendo. Anche questa… E lei mi ha risposto facendomi da madre. Colpevole mi sentivo e temevo la morte…».

«Oh! salutare timore se può farti santo! Ma Io ti perdono, sempre, tu lo sai, sol che tu abbia volontà di pentimento. E tu, Elisa? Hai perdonato?».

«È un grande fanciullo sfrenato. So compatire».

«Sei stata forte, Elisa. Lo so».

«Se essa non c’era! Non so se ti avrei rivisto, Maestro!».

«Tu vedi dunque che non per odio ma per amore ella era rimasta al tuo fianco… Non hai patito ferita, Elisa?».

«No, Maestro. Le pietre mi cadevano intorno senza farmi danno. Ma il cuore ha avuto molta ambascia pensando a Te…».

«Tutto è finito ormai. Seguiamo la donna che ci vuole condurre in una casa sicura».

Si rimettono in cammino, prendendo una stradetta bianca di luna che va verso oriente.

Vivere da giusti per avere un placido morire.

Gesù ha preso per un braccio l’Iscariota ed è avanti con lui. Dolcemente gli parla. Cerca di lavorare sul cuore scosso dalla passata paura del giudizio di Dio: «Tu vedi, Giuda, come è facile il morire. Sempre in agguato la morte intorno a noi. Tu vedi come ciò che pare trascurabile cosa quando siamo pieni di vita divenga grande, paurosamente grande cosa quando la morte ci sfiora. Ma perché voler avere queste paure, crearsele per trovarsele di fronte nel momento del morire, quando con una vita santa si può ignorare lo spavento del prossimo giudizio divino? Non ti pare che meriti vivere da giusti per avere un placido morire? Giuda, amico mio. La divina, paterna misericordia ha permesso questo avvenimento perché fosse un richiamo al tuo cuore. Sei ancora in tempo, Giuda… Perché non vuoi dare al tuo Maestro che sta per morire la gioia grande, grandissima di saperti tornato al Bene?».

Non c’è possessione senza libera adezione.

«Ma mi puoi ancora perdonare, Gesù?».

«E così ti parlerei se non lo potessi? Come mi conosci ancora poco! Io ti conosco. So che sei come chi è abbrancato da una piovra gigante. Ma, se tu volessi, potresti liberarti ancora. Oh! soffriresti, certo. Strapparsi di dosso quelle catene che ti mordono e ti avvelenano, sarebbe dolore. Ma, dopo, quanta gioia, Giuda! Temi di non aver forza di reagire ai tuoi suggestionatori? Io posso assolverti in anticipo del peccato di trasgressione al rito pasquale… Tu sei un malato. Per i malati la Pasqua non è obbligatoria. Nessuno è più malato di te. Tu sei come un lebbroso. I lebbrosi non salgono a Gerusalemme, sinché sono tali. Credi, Giuda, che il comparire davanti al Signore con lo spirito immondo, quale lo hai tu, non è onorarlo, ma offenderlo. Bisogna prima…».

Ultimo tentativo per salvar l’Iscariota.

Linguaggio di Satana.

«Perché allora non mi purifichi e guarisci?», chiede già duro, riottoso, Giuda.

«Non ti guarisco! Quando uno è malato cerca da sé la guarigione. A meno che non sia un fanciullino o uno stolto, che non sanno volere…».

«Trattami come tali persone. Trattami da stolto e provvedi Tu, a mia stessa insaputa».

«Non sarebbe giustizia, perché tu puoi volere. Tu sai ciò che è bene e ciò che è male per te. E non gioverebbe il mio guarirti senza la tua volontà di rimanere guarito».

«Dammi anche questa».

«Dartela? Importela, allora, una volontà buona? E il tuo libero arbitrio? Che diverrebbe, allora? Che sarebbe il tuo io di uomo, creatura libera? Succube?».

«Come sono succube di Satana, potrei esserlo di Dio!».

«Come mi ferisci, Giuda! Come mi trapassi il cuore! Ma per quello che mi fai, Io ti perdono… Succube di Satana, hai detto. Io non dicevo questa tremenda cosa…».

«Ma la pensavi, perché è vera e perché Tu la conosci, se è vero che Tu leggi nei cuori degli uomini. Se così è, Tu sai che io non sono più libero di me… Esso mi ha preso e…».

«No. Esso si è a te accostato, tentandoti, assaggiandoti, e tu lo hai accolto. Non c’è possessione se non c’è all’inizio un’adesione a qualche tentazione satanica. Il serpente insinua il capo fra le sbarre fitte messe a difesa dei cuori, ma non entrerebbe se l’uomo non gli allargasse un varco per ammirarne l’aspetto seduttore, per ascoltarlo, per seguirlo… Solo allora l’uomo diviene succube, posseduto, ma perché lo vuole. Anche Dio saetta dai Cieli le luci dolcissime del suo paterno amore, e le sue luci penetrano in noi. Meglio: Dio, a cui tutto è possibile, scende nel cuore degli uomini. È il suo diritto. Perché allora l’uomo, che sa divenire schiavo, succube dell’Orrendo, non sa farsi servo di Dio, anzi figlio di Dio, e scaccia il Padre suo Santissimo? Non mi rispondi? Non mi dici perché hai preferito, voluto Satana a Dio? Ma pure saresti ancora in tempo a salvarti! 12Tu lo sai che Io vado a morire. Nessuno come te lo sa… Io non mi rifiuto dal morire… Vado. Vado alla morte perché la mia morte sarà la Vita per tanti. Perché non vuoi essere fra questi? Solo per te, amico mio, mio povero, malato amico, sarà inutile il mio morire?».

«Sarà inutile per tanti, non ti illudere. Faresti meglio a fuggire e a vivere lontano di qui, godere la vita, insegnare la tua dottrina, perché è buona, ma non sacrificarti».

«Insegnare la mia dottrina! Ma cosa insegnerei più di vero, se facessi il contrario di ciò che insegno? Che Maestro sarei se predicassi l’ubbidienza alla volontà di Dio e non la facessi, l’amore per gli uomini e poi non li amassi, la rinuncia alla carne e al mondo e poi amassi la carne mia e gli onori del mondo, il non dare scandalo e poi scandalizzassi non solo gli uomini ma gli angeli, e così via? Per te parla Satana in questo momento. Come ha parlato a Efraim. Come tante volte ha parlato e agito, attraverso a te, per turbare Me. Io le ho riconosciute tutte queste azioni di Satana, compiute con tuo mezzo, e non ti ho odiato, non ho avuto stanchezza di te, ma soltanto pena, infinita pena.

Linguaggio del redentore.

Come una madre che sorvegli i progressi di un male che porta alla morte il suo figlio, Io ho guardato il progredire del male in te. Come un padre che non si fa rincrescere cosa alcuna pur di trovare i farmachi al suo figlio malato, Io non mi sono fatto rincrescere nulla per salvarti, ho superato ripugnanze, sdegni, amarezze, sconforti… Come un padre e una madre desolati, disillusi su ogni potere terreno, si volgono al Cielo per ottenere la vita del figlio, così Io ho gemuto e gemo implorando un miracolo che ti salvi, ti salvi, ti salvi sull’orlo dell’abisso che già frana sotto i tuoi piedi. 13Giuda, guardami! Fra poco il mio Sangue sarà sparso per i peccati degli uomini. Non me ne resterà goccia. Lo beveranno le zolle, le pietre, le erbe, le vesti dei miei persecutori e le mie…, il legno, il ferro, le funi, le spine del nabacà… e lo beveranno gli spiriti che attendono salute… Solo tu non ne vuoi bere? Io, per te soltanto, lo darei tutto questo mio Sangue. Tu sei l’amico mio. Come si muore volentieri per l’amico! Per salvarlo! Si dice: “Io muoio. Ma io continuerò a vivere nell’amico al quale ho dato la vita”. Come una madre, come un padre che continuano a vivere nella loro prole anche dopo che sono spenti. Giuda, Io te ne supplico! Non chiedo altro in questa mia vigilia di morte. Al condannato anche i giudici, anche i nemici concedono un’ultima grazia, esaudiscono l’ultimo desiderio. Io ti chiedo di non dannarti. Non lo chiedo tanto al Cielo quanto a te, alla tua volontà… Pensa a tua madre, Giuda. Che sarà tua madre, dopo? Che, il nome della tua famiglia? Invoco al tuo orgoglio, questo è più che mai fiero, di difenderti contro il tuo disonore. Non disonorarti, Giuda. Pensa. Passeranno gli anni e i secoli, cadranno i regni e gli imperi, si illanguidiranno le stelle, muterà la configurazione della Terra, e tu sarai sempre Giuda, come Caino è sempre Caino, se tu persisti nel tuo peccato. Finiranno i secoli. E resterà soltanto Paradiso e Inferno, e in Paradiso e nell’Inferno, per gli uomini risorti e accolti con anima e corpo, in eterno, là dove è giusto che siano, tu sarai sempre Giuda, il maledetto, il colpevole più grande, se non ti ravvedi. Io scenderò a liberare gli spiriti dal Limbo[107], li trarrò a schiere dal Purgatorio[108], e tu… non ti potrò trarre dove Io sono… Giuda, Io vado a morire, felice vado, perché è venuta l’ora che da millenni attendevo, l’ora di riunire gli uomini al Padre loro. Molti non li riunirò. Ma il numero dei salvati che contemplerò nel morire mi consolerà dello strazio del morire inutilmente per tanti. Ma, Io te lo dico, sarà tremendo vederti fra questi, tu, mio apostolo, amico mio. Non mi dare l’inumano dolore!… Ti voglio salvare, Giuda! Salvare. 14Guarda. Noi scendiamo al fiume. Domani all’alba, quando ancora tutti dormono, noi lo passeremo, noi due, e tu andrai a Bozra, ad Arbela, ad Aera, dove vuoi. Tu sai le case dei discepoli. A Bozra cerca di Gioacchino e di Maria, la lebbrosa da Me guarita. Ti darò uno scritto per loro. Dirò che per la tua salute si esige un riposo quieto in aria diversa. È la verità, purtroppo, poiché tu sei malato nello spirito e l’aria di Gerusalemme ti sarebbe letale. Ma essi crederanno che tu lo sia nel corpo. Starai là sinché Io non te ne venga a trarre. Ai tuoi compagni penserò Io… Ma non venire a Gerusalemme. Vedi? Non ho voluto le donne, meno le più forti fra esse, e quelle che per diritto di madri devono essere presso i figli loro».

«Anche la mia?».

«No. Maria non sarà a Gerusalemme…».

«È madre di un apostolo essa pure e ti ha sempre onorato».

«Sì. E avrebbe diritto come le altre di stare vicino a Me, che ama con perfetta giustizia. Ma appunto per questo non ci sarà. Perché Io le ho detto di non esserci, ed ella sa ubbidire».

«Perché non deve esserci? Cosa in lei di diverso dalla madre dei tuoi fratelli e dei figli di Zebedeo?».

«Tu. E tu lo sai perché dico questo. Ma se tu mi ascolti, se vai a Bozra, Io manderò ad avvisare tua madre e te la farò accompagnare, perché ella, che è tanto buona, ti aiuti a guarire. 15Credilo, noi soli ti amiamo così, senza misura. Tre sono che ti amano in Cielo: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, che ti hanno contemplato e che attendono il tuo volere per fare di te la gemma della Redenzione, la preda più grande strappata all’Abisso; e tre in Terra: Io, tua madre e mia Madre. Facci felici, Giuda! Noi del Cielo, noi della Terra, questi che ti amano di vero amore».

Nella superbia è ancora Satana.

«Tu lo dici: tre soli sono che mi amano; gli altri… no».

«Non come noi. Ma tanto ti amano. Elisa ti ha difeso. Gli altri erano in affanno per te. Quando tu ci sei lontano, tutti ti hanno in cuore e il tuo nome è sulle labbra. Tu non conosci tutto l’amore che ti circonda. Il tuo oppressore te lo nasconde. Ma credi alla mia parola».

«Ti credo. E cercherò di farti contento. Ma voglio fare da me. Da me ho sbagliato, da me devo sapermi guarire dal male».

«Unicamente Dio può fare da Sé. Questo tuo pensiero è di superbia. Nella superbia è ancora Satana. Sii umile, Giuda. Afferra questa mano che ti si offre amica. Rifugiati su questo cuore che ti si apre protettore. Qui, con Me, non ti potrebbe far del male Satana».

«Ho provato a stare con Te… Sono sempre più disceso… È inutile!».

«Non lo dire! Non lo dire! Respingi lo sconforto. Dio può tutto. Stringiti a Dio. Giuda! Giuda!».

«Taci! Che gli altri non sentano…».

«E ti preoccupi degli altri e non del tuo spirito? Misero Giuda!…».

Veglia del Redentore e la corredentrice per l’Iscariota.

Gesù non parla più. Ma continua a stare al fianco dell’apostolo sinché la donna, che era avanti qualche metro, entra in una casa emersa da un folto d’ulivi. Allora dice Gesù al suo discepolo: «Io non dormirò questa notte. Pregherò per te e ti attenderò… Dio parli al tuo cuore. E tu ascoltalo… Resterò qui, dove sono ora, a pregare. Sino all’alba… Ricordalo».

Giuda non gli risponde. Sono sopraggiunti gli altri e le donne, e sostano tutti insieme in attesa che la samaritana ritorni. Non sta molto a tornare. È insieme ad un’altra donna che le somiglia e che li saluta dicendo: «Non ho molte stanze, perché già sono qui i segatori che per ora lavorano agli ulivi. Ma ho grande il granaio e molta paglia è in esso. Per le donne ho posto. Venite».

«Andate! Io resto qui in preghiera. La pace a voi tutti», dice Gesù. E mentre gli altri se ne vanno, Egli trattiene sua Madre dicendole: «Io resto a pregare per Giuda, Madre mia. Aiutami tu pure…».

«Ti aiuterò, Figlio mio. Rinasce forse in lui il volere?».

«No, Mamma. Ma noi dobbiamo fare come se… Il Cielo può tutto, Mamma!».

«Sì. E io posso ancora illudermi. Non Tu, Figlio mio. Tu sai. Santo Figlio mio! Ma io ti imiterò sempre. Va’ tranquillo, amor mio! Anche quando Tu non potrai più parlargli, perché egli ti fuggirà, io cercherò di condurtelo. E sol che il Padre Santissimo ascolti il mio dolore… Mi lasci stare con Te, Gesù? Pregheremo insieme… e saranno tante ore da averti per me sola…».

«Resta, Mamma. Ti attendo qui».

Maria va lesta e lesta torna. 17Si siedono sulle loro sacche, ai piedi degli ulivi. Nel gran silenzio si sente il fruscio del fiume poco lontano, e il canto dei grilli sembra forte nel gran tacere della notte. Poi cantano gli usignoli. E ride una civetta. E piange un assiolo. E le stelle trasmigrano lente nel firmamento, regine, ora che la luna più non le offusca essendo già tramontata. E poi un gallo rompe l’aria cheta col suo squillante richiamo. Molto più lontano, appena percepibile, un altro gallo risponde. Poi di nuovo il silenzio, rotto da un arpeggiar di guazze, che cadono dalle tegole della prossima casa sul selciato che la contorna. E poi un fruscio nuovo fra le fronde, come perché scuotano l’umido notturno, e un isolato pispolio di uccello che si ridesta, e contemporaneamente un mutar del cielo, un ridestarsi della luce. È l’alba. E Giuda non è venuto…

Gesù guarda la Madre, bianca come un giglio contro l’ulivo scuro, e le dice: «Abbiamo pregato, Madre. La preghiera nostra Dio la userà[109]…».

«Sì, Figlio mio. Sei pallido come la morte. Veramente la tua vitalità si è esalata tutta in questa notte per premere sulle porte dei Cieli e sui decreti di Dio!».

«Tu pure sei pallida, Madre. Grande è la tua fatica».

«Grande è il mio dolore per il tuo dolore».

Il Messia muta i cuori dei volontari.

La porta della casa si apre cauta… Gesù trassale. Ma non è che la donna che li ha condotti, quella che esce senza fare rumore. Gesù sospira: «Ho sperato di essermi potuto sbagliare[110]!».

La donna viene avanti col suo cesto vuoto. Vede Gesù. Lo saluta e proseguirebbe. Ma Egli la chiama. Le dice: «Il Signore di tutto ti compensi. Io pur vorrei, ma non ho nulla con Me».

«Nulla vorrei, Rabbi. Nessun compenso. Ma una cosa vorrei, pur non volendo denaro. E questa me la puoi dare!».

«Che, donna?».

«Che il cuore del mio sposo mutasse. E questo Tu lo puoi fare, perché Tu sei veramente il Santo di Dio».

«Va’ in pace. Ti sarà fatto come tu chiedi. Addio».

La donna se ne va lesta verso la sua casa, che deve essere ben triste.

Maria commenta: «Un’altra infelice. Per questo è buona!…».

19Si affaccia dal granaio la testa arruffata di Pietro e, dietro la sua, quella luminosa di Giovanni, e poi il profilo severo del Taddeo, e il volto brunastro dello Zelote, e il viso magro del giovinetto Beniamino… Tutti sono desti. Ecco dalla casa uscire prima di tutte Maria di Magdala, e dietro lei Niche, e poi le altre. Quando tutti sono riuniti e la donna che li ha ospitati ha già portato un secchiello di latte ancor schiumoso, appare l’Iscariota. Non ha più la benda. Ma il livido della percossa gli tinge metà della fronte, e l’occhio è ancor più cupo nel cerchio violaceo.

Gesù lo guarda. Giuda guarda Gesù e poi volge il capo altrove. Gesù gli dice: «Acquista dalla donna quanto può darci. Noi andiamo avanti. Raggiungici».

E veramente Gesù, salutata la donna, si avvia. Tutti lo seguono.

24. L’arrivo di Gesù a Betania[111].

Nella casa di Lazzaro.

Le prime mandorle.

1Devono avere sostato a metà della via fra Gerico e Betania perché, quando arrivano alle prime case di Betania, l’ultima rugiada evapora sulle foglie e gli steli dei prati, e il sole sale ancora la volta del cielo.

2Gli agricoltori della zona gettano i loro arnesi e accorrono intorno a Gesù, che passa benedicendo uomini e piante, come gli agricoltori chiedono con insistenza. E delle donne e dei fanciulli accorrono con le prime mandorle, ancor avvolte nella lieve felpa verde-argento del mallo, e con gli ultimi fiori delle piante da frutto più tardive al fiorire. Osservo però che qui, nella zona di Gerusalemme, forse per l’altitudine, forse per i venti che vengono dalle cime più alte della Giudea, o non so per quale altra ragione, forse anche per diversità di piante, molti sono gli alberi da frutto che ancor fioriscono in gradazioni bianco rosate, sospese come nuvole leggere sul verde dei prati. Palpitano sotto agli alti tronchi le foglie tenere delle viti, come grandi farfalle di un prezioso smeraldo, tenute legate da un filo ai ruvidi tralci.

Verso la casa di accoglienza (Gv 12,1)[112].

3Mentre Gesù sosta alla fonte, che è dove la campagna si tramuta già in cittadina, e riceve là gli omaggi di quasi tutta Betania, accorrono Lazzaro con le sorelle e si prostrano davanti al loro Signore. Benché sia poco più di due giorni che Maria ha lasciato il suo Maestro, sembra siano secoli che non lo vede, tanto non si stanca di baciargli i piedi polverosi nei sandali.

4«Vieni, Signor mio. La casa ti attende per aver gioia dalla tua presenza», dice Lazzaro mettendosi a lato di Gesù mentre procedono lentamente, per quanto lo consentono la gente che si affolla intorno ed i bambini che si attaccano alle vesti di Gesù e gli camminano davanti, rivolti verso di Lui a capo alzato, di modo che incespicano e fanno incespicare, tanto che Gesù per il primo, e poi Lazzaro e gli apostoli, prendono in braccio i più piccini per poter andare più svelti.

Maria Ss. con le discepole del Messia.

5Al luogo dove una stradella conduce alla casa di Simone Zelote, sono Maria con la cognata, Salome e Susanna. Gesù si ferma per salutare la Madre e poi prosegue sino al grande cancello spalancato, dove sono Massimino, Sara, Marcella e, dietro loro, tutti i numerosi servi della casa, cominciando da quelli di casa per finire ai servi contadini. Tutti in ordine, tutti lieti, irrequieti nella loro gioia, che prorompe in un osanna e in un agitare di copricapi e veli e in un gettar di fiori e fronde di mirto e d’alloro e di rose e gelsomini, che splendono al sole con le loro pompose corolle o si spargono come candide stelle sul bruno del terreno. Un odor di fiori sfogliati e di foglie aromatiche calpestate si alza dal suolo che il sole scalda. Gesù passa su quel tappeto di fragranze.

25. Pausa di riposo con la Madre e le discepole[113].

La Madre e il Figlio.

La Madre veglia il Figlio.

51Dolce, soave è la venuta della Madre presso il Figlio. Maria viene avanti sicura, poiché Mannaen, che ha vegliato presso il cancello, meno stanco degli altri, le indica il luogo dove è Gesù. Le altre, e vi sono tutte le discepole ebree, e di romane la sola Valeria, sostano per qualche tempo, silenziose per non destare i discepoli che dormono al rezzo delle frondose piante, simili a tante pecore accosciate fra l’erba, a sesta.

52Maria entra sotto la pergola di gelsomini senza far scricchiolare il piccolo ponte di legno, né la ghiaia del suolo, e ancor più cautamente si accosta al Figlio che, vinto dalla stanchezza, si è addormentato col capo sul tavolo di pietra messo là sotto, il braccio sinistro a far da guanciale sotto il volto velato dai capelli. Maria si siede paziente vicino alla sua Creatura stanca. E la contempla… tanto… e un sorriso doloroso e amoroso è sul suo labbro, mentre senza rumore le cadono in grembo gocce di pianto; ma se le labbra sono chiuse e mute, prega il suo cuore, con tutta la forza che possiede, e tradisce la potenza di quella preghiera e del suo soffrire l’atteggiamento delle sue mani congiunte in grembo, strette, intrecciate per non tremare e pure scosse da un tremito lieve. Mani che si disgiungono soltanto per cacciare una mosca insistente che vuole posarsi sul Dormente e lo potrebbe svegliare.

53È la madre che veglia il Figlio. L’ultimo sonno del Figlio che ella possa vegliare. E se il volto della Madre, in questo mercoledì pasquale, è diverso da quello della Madre nel Natale del Signore, perché il dolore lo impallidisce e scava, la dolce purezza amorosa dello sguardo, la trepida cura è uguale a quella che Ella aveva quando, curva sulla greppia di Betlemme, proteggeva del suo amore il primo sonno disagiato della sua Creatura.

Gesù ha un movimento e Maria si asciuga rapidamente gli occhi per non mostrare lacrime al Figlio. Ma Gesù non si è svegliato. Ha solo mutato posizione al volto, girandolo dall’altra parte, e Maria riprende la sua immobilità e la sua veglia.

Sogni d’incubo.

54Ma qualcosa fa schiantare il cuore di Maria. Ed è sentire che il suo Gesù piange nel sonno e con bisbiglio confuso, perché parla con la bocca premuta contro il braccio e la veste, mormora il nome di Giuda…

55Maria si alza, si avvicina, si curva sul Figlio, segue quel confuso bisbigliare con le mani premute sul cuore perché, rotto, ma non totalmente da non poterlo seguire, il discorso di Gesù fa capire che Egli sogna e risogna il presente e il passato, e poi anche il futuro, finché si desta con un sobbalzo, come per sfuggire a qualcosa che è orrendo. Ma trova il petto di sua Madre, le braccia di sua Madre, il sorriso di sua Madre, la dolce voce di sua Madre, il suo bacio, la sua carezza, lo sfiorare leggero del suo velo passato sul volto ad asciugare le lacrime e sudore mentre gli dice: «Eri scomodo, e sognavi… Sei sudato e stanco, Figlio mio». E gli ravviva i capelli scomposti, gli asciuga il volto e lo bacia, tenendolo cinto al suo braccio, appoggiato al suo cuore poiché non può più raccoglierselo in grembo come quando era piccino.

Gesù le sorride dicendo: «Sei sempre la Mamma. Quella che consola. Quella che ripaga di tutto. La mia Mamma!». Se la fa sedere vicino abbandonandole la mano nel grembo, e Maria prende quella mano lunga, così signorile eppure così robusta, di artiere, fra le sue piccine, e ne carezza le dita e il dorso, lisciandone le vene che si erano gonfiate mentre pendeva nel sonno. E cerca di distrarlo…

Ristoro preparato dalla Mamma.

56«Siamo venute. Ci siamo tutte. Anche Valeria. Le altre sono all’Antonia. Le ha volute Claudia, “che è molto rattristata” ha detto la liberta. Dice che, non so per quale cosa, ha il presagio di molto pianto. Superstizioni!… Solo Dio sa le cose…».

«Dove sono le discepole?».

«Là, al principio dei Giardini. Marta ha voluto prepararti cibi e bevande refrigeranti e confortanti, pensando a quanto ti spossi. Ma io, guarda, questo ti piace sempre e te l’ho portato io. La mia parte. È più buono perché è della tua Mamma». Gli mostra del miele ed una focaccetta di pane sul quale lo stende dandolo al Figlio e dicendo: «Come a Nazareth, quando prendevi un riposo nell’ora più calda e poi ti svegliavi accaldato, e io venivo dalla grotta fresca con questo ristoro…». Si ferma perché le trema la voce.

Suo Figlio la guarda e poi dice: «E quando c’era Giuseppe, per due portavi il ristoro e la fresca acqua della giara porosa, tenuta sulla corrente perché fosse più fresca e ancor più la facevano tale gli steli di menta selvaggia che vi gettavi dentro. Quanta menta, là, sotto gli ulivi! E quante api sui fiori della menta! Il nostro miele sapeva sempre un poco di quel profumo…». Pensa… ricorda…

«Abbiamo visto Alfeo, sai? Giuseppe si è attardato perché aveva un figlio un poco malato. Ma domani sarà certo qui con Simone. Salome di Simone guarda la nostra casa e quella di Maria».

Dio riposa presso gli ubbidienti.

57«Mamma, quando sarai sola, con chi starai?».

«Con chi Tu dirai, Figlio mio. Ti ho ubbidito prima di averti, Figlio. Continuerò a farlo dopo che mi avrai lasciata». Le trema la voce, ma il sorriso è eroico sulle labbra.

«Tu sai ubbidire. Quanto riposo stare con te! Perché, vedi, Mamma? Il mondo non può capire, ma Io trovo ogni riposo presso gli ubbidienti… Sì. Dio riposa presso gli ubbidienti. Dio non avrebbe avuto a soffrire, a faticare, se la disubbidienza non fosse venuta nel mondo. Tutto accade perché non si ubbidì. Per questo il dolore nel mondo… Per questo il nostro dolore».

«Ma anche la nostra pace, Gesù. Perché noi sappiamo che la nostra ubbidienza consola l’Eterno. Oh! per me in specie, cosa è questo pensiero! Mi è concesso, a me, creatura, di consolare il mio Creatore!».

«Oh! Gioia di Dio! Tu non sai, o nostra Gioia, cosa è per Noi questa tua parola! Supera le armonie dei celesti cori… Benedetta! Benedetta che mi insegni l’ultima ubbidienza, e me la rendi così gradita a compiersi con questo pensiero!».

«Tu non hai bisogno che io ti insegni, Gesù mio. Tutto ho imparato da Te».

«Tutto ha imparato da te Gesù di Nazareth, l’Uomo».

«Era la tua luce che usciva da Me. La luce che Tu sei, e che veniva alla Luce Eterna annichilita in veste d’uomo… 30Mi hanno detto i fratelli di Giovanna il discorso che hai pronunciato. Erano rapiti di ammirazione. Sei stato forte con i farisei…».

“Quando non si vuole il rimprovero si agisce da giu­sti”.

58«È l’ora delle spreme verità, Mamma. Per essi restano morte verità. Ma per gli altri saranno verità vive. E con l’amore e il rigore Io devo tentare l’ultima battaglia per strapparli al Male».

«È vero. Mi hanno detto che Gamaliele, che era con gli altri in una delle sale dei portici, disse, alla fine, mentre molti erano inquieti: “Quando non si vuole il rimprovero si agisce da giusti”, e se ne è andato dopo questa osservazione».

«Ho piacere che il rabbi mi abbia sentito. Chi te lo ha detto?».

«Lazzaro. E a lui lo disse Eleazzaro, che era nella sala con gli altri. Lazzaro è venuto a sesta. Ha salutato ed è ripartito senza ascoltare le sorelle, che lo volevano trattenere fino al tramonto. Ha detto di mandare Giovanni, o altri, a ritirare quelle frutta e quei fiori, che sono al giusto punto».

«Manderò Giovanni, domani».

«Viene tutti i giorni Lazzaro. Ma Maria si inquieta perché dice che sembra una apparizione. Sale al Tempio, viene, dà ordini e riparte».

«Anche Lazzaro sa ubbidire. Gli ho ordinato Io così, perché è insidiato lui pure. Ma non dirlo alle sorelle. Non gli accadrà nulla. E ora andiamo dalle discepole».

Le discepole fedeli.

Quelle che hanno dato il cuore al Messia.

59«Non ti muovere. Io le chiamerò. I discepoli dormono tutti…».

«E li lasceremo dormire. La notte poco dormono, perché Io li istruisco nella pace del Getsemani».

Maria esce e torna con le donne, che sembrano aver abolito il loro peso tanto sono leggeri i loro passi. Lo salutano col loro ossequio profondo, che è familiare solo in Maria Cleofe.

E Marta da una capace borsa trae un’anforetta sudante, mentre Maria leva da un vaso, pure poroso, fresche frutta venute da Betania, e le dispone sul tavolo a fianco di quanto ha preparato la sorella, ossia un colombo arrostito alla fiamma, croccante, appetitoso, e prega Gesù di gradire, dicendo: «Mangia. Riconforta questa carne. Io stessa l’ho preparata».

Giovanna invece ha portato dell’aceto rosato. Spiega: «Rinfresca tanto in questi primi calori. Lo usa anche il mio sposo quando si stanca nelle lunghe cavalcate».

«Noi non abbiamo nulla», si scusano Maria Salome, Maria Cleofe, Susanna ed Elisa. E Niche e Valeria alla loro volta: «E neppure noi. Non sapevamo di dover venire».

«Mi avete dato tutto il vostro cuore. Mi è sufficiente. E ancor mi darete…».

Mangia, ma più che altro beve la fresca acqua melata che Marta gli mesce dall’anfora porosa, e le frutta fresche che sono un ristoro per l’Affaticato.

Quelle che gioiscono della loro redenzione.

60Le discepole non parlano molto. Lo guardano ristorarsi. Nei loro occhi è amore e affanno. E d’improvviso Elisa si mette a  piangere, e se ne scusa dicendo: «Non so. Ho il cuore gravato di mestizia…».

«Tutte lo abbiamo. Persino Claudia nel suo palazzo…», dice Valeria.

«Io vorrei che fosse già Pentecoste», sussurra Salome.

«Io invece vorrei fermare il tempo a quest’ora», dice Maria di Magdala.

«Saresti egoista, Maria», le risponde Gesù.

«Perché, Rabboni?».

«Perché vorresti per te sola la gioia della tua redenzione. Sono migliaia e milioni di esseri che attendono quest’ora, o che per quest’ora saranno redenti».

«È vero. Non ci pensavo…», china il capo mordendosi le labbra per non far vedere le lacrime dei suoi occhi e il tremito delle sue labbra. Ma è sempre la forte lottatrice, e dice: «Se Tu vieni domani, potrai rivestirti della veste che hai mandata. È fresca e monda, degna della cena pasquale».

Quelle che col cuore hanno dato tutto.

61«Verrò… 32Non avete nulla da dirmi? Siete mute ed afflitte. Non sono più Gesù?…», sorride alle donne invitante.

«Oh! sei Tu! Ma sei tanto grande in questi giorni che io non so più vederti come il fanciullino che ho portato fra le braccia!», esclama Maria d’Alfeo.

«E io come il semplice rabbi che entrava nella mia cucina cercando Giovanni e Giacomo», dice Salome.

«Io ti ho sempre conosciuto così: Re dell’anima mia!», proclama Maria di Magdala.

E Giovanna, mite e soave: «E io pure: divino, dal sogno nel quale a me morente apparisti per chiamarmi alla vita».

«Tutto ci hai dato, o Signore. Tutto!», sospira Elisa che si è ripresa.

«E tutto mi avete dato».

«Troppo poco!», dicono tutte.

Cuori che hanno amato senza calcolo.

62«Non cessa il dare dopo quest’ora. Cesserà soltanto quando sarete con Me nel mio Regno. Le mie discepole fedeli. Non siederete, no, al mio fianco, sui dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele, ma canterete l’osanna insieme agli angeli, facendo coro d’onore alla Madre mia, e allora come ora il cuore del Cristo troverà la sua gioia nel contemplarvi».

«Io sono giovane! È lungo il tempo per salire al tuo Regno. Beata Annalia!», dice Susanna.

«Io vecchia sono, e felice di esser tale. Spero prossima la morte». Dice Elisa.

«Io ho i figli… Vorrei servirli, questi servi di Dio!», sospira Maria Cleofe.

«Non ti scordare di noi, Signore!», dice la Maddalena con ansia contenuta, direi con un grido d’anima, tanto la voce, tenuta bassa per non svegliare i dormenti, vibra di forza più di un grido.

«Non mi scorderò di voi. Verrò. Tu, Giovanna, sai che Io posso venire anche se sono molto lontano… Le altre lo devono credere. E vi lascerò una cosa… un mistero che terrà Me in voi e voi in Me, finché saremo riuniti Io e voi nel Regno di Dio. 33Ora andate. Direte che poco vi ho detto, che quasi era inutile per così poco farvi venire. Ma ho desiderato avere intorno cuori che mi hanno amato senza calcolo. Per Me. Per Me: Gesù. Non per il futuro, sognato Re d’Israele. Andate. E siate benedette una volta di più.

Cuori che hanno amato senza calcolo.

63Anche le altre. Che non ci sono, ma che pensano a Me con amore: Anna, Mirta, Anastatica, Noemi, e Sintica lontana, e Fotinai, e Aglae e Sara, Marcella, le figlie di Filippo, Miriam di Giairo, le vergini, le redente, le spose, le madri che sono venute a Me, che mi sono state sorelle e madri, migliori, oh! molto migliori degli uomini anche migliori! … Tutte, tutte! Benedico tutte. La grazia comincia già a scendere, la grazia e il perdono, sulla donna, per questa mia benedizione. Andate…».

Le congeda trattenendo sua Madre: «Prima di sera sarò al palazzo di Lazzaro. Ho bisogno di vederti ancora. E con Me sarà Giovanni. Ma non voglio che te, Madre, e le Marie, Marta e Susanna. Ho tanta stanchezza…».

«Saremo noi sole. Addio, Figlio…».

Si baciano. Si separano… Maria se ne va lentamente. Si volge prima di uscire. Si volge prima di lasciare il ponticello. Si volge ancora, sinché può vedere Gesù… Sembra che non possa allontanarsi da Lui…

 

 

 

 

 

 

 


[1] 20 novembre 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, CEV, Isola del Lire (FR) Vol. 5 Cap. 336

[2]< in margine > Nota. È opinione di Santi (S. Tommaso d’Aquino, S. Tommaso da Villanova, S. Buonaventura e altri) che nonostante la sua bellezza fisica, Ella era tanto santa da estinguere, in chi la guardasse, ogni concupiscenza, non solo, ma da virginizzare lo spirito ed estinguere il senso di chi l’avvicinava.

[3] 30 novembre 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 5 Cap. 346

[4] “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna… O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro” (Cantico dei Cantici 2,10-14).

[5] Maria è la Corredentrice profetizzata da Simeone, quando dice: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,34-35).

[6] 1 Samuele 1,1-28.

[7] “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colosesi 1,24).

[8]< La Madre, associandosi nel Sacrificio a suo Figlio, deve avere arrecato gran conforto alla santissima Umanità della Vittima: “Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo” (Lc 22,43).

[9]< aggiunge > il cui spirito di riflessione è sempre acutissimo.

[10]IL VANGELO ETERNO. Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto. E cominciò a insegnar lor che il Figlio dell’uomo doveva essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venir ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente (Mt 16,21; Mc 8,31-32).

[11] 2 dicembre 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 5 Cap. 348

[12] “Il mio diletto era sceso nel suo giardino fra le aiuole del balsamo a pascolare il gregge nei giardini e a cogliere gigli. Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me; egli pascola il gregge tra i gigli” (Cantico dei cantici: Ct 6,2-3).

[13] “Come sei bella, amica mia, come sei bella! … Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia… Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa con un solo tuo sguardo… Quanto sono soavi le tue carezze” (Ct 4,1.7.9.10)

[14] “Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, c’è miele e latte sotto la tua lingua e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano. Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata” (Ct 4,11-12).

[15] “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, onta ne avrebbe” (Ct 8,6-7)

[16] A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto (Lc 1,29

[17] Lc 1,38

[18] “Ritorna, vergine di Israele, ritorna alle tue città. Fino a quando andrai vagando figlia ribelle? Poiché il signore crea una cosa nuova sulla terra: “La donna cingerà l’uomo!” (Ger. 31,21-22).

[19] “Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14).

[20] 16 dicembre 1945. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 5. Cap. 362

[21] 3 febbraio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 6 Cap. 375

[22]< Certamente Gesù, con la sua divina e spirituale presenza e assistenza, non mancò all’agonia di Lazzaro >

[23]< dinanzi alla misericordiosa volontà dell’Eterno Padre e all’odio dell’impenitente padrone: volontà del Padre che sa trarre il bene dal male, ed ai suoi poveri e perseguitati riserva non le periture ricchezze terrene (Lc 12,13-21) ma l’imperituro Regno dei Cieli (Mt 5,3-10)>

[24] 8 aprile 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 6 Cap. 432

[25] “Sono cresciuta come un cedro sul Libano, come un cipresso sui monti dell’Ermon, come una palma in Engaddi, come le piante di rose in Gerico, come un ulivo maestoso nella pianura” (Sir. 24,13-14).

[26]  “Unica è la mia colomba, la mia perfetta, ella è l’unica di sua madre, la preferita della sua genitrice” (Cc6,9).

[27] 9 maggio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7 Cap. 433

[28] “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa” Cantico dei Cantici (Cc) 4,12

[29] “Sono cresciuta come una palma in Engaddi, come le piante di rose in Gerico, come ulivo maestoso nella pianura” (Siracide 24,18); “ascoltatemi, figli santi, e crescete come una pianta di rose su un torrente” (Sir 39,17)

[30] “Come un giglio fra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle” (Cc 2,2)

[31] “Giardino chiuso, fontana sigillata” (Cc 4,12)

[32] “Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano” (Cc 4,15)

[33] “Tu mi hai rapito il cuore sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo” (Cc 4,9). “Quanto sono suovi le tue carezze, quanto più deliziose del vino le tue carezze” (Cc 4,10); 5,1

[34] Disse Gesù: “La cosa dunque che è avvenuta è che Egli (Dio) abbia mandato il suo Verbo per salvare e redimere il Mondo. Dio che si separa da Dio per salvare la creatura colpevole”. Non esiste separazione senza privazione. Quindi se Dio Padre si è separato da Dio Figlio per mandarlo a noi è giusto affermare che Dio, per amore, si è privato della sua compiacenza. E questo per due volte, essendo vero che Gesù e Maria sono le compiacenze di Dio.

[35] “Una vigna aveva Salomone in Baal-Hamòn; egli affidò la vigna ai custodi; ciascuno gli doveva portare come suo frutto mille sicli d’argento. La vigna mia, proprio mia, mi sta davanti: a te, Salomone, i mille sicli e duecento per i custodi del suo frutto!” (Cc 8,11-12).

[36] Gesù, come uomo, conosceva, solo secondo il modo umano, le persone e i luoghi, quando il Padre suo e la sua propria natura divina non giudicavano essere utile il conoscere luoghi e persone senza chiedere.

[37] 14 maggio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 436

[38] La prima moglie di Giacobbe dalla quale ebbe due figli Giuseppe e Beniamino. Morì a Betlemme dando alla luce Beniamino: (Gen 29,15-35).

[39] Iefte fece voto al Signore e disse: “Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, la persona che uscirà per prima dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso sarà per il Signore e io l’offrirò in olocausto”. Il Signore glieli mise nelle mani. Dopo la vittoria Iefte tornò a casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con timpani e danze. Era l’unica figlia. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: “Figlia mia, tu mi hai rovinato! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi”. Essa gli disse: “Padre mio, se hai dato parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca…” (Giudici 10,6-12; 11,29-40).

[40] Anna moglie di Elkana. Era sterile, ma per mezzo della preghiera ottené un figlio da Dio; figlio che chiamò Samuele, fu profeta e l’ultimo Giudice d’Israele (1 Sam 1,1-4,1; Sir 46,16-23).

[41]  Ruth donna di Moab, rimasta vedova, divenne modello di fedeltà consacrando la sua vita a curare la sua suocera: “Dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te” (Rut 1,16-17). Benedetta da Dio divenne moglie di Booz personaggio importante nella genealogia del Messia.

[42] Tobia, detto Tobi, padre di Tobiolo, fu modello di pietà fata, più che di meditazioni e contemplazioni, di buone opere: elemosina, sepoltura dei morti, dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, pagamento delle decime ecc. (Tobia capitoli 1 e 4).

[43] Tobiolo figlio di Tobi, giovane pieno di timor di Dio, meritò di avere per compagno di viaggio l’arcangelo Raffaele, e fu modello di matrimonio religioso (Tobia dal capitolo 5 al 12).

[44] Sir 45,1-6

[45] Genesi 17,1-4; Isaia 6,1-5

[46] “a mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d’Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero nel carcere sotterraneo, e tutti i primogeniti del bestiame. Un rande grido scoppiò in Egitto, perché non c’era casa dove non ci fosse un morto!” (12,2930).

[47] Dice il Signore: “Tornerò a Sion e dimorerò in Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà e il monte del Signore monte santo… Io salvo il mio popolo li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme… Riprendano forza le vostre mani. Voi in questi giorni ascoltate queste parole della bocca dei profeti; oggi vien fondata la casa del Signore degli eserciti con la ricostruzione del tempio”. (Zc 8,3.8-9; 9,9-10). Sal 2;15;21;44; 71.

[48] 15 maggio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 437

[49] 16 maggio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 438

[50] 20 maggio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 439

[51] “Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue mani e le sue stesse opere la lodino” (Pr 31-30). 

[52] Giuditta era rimasta nella sua casa in stato di vedovanza ed erano passati già tre anni e quattro mesi. Si era fatta preparare una tenda sul terrazzo della sua casa, si era cinta i fianchi di sacco e portava le vesti delle vedove. Da quando era vedova digiunava tutti i giorni, eccetto le vigilie dei sabati e i sabati, le vigilie dei noviluni e i noviluni, le feste e i giorni di gioia per Israele. Ornata dal dono di Fortezza, rischiando la propria vita, tagliò la testa di Oloferne generale supremo del esercito siro che in quella occasione assediava Betulla. (Giuditta capitoli dal 8 al 13)

[53]  Sisara, sconfitto, fuggi a piedi verso la tenda di Giaele. Entrato in casa le disse: “Sta’ all’ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti dicendo: “C’è qui un uomo?”, dirai: “Nessuno”. Ma Giaele, moglie di Eber, prese un picchetto della tenda, prese in mano il martello, venne pian piano a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì (Giudici 4,17-21).

[54] Il martirio dei sette fratelli (2 Maccabei cap. 7).

[55] 21 maggio 1946 l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 440

[56] Mt 13,53-58 ; Mc 6,1-6.

[57] Lc 4,16-30.

[58] Mt 11,20-24.

[59] Lc 13,34-35.

[60] Lc 19,41-44.

[61] 22 maggio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 441

[62]< cioè: Se giudicassi in base alle tue parole e al tuo sconvolgimento, e quindi secondo le apparenze umane, sarei indotto a credere che tu avessi fatto cose ben più gravi… >

[63] 23 maggio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 442

[64] Gamaliele, parlando al Sinedrio, disse: “Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s’erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch’egli perì e quanti s’erano lasciati persuadere da lui furono dispersi” (Atti 5,36-37).

[65] “… E anche a te una spada di dolore trafiggerà l’anima” (Lc 2,35).

[66] 3 giugno 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 445

 

[67] Dio non violenta la volontà libera dell’uomo, come dice di un giovane che volontariamente si lascia possedere di satana: «Perché adesso ha accolto in sé un demonio intelligente. Prima egli era albergo preso di forza da legione di demoni. Ma mancava in lui il consenso ad averli. Ora la sua intelligenza ha voluto Satana, e Satana ha messo in lui una forza demoniaca intelligente. Contro questa seconda possessione nulla posso. Dovrei violentare la volontà libera dell’uomo». (VdRD Vol. 15 n.368,108).

[68] 4 giugno 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 446

[69] 3 luglio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 454

[70]< Nella luce della dottrina del corpo Mistico, espressa nel contesto, si capisce bene in che senso la Madonna sia parte di Dio: cioè la porzione più eletta del mistico Corpo di Cristo > “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1 Cor 6,17).

[71] Elia camminò fino al monte di dio, l’Oreb. Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il signore gli disse: “Che fai qui, Elia?”. Egli rispose: “sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita”. Gli fu detto: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. (Re 19,8-13).

[72] 8 luglio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 455

[73]< A Gesù, come Dio creatore, nulla poterono insegnare gli uccelli; insegnarono però a Lui come Uomo, nel senso che gli fornirono l’occasione di conoscere, anche per esperienza umana, tale semplicissimo modo di lavarsi. L’espressione perciò è esatta, così come è innegabile che la Madre Santissima gli abbia insegnato a parlare e a ravviarsi, e San Giuseppe a lavorare con le braccia >

[74] Dice Gesù: “Maria non deluderà il desiderio di Dio. Non lo ha mai deluso. Dalle richieste di amore totale a quelle di sacrificio totale Ella si è data e si darà” (VdRE. Vol 14 n.346,24) < La Madre, associandosi nel Sacrificio a suo Figlio, deve avere arrecato gran conforto alla santissima Umanità della Vittima (Lc 22,43) >

[75] Dice Gesù: “Il vero significato (del nome di Maria) comincerà ad apparire chiaro ai veri credenti e ai veri amorosi in un’ora tremenda di strazio, quando la Genitrice sarà suppliziata col suo Nato, quando la Redentrice redimerà col Redentore” (VdRE Vol 14 n.346,17). “Ostia con l’Ostia”.

[76]< Non certo perché ne sia costretta, ma per amore e riconoscenza verso il suo Capolavoro: Maria infatti è l’amorosissima, e quindi perfettissima, Figlia, Sposa, Madre di Dio, Cooperatrice nell’opera dell’umano riscatto, perenne Interceditrice presso il Buonissimo per il vero bene della intera umanità >

[77] 18 luglio 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 460

[78] 21 agosto 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 7. Cap. 477

[79] Scritto il 14 febbraio 1944.

[80]11 ottobre 1946. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 8. Cap. 511

[81] “È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo” (Tito 2,11-12).

[82] Se per un tuo gesto o una tua parola il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Guardati perciò dal rovinare con le tue opere uno per il quale Cristo è morto! (Cfr Rm 14,15-16). “Peccando così contro i Se per un tuo gesto o una tua parola il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Guardati perciò dal rovinare con le tue opere uno per il quale Cristo è morto! (Cfr Rm 14,15-16). fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo” (1 Cor 8,12). “Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza” (1 Cor 10,32-33).

[83] Presso di te l’orfano trova misericordia” (Os 14,4).

[84] Il Signore disse alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gen 3,16).

[85] “Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te la terra” (Gen 3,17-18).

[86] “Le donne rivendicano, dove ancora non l’hanno raggiunta, la parità con gli uomini non solo di diritto, ma anche di fatto” (Con. Vat. II, Chiesa nel mondo contemporaneo n. 9).

[87] “Siccome poi ai nostri giorni le donne prendono parte sempre più attiva in tutta la vita sociale, è di grande importanza una loro più larga partecipazione anche nel vari campi dell’apostolato della Chiesa” (Con. Vat. II, Apostolato dei laici n.9).

[88] “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti” (Zc 9,9-10)

[89] Gen 3,15

[90] Tobia 13,10-23

[91] Come luce splendida brillerai sino ai confini della terra; nazioni numerose verranno a te da lontano; gli abitanti di tutti i confini della terra verranno verso la dimora del tuo santo nome, portando in mano i doni per il re del cielo. Generazioni e generazioni esprimeranno in te l’esultanza e il nome della città eletta durerà nei secoli. Maledetti coloro che ti malediranno. Ma benedetti sempre quelli che ti ricostruiranno. Sorgi ed esulta per i figli dei giusti, tutti presso di te si raduneranno e benediranno il Signore dei secoli. Beati coloro che ti amano e gioiscono per la tua pace” (Tobia 13,13-16).

[92] “Chi può dire: “Ho purificato il cuore, sono mondo dal mio peccato?” (Pr 20,9). “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi” (Gv 1,8-10).

[93] 12 febbraio 1947. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 9. Cap. 566

[94]Novilunio o Neomenia: Primo giorno del mese, segnato dalla comparsa del primo quarto di luna, celebrato con sacrifici e oblazioni: secondo la Legge mosaica venivano offerti in olocausto due giovani tori, un ariete e sette agnelli accompagnati da oblazioni di fior di farina e libagioni e dall’offerta di un capro espiatorio in sacrificio “per il peccato”. Come nel sabato e nelle altre feste, in quel giorno ci si doveva astenere dal lavoro.

[95]Nisan: Primo mese del calendario babilonese adottato dagli Israeliti dopo l’Esilio, che sostituì la denominazione di Abib, che era diventato il primo mese dell’anno nel momento dell’uscita dall’Egitto e corrispondeva al marzo-aprile.

[96]Adar: Nome babilonese del dodicesimo mese dell’anno corrispondente a febbraio-marzo e adottato dagli Israeliti dopo l’esilio in Babilonia.

[97]Tammuz: Dio della vegetazione sumero e accadico, adorato in tutto l’antico Oriente. Veniva chiamato “mio Signore” in lingua siro-fenicia e in ebraico “Adoni”: è l’Adone dei Greci. Nel mese di luglio, quando la vegetazione era arsa dal sole, Tammuz scendeva negli inferi per far ritorno la primavera successiva. Il mese della sua scomparsa gli era dedicato con il nome di Dumuzi in lingua sumerica, di Duzu in accadico, e il quarto mese dell’anno si chiamava Tammuz anche nel calendario ebraico almeno dopo l’Esilio durante il quale gli Ebrei avevano adottato i nomi babilonesi dei mesi.

[98] 24 febbraio 1947. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 9. Cap. 568

[99]Profezia sul tempo nuovo: “Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio. Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo. Non si udranno più in essa voci di pianto, grida di angoscia. Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni, né un vecchio che dei suoi giorni non giunga alla pienezza; poiché il più giovane morirà a cento anni e chi non raggiunge i cento anni sarà considerato maledetto” (Is 65,17-20)

[100]Avvento del tempo nuovo: Come chi cerca di capire, perché proprio lui, nella seconda lettera farà capire che con Gesù ha inizio il tempo nuovo ma che il suo compimento resterà ancora una promessa, dice infatti: “E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pt 3,13). Se le profezie del tempo nuovo fossero compiute con l’avvento del Messia, l’Apostolo non direbbe “noi aspettiamo”. Quindi il tempo nuovo iniziato col Messia è ancora una promessa che attendiamo, come dice l’Apostolo amato: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più (infatti il regno che viene è cosmico). Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo (risurrezione dei giusti e glorificazione del loro corpo). Udii allora una voce potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”. E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”; e soggiunse: “Soggiunse: “Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Ecco sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio” (Ap 21,1-7).

[101] 5 marzo 1947. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 9. Cap. 575

[102]IL VANGELO ETERNO: Me essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme (Lc 9,53).

[103]IL VANGELO ETERNO: Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” (Lc 9,54)

[104] Gli apostoli vogliono usare l’autorità del profeta Elia il quale veramente fece scendere fuoco sui suoi nemici: “Se sono uomo di Dio, scenda il fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta”. Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta (2 Re 1,10).

[105]IL VANGELO ETERNO: Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio (Lc 9,55-56).

[106]  Come è la tua vita così è anche la tua morte.

[107]Limbo: è il soggiorno dei giusti che attendono il Salvatore, per entrare al suo seguito nella “santa città” escatologica, come sta scritto: “Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa” (Eb 11,39).

[108]Purgatorio: è il soggiorno dei purganti che attendono il perdono dei peccati, per entrare nel regno dei Cieli, come dice l’apostolo: “Cristo, in spirito, andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè” (1 Pt 3,19-20).

[109] L’umanità, ed ancor più perfettamente la Chiesa, è una famiglia, un corpo: la preghiera che non giova ad un membro, il quale resiste allo Spirito Santo chiesto e ottenuto mediante la prece, giova ad altro membro e certamente va a vantaggio dell’intera famiglia, dell’intero corpo, dome dice il Signore parlando del servo malvagio e infingardo: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt 25,28-29).

[110] Gesù non di rado occultava la sua onnisciente ed onnipotente Divinità sotto espressioni e atteggiamenti di limitatezza e debolezza umana. Come lo vediamo per esempio alla morte di Lazzaro. Lui sa tutto eppure domanda: “Dove l’avete posto?”. Lui è forte eppure piange a dirotto: “Gesù scoppiò in pianto” (Gv 11,34-35). 

[111] 18 marzo 1947. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 9. Cap. 581

[112]IL VANGEO ETERNO: Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti (Gv 12,1).

[113] 2 aprile 1947. l’Evangelo Op. Cit. Vol. 9. Cap. 596.  Poema: IX, 15 

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