La Discepola Perfetta

GESÙ DI NAZARETH

I Vangeli di Maria

Pentecoste

 

Perfetta Discepola, compiuta Maestra

 

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI.

 

A cura di Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S

Servo dell’Ordine dei Salvatori

 

S O M M A R I O

LA DISCEPOLA PERFETTA

1. L’addio alla Madre e partenza da Nazareth. Il pianto e la preghiera della Corredentrice.

L’addio doloroso.

Una cena frugale

Maria piange

Consigli alla mamma

L’addio doloroso

Il pianto e la preghiera della Corredentrice.

Nota didattica di Gesù

Rinuncia per un più alto amore

Il pianto di Maria

Pregare insieme a Gesù

2. Maria manda Giuda Taddeo ad invitare Gesù alle nozze di Canna.

Per la causa di Dio.

“Desiderio di mia Madre è mia legge”.

Il dilemma del Taddeo.

Distacco dell’affetto materno.

La veste filata dalla Madre.

3. Le nozze di Cana. Il Figlio, non più soggetto alla Madre, compie  per Lei il primo miracolo.

Il Messia e sua Madre al convito.

Tipica casa orientale (Gv 2,1).

Portamento dignitoso di Maria. (Gv 2,1).

Ambiente ornato a festa.

Gesù con due discepoli arriva a Cana.

Un saluto da innamorata pudica.

“Donna che vi è ‘Più’ fra me e Te”.

Il convito comincia  (Gv 2,2).

“Non hanno più vino” (Gv 2,3-4).

Il Messia non ricusa nulla alla Madre (Gv 2,5-7).

L’acqua diventa vino buono (Gv 2,8-10).

“ Ringraziate Maria” (Gv 2,11-12).

Maria è la chiave del miracolo.

Significato della risposta alla Madre.

4. Nazareth con Giuda Taddeo  e con altri sei discepoli.

L’incontro con la Madre.

Arrivo a Nazareth.

I bambini affollano.

L’incontro con la Madre.

I primi discepoli.

Maria d’Alfeo.

“Fate quanto Egli dice”

Ricordi e aneddoti.

5. Arrivo di Gesù a Nazareth.

Colei che effonde i doni d’amore.

Il ritorno del Messia a Nazareth.

L’arrivo.

Le notizie.

La santificatrice

6. A Nazareth dal vecchio e malato Alfeo. Non è facile la vita dell’apostolo.

L’arrivo a Nazareth.

Gara di carità.

La Fraternità apostolico.

Un amico fedele.

A casa del vecchio iroso Alfeo.

La pazzia d’Alfeo.

Una barriera d’amore.

Collera senile del vecchio iroso Alfeo.

Il Messia è la Bontà, è l’Amore.

Il rancore ostacola la guarigione.

L’animo dei discepoli.

Satira dell’Iscariota.

Eroica fedeltà.

L’animo dei discepoli.

L’aspide.

La “Madre” e gli “Apostoli” (Insegnamento).

La Madre.

Lo stile apostolico.

Madre e Vergine.

7. Gesù interroga la Madre in merito  ai discepoli.

La Confidente del cuore.

La consigliere del Messia.

La Discepola del Messia.

8. Partenza del Figlio.

Preparativi e partenza.

C’è posta per il Messia.

Il postino

Lettera della “Mamma”.

Lettera di Lazzaro.

Lettera di Doras a Lazzaro.

L’acquisto di un grande merito in Cielo.

Maria Vergine ha bisogno di pace.

9. A Nazareth per la morte di Alfeo.  Lenta conversione del cugino Simone.

Primazia dello spirito.

Venti diversi(Lc 4.14-15).

Gesù cede alla volontà di tutti.

L’Amore non è amato.

Più che il sangue è lo spirito.

“Non mancate alla legge d’amore”.

Venerare le spoglie dei defunti.

La Grazia e la volontà (Insegnamento).

La Grazia è relativa alla giustizia

10. Cacciata da Nazareth e conforto  alla Madre. Riflessioni.

Il Messia Liberatore.

La sinagoga(Lc 4,16-17).

Il Messia Liberatore(Lc 4,18-21).

Incredulità e ostilità (Lc 4,22-27).

Il Messia se ne va dal cuore incredulo(Lc 4.28-30).

Conforto alla Madre.

Missione del Messia.

Le cause dei dolori di Gesù e di Maria.

Si riprende il tempo perduto

Il serpe.

Le volpi astute.

La velva.

I massi.

11. Gesù e la Madre da Giovanna di Cusa.

Giovanna e Cusa.

Gioia di ospitare Maria.

Motivo di riflessione.

Lode al Fiore della stirpe regale.

12. Bambino paralitico guarito per intercessione della Madre di Gesù.

Intervista a Maria.

I vendemmiatori.

Intervista a Maria.

Nel rustico loggiato.

Nelle braccia di Maria.

13. Morte di Giona nella casa di Nazareth.

Dolce sorella morte.

14. Una lettera della Madre.  Gesù costretto a lasciare l’Acqua Speciosa.

Lettera della Mamma.

La gioia di essere insieme.

Lettera di Maria.

Mondo di cattivi.

LA DISCEPOLA PERFETTA

15. A Nazareth dalla Madre, che dovrà seguire il Figlio.

Il Cuore della Mamma.

C’è chi ama per tutti.

Amare Maria è giustizia e pace!

Il cuore delle mamme.

16. A Nazareth Annalia, la prima Consacrata alla verginità  per amore al Messia.

La perfezione a cui la creatura può salire.

Nozze della primavera.

Un nido di purezza.

L’agnella trova il suo Pastore.

Professione d’amore.

Consacrazione all’Amore per amore.

I puri sono la gioia di Gesù.

L’alba delle vergini.

17. La nuova missione della donna nel discorso alle discepole a Nazareth.

Le basi della Fraternità femminile (insegnamento).

Il gruppo delle discepole.

I discepoli cristiani.

Le discepole come sacerdotesse minori.

Mondo tremendo in nequizia.

Avere la forza di sfidare tutto il mondo.

La perfezione assoluta del donarsi.

Principali doveri delle discepole.

Sotto la guida perfetta di Maria.

La Madre del Redentore.

Esempio delle donne discepole.

La missione di Marta.

18. Il sabato al Getsemani. Gesù parla della Madre e degli amori di diverse potenze.

Gesù parla della Madre

Consiglio per gli acquisti

Anteprima ella parabola dell’uccellino

Parabola dell’uccellino

Amori di diverse potenze

Amore di seconda potenza

Amore di terza potenza

L’amore di prima potenza

Amore di Adamo e Eva prima del peccato

Amore di quarta potenza

I “disamori”

I cavilli dell’Iscariota

Parlando di Maria

I narratori dell’infanzia di Maria.

Lezione di castità

La Madre della Sapienza

L’Immacolata concepita.

Apprensioni di Jabè – Marziam

Un mantello per Marziam

19. L’incontro con la Madre a Betania. Jabé cambia il suo nome in Marjziam.

Incontro con la madre

Due figli dell’ ubbidienza

In casa di Simone

Storia di Jabè – Marziam

Il manto regale del Messia

Gara di solidarietà

Margziam: piccola stilla nel mare dei salvati

Convegno dei pastori

Marziam in veste di lino

Aglae è una grande redenzione

20. Dai lebbrosi di Siloan e di Ben Hinnom. Pietro ottiene Marjziam per mezzo di Maria.

E’ chiamato Margziam

Marziam sembra il figlio del re.

Marziam, bello di nozze

E’ chiamato Marziam

Fra i sepolcri vivi dei lebbrosi

Ferie apostoliche

Fra i sepolcri di Siloan

I lebbrosi della Geenna di Ben Hinnom

Il bambino simbolo della Chiesa

Marziam, il bambino-simbolo della Chiesa

L’ innocenza parla

La potenza della parola di Maria

21. La parabola del figlio prodigo.

Metodo per rinascere uomo nuovo

Ricostruire l’ anima

Missione speciale

La parabola del figlio prodigo

Il figlio prodigo (Lc 15,11-12).

Figlio dissoluto (Lc 15,13).

Figlio  superbo (Lc 15,14).

Figlio stolto (Lc 15,15-16).

Beneficio della riflessione (Lc 15,17).

Frutto dell’umiltà(Lc 15,18-20).

Il padre misericordioso (Lc 15,20-24).

Il fratello maggiore(Le 15,25-30).

L’amore senza misura (Lc 15,3 1-32).

Ritorno dell’ Iscariota

22.  Con due parabole sul regno dei Cieli termina la sosta a Betania.

La parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13).

Premesse

Usanze e costumi.

Le dieci vergini (Mt 25,1).

Cinque savie e cinque stolte (Mt  25,2-5).

“Ecco lo sposo!”  (Mt 25,6-10).

Conseguenze della stoltezza (Mt 25,11-13).

Senso della parabola

Le nozze celesti.

Lo Sposo e la sposa.

Le ancelle-vergini.

Le virtù necessarie.

Vigilanza, vigilanza, vigilanza.

La fame di Dio

La parabola del banchetto nuziale

Beati quelli che Gesù benedice.

La parola di Gesù è tutto il bene dei poveri.

La virtù della libertà dalle ricchezze

“Padre, sovvienici della tua misericordia”.

La parabola del banchetto nuziale (Mt 22,2-14).

Il banchetto nuziale (Mt 22,2).

Malizia degli invitati (Mt 22,3-6).

Nefaste conseguenze della malvagità (Mt 22,7-8).

I commensali del Regno (Mt 22,9-10).

La veste nuziale (Mt 22,11-14).

Senso della parabola

Cause che attirano l’ira del Re.

Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti

Popolo avvelenato nei suoi capi

Animatori di preghiera

Gesù è serenità e parola

Cause della distruzione del Tempio

Ogni partenza è dolorosa

23. Alla grotta di Betlemme la Madre rievoca la nascita di Gesù.

Maria rievoca il viaggio a Betlemme

La regina di Betlemme

Maternità divina

Betlemme

Il Natale: nascita del Bambino Gesù

La grotta

L’ estasi

La nascita

I pastori

Semplicemente la Madre

Donna e adoratrice

Volontà divina

L’ amore e il potere

Il cantico dei cantici

L’Iscariota questiona sulla incarnazione

MADRE E MAESTRA DELLE DISCEPOLE

24. Maria SS. rivede il pastore Elia e con Gesù va da Elisa a Betsur.

Una crisi di odio

A due a due in cerca di Elia

“Interrogativi di Marzjiam”

Marziam in crisi di odio

L’odio fa perdere il cielo

L’incontro col pastore Elia

I giardini di Salomone

Panorama e fatti del viaggio

Panorama e fatti del viaggio

Elisa di Betsur

Amica-compagna-maestra di Maria

Elisa, vedova sconsolata

La speranza della risurrezione

Maria Ss. resta con Elisa

25. La fecondità del dolore nel discorso di Gesù presso la casa di Elisa a Betsur.

Gli amici di Elisa

La convalescente

Da semplici pastori a discepoli del Messia

Servire Dio nel prossimo (discorso)

Compito degli evangelizzatori

Noemi e Rut

Volontà di servire

26. La madre di Giuda si confida con la Madre di Gesù, giunta a Keriot con Simone Zelote.

Nella bella casa di Giuda.

A mensa

Porfiria, donna quieta, casta e silenziosa

A due a due per evangelizzare.

Le madri dei segnati

La Madre di Gesù.

La madre dell’ Iscariota

Madre infedele

Pregare Dio di fare per il meglio.

27. Maria di Magdala è andata  da Maria SS.

L’anima e la verità.

Il prezzo di una anima.

Verità, onestà e condotta morale non transigono.

Il Regno di Dio in parabole (Discorso)

Lo spirito e il fratello corpo

Parabola del tesoro nascosto (Mt 13,44).

Maddalena ha superato Marta.

Presso la Madre universale.

28. L’arrivo a Cafarnao, sotto un temporale, di Maria SS. con Maria  di Magdala.

Segno certo di bufera

Due donne sotto il temporale.

La Maddalena ha superato il suo temporale.

La discepola e la sorella.

29. Giovanni ripete un discorso di Gesù sul Creato e sui popoli che attendono  la Luce.

Espiazione e ricordi

L’espiazione della Maddalena.

Ricordi dal Tabor.

La creazione (discorso: firmamento, luce, mare)

Tutto ha la sua ragione buona di essere.

Gli spiriti ottenebrati dallo orgoglio e dal pessimismo.

Occorre guardare il creato con occhi di fede.

Cielo e terra, luce e tenebre.

L’ordine prova la potenza e la bontà del Creatore.

I tre elementi che più parlano di Dio.

La nuova evangelizzazione.

Il dono di Giovanni.

30. Maria SS. ammaestra la Maddalena sull’orazione mentale.

Panorami splendidi.

Sospinte dall’amore.

L’amore egoista dell’Iscariota.

Panorami splendidi.

Il segreto della vita spirituale.

Necessità e utilità dalla meditazione.

Il segreto della vita spirituale.

“Sorella diletta”.

Flash sulla fuga in Egitto.

31. A Betlem di Galilea. Giudizio per un omicidio e parabola delle foreste pietrificate.

Abele trascinato alla morte.

“Venite adoriamo”

L’amore di Maria per gli agnellini.

Abele trascinato alla morte.

Coraggio di salvare

Il coraggio di parlare.

Il coraggio d’intervenire.

Il coraggio di smascherare.

Il Messia applica la legge mosaica

Giudizio secondo la legge mosaica.

Mirta e Abele si consacrano al Messia.

La Legge in Israele. (Discorso)

La Legge è morta

Similitudine delle foreste pietrificate.

Fate rivivere la Legge.

32. Maria SS. ammaestra la Maddalena sull’orazione mentale.

Panorami splendidi.

Sospinte dall’amore.

L’amore egoista dell’Iscariota.

Panorami splendidi.

Il segreto della vita spirituale.

Necessità e utilità dalla meditazione.

Il segreto della vita spirituale.

“Sorella diletta”.

Flash sulla fuga in Egitto.

33. A Betlem di Galilea. Giudizio per un omicidio e parabola delle foreste pietrificate.

Abele trascinato alla morte.

“Venite adoriamo”

L’amore di Maria per gli agnellini.

Abele trascinato alla morte.

Coraggio di salvare

Il coraggio di parlare.

Il coraggio d’intervenire.

Il coraggio di smascherare.

Il Messia applica la legge mosaica

Giudizio secondo la legge mosaica.

Mirta e Abele si consacrano al Messia.

La Legge in Israele. (Discorso)

La Legge è morta

Similitudine delle foreste pietrificate.

Fate rivivere la Legge.

34. Viaggio lieto verso Gerico senza l’Iscariota.

Dimensione della carità e possesso della verità

Famiglie di Gesù e Maria.

La croce di Giovanni di Endor.

L’incorreggibile Pietro.

Una imperfezione alla carità.

Il possesso della Verità.

35. Lode di una donna alla  Madre di Gesù.

Beato chi ascolta e pratica la parola di Dio  (Lc 11,27-28)..

36.Gesù si ristora nelle carezze  della Mamma.

L’ubbidienza è la virtù del giusto.

Onde d’amore e di fedeltà.

37. Il ricco obolo lasciato dal mercante. Commiato dalla Madre e dalle discepole.

L’ora del congedo.

Trottando sui cammelli

L’ora del commiato.

Luce che si fa materia.

Dono per i poveri.

38. Gesù dalla Madre a Nazareth.

Il Messia a Nazareth per le Encenie.

Sera da lupi

Un dolce grido di gioia.

Gli angeli hanno imparato da Maria

Una veste da Re

Tre discepoli buoni.

Il Sole della Mamma.

Una vita molto triste.

39. Con Giovanni di Endor, Sintica e Marziam. Maria è Madre e Maestra.

A Gesù per Maria.

La Gioia dei discepoli buoni.

L’obbedienza esige volontà per meritare.

Madre e maestra dei cristiani.

Palese affetto per lo Zelote.

40. Preparativi di partenza da Nazareth.

Il pianto di Maria.

41. La cena nella casa di Nazareth la dolorosa partenza.

La cena nella cassetta di Nazareth.

Nuova sera di addio.

Le serve dei servi del Signore

L’anima materna di Maria d’Alfeo.

Marziam dispensato dal voto.

Un boccone da re.

Consigli per la salute corporale e spirituale.

Salute degli infermi.

Consiglio sul sacrificio e l’ubbidienza.

Partenza fra lacrime e singhiozzi.

Preparativi.

Preghiera di consacrazione.

Vera Madre dei cristiani.

Partenza fra lacrime e singhiozzi.

LA DISCEPOLA PERFETTA

1. L’addio alla Madre e partenza da Nazareth. Il pianto e la preghiera della Corredentrice[1].

L’addio doloroso.

Una cena frugale

1Vedo l’interno della casa di Nazareth. Vedo una stanza, pare un tinello dove la Famiglia prenda i pasti e sosti nelle ore di riposo. È una stanzetta molto piccina e con una semplice tavola rettangolare contro una specie di cassapanca, addossata ad una parete. Questo è il sedile di un lato. Contro le altre pareti vi è un telaio e uno sgabello, e due altri sgabelli e una scansia con sopra dei lumi ad olio e altri oggetti. Una porta è aperta sull’orticello. Deve essere verso sera, perché non c’è altro che un ricordo di sole sulla cima di un alto albero, che appena verzica con le prime foglie.

2Alla tavola è seduto Gesù. Mangia e Maria lo serve andando e venendo da una porticina, che suppongo conduca al posto dove è il focolare, del quale si vede il bagliore dalla porta socchiusa.

3Gesù dice due o tre volte a Maria di sedere… e di mangiare Essa pure. Ma Lei non vuole, scuote il capo sorridendo mestamente e porta, dopo le verdure lessate, che mi pare abbiano il ruolo di minestra, dei pesci arrostiti e poi un formaggio piuttosto molle, come un pecorino fresco, di forma appallottolata come una di quelle pietre che si vedono nei torrenti, e delle ulive piccole e scure. Il pane, in piccole forme tonde (larghe quanto un piatto comune) e poco alto, è già sulla tavola. È piuttosto scuro, come non fosse privato del cruschello. Gesù ha davanti un’anfora con dell’acqua e una coppa. Mangia in silenzio, guardando la Mamma con doloroso amore.

4Maria, lo si vede visibilmente, è in pena. Va, viene, per darsi un contegno. Accende, e vi è ancora luce sufficiente, una lucerna e la mette presso a Gesù, e nell’allungare il braccio carezza la testa del Figlio furtivamente, riapre una bisaccia, che mi pare di quelle stoffe tessute a mano di lana vergine e perciò impermeabile, color nocciola, vi fruga dentro, esce nell’orticello e va in fondo ad esso, in una specie di ripostiglio, ne esce con delle mele piuttosto vizze, certo conservate dall’estate, e le mette nella bisaccia, poi prende un pane e una formaggella e unisce anche questa, per quanto Gesù non voglia, dicendo che basta ciò che ha.

Maria piange

5Poi Maria si accosta alla tavola di nuovo, dal lato più stretto, alla sinistra di Gesù, e lo guarda mangiare. Se lo guarda con struggimento, con adorazione, con il volto ancor più pallido del solito e che la pena rende come invecchiato, con gli occhi più grandi per un’ombra che li segna, indizio di lacrime già versate. Sembrano anche più chiari del solito, come lavati dal pianto che è già nell’occhio, pronto a cadere. Due occhi dolorosi e stanchi.

6Gesù, che mangia adagio e palesemente contro voglia, tanto per fare contenta la Madre, e che è pensieroso più del solito, alza il capo e la guarda. Incontra uno sguardo pieno di lacrime e curva il capo per lasciarla libera, limitandosi a prenderle la manina sottile che Ella tiene appoggiata all’orlo del tavolo. Gliela prende con la sinistra e se la porta alla guancia, vi appoggia sopra la guancia e ve la strofina un momento per sentire la carezza di quella povera manina che trema, e poi la bacia sul dorso con tanto amore e rispetto.

7Vedo Maria che si porta la mano libera, la sinistra, alla bocca, come per soffocare un singhiozzo, e poi si asciuga con le dita un lacrimone che è traboccato dal ciglio e riga la guancia. Gesù riprende a mangiare e Maria esce svelta svelta nell’orticello, dove è ormai poca luce, e scompare.

8Gesù appoggia il gomito sinistro sul tavolo, e sulla mano appoggia la fronte e si immerge nei suoi pensieri, smettendo di mangiare. Poi ascolta e si alza.

9Esce anche Lui nell’orto e, dopo essersi guardato intorno, si dirige verso destra, rispetto al lato della casa, ed entra, per una spaccatura, in una parete rocciosa, dentro a quello che riconosco per il laboratorio del falegname, questa volta tutto ordinato, senza assi, senza trucioli, senza fuoco acceso. Vi è il bancone e gli utensili, tutti al loro posto, e basta.

10Curva sul bancone, Maria piange. Sembra una bambina. Ha il capo sul braccio sinistro ripiegato e piange senza rumore, ma con molto dolore.

11Gesù entra piano e le si accosta così leggermente che Ella capisce che è lì solo quando il Figlio le posa la mano sulla testa china, chiamandola: «Mamma!» con voce di amoroso rimprovero.

12Maria alza la testa e guarda Gesù fra un velo di pianto e si appoggia a Lui, con le due mani congiunte, contro al suo braccio destro.

13Gesù le asciuga il volto con un lembo della sua larga manica e poi l’abbraccia, tirandosela sul cuore e baciandola sulla fronte. Gesù è maestoso, sembra più virile del solito, e Maria sembra più bambina, fuorché nel volto che il dolore segna.

Consigli alla mamma

14«Vieni, Mamma» le dice Gesù e, tenendola stretta a Sé col braccio destro, si incammina tornando nell’orto, dove si siede su un banco contro il muro della casa. L’orto è silenzioso e ormai oscuro. Vi è solo un bel chiaro di luna e la luce che esce dal tinello. La notte è serena.

Gesù parla a Maria.

15Non intendo in principio le parole appena mormorate, alle quali Maria assente col capo.

16Poi odo: «E fatti venire le parenti. Non rimanere sola. Sarò più tranquillo, Madre, e tu sai se ho bisogno d’esser tranquillo per compiere la mia missione. Il mio amore non ti mancherà. Io verrò sovente e ti farò avvertire quando sarò in Galilea e non potrò venire a casa. Tu verrai da Me, allora. Mamma, quest’ora doveva venire. Si è iniziata qui, quando l’Angelo ti apparve; ora scocca e noi dobbiamo viverla, non è vero, Mamma? Dopo verrà la pace della prova superata e la gioia. Prima bisogna valicare questo deserto come gli antichi Padri per entrare nella Terra Promessa[2]. Ma il Signore Iddio ci aiuterà come aiutò loro. E ci darà il suo aiuto come manna spirituale per nutrire il nostro spirito nello sforzo della prova. Diciamo insieme al Padre nostro…[3]».

L’addio doloroso

17E Gesù si alza e Maria con Lui e alzano il volto al cielo. Due ostie vive che lucono nell’oscurità. Gesù dice lentamente, ma con voce chiara e scandendo le parole, la preghiera dominicale. Appoggia molto sulle frasi: «adveniat Regnum tuum, fiat voluntas tua» distanziando molto queste due frasi dalle altre. Prega con le braccia aperte, non proprio a croce, ma come stanno i sacerdoti quando si volgono a dire: «Dominus vobiscum». Maria tiene le mani congiunte.

18Poi tornano in casa e Gesù, che non ho mai visto bere vino, versa in una coppa, da un’anfora presa sulla scansia, un poco di vino bianco e la porta sulla tavola, prende per mano Maria e la obbliga a sedersi vicino a Lui e a bere di quel vino, in cui intinge una fettina di pane che le fa mangiare. L’insistenza è tale che Maria cede. Gesù beve il rimanente vino. E poi si stringe la Mamma al fianco e se la tiene così, contro la persona, dalla parte del cuore.

19Né Gesù né Maria stanno sdraiati, ma seduti come noi. Non parlano più. Attendono. Maria carezza la mano destra di Gesù e le sue ginocchia. Gesù carezza Maria sul braccio e sul capo. Poi Gesù si alza e Maria con Lui e si abbracciano e si baciano amorosamente più e più volte. Sembra che sempre si vogliano lasciare, ma Maria torna a stringere a sé la sua Creatura. E’ la Madonna, ma è una mamma infine, una mamma che si deve staccare dal suo figlio e che sa dove conduce quel distacco. Non mi si venga più a dire che Maria non ha sofferto. Prima lo credevo poco, ora più affatto.

20Gesù prende il mantello (blu scuro) e se lo drappeggia sulle spalle e sul capo a cappuccio. Poi si passa a tracolla la bisaccia, di modo che non gli ostacoli il cammino. Maria lo aiuta e mai finisce di accomodargli la veste e il manto e il cappuccio, e intanto lo carezza ancora.

21Gesù va verso l’uscio dopo avere tracciato un gesto di benedizione nella stanza. Maria lo segue e sull’uscio ormai aperto si baciano ancora. La via è silenziosa e solitaria, bianca di luna. Gesù si incammina. Si volta ancora per due volte a guardare la Mamma, che è rimasta appoggiata allo stipite, più bianca della luna e tutta lucente di pianto silenzioso. Gesù si allontana sempre più per la viuzza bianca. Maria piange sempre contro la porta. Poi Gesù scompare ad una svolta della via.

22E’ cominciato il suo cammino di Evangelizzatore, che terminerà al Golgota. Maria entra piangendo e chiude la porta. Anche per Lei è cominciato il cammino che la porterà al Golgota. E per noi…

Il pianto e la preghiera della Corredentrice[4].

Nota didattica di Gesù

Dice Gesù:

23«Questo è il quarto dolore di Maria Madre di Dio. Il primo, la presentazione al Tempio; il secondo, la fuga in Egitto; il terzo, la morte di Giuseppe; il quarto, il mio distacco da Lei.

24Conoscendo il desiderio del Padre[5], ti ho detto ieri sera che affretterò la descrizione dei “nostri” dolori perché siano resi noti. Ma, come vedi, già ne erano stati illustrati di quelli di mia Madre. Ho spiegato prima la fuga che la presentazione, perché vi era bisogno di farlo in quel giorno. Io so. E tu comprendi e dirai il perché al Padre. A voce.

25E’ mio disegno alternare le tue contemplazioni, e le mie conseguenti spiegazioni, coi dettati veri e propri, per sollevare te e il tuo spirito dandoti la beatitudine del vedere, e anche perché così è palese la differenza stilistica fra il tuo comporre ed il mio. Inoltre, davanti a tanti libri che parlano di Me e che, tocca e ritocca, muta e infronzola, sono divenuti irreali, Io ho desiderio di dare a chi in Me crede una visione riportata alla verità del mio tempo mortale. Non ne esco diminuito, ma anzi reso più grande nella mia umiltà, che si fa pane a voi per insegnarvi ad essere umili e simili a Me, che fui uomo come voi e che portai nella mia veste d’uomo la perfezione di un Dio. Dovevo essere Modello vostro, e i modelli devono essere sempre perfetti.

26Non terrò nelle contemplazioni una linea cronologica corrispondente a quella dei Vangeli. Prenderò i punti che troverò più utili in quel giorno per te o per altri, seguendo una mia linea di insegnamento e di bontà.

Rinuncia per un più alto amore

27L’insegnamento che viene dalla contemplazione del mio distacco va specialmente ai genitori e ai figli, che la volontà di Dio chiama alla rinuncia reciproca per un più alto amore. In secondo luogo va a tutti coloro che si trovano di fronte ad una rinuncia penosa.

28Quante ne trovate nella vita! Esse sono spine sulla terra e trafiggenti il cuore, lo so. Ma a chi le accoglie con rassegnazione – badate, non dico: “a chi le desidera e le accoglie con gioia” (ciò è già perfezione); dico: ”con rassegnazione” – si mutano in eterne rose. Ma pochi le accolgono con rassegnazione. Come asinelli restii, recalcitrate al volere del Padre e vi impuntate, se pur non cercate colpire con spirituali calci e morsi, ossia con ribellione e bestemmie al buon Dio.

29E non dite: “Ma io non avevo che questo bene e Dio me l’ha tolto. Ma io non avevo che questo affetto e Dio me l’ha strappato”. Anche Maria, donna gentile, amorosa alla perfezione, perché nella Tutta Grazia anche le forme affettive e sensitive erano perfette, non aveva che un bene e un amore sulla terra: il Figlio suo. Non le rimaneva che Quello. I genitori morti da tempo, Giuseppe morto da qualche anno. Non c’ero che Io per amarla e farle sentire che non era sola. I parenti, per cagione di Me, di cui non sapevano l’origine divina, le erano un poco ostili, come verso una mamma che non sa imporsi al figlio che esce dal comune buon senso, che rifiuta le nozze proposte, le quali potrebbero dare lustro alla famiglia, e aiuto anche.

30I parenti, voce del senso comune, del senso umano – voi lo chiamate buon senso, ma non è che senso umano, ossia egoismo – avrebbero voluto queste pratiche svolte nella mia vita. In fondo c’era sempre la paura di dovere un giorno passare delle noie per causa mia, che già osavo mettere fuori delle idee troppo idealiste, secondo loro, le quali potevano urtare la sinagoga. La storia ebraica era piena di insegnamenti sulla sorte dei profeti[6]. Non era una facile missione quella del profeta, e dava sovente morte allo stesso e noie al parentado. In fondo c’era sempre il pensiero di dovere, un giorno, occuparsi di mia Madre.

31Perciò il vedere che Ella non mi ostacolava in nulla e pareva in continua adorazione davanti al Figlio, li urtava. Questo urto sarebbe poi cresciuto nei tre anni di ministero, sino a culminare nei rimproveri aperti quando mi raggiungevano in mezzo alle folle e si vergognavano della mia, secondo loro, mania di urtare le caste potenti. Rimprovero a Me e a Lei, povera Mamma!

Il pianto di Maria

32Eppure Maria, che sapeva l’umore dei parenti – non tutti furono come Giacomo e Giuda e Simone, né come la loro madre Maria di Cleofa – e che prevedeva l’umore futuro, Maria, che sapeva la sua sorte durante quei tre anni e quella che l’attendeva alla fine degli stessi e la sorte mia, non recalcitrò come voi fate. Pianse. E chi non avrebbe pianto davanti ad una separazione da un figlio che l’amava come Io l’amavo, davanti alla prospettiva dei lunghi giorni, vuoti della mia presenza, nella casa solitaria, davanti al futuro del Figlio destinato a dare di cozzo contro il malanimo di chi era colpevole e che si vendicava d’esser colpevole offendendo l’Incolpevole sino ad ucciderlo?

33Pianse perché era la Corredentrice e la Madre del genere umano rinato a Dio, e doveva piangere per tutte le mamme che non sanno fare, del loro dolore di madri, una corona di gloria eterna.

34Quante madri nel mondo, a cui la morte svelle dalle braccia una creatura! Quante madri a cui un soprannaturale volere strappa dal fianco un figlio! Per tutte le sue figlie, come Madre dei cristiani, per tutte le sue sorelle, nel dolore di madre orbata, ha pianto Maria. E per tutti i figli che, nati da donna, sono destinati a divenire apostoli di Dio o martiri per amore di Dio, per fedeltà a Dio, o per ferocia umana.

35Il mio Sangue e il pianto di mia Madre sono la mistura che fortifica questi segnati a eroica sorte, quella che annulla in loro le imperfezioni, o anche le colpe commesse dalla loro debolezza, dando, oltre al martirio, comunque subito, la pace di Dio e, se sofferto per Dio, la gloria del Cielo.

36La trovano i missionari come fiamma che scalda nelle regioni dove la neve impera, la trovano come rugiada là dove il sole arde. Sono spremute (lacrime) dalla carità di Maria e sono sgorgate da un cuore di giglio. Hanno perciò, della carità verginale sposata all’Amore, il fuoco, e della verginale purezza la profumata frescura, simile a quella dell’acqua raccolta nel calice di un giglio dopo una notte rugiadosa.

37La trovano i consacrati in quel deserto che è la vita monastica bene intesa: deserto, perché non vive che l’unione con Dio, e ogni altro affetto cade divenendo unicamente carità soprannaturale: per i parenti, gli amici, i superiori, gli inferiori.

38La trovano i consacrati a Dio nel mondo, nel mondo che non li capisce e non li ama, deserto anche per questi, in cui essi vivono come fossero soli, tanto sono incompresi e derisi per amor mio.

39La trovano le mie care “vittime”, perché Maria è la prima delle vittime per amore di Gesù, ed alle sue seguaci Ella dà, con mano di Madre e di Medico, le sue lacrime che ristorano e inebriano a più alto sacrificio. Santo pianto della Madre mia!

Pregare insieme a Gesù

40Maria prega. Non si rifiuta di pregare perché Dio le dà un dolore. Ricordatelo. Prega insieme a Gesù. Prega il Padre. Nostro e vostro.

41Il primo “Pater noster” è stato pronunciato nell’orto di Nazareth per consolare la pena di Maria, per offrire le “nostre” volontà all’Eterno nel momento che si iniziava per queste volontà il periodo di sempre crescente rinunzia, culminante a quella della vita per Me e della morte di un Figlio per Maria[7].

42E, per quanto noi non avessimo nulla da farci perdonare dal Padre, pure per umiltà noi, i Senza Colpa, abbiamo chiesto il perdono del Padre per andare perdonati, assolti anche di un sospiro, incontro alla nostra missione degnamente. Per insegnarvi che più si è in grazia di Dio e più la missione è benedetta e fruttuosa. Per insegnarvi il rispetto a Dio e l’umiltà. Davanti a Dio Padre anche le nostre due perfezioni di Uomo e di Donna si sono sentite nulla e hanno chiesto perdono. Come hanno chiesto il “pane quotidiano”.

43Quale era il nostro pane? Oh! non quello impastato dalle pure mani di Maria e cotto nel piccolo forno, per il quale tante volte avevo formato fastelli e fascine. Anche quello necessario finché si è sulla terra. Ma il “nostro” pane quotidiano era quello di fare giorno per giorno la nostra parte di missione. Che Dio ce la desse ogni giorno, perché fare la missione che Dio dà è la gioia del “nostro” giorno, non è vero, piccolo Giovanni?[8]

44Non lo dici anche tu che ti par vuoto il giorno, ti pare non stato, se la bontà del Signore ti lascia un giorno senza la tua missione di dolore?

45Maria prega insieme a Gesù. È Gesù che vi giustifica, figli. Sono Io che rendo accettevoli e fruttuose le vostre preghiere presso il Padre. Io l’ho detto: “Tutto quello che chiederete al Padre in mio nome, Egli ve lo concederà”[9], e la Chiesa avvalora le sue orazioni dicendo: “Per Gesù Cristo Signor nostro”[10].

46Quando pregate, unitevi sempre, sempre, sempre a Me[11]. Io pregherò a voce alta per voi, coprendo la vostra voce di uomini con la mia di Uomo-Dio. Io metterò sulle mie mani trafitte la vostra preghiera e l’eleverò al Padre. Diverrà ostia di pregio infinito. La mia voce fusa con la vostra salirà come bacio filiale al Padre, e la porpora delle mie ferite farà prezioso il vostro pregare. Siate in Me se volete avere il Padre in voi, con voi, per voi.

47Hai finito la narrazione dicendo: “E per noi…”, e volevi dire: “per noi che siamo così ingrati verso questi Due che hanno montato il Calvario per noi”. Hai fatto bene a mettere quelle parole. Mettile ogni volta che ti farò vedere un nostro dolore. Sia come la campana che suona e che chiama a meditare e a pentirsi.

Basta, ora. Riposa. La pace sia con te».

2. Maria manda Giuda Taddeo ad invitare Gesù alle nozze di Canna[12].

Per la causa di Dio.

“Desiderio di mia Madre è mia legge”.

1Vedo la cucina di Pietro. In essa, oltre a Gesù, vi è Pietro e la moglie, e Giacomo e Giovanni. Sembra che abbiano finito allora la cena e stiano conversando fra loro. Gesù si interessa della pesca.

2Entra Andrea e dice: «Maestro, vi è qui l’uomo presso il quale stai, con uno che si dice tuo cugino».

3Gesù si alza e va verso l’uscio dicendo: «Vengano avanti»; e quando, alla luce della lucerna ad olio e della fiamma del focolare, vede entrare Giuda Taddeo, esclama: «Tu, Giuda?!».

4«Io, Gesù». Si baciano.

5Giuda Taddeo è un bell’uomo nella pienezza della bellezza virile. Alto, sebbene non quanto Gesù, ben proporzionato nella sua robustezza, bruno, come lo era S. Giuseppe da giovane, di un olivastro non terreo e con occhi che hanno qualcosa in comune con quelli di Gesù, perché sono di una tinta azzurra, ma tendente al pervinca. Ha barba quadrata e bruna, capelli mossi, meno a ricciolo di quelli di Gesù, bruni come la barba.

6«Vengo da Cafarnao. Vi sono andato con una barca e qui pure sono venuto con essa per fare più presto. Mi manda tua Madre; dice: “Susanna è sposa domani. Io ti prego, Figlio, di essere a queste nozze”. Maria vi prende parte e con Lei la madre mia e i fratelli. Tutti i parenti vi sono invitati. Tu solo saresti assente, ed essi, i parenti, ti chiedono di far contenti gli sposi».

7Gesù si inchina lievemente, aprendo un poco le braccia, e dice: «Desiderio di mia Madre è mia legge. Ma anche per Susanna e i parenti verrò. Solo… mi spiace per voi…» e guarda Pietro e gli altri. «Sono i miei amici» spiega al cugino. E li nomina cominciando da Pietro. Per ultimo dice: «e questo è Giovanni», e lo dice in un modo tutto speciale, che attira lo sguardo più attento di Giuda Taddeo e fa arrossire il prediletto. Termina la presentazione dicendo: «Amici, questo è Giuda figlio d’Alfeo, mio fratel cugino, secondo la consuetudine del mondo, perché figlio del fratello dello sposo di mia Madre. Un mio buon amico di lavoro e di vita».

8«La mia casa è aperta a te come al Maestro. Siedi» e poi, rivolto a Gesù, Pietro dice: «E allora? Non verremo più con Te a Gerusalemme?».

9«Certo che verrete. Dopo la festa di nozze Io andrò. Soltanto non mi fermerò più a Nazareth».

10«Fai bene, Gesù. Perché tua Madre è ospite mia per qualche giorno. E’ inteso così, e vi verrà Lei pure dopo le nozze». Così dice l’uomo di Cafarnao.

11«Così faremo, allora. Ora con la barca di Giuda Io andrò a Tiberiade e di lì a Cana, e con la stessa tornerò a Cafarnao con la Madre e con te. Il giorno dopo il prossimo sabato tu verrai, Simone, se ancora vuoi venire, e andremo a Gerusalemme per la Pasqua».

«Sì che vorrò! Anzi verrò il sabato per udirti alla sinagoga».

Il dilemma del Taddeo.

12«Già ammaestri, Gesù?» chiede il Taddeo.

«Sì, cugino».

13«E che parole! Ah! non si odono sul labbro d’altri!».

14Giuda sospira. Col capo appoggiato alla mano, col gomito puntato sul ginocchio, guarda Gesù e sospira. Pare voglia parlare e non osi.

15Gesù lo stuzzica: «Che hai, Giuda? Perché mi guardi e sospiri?».

«Niente».

16«No. Niente non è. Non sono più il Gesù che tu amavi? Quello per cui non avevi segreti?».

«Si, che lo sei! E come mi manchi, Tu, maestro del tuo più anziano cugino…»

17«E allora? Parla».

«Volevo dirti… Gesù… sii prudente… hai una Madre… che non ha che Te… Tu vuoi essere un “rabbi” diverso dagli altri e Tu sai, meglio di me, che… che le caste potenti non permettono cose diverse alle consuetudinarie da loro messe. Conosco il tuo modo di pensare… è santo… Ma il mondo non è santo… e opprime i santi… Gesù… Tu sai la sorte di tuo cugino il Battista… E’ prigione, e se ancor non è morto è perché quel lurido Tetrarca ha paura della folla e del fulmine di Dio. Lurido e superstizioso come crudele e libidinoso. Tu… che farai? A che sorte vuoi andare incontro?».

18«Giuda, questo mi chiedi tu che conosci tanto del mio pensiero? Parli di tuo impulso? No. Non mentire! Ti hanno mandato, e non mia Madre certo, a dirmi queste cose…»

Giuda abbassa il capo e tace.

«Parla, cugino».

19«Mio padre… e con lui Giuseppe e Simone… sai… per tuo bene… per affetto per Te e Maria… non vedono di buon occhio quello che Tu ti proponi di fare… e… e vorrebbero Tu pensassi a tua Madre…»

20«E tu che pensi?».

«Io… io».

21«Tu sei combattuto fra le voci dell’Alto e della terra. Non dico del Basso. Dico della terra. Anche Giacomo lo è, più di te ancora. Ma Io vi dico che sopra la terra è il Cielo, sopra gli interessi del mondo vi è la causa di Dio. Avete bisogno di cambiare modo di pensare. Quando lo saprete fare, sarete perfetti».

Distacco dell’affetto materno.

22«Ma… e tua Madre?».

«Giuda, non c’è che Lei che avrebbe diritto a richiamarmi ai miei doveri di figlio, secondo la luce della terra: ossia al mio dovere di lavorare per Lei, per sovvenire ai suoi bisogni materiali, al mio dovere di assistenza e conforto con una vicinanza alla Madre. E Lei non mi chiede nulla di questo. Da quando mi ebbe, Ella sa che mi avrebbe perduto, per ritrovarmi in una maniera più vasta di quella del piccolo cerchio della famiglia. E da allora si è preparata a questo.

23Non è nuova nel suo sangue questa assoluta volontà di donazione a Dio. Sua madre l’ha offerta al Tempio prima che Ella sorridesse alla luce. Ed Ella – me lo ha detto le innumeri volte che, tenendomi contro il suo cuore nelle lunghe sere d’inverno o nelle chiare notti d’estate piene di stelle, mi ha parlato della sua infanzia santa – ed Ella si è data a Dio sin da quelle prime luci della sua alba nel mondo. E più ancora si è data quando mi ebbe, per essere dove Io sono, sulla via della missione che mi viene da Dio. Tutti mi lasceranno in un’ora; magari per pochi minuti, ma la viltà sarà padrona di tutti e penserete che era meglio, per la vostra sicurezza, non avermi mai conosciuto. Ma Lei, che ha compreso e che sa, Lei sarà sempre meco. E voi tornerete ad essere miei per Essa. Con la forza della sua sicura, amorosa fede, Ella vi aspirerà in sé e perciò vi riaspirerà in Me, perché io sono nella Madre ed Ella è in Me, e Noi in Dio.

24Questo vorrei che comprendeste voi tutti, parenti secondo il mondo, amici e figli secondo il soprannaturale. Tu, e con te gli altri, non sapete chi è mia Madre. Ma, se lo sapeste, non la critichereste in cuor vostro per non sapermi tenere a Lei soggetto, ma la venerereste come l’Amica più intima di Dio, la Potente che tutto può sul cuore dell’Eterno Padre e sul Figlio del suo cuore. Per certo che a Cana verrò. Voglio farla felice. Comprenderete meglio dopo quest’ora». Gesù è imponente e persuasivo.

25Giuda lo guarda attento. Pensa. Dice: «E io pure per certo verrò con Te, insieme a questi, se mi vuoi… perché sento che Tu dici cose giuste. Perdona alla mia cecità e a quella dei fratelli. Sei tanto più santo di noi! …»

La veste filata dalla Madre.

26«Non ho rancore per chi non mi conosce. Non ne ho neppure per chi mi odia. Ma ne ho dolore per il male che a sé stesso fa. Che hai in quella sacca?».

«La veste che tua Madre ti manda. Gran festa, domani. Ella pensa che il suo Gesù ne abbia bisogno per non sfigurare fra gli invitati. Ha filato indefessa dalle prime luci alle estreme, ogni giorno, per prepararti questa veste. Ma non ha ultimato il mantello. Ancor ne mancano le frange. Ne è tutta desolata».

27«Non occorre. Andrò con questo, e quello serberò per Gerusalemme. Il Tempio è più ancora di una festa di nozze».

«Ella ne sarà felice».

28«Se volete essere all’alba sulla via di Cana, vi conviene partire subito. La luna sorge e sarà buona la traversata» dice Pietro.

29«Andiamo, allora. Vieni, Giovanni. Ti porto con Me. Simon Pietro, Giacomo, Andrea, addio. Vi attendo la sera di sabato a Cafarnao. Addio, donna. Pace a te e alla tua casa».

30Escono Gesù con Giuda e Giovanni. Pietro li segue sino a riva e aiuta l’operazione di partenza della barca.

E la visione ha fine.

3. Le nozze di Cana. Il Figlio, non più soggetto alla Madre, compie
per Lei il primo miracolo
[13].

Il Messia e sua Madre al convito.

Tipica casa orientale (Gv 2,1)[14].

1Vedo una casa. Una caratteristica casa orientale – un cubo bianco, più largo che alto, con rade aperture – sormontata da una terrazza che fa da tetto, recinta da un muretto alto circa un metro e ombreggiata da una pergola di vite, che si arrampica fin là e stende i suoi rami su oltre metà di questa assolata terrazza.

2Una scala esterna sale lungo la facciata sino all’altezza di una porta, che si apre a metà altezza della facciata. Sotto ci sono, al terreno, delle porte basse e rade, non più di due per lato, che mettono in stanze basse e scure. La casa sorge in mezzo ad una specie di aia, più spiazzo erboso che aia, che ha al centro un pozzo. Vi sono delle piante di fico e di melo. La casa guarda verso la strada, ma non è sulla strada. E’ un poco in dentro, e un viottolo fra l’erba l’unisce alla via che sembra una via maestra.

3Si direbbe che la casa è alla periferia di Cana: casa di proprietari contadini, i quali vivono in mezzo al loro poderetto. La campagna si stende oltre la casa con le sue lontananze verdi e placide. Vi è un bel sole e un azzurro tersissimo di cielo. In principio non vedo altro. La casa è sola.

Portamento dignitoso di Maria. (Gv 2,1)[15].

4Poi vedo due donne, con lunghe vesti e un manto che fa anche da velo, avanzarsi sulla via e da questa sul sentiero. Una è più anziana, sui cinquant’anni, e veste di scuro, un color bigio marrone come di lana naturale. L’altra è vestita più in chiaro, una veste di un giallo pallido e manto azzurro, e sembra avere un trentacinque anni. E’ molto bella, snella, e ha un portamento pieno di dignità, per quanto sia tutta gentilezza e umiltà. Quando è più vicina, noto il color pallido del volto, gli occhi azzurri e i capelli biondi che appaiono sotto il velo sulla fronte. Riconosco Maria Santissima. Chi sia l’altra, che è bruna e più anziana, non so. Parlano fra loro e la Madonna sorride. Quando sono prossime alla casa, qualcuno, certamente messo a guardia degli arrivi, dà l’avviso, ed incontro alle due vengono uomini e donne tutti vestiti a festa, i quali fanno molte feste alle due e specie a Maria SS.

5L’ora pare mattutina, direi verso le nove, forse prima, perché la campagna ha ancora quell’aspetto fresco delle prime ore del giorno, nella rugiada che fa più verde l’erba e nell’aria non ancora offuscata da polvere. La stagione mi pare primaverile, perché i prati sono con erba non arsa dall’estate e i campi hanno il grano ancor giovane e senza spiga, tutto verde. Le foglie del fico e del melo sono verdi e ancora tenere, e così quelle della vite. Ma non vedo fiori sul melo e non vedo frutta né sul melo, né sul fico, né sulla vite. Segno che il melo ha già fiorito, ma da poco, e i frutticini non si vedono ancora.

6Maria, molto festeggiata e fiancheggiata da un anziano che pare il padrone di casa, sale la scala esterna ed entra in un’ampia sala che pare tenere tutta o buona parte del piano sopraelevato.

Ambiente ornato a festa.

7Mi pare di capire che gli ambienti al terreno sono le vere e proprie stanze di abitazione, le dispense, i ripostigli e le cantine, e questo sia l’ambiente riservato a usi speciali, come feste eccezionali, o a lavori che richiedano molto spazio, o anche a distensione di derrate agricole. Nelle feste lo svuotano da ogni impiccio e lo ornano, come è oggi, di rami verdi, di stuoie, di tavole imbandite.

8Al centro ve ne è una molto ricca, con sopra già delle anfore e piatti colmi di frutta. Lungo la parete di destra, rispetto a me che guardo, un’altra tavola imbandita, ma meno riccamente. Lungo quella di sinistra, una specie di lunga credenza, con sopra piatti con formaggi e altri cibi che mi paiono focacce coperte di miele e dolciumi. In terra, sempre presso questa parete, altre anfore e tre grossi vasi in forma di brocca di rame (su per giù). Le chiamerei giare.

9Maria ascolta benignamente quanto tutti le dicono, poi con bontà si leva il manto ed aiuta a finire i preparativi della mensa. La vedo andare e venire aggiustando i letti-sedili, raddrizzando le ghirlande di fiori, dando migliore aspetto alle fruttiere, osservando che nelle lampade vi sia l’olio. Sorride e parla pochissimo e a voce molto bassa. Ascolta invece molto e con tanta pazienza.

10Un grande rumore di strumenti musicali (poco armonici in verità) si ode sulla via. Tutti, meno Maria, corrono fuori. Vedo entrare la sposa, tutta agghindata e felice, circondata dai parenti e dagli amici, a fianco dello sposo che le è corso incontro per primo.

Gesù con due discepoli arriva a Cana.

11E qui la visione ha un mutamento. Vedo, invece della casa, un paese. Non so se sia Cana o altra borgata vicina. E vedo Gesù con Giovanni ed un altro che mi pare Giuda Taddeo, ma potrei, su questo secondo, sbagliare. Per Giovanni non sbaglio. Gesù è vestito di bianco ed ha un manto azzurro cupo. Sentendo il rumore degli strumenti, il compagno di Gesù chiede qualcosa ad un popolano e riferisce a Gesù. «Andiamo a far felice mia Madre» dice allora Gesù sorridendo. E si incammina attraverso ai campi, coi due compagni, alla volta della casa.

12Mi sono dimenticata di dire che ho l’impressione che Maria sia o parente o molto amica dei parenti dello sposo, perché si vede che è in confidenza.

Un saluto da innamorata pudica.

13Quando Gesù arriva, il solito, messo di sentinella, avvisa gli altri. Il padrone di casa, insieme al figlio sposo ed a Maria, scende incontro a Gesù e lo saluta rispettosamente. Saluta anche gli altri due, e lo sposo fa lo stesso. Ma quello che mi piace è il saluto pieno di amore e di rispetto di Maria al Figlio e viceversa. Non espansioni, ma uno sguardo tale accompagna la parola di saluto: «La pace è con te» e un tale sorriso che vale cento abbracci e cento baci. Il bacio tremola sulle labbra di Maria, ma non viene dato. Soltanto Ella pone la sua mano bianca e piccina sulla spalla di Gesù e gli sfiora un ricciolo della sua lunga capigliatura. Una carezza da innamorata pudica.

14Gesù sale a fianco della Madre e seguito dai discepoli e dai padroni, ed entra nella sala del convito, dove le donne si danno da fare ad aggiungere sedili e stoviglie per i tre ospiti, inaspettati, mi sembra. Direi che era incerta la venuta di Gesù e assolutamente impreveduta quella dei suoi compagni.

15Odo distintamente la voce piena, virile, dolcissima del Maestro dire, nel porre piede nella sala: «La pace sia in questa casa e la benedizione di Dio su voi tutti»… Saluto cumulativo a tutti i presenti e pieno di maestà. Gesù domina col suo aspetto e con la sua statura tutti quanti. E’ l’ospite, e fortuito, ma pare il re del convito, più dello sposo, più del padrone di casa. Per quanto sia umile e condiscendente, è colui che si impone.

“Donna che vi è ‘Più’ fra me e Te”.

Il convito comincia  (Gv 2,2)[16].

16Gesù prende posto alla tavola di centro con lo sposo, la sposa, i parenti degli sposi e gli amici più influenti.

17I due discepoli, per rispetto al Maestro, vengono fatti sedere alla stessa tavola.

18Gesù ha le spalle voltate alla parete dove sono le giare e le credenze. Non le vede perciò, e non vede neppure l’affaccendarsi del maggiordomo intorno ai piatti di arrosti, che vengono portati da una porticina che si apre presso le credenze.

19Osservo una cosa. Meno le rispettive madri degli sposi e meno Maria, nessuna donna siede a quel tavolo. Tutte le donne sono, e fanno baccano per cento, all’altra tavola contro la parete, e vengono servite dopo che sono stati serviti gli sposi e gli ospiti di riguardo. Gesù è presso il padrone di casa ed ha di fronte Maria, la quale siede a fianco della sposa.

20Il convito comincia. E le assicuro che l’appetito non manca e neanche la sete. Quelli che lasciano poco il segno sono Gesù e sua Madre, la quale, anche, parla pochissimo. Gesù parla un poco di più. Ma, per quanto sia parco, non è, nel suo scarso parlare, né accigliato né sdegnoso. E’ un uomo cortese ma non ciarliero. Interrogato risponde, se gli parlano si interessa, espone il suo parere, ma poi si raccoglie in Sé come uno abituato a meditare. Sorride, non ride mai. E, se sente qualche scherzo troppo avventato, mostra di non udire. Maria si ciba della contemplazione del suo Gesù, e così Giovanni, che è verso il fondo della tavola e pende dalle labbra del suo Maestro.

“Non hanno più vino” (Gv 2,3-4)[17].

21Maria si accorge che i servi parlottano col maggiordomo e che questo è impacciato, e capisce cosa c’è di spiacevole. «Figlio» dice piano, richiamando l’attenzione di Gesù con quella parola. «Figlio, non hanno più vino».

22«Donna, che vi è più fra Me e te?». Gesù, nel dirle questa frase, sorride ancor più dolcemente, e sorride Maria, come due che sanno una verità che è loro gioioso segreto, ignorata da tutti gli altri.

Il Messia non ricusa nulla alla Madre (Gv 2,5-7)[18].

23Maria ordina ai servi: «Fate quello che Egli vi dirà». Maria ha letto negli occhi sorridenti del Figlio l’assenso, velato dal grande insegnamento a tutti i “vocati”.

24E ai servi: «Empite d’acqua le idrie» ordina Gesù.

25Vedo i servi empire le giare di acqua portata dal pozzo (odo stridere la carrucola che porta su e giù il secchio gocciolante).

L’acqua diventa vino buono (Gv 2,8-10)[19].

26Vedo il maggiordomo mescersi un poco di quel liquido con occhi di stupore, assaggiarlo con atti di ancor più vivo stupore, gustarlo e parlare al padrone di casa e allo sposo (erano vicini).

 

27Maria guarda ancora il Figlio e sorride; poi, raccolto un sorriso di Lui, china il capo arrossendo lievemente. E’ beata.

28Nella sala passa un sussurrio, le teste si volgono tutte verso Gesù e Maria, c’è chi si alza per vedere meglio, chi va alle giare. Un silenzio, e poi un coro di lodi a Gesù.

“ Ringraziate Maria” (Gv 2,11-12)[20].

29Ma Egli si alza e dice una parola: «Ringraziate Maria» e poi si sottrae al convito. I discepoli lo seguono. Sulla soglia ripete: «La pace sia a questa casa e la benedizione di Dio su voi» e aggiunge: «Madre, ti saluto».

La visione cessa.

Maria è la chiave del miracolo.

Significato della risposta alla Madre[21].

Gesù mi spiega il significato della frase.

30«Quel “più”, che molti traduttori omettono, è la chiave della frase e la spiega nel suo vero significato.

31Ero il Figlio soggetto alla Madre sino al momento in cui la volontà del Padre mio mi indicò esser venuta l’ora di essere il Maestro. Dal momento che la mia missione ebbe inizio, non ero più il Figlio soggetto alla Madre, ma il Servo di Dio. Rotti i legami morali verso la mia Genitrice. Essi si erano mutati in altri più alti, si erano rifugiati tutti nello spirito. Quello chiamava sempre “Mamma” Maria, la mia Santa. L’amore non conobbe soste, né intiepidimento, anzi non fu mai tanto perfetto come quando, separato da Lei come per una seconda filiazione, Ella mi dette al mondo per il mondo, come Messia, come Evangelizzatore. La sua terza sublime mistica maternità fu quando, nello strazio del Golgota, mi partorì alla Croce facendo di Me il Redentore del mondo.

32“Che vi è più fra Me e te?” Prima ero tuo, unicamente tuo. Tu mi comandavi, Io ti ubbidivo. Ti ero “soggetto“. Ora sono della mia missione.

33Non l’ho forse detto? “Chi, messa la mano all’aratro, si volge indietro a salutare chi resta, non è adatto al Regno di Dio”. Io avevo posto la mano all’aratro per aprire col vomere non le glebe, ma i cuori, e seminarvi la parola di Dio. Avrei levato quella mano solo quando me l’avrebbero strappata di là per inchiodarmela alla croce ed aprire con il mio torturante chiodo il cuore del Padre mio, facendone uscire il perdono per l’umanità.

34Quel “più”, dimenticato dai più, voleva dire questo: “Tutto mi sei stata, o Madre, finché fui unicamente il Gesù di Maria di Nazareth, e tutto mi sei nel mio spirito; ma, da quando sono il Messia atteso, sono del Padre mio. Attendi un poco ancora e, finita la missione, sarò da capo tutto tuo; mi riavrai ancora sulle braccia come quand’ero bambino, e nessuno te lo contenderà più, questo tuo Figlio, considerato un obbrobrio dell’umanità, che te ne getterà la spoglia per coprire te pure dell’obbrobrio d’esser madre di un reo. E poi mi avrai di nuovo, trionfante, e poi mi avrai per sempre, trionfante tu pure in Cielo. Ma ora sono di tutti questi uomini. E sono del Padre che mi ha mandato ad essi”.

35Ecco quel che vuol dire quel piccolo e così denso di significato “più”.

4. Nazareth con Giuda Taddeo
e con altri sei discepoli
[22].

L’incontro con la Madre.

Arrivo a Nazareth.

1Gesù giunge con il cugino e i sei discepoli nelle prossimità di Nazareth. Dall’alto del poggio dove si trovano si vede la cittadina, bianca fra il verde, salire e scendere per le chine su cui è costruita, un dolce ondulare di chine, dove appena sentito, dove più marcato.

2«Siamo giunti, amici. Ecco là la mia casa. Mia Madre è in essa, perché fumo si eleva dalla casa. Forse fa il pane. Io non vi dico: “Restate”, perché penso che avrete ansia di giungere a casa. Ma se volete spezzare con Me il pane e conoscere Quella che già Giovanni conosce, vi dico: “Venite”».

3I sei, che erano già tristi per l’imminente separazione, tornano tutti lieti e accettano di cuore.

«Andiamo, dunque».

I bambini affollano.

4Scendono sveltamente la collinetta e prendono la via maestra. E’ verso sera. Fa ancora caldo, ma già le ombre scendono sulla campagna in cui le biade tendono a maturare. Entrano in paese. Donne che vanno e vengono dalla fonte, uomini sulle soglie delle minuscole officine o negli orti, salutano Gesù e Giuda. I bambini, poi, si affollano intorno a Gesù.

5«Sei tornato?».

6«Adesso resti qui?».

7«Mi si è rotta di nuovo la ruota del carrettino».

8«Sai, Gesù? Mi è nata una sorella e l’hanno chiamata Maria».

9«Il maestro mi ha detto che so tutto e che sono un vero figlio della Legge».

10«Sara non c’è perché ha la mamma malata forte. Piange, perché ha paura».

11«Mio fratello Isacco ha preso moglie. C’è stata gran festa».

L’incontro con la Madre.

12Gesù ascolta, carezza, encomia, promette aiuto. Giungono a casa così. E sulla soglia è già Maria, avvisata da un ragazzetto premuroso.

«Figlio mio!».

«Mamma!».

13I due sono uno fra le braccia dell’altra. Maria, molto più bassa di Gesù, ha il capo appoggiato sul sommo del petto del Figlio, chiusa fra il cerchio delle sue braccia. Egli la bacia sui capelli biondi. Entrano in casa. I discepoli, Giuda compreso, restano fuori, per lasciare liberi i due nelle loro prime espansioni.

14«Gesù! Figlio mio!». La voce di Maria è trepida come quella di chi ha le lacrime in gola.

15«Perché, Mamma, così?».

«O Figlio! Mi hanno detto… Nel Tempio c’erano dei galilei, dei nazareni, quel giorno… Sono tornati… e hanno raccontato… O Figlio! …».

16«Ma tu lo vedi, Mamma! Io sto bene. Nessun male m’è venuto. Solo è venuta gloria a Dio nella sua Casa».

17«Sì. Lo so, Figlio del mio cuore. So che è stato come lo squillo che evoca i dormienti. E per la gloria di Dio io ne sono felice… felice che questo mio popolo si svegli a Dio… Io non ti rimprovero… io non ti ostacolo… ti comprendo… e… e son felice… ma ti ho generato, io, Figlio mio!…». Maria sta ancora fra il cerchio delle braccia di Gesù ed ha parlato tenendo le manine aperte e appoggiate sul petto del Figlio, colla testa alzata verso di Lui, l’occhio più lucido per il pianto che è pronto a scendere, e ora tace, riappoggiando la testa sul petto di Lui. Pare una tortorina grigia, così vestita di bigiognolo come è, fra il riparo di due forti ali di candore, perché Gesù è ancora col suo abito e manto bianco.

I primi discepoli.

18«Mamma! Povera Mamma! Cara Mamma!…» Gesù la bacia ancora. Poi dice: «Ebbene, vedi? Io sono qui, e non solo. Ho con Me i discepoli primi, e altri sono in Giudea. E anche il cugino Giuda è con Me e mi segue…».

19«Giuda?».

«Sì, Giuda. So perché sei stupita. Certo, fra coloro che hanno parlato del fatto erano Alfeo coi figli… e non erro dicendo che mi hanno criticato. Ma non avere paura. Oggi così, domani non così. L’uomo va coltivato come la terra, e dove sono triboli escono rose. Giuda, che tu ami, è già con Me».

20«Dove è ora?». Lì fuori con gli altri. Hai pane per tutti?»

«Sì, Figlio. Maria d’Alfeo è nel forno che lo sforna. Molto buona è Maria con me, e specie ora».

21«Dio le darà gloria». Si fa sulla porta e chiama: «Giuda! Qui è tua madre! Amici, venite!».

22Entrano e salutano. Ma Giuda bacia Maria. E poi corre in cerca di sua madre.

23Gesù nomina i cinque: Pietro, Andrea, Giacomo, Natanaele, Filippo; perché Giovanni, già noto a Maria, l’ha salutata subito dopo Giuda, inchinandosi e ricevendone benedizione.

24Maria li saluta e li invita a sedersi. E’ la padrona di casa e, pur adorando con lo sguardo il suo Gesù – pare che l’anima continui a parlare, per gli occhi, col Figlio – si occupa degli ospiti. Vorrebbe portare l’acqua per ristorarli.

25Ma Pietro scatta: «No, Donna. Non posso permetterlo. Tu siedi presso tuo Figlio, Madre santa. Io andrò, andremo nell’orto per rinfrescarci».

Maria d’Alfeo.

26Accorre Maria d’Alfeo, rossa e infarinata, e saluta Gesù che la benedice, e poi conduce i sei nell’orto, alla vasca, e torna felice. «Oh! Maria!» dice alla Vergine. «Giuda mi ha detto. Come sono contenta! Per Giuda e per te, cognata mia. So che gli altri mi grideranno. Ma non mi importa. Sarò felice il giorno che li saprò tutti di Gesù. Noi mamme sappiamo… sentiamo quello che è bene per i figli. E io sento che il bene delle mie creature sei Tu, Gesù».

Gesù la carezza sul capo, sorridendole.

27Tornano i discepoli, e Maria di Alfeo serve pane fragrante, ulive e formaggio. E porta un’anforetta di vinetto rosso, che Gesù mesce ai suoi amici. E’ sempre Gesù che offre e poi distribuisce.

“Fate quanto Egli dice”

28Un poco impacciati sulle prime, i discepoli dopo si fanno più sicuri, e raccontano delle loro case, del viaggio a Gerusalemme, dei miracoli avvenuti.

29Sono pieni di zelo e di affetto, e Pietro cerca di farsi di Maria un’alleata per ottenere di essere subito presi da Gesù senza attese a Betsaida.

30«Fate quanto Egli dice» esorta Lei, con un sorriso soave. «Questa attesa vi gioverà più di una unione immediata. Il mio Gesù fa tutto bene quanto fa».

31La speranza di Pietro muore. Ma egli si rassegna con buon garbo. Chiede solo: «Durerà molto l’attesa? Gesù lo guarda con un sorriso, ma non dice altro.

32Maria interpreta quel sorriso come un segno benevolo e dice: «Simone di Giona, Egli sorride… perciò io ti dico: rapido come volo di rondine sul lago sarà il tempo del tuo attendere ubbidiente».

«Grazie, Donna».

Ricordi e aneddoti.

33«Non parli, Giuda? E tu, Giovanni?».

«Ti guardo, Maria».

«Ed io pure».

34«Anche io vi guardo e… sapete? Mi torna in mente un’ora lontana. Anche allora avevo sempre tre paia d’occhi fissi al mio viso con amore. Ricordi, Maria, i miei tre scolari?».

35«Oh! se ricordo! E’ vero! Anche ora tre, di un’età quasi uguale, ti guardano con tutto l’amore che è loro. E costui, Giovanni, credo, mi pare il Gesù d’allora, così biondo e roseo, e più giovane di tutti».

36Gli altri vogliono sapere, e ricordi e aneddoti scorrono nelle parole, col tempo. Viene la sera.

37«Amici, Io non ho ambienti. Ma lì vi è il laboratorio dove lavoravo. Se volete trovare rifugio lì… Ma non vi sono che i banconi».

38«Letto comodo per pescatori usi a dormire su strette assi. Grazie, Maestro. Dormire sotto il tuo tetto è onore e santificazione».

39Si ritirano con molti saluti. Anche Giuda si ritira con sua madre; vanno alla loro casa. In questa stanza restano Gesù e Maria, seduti sulla cassa-panca, al lume della lucernetta, un braccio intorno alle spalle dell’altro, e Gesù racconta, e Maria ascolta, beata, trepida, felice…

La visione cessa così.

5. Arrivo di Gesù a Nazareth[23].

Colei che effonde i doni d’amore.

1«Signore, se Tu ci ami, non è più soffrire. Prima non avevamo nessuno che ci amasse… Oh! se potessi, io almeno, vedere tua Madre!».

2«Non ti angustiare. Io te la condurrò. Quando più dolce è la stagione, verrò con Lei. Non incorrere in castighi disumani per fretta di vederla. Sappila attendere come si attende il sorgere di una stella, della prima stella. Ella ti apparirà d’improvviso, proprio come fa la stella vespertina che ora non c’era e subito dopo palpita nel cielo. E pensa che anche da ora Ella effonde i suoi doni d’amore su te. Addio, voi tutti. La mia pace vi sia tutela contro le durezze di chi vi angustia. Addio, Giona. Non piangere. Hai atteso tanti anni, con fede paziente. Io ti prometto ora un’attesa ben breve. Non piangere. Non ti lascerò solo. La tua bontà ha asciugato il mio pianto puerile. Non basta la mia ad asciugare il tuo?».

«Sì… ma Tu vai… e io resto…».

3«Amico, Giona, non farmi partire accasciato dal peso di non poterti sollevare…».

4«Non piango, Signore… Ma come farò a vivere senza più vederti, ora che so che sei vivo?».

Il ritorno del Messia a Nazareth.

5Si fa il silenzio. La strada viene raggiunta. Gesù sosta in attesa degli altri. Quando il gruppo si riunisce, Levi si inginocchia: «Dovrei lasciarti, Maestro. Ma il tuo servo ti fa una preghiera. Portami da tua Madre. Costui è orfano come me. Non negare a me ciò che a lui dai perché veda un volto di madre…».

6«Vieni. Quanto in nome di mia Madre si chiede, in nome di mia Madre Io do»

7… Gesù è solo. Cammina velocemente fra boschi di ulivi carichi di ulivette già ben formate. Il sole, per quanto verso il tramonto, dardeggia oltre la cupola grigio-verde delle piante preziose e pacifiche, ma non buca l’intrico dei rami che con minuti occhiellini di luce. La via maestra, invece, incassata fra due prode, è un nastro di polverosa incandescenza abbacinante.

8Gesù procede e sorride. Raggiunge un balzo… e sorride ancor più vivamente. Ecco là Nazareth… pare tremolare nel sole, tanto l’incandescenza del sole la stringe. Gesù scende ancor più veloce. Raggiunge la via, ora, senza curarsi del sole. Pare che voli, tanto va lesto, col mantello, che si è messo a riparo sul capo, che si gonfia e palpita ai lati e dietro a Lui. La via è deserta e silenziosa sino alle prime case. Lì qualche voce di bimbo o di donna si sente venire dagli interni e dagli orti, che spenzolano sin sulla via le fronde dei loro alberi. Gesù ne approfitta, di queste chiazze d’ombra, per sfuggire all’implacabile sole. Svolta per una stradetta che per metà è nell’ombra. Lì vi sono donne che si affollano ad un pozzo fresco. Lo salutano quasi tutte e con voci acute di ben tornato.

L’arrivo.

9«La pace a voi tutte… Ma fate silenzio. Voglio fare una sorpresa a mia Madre».

10«Sua cognata è andata via ora con una brocca fresca. Ma deve tornare. Sono rimaste senz’acqua. La sorgiva è asciutta o si sperde nel suolo ardente prima di giungere al tuo orto. Non sappiamo. Maria d’Alfeo lo diceva ora. Eccola che viene».

11La madre di Giuda e Giacomo viene con un’anfora sul capo e una per mano. Non vede subito Gesù e grida: «Così faccio più presto. Maria è tutta triste, perché i suoi fiori muoiono di sete. Sono ancora quelli di Giuseppe e di Gesù, e le pare che le si strappi il cuore a vederli languire».

12«Ma ora che vede Me…», dice Gesù apparendo da dietro il gruppo.

13«Oh! il mio Gesù! Te benedetto! Lo vado a dire…».

«No. Vado Io. Dammi le anfore».

14«La porta è solo accostata. Maria è nell’orto. Oh! come sarà felice! Parlava di Te anche stamane. Ma con questo sole! Venire! Sei tutto sudato! Sei solo?».

«No. Con amici. Ma sono venuto avanti. Per vedere prima la Mamma. E Giuda?»,

«È a Cafarnao. Vi va spesso…». Maria non dice altro. Ma sorride, mentre asciuga col suo velo il volto bagnato di Gesù.

15Le brocche sono pronte. Gesù se ne carica due a bilico sulle spalle, usando la sua cintura, e l’altra la porta con la mano. Va, svolta, giunge alla casa, spinge la porta, entra nella stanzetta che pare scura rispetto al gran sole esterno, alza piano la tenda che fa riparo alla porta dell’orto, osserva. Maria è ritta presso un rosaio, volgendo le spalle alla casa, e compassiona la pianta assetata. Gesù posa la brocca a terra, e il rame suona battendo contro un sasso.

16«Già qui, Maria?», dice la Mamma senza voltarsi. «Vieni, vieni. Guarda questo rosaio! E questi poveri gigli. Morranno tutti se non li soccorriamo. Porta anche delle cannucce per sorreggere questo stelo che cade».

«Tutto ti porto, Mamma».

17Maria si volge di scatto. Resta per un secondo ad occhi sbarrati, poi con un grido corre a braccia tese verso il Figlio, che ha già aperto le sue e l’attende con un sorriso tutto amore.

«Oh! Figlio mio!».

«Mamma! Cara!».

18L’espansione è lunga, soave, e Maria è tanto felice che non vede, non sente quanto sia accaldato Gesù. Ma poi si sovviene: «Perché, Figlio, in tale ora? Sei di porpora e sudi come una spugna. Vieni, vieni dentro. Che la Mamma ti asciughi e rinfreschi. Ora ti porto una veste nuova e sandali mondi. Ma Figlio! Figlio! Perché in giro con questo sole? Muoiono le piante per il calore e Tu, mio Fiore, vai in giro!».

«Per venire prima da te, Mamma!».

«Oh! caro! Hai sete? Certo l’hai. Ora ti preparo…».

19«Sì, del tuo bacio, Mamma. Delle tue carezze. Lasciami stare così, col capo sulla tua spalla, come quando ero piccino… Oh! Mamma! Come mi manchi!».

20«Ma dimmi di venire, Figlio, ed io verrò. Che ti è mancato per la mia assenza? cibo a Te gradito? vesti fresche? letto ben fatto? Oh! dimmelo, mia Gioia, che t’è mancato. La tua serva, o Signor mio, cercherà di provvedere».

«Nulla che tu non fossi…».

21Gesù, che è rientrato tenuto per mano dalla Mamma e che si è seduto sulla cassapanca presso la parete, avendo di fronte Maria che cinge con le braccia, stando col capo contro il suo cuore e baciandola di tanto in tanto, ora la guarda fissa. «Lascia che Io ti guardi. Che mi empia la vista di te, Mamma mia santa!».

22«Prima la veste. E male stare così bagnato. Vieni».

Gesù ubbidisce. Quando torna in una veste fresca, il colloquio riprende, soave.

Le notizie.

23«Sono venuto con discepoli e amici. Ma li ho lasciati nel bosco di Melca. Verranno domani all’aurora. Io… non potevo più attendere. La mia Mamma!», e le bacia le mani.

24«Maria di Alfeo si è ritirata per lasciarci soli. Anche lei ha capito la mia sete di te. Domani… domani sarai tu dei miei amici ed Io dei nazareni. Ma questa sera tu sei l’Amica mia ed Io il tuo. Ti ho portato… oh! Mamma, ho trovato i pastori di Betlemme. E ti ho portato due di essi: sono orfani e tu sei la Madre. Di tutti. E più degli orfani. E ti ho portato anche uno che ha bisogno di te per vincere se stesso. E un altro che è un giusto e che ha pianto. E poi Giovanni… E ti ho portato il ricordo di Elia, di Isacco, Tobia ora Mattia, Giovanni e Simeone. Giona è il più infelice. Ti porterò a lui. L’ho promesso. Altri li cercherò ancora. Samuele e Giuseppe sono nella pace di Dio».

25«Fosti a Betlemme?».

«Sì, Mamma. Vi ho portato i discepoli che avevo meco. E ti ho portato questi fioretti, nati fra le pietre della soglia».

«Oh!». Maria prende gli steli disseccati e li bacia.

26«E Anna?».

«É morta nella strage di Erode».

«Oh! misera! Ti amava tanto!».

27«I betlemiti hanno molto sofferto. E non sono stati giusti coi pastori. Ma hanno molto sofferto…».

«Ma con Te furono buoni allora!».

28«Sì. Per questo vanno compatiti. Satana è invidioso di quella loro bontà e li aizza al male. Sono stato anche a Ebron. I pastori, perseguitati…»

«Oh! fino a tanto?!».

29«Sì. Furono aiutati da Zaccaria, e per lui ebbero padroni e pane, anche se duri padroni. Ma sono anime di giusti, e delle persecuzioni e delle ferite si sono fatti pietre di santità. Li ho radunati. Ho guarito Isacco e… e ho dato il mio Nome ad un piccino… A Jutta, dove Isacco languiva e da dove risorse, vi è ora un gruppo innocente che si chiama Maria, Giuseppe e Jesai…».

«Oh! il tuo Nome!».

La santificatrice

30«E il tuo, e quello del Giusto. E a Keriot, patria di un discepolo, un fedele israelita mi morì sul cuore. Di gioia di avermi avuto… E poi… oh! quante cose ho da dirti, mia perfetta Amica, Madre soave! Ma per prima, Io te ne prego, chiedo da te tanta pietà per quelli che verranno domani. Ascolta: mi amano… ma non sono perfetti. Tu, Maestra di virtù… oh! Madre, aiutami a farli buoni… Io li vorrei tutti salvare…» Gesù è scivolato ai piedi di Maria. Ora Lei appare nella sua maestà di Madre.

31«Figlio mio! Che vuoi che faccia la tua povera Mamma più di Te?».

«Santificarli… La tua virtù santifica. Te li ho portati apposta. Mamma… un giorno ti dirò: “Vieni”, perché allora sarà urgente santificare gli spiriti, perché Io trovi in loro volontà di redenzione. E Io solo non potrò… Il tuo silenzio sarà attivo come la mia parola. La tua purezza aiuterà la mia potenza. La tua presenza terrà indietro Satana… e tuo Figlio, Mamma, troverà forza nel saperti vicina. Verrai, non è vero, mia dolce Madre?».

32«Gesù! Caro! Figlio! Non ti sento felice… Che hai, Creatura del mio cuore? Fu duro con Te il mondo? No? Mi è sollievo crederlo… ma… Oh! sì. Verrò. Dove Tu vuoi. Come Tu vuoi. Quando Tu vuoi. Anche ora, sotto al sole, sotto le stelle come nel gelo e fra i piovaschi. Mi vuoi? Eccomi».

33«No. Ora no. Ma un giorno… Come è dolce la casa! E la tua carezza! Lasciami dormire così, col capo sui tuoi ginocchi. Sono tanto stanco! Sono sempre il tuo Figliolino… E Gesù realmente si addormenta, stanco e spossato, seduto sulla stuoia, col capo in grembo alla Madre che lo carezza sui capelli, beata.

6. A Nazareth dal vecchio e malato Alfeo. Non è facile la vita dell’apostolo[24].

L’arrivo a Nazareth.

Gara di carità.

1Gesù è coi suoi per le belle colline di Galilea. Per sfuggire al sole ancora alto, per quanto volgente al tramonto, camminano sotto gli alberi, quasi sempre ulivi.

2«Oltre quel ciglio è Nazareth», dice Gesù. «Fra poco ci siamo. Ora Io vi dico che al limite della città ci separeremo. Giuda e Giacomo andranno subito dal padre loro, come il loro cuore desidera. Pietro e Giovanni distribuiranno ai poveri, che certo saranno presso la fontana, l’obolo. Io e gli altri andremo a casa per la cena e poi penseremo al riposo».

3«Noi torneremo dal buon Alfeo. Glielo abbiamo promesso l’altra volta. Ma però io verrò solo per salutarlo. Cedo il letto a Matteo, che ancor non è uso ai disagi», dice Filippo.

4«No. Tu no, che sei anziano. Non lo permetto. Ho avuto comodo giaciglio fino ad ora, ma che sonni d’inferno vi facevo! Credi, ora sono così in pace che mi pare dormire fra le piume anche se mi sdraio sui sassi. Oh! è la coscienza quella che fa o non fa dormire!», risponde Matteo.

5Si accende una gara di carità con Matteo fra i discepoli Tommaso, Filippo e Bartolomeo, che, si capisce, sono quelli che l’altra volta erano in casa di questo Alfeo (che non è certo il padre di Giacomo, perché costui parla con Andrea e dice: «Un posto per te ci sarà sempre come l’altra volta, anche se il padre è più malato»).

6Vince Tommaso: «Io sono il più giovane del gruppo. Il letto lo cedo io. Lasciami fare, Matteo. Un poco per volta ti abituerai. Credi mi pesi? No. Sono come un innamorato che pensa: “…sarò sul duro, ma sono vicino al mio amore”». Tommaso, uomo sui trentotto anni, ride gioviale, e Matteo cede.

7Nazaret è ormai a pochi metri con le sue prime case.

«Gesù… noi andiamo», dice Giuda.

«Andate, andate».

I due fratelli vanno quasi di corsa.

«Eh! il padre è padre», mormora Pietro.

8«Anche se ci fa il broncio, è sempre nostro sangue, e il sangue tira più di una fune. E poi… Mi piacciono i tuoi cugini. Sono molto buoni».

9«Sono molto buoni, sì. E sono umili, tanto da non studiarsi neppure per misurare quanto lo sono. Credono sempre di esser manchevoli, perché il loro spirito vede il buono in tutti, men che in loro. Faranno molta strada…».

La Fraternità apostolico.

10Ormai sono in Nazareth. Delle donne vedono Gesù e lo salutano, anche uomini e bimbi lo fanno. Ma qui non vi sono le acclamazioni degli altri luoghi al Messia: qui sono amici che salutano l’Amico che torna. Chi più, chi meno espansivamente. In molti vedo anche una ironica curiosità nell’osservare il gruppo eterogeneo che è con Gesù, e che non è certo un gruppo di dignitari regali, né di pomposi sacerdoti. Accaldati, impolverati, vestiti molto modestamente, meno Giuda Iscariota, Matteo, Simone e Bartolomeo – e li ho messi in ordine decrescente di eleganza – paiono più un’accolta di popolani in viaggio per qualche mercato, che non dei seguaci di un re. Il quale Re, di suo, non ha che l’imponenza della statura e soprattutto l’imponenza dell’aspetto.

Fanno qualche metro e poi Pietro e Giovanni si staccano andando a destra, mentre Gesù con gli altri procede fino ad una piazzetta piena di bambini vocianti intorno ad una vasca piena di acqua, alla quale le madri attingono.

Un amico fedele.

11Un uomo vede Gesù e fa un cenno di stupore gioioso. Si affretta verso Lui e lo saluta: «Ben tornato! Non ti attendevo così presto! Tieni: bacia il mio ultimo nipote. É il piccolo Giuseppe. É nato in questa tua assenza», e gli porge un piccolino che ha fra le braccia. «Giuseppe l’hai chiamato?».

 12«Sì. Non dimentico il mio quasi parente e, più ancora che parente, il mio grande amico. Ora ho tutti i nomi più cari messi anche ai nipoti: Anna, la mia amica di quando ero piccino, e Gioacchino. Poi Maria… oh! quando nacque che festa! Me lo ricordo quando me la dettero a baciare e mi dissero: “Vedi? Quel bell’arcobaleno è stato il ponte per il quale Essa è scesa dal Cielo. Gli angeli usano quella via li”, e davvero pareva un angiolino, tanto era bella… Ora ecco Giuseppe. Se sapevo che tornavi tanto presto, aspettavo Te per la circoncisione».

13«Ti ringrazio per il tuo amore ai nonni e al padre e Madre mia. É un bel bambino. Sia giusto in eterno come il giusto Giuseppe». Gesù palleggia il piccolino, che fa abbozzi di risatine piene di latte.

14«Se mi attendi, vengo con Te. Aspetto che siano piene le anfore. Non voglio che mia figlia Maria si affatichi. Anzi, guarda, faccio così. Do le brocche ai tuoi, se le prendono, e parlo un poco con Te, da solo».

 «Ma certo che le prendiamo! Non siamo dei re assiri», esclama Tommaso e per primo afferra una brocca.

15«Allora, guardate, Maria di Giuseppe in casa non c’è. É dal cognato, sai? Ma la chiave è in casa mia. Fatevela dare per entrare in casa, nel laboratorio, voglio dire».

«Sì, sì, andate. Anche in casa. Poi vengo Io».

A casa del vecchio iroso Alfeo.

La pazzia d’Alfeo.

Gli apostoli se ne vanno e Gesù resta con Alfeo.

16«Volevo dirti… Sono tuo vero amico… E quando uno è vero amico, ed è più vecchio, ed è del luogo, può parlare. Credo che debba parlare… Io… io non ti voglio consigliare. Tu sai meglio di me. Solo ti voglio avvertire che… oh! non voglio fare la spia, né metterti in cattiva luce i parenti. Ma io credo in Te, Messia, e… e mi fa male, ecco, vedere che essi dicono che Tu non sei Tu, ossia il Messia, che Tu sei un malato, che Tu rovini la famiglia e i parenti. La città… Sai, Alfeo è molto stimato e perciò la città ascolta anche loro, e ora è malato e fa pena… Anche la pena delle volte serve a far fare cose ingiuste. Vedi, io c’ero quella sera che Giuda e Giacomo difesero Te e la loro libertà di seguirti… Oh! che scena! Io non so come tua Madre ci resista! E quella povera Maria d’Alfeo? Le donne sono sempre vittime in certe situazioni di famiglia».

«Ora i cugini sono dal padre…».

17«Dal padre? Oh! li compiango! Il vecchio è proprio fuori di sé e, se non fosse, mi farebbe ancora più pena perché… rovinerebbe l’anima sua».

18«Pensi che tratterà male i figli?»

«Ne sono certo. Mi spiace per loro e per le donne… Dove vai?».

«A casa d’Alfeo».

19«No, Gesù! Non ti fare mancare di rispetto!».

«I cugini mi amano al disopra di loro stessi ed è giusto Io li paghi di uguale amore… Là vi sono due donne a Me care… Vado. Non trattenermi».

Una barriera d’amore.

20E Gesù si affretta verso la casa di Alfeo, mentre l’altro resta pensieroso in mezzo alla via. Gesù va veloce. Eccolo sul limite dell’orto di Alfeo. Lo raggiunge un pianto di donna e urla scomposte di uomo. Gesù va ancor più veloce per quei pochi metri che separano la via dalla casa, attraverso l’orto tutto verde. É quasi sulla soglia della casa quando alla porta si affaccia la Mamma e vede il Figlio.

«Mamma!».

«Gesù!».

21Due gridi di amore. Gesù fa per entrare, ma Maria dice: «No, Figlio». E si mette sulla soglia a braccia aperte, le mani strette agli stipiti, una barriera di carne e d’amore, e ripete: «No, Figlio. Non lo fare».

22«Lascia, Mamma. Non accadrà nulla». Gesù è calmissimo, nonostante l’accentuato pallore di Maria certo lo turbi. Prende il polso sottile di Lei, stacca la mano dallo stipite e passa.

Collera senile del vecchio iroso Alfeo.

23Nella cucina sono sparse al suolo, e ridotte a viscida melma, le uova, i grappoli d’uva, il vaso del miele portati da Cana. Da un’altra stanza viene una voce querula di vecchio che impreca, che accusa, che si lamenta, in una di quelle collere senili così ingiuste, impotenti, penose a vedersi e dolorose a subirsi: «… ecco la mia casa distrutta, divenuta zimbello di tutta Nazareth, ed io qui, solo, senza aiuto, colpito nel cuore, nel rispetto, nei bisogni!… Ecco che ti resta, Alfeo, per aver agito da vero fedele! E perché? Perché? Per un folle. Un folle che fa folli i miei stolti figli. Ahi! Ahi! Che dolori!».

24E la voce di Maria d’Alfeo, lacrimosa, che supplica: «Buono, Alfeo, buono! Lo vedi che ti fai del male? Vieni, che ti aiuto a coricarti… Sempre buono tu, sempre giusto… Perché ora così con te? Con me? Con quei poveri figli?…».

25«Niente! Niente! Non mi toccare! Non voglio! Buoni i figli? Ah! sì! Davvero! Due ingrati! Mi portano miele dopo avermi fatto pieno d’assenzio. Mi portano uova e frutta, dopo essersi cibati del mio cuore! Va’ via, ti dico. Via! Non voglio te. Voglio Maria. Lei sa fare. Dove è ora quella debole femmina che non sa farsi ubbidire dal Figlio?».

26Maria d’Alfeo, cacciata, entra in cucina mentre Gesù sta per entrare nella stanza di Alfeo. Lo vede e gli crolla addosso singhiozzando disperata, mentre Maria, la Vergine, va umile e paziente dal vecchio iroso.

27«Non piangere, zia. Ora vado Io».

«Nooh! Non ti fare insultare! Pare pazzo. Ha il bastone. No, Gesù, no. Ha colpito anche i figli».

28«Non mi farà nulla», e Gesù fermamente, sebbene dolcemente, mette da parte la zia ed entra.

Il Messia è la Bontà, è l’Amore.

29«Pace a te, Alfeo».

Il vecchio, che sta per coricarsi fra mille querele e rimproveri a Maria, perché non sa fare (prima diceva che Lei sola sapeva fare), si volta di scatto. «Qui? Qui a beffarti di me? Anche questo?».

30«No. A portarti pace. Perché così inquieto? Ti peggiori. Mamma, lascia. Lo sollevo Io. Non ti farò male e non farai fatica. Mamma, solleva le coperture». E Gesù prende con cura quel mucchietto d’ossa rantolante, bolso, cattivo, piangente, misero, e lo appoggia con cura, come fosse un neonato, sul letto. «Ecco, così. Come facevo al padre mio. Più alto questo cuscino. Starai sollevato e respirerai meglio. Mamma, metti qui, sotto le reni, quello lì, piccolino. Starà più morbido. Ora così la luce, che non gli colpisca gli occhi pur lasciando entrare aria pura. Ecco fatto. Ora… ho visto un decotto sul fuoco. Portalo, Mamma. E ben dolce. Sei tutto sudato e stai raffreddando. Ti farà bene».

Maria esce ubbidiente.

31«Ma io… ma io… Perché sei buono con me?».

«Perché ti voglio bene, lo sai».

32«Io te ne volevo… ma ora…».

«Ora non me ne vuoi più. Lo so. Ma Io te ne voglio, e ciò mi basta. Poi mi amerai…».

33«E allora… ahi, ahi… che dolori! e allora, se è vero che mi vuoi bene, perché fai offesa ai miei capelli bianchi?».

34«Non ti offendo, Alfeo, in nessun modo. Ti onoro».

«Onoro? Sono lo zimbello di Nazareth, ecco».

35«Perché, Alfeo, dici così? Zimbello in che ti faccio?».

«Nei figli. Perché ribelli? Per Te. Perché deriso? Per Te».

Il rancore ostacola la guarigione.

36«Dimmi: se Nazareth ti lodasse per la sorte dei tuoi figli, sentiresti lo stesso dolore?».

«Allora no! Ma Nazareth non mi loda. Mi loderebbe se davvero Tu fossi un che va a conquista. Ma di lasciarmi per un poco men che demente, che va per il mondo attirandosi odi e beffe, povero, in mezzo a poveri! Ah! chi non riderebbe! Povera mia casa! Povera casa di Davide, come finisci! Ed io dovevo vivere tanto per vedere questa sventura? Vedere Te, tralcio ultimo della gloriosa stirpe, corromperti in demenza per troppa servilità! Ah! sventura su noi dal giorno che il mio imbelle fratello si lasciò unire a quella insipida e pur prepotente donna, che su lui ebbe ogni imperio. L’ho detto, allora: “Giuseppe non è per le nozze. Sarà infelice!”. E lo fu. Lui lo sapeva come era, e di nozze non ne aveva mai voluto sapere. Maledizione alla legge delle orfane eredi![25] Maledizione al destino. Maledizione a quegli sponsali».

37La “Vergine erede” è tornata col decotto, in tempo per sentire le geremiadi del cognato. É ancor più pallida. Ma la sua grazia paziente non è turbata. Va da Alfeo e con un dolce sorriso lo aiuta a bere.

38«Sei ingiusto, Alfeo. Ma hai tanto male che tutto ti è perdonato», dice Gesù che gli sorregge il capo.

39«Oh! sì! Tanto male! Dici che sei il Messia! Fai prodigi. Così dicono. Almeno, per pagarmi dei figli che hai preso, mi guarissi. Guariscimi… e ti perdonerò».

40«Tu perdona ai figli. Comprendi la loro anima, ed Io ti darò sollievo. Se hai rancore, non posso fare nulla[26]».

41«Perdonare?». Il vecchio fa uno scatto che naturalmente acutizza tutti gli spasimi, e ciò lo inferocisce di nuovo. «Perdonare? Mai! Va’ via! Via, se devi dirmi questo! Via! Voglio morire senza essere oltre turbato».

42Gesù ha un gesto rassegnato. «Addio, Alfeo. Me ne vado… Devo proprio andare? Zio… devo proprio andare?».

43«Se non mi accontenti, si, vattene. E di’ a quei due serpenti che il vecchio padre muore in rancore con loro».

44«No. Questo no. Non perdere l’anima tua. Non amarmi, se vuoi. Non credermi il Messia. Ma non odiare. Non odiare, Alfeo. Deridimi. Dimmi folle. Ma non odiare».

45«Ma perché mi vuoi bene, se io ti insulto?».

«Perché son Quello che tu non vuoi riconoscere. Sono l’Amore. Mamma, Io vado alla casa».

«Sì, Figlio mio. Fra poco verrò».

46«Ti lascio la mia pace, Alfeo. Se mi vuoi, mandami a chiamare, a qualunque ora, e verrò».

47Gesù esce, calmo come niente fosse accaduto. Solo è più pallido.

«Oh! Gesù, Gesù, perdonalo», geme Maria d’Alfeo.

48«Ma sì, Maria. Non ce n’è neppure bisogno di farlo. Ad uno che soffre tutto si perdona. Ora è più calmo già. La Grazia lavora anche all’insaputa dei cuori. E poi c’è il tuo pianto, e certo il dolore di Giuda e Giacomo e la loro fedeltà alla vocazione. La pace nel tuo ambasciato cuore, zia». La bacia ed esce nell’orto per andare a casa.

49Quando sta per porre piede nella via, ecco entrare Pietro e, dietro a questo, Giovanni, anelanti come chi ha corso.

50«Oh! Maestro! Ma che è stato? Giacomo mi ha detto: “Corri a casa mia. Chissà come è trattato Gesù”. Ma no, sbaglio. É entrato Alfeo, quello della fontana, e ha detto a Giuda: “Gesù è a casa tua”, e allora Giacomo ha detto così… I tuoi cugini sono atterrati. Io non ci capisco nulla. Ma ti vedo… e mi rassicuro».

51«Niente, Pietro. Un povero malato che i dolori rendono insofferente. Ora è tutto finito».

L’animo dei discepoli.

Satira dell’Iscariota.

52«Oh! ne sono lieto! E tu perché qui?».

Pietro interpella l’Iscariota che accorre lui pure, e il tono non è molto soave.

«Ci sei anche tu, mi pare».

«Mi hanno pregato di venirci e ci sono venuto».

«Anche io ci sono venuto. Se il Maestro era in pericolo, e nella sua patria, io, che l’ho già difeso nella Giudea, lo posso difendere anche in Galilea».

«A questo bastiamo noi. Ma non ce ne è bisogno in Galilea».

53«Ah! Ah! Ah! Infatti! La sua patria lo espelle come un cibo indigesto. Bene. Ne sono contento per te, che ti sei fatto scandalo per un piccolo incidente avvenuto in Giudea, dove Lui è sconosciuto. Qui, invece!…», e Giuda termina con una fischiatina che è un poema di satira.

54«Senti, ragazzo. Sono poco in vena di sopportarti. Smettila, perciò, se ti preme… qualcosa. Maestro, ti hanno fatto male?».

«Ma no, Pietro mio. Te lo assicuro. Andiamo più svelti a consolare i cugini».

Eroica fedeltà.

55Vanno, entrano nel grande laboratorio. Giuda e Giacomo sono presso il grande bancone da falegname, Giacomo in piedi, Giuda seduto su uno sgabello e col gomito sul banco, il capo sulla mano. Gesù va a loro sorridente, per rassicurarli subito che il suo cuore li ama: «Alfeo è più quieto, ora. I dolori si calmano e tutto torna pace. State quieti voi pure».

56«Lo hai visto? E la mamma?».

«Ho visto tutti».

57Giuda chiede: «Anche i fratelli?».

«No. Non c’erano».

«C’erano. Non si sono voluti mostrare a Te. Ma a noi! Oh! se avessimo fatto un delitto, così non saremmo stati trattati. E noi che venivamo volando da Cana per la gioia di rivederlo e portargli ciò che a lui piace! Lo amiamo e… e non ci capisce più… non ci crede più».

58Giuda piega il braccio e piange col capo sul banco. Giacomo è più forte. Ma il suo viso esprime un interno martirio.

«Non piangere, Giuda. E tu, non soffrire».

89«Oh! Gesù! Siamo figli… e ci ha maledetti. Ma, anche se questo ci strazia, no, non torniamo indietro! Siamo tuoi, e tuoi saremo anche se per staccarci da Te ci minacciano di morte!», esclama Giacomo.

60«E tu dicevi che non eri capace d’eroismo? Io lo sapevo. Ma tu da te lo dici. In verità tu sarai fedele anche contro la morte. E tu pure». Gesù li carezza. Ma essi soffrono. Il pianto di Giuda empie la volta di pietra. E qui ho modo di vedere meglio l’anima dei discepoli.

L’animo dei discepoli.

61Pietro, che ha il suo onesto viso addolorato, esclama: «Eh! sì! É un dolore… Cose tristi. Ma, ragazzi miei (e li scuote con affetto) non è da tutti meritare quelle parole… Io… io mi accorgo che sono stato un fortunato nella mia chiamata. Quella brava donna di mia moglie mi dice sempre: “É come fossi ripudiata, perché tu non sei più mio. Ma dico: ‘Oh! felice ripudio”‘. Ditelo anche voi. Perdete un padre, ma acquistate Dio». Il pastore Giuseppe, stupito, nella sua ignara sorte di orfano, che un padre possa esser cagione di pianto, dice: «Credevo di essere il più infelice perché senza padre. Mi accorgo che è meglio piangerlo morto che nemico».

62Giovanni si limita a baciare e carezzare i compagni. Andrea sospira e tace. Si strugge di parlare, ma la sua timidezza lo imbavaglia. Tommaso, Filippo, Matteo e Natanaele parlano piano in un angolo col rispetto di chi è presso un dolore vero. Giacomo di Zebedeo prega, appena intelligibilmente, perché Dio dia pace. Simone Zelote, oh! quanto mi piace il suo atto! Lascia il suo angolo e viene presso i due afflitti, pone una mano sul capo di Giuda, l’altro braccio intorno alla vita di Giacomo, e dice: «Non piangere, figlio. Egli ce lo aveva detto, a me e a te: “Vi unisco: tu che per Me perdi un padre e tu che hai cuore di padre senza aver figli”. E non abbiamo capito quanto vi era di profezia nelle parole. Ma Egli sapeva. Ecco, io ve ne prego. Sono vecchio e sempre ho sognato d’esser detto “padre”. Accettatemi per tale ed io, come padre, vi benedirò mattina e sera. Ve ne prego, accettatemi per tale».

63I due annuiscono fra singhiozzi più forti. Entra Maria e corre presso i due afflitti. Carezza sulla testa morata Giuda e sulla guancia Giacomo. È pallida come un giglio. Giuda le prende la mano e la bacia, e chiede: «Che fa?».

«Dorme, figlio. La mamma vi manda il suo bacio», e li bacia ambedue.

L’aspide.

64La voce aspra di Pietro esplode: «Senti, vieni qui un momento, che ti voglio dire una cosa», e vedo Pietro che afferra con la sua robusta mano un braccio dell’Iscariota e lo porta fuori, sulla via. E poi torna solo.

65«Dove l’hai mandato?», chiede Gesù.

«Dove? A prendere aria, se no finivo che l’aria gliela davo io in un altro modo… e non l’ho fatto solo per Te. Oh! ora si sta meglio. Chi ride davanti ad un dolore è un aspide, ed io le serpi le schiaccio… Qui ci sei Tu… e l’ho solo mandato al chiaro di luna. Sarà… ma io diventerò anche uno scriba, cosa che solo Dio può farla in me che appena so che sono al modo; ma lui, neanche con l’aiuto di Dio diventa buono. Te lo assicura Simone di Giona, e non sbaglio. No! Non te la prendere! Non gli è parso vero di uscire da una tristezza. E’ più arido di una selce al sole d’agosto. Su, ragazzi! Qui c’è una Madre che più dolce non l’ha neppure il Cielo. Qui c’è un Maestro che è più buono di tutto il Paradiso, qui ci sono tanti cuori onesti che vi amano sinceramente. Le burrasche fanno bene: fan cadere la polvere. Domani sarete più freschi di fiori, più svelti di uccelli, per seguire il nostro Gesù».

E su queste semplici e buone parole di Pietro tutto ha fine.

La “Madre” e gli “Apostoli” (Insegnamento).

La Madre.

Dice poi Gesù: 

66«Dopo questa visione metterai quella che ti ho dato nella primavera 1944, quella in cui Io chiedevo alla Madre mia le sue impressioni sugli apostoli. Ormai le loro figure morali hanno già dato sufficienti bagliori perché possa esser messa qui quella visione, senza creare scandalo in nessuno. Non avevo bisogno del consiglio di alcuno. Ma quando eravamo soli, mentre i discepoli erano sparsi in famiglie amiche o per le borgatelle vicine, durante le soste mie a Nazareth, come m’era dolce parlare e chiedere consiglio alla mia dolce Amica, la Mamma, e avere conferma, dalla sua bocca di grazia e sapienza, di quanto già Io avevo visto. Non sono mai stato altro che “il Figlio” con Lei. E fra i nati di donna non ci fu una madre più “madre” di Lei, in tutte le perfezioni delle materne virtù umane e morali, né ci fu figlio più “figlio” di Me nel rispetto, nella confidenza, nell’amore.

Lo stile apostolico.

67Ed ora che anche voi avete avuto un minimo di conoscenza coi Dodici, delle loro virtù, dei loro difetti, del loro carattere, delle loro lotte, c’è ancora qualcuno che dice che mi fu facile unirli, elevarli, formarli? E c’è ancora qualcuno che giudica essere facile la vita dell’apostolo, e per essere un apostolo, ossia, sovente, per credersi tale, giudica avere diritto ad una vita piana, senza dolori, contrasti, sconfitte?

 68C’è ancora qualcuno che, perché mi serve, pretende che Io sia il suo servo e faccia miracoli a getto continuo in suo favore, facendo della sua vita un tappeto fiorito, facile, umanamente glorioso? La mia via, il mio lavoro, il mio servizio è la croce, il dolore, le rinunce, il sacrificio. L’ho fatto Io. Lo facciano coloro che si vogliono dire “miei”.

Madre e Vergine.

69Questo non è per i Giovanni, ma per i dottori malcontenti e difficili. E ancora per i dottori del cavillo dico che ho usato il termine “zio” e “zia”, inusato nelle lingue palestinesi, per chiarire e definire una irrispettosa questione sulla mia condizione di Unigenito di Maria e sulla Verginità pre e post parto di mia Madre, la quale mi ebbe per spirituale e divino connubio e, lo si ripeta ancora una volta, non conobbe altre unioni, né ebbe altri parti. Carne inviolata, che neppure Io lacerai, chiusa sul mistero di un seno-tabernacolo, trono della Trinità e del Verbo incarnato».

7. Gesù interroga la Madre in merito
ai discepoli
[27].

La Confidente del cuore.

1Ora vedo, due ore circa dopo là su descritta, la casa di Nazareth. Riconosco la stanzetta dell’addio, aperta sull’orticello dove ora le piante sono tutte coperte di fronde.

2Gesù è con Maria. Seduti l’uno presso l’altra sul sedile di pietra contro la casa. Sembra che la cena sia già avvenuta e che, mentre gli altri, se altri ve ne sono – io non vedo nessuno – si sono già ritirati, Madre e Figlio si beino a vicenda in una dolce conversazione. La voce interna mi dice che è quella una delle prime volte che Gesù torna a Nazareth dopo il battesimo, il digiuno del deserto e la costituzione del collegio apostolico soprattutto. Egli narra alla Madre le sue prime giornate di evangelizzazione, le prime conquiste di cuori. Maria pende dalle labbra del suo Gesù.

3É più magra, Maria, più pallida, come avesse sofferto in questo tempo. Sotto i suoi occhi si sono scavate due ombre, come quelle di chi molto piange e pensa. Ma ora è felice e sorride. Sorride accarezzando la mano del suo Gesù. É felice di averlo là, di stare cuore a cuore con Lui nel silenzio della sera che scende.

4Deve essere estate, perché già il fico ha i suoi primi frutti maturi che si stendono fin verso la casa, e Gesù ne coglie alcuni alzandosi in piedi, ed i più belli li dà alla Madre, sbucciandoli con cura e offrendoli in una corona di buccia rovesciata, come fossero boccioli bianchi striati di rosso, fra una corolla di petali candidi dentro, violacei di fuori. Li offre sulla palma della sua mano e sorride vedendo che la Mamma li gusta.

La consigliere del Messia.

5Poi, a bruciapelo, le chiede: «Mamma, hai visto i discepoli? Che ne pensi?».

Maria, che sta per portare alla bocca il terzo fico, alza il capo, sospende il gesto, trassale, guarda Gesù.

6«Che ne pensi, ora che te li ho mostrati tutti?», incalza Gesù.

«Credo che ti amino e che potrai ottenere da loro molto. Giovanni… amalo Giovanni come Tu sai amare. É un angelo. Io sono in pace quando penso che è con Te. Anche Pietro… è buono. Più duro perché più vecchio, ma schietto e convinto. E suo fratello. Essi ti amano così come sono capaci, per ora. Poi ti ameranno di più. Anche i cugini nostri, ora che si sono convinti, ti saranno fedeli. Ma l’uomo di Keriot… quello non mi piace, Figlio. Il suo occhio non è limpido e il suo cuore meno ancora. Mi fa paura».

«Con te è tutto rispetto».

7«Troppo rispetto. Anche con Te è tutto rispetto. Ma non è per Te Maestro; è per Te futuro Re, da cui spera utile e lustro. Era un nulla, appena un poco da più degli altri a Keriot. Spera di avere al tuo fianco un ruolo di importanza e… oh! Gesù, non voglio offendere la carità, ma penso, anche se pensare non lo voglio, che in caso che Tu lo deluda egli non esiterà a sostituirsi a Te, a cercare di farlo. É ambizioso, avido e vizioso. Più adatto ad essere cortigiano di un re terreno che un apostolo tuo, Figlio mio. Mi fa paura!». E la Mamma guarda il suo Gesù con due occhi sgomenti nel viso pallido.

La Discepola del Messia.

8Gesù sospira. Pensa. Guarda sua Madre. Le sorride per rincuorarla: «Anche questo ci vuole, Mamma. Se non fosse lui, sarebbe un altro. Il mio Collegio deve rappresentare il mondo, e nel mondo non tutti sono angeli e non tutti sono della tempra di Pietro e Andrea. Se scegliessi tutte le perfezioni, come potrebbero le povere anime malate osare sperare di divenire mie discepole? Io sono venuto a salvare ciò che è perduto, Mamma. Giovanni è salvo di suo. Ma quanti non lo sono!».

9«Non ho paura di Levi. Egli si è redento perché si è voluto redimere. Ha lasciato il suo peccato insieme al suo banco di gabelliere e si è fatto un’ anima nuova per venire con Te. Ma Giuda di Keriot no. Anzi l’orgoglio fa sempre più sua la sua vecchia anima brutta. Ma Tu le sai queste cose, Figlio. Perché me le chiedi? Io non posso che pregare e piangere per Te. Tu sei il Maestro. Anche della tua povera Mamma».

La visione cessa qui.

8. Partenza del Figlio[28].

Preparativi e partenza.

1«Attendi. Ho gettato una borsa ad un giovane dicendo: “Tre, cinque, quanti asini volete, se non avete cavalli, e presto, alla casa di Gesù”. Staranno per venire. Faremo più presto. Spero incontrarla presso Cana. Se almeno…».

«Cosa, Gionata?».

«Se almeno è viva…».

2«Viva è. Ma, anche fosse morta, Io sono Vita. Ecco mia Madre».

3La Vergine, certo avvertita da qualcuno, infatti sta accorrendo seguita da Maria d’Alfeo. «Figlio, Tu parti?».

4«Sì, Madre. Vado con Gionata. É venuto. Lo sapevo di potertelo mostrare. Ho atteso per questo un giorno di più».

5Gionata ha prima salutato profondamente con le braccia incrociate sul petto, ora si inginocchia e solleva appena la veste di Maria e ne bacia l’orlo dicendo: «Saluto la Madre del mio Signore!».

6Alfeo di Sara dice ai curiosi: «Eh! che ne dite? Non c’è da vergognarsi ad esser solo noi senza fede?».

7Uno zoccolio numeroso si ode nella via. Sono i ciuchini. Credo che siano tutti quelli di Nazareth, e sono tanti che basterebbero ad uno squadrone. Mentre Gionata sceglie i migliori e contratta, pagando senza lesinare, e prende due nazareni con altri ciuchini per tema che qualche animale per via si sferri, e perché possano riportare indietro tutta questa ragliante cavalleria asinina, Maria e l’altra Maria aiutano a chiudere sacchi e bisacce.

8Maria d’Alfeo dice ai figli: «Lascerò qui i vostri letti. E li carezzerò… Mi parrà di farvi carezze. Siate buoni, degni di Gesù, figli… ed io… io sarò felice…», e intanto piange a grossi goccioloni.

9Maria aiuta invece il suo Gesù e se lo carezza con amore, facendo mille raccomandazioni e incarichi per gli altri due pastori libanesi, perché Gesù dichiara che non tornerà prima di averli ritrovati.

C’è posta per il Messia.

Il postino

Entra il pastore Giuseppe. É tutto impolverato come chi ha molto camminato.

«Tu? Come mai?», chiede Gesù dopo il bacio di saluto.

«Ho lettere per Te. Tua Madre me le ha date, e una è sua. Eccole».

10E Giuseppe porge tre piccoli rotoli di una specie di pergamena sottile, legati da un nastrino. Quella più voluminosa ha anche un sigillo che la chiude. Un’altra ha solo il nodo, la terza mostra un sigillo spezzato.

Lettera della “Mamma”.

 11«Questa è di tua Madre», dice Giuseppe indicando quella col nodo. Gesù la svolge e la legge. Prima piano e poi forte. «”Al mio amato Figlio pace e benedizione. Mi è giunto all’ora prima delle calende della luna di elul un messo da Betania. Egli era Isacco pastore, al quale detti bacio di pace e ristoro in tuo nome ed in mia riconoscenza. Mi ha portato queste due lettere che ti mando, dicendomi a voce che l’amico Lazzaro di Betania ti sollecita ad accondiscendere alla sua preghiera. Amato Gesù, mio benedetto Figlio e Signore, io pure avrei da pregarti di due cose. L’una di ricordarti che mi hai promesso di chiamare la tua povera Mamma per istruirla nella Parola. La seconda di non venire a Nazareth senza avermi prima parlato”».

12Gesù ha una brusca sosta e si alza andando fra Giacomo e Giuda. Li abbraccia stretti e finisce ripetendo a mente le parole: «”Alfeo è tornato nel seno di Abramo alla passata luna piena, e grande fu il cordoglio della città…”». I due figli piangono sul petto di Gesù, che termina: «” … All’ultima ora ti avrebbe voluto. Ma Tu eri lontano. Questo però è conforto per Maria, che vede in questo un perdono di Dio, e deve dare pace anche ai nipoti”. Udite? Ella lo dice. Ed Ella sa quello che dice».

13«Dammi la lettera», supplica Giacomo.

«No, ti farebbe male».

«Perché? Che può dire di più penoso della morte di un padre?…

«Che ci ha maledetti», sospira Giuda.

«No. Non questo», dice Gesù.

«Tu lo dici… per non trafiggerci. Ma così è».

«Leggi, allora».

14E Giuda legge: «”Gesù, ti prego, e te ne prega anche Maria: non venire a Nazareth finché il cordoglio non è finito. L’amore per Alfeo rende ingiusti i nazareni verso Te, e tua Madre piange perciò. Il buon amico Alfeo mi consola e calma il paese. Molto rumore ha fatto il racconto di Aser e Ismaele per la moglie di Cusa. Ma Nazareth è ora mare agitato da venti diversi.

15Ti benedico, Figlio mio, e ti chiedo pace e benedizione sull’anima mia. Pace ai nipoti.

La Mamma”.»

 

16Gli apostoli commentano e confortano i fratelli piangenti. Ma Pietro dice: «E quelle non le leggi?».

Lettera di Lazzaro.

17Gesù fa un cenno di assenso e apre quella di Lazzaro. Chiama Simone Zelote. Leggono insieme, in un angolo. Poi aprono l’altro rotolo e leggono anche quello, discutono fra loro; e vedo che lo Zelote cerca persuadere Gesù su qualche cosa, ma non la vince.

18Gesù, coi rotoli in mano, viene in mezzo alla stanza e dice: «Udite, amici. Siamo tutti una famiglia e non vi sono segreti fra noi. E, se il male è pietà tenerlo occulto, il bene è giustizia farlo noto. Udite ciò che scrive Lazzaro di Betania: “Al Signore Gesù pace e benedizione, e pace e salute al mio amico Simone.

 19Ho ricevuto la tua lettera, e da servo quale sono ho messo il mio cuore, la mia favella ed ogni mio mezzo al tuo servizio per farti contento ed avere l’onore di esserti servo non disutile. Sono andato da Doras, nel suo castello di Giudea, a pregarlo di vendermi il servo Giona come Tu desideri. Confesso che, se non era preghiera di Simone, amico fedele, per Te, non avrei affrontato quello sciacallo irridente, crudele e nefasto. Ma per Te, mio Maestro e Amico, sento capacità di affrontare anche Mammona. Ciò perché penso che chi lavora per Te ti ha vicino e perciò è difeso. E aiutato certo lo sono stato, perché contro ogni previsione ho vinto. Dura fu la discussione e avvilenti le prime ripulse. Tre volte dovetti inchinare a questo aguzzino potente. Poi mi impose un’attesa di giorni. Infine ecco la lettera. Degna dell’aspide. Ed io quasi non oso dirti: ‘Cedi per riuscire allo scopo’, perché egli non è degno di averti. Ma non c’è altro modo. Io ho accettato in tuo nome ed ho firmato. Se ho fatto male, dammene rampogna.

20Ma, credi, ho cercato servirti il meglio che potevo. Ieri è venuto un tuo discepolo giudeo, dicendo che veniva in tuo nome a sapere se c’era notizia da portarti. Si disse Giuda di Keriot. Ma ho preferito attendere Isacco per dare la lettera. E mi fu stupore che Tu avessi mandato altri, sapendo che ogni sabato viene da me Isacco per il suo riposo. Altro non ho da dire. Solo, baciandoti i piedi santi, ti prego di condurli dal tuo servo e amico Lazzaro, come hai promesso. A Simone salute. A Te, Maestro e Amico, bacio di pace e preghiera di benedizione.

Lazzaro”.

Lettera di Doras a Lazzaro.

21Ed ora l’altra: “A Lazzaro salute. Ho deciso. Per doppia somma avrai Giona. Però metto questi patti e non muterò su essi per nessuna ragione.

22Voglio che prima Giona termini i raccolti dell’anno, ossia sarà consegnato alla luna di tisri, a fine luna. Voglio che venga personalmente a prenderlo Gesù di Nazareth, al quale chiedo di entrare sotto il mio tetto per conoscerlo. Voglio immediato pagamento dietro regolare contratto. Addio.

Doras”».

 

«Che peste!», grida Pietro.

L’acquisto di un grande merito in Cielo.

23«Ma chi paga? Chissà cosa chiede, e noi… siamo sempre senza un picciolo!».

24«Simone paga. Per fare contento Me e il povero Giona. Non acquista che un rudere d’uomo, che non lo servirà per nulla. Ma acquista un grande merito in Cielo».

25«Tu Oh!». Tutti sono stupiti. Persino i figli di Alfeo escono dal loro dolore per lo stupore.

26«Lui è. É giusto che ciò sia noto».

27«Sarebbe anche giusto che fosse noto perché Giuda di Keriot è andato da Lazzaro. Chi ce lo aveva mandato? Tu».

28Ma Gesù non risponde a Pietro. É molto serio e pensoso. Esce dalla sua meditazione solo per dire: «Date ristoro a Giuseppe e poi andiamo al riposo. Io preparerò risposta per Lazzaro… Isacco è ancora a Nazareth?».

«Mi attende».

«Andremo tutti».

Maria Vergine ha bisogno di pace.

«Nooh! Tu Madre dice…». Tutti sono in subbuglio.

29«Tacete. Così voglio. La Madre parla col suo cuore d’amore. Io giudico con la mia ragione. Preferisco fare questo mentre non c’è Giuda. E voglio tendere la mano amica ai cugini Simone e Giuseppe, e con loro piangere prima che il cordoglio sia finito. Poi torneremo a Cafarnao, a Genezaret, sul lago insomma, attendendo la fine della luna di tisri. E prenderemo le Marie con noi. Vostra madre ha bisogno di amore. Glielo daremo. E la mia ha bisogno di pace. Io sono la sua pace».

30«Credi che a Nazareth? …», chiede Pietro.

«Non credo nulla».

«Ah! bene! Perché, se le dovessero fare del male, o darle dolore!… L’avrebbero a fare con me!», dice Pietro tutto rabbuffato.

31Gesù lo carezza, ma è soprappensiero. É triste, direi. Poi va fra Giuda e Giacomo e si siede tenendoli abbracciati per consolarli.

Gli altri parlano piano per non turbare il loro dolore.

9. A Nazareth per la morte di Alfeo.
Lenta conversione del cugino Simone
[29].

Primazia dello spirito.

Venti diversi(Lc 4.14-15)[30].

1La sera scende fra un gran rosso di tramonto che, come un fuoco che si spegne, diventa sempre più cupo sino ad assumere quasi il colore di un viola rubinato. Una tinta splendida, rara, che pennella, sfumandosi lentamente, l’occidente, fino a svanire nel cobalto scuro del cielo, là dove l’oriente sempre più avanza con le sue stelle e il suo arco di luna crescente, già volgente alla seconda fase. Gli agricoltori si affrettano alle case, che già mostrano i focolari accesi per le volute di fumo che escono dalle basse casette di Nazareth.

2Gesù sta per tornare in città e, contrariamente a quanto vorrebbero gli altri, non vuole che alcuno vada ad avvisare la Madre. «Non accadrà nulla. Perché agitarla avanti?», dice.

3Eccolo già fra le case. Qualche saluto, qualche bisbiglio dietro le spalle, qualche villana voltata di spalle e sbatacchiata d’usci quando il gruppo apostolico passa.

4La mimica di Pietro è un vero poema. Ma anche gli altri sono un poco inquieti. I figli di Alfeo sembrano due condannati. Procedono a capo basso ai fianchi di Gesù, ma pure osservano tutto e ogni tanto hanno sguardi sgomenti fra loro e di apprensione per Gesù. Il quale, come niente fosse, risponde con la consueta affabilità ai saluti e si curva ad accarezzare i bambini, che nella loro semplicità non prendono parte con questo o con quello e sono sempre amici del loro Gesù, che è sempre così affettuoso con loro.

5Uno – un tombolino grasso grasso che avrà al massimo quattro anni – gli corre incontro staccandosi dalla veste materna e gli tende le braccine dicendo: «Prendimi!» e, poi che Gesù lo accontenta e lo prende, lo bacia con la sua bocchina tutta impiastricciata del fico che succhia, e poi spinge il suo amore sino ad… offrire un pezzetto di fico a Gesù, dicendo: Prendi! É buono!». Gesù accetta l’offerta e ride di essere imboccato da quell’omino in erba.

Gesù cede alla volontà di tutti.

6Isacco, carico di brocche, viene dalla fonte. Vede Gesù, posa le brocche e grida: «Oh! il mio Signore!» correndo incontro a Lui. «Tua Madre è tornata ora a casa. Era dalla cognata. Ma… hai ricevuto la lettera?», chiede.

7«Sono qui per questo. Non dire nulla alla Mamma, per ora. Prima vado a casa di Alfeo».

8Isacco, prudente, non dice altro che: «Ti ubbidirò» e prende le sue anfore, diretto a casa.

«Ora noi andremo. Voi, amici, ci attenderete qui. Starò poco».

«No davvero! Non entreremo nella casa del lutto, ma staremo lì fuori. Non è vero?», dice Pietro.

«Pietro ha ragione. Staremo nella via. Ma a Te vicino».

9Gesù cede alla volontà di tutti. Ma sorride e dice: «Non mi faranno nulla. Credete. Non sono cattivi. Sono solamente appassionati umanamente. Andiamo».

L’Amore non è amato.

10Eccoli nella via della casa, eccoli sulla soglia dell’orto. Gesù va avanti. Dietro Giuda e Giacomo. Ecco Gesù sulla soglia della cucina. In essa, presso il focolare, è Maria d’Alfeo che cucina e piange. In un angolo Simone e Giuseppe, con altri uomini, sono seduti a crocchio. Fra gli uomini è Alfeo di Sara. Stanno lì, zitti come tante statue. Sarà sistema? Non so.

11«Pace a questa casa e pace allo spirito che l’ha lasciata».

La vedova ha un grido ed una mossa istintiva di respingere Gesù, di porsi fra Lui e gli altri. Simone e Giuseppe si alzano foschi e interdetti. Ma Gesù non mostra accorgersi del loro atteggiamento ostile. Va ai due uomini – Simone ha già i suoi cinquant’anni e forse più, a giudicare l’aspetto – e tende loro le mani in atto di amoroso invito. I due sono più interdetti che mai. Ma non osano fare un atto villano. Alfeo di Sara trepida e soffre visibilmente. Gli altri uomini sono chiusi, in attesa di una indicazione.

12«Simone, tu, capo famiglia ormai, perché non mi accogli? Io vengo a piangere con te. Quanto avrei voluto esser con voi nell’ora del duolo! Ma non per mia colpa fui lontano. Sei giusto, Simone. E lo devi dire».

L’uomo sta sempre sostenuto.

13«E tu, Giuseppe, dal nome a Me caro, perché non accogli il mio bacio? Non mi permettete di piangere con voi? La morte è laccio per i veri affetti. E noi ci amammo. Perché ora deve essere disunione?».

«Per Te il nostro padre morì crucciato», dice duro Giuseppe.

14E Simone: «Dovevi rimanere. Lo sapevi che egli era morente. Perché non sei rimasto? Ti voleva ….»

«Non avrei potuto fare per lui più di quanto abbia già fatto[31]. E voi lo sapete…».

Simone, più giusto, dice: «E’ vero. Lo so che sei venuto e che ti ha cacciato. Ma era un malato e un afflitto».

15«Lo so ed ho detto a tua madre e ai tuoi fratelli: “Non ho rancore perché comprendo il suo cuore”. Ma sopra tutti è Dio. E Dio questo dolore voleva per tutti. Per Me che, credete, ne ho sofferto come di uno strappo di carne viva; per il padre vostro, che in questa pena ha compreso una grande verità che per tutta la vita gli era rimasta oscura; per voi, che per questo dolore avete modo di fare un sacrifizio salutare più del giovenco immolato; e per Giacomo e Giuda, che ora non sono di te meno formati, o mio Simone, perché tanto dolore (per loro è la soma maggiore e li opprime come pietra di macina) li ha resi adulti e di perfetta età agli occhi di Dio».

Più che il sangue è lo spirito.

16«Che verità ha visto il padre? Una sola: che il suo sangue, nell’ultima ora, gli fu nemico», ribatte duro Giuseppe.

17«No. Che più che il sangue è lo spirito. Ha compreso il dolore di Abramo e per questo ebbe Abramo[32]  a suo aiuto», risponde Gesù.

18«Fosse vero! Ma chi lo assicura?».

«Io, Simone. E, più che Io, la morte di tuo padre. Non mi ha cercato? Tu l’hai detto».

19«L’ho detto. E’ vero. Voleva Gesù. E diceva: “Almeno lo spirito non morto! Lui lo può fare. Io l’ho respinto e non verrà più. Oh! morte senza Gesù! Che orrore che sei! Perché l’ho cacciato?”. Sì, questo diceva. E diceva ancora: “Egli mi chiese tante volte: ‘Devo andare?’ ed io l’ho mandato… Ora non viene più”. Ti voleva, ti voleva. Tua Madre ti mandò a cercare, ma non ti trovarono a Cafarnao e lui pianse tanto, e con le ultime forze prese la mano di tua Madre e la volle vicina. Non parlava che a stento. Ma diceva: “La Madre è un poco il Figlio. Io tengo la Madre per avere qualcosa di Lui, perché ho paura della morte”. Povero padre mio!».

“Non mancate alla legge d’amore”.

20Vi è una scena orientale di urla e atti di dolore, alla quale tutti prendono parte. Anche Giacomo e Giuda, che hanno osato entrare. Il più pacato è Gesù, che piange soltanto.

21«Tu piangi? Lo amavi allora?», chiede Simone.

«Oh! Simone! Lo chiedi? Ma, se avessi potuto, credi che avrei permesso questo suo dolore? Ma Io sono col Padre, ma non da più del Padre».

22«Guarisci i morenti, ma lui non lo hai guarito», dice aspro Giuseppe.

«Non credeva in Me».

«Questo è vero, Giuseppe», osserva il fratello Simone.

23«Non credeva e non deponeva il rancore. Io non posso nulla dove è incredulità e odio. Perciò vi dico: non odiate oltre i fratelli vostri. Eccoli. Il loro strazio non abbia gravame dal vostro rancore. Vostra madre è straziata più da quest’odio che vive, che dalla morte che ha termine in se stessa e, nel padre vostro, ha termine nella pace perché il suo desiderio di Me gli fu perdono di Dio. Di Me, per Me, non vi parlo e non chiedo. Io sono nel mondo, ma non sono del mondo. Quel che dentro a Me vive mi ripaga di ciò che il mondo mi nega. Soffro con la mia umanità, ma elevo lo spirito oltre la Terra e giubilo nelle cose celesti. Ma essi!… Non mancate alla legge d’amore e di sangue. Amatevi. Non vi è offesa verso il sangue in Giacomo e Giuda. Ma, se anche vi fosse, perdonate. Guardate con occhio giusto le cose e vedrete che i più offesi sono loro, non compresi nelle necessità dell’anima rapita da Dio. Eppure in loro non vi è rancore. Ma solo desiderio di amore. Non è vero, cugini?».

Giuda e Giacomo, che la madre tiene stretti a sé, annuiscono fra il pianto.

24«Simone, sei il maggiore. Dai l’esempio…».

«Io… per me… Ma il mondo… ma…»

25«Oh! il mondo! Esso dimentica e cambia ad ogni alba che sorge… Ed Io! Vieni, dammi il tuo bacio di fratello. Io ti amo. Lo sai. Spogliati da queste scaglie che ti fanno duro e che tue non sono, ma sono imposte da chi t’è estraneo e meno giusto di te. Tu giudica col tuo retto cuore, sempre».

26Simone, ancora un poco con ritrosia, apre le braccia. Gesù lo bacia e poi lo porta ai fratelli. Si baciano fra pianti e lamenti.

«Ora tu, Giuseppe».

«No. Non insistere. Io ricordo il dolore del padre».

«In verità tu lo perpetui con questo tuo rancore».

«Non importa. Io sono fedele».

Venerare le spoglie dei defunti.

27Gesù non insiste. Si volge a Simone: «La sera è tarda. Ma se tu volessi… Il nostro cuore arde di venerare le sue spoglie. Dove è Alfeo? Dove l’avete posto?».

«Dietro la casa. Dove l’uliveto cessa contro la balza. Un sepolcro dignitoso».

28«Ti prego. Conducimi ad esso. Maria, fa’ cuore. Lo sposo giubila perché ti vede sul seno i figli. Rimanete. Io vado con Simone. Siate in pace! Siate in pace! Giuseppe, a te dico quanto dissi al padre tuo: “Non ho rancore. Ti amo. Quando mi vuoi, chiamami. Verrò a piangere con te”. Addio».

E Gesù esce con Simone… Gli apostoli sbirciano curiosi. Ma vedono i due di buon accordo e sono contenti.

29«Venite voi pure», dice Gesù. «Sono i miei discepoli, Simone. Loro pure desiderano onorare tuo padre. Andiamo».

Vanno per l’uliveto e tutto ha fine.

La Grazia e la volontà (Insegnamento)[33].

La Grazia è relativa alla giustizia

Dice Gesù:

30«Come vedi, Simone, meno cocciuto, si è piegato, se non completamente almeno in parte, alla giustizia con santa prontezza. E non mio discepolo subito, né tanto meno apostolo, come nella tua ignoranza lo chiamasti ora è un anno, ma almeno spettatore non nemico divenne dopo quest’incontro per la morte di Alfeo. Tutore anche della madre sua e mia, quando un uomo doveva scortarle e difenderle dalle satire della gente. Non forte al punto di imporsi contro chi mi diceva “folle”; ancora tanto uomo da vergognarsi un poco di Me e da avere preoccupazioni per i pericoli della famiglia tutta, per il mio apostolato contrario alle sette. Ma già sulla via del Bene. Su cui poi, dopo il Sacrificio, seppe procedere sempre più sicuro sino a confessarmi col sangue. La Grazia opera talora fulmineamente, talaltra lentamente. Ma sempre opera dove c’è volontà di esser giusti.

31Va’ in pace. Sta’ in pace fra i tuoi dolori. Il tempo preparatorio alla Pasqua ha inizio e tu porta per Me la Croce. Ti benedico, Maria della Croce di Gesù».

10. Cacciata da Nazareth e conforto
alla Madre. Riflessioni
[34].

Il Messia Liberatore.

La sinagoga(Lc 4,16-17)[35].

1Vedo uno stanzone quadrato. Dico stanzone, per quanto capisca che è la sinagoga di Nazareth (come mi dice l’interno ammonitore) perché non c’è altro che le pareti nude tinte di giallino e una specie di cattedra da una parte. Vi è anche un alto leggio con sopra dei rotoli. Leggio, scansia, dica come crede. E, insomma, una specie di tavola inclinata, sorretta su un piede e sulla quale sono allineati dei rotoli.

2Vi è della gente che prega, non come preghiamo noi, ma volti tutti da un lato con le mani non congiunte ma come su per giù sta un sacerdote all’altare.

3Vi sono delle lampade messe così: e sopra alla cattedra e al leggio.

4Non vedo lo scopo di questa veduta, che non si cambia e che mi resta fissa così per del tempo. Ma Gesù mi dice di scriverla e lo faccio…

5Mi trovo nella sinagoga di Nazareth, da capo.

6Ora il rabbino legge. Sento la cantilena della voce nasale, ma non capisco le parole dette in una lingua a me ignota. Fra la gente vi è anche Gesù coi cugini apostoli e con altri che sono certo parenti essi pure, ma che non conosco.

7Dopo la lettura, il rabbino volge lo sguardo sulla folla in muta domanda. Gesù si fa avanti e chiede di tenere Lui l’adunanza, oggi.

Il Messia Liberatore(Lc 4,18-21)[36].

8Odo la sua bella voce leggere il passo di Isaia citato dal Vangelo: «Lo spirito del Signore è sopra di Me…».

9E odo il commento che Egli ne fa, dicendosi «il portatore della Buona Novella, della legge d’amore che sostituisce il rigore di prima con la misericordia, per cui tutti coloro che la colpa d’Adamo fa malati nello spirito, e nella carne per riflesso, perché il peccato sempre suscita vizio, e il vizio malattia anche fisica, otterranno la salute. Per cui tutti coloro che sono prigionieri dello Spirito del male avranno liberazione. Io sono venuto a rompere queste catene, a riaprire la via dei Cieli, a dar luce alle anime accecate e udito alle anime sorde. E’ venuto il tempo della Grazia del Signore. Ella è fra voi, Ella è questa che vi parla. I Patriarchi hanno desiderato vedere questo giorno, di cui la voce dell’Altissimo ha proclamato l’esistenza ed i Profeti hanno predetto il tempo. E già, portata a loro da ministero soprannaturale, conoscono che l’alba di questo giorno s’è levata, e il loro ingresso nel Paradiso è ormai vicino e ne esultano coi loro spiriti, santi ai quali non manca che la mia benedizione per esser cittadini dei Cieli. Voi lo vedete. Venite alla Luce che è sorta. Spogliatevi delle vostre passioni per esser agili a seguire il Cristo. Abbiate la buona volontà di credere, di migliorare, di volere la salute, e la salute vi sarà data. Essa è in mia mano. Ma non la do che a chi ha buona volontà di averla. Perché sarebbe offesa alla Grazia darla a chi vuol continuare a servire Mammona».

Incredulità e ostilità (Lc 4,22-27)[37].

10Il mormorio si leva per la sinagoga. Gesù gira lo sguardo. Legge sui volti e nei cuori e prosegue: «Comprendo il vostro pensiero. Voi, poiché sono di Nazareth, vorreste un favore di privilegio. Ma questo per il vostro egoismo, non per potenza di fede. Onde Io vi dico che in verità nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Altri paesi mi hanno accolto e mi accoglieranno con maggior fede, anche quelli il cui nome è scandalo fra di voi. Là Io mieterò i miei seguaci, mentre in questa terra nulla potrò fare, perché m’è chiusa e ostile. Ma vi ricordo di Elia e d’Eliseo. Il primo trovò fede in una donna fenicia e il secondo in un siro. E a quella e a questo poterono operare il miracolo. I morenti di fame d’Israele ed i lebbrosi d’Israele non ebbero pane e mondezza, perché il loro cuore non aveva la buona volontà come perla fine che il Profeta vedeva. Questo succederà a voi pure, che siete ostili e increduli alla Parola di Dio».

Il Messia se ne va dal cuore incredulo(Lc 4.28-30)[38].

11La folla tumultua e impreca e tenta mettere le mani addosso a Gesù.

12Ma gli apostoli-cugini – Giuda, Giacomo e Simone – lo difendono, ed allora gli infuriati nazareni cacciano fuori dalla città Gesù. Lo inseguono con minacce, non solamente verbali, sino al ciglio del monte. Ma Gesù si volge e li immobilizza col suo sguardo magnetico, e passa incolume in mezzo a loro, scomparendo su per un sentiero del monte.

Conforto alla Madre.

13Vedo una piccola, piccolissima borgata. Un pugno di case. Una frazione, diremmo noi ora. É più alta di Nazareth, che si vede più sotto, e dista dalla stessa pochi chilometri. Una borgatella misera misera.

14Gesù parla con Maria stando seduto su un muretto presso una casuccia. Forse è una casa amica, o per lo meno ospitale secondo le leggi dell’ospitalità orientale. E Gesù ci si è rifugiato dopo esser stato scacciato da Nazareth, per attendere gli apostoli che certo si erano sparsi nella zona mentre Egli era presso la Madre. Con Lui non ci sono che i tre apostoli-cugini, i quali, in questo momento, sono raccolti nell’interno della cucina e parlano con una donna anziana che Taddeo chiama «madre».

15Perciò capisco che è Maria di Cleofa. É una donna piuttosto anziana e la riconosco per quella che era con Maria SS. alle nozze di Cana. Certo Maria di Cleofa e i figli si sono ritirati là per lasciare liberi Gesù e la Madre di parlare.

Missione del Messia.

16Maria è afflitta. Ha saputo del fatto della sinagoga ed è addolorata. Gesù la consola. Maria supplica il Figlio di stare lontano da Nazareth, dove tutti sono maldisposti verso di Lui, anche gli altri parenti, che lo giudicano un pazzo desideroso di suscitare rancori e dispute.

17Ma Gesù fa un gesto sorridendo. Pare dica: «Ci vuol altro, lascia perdere!». Ma Maria insiste. Allora Egli risponde: «Mamma, se il Figlio dell’uomo dovesse andare unicamente là dove è amato, dovrebbe volgere il suo passo da questa Terra e tornare al Cielo. Ho ovunque dei nemici. Perché la Verità è odiata, ed Io sono Verità. Ma Io non sono venuto per trovare facile amore. Io sono venuto per fare la volontà del Padre e redimere l’uomo. L’amore sei tu, Mamma, il mio amore, quello che mi compensa di tutto. Tu e questo piccolo gregge, che tutti i giorni si accresce di qualche pecorella che Io strappo ai lupi delle passioni e porto nell’ovile di Dio. Il resto è il dovere. Sono venuto per compiere questo dovere e lo devo compiere anche fino a sfracellarmi contro le pietre dei cuori tetragoni al bene. Anzi, solo quando sarò caduto, bagnando di sangue quei cuori, Io li ammollirò stampandovi il mio segno che annulla quello del Nemico. Mamma, sono sceso dal Cielo per questo. Non posso che desiderare di compiere questo».

18«Oh! Figlio! Figlio mio!». Maria ha la voce straziata. Gesù la più che mai velata, come una sacerdotessa.

19«Starò assente qualche tempo, per farti contenta. Quando sarò vicino manderò ad avvisarti».

20«Manda Giovanni. Mi pare di vedere un poco Te nel vedere Giovanni. Anche la madre sua è piena di cure per me e per Te. Ella spera, è vero, un posto di privilegio per i suoi figli. É donna ed è mamma, Gesù. Bisogna compatirla. Ne parlerà anche a Te. Ma ti è devota sinceramente. E quando sarà liberata dall’umanità, che fermenta in lei come nei suoi figli, come negli altri, come in tutti, Figlio mio, sarà grande nella fede. É doloroso che tutti sperino da Te un bene umano, un bene che, anche se non è umano, è egoista. Ma il peccato è in loro con la sua concupiscenza. Ancora l’ora benedetta, e tanto, tanto temuta, per quanto l’amore di Dio e dell’uomo me la faccia desiderare, in cui Tu annullerai il Peccato, non è venuta. Oh! quell’ora! Come trema il cuore della tua Mamma per quell’ora! Che ti faranno, Figlio? Figlio Redentore, di cui i Profeti dicono tanto martirio?».

21«Non ci pensare, Mamma. Dio ti aiuterà in quell’ora. Me e te aiuterà Dio. E dopo sarà la pace. Te lo dico una volta ancora. Ora va’, ché la sera scende e lungo è il cammino. Io ti benedico».

Le cause dei dolori di Gesù e di Maria[39].

Si riprende il tempo perduto

Dice Gesù:

22«Piccolo Giovanni, molto lavoro oggi. Ma siamo indietro di un giorno e non si può andare piano. Ti ho dato la forza per questo, oggi. Le quattro contemplazioni te le ho concesse per poterti parlare sui dolori di Maria e miei, preparatori alla Passione. Avrei dovuto parlarne ieri, sabato, giorno dedicato a mia Madre. Ma ho avuto pietà. Oggi si riprende il tempo perduto. Dopo i dolori che ti ho fatto conoscere, Maria ha avuto anche questi. Ed Io con Lei.

Il serpe.

23Il mio sguardo aveva letto nel cuore di Giuda Iscariota. Nessuno deve pensare che la Sapienza di Dio non sia stata capace di comprendere quel cuore[40]. Ma, come ho detto a mia Madre, egli ci voleva. Guai a lui per esser stato il traditore![41] Ma un traditore ci voleva. Doppio, astuto, avido, lussurioso, ladro, e intelligente e colto più della massa, egli aveva saputo imporsi a tutti. Audace, mi spianava la via, anche se era via difficile. Gli piaceva, oltre tutto, emergere e far risaltare il suo posto di fiducia presso di Me. Non era servizievole per istinto di carità. Ma unicamente perché era uno di quelli che voi chiamereste “faccendoni”. Ciò gli permetteva anche di tenere la borsa e di avvicinare la donna. Due cose che, insieme alla terza, la carica umana, amava sfrenatamente.

24La Pura, l’Umile, la Distaccata dalle ricchezze terrene, non poteva non avere ribrezzo di quel serpe. Io pure ne avevo ribrezzo. Ed Io solo ed il Padre e lo Spirito sappiamo quali superamenti ho dovuto sostenere per poterlo sopportare vicino. Ma te li spiegherò in altro tempo.

Le volpi astute.

25Ugualmente non ignoravo l’ostilità dei sacerdoti, farisei, scribi e sadducei. Erano volpi astute che cercavano spingermi nella loro tana per sbranarmi. Avevano fame del mio sangue. E cercavano di mettermi trappole ovunque per catturarmi, per avere arma di accusa, per levarmi di mezzo. Per tre anni è stata lunga l’insidia e non si è placata altro che quando mi hanno saputo morto. Quella sera hanno dormito felici. La voce del loro accusatore era per sempre estinta. Lo credevano. No. Non è ancora spenta. Non lo sarà mai e tuona, tuona e maledice i loro simili di ora. Quanto dolore ebbe mia Madre per colpa di loro! Ed Io quel dolore non lo dimentico.

La velva.

26Che la folla fosse volubile, non era cosa nuova. Essa è la belva che lecca la mano del domatore, se è armata di scudiscio o se offre un pezzo di carne alla sua fame. Ma, basta che il domatore cada e non possa più usare lo scudiscio, oppure non abbia più prede per la sua fame, che essa si avventa e lo sbrana. Basta dire la verità ed essere dei buoni per essere odiati dalla folla dopo il primo momento di entusiasmo. La verità è rimprovero e monito. La bontà spoglia dello scudiscio e fa sì che i non buoni non temano più. Onde: “crucifige”, dopo aver detto: “osanna”. La mia vita di Maestro è satura di queste due voci. E l’ultima è stata “crucifige”. L’osanna è come l’anelito che prende il cantore per aver fiato di fare l’acuto. Maria, nella sera del Venerdì Santo, ha riudito in sé tutti gli osanna bugiardi, divenuti urli di morte per la sua Creatura, e ne è rimasta trafitta. Anche questo Io non lo dimentico.

I massi.

27L’umanità degli apostoli! Quanta! Portavo sulle braccia, per alzarli al Cielo, dei massi che pesavano verso terra. Anche coloro che non si vedevano ministri di un re terreno come Giuda Iscariota, coloro che non pensavano come lui di salire, all’occorrenza, in mia vece sul trono, erano sempre, però, ansiosi di gloria.

28Venne il giorno che anche il mio Giovanni e suo fratello appetirono a questa gloria, che vi abbaglia come un miraggio anche nelle cose celesti. Non santo anelito al Paradiso, che voglio che abbiate. Ma desiderio umano che la vostra santità sia conosciuta. Non solo, ma esosità di cambiavalute, di usuraio per cui, per un poco di amore dato a Colui al quale Io vi ho detto dovete dare tutti voi stessi, pretendete un posto alla sua destra in Cielo.

29No, figli. No. Prima occorre saper bere tutto il calice che Io ho bevuto. Tutto: con la sua carità data in compenso dell’odio, con la sua castità contro le voci del senso, con la sua eroicità nelle prove, col suo olocausto per amore di Dio e dei fratelli. Poi, quando s’è tutto compiuto del proprio dovere, dire ancora: “Siamo servi inutili”, e attendere che il Padre mio e vostro vi conceda, per sua bontà, un posto nel suo Regno.

30Occorre spogliarsi, come mi hai visto spogliato nel Pretorio, di tutto ciò che è umano, tenendo solo quell’indispensabile che è rispetto verso il dono di Dio che è la vita, e verso i fratelli ai quali possiamo essere utili più dal Cielo che sulla Terra, e lasciare che Dio vi rivesta della stola immortale, fatta candida nel sangue dell’Agnello.

31Ti ho mostrato i dolori preparatori della Passione. Altri te li mostrerò. Per quanto siano sempre dolori, è stato riposo per l’anima tua il contemplarli. Ora basta. Sta’ in pace».

11. Gesù e la Madre da Giovanna di Cusa[42].

Giovanna e Cusa.

1Vedo Gesù andare verso la casa di Giovanna di Cusa. Quando il servo portinaio vede Chi è colui che giunge, ha un tal grido di festa che tutta la casa è a rumore. Gesù entra sorridente, benedicendo.

2Giovanna accorre dal giardino tutto in fiore per precipitarsi a baciare i piedi del Maestro. E viene anche Cusa, che si inchina profondamente prima, e poi bacia l’orlo della veste di Gesù. Cusa è un bell’uomo sui quarant’anni. Non molto alto, ma ben costrutto, capelli neri che appena alle tempie hanno qualche filo d’argento, occhi vivi e scuri, colorito pallido e una barba quadrata, nera, ben curata.

3Giovanna è più alta del marito. Della passata infermità non conserva che una accentuata snellezza, che però è già meno scheletrica di allora. Pare una palma sottile e flessuosa terminante nella bella testolina dai profondi occhi neri e dolcissimi. Ha una massa di capelli corvini graziosamente pettinati. La fronte liscia e alta pare ancora più bianca sotto quel nero schietto, e la piccola bocca, ben disegnata, spicca col suo rosso sano fra le guance di un pallore delicato, come lo hanno i petali di certe camelie. É una bellissima donna… ed è quella che dà la borsa a Longino, sul Calvario. Allora è piangente, stravolta e tutta velata. Qui sorride ed è a capo scoperto. Ma è lei.

Gioia di ospitare Maria.

4«A che devo la gioia di averti mio ospite?», chiede Cusa.

«Al mio bisogno di una sosta in attesa di mia Madre. Vengo da Nazareth… e devo far venire con Me la Madre mia per qualche tempo. Andrò a Cafarnao con Lei».

5«Perché non da me? Io non ne sono degna, ma…», dice Giovanna.

6«Tu ne sei ben degna. Ma mia Madre ha seco la cognata, vedova da pochi giorni».

7«Grande è la casa per ospitare più d’uno. E Tu mi hai dato tanta gioia che non t’è precluso nessun punto di essa. Ordina, Signore, Tu che hai allontanato la morte da questa dimora e le hai reso la mia rosa fiorita e fiorente», dice Cusa in appoggio alla moglie, che deve molto amare. Lo capisco da come la guarda.

8«Non ordino. Ma accetto. Mia Madre è stanca e ha molto sofferto in questi ultimi tempi. Teme per Me, ed Io le voglio mostrare che vi è chi mi ama».

9«Oh! portala qui, allora! Io l’amerò come figlia e ancella», esclama Giovanna.

10Gesù acconsente. Cusa esce a dare subito ordini in merito e, mentre la visione si sdoppia lasciando Gesù nello splendido giardino di Cusa, intento a parlare con Cusa e la moglie, io seguo e vedo l’arrivo del carro comodo e veloce con cui Gionata è andato a rilevare Maria a Nazareth.

Motivo di riflessione.

11Naturalmente la città si mette in subbuglio per il fatto. E quando Maria e la cognata, ossequiate come due regine da Gionata, salgono sul carro, dopo avere affidato ad Alfeo di Sara le chiavi di casa, il subbuglio cresce. Il carro parte, mentre Alfeo si vendica dell’atto villano fatto a Gesù nella sinagoga, dicendo: «I samaritani sono meglio di noi! Vedete un di Erode come venera la Madre di Lui?… E noi! Mi vergogno d’essere nazareno».

12Vi è un vero tumulto fra i due partiti. Vi è chi defeziona dal partito avverso per venire verso Alfeo e chiedere mille cose.

«Ma certo!», risponde Alfeo.

13«Ospiti della casa del Procuratore. Avete sentito che ha detto il suo intendente: “Il mio padrone ti supplica di onorare la sua casa”. Onorare, capite? Ed è il ricco e potente Cusa, e la moglie è una principessa regale. Onorare! E noi, ossia voi, l’avete preso a sassate. Vergogna!».

I nazareni non ribattono e Alfeo prende più vigore.

14«Già, avendo Lui, si ha tutto! E non serve appoggio d’uomo. Ma vi pare inutile avere ad amico Cusa? Vi pare propizio che egli ci disprezzi? É il Procuratore del Tetrarca, sapete? Dite niente! Fate, fate i samaritani col Cristo! Vi attirerete l’odio dei grandi. E allora… oh! allora vi voglio vedere! Senza aiuti dal Cielo e senza aiuti dalla Terra! Stolti! Cattivi! Miscredenti!»

15La grandine degli improperi e dei rimproveri continua, mentre i nazareni se ne vanno mogi come cani frustati. Alfeo resta solo come un arcangelo vindice sull’uscio di casa di Maria…

Lode al Fiore della stirpe regale.

16…E’ tarda sera quando per la splendida via lungo lago giunge, al trotto dei robusti cavalli, il carro di Gionata. I servi di Cusa, già di sentinella alla porta, danno il segnale ed accorrono con lampade, aumentando il chiarore che sparge la luna.

17Giovanna e Cusa accorrono. Anche Gesù appare sorridente, e dietro è il gruppo apostolico.

18Quando Maria scende, Giovanna si prostra fino a terra e saluta: «Lode al Fiore della stirpe regale. Lode e benedizione alla Madre del Verbo Salvatore»; e Cusa fa un inchino che più profondo non lo può fare neppure davanti ad Erode, e dice: «Sia benedetta quest’ora che a me ti conduce. Benedetta tu, Madre di Gesù».

19Maria risponde soave ed umile: «Benedetto il nostro Salvatore e benedetti i buoni che amano il Figlio mio».

20Entrano tutti in casa, accolti dai più vivi segni di ossequio. Giovanna tiene per mano Maria e le sorride dicendo: «Mi permetterai che io ti serva, non è vero?».

21«Non me. Lui, sempre Lui servi ed ama. E mi avrai già dato tutto. Il mondo non l’ama… E’ il mio dolore».

22«So. Perché questo disamore di una parte del mondo, mentre altri per Lui darebbero la vita?».

23«Perché Egli è il segno di contraddizione per molti. Perché Egli è il fuoco che depura il metallo. L’oro si monda. Le scorie cadono al fondo e sono gettate via. Mi fu detto fin da quando era piccino[43]… E giorno per giorno la profezia si compie…».

24«Non piangere, Maria. Noi l’ameremo e lo difenderemo», conforta Giovanna.

25Ma Maria continua il suo pianto silenzioso, che solo Giovanna vede, nell’angolo semioscuro dove sono sedute. Tutto ha fine.

12. Bambino paralitico guarito per intercessione della Madre di Gesù[44].

Intervista a Maria.

I vendemmiatori.

1Tutte le campagne della Galilea sono nel gaio lavoro della vendemmia. Gli uomini, arrampicati sulle alte scale, colgono dalle pergole e dalle viti; le donne, col capo carico di cesti, portano grappoli d’oro e rubino là dove i pigiatori attendono. Canti, risate, scherzi corrono da poggio a poggio, da orto ad orto, insieme a odor di mosti e ad un grande ronzare di api, che paiono ebbre tanto vanno veloci e danzanti dai superstiti tralci, ancor ricchi di grappoli, ai cesti ed ai tini dove si perdono gli acini, da esse cercati, nella brodaglia torbida dei mosti. I bambini, tinti di succo come tanti fauni, fanno un gridio di rondini correndo sull’erba, nelle corti, per le vie.

2Gesù è diretto verso un paese a poca distanza dal lago. Un paese di pianura, però; pare un ampio alveo fra due lontani sistemi montuosi che vanno verso nord. La pianura è ben irrigata, perché un fiume (penso sia il Giordano) la traversa. Gesù passa per la strada maestra ed è salutato da molti col grido: «Rabbi! Rabbi!». Gesù passa e benedice.

Intervista a Maria.

3Prima del paese è una ricca proprietà, e all’inizio della stessa due coniugi anziani sono in attesa del Maestro. «Entra. Quando il lavoro cesserà, tutti qui affluiranno ad udirti. Quanta gioia Tu porti! Essa si spande da Te come la linfa per i tralci e diventa vino di letizia per i cuori. Quella è tua Madre?», dice il padrone di casa.

4«É Lei. Ve l’ho condotta perché ora anch’Ella è nella schiera dei miei discepoli. L’ultimo in ordine di accoglimento, il primo in ordine di fedeltà. É l’Apostolo. Mi ha predicato prima ancora che nascessi… Madre, vieni. Un giorno, erano i primi tempi che evangelizzavo, questa madre non mi fece rimpiangere te, tanto fu dolce col tuo Figlio stanco».

«Il Signore ti dia grazia, donna pietosa».

5«Ho grazia perché ho il Messia e te. Vieni. La casa è fresca, e pacata vi è la luce. Potrai riposare. Sarai stanca».

«Non mi è stanchezza altro che l’odio del mondo. Ma seguirlo e udirlo! É stato il mio desiderio dalla più lontana infanzia».

6«Tu sapevi di essere la futura Madre del Messia?».

«Oh! no. Ma speravo vivere tanto da poterlo udire e servire, ultima fra i suoi evangelizzati, ma fedele! oh! fedele!».

7«Lo odi e lo servi. E sei la prima. Sono madre io pure ed ho dei figli sapienti. Quando li sento parlare il mio cuore balza d’orgoglio. E tu che provi udendo Lui?».

«Un’estasi soave. Mi sprofondo nel mio nulla e la Bontà, che è Lui stesso, seco ugualmente mi solleva. Vedo allora con semplice sguardo la Verità eterna, ed Essa si fa carne e sangue del mio spirito».

8«Benedetto il tuo cuore! É puro e perciò così comprende il Verbo. Noi siamo più duri perché pieni di colpe…».

 «Vorrei dare a tutti il mio cuore per questo, perché l’amore vi fosse luce a comprendere. Perché, credilo, è l’amore – ed io sono la Madre e perciò naturale è in me l’amore – quello che rende facile ogni impresa».

9Le due donne parlano ancora fra loro, la vecchia presso il tanto, sempre tanto giovane Madre del mio Signore, mentre Gesù parla col padrone presso i tini in cui schiere e schiere di vendemmiatori rovesciano grappoli e grappoli.

Nel rustico loggiato.

10Gli apostoli, seduti all’ombra di una pergola di gelsomini, gustano con buon appetito uva e pane. La giornata volge al tramonto e il lavoro cessa lentamente. I coloni sono ormai tutti nell’ampia corte rustica, dove è un forte odore d’uve pigiate. Anche altri coloni vengono da case vicine.

11Gesù sale su una scaletta che porta ad un’ala a loggiato, sotto cui sono ricoverati sacchi di derrate e attrezzi agricoli. Come sorride Gesù nel salire quei pochi scalini! Lo vedo sorridere fra l’ondeggiare dei soffici capelli che una brezza serale smuove. E vorrei sapere perché sorride così luminosamente. La letizia di questo sorriso entra, come quel vino di cui parlava il padrone di casa, nel mio cuore, molto triste oggi, e lo solleva.

12(Non è la prima cosa che mi sollevi oggi. Già da stamane, e lei mi aveva visto piangere per un sempre vivo dolore di spirito, Egli, nella Comunione, mi era apparso come sempre quando lei dice: «Ecce Agnus Dei».

13Ma non si era limitato a guardarla con amore, Padre, e a sorridere a me. Aveva lasciato il suo fianco, alla sinistra del letto, ed era passato a destra col suo passo lungo, lievemente ondeggiante in avanti, ed era venuto a destra, dandomi carezze, sensibili, con le sue lunghe mani e dicendomi: «Non piangere!» … Ma ora il suo sorriso mi inonda di pace).

 

14Si volge. Siede sull’ultimo scalino, al sommo della scala che diviene una tribuna per i più fortunati uditori, ossia per i padroni di casa, per gli apostoli e per Maria, la quale, sempre umile, non aveva neppur cercato di salire in quel posto d’onore, ma vi è condotta dalla padrona. É proprio seduta un gradino sotto Gesù, di modo che la sua testa bionda è all’altezza dei ginocchi del Figlio e, essendo seduta di lato, Ella lo può guardare in viso, col suo sguardo di colomba innamorata. Il profilo soave di Maria spicca nitido come in un marmo contro il muro scuro del rustico loggiato. Più giù sono gli apostoli ed i padroni di casa. Nella corte tutti i villici, chi in piedi, chi seduto per terra, chi arrampicato sui tini e sulle piante di fichi che sono ai quattro angoli della corte.

Nelle braccia di Maria.

28La folla, la piccola folla adunata, ha un gridio di gioia e di acclamazioni al Messia. Ma poi tace e si fende per lasciare passare una madre che ha sulle braccia un bambino di circa dieci anni, paralitico. Ai piedi della scala lo tende, come lo offrisse a Gesù.

29«È una mia serva. Il suo maschio cadde lo scorso anno dall’alto della terrazza ed ebbe spezzate le reni. Per tutta la vita giacerà sulla schiena», spiega il padrone.

«Ha sperato in Te tutti questi mesi…», aggiunge la padrona.

«Dille che venga a Me».

30Ma la povera donna è così emozionata che pare abbia lei una paralisi. Trema tutta e incespica nella lunga veste montando gli alti gradini col figlio sulle braccia.

31Maria si alza in piedi, pietosa, e le scende incontro. «Vieni. Non temere. Mio Figlio ti ama. Dammi la tua creatura. Salirai meglio. Vieni, figlia. Sono madre io pure», e le prende il fanciullo, al quale sorride dolcemente, salendo poi col suo pietoso carico che le pesa sulle braccia. La madre del fanciullo le va dietro piangente.

32Maria è ora davanti a Gesù. Si inginocchia e dice: «Figlio! Per questa madre!». Non altro.

Gesù non chiede neppure il suo solito: «Che vuoi che ti faccia? Credi che Io lo possa fare?». No. Oggi sorride e dice: «Donna, vieni qui».

33La donna va proprio accosto a Maria. Gesù le pone una mano sulla testa e dice solo: «Sii lieta», e ancor non ha finito di dire la parola che il fanciullo, fino allora steso pesantemente sulle braccia di Maria e con le gambe ciondoloni, si siede di scatto e, con un grido di festa: «Mamma!», corre a rifugiarsi sul seno materno.

34I gridi di osanna sembra vogliano penetrare nel cielo tutto rosso nel tramonto. La donna, col figlio stretto al cuore, non sa che dire e lo chiede: «Che, che devo fare per dirti che son felice?».

E Gesù, carezzandola ancora: «Essere buona, amare Dio e il tuo prossimo, e allevare in questo amore il figlio tuo».

35Ma la donna non è ancor contenta. Vorrebbe… vorrebbe… e infine chiede: «Un bacio tuo e di tua Madre al mio bambino».

36Gesù si china e lo bacia, e Maria pure. E mentre la donna va via felice, fra un codazzo di amici acclamanti, Gesù spiega alla padrona: «Non è occorso di più. Egli era nelle braccia di mia Madre. Anche senza parola lo avrei sanato, perché Ella è felice quando può consolare un’afflizione ed Io la voglio fare felice».

37E fra Gesù e Maria va uno di quegli sguardi che solo chi li ha visti li può capire, tanto sono profondi di significato.

13. Morte di Giona nella casa di Nazareth[45].

Dolce sorella morte.

Scendono. Riprendono l’andare.

«Fra poco riposerai, Giona», rincuora Gesù.

1Giona sorride. È sempre più calmo man mano che scende la sera e che è sicuro di esser lontano da Doras.

Giovanni col fratello corre avanti, ad avvisare Maria. E quando il piccolo corteo giunge in Nazareth quasi deserta nella sera che scende, Maria è già sulla soglia in attesa del Figlio.

2«Madre, ecco Giona. Si ricovera sotto la tua dolcezza per cominciare a gustare il suo Paradiso. Felice, Giona?».

«Felice! Felice!», mormora come in estasi lo sfinito. Viene portato nella stanzetta dove morì Giuseppe.

3«Sei sul letto di mio padre. E qui è la Madre, e qui sono Io. Vedi? Nazareth diventa Betlemme, e tu ora sei il piccolo Gesù fra due che ti amano, e questi sono quelli che venerano in te il servo fedele. Gli angeli non li vedi, ma alitano su te le loro ali di luce e cantano le parole del salmo natalizio…».

4Gesù versa la sua dolcezza sul povero Giona che si accascia di attimo in attimo. Pare che abbia resistito fino allora per morire qui… ma è beato. Sorride, cerca baciare la mano di Gesù, quella di Maria, e di dire, dire… ma l’affanno spezza la parola. Maria lo conforta come una madre. E lui ripete: «Sì… sì» col suo sorriso beato nel volto scheletrito. I discepoli, sulla porta dell’orto, tacciono e osservano commossi.

5«Dio ha ascoltato il tuo lungo desiderio. La Stella della tua lunga notte ora diventa la Stella del tuo eterno mattino. Tu ne sai il Nome», dice Gesù.

6«Gesù, il tuo! Oh! Gesù! Gli angeli… Chi mi canta l’inno angelico? L’anima l’ode… ma anche l’orecchio lo vuole udire… Chi, per farmi dormire felice… Ho tanto sonno! Tanta fatica ho fatto!… Tante lacrime… Tanti insulti… Doras… io lo perdono… ma non voglio sentire la sua voce e la sento… È come la voce di Satana presso al mio morire. Chi me la copre quella voce con le parole venute dal Paradiso?».

7È Maria che, sull’aria stessa della sua ninna-nanna, canta piano: «Gloria a Dio negli alti Cieli e pace agli uomini quaggiù». E lo ripete due o tre volte, poiché vede che Giona si fa calmo nell’udirla.

8«Non parla più Doras», dice dopo qualche tempo. «Solo gli angeli… Era un Bambino… in una greppia… fra un bue e un asino… ed era il Messia… Ed io l’ho adorato… e con Lui c’era Giuseppe e Maria…». La voce si spegne in un breve gorgoglio e subentra il silenzio.

9«Pace in Cielo all’uomo di buona volontà! È morto. Lo metteremo nel nostro povero sepolcro. Merita di attendere la risurrezione dei morti presso al giusto mio padre», dice Gesù.

E mentre, avvertita da non so chi, entra Maria d’Alfeo, tutto cessa.

14. Una lettera della Madre.
Gesù costretto a lasciare l’Acqua Speciosa
[46].

Lettera della Mamma.

La gioia di essere insieme.

1Stanno ancora mangiando e già hanno acceso le lampade, perché la sera scende rapidissima e anche la sizza consiglia a tenere chiusa la porta, quando viene bussato all’uscio e la voce allegra di Giovanni si fa sentire.

2«Ben tornati!».

«Avete fatto presto!».

«Che c’è, dunque?».

«Come siete carichi!».

Tutti parlano insieme, aiutando i tre a liberarsi dalle pesantissime sacche che hanno sulle spalle.

«Adagio!».

3«Lasciateci salutare il Maestro».

«Ma un momento!».

4Vi è un tumulto allegro, famigliare, per la gioia di essere insieme.

«Vi saluto, amici. Dio vi ha dato giornate serene».

5«Sì, Maestro. Ma non serene notizie. Lo prevedevo», dice l’Iscariota.

«Che c’è? Che c’è…».

La curiosità è desta.

«Fate che prima siano rifocillati», dice Gesù.

«No, Maestro. Prima ti diamo quanto abbiamo per Te e per gli altri. E per primo… Giovanni, dài la lettera».

«L’ha Simone. Io temevo di sciuparla nel carico».

6Lo Zelote, che è stato in lotta fino allora con Tommaso che lo voleva servire di acqua per i suoi piedi stanchi, accorre dicendo: «L’ho qui, nella borsa della cintura», e apre questa tasca interna della sua alta cintura di cuoio rosso estraendone un rotolo ormai divenuto piatto.

7«É tua Madre. Quando siamo stati presso Betania, abbiamo incontrato Gionata che andava da Lazzaro con la lettera e molte altre cose. Gionata va a Gerusalemme perché Cusa mette in ordine il suo palazzo… Forse Erode va a Tiberiade… e Cusa non vuole la moglie presso Erodiade», spiega l’Iscariota mentre Gesù scioglie i nodi del rotolo e svolge lo stesso.

Gli apostoli bisbigliano mentre Gesù legge con un sorriso beato le parole della Mamma.

Lettera di Maria.

«Udite», dice poi. «Vi è anche per i galilei qualche cosa. Mia Madre scrive:

8“A Gesù, mio dolce Figlio e Signore, pace e benedizione.

9Gionata, servo del suo Signore, mi ha portato doni gentili da parte di Giovanna che chiede benedizioni al suo Salvatore su lei, lo sposo e tutta la sua casa. Gionata mi dice che egli per ordine di Cusa va a Gerusalemme, avendo l’ordine di riaprire il palazzo in Sionne. Io benedico Iddio di questa cosa, perché posso così farti avere le mie parole e le mie benedizioni. Anche Maria d’Alfeo e Salome mandano ai figli baci e benedizioni. E, poiché Gionata fu buono oltre misura, vi sono anche i saluti della moglie di Pietro al marito lontano, e così i famigliari di Filippo e Natanaele mandano i loro. Tutte le vostre donne, o cari uomini lontani, coll’ago o col telaio, e col lavoro dell’orto, vi mandano vesti per questi mesi d’inverno, e dolce miele, raccomandandovi di prenderlo con acqua ben calda nelle umide sere. Abbiatevi cura. Questo mi dicono le madri e le spose di dirvi ed io lo dico. Anche al Figlio mio. Non ci siamo sacrificate per nulla, credetelo. Godete degli umili doni che noi, discepole dei discepoli di Cristo, diamo ai servi del Signore, e solo dateci la gioia di sapervi sani.

10Ora, amato Figlio mio, io penso che da quasi un anno Tu non sei più tutto mio. E mi sembra di essere ritornata al tempo in cui sapevo che Tu c’eri già, perché sentivo il tuo piccolo cuore battere nel mio seno, ma potevo anche dire che non c’eri ancora, perché mi eri separato da una barriera che mi impediva di carezzare il tuo corpo diletto e solo potevo adorarti lo spirito, o mio caro Figlio e adorabile Iddio. Anche ora so che ci sei e che il tuo cuore batte col mio, mai diviso da me anche se diviso, ma non ti posso accarezzare, udire, servire, venerare, Messia del Signore e della sua povera serva.

11Giovanna voleva andassi da lei perché non rimanessi sola nella festa dei Lumi. Io però ho preferito rimanere qui, con Maria, ad accendere i lumi. Per me e per Te. Ma fossi anche la più grande regina della Terra e potessi accendere mille e diecimila lumi, sarei al buio perché Tu non sei qui. Mentre ero nella perfetta luce, in quella scura grotta quando ti ebbi sul cuore, mia Luce e Luce del mondo. Sarà la prima volta che io mi dico: ‘Il mio Bambino oggi ha un anno di più’ e non ho il mio Bambino. E sarà più triste del tuo primo genetliaco in Matarea. Ma Tu fai la tua missione ed io la mia. Ed ambedue facciamo la volontà del Padre e operiamo per la gloria di Dio. Questo asciuga ogni lacrima.

12Caro Figlio, comprendo quanto fai da quanto mi viene detto. Come le onde da un aperto mare portano la voce del largo sino dentro ad un solitario e chiuso golfo, così l’eco del tuo santo lavoro per la gloria del Signore giunge nella quieta casetta nostra, alla tua Mamma che ne giubila e ne trema, perché se tutti parlano di Te non tutti ne parlano con uguale cuore. Vengono amici e beneficati a dirmi: ‘Sia benedetto il Figlio del tuo seno’, e vengono nemici tuoi a ferire il mio cuore dicendo: ‘Anatema a Lui!’. Ma per questi io prego perché sono degli infelici, ancora più dei pagani che vengono a chiedermi: ‘Dove è il mago, il divino?’ e non sanno di dire una grande verità, nel loro errore, perché veramente Tu sei sacerdote e grande come per l’antica lingua ha senso quella parola, e divino sei, o mio Gesù. Ed io te li mando dicendo: ‘Egli è a Betania ‘Perché così so dover dire fino a che Tu non ordini in altro modo. E prego per questi che vengono a cercare salute per ciò che muore, acciò trovino salute per lo spirito eterno.

13E, te ne prego. Non ti affliggere del mio dolore. È compensato da tanta gioia per le parole dei sanati di anima e di carne. Ma Maria ne ebbe e ne ha un dolore ancora più forte del mio; non a me soltanto si parla. Giuseppe d’Alfeo vuole che Tu sappia che egli, in un recente suo viaggio per affari a Gerusalemme, fu fermato e minacciato per causa di Te. Erano uomini del Gran Consiglio. Io penso che egli fu loro segnalato da qualche grande di qui. Perché altrimenti chi poteva conoscere Giuseppe come capo di famiglia e fratello tuo? Io ti dico questo per ubbidienza di donna. Ma per me ti dico: vorrei esserti vicino. Per darti conforto. Ma poi fa’ Tu Sapienza del Padre, senza tenere conto del mio pianto. Simone, tuo fratello, voleva quasi venire, dopo questo fatto. E con me. Ma la stagione lo ha trattenuto e più la tema di non trovarti, perché ci fu detto, e come una minaccia, che Tu dove sei non puoi rimanere.

29Figlio! Figlio mio! Adorato e santo Figlio mio! Sto con le braccia alzate come Mosè sul monte[47], per pregare per Te in battaglia contro i nemici di Dio e i nemici tuoi, mio Gesù che il mondo non ama.

14Qui è morta Lia di Isacco. E ne ho avuto pena perché mi fu sempre buona amica. Ma la pena maggiore sei Tu, lontano e non amato. Io ti benedico, Figlio mio, e come io ti do pace e benedizione, ti prego darla Tu alla tua Mamma”».

Mondo di cattivi.

15«Arrivano fino in quella casa quegli spudorati!», urla Pietro.

16E Giuda Taddeo esclama: «Giuseppe… se la poteva tenere per sé la notizia. Ma… non gli è sembrato vero di poterla dare!».

17«Voce di iena non spaventa i vivi», sentenzia Filippo.

18«Il male è che non sono iene, sono tigri. Cercano preda viva», dice l’Iscariota. E volgendosi allo Zelote: «Di’ tu quanto abbiamo saputo».

19«Sì, Maestro. Giuda aveva ragione di temere. Siamo andati da Giuseppe d’Arimatea e da Lazzaro. E lì come aperti amici tuoi. E poi io e Giuda, come se io fossi un suo amico d’infanzia, da alcuni suoi amici di Sionne… E… Giuseppe e Lazzaro ti dicono di venire via subito durante queste feste. Non insistere, Maestro. È per tuo bene. Gli amici di Giuda, poi, hanno detto: “Guarda che è già deciso di venire a sorprenderlo per accusarlo. Proprio in questi giorni di feste in cui non c’è popolo. Si ritiri per qualche tempo. Per deludere queste vipere. La morte di Doras ha aizzato il loro veleno e la loro paura. Perché hanno paura oltre che odio. E la paura fa loro vedere ciò che non c’è, e l’odio fa dire anche la menzogna”».

LA DISCEPOLA PERFETTA

15. A Nazareth dalla Madre, che dovrà seguire il Figlio[48].

Il Cuore della Mamma.

C’è chi ama per tutti.

1Gesù è solo. Cammina svelto per la via maestra che è prossima a Nazareth ed entra nella città dirigendosi verso la casa. Quando è prossimo ad essa vede la Madre che va a sua volta verso la casa con a fianco il nipote Simone carico di fascine secche. La chiama: «Mamma!».

2Maria si volge esclamando: «Oh! Figlio mio benedetto!», e ambedue si corrono incontro mentre Simone, gettate a terra le sue fascine, imita Maria andando verso il cugino, che saluta cordialmente.

3«Mamma mia, sono venuto. Sei contenta, ora?».

«Tanto, Figlio …se è solo per la mia preghiera che lo hai fatto, io ti dico che non mi è e non ti è lecito seguire il sangue più che la missione».

«No, Mamma. Sono venuto anche per altre cose».

4«È dunque proprio vero, Figlio mio? Io credevo, volevo credere che fossero voci di menzogna e che Tu non fossi tanto odiato…». Le lacrime sono nella voce e nell’occhio di Maria.

«Non piangere, Mamma. Non mi dare questo dolore. Ho bisogno del tuo sorriso».

5«Sì, Figlio, sì. É vero. Tu vedi tanti volti duri di nemici che hai bisogno di tanto amore e di sorriso. Ma qui, vedi? C’è chi ti ama per tutti…». Maria, che si appoggia lievemente al Figlio che la tiene abbracciata alle spalle, camminando lentamente verso casa, cerca di sorridere per cancellare ogni pena dal cuore di Gesù.

Amare Maria è giustizia e pace!

Simone ha ripreso le sue fascine e cammina al fianco di Gesù.

6«Sei pallida, Mamma. Ti hanno dato molto dolore? Sei stata ammalata? Ti sei troppo affaticata?».

«No, Figlio. No. Nessun dolore a me. Unica pena Te lontano e non amato. Ma qui, con me, sono tutti molto buoni. Non parlo neppure di Maria e di Alfeo; quelli Tu lo sai che sono. Ma anche Simone, vedi come è buono? Sempre così. È stato il mio aiuto in questi mesi. Ora mi rifornisce di legna. È tanto buono. E anche Giuseppe, sai? Tanti pensieri gentili per la loro Maria».

7«Dio ti benedica, Simone, e benedica anche Giuseppe. Che ancora non mi amiate come Messia ve lo perdono. Oh! all’amore di Me Cristo verrete! Ma come potrei perdonarvi di non amare Lei?[49]».

8«Amare Maria è una giustizia e una pace, Gesù. Ma anche Tu sei amato… solo, ecco, noi temiamo troppo per Te».

«Sì. Mi amate umanamente. Verrete all’altro amore».

«Ma anche Tu, Figlio mio, sei pallido e smagrito».

«Sì. Più vecchio sembri. Lo vedo io pure», osserva Simone.

Il cuore delle mamme.

Entrano in casa e Simone, deposte al loro posto le fascine, si ritira discretamente.

9«Figlio, ora che siamo soli dimmi la verità. Tutta. Perché ti hanno cacciato?». Maria parla tenendo le mani sulle spalle del suo Gesù e lo fissa nel volto smagrito.

Gesù ha un sorriso dolce e stanco: «Perché cercavo di portare l’uomo alla onestà, alla giustizia, alla vera religione».

10«Ma chi ti accusa? Il popolo?».

«No, Madre. I farisei e gli scribi, meno qualche giusto fra essi».

11«Ma che hai fatto per attirarti le loro accuse?».

«Ho detto la verità. Non sai che è il più grande sbaglio presso gli uomini?».

12«E che hanno potuto dire per giustificare le loro accuse?».

«Delle menzogne. Quelle che sai e altre ancora».

13«Dille alla tua Mamma. Il tuo dolore mettilo tutto nel mio seno. Un seno di madre è abituato al dolore ed è felice di consumarlo, pur di levarlo al cuore del figlio. Dammi il tuo dolore, Gesù. Mettiti qui, come quando eri piccino, e deponi tutta la tua amarezza».

14Gesù si siede su un panchettino ai piedi di sua Madre e racconta tutto di quei mesi di Giudea. Senza rancore ma senza veli. Maria lo accarezza sui capelli, con un eroico sorriso sulle labbra che combatte con il luccichio di pianto che è nell’occhio azzurro. Gesù dice anche le necessità di avvicinare donne per redimerle e la sua pena per non poterlo fare per la malignità umana.

15Maria assente e poi decide: «Figlio, non mi devi negare quanto io voglio. D’ora in poi verrò io con Te[50] quando Tu ti allontani. In qualunque tempo e stagione e in qualunque luogo. Io ti difenderò dalla calunnia. La sola mia presenza farà cadere il fango. E Maria verrà con me. Lo desidera tanto. Questo ci vuole presso il Santo e contro il demonio e il mondo: il cuore delle mamme».

16. A Nazareth Annalia, la prima Consacrata alla verginità
per amore al Messia
[51].

La perfezione a cui la creatura può salire.

Nozze della primavera.

1Gesù, insieme a Pietro, Andrea e a Giovanni, bussa alla porta della sua casa di Nazareth. Apre subito la Mamma, il cui volto si illumina di un fulgido sorriso vedendo il suo Gesù.

2«Ben torni, Figlio mio! Da ieri ho con me una pura colomba che ti attende. Viene da lontano. E chi l’accompagna non poteva rimanere più oltre. Io, poiché ella voleva consiglio, ho detto ciò che potevo. Ma Tu solo, Figlio mio, sei Sapienza. Ben tornati voi pure. Venite a ristorarvi subito».

«Sì. Rimanete qui. Io vado subito da questa creatura che mi attende».

3La curiosità è viva nei tre, in maniera diversa. Pietro sbircia con interesse in ogni senso, quasi sperando di vedere oltre i muri. Giovanni pare voglia leggere sul sorridente volto di Maria il nome della sconosciuta. Andrea, che è vivamente arrossito, guarda invece con tutta la forza delle sue pupille Gesù, e una supplica muta trema nel suo sguardo e sulle sue labbra.

4Ma Gesù non cura nessuno. Mentre i tre si decidono ad entrare nella cucina, dove Maria offre loro cibarie e tepore di fuoco, Gesù alza la tenda che cela l’apertura che conduce nell’orto-giardino ed esce in esso. Un dolce sole rende ancora più aerei e irreali i rami tutti in fiore dell’alto mandorlo dell’orto. Unico in fiore, il più alto delle piante che sono nell’orto, ricco nella sua veste di seta bianco-rosata sulla povertà nuda degli altri: pero, melo, fico, vite, melograno, tutti ancora aridi e spogli, pomposo nel suo velo spumoso e vivo contro la grigia umiltà monotona degli ulivi, pare che coi suoi lunghi rami abbia catturato una nuvoletta leggerissima, sperduta sul campo azzurrino del cielo, e se ne sia infiocchettato per dire a tutti: «Le nozze della primavera vengono. Esultate, voi piante, voi animali. É l’ora dei baci coi venti, con le api, o fiori. É l’ora dei baci sotto i tegoli o nel folto dei boschetti, o uccellini di Dio, o candide pecore. Oggi baci, domani prole, per perpetuare l’opera del Creatore Dio nostro».

5Gesù, con le braccia conserte sul petto, sorride, ritto nel sole, alla pura, placida grazia dell’orto materno con le sue aiuole di gigli che si denunciano per i primi cespi di foglie, coi suoi rosai ancora nudi, e l’ulivo così d’argento, con altre famiglie di fiori sparse fra le umili aiuole di legumi e insalate che appena verzicano. Puro, ordinato, gentile, pare esso pure spirare candore di verginità perfetta.

Un nido di purezza.

6«Figlio, vieni nella mia stanza. Te la condurrò, poiché è fuggita là in fondo udendo tante voci».

7Gesù entra nella cameretta materna, sempre la casta, castissima cameretta che ha sentito le parole dell’angelico colloquio e emana, ancor più dell’orto, l’essenza verginale, angelica, santa, di Colei che l’abita da anni e dell’Arcangelo che in essa ha venerato la sua Regina. Sono passati oltre trent’anni o solo ieri è avvenuto l’incontro? Anche oggi una conocchia sorregge il suo morbido e quasi argenteo ciuffo di stame e sul fuso è il filo, e un ricamo piegato è sulla mensola presso la porta, fra un rotolo di pergamena e un’anfora di rame con dentro un folto ramo di mandorlo fiorito; anche ora la tenda a righe palpita ad un poco di vento, calata sul mistero della verginale dimora, e il letto, ordinato nel suo angolo, ha sempre il gentile aspetto del letto di una fanciulla appena giunta alle soglie della giovinezza. Che sogni si faranno e si saranno fatti sul basso guanciale?…

8La tenda viene alzata lentamente dalla mano di Maria; Gesù che, con le spalle voltate alla porta, in piedi, contemplava quel nido di purezza, si volge.

L’agnella trova il suo Pastore.

9«Ecco, Figlio mio. Io te la conduco. Un’agnella. E Tu sei il suo Pastore»; e Maria, che è entrata tenendo per mano una giovinetta brunetta, snella, che arrossa vivamente apparendo al cospetto di Gesù, si ritira dolcemente lasciando ricadere la tenda.

10«La pace sia a te, fanciulla».

«La pace… Signore…». La fanciulla, molto emozionata, resta senza parole, ma si inginocchia col capo verso terra.

11«Alzati. Che vuoi da Me? Non avere paura…».

«Non paura… ma… ora che ti sono davanti… dopo averlo tanto voluto… tutto quello che mi pareva facile, necessario di dirti… io non lo trovo più… non mi pare più quello… Stolta sono… perdona, mio Signore…».

12«Chiedi grazia per la Terra[52]? Hai bisogno di miracolo? Hai anime da convertire? No? E allora? Suvvia, parla! Tanto coraggio hai avuto ed or ti manca? Non sai che Io sono Colui che aumenta fortezza? Sì? Lo sai? E allora su, parla, come fossi un padre per te.  Sei giovane. Quanti anni hai?»

«Sedici, Signor mio.»

13«Da dove vieni?»

«Da Gerusalemme».

14«Che nome hai?».

«Annalia…»

15«Il caro nome della nonna mia e di tante altre sante donne d’Israele, e con esso, a farne un solo, quello della buona, fedele, amorosa e mansueta moglie di Giacobbe[53]. Ti sarà augurale. Sarai sposa e madre esemplare. No? Scuoti il capo? Piangi? Sei forse stata respinta? Neppure? É morto l’uomo a te promesso? Ancor non sei stata scelta?».

16La giovinetta scuote sempre il capo. Gesù fa un passo, la carezza e la forza ad alzare il capo e a guardarlo… Il sorriso di Gesù vince l’orgasmo della fanciulla. Si rinfranca.

Professione d’amore.

17«Mio Signore, io sarei sposa e felice, e per merito tuo. Non mi riconosci, mio Signore? Sono la malata di tisi, la morente fidanzata che Tu hai guarito per preghiera del tuo Giovanni… Dopo la tua grazia io… io ho avuto un altro corpo, sano questo in luogo di quello che avevo prima, morente; e ho avuto un’altra anima… Non so. Non mi sentivo più io… La gioia di essere guarita, la certezza perciò di potermi sposare – era il mio rimpianto nel morire questo non giungere ad essere sposa – non sono durate che nelle prime ore. E poi…».

18La giovinetta si fa sempre più franca, ritrova le parole e le idee perdute nello sconvolgimento di essere sola col Maestro… «…E poi ho sentito che non dovevo essere solo egoista, pensare solo: “Ora sarò felice”, ma che dovevo pensare a qualche cosa di più, e che venisse a Te e a Dio, tuo e mio Padre. Qualche piccola cosa, ma che dicesse che ero grata. Ho molto pensato, e quando il sabato successivo ho veduto lo sposo gli ho detto: “Ascolta, Samuele. Senza il miracolo io sarei morta fra qualche mese e per sempre mi avresti perduta. Ora io vorrei fare a Dio un sacrificio, io con te, per dire a Dio che lo lodo e ringrazio”. E Samuele ha detto subito, poiché mi ama: “Andiamo al Tempio insieme ad immolare la vittima”. Ma io non volevo questo. Sono povera e popolana, mio Signore. Poco so e meno posso. Ma attraverso la tua mano, posata sul mio petto malato, qualcosa era venuto non solo nei polmoni corrosi, ma dentro al cuore. Nei polmoni salute, nel cuore sapienza. E capivo che il sacrificio di un agnello non era il sacrificio voluto dal mio spirito che ti… che ti amava». La fanciulla tace, arrossendo, dopo questa sua professione d’amore.

19«Continua senza timore. Che voleva il tuo spirito?».

«Sacrificarti cosa degna di Te, Figlio di Dio! E allora… e allora io pensavo che dovesse essere cosa spirituale come ciò che è da Dio, ossia il mio sacrificio di attesa alle nozze per amore di Te, mio Salvatore. Grande gioia le nozze, sai? Quando ci si ama è grande cosa! Un desiderio, un’ansia di compierle! Ma non ero più quella di pochi giorni avanti. Non volevo più questo come la cosa più bella… L’ho detto a Samuele… ed egli mi ha capita. Lui pure ha voluto farsi nazir per un anno, cominciando dal giorno che avrebbe dovuto esser quello nuziale, ossia il giorno dopo le calende di adar. Intanto è venuto alla tua ricerca per amare Chi gli aveva resa la sposa, amarlo e conoscerlo: Te. E ti ha trovato, dopo molti mesi, all’Acqua Speciosa. Io pure sono venuta… e la tua parola ha finito di cambiarmi il cuore. Ora non mi basta più il voto di prima… Come quel mandorlo lì fuori, che sotto il sole sempre più caldo è rinato dopo essere stato morto per mesi e ha messo fiori e poi metterà foglie e poi frutti, così io ho sempre più progredito nella sapienza di ciò che è migliore. L’ultima volta, ormai sicura di me e di ciò che volevo – per tutti questi mesi io ci ho pensato – l’ultima volta che sono venuta all’Acqua Speciosa Tu non c’eri più… Ti avevano cacciato. Ho pianto tanto e tanto ho pregato che l’Altissimo mi ha esaudita, persuadendo mia madre a mandarmi qui con un parente che andava a Tiberiade per parlare ai cortigiani del Tetrarca. Il fattore mi aveva detto che qui ti avrei trovato. Ho trovato la Madre tua… e le sue parole, solo l’udirla e starle al fianco in questi due giorni, hanno finito di maturare il frutto della tua grazia». La fanciulla si è inginocchiata come davanti ad un altare, con le braccia conserte sul petto.

Consacrazione all’Amore per amore.

20«Va bene. Ma che vuoi di preciso? Che ti posso fare?».

 «Signore, io vorrei… io vorrei una grande cosa. E Tu solo, Datore di vita e salute, me la puoi dare, perché io penso che ciò che Tu puoi dare Tu anche puoi togliere… Io vorrei che la vita, che mi hai dato, Tu me la levassi durante l’anno del voto mio, prima che esso abbia termine…».

21«Ma perché? Non sei grata a Dio della salute avuta?».

«Tanto! Senza misura! Ma per una cosa sola: perché vivendo per sua grazia e per tuo miracolo ho compreso il migliore».

«Che è?».

22«Che è vivere da angeli. Come tua Madre, mio Signore… come Tu vivi… come vive il tuo Giovanni… I tre gigli, le tre fiamme bianche, le tre beatitudini della Terra, Signore. Sì. Perché io penso che è beatitudine possedere Dio e che Dio sia possesso dei puri. Il puro io credo sia un cielo col suo Dio al centro e gli angeli intorno… Oh! mio Signore! Questo vorrei! Poco ti ho udito, e poco tua Madre, e il discepolo e Isacco. Altri non ho avvicinato che mi dicessero le tue parole. Ma mi sembra che lo spirito mio sempre ti senta e Tu gli sia maestro… Ho detto, mio Signore…».

I puri sono la gioia di Gesù.

23«Annalia, molto è ciò che chiedi e molto è ciò che dài…. Figlia, hai compreso Dio e la perfezione a cui la creatura può salire per somigliare al Purissimo e per piacere al Purissimo». Gesù ha preso fra le sue mani la testa bruna della fanciulla inginocchiata e le parla stando curvo su lei. «Colui che è nato da una Vergine – perché non poteva che farsi nido su un cumulo di gigli – è nauseato, figlia, della libidine triplice del mondo, e piegherebbe schiacciato da tanta nausea se il Padre, che sa di che vive il Figlio suo, non intervenisse con amorosi aiuti a sostenere la mia anima angosciata. I puri sono la mia gioia. Tu mi rendi ciò che il mondo mi leva con la sua inesausta bassezza. Ne sia benedetto il Padre e te, fanciulla. Va’ tranquilla. Qualcosa interverrà a far eterno il tuo voto. Sii uno dei gigli sparsi sulle sanguinose vie del Cristo».

24«Oh! mio Signore… io vorrei ancora una cosa…».

«Quale?».

«Non esserci alla tua morte… Non potrei vedere morire Colui che è la mia Vita».

25Gesù sorride dolcemente e con la mano asciuga due righe di pianto che scendono sul visetto bruno.

26«Non piangere. I gigli non sono mai a lutto. Tu riderai con tutte le perle della tua corona angelica quando vedrai il Re coronato entrare nel suo Regno. Va’. Lo Spirito del Signore ti ammaestri fra l’una e l’altra delle mie venute. Ti benedico con le fiamme dell’eterno Amore».

27Gesù si affaccia all’orto e chiama: «Madre! Ecco una piccola figlia, tutta per te. Ora è felice. Ma tu immergila nei tuoi candori, ora e ogni volta che alla Città Santa andremo, perché sia neve di petali celesti sparsa sul trono dell’Agnello».

L’alba delle vergini.

28E Gesù torna dai suoi mentre Maria carezza la fanciulla rimanendo con lei. Pietro, Andrea e Giovanni lo guardano interrogativamente. E il viso splendente di Gesù dice loro che è felice. Pietro non si tiene e chiede: «Con chi hai parlato tanto, Maestro mio? E che udisti per essere così luminoso di gioia?».

«Con una donna all’alba della vita; con colei che sarà l’alba di tante che verranno».

«Chi?».

«Le vergini».

29Andrea mormora, piano, a se stesso: «Non è lei…».

30«No. Non è lei. Ma non stancarti di pregare, paziente e buono. Ogni parola della tua preghiera è come un richiamo, un lume nella notte, e la sorregge e la guida».

31«Ma chi aspetta mio fratello?».

Un’anima, Pietro. Una grande miseria che egli vuole mutare in una grande ricchezza».

32«E dove l’ha trovata, Andrea, che non si muove mai, non parla mai, che non ha mai iniziative?».

33«Sul mio sentiero. Vieni con Me, Andrea. Andiamo da Alfeo a benedirlo fra i suoi molti nipoti. Voi attendetemi in casa di Giacomo e Giuda. Mia Madre ha bisogno di essere lasciata sola per tutto il giorno».

34E andando così, chi di qua e chi di là, il segreto fascia la gioia della prima consacrata per amore del Cristo alla verginità.

17. La nuova missione della donna nel discorso alle discepole a Nazareth[54].

Le basi della Fraternità femminile (insegnamento).

Il gruppo delle discepole.

1Gesù è ancora a Nazareth, in casa sua. Meglio: è nell’ex-laboratorio di falegname. Con Lui sono i dodici apostoli, e inoltre vi sono Maria, Maria madre di Giacomo e Giuda, Salome, Susanna e, cosa nuova, Marta. Una Marta ben afflitta, con chiari segni di pianto sotto gli occhi. Una Marta spaesata, intimorita di essere così sola presso altre persone e presso, soprattutto, alla Madre del Signore. Maria cerca di affiatarla con le altre e di levarle quel senso di disagio di cui la sente soffrire. Ma le sue carezze sempre più sembrano gonfiare il cuore della povera Marta. Rossori e goccioloni di pianto si alternano sotto il velo molto calato sul suo dolore e sul suo disagio.

2Entra Giovanni con Giacomo d’Alfeo. «Non c’è, Signore. È andata col marito ospite da un’amica. Così hanno detto i servi», dice Giovanni.

«Molto le spiacerà certo. Ma potrà sempre vederti e ricevere le tue istruzioni», termina Giacomo d’Alfeo.

3«Va bene. Non c’è il gruppo delle discepole così come Io lo pensavo[55]. Ma, voi lo vedete, per Giovanna assente è presente Marta, figlia di Teofilo, sorella di Lazzaro. I discepoli sanno chi è Marta. Mia Madre pure. Anche tu, Maria, e forse anche tu, Salome, già sapete dai figli vostri chi è Marta, non tanto come donna secondo il mondo, quanto come creatura agli occhi di Dio. Tu, Marta, a tua volta sai chi sono queste che ti considerano sorella e che ti ameranno tanto. Sorella e figlia. Di questo hai tanto bisogno, buona Marta, per avere anche quel conforto umano di affetti buoni che Dio non condanna, ma che ha dato all’uomo per sorreggerlo nella fatica del vivere.

I discepoli cristiani.

4E Dio ti ha portata qui proprio nell’ora da Me scelta per dare la base, potrei dire il canovaccio, su cui voi ricamerete la vostra perfezione di discepole. Discepolo vuol dire chi segue la disciplina del Maestro, della sua dottrina. Perciò in senso ampio saranno detti discepoli tutti coloro che ora, e nei secoli, seguiranno la dottrina mia. E, per non fare tanti nomi dicendo “discepoli di Gesù secondo l’insegnamento di Pietro o di Andrea, di Giacomo o Giovanni, di Simone o Filippo, di Giuda o di Bartolomeo o di Tommaso e Matteo”, si dirà, con un nome solo che li agglomererà sotto un unico segno, “cristiani”. Ma fra la grande massa dei soggetti alla mia disciplina Io ho già scelto i primi, e poi i secondi, e così sarà fatto nei secoli in memoria di Me. Come nel Tempio, e prima ancora, da Mosè[56], vi fu il Pontefice, i sacerdoti, i leviti, i preposti ai diversi servizi, uffici e incarichi, i cantori e così via, altrettanto nel mio Tempio nuovo, grande quanto tutta la Terra, duraturo come essa, vi saranno i sommi ed i minori, tutti utili, tutti a Me diletti; e inoltre vi saranno le donne, la categoria nuova che Israele ha sempre spregiato, confinandole ai canti verginali nel Tempio o alle istruzioni delle vergini nel Tempio. E non di più.

Le discepole come sacerdotesse minori.

5Non discutete se ciò era giusto. Nella religione chiusa di Israele e nel tempo di corruccio ciò era giusto. Tutta l’onta era sulla donna, origine del peccato. Nella religione universale di Cristo e nel tempo del perdono tutto questo cambia. Tutta la Grazia si è adunata in una Donna[57] ed Essa l’ha partorita al mondo perché fosse redento. La donna perciò non è più lo sdegno di Dio, ma l’aiuto di Dio. E per la Donna, diletta del Signore, tutte le donne possono divenire discepole del Signore non solo come la massa ma come sacerdotesse minori, coadiutrici dei sacerdoti, ai quali possono dare tanto aiuto presso gli stessi e presso i fedeli e i non fedeli, presso coloro che non li porterà a Dio tanto il ruggito della parola santa quanto il sorriso santo di una discepola mia.

6Voi mi avete chiesto di venire, come vengono gli uomini, dietro a Me. Ma venire solo, ascoltare solo, applicare solo, è troppo poco per Me, riguardo a voi. Sarebbe la vostra santificazione. Grande cosa. Ma non mi basta ancora. Io sono Figlio dell’Assoluto e dai miei prediletti voglio l’assoluto. Tutto voglio perché tutto ho dato.

Mondo tremendo in nequizia.

7Inoltre non Io solo, ma anche il mondo c’è. Questa cosa tremenda che è il mondo. Dovrebbe essere tremendo in santità: una sconfinata, in numero e potenza, santità della moltitudine dei figli di Dio. Invece è tremendo in nequizia. La sua complessa nequizia è realmente sconfinata in numero delle sue manifestazioni e in potenza di vizio. Tutti i peccati sono nel mondo[58], che non è più moltitudine dei figli di Dio ma è moltitudine dei figli di Satana, e soprattutto è vivo il peccato che porta il più chiaro segno della paternità sua: l’odio. Il mondo odia. Chi odia vede e vuol fare vedere, anche a chi non vede, il male anche nelle cose più sante. Se voi domandaste al mondo perché Io sono venuto, non vi direbbe: “Per beneficare e redimere”. Ma vi direbbe: “Per corrompere e usurpare”. Se voi domandaste al mondo che pensa di voi che mi seguite, esso non direbbe: “Voi lo seguite per santificarvi e dare conforto al Maestro con santità e purezza”. Ma direbbe: “Voi lo seguite perché sedotte dall’uomo”.

Avere la forza di sfidare tutto il mondo.

8Così è il mondo. E Io vi dico anche questo perché tutto misuriate prima di mostrarvi al mondo come discepole elette, le capostipiti delle discepole future, cooperatrici dei servi del Signore. Prendete bene il vostro cuore in mano e ditegli, a questo vostro cuore sensibile di donne, che voi, ed esso con voi, sarete derise, calunniate, sputacchiate, calpestate dal mondo, dal disprezzo, dalla menzogna, dalla crudeltà del mondo[59]. Chiedetegli se si sente capace di ricevere tutte le ferite senza urlare di sdegno, maledicendo coloro che lo feriscono. Chiedetegli se si sente capace di affrontare il martirio morale della calunnia senza giungere ad odiare i calunniatori e la Causa per cui sarà calunniato. Chiedetegli se, abbeverato e ricoperto del livore del mondo, saprà sempre emanare amore, se avvelenato di assenzio saprà spremere miele, se soffrendo ogni tortura di incomprensione, di scherno, di maldicenza, saprà continuare a sorridere segnando con la mano il Cielo, la sua meta, alla quale – per carità muliebre, materna anche nelle fanciulle, materna anche se data a longevi che potrebbero essere avi vostri, ma che sono pueri spirituali appena generati e incapaci di comprendere e guidarsi nella via, nella vita, nella verità, nella sapienza che Io sono venuto a dare dando Me stesso: Via, Vita, Verità, Sapienza divina – alla quale meta volete portare gli altri. Io vi amerò lo stesso anche se mi dite: “Non ne ho la forza, Signore, di sfidare tutto il mondo per Te”.

La perfezione assoluta del donarsi.

9Ieri una fanciulla mi ha chiesto che Io la immoli, prima che scocchi per lei l’ora delle nozze, – perché sente che mi ama come va amato Dio, ossia con tutta se stessa – alla perfezione assoluta del donarsi. Ed Io lo farò. Le ho nascosto l’ora perché l’anima non tremi di paura, più che l’anima la carne. La sua morte sarà simile a quella del fiore che chiude la corolla una sera, credendo aprirla ancora il giorno dopo, e non l’apre più, perché il bacio della notte ha aspirato la sua vita. E lo farò, secondo il suo desiderio, anticipando di pochi dì il suo sonno di morte dal mio. Per non farla attendere nel Limbo, questa mia prima vergine, per trovarla subito sul mio morire…

10Non piangete! Sono il Redentore… Ma questa fanciulla santa, che non si è limitata all’osanna subito dopo il miracolo ma ha saputo lavorare il miracolo come moneta messa a frutto, passando dalla gratitudine umana ad una soprannaturale, da un desiderio terreno ad uno ultraterreno, mostrando una maturazione di spirito superiore a quella di quasi tutti – dico “quasi” perché fra voi che mi udite vi sono perfezioni uguali e superiori ancora – non mi ha chiesto di seguirmi. Anzi ha mostrato desiderio di compiere la sua evoluzione da fanciulla ad angelo nel segreto della sua dimora. E pure tanto Io l’amo che nelle ore di disgusto per ciò che è il mondo Io rievocherò questa dolce creatura, benedicendo il Padre che mi asciuga lacrime e sudori, di Maestro di un mondo che non mi vuole, con questi fiori di amore e purezza.

Principali doveri delle discepole.

11Ma se volete, se avete il coraggio di rimanere le discepole elette, ecco che Io vi segnalo il lavoro che dovete fare per giustificare la vostra presenza ed elezione presso Me e presso i santi del Signore. Voi potete tanto fare presso i vostri simili e verso i ministri del Signore. L’ho accennato a Maria d’Alfeo or sono molti mesi. Quanta necessità della donna presso l’altare di Cristo! Le infinite miserie del mondo possono essere curate da una donna molto più e meglio che dall’uomo, e all’uomo essere poi portate per essere completamente guarite. Vi si apriranno molti cuori, e specie femminili, a voi, donne discepole. Li dovete accogliere come fossero cari figli sviati che tornano alla casa paterna e che non osano affrontare il genitore. Voi sarete quelle che riconfortate il colpevole e ammansite il giudicante. Verranno a voi molti cercando Dio. Voi li accoglierete come pellegrini stanchi dicendo: “Qui è la casa del Signore. Egli subito verrà”, e intanto li circonderete del vostro amore. Se non Io, un mio sacerdote verrà.

12La donna sa amare. E’ fatta per l’amore. Essa ha avvilito l’amore facendone fame del senso, ma in fondo alla sua carne è sempre prigioniero il vero amore, la gemma dell’anima sua: l’amore spoglio del fango acre del senso e fatto di ali e profumi angelici, fatto di fiamma pura e di ricordi di Dio, della sua provenienza da Dio, e della sua creazione fatta da Dio. La donna: il capolavoro della bontà presso il capolavoro della creazione che è l’uomo: “Ed ora si dia ad Adamo la compagna perché egli non si senta solo”[60], non deve abbandonare gli Adami. Prendete dunque questa facoltà di amare e usatela nell’amore del Cristo e per il Cristo presso il prossimo. Siate tutta carità presso i colpevoli pentiti. Dite loro di non avere paura di Dio. Come non sapreste fare questo, voi che madri o sorelle siete? Quante volte i vostri piccoli, i vostri fratellini non furono malati e bisognosi del medico! Ed avevano paura. Ma voi, con carezze e parole d’amore, avete levato questa paura e loro, con la loro manina nella vostra, si sono lasciati curare senza avere più il terrore di prima. I colpevoli sono i vostri fratelli e figli ammalati e temono la mano del medico, la sua sentenza… No. Non così. Ditelo, voi che sapete quanto è buono Iddio, che Dio è buono e non bisogna temerlo. Anche se sarà sicuro, reciso nel dire: “Non farai mai più questo”, non caccerà colui che ha già fatto e che si è ammalato. Ma lo curerà, per guarirlo.

13Siate madri e sorelle presso i santi. Anche essi hanno bisogno di amore. Si stancheranno e si consumeranno nella evangelizzazione. A tutto quanto è da fare non potranno arrivare. Aiutateli voi, discrete e solerti. La donna sa lavorare. Nella casa, presso i deschi ed i giacigli, presso i telai e tutto quanto è necessario al vivere giornaliero. Il futuro della Chiesa sarà un continuo venire di pellegrini ai luoghi di Dio. Siatene voi le pie albergatrici, che vi assumete tutte le cose di più umile lavoro per lasciare liberi i ministri di Dio di continuare il Maestro. E poi verranno i tempi difficili, sanguinosi, feroci. I cristiani, anche i santi, avranno ore di terrore, di debolezza. L’uomo non è mai molto forte nel soffrire. La donna invece ha sull’uomo questa vera regalità del saper soffrire. Insegnatela all’uomo, sorreggendolo in queste ore di paura, di sconforto, di lacrime, di stanchezza, di sangue. Nella storia nostra abbiamo esempi di magnifiche donne che seppero compiere atti di audacia liberatrice. Abbiamo Giuditta, Giaele[61]. Ma credete che non una è maggiore, per ora, alla madre martire otto volte, sette nei figli e una per sé, al tempo dei Maccabei[62]. Poi ve ne sarà un’altra… Ma dopo che Lei sarà stata, spesseggeranno le donne eroine del dolore e nel dolore, le donne conforto dei martiri e martiri esse pure, le donne angeli dei perseguitati, le donne, mute sacerdotesse che predicheranno Dio col loro modo di vivere e che, senza altra consacrazione che quella avuta dal Dio Amore, saranno, oh! saranno consacrate e degne d’esserlo.

Sotto la guida perfetta di Maria.

14Questi, per linee molto schematiche, i vostri principali doveri. Io non avrò molto tempo da dedicare a voi in particolare. Ma vi formerete udendomi. E più vi formerete sotto la guida perfetta della Madre mia.

15Ieri questa mano materna (e Gesù prende nella sua la mano di Maria) mi ha condotto la fanciulla di cui vi parlai, ed ella mi disse che solo udirla e starle al fianco per poche ore era servito a maturare il frutto della grazia avuta, portandolo alla perfezione. Non è la prima volta che mia Madre lavora per il Cristo suo Figlio. Tu e tu, miei discepoli, nonché cugini, sapete cosa sia Maria per la formazione delle anime a Dio e lo potete dire a quelli o a quelle che temeranno di non essere stati preparati da Me alla missione o di esserlo ancora insufficientemente quando Io non sarò più fra voi. Ella, la Madre mia, sarà con voi, ora, nelle ore in cui Io non sarò fra voi, e dopo, quando non sarò più fra voi. Ella vi resta, e con Lei resta la Sapienza in tutte le sue virtù[63]. Seguite da ora in poi ogni suo consiglio.

La Madre del Redentore.

16Ieri sera, quando fummo soli, Io seduto vicino a Lei come quando ero bambino, col capo sulla sua spalla così dolce e così forte, mia Madre mi ha detto – avevamo parlato della fanciulla partita nelle prime ore del pomeriggio con un sole, più radioso di quello del firmamento, chiuso nel suo cuore verginale: il suo segreto santo – mi ha detto: “Come è dolce essere la Madre del Redentore!”. Sì, come è dolce quando la creatura che viene al Redentore è già una creatura di Dio, una in cui è solo la macchia d’origine che non può essere lavata altro che da Me. Tutte le altre piccole macchie di imperfezione umana le ha lavate l’amore.

17Ma, dolce Madre mia, purissima Guida delle anime al tuo Figlio, Stella santa di orientamento, Maestra soave di santi, pietosa Nutrice dei minimi, salutare Cura degli infermi, non sempre a te verranno queste creature che non ripugnano alla santità… Ma lebbre, ma orrori, ma lezzo, ma groviglio di serpi intorno ad immonde cose, strisceranno fino ai tuoi piedi, o Regina del genere umano, per gridarti: “Pietà! Soccorrici! Portaci al tuo Figlio!”, e dovrai mettere questa tua mano di candore sulle piaghe, chinarti con i tuoi sguardi di colomba paradisiaca sulle deformità infernali, aspirare il lezzo del peccato, e non fuggire. Ma anzi raccoglierti sul cuore questi mutilati da Satana, questi aborti, questi putridumi, e lavarli col pianto, e portarli a Me… E allora dirai: “Come è difficile essere la Madre del Redentore!”. Ma tu lo farai perché sei la Madre… Io bacio e benedico queste tue mani dalle quali verranno a Me tante creature, ed ognuna sarà una mia gloria. Ma, prima che mia, una tua gloria sarà, Madre santa.

19Voi, discepole care, seguite l’esempio della Maestra mia e di Giacomo e Giuda, e di tutti coloro che vogliono formarsi nella grazia e nella sapienza. Seguite la sua parola. É la mia, fatta più dolce. Nulla vi è da aggiungere ad essa perché è la parola della Madre della Sapienza.

Esempio delle donne discepole.

20E voi, amici miei, sappiate avere delle donne l’umiltà e la costanza, e abbattendo la superbia del maschio non spregiate le donne discepole, ma temperate la vostra forza, e potrei dire anche la vostra durezza e intransigenza, al contatto della dolcezza delle donne. E soprattutto imparate da esse ad amare, credere e soffrire per il Signore, perché in verità vi dico che esse, le deboli, diverranno le più forti nella fede, nell’amore, nell’osare, nel sacrificarsi per il Maestro loro che amano con tutte loro stesse, senza nulla chiedere, senza nulla pretendere, paghe solo di amare per darmi conforto e gioia. Andate ora alle vostre case o presso le case dove siete ospitati. Io resto con mia Madre. Dio sia con voi».

La missione di Marta.

Vanno via tutti, meno Marta.

21«Resta, tu, Marta. Già ho parlato col servo tuo. Oggi non è Betania che ospita. Ma la piccola casa di Gesù. Vieni. Mangerai a fianco di Maria e dormirai nella cameretta presso la sua. Lo spirito di Giuseppe, il conforto nostro, conforterà te mentre riposerai, e domani tornerai a Betania più forte e sicura, a preparare anche là donne discepole, in attesa di quella a Me e a te più cara. Non dubitare, Marta. Io non prometto mai invano. Ma per fare di un deserto pieno di vipere un boschetto di paradiso ci vuole tempo… Il primo lavoro non si vede. Sembra che nulla sia avvenuto. Invece il seme è già deposto. I semi. Tutti. E poi verrà il pianto a fare da pioggia che apre i semi… E gli alberi buoni verranno… Vieni!… Non piangere più!».

18. Il sabato al Getsemani. Gesù parla della Madre e degli amori di diverse potenze[64].

Gesù parla della Madre

Consiglio per gli acquisti

1La mattina del sabato è stata occupata, per la maggior parte del tempo, in ristoro dei corpi stanchi e delle vesti polverose e sgualcite dal viaggio. Nelle ampie cisterne del Getsemani, che l’acqua piovana ha fatto colme, e nel Cedron che fa tutto una sinfonia sui sassi, spumoso, pieno, per le acquate degli ultimi giorni, vi è tant’acqua che è un vero invito. E l’uno dopo l’altro i pellegrini, sfidando la frescura, scendono a tuffarvisi e poi, rivestiti a nuovo da capo a piedi, con ancora i capelli un poco stesi dagli spruzzi del torrente, attingono acqua alle cisterne per riversarla in capaci vasche dove sono le vesti, colore per colore.

2«Oh! bene!» dice Pietro contento. «Lì si purgheranno e Maria le laverà con minor fatica» (suppongo che sia la donna che è al Getsemani).

3«Solo tu, piccolino, non ti puoi mutare. Ma domani…». Infatti ha una vesticciola pulita il fanciullo, tratta dal sacchettino suo, un sacchettino che potrebbe bastare ad una bambola tanto è piccino. Ma la vesticciola è ancor più stinta e lacera dell’altra, e Pietro la guarda con apprensione, mormorando: «Come faccio a portarlo in città? Quasi farei in due un mio mantello, perché con un mantello… sì coprirebbe tutto».

4Gesù, che sente questo soliloquio paterno, dice: «È meglio farlo riposare ora. Questa sera andremo a Betania…»

5«Ma io voglio comperargli la veste. Gliel’ho promesso…».

«Lo farai certamente. Ma è meglio consigliarsi con la Madre. Sai… le donne… hanno più capacità di noi negli acquisti… e ne sarà felice di occuparsi di un bambino… Andrete insieme!».

6L’idea di andare con Maria a fare gli acquisti rapisce al settimo cielo l’apostolo. Non so se Gesù esprima tutto il suo pensiero o se ne trattenga una parte, ossia quella che avrebbe detto come sua Madre ha un gusto più fino che salva da accozzi di colori atroci. Fatto è che ottiene lo scopo senza mortificare il suo Pietro.

Anteprima ella parabola dell’uccellino

7Si spargono per l’uliveto, così bello in questo sereno giorno d’aprile. La pioggia dei giorni scorsi sembra avere inargentato gli ulivi e seminato fiori, tanto le fronde splendono al sole e sono numerosi i fioretti ai piedi degli ulivi. Gli uccelli cantano e volano da tutte le parti. La città è stesa là, in direzione ovest di chi guarda.

8Non si vede il formicolio della folla nel suo interno, ma si vedono le carovane che vanno verso la porta dei Pesci ed altre porte di cui non so il nome, da questo lato est, e che poi vengono inghiottite dalla città come fosse un famelico ventre.

9Gesù passeggia osservando Jabé che giuoca allegro con Giovanni e con i più giovani. Anche l’Iscariota, passata la sua stizza di ieri, è allegro e giuoca. I più anziani osservano e sorridono. Cosa dirà tua Madre di questo fanciullo?» chiede Bartolomeo.

10«Io dico che dirà: “È molto esile”» dice Tommaso.

11«Oh! no! Dirà: “Povero fanciullo!”» risponde Pietro.

12«Ti dirà invece: “Sono contenta che tu lo ami”» obbietta Filippo.

13«La Madre non ne avrebbe mai dubitato. Ma io credo che non parlerà. Se lo prenderà sul cuore» dice lo Zelote.

14«E Tu, Maestro, che dici che dirà?».

«Farà quello che voi dite. Ma molte cose, tutte anzi, le penserà e le dirà nel suo cuore, e nel baciarlo dirà solo: “Che tu sia benedetto!” e lo curerà come fosse un uccellino caduto dal nido.

Parabola dell’uccellino

15Un giorno, udite, mi raccontava di quando era una fanciullina. Non aveva ancora tre anni perché ancora non era nel Tempio, e il cuore le si frangeva d’amore dando, come fiore e uliva pigiati e franti nel torchio, tutti i suoi oli e i suoi profumi. E in un delirio d’amore diceva alla madre sua che voleva esser vergine per piacere di più al Salvatore, ma che avrebbe voluto essere peccatrice per potere essere salvata, e quasi piangeva perché la madre non la capiva e non sapeva dirle come si può fare ad essere la “pura” e la “peccatrice” insieme.

16Le dette pace suo padre portandole un piccolo passero che egli aveva salvato mentre pericolava sull’orlo di una fontana. Le fece la parabola dell’uccellino, dicendo che Dio l’aveva salvata in anticipo e che perciò Lei lo doveva benedire due volte. E la piccola Vergine di Dio, la grandissima Vergine Maria, esercitò la sua prima maternità spirituale su quel nidiace che Ella rese al volo quando fu forte, ma che non lasciò mai più l’orto di Nazareth, consolando coi suoi voli e coi suoi cinguettii la triste casa e i tristi cuori di Anna e Gioacchino dopo che Maria fu nel Tempio. Morì poco prima che spirasse Anna… Aveva finito il suo compito… Mia Madre si era votata alla verginità per l’amore. Ma aveva, essendo creatura perfetta, la maternità nel sangue e nello spirito. Perché la donna è fatta per essere madre, ed è aberrazione quando è sorda a questo sentimento, che è amore di seconda potenza…»

Amori di diverse potenze

Amore di seconda potenza

Si sono accostati anche gli altri, piano piano.

17«Cosa vuoi dire, Maestro, dicendo amore di seconda potenza?» chiede Giuda Taddeo.

18«Fratello mio, vi sono molti amori e di diverse potenze. Vi è l’amore di prima potenza: quello che si dà a Dio. Poi l’amore di seconda potenza: quello materno o paterno, perché se il primo è tutto spirituale, questo è per due parti spirituale e per una sola carnale. Vi si mescola, sì, il sentimento affettivo umano, ma vi predomina il superiore, perché un padre e una madre, sanamente e santamente tali, non danno solo cibo e carezze alla carne del figlio, ma anche nutrimento e amore alla mente e allo spirito della loro creatura. E tanto è vero ciò che dico, che chi si vota all’infanzia, anche se unicamente per istruirla, finisce ad amarla come fosse sua carne».

19«Io li amavo infatti molto i miei discepoli» dice Giovanni di Endor.

20«Ho compreso che dovevi essere un buon maestro vedendo come ti comporti con Jabé».

21L’uomo di Endor si china e bacia la mano di Gesù senza parlare.

Amore di terza potenza

22«Continua, ti prego, la tua classificazione degli amori» prega lo Zelote.

23«Vi è l’amore per la compagna: amore di terza potenza perché fatto per metà – parlo sempre dei sani e santi amori – di spirito e per metà di carne. L’uomo per la sposa è un maestro e un padre, oltre che sposo; e la donna per lo sposo è un angelo e una madre oltre che sposa. Questi sono i tre amori più elevati».

L’amore di prima potenza

24«E l’amore del prossimo? Non sbagli? O lo hai dimenticato?» chiede l’Iscariota. Gli altri lo guardano stupiti e… feroci per l’osservazione.

25Ma Gesù risponde placido: «No, Giuda. Ma osserva. Dio va amato perché è Dio, dunque non necessita nessuna spiegazione per persuadere a questo amore. Egli è Colui che è, ossia il Tutto; e l’uomo, il nulla che diviene partecipe del Tutto per l’anima infusa dall’Eterno[65] – senza quella l’uomo sarebbe uno dei tanti animali bruti che vivono sulla terra o nelle acque o nell’aria – deve adorarlo per dovere e per meritare di sopravvivere nel Tutto, ossia per meritare di divenire parte del popolo santo di Dio in Cielo, cittadino della Gerusalemme che non conoscerà profanazioni e distruzioni in eterno.

Amore di Adamo e Eva prima del peccato

26L’amore dell’uomo, e specie della donna, alla prole, ha indicazione di comando nelle parole di Dio ad Adamo ed Eva dopo averli benedetti, vedendo di aver fatto “cosa buona”, in un lontano sesto giorno, il primo sesto giorno del creato. Disse loro: “Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra…”[66]. Vedo la tua inespressa obbiezione e ti rispondo subito così: posto che nel creato avanti la colpa tutto era regolato e basato sull’amore, questo moltiplicarsi dei figli sarebbe stato amore, santo, puro, potente, perfetto. E Dio lo ha dato per primo comando all’uomo: “Crescete, moltiplicatevi”. “Amate perciò, dopo di Me, i vostri figli”. L’amore quale ora è, il generatore attuale dei figli, allora non era. La malizia non era e con essa non era l’esecrata fame del senso[67]. L’uomo amava la donna e la donna l’uomo, naturalmente, non naturalmente secondo natura quale noi l’intendiamo o, meglio, come voi uomini l’intendete, ma secondo natura di figli di Dio: soprannaturalmente[68]. Dolci, primi giorni d’amore fra i due che erano fratelli, perché nati da un Padre unico, e che pure erano sposi, e che nell’amarsi si guardavano con gli innocenti occhi di due gemelli nella cuna; e l’uomo provava l’amor di padre per la compagna “osso delle sue ossa e carne della sua carne”, così come è il figlio per un padre; e la donna conosceva la gioia d’esser figlia, ossia protetta da un amore ben alto, perché sentiva di avere in sé qualcosa di quello splendido uomo che l’amava, con innocenza e angelico ardore, nei bei prati dell’Eden!

27Dopo, nell’ordine dei comandi dati da Dio, con un sorriso, ai suoi pargoli diletti, viene quello che lo stesso Adamo, dotato per la Grazia di una intelligenza seconda solo a quella di Dio, decreta, parlando della compagna e di tutte le donne in lei, il decreto del pensiero di Dio, che si rifletteva netto sul terso specchio dello spirito di Adamo e fioriva in pensiero e in parola: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e i due saranno una carne sola”.

Amore di quarta potenza

28Se non ci fossero stati i tre piloni dei tre amori sopraddetti, avrebbe potuto esserci l’amore di prossimo? No. Non avrebbe potuto esserci. L’amore di Dio fa Dio amico e insegna l’amore. Chi non ama Dio, che è buono, non può certo amare il prossimo, che in maggioranza è difettoso. Se non ci fossero stati amor coniugale e paternità nel mondo, non avrebbe potuto esserci prossimo, perché il prossimo è fatto dei figli nati dagli uomini. Sei persuaso?».

 «Sì, Maestro. Non avevo riflettuto».

29«Èinfatti difficile risalire alle sorgenti. L’uomo è ormai confitto da secoli e millenni nel fango, e quelle sorgenti sono talmente sulle cime! La prima, poi, è una sorgente che viene da un abisso di altezza: Dio… Ma Io vi prendo per mano e vi conduco alle sorgenti. So dove sono…»

I “disamori”

30«E gli altri amori?» chiedono insieme Simone Zelote e l’uomo d’Endor.

31«Il primo della seconda serie è quello del prossimo. In realtà è il quarto in potenza. Poi viene l’amore alla scienza. Indi l’amore al lavoro».

«E basta?».

«E basta».

I cavilli dell’Iscariota

32«Ma vi sono molti altri amori!» esclama Giuda Iscariota.

«No. Vi sono altre fami. Ma non sono amori. Sono “disamori”[69]. Negano Dio, negano l’uomo. Non possono perciò essere amori, perché sono negazioni e la negazione è odio».

33«Se io nego di acconsentire al male è odio?» chiede ancora Giuda Iscariota.

«Miseri noi! Ma sei più cavilloso di uno scriba! Mi dici che hai? E’ l’aria fina di Giudea che ti pizzica i nervi come un crampo?» esclama Pietro.

34«No. Mi piace istruirmi e avere molte idee, e chiare. Qui è facile parlare per l’appunto con scribi. Non voglio rimanere a corto di argomenti».

35«E credi di potere, in quel momento che ti occorre, tirare fuori la filaccia del colore richiesto dal sacco dove zavorri tutti questi cenci?» interroga Pietro.

36«Cenci le parole del Maestro? Tu bestemmi!».

«Non mi fare lo scandalizzato. In bocca a Lui non sono cenci, ma una volta che vengono malmenate da noi lo divengono. Prova tu a dare un bisso prezioso in mano di un bambino… Dopo poco è uno sbrendolo sporco e lacerato. Quello che succede a noi… Ora se tu pretendi di pescare al momento buono il brandellino che ti serve, fra che è brandellino e fra che è sporco… uhm! non so che combinerai».

37«Tu non ci pensare. Sono affari miei».

«Oh! sta’ certo che non ci penso! Ne ho basta dei miei. E poi!… Mi contento che tu non faccia danno al Maestro. Perché, in questo caso, penserei anche agli affari tuoi…»

38«Quando farò male lo farai. Ma non sarà mai, perché io so fare… Non sono un ignorante io…»

«Lo sono io, lo so. Ma, appunto perché lo so, non zavorro nulla per sventolarlo poi al momento buono. Ma mi raccomando a Dio, e Dio mi aiuterà per amore del suo Messia di cui io sono il servo più infimo e più fedele».

«Fedeli siamo tutti!» ribatte arrogante Giuda.

39«Oh! cattivo! Perché offendi il padre mio? E’ vecchio, è buono. Non devi. Sei un cattivo uomo e mi fai paura» dice Jabé severo, rompendo il silenzio attento in cui era.

40«E due!» esclama a bassa voce Giacomo di Zebedeo urtando col gomito Andrea. Ha parlato piano, ma l’Iscariota ha sentito.

41«Vedi, Maestro, se le parole dello stolto bambino di Magdala hanno lasciato un segno?» dice Giuda acceso di stizza.

Parlando di Maria

I narratori dell’infanzia di Maria.

42«Ma non sarebbe più bello continuare la lezione del Maestro anziché sembrare tanti capretti imbizziti?» chiede il pacifico Tommaso.

43«Ma sì, Maestro. Parlaci ancora di tua Madre. È così luminosa la sua infanzia! Ci fa l’anima vergine per riflesso, ed io, povero peccatore, ne ho tanto bisogno!» esclama Matteo.

«Che vi devo dire? Sono tanti episodi, uno più dolce dell’altro… ».  

44«Lei te li ha narrati?».

«Qualcuno. Ma molti di più Giuseppe[70], come il più bel racconto a Me fanciullo, e anche Alfeo di Sara che, essendo di pochi anni più vecchio di mia Madre, le fu amico nei brevi anni che Lei fu a Nazareth».

45 «Oh! racconta…» prega Giovanni. Sono tutti in cerchio, seduti all’ombra degli ulivi, con Jabé al centro che guarda fisso Gesù come udisse una paradisiaca fiaba.

Lezione di castità

46«Vi dirò la lezione di castità che diede mia Madre, pochi giorni avanti l’entrata nel Tempio, al suo piccolo amico e a molti altri. Si era sposata quel giorno una fanciulla di Nazareth, parente di Sara, e anche Gioacchino ed Anna erano stati invitati alle nozze. Con essi la piccola Maria, che con altri bambini aveva l’incarico di gettare petali sfogliati sul cammino della sposa. Dicono che era bellissima, da piccina, e tutti se la contendevano dopo la festosa entrata della sposa. Era molto difficile vedere Maria perché Ella viveva molto in casa, amando una grotticella, che Lei chiama tuttora “dei suoi sponsali” più di ogni luogo. Quando perciò era vista, bionda, rosea e gentile, era accasciata dalle carezze. La chiamavano “il fiore di Nazareth”, oppure “la perla di Galilea”, o anche “la pace di Dio” a ricordo di un arcobaleno enorme venuto improvviso al suo primo vagito. Era ed è infatti tutto questo e più ancora. E’ il Fiore del Cielo e del creato, è la Perla del Paradiso, è la Pace di Dio… Sì, la Pace. Io sono il Pacifico perché sono Figlio del Padre e figlio di Maria: la Pace infinita e la Pace soave.

47Quel giorno tutti la volevano baciare e prendere in grembo. E Lei, schiva di baci e di contatti, disse con una gravità gentile: “Ve ne prego. Non mi sgualcite”. Credettero parlasse della sua veste di lino, cinta di una fascia d’azzurro alla vita, ai piccoli polsi, al collo… oppure della ghirlandetta di fiorellini azzurri di cui Anna l’aveva incoronata per trattenerle a posto i riccioli lievi, e l’assicurarono che non le avrebbero sgualcita né veste né ghirlanda. Ma Lei, sicura, piccola donna di tre anni ritta fra un cerchio di adulti, disse seria: “Non penso a ciò che si ripara. Parlo dell’anima mia. È di Dio. E non vuole esser toccata che da Dio”. Le obbiettarono: “Ma noi baciamo te, non la tua anima. Ed Essa: “Il mio corpo è tempio dell’anima e vi è sacerdote lo Spirito. Il popolo non è ammesso nel recinto sacerdotale. Ve ne prego. Non entrate nel recinto di Dio”.

La Madre della Sapienza

48Alfeo, che aveva allora oltre otto anni e che l’amava molto, fu colpito da questa risposta e il giorno dopo, trovandola presso la sua grotticella, intenta a cogliere fiori, le chiese: “Maria, quando sarai donna mi vorresti per sposo?”. Ancora in lui durava l’effervescenza della festa nuziale a cui aveva assistito.

49Ed Ella: “Io ti amo molto. Ma non ti vedo come uomo. Ti dico un segreto. Io vedo solo l’anima dei viventi. Quella la amo molto, con tutto il cuore. Ma non vedo altro che Dio come “vero Vivente a cui potrò dare me stessa”.

Ecco un episodio».

50«”Vero Vivente”!!! Ma sai che è parola profonda!» esclama Bartolomeo.

E Gesù, umilmente e con un sorriso: «Ella era la Madre della Sapienza».

51«Era?… Ma non aveva tre anni?».

«Era. Io vivevo già in Lei, essendo Dio in Lei, dal suo concepimento, nella sua Unità e Trinità perfettissima»[71].

L’Immacolata concepita.

52«Ma, scusa se io colpevole oso parlare, ma Gioacchino ed Anna sapevano che Ella era la Vergine prescelta?» chiede Giuda Iscariota.

«Non lo sapevano».

«E allora come poté dire Gioacchino che Dio l’aveva salvata in anticipo? Ciò non allude al suo privilegio sulla colpa?».

53«Vi allude. Ma Gioacchino parlava per bocca di Dio, come tutti i profeti. Lui pure non comprese la sublime verità soprannaturale che lo Spirito metteva sulle sue labbra. Perché era un giusto, Gioacchino. Tanto da meritare quella paternità. Ed era un umile. Non vi è infatti giustizia dove è superbia. Lui era giusto ed umile. Consolò la Figlia per amor di padre. L’istruì per sapienza di sacerdote, ché tale era essendo tutore dell’Arca di Dio. La consacrò come pontefice del titolo più dolce: “La Senza Macchia”. Un giorno verrà che un altro canuto pontefice dirà al mondo: “Ella è la Concepita senza Macchia”, e darà al mondo dei credenti questa verità, come articolo di fede non impugnabile, perché nel mondo d’allora, sempre più sprofondantesi in un grigiore nebbioso di eresie e di vizi, splenda, pienamente discoperta, la Tutta Bella di Dio, incoronata di stelle, vestita di raggi di luna meno puri di Lei e, sugli astri appoggiata, la Regina del Creato e dell’Increato. Perché Dio-Re ha per Regina, nel suo Regno, Maria».

54«Allora Gioacchino era profeta?».

«Era un giusto. La sua anima disse come un’eco ciò che Dio diceva alla sua anima amata da Dio».

55«Quando andiamo da questa Mamma, Signore?» chiede con occhi di desiderio Jabé.

Apprensioni di Jabè – Marziam

56«Questa sera. Che le dirai vedendola?».

«Ti saluto, Madre del Salvatore. “Va bene così?»

«Molto bene» conferma Gesù accarezzandolo.

57«Ma oggi non andremo al Tempio?» chiede Filippo.

«Prima di partire per Betania vi andremo. E tu starai buono qui. Non è vero?».

«Sì, Signore».

58La moglie di Giona, il conduttore dell’uliveto, che si è accostata piano piano, dice: «Perché non lo porti? Ne ha desiderio il bambino…»

59Gesù la fissa con insistenza senza parlare. La donna capisce e lo dice: «Ho capito! Ma devo avere ancora un piccolo mantello di Marco. Lo vado a cercare» e corre via lesta.

60Jabé tira Giovanni per una manica: «Saranno severi i maestri?».

«Oh! no. Non avere paura. E poi non è per oggi. In pochi giorni, con la Madre, sarai più sapiente di un dottore» lo conforta Giovanni.

Gli altri sentono e sorridono delle apprensioni di Jabé.

61«Ma chi lo presenterà come fosse il padre?» chiede Matteo.

«Io. E’ naturale! A meno… che lo voglia presentare il Maestro» dice Pietro.

62«No, Simone. Io non lo farò. Ti lascio questo onore».

«Grazie, Maestro. Ma… ci sarai anche Tu?».

«Certamente. Tutti ci saremo. È il “nostro” bambino…».

Un mantello per Marziam

63Torna Maria di Giona con un mantello viola scuro, ancora buono. Ma che colore! Lei stessa lo dice: «Marco non me lo volle mai usare perché non gli piaceva il colore».

64«Sfido io! E’ atroce! E il povero Jabé, così olivastro come è, sembra un annegato fra quel viola violento. Ma egli non si vede… e perciò è felice di quel mantello in cui può drappeggiarsi come un adulto..»

65«Il pasto è pronto, Maestro. La servente ha levato ora dallo spiedo l’agnello».

«Andiamo, allora».

E, scendendo dal luogo dove sono, entrano nella vasta cucina per il pasto.

19. L’incontro con la Madre a Betania. Jabé cambia il suo nome in Marjziam[72].

Incontro con la madre

1Attraverso alla ombrosa strada che congiunge il monte degli Ulivi a Betania – e potrei dire che il monte giunge con le sue propaggini verdi sino alle campagne di Betania – Gesù coi suoi cammina sollecito verso la città di Lazzaro. E non vi è ancora entrato che viene riconosciuto, e volontarie staffette corrono in tutti i sensi ad avvertire della sua venuta. Per cui ecco accorrere Lazzaro e Massimino da un lato, Isacco con Timoneo e Giuseppe dall’altro, terza viene Marta con Marcella che alza il suo velo per curvarsi a baciare la veste di Gesù, e subito dopo accorrono Maria d’Alfeo e Maria Salome che venerano il Maestro e poi si abbracciano i figli; e mentre il piccolo Jabé, sempre per mano di Gesù, sballottato da tutti questi irruenti arrivi, osserva stupefatto, e Giovanni di Endor, sentendosi estraneo, si ritira in fondo al gruppo, in disparte, ecco farsi avanti, sul sentiero che conduce alla casa di Simone, la Madre.

2Gesù abbandona la mano di Jabé e dolcemente respinge gli amici per affrettarsi verso di Lei. Le note parole rompono l’aria, squillando come un assolo d’amore sul brusio della folla: «Figlio!»; «Mamma!».

3Si baciano, e nel bacio di Maria è l’affanno di chi ha temuto per tanto tempo ed ora, nello sciogliersi del terrore che l’ha tenuto, sente la stanchezza dello sforzo fatto, misura in tutta l’estensione il pericolo in cui è incorso…

4Gesù la carezza, Lui che comprende, e dice: «Oltre il mio angelo avevo il tuo, Madre, a vegliarmi. Non poteva accadermi nulla di male».

«Ne sia data lode al Signore. Ma ho tanto sofferto!».

5«Volevo venire più sollecito, ma ho dovuto fare altra via per ubbidire a te. E bene fu, perché il tuo comando, Madre mia, come sempre è fiorito in bene».

«La tua ubbidienza, Figlio!».

«Il tuo comando sapiente, Madre…» Si sorridono come due innamorati.

6Ma è possibile che questa Donna sia Madre di quest’Uomo? Dove sono i sedici anni di differenza? La freschezza e la grazia del volto e del corpo verginale fanno di Maria la sorella del suo Figlio, che è nella pienezza della sua bellissima virilità.

7«Non mi chiedi perché è fiorito in bene?» chiede Gesù sempre sorridendo.

«So che il mio Gesù non mi tiene nascosto nulla».

«Mamma cara!». La bacia ancora…

8La gente si è tenuta lontana qualche metro e mostra di non osservare la scena. Ma scommetto che non c’è uno, di tutti questi occhi che pare guardino altrove, che non sbirci la dolce scena.

Due figli dell’ ubbidienza

9Quello che guarda più di tutti è Jabé, che Gesù ha lasciato andare quando è corso ad abbracciare sua Madre e che è rimasto solo, perché nell’affollarsi delle domande e delle risposte l’attenzione è distratta dal povero bambino… Guarda, guarda, poi china il capo, lotta con il pianto… ma infine non ce la fa e scoppia in pianto, gemendo: «Mamma! Mamma!».

10Tutti, Gesù e Maria per i primi, si volgono, e tutti cercano riparare o sapere chi è il bambino. Maria d’Alfeo accorre, e accorre Pietro – erano insieme – dicendo entrambi: «Perché piangi?».

11Ma prima che fra il suo grande pianto Jabé possa trovare fiato per parlare, è accorsa Maria e lo ha preso in braccio dicendo: «Sì, figliolino mio, la Mamma! Non piangere più… e scusa se non ti ho visto prima. Ecco, amici, il mio figliolino…».

12Si capisce che Gesù, nel fare i pochi metri, le deve avere detto: «E’ un orfanello che ho preso con Me». Il resto lo ha intuito Maria.

13Il bambino piange ancora, ma meno desolatamente, e posto che Maria lo tiene in braccio e lo bacia, finisce col sorridere col visetto ancora lavato di pianto.

14«Vieni che ti asciugo tutte queste lacrime. Non devi piangere più! Dammi un bacio…»

Jabé… non chiedeva che quello, e dopo tante carezze di uomini barbuti si crogiola tutto nel baciare la guancia liscia di Maria.

15Ma Gesù ha cercato e scorto Giovanni di Endor e lo va a prendere nel suo angolino remoto. E mentre tutti gli apostoli salutano Maria, Gesù viene a Lei tenendo per mano Giovanni di Endor e dice: «Ecco, Madre, l’altro discepolo. Questi due figli ti ha ottenuto il tuo comando».

16«La tua ubbidienza, Figlio» ripete Maria, e poi saluta l’uomo dicendo: «La Pace è con te».

17L’uomo, il rude, inquieto uomo di Endor, che tanto si è già mutato da quel mattino in cui il capriccio dell’Iscariota ha portato Gesù a Endor, finisce di spogliarsi del suo passato mentre si inchina a Maria. Io credo sia così, tanto il volto che si rialza dopo il profondo inchino appare sereno, veramente «pacificato».

In casa di Simone

18Si avviano tutti verso la casa di Simone: Maria con Jabé in braccio, Gesù tenendo per mano Giovanni di Endor e poi, intorno e dietro, Lazzaro e Marta, gli apostoli con Massimino, Isacco, Giuseppe, Timoneo.

19Entrano nella casa sulla cui soglia il vecchio servo di Simone venera Gesù e il suo padrone. «La pace a te, Giuseppe, e a questa casa» dice Gesù alzando la mano a benedire dopo averla posata sulla testa bianca del vecchio servitore.

20Lazzaro e Marta, dopo la prima gioia, sono un poco tristi, e Gesù chiede: «Perché, amici?».

21«Perché Tu non sei con noi, e perché tutti vengono a Te meno l’anima che vorremmo fosse tua».

22«Fortificate pazienza, speranza e preghiera. E poi, Io sono con voi. Questa casa!… Questa casa non è che il nido da cui il Figlio dell’uomo volerà ogni giorno dai cari amici, così vicini nello spazio, ma, se si considera la cosa soprannaturalmente, infinitamente più vicini nell’amore. Voi siete nel mio cuore ed Io sono nel vostro. Si può essere più vicini di così? Ma questa sera staremo insieme. Vogliate sedervi alla mia tavola».

23«Oh! povera me! Ed io qui mi ciondolo! Vieni, Salome. Abbiamo da fare!». Il grido di Maria d’Alfeo fa sorridere tutti, mentre la buona parente di Gesù si alza sollecita per andare al suo lavoro.

24Ma Marta la raggiunge: «Non ti preoccupare, Maria, per il cibo. Vado a dare ordini. Tu prepara solo le mense. Ti manderò sedili sufficienti e quanto abbisogna. Vieni, Marcella. Torno subito, Maestro».

Storia di Jabè – Marziam

25«Ho visto Giuseppe d’Arimatea, Lazzaro. Lunedì viene qui con degli amici».

«Oh! allora quel giorno sei mio!».

26«Sì. Viene per stare insieme, ma anche per combinare per una cerimonia che si riflette a Jabé. Giovanni, porta il bambino sulla terrazza. Si divertirà».

27Giovanni di Zebedeo, ubbidiente sempre, si alza subito dal suo posto, e dopo poco si sente il cinguettio del bambino e le sue piccole pedate sulla terrazza che cinge la casa.

28«Il bambino» spiega Gesù alla Madre, agli amici, alle donne, fra cui è Marta, che ha volato per non perdere un minuto di gioia presso il Maestro, «è nipote di un contadino di Doras. Sono passato da Esdrelon… E’ vero che i campi sono una desolazione e che li vuole vendere?».

29«Una desolazione lo sono. Della vendita non so. Un contadino di Giocana me ne ha accennato. Ma non so se è cosa sicura».

30«Se li vendesse… li comprerei volentieri per avere un asilo per Te anche in mezzo a quel nido di serpenti».

«Non credo che ci riuscirai. Giocana è pronto a prenderli».

31«Vedremo… Ma continua il racconto. Che contadini sono? Quelli di prima li ha tutti sparsi».

32«Sì. Questi vengono dalle sue terre di Giudea, almeno il vecchio che è parente del bambino. Il bambino era tenuto nel bosco, come un animale selvatico, perché Doras non lo scorgesse… e vi è dall’inverno…»

33«Oh! povero bambino! Ma perché?». Le donne sono tutte commosse.

«Perché suo padre e sua madre sono rimasti sepolti dalla frana nei pressi di Emmaus. Tutti: padre, madre, fratellini. Lui è vissuto perché non era in casa. Lo hanno condotto dal vecchio padre. Ma che poteva un contadino di Doras? Tu, Isacco, hai parlato di Me come di un salvatore, anche per questo caso».

34«Ho fatto male, Signore?» chiede umilmente Isacco.

«Hai fatto bene. Dio lo voleva. Il vecchio mi ha dato il bambino, che deve anche divenire maggiorenne in questi giorni».

35«Oh! miserello! Così piccolo a dodici anni?! Il mio Giuda era alto quasi il doppio a quell’età… E Gesù? Che fiore!» dice Maria d’Alfeo.

E Salome: «Anche i miei figli erano ben più forti!».

Marta mormora: «Veramente è ben piccolino! Credevo non avesse ancora dieci anni».

36«Eh! la fame è brutta! E la deve avere fatta da quando fu al mondo. Ora poi… Cosa gli doveva dare il vecchio, se là si muore tutti di fame?» dice Pietro.

«Sì, ha molto sofferto. Ma è molto buono e intelligente. L’ho preso per consolare il vecchio e il bambino».

37«Lo adotti?» chiede Lazzaro.

«No. Non posso».

«Allora lo prendo io».

Il manto regale del Messia

38Pietro si vede dileguare la speranza e ha un gemito vero e proprio: «Signore! Tutto a lui?».

39Gesù sorride: «Lazzaro, tu hai già fatto tanto e te ne sono grato. Ma questo bambino non te lo posso confidare. E il “nostro” bambino. Di tutti noi. La gioia degli apostoli e del Maestro. Inoltre qui crescerebbe fra il fasto. Io gli voglio fare dono del mio manto regale: “l’onesta povertà”. Quella che il Figlio dell’uomo volle per Sé, per poter avvicinare tutte le più grandi miserie senza mortificare nessuno. Tu hai avuto anche di recente un mio dono…»

40«Ah! sì! Il vecchio patriarca e sua figlia. Molto attiva la donna, e il vecchio molto buono».

41«Dove sono ora? Voglio dire: in quale luogo?».

«Ma qui, a Betania. Ti pare che volessi allontanare la benedizione che Tu mi mandavi? La donna è al lino. Ci vogliono mani leggere ed esperte per quel lavoro. Il vecchio, posto che vuole proprio lavorare, l’ho messo agli alveari. Ieri – vero, sorella? – aveva la lunga barba tutta d’oro. Le api, sciamando, si erano attaccate tutte a quel barbone, ed egli parlava loro come a tante figlie. E’ felice».

«Lo credo! Che tu sia benedetto!» dice Gesù.

Gara di solidarietà

42«Grazie, Maestro. Ma quel bambino ti costerà! Mi permetterai almeno..»

«Ci penso io alla sua veste di festa» strilla Pietro. Ridono tutti per l’impulsività del grido.

43«Va bene. Ma avrà bisogno di altre vesti. Simone, sii buono. Sono anche io senza bambini. Lascia che io e Marta ci si consoli pensando a delle piccole vesti da fare».

44Pietro, così pregato, si commuove subito e dice: «Le vesti… sì… Ma la veste per mercoledì la prendo io. Me l’ha promesso il Maestro, e ha detto che andrò con la Madre ad acquistarla domani». Pietro dice tutto per paura di qualche mutazione in suo sfavore.

45Gesù sorride e dice: «Sì, Madre. Ti prego di andare domani con Simone. Altrimenti quest’uomo mi muore d’affanno. Lo consiglierai nella scelta».

«Io ho detto: veste rossa e cintura verde. Starà molto bene. Meglio che con quel colore che ha ora».

46«Rosso andrà molto bene. Anche Gesù era vestito di rosso. Ma io direi che starebbe meglio sul rosso una cintura rossa, o almeno ricamata in rosso» dice dolcemente Maria.

«Io dicevo così perché vedo che Giuda, che è bruno, sta molto bene con quelle strisce verdi sull’abito rosso».

47«Ma queste non sono verdi, amico!» ride l’Iscariota.

«No? E che colore è allora?».

48«Questo colore è detto “vena d’agata”»

«E che vuoi che ne sappia io?! Mi pareva verde. L’ho visto anche sulle foglie…»

49Maria SS. interviene benigna: «Simone ha ragione. È il colore esatto che prendono le foglie alle prime acque di tisri…».

50«Ecco! e siccome le foglie sono verdi io dicevo che era verde» termina contento Pietro. La Soave ha messo pace e gioia anche in questa piccola cosa.

Margziam: piccola stilla nel mare dei salvati

51«Chiamate il piccino» prega Maria. E il bambino accorre subito insieme a Giovanni.

52«Come ti chiami?» chiede Maria accarezzandolo. Sono… ero Jabé. Ma ora aspetto il nome… Lo aspetti?».

«Sì, Jabé vuole un nome che voglia dire che Io l’ho salvato. Tu lo cercherai, Madre. Un nome d’amore e di salvezza».

53Maria pensa… e poi dice: «Marjiam (Maarhgziam). Tu sei la piccola stilla nel mare dei salvati di Gesù. Ti piace? Così ricorda anche me oltre che la Salvezza».

«E’ molto bello» dice contento il bambino.

54«Ma non è un nome di donna?» chiede Bartolomeo.

«Con una elle al fondo, invece della emme, quando questa stilla di Umanità sarà adulto, potrete mutare il suo nome in nome d’uomo. Ora porta il nome che gli ha dato la Mamma. Non è vero?».

55Il bambino dice di sì e Maria lo carezza. La cognata la interpella: «E’ bella questa lana» e tocca il mantellino di Jabé.

«Ma ha un tal colore! Che dici? Io la tingerei in rosso scurissimo. Verrà bene».

«Domani sera lo faremo. Perché domani avrà la sua nuova veste. Ora non glielo possiamo levare».

56Marta dice: «Verresti con me, bambino? Ti porto qui vicino, a vedere tante cose, e poi si torna qui…»

57Jabé non si rifiuta. Non rifiuta mai niente… ma pare un poco spaurito ad andare con la donna quasi sconosciuta. Dice timido e gentile: «Potrebbe venire con me Giovanni?».

«Ma certo!…»

Convegno dei pastori

58Se ne vanno. E nella loro assenza le conversazioni continuano fra i vari gruppi. Narrazioni, commenti, sospiri sulla durezza umana. Isacco racconta quanto ha potuto sapere del Battista. C’è chi lo dice in Macheronte e chi a Tiberiade. I discepoli non sono ancora tornati…

59«Ma non lo avevano seguito?».

«Sì. Ma presso Doco i catturatori traversarono il fiume col prigioniero e non si sa se poi sono risaliti al lago o scesi a Macheronte. Giovanni, Mattia e Simeone si sono sguinzagliati per sapere e non lo abbandoneranno certo».

60«E tu, Isacco, non mi abbandonerai certo questo nuovo discepolo. Per ora sta con Me. Voglio faccia la Pasqua con Me».

«Io la farò in Gerusalemme, in casa di Giovanna. Mi ha visto e mi ha offerto una stanza per me e i compagni. Vengono tutti, quest’anno. E saremo con Gionata».

61«Anche quelli del Libano?».

«Anche. Ma non potranno forse venire i discepoli di Giovanni».

62«Vengono quelli di Giocana, lo sai?».

«Davvero? Starò alla porta, presso i sacerdoti che immolano. Li vedrò e li porterò con me».

«Attendili proprio per l’ultima ora. Non hanno che tempo misurato. Ma hanno l’agnello».

63«Io pure. Splendido. Me lo ha dato Lazzaro. Immoleremo questo, e l’altro, il loro, servirà loro per il ritorno».

Marziam in veste di lino

Rientra Marta con Giovanni e il bambino in una piccola veste di lino bianco con una sopravveste rossa. Sul braccio ha un mantello pure rosso. Li riconosci, Lazzaro? Vedi che tutto serve?».

I due fratelli si sorridono.

Gesù dice: « Io ti ringrazio, Marta».

64«Oh! Signore mio! Ho la malattia di conservare tutto. L’ho ereditata dalla madre mia. Ho ancora molte vesti di mio fratello. Care perché toccate dalla madre. Ogni tanto ne levo un capo per qualche bambino. Ora li darò a Marjziam. Sono un poco lunghe, ma si possono rimborsare.. Lazzaro, divenuto maggiorenne, non le volle più… Un bel capriccio, tutt’affatto da pargolo… e l’ebbe vinta perché mia madre adorava il suo Lazzaro».

65La sorella lo carezza con amore e Lazzaro ne prende la bellissima mano, la bacia e dice: «E tu no?». Si sorridono.

«E’ una provvidenza questa» osservano in molti. «Sì, il mio capriccio ha fatto del bene. Forse mi sarà perdonato per questo».

La cena è pronta e ognuno va al suo posto… 

Aglae è una grande redenzione

66…E’ notte fatta quando Gesù può parlare in pace con la Madre. Sono saliti sulla terrazza e, seduti su un sedile, l’uno presso l’altra, con la mano nella mano, si parlano e si ascoltano. Prima è Gesù che narra le cose avvenute. Poi è Maria che dice: «Figlio, dopo la tua partenza, subito dopo, è venuta da me una donna… Ti cercava. Una grande miseria. E’ una grande redenzione. Ma questa creatura ha bisogno del tuo perdono per essere tenace nella sua risoluzione. L’ho affidata a Susanna dicendo che era una tua guarita. E’ vero. L’avrei potuta tenere con me se la nostra casa non fosse un mare ormai, dove tutti fanno vela… e molti con malvagi intenti. E la donna ha ribrezzo del mondo, ormai. Vuoi sapere chi è?». 

67«Un’anima è. Ma dimmi il nome, perché Io la possa accogliere senza errore»[73].

68«Aglae è. La romana, mima e peccatrice, che Tu hai cominciato a salvare ad Ebron, che ti ha cercato e trovato all’Acqua Speciosa, che per la sua rinata onestà ha già sofferto. Quanto!… Mi ha detto tutto… Che orrore!… Il suo peccato?».

69«Questo e… direi più ancora: che orrore è il mondo! Oh! Figlio mio! Diffida dei farisei di Cafarnao! Di questa infelice si volevano servire per nuocerti. Anche di questa…»

70«Lo so Madre, dov’è Aglae?»

 «Giungerà con Susanna avanti la Pasqua».

71«Va bene. Io le parlerò. Sarò qui ogni sera e, meno quella pasquale che consacrerò al famiglia, l’attenderò. Non hai che da trattenerla, se viene. E’ una grande redenzione, lo hai detto. E’ così spontanea! In verità ti dico che in pochi cuori il mio seme attecchì con la forza con cui attecchì su questo terreno infelice. E dopo ne aiutò la crescita, fino a completa formazione, Andrea».

«Me lo ha detto».

72«Madre, che hai provato avvicinando quella rovina?».

«Ribrezzo e gioia. Mi pareva di essere sull’orlo di un abisso d’inferno, ma insieme mi sentivo trasportare nell’azzurro. Come sei Dio, mio Gesù, quando compi di questi miracoli!».

73Restano zitti, sotto le stelle luminosissime e nel biancore di un quarto di luna già tendente ad essere piena. Zitti, amandosi e riposandosi l’uno nell’amore dell’altra.

20. Dai lebbrosi di Siloan e di Ben Hinnom. Pietro ottiene Marjziam per mezzo di Maria[74].

E’ chiamato Margziam

Marziam sembra il figlio del re.

1La mattinata splendida invita veramente a passeggiare lasciando i letti e le case, e gli abitanti della casa dello Zelote, come tante api al primo sole, sorgono molto presto ed escono a respirare l’aria pura nel frutteto di Lazzaro che circonda la casetta ospitale. Presto si aggiungono anche quelli che sono ospitati da Lazzaro, ossia Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Andrea e Giacomo di Zebedeo. Il sole entra festoso per tutte le finestre e porte spalancate, e le stanze, semplici e linde, si vestono di una tinta d’oro che avviva i colori delle vesti e fa più lucenti i colori dei capelli e delle pupille.

2Maria d’Alfeo e Salome sono intente a servire questi uomini dal gagliardo appetito. Maria invece sta sorvegliando un servo di Lazzaro che mette in ordine i cappellucci di Marjziam pareggiandoli con più sapienza di quanto non avesse fatto il suo primo parrucchiere.

«Per ora così» dice il servo.

3«Poi, quando avrai offerto a Dio le tue chiome di bambino, te li raccorcerò per bene. Viene il caldo e starai meglio senza capelli sul collo. E ti si rinforzeranno. Sono aridi e friabili, trascurati. Lo vedi, Maria? Hanno bisogno di cure. Ora li ungo per tenerli al posto. Senti, bambino, che buon odore? È l’olio che usa Marta. Mandorla, palma e midollo del più fino con essenza rara. Fa molto bene. La mia padrona ha detto di tenere questo vasetto per il bambino. Oh! ecco! Ora sembri il figlio del re» e il servo, che forse è il barbiere della casa di Lazzaro, dà un buffetto sulla guancia di Marjziam, saluta Maria e se ne va soddisfatto.

Marziam, bello di nozze

4«Vieni che ti vesto» dice Maria al bambino, che per ora ha unicamente una tunichella a maniche corte; credo sia la camicia o quanto a quei tempi ne faceva funzione. E per la finezza del lino comprendo che faceva parte del corredo di Lazzaro bambino. Maria leva l’asciugatoio in cui era quasi fasciato Marjziam e lo riveste della sottoveste di lino increspata alla radice del collo e ai polsi, e della sopravveste rossa, di lana, dall’ampia scollatura e dalle ampie maniche. Il lino splendente esce candidissimo dalla scollatura e dalle maniche della stoffa rossa e opaca. La mano di Maria deve aver provveduto nella notte a regolare la lunghezza della veste e delle maniche, e ora va tutto bene, specie quando Maria gli cinge la vita colla morbida fascia della cintura terminata in un fiocco di lana bianca e rossa. Il bambino non sembra più il povero esserino di pochi giorni sono.

5«Ora vai a giocare, senza sporcarti, mentre io mi preparo» dice Maria, accarezzandolo. E il bambino esce, saltellando contento, a cercare i suoi grandi amici.

6Il primo a vederlo è Tommaso: «Ma come sei bello! Di nozze! Mi fai scomparire» dice il sempre allegro Tommaso, grassoccio, tranquillo. E lo prende per mano dicendo: «Vieni che andiamo dalle donne. Ti cercavano per darti l’imbeccata».

7Entrano nella cucina e Tommaso fa sobbalzare le due Marie curve sui fornelli gridando col suo vocione: «C’è qui un giovanotto che vi desidera» e ridendo presenta il bambino che si era nascosto dietro la robusta persona.

8«Oh! caro! Ma vieni che ti do un bacio! Guarda, Salome, come sta bene!» esclama Maria d’Alfeo.

9«Davvero! Ora ha solo bisogno di farsi più robusto. Ma ci penserò io. Vieni che ti bacio anche io» risponde Salome.

E’ chiamato Marziam

«Ma Gesù lo affida ai pastori…» obbietta Tommaso.

10«Neanche per idea! In questo il mio Gesù sbaglia. Cosa volete fare e saper fare voi uomini? Litigare – perché, sia detto per caso, siete piuttosto litigiosi… come capretti che si amano ma si danno cornate – mangiare, parlare, avere mille bisogni, e pretendere dal Maestro tutta l’attenzione su di voi… altrimenti sono bronci… I bambini hanno bisogno delle mamme. Non è vero… come ti chiami?».

11«Marjziam». «Ah! già! Ma benedetta la mia Maria! Poteva metterti un nome più facile!».

«E’ quasi come il suo!» esclama Salome.

«Sì. Ma il suo è più semplice. Non ci sono quelle tre lettere al centro… Tre sono troppe…»

12E’ entrato l’Iscariota e dice: «Ha messo il nome esatto nel suo significato, secondo l’antica lingua incorrotta».

13«Va bene. Ma è difficile, e io ne levo una e dico Marziam. È più facile e non cascherà il mondo per questo. Vero, Simone?».

14Pietro, che sta passando davanti alla finestra parlando con Giovanni di Endor, si affaccia e dice: «Che vuoi?».

15«Dicevo che io il bambino lo chiamo Marziam. È più facile».

16«Hai ragione, donna. Se la Madre me lo permette, lo chiamo anche io così. Ma come stai bene! Però anche io, eh? Guardate!» Infatti è tutto spazzolato, sbarbato sulle guance, con capelli e barba regolati, unti, la veste senza sgualciture, i sandali che sembrano nuovi tanto sono mondi e lucidati con non so che. Le donne lo ammirano ed egli ride contento.

17Il bambino ha finito il suo pasto ed esce per andare dal suo grande amico, che egli chiama sempre: «Padre».

Fra i sepolcri vivi dei lebbrosi

Ferie apostoliche

18Ecco Gesù che viene dalla casa di Lazzaro insieme allo stesso, e al bambino che gli corre incontro dice: «La pace fra noi, Marjziam. Diamoci il bacio di pace».

19Lazzaro, salutato dal bambino, lo carezza e gli dà un dolcetto.

20Tutti si riuniscono intorno a Gesù. Anche Maria, rivestita di una veste di lino color turchese su cui è drappeggiato il mantello più scuro, viene verso suo Figlio sorridendo. «Possiamo andare, allora» dice Gesù.

21«Tu, Simone, colla Madre mia e il bambino, se proprio vuoi spendere anche ora che Lazzaro ha provveduto».

22«Ma certo! E poi… potrò dire di avere potuto per una volta camminare al fianco di tua Madre. Grande onore».

23«E allora vai. Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi…».

24«Davvero, Maestro? Allora se permetti vado avanti di corsa, a radunarli… Mi raggiungerai. Tanto lo sai dove sono…».

25«Va bene. Vai. Gli altri facciano quello che credono. Siete tutti liberi fino a mercoledì mattina. All’ora di terza tutti alla porta Dorata».

26«Io vengo con Te, Maestro» dice Giovanni.

«Io pure» dice Giacomo suo fratello.

«Ed anche noi» dicono i due cugini.

«Vengo anche io» dice Matteo, e con lui lo dice Andrea.

27«E io? Vorrei venire anche io… ma se vado per le spese non posso venire…» dice Pietro, preso fra due voglie.

28«Si può fare. Prima si va dai lebbrosi, intanto mia Madre col bambino va in una casa amica di Ofel. Poi la raggiungiamo e tu vai con Lei, mentre Io e gli altri andiamo da Giovanna. Ci riuniremo al Getsemni per il cibo, e poi verso il tramonto torneremo qui».

29«Io, se permetti, vado da alcuni amici…» dice Giuda Iscariota.

«Ma l’ho detto. Fate quello che credete».

30«Allora io andrò dai parenti. Forse è già venuto mio padre. Se c’è te lo conduco» dice Tommaso.

31«Noi due, che dici Filippo? Si potrebbe andare da Samuele».

«Ben detto» risponde questo a Bartolomeo.

32«E tu, Giovanni?» chiede Gesù all’uomo di Endor. «Preferisci rimanere qui per sistemare i tuoi libri o venire con Me?».

33«Veramente preferirei venire con Te… I libri… mi piacciono già meno. Preferisco leggere Te, Libro vivente».

34«Allora vieni. Addio, Lazzaro, a…»

35«Ma vengo anche io. Le gambe stanno un poco meglio e ti lascerò, dopo i lebbrosi, andando al Getsemni ad attenderti».

36«Andiamo. La pace a voi, donne».

37Fino alle vicinanze di Gerusalemme stanno tutti uniti. Poi si separano, andando l’Iscariota per conto suo, entrando in città probabilmente da quella porta che è verso la torre Antonia; mentre Tommaso, con Filippo e Natanaele, fanno ancora qualche decina di metri con Gesù e i compagni e poi entrano in città dal sobborgo di Ofel, insieme a Maria e al bambino.

Fra i sepolcri di Siloan

38«E ora andiamo da questi infelici!» dice Gesù e, volgendo le spalle alla città, va verso un luogo desolato, situato sulle pendici di un colle roccioso che è fra le due strade che da Gerico portano a Gerusalemme. Uno strano luogo fatto come a gradinate, dopo la prima salita sulla quale si inerpica un sentiero, di modo che il primo balzo è sopraelevato a picco per almeno tre metri sul sentiero, e così il secondo. Arido, morto… Tristissimo.

39«Maestro» grida Simone lo Zelote «sono qui. Fermati che ti insegno la via…» e lo Zelote, che si era addossato alla roccia per avere un poco d’ombra, viene avanti e conduce Gesù per un sentiero a gradini diretto verso il Getsemani, ma separato da questo dalla strada che dal monte Uliveto va a Betania.

40«Eccoci. Fra i sepolcri di Siloan io vissi, e qui ci sono i miei amici. Parte di essi. Gli altri sono a Ben Innom, ma non possono venire… Dovrebbero traversare la strada e sarebbero visti».

41«Andremo anche da loro».

«Grazie! Per loro e per me».

42«Ve ne sono molti?».

«L’inverno ha ucciso i più. Ma qui ce ne sono ancora cinque di quelli ai quali io avevo parlato. Ti attendono. Eccoli sull’orlo del loro ergastolo… Saranno una diecina di mostri. Dico «saranno» perché, se cinque sono ben visibili, in piedi, gli altri, e per il grigiore della pelle e per la deformità del volto e per il loro sporgere appena dalla sassaia, si distinguono così male che potrebbero essere più come meno. Fra quelli in piedi vi è una sola donna. La dicono tale solamente i capelli incanutiti e incolti che cadono duri e sporchi giù per le spalle sino alla cintura. Ma per il resto non si distingue il sesso, perché la malattia, ben avanzata, l’ha scheletrita annullando ogni curva femminile, così come negli uomini uno solo mostra ancora una traccia di baffi e barba. Gli altri sono stati rasati dal morbo distruttore.

43Gridano: «Gesù, Salvatore nostro, pietà di noi!» e tendono le mani deformi o impiagate. «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà!».

44«Che volete che Io vi faccia?» chiede Gesù alzando il volto verso quelle miserie. Che Tu ci salvi dal peccato e dalla malattia.

45«Dal peccato salva la volontà e il pentimento…»

46«Ma, se Tu vuoi, puoi cancellare i nostri peccati. Quelli almeno, se non vuoi guarire i nostri corpi».

47«Se Io vi dico: “Scegliete fra le due cose”, quale volete?».

«Il perdono di Dio, Signore. Per essere meno desolati».

48Gesù fa un cenno d’approvazione, sorridendo luminosamente, e poi alza le braccia e grida: «Siate esauditi. Lo voglio».

49Esauditi! Può essere per il peccato come per la malattia, o per tutte e due le cose, e i cinque infelici restano incerti. Ma incerti non sono gli apostoli, e non possono che urlare il loro osanna vedendo la lebbra sparire rapida come sparisce il fiocco di neve caduto su un fuoco. E allora i cinque comprendono di essere stati esauditi completamente. Il loro grido risuona come uno squillo di vittoria. Si abbracciano fra di loro e gettano baci a Gesù non potendo precipitarsi ai suoi piedi, e poi si volgono ai compagni dicendo: «E voi non volete ancora credere? Ma che infelici siete?».

50«Buoni! Siate buoni! I poveri fratelli hanno bisogno di pensare. Non dite loro nulla. La fede non si impone, si predica con pace, dolcezza, pazienza, costanza. Quello che voi farete dopo la vostra purificazione, come Simone fece con voi. Del resto, il miracolo predica già di suo. Voi, guariti, andrete dal sacerdote al più presto. Voi, malati, attendeteci a sera. Vi porteremo cibarie. La pace sia con voi.»

51Gesù scende di nuovo sulla via seguito dalle benedizioni di tutti.

I lebbrosi della Geenna di Ben Hinnom

52«Ed ora andiamo a Ben Hinnom» dice Gesù.

53«Maestro… io vorrei venire. Ma comprendo che non posso. Vado al Getsemani» dice Lazzaro.

«Vai, vai, Lazzaro. La pace sia con te».

54Mentre Lazzaro lentamente si avvia, Giovanni apostolo dice: «Maestro, io lo accompagno. Fa fatica e la stradetta non è molto buona. Poi ti raggiungo a Ben Hinnom».

«Vai pure. Andiamo».

55Passano il Cedron, costeggiano il lato sud del monte Tofet e entrano nella valletta tutta sparsa di sepolcri e di lordure, senza un albero, senza uno schermo al sole, che su questo lato meridionale si abbatte con tutti i suoi fuochi e arroventa il pietrame di questi nuovi scaglioni d’inferno, alla base dei quali fumano incendi puteolenti che aumentano il calore. E dentro a questi sepolcri, simili a forni crematori, vi sono dei poveri corpi che si consumano…

56Siloan sarà brutto nell’inverno, umido come è, e volto quasi a settentrione. Ma questo deve essere tremendo in estate…

57Simone lo Zelote getta un urlo di richiamo, e prima tre, poi due, poi uno e un altro ancora vengono, come possono, fino al limite prescritto. Qui vi sono due donne, e una ha per mano un orrore di bambino che la lebbra ha preso specialmente nel viso. E’ già cieco… E vi è un uomo dall’aspetto nobile, nonostante la misera sua condizione. Prende la parola per tutti: «Sia benedetto il Messia del Signore, che è sceso nella nostra Geenna per trarre da essa coloro che sperano in Lui. Salvaci, Signore, ché noi periamo! Salvaci, Salvatore! Re della stirpe di Davide, Re d’Israele, pietà dei tuoi sudditi. Oh! Germoglio della stirpe di Jesse, di cui è detto che nel tuo tempo non vi sarà più male[75], stendi la tua mano a raccogliere questi avanzi del tuo popolo. Fai sparire da noi questa morte, asciuga le nostre lacrime, perché così è detto di Te. Chiamaci, Signore, ai tuoi pascoli prelibati, alle tue dolci acque, ché sitibondi siamo. Portaci sulle eterne colline dove non è più colpa e dolore. Abbi pietà, Signore…».

«Chi sei?».

58«Giovanni, uno del Tempio. Contaminato forse da un lebbroso. Da poco, e Tu lo vedi, la malattia è su me. Ma questi!… Vi è chi attende la morte da anni, e questa fanciullina vi è da quando ancor non camminava. Non sa che sia il creato di Dio. Quanto conosce o quanto ricorda delle meraviglie di Dio sono questi sepolcri, questo sole spietato e le stelle della notte. Pietà per i colpevoli e per gli innocenti, Signore, Salvatore nostro». Si sono tutti inginocchiati tendendo le mani.

59Gesù piange su tanta miseria e poi apre le braccia gridando: «Padre, Io lo voglio: salute, vita, vista e santità su loro». Resta a braccia aperte pregando intensamente con tutto il suo spirito. Pare affinarsi e alzarsi nella preghiera, fiamma d’amore, bianca e potente fra il potente oro del sole.

60«Mamma, io vedo!» è il primo grido, e ad esso corrisponde l’urlo della madre che si stringe al cuore la sua bambina guarita, e poi quello degli altri e degli apostoli… Il miracolo è compiuto.

61«Giovanni, tu sacerdote, guiderai i compagni nel rito. La pace sia con voi. A voi pure porteremo cibo verso sera». Benedice e fa per avviarsi.

62Ma il lebbroso Giovanni grida: «Sui tuoi passi io voglio venire. Dimmi che devo fare, dove andare per predicare di Te!».

63«In questa terra desolata e nuda che ha bisogno di convertirsi al Signore. Sia la città di Gerusalemme il tuo campo. Addio».

Il bambino simbolo della Chiesa

Marziam, il bambino-simbolo della Chiesa

64«Ed ora andiamo dalla Madre» dice poi agli apostoli.

65«Ma dove è?» chiedono in molti.

«In una casa che Giovanni sa. In casa della fanciulla guarita lo scorso anno».

66Entrano in città, percorrono buona parte del popoloso sobborgo di Ofel fino ad una casetta bianca. Entra col suo dolce saluto nella casa la cui porta è socchiusa, e ne esce la voce dolce di Maria e la argentina voce di Annalia e quella più grossa di sua madre. La fanciulla si prostra adorando, la madre si inginocchia. Maria si alza.

67Vorrebbero trattenere il Maestro con la Madre. Ma Gesù, promettendo di tornare in un altro giorno, benedice e si accomiata. Pietro se ne va felice con Maria. Tengono tutti e due il bambino per mano e sembrano una famigliola felice. Molti si volgono a guardarli. Gesù osserva il loro andare con un sorriso.

68«Simone è felice!» esclama lo Zelote.

69«Perché sorridi, Maestro?» chiede Giacomo di Zebedeo.

70«Perché vedo in quel gruppo una grande promessa».

71«Quale, Fratello? Che vedi?» domanda il Taddeo.

72«Vedo questo: che potrò andarmene tranquillo, quando sarà l’ora. Non devo temere per la mia Chiesa. Allora sarà piccola ed esile come Marjziam. Ma ci sarà mia Madre a tenerla per mano così e a farle da Madre; e ci sarà Pietro a farle da padre. Nella sua mano onesta e callosa posso mettere senza preoccupazione la mano della mia nascente Chiesa. Egli le darà la forza della protezione sua. Mia Madre la forza del suo amore. E la Chiesa crescerà… come Marjziam… E’ veramente il bambino-simbolo! Dio benedica mia Madre, il mio Pietro, e il loro e nostro bambino! Andiamo ora da Giovanna…»…

L’ innocenza parla

73…E di nuovo siamo, a sera, nella casetta di Betania. Molti, stanchi, si sono già ritirati. Ma Pietro passeggia avanti e indietro per il sentiero, alzando la testa molto sovente verso la terrazza dove sono seduti in colloquio Gesù e Maria. Giovanni di Endor, invece, parla con lo Zelote stando seduti sotto un melograno tutto in fiore.

74Maria ha già molto parlato, perché sento che Gesù dice: «Tutto quanto mi hai detto è ben giusto, e ne terrò presente la giustizia. E anche per Annalia dico che è giusto il tuo consiglio. Che l’uomo l’abbia accolto con tanta prontezza è buon segno. Veramente l’alta Gerusalemme è piena di ottusità e livore, potrei dire anche di lordura. Ma nel suo popolo umile vi sono perle di ignorato valore. Sono lieto che Annalia sia felice. E’ una creatura più del Cielo che della terra, e forse l’uomo, ora che è entrato nel concetto dello spirito, lo intuisce e ne ha quasi un rispetto venerabondo. Il suo pensiero di andare altrove, per non turbare di un palpito umano il candido voto della sua fanciulla, lo dimostra».

75«Sì, Figlio mio. L’uomo avverte il profumo dei vergini… Mi ricordo Giuseppe. Io non sapevo che parole usare. Egli non sapeva il mio segreto… Eppure mi aiutò a dirlo con una percezione di santo. Aveva sentito l’odore dell’anima mia… Vedi anche Giovanni?… Che pace!… E tutti lo cercano… Lo stesso Giuda di Keriot, per quanto… No, Figlio. Giuda non è cambiato. Io lo so e Tu lo sai. Noi non parliamo perché non vogliamo dare inizio alla guerra. Ma anche se non parliamo, sappiamo… e anche se non parliamo, gli altri intuiscono… Oh! mio Gesù! Mi hanno raccontato i giovani, oggi, al Getsemani, l’episodio di Magdala e quello della mattina del sabato… L’innocenza parla… perché vede per gli occhi del suo angelo. Ma anche i vecchi intravedono… Non hanno torto. E’ un essere sfuggente… Tutto in lui è sfuggente… ed io ho paura di lui ed ho sul labbro le stesse parole di Beniamino a Magdala e di Marjziam al Getsemani, perché ho lo stesso ribrezzo per Giuda che hanno i bambini».

76«Non tutti possono essere Giovanni!…».

77«Ma non lo pretendo! Sarebbe un paradiso la terra, allora. Ma, vedi, Tu mi hai detto dell’altro Giovanni… Un uomo che ha ucciso… ma mi fa solo pietà. Giuda mi fa paura».

78«Amalo, Madre! Amalo, per amor mio!».

79«Sì, Figlio. Ma non servirà neppure il mio amore. Sarà solo sofferenza a me e colpa in lui. Oh! perché mai è entrato! Turba tutti, offende Pietro che è degno di ogni rispetto».

80«Sì. Pietro è molto buono. Per lui farei qualunque cosa, perché lo merita».

81«Se ti sentisse direbbe col suo buon sorriso schietto: “Ah! Signore, ciò non è vero!”. E avrebbe ragione».

La potenza della parola di Maria

82«Perché, Madre?». Ma Gesù sorride già perché ha capito.

«Perché Tu non lo accontenti dandogli un figlio. Mi ha detto tutte le sue speranze, i suoi desideri… e le tue ripulse».

83«E non ti ha detto le ragioni con cui le ho giustificate?».

«Sì. Me le ha dette ed ha aggiunto: “E’ vero… ma io sono un uomo, un povero uomo. Gesù si ostina a vedere in me un grande uomo. Ma io so di essere ben meschino, e perciò… mi potrebbe dare un bambino. Mi ero sposato per averne… muoio senza averne”. E ha detto – accennando al bambino che, felice della bella veste comperata da Pietro, lo aveva baciato dicendogli: “Padre amato” – ha detto: “Vedi, quando questo esserino, che solo dieci giorni sono non conoscevo ancora, mi dice così, io mi sento diventare più morbido del burro e più dolce del miele, e piango perché… ogni giorno che passa me lo porta via questo bambino…”

84Maria tace osservando Gesù, studiandolo in volto, aspettando una parola… Ma Gesù ha messo il gomito sul ginocchio, la testa sulla mano, e tace guardando la distesa verde del frutteto.

85Maria gli prende la mano e la carezza e dice: «Simone ha questo grande desiderio… Mentre andavo con lui non ha fatto che parlarmene, e con ragioni così giuste che… non ho potuto dire nulla per farlo tacere. Erano le stesse ragioni che pensiamo tutte noi, donne e madri. Il bambino non è robusto. Fosse stato come eri Tu… oh! allora avrebbe potuto andare incontro alla vita del discepolo senza paura. Ma è così esile!… Molto intelligente, molto buono… ma nulla di più. Quando un tortorino è delicato non si può lanciarlo a volo presto, come si fa con i forti. I pastori sono buoni… ma sempre uomini. I bambini hanno bisogno delle donne. Perché non lo lasci a Simone? Finché gli neghi una creatura proprio nata da lui, comprendo il motivo. Un piccino nostro è come un àncora. E Simone, destinato a tanta sorte, non può avere àncore che lo trattengano. Ma però, devi convenire che egli deve essere il “padre di tutti i figli che Tu gli lascerai. Come può essere padre se non ha fatto scuola con un bambino? Dolce deve essere un padre. Simone è buono, ma dolce no. E’ impulsivo e intransigente. Non c’è che una creaturina che gli possa insegnare l’arte sottile del compatimento per chi è debole… Considera questa sorte di Simone… È bene il tuo successore! Oh! che la devo pur dire questa atroce parola! Ma per tutto il dolore che mi costa a dirla, ascoltami. Mai ti consiglierei cosa che non fosse buona. Marjziam… Tu ne vuoi fare un perfetto discepolo… Ma è ancora bambino. Tu… te ne andrai prima che lui sia uomo. A chi allora darlo, per completarne la formazione, meglio che a Simone? Infine, povero Simone, Tu sai come è stato tribolato, anche per causa di Te, dalla suocera sua; eppure non ha ripreso un granello del suo passato, della sua libertà di or è un anno, per essere lasciato in pace dalla suocera, che neppur Tu hai potuto mutare. E, quella povera creatura di sua moglie? Oh! ha un tale desiderio di amare e di essere amata. La madre… oh!… Il marito? Un caro prepotente… Mai un affetto che le si sia dato senza troppo esigere… Povera donna!… Lasciale il bambino. Ascolta, Figlio. Per ora lo portiamo con noi. Verrò anche io in Giudea. Mi porterai con Te da una mia compagna nel Tempio, e quasi parente, perché da Davide viene. Sta a Betsur. La vedrò volentieri, se ancora vive. Poi, al ritorno in Galilea, lo daremo a Porpora. Quando saremo nei pressi di Betsaida Pietro lo prenderà. Quando verremo qui, lontano, il bambino starà con lei. Ah! ma Tu sorridi ora! Allora fai contenta la tua Mamma. Grazie, mio Gesù».

86«Sì, sia fatto come tu vuoi». Gesù si alza e chiama forte: «Simone di Giona, vieni qui».

87Pietro ha uno scatto e fa di corsa gli scalini: «Che vuoi, Maestro?».

«Vieni qui, uomo usurpatore e corruttore!».

88«Io? Perché? Che ho fatto, Signore?».

«Mi hai corrotto la Madre. Per questo volesti essere solo. Che ti devo fare?». Ma Gesù sorride e Pietro si rassicura.

89«Oh!» dice «mi hai fatto proprio paura! Ma ora ridi… Che vuoi da me, Maestro? La vita? Non ho più che quella, perché mi hai preso tutto… Ma se vuoi te la do».

90«Non ti voglio prendere. Ma ti voglio dare. Però non approfittartene della vittoria e non dare il segreto agli altri, furbissimo uomo che vinci il Maestro con l’arma della parola materna. Avrai il bambino ma…».

91Gesù non può più parlare perché Pietro, che si era inginocchiato, salta in piedi e bacia Gesù con tale impeto che gli mozza la parola.

92«Ringrazia Lei, non Me. Ma però ricorda che questo ti deve essere di aiuto, non di ostacolo…»

93«Signore, non avrai a pentirti del dono… Oh! Maria! Che tu sia sempre benedetta, santa e buona…».

94E Pietro, che è riscivolato in ginocchio, piange proprio, baciando la mano di Maria…

21. La parabola del figlio prodigo[76].

Metodo per rinascere uomo nuovo

Ricostruire l’ anima

1«Giovanni di Endor, vieni qui con Me. Ti devo parlare», dice Gesù affacciandosi sull’uscio.

L’uomo accorre lasciando il bambino al quale insegnava qualcosa. «Che mi vuoi dire, Maestro?», chiede.

«Vieni con Me qui sopra».

2Salgono sulla terrazza e si siedono dalla parte più riparata perché, per quanto sia mattina, il sole è già forte. Gesù gira lo sguardo sulla campagna coltivata, in cui i grani di giorno in giorno divengono d’oro e gli alberi gonfiano le loro frutta. Pare volere attingere il pensiero da quella metamorfosi vegetale.

3«Senti, Giovanni. Oggi Io credo che verrà Isacco per condurmi i contadini di Giocana prima della loro partenza. Ho detto a Lazzaro di prestare a Isacco un carro per fare loro accelerare il ritorno senza tema di giungere con un ritardo che provocherebbe loro un castigo. E Lazzaro lo fa. Perché Lazzaro fa tutto ciò che Io dico. Ma da te voglio un’altra cosa. Ho qui una somma che mi è stata data da una creatura per i poveri del Signore. Generalmente è un mio apostolo l’incaricato di tenere le monete e di dare gli oboli. È Giuda di Keriot generalmente; qualche volta gli altri. Giuda non è presente. Gli altri non voglio siano a cognizione di quel che voglio fare. Anche Giuda questa volta non lo sarebbe. Lo farai tu, in mio nome…».

«Io, Signore?… Io?… Oh! non ne sono degno!…».

4«Ti devi abituare a lavorare in mio nome. Non sei venuto per questo?».

«Sì. Ma pensavo dovere lavorare a ricostruire la povera anima mia».

5«E Io te ne do il mezzo. In che hai peccato? Contro la misericordia e l’amore. Con l’odio hai demolito la tua anima. Con l’amore e la misericordia la ricostruirai. Io te ne darò il materiale. Ti adibirò particolarmente alle opere di misericordia e di amore. Tu sei anche capace di curare, tu sei capace di parlare. Per questo sei atto ad avere cura delle infelicità fisiche e morali, e hai capacità di farlo. Inizierai con quest’opera. Tieni la borsa. La darai a Michea e ai suoi amici. Fànne parti uguali. Ma fàlle così come Io ti dico. La dividi per dieci, poi ne dai quattro parti a Michea: una per sé, una per Saulo, una per Gioele e una per Isaia. E le altre sei le dai a Michea  perché le dia al vecchio padre di Jabé, per sé e per i suoi compagni. Potranno così avere qualche conforto».

6«Va bene ma che dico loro per giustificare?».

«Dirai: “Questo è perché vi ricordiate di pregare per un’anima che si redime”».

«Ma potranno pensare che sia io! Non è giusto!».

«Perché? Non ti vuoi redimere?».

«Non è giusto che pensino che sia io il donatore».

«Lascia, e fa’ come Io dico».

7«Ubbidisco… ma almeno concedimi di mettere anche io qualche cosa. Tanto… ora non mi occorre più nulla. Libri non ne compero più, polli da nutrire non ne ho più. A me basta tanto poco… Tieni, Maestro. Serbo solo un minimo per le spese dei sandali…», ed estrae da una borsa che aveva in cintura molte monete e le aggiunge alle monete di Gesù.

Missione speciale

8«Dio ti benedica per la tua misericordia… Giovanni, fra poco ci lasceremo perché tu andrai con Isacco».

«Me ne duole, Maestro. Ma ubbidisco».

9«Anche a Me duole di allontanarti. Ma ho tanto bisogno di discepoli peregrinanti. Io non basto più. Presto lancerò gli apostoli, poi manderò i discepoli. E tu farai molto bene. Ti serberò a speciali missioni. Intanto con Isacco ti formerai. È tanto buono e lo Spirito di Dio lo ha veramente istruito durante la lunga malattia. Ed è l’uomo che tutto ha sempre perdonato… Lasciarci, del resto, non vuole dire non vederci più. Ci incontreremo sovente, e ogni volta che ci ritroveremo parlerò per te, ricordatelo…».

10Giovanni si piega su se stesso, si nasconde il volto fra le mani con un aspro scoppio di pianto, e geme: «Oh! allora dimmi subito qualche cosa che mi persuada che io sono perdonato… che io posso servire Dio… Se sapessi, ora che è caduto il fumo dell’odio, come vedo la mia anima… e come… e come penso a Dio…».

11«Lo so, non piangere. Resta nell’umiltà, ma non ti avvilire. L’avvilimento è ancora superbia. Solo, solo umiltà abbi. Suvvia, non piangere…».

Giovanni di Endor si calma poco a poco…

12Quando lo vede calmato, Gesù dice: «Vieni, andiamo sotto quel folto di meli e raduniamo i compagni e le donne. Parlerò a tutti, ma ti dirò come Dio ti ama».

13Scendono, radunandosi intorno gli altri man mano che vanno, e si siedono poi a cerchio sotto l’ombra del pometo. Anche Lazzaro, che parlava con lo Zelote, si aggiunge alla compagnia. Venti persone in tutto.

La parabola del figlio prodigo

Il figlio prodigo (Lc 15,11-12)[77].

14«Udite. È una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi.

15Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. Il secondo era intelligente più del maggiore – che in verità era un poco ottuso e si lasciava guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sé – ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmaci i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono. Il padre – era nel suo diritto e nel suo dovere – lo richiamava a vita più saggia. Ma senza alcun utile, tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee.

16Infine un giorno, dopo una disputa più fiera, il figlio minore disse: “Dammi la mia parte dei beni. Così non sentirò più i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno il suo e sia finito tutto”. “Guarda” rispose il padre “che presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarò ingiusto in favore di te e non riprenderò un picciolo a tuo fratello per darlo a te”. “Non ti chiederò nulla. Sta sicuro. Dammi la mia parte”.

Figlio dissoluto (Lc 15,13)[78].

17Il padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. E fatto questo, in pochi giorni, se ne andò in lontano paese dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”, rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, giuoco… vita dissoluta… Presto vide scemare la sostanza e venire avanti la miseria. E con la miseria, a farla più grave, venne nel paese una grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza.

Figlio  superbo (Lc 15,14)[79].

18Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. Andò allora da un riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo: “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie dovizie”. Vedete voi come è stolto l’uomo! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone anziché dire ad un padre: “Perdono! Ho sbagliato!”. Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare il detto dell’Ecclesiastico: “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è maledetto da Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente.

Figlio stolto (Lc 15,15-16)[80].

19L’uomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stolto, mise questo stolto di guardia ai porci – perché si era in paese pagano e vi erano molti porci – e lo mandò a pasturare nei suoi possessi le mandre di porci. Lurido, stracciato, puzzolente, affamato – perché il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui, straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale – vedeva i porci satollarsi delle ghiande e sospirava: “Potessi almeno io pure empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la fame me li fa parere buoni”.

Beneficio della riflessione (Lc 15,17)[81].

20E piangeva pensando ai ricchi festini da satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze… e pensava poi agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sé sempre il meno, lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli… e pensava anche alle parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: “I garzoni di mio padre, anche i più infimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbia…

Frutto dell’umiltà(Lc 15,18-20)[82].

21Infine venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella sapienza, sorse in piedi e disse: “Io vado dal padre mio! È stolto questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? Perché soffrire e nel corpo e più nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal padre mio. È detto. Che gli dirò? Ma quello che è nato qui dentro, in questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! Gli dirò: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’infimo dei tuoi garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passare…”. Non potrò dirgli: “…perché ti amo”. Non lo crederebbe. Ma lo dirà la mia vita, ed egli lo comprenderà, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh! lo spero. Perché mio padre mi ama”.

Il padre misericordioso (Lc 15,20-24)[83].

22E, tornato la sera in paese, si licenziò dal padrone, e mendicando per via tornò a casa sua. Ecco i campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, scarnito dal dolore, ma sempre buono… Il colpevole, guardando quella rovina causata da lui, si fermò intimorito… ma il padre, girando l’occhio, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano, e raggiuntolo gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Solo il padre aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo lui aveva avuto un movimento di amore.

23Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi: “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”. “No, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”. E il figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerà il mio cuore tanto corrotto e diverrò onesto…”.

24Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in distanza e che osservavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste più bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. Perché questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo devono dare. Deve capire che egli è sempre per me il caro bambino ultimo nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettio”. E così fecero i servi.

Il fratello maggiore(Le 15,25-30)[84].

25Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di lumi e udì suoni di strumenti e danze uscire da essa. Chiamò un servo che correva indaffarato e gli disse: “Che avviene?”. E il servo rispose: “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciare”. Ma il primogenito, in collera perché gli pareva ingiustizia tanta festa per il minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e anzi fece per allontanarsi da casa.

L’amore senza misura (Lc 15,3 1-32)[85].

26Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo: “E vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo cogli amici. Questo, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che è stato infingardo e dissipatore e che torna ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo non me lo dovevi fare!”.

27Il padre disse allora stringendoselo al seno: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di loro, e il mondo ti loda per esse. Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua stessa. E credi tu che io non ogni mio alito e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è stato ritornato al nostro amore”. E il primogenito si arrese.

28Così, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nell’andare al Padre, il Padre gli dice: “Non ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha sofferto della tua assenza e che ora è beato per il tuo ritorno”. Chi è in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al fratello redento.

29Ho detto. Rimani, Giovanni di Endor, e tu, Lazzaro. Gli altri vadano a preparare le mense. Presto verremo».

30Tutti si ritirano. Quando Gesù, Lazzaro e Giovanni sono soli, Gesù dice a Lazzaro e Giovanni: «Così si farà dell’anima cara che tu attendi, Lazzaro, e così si fa della tua, Giovanni. La bontà di Dio supera ogni misura»…

Ritorno dell’ Iscariota

31…Gli apostoli, insieme alla Madre e alle donne, vanno verso casa preceduti da Marjziam che saltella correndo avanti. Ma presto ritorna e prende Maria per mano dicendole: «Vieni con me. Ti devo dire una cosa, da soli». E Maria lo accontenta.

32Torcono verso il pozzo, sito in un angolo del cortiletto, tutto velato da una pergola folta che da terra sale con un arco verso la terrazza. Là dietro è l’Iscariota.

33«Giuda, che vuoi? Vai, Marjziam… Parla, che vuoi?».

«Io sono in colpa… Non oso andare dal Maestro né affrontare i compagni… Aiutami…».

34«Ti aiuterò. Ma non pensi quanto dolore dài? Mio Figlio ha pianto per causa tua. E i compagni ne hanno sofferto. Ma vieni. Nessuno ti dirà niente. E, se puoi, non ricadere più in queste colpe. È indegno di un uomo, ed è sacrilego verso il Verbo di Dio».

35«E tu, Madre, mi perdoni?».

«Io? Io non conto presso te che ti senti tanto grande. Io sono la più piccola delle serve del Signore. Come ti puoi preoccupare di me se non hai pietà di mio Figlio?».

«Perché ho anche io una madre e, se ho il tuo perdono, mi pare di avere il suo».

36«Ella non sa questa tua colpa».

«Ma ella mi aveva fatto giurare di essere buono col Maestro. Sono spergiuro. Sento il rimprovero dell’anima di mia madre».

37«Senti questo? E il lamento e il rimprovero del Padre e del Verbo non lo senti? Sei un disgraziato, Giuda! Semini, in te e in chi ti ama, il dolore».

38Maria è molto seria e mesta. Senza acredine parla, ma con molta serietà. Giuda piange.

39«Non piangere. Ma migliorati. Vieni» e lo prende per mano entrando così nella cucina.

40Lo stupore di tutti è vivissimo. Ma Maria previene ogni uscita poco pietosa. Dice: «Giuda è ritornato. Fate come il primogenito dopo il discorso del padre. Giovanni, va’ ad avvisare Gesù».

Giovanni di Zebedeo parte di corsa.

41Un silenzio grava nella cucina… Poi Giuda dice: «Perdonatemi, tu Simone per primo. Hai un cuore tanto paterno. Sono un orfano io pure».

42«Sì, sì, ti perdono. Per favore non parlarne più. Siamo fratelli… e non mi piacciono questi alti e bassi di perdoni chiesti e di ricadute fatte. Avviliscono chi li fa e chi li dà. Ecco Gesù. Vai da Lui. E basta».

43Giuda va mentre Pietro, non potendo fare altro, si dà a spezzare con foga delle legna secche…

22.  Con due parabole sul regno dei Cieli termina la sosta a Betania[86].

La parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13).

Premesse

1Alla presenza dei contadini di Giocana, di Isacco e molti discepoli, delle donne fra cui è Maria Ss. e Marta, e molti di Betania, Gesù parla. Tutti gli apostoli sono presenti. Il bambino, seduto di fronte a Gesù, non perde una parola. Il discorso deve essere iniziato da poco perché ancora viene della gente…

Dice Gesù:

2«…è per questo timore, che sento così vivo in molti, che voglio oggi proporvi una dolce parabola. Dolce per gli uomini di buona volontà, amara per gli altri. Ma costoro hanno il modo di abolire questo amaro. Divengano loro pure di buona volontà, e il rimprovero, suscitato dalla parabola nella coscienza, cesserà di essere.

Usanze e costumi.

3Il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti tra Dio e le anime. Il momento dell’entrata in esso, il giorno degli sponsali.

4Or dunque udite. Da noi è costume che le vergini facciano scorta allo sposo che giunge, per condurlo fra lumi e canti alla casa nuziale insieme alla sua dolce sposa. Quando il corteo lascia la casa della sposa, che velata e commossa si dirige al suo posto di regina, in una casa non sua ma che, dal momento in cui ella diviene una carne con lo sposo, sua diventa, il corteo delle vergini, amiche per lo più della sposa, corre incontro a questi due felici per circondarli di un anello di luci.

Le dieci vergini (Mt 25,1)[87].

5Ora avvenne che in un paese si fece uno sponsale. Mentre gli sposi coi parenti e amici tripudiavano nella casa della sposa, dieci vergini andarono al loro posto, nel vestibolo della casa dello sposo, pronte ad uscire a lui incontro quando un lontano suono di cembali e di canti avesse ad avvertire che gli sposi avevano lasciato la casa della sposa per venire a quella dello sposo. Ma il convito nella casa degli sponsali si prolungava, e scese così la notte.

Cinque savie e cinque stolte (Mt  25,2-5)[88].

6Le vergini, voi lo sapete, tengono sempre le lampade accese per non perdere tempo al momento buono. Ora fra queste dieci vergini, dalle lampade accese e ben lucenti, ve ne erano cinque savie e cinque stolte. Le savie, piene di prudenza, si erano provviste di piccoli vasi pieni d’olio, per potere alimentare le lampade se la durata dell’attesa fosse stata più lunga del prevedibile, mentre le stolte si erano limitate ad empire per bene le lampadette.

“Ecco lo sposo!”  (Mt 25,6-10)[89].

7Un’ora passò dopo l’altra. Gai discorsi, racconti, facezie rallegrarono l’attesa. Ma poi non seppero più che dire, né che fare. E, annoiate o anche semplicemente stanche, le dieci fanciulle si sedettero più comodamente, con le loro lampade accese e ben vicine, e piano piano si addormentarono.

8Venne la mezzanotte e si udì un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”. Le dieci fanciulle sorsero al comando, presero i veli e le ghirlande e si acconciarono, e corsero alla mensola dove erano le lampade. Cinque di esse languivano ormai… Il lucignolo, non più nutrito dall’olio, tutto consumato, fumigava con sprazzi sempre più deboli, pronto a spegnersi al minimo soffio d’aria; mentre le altre cinque lampade, alimentate prima del sonno dalle prudenti, avevano fiamme ancor vive che si fecero ancora più vive per il nuovo olio aggiunto al vasello del lume.

9“Oh!”, pregarono le stolte, “dateci un poco del vostro olio, perché altrimenti le lampade si spegneranno al solo muoverle. Le vostre sono già belle!…”. Ma le prudenti risposero: “Fuori è il vento della notte e cade la guazza a grosse gocce. Mai non basta l’olio per fare una robusta fiamma che possa resistere ai venti e all’umidore. Se ve ne diamo, accadrà che a noi pure vacillerà la luce. E ben triste sarebbe il corteo delle vergini senza il palpitare delle fiammelle! Andate, correte dal venditore più vicino, pregate, bussate, fatelo alzare perché vi dia olio”. E quelle, affannate, sgualcendo i veli, macchiandosi le vesti, perdendo le ghirlande nell’urtarsi e nel correre, seguirono il consiglio delle compagne.

Conseguenze della stoltezza (Mt 25,11-13)[90].

10Ma, mentre andavano a comprare l’olio, ecco spuntare dal fondo della via lo sposo con la sposa. Le cinque vergini, munite di lampade accese, gli corsero incontro, e in mezzo a loro gli sposi entrarono in casa per la fine della cerimonia, quando le vergini avrebbero scortato per ultimo la sposa fino alla camera nuziale. L’uscio venne chiuso dopo l’entrata degli sposi, e chi fuori era fuori rimase. E così fu per le cinque stolte che, giunte infine con l’olio, trovarono la porta serrata e inutilmente vi picchiarono contro, ferendosi le mani e gemendo: “Signore, signore, aprici! Siamo del corteo delle nozze. Siamo le vergini propiziatorie, scelte per portare onore e fortuna al tuo talamo”.

11Ma lo sposo, dall’alto della casa, lasciando per un momento gli invitati più intimi da cui si accomiatava mentre la sposa entrava nella stanza nuziale, disse: “In verità vi dico che non vi conosco. Non so chi siate. I vostri visi non erano festanti intorno alla mia amata. Usurpatrici siete. Siate perciò lasciate fuori dalla casa delle nozze”. E le cinque stolte, piangendo, se ne andarono per le strade buie, con l’ormai inutile lume, con le vesti sgualcite, i veli strappati, le ghirlande disfatte o perdute…

Senso della parabola

Le nozze celesti.

12Ed ora sentite il sermone chiuso nella parabola.

Vi ho detto al principio che il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti fra Dio e le anime. Alle nozze celesti sono chiamati tutti fedeli, perché Dio ama tutti i suoi figli. Chi prima, chi poi, si trova al momento degli sponsali, e l’esservi arrivati è gran sorte. Ma ora udite ancora. Voi sapete come le fanciulle reputino onore e fortuna esser chiamate ad ancelle intorno alla sposa. Applichiamo al nostro caso i personaggi e capirete meglio.

Lo Sposo e la sposa.

13Lo sposo è Dio. La sposa, l’anima di un giusto che, superato il periodo del fidanzamento nella casa del Padre, ossia nella tutela e ubbidienza della e alla dottrina di Dio, vivendo secondo giustizia, viene portata nella casa dello Sposo per le nozze.

Le ancelle-vergini.

14Le ancelle-vergini sono le anime dei fedeli che, per l’esempio lasciato dalla sposa – essere stata scelta dallo Sposo per le sue virtù è segno che costei era un esempio vivo di santità – cercano di giungere allo stesso onore, santificandosi.

Le virtù necessarie.

15Sono in veste bianca, netta e fresca, in bianchi veli, coronate di fiori. Hanno lampade accese in mano. Le lampade sono ben pulite, dal lucignolo nutrito di olio del più puro perché non sia maleodorante.

16In veste bianca. La giustizia fermamente praticata dà candida veste e presto verrà il giorno che candidissima sarà, senza neppur più il lontano ricordo di macchia, di un candore super-naturale, di un candore angelico.

17In veste netta. Occorre con l’umiltà tenere sempre netta la veste. Tanto facile è offuscare la purezza del cuore. E chi non è mondo di cuore non può vedere Dio. L’umiltà è come acqua che lava. L’umile si accorge subito, perché ha occhio non offuscato da fumi di orgoglio, di essersi offuscata la veste e corre dal suo Signore e dice: “Ho levato la nettezza a questo mio cuore. Io piango per mondarmi, ai tuoi piedi piango. E tu, mio Sole, imbianca dei tuoi benigni perdoni, dei tuoi paterni amori, la veste mia!”.

18In veste fresca. Oh! la freschezza del cuore! I bambini l’hanno per dono di Dio. I giusti l’hanno per dono di Dio e volontà propria. I santi l’hanno per dono di Dio e per volontà portata all’eroismo. Ma i peccatori, dall’anima lacerata, bruciata, avvelenata, insozzata, non potranno allora mai più avere una veste fresca? Oh! sì che la possono avere. Cominciano ad averla dal momento che si guardano con ribrezzo, l’aumentano quando decidono di cambiare vita, la perfezionano quando con la penitenza si lavano, si disintossicano, si medicano, si ricompongono la loro povera anima; e con l’aiuto di Dio, che non nega soccorso a chi gli chiede santo aiuto, e con la volontà propria, portata al super eroismo — perché in loro non necessita di tutelare ciò che hanno, ma di ricostruire ciò che loro hanno abbattuto, perciò doppia e tripla e settupla fatica — e infine con una penitenza instancabile, implacabile verso l’io che fu peccatore, riportano la loro anima ad una nuova freschezza d’infanzia, fatta preziosa dall’esperienza che li fa maestri di altri che sono come erano loro un tempo, ossia peccatori.       

19In bianchi veli. L’umiltà! Io ho detto: “Quando pregate o fate penitenza, fate che il mondo non se ne avveda”[91]. Nei libri sapienziali è detto: “Non è bene svelare il segreto del Re”[92]. L’umiltà è il velo candido messo a difesa sul bene che si fa e sul bene che Dio ci concede. Non gloria per l’amore di privilegio che Dio concede, non stolta gloria umana. Il dono verrebbe subito ritolto. Ma interno canto del cuore al suo Dio: “L’anima mia ti magnifica, o Signore… perché Tu hai rivolto il tuo sguardo alla bassezza della tua serva”[93]».

20Gesù ha una breve sosta e getta uno sguardo verso sua Madre, che avvampa sotto il suo velo e si china tutta, come per ravviare i capelli del bambino che è seduto ai suoi piedi, ma in realtà per celare il suo commosso ricordo…

21«Coronata di fiori. L’anima deve intessersi la sua quotidiana ghirlanda di atti virtuosi, perché al cospetto dell’Altissimo non devono stare cose vizze, né si deve stare in aspetto sciatto. Quotidiana, ho detto. Perché l’anima non sa quando Dio-Sposo può apparire per dire: “Vieni”. Perciò non stancarsi mai di rinnovare la corona. Non abbiate paura. I fiori avvizziscono. Ma i fiori delle corone virtuose non avvizziscono. L’angelo di Dio, che ogni uomo ha al suo fianco, le raccoglie queste ghirlande quotidiane e le porta in Cielo. E là faranno da trono al novello beato quando entrerà come sposa nella casa nuziale.

22Hanno le lampade accese. E per onorare lo Sposo e per guidarsi nella via. Come è fulgida la fede, e che dolce amica ella è! Fa una fiamma raggiante come una stella, una fiamma che ride perché è sicura nella sua certezza, una fiamma che rende luminoso anche lo strumento che la regge. Anche la carne dell’uomo nutrito di fede pare, fin da questa Terra, farsi più luminosa e spirituale, immune da precoce appassimento. Perché chi crede si regge sulle parole e sui comandi di Dio per giungere a possedere Dio, suo fine, e perciò fugge ogni corruzione, non ha turbamenti, paure, rimorsi, non è obbligato ad uno sforzo per ricordarsi le sue menzogne o per nascondere le sue male azioni, e si conserva bello e giovane della bella incorruzione del santo. Una carne e un sangue, una mente e un cuore puliti da ogni lussuria per contenere l’olio della fede, per dare luce senza fumo. Una costante volontà per nutrire sempre questa luce.

23La vita di ogni giorno, con le sue delusioni, constatazioni, contatti, tentazioni, attriti, tende a sminuire la fede. No! Non deve avvenire. Andate giornalmente alle fonti dell’olio soave, dell’olio sapienziale, dell’olio di Dio. Lampada poco nutrita può essere spenta dal minimo vento, può essere spenta dalla pesante guazza della notte. La notte… L’ora delle tenebre, del peccato, della tentazione viene per tutti. È la notte per l’anima. Ma se questa ha se stessa colma di fede, non può la fiamma essere spenta dal vento del mondo, dal caligo delle sensualità.

Vigilanza, vigilanza, vigilanza.

24Infine vigilanza, vigilanza, vigilanza. Chi imprudente si fida dicendo: “Oh! Dio verrà in tempo, mentre ho ancora luce in me”, chi si induce a dormire in luogo di vegliare, e dormire sprovvisto di quanto necessita per sorgere sollecito alla prima chiamata, chi si riduce all’ultimo momento per procurarsi l’olio della fede o il lucignolo robusto della buona volontà, incorre nel pericolo di rimanere fuori quando giunge lo Sposo. Vegliate dunque con prudenza, con costanza, con purezza, con fiducia per essere sempre pronti alla chiamata di Dio, perché in realtà non sapete quando Esso verrà.

25Miei cari discepoli, Io non voglio indurvi a tremare di Dio, ma anzi ad avere fede nella sua bontà. Sia voi che restate, come voi che andate, pensate che, se farete ciò che fecero le vergini savie, sarete chiamati non solo a fare corteggio allo Sposo, ma, come per la fanciulla Ester, divenuta regina al posto di Vasti[94], sarete scelti ed eletti a spose, avendo lo Sposo “trovato in voi ogni grazia e favore sopra ogni altro”. Io vi benedico, voi che andate. Portate in voi e ai compagni questa mia parola. La pace del Signore sia sempre con voi».

La fame di Dio

26Gesù si avvicina ai contadini per salutarli ancora, ma Giovanni di Endor gli sussurra: «Maestro, ormai c’è Giuda…».

27«Non importa. Accompagnali al carro e fa’ ciò che ti ho detto di fare».

28L’assemblea si scioglie lentamente. Molti parlano a Lazzaro… E questo si volge a Gesù che, lasciati i contadini, viene in quel senso e dice: «Maestro, prima che Tu ci lasci, parlaci ancora… Questo vogliono i cuori di Betania».

29«La sera scende. Ma è placida e serena. Se volete riunirvi sui fieni falciati, Io vi parlerò prima di lasciare questo paese amico. Oppure domani, all’aurora. Perché è giunta l’ora del commiato».

«Più tardi! Questa sera!», urlano tutti.

«Come voi volete. Andate ora. Alla metà della prima vigilia vi parlerò»…

La parabola del banchetto nuziale[95]

Beati quelli che Gesù benedice.

30…e instancabile infatti – mentre il sole scompare anche col ricordo del suo rosso, in un primo stridere di grilli, incerto, solitario – Gesù si avvia in mezzo ad un prato falciato da poco e su cui le erbe morenti fanno un tappeto di acuta e morbida fragranza. Lo seguono gli apostoli, le Marie, Marta e Lazzaro con quelli della sua casa, Isacco coi discepoli, e direi tutta Betania. Fra i servi è il vecchione con la donna, i due che sul monte delle Beatitudini hanno trovato un conforto anche per i loro giorni.

31Gesù si ferma a benedire il patriarca, che gli bacia piangendo la mano e che accarezza il bambino, che cammina a fianco di Gesù, dicendogli: «Te beato che lo puoi sempre seguire! Sii buono, sta’ attento, figlio. La tua è una gran ventura! Una gran ventura! Sul tuo capo è sospesa una corona… Oh! te beato!».

32Quando tutti sono a posto Gesù inizia a parlare.

La parola di Gesù è tutto il bene dei poveri.

33«Partiti i poveri amici che avevano bisogno di essere molto confortati nella speranza, nella certezza, anzi, che basta poco sapere per essere ammessi nel Regno, che basta un minimo di verità su cui la buona volontà lavora, parlo ora a voi, molto meno infelici perché in condizioni materiali molto migliori e con maggiori aiuti dal Verbo. Il mio amore va a loro solo col pensiero. Qui, a voi, il mio amore viene anche con la parola. Perciò voi andate trattati, in Terra come in Cielo, con maggiore fortezza, perché a chi più è stato dato più sarà chiesto. Essi, i poveri amici che stanno tornando alla loro galera, non possono che avere un minimo di bene, ed hanno, in compenso, un massimo di dolore. Perciò a loro solo le promesse della benignità, perché ogni altra cosa sarebbe superflua. In verità vi dico che la loro vita è penitenza e santità, e non deve essere imposto loro altro. E in verità anche vi dico che, pari a vergini savie, essi non lasceranno spegnere la loro lampada fino all’ora della chiamata. Lasciarla spegnere? No. È tutto il loro bene questa luce. Non possono lasciarla spegnere.

La virtù della libertà dalle ricchezze

34In verità vi dico che, come Io sono nel Padre, così i poveri sono in Dio. È per questo che Io, Verbo del Padre, ho voluto nascere povero, e povero rimanere. Perché fra i poveri mi sento più prossimo al Padre, che ama i minimi ed è amato da essi con tutta la loro forza. I ricchi hanno tante cose. I poveri hanno solo Dio. I ricchi hanno amici. I poveri sono soli. I ricchi hanno molte consolazioni. I poveri non hanno consolazioni. I ricchi hanno distrazioni. I poveri hanno solo il lavoro. I ricchi hanno tutto reso facile per il denaro. I poveri hanno anche la croce di dover temere malattie e carestie perché sarebbe la fame e la morte per loro. Ma hanno Dio, i poveri. Il loro Amico. Il loro Consolatore. Colui che li distrae dal loro penoso presente con speranze celesti. Colui a cui si può dire — e loro lo sanno dire, lo dicono perché appunto sono poveri, umili, soli —: “Padre, sovvienici della tua misericordia”.

“Padre, sovvienici della tua misericordia”.

35Quanto Io dico in questa terra di Lazzaro, amico mio e amico di Dio sebbene tanto ricco, può parere strano. Ma Lazzaro è l’eccezione fra i ricchi. Lazzaro è giunto a quella virtù difficilissima a trovarsi sulla Terra, e ancor più difficile a mettersi in pratica per insegnamento altrui: la virtù della libertà dalle ricchezze. Lazzaro è giusto. Non si offende. Non si può offendere, perché sa che egli è il ricco-povero e perciò non lo tocca il mio celato rimprovero. Lazzaro è giusto. E riconosce che nel mondo dei grandi è così come Io dico. Perciò Io parlo e dico: in verità, in verità vi dico che è molto più facile che sia in Dio un povero che un ricco; e nel Cielo del Padre mio e vostro, molti seggi saranno occupati da coloro che sulla Terra furono spregiati perché minimi come polvere che si calpesta.

36I poveri serbano in cuore le perle delle parole di Dio. Sono il loro unico tesoro. Chi ha una sola ricchezza veglia su essa. Chi ne ha molte è annoiato e distratto, ed è superbo, ed è sensuale. Per tutto questo non ammira con occhi umili e innamorati il tesoro che Dio ha dato, e lo confonde con altri tesori, solo in apparenza preziosi, tesori che sono le ricchezze della Terra, e pensa: “Degnazione mia se accolgo le parole di uno, pari a me nella carne!”, e ottunde la sua capacità di gustare ciò che è soprannaturale con i sapori forti della sensualità. Sapori forti!… Sì, molto speziati per confondere il loro lezzo e il loro sapore di putredine…

La parabola del banchetto nuziale (Mt 22,2-14).

Il banchetto nuziale (Mt 22,2)[96].

37Ma udite. E capirete meglio come le sollecitudini, le ricchezze e le crapule impediscono l’entrata nel Regno dei Cieli.

38Una volta un re fece le nozze di suo figlio. Potete immaginare che festa fosse nella reggia. Era il suo unico figlio e, giunto all’età perfetta, si sposava con la sua diletta. Il padre e re volle che tutto fosse gioia intorno alla gioia del suo diletto, finalmente sposo con la beneamata. Fra le molte feste nuziali fece anche un grande pranzo. E lo preparò per tempo, vegliando su ogni particolare dello stesso, perché riuscisse splendido e degno delle nozze del figlio del re.

Malizia degli invitati (Mt 22,3-6)[97].

39Mandò per tempo i suoi servi a dire agli amici e agli alleati, e anche ai più grandi nel suo regno, che le nozze erano stabilite per quella data sera e che loro erano invitati, e che venissero per fare degna cornice al figlio del re. Ma amici, alleati e grandi del regno non accettarono l’invito.

40Allora il re, dubitando che i primi servi non avessero parlato a dovere, ne mandò altri ancora, perché insistessero dicendo: “Ma venite! Ve ne preghiamo. Ormai tutto è pronto. La sala è apparecchiata, i vini preziosi sono stati portati da ogni dove, e già nelle cucine sono ammucchiati i buoi e gli animali ingrassati per essere cotti, e le schiave intridono le farine a far dolciumi, ed altre pestano le mandorle nei mortai per fare leccornie finissime a cui mescolano aromi fra i più rari. Le danzatrici e i suonatori più bravi sono stati scritturati per la festa. Venite dunque acciò non sia inutile tanto apparato”.

Nefaste conseguenze della malvagità (Mt 22,7-8)[98].

41Ma amici, alleati e grandi del regno o rifiutarono, o dissero: “Abbiamo altro da fare”, o finsero di accettare l’invito, ma poi andarono ai loro affari, chi al campo, chi ai negozi, chi ad altre cose ancor meno nobili. E infine ci fu chi, seccato da tanta insistenza, prese il servo del re e l’uccise per farlo tacere, posto che insisteva: “Non negare al re questa cosa perché te ne potrebbe venire male”.

42I servi tornarono al re e riferirono ogni cosa, e il re avvampò di sdegno mandando le sue milizie a punire gli uccisori dei suoi servi e a castigare quelli che avevano sprezzato il suo invito, riservandosi di beneficare quelli che avevano promesso di venire. Ma la sera della festa, all’ora fissata, non venne nessuno.

I commensali del Regno (Mt 22,9-10)[99].

43Il re, sdegnato, chiamò i servi e disse: “Non sia mai che mio figlio resti senza chi lo festeggi in questa sua sera nuziale. Il banchetto è pronto, ma gli invitati non ne sono degni. Eppure il banchetto nuziale del figlio mio deve avere luogo. Andate dunque sulle piazze e sulle strade, mettetevi ai crocicchi, fermate chi passa, adunate chi sosta e portateli qui. Che la sala sia piena di gente festante”.

44I servi andarono. Usciti per le vie, sparsisi sulle piazze, messisi ai crocicchi, radunarono quanti trovarono, buoni o cattivi, ricchi o poveri, e li portarono nella dimora regale, dando loro i mezzi per apparire degni di entrare nella sala del banchetto di nozze. Poi li condussero in quella, ed essa fu piena, come il re voleva, di popolo festante.

La veste nuziale (Mt 22,11-14)[100].

45Ma, entrato il re nella sala per vedere se potevano aver inizio le feste, vide uno che, nonostante gli aiuti dati dai servi, non era in veste di nozze. Gli chiese: “Come mai sei entrato qui senza la veste di nozze?”. E colui non seppe che rispondere, perché infatti non aveva scusanti. Allora il re chiamò i servi e disse loro: “Prendete costui, legatelo nelle mani e nei piedi e gettatelo fuori della mia dimora, nel buio e nel fango gelido. Ivi starà nel pianto e con stridore di denti come ha meritato per la sua ingratitudine e per l’offesa che mi ha fatta, e più che a me al figlio mio, entrando con veste povera e non monda nella sala del banchetto, dove non deve entrare che ciò che è degno di essa e del figlio mio”.

Senso della parabola

Cause che attirano l’ira del Re.

46Come voi vedete, le sollecitudini del mondo, le avarizie, le sensualità, le crudeltà attirano l’ira del re, fanno sì che mai più questi figli delle sollecitudini entrino nella casa del Re. E vedete anche come anche fra i chiamati, per benignità verso suo figlio, vi sono i puniti.

47Quanti al giorno d’oggi, in questa terra alla quale Dio ha mandato il suo Verbo!

48Gli alleati, gli amici, i grandi del suo popolo, Dio veramente li ha invitati attraverso i suoi servi, e più li farà invitare, con invito pressante, man mano che l’ora delle mie nozze si farà vicina. Ma non accetteranno l’invito perché sono falsi alleati, falsi amici, e non sono grandi che di nome perché la bassezza è in loro».

49Gesù va elevando sempre più la voce, e i suoi occhi, alla luce di fuoco che è stato acceso fra Lui e gli ascoltatori per illuminare la sera, nella quale manca ancora la luna che è nella fase decrescente e si alza più tardi, gettano sprazzi di luce come fossero due gemme.

50«Sì, la bassezza è in loro. Per tutto questo essi non comprendono che è dovere e onore per loro aderire all’invito del Re. Superbia, durezza, libidine fanno baluardo nel loro cuore.

51E — sciagurati che sono! — e hanno odio a Me, a Me, per cui non vogliono venire alle mie nozze. Non vogliono venire. Preferiscono alle nozze i connubi con la politica sozza, con il più sozzo denaro, con il sozzissimo senso. Preferiscono il calcolo astuto, la congiura, la subdola congiura, il tranello, il delitto.

52Io tutto questo lo condanno in nome di Dio. Si odia perciò la voce che parla e le feste a cui invita. In questo popolo vanno cercati coloro che uccidono i servi di Dio: i profeti che sono i servi fino ad oggi, i miei discepoli che sono i servi da ora in poi. In questo popolo vanno scelti i turlupinatori di Dio che dicono: “Sì, veniamo”, mentre dentro di sé pensano: “Neanche per idea!”. Tutto questo è in Israele.

Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti

53E il Re del Cielo, perché il Figlio abbia un degno apparato di nozze, manderà a raccogliere sui crocicchi coloro che sono non amici, non grandi, non alleati, ma sono semplicemente popolo che passa. Già — e per mia mano, per la mia mano di Figlio e di servo di Dio — la raccolta si è iniziata. Quali che siano, verranno… E sono già venuti. Ed Io li aiuto a farsi mondi e belli per la festa di nozze.

54Ma ci sarà, oh! per sua sventura ci sarà chi anche della magnificenza di Dio, che gli dà profumi e vesti regali per farlo apparire quale non è — un ricco e degno — vi sarà chi di tutta questa bontà se ne farà un approfitto indegno per sedurre, per guadagnare… Individuo di bieco animo, abbracciato dal polipo ripugnante di tutti i vizi… e sottrarrà profumi e vesti per trarne guadagno illecito, usandoli non per le nozze del Figlio, ma per le sue nozze con Satana.

55Ebbene, questo avverrà. Perché molti sono i chiamati, ma pochi coloro che, per saper perseverare nella chiamata, giungono ad essere eletti. Ma anche avverrà che a queste iene, che preferiscono le putrefazioni al nutrimento vivo, sarà inflitto il castigo di essere gettati fuori della sala del Banchetto, nelle tenebre e nel fango di uno stagno eterno in cui stride Satana il suo orrido riso per ogni trionfo su un’anima, e dove suona eterno il pianto disperato dei mentecatti che seguirono il Delitto invece di seguire la Bontà che li aveva chiamati.

Popolo avvelenato nei suoi capi

Animatori di preghiera

56Alzatevi e andiamo al riposo. Io vi benedico, o cittadini di Betania, tutti. Io vi benedico e vi do la mia pace. E benedico te in particolare, Lazzaro, amico mio, e te, Marta. Benedico i miei discepoli antichi e nuovi che mando per il mondo a chiamare, a chiamare alle nozze del Re. Inginocchiatevi che Io vi benedica tutti. Pietro, di’ l’orazione che vi ho insegnata, e dilla stando qui al mio fianco, in piedi, perché così va detta da chi a ciò è destinato da Dio».

57L’assemblea si inginocchia tutta sul fieno, rimanendo in piedi solo Gesù nel suo abito di lino, alto e bellissimo, e Pietro nella sua veste marrone scuro, acceso di emozione, quasi tremante, che prega, con la sua voce non bella ma virile, andando adagio, per paura di sbagliare: «Padre nostro…».

Si sente qualche singhiozzo… di uomo, di donna…

58Marjziam, inginocchiato proprio davanti a Maria che gli tiene le manine congiunte, guarda con un sorriso d’angelo Gesù e dice piano: «Guarda, Madre, come è bello! E come è bello anche il padre mio! Sembra d’essere in Cielo… Ci sarà la mia mamma, qui, a vedere?».

59E Maria, in un sussurro che finisce in un bacio, risponde: «Sì, caro. Ella è qui. E impara la preghiera».

60«E io? L’imparerò?».

«Ella la sussurrerà all’anima tua mentre tu dormi, ed io te la ripeterò di giorno».

62Il bambino piega indietro la testolina bruna, sul petto di Maria, e sta così mentre Gesù benedice con la sempre solenne benedizione mosaica.

Gesù è serenità e parola

63Poi tutti si alzano, andando ognuno alle proprie case; solo Lazzaro segue ancora Gesù, entrando con Lui nella casa di Simone per stare ancora con Lui. Entrano anche tutti gli altri. L’Iscariota si mette in un angolo semibuio, mortificato. Non osa stringersi a Gesù come fanno gli altri…

64Lazzaro si felicita con Gesù. Dice: «Oh! mi duole di vederti partire. Ma sono più contento che se ti avessi visto andare via ieri l’altro!».

65«Perché, Lazzaro?».

«Perché mi parevi tanto triste e stanco… Non parlavi, poco sorridevi… Ieri e oggi sei tornato il mio santo e dolce Maestro, e ciò mi dà tanta gioia…».

66«Lo ero anche se tacevo…».

67«Lo eri. Ma Tu sei serenità e parola. Noi vogliamo questo da Te. Beviamo a queste fonti la nostra forza. Ed ora queste fonti parevano disseccate. Era penosa la nostra sete… Tu vedi che anche i gentili se ne sono stupiti, e sono venuti a cercarle…».

Cause della distruzione del Tempio

68L’Iscariota, a cui si era accostato Giovanni di Zebedeo, osa parlare: «Già, avevano domandato anche a me… Perché io stavo molto presso l’Antonia, sperando di vederti».

69«Sapevi dove ero», risponde Gesù brevemente.

70«Lo sapevo. Ma speravo che non avresti deluso chi ti attendeva. Anche i romani furono delusi. Non so perché hai agito così…».

71«E sei tu che me lo chiedi? Non sei al corrente degli umori del Sinedrio, dei farisei, degli altri ancora, per Me?».

72«Che? Avresti avuto paura?».

73«No. Nausea. 16Lo scorso anno, quando ero solo — uno solo contro tutto un mondo che neppur sapeva se ero profeta — ho mostrato di non avere paura. E tu sei un acquisto di quella mia audacia. Ho fatto sentire la mia voce contro tutto un mondo di urlatori; ho fatto sentire la voce di Dio ad un popolo che se l’era dimenticata; ho purificato la Casa di Dio dalle sozzure materiali che erano in essa, non sperando di ripulirla delle ben più gravi sozzure morali che in essa hanno nido, perché non ignoro il futuro degli uomini, ma per fare il mio dovere, per lo zelo della Casa del Signore eterno tramutata in una piazza vociante di barattieri, usurai e di ladri, e per scuotere dal torpore quelli che secoli di trascuratezza sacerdotale avevano fatto cadere in letargo spirituale. È stato lo squillo di raccolta al mio popolo per portarlo a Dio… Quest’anno sono tornato… E ho visto che il Tempio è sempre lo stesso… Che è peggio ancora. Non più spelonca di ladri, ma posto di congiura, e poi diverrà sede del Delitto, e poi lupanare, e poi, finalmente, sarà distrutto da una forza più potente di quella di Sansone, schiacciando una casta indegna di chiamarsi santa. Inutile parlare in quel luogo, nel quale, te lo ricordo, mi fu proibito di parlare. Popolo fedifrago! Popolo avvelenato nei suoi capi, che osa interdire che la Parola di Dio parli nella sua Casa! Mi fu proibito. Ho taciuto per amore dei minimi. Non è ancora l’ora di uccidermi. Troppi hanno bisogno di Me, e i miei apostoli non sono ancora forti per ricevere sulle loro braccia la mia prole: il Mondo. Non piangere, Madre; perdona, tu buona, al bisogno di tuo Figlio di dire, a chi vuole o può illudersi, la verità che Io so… Taccio… Ma guai a coloro per i quali Dio tace!… Madre, Marjziam, non piangete!… Ve ne prego. Nessuno pianga».

Ma in realtà piangono tutti più o meno dolorosamente.

74Giuda, pallido come un morto nella sua veste gialla e rossa a righe, osa ancora parlare, con una voce piagnucolosa e ridicola: «Credi, Maestro, che io sono stupito e addolorato… Non so che vuoi dire… Io non so nulla… È vero che io non ho visto nessuno del Tempio. Ho rotto i contatti con tutti… Ma se Tu lo dici sarà vero…».

75«Giuda!… Anche Sadoc non hai visto?».

Giuda china il capo borbottando: «È un amico… Come tale l’ho visto. Non come uno del Tempio…».

Ogni partenza è dolorosa

76Gesù non gli risponde. Si volge a Isacco e a Giovanni di Endor, a cui fa ancora raccomandazioni inerenti al loro lavoro. Intanto le donne confortano Maria che piange e il bambino che piange nel vedere piangere Maria. Anche Lazzaro e gli apostoli sono rattristati.

77Ma Gesù viene a loro. Ha ripreso il suo dolce sorriso e, mentre abbraccia la Madre e carezza il bambino, dice: «Ed ora vi saluto, voi che restate. Perché domani all’alba noi partiremo. Addio, Lazzaro. Addio, Massimino. Giuseppe, Io ti ringrazio per ogni cortesia fatta a mia Madre e alle discepole nella attesa mia. Grazie di tutto. Tu, Lazzaro, benedici ancora Marta in mio nome. Presto ritornerò. Vieni, Madre, al riposo. Anche tu, Maria e Salome, se proprio volete venire voi pure».

«Certo che veniamo!», dicono le due Marie.

78«Allora a letto. La pace a tutti. Dio sia con voi». Fa un gesto di benedizione ed esce tenendo per mano il bambino e abbracciata la Madre…

79La sosta a Betania è finita.

23. Alla grotta di Betlemme la Madre rievoca la nascita di Gesù[101].

Maria rievoca il viaggio a Betlemme

La regina di Betlemme

1Lasciata Betania al primo riso dell’aurora, Gesù va verso Betlemme con sua Madre, Maria di Alfeo e Maria Salome, seguito dagli apostoli e preceduto dal bambino, che trova motivo di gioia da tutto quanto vede: le farfalle che si svegliano, gli uccellini che cantano o sbeccuzzano sul sentiero, i fiori che splendono per i diamanti delle rugiade, l’apparizione di un gregge in cui sono molti agnellini belanti. Superato il torrente che è a sud di Betania, tutto una spuma ridarella fra i sassi, la comitiva si dirige verso Betlemme fra due ordini di colli, tutti verdi di ulivi e di vigneti, con piccoli campi dorati di messi già avviate alla mietitura. La valle è fresca, e abbastanza comoda la via.

2Simone di Giona si fa avanti, raggiungendo il gruppo di Gesù, e chiede: «Si va di qui a Betlemme? Giovanni dice che l’altra volta avete fatto un’altra strada».

3«E’ vero» risponde Gesù. «Ma perché venivamo da Gerusalemme. Di qui è più breve. Al sepolcro di Rachele[102], che le donne vogliono vedere, ci separeremo come avete deciso tempo fa. Ci riuniremo poi a Betsur, dove mia Madre desidera sostare».

4«Già, l’abbiamo detto… Ma sarebbe così bello che ci fossimo tutti… la Madre in specie… perché, infine, la regina di Betlemme e della grotta è Lei, e Lei sa proprio bene tutto… Sentito da Lei… sarebbe diverso, ecco».

5Gesù sorride guardando Simone che insinua dolcemente il suo desiderio.

6«Che grotta, padre?» chiede Marziam.

«La grotta dove è nato Gesù».

«Oh! bello! ci vengo anche io!…»

«Sarebbe bello davvero!» dicono Maria d’Alfeo e Salome.

7«Molto bello!… Sarebbe tornare indietro… a quando il mondo ti ignorava, è vero, ma non ti odiava ancora… Sarebbe ritrovare l’amore dei semplici, che non seppero che credere e amare con umiltà e fede… Sarebbe deporre questo peso di amarezza che mi grava sul cuore da quando ti so così odiato, deporlo là nella tua greppia… Ci deve essere rimasta ancora la dolcezza del tuo sguardo, del tuo respiro, del tuo incerto sorriso, là… e mi carezzerebbero il cuore… E’ così amareggiato!…». Maria parla piano, con desiderio e con mestizia.

8«Allora vi andremo, Mamma. Conducici tu. Oggi sei tu la Maestra e Io il Bambino che impara».

«Oh! Figlio! No! Tu sei sempre il Maestro…»

9«No, Mamma. Simone di Giona ha detto bene. Nella terra di Betlemme sei tu la Regina. E’ il tuo primo castello. Maria, della stirpe di Davide, guida questo piccolo popolo nelle tue dimore».

10L’Iscariota fa per parlare, ma tace. Gesù, che vede l’atto e l’interpreta, dice: «Se qualcuno, per stanchezza o altro, non vuole venire, prosegua per Betsur liberamente». Ma nessuno parla.

Maternità divina

11Proseguono la strada per la fresca valle che va in direzione est-ovest. Poi piegano lievemente a nord per costeggiare un colle che sporge e raggiungono così la via, che da Gerusalemme conduce a Betlemme, proprio presso il cubo sormontato da una cupoletta tonda della tomba di Rachele. Tutti si accostano a pregare con riverenza.

12«Qui abbiamo sostato io e Giuseppe… E’ tutto uguale come allora. Solo differisce la stagione. Allora era una fredda giornata di casleu. Aveva piovuto e le strade si erano fatte pantanose, poi era venuto vento gelido e forse nella notte era venuta brina. Le strade si erano indurite ma, tutte solcate dai carri e dalle folle, erano come un mare pieno di buche, e il mio asinello faticava molto…»

«E tu no, Madre mia?»

13«Oh! io avevo Te!…» e lo guarda con un tal viso beato che commuove. Poi riprende a parlare: «Veniva la sera e Giuseppe era molto preoccupato… Si stava levando sempre più forte un vento tagliente… La gente si affrettava verso Betlemme, urtandosi l’una coll’altra, e molti insolentivano il mio asinello che andava così piano, cercando il posto dove mettere gli zoccoli… Pareva sapesse che c’eri Tu… e che facevi l’ultimo sonno nella cuna del mio seno. Faceva freddo… Ma io ero in un ardore. Ti sentivo venire… Venire? Potresti dire: “C’ero, Mamma, da nove mesi”. Sì. Ma ora era come Tu venissi dai Cieli. I Cieli si abbassavano, si abbassavano su me, ed io ne vedevo gli splendori… Vedevo ardere la Divinità nella sua gioia del prossimo tuo natale, e quei fuochi mi penetravano, mi incendiavano, mi astraevano… da tutto… Freddo… vento… folle… nulla! Io vedevo Dio… Ogni tanto, con sforzo, riuscivo a riportare il mio spirito sulla terra e sorridevo a Giuseppe, che aveva paura del freddo e della fatica per me, e che guidava l’asinello per tema che inciampasse, e che mi ravvolgeva nella coperta per tema che mi raffreddassi… Ma nulla poteva accadere. Le scosse io non le sentivo. Mi pareva di procedere su un cammino di stelle, fra nuvole di candore, sorretta da angeli… E sorridevo… Prima a Te… Ti guardavo, attraverso le barriere della carne, dormire coi pugnelli stretti nel tuo lettino di rose vive, mio boccio di giglio… Poi sorridevo allo sposo così afflitto, così afflitto, per rincuorarlo… Poi alla gente, che non sapeva che già respirava nell’aura del Salvatore…

14Sostammo presso la tomba di Rachele per fare riposare un momento l’asinello e per mangiare un poco di pane e ulive, le nostre provviste da poveri. Ma io non avevo fame. Non potevo avere fame… Ero nutrita dalla mia gioia… Riprendemmo il cammino… Venite. Vi mostro dove incontrammo il pastore… Non abbiate tema che io sbagli. Io rivivo quell’ora e ritrovo ogni luogo perché vedo tutto attraverso ad una gran luce angelica. Forse lo stuolo angelico è di nuovo qui, invisibile ai corpi, ma visibile alle anime col suo luminoso candore, e tutto si svela, e tutto è indicato. Essi non possono sbagliare, e mi conducono… per gioia mia, e per gioia vostra. Ecco, da quel campo a questo venne Elia con le sue pecore, e Giuseppe gli chiese del latte per me. E lì, in quel prato, sostammo mentre lui mungeva il latte caldo e ristoratore, e dava i suoi consigli a Giuseppe.

Betlemme

15Venite, venite… Ecco, ecco il sentiero dell’ultima valletta prima di Betlemme. Abbiamo preso questo perché la strada principale, nella imminenza della città, era un arruffio di persone e di cavalcature… Ecco Betlemme! Oh! cara! Cara terra dei miei padri che mi hai dato il primo bacio di mio Figlio! Ti sei aperta, buona e fragrante come il pane di cui hai il nome[103], per dare il Pane vero al mondo morente di fame! Mi hai abbracciata, tu in cui è rimasto il materno amore di Rachele[104], come una madre, terra santa della davidica Betlemme, primo tempio al Salvatore, alla Stella del mattino[105] nata da Giacobbe[106]  per segnare la rotta dei Cieli a tutta l’Umanità! Guardatela come è bella in questa primavera! Ma anche allora, benché i campi ed i vigneti fossero spogli, era bella! Un velo leggero di brina tornava a splendere sui rami nudi, ed essi divenivano spolverati di diamanti, come fossero avvolti in un impalpabile velo paradisiaco. Ogni casa fumava nel suo camino per l’imminente cena, e il fumo, salendo di scaglione in scaglione fino a questo ciglio, mostrava la città essa pure velata… Tutto era casto, raccolto, in attesa… di Te, di Te, Figlio! La terra ti sentiva venire… E ti avrebbero sentito anche i betlemmiti, perché cattivi non sono, anche se voi non lo credete. Non potevano ospitarci… Nelle case oneste e buone di Betlemme si pigiavano, arroganti come sempre, sordi e superbi, quelli che anche ora lo sono, ed essi non potevano sentire Te…

16Quanti farisei, sadducei, erodiani, scribi, esseniti c’erano mai! Oh! il loro essere ottusi ora viene ancora dall’essere stati duri di cuore allora. Hanno chiuso il cuore all’amore verso la loro povera sorella quella sera… e sono rimasti, e restano nelle tenebre. Hanno respinto Dio fin d’allora, respingendo da loro l’amore del prossimo.

Il Natale: nascita del Bambino Gesù

La grotta

17Venite. Andiamo alla grotta. In città è inutile entrare. I più grandi amici del mio Bambino non ci sono più. Resta la natura amica, nelle sue pietre, nel suo rio, nelle sue legna per fare fuoco. La natura che ha sentito venire il suo Signore… Ecco, venite sicuri. Si gira di qui… Ecco là le macerie della torre di Davide. Oh! cara a me più di una reggia! Benedette rovine! Benedetto rio! Benedetta pianta che come per miracolo ti spogliasti, col vento, di tanti rami perché noi trovassimo legna e potessimo far fuoco!».

18Maria scende svelta verso la grotta, valica il piccolo rio su una tavola che fa da ponte, corre sullo spiazzo che è davanti alle macerie e cade in ginocchio sulla soglia della grotta, si curva e ne bacia il suolo. La seguono tutti gli altri. Sono commossi… Il bambino, che non la lascia un istante, sembra che ascolti una meravigliosa storia, e i suoi occhietti neri bevono parole e gesti di Maria non perdendone uno solo.

19Maria si rialza ed entra dicendo: «Tutto, tutto come allora!… Ma allora era notte… Giuseppe fece lume al mio entrare. Allora, solo allora, smontando dall’asinello, sentii quanto ero stanca e gelata… Un bue ci salutò, andai ad esso, per sentire un poco di calore, per appoggiarmi al fieno… Giuseppe qui, dove io sono, stese il fieno a farmi letto e lo asciugò per me come per Te, Figlio, alla fiammata accesa in quell’angolo… perché era buono come un padre nel suo amore di sposo-angelo… E tenendoci per mano, come due fratelli spersi nel buio della notte, mangiammo il nostro pane e cacio, e poi egli andò là, ad alimentare il fuoco, levandosi il mantello per fare ostacolo all’apertura… In realtà calò il velo davanti alla gloria di Dio che scendeva dai Cieli, Tu, mio Gesù… ed io stetti sul fieno, al tepore dei due animali, ravvolta nel mio mantello e con la coperta di lana… Caro sposo mio!… In quell’ora trepida in cui ero sola davanti al mistero della prima maternità, sempre colma di ignoto per una donna, e per me, nella mia unica maternità, colma anche del mistero di che sarebbe stato vedere il Figlio di Dio emergere da carne mortale, egli, Giuseppe, mi fu come una madre, un angelo fu… il mio conforto… allora, sempre…

L’ estasi

20E poi il silenzio e il sonno che caddero ad avviluppare il Giusto… perché non vedesse ciò che era per me il quotidiano bacio di Dio… E per me, dopo l’intermezzo delle umane necessità, ecco le onde smisurate dell’estasi, venienti dal mare paradisiaco, e che mi sollevavano di nuovo sulle creste luminose sempre più alte, portandomi su, su, con loro, in un oceano di luce, di luce, di gioia, di pace, di amore, fino a trovarmi persa nel mare di Dio, del seno di Dio… Una voce dalla terra, ancora: “Dormi, Maria?”. Oh! così lontana!… Un’eco, un ricordo della terra!… E così debole che l’anima non si scuote, e non so con che rispondo, mentre salgo, salgo ancora in questo abisso di fuoco, di beatitudine infinita, di preconoscimento di Dio… fino a Lui, a Lui… Oh! ma sei Tu che mi sei nato, o sono io che sono nata dai trini Fulgori, quella notte? Sono io che ho dato Te, o Tu mi hai aspirata per darmi? Non so…

21E poi la discesa, di coro in coro, di astro in astro, di strato in strato, dolce, lenta, beata, placida come quella di un fiore portato in alto da un’aquila e poi lasciato andare, e che scende lentamente, sulle ali dell’aria, fatto più bello per una gemma di pioggia, per un briciolo di arcobaleno rapito al cielo, e si ritrova sulla zolla natia… Il mio diadema: Tu! Tu sul mio cuore…

La nascita

22Seduta qui, dopo averti adorato in ginocchio, ti ho amato. Finalmente ti ho potuto amare senza barriere di carne, e da qui mi sono mossa per portarti all’amore di quello che come me era degno d’amarti fra i primi. E qui, fra queste due rustiche colonne, ti ho offerto al Padre. E qui Tu hai riposato per la prima volta sul cuore di Giuseppe… E poi ti ho fasciato e insieme ti abbiamo deposto qui… Io ti cullavo mentre Giuseppe asciugava il fieno alla fiamma e lo teneva caldo poi mettendolo sul suo petto, e poi lì, ad adorarti tutti e due, così, così, curvi su Te come io ora, a bere il tuo respiro, a vedere a che annichilimento può condurre l’amore, a piangere le lacrime che si piangono certo in Cielo per la gioia inesausta di vedere Dio».

I pastori

23Maria, che è andata e venuta nella sua rievocazione, accennando i posti, affannata d’amore, con un bagliore di pianto nell’occhio azzurro e un sorriso di gioia sulla bocca, si curva realmente sul suo Gesù, che si è seduto su un grosso sasso mentre Lei rievoca, e lo bacia fra i capelli, piangendo, adorando come allora…

24«E poi i pastori… essi dentro, qui, ad adorare col loro animo buono e col gran sospiro della terra che entrava con loro, nel loro odore di umanità, di greggi, di fieni; e fuori, e ovunque, gli angeli, ad adorarti col loro amore, i loro canti non ripetibili da creatura umana, e con l’amore dei Cieli, con l’aere dei Cieli che entrava con essi, che portavano essi, fra i loro fulgori… La tua nascita, benedetto!…»

25Maria si è inginocchiata a fianco del Figlio e piange di emozione col capo piegato sui ginocchi di Lui. Nessuno osa parlare per qualche tempo. Più o meno emozionati i presenti si guardano intorno, come se fra le ragnatele e le pietre scabre sperassero vedere dipinta la scena descritta…

26Maria si riprende e dice: «Ecco, io ho detto la infinitamente semplice e infinitamente grande nascita del Figlio mio. Con il mio cuore di donna, non con sapienza di maestro. Altro non c’è, perché fu la cosa più grande della terra, nascosta sotto le apparenze più comuni».

Semplicemente la Madre

Donna e adoratrice

27«Ma il giorno dopo? E poi ancora?» chiedono in molti, fra cui le due Marie.

28«Il giorno dopo? Oh! molto semplice! Fui la madre che dà il latte al suo bambino e che lo lava e fascia come tutte le madri fanno. Scaldavo l’acqua presa al rio sul fuoco acceso lì fuori, perché il fumo non facesse piangere due occhietti azzurri, e poi nell’angolo più riparato, in un vecchio mastello, lavavo la mia Creatura e la mettevo in panni freschi. E al rio andavo a lavare i pannolini e li stendevo al sole… e poi, gioia fra le gioie, mettevo Gesù alla mammella, e Lui succhiava divenendo più colorito, e felice… Il primo giorno, nell’ora più calda, andai a sedermi lì fuori per vederlo bene. Qui la luce filtra, non entra, e lume e fiamma davano bizzarri aspetti alle cose. Andai lì fuori, al sole… e guardai il Verbo incarnato. La Madre ha allora conosciuto il Figlio e la serva di Dio il suo Signore. E fui donna e adoratrice… Poi la casa di Anna… i giorni alla tua cuna, i primi passi, la prima parola… Ma questo fu poi, a suo tempo… E nulla, nulla fu pari all’ora del tuo nascere… Solo al ritorno a Dio io ritroverò quella pienezza…» 

Volontà divina

29«Ma però… partire così all’ultimo! Che imprudenza! Perché non attendere? Il decreto prevedeva un termine prolungato per casi eccezionali quali nascite o malattie. Alfeo lo disse…» dice Maria d’Alfeo.

30«Attendere? Oh! no! Quella sera, quando Giuseppe portò la notizia, io e Te, Figlio, balzammo di gioia. Era la chiamata… perché qui, qui solo Tu dovevi nascere come i Profeti avevano detto[107]; e quel decreto improvviso fu come un Cielo pietoso che annullasse a Giuseppe anche il ricordo del suo sospetto[108]. Era quello che attendevo, per Te, per lui, per il mondo giudaico e per il mondo futuro, fino alla fine dei secoli. Era detto. E come era detto, fu. Attendere! Può la sposa mettere attesa al suo sogno nuziale? Perché attendere?».

31«Ma… per tutto quello che poteva accadere…» dice ancora Maria d’Alfeo.

32«Non avevo alcun timore. Mi riposavo in Dio».

«Ma lo sapevi che tutto sarebbe andato così?».

33«Nessuno me lo aveva detto, ed io non vi pensavo affatto, tanto che per rincuorare Giuseppe lasciai dubitare a lui e a voi che ancora vi fosse tempo alla nascita. Ma io sapevo, questo lo sapevo, che nella festa delle luci la Luce[109]  del mondo sarebbe nata».

34«Tu piuttosto, madre, perché non hai accompagnato Maria? E il padre perché non vi pensò? Dovevate bene venire voi pure qui! Non vi venimmo tutti?» chiede severo Giuda Taddeo.

35«Tuo padre aveva deciso di venire dopo l’Encenie e lo disse al fratello. Ma Giuseppe non volle aspettare».

36«Ma tu almeno…» ribatte ancora il Taddeo.

37«Non la rimproverare, Giuda. Di comune accordo trovammo giusto calare un velo sul mistero di questa nascita».

38«Ma Giuseppe sapeva che sarebbe avvenuta con quei segni? Se tu non lo sapevi, poteva saperlo lui?».

39«Non sapevamo nulla, fuorché che Egli doveva nascere».

40«E allora?»

«E allora la Sapienza divina ci guidò così, come era giusto. La nascita di Gesù, la sua presenza nel mondo, doveva apparire priva di tutto quanto fosse di stupendo e che avrebbe aizzato Satana… E voi vedete che l’astio attuale di Betlemme al Messia è una conseguenza della prima epifania del Cristo. Il livore demoniaco usò della rivelazione per fare spargere sangue, e per spargere, per il sangue sparso, odio. Sei contento, Simone di Giona, che non parli e quasi non respiri?».

L’ amore e il potere

41«Tanto… tanto che mi pare di essere fuori del mondo, in un luogo ancor più santo che se fossi oltre il Velano del Tempio… Tanto che… che ora che ti ho vista in questo luogo e con la luce di allora, io tremo di averti trattata, con rispetto, sì, ma come una grande donna, sempre donna. Ora… ora io non oserò più dirti come prima: “Maria”.

42Prima eri per me la Mamma del mio Maestro. Ora, ora ti ho vista sulla cima di quelle onde celesti, Regina ti ho vista, e io, miserabile, faccio così, da quello schiavo che sono» e si butta a terra baciando i piedi di Maria.

43Gesù parla, ora: «Simone, alzati. Vieni qui, ben vicino a Me».

44Pietro va alla sinistra di Gesù, perché Maria è a destra. Che siamo ora noi?» chiede Gesù.

«Noi? Ma siamo Gesù, Maria e Simone».

45«Va bene. Ma quanti siamo?».

«Tre, Maestro».

46«Una trinità, allora. Un giorno in Cielo, nella divina Trinità venne un pensiero: “Ora è tempo che il Verbo vada sulla terra”, e in un palpito d’amore il Verbo venne sulla terra. Si separò perciò dal Padre e dallo Spirito santo[110]. Venne ad operare sulla terra. In Cielo i Due rimasti contemplarono le opere del Verbo, rimanendo più uniti che mai per fondere Pensiero e Amore in aiuto della Parola operante sulla terra[111]. Verrà un giorno che dal Cielo verrà un ordine: “E’ tempo che Tu torni perché tutto è compiuto”, e allora il Verbo tornerà ai Cieli, così… (e Gesù si ritira un passo indietro lasciando Maria e Pietro dove erano) e dall’alto dei Cieli contemplerà le opere dei due rimasti sulla terra, i quali, per movimento santo, si uniranno più che mai, per fondere potere e amore e farne mezzo per compiere il desiderio del Verbo: la redenzione del mondo attraverso il perpetuo insegnamento della sua Chiesa. E il Padre, il Figlio e lo Spirito santo faranno dei loro raggi una catena per stringere, stringere sempre più i due rimasti sulla terra: mia Madre, l’amore; tu, il potere. Dovrai bene, perciò, trattare Maria da regina, sì, ma non da schiavo. Non ti pare?».

47«Mi pare tutto quello che Tu vuoi. Sono annichilito! Io il potere? Oh! se devo essere il potere, allora sì che mi devo appoggiare a Lei! Oh! Madre del mio Signore, non mi abbandonare, mai, mai, mai…»

48«Non avere paura. Ti terrò sempre per mano così, come facevo col mio Bambino finché non fu capace di andare da solo».

Il cantico dei cantici

49«E dopo?».

«E dopo ti sorreggerò con la preghiera. Su, Simone. Non dubitare mai del potere di Dio. Non ne dubitai io, e non Giuseppe. Neppure tu devi dubitare. Dio dà gli aiuti ora per ora, se rimaniamo umili e fedeli… Ora venite qui fuori, presso il rio, all’ombra dell’albero buono che, se fosse più inoltrata l’estate, vi darebbe le sue mele oltre che l’ombra; venite. Mangeremo prima di andare…»

«Dove, Figlio mio?».

«A Jala. E’ vicino. E domani andremo a Betsur».

50Si siedono all’ombra del melo e Maria si mette proprio contro il tronco robusto. Bartolomeo fissamente la guarda, così giovane e ancora animata celestialmente dalla rievocazione fatta, accettare dal Figlio il cibo che Egli ha benedetto e sorridergli con occhi d’amore, e mormora: «”All’ombra di lui mi sono assisa e il suo cibo è dolce al mio palato”.»

51Gli risponde Giuda Taddeo: «E’ vero. Languente ella è d’amore. Ma non si può certo dire che “sotto un melo fu risvegliata”.

52«E perché no, fratello? Che ne sappiamo noi dei segreti del Re?», risponde Giacomo di Alfeo.

53E Gesù sorridendo: «La nuova Eva è stata concepita dal Pensiero ai piedi del paradisiaco pomo perché del suo riso e del suo pianto fugasse il serpente e disintossicasse l’attossicato frutto. Lei si è fatta albero dal frutto redentore. Venite, amici, e mangiatene. Perché nutrirsi della sua dolcezza è nutrirsi del miele di Dio».

54«Maestro, rispondi ad un mio antico desiderio di sapere. Il Cantico che noi stiamo citando prevede Lei?» chiede piano Bartolomeo, mentre Maria si occupa del bambino e parla con le donne.

L’Iscariota questiona sulla incarnazione

55«Dal principio del Libro si parla di Lei, e di Lei si parlerà nei libri futuri finché la parola dell’uomo si muterà nel sempiterno osanna della eterna Città di Dio» e Gesù si volge alle donne.

56«Come si sente che è di Davide! Che sapienza, che poesia!» dice lo Zelote parlando coi compagni.

57«Ecco» interloquisce l’Iscariota, che ancora sotto l’impressione del giorno avanti poco parla, pur cercando di mettersi nella libertà che aveva prima, «ecco, io vorrei capire perché dovette proprio avvenire l’Incarnazione. Solo Dio può parlare in modo da sconfiggere Satana. Solo Dio può avere potere di redenzione. E non lo metto in dubbio. Però, ecco, mi pare che il Verbo poteva avvilirsi meno di quanto abbia fatto nascendo come tutti gli uomini, assoggettandosi alle miserie dell’infanzia e così via. Non avrebbe potuto apparire con forma umana, già adulto, in apparenza di adulto? O, se proprio voleva una madre, scegliersela, ma adottiva, come fece per il padre? Mi pare che una volta gliene chiesi, ma non mi rispose ampiamente, o non lo ricordo io».

58«Chiediglielo! Posto che siamo in argomento…» dice Tommaso.

59«Io no. L’ho fatto inquietare e ancora non mi sento perdonato. Chiedeteglielo voi per me».

60«Ma scusa! Noi accettiamo tutto senza tante delucidazioni, e dobbiamo essere noi a fare domande? Non è giusto!» rimbecca Giacomo di Zebedeo.

61«Cosa è che non è giusto?» domanda Gesù.

Un silenzio, poi lo Zelote si fa interprete di tutti e ripete le domande di Giuda di Keriot e le risposte degli altri.

62«Io non serbo rancore. Questo per prima cosa. Faccio le osservazioni che devo, soffro e perdono. Questo per chi ha paura, frutto ancora del suo turbamento. Riguardo alla Incarnazione reale da Me fatta, dico: è giusto che così sia stato. In futuro molti e molti cadranno in errori sulla mia Incarnazione, prestandomi appunto le erronee forme che Giuda vorrebbe avessi preso. Uomo apparentemente compatto nel corpo, ma in realtà fluido come giuoco di luce, per cui sarei e non sarei una carne. E sarebbe e non sarebbe una maternità quella di Maria. In verità Io sono una carne e in verità Maria è la Madre del Verbo incarnato. Se l’ora della nascita non fu che un’estasi, è perché Ella è la nuova Eva senza peso di colpa e senza eredità di castigo. Ma non ci fu avvilimento in Me a riposare in Lei. Era forse avvilita la manna chiusa nel Tabernacolo? No, anzi ne era onorata per essere in quella dimora. Altri diranno che Io, non essendo carne reale, non patii e non morii durante la mia sosta sulla terra. Sì, non potendo negare che Io ci fui, si negherà la mia Incarnazione reale o la mia Divinità vera. No, che in verità Io sono Uno col Padre in eterno, e Io sono unito a Dio come Carne, perché in verità si può che l’Amore abbia raggiunto l’irraggiungibile nella sua Perfezione rivestendosi di Carne per salvare la carne. A tutti questi errori risponde la mia intera vita, che dà sangue dalla nascita alla morte, e che si è assoggettata a tutto quanto è comune all’uomo, fuorché al peccato. Nato, sì, da Lei. E per vostro bene. Voi non sapete quanto si tempera la Giustizia da quando ha la Donna a sua collaboratrice. Ti ho fatto contento, Giuda?».

«Sì, Maestro».

«Fa’ tu l’altrettanto con Me».

63L’Iscariota curva il capo, confuso, e forse anche realmente toccato da tanta bontà. La sosta si prolunga all’ombra fresca del melo. Chi dorme e chi sonnecchia. Ma Maria si alza e torna nella grotta, e Gesù la segue…


MADRE E MAESTRA DELLE DISCEPOLE

24. Maria SS. rivede il pastore Elia e con Gesù va da Elisa a Betsur[112].

Una crisi di odio

A due a due in cerca di Elia

1«Quasi sicuramente li troveremo se ci rimetteremo sulla via di Ebron per qualche tempo. Ve ne prego. Andate due per due in cerca di essi sui sentieri delle montagne. Da qui alle piscine di Salomone, poi da lì a Betsur. Noi vi seguiremo. E’ la sua zona di pascolo questa» dice il Signore ai dodici, e comprendo che parla dei pastori.

2Gli apostoli si apprestano ad andare ognuno con il compagno preferito, e solo la coppia quasi inseparabile di Giovanni e di Andrea non si unisce, perché tutti e due vanno dall’Iscariota dicendo: «Vengo con te», e Giuda risponde: «Sì, vieni, Andrea. E’ meglio così, Giovanni. Io e te saremmo due che già conosciamo i pastori. Meglio perciò che tu vada con qualche altro».

3«Con me, allora, il ragazzo» dice Pietro lasciando Giacomo di Zebedeo, che senza proteste va con Tommaso, mentre lo Zelote va con Giuda Taddeo, Giacomo di Alfeo con Matteo e i due inseparabili Filippo e Bartolomeo per conto loro. Il bambino resta con Gesù e con le Marie.

4La strada è fresca e bella fra monti tutti verdi per diverse colture boschive e prative. Si incontrano greggi che vanno, nella luce bionda dell’aurora, ai pascoli.

5Ad ogni suono di campanaccio Gesù cessa di parlare e guarda, poi chiede ai pastori se Elia, il pastore betlemmita, è in quei luoghi. Comprendo che ormai Elia è detto «il betlemmita». Anche se altri pastori lo sono, egli è per diritto o per scherno «il betlemmita». Ma nessuno lo sa. Rispondono fermando il gregge e cessando di suonare i loro rustici flauti. I giovani hanno quasi tutti questi primordiali flauti di canne, cosa che fa andare in estasi Marziam, finché un pastore vecchio e buono gli dà quello del nipote dicendo: «Lui se ne farà un altro», e Marjziam se ne va felice col suo strumento a tracolla, anche se per ora non lo sa usare.

“Interrogativi di Marzjiam”

6«Mi piacerebbe tanto incontrarli!» esclama Maria.

«Li troveremo certo. In questa stagione sono verso Ebron, sempre».

7Il bambino si interessa a questi pastori che hanno visto Gesù bambino e fa mille domande a Maria che spiega tutto, paziente e buona.

8«Ma perché li hanno castigati? Non avevano fatto che bene!» chiede il bambino dopo il racconto delle loro sventure.

9«Perché molte volte l’uomo fa degli errori, accusando gli innocenti del male che in realtà ha fatto un altro. Ma siccome loro sono stati buoni ed hanno saputo perdonare, Gesù li ama tanto. Bisogna sempre sapere perdonare».

10«Ma tutti quei bambini che sono stati uccisi come hanno fatto a perdonare a Erode?».

11«Sono piccoli martiri, Marziam, e i martiri sono santi. Essi non solo perdonano al loro carnefice, ma lo amano perché egli apre loro il Cielo».

12«Ma loro sono in Cielo?».

«No, per ora no. Ma sono nel Limbo ad essere gioia dei patriarchi e dei giusti».

«Perché?».

13«Perché hanno detto, arrivando con la loro anima imporporata di sangue: “Eccoci, noi siamo gli araldi del Cristo Salvatore. Gioite, voi che attendete, perché Egli è già sulla terra”. E tutti li amano perché portatori di questa buona novella».

14«La buona novella mi ha detto il padre che è anche la Parola di Gesù. Allora quando mio padre andrà al Limbo dopo averla detta sulla terra, e io anche andrò là, saremo amati noi pure?».

15«Tu non andrai al Limbo, piccino».

«Perché?».

«Perché Gesù sarà già tornato ai Cieli e li avrà aperti, e tutti i buoni alla loro morte andranno subito in Cielo».

16«Io sarò buono, lo prometto. E Simone di Giona? Anche lui, eh? Perché non voglio diventare orfano una seconda volta».

17«Anche lui, sta’ certo. Ma in Cielo non si è orfani. Abbiamo Dio. E Dio è tutto. Neppure qui lo siamo. Perché il Padre è sempre con noi».

18«Ma Gesù, in quella bella preghiera, che tu di giorno e la mia mamma di notte mi avete insegnato, dice: “Padre nostro che sei nei Cieli”. Noi non siamo in Cielo ancora. Come dunque siamo con Lui?».

19«Perché Dio è dappertutto, figlio mio. Egli veglia sul bambino che nasce e sul vecchio che muore. L’infante che nasce in questo momento, nel posto più remoto della terra, ha l’occhio e l’amore di Dio con sé e lo avrà fino alla morte».

Marziam in crisi di odio

20«Anche se è cattivo come Doras?».

«Anche».

21«Ma può amarlo, Dio che è buono, Doras che è tanto cattivo e fa piangere il vecchio padre?».

22«Lo guarda con sdegno e dolore. Ma se egli si pentisse gli direbbe ciò che disse il padre della parabola al figlio pentito. Tu dovresti pregare perché egli si penta e…»

23«Oh! no, Madre! Io pregherò perché muoia!!!» dice con foga il bambino. Per quanto l’uscita sia poco… angelica, il suo impeto è tale e così sincero che gli altri devono per forza ridere.

24Ma poi Maria riprende la sua dolce serietà di maestra: «No, caro. Ciò non lo devi fare per un peccatore. Dio non ti ascolterebbe e guarderebbe anche te con severità. Noi dobbiamo augurare al prossimo, anche se molto cattivo, il maggior bene. La vita è un bene perché dà modo all’uomo di acquistare meriti agli occhi di Dio».

25«Ma se uno è cattivo acquista peccati».

«Si prega perché diventi buono».

26Il bambino pensa… ma non gli va molto giù questa lezione sublime e conclude: «Doras non diventerà buono anche se io prego. E’ troppo cattivo. Neanche se con me pregassero tutti i bambini martiri di Betlemme lo sarebbe. Non sai che… non sai che… che un giorno ha picchiato con una verga di ferro il vecchio padre perché lo ha trovato seduto nell’ora del lavoro? Non poteva alzarsi perché si sentiva male, e lui… lo ha picchiato lasciandolo come morto e poi gli ha dato un calcio nel viso… Io vedevo perché ero nascosto dietro una siepe… Ero andato fin là perché nessuno mi aveva portato pane da due giorni e avevo fame… Ho dovuto scappare per non farmi sentire, perché piangevo a vedere il padre così, con del sangue sulla barba, a terra, come morto… Sono andato piangendo a mendicare un pane… ma quel pane l’ho sempre qui… e ha sapore del sangue e del pianto di mio padre e mio, e di tutti quelli che sono torturati e che non possono amare chi li tortura. Io, Doras, io lo vorrei percuotere perché senta cosa è la percossa, senza pane lo vorrei lasciare perché sappia cosa è la fame, io lo vorrei far lavorare sotto il sole, nel fango, con la minaccia del sorvegliante e senza mangiare, perché sappia cosa è quello che lui dà ai poveri… Io non posso volergli bene perché… perché egli lo uccide il mio vecchio padre, ed io, se non trovavo voi, di chi ero dopo?». Il bambino, preso da un convulso di dolore, grida e piange, tremando, stravolto, coi piccoli pugni chiusi a percuotere l’aria non potendo percuotere l’aguzzino.

27Le donne sono stupite e commosse e cercano di calmarlo. Ma egli è proprio in una crisi di dolore e non sente niente. Urla: «Non posso, non posso amarlo e perdonarlo. Io lo odio, per tutti lo odio, lo odio, lo odio!…»

28Fa pena e paura. È la reazione della creatura che ha troppo sofferto. E Gesù lo dice: «Questo è il più grande delitto di Doras: portare un innocente ad odiare…»

L’odio fa perdere il cielo

29Ma poi prende in braccio il bambino e gli parla: «Ascolta, Marzjiam. Vuoi tu andare un giorno con la mamma, il padre, i fratellini e il vecchio padre?».

«Siii…».

30«E allora non devi odiare nessuno. In Cielo non entra chi odia. Non puoi pregare, per ora, per Doras? Ebbene non pregare, ma non odiare. Sai cosa devi fare? Non devi mai voltarti indietro a pensare il passato…»

«Ma il padre che soffre non è passato…»

31«E’ vero. Ma guarda, Marzjiam, prova a pregare solo così: Padre nostro che sei nei Cieli, pensa Tu a ciò che è desiderio mio…”. Vedrai che il Padre ti ascolta nel migliore dei modi. Se anche tu uccidessi Doras, che faresti? Perderesti l’amore di Dio, il Cielo, l’unione col padre e la madre e non leveresti dalle pene il vecchio che ami. Tu sei troppo piccino per poterlo fare. Ma Dio lo può. Dillo a Lui. Digli: “Tu lo sai come amo il vecchio padre e come amo tutti quelli che sono infelici. Pensaci Tu che puoi tutto”. Come? Non vuoi predicare la Buona Novella? Ma essa parla di amore e perdono! Come puoi dire ad un altro: “Non odiare. Perdona” se tu non sai amare e perdonare? Lascia, lascia fare al buon Dio, e vedrai quanto bene Egli predispone. Lo farai?».

«Sì, perché ti voglio bene».

32Gesù bacia il bambino e lo mette a terra. L’episodio è superato e anche la strada.

L’incontro col pastore Elia

I giardini di Salomone

33I tre grandi bacini scavati nella roccia del monte, un’opera veramente grandiosa, splendono nella superficie limpidissima e nella nappa d’acqua che dal primo bacino scende nel secondo più vasto e da questo nel terzo, che è veramente un piccolo lago e che poi la convoglia nelle sue tubazioni verso città lontane.

34Ma per l’umidità del suolo in questa zona, tutto il monte, dalla sorgente alle piscine e da queste al suolo, è di una fertilità bellissima, e fiori più composti di quelli selvaggi ridono per le coste verdi insieme ad erbe profumate e rare. Sembra che qui siano stati seminati dall’uomo i fiori dei giardini e le erbe profumate, che spargono per l’aria, per il sole che le scalda, i loro aromi di cannella, canfora, garofano, lavanda e altri odori piccanti, fragranti, forti, soavi, in una fusione meravigliosa dei migliori odori della terra. Io direi che è una sinfonia di profumi, perché realmente è il poema delle erbe e dei fiori nelle tinte e nelle fragranze.

35Tutti gli apostoli sono seduti all’ombra di un albero carico di grandi fiori bianchi di cui non so il nome – delle enormi campanelle di smalto bianco, pendule – ondeggianti al minimo soffio di vento, e ad ogni ondulìo e un’onda di fragranza che si sparge. Non conosco il nome di quest’albero. Nel fiore mi ricorda quell’arbusto che è in Calabria, che la chiamano «bottaro», ma nel fusto no certo, perché questo è un albero alto, dal tronco robusto, non un arbusto.

36Gesù li chiama ed essi accorrono. «Abbiamo trovato quasi subito Giuseppe che tornava da un mercato. Questa sera saranno tutti a Betsur. Noi ci siamo riuniti chiamandoci a gran voce e siamo stati qui, al fresco» spiega Pietro.

38«Che bel posto! Pare un giardino! Fra noi si discuteva se era naturale o meno, e c’è chi si ostina in una cosa o nell’altra» dice Tommaso.

39«La terra di Giudea ha di queste meraviglie» dice l’Iscariota, inevitabilmente portato alla superbia da tutto, anche dai fiori e dalle erbe.

40«Sì, ma… io credo che, se per esempio il giardino di Giovanna a Tiberiade venisse abbandonato e divenisse selvaggio, anche la Galilea avrebbe la meraviglia di rose splendide fra le rovine» ribatte Giacomo di Zebedeo.

41«E non sei in errore. In questa zona erano i giardini di Salomone, celebri nel mondo di allora come i suoi palazzi. Forse qui ha sognato il Cantico dei cantici[113], applicando alla Città santa tutte le bellezze cresciute qui per suo volere» dice Gesù.

«Allora avevo ragione io!» dice il Taddeo.

42«Avevi ragione. Sai, Maestro? Egli citava l’Ecclesiaste (Qoèlet)[114], riunendo l’idea dei giardini a quella dei serbatoi, e terminava dicendo: “Però si accorse che ogni cosa è vanità e niente dura sotto al sole, fuorché la Parola del mio Gesù”» dice l’altro fratello Giacomo.

43«Io ti ringrazio. Ma ringraziamo anche Salomone. Suoi o non suoi gli originari fiori. Certamente sue le vasche che alimentano erbe e uomini. Ne sia benedetto. Andiamo allora fino a quel grande rosaio scapigliato che ha fatto una galleria fiorita da albero ad albero. Lì sosteremo. Siamo quasi a mezza via»…  

Panorama e fatti del viaggio

44…E il cammino riprende verso l’ora di nona, quando le ombre si allungano da ogni albero di questa zona molto ben coltivata in ogni sua parte. Sembra di passare in un immenso orto botanico, perché ogni specie di pianta da fusto, da frutto, o di bellezza, vi è rappresentata. I lavoratori della terra spesseggiano per ogni dove ma non si interessano della comitiva che passa. Non è la sola, d’altronde. Altri gruppi di ebrei sono sulla strada, di ritorno dalle feste pasquali.

45La strada è abbastanza buona nonostante sia tagliata fra i monti, e i panorami sempre variati levano la monotonia dell’andare. Ruscelli e torrenti fanno virgole di argento liquido e scrivono parole che poi cantano coi loro mille meandri che si intersecano, che si effondono sotto i boschi, o si nascondono sotto caverne e poi ne escono più belli. Sembra che giuochino con le piante ed i sassi come lieti bambini. Anche Marzjiam ora, completamente rasserenato, giuoca e tenta suonare il suo strumento per imitare gli uccellini. Ma veramente i suoi non sono canti ma lamenti molto discordi, che mi sembrano assai sgraditi ai più difficili della comitiva, ossia a Bartolomeo per l’età sua e a Giuda di Keriot per molti motivi. Ma nessuno parla chiaramente, e il bambino fischia saltellando qua e là. Solo due volte accenna ad un paesello annidato fra i boschi e dice: «E’ il mio?» e diviene tutto pallido. Ma Simone, che se lo tiene ben vicino, risponde: «Il tuo è molto lontano di qui. Vieni, vieni che vediamo di cogliere quel bel fiore per portarlo a Maria» e lo distrae così.

Panorama e fatti del viaggio

46Il tramonto ha inizio quando appare Betsur sulla sua collina, e quasi subito, sulla via secondaria presa per andarvi, ecco i greggi dei pastori e i pastori che accorrono. Ma quando Elia vede che c’è anche Maria, alza le braccia con stupore e resta così, non osando credere a se stesso.

47«La pace a te, Elia. Sono proprio io. Ti era stato promesso e a Gerusalemme non fu possibile vederci… Ma non ci pensare. Ora ci vediamo» dice dolcemente Maria.

48«Oh! Madre, Madre!…» Elia non sa che dire. Poi finalmente trova: «Ecco, la mia Pasqua la faccio ora. E’ lo stesso, e meglio ancora».

49«Ma sì, Elia. Abbiamo venduto bene. Possiamo uccidere un agnellino. Oh! siate ospiti della povera tavola…» prega Levi e anche Giuseppe.

50«Questa sera siamo stanchi. Domani. Udite. Conoscete una certa Elisa, sposa ad Abramo di Samuele?».

Elisa di Betsur

Amica-compagna-maestra di Maria

51«Sì. È nella sua casa di Betsur. Ma Abramo è morto e lo scorso anno sono morti i suoi figli. Un male di poche ore il primo, né mai si comprese di che è morto. L’altro andò lentamente e nulla fermò il male. Noi le davamo latte di capra novella, perché i medici lo dicevano buono per il malato. Ne beveva tanto, preso da tutti i pastori, perché la povera madre aveva mandato a cercare chiunque avesse una capra di primo latte nel gregge. Ma non servì a nulla. Quando siamo tornati al piano il giovane non si nutriva più. Quando siamo tornati in adar era morto da due lune».

52«Povera amica mia! Mi voleva bene nel Tempio… un poco parente mi era nell’antenato… Era buona… Uscì, per sposare Abramo al quale era promessa dall’infanzia, due anni prima di me, e la ricordo quando venne per l’offerta del primogenito al Signore. Mi fece chiamare, non me sola, ma mi volle da sola poi per più tempo… E ora è sola… Oh! bisogna che mi affretti a consolarla! Voi restate. Vado con Elia ed entrerò sola. Il dolore vuole rispetto intorno a sé…».

53«Neppure Io, Madre?».

«Tu sempre. Ma gli altri… Neppure tu, piccolino. Sarebbe un dolore. Vieni, vieni, Gesù!».

54«Attendeteci sulla piazza del paese. Cercate un ricovero per la notte. Addio» ordina Gesù a tutti.

55E soli con Elia, Gesù e la Madre vanno fino ad una vasta casa tutta chiusa e silenziosa, alla quale il pastore bussa col suo bastone. Una serva mette il viso al finestrino chiedendo chi è. Maria si fa avanti dicendo: «Maria di Gioacchino e suo Figlio, di Nazareth. Dillo alla tua padrona».

56«E’ inutile. Non vuole vedere nessuno. Si lascia morire nel pianto».

«Provati».

57«No. So come mi caccia se cerco di distrarla. Non vuole nessuno, vedere nessuno, parlare a nessuno. Solo con il ricordo dei figli parla».

58«Vai, donna. Te lo ordino. Dille: “C’è la piccola Maria di Nazareth, quella che nel Tempio t’era figlia…”. Vedrai che mi vuole».

59La donna se ne va scuotendo il capo. Maria spiega al Figlio e al pastore: «Elisa era molto più vecchia di me. Attendeva nel Tempio il ritorno dello sposo, andato in Egitto per affari di eredità, e vi stette perciò fino ad età insolita. Ha quasi dieci anni di più. Le maestre usavano dare alle piccine delle allieve adulte per guidarle… e lei fu la mia compagna-maestra. Era buona e… Ecco la donna».

60Infatti la servente accorre stupita e apre il portone ben largo: «Entra, entra!» dice. E poi a bassa voce: «Te benedetta che la fai uscire da quella stanza».

61Elia si congeda ed entrano Maria col Figlio.

«Ma quest’uomo, veramente… Per pietà! Ha l’età di Levi…»

62«Lascialo entrare. È mio Figlio e la consolerà più di me».

63La donna si stringe nelle spalle e li precede per il lungo vestibolo di una bella ma triste casa. Tutto è pulito, ma tutto pare morto…

Elisa, vedova sconsolata

64Una donna alta, ma che va curva nelle sue vesti oscure, viene avanti per l’andito in penombra.

65«Elisa! Cara! Sono Maria!» dice Maria correndole incontro e abbracciandola.

66«Maria? Tu… Credevo morta tu pure. Mi era stato raccontato… quando? Non so più!… Ho un vuoto qui nella testa… Mi era stato detto che tu eri morta con molte madri dopo la venuta dei Magi. Ma chi mi ha detto che tu eri la Madre del Salvatore?».

«I pastori forse…»

67«Oh! i pastori!». La donna ha uno scoppio di pianto angoscioso. «Non lo dire quel nome. Mi ricorda l’ultima speranza per la vita di Levi… Eppure… sì… un pastore mi parlò del Salvatore, ed io ho ucciso mio figlio portandolo al posto dove si diceva che era il Messia, presso il Giordano. Ma non c’era nessuno… e mio figlio è tornato in tempo per morire… La fatica, il freddo… io l’ho ucciso… Ma non ho voluto essere assassina. Mi si diceva che Egli, il Messia, guariva i morbi… e l’ho fatto per quello… Ora mio figlio mi accusa di averlo ucciso…»

68«No, Elisa. Sei tu che lo pensi. Ascolta. Io credo che tuo figlio invece mi ha proprio presa per mano dicendo: “Vieni dalla mia cara mamma. Portale il Salvatore. Io sto meglio qui che sulla terra. Ma lei sente solo il suo pianto, e non può udire le parole che io le sussurro fra i baci, povera mamma che è come posseduta da un demone che la tenta alla disperazione, perché ci vuole divisi. Mentre, se lei si rassegna e crede che Dio tutto fa per un fine di bene, saremo uniti per sempre, col padre e col fratello. Gesù lo può fare”. Ed io sono venuta… con Lui… Non lo vuoi vedere?…»

69Maria ha parlato tenendo sempre fra le braccia la sventurata, baciandola sui capelli grigi, e con una dolcezza quale Lei sola la può avere.

70«Oh! fosse vero! Ma perché, perché allora Daniele non è venuto da te, a dirti di venire prima?… Ma chi mi ha detto un tempo che eri morta? Non ricordo… non ricordo… Anche per questo ho aspettato forse troppo a venire dal Messia. Ma avevano detto che era morto Lui, tu, tutti a Betlemme…»

La speranza della risurrezione

71«Non pensare a chi l’ha detto. Vieni, guarda, qui è mio Figlio. Vieni da Lui. Fa contente le tue creature e la tua Maria. Lo sai che soffriamo a vederti così?». E la conduce verso Gesù, che si è messo in un angolo buio e che solo ora si fa avanti, sotto ad un lume che la donna di servizio ha messo su un alto scrigno.

72La povera madre alza il capo… e vedo allora che è l’Elisa che era anche sul Calvario fra le pie donne. Gesù le tende le mani con atto di invito tutto amore. La sventurata lotta un poco, poi gli affida le sue e infine di colpo si abbandona sul petto di Gesù gemendo: «Dimmelo, dimmelo che io non ho colpa della morte di Levi! Dimmelo che essi non sono perduti per sempre! Dimmelo che presto io sarò con loro!…».

73«Sì, sì. Ascolta. Essi sono tripudianti ora che tu sei fra le mie braccia. Presto Io andrò da loro, e che devo loro dire, allora? Che tu non ti rassegni al Signore? Questo devo dire? Le donne d’Israele, le donne di Davide, così forti, così savie, devono avere una smentita in te? No. Tu soffri, ma perché hai sofferto sola. Il tuo dolore e te. Tu e il dolore. Non può sopportarsi allora. Non hai più presenti le parole di speranza su coloro che la morte ci ha presi? “Io vi trarrò dai vostri sepolcri e vi condurrò nella terra di Israele. E voi conoscerete che Io sono il Signore quando avrò aperto le vostre tombe e vi avrò tratti dai vostri sepolcri. Quando avrò infuso in voi il mio spirito avrete vita”[115]. La terra d’Israele, per i giusti addormentati nel Signore, è il Regno di Dio. Io lo aprirò e lo darò a quelli che attendono».

74«Anche al mio Daniele? Anche al mio Levi?… Aveva tanto ribrezzo della morte!… Non poteva pensare di essere lontano dalla sua mamma. Per questo io volevo morire e andare al suo fianco nel sepolcro…».

75«Ma là essi non erano con la loro parte viva. Là erano le cose morte che non potevano udirti. Essi sono nel luogo di attesa…».

76«Ma c’è proprio? Oh! non ti fare scandalo di me. La mia memoria se ne è andata in pianto! Ho il capo pieno del rumore del pianto e del rantolo dei figli. Quel rantolo! Quel rantolo!… Mi ha disciolto il cervello. Non ho che quel rantolo qui dentro…»

 78«Ed Io ti ci metterò le parole della vita. Seminerò la Vita, perché Vita Io sono, dove è il fragore della morte. Ricorda il grande Giuda Maccabeo che volle fatto un sacrificio per i morti[116], rettamente pensando che essi sono destinati a risorgere, e che occorre loro accelerare la pace con opportuni sacrifici. Se Giuda il Maccabeo non fosse stato certo della risurrezione, avrebbe pregato e fatto pregare per i morti? Egli invece, come è scritto, pensò che grande ricompensa è riserbata a coloro che muoiono piamente, come certo i tuoi figli fecero… Vedi che dici di sì? Or dunque non disperare. Ma santamente prega per i tuoi morti perché i loro peccati siano annullati prima della mia venuta a loro. Allora, senza un attimo di attesa, verranno con Me in Cielo. Perché Io sono la Via, la Verità e la Vita, e conduco e dico il Vero e do Vita a chi crede al mio Vero e mi segue. Dimmi. I tuoi figli credevano nella venuta del Messia?».

«Certo, Signore. Lo avevano imparato da me questo credere».

79«E Levi credeva possibile la guarigione per mio volere?».

«Sì, Signore. Speravamo in Te ma… non è giovato… ed egli è morto sconfortato dopo avere tanto sperato…». Il pianto della donna riprende più calmo ma più desolato, nella sua calma, di quanto non fosse nella furia di prima.

80«Non dire che non è giovato. Chi crede in Me, anche se è morto, vivrà in eterno… La sera scende, donna. Io raggiungo i miei apostoli. Ti lascio la Madre mia…»

Maria Ss. resta con Elisa

81«Oh! resta Tu pure!… Ho paura che, andando via Tu, mi riprenda quel tormento… Comincia appena appena a calmarsi la bufera sotto il suono delle tue parole…»

82«Non temere! Hai Maria con te. Domani verrò di nuovo. Ho alcune cose da dire ai pastori. Posso dire loro di venire presso la tua casa?…»

83«Oh! sì. Ci venivano anche lo scorso anno per il figlio mio… Dietro alla casa è un orto e poi un rustico cortile. Possono andare là, come facevano allora per tenere raccolte le greggi…».

84«Va bene. Verrò. Sii buona. Ricordati che Maria nel Tempio era affidata a te. Io pure te l’affido questa notte».

85«Sì, sta’ quieto. La curerò, la… Dovrò pensare alla sua cena, al suo riposo… Quanto è che non penso a queste cose! Maria, vuoi dormire nella mia stanza come faceva Levi nella sua malattia? Io nel letto del figlio, tu nel mio. E mi sembrerà di risentire il suo respiro leggero… Mi teneva sempre per mano…».

«Sì, Elisa. E prima parleremo di tante cose».

«No. Sei stanca. Devi dormire».

«Tu pure…»

«Oh! io! Non dormo più da mesi… Piango… piango… Non so fare altro…».

86«Questa sera invece pregheremo e poi andremo nel letto e tu dormirai… Dormiremo con la mano nella mano anche noi due. Va’ pure, Figlio, e prega per noi..».

87«Vi benedico. La pace sia con voi e a questa casa!». E Gesù se ne va con la servente, che è di stucco e non fa che ripetere: «Che miracolo, Signore! Che miracolo! Dopo tanti mesi ha parlato, ha pensato… Oh! che cosa!… Dicevano che moriva folle… E ne avevo pena perché è buona».

88«Sì, è buona, e Dio l’aiuterà perciò. Addio, donna. La pace anche a te».

89Gesù esce nella strada semibuia e tutto ha fine.

25. La fecondità del dolore nel discorso di Gesù presso la casa di Elisa a Betsur[117].

Gli amici di Elisa

1La notizia che Elisa si è persuasa ad uscire dalla sua melanconia tragica si deve essere sparsa per il paese, tanto che quando Gesù, seguito da apostoli e discepoli, va verso la casa, attraversando il paese, molta gente lo osserva attentamente e anche interroga questo o quel pastore per avere spiegazioni su di Lui, su come mai è venuto, su chi sono quelli che sono con Lui, e chi è il bambino, e chi le donne, e che medicina ha dato a Elisa per trarla dalle oscurità della pazzia così subito, non appena apparso, e che farà, e che dirà… E chi più ha voglia di mettere domande ne metta…

2Ultima a farsi è la domanda: «Non si potrebbe venire noi pure?», al che i pastori rispondono: «Questo non lo sappiamo. Bisogna chiederlo al Maestro. Andateci».

3«E se ci tratta male?».

«Egli non tratta male neppure i peccatori. Andate, andate. Ne avrà piacere».

4Un gruppo di persone – donne e uomini per lo più molto adulti, dell’età di Elisa – si consultano e poi vanno avanti, si avvicinano a Gesù, che parla con Pietro e Bartolomeo, e chiamano un poco incerti: «Maestro…»

5«Che volete?» domanda Bartolomeo.

«Parlare col Maestro per chiedere…»

6«La pace venga a voi. Quali domande volete farmi?».

Quelli si rinfrancano davanti al suo sorriso e dicono: «Siamo tutti amici di Elisa, della sua casa. Abbiamo sentito che ella è guarita. Vorremmo vederla. E sentire Te. Possiamo venire?».

«A sentire Me certo. A vedere lei no, amici. Mortificate l’amicizia e anche la curiosità. Perché c’è anche questa. Abbiate rispetto per un grande dolore che non va turbato».

7«Ma non è guarita?».

«Si volge alla Luce. Ma quando cessa la notte viene di un subito il meriggio? E quando si accende un focolare spento la fiamma viene subito forte? Lo stesso è per Elisa. E se un vento intempestivo si avventa sulla fiammella che sorge, non la spegne forse? Abbiate perciò prudenza. La donna è tutta una ferita. Anche l’amicizia potrebbe esasperarla, perché ha bisogno di riposo, di silenzio, di una solitudine non più tragica come era quella di ieri, ma di una solitudine rassegnata, per ritrovare se stessa…»

8«Allora quando mai la vedremo?».

«Più presto che non vi pensiate. Perché ormai è messa nella scia della salute. Ma se sapeste cosa è uscire da quelle tenebre! Sono peggio della morte. E chi ne esce, in fondo, ha vergogna di esservi stato e che il mondo lo sappia».

9«Sei medico?».

«Sono il Maestro».

La convalescente

10Sono giunti davanti alla casa. Gesù si volge ai pastori: «Andate nel cortile. Venga pure con voi chi vuole. Ma che nessuno faccia rumore e non oltrepassi il cortile. Vegliate anche voi» dice agli apostoli «perché ciò avvenga. E voi (parla a Salome e a Maria d’Alfeo) badate che il bambino non faccia chiasso. Addio». E bussa alla porta mentre gli altri scantonano per una viuzza e vanno dove devono.

11La servente apre. Gesù entra fra gli inchini ripetuti della servente.

12«Dove è la tua padrona?».

«Con tua Madre… e, pensa! è scesa nel giardino! Una cosa! Una cosa! E ieri sera è venuta nella stanza dei pasti… Piangeva, ma c’è tornata. Io avrei voluto prendesse anche il cibo invece del goccio di latte solito, ma non ci sono riuscita!».

13«Lo prenderà. Non insistere. Sii paziente anche nel tuo amore per la padrona».

«Sì, Salvatore. Farò tutto quello che dici».

14Io credo infatti che, se Gesù dicesse alla donna di fare le cose più strane, ella le farebbe senza discutere, tanto è persuasa che Gesù è Gesù e che tutto quanto fa è bene. Intanto lo accompagna in un vasto orto-giardino pieno di piante da frutta e di fiori. Ma se le piante da frutto hanno pensato da loro a vestirsi di foglie e a fiorire, a legare i frutticini ed a crescerli, le povere piante da fiore, non più curate da oltre un anno, sono divenute un bosco nano e intricato, dove le piante più deboli e basse di fusto soffocano sotto il peso delle più forti. Aiuole, sentieri, tutti annullati in un unico caotico groviglio. Solo nel fondo, dove le necessità della servente hanno seminato insalate e legumi, vi è un poco di ordine.

15Maria è con Elisa sotto una scapigliatissima pergola che lascia cadere fino a terra tralci e viticci. Gesù si ferma e guarda la sua giovane Madre che, con arte finissima, sveglia e dirige la mente di Elisa a cose ben diverse di quanto erano fino ad ieri i pensieri della desolata.

16La servente va dalla padrona e dice: «E’ venuto il Salvatore».

Le donne si volgono venendo verso di Lui, l’una col suo dolce sorriso, l’altra col suo viso stanco e smarrito.

17«La pace a voi. Bello questo giardino…»

«Era bello…» dice Elisa.

18«E’ fertile la terra. Guarda quante belle frutta si avviano a maturare! E quanti fiori questi rosai! E là? Sono gigli?».

«Sì, intorno ad una vasca dove tanto giocavano i miei bambini. Ma allora era ordinata… Ora è tutto rovinato qui. E non mi pare più il giardino dei miei figli».

19«In pochi giorni tornerà come prima. Ti aiuterò io. Vero, Gesù? Tu mi lasci per qualche giorno, qui con Elisa. Abbiamo tanto da fare..»

«Tutto quanto tu vuoi Io lo voglio».

Elisa lo guarda e mormora: «Grazie».

20Gesù la carezza sulla testa canuta e poi si accomiata per andare dai pastori. Le donne restano nel giardino, ma dopo poco, quando si sente la voce di Gesù, che saluta i presenti, spargersi nell’aria quieta, Elisa, come attirata da una forza irresistibile, si accosta lentamente ad una siepe molto alta, oltre la quale è il cortile. Gesù parla prima ai tre pastori. È proprio vicino alla siepe, avendo di fronte gli apostoli e quei cittadini di Betsur che lo hanno seguito. Le Marie col bambino sono sedute in un angolo.

Da semplici pastori a discepoli del Messia

21Gesù dice: «Ma siete obbligati da contratto oppure potete liberarvi dall’impegno in ogni tempo?».

 «Ecco, veramente siamo servi liberi. Ma lasciarlo subito, ora che le greggi richiedono tante cure e che è difficile trovare pastori, non ci sembra bello».

22«Bello non è. Ma non è necessario subito. Ve lo dico in tempo perché provvediate con giustizia. Vi voglio liberi. Per unirvi ai discepoli e darmi aiuto…»

23«Oh! Maestro!…» I tre sono in estasi dalla gioia.

«Ma saremo capaci?» dicono poi.

24«Non ne ho dubbio. Allora è inteso. Non appena lo potete fare, vi unite a Isacco».

«Sì, Maestro».

25«Andate pure fra gli altri. Dirò due parole alla gente».

E lasciati i pastori si volge alla folla.

Servire Dio nel prossimo (discorso)

Compito degli evangelizzatori

26«La pace sia con voi. Ieri ho sentito parlare due grandi sventurati. L’uno all’aurora della vita, l’altra al tramonto: due anime che piangevano la loro desolazione. Ed ho pianto nel mio cuore con loro, vedendo quanto dolore è sulla terra e come solo Dio lo può sollevare. Dio! La conoscenza esatta di Dio, della sua grande, infinita bontà, della sua costante presenza, delle sue promesse. Ho visto come l’uomo può essere torturato dall’uomo e come può essere travolto dalla morte in desolazioni, sulle quali lavora Satana per aumentare il dolore e per creare rovine. Mi sono detto allora: “Non devono i figli di Dio soffrire di questa tortura nelle torture. Diamo la conoscenza di Dio a chi la ignora, ridiamola a chi l’ha dimenticata sotto bufere di dolore”. Ma anche ho visto che da Me solo non basto più agli infiniti bisogni dei fratelli. E ho deciso di chiamare molti, in numero sempre più grande, perché tutti coloro che hanno bisogno del conforto della conoscenza di Dio lo possano avere.

27Questi dodici sono i primi. Come secondi Me sono capaci di condurre a Me, e perciò al conforto, tutti coloro che piegano sotto pesi troppo grandi di dolore. In verità Io ve lo dico: venite a Me, voi tutti che siete addolorati, disgustati, col cuore ferito, stanchi, ed Io condividerò il vostro dolore e vi darò pace. Venite, attraverso ai miei apostoli, attraverso ai miei discepoli e discepole che ogni giorno si aumentano di nuovi volonterosi. Troverete il conforto nei vostri dolori, la compagnia nelle vostre solitudini, l’amore dei fratelli a farvi dimenticare l’odio del mondo; troverete, alto su tutti, consolatore sopra tutti, compagno perfetto, l’amore di Dio. Non dubiterete più di niente. Non direte mai più: “Tutto è finito per me!”. Ma direte: “Tutto per me ha inizio in un mondo soprannaturale che abolisce le distanze e annulla le separazioni”, per cui i figli orfani saranno riuniti coi genitori assurti al seno d’Abramo, e i padri e le madri, le spose e i vedovi, ritroveranno i figli perduti e il perduto consorte.

Noemi e Rut

28In questa terra di Giudea, ancora prossima a Betlemme di Noemi, Io vi ricordo che l’amore solleva dal dolore e rende gioia.

29Guardate, voi che piangete, la desolazione di Noemi dopo che la sua casa rimase senza uomini. Udite le sue parole di sconfortato commiato ad Orfa e a Rut: “Tornatevene alla casa di vostra madre. Il Signore usi misericordia con voi come voi l’avete usata a quelli che sono morti e con me…”. Udite le sue stanche insistenze. Non sperava più nulla dalla vita colei che un tempo era Noemi la bella e che ora era la tragica Noemi spezzata dal dolore, ma solo tornare, per morire, nei luoghi in cui era stata felice nel tempo della sua giovinezza fra l’amore del marito e i baci dei figli. Diceva: “Andate, andate. Inutile venire con me… Io sono come una morta… La mia vita non è più qui, ma là, nell’oltre vita dove essi sono. Non sacrificate più la vostra giovinezza al fianco di una cosa che muore. Perché realmente io sono ‘una cosa’. Tutto m’è indifferente. Dio tutto mi ha preso… Sono un’angoscia. E farei la vostra angoscia… ed essa mi peserebbe sul cuore. E il Signore me ne chiederebbe ragione, Lui che mi ha già tanto percossa, perché tenere voi, vive, presso me morta, sarebbe egoismo. Andate dalle vostre madri…”

30Ma Rut rimase a sorreggere la dolente vecchiaia. Rut aveva compreso che ci sono dolori sempre più grandi del proprio, e che il suo di giovane vedova era più lieve di quello della donna che aveva perduto, oltre che il marito, i due figli; così come il dolore dell’orfano bambino, che si vede costretto a vivere mendicando, senza mai più carezze, senza più consigli buoni, è ben più grande di quello della madre orbata dei figli; così come il dolore di chi, per un complesso di motivi, giunge all’odio contro l’uman genere e vede in ogni uomo un nemico da cui deve difendersi e temere, è ancora più grande degli altri dolori, perché coinvolge non solo carne e sangue e mente, ma lo spirito con i suoi doveri e diritti soprannaturali, e lo porta a perdersi. Quante madri senza figli per i figli senza madre vi sono nel mondo! Quante vedove senza prole vi sono per essere pietose alle vecchiezze solitarie! Quanti vi sono, fatti privi di amori perché siano tutti per gli infelici, con il loro bisogno di amare e combattere così l’odio, dando, dando, dando amore all’umanità infelice, che sempre più soffre perché sempre più odia!

Volontà di servire

31Il dolore è croce, ma è anche ala. Il lutto spoglia ma per rivestire. Sorgete, voi che piangete! Aprite gli occhi, uscite dagli incubi, dalle tenebre, dagli egoismi! Guardate… Il mondo è la landa dove si piange e muore. E grida: “aiuto!” il mondo, per le bocche degli orfani, dei malati, dei soli, dei dubbiosi, per le bocche di quelli che un tradimento, che una crudeltà fanno prigionieri del rancore. Andate a questi che gridano. Dimenticatevi fra i dimenticati! Guarite fra i malati! Sperate fra i disperati! Il mondo è aperto alle buone volontà di servire Dio nel prossimo e di conquistarsi il Cielo: l’unione con Dio e la riunione con coloro che piangiamo. Qui è la palestra. Là è il trionfo. Venite. Imitate Rut presso tutti i dolori. Dite voi pure: “Io sarò con voi fino alla morte”. E se anche vi risponderanno, queste sventure che si credono insanabili: “Non chiamatemi più Noemi, ma chiamatemi Mara perché Dio mi ha colmata d’amarezze”, persistete. Ed Io in verità vi dico che un giorno, per il vostro persistere, queste sventure esclameranno: “Sia benedetto il Signore che mi ha levata dall’amarezza, dalla desolazione, dalla solitudine, per opera di una creatura che ha saputo far fruttificare il suo dolore in bene. Dio la benedica in eterno perché ella è la mia salvatrice”.

32L’atto buono di Rut presso Noemi, pensatelo, dette al mondo il Messia, perché da David di Isai, da Isai di Obed, viene il Messia, come Obed da Booz, Booz da Salmon, Salmon da Nahasson, Nahasson da Aminadab, Aminadab da Aram, Aram da Esron, Esron da Fares sono venuti, per popolare i campi di Betlemme preparando gli antenati del Signore. Ogni atto buono è origine a grandi cose. Quali voi non vi pensate. E lo sforzo di uno sul proprio egoismo può provocare un’onda tale d’amore che è capace di salire, salire, tenendo fra la sua limpidezza colui che l’ha provocata, sino a portarlo ai piedi dell’altare, al cuore di Dio. Dio vi dia pace».

33E Gesù, senza tornare nel giardino dalla porticina aperta fra la siepe, veglia acciò nessuno si accosti alla siepe, oltre la quale viene un lungo pianto… Solo quando tutti quelli di Betsur se ne sono andati, si allontana coi suoi senza turbare quel pianto salutare…

26. La madre di Giuda si confida con la Madre di Gesù, giunta a Keriot con Simone Zelote[118].

Nella bella casa di Giuda.

A mensa

1Gesù è per andare a mensa nella bella casa di Giuda insieme a tutti i suoi. E dice alla madre di Giuda, venuta dalla sua casa di campagna per ospitare degnamente il Maestro: «No, madre, anche tu devi stare con noi. Qui siamo come una famiglia. Non è il banchetto freddo e compassato degli ospiti casuali. Io ti ho preso un figlio e voglio che tu mi prenda come un figlio, così come Io ti prendo come una madre, perché ne sei ben degna. Non è vero, amici, che così ci sentiremo tutti più contenti e più a nostro agio?».

2Gli apostoli e le due Marie annuiscono con calore. E la madre di Giuda, con un grande luccichio nelle pupille, deve sedersi fra suo figlio e il Maestro, che ha di fronte le due Marie con  Marziam al centro. La servente porta le vivande e Gesù offre e benedice e poi spartisce, perché su questo la madre di Giuda è inflessibile. E spartisce sempre cominciando da lei, cosa che sempre più commuove la donna e inorgoglisce Giuda, e nello stesso tempo lo fa pensoso.

Porfiria, donna quieta, casta e silenziosa

3I discorsi vertono su diversi argomenti, e Gesù cerca interessarne la madre di Giuda e di affiatarla con le due discepole. Molto a questo serve Marziam, che dichiara che lui vuole già molto bene anche alla madre di Giuda «perché si chiama Maria come tutte le donne che sono buone».

4«E a quella che ci aspetta là sul lago non vorrai bene, cattivello?» chiede Pietro semiserio.

«Oh! molto bene, se sarà buona».

5«Per questo ne puoi essere sicuro. Lo dicono tutti e lo devo dire anche io che, se è sempre stata mansueta con sua madre e con me, è proprio segno che è buona. Ma non si chiama Maria, figlio. Ha uno strambo nome, perché il padre le mise quello della cosa che gli aveva dato ricchezza e Porfirea la volle chiamare. La porpora è bella e preziosa. Mia moglie non è bella, ma è preziosa per la sua bontà. E io le ho voluto bene perché era tanto quieta, casta, silenziosa. Tre virtù… eh! non sono facili a trovarsi! L’avevo sbirciata fin da quando era una fanciulla. Scendevo a Cafarnao col pesce e la vedevo alle reti, oppure alla fonte, o anche nell’orto di casa lavorare e tacere, e non era la svagata farfalla che vola qua e là, e neppure la sventata gallinella che gira l’occhio per ogni chicchirichì di gallo. Non alzava mai il capo anche se sentiva voci d’uomo e quando io, innamorato della sua bontà e delle sue splendide trecce, le sue uniche bellezze, e anche… sì, e anche impietosito per la sua condizione di schiava in famiglia, le ho rivolto i primi saluti – allora aveva sedici anni – lei ha risposto a mala pena, calando ancora di più il suo velo e ritirandosi ancora di più in casa. Eh! ce n’è voluto per capire se non le parevo un orco e per mandare avanti il paraninfo!… Ma non me ne pento. Potevo girare tutta la terra, ma un’altra così non la trovavo. Non è vero, Maestro, che è buona?».

6«Molto buona. E sono sicuro che Marziam l’amerà anche se non si chiama Maria. Non è vero, Marziam?».

«Sì. Quella si chiama “mamma”, e le mamme sono buone e si amano».

A due a due per evangelizzare.

7Poi Giuda racconta quanto ha fatto nella giornata. Comprendo che è andato lui ad avvisare la madre della loro venuta, e che poi ha iniziato a parlare nelle campagne di Keriot avendo a compagno Andrea. Dice poi: «Domani vorrei veniste tutti, però. Non voglio brillare da me. Andremo, per quanto si può, un giudeo e un galileo. Io con Giovanni, per esempio, e Simone con Tommaso. Se venisse l’altro Simone! Però voi due (e accenna ai figli di Alfeo) potete andare da voi. Ho detto anche a chi non lo voleva sapere che siete i fratelli del Maestro. E anche voi due (e accenna Filippo e Bartolomeo) potete andare insieme. Ho detto che Natanaele è un rabbi venuto al seguito del Maestro. E’ cosa che fa impressione. E… rimanete voi tre. Ma appena viene lo Zelote si potrà fare una coppia di più. E poi ci alterneremo perché voglio vi conoscano tutti…». Giuda è pieno di brio. «Ho parlato sul decalogo, Maestro, cercando di illustrare specialmente le parti in cui so che questa zona più manca…».

8«Non avere la mano pesante, Giuda. Te ne prego. Abbi sempre presente che ottiene di più la dolcezza che l’intransigenza e che sei uomo tu pure. Perciò esaminati e rifletti come è facile anche a te cascare e come ti irriti per rimproveri troppo aperti» dice Gesù, mentre la madre di Giuda piega la testa avvampando nel volto.

9«Non temere, Maestro. Mi sforzo di imitare Te in tutto. Però, nel paese che vediamo anche da quella porta (mangiano a porte aperte e si vede un bell’orizzonte da questa camera sopraelevata) vi è un infermo che vorrebbe guarire. E non lo si può trasportare. Potresti venire con me?».

10«Domani, Giuda. Domani mattina senza fallo. E se vi sono altri malati ditemelo o conducetemeli».

11«Vuoi proprio beneficare la mia patria, Maestro?»

«Sì. Perché non si dica che sono stato ingiusto verso chi non mi ha fatto del male. Benefico anche i malvagi! Perché allora non i buoni di Keriot? Voglio lasciare un ricordo indelebile di Me…».

12«Ma come? Non torniamo più qui?».

«Ci torneremo ancora, ma…».

Le madri dei segnati

La Madre di Gesù.

13«Ecco la Madre, la Madre con Simone!» trilla il bambino, che vede Maria e Simone salire la scala che conduce alla terrazza su cui è la stanza.

14Tutti si alzano in piedi e vanno incontro ai due che giungono. Rumore di esclamazioni, di saluti, di sedili smossi. Ma nulla distrae Maria dal salutare per primo Gesù e poi la madre di Giuda, che si è profondamente inchinata e che Maria invece rialza e abbraccia come fosse una cara amica ritrovata dopo un’assenza.

15Rientrano nella stanza e Maria di Giuda ordina alla servente nuovi cibi per i sopraggiunti. «Ecco, Figlio, il saluto di Elisa» dice Maria e dà un piccolo rotolo a Gesù, che lo apre e legge, dicendo poi: «Lo sapevo. Ne ero certo. Grazie, Mamma. Per Me e per Elisa. Tu sei veramente la Salute degli infermi!».

16«Io? Tu, Figlio. Non io».

«Tu; e sei il mio più grande aiuto». Poi si volge agli apostoli e alle discepole e dice: «Elisa scrive: “Torna, mia Pace. Ti voglio non solo amare, ma servire”. E così abbiamo levato dalla angoscia, dalla melanconia una creatura, e ci siamo guadagnati una discepola. Ci torneremo, sì».

17«Vuole conoscere anche le discepole. Viene lentamente, ma senza soste. Povera cara! Ha ancora dei momenti di smarrimento pauroso. Vero, Simone? Un giorno volle provare ad uscire con me, ma vide un amico del suo Daniele… e faticammo molto a calmare il suo pianto. Ma Simone è così bravo! E mi ha suggerito, posto che mostra il desiderio di ritornare nel mondo, ma che il mondo di Betsur è troppo pieno di ricordi per lei, di chiamare Giovanna. E’ andato lui a chiamarla. Era tornata, dopo le feste, a Bètér presso i suoi splendidi roseti di Giudea. Dice Simone che gli è sembrato un sogno, attraversando quelle colline tutte a roseto, che gli pareva d’essere nel Paradiso. È venuta subito. Lei può capire e compatire una madre che piange i figli! Elisa le si è molto affezionata ed io sono venuta. Giovanna la vuole persuadere ad uscire da Betsur e ad andare nel suo castello. E ci riuscirà, perché è dolce come una colomba ma ferma come un granito nei suoi voleri».

18«Andremo a Betsur nel ritorno e poi ci separeremo. Voi discepole resterete con Elisa e Giovanna per qualche tempo. Noi andremo per la Giudea e ci ritroveremo a Gerusalemme per la Pentecoste»…

La madre dell’ Iscariota

19Maria SS. e Maria madre di Giuda sono insieme. Non nella casa di città, ma in quella di campagna. Sono sole. Gli apostoli con Gesù sono fuori, le discepole col bambino sono per lo splendido pometo e si sentono le loro voci unite al rumore di panni sbattuti sui lavatoi. Forse fanno il bucato mentre il bambino giuoca. La madre di Giuda, seduta in una stanza in penombra a fianco di Maria, parla alla stessa: «Questi giorni di pace rimarranno come un dolce sogno in me. Troppo brevi! Troppo! Comprendo che non si deve essere egoisti e che è giusto che voi andiate da quella povera donna e da tanti altri infelici. Ma se potessi! Se potessi fermare il tempo, o venire con voi!… Ma non posso. Non ho parenti all’infuori di mio figlio e devo curare i beni della casa…»

20«Comprendo… Separarti dal figlio ti è dolore. Noi madri vorremmo sempre essere con i figli. Ma noi li diamo per una ben grande ragione, e non li perdiamo. Neppure la morte ce li leva i figli, se sono loro, e se siamo noi, in grazia agli occhi di Dio. Ma noi li abbiamo ancora sulla terra, anche se la volontà di Dio li strappa al nostro seno per darli al mondo per il suo bene. Possiamo sempre raggiungerli, e anche l’eco delle loro opere ci dà come una carezza al cuore, perché le loro opere sono il profumo della loro anima».

21«Cosa è tuo Figlio per te, Donna?» chiede piano Maria di Giuda.

E Maria SS., sicura, risponde: «È la mia gioia».

«La tua gioia!!!…» e poi uno scoppio di pianto mentre la madre di Giuda si curva su se stessa come per nascondere questo pianto. Tocca quasi con la fronte i ginocchi tanto si curva su se stessa.

Madre infedele

22«Perché piangi, mia povera amica? Perché? Dillo a me. Io sono felice nella mia maternità, ma so capire anche le madri non felici…».

«Sì. Non felici! E io ne sono una. Tuo Figlio è la tua gioia… Il mio è il mio dolore. Lo è stato almeno. Ora, da quando è con tuo Figlio, meno mi affligge. Oh! fra tutti quelli che pregano per la tua santa Creatura, acciò abbia bene e trionfo, non ce ne è una, dopo te, beata, che preghi quanto questa infelice che ti parla… Dimmi il vero: che pensi tu di mio figlio? Siamo due madri, l’una di fronte all’altra; fra noi è Dio. E parliamo dei nostri figli. Tu non puoi che trovare facile parlare del… io devo far forza a me stessa per parlarne. Ma pure quanto bene, o quanto dolore, mi può venire da questo parlarne! E anche se è dolore sarà sempre un sollievo averne parlato…

23Quella donna di Betsur fu quasi folle per la morte dei figli, non è vero? Ma io ti giuro che delle volte ho pensato e penso, guardando il mio Giuda bello, sano, intelligente, ma non buono, non virtuoso, non dritto di animo, non sano di sentimenti, che preferirei piangerlo morto piuttosto che saperlo… che saperlo molto inviso a Dio. Tu, dimmi, che pensi di mio figlio? Sii schietta. È più di un anno che questa domanda mi brucia il cuore. Ma a chi chiedere? Ai cittadini? Essi non sapevano ancora che il Messia era, e che Giuda voleva andare con Lui. Io lo sapevo. Me lo aveva detto venendo qui dopo la Pasqua, esaltato, violento, come sempre quando lo prende un capriccio e come sempre sprezzante dei consigli di sua madre. Ai suoi amici di Gerusalemme? Una santa prudenza e una pia speranza me ne trattenevano. Non volevo dire a quelli, che io non posso amare perché tutto sono fuorché santi: “Giuda segue il Messia”. E speravo che il capriccio cadesse come tanti altri, come tutti, costando magari lacrime e desolazioni, come per più di una fanciulla che qui e altrove egli innamorò di sé e poi mai prese per sposa.

24Non sai che ci sono luoghi dove egli non va più perché potrebbe incontrare un giusto castigo? Anche l’essere del Tempio fu un capriccio. Non sa ciò che si vuole. Mai. Suo padre, Dio lo perdoni, lo ha guastato. Io non ho mai avuto voce presso i due uomini della mia casa. Ho solo dovuto piangere e riparare con umiliazioni d’ogni sorta… Quando è morta Joanna – e, benché nessuno lo dicesse, io so che morì di dolore quando, dopo aver aspettato per tutta la sua giovinezza, Giuda dichiarò che egli non voleva moglie, mentre poi era noto che a Gerusalemme aveva mandato amici ad interrogare una donna ricca e con empori fino a Cipro per la figlia sua – io ho dovuto piangere molto, molto per i rimproveri della madre della fanciulla morta, come se io fossi complice del figlio mio. No. No lo sono. Ma non sono nulla presso di lui. Lo scorso anno, quando fu qui il Maestro, compresi che Egli aveva capito… e fui per parlare. Ma è doloroso, doloroso è per una madre dover dire: “Temi di mio figlio. E’ un avido, un duro di cuore, un vizioso, un superbo, un instabile”. E’ questo… io prego perché un miracolo, Lui che ne fa tanti, tuo Figlio lo faccia sul mio Giuda… Ma tu, tu, dimmi: che pensi di lui?».

Pregare Dio di fare per il meglio.

25Maria, che è sempre rimasta zitta e con espressione di pietoso dolore davanti a questo lamento materno, al quale non può il suo animo retto dare smentita, dice piano: «Povera madre!… Che penso? Sì, tuo figlio non è l’anima limpida di Giovanni, né il mite Andrea, né il fermo Matteo che si è voluto cambiare ed è cambiato. È… instabile, sì, è così. Ma pregheremo tanto per lui, io e te. Non piangere. Forse nel tuo amore di madre, che vorrebbe potersi gloriare del figlio, tu lo vedi più deforme di quanto non sia…».

«No! No! Io vedo giusto e ho tanta paura».

26La stanza è piena del pianto della madre di Giuda, e nella penombra biancheggia il volto di Maria, fatto più pallido da questa confessione materna che acuisce tutti i sospetti della Madre del Signore. Ma Ella si domina. Attira a sé la madre non felice e la carezza mentre questa, rotte le dighe di ogni ritegno, narra confusamente, affannosamente tutte le durezze, le esigenze, le violenze di Giuda, e termina: «Io arrossisco per lui quando mi vedo fatta segno ad atti di amore di tuo Figlio! Io non glielo chiedo. Ma sono sicura che, oltre che per la sua bontà, Egli lo fa per dire, con l’atto, a Giuda: “Ricordati che così si tratta la madre”. Ora, ora pare tutto buono… Oh! fosse vero! Aiutami, aiutami con la preghiera, tu che sei santa, perché mio figlio non sia un indegno della grande grazia che Dio gli ha concesso! Se non mi vuole amare, se non sa essere riconoscente a me, che l’ho partorito e allevato, non è nulla. Ma che sappia amare, realmente, Gesù; che sappia servirlo con fedeltà e riconoscenza. Se ciò non deve essere, allora… allora Dio gli levi la vita. Preferisco averlo nel sepolcro,… lo avrei finalmente, perché da quando ebbe la ragione ben poco fu mio. Morto, anziché cattivo apostolo. Posso pregare così? Che dici tu?».

27«Prega il Signore che faccia per il meglio. Non piangere più. Ho visto meretrici e gentili ai piedi del Figlio mio, e con essi pubblicani e peccatori. Divenuti tutti agnelli per la sua Grazia. Spera, Maria, spera. Le pene delle madri salvano i figli, non lo sai?…»

28E con questa pietosa domanda cessa ogni cosa.

27. Maria di Magdala è andata
da Maria SS
[119].

L’anima e la verità.

Il prezzo di una anima.

1«Signore, ma è vero che Maria di Magdala ha chiesto perdono a Te, in casa del fariseo?».

«È vero, Tommaso».

2«E Tu glielo hai dato?», chiede Filippo.

«Gliel’ho dato».

«Ma hai fatto male!», esclama Bartolomeo.

3«Perché? Era un pentimento sincero e meritava perdono».

4«Ma non dovevi darlo in quella casa, pubblicamente…», rimprovera l’Iscariota.

«Ma non vedo in che ho errato».

5«In questo: Tu sai chi sono i farisei, quanti cavilli hanno nella testa, come ti sorvegliano, come ti calunniano, come ti odiano. Uno ne avevi a Cafarnao, di amico, ed era Simone. E Tu chiami in casa sua una prostituta per profanare la casa e dare scandalo all’amico Simone».

6«Non l’ho chiamata Io. Vi è venuta. Non era una prostituta. Era una pentita. Ciò cambia molto. Se non si aveva schifo ad avvicinarla prima e a desiderarla sempre, anche in mia presenza, anche ora che ella non è più una carne ma un’anima, non si deve avere schifo di vederla entrare per inginocchiarsi ai miei piedi e piangere accusandosi, avvilendosi nella pubblica umile confessione che è tutta in quel pianto. Simone fariseo ha avuto la casa santificata da un miracolo grande: la risurrezione di un’anima. Sulla piazza di Cafarnao, or sono cinque giorni, mi chiedeva: “Hai fatto quello solo di miracolo?”, e rispondeva da sé: “No certo”, avendo molto desiderio di vederne uno. Gliel’ho dato. L’ho scelto per essere il testimone, il paraninfo di questo fidanzamento dell’anima con la Grazia. Deve esserne fiero».

«Invece ne è scandalizzato. Forse hai perduto un amico».

Verità, onestà e condotta morale non transigono.

7«Ho trovato un’anima. Merita di perdere un uomo con la sua amicizia, la sua povera amicizia d’uomo, pur di rendere l’amicizia con Dio ad un’anima».

8«È inutile. Con Te non si può ottenere umana riflessione. Siamo sulla Terra, Maestro! Ricordatelo. E vigono le leggi e le idee della Terra. Tu agisci col metodo del Cielo, ti muovi nel tuo Cielo che hai in cuore, vedi tutto attraverso luci di Cielo. Povero Maestro mio! Come sei divinamente inetto a vivere fra noi perversi!». Giuda Iscariota lo abbraccia, ammirato e desolato, finendo: «E me ne dolgo perché Tu ti crei, per troppa perfezione, tanti nemici».

9«Non te ne dolere, Giuda. È scritto che così sia. Ma come sai che Simone è offeso?».

«Non ha detto che è offeso. Ma a me e Tommaso ha fatto capire che ciò non andava fatto. Non dovevi invitarla in casa sua, dove non entrano che persone oneste».

10«Bene! Sull’onestà di chi va da Simone piantiamola lì», dice Pietro.

E Matteo: «Io potrei dire che il sudore delle prostitute è colato più volte sui pavimenti, sulle mense, e oltre, di Simone il fariseo».

«Ma non pubblicamente», ribatte l’Iscariota.

«No. Con ipocrisia intesa a celarlo».

«Vedi che allora cambia».

11«Cambia anche l’entrata di una prostituta che entra per dire: “Lascio il mio peccato infame” da quella di una che entra per dire: “Eccomi a te per compiere il peccato insieme”».

«Matteo ha ragione», dicono tutti.

«Sì. Ha ragione. Ma loro non pensano come noi. E bisogna venire a transazioni con loro, adattarsi a loro per averli amici».

12«Questo mai, Giuda. Nella verità, nell’onestà, nella condotta morale, non ci sono adattamenti e transazioni», tuona Gesù. E termina: «Del resto Io so di avere agito bene e per il bene. E basta. Andiamo a congedare questi stanchi».

E va da quelli che, sparsi sotto gli alberi, guardano nella sua direzione con ansia di udirlo.

Il Regno di Dio in parabole (Discorso)

Lo spirito e il fratello corpo

13«La pace a voi tutti, che per stadi e solleoni siete venuti ad udire la Buona Novella.

14In verità vi dico che voi cominciate a comprendere realmente ciò che è il Regno di Dio, quanto sia prezioso il suo possesso e beato l’appartenervi. Ed ogni fatica perde per voi il valore che per altri conserva, perché l’animo comanda in voi e dice alla carne: “Giubila che io ti opprima. È per la tua beatitudine che lo faccio. Quando sarai riunita a me, dopo la finale risurrezione, tu mi amerai per quanto ti ho conculcata e vedrai in me il tuo secondo salvatore”. Non dice così lo spirito vostro? Ma sì che lo dice! Voi ora basate le vostre azioni sull’insegnamento delle mie parabole lontane. Ma ora Io vi do altre luci per sempre più farvi innamorati di questo Regno che vi aspetta e il cui valore non è misurabile.

Parabola del tesoro nascosto (Mt 13,44)[120].

15Udite: Un uomo, andato per caso in un campo per prendere terriccio per portarlo nel suo orticello, nello scavare faticosamente la terra dura trova, sotto qualche strato di terra, un filone di metallo prezioso. Che fa allora quell’uomo? Ricopre con la terra la scoperta fatta. Non gli importa di lavorare più ancora, perché la scoperta merita la fatica. E poi va a casa sua, raggranella tutte le sue ricchezze in denaro o in oggetti e queste ultime le vende per avere molto denaro. Poi va dal padrone del campo e gli dice: “Mi piace il tuo campo. Quanto vuoi per vendermelo?”. “Ma io non lo vendo”, dice l’altro. Ma l’uomo offre somme sempre più forti, sproporzionate al valore del campo, e finisce a sedurre il padrone di esso, il quale pensa: “Questo uomo è un pazzo! Ma, posto che lo è, io me ne avvantaggio. Prendo la somma che mi offre. Non è uno strozzinaggio perché è lui che me la vuole dare. Con essa mi comprerò almeno tre altri campi, e più belli”, e fa la vendita, convinto di avere fatto uno splendido affare. Ma invece è l’altro che fa l’affare splendido, perché si priva di oggetti che possono essere asportati dal ladro o perduti o consumati, e si procura un tesoro che per essere vero, naturale, è inesauribile. Merita dunque di sacrificare quanto ha per questo acquisto, rimanendo per qualche tempo col solo possesso del campo, ma in realtà possedendo per sempre il tesoro celato in esso.

16Voi questo lo avete capito e fate come l’uomo della parabola. Lasciate le effimere ricchezze per possedere il Regno dei Cieli. Le vendete agli stolti del mondo, le cedete ad essi, accettate di essere derisi per questo che agli occhi del mondo pare stolto modo di agire. Fate così, sempre così, e il Padre vostro che è nei Cieli, giubilando, vi darà un giorno il vostro posto nel Regno.

17Tornate alle vostre case prima che venga il sabato, e nel giorno del Signore pensate alla parabola del tesoro che è il Regno celeste. La pace sia con voi».

Maddalena ha superato Marta.

18La gente si sparge lentamente per le vie e i sentieri della campagna, mentre Gesù va alla volta di Cafarnao nella sera che scende.

19Vi giunge a notte fatta. Traversano in silenzio la città silenziosa sotto il lume della luna, che è l’unico lume esistente per le viette oscure e mal selciate. Entrano pure in silenzio nell’orticello a fianco della casa, credendo che tutti siano a letto. Ma invece un lume arde nella cucina e tre ombre, rese mobili per il muoversi della fiammella, si proiettano sul muretto bianco del forno lì vicino.

20«C’è gente che ti aspetta, Maestro. Ma così non può andare! Ora vado a dire che sei troppo stanco. Va’ sulla terrazza, intanto».

21«No, Simone. Vado in cucina. Se Tommaso ha trattenuto queste persone segno è che vi è un serio motivo».

22Ma intanto quelli di dentro hanno sentito il bisbiglio e Tommaso, padrone di casa, viene sulla soglia.

23«Maestro, vi è la solita dama. Ti attende da ieri al tramonto. È con un servo»; e poi, sottovoce: «È molto agitata. Piange senza sosta…».

24«Sta bene. Dille di venire di sopra. Dove ha dormito?».

«Non voleva dormire. Ma infine si è ritirata per qualche ora, verso l’alba, nella mia camera. Il servo l’ho fatto dormire in uno dei vostri letti».

25«Va bene. Dormirà anche questa notte. E tu dormirai nel mio».

«No, Maestro. Andrò sulla terrazza, su delle stuoie. Avrò buon sonno lo stesso».

Gesù sale sul terrazzo. Ecco Marta che sale lei pure.

26«La pace a te, Marta».

Un singhiozzo di risposta.

«Piangi ancora? Ma non sei felice?».

La testa di Marta fa cenno di no.

«Ma perché mai?» …

27Una lunga pausa piena di singhiozzi. Infine, in un gemito: «Da molte sere Maria non è più tornata. E non si trova. Non io, non Marcella, non la nutrice la troviamo… Era uscita ordinando il carro. Era tutta pomposa nelle vesti… Oh! non aveva voluto rimettere la mia!… Non era seminuda, ne ha anche di quelle, ma era molto procace in questa… E ori e profumi ha preso con sé… e non è più tornata. Ha licenziato il servo alle prime case di Cafarnao dicendo: “Tornerò con altra compagnia”. Ma non è più tornata. Ci ha ingannati! Oppure si è sentita sola, forse tentata… o le è accaduto del male… Non è tornata più…». E Marta scivola in ginocchio, piangendo col capo reclinato sull’avambraccio messo su un mucchio di sacchi vuoti.

28Gesù la guarda e dice lento e sicuro, dominatore: «Non piangere. Maria è venuta da Me tre sere or sono. Mi ha imbalsamato i piedi, mi ha messo ai piedi tutti i suoi gioielli. Si è consacrata così, e per sempre, prendendo posto fra le mie discepole. Non la denigrare nel tuo cuore. Ti ha superata».

30«Ma dove, dove è allora mia sorella?», grida Marta alzando un volto sconvolto. «Perché non è tornata a casa? È stata forse assalita? Ha preso forse una barca e si è affogata? Oppure qualche amante respinto l’ha rapita? Oh! Maria! La mia Maria! L’avevo ritrovata e subito l’ho perduta!». Marta è proprio fuori di sé. Non pensa più che quelli abbasso la possono sentire. Non pensa più che Gesù può dirle dove è la sorella. Si dispera senza riflettere a nulla.

31Gesù la prende per i polsi e la costringe a stare ferma, ad ascoltarlo, dominandola con la sua alta statura e col suo sguardo magnetico. «Basta! Voglio da te fede nelle mie parole. Voglio da te generosità. Hai capito?». Non la lascia andare altro che quando Marta si quieta un poco. «Tua sorella è andata a gustarsi la sua gioia, avvolgendosi di una solitudine santa perché è in lei il super sensibile pudore dei redenti. Te l’ho detto in anticipo. Non può sopportare lo sguardo dolce ma indagatore dei parenti sulla sua nuova veste di sposa della Grazia. E ciò che Io dico è sempre vero. Mi devi credere».

Presso la Madre universale.

32«Sì, Signore, sì. Ma la mia Maria è troppo, troppo stata del demonio. Egli l’ha ripresa subito, egli…».

33«Egli si vendica su te della preda perduta per sempre. Devo dunque vedere che tu, la forte, divieni sua preda per un folle sgomento senza ragione d’essere? Devo vedere che per lei, che ora crede in Me, tu perdi la tua bella fede che sempre ti ho conosciuta? Marta! Guardami bene. Ascolta Me. Non ascoltare Satana. Non sai che, quando è costretto ad abbandonare la preda per una vittoria di Dio su di lui, esso si dà subito da fare, questo instancabile torturatore degli esseri, questo instancabile ladro dei diritti di Dio, per trovare altre prede? Non sai che sono le torture di un terzo, che resiste agli assalti perché è buono e fedele, quelle che consolidano la guarigione di un altro spirito? Non sai che nulla è slegato di tutto quanto avviene ed esiste nel creato, ma tutto segue una legge eterna di dipendenze e di conseguenze, per cui l’atto di uno ha ripercussioni naturali e soprannaturali vastissime? 8Tu piangi qui, tu qui conosci il dubbio atroce, e resti fedele al tuo Cristo anche in quest’ora di tenebre. Là, in un punto vicino a te ignoto, Maria sente dissolversi l’ultimo dubbio sulla infinità del perdono avuto, e il suo pianto si muta in sorriso e le sue ombre in luce. È il tuo tormento che l’ha guidata là dove è pace, là dove si rigenerano le anime presso la Generatrice senza macchia, presso quella che è tanto Vita da avere ottenuto di avere dato al mondo il Cristo che è la Vita. Tua sorella è da mia Madre. Oh! non è la prima che raccoglie le vele in quel porto di pace dopo che il raggio soave della viva Stella, Maria, l’ha chiamata a quel seno d’amore per amore, muto e attivo, del Figlio suo! Tua sorella è a Nazareth».

34«Ma come vi è andata se non conosce tua Madre, la tua casa?… Sola… Di notte… Così… Senza mezzi… In quella veste… Tanta strada… Come?».

35«Come? Come va la rondine stanca al nido natio, traversando mari e monti, superando tempeste, nebbie e venti nemici. Come vanno le rondini nei luoghi di svernamento. Per istinto che le guida, per tepore che le invita, per sole che le chiama. Anche lei è corsa al raggio che chiama… alla Madre universale. E la vedremo tornare all’aurora, felice… uscita per sempre dalle tenebre, con una madre al fianco, la mia, e per non essere mai più orfana. Puoi credere questo?».

«Sì, mio Signore».

36Marta è come affascinata. Infatti Gesù è stato veramente dominatore. Alto, eretto, e pure lievemente curvato su Marta inginocchiata, ha parlato lentamente, ma incisivamente, quasi per trasfondere Se stesso nella discepola sconvolta. Poche volte l’ho visto potente così, per persuadere con la parola un suo ascoltatore. Ma alla fine che luce, che sorriso è sul suo volto! Marta lo riflette con un sorriso e una luce più pacata nel suo stesso volto.

«E ora vai al riposo. Con pace».

E Marta gli bacia le mani e scende rasserenata…

28. L’arrivo a Cafarnao, sotto un temporale, di Maria SS. con Maria
di Magdala
[121].

Segno certo di bufera

1«Forse sarà tempesta oggi, Maestro. Vedi là quelle strisce di piombo avanzarsi di dietro all’Hermon? E vedi come si corruga il lago? E senti che soffi di tramontana alternati alle larghe onde calde dello scirocco? Vortice di vento: segno certo di bufera».

2«Fra quanto, Simone?».

«Prima che termini l’ora di prima. Guarda come i pescatori si affrettano a tornare. Sentono che il lago brontola. Fra poco sarà esso pure di piombo, e poi sarà di pece, e poi verrà la furia».

3«Ma se sembra così calmo!», dice Tommaso incredulo.

«Tu conosci l’oro e io l’acqua. Come dico sarà. Non è neppure una tempesta improvvisa. Si prepara con chiari segni. L’acqua è calma alla superficie, appena quel crespo che sembra uno scherzo. Ma se fossi in barca! Sentiresti come migliaia di nocche battere contro la carena e scuotere stranamente la barca. L’acqua bolle già, di sotto. Aspetta il segnale del cielo e poi vedrai… Lascia che il tramontano si annodi allo scirocco! E poi!… Ehi, donne! ritirate ciò che avete steso e riparate le vostre bestie. Fra poco piovono sassi e secchie d’acqua».

4Infatti il cielo si va facendo sempre più verdognolo, con venature di ardesia, per l’invasione continua di lame di nuvole che sembrano eruttate dal grande Hermon. Esse respingono l’aurora da dove è venuta, come se l’ora retrocedesse verso la notte anziché avanzare verso il meriggio. Solo una lama di sole persiste a sfuggire obliqua da dietro alla barricata dei nuvoli di pece, e getta una irreale pennellata di un giallo verde sulla vetta di un colle al sud ovest di Cafarnao. Il lago è già mutato da azzurro in un nero blu, e le prime spume, fra ondetta e ondetta, esili, spezzate, sembrano di un bianco irreale su quell’acqua scura. Sul lago non è più una barca. Gli uomini si affrettano a portare sul greto le barche, a riporre reti, ceste, vele e remi, oppure, se contadini, a ritirare derrate, ad assicurare pali e legami, a chiudere nelle stalle le bestie, e le donne si affrettano alla fonte prima che piova, oppure racimolano i bambini alzati al primo sole e li spingono in casa e chiudono le porte, sollecite come chiocce che sentano la grandine prossima.

Due donne sotto il temporale.

5«Simone, vieni con Me. Chiama anche il servo di Marta e chiama Giacomo, mio fratello. Prendi una grossa tela. Grossa e larga. Due donne sono sulla via e bisogna andare loro incontro».

6Pietro lo guarda, curioso, ma ubbidisce senza perdere tempo. É sulla via, mentre di corsa traversano il paese andando verso sud, che Simone chiede: «Ma chi sono?».

7«Mia Madre e Maria di Magdala».

8La sorpresa è tale che Pietro si arresta un momento, come inchiodato al suolo, e dice: «Tua Madre e Maria di Magdala?!!! Insieme?!!!». Poi riprende a correre perché Gesù non si ferma, e non si fermano Giacomo e il servo. Ma torna a dire: «Tua Madre e Maria di Magdala! Insieme!… Ma da quando?».

«Da quando non è più altro che Maria di Gesù. Fa’ presto, Simone. Vengono le prime gocce…».

9E Pietro si sforza a stare alla pari con questi suoi compagni, tutti più alti e svelti di lui. La polvere si alza ora a nuvoli dalla via arsa, per un vento che si fa più forte di attimo in attimo, un vento che rompe il lago e lo alza in creste d’onde che si frangono con un primo scroscio sul lido. Quando è possibile vedere il lago, lo si vede mutato in un enorme paiolo nel furore dell’ebollizione. Onde alte almeno un metro lo corrono in tutti i sensi, si urtano, crescono fondendosi, si separano correndo in direzioni opposte in cerca di un’altra onda con cui cozzarsi, tutto un duello di spume, di creste, di gobbe panciute, di scrosci, di muggiti, di schiaffi fin contro le case più prossime a riva. Quando le case parano la vista, il lago si tiene presente col suo fragore, che supera il fischio del vento che piega gli alberi strappandone foglie e facendo cadere frutti, e il boato dei tuoni lunghi, minacciosi, preceduti da lampi sempre più spessi e potenti.

10«Chissà che paura avranno quelle donne!», soffia Pietro col fiato grosso.

11«Mia Madre no. Non so l’altra. Ma certo se non facciamo presto si bagneranno forte».

12Cafarnao è superata di qualche centinaio di metri quando, fra nuvoli di polvere, in mezzo al primo scroscio di un acquazzone che scende obliquo e violento, rigando l’aria cupa, divenendo presto cataratta che si polverizza, che accieca, che mozza il fiato, si vede una coppia di donne correre, cercando riparo sotto qualche albero folto.

«Eccole! Corriamo!».

13Ma per quanto il suo amore per Maria dia ali a Pietro, egli, con le sue gambe corte e non certo da corridore, giunge quando Gesù e Giacomo hanno già raccolto le donne sotto un pesante pezzo di vela.

14«Qui non si può stare. C’è pericolo di folgori e fra poco la via sarà un torrente. Andiamo, Maestro. Almeno alla prima casa», dice Pietro affannato.

La Maddalena ha superato il suo temporale.

15Vanno con le donne al centro, tenendo il telo steso sulle loro teste e schiene. La prima parola che Gesù dice alla Maddalena, che è ancora nella veste della sera del convito in casa di Simone, ma con un mantello di Maria SS. sulle spalle, è questa: «Hai paura, Maria?».

16Questa, che è sempre stata a capo chino sotto il velo delle sue chiome, che nel correre si sono disfatte, avvampa, china ancora di più la testa e mormora: «No, Signore».

17Anche la Madonna ha perduto le forcine e pare una bambina con le trecce giù per le spalle. Ma sorride al Figlio che è al suo fianco e gli parla con quel suo sorriso.

18«Sei molto bagnata, Maria», dice Giacomo d’Alfeo toccando il velo e il mantello della Madonna.

19«Non fa nulla. E ora non ci bagniamo più. Non è vero, Maria? Egli ci ha salvato anche dalla pioggia», dice dolcemente Maria alla Maddalena, di cui sente il doloroso imbarazzo.

20Questa annuisce col capo. «Tua sorella sarà contenta di rivederti. É a Cafarnao. Ti cercava», dice Gesù.

21Maria alza per un momento il capo e fissa i suoi splendidi occhi in volto a Gesù, che le parla con la naturalezza che usa con le altre discepole. Ma non dice niente. É strozzata da troppe emozioni.

22Gesù termina: «Sono contento di averla trattenuta. Vi lascerò andare dopo avervi benedette».

La parola si perde nello schianto secco di un fulmine vicino. La Maddalena ha un atto di spavento. Si porta le mani al viso e si curva con uno scoppio di pianto.

23«Niente paura!», conforta Pietro. «Ormai è passato. E con Gesù non c’è mai da avere paura».

Anche Giacomo, che è al fianco della Maddalena, dice: «Non piangere. Ormai le case sono vicine».

24«Non piango di paura… Piango perché Egli mi ha detto che mi benedirà… Io… io…», e non può dire altro.

25La Vergine interviene a calmarla dicendo: «Tu Maria, hai già superato il tuo temporale. Non ci pensare più. Ora tutto è sereno e pace. Non è vero, Figlio mio?».

26«Sì, Madre. É tutto vero. Fra poco tornerà il sole e tutto sarà più bello, mondo, fresco di ieri. Così per te, Maria».

27La Madre riprende, stringendo la mano della Maddalena: «Dirò a Marta le tue parole. Sono contenta di poterla vedere subito e dirle quanto la sua Maria sia piena di buona volontà».

28Pietro, sguazzando nella fanghiglia e prendendo il diluvio con pazienza, esce da sotto il riparo per andare verso una casa a chiedere ricovero.

«No, Simone. Preferiamo tutti ritornare nella nostra. Non è vero?», dice Gesù.

Tutti approvano e Pietro torna sotto il telo.

29Cafarnao è un deserto. Vi regnano padroni il vento, la pioggia, i tuoni, i lampi, e ora la grandine che suona e rimbalza su terrazzi e facciate. Il lago è di una terribilità imponente. Le case vicine ad esso sono schiaffeggiate dalle onde, perché la spiaggetta non esiste più e le barche, assicurate presso le case, sembrano naufragate tanto sono colme d’acqua, che ogni maroso aumenta facendone traboccare quella già esistente in esse.

30Entrano correndo nell’orto, divenuto un’enorme pozzanghera in cui galleggiano detriti sull’acqua motosa, e da questo nella cucina dove tutti sono radunati.

La discepola e la sorella.

31Il grido di Marta, quando vede la sorella tenuta per mano da Maria, è acuto. Le si stringe al collo, senza sentire quanto si bagna nel farlo, la bacia, la chiama: «Miri, Miri, gioia mia!». Forse è il vezzeggiativo che usavano per la Maddalena piccina.

32Maria piange, curva, col capo sulla spalla fraterna, rivestendo la veste scura di Marta di un pesante velo d’oro, unica cosa che splenda nella cucina buia, dove solo è un fuocherello di stipe per rompere la tenebra che non è sufficiente a vincere una lampadetta accesa.

33Gli apostoli sono di stucco, e così lo è il padrone di casa e la padrona che si sono affacciati per lo strillo di Marta, ma che dopo un momento di curiosità comprensibile si ritirano discreti.

34Quando la furia degli abbracci si è un poco sedata, Marta si ricorda di Gesù, di Maria, della stranezza della loro venuta tutti insieme, e chiede alla sorella, alla Madonna, a Gesù, e non saprei dire a chi con più insistenza: «Ma come? Come tutti insieme?».

35«Il temporale, Marta, si faceva vicino. Sono andato con Simone, Giacomo e il tuo servo incontro alle due pellegrine».

36Marta è tanto stupita che non riflette al fatto che Gesù andasse così sicuro incontro a loro e non chiede: «Ma Tu sapevi?».

37É Tommaso che lo chiede a Gesù. Ma non ne ha risposta perché Marta dice alla sorella: «Ma come eri con Maria?».

38La Maddalena china il capo. La soccorre la Madonna prendendola per mano e dicendo: «É venuta da me come una pellegrina che vada al luogo dove può esserle detto il cammino da fare per raggiungere la mèta. E mi ha detto: “Insegnami come devo fare per essere di Gesù”. Oh! poiché in lei è volontà vera e totale, ha subito compreso e appreso questa sapienza! Ed io l’ho trovata subito pronta per prenderla per mano, così, e condurla a Te, Figlio mio, a te Marta buona, a voi, fratelli discepoli, e dirvi: “Ecco la discepola e la sorella che non darà che soprannaturali gioie al suo Signore e ai fratelli suoi”. Vogliatemi credere e amarla tutti come Gesù ed io l’amiamo».

39Allora gli apostoli si avvicinano salutando la nuova sorella. Non è escluso che ci sia della curiosità… Ma come si fa?! Si è ancora uomini…

40É il buon senso di Pietro che dice: «Va bene tutto. Voi le assicurate aiuto e amicizia santa. Ma bisognerebbe pensare che la Madre e la sorella sono molto bagnate… Lo siamo anche noi, veramente… Ma per esse è peggio. I loro capelli stillano acqua come salici dopo l’uragano, le vesti sono fangose e bagnate. Facciamo fuoco, chiediamo vesti, prepariamo del cibo caldo…».

41Tutti si danno da fare e Marta conduce nella stanza le due inzuppate viaggiatrici, mentre viene riattivato il fuoco e stesi davanti alla fiamma i mantelli, i veli, le vesti inzuppate. Non so come provvedano di là… So che Marta, ritrovata la sua energia di ottima donna di casa, va e viene sollecita, con catini e acqua calda, con tazze di latte fumante, con vesti prestate dalla padrona, per soccorrere le due Marie…

29. Giovanni ripete un discorso di Gesù sul Creato e sui popoli che attendono
la Luce
[122].

Espiazione e ricordi

L’espiazione della Maddalena.

1Stanno tutti salendo per fresche scorciatoie che portano a Nazareth. Le coste delle colline galilee sembrano create in quella mattina, tanto la recente burrasca le ha lavate e la rugiada le mantiene lucide e fresche, tutte un brillio al primo sole. L’aria è così pura che discopre ogni particolarità dei monti più o meno vicini e dà un senso di leggerezza e di brio.

2Quando viene raggiunto lo scrimolo di un colle la vista si bea su uno scorcio di lago, bellissimo in questa luce mattinale. Tutti ammirano, imitando Gesù. Ma Maria di Magdala presto storce lo sguardo da quel punto cercando in altra direzione qualche cosa. I suoi occhi si posano sulle creste montane che sono a nord-ovest dal punto dove si trova, e pare non trovare.

3Susanna, perché è presente anche lei, le chiede: «Che cerchi?». Vorrei riconoscere il monte dove incontrai il Maestro».

«Chiedilo a Lui».

«Oh! non merita che io lo disturbi. Sta parlando proprio con Giuda di Keriot».

4«Che uomo quel Giuda!», sussurra Susanna. Non dice altro, ma si capisce il resto.

5«Quel monte non è certo su questa via. Ma qualche volta ti ci condurrò, Marta. C’era un’aurora come questa e tanti fiori… E tanta gente… Oh! Marta! Ed io ho osato mostrarmi a tutti con quella veste di peccato e con quegli amici… No, non puoi essere offesa per le parole di Giuda. Me le sono meritate. Tutto mi sono meritato. E in questo soffrire è la mia espiazione. Tutti ricordano, tutti hanno diritto di dirmi la verità. E io devo tacere. Oh! se si riflettesse prima di peccare! Chi mi offende ora è il mio più grande amico, perché mi aiuta ad espiare».

6«Ma ciò non toglie che egli ha mancato. Madre, è proprio contento di quell’uomo tuo Figlio?».

«Bisogna molto pregare per lui. Così Egli dice».

Ricordi dal Tabor.

7Giovanni lascia gli apostoli per venire ad aiutare le donne in un passaggio scabroso su cui i sandali scivolano, molto più che il sentiero è sparso di pietre lisce, come scaglie di ardesia rossastra, e di un’erbetta lucida e dura, molto traditrici per il piede che su esse non ha presa. Lo Zelote lo imita e appoggiandosi a loro le donne superano il punto pericoloso.

8«È un poco faticosa questa via. Ma è senza polvere e senza folla. Ed è più breve», dice lo Zelote.

«La conosco, Simone», dice Maria.

9«Venni a quel paesello a mezza costa, con i nipoti, quando Gesù fu cacciato da Nazareth», dice Maria SS. e sospira.

10«Però è bello da qui il mondo. Ecco là il Tabor e l’Hermon, e a settentrione i monti d’Arbela, e là in fondo il grande Hermon. Peccato che non si veda il mare come si vede dal Tabor», dice Giovanni.

«Ci sei stato?».

«Sì, col Maestro».

11«Giovanni, col suo amore per l’infinito, ci ha ottenuto una grande letizia, perché Gesù, là in cima, parlò di Dio con un rapimento mai udito. E poi, dopo avere avuto già tanto, ottenemmo una grande conversione. Lo conoscerai anche tu, Maria. E ti si fortificherà lo spirito più ancora che già non sia. Trovammo un uomo indurito nell’odio, abbruttito dai rimorsi, e Gesù ne fece uno che non esito a dire che sarà un grande discepolo. Come te, Maria. Perché, credi pure che è verità ciò che ti dico, noi peccatori siamo i più cedevoli al Bene che ci prende, perché sentiamo il bisogno di essere perdonati anche da noi stessi», dice lo Zelote.

12E’ vero. Ma tu sei molto buono dicendo “noi peccatori”. Tu sei stato un disgraziato, non un peccatore».

13«Tutti lo siamo, chi più chi meno, e chi crede di esserlo meno è il più soggetto a divenirlo se pure non lo è già. Tutti lo siamo. Ma i più grandi peccatori che si convertono sono quelli che sanno essere assoluti nel bene come lo furono nel male».

«Il tuo conforto mi solleva. Sei sempre stato un padre per i figli di Teofilo, tu».

«E come un padre giubilo di avervi tutti e tre amici di Gesù».

14«Dove lo avete trovato quel discepolo gran peccatore?».

«A Endor; Maria. Simone vuol dare al mio desiderio di vedere il mare il merito di tante cose belle e buone. Ma se Giovanni l’anziano è venuto a Gesù non è per merito di Giovanni lo stolto. È per merito di Giuda di Simone», dice sorridendo il figlio di Zebedeo.

15«Lo ha convertito?», chiede dubbiosa Marta.

«No. Ma ha voluto andare a Endor e…».

16«Sì, per vedere l’antro della… E’ un uomo molto strano Giuda di Simone… Bisogna prenderlo come è… Già!… E Giovanni di Endor ci guidò alla caverna e poi rimase con noi. Ma, figlio mio, sempre tuo è il merito, perché senza il tuo desiderio di infinito non avremmo fatto quella via e non sarebbe venuto a Giuda di Simone il desiderio di andare a quella strana ricerca».

17«Mi piacerebbe sapere cosa ha detto Gesù sul Tabor… come mi piacerebbe riconoscere il monte dove lo vidi», sospira Maria Maddalena.

18«Il monte è quello su cui pare ora accendersi un sole per quel piccolo stagno, usato dalle greggi, che raccoglie le acque sorgive. Noi eravamo più su, dove la cima pare spaccata come un largo bidente che voglia infilzare le nuvole e portarle altrove. Per il discorso di Gesù, credo che Giovanni te lo può dire».

«Oh! Simone! Può mai un ragazzo ripetere le parole di Dio?».

19«Un ragazzo no. Tu sì. Provati. Per compiacenza alle tue sorelle e a me che ti voglio bene».

20Giovanni è molto rosso quando inizia a ripetere il discorso di Gesù.

La creazione (discorso: firmamento, luce, mare)

Tutto ha la sua ragione buona di essere.

21«Egli disse: “Ecco la pagina infinita su cui le correnti scrivono la parola ‘Credo’. Pensate il caos dell’Universo avanti che il Creatore volesse ordinare gli elementi e costituirli a meravigliosa società, che ha dato agli uomini la Terra e quanto contiene e al firmamento gli astri e i pianeti. Tutto già non era. Né come caos informe, né come cosa ordinata.

22Dio la fece[123]. Fece dunque per primi gli elementi. Perché necessari sono, sebbene talora sembra che siano nocivi. Ma, pensatevelo sempre, non c’è la più piccola stilla di rugiada che non abbia la sua ragione buona di essere; non c’è insetto, per piccolo e noioso che sia, che non abbia la sua ragione buona di essere. E così non c’è mostruosa montagna eruttante dalle viscere fuoco e incandescenti lapilli che non abbia la sua ragione buona di essere. E non vi è ciclone senza motivo. E non vi è – passando dalle cose alle persone – e non vi è evento, non pianto, non gioia, non nascita, non morte, non sterilità o maternità abbondante, non lungo coniugio né rapida vedovanza, non sventura di miserie e malattie, come non prosperità di mezzi e di salute, che non abbia la sua ragione buona di essere, anche se tale non appaia alla miopia e alla superbia umana, che vede e giudica con tutte le cataratte e tutte le nebbie proprie delle cose imperfette. Ma l’occhio di Dio, ma il pensiero senza limitazione di Dio, vede e sa. Il segreto per vivere immuni da sterili dubbi che innervosiscono, esauriscono, avvelenano la giornata terrena, è nel saper credere che Dio fa tutto per ragione intelligente e buona, che Dio fa ciò che fa per amore, non nello stolto intento di crucciare per crucciare.

Gli spiriti ottenebrati dallo orgoglio e dal pessimismo.

23Dio aveva già creato gli angeli. E parte di essi, per avere voluto non credere che fosse buono il livello di gloria al quale Dio li aveva collocati, si erano ribellati e con l’animo arso dalla mancanza di fede nel loro Signore avevano tentato di assalire il trono irraggiungibile di Dio[124]. Alle armoniose ragioni degli angeli credenti avevano opposto il loro discorde, ingiusto e pessimistico pensiero, e il pessimismo, che è mancanza di fede, li aveva da spiriti di luce fatti divenire spiriti ottenebrati.

24Viva in eterno coloro che in Cielo come in Terra sanno basare ogni loro pensiero su un presupposto di ottimismo pieno di luce! Mai sbaglieranno completamente, anche se i fatti li smentiranno. Non sbaglieranno almeno per quanto riguarda il loro spirito, il quale continuerà a credere, a sperare, ad amare soprattutto Dio e prossimo, rimanendo perciò in Dio fino ai secoli dei secoli!

25Il Paradiso era già stato liberato da questi orgogliosi pessimisti, i quali vedevano nero anche nelle luminosissime opere di Dio, così come in Terra i pessimisti vedono nero anche nelle più schiette e solari azioni dell’uomo, e per volersi separare in una torre di avorio, credendosi gli unici perfetti, si autocondannano ad una oscura galera, la cui via termina nelle tenebre del regno infero, il regno della Negazione. Perché il pessimismo è Negazione esso pure.

Occorre guardare il creato con occhi di fede.

Dio fece dunque il Creato.

26E come per comprendere il mistero glorioso del nostro Essere uno e trino bisogna saper credere e vedere che fin dal principio il Verbo era, ed era presso Dio, uniti dall’Amore perfettissimo che solo possono effondere due che Dèi sono pur essendo Uno, così ugualmente, per vedere il creato per quello che è, occorre guardarlo con occhi di fede, perché nel suo essere, così come un figlio porta l’incancellabile riflesso del padre, così il creato ha in sé l’incancellabile riflesso del suo Creatore. Vedremo allora che anche qui in principio fu il cielo e la terra e fu poi la luce, paragonabile all’amore. Perché la luce è letizia così come lo è l’amore. E la luce è l’atmosfera del Paradiso. E l’incorporeo Essere che è Dio, Luce è, ed è Padre di ogni luce intellettiva, affettiva, materiale, spirituale, così in Cielo come in Terra.

Cielo e terra, luce e tenebre.

27In principio fu il cielo e la terra, e per essi fu data la luce e per la luce tutte le cose furono fatte. E come nel Cielo altissimo furono separati gli spiriti di luce da quelli di tenebre, così nel creato furono separate le tenebre dalla luce e fu fatto il Giorno e la Notte, e il primo giorno del creato fu, col suo mattino e la sua sera, col suo meriggio e la sua mezzanotte.

28E quando il sorriso di Dio, la luce, tornò dopo la notte, ecco che la mano di Dio, il suo potente volere, si stese sulla terra informe e vuota, si stese sul cielo su cui vagavano le acque, uno degli elementi liberi nel caos, e volle che il firmamento separasse il disordinato errare delle acque fra il cielo e la terra, acciò fosse velano ai fulgori paradisiaci, misura alle acque superiori, perché sul ribollire dei metalli e degli atomi non scendessero i diluvi a dilavare e disgregare ciò che Dio riuniva.

L’ordine prova la potenza e la bontà del Creatore.

29L’ordine era stabilito nel Cielo. E l’ordine fu sulla Terra per il comando che Dio dette alle acque sparse sulla Terra. E il mare fu. Eccolo. Su esso, come sul firmamento, è scritto: ‘Dio è’. Quale che sia l’intellettualità di un uomo e la sua fede o la sua non fede, davanti a questa pagina, in cui brilla una particella dell’infinità che è Dio, in cui è testimoniata la sua potenza – perché nessuna potenza umana né nessun assestamento naturale di elementi possono ripetere, seppure in minima misura, un simile prodigio – è obbligato a credere. A credere non solo alla potenza ma alla bontà del Signore, che per quel mare dà cibo e vie all’uomo, dà sali salutari, dà tempera al sole e spazio ai venti, dà semi alle terre l’una dall’altre lontane, dà voce di tempeste perché richiamino la formica che è l’uomo all’Infinito suo Padre, dà modo di elevarsi, contemplando più alte visioni, a più alte sfere.

I tre elementi che più parlano di Dio.

30Tre sono le cose che più parlano di Dio nel creato che è tutto testimonianza di Lui. La luce, il firmamento, il mare. L’ordine astrale e meteorologico, riflesso dell’Ordine divino; la luce, che solo un Dio poteva fare; il mare, la potenza che solo Dio, dopo averla creata, poteva mettere in saldi confini, dandole moto e voce, senza che per questo, come turbolento elemento di disordine, sia danno alla terra che lo sopporta sulla sua superficie.

31Penetrate il mistero della luce che mai si consuma. Alzate lo sguardo al firmamento dove ridono le stelle e i pianeti. Abbassate lo sguardo al mare. Vedetelo per quello che è. Non separazione, ma ponte fra i popoli che sono sulle altre sponde, invisibili, ignote anche, ma che bisogna credere che ci siano solo perché è questo mare. Dio non fa nulla di inutile. Non avrebbe perciò fatto questa infinità se essa non avesse a limite, là, oltre l’orizzonte che ci impedisce di vedere, altre terre, popolate da altri uomini, venuti tutti da un unico Dio, portati là, per volere di Dio, a popolare continenti e regioni, da tempeste e correnti. E questo mare porta nei suoi flutti, nelle voci delle sue onde e delle sue maree, appelli lontani. Tramite è, non separazione. Quell’ansia che dà dolce angoscia a Giovanni è questo appello di fratelli lontani.

32Più lo spirito diviene dominatore della carne e più è capace di sentire le voci degli spiriti che sono uniti anche se divisi, così come i rami sgorgati da un’unica radice sono uniti anche se l’uno neppur più vede l’altro perché un ostacolo si frappone fra essi.

La nuova evangelizzazione.

33Guardate il mare con occhi di luce. Vi vedrete terre e terre sparse sulle sue spiagge, ai suoi limiti, e nell’interno terre e terre ancora, e da tutte giunge un grido: ‘Venite! Portateci la Luce che voi possedete. Portateci la Vita che vi viene data. Dite al nostro cuore la parola che ignoriamo ma che sappiamo essere la base dell’universo: amore. Insegnateci a leggere la parola che vediamo tracciata sulle pagine infinite del firmamento e del mare: Dio.

34Illuminateci perché sentiamo che una luce vi è più vera ancora di quella che arrossa i cieli e fa di gemme il mare. Date alle nostre tenebre la Luce che Dio vi ha data dopo averla generata col suo amore, e l’ha data a voi ma per tutti, così come la dette agli astri ma perché la dessero alle terre. Voi gli astri, noi la polvere. Ma formateci così come il Creatore creò con la polvere la terra perché l’uomo la popolasse adorandolo ora e sempre, finché venga l’ora che più terra non sia, ma venga il Regno. Il Regno della luce, dell’amore, della pace, così come a voi il Dio vivente ha detto che sarà, perché noi pure siamo figli di questo Dio e chiediamo di conoscere il Padre nostro.

35E per vie di infinito sappiate andare. Senza timori e senza sdegni. Incontro a quelli che chiamano e piangono. Verso quelli che vi daranno anche dolore perché sentono Dio ma non sanno adorare Dio, ma che pure vi daranno la gloria perché grandi sarete quanto più possedendo l’amore lo saprete dare, portando alla Verità i popoli che attendono”.

 Gesù ha detto così, molto meglio di come io ho detto. Ma almeno questo è il suo concetto».

Il dono di Giovanni.

36«Giovanni, tu hai dato una esatta ripetizione del Maestro. Solo hai lasciato ciò che disse del tuo potere di capire Iddio per la tua generosità di donarti. Tu sei buono, Giovanni. Il migliore fra noi! Abbiamo fatto la via senza avvedercene. Ecco là Nazareth sulle sue colline. Il Maestro ci guarda e sorride. Raggiungiamolo solleciti per entrare in città uniti».

37«Io ti ringrazio, Giovanni», dice la Madonna.

38«Hai fatto un grande regalo alla Mamma».

39«Io pure. Anche alla povera Maria tu hai aperto orizzonti infiniti…».

40«Di che parlavate tanto?», chiede Gesù ai sopraggiungenti.

«Giovanni ha ripetuto il tuo discorso del Tabor. Perfettamente. E ne fummo beati».

41«Sono contento che la Madre lo abbia udito, Lei che porta un nome in cui il mare non è estraneo e possiede una carità vasta come il mare».

42«Figlio mio, Tu la possiedi come Uomo, e nulla ancora è rispetto alla tua infinita carità di Verbo divino. Mio dolce Gesù!».

43«Vieni, Mamma, al mio fianco. Come quando tornavamo da Cana o da Gerusalemme quando ero bambino e tu mi tenevi per mano».

44E si guardano col loro sguardo d’amore.

30. Maria SS. ammaestra la Maddalena sull’orazione mentale[125].

Panorami splendidi.

Sospinte dall’amore.

1«Dove faremo tappa, mio Signore?», chiede Giacomo di Zebedeo, mentre camminano per una gola fra due colline tutte coltivate e verdi dalla base alle vette.

2«A Betlem di Galilea. Ma nelle ore calde sosteremo sul monte che sovrasta Meraba. Così tuo fratello sarà beato un’altra volta vedendo il mare», e Gesù sorride. Poi termina: «Noi uomini avremmo potuto fare più strada, ma abbiamo dietro di noi le discepole, che non si lamentano mai, ma che non dobbiamo stancare eccessivamente».

3«Non si lamentano mai. È vero. Siamo più facili a lamentarci noi», ammette Bartolomeo.

4«Eppure sono meno abituate di noi a questa vita…», dice Pietro.

5«Forse lo fanno volentieri per questo», dice Tommaso.

6«No, Toma. Lo fanno volentieri per amore. Credi pure che mia Madre e neppure le altre donne di casa, come Maria d’Alfeo, Salome e Susanna, lasciano volentieri la casa per venire per le vie del mondo e fra la gente. E Marta e Giovanna, quando anche ella verrà, non use alle fatiche, non lo farebbero volentieri se l’amore non le spronasse.

L’amore egoista dell’Iscariota.

7Riguardo a Maria di Magdala, solo un potente amore le può dare la forza di subire questa tortura», dice Gesù.

8«Perché gliel’hai imposta, allora, se sai che è tortura?», chiede l’Iscariota.

9«Non è buona cosa per lei e non lo è per noi».

10«Null’altro che la dimostrazione palese, indubitabile del suo mutamento poteva persuadere il mondo. Maria vuole persuadere il mondo di questo. La sua separazione dal passato è stata completa. È completa».

11«Ciò è da vedersi. È presto ora per dirlo. Quando si è fatto abitudine ad un genere di vita, difficilmente ci se ne stacca del tutto. Amicizie e nostalgie ci riportano ad esso», dice l’Iscariota.

12«Tu hai nostalgie, allora, per la vita di prima?», chiede Matteo.

«Io… no. Ma faccio per dire. Io sono io: uomo, amante del Maestro e… Insomma io ho in me elementi che mi servono a resistere nel proposito. Ma lei è una donna, e che donna! E poi, anche fosse ben ferma, è sempre poco piacevole averla con noi. Se si avesse ad incontrare dei rabbi, sacerdoti o grandi farisei, credete che non sarebbe piacevole il loro commento. Io ci penso con anticipato rossore».

13«Non ti contraddire, Giuda. Se tu hai realmente tagliato i ponti col passato, come vuoi dire, perché tanto ti duoli che una povera anima ci segua per completare la sua trasformazione nel Bene?».

14«Ma per amore, Maestro. Io pure faccio tutto per amore. Verso di Te».

15«Allora perfezionati in questo tuo amore. Non deve un amore, per essere veramente tale, essere mai esclusivista. Quando uno sa amare solo un oggetto e non sa amarne nessun altro, anche se amato dall’oggetto che egli ama, dimostra di non essere nel vero amore. L’amore perfetto ama, con le dovute gradazioni, tutto il genere umano, e anche animali e vegetali, stelle e acque, perché tutto vede in Dio. Ama Dio come si conviene e ama tutto in Dio. Guarda che l’amore esclusivista è spesso egoismo. Sappi perciò giungere ad amare anche gli altri per amore».

«Sì, Maestro».

16L’oggetto della discussione procede intanto con le altre donne vicino a Maria, senza pensare di essere causa di tanta discussione.

Panorami splendidi.

17L’agglomerato di Jafia viene raggiunto, attraversato, superato senza che nessun cittadino mostri desiderio di seguire il Maestro o di trattenerlo. Proseguono, gli apostoli inquieti per l’indifferenza del luogo, Gesù che cerca di calmarli.

18La valle prosegue in direzione ovest e mostra al suo estremo un altro paese che si adagia alla base di un altro monte. Anche questo paese, che sento chiamare Meraba, è indifferente. Solo dei bambini si avvicinano agli apostoli mentre attingono acqua ad una limpida fontana addossata ad una casa. Gesù li accarezza chiedendo il loro nome, e i bambini chiedono il suo e chi è, dove va, cosa fa. Si avvicina anche un mendicante semicieco, vecchio, curvo, e stende la mano per ricevere l’obolo che infatti riceve.

19La marcia ricomincia con la salita di un colle, quello che sbarra la valle nella quale riversa le acque dei suoi fiumicelli, ora ridotti a un filo d’acqua o a sole pietre arse dal sole.

20Ma la strada è buona, aperta fra i boschi di ulivi prima, di altre piante poi, che intrecciano i rami facendo galleria verde sopra la strada. Raggiungono la vetta, che è coronata da uno stormente bosco di frassini, se non erro. E là si siedono per prendere riposo e cibo. E, col cibo e il riposo, diletto anche alla vista, perché il panorama è bellissimo, con la catena del Carmelo alla sinistra di chi guarda verso ovest; e là dove la catena del Carmelo – una verdissima catena in cui sono presenti tutti i toni più belli del verde – finisce, scintilla il mare, aperto, sconfinato, stendendosi, col suo drappo mosso da lievi ondette, verso il nord, a bagnare le sponde che dalla punta del promontorio, formato dall’estrema propaggine del Carmelo, salgono verso Tolemaide e le altre città fino a perdersi in una lieve nebbia verso la Siro Fenicia. Non si vede invece il mare al sud del promontorio del Carmelo, perché la catena, più alta del colle dove ci si trova, ne cela la vista.

21Passano le ore nell’ombra frusciante del bosco arioso. Chi dorme, chi parla sottovoce, chi guarda. Giovanni si dilunga dai compagni andando il più in alto possibile per vedere di più. Gesù si isola in un folto per pregare e meditare. Le donne si sono a loro volta ritirate dietro una cortina di ondulante caprifoglio tutto in fiore, e là si sono rinfrescate ad una minuscola sorgente che, ridotta ad un filo, forma in terra una pozzanghera che non riesce a mutarsi in rio.

 22Poi le più anziane si sono addormentate, stanche, mentre Maria SS. con Marta e Susanna parlano della loro casa lontana, e Maria dice che vorrebbe avere quel bel cespuglio tutto in fiore a veste della sua grotticella.

23La Maddalena, che si era sciolti i capelli non potendo resistere al loro peso, se li raccoglie di nuovo e dice: «Vado da Giovanni, ora che è con Simone, a guardare con loro il mare».

24«Vengo io pure», risponde Maria SS.

25Marta e Susanna restano presso le compagne dormenti.

Il segreto della vita spirituale.

Necessità e utilità dalla meditazione.

26Per raggiungere i due apostoli devono passare presso il roveto in cui si è isolato Gesù per pregare.

27«Mio Figlio trova riposo nella preghiera», dice piano Maria.

28La Maddalena le risponde: «Credo che gli sia anche indispensabile l’isolarsi per mantenere il meraviglioso dominio che ha e che il mondo mette a dura prova. Sai, Madre? Ho fatto quanto tu mi hai detto. Ogni notte mi isolo per un tempo più o meno lungo per potere ristabilire in me stessa la calma che molte cose turbano. Mi sento molto più forte dopo».

29«Per ora forte, più tardi ti sentirai beata. Credi pure, Maria, che sia nella gioia come nel dolore, sia nella pace come nella lotta, lo spirito nostro ha bisogno di tuffarsi tutto dentro all’oceano della meditazione, per ricostruire ciò che il mondo e le vicende abbattono e per creare nuove forze per sempre più salire. In Israele noi usiamo e abusiamo della preghiera vocale. Non voglio già dire che essa sia inutile e invisa a Dio. Ma dico però che è sempre molto più utile allo spirito l’elevazione mentale a Dio, la meditazione, in cui, contemplando la sua divina perfezione e la nostra miseria, o quella di tante povere anime, non già per criticarle ma per compatirle e capirle, e per avere riconoscenza al Signore che ci ha sorrette per non farci peccare, o ci ha perdonate per non lasciarci cadute, noi giungiamo a pregare realmente, ossia ad amare. Perché l’orazione, per essere realmente tale, deve essere amore. Altrimenti è borbottio di labbra dal quale l’anima è assente».

30«Ma parlare con Dio è lecito quando si hanno le labbra ancora sporche di tante parole profane? Io, nelle mie ore di raccoglimento, che faccio come tu mi hai insegnato, tu, mio apostolo dolcissimo, faccio violenza al mio cuore che vorrebbe dire a Dio: “Io ti amo”…»

«Nooh! Perché?».

31«Perché mi pare che farei sacrilega offerta a offrirgli il mio cuore…».

32«Non lo fare, figlia. Non lo fare. Il tuo cuore è, prima di tutto, riconsacrato dal perdono del Figlio, e il Padre non vede che questo perdono. Ma se anche Gesù non ti avesse ancora perdonata, e tu, in una solitudine ignorata, che tanto può essere materiale come morale, gridassi a Dio: “Io ti amo. Padre, perdona le mie miserie. Perché io di esse me ne spiaccio per il dolore che ti danno”, credi pure, o Maria, che il Padre Iddio ti assolverebbe di suo, e caro gli sarebbe il tuo grido di amore. Abbandonati, abbandonati all’amore. Non fare violenza ad esso. Lascia anzi che esso divenga violento come incendio avvampante. L’incendio consuma tutto ciò che è materiale, ma non distrugge una molecola di aria. Perché l’aria è incorporea. Anzi la purifica dai detriti minuscoli che i venti vi seminano, la fa più leggera. Così l’amore allo spirito. Consumerà più presto la materia dell’uomo, se Dio lo permette, ma non distrugge lo spirito. Anzi ne accresce la vitalità e lo fa puro e agile per le ascensioni a Dio.

Il segreto della vita spirituale.

33Vedi là Giovanni? É proprio un ragazzo. Ma pure è un’aquila. É il più forte di tutti gli apostoli. Perché ha compreso il segreto della fortezza, della formazione spirituale: la amorosa meditazione».

34«Ma lui è puro. Io… Lui è un ragazzo. Io…».

35«Guarda allora Io Zelote. Non è un ragazzo. Ha vissuto, ha lottato, ha odiato. Egli lo confessa sinceramente. Ma ha imparato a meditare. E lui pure, credimi, è bene in alto. Vedi? Si cercano quei due. Poiché si sentono uguali. Hanno raggiunto la stessa età perfetta dello spirito e con lo stesso mezzo: la orazione mentale. Per essa il ragazzo è divenuto virile nello spirito, e per essa il già vecchio e stanco è ritornato ad una virilità forte. E sai un altro che, senza essere apostolo, sarà, anzi è molto avanti per la sua tendenza naturale alla meditazione, che da quando è amico di Gesù è divenuta in lui necessità spirituale? Tuo fratello».

“Sorella diletta”.

36«Lazzaro mio?… Oh! Madre! Dimmelo, tu che sai tante cose perché Dio te le mostra, come mi tratterà Lazzaro al primo incontro? Prima taceva sdegnoso. Ma lo faceva perché io non sopportavo osservazioni. Sono stata molto crudele coi fratelli… Ora lo comprendo. Ora che sa che può parlare, che mi dirà? Temo il suo aperto rimprovero. Oh! certo mi ricorderà tutte le pene di cui sono causa. Io vorrei volare da Lazzaro. Ma ne ho paura. Prima ci andavo, e neppure i ricordi della mamma morta, le sue lacrime ancora vive sugli oggetti da lei usati, lacrime per me, per mia colpa, mi turbavano. Il mio cuore era cinico, sfrontato, chiuso ad ogni voce che non fosse “male”. Ma ora io non ho più la malvagia forza del Male e tremo… Che mi farà Lazzaro?»

37«Ti aprirà le braccia e ti chiamerà, più col cuore che con le labbra, “sorella diletta”. É tanto formato in Dio che non può che usare questo modo. Non temere. Non ti dirà una parola sul passato. Egli, è come se io lo vedessi, è là, a Betania, e gli sono ben lunghi i giorni dell’attesa. Attende te, per stringerti sul cuore. Per saziare il suo amore di fratello. Tu non hai che amarlo come ti ama lui per gustare la dolcezza di essere nati da un seno».

«Lo amerei anche se mi rimproverasse. Me lo merito».

«Ma egli ti amerà soltanto. Questo solo».

Flash sulla fuga in Egitto.

38Hanno raggiunto Giovanni e Simone, che parlano dei viaggi futuri e che si alzano riverenti quando giunge la Madre del Signore.

«Veniamo anche noi a lodare il Signore per le belle opere della sua creazione».

39«Hai mai visto il mare, Madre?».

«Oh! l’ho visto. Ed era allora meno turbato esso, nella sua tempesta, del mio cuore, e meno salato del mio pianto, mentre fuggivo lungo il litorale da Gaza verso il Mar Rosso, col mio Bambino fra le braccia e la paura di Erode alle spalle. E l’ho visto al ritorno. Ma allora era primavera sulla terra e nel mio cuore. La primavera del ritorno in patria. E Gesù batteva le manine, felice di vedere cose nuove… E io e Giuseppe pure eravamo felici. Per quanto la bontà del Signore ci avesse fatto men duro l’esilio a Matarea, in mille modi».

40La loro conversazione dura mentre a me cessa la capacità di vedere e di udire.

31. A Betlem di Galilea. Giudizio per un omicidio e parabola delle foreste pietrificate[126].

Abele trascinato alla morte.

“Venite adoriamo”

1É sera quando giungono a Betlem di Galilea. Si capisce che è destino delle città di questo nome essere adagiate su ondulate colline, fasciate di verde, di boschi, di prati, su cui pasturano greggi scendendo verso gli ovili per la notte. L’aria rossa, vestigio del potente tramonto appena compiuto, è piena di una pastorale musica di campani e di un tremolare di belati, ai quali si uniscono i gridi allegri dei bambini che giuocano e le voci delle madri che li chiamano.

2«Giuda di Simone, va’ con Simone a cercare alloggio per noi e le donne. Al centro del paese è l’albergo e là vi raggiungeremo».

3Mentre Giuda e lo Zelote ubbidiscono, Gesù si volge alla Madre e dice: «Questa volta non sarà come all’altra Betlemme. Troverai riposo, Madre mia. Pochi si muovono in questa stagione e non vi è nessun editto».

4«Con questa stagione sarebbe dolce anche dormire sui prati o in mezzo a questi pastori, fra gli agnellini», e Maria sorride al Figlio e sorride a dei pastorelli curiosi che la guardano fisso. Sorride in tal maniera che uno dà di gomito all’altro e gli dice sottovoce: «Non può che essere Lei», e si fa avanti, sicuro, dicendo: «Ti saluto, Maria piena di grazia. Il Signore è con Te?».

5Maria risponde con un ancor più dolce sorriso: «Eccolo il Signore», e accenna a Gesù, che si è voltato a parlare con i cugini dando loro incarico di dare oboli ai poveri che si avvicinano con lamentose richieste. E tocca leggermente suo Figlio, la Madre, dicendogli: «Figlio mio, questi pastorelli cercano di Te e mi hanno riconosciuta. Non so come…».

6«Certo di qui è passato Isacco lasciando il profumo della rivelazione. Giovinetto, vieni qui».

7Il pastorello, un brunetto sui dodici-quattordici anni, robusto sebbene magro, dagli occhi vivi e nerissimi, dai capelli spioventi con una zazzera d’ebano, avvolto nella sua pelle di pecora – e mi sembra una copia giovinetta del Precursore – si accosta con un sorriso beato, come affascinato, a Gesù.

8«La pace a te, fanciullo. Come hai riconosciuto Maria?».

«Perché solo la Madre del Salvatore poteva avere quel sorriso e quel volto. Mi fu detto: “Un volto di angelo, degli occhi di stella e un sorriso che è più dolce del bacio di una madre, dolce come il suo nome che è Maria, santo tanto da potersi curvare sul Dio neonato”. Ho visto questo in Lei e l’ho salutata perché ti cercavo. Ti cercavamo, Signore, e… non osavo salutare Te per primo».

9«Chi ti ha parlato di noi?».

«Isacco dell’altra Betlemme, promettendoci di condurci da Te come viene l’autunno».

10«Fu qui Isacco?».

«È ancora per queste contrade, con tanti discepoli. Ma a noi pastori fu lui che parlò. E noi abbiamo creduto alla sua parola. Signore, lascia che noi pure ti si adori come quei compagni nostri nella notte beata»; e, mentre si inginocchia nella polvere della via, getta un grido agli altri pastori che hanno fermato il gregge alle porte della città (porte per modo di dire, perché non è città murata) là dove anche Gesù si era fermato per attendere le donne ed entrare con esse in paese.

11Il pastorello grida: «Padre, fratelli e amici, abbiamo trovato il Signore. Venite e adoriamo».

12E i pastori vengono ad affollarsi col gregge intorno a Gesù e a pregarlo di non andare da altri ma di accettare la loro povera casa, poco lontana, per sua dimora e per quella dei suoi amici.

13«È un ampio ovile», spiegano, «poiché Dio ci protegge e vi sono stanze e portici colmi di fieno fragrante. Le stanze alla Madre e alle sue sorelle, perché donne sono. Ma anche per Te ve ne è una. Gli altri possono dormire con noi sotto i portici, sul fieno».

14«Io pure starò con voi. E mi sarà più dolce riposo che se dormissi nella stanza del re. Andiamo però prima ad avvisare Giuda e Simone».

15«Vado io, Maestro», dice Pietro e se ne va insieme a Giacomo di Zebedeo.

16Sostano sul margine della via attendendo il ritorno dei quattro apostoli.

L’amore di Maria per gli agnellini.

17I pastori guardano Gesù come fosse già Dio nella sua gloria. I più giovani poi sono proprio beati, e sembra vogliano stamparsi nella mente ogni particolare di Gesù e di Maria, che si è curvata ad accarezzare degli agnelli venuti a drizzare il musetto, belando, contro i suoi ginocchi.

18«Ce ne era uno, in casa di Elisabetta mia parente, che mi leccava le trecce ogni volta che mi vedeva. Lo chiamavo “amico” perché mi era proprio amico come un fanciullo e appena poteva correva da me. Questo me lo ricorda tutto, con questi occhi di due colori. Non lo uccidete! Anche l’altro fu lasciato vivere per questo suo amore per me».

19«É un’agnella, Donna, e la volevamo vendere perché ha gli occhi di due colori e credo che da uno poco ci veda. Ma la terremo se tu vuoi».

20«Oh! sì! Già io non vorrei mai che fosse ucciso nessun agnellino… Sono così innocenti e con una voce da bambino che chiama la mamma. Mi parrebbe di uccidere un bambino a uccidere uno di questi».

21«Ma allora, Donna, non ci sarebbe più posto per noi sulla terra se vivessero tutti gli agnellini», dice il pastore più anziano.

22«Lo so. Ma io penso al loro dolore e a quello delle pecore madri. Piangono tanto quando si levano a loro i figli. Sembrano proprio madri come noi. E io non posso vedere soffrire nessuno, ma ho strazio per una madre straziata. É un dolore diverso da ogni altro, perché a noi si lacerano non solo cuore e cervello per la percossa della morte di un figlio, ma fino le viscere stesse. Noi madri rimaniamo unite col figlio, sempre. Ed è lacerarci tutte il levarcelo».

23Non sorride più Maria, ma ha un luccichio di pianto nell’occhio azzurro e guarda il suo Gesù che l’ascolta e la guarda, e gli posa una mano sul braccio, come se temesse che Egli fosse per esserle strappato dal fianco.

Abele trascinato alla morte.

24Dalla via polverosa viene una piccola scorta di armati: sei uomini, unita a persone vocianti. I pastori guardano e parlano sottovoce fra di loro. Poi guardano Maria e Gesù. Il più vecchio parla: «Allora è stato bene che tu non entrassi in Betlem questa sera».

«Perché?».

«Perché quella gente, che ora è passata entrando in città, va per strappare un figlio a una madre».

«Oh! ma perché?».

«Per ucciderlo».

25«Oh! no! Che ha fatto?».

Anche Gesù lo chiede e gli apostoli si affollano per sentire.

26«É stato trovato ucciso per la via del monte il ricco Gioele. Tornava da Sicaminon, pieno di denaro. Ma ladroni non sono stati, perché il denaro era ancora sul morto. Il servo che lo accompagnava disse che il padrone gli aveva detto di correre avanti per avvisare del ritorno, e per la via, diretto verso il luogo dove fu commesso l’omicidio, vide solo il giovane che ora sarà ucciso. Due, poi, del paese, giurano di averlo visto aggredire Gioele. Ora i parenti del morto esigono la sua morte. E se omicida è…»

«Non lo credi?».

27«Non mi pare cosa possibile. Il giovane è poco più di un ragazzo, è buono, vive sempre con la madre di cui è l’unico figlio, e lei è vedova, e vedova santa. Non gli mancano i mezzi. Non pensa alle femmine. Non è rissoso. Non è folle. Perché allora ha ucciso?».

Coraggio di salvare

Il coraggio di parlare.

28«Ma ha forse dei nemici?».

«Chi? Gioele il morto o Abele l’accusato?».

«L’accusato».

«Ah! Non saprei… Ma… Non saprei».

«Sii schietto, uomo».

29«Signore, è una cosa che penso, e Isacco ci ha detto che non si deve pensare male del prossimo».

30«Ma si deve avere coraggio di parlare per salvare un innocente».

31«Se parlo, abbia io ragione o torto, dovrò fuggire di qua perché Aser e Giacobbe sono potenti».

«Parla senza temere. Non sarai costretto a fuggire».

32«Signore, la madre di Abele è giovane, bella e saggia. Aser saggio non è, e non lo è Giacobbe. Al primo piace la vedova e al secondo… il paese sa che il secondo è un cuculo nel talamo di Gioele. Io penso che…».

Il coraggio d’intervenire.

33«Ho capito. Andiamo, amici. Restate pure, voi donne, coi pastori. Tornerò presto».

«No, Figlio. Io vengo con Te».

34Gesù già cammina sollecito verso l’interno della città. I pastori restano indecisi, ma poi abbandonano il gregge ai più giovani che restano con tutte le donne, meno la Madre e Maria d’Alfeo che seguono Gesù, e si danno a raggiungere il gruppo apostolico. Alla terza strada che taglia la via principale di Betlem si incontrano con l’Iscariota, Simone, Pietro e Giacomo, che vengono in giù gestendo e vociando.

35«Che fatto, Maestro! Che fatto! e che pena!», dice Pietro sconvolto.

36«Un figlio preso a forza alla madre per essere ucciso, e lei lo difende come una iena. Ma è donna contro degli armati», aggiunge Simone Zelote.

37«Sanguina già da molte parti», dice l’Iscariota.

38«Le hanno sfondato la porta perché si era barricata in casa», termina Giacomo di Zebedeo.

«Vado da lei».

«Oh! sì! Tu solo puoi consolarla».

39Piegano a destra, poi a sinistra, verso il centro del paese. Già si vede l’affollamento tumultuoso che si agita e pressa vicino alla casa di Abele, e delle grida laceranti di donna, disumane, feroci e pietose insieme, giungono fin qui.

40Gesù affretta il passo giungendo ad una minuscola piazzetta – una curva della strada, che qui si allarga, più che una piazzetta – nella quale il tumulto è al colmo.

41La donna contende ancora il figlio alle guardie stando abbrancata con una mano, che è divenuta artiglio di ferro, al rudere della porta abbattuta, e con l’altra sta allacciata alla cintura del figlio, e se uno cerca di staccarla di là morde ferocemente, incurante dei colpi che riceve né delle strappate ai capelli, che le danno in maniera così feroce che le rovesciano indietro il capo; e quando non morde urla: «Lasciatelo! Assassini! É innocente! La notte che fu ucciso Gioele egli era nel letto al mio fianco! Assassini! Assassini! Calunniatori! Immondi! Spergiuri!».

42E il giovanetto, afferrato per le spalle dai catturatori, trascinato per le braccia, si volge indietro col volto sconvolto e urla: «Mamma! Mamma! Perché devo morire se non ho fatto nulla?».

43É un bel giovinetto alto e snello, dagli occhi oscuri e dolci, i capelli morati un poco mossi.

44La veste lacerata mostra il corpo agile e giovanile, quasi ancora di fanciullo.

45Gesù, con l’aiuto di chi l’accompagna, spezza la folla compatta come un masso e si fa strada fino al gruppo pietoso, proprio nel momento in cui la donna, spossata, viene strappata dalla porta e trascinata, come un sacco legato al corpo del figlio, per la strada sassosa. Ma ciò dura per pochi metri. Un più fiero strattone divelle la mano materna dalla cintura del figlio, e la donna cade prona battendo duramente il viso al suolo, sanguinando più ancora. Ma subito si rialza stando in ginocchio, tendendo le braccia, mentre il figlio, portato via velocemente, per quanto lo concede la folla che si apre a fatica, si libera il braccio sinistro e lo agita, storcendosi indietro e gridando: «Mamma! Addio! Ricorda, tu almeno, che io sono innocente!».

Il coraggio di smascherare.

46La donna lo guarda con occhi da pazza e poi piomba a terra svenuta. Gesù si para davanti al gruppo dei catturatori.

«Fermatevi un momento. Ve lo ordino!».

E il suo viso non ammette replica.

«Chi sei?», dice aggressivo un cittadino che è nel gruppo.

47«Non ti conosciamo. Scansati e lasciaci andare perché sia ucciso prima che la notte venga».

48«Un Rabbi sono. Il più grande. In nome di Jeovè fermatevi, o Egli vi fulminerà». Intanto pare che fulmini Lui.

49«Chi è testimonio contro costui?».

«Io, lui e lui», risponde quello che ha parlato prima.

50«La vostra testimonianza non è valida perché non è vera».

«E perché lo puoi dire? Noi siamo pronti a giurarlo».

51«Il vostro giuramento è peccato».

«Noi peccare? Noi?».

52«Voi. Come covate lussuria, come nutrite odio, come avete avidità di ricchezze, come siete omicidi, così siete anche spergiuri. Vi siete venduti alla Immondezza. Potete compiere qualunque lordura».

«Guarda come parli! Io sono Aser…»

53«Ed Io sono Gesù».

«Non sei di qui, non sei sacerdote né giudice. Nulla sei. Sei lo straniero».

54«Sì, sono lo Straniero perché la Terra non è il mio Regno. Ma sono Giudice e Sacerdote. Non solo di questa piccola parte d’Israele, ma di tutto Israele e di tutto il mondo».

«Andiamo, andiamo! Abbiamo a che fare con un pazzo», dice l’altro testimone e dà uno spintone a Gesù per scansarlo.

Il Messia applica la legge mosaica

Giudizio secondo la legge mosaica.

55«Tu non farai nessun altro passo», tuona Gesù guardandolo con uno sguardo di miracolo che soggioga e paralizza, così come rende vita e letizia, quando vuole.

56«Tu non fai nessun altro passo. Non credi a ciò che Io dico? Ebbene, allora guarda. Qui non c’è la polvere del Tempio, né l’acqua di esso, e non ci sono parole scritte con l’inchiostro per fare l’acqua amarissima che è giudizio alla gelosia e all’adulterio[127]. Ma qui sono Io. E Io faccio giudizio».

La voce di Gesù è uno squillo di tromba tanto è penetrante.

La gente si pigia per vedere. Solo Maria SS. e Maria d’Alfeo sono rimaste a soccorrere la madre svenuta.

57«E Io faccio giudizio così. Datemi un pizzico di polvere della via e un goccio d’acqua in un orciolo. E, mentre mi vengono date, voi che accusate e tu che sei accusato rispondete a Me. Sei tu innocente, figlio? Dillo con sincerità a Colui che ti è Salvatore».

«Lo sono, Signore».

58«Aser, puoi giurare di non avere detto che il vero?».

«Lo giuro. Non avrei motivo di mentire. Lo giuro per l’altare. Scenda dal Cielo una fiamma che mi bruci se io non dico il vero».

59«Giacobbe, puoi tu giurare di essere sincero nell’accusa e senza un movente segreto che ti spinga a mentire?».

 «Lo giuro per Geové. Solo l’amore per l’amico ucciso mi spinge a parlare. Con costui io non ho nulla di personale».

60«E tu, servo, puoi giurare di aver detto la verità?».

«Mille volte lo giuro se occorre! Il mio padrone, il mio povero padrone!», e piange velandosi il capo col mantello.

61«Sta bene. Ecco l’acqua ed ecco la polvere. E la parola è questa: “Tu, Padre santo e Dio altissimo, compi giudizio di verità per mio mezzo, acciò vita e onore siano resi all’innocente e alla madre desolata, e degno castigo a chi innocente non è. Ma per la grazia che ho agli occhi tuoi, non fiamma né morte, ma lunga espiazione venga a coloro che hanno commesso peccato”».

62Dice queste parole tenendo le mani stese sull’orciolo come fa il sacerdote all’altare durante la Messa, all’offertorio. Poi tuffa la destra nell’orciolo e con la mano inzuppata d’acqua spruzza i quattro sotto giudizio e fa loro bere un sorso di quell’acqua.

63 Prima al giovanetto, poi ai tre altri. Indi incrocia le braccia sul petto e li guarda. Anche la folla guarda, e dopo pochi momenti ha un urlo e si getta col volto al suolo. Allora i quattro che erano in fila si guardano fra loro e urlano alla loro volta: il primo, il giovanetto, di stupore, gli altri di orrore. Perché si vedono coperti nel volto di subita lebbra, mentre il giovanetto ne è immune. Il servo si getta ai piedi di Gesù che si scansa come tutti, soldati compresi, e si scansa prendendo per mano il giovanetto Abele perché non si contamini presso i tre lebbrosi. E grida, questo servo: «No! No! Perdono! Lebbroso no! Sono stati loro che mi hanno pagato perché facessi ritardare fino a sera il padrone, per colpirlo sulla via deserta. Mi hanno fatto sferrare la mula apposta. Mi hanno insegnato a mentire dicendo che ero venuto avanti. Invece ero con loro ad ucciderlo. E dico anche perché l’hanno fatto. Perché Gioele si era accorto che Giacobbe amava la giovane sua moglie e perché Aser voleva la madre di costui ed essa lo respingeva. Si sono accordati per liberarsi di Gioele e di Abele insieme e godersi le donne. Ho detto. Levami la lebbra, levamela! Abele, tu sei buono, prega tu per me!».

64«Tu va’ da tua madre. Che uscendo dal suo languore veda il tuo viso e torni alla vita serena. E voi… A voi dovrei dire: “Vi sia fatto ciò che fatto avete”. E sarebbe umana giustizia. Ma Io vi affido ad una espiazione sovrumana. La lebbra di cui inorridite vi salva dall’essere afferrati e uccisi come meritate. Popolo di Betlem, scansati, apriti come le acque del mare per lasciare andare costoro alla loro lunga galera. Tremenda galera! Più atroce della rapida morte. Ed è pietà divina per dare loro modo di ravvedersi se vogliono. Andate!».

65La folla si addossa ai muri lasciando libero il centro della via, e i tre, ricoperti di lebbra come fossero malati da anni, vanno l’uno dietro l’altro verso la montagna. Nel silenzio e nel crepuscolo che scende, e che ha fatto tacere ogni voce di uccelli e di quadrupedi, non si sente che il loro pianto.

66«Purificate la via con acque abbondanti dopo avervi arso del fuoco. E voi, soldati, andate e riferite che giustizia è fatta secondo la più perfetta legge mosaica».

67E Gesù fa per andare dove sua Madre e Maria Cleofe continuano a soccorrere la donna, che rinviene lentamente mentre il figlio ne carezza le mani gelate e le bacia.

Mirta e Abele si consacrano al Messia.

68Ma la gente di Betlem, con un rispetto quasi esterrefatto, prega: «Parlaci, Signore. Tu sei realmente potente. Tu sei certo quello di cui parlò l’uomo che di qui è passato annunciando il Messia».

«Parlerò a notte, presso l’ovile dei pastori. Per ora vado a ristorare la madre».

69E va dalla donna che, seduta sul grembo di Maria d’Alfeo, rinviene sempre più, guardando il viso amoroso di Maria che le sorride, non raccapezzandosi, finché china lo sguardo sulla testa morata del figlio curvo sulle sue mani vacillanti e chiede: «Sono morta io pure? É questo il Limbo?».

70«No, donna. Questa è la Terra, questo è tuo figlio, salvato da morte. E questo è Gesù, mio Figlio, il Salvatore».

71La donna ha un moto tutto umano, per prima cosa. Raduna le forze e si protende a prendere il capo chino del suo figliolo, e lo vede vivo e sano, lo bacia frenetica, piangendo, ridendo, ritrovando tutti i nomi della cuna per dirgli la sua gioia.

«Sì, mamma, sì. Ma ora, guarda, non a me. A Lui. A Lui che mi ha salvato. Benedici il Signore».

72La donna, ancora troppo debole per alzarsi o per porsi in ginocchio, stende le mani che tremano e sanguinano ancora, e prende la mano di Gesù coprendola di baci e di lacrime.

Gesù le posa la mano sinistra sulla testa dicendole: «Sii felice. In pace. E sii sempre buona. E tu pure, Abele».

73«No, Signore mio. La vita mia e di mio figlio è tua perché Tu le hai salvate. Lascia che egli vada coi discepoli come già desiderava da quando furono qui. Io te lo dono con tanta gioia e ti prego di lasciare che io lo segua per servirlo e servire i servi di Dio».

«E la tua casa?».

74«Oh! Signore! Può uno risorto da morte avere più gli affetti che aveva prima di morire? Mirta è uscita da morte e da inferno per Te. In questo paese potrei giungere ad odiare coloro che mi hanno torturata nella mia creatura. E Tu predichi l’amore. Lo so. Lascia dunque che la povera Mirta ami il Solo che meriti amore, la sua missione, i suoi servi. Ora sono ancora sfinita e non potrei seguirti. Ma non appena potrò, permettimelo, Signore. Sarò al tuo seguito e presso il mio Abele…»

75«Seguirai tuo figlio e Me con lui. Sii felice. Sta’ in pace, ora. Con la mia pace. Addio».

E mentre la donna sorretta dal figlio e da alcuni pietosi rientra in casa, Gesù, coi pastori, gli apostoli, la Madre e Maria d’Alfeo, torna fuori del paese andando poi all’ovile sito all’estremità di una via che finisce nei campi…

…76Un grande falò è acceso per illuminare la riunione. Seduti a semicerchi sui campi, molti attendono che Gesù venga a parlare. Intanto parlano loro degli avvenimenti del giorno. È presente anche Abele, col quale molti si congratulano dicendo che tutti credevano nella sua innocenza.

77«Ma eravate pronti a uccidermi, però! Anche tu che mi avevi salutato sulla porta di casa proprio nell’ora in cui veniva ucciso Gioele», non può trattenersi da rispondere il giovanetto. E aggiunge: «Ma io ti perdono in nome di Gesù».

78Ecco che Gesù viene dall’ovile verso di loro. Alto, biancovestito, contornato dagli apostoli, seguito dai pastori e dalle donne.

La Legge in Israele. (Discorso)

La Legge è morta

«La pace a voi tutti.

79Se l’essere venuto è valso ad instaurare il Regno di Dio fra di voi, sia benedetto il Signore. Se l’essere venuto è valso a far brillare una innocenza, sia benedetto il Signore. Se l’essere giunto in tempo per impedire un delitto serve anche a dare a tre colpevoli modo di redimersi, sia benedetto il Signore. Ora, di tutte le molte cose che porta a meditare questa giornata, e che mediteremo mentre la notte scende a fasciare di tenebre la gioia di due cuori e il rimorso di altri tre – e nelle sue tenebre nasconde come in velo pudico le lacrime gioiose dei primi e quelle brucianti degli altri, che però Dio vede – vi è quella che indica come nulla è inutile di quanto Dio ha dato per Legge. La Legge data da Dio, nominalmente è molto osservata in Israele. Ma in realtà non lo è. La Legge è là, analizzata, sviscerata, spezzettata, fino a farla morire per torture di sottigliezze piccine. É là. Ma come un cadavere mummificato non ha vita, respiro, circolazione di sangue nonostante abbia l’apparenza di uno che sia immobile per sonno, così la Legge non ha vita, respiro, sangue in troppi, troppi, troppi cuori.

80Su una mummia ci si siede come su uno sgabello. Su una mummia si possono appoggiare oggetti, vesti, anche lordure, se si vuole, ed essa non si ribella perché non ha vita. Così troppi fanno della Legge uno sgabello, un appoggio, uno scarico per le loro lordure, certi che essa non si ribella nella loro coscienza perché essa per loro è morta.

Similitudine delle foreste pietrificate.

81Potrei paragonare molta parte di Israele alle foreste pietrificate che si vedono sparse per la valle del Nilo e nel deserto egiziano. Erano boschi e boschi di piante vive, nutrite da linfe, fruscianti al sole, belle di fronde, di fiori, di frutti. Facevano, del punto dove sorgevano, un piccolo paradiso terrestre, caro a uomini e animali che dimenticavano l’aridità desolata del deserto, la sete rovente che le sabbie danno all’uomo penetrando con la loro polvere ardente nelle fauci. Dimenticavano il sole spietato che calcifica i cadaveri in poco tempo, scarnendoli, consumandone in polvere le carni e lasciando coricati fra le curve delle sabbie scheletri e scheletri puliti come da un attento operaio. Dimenticavano tutto in quest’ombra verde, frusciante, ricca d’acque e di frutti che ristoravano, consolavano, rendevano ardimento a nuovi percorsi.

82Poi, per una ignota causa, come cose maledette, esse si sono non solo disseccate, come fanno le piante che, morte che siano, servono ancora per fare fuochi nei focolari dell’uomo, o dei roghi per illuminare la notte, tenere lontano fiere e cacciare l’umido della notte ai pellegrini lontani dai paesi. Ma queste non hanno servito come legna. Pietra sono divenute. Pietra. La silice del suolo sembra essere salita per un sortilegio dalle radici al tronco, ai rami, alle fronde. I venti hanno poi spezzato i rametti più esili divenuti simili ad alabastro che è duro e molle insieme. Ma i rami più robusti sono là, sui loro tronchi poderosi a fare inganno alle carovane stanche, che nel riflesso abbacinante del sole, o nella luce spettrale della luna, vedono profilarsi le ombre dei tronchi ritti sui loro pianori, o nel fondo delle valli che conoscono l’acqua solo nel tempo delle piene feconde e che, e per l’ansia di un rifugio, di un ristoro, di un pozzo, di frutti freschi, e per la stanchezza degli occhi abbacinati dal sole sulle sabbie senza riparo, si precipitano verso le foreste fantasma. Veramente fantasma! Illusorie apparenze di corpi vivi. Reali presenze di cose morte.

83Io le ho viste. Mi sono rimaste impresse, per quanto fossi poco più che un pargolo, come una delle più tristi cose della Terra. Così mi erano parse finché non ho toccato, misurato, pesato le cose totalmente tristi della Terra perché sono le cose completamente morte. Le cose immateriali, ossia le virtù e le anime morte. Morte le prime nelle anime, morte le anime perché si sono uccise.

84La Legge è in Israele. Ma vi è come le piante pietrificate sono nel deserto: divenute silice. Morte. Oggetto di inganno. Oggetto destinato a corrodersi senza servire. Anzi nuocendo perché creano miraggi che allettano allontanando dalle oasi vere, facendo morire di sete, di fame, di desolazione, col loro attirare alla loro morte. Morte che attira altri a morte, come si legge in certe favole di miti pagani.

Fate rivivere la Legge.

85Voi oggi ne avete avuto un esempio di cosa è una Legge ridotta a pietra in un’anima pure divenuta pietra. É peccato di ogni genere e creatore di sventura. Questo vi serva a saper vivere e a saper far rivivere la Legge in voi, nella sua integrità che Io illumino con luci di misericordia.

86La notte è alta. Le stelle ci guardano e con esse Dio. Alzate lo sguardo al cielo stellato ed elevate lo spirito a Dio. E senza critiche verso gli infelici già da Dio puniti, e senza orgogli per essere senza il loro peccato, promettete a Dio e a voi stessi di non cadere nella aridità delle piante maledette dei deserti e delle valli d’Egitto.

87La pace sia con voi».

88Li benedice e poi si ritira nell’ampio recinto dell’ovile, cinto da rustici portici, sotto cui i pastori hanno steso molto fieno a fare da letto ai servi del Signore.

32. Maria SS. ammaestra la Maddalena sull’orazione mentale[128].

Panorami splendidi.

Sospinte dall’amore.

1«Dove faremo tappa, mio Signore?», chiede Giacomo di Zebedeo, mentre camminano per una gola fra due colline tutte coltivate e verdi dalla base alle vette.

2«A Betlem di Galilea. Ma nelle ore calde sosteremo sul monte che sovrasta Meraba. Così tuo fratello sarà beato un’altra volta vedendo il mare», e Gesù sorride. Poi termina: «Noi uomini avremmo potuto fare più strada, ma abbiamo dietro di noi le discepole, che non si lamentano mai, ma che non dobbiamo stancare eccessivamente».

3«Non si lamentano mai. È vero. Siamo più facili a lamentarci noi», ammette Bartolomeo.

4«Eppure sono meno abituate di noi a questa vita…», dice Pietro.

5«Forse lo fanno volentieri per questo», dice Tommaso.

6«No, Toma. Lo fanno volentieri per amore. Credi pure che mia Madre e neppure le altre donne di casa, come Maria d’Alfeo, Salome e Susanna, lasciano volentieri la casa per venire per le vie del mondo e fra la gente. E Marta e Giovanna, quando anche ella verrà, non use alle fatiche, non lo farebbero volentieri se l’amore non le spronasse.

L’amore egoista dell’Iscariota.

7Riguardo a Maria di Magdala, solo un potente amore le può dare la forza di subire questa tortura», dice Gesù.

8«Perché gliel’hai imposta, allora, se sai che è tortura?», chiede l’Iscariota.

9«Non è buona cosa per lei e non lo è per noi».

10«Null’altro che la dimostrazione palese, indubitabile del suo mutamento poteva persuadere il mondo. Maria vuole persuadere il mondo di questo. La sua separazione dal passato è stata completa. È completa».

11«Ciò è da vedersi. È presto ora per dirlo. Quando si è fatto abitudine ad un genere di vita, difficilmente ci se ne stacca del tutto. Amicizie e nostalgie ci riportano ad esso», dice l’Iscariota.

12«Tu hai nostalgie, allora, per la vita di prima?», chiede Matteo.

«Io… no. Ma faccio per dire. Io sono io: uomo, amante del Maestro e… Insomma io ho in me elementi che mi servono a resistere nel proposito. Ma lei è una donna, e che donna! E poi, anche fosse ben ferma, è sempre poco piacevole averla con noi. Se si avesse ad incontrare dei rabbi, sacerdoti o grandi farisei, credete che non sarebbe piacevole il loro commento. Io ci penso con anticipato rossore».

13«Non ti contraddire, Giuda. Se tu hai realmente tagliato i ponti col passato, come vuoi dire, perché tanto ti duoli che una povera anima ci segua per completare la sua trasformazione nel Bene?».

14«Ma per amore, Maestro. Io pure faccio tutto per amore. Verso di Te».

15«Allora perfezionati in questo tuo amore. Non deve un amore, per essere veramente tale, essere mai esclusivista. Quando uno sa amare solo un oggetto e non sa amarne nessun altro, anche se amato dall’oggetto che egli ama, dimostra di non essere nel vero amore. L’amore perfetto ama, con le dovute gradazioni, tutto il genere umano, e anche animali e vegetali, stelle e acque, perché tutto vede in Dio. Ama Dio come si conviene e ama tutto in Dio. Guarda che l’amore esclusivista è spesso egoismo. Sappi perciò giungere ad amare anche gli altri per amore».

«Sì, Maestro».

16L’oggetto della discussione procede intanto con le altre donne vicino a Maria, senza pensare di essere causa di tanta discussione.

Panorami splendidi.

17L’agglomerato di Jafia viene raggiunto, attraversato, superato senza che nessun cittadino mostri desiderio di seguire il Maestro o di trattenerlo. Proseguono, gli apostoli inquieti per l’indifferenza del luogo, Gesù che cerca di calmarli.

18La valle prosegue in direzione ovest e mostra al suo estremo un altro paese che si adagia alla base di un altro monte. Anche questo paese, che sento chiamare Meraba, è indifferente. Solo dei bambini si avvicinano agli apostoli mentre attingono acqua ad una limpida fontana addossata ad una casa. Gesù li accarezza chiedendo il loro nome, e i bambini chiedono il suo e chi è, dove va, cosa fa. Si avvicina anche un mendicante semicieco, vecchio, curvo, e stende la mano per ricevere l’obolo che infatti riceve.

19La marcia ricomincia con la salita di un colle, quello che sbarra la valle nella quale riversa le acque dei suoi fiumicelli, ora ridotti a un filo d’acqua o a sole pietre arse dal sole.

20Ma la strada è buona, aperta fra i boschi di ulivi prima, di altre piante poi, che intrecciano i rami facendo galleria verde sopra la strada. Raggiungono la vetta, che è coronata da uno stormente bosco di frassini, se non erro. E là si siedono per prendere riposo e cibo. E, col cibo e il riposo, diletto anche alla vista, perché il panorama è bellissimo, con la catena del Carmelo alla sinistra di chi guarda verso ovest; e là dove la catena del Carmelo – una verdissima catena in cui sono presenti tutti i toni più belli del verde – finisce, scintilla il mare, aperto, sconfinato, stendendosi, col suo drappo mosso da lievi ondette, verso il nord, a bagnare le sponde che dalla punta del promontorio, formato dall’estrema propaggine del Carmelo, salgono verso Tolemaide e le altre città fino a perdersi in una lieve nebbia verso la Siro Fenicia. Non si vede invece il mare al sud del promontorio del Carmelo, perché la catena, più alta del colle dove ci si trova, ne cela la vista.

21Passano le ore nell’ombra frusciante del bosco arioso. Chi dorme, chi parla sottovoce, chi guarda. Giovanni si dilunga dai compagni andando il più in alto possibile per vedere di più. Gesù si isola in un folto per pregare e meditare. Le donne si sono a loro volta ritirate dietro una cortina di ondulante caprifoglio tutto in fiore, e là si sono rinfrescate ad una minuscola sorgente che, ridotta ad un filo, forma in terra una pozzanghera che non riesce a mutarsi in rio.

 22Poi le più anziane si sono addormentate, stanche, mentre Maria SS. con Marta e Susanna parlano della loro casa lontana, e Maria dice che vorrebbe avere quel bel cespuglio tutto in fiore a veste della sua grotticella.

23La Maddalena, che si era sciolti i capelli non potendo resistere al loro peso, se li raccoglie di nuovo e dice: «Vado da Giovanni, ora che è con Simone, a guardare con loro il mare».

24«Vengo io pure», risponde Maria SS.

25Marta e Susanna restano presso le compagne dormenti.

Il segreto della vita spirituale.

Necessità e utilità dalla meditazione.

26Per raggiungere i due apostoli devono passare presso il roveto in cui si è isolato Gesù per pregare.

27«Mio Figlio trova riposo nella preghiera», dice piano Maria.

28La Maddalena le risponde: «Credo che gli sia anche indispensabile l’isolarsi per mantenere il meraviglioso dominio che ha e che il mondo mette a dura prova. Sai, Madre? Ho fatto quanto tu mi hai detto. Ogni notte mi isolo per un tempo più o meno lungo per potere ristabilire in me stessa la calma che molte cose turbano. Mi sento molto più forte dopo».

29«Per ora forte, più tardi ti sentirai beata. Credi pure, Maria, che sia nella gioia come nel dolore, sia nella pace come nella lotta, lo spirito nostro ha bisogno di tuffarsi tutto dentro all’oceano della meditazione, per ricostruire ciò che il mondo e le vicende abbattono e per creare nuove forze per sempre più salire. In Israele noi usiamo e abusiamo della preghiera vocale. Non voglio già dire che essa sia inutile e invisa a Dio. Ma dico però che è sempre molto più utile allo spirito l’elevazione mentale a Dio, la meditazione, in cui, contemplando la sua divina perfezione e la nostra miseria, o quella di tante povere anime, non già per criticarle ma per compatirle e capirle, e per avere riconoscenza al Signore che ci ha sorrette per non farci peccare, o ci ha perdonate per non lasciarci cadute, noi giungiamo a pregare realmente, ossia ad amare. Perché l’orazione, per essere realmente tale, deve essere amore. Altrimenti è borbottio di labbra dal quale l’anima è assente».

30«Ma parlare con Dio è lecito quando si hanno le labbra ancora sporche di tante parole profane? Io, nelle mie ore di raccoglimento, che faccio come tu mi hai insegnato, tu, mio apostolo dolcissimo, faccio violenza al mio cuore che vorrebbe dire a Dio: “Io ti amo”…»

«Nooh! Perché?».

31«Perché mi pare che farei sacrilega offerta a offrirgli il mio cuore…».

32«Non lo fare, figlia. Non lo fare. Il tuo cuore è, prima di tutto, riconsacrato dal perdono del Figlio, e il Padre non vede che questo perdono. Ma se anche Gesù non ti avesse ancora perdonata, e tu, in una solitudine ignorata, che tanto può essere materiale come morale, gridassi a Dio: “Io ti amo. Padre, perdona le mie miserie. Perché io di esse me ne spiaccio per il dolore che ti danno”, credi pure, o Maria, che il Padre Iddio ti assolverebbe di suo, e caro gli sarebbe il tuo grido di amore. Abbandonati, abbandonati all’amore. Non fare violenza ad esso. Lascia anzi che esso divenga violento come incendio avvampante. L’incendio consuma tutto ciò che è materiale, ma non distrugge una molecola di aria. Perché l’aria è incorporea. Anzi la purifica dai detriti minuscoli che i venti vi seminano, la fa più leggera. Così l’amore allo spirito. Consumerà più presto la materia dell’uomo, se Dio lo permette, ma non distrugge lo spirito. Anzi ne accresce la vitalità e lo fa puro e agile per le ascensioni a Dio.

Il segreto della vita spirituale.

33Vedi là Giovanni? É proprio un ragazzo. Ma pure è un’aquila. É il più forte di tutti gli apostoli. Perché ha compreso il segreto della fortezza, della formazione spirituale: la amorosa meditazione».

34«Ma lui è puro. Io… Lui è un ragazzo. Io…».

35«Guarda allora Io Zelote. Non è un ragazzo. Ha vissuto, ha lottato, ha odiato. Egli lo confessa sinceramente. Ma ha imparato a meditare. E lui pure, credimi, è bene in alto. Vedi? Si cercano quei due. Poiché si sentono uguali. Hanno raggiunto la stessa età perfetta dello spirito e con lo stesso mezzo: la orazione mentale. Per essa il ragazzo è divenuto virile nello spirito, e per essa il già vecchio e stanco è ritornato ad una virilità forte. E sai un altro che, senza essere apostolo, sarà, anzi è molto avanti per la sua tendenza naturale alla meditazione, che da quando è amico di Gesù è divenuta in lui necessità spirituale? Tuo fratello».

“Sorella diletta”.

36«Lazzaro mio?… Oh! Madre! Dimmelo, tu che sai tante cose perché Dio te le mostra, come mi tratterà Lazzaro al primo incontro? Prima taceva sdegnoso. Ma lo faceva perché io non sopportavo osservazioni. Sono stata molto crudele coi fratelli… Ora lo comprendo. Ora che sa che può parlare, che mi dirà? Temo il suo aperto rimprovero. Oh! certo mi ricorderà tutte le pene di cui sono causa. Io vorrei volare da Lazzaro. Ma ne ho paura. Prima ci andavo, e neppure i ricordi della mamma morta, le sue lacrime ancora vive sugli oggetti da lei usati, lacrime per me, per mia colpa, mi turbavano. Il mio cuore era cinico, sfrontato, chiuso ad ogni voce che non fosse “male”. Ma ora io non ho più la malvagia forza del Male e tremo… Che mi farà Lazzaro?»

37«Ti aprirà le braccia e ti chiamerà, più col cuore che con le labbra, “sorella diletta”. É tanto formato in Dio che non può che usare questo modo. Non temere. Non ti dirà una parola sul passato. Egli, è come se io lo vedessi, è là, a Betania, e gli sono ben lunghi i giorni dell’attesa. Attende te, per stringerti sul cuore. Per saziare il suo amore di fratello. Tu non hai che amarlo come ti ama lui per gustare la dolcezza di essere nati da un seno».

«Lo amerei anche se mi rimproverasse. Me lo merito».

«Ma egli ti amerà soltanto. Questo solo».

Flash sulla fuga in Egitto.

38Hanno raggiunto Giovanni e Simone, che parlano dei viaggi futuri e che si alzano riverenti quando giunge la Madre del Signore.

«Veniamo anche noi a lodare il Signore per le belle opere della sua creazione».

39«Hai mai visto il mare, Madre?».

«Oh! l’ho visto. Ed era allora meno turbato esso, nella sua tempesta, del mio cuore, e meno salato del mio pianto, mentre fuggivo lungo il litorale da Gaza verso il Mar Rosso, col mio Bambino fra le braccia e la paura di Erode alle spalle. E l’ho visto al ritorno. Ma allora era primavera sulla terra e nel mio cuore. La primavera del ritorno in patria. E Gesù batteva le manine, felice di vedere cose nuove… E io e Giuseppe pure eravamo felici. Per quanto la bontà del Signore ci avesse fatto men duro l’esilio a Matarea, in mille modi».

40La loro conversazione dura mentre a me cessa la capacità di vedere e di udire.

33. A Betlem di Galilea. Giudizio per un omicidio e parabola delle foreste pietrificate[129].

Abele trascinato alla morte.

“Venite adoriamo”

1É sera quando giungono a Betlem di Galilea. Si capisce che è destino delle città di questo nome essere adagiate su ondulate colline, fasciate di verde, di boschi, di prati, su cui pasturano greggi scendendo verso gli ovili per la notte. L’aria rossa, vestigio del potente tramonto appena compiuto, è piena di una pastorale musica di campani e di un tremolare di belati, ai quali si uniscono i gridi allegri dei bambini che giuocano e le voci delle madri che li chiamano.

2«Giuda di Simone, va’ con Simone a cercare alloggio per noi e le donne. Al centro del paese è l’albergo e là vi raggiungeremo».

3Mentre Giuda e lo Zelote ubbidiscono, Gesù si volge alla Madre e dice: «Questa volta non sarà come all’altra Betlemme. Troverai riposo, Madre mia. Pochi si muovono in questa stagione e non vi è nessun editto».

4«Con questa stagione sarebbe dolce anche dormire sui prati o in mezzo a questi pastori, fra gli agnellini», e Maria sorride al Figlio e sorride a dei pastorelli curiosi che la guardano fisso. Sorride in tal maniera che uno dà di gomito all’altro e gli dice sottovoce: «Non può che essere Lei», e si fa avanti, sicuro, dicendo: «Ti saluto, Maria piena di grazia. Il Signore è con Te?».

5Maria risponde con un ancor più dolce sorriso: «Eccolo il Signore», e accenna a Gesù, che si è voltato a parlare con i cugini dando loro incarico di dare oboli ai poveri che si avvicinano con lamentose richieste. E tocca leggermente suo Figlio, la Madre, dicendogli: «Figlio mio, questi pastorelli cercano di Te e mi hanno riconosciuta. Non so come…».

6«Certo di qui è passato Isacco lasciando il profumo della rivelazione. Giovinetto, vieni qui».

7Il pastorello, un brunetto sui dodici-quattordici anni, robusto sebbene magro, dagli occhi vivi e nerissimi, dai capelli spioventi con una zazzera d’ebano, avvolto nella sua pelle di pecora – e mi sembra una copia giovinetta del Precursore – si accosta con un sorriso beato, come affascinato, a Gesù.

8«La pace a te, fanciullo. Come hai riconosciuto Maria?».

«Perché solo la Madre del Salvatore poteva avere quel sorriso e quel volto. Mi fu detto: “Un volto di angelo, degli occhi di stella e un sorriso che è più dolce del bacio di una madre, dolce come il suo nome che è Maria, santo tanto da potersi curvare sul Dio neonato”. Ho visto questo in Lei e l’ho salutata perché ti cercavo. Ti cercavamo, Signore, e… non osavo salutare Te per primo».

9«Chi ti ha parlato di noi?».

«Isacco dell’altra Betlemme, promettendoci di condurci da Te come viene l’autunno».

10«Fu qui Isacco?».

«È ancora per queste contrade, con tanti discepoli. Ma a noi pastori fu lui che parlò. E noi abbiamo creduto alla sua parola. Signore, lascia che noi pure ti si adori come quei compagni nostri nella notte beata»; e, mentre si inginocchia nella polvere della via, getta un grido agli altri pastori che hanno fermato il gregge alle porte della città (porte per modo di dire, perché non è città murata) là dove anche Gesù si era fermato per attendere le donne ed entrare con esse in paese.

11Il pastorello grida: «Padre, fratelli e amici, abbiamo trovato il Signore. Venite e adoriamo».

12E i pastori vengono ad affollarsi col gregge intorno a Gesù e a pregarlo di non andare da altri ma di accettare la loro povera casa, poco lontana, per sua dimora e per quella dei suoi amici.

13«È un ampio ovile», spiegano, «poiché Dio ci protegge e vi sono stanze e portici colmi di fieno fragrante. Le stanze alla Madre e alle sue sorelle, perché donne sono. Ma anche per Te ve ne è una. Gli altri possono dormire con noi sotto i portici, sul fieno».

14«Io pure starò con voi. E mi sarà più dolce riposo che se dormissi nella stanza del re. Andiamo però prima ad avvisare Giuda e Simone».

15«Vado io, Maestro», dice Pietro e se ne va insieme a Giacomo di Zebedeo.

16Sostano sul margine della via attendendo il ritorno dei quattro apostoli.

L’amore di Maria per gli agnellini.

17I pastori guardano Gesù come fosse già Dio nella sua gloria. I più giovani poi sono proprio beati, e sembra vogliano stamparsi nella mente ogni particolare di Gesù e di Maria, che si è curvata ad accarezzare degli agnelli venuti a drizzare il musetto, belando, contro i suoi ginocchi.

18«Ce ne era uno, in casa di Elisabetta mia parente, che mi leccava le trecce ogni volta che mi vedeva. Lo chiamavo “amico” perché mi era proprio amico come un fanciullo e appena poteva correva da me. Questo me lo ricorda tutto, con questi occhi di due colori. Non lo uccidete! Anche l’altro fu lasciato vivere per questo suo amore per me».

19«É un’agnella, Donna, e la volevamo vendere perché ha gli occhi di due colori e credo che da uno poco ci veda. Ma la terremo se tu vuoi».

20«Oh! sì! Già io non vorrei mai che fosse ucciso nessun agnellino… Sono così innocenti e con una voce da bambino che chiama la mamma. Mi parrebbe di uccidere un bambino a uccidere uno di questi».

21«Ma allora, Donna, non ci sarebbe più posto per noi sulla terra se vivessero tutti gli agnellini», dice il pastore più anziano.

22«Lo so. Ma io penso al loro dolore e a quello delle pecore madri. Piangono tanto quando si levano a loro i figli. Sembrano proprio madri come noi. E io non posso vedere soffrire nessuno, ma ho strazio per una madre straziata. É un dolore diverso da ogni altro, perché a noi si lacerano non solo cuore e cervello per la percossa della morte di un figlio, ma fino le viscere stesse. Noi madri rimaniamo unite col figlio, sempre. Ed è lacerarci tutte il levarcelo».

23Non sorride più Maria, ma ha un luccichio di pianto nell’occhio azzurro e guarda il suo Gesù che l’ascolta e la guarda, e gli posa una mano sul braccio, come se temesse che Egli fosse per esserle strappato dal fianco.

Abele trascinato alla morte.

24Dalla via polverosa viene una piccola scorta di armati: sei uomini, unita a persone vocianti. I pastori guardano e parlano sottovoce fra di loro. Poi guardano Maria e Gesù. Il più vecchio parla: «Allora è stato bene che tu non entrassi in Betlem questa sera».

«Perché?».

«Perché quella gente, che ora è passata entrando in città, va per strappare un figlio a una madre».

«Oh! ma perché?».

«Per ucciderlo».

25«Oh! no! Che ha fatto?».

Anche Gesù lo chiede e gli apostoli si affollano per sentire.

26«É stato trovato ucciso per la via del monte il ricco Gioele. Tornava da Sicaminon, pieno di denaro. Ma ladroni non sono stati, perché il denaro era ancora sul morto. Il servo che lo accompagnava disse che il padrone gli aveva detto di correre avanti per avvisare del ritorno, e per la via, diretto verso il luogo dove fu commesso l’omicidio, vide solo il giovane che ora sarà ucciso. Due, poi, del paese, giurano di averlo visto aggredire Gioele. Ora i parenti del morto esigono la sua morte. E se omicida è…»

«Non lo credi?».

27«Non mi pare cosa possibile. Il giovane è poco più di un ragazzo, è buono, vive sempre con la madre di cui è l’unico figlio, e lei è vedova, e vedova santa. Non gli mancano i mezzi. Non pensa alle femmine. Non è rissoso. Non è folle. Perché allora ha ucciso?».

Coraggio di salvare

Il coraggio di parlare.

28«Ma ha forse dei nemici?».

«Chi? Gioele il morto o Abele l’accusato?».

«L’accusato».

«Ah! Non saprei… Ma… Non saprei».

«Sii schietto, uomo».

29«Signore, è una cosa che penso, e Isacco ci ha detto che non si deve pensare male del prossimo».

30«Ma si deve avere coraggio di parlare per salvare un innocente».

31«Se parlo, abbia io ragione o torto, dovrò fuggire di qua perché Aser e Giacobbe sono potenti».

«Parla senza temere. Non sarai costretto a fuggire».

32«Signore, la madre di Abele è giovane, bella e saggia. Aser saggio non è, e non lo è Giacobbe. Al primo piace la vedova e al secondo… il paese sa che il secondo è un cuculo nel talamo di Gioele. Io penso che…».

Il coraggio d’intervenire.

33«Ho capito. Andiamo, amici. Restate pure, voi donne, coi pastori. Tornerò presto».

«No, Figlio. Io vengo con Te».

34Gesù già cammina sollecito verso l’interno della città. I pastori restano indecisi, ma poi abbandonano il gregge ai più giovani che restano con tutte le donne, meno la Madre e Maria d’Alfeo che seguono Gesù, e si danno a raggiungere il gruppo apostolico. Alla terza strada che taglia la via principale di Betlem si incontrano con l’Iscariota, Simone, Pietro e Giacomo, che vengono in giù gestendo e vociando.

35«Che fatto, Maestro! Che fatto! e che pena!», dice Pietro sconvolto.

36«Un figlio preso a forza alla madre per essere ucciso, e lei lo difende come una iena. Ma è donna contro degli armati», aggiunge Simone Zelote.

37«Sanguina già da molte parti», dice l’Iscariota.

38«Le hanno sfondato la porta perché si era barricata in casa», termina Giacomo di Zebedeo.

«Vado da lei».

«Oh! sì! Tu solo puoi consolarla».

39Piegano a destra, poi a sinistra, verso il centro del paese. Già si vede l’affollamento tumultuoso che si agita e pressa vicino alla casa di Abele, e delle grida laceranti di donna, disumane, feroci e pietose insieme, giungono fin qui.

40Gesù affretta il passo giungendo ad una minuscola piazzetta – una curva della strada, che qui si allarga, più che una piazzetta – nella quale il tumulto è al colmo.

41La donna contende ancora il figlio alle guardie stando abbrancata con una mano, che è divenuta artiglio di ferro, al rudere della porta abbattuta, e con l’altra sta allacciata alla cintura del figlio, e se uno cerca di staccarla di là morde ferocemente, incurante dei colpi che riceve né delle strappate ai capelli, che le danno in maniera così feroce che le rovesciano indietro il capo; e quando non morde urla: «Lasciatelo! Assassini! É innocente! La notte che fu ucciso Gioele egli era nel letto al mio fianco! Assassini! Assassini! Calunniatori! Immondi! Spergiuri!».

42E il giovanetto, afferrato per le spalle dai catturatori, trascinato per le braccia, si volge indietro col volto sconvolto e urla: «Mamma! Mamma! Perché devo morire se non ho fatto nulla?».

43É un bel giovinetto alto e snello, dagli occhi oscuri e dolci, i capelli morati un poco mossi.

44La veste lacerata mostra il corpo agile e giovanile, quasi ancora di fanciullo.

45Gesù, con l’aiuto di chi l’accompagna, spezza la folla compatta come un masso e si fa strada fino al gruppo pietoso, proprio nel momento in cui la donna, spossata, viene strappata dalla porta e trascinata, come un sacco legato al corpo del figlio, per la strada sassosa. Ma ciò dura per pochi metri. Un più fiero strattone divelle la mano materna dalla cintura del figlio, e la donna cade prona battendo duramente il viso al suolo, sanguinando più ancora. Ma subito si rialza stando in ginocchio, tendendo le braccia, mentre il figlio, portato via velocemente, per quanto lo concede la folla che si apre a fatica, si libera il braccio sinistro e lo agita, storcendosi indietro e gridando: «Mamma! Addio! Ricorda, tu almeno, che io sono innocente!».

Il coraggio di smascherare.

46La donna lo guarda con occhi da pazza e poi piomba a terra svenuta. Gesù si para davanti al gruppo dei catturatori.

«Fermatevi un momento. Ve lo ordino!».

E il suo viso non ammette replica.

«Chi sei?», dice aggressivo un cittadino che è nel gruppo.

47«Non ti conosciamo. Scansati e lasciaci andare perché sia ucciso prima che la notte venga».

48«Un Rabbi sono. Il più grande. In nome di Jeovè fermatevi, o Egli vi fulminerà». Intanto pare che fulmini Lui.

49«Chi è testimonio contro costui?».

«Io, lui e lui», risponde quello che ha parlato prima.

50«La vostra testimonianza non è valida perché non è vera».

«E perché lo puoi dire? Noi siamo pronti a giurarlo».

51«Il vostro giuramento è peccato».

«Noi peccare? Noi?».

52«Voi. Come covate lussuria, come nutrite odio, come avete avidità di ricchezze, come siete omicidi, così siete anche spergiuri. Vi siete venduti alla Immondezza. Potete compiere qualunque lordura».

«Guarda come parli! Io sono Aser…»

53«Ed Io sono Gesù».

«Non sei di qui, non sei sacerdote né giudice. Nulla sei. Sei lo straniero».

54«Sì, sono lo Straniero perché la Terra non è il mio Regno. Ma sono Giudice e Sacerdote. Non solo di questa piccola parte d’Israele, ma di tutto Israele e di tutto il mondo».

«Andiamo, andiamo! Abbiamo a che fare con un pazzo», dice l’altro testimone e dà uno spintone a Gesù per scansarlo.

Il Messia applica la legge mosaica

Giudizio secondo la legge mosaica.

55«Tu non farai nessun altro passo», tuona Gesù guardandolo con uno sguardo di miracolo che soggioga e paralizza, così come rende vita e letizia, quando vuole.

56«Tu non fai nessun altro passo. Non credi a ciò che Io dico? Ebbene, allora guarda. Qui non c’è la polvere del Tempio, né l’acqua di esso, e non ci sono parole scritte con l’inchiostro per fare l’acqua amarissima che è giudizio alla gelosia e all’adulterio[130]. Ma qui sono Io. E Io faccio giudizio».

La voce di Gesù è uno squillo di tromba tanto è penetrante.

La gente si pigia per vedere. Solo Maria SS. e Maria d’Alfeo sono rimaste a soccorrere la madre svenuta.

57«E Io faccio giudizio così. Datemi un pizzico di polvere della via e un goccio d’acqua in un orciolo. E, mentre mi vengono date, voi che accusate e tu che sei accusato rispondete a Me. Sei tu innocente, figlio? Dillo con sincerità a Colui che ti è Salvatore».

«Lo sono, Signore».

58«Aser, puoi giurare di non avere detto che il vero?».

«Lo giuro. Non avrei motivo di mentire. Lo giuro per l’altare. Scenda dal Cielo una fiamma che mi bruci se io non dico il vero».

59«Giacobbe, puoi tu giurare di essere sincero nell’accusa e senza un movente segreto che ti spinga a mentire?».

 «Lo giuro per Geové. Solo l’amore per l’amico ucciso mi spinge a parlare. Con costui io non ho nulla di personale».

60«E tu, servo, puoi giurare di aver detto la verità?».

«Mille volte lo giuro se occorre! Il mio padrone, il mio povero padrone!», e piange velandosi il capo col mantello.

61«Sta bene. Ecco l’acqua ed ecco la polvere. E la parola è questa: “Tu, Padre santo e Dio altissimo, compi giudizio di verità per mio mezzo, acciò vita e onore siano resi all’innocente e alla madre desolata, e degno castigo a chi innocente non è. Ma per la grazia che ho agli occhi tuoi, non fiamma né morte, ma lunga espiazione venga a coloro che hanno commesso peccato”».

62Dice queste parole tenendo le mani stese sull’orciolo come fa il sacerdote all’altare durante la Messa, all’offertorio. Poi tuffa la destra nell’orciolo e con la mano inzuppata d’acqua spruzza i quattro sotto giudizio e fa loro bere un sorso di quell’acqua.

63 Prima al giovanetto, poi ai tre altri. Indi incrocia le braccia sul petto e li guarda. Anche la folla guarda, e dopo pochi momenti ha un urlo e si getta col volto al suolo. Allora i quattro che erano in fila si guardano fra loro e urlano alla loro volta: il primo, il giovanetto, di stupore, gli altri di orrore. Perché si vedono coperti nel volto di subita lebbra, mentre il giovanetto ne è immune. Il servo si getta ai piedi di Gesù che si scansa come tutti, soldati compresi, e si scansa prendendo per mano il giovanetto Abele perché non si contamini presso i tre lebbrosi. E grida, questo servo: «No! No! Perdono! Lebbroso no! Sono stati loro che mi hanno pagato perché facessi ritardare fino a sera il padrone, per colpirlo sulla via deserta. Mi hanno fatto sferrare la mula apposta. Mi hanno insegnato a mentire dicendo che ero venuto avanti. Invece ero con loro ad ucciderlo. E dico anche perché l’hanno fatto. Perché Gioele si era accorto che Giacobbe amava la giovane sua moglie e perché Aser voleva la madre di costui ed essa lo respingeva. Si sono accordati per liberarsi di Gioele e di Abele insieme e godersi le donne. Ho detto. Levami la lebbra, levamela! Abele, tu sei buono, prega tu per me!».

64«Tu va’ da tua madre. Che uscendo dal suo languore veda il tuo viso e torni alla vita serena. E voi… A voi dovrei dire: “Vi sia fatto ciò che fatto avete”. E sarebbe umana giustizia. Ma Io vi affido ad una espiazione sovrumana. La lebbra di cui inorridite vi salva dall’essere afferrati e uccisi come meritate. Popolo di Betlem, scansati, apriti come le acque del mare per lasciare andare costoro alla loro lunga galera. Tremenda galera! Più atroce della rapida morte. Ed è pietà divina per dare loro modo di ravvedersi se vogliono. Andate!».

65La folla si addossa ai muri lasciando libero il centro della via, e i tre, ricoperti di lebbra come fossero malati da anni, vanno l’uno dietro l’altro verso la montagna. Nel silenzio e nel crepuscolo che scende, e che ha fatto tacere ogni voce di uccelli e di quadrupedi, non si sente che il loro pianto.

66«Purificate la via con acque abbondanti dopo avervi arso del fuoco. E voi, soldati, andate e riferite che giustizia è fatta secondo la più perfetta legge mosaica».

67E Gesù fa per andare dove sua Madre e Maria Cleofe continuano a soccorrere la donna, che rinviene lentamente mentre il figlio ne carezza le mani gelate e le bacia.

Mirta e Abele si consacrano al Messia.

68Ma la gente di Betlem, con un rispetto quasi esterrefatto, prega: «Parlaci, Signore. Tu sei realmente potente. Tu sei certo quello di cui parlò l’uomo che di qui è passato annunciando il Messia».

«Parlerò a notte, presso l’ovile dei pastori. Per ora vado a ristorare la madre».

69E va dalla donna che, seduta sul grembo di Maria d’Alfeo, rinviene sempre più, guardando il viso amoroso di Maria che le sorride, non raccapezzandosi, finché china lo sguardo sulla testa morata del figlio curvo sulle sue mani vacillanti e chiede: «Sono morta io pure? É questo il Limbo?».

70«No, donna. Questa è la Terra, questo è tuo figlio, salvato da morte. E questo è Gesù, mio Figlio, il Salvatore».

71La donna ha un moto tutto umano, per prima cosa. Raduna le forze e si protende a prendere il capo chino del suo figliolo, e lo vede vivo e sano, lo bacia frenetica, piangendo, ridendo, ritrovando tutti i nomi della cuna per dirgli la sua gioia.

«Sì, mamma, sì. Ma ora, guarda, non a me. A Lui. A Lui che mi ha salvato. Benedici il Signore».

72La donna, ancora troppo debole per alzarsi o per porsi in ginocchio, stende le mani che tremano e sanguinano ancora, e prende la mano di Gesù coprendola di baci e di lacrime.

Gesù le posa la mano sinistra sulla testa dicendole: «Sii felice. In pace. E sii sempre buona. E tu pure, Abele».

73«No, Signore mio. La vita mia e di mio figlio è tua perché Tu le hai salvate. Lascia che egli vada coi discepoli come già desiderava da quando furono qui. Io te lo dono con tanta gioia e ti prego di lasciare che io lo segua per servirlo e servire i servi di Dio».

«E la tua casa?».

74«Oh! Signore! Può uno risorto da morte avere più gli affetti che aveva prima di morire? Mirta è uscita da morte e da inferno per Te. In questo paese potrei giungere ad odiare coloro che mi hanno torturata nella mia creatura. E Tu predichi l’amore. Lo so. Lascia dunque che la povera Mirta ami il Solo che meriti amore, la sua missione, i suoi servi. Ora sono ancora sfinita e non potrei seguirti. Ma non appena potrò, permettimelo, Signore. Sarò al tuo seguito e presso il mio Abele…»

75«Seguirai tuo figlio e Me con lui. Sii felice. Sta’ in pace, ora. Con la mia pace. Addio».

E mentre la donna sorretta dal figlio e da alcuni pietosi rientra in casa, Gesù, coi pastori, gli apostoli, la Madre e Maria d’Alfeo, torna fuori del paese andando poi all’ovile sito all’estremità di una via che finisce nei campi…

…76Un grande falò è acceso per illuminare la riunione. Seduti a semicerchi sui campi, molti attendono che Gesù venga a parlare. Intanto parlano loro degli avvenimenti del giorno. È presente anche Abele, col quale molti si congratulano dicendo che tutti credevano nella sua innocenza.

77«Ma eravate pronti a uccidermi, però! Anche tu che mi avevi salutato sulla porta di casa proprio nell’ora in cui veniva ucciso Gioele», non può trattenersi da rispondere il giovanetto. E aggiunge: «Ma io ti perdono in nome di Gesù».

78Ecco che Gesù viene dall’ovile verso di loro. Alto, biancovestito, contornato dagli apostoli, seguito dai pastori e dalle donne.

La Legge in Israele. (Discorso)

La Legge è morta

«La pace a voi tutti.

79Se l’essere venuto è valso ad instaurare il Regno di Dio fra di voi, sia benedetto il Signore. Se l’essere venuto è valso a far brillare una innocenza, sia benedetto il Signore. Se l’essere giunto in tempo per impedire un delitto serve anche a dare a tre colpevoli modo di redimersi, sia benedetto il Signore. Ora, di tutte le molte cose che porta a meditare questa giornata, e che mediteremo mentre la notte scende a fasciare di tenebre la gioia di due cuori e il rimorso di altri tre – e nelle sue tenebre nasconde come in velo pudico le lacrime gioiose dei primi e quelle brucianti degli altri, che però Dio vede – vi è quella che indica come nulla è inutile di quanto Dio ha dato per Legge. La Legge data da Dio, nominalmente è molto osservata in Israele. Ma in realtà non lo è. La Legge è là, analizzata, sviscerata, spezzettata, fino a farla morire per torture di sottigliezze piccine. É là. Ma come un cadavere mummificato non ha vita, respiro, circolazione di sangue nonostante abbia l’apparenza di uno che sia immobile per sonno, così la Legge non ha vita, respiro, sangue in troppi, troppi, troppi cuori.

80Su una mummia ci si siede come su uno sgabello. Su una mummia si possono appoggiare oggetti, vesti, anche lordure, se si vuole, ed essa non si ribella perché non ha vita. Così troppi fanno della Legge uno sgabello, un appoggio, uno scarico per le loro lordure, certi che essa non si ribella nella loro coscienza perché essa per loro è morta.

Similitudine delle foreste pietrificate.

81Potrei paragonare molta parte di Israele alle foreste pietrificate che si vedono sparse per la valle del Nilo e nel deserto egiziano. Erano boschi e boschi di piante vive, nutrite da linfe, fruscianti al sole, belle di fronde, di fiori, di frutti. Facevano, del punto dove sorgevano, un piccolo paradiso terrestre, caro a uomini e animali che dimenticavano l’aridità desolata del deserto, la sete rovente che le sabbie danno all’uomo penetrando con la loro polvere ardente nelle fauci. Dimenticavano il sole spietato che calcifica i cadaveri in poco tempo, scarnendoli, consumandone in polvere le carni e lasciando coricati fra le curve delle sabbie scheletri e scheletri puliti come da un attento operaio. Dimenticavano tutto in quest’ombra verde, frusciante, ricca d’acque e di frutti che ristoravano, consolavano, rendevano ardimento a nuovi percorsi.

82Poi, per una ignota causa, come cose maledette, esse si sono non solo disseccate, come fanno le piante che, morte che siano, servono ancora per fare fuochi nei focolari dell’uomo, o dei roghi per illuminare la notte, tenere lontano fiere e cacciare l’umido della notte ai pellegrini lontani dai paesi. Ma queste non hanno servito come legna. Pietra sono divenute. Pietra. La silice del suolo sembra essere salita per un sortilegio dalle radici al tronco, ai rami, alle fronde. I venti hanno poi spezzato i rametti più esili divenuti simili ad alabastro che è duro e molle insieme. Ma i rami più robusti sono là, sui loro tronchi poderosi a fare inganno alle carovane stanche, che nel riflesso abbacinante del sole, o nella luce spettrale della luna, vedono profilarsi le ombre dei tronchi ritti sui loro pianori, o nel fondo delle valli che conoscono l’acqua solo nel tempo delle piene feconde e che, e per l’ansia di un rifugio, di un ristoro, di un pozzo, di frutti freschi, e per la stanchezza degli occhi abbacinati dal sole sulle sabbie senza riparo, si precipitano verso le foreste fantasma. Veramente fantasma! Illusorie apparenze di corpi vivi. Reali presenze di cose morte.

83Io le ho viste. Mi sono rimaste impresse, per quanto fossi poco più che un pargolo, come una delle più tristi cose della Terra. Così mi erano parse finché non ho toccato, misurato, pesato le cose totalmente tristi della Terra perché sono le cose completamente morte. Le cose immateriali, ossia le virtù e le anime morte. Morte le prime nelle anime, morte le anime perché si sono uccise.

84La Legge è in Israele. Ma vi è come le piante pietrificate sono nel deserto: divenute silice. Morte. Oggetto di inganno. Oggetto destinato a corrodersi senza servire. Anzi nuocendo perché creano miraggi che allettano allontanando dalle oasi vere, facendo morire di sete, di fame, di desolazione, col loro attirare alla loro morte. Morte che attira altri a morte, come si legge in certe favole di miti pagani.

Fate rivivere la Legge.

85Voi oggi ne avete avuto un esempio di cosa è una Legge ridotta a pietra in un’anima pure divenuta pietra. É peccato di ogni genere e creatore di sventura. Questo vi serva a saper vivere e a saper far rivivere la Legge in voi, nella sua integrità che Io illumino con luci di misericordia.

86La notte è alta. Le stelle ci guardano e con esse Dio. Alzate lo sguardo al cielo stellato ed elevate lo spirito a Dio. E senza critiche verso gli infelici già da Dio puniti, e senza orgogli per essere senza il loro peccato, promettete a Dio e a voi stessi di non cadere nella aridità delle piante maledette dei deserti e delle valli d’Egitto.

87La pace sia con voi».

88Li benedice e poi si ritira nell’ampio recinto dell’ovile, cinto da rustici portici, sotto cui i pastori hanno steso molto fieno a fare da letto ai servi del Signore.

34. Viaggio lieto verso Gerico senza l’Iscariota[131].

Dimensione della carità e possesso della verità

Famiglie di Gesù e Maria.

1L’assenza di quattro apostoli, e soprattutto di Giuda, fa più intimo e felice il gruppo dei superstiti. È proprio una famiglia, i cui capi sono Gesù e Maria, quella che, volgendo le spalle a Betania in una mattina serena di ottobre, si dirige verso Gerico per passare alla sponda opposta del Giordano. Raggruppate le donne intorno a Maria: e non manca che Annalia al gruppo femminile delle discepole, ossia delle tre Marie, Giovanna, Susanna, Elisa, Marcella, Sara e Sintica. Raggruppati intorno a Gesù: Pietro, Andrea, Giacomo e Giuda d’Alfeo, Matteo, Giovanni e Giacomo di Zebedeo, Simone Zelote, Giovanni di Endor, Ermasteo e Timoneo; mentre Marziam, saltando come un capretto, fa la spola da questo a quel gruppo, che procedono a pochi metri l’uno dall’altro. Carichi di pesanti sacche, vanno allegri per la via soleggiata dolcemente, per la campagna solenne nel suo riposo.

La croce di Giovanni di Endor.

2Giovanni di Endor procede a fatica sotto il peso che gli pende sulle spalle. Pietro se ne accorge e dice: «Da’ qui, posto che hai voluto riprendere questa zavorra. Ne avevi nostalgia?».

«Me lo ha ordinato il Maestro».

«Sì? Oh! bella! Perché mai?».

«Non lo so. Mi ha detto ieri sera: “Riprendi i tuoi libri e vieni dietro a Me con quelli”».

3«Oh! bella, bella!… Ma se lo ha detto Lui, certo è cosa buona. Forse lo farà per quella donna. Quante cose sa, eh? Le sai anche tu?».

«Quasi quanto lei. È molto dotta».

«Ma non continuerai a venirci dietro con questo peso, eh?».

«Oh! non credo. Ma non lo so. Ma posso portarlo anche lo…».

«No, amico. Mi preme che tu non ti ammali. Sei male in arnese, lo sai?».

4«Lo so. Mi sento morire».

«Non fare scherzi! Lasciaci almeno arrivare a Cafarnao. Si sta così bene ora che siamo fra noi senza quel… Maledetta lingua! Ho mancato ancora alla promessa fatta al Maestro… Maestro? Maestro?».

«Che vuoi, Simone?».

L’incorreggibile Pietro.

5«Ho mormorato su Giuda e ti avevo promesso che non lo avrei più fatto. Perdonami».

«Sì. Cerca di non farlo più».

«Ho ancora 489 volte da avere il tuo perdono…».

«Ma che dici, fratello?», chiede Andrea stupito.

6E Pietro, tutto un brillio di arguzia sul viso buono, torcendo il collo sotto il peso della sacca di Giovanni di Endor: «E non ti ricordi che ha detto Lui di perdonare settanta volte sette? Perciò io ho ancora da avere 489 perdoni. Ne terrò conto accurato…»

7Ridono tutti, anche Gesù deve sorridere per forza. Ma risponde: «Faresti meglio a tenere conto di tutte le volte che sai essere buono, o grande bambino che sei».

8Pietro gli va vicino e col braccio destro cinge la vita di Gesù dicendo: «Caro il mio Maestro! Come sono felice di essere con Te senza… Va’ là! Sei contento anche Tu… E Tu mi capisci quel che voglio dire. Siamo fra noi. C’è tua Madre. C’è il bambino. Si va verso Cafarnao. La stagione è bella… Cinque ragioni per essere felici. Oh! è pur bello venire con Te! Dove ci fermiamo questa sera?».

«A Gerico».

9«L’anno passato ci abbiamo visto la Velata. Ma chissà mai che ne è successo… Sarei curioso di saperlo… E abbiamo trovato anche quello delle vigne…». La risata di Pietro è contagiosa, tanto è sonora. Ridono tutti, ripensando alla scena dell’incontro con Giuda di Keriot.

«Ma sei incorreggibile, Simone!», rimprovera Gesù.

«Non ho detto niente, Maestro. Ma mi è venuto da ridere pensando alla sua faccia quando ci ha trovati lì… nelle sue vigne…». Pietro ride così di gusto che deve fermarsi, mentre gli altri vanno avanti ridendo per forza.

Una imperfezione alla carità.

10Pietro è raggiunto dalle donne. Maria chiede dolcemente: «Che hai, Simone?»

11«Ah! non lo posso dire perché farei un’altra mancanza di carità. Ma… ecco, Madre, dimmi un poco, tu che sei sapiente. Se io faccio una insinuazione o, peggio, una calunnia, pecco, è naturale. Ma se io rido di una cosa nota a tutti, di un fatto che è noto a tutti, fatto che fa ridere, come per esempio ricordare la sorpresa di un bugiardo, il suo impiccio, le sue scuse, e tornare a ridere come già ridemmo, è ancora male?».

12«È una imperfezione alla carità. Non è peccato come la maldicenza o la calunnia e neppure come l’insinuazione, ma è sempre una mancanza di carità. È come un filo tirato fuori in un tessuto. Non è un vero strappo, non è neppure una consunzione della stoffa, ma è sempre una cosa che intacca l’integrità della stoffa e la sua bellezza, predisponendo diradature e buchi. Non ti pare?».

13Pietro si stropiccia la fronte e dice un poco mortificato: «Mi pare. Non ci avevo pensato mai».

14«Pensaci ora e non lo fare più. Vi sono risate più offensive alla carità di schiaffi. Ha sbagliato qualcuno? Lo abbiamo colto in colpa di menzogna o altro? Ebbene? Perché ricordarlo? E farlo ricordare? Caliamo il velo sulle colpe del fratello, sempre pensando: “Fossi io il colpevole, amerei che un altro ricordasse questa colpa e la facesse ricordare?”. Ci sono dei rossori intimi, Simone, che fanno tanto soffrire. Non scuotere il capo. So ciò che vuoi dire… Ma anche i colpevoli li hanno, credilo. Parti, parti sempre dal pensiero: “Amerei per me ciò?”. Vedrai che non peccherai mai più contro la carità. E avrai sempre tanta pace in te. Guarda là Marziam come salta e canta beato. È perché lui non ha nessun pensiero in cuore. Lui non deve pensare a itinerari, a spese, a parole da dire. Lui sa che altri pensano a tutto questo per lui. Anche tu fa’ così. Abbandona tutto a Dio. Anche il giudizio sulle persone. Finché puoi essere come un bambino che il buon Dio conduce, perché ti vuoi caricare del peso di decidere e giudicare? Verrà il momento che dovrai essere giudice e arbitro, e allora dirai: “Oh! come era più facile prima, meno pericoloso!” e ti darai dello stolto per avere voluto caricarti prima del tempo di tanta responsabilità. Giudicare! Che cosa difficile! Hai sentito cosa ha detto Sintica giorni or sono? “Le ricerche a mezzo del senso sono sempre imperfette”. Ha detto molto bene. Molte volte noi giudichiamo proprio per le reazioni del senso. Con imperfezioni somme, perciò. Lascia di giudicare…».

Il possesso della Verità.

15«Sì, Maria. A te lo prometto proprio. Ma io tutte le belle cose che sa Sintica non le so!».

16«E te ne affliggi, uomo? Non sai che io me ne voglio sbarazzare per prendere solamente quelle che tu sai?».

«Davvero? Perché?».

«Perché con la scienza puoi reggerti sulla Terra, ma con la sapienza conquisti il Cielo. La mia è scienza, la tua è sapienza».

«Ma con la tua scienza hai saputo venire a Gesù! Dunque è buona cosa».

17«Mescolata a tanti errori, per cui io vorrei spogliarmene per rivestirmi solo della sapienza. Via le vesti ornate e vane. Sia mia la veste severa e senza appariscenza esterna della sapienza, che non il corruttibile ma l’immortale riveste di imperitura veste. La luce della scienza tremola e vacilla. Quella della sapienza splende uniforme e invariabilmente costante così come è il Divino da cui essa si genera».

18Gesù ha rallentato il passo per sentire. Si volge e dice alla greca: «Non devi anelare a spogliarti di tutto quanto sai. Ma devi scegliere, fra questo tuo sapere, ciò che è atomo di Intelligenza eterna conquistato da menti di innegabile valore».

19«Hanno dunque quelle menti ripetuto in sé il mito del fuoco rapito agli dèi?».

20«Sì, donna. Qui non rapito. Ma saputo cogliere quando la Divinità li sfiorava dei suoi fuochi, carezzandoli come esemplari, sparsi fra un’umanità decaduta, di ciò che è l’uomo, essere dotato di ragione».

21«Maestro, Tu dovresti indicarmi ciò che devo ritenere e ciò che devo lasciare. Io non sarei buon giudice. E poi, a colmare gli spazi vuoti, mettere luci della tua sapienza».

22«È ciò che intendo fare. Ti indicherò fino a che punto è saggio il pensiero che sai e lo continuerò da quel punto fino alla fine della idea vera. Perché tu sappia. Farà bene anche a costoro, destinati ad avere molti contatti futuri con i gentili».

«Non ci capiremo niente, Signore», geme Giacomo di Zebedeo.

23«Poco per ora. Ma un giorno capirete. E le lezioni di ora e la necessità di esse. E tu, Sintica, esponimi i punti per te più oscuri. Nelle soste te li chiarirò».

24«Sì, mio Signore. È il desiderio dell’anima mia che si fonde al tuo desiderio. Io discepola della Verità, e Tu Maestro. Il sogno di tutta la mia vita: il possesso della Verità».

35. Lode di una donna alla
Madre di Gesù
[132].

Beato chi ascolta e pratica la parola di Dio
(Lc 11,27-28).
[133].

1Una trillante voce di donna si solleva limpida come un canto di allodola sul brusìo della folla ammirata, cantando la novella beatitudine, ossia la gloria di Maria: «Beato il seno che ti ha portato e le mammelle che hai succhiato».

2Gesù si volge verso la donna che esalta la Madre per ammirazione del Figlio. Sorride, perché dolce gli è la lode data alla Genitrice. Ma poi dice: «Più beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. Fa’ tu questo, o donna».

3E poi benedice e si avvia verso la campagna, seguito dagli apostoli che gli chiedono: «Perché hai detto questo?».

4«Perché in verità vi dico che in Cielo non si misura con le misure della Terra. E mia Madre stessa sarà beata non tanto per la sua immacolata anima, quanto per avere ascoltato la parola di Dio ed averla messa in pratica con l’ubbidienza. Il “sia fatta l’anima di Maria senza colpa” è prodigio del Creatore. A Lui dunque ne va data lode. Ma il “sia fatto di me secondo la tua parola” è prodigio di mia Madre. Per questo, dunque, grande è il suo merito. Tanto grande che solo per quella sua capacità di ascoltare Dio, parlante per bocca di Gabriele, e per la sua volontà di mettere in pratica la parola di Dio, senza stare a soppesare le difficoltà e i dolori immediati e futuri che da essa adesione sarebbero venuti, è venuto il Salvatore nel mondo. Voi dunque vedete che Ella è la mia beata Madre non solo perché mi ha generato e allattato, ma perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha messa in pratica con l’ubbidienza. Ma ora torniamo a casa. Mia Madre sapeva che Io stavo fuori per poco tempo e potrebbe temere vedendomi ritardare. Siamo in paese semipagano. Ma in verità è più buono di altri. Pure andiamo. E giriamo dietro le mura per sfuggire alla folla che mi tratterrebbe ancora. Giù lesti, dietro questi boschetti folti…».

36.Gesù si ristora nelle carezze
della Mamma
[134].

L’ubbidienza è la virtù del giusto.

1Sintica, vorrei parlarti in disparte. Sali sulla terrazza. Vieni tu pure, Madre mia…».

2E sul rustico terrazzo che copre un’ala del fabbricato, nel sole tepido che scalda l’aria, Gesù, passeggiando lentamente fra Maria e la greca, dice: «Domani ci separeremo per qualche tempo. Presso Arbela voi donne, insieme a Giovanni di Endor, andrete verso il mar di Galilea, proseguendo fino a Nazareth insieme. Ma, per non mandarvi sole con un uomo quasi inabile, vi farò accompagnare dai miei fratelli e da Simon Pietro. Prevedo che ci saranno delle ripugnanze per questa separazione. Ma l’ubbidienza è la virtù del giusto. Passando dalle terre che Cusa sorveglia in nome di Erode, Giovanna può avere scorta per il resto della via. Allora rimanderete i figli di Alfeo e Simon Pietro. Ma quello per cui ti ho chiesto di salire qui è questo. Io ti voglio dire, o Sintica, che ho deciso per te una sosta in casa di mia Madre. Ella sa già. Con te sarà Giovanni di Endor e Marziam. Statevi di cuore, formandovi sempre più alla Sapienza. Io voglio che tu abbia molta cura del povero Giovanni. A mia Madre non dico questo perché Ella non occorre di consigli. Tu puoi capire e compatire Giovanni, ed egli può farti tanto bene perché è un esperto maestro. Poi verrò Io. Oh! presto! E ci vedremo sovente. Spero trovarti sempre più sapiente nella Verità. Io ti benedico, Sintica, in particolare. Questo è il mio addio per te, per questa volta. A Nazareth troverai amore e odio come dovunque. Ma nella mia casa troverai pace. Sempre».

Onde d’amore e di fedeltà.

3«Nazaret mi ignorerà e io la ignorerò. Vivrò nutrendomi della Verità e il mondo sarà nulla per me, Signore».

4«Sta bene. Vai pure, Sintica. E silenzio per ora. Madre, tu sai… Ti affido queste mie perle più care. Mentre siamo in pace, fra noi, Mamma, fa’ che il tuo Gesù si ristori nelle tue carezze…»

5 «Quanto odio, Figlio mio!».

«Quanto amore!».

«Quanta amarezza, Gesù caro!».

«Quanta dolcezza!».

«Quanta incomprensione, Creatura mia!».

«Quanta comprensione, Mamma!».

«Oh! mio Tesoro, Figlio caro!».

«Mamma! Gioia di Dio e mia! Mamma!».

6Si baciano restando poi vicini, sulla panchina di pietra che costeggia il muretto del terrazzo, Gesù tenendo abbracciata la Madre, protettore e amoroso, Lei stando col capo sulla spalla del Figlio, le mani nella sua mano: beati… Il mondo è tanto lontano… sepolto da onde di amore e di fedeltà…

37. Il ricco obolo lasciato dal mercante. Commiato dalla Madre e dalle discepole[135].

L’ora del congedo.

Trottando sui cammelli

1La venerazione di Misace si rivela al mattino di poi col far fare i primi chilometri di strada sui cammelli, di cui ha fatto aggiustare il carico in modo che sia comoda cuna agli inesperti cavalieri. Ed è discretamente buffo vedere emergere da fagotti e casse le teste brune o bionde, dai capelli lunghi fino alle orecchie degli uomini, o dalle trecce che si rivelano dal mazzocchio nascosto sotto al velo delle donne. Ogni tanto il vento della corsa, perché i cammelli vanno celermente, butta indietro questi veli e brillano al sole i capelli d’oro acceso di Maria di Magdala o quelli più dolcemente biondi di Maria SS., mentre le teste scure o dolcemente morate di Giovanna, Sintica, Marta, Marcella, Susanna e Sara prendono riflessi di indaco o bronzature cupe, e le teste canute di Elisa, Salome e Maria Cleofe sembrano spolverate d’argento sotto al nitido sole che le scalda.

2Gli uomini procedono bravamente sul nuovo mezzo di trasporto, e Marziam ride felice. Ci si accorge che l’asserzione del mercante è vera quando, volgendosi, si vede là in basso Bozra con le sue torri e le sue alte case fra il dedalo di vie strette. Delle lievi colline si presentano a nord-ovest. É alla loro base che scorre la via diretta ad Aera; e lì si ferma la carovana per far scendere i pellegrini e separarsi. I cammelli si inginocchiano col loro beccheggio molto sensibile che fa strillare più di una donna. Mi accorgo ora che le donne erano state prudentemente assicurate con lacci alle selle. Scendono un poco sbalordite da tanto rollio, ma riposate.

L’ora del commiato.

3Scende anche Misace, che si era tenuto in sella Marziam, e mentre i cammellieri riformano il carico nella maniera abituale si accosta a Gesù per un nuovo saluto.

«Io ti ringrazio, Misace. Ci hai risparmiato molta fatica e molto tempo».

4«Sì. Oltre venti miglia si sono fatte in breve ora. Hanno lunghe gambe i cammelli, se anche non hanno dolce ambio. Voglio sperare che le donne non abbiano troppo sofferto di esso».

Le donne rassicurano tutte di essere riposate e senza sofferenze.

5«Ormai siete a sei miglia da Arbela. Vi accompagni il Cielo e vi dia leggero cammino. Addio, mio Signore. Permetti che io baci i tuoi piedi santi. Felice di averti incontrato, Signore. Ricordati di me». Misace bacia i piedi di Gesù e poi rimonta in sella, e il suo crrr crrr fa alzare i cammelli… E la carovana parte di galoppo sulla strada piana, fra nuvoli di polvere.

6«Buon uomo! Sono tutto ammaccato, ma in compenso si sono riposati i piedi. Ma che scosse! Altro che tempesta di borea sul lago! Ridete? Non avevo cuscini io come le donne. Viva la mia barca! É ancora la cosa più pulita e più sicura. E ora mettiamoci addosso le sacche e andiamo pure».

7C’è una gara per caricarsi di più. Ma la vincono quelli che resteranno con Gesù, ossia Matteo, lo Zelote, Giacomo e Giovanni, Ermasteo e Timoneo, che prendono tutto per risparmiare i tre che andranno con le donne, anzi i quattro, perché c’è anche Giovanni di Endor; ma il suo aiuto sarà molto relativo, così in mal arnese come è.

8Vanno lesti per qualche chilometro. Raggiunta la cima del placido colle che faceva da paravento a occidente, riappare una pianura fertile, cinta da un anello di colli più alti del primo incontrato, aventi al centro un colle lungo e isolato. Nella pianura una città: Arbela.

9Scendono e presto sono in pianura. Vanno ancora per qualche tempo, poi Gesù si ferma dicendo: «Ecco l’ora della separazione. Prendiamo insieme il cibo e poi separiamoci. Questo è il bivio per Gadara. Prenderete quella via. É il più breve cammino, e avanti sera potrete essere nelle terre che Cusa ha in consegna».

Luce che si fa materia.

10Non c’è molto entusiasmo… Ma insomma si ubbidisce. Mentre mangiano, Marziam dice: «Allora è anche il momento di darti questa borsa. Me l’ha data il mercante mentre ero in sella con lui. Mi ha detto: “La darai a Gesù prima di separarti da Lui e gli dirai che mi ami come ama te”. Eccola. Mi pesava qui nella veste. Sembra piena di sassi».

«Fa’ vedere! Fa’ vedere! Il denaro pesa!». Sono tutti curiosi.

11Gesù slega le cordicelle di cuoio ritorto che tengono stretta la borsa di pelle di gazzella, credo, perché sembra pelle di camoscio, e rovescia il contenuto sul suo grembo. Monete rotolano fuori. Ma sono il meno. Rotolano fuori tanti sacchettini di sottilissimo bisso: fagottini legati con un filo. Vaghi colori traspaiono dal lino leggerissimo, e il sole pare accendere un fuocherello in quei fagottini, come fossero brage sotto una velatura di cenere.

«Che è? Che è? Slega, Maestro».

12Sono tutti curvi su di Lui che, molto calmo, scioglie il nodo di un primo fagottello dal fuoco biondo: topazi di diverse grandezze, ancora grezzi, splendono liberi al sole. Un altro fagottello: rubini, gocce di sangue rappreso. Un altro: prezioso rider di verde per schegge di smeraldi. Un altro: scaglie di cielo con zaffiri puri. Un altro: languide ametiste. Un altro: indaco viola di berilli. Un altro: splendore nero d’onici… E così via per dodici fagottini. Nell’ultimo, il più pesante e tutto un brillio d’oro di crisoliti, una piccola pergamena: «Per il tuo razionale di vero Pontefice e Re».

13Il grembo di Gesù è un praticello su cui sono sfogliati petali luminosi… Gli apostoli tuffano le mani in questa luce che si è fatta materia multicolore. Sono sbalorditi… Pietro mormora: «Se ci fosse Giuda di Keriot!…»

«Taci! É meglio che non ci sia», dice reciso il Taddeo.

Dono per i poveri.

14Gesù chiede un pezzo di tela per fare un unico fagottino delle pietre e, mentre durano i commenti, pensa.

15Gli apostoli dicono: «Ma era ben ricco quell’uomo!»; e Pietro fa ridere dicendo: «Abbiamo trottato su un trono di gemme. Non credevo di esser su simile splendore. Ma fosse stato più morbido! Che ne fai adesso?».

«Lo vendo per i poveri». Alza gli occhi e con un sorriso guarda le donne.

«E dove trovi, qui, il gioielliere che ti compra questa roba?».

16«Dove? Qui. Giovanna, Marta e Maria, acquistate il mio tesoro?».

Le tre donne, senza consultarsi neppure, dicono: «Sì», impetuosamente. Ma Marta aggiunge: «Qui abbiamo poco denaro».

«Me lo farete trovare a Magdala per la nuova luna».

17«Quanto vuoi, Signore?».

«Per Me nulla. Per i miei poveri molto».

«Dà qui. Molto avrai», dice la Maddalena e prende la borsa mettendosela in seno.

18Gesù trattiene solo le monete. Si alza. Bacia sua Madre, bacia la zia, bacia i cugini, Pietro, Giovanni di Endor e Marziam. Benedice le donne e le congeda. E loro se ne vanno, volgendosi indietro ancora, ancora finché una curva li nasconde.

19Gesù con i superstiti va verso Arbela. Una molto esile comitiva ormai, fatta di sole otto persone. Vanno solleciti e silenziosi verso la città sempre più vicina.

38. Gesù dalla Madre a Nazareth[136].

Il Messia a Nazareth per le Encenie.

Sera da lupi

1Una sera già scura di dicembre. Fredda, ventosa. Tolte le foglie strappate alle piante che ancora ne hanno e che frusciano fra sibili di vento, non vi è altro rumore per le vie di Nazareth, oscure come quelle di una città morta. Dalle case sprangate non filtrano né luce né rumori. Proprio una sera da lupi…

2E invece per le vie deserte di Nazareth si aggira l’Agnello di Dio, diretto alla sua casa. Alta ombra oscura nella veste oscura, si perde quasi nel fosco della notte senza stelle, e il suo passo è appena un fruscio quando si posa su un mucchio di foglie secche che, dopo averle fatte mulinare nell’aria, il vento ha deposto al suolo, pronto a riprenderle per portarle altrove.

3Giunge presso la casa di Maria Cleofe. Resta un attimo incerto se entrare nell’orto e bussare alla porta di cucina o se proseguire… Ma poi prosegue senza sostare. Eccolo ormai nella viuzza dove è la sua casa. Il tormentato ondeggiare degli ulivi sul poggetto al quale è addossata la casa già si vede, ondare nero sul cielo nero. Affretta il passo. Giunge alla porta. Ascolta attento. É così facile sentire che avviene in quella casa cosi piccina! Basta stringersi allo stipite per avere solo i pochi centimetri del legno dell’uscio fra chi ascolta e chi parla… Eppure non sente nessuna voce.

«É tardi», sospira.

«Attenderò l’alba per bussare».

Un dolce grido di gioia.

4Ma mentre sta per allontanarsi lo raggiunge il ritmico rumore del telaio. Sorride. Dice: «É alzata. Tesse. Certo è Lei… È la cadenza della Mamma, questa».

5Non posso vederne il viso ma sono certa che sorride, perché il sorriso è nella sua voce che prima era triste ed ora è già ilare.

Bussa. Il rumore cessa un momento e poi ecco il suono di un sedile respinto, e poi la voce argentina che chiede: «Chi bussa?».

«Io, Mamma!».

6«Figlio mio!». Un dolce grido di gioia, grido se anche tenuto in tono basso. Si sente il trepestio delle mani sui chiavistelli, lo scorrere di questi… e l’uscio si apre mettendo uno squarcio d’oro sul nero della notte. Maria cade nelle braccia di Gesù, lì sulla soglia, come non potessero tardare un minuto, Lui a riceverla, Ella a gettarsi su quel Cuore.

«Figlio! Figlio! Figlio mio!». Baci e le dolci parole di «Mamma», «Figlio»… Poi entrano e l’uscio si rinchiude pianamente.

7Maria spiega sottovoce: «Dormono tutti. Io vegliavo… Da quando sono tornati Giacomo e Giuda, dicendo che Tu li seguivi, ti ho sempre atteso fino a tarda ora. Hai freddo, Gesù? Sì. Sei di gelo. Vieni. Ho tenuto acceso il focolare. Vi getterò una fascina. Ti scalderai». E lo conduce per mano come fosse sempre il piccolo Gesù…

8La fiamma splende lieta e crepitante sul focolare ravvivato. Maria guarda Gesù che tende le mani alla fiamma per scaldarsele. «Come sei pallido! Non eri così quando ci siamo lasciati… Divieni sempre più magro ed esangue, Creatura mia. Un tempo eri di latte e rose. Ma ora sembri fatto di avorio vecchio. Che hai avuto di nuovo, Figlio mio? Sempre i farisei?».

«Sì… e altro ancora. Ma ora sono felice, qui con te, e starò subito bene. Quest’anno le Encenie si fanno qui, Mamma! Raggiungo l’età perfetta qui al tuo fianco. Sei contenta?».

9«Sì. Ma l’età perfetta per Te, cuor mio, è ancora lontana… Sei giovane, e per me sei sempre il mio Bambino. Ecco, il latte è caldo. Vuoi berlo qui o di là?».

«Di là, Mamma. Ho caldo ora. Lo berrò mentre tu copri il tuo telaio».

Gli angeli hanno imparato da Maria

10Tornano nella stanzetta e Gesù siede sulla cassapanca presso il tavolo e beve il suo latte. Maria lo guarda e sorride. Sorride più ancora quando tocca la sacca di Gesù e la posa su una mensola. Sorride tanto che Gesù chiede: «Che pensi?».

11«Penso che Tu sei giunto proprio nell’anniversario della nostra partenza per Betlemme… Anche allora c’erano sacche e cofani aperti e colmi di vesti e specie di piccoli panni… per un Piccolino che poteva nascere, dicevo a Giuseppe; che doveva nascere, dicevo a me stessa, a Betlem di Giuda… Li avevo nascosti nel fondo perché Giuseppe aveva timore di questo… Non sapeva ancora che la nascita del Figlio di Dio non sarebbe stata soggetta, né per lo Stesso, né per la Mamma sua, alle comuni miserie del partorire e del nascere. Non sapeva… e aveva paura di essere lontano da Nazareth con me in quello stato. Io ero certa che sarei stata Puerpera là… Tu esultavi troppo in me per la gioia di esser giunto al tuo Natale, e al natale della Redenzione, perciò, perché io potessi ingannarmi. Gli angeli turbinavano intorno alla Donna che portava Te, mio Dio… Non era più l’Arcangelo sublime, non il dolcissimo Angelo che mi è custode, come era nei mesi prima. Ora erano cori e cori d’angeli, che saettavano dal Cielo di Dio al mio piccolo Cielo: il mio seno dove Tu eri… Io li sentivo cantare e scambiarsi le loro parole di luce… parole ansiose di vedere Te, incarnato Dio… Io li sentivo durante le loro fughe d’amore dal Paradiso per venire ad adorare Te, Amore del Padre, nascosto nel mio seno. E cercavo imparare le loro parole… i loro canti… i loro ardori… Ma una creatura umana non può dire e avere cose di Cielo…».

12Gesù l’ascolta, Lui seduto, Ella in piedi presso la tavola, sognante come Lui è beato… una manina abbandonata sul legno oscuro, l’altra che si appoggia sul cuore… E Gesù le copre la manina bianca e gentile con la sua lunga e più scura, e stringe nel suo pugno quella manina santa… E quando Lei tace, quasi rammaricandosi di non aver potuto imparare dagli angeli parole, canti e ardori, Gesù dice: «Tutte le parole degli angeli, tutti i loro canti, tutti i loro ardori, non mi avrebbero fatto felice sulla Terra se non avessi avuto i tuoi, Mamma mia! Tu mi hai detto e dato ciò che essi non hanno potuto darmi. Non tu da loro, ma loro da te hanno imparato… Vieni qui, Mamma, al mio fianco e racconta ancora… Non di allora… ma di ora. Che facevi?».

«Lavoravo…».

Una veste da Re

13«Lo so. Ma che era? Scommetto che ti stancavi per Me. Fa’ vedere…».

Maria diventa più rossa della stoffa che è sul telaio e che Gesù, alzatosi, osserva.

14«Porpora? Chi te l’ha data?».

«Giuda di Keriot. Se l’è fatta dare dai pescatori di Sidone, credo. Vuole che io ti faccia una veste da re… La veste te la faccio, sì. Ma per Te non c’è bisogno di porpora ad essere re».

15«Giuda è cocciuto più di un mulo», è l’unico commento sulla porpora donata… Poi si volge alla Madre: «E ci viene tutta una veste con quel che ti ha dato?».

«Oh! no, Figlio! Potrà servire per le balze della veste e del mantello. Non di più».

16«Va bene. Ho capito perché la fai a strisce basse. Allora… Mamma, mi piace questo pensiero. Tu mi terrai da parte queste strisce e un giorno ti dirò di usarle per una bella veste. Ma ora c’è tempo. Non ti affaticare».

«Lavoro quando sono a Nazareth…»

Tre discepoli buoni.

17«É vero… E gli altri che hanno fatto in questo tempo?».

«Si sono istruiti».

«Ovvero, li hai istruiti. Che te ne pare?».

«Oh! sono tre buoni. Tolto Te, non ho mai avuto scolari più dolci e attenti. Ho cercato anche di rinforzare un poco Giovanni. É molto malato. Non camperà molto…».

18«Lo so. Ma per lui è un bene. Del resto egli stesso lo desidera. Ha compreso spontaneamente il valore della sofferenza e della morte. E Sintica?». «È una pena allontanarla. Vale cento discepoli per santità e capacità di intendere il soprannaturale».

«Comprendo. Ma lo devo fare».

«Ciò che fai è sempre ben fatto, Figlio».

19«E il bambino?».

«Anche lui impara. Ma è molto triste in questi giorni… Ricorda la sventura di or è un anno… Oh! non c’era molta letizia qui… Giovanni e Sintica sospirano pensando alla partenza da qui, il bambino piange pensando alla mamma morta…».

Il Sole della Mamma.

20«E tu?».

«Io… lo sai, Figlio. Non c’è sole quando Tu mi sei lontano. Non ci sarebbe neppure se il mondo ti amasse. Ma almeno ci sarebbe sereno… Invece…».

21«C’è pianto. Povera Mamma!… Non ti hanno fatto domande su Giovanni e Sintica?».

«E chi vuoi mai che le facesse? Maria d’Alfeo sa e tace. Alfeo di Sara ha già visto Giovanni e non è curioso. Lo chiama “il discepolo”».

Una vita molto triste.

22«E gli altri?».

«Meno Maria e Alfeo, non viene nessuno da me. Qualche donna per qualche lavoro o consiglio. Ma gli uomini di Nazareth non varcano più la mia soglia».

«Neppure Giuseppe e Simone?».

23«No… Simone mi manda olio, farine, ulive, legna, uova… come per farsi perdonare di non capirti, come per parlare attraverso i doni… Ma li dà a Maria, sua madre, e qui non viene. Del resto, chiunque venisse non vedrebbe che me, perché Sintica e Giovanni si ritirano quando bussa qualcuno…».

24«Una vita molto triste».

«Sì. E il bambino ne soffre un poco, tanto che ora Maria d’Alfeo se lo porta con sé quando mi fa le spese. Ma ora non saremo più tristi, mio Gesù. Ci sei Tu!».

«Ci sono Io… Ora andiamo a dormire. Benedicimi, Mamma, come quando ero piccino».

25«Benedicimi, Figlio. Sono la tua discepola».

Si baciano… Accendono una nuova lucernetta ed escono per andare al riposo.

39. Con Giovanni di Endor, Sintica e Marziam. Maria è Madre e Maestra[137].

A Gesù per Maria.

La Gioia dei discepoli buoni.

1«Maestro! Maestro! Maestro!». I tre gridi di Giovanni di Endor; che uscendo dalla sua cameretta per andare alla vasca a lavarsi si trova di fronte Gesù che ne viene, svegliano Marziam che corre fuori dalla stanza di Maria con la sola tunichella sbracciata e corta, ancora scalzo, tutt’occhi e bocca per vedere e per gridare: «C’è Gesù!», e tutto gambe per correre e arrampicarsi fra le sue braccia. E svegliano anche Sintica, che dorme nell’ex-laboratorio di Giuseppe e che ne appare dopo qualche momento già vestita, ma con le trecce morate ancora semisfatte e ciondoloni sulle spalle.

2Gesù, con ancor fra le braccia il bambino, saluta Giovanni e Sintica e li esorta ad entrare nella casa perché il tramontano è molto forte. Ed entra Lui per il primo, portando il seminudo Marziam, che batte i denti nonostante il suo entusiasmo, presso il focolare già acceso, dove Maria si affretta a scaldare del latte e poi le vesti del bambino perché non pigli un malanno.

3Gli altri due non parlano, ma sembrano la personificazione della gioia estatica. Gesù, che è seduto col bambino in grembo mentre la Vergine svelta svelta lo imbacucca nelle vesti riscaldate, alza il viso e sorride loro dicendo: «Ve lo avevo promesso che sarei venuto. E oggi o domani viene anche Simone Zelote. É andato per mio incarico altrove. Ma presto verrà e staremo insieme molti giorni».

L’obbedienza esige volontà per meritare.

4La toletta di Marziam è finita e il colore torna sulle guancine morelle di freddo. Gesù lo fa scendere dai suoi ginocchi e si alza in piedi passando nella stanzetta accanto, seguito da tutti. Ultima viene Maria col bambino per mano. E lo rimprovera dolcemente così: «Che ti dovrei fare, ora, io? Hai disubbidito. Ti avevo detto: “Sta’ a letto finché io torno”, e tu sei venuto prima…».

«Mi sono svegliato per i gridi di Giovanni…», si scusa Marziam.

5«Dovevi saper ubbidire proprio allora. Stare a letto finché si dorme non è ubbidienza e non c’è nessun merito a farlo. Dovevi saperlo fare quando c’era merito, perché esigeva volontà. Ti avrei portato io Gesù. Lo avresti avuto tutto per te e senza rischiare di prendere un malanno».

6«Non sapevo che faceva tanto freddo».

7«Ma lo sapevo io. Mi dà dolore vederti disubbidiente».

8«No, Mamma. Dà più dolore a me vederti così… Se non era per Gesù non mi alzavo neanche se mi dimenticavi a letto senza mangiare, Mamma bella, Mamma mia!… Dammi un bacio, Mammina. Lo sai che sono un povero bambino!…».

9Maria se lo prende in braccio e lo bacia, fermando così le lacrime sul visetto e riportandovi il sorriso con la promessa: «Non ti disubbidirò mai, mai, mai più!».

Madre e maestra dei cristiani.

10Gesù intanto parla coi due discepoli. Si informa dei loro progressi nella Sapienza e, poiché essi dicono che tutto si illumina in loro per la parola di Maria, Egli dice: «Lo so. La soprannaturalmente luminosa Sapienza di Dio diviene comprensiva luce anche ai più duri di cuore se detta da Lei. Ma voi non siete duri di cuore e perciò beneficiate al completo del suo insegnamento».

11«Ora ci sei Tu, Figlio. La maestra torna scolara».

12«Oh! no! Tu continui ad essere maestra. Io ti ascolterò come essi. Sono solo “il Figlio” in questi giorni. Nulla più. Tu sarai la Madre e Maestra dei cristiani. Lo sei da ora: Io, il tuo Primogenito e primo allievo, questi, e con essi Simone quando verrà, gli altri… Vedi, Madre? Il mondo è qui. Il mondo di domani nel piccolo israelita puro che neppure si accorgerà di divenire “il cristiano”; il mondo, il vecchio mondo d’Israele nello Zelote; l’umanità in Giovanni, i gentili in Sintica. E vengono tutti a te, santa Nutrice che dai latte di Sapienza e Vita al mondo e ai secoli. Quante bocche hanno desiderato attaccarsi al tuo capezzolo! E quante lo faranno in futuro! Te hanno sospirato i Patriarchi e i Profeti, perché dal tuo seno fecondo sarebbe venuto il Nutrimento dell’uomo. E te cercheranno i “miei” per essere perdonati, istruiti, difesi, amati, come tanti Marziam. E beati quelli che lo faranno! Perché non sarà possibile perseverare in Cristo se non si fortifica la grazia col tuo aiuto, Madre piena di Grazia».

13Maria sembra una rosa nella sua veste oscura, tanto le si accende il viso per la lode del Figlio. Una splendida rosa in ben umile veste, di grossa lana marrone scura…

Palese affetto per lo Zelote.

14Bussano ed entrano in gruppo Maria d’Alfeo, Giacomo e Giuda, carichi, questi ultimi, di brocche d’acqua e di fascine. La gioia di vedersi è reciproca. E aumenta quando sanno che presto verrà lo Zelote. L’affetto dei figli di Alfeo per lui è palese, anche senza la frase che Giuda dice in risposta all’osservazione di sua madre che nota questa loro gioia: «Mamma, proprio in questa casa, e in una sera ben triste per noi, egli ci ha dato affetto di padre e ce lo mantiene. Non lo possiamo dimenticare. Per noi è “il padre”. Noi per lui “i figli”. Quali quei figli che non giubilino nel rivedere un padre buono?».

15Maria d’Alfeo riflette e sospira… Poi, molto pratica anche nelle sue pene, chiede: «E dove lo mettete a dormire? Non avete posto. Mandatelo da me».

16«No, Maria. Egli vivrà sotto il mio tetto. Ma è presto fatto. Sintica dormirà con mia Madre, Io con Marziam, Simone nel laboratorio. Anzi, sarà meglio preparare subito. Andiamo».

17E gli uomini escono nell’orto con Sintica, mentre le due Marie vanno in cucina alle loro faccende.

40. Preparativi di partenza da Nazareth[138].

Il pianto di Maria.

1Simone diventa di bragia per l’allusione di Gesù a suoi pensieri passati e per l’occhiata molto chiara della moglie, che pare dica: «Lo senti? Ti sta ben detto». Ma Simone volta il discorso dicendo: «Dove è tua Madre?». «Sta facendo il pane. Ma ora verrà…».

2I figli di Simone, però, non attendono di più e nel forno, dietro alla nonna, ci vanno loro. E una bambinella, di poco più grande del guarito Alfeo, ne esce quasi subito dicendo: «Maria piange. Perché? Eh! Gesù? Perché piange tua Madre?».

3«Piange? Oh! cara! Vado da Lei», dice Salome premurosa.

E Gesù spiega: «Piange perché vado via… Ma tu verrai a tenerle compagnia, non è vero? Ti insegnerà a ricamare e tu la rallegrerai. Me lo prometti?».

4«Ci verrò anche io, ora che il padre mi ci lascia venire», dice Alfeo mangiando una focaccella calda che gli è stata data.

5Ma, per quanto questa sia tanto calda che non può quasi essere tenuta fra le dita, io credo sia sempre gelida rispetto al calore di vergogna che investe Simone d’Alfeo per le parole del figliolino. Nonostante sia una mattinata d’inverno piuttosto freddina, per un venticello di borea che spazza le nubi dal cielo ma frizza anche sull’epidermide, Simone si copre di una perspirazione abbondante, come fosse piena estate…

6Ma Gesù mostra di non avvedersene e gli apostoli fingono un grande interesse per ciò che raccontano i figli di Simone, e così ha termine l’incidente e Simone può riprendersi e domandare a Gesù perché non sono presenti tutti gli apostoli.

41. La cena nella casa di Nazareth la dolorosa partenza[139].

La cena nella cassetta di Nazareth.

Nuova sera di addio.

1Ed è sera. Una nuova sera di addio per la casetta di Nazareth ed i suoi abitanti. Un’altra cena durante la quale la pena rende svogliate al cibo le bocche e taciturne le persone. Alla tavola sono seduti Gesù con Giovanni e Sintica, e Pietro, Giovanni, Simone e Matteo. Gli altri non hanno potuto sedersi ad essa. É tanto piccola la mensa di Nazareth! Fatta proprio per una piccola famiglia di giusti, che al massimo possono farvi sedere il pellegrino e l’afflitto per dare loro un ristoro più di amore che di cibo! Al massimo, questa sera, avrebbe potuto sedersi ad essa Marziam, perché è un bambino, ed esile molto, che poco posto occupa…

2Ma Marziam, molto serio e silenzioso, mangia in un angolo, seduto su di un panchettino ai piedi di Porfirea, che la Vergine ha installata sul suo sedile del telaio e che, mite e silenziosa, mangia il cibo che le hanno dato guardando con sguardo di pietà i due prossimi alla partenza, che cercano inghiottire i loro bocconi stando molto a capo chino per nascondere il viso bruciato dalle lacrime.

3Gli altri, ossia i due figli di Alfeo, Andrea e Giacomo di Zebedeo, si sono installati in cucina, presso una specie di madia. Ma si vedono dalla porta aperta.

Le serve dei servi del Signore

4Maria SS. e Maria d’Alfeo vanno e vengono servendo questi e quelli, materne, affannate, tristi. E se Maria SS. carezza col suo sorriso, tanto doloroso questa sera, coloro che avvicina, Maria d’Alfeo, meno riservata e più alla buona, unisce al sorriso l’atto e la parola, e più di una volta incita, unendovi una carezza o anche un bacio, a seconda di chi è che ne beneficia, questo o quello a nutrirsi prendendo i cibi più acconci al loro fisico e al prossimo viaggio. Io credo che per amore pietoso per lo sfinito Giovanni, che in questi giorni di attesa è ancor più smagrito, gli darebbe se stessa da mangiare, tanto si studia a persuaderlo a prendere questo o quello, magnificandone il sapore e le proprietà salutifere. Ma, nonostante le sue… seduzioni, i cibi restano quasi intatti sul piatto di Giovanni, e Maria d’Alfeo ne è afflitta come una madre che veda respingere dal suo lattante il capezzolo.

L’anima materna di Maria d’Alfeo.

5«Ma così non puoi partire, figlio!», esclama. E nella sua anima materna non riflette che Giovanni di Endor ha su per giù la sua età, e il nome di “figlio” è perciò mal dato. Ma ella vede in lui solo una creatura che soffre, e perciò non trova, per consolarlo, che questo nome… «Viaggiare a stomaco vuoto, su quella carretta traballante, nel freddo umido della notte, ti farà male. E poi, chissà mai come mangerete durante quest’orrido e lungo viaggio!… Eterna pietà! In mare, per tante miglia! Io morirei di paura. E lungo coste fenicie, e poi!… peggio ancora! E, certo, il padrone della nave sarà filisteo o fenicio o di qualche altra nazione d’inferno… e non vi avrà pietà… Su dunque, mentre sei ancora vicino ad una mamma che ti vuol bene!… Mangia: un pezzettino solo di questo pesce ottimo. Tanto per fare contento anche Simone di Giona, che lo ha preparato a Betsaida con tanto amore e oggi mi ha insegnato a cucinarlo così, per te e Gesù, che ne abbiate gran ristoro. Non ti va proprio?… Allora… oh! questo lo mangerai!», e corre via verso la cucina tornando con un vassoio colmo di una fumante polentina. Non so cosa sia… Certo è qualche specie di farina o di grani cotti, fino ad essere sfatti, nel latte: «Guarda, questo l’ho fatto io perché mi sono ricordata che un giorno tu ne hai parlato come di un dolce ricordo della tua fanciullezza… È buono e fa bene. Su, un poco».

Marziam dispensato dal voto.

6Giovanni si lascia mettere qualche cucchiaio della molle pietanza sul piatto e cerca di ingoiarla, ma delle lacrime scendono a mescolare il loro sale nel cibo mentre egli china ancor più il viso sul piatto. Gli altri fanno molta festa a questo cibo, che forse è una squisitezza. I loro volti si sono rischiarati nel vederlo, e Marziam si è alzato in piedi… ma poi ha sentito il bisogno di chiedere a Maria SS.: «Io ne posso mangiare? Mancano ancora cinque giorni alla fine del voto…».

7«Sì, figlio mio. Puoi mangiarne», dice Maria con una carezza.

8Ma il bambino è ancora incerto e allora Maria, per calmare gli scrupoli del piccolo discepolo, interpella suo Figlio: «Gesù, Marziam chiede se può mangiare l’orzo mondo… per via del miele che ne fa un piatto dolce, sai…».

9«Sì, sì, Marziam. Questa sera ti dispenso Io dal tuo sacrificio, a patto che Giovanni mangi lui pure il suo orzo melato. Vedi come lo desidera il bambino? Aiutalo dunque ad ottenere questa cosa». E Gesù, che ha vicino Giovanni, gli prende la mano e gliela tiene mentre Giovanni si sforza, ubbidiente, di finire il suo orzo. Maria d’Alfeo è più contenta ora. E torna all’assalto con un bel piatto di pere, cotte nel forno, fumanti. Rientra dall’orto col suo vassoio e dice: «Piove. Comincia ora. Che pena!».

10«Ma no! Meglio anzi! Così non ci sarà nessuno per le vie. Quando si parte i saluti fanno sempre del male… Meglio filare col vento nella vela e senza trovare secche o scogli che esigono fermate e lento andare. E i curiosi sono proprio secche e scogli…», dice Pietro che in ogni azione vede la vela e il navigare.

Un boccone da re.

11«Grazie, Maria. Ma non mangio altro», dice Giovanni cercando respingere le frutta.

12«Ah! questo no! Le ha cotte Maria. Vuoi sprezzare il cibo preparato da Lei? Guarda come le ha preparate bene! Con le loro spezie nel buchino… col loro burro alla base… Devono essere un boccone da re. Un giulebbe. Si è rosolata anche Lei al fuoco del forno per cuocerle così dorate. E fanno bene alla gola, alla tosse… Danno calore e medicano. Maria, diglielo tu come facevano bene anche al mio Alfeo quando era malato. Ma le voleva fatte da te. Eh! già! Le tue mani sono sante e danno salute!… Benedetti i cibi che tu prepari!… Era più quieto il mio Alfeo dopo che aveva mangiato quelle pere… il suo respiro era più dolce… Povero marito mio…», e Maria coglie il destro della rievocazione per poter finalmente piangere ed uscire a piangere. Forse faccio un cattivo pensiero, ma credo che, senza la pietà per i due che partono, il «povero Alfeo» non avrebbe avuto neppure una lacrima della consorte, quella sera… Maria d’Alfeo era piena di pianto per Giovanni e Sintica, e per Gesù, Giacomo e Giuda che se ne vanno, tanto piena che ha aperto uno sfogo al pianto per non soffocare. Maria le subentra ora, posando una mano sulla spalla di Sintica che è di fronte a Gesù fra Simone e Matteo.

Consigli per la salute corporale e spirituale.

Salute degli infermi.

13«Suvvia dunque, mangiate. Volete dunque partire lasciandomi anche l’angoscia che siete partiti quasi digiuni?».

14«Io ho mangiato, Madre», dice Sintica alzando il viso stanco e segnato del pianto fatto per più giorni. E poi abbassa il suo viso sulla spalla, dove è la mano di Maria, strisciando la guancia sulla piccola mano per esserne carezzata. Maria le carezza con l’altra mano i capelli e attira a sé il capo di Sintica, che ora le appoggia il viso sul seno.

15«Mangia, Giovanni. Ti farà realmente bene. Hai bisogno di non raffreddarti. Tu, Simone di Giona, provvederai a dargli il latte caldo col miele ogni sera, o almeno acqua molto calda e melata. Ricordatelo».

16«Provvederò io pure, Madre. Stanne sicura», dice Sintica.

17«Ne sono infatti sicura. Ma ciò farai quando sarai installata ad Antiochia. Per ora ci penserà Simone di Giona. E ricorda, Simone, di dargli molto olio d’uliva. Ti ho dato per questo quell’orciolo. Bada che non si infranga. E se lo vedi più chiuso di respiro, fa’ come ti ho detto con l’altro vasetto di balsamo. Ne prendi tanto quanto sia sufficiente a ungergli il petto, le spalle e le reni, e lo scaldi fino a poterlo toccare senza scottarsi, e poi lo ungi e lo copri subito di quelle fasce di lana che ti ho dato. L’ho preparato apposta. E tu, Sintica, ricorda la sua composizione. Per rifarlo. Potrai sempre trovare gigli e canfore e dittami, e resine e garofani con lauri, artemisie e quant’altro. Sento che Lazzaro ha là ad Antigonio giardini di essenze».

18«E splendidi», dice lo Zelote che li ha visti. E aggiunge: «Io non consiglio nulla. Ma dico che per Giovanni quel posto dovrebbe essere salutare, sia per lo spirito che per la carne, più ancora di Antiochia. Riparato dai venti, aria leggera che viene dai boschetti di piante resinose site sulle pendici di un piccolo colle, che fa da ostacolo ai venti del mare ma che però permette ai benigni sali marini di diffondersi fin lì, sereno, silenzioso eppure allegro per i mille fiori e uccelli che vi vivono in pace… Insomma vedrete voi quello che più vi si confà. Sintica ha tanto giudizio! Perché in queste cose è meglio affidarsi alle donne. Non è vero?».

Consiglio sul sacrificio e l’ubbidienza.

19«Infatti Io affido il mio Giovanni proprio al buon senso e al buon cuore di Sintica», dice Gesù.

20«Ed io pure», dice Giovanni di Endor.

21«Io… io… io non ho più alcuna energia… e… non sarò mai più utile a nulla…».

22«Giovanni, non lo dire! Quando l’autunno spoglia le piante non è già detto che esse siano inerti. Anzi lavorano con celata energia a preparare il trionfo del prossimo fruttificare. Tu sei lo stesso. Ora sei spogliato dal vento freddo di questo dolore. Ma in realtà nel tuo profondo tu lavori già per i nuovi ministeri. La stessa tua pena sarà uno sprone ad operare. Io ne sono certa. E allora sarai tu, sempre tu, quello che aiuterai me, povera donna che ancor tanto ha da imparare per diventare qualcosa di Gesù».

23«Oh! che vuoi mai che io sia più?! Non ho nulla più da fare… Sono finito!».

24«No. Ciò non sta bene dirlo! Solo chi muore può dire: “Io sono finito come uomo”. Non altri. Credi di non avere a fare più nulla? Ancor ti resta ciò che mi hai detto un giorno: compiere il sacrificio. E come, se non colla sofferenza? Giovanni, a te, pedagogo, è stolto citare i saggi, ma ti ricordo Gorgia di Leontina (o Leontine). Egli insegnava che non si espia, in questa o nell’altra vita, altro che coi dolori e le sofferenze[140]. E ancor ti ricordo il nostro grande Socrate: “Disubbidire a chi è superiore di noi, sia dio che uomo, è male e vergogna”. Or se questo era giusto fare per ingiusta sentenza, data da uomini ingiusti, che mai sarà per ordine dato dall’Uomo santissimo e dal Dio nostro? Grande cosa è l’ubbidire, sol perché è ubbidire. Grandissima dunque l’ubbidire ad ordine santo che io giudico, e tu con me lo devi ugualmente giudicare, grande misericordia. Tu sempre dici che la tua vita volge al suo termine. Né ancor senti di avere annullato il tuo debito verso la Giustizia. E perché allora non giudichi questo grande dolore come un mezzo per giungere ad annullare questo debito, e farlo nel breve tempo che ancora ti resta? Grande dolore per avere grande pace! Credimi che vale la pena di soffrirlo. L’unica cosa che importante sia nella vita è di giungere alla morte avendo conquistato la Virtù[141]».

25«Tu mi rincuori, Sintica… Fallo sempre».

26«Lo farò. Qui lo prometto. Ma tu secondami, da uomo e da cristiano».

Partenza fra lacrime e singhiozzi.

Preparativi.

27Il pasto è finito. Maria raccoglie le rimaste pere e le mette in un vaso dandole ad Andrea, che esce per tornare dicendo: «Sempre più piove. Io direi che è meglio…».

28«Sì. Attendere è sempre più agonia. Vengo subito a preparare la bestia. E voi pure venite, coi cofani e quant’altro. Anche tu, Porfirea. Svelta! Sei tanto paziente che l’asino ne è conquiso e si lascia vestire (dice proprio così) senza fare puntigli. Dopo ci penserà Andrea, che ti somiglia. Su, via tutti!». E Pietro spinge fuori dalla stanza e dalla cucina tutti meno Maria, Gesù, Giovanni di Endor e Sintica.

29«Maestro! Oh! Maestro, aiutami! É l’ora di… sentirmi spaccare il cuore! É proprio venuta! Oh! perché, Gesù buono, non mi hai fatto morire qui, dopo che avevo già avuto lo strazio della mia condanna e fatto lo sforzo dell’accettazione di essa?!». E Giovanni si abbatte sul petto di Gesù, piangendo angosciosamente. Maria e Sintica cercano di calmarlo, e Maria, benché sempre così riservata, lo stacca da Gesù abbracciandolo, chiamandolo: «Figlio caro, mio prediletto figlio»…

Preghiera di consacrazione.

30Sintica intanto si inginocchia ai piedi di Gesù dicendo: «Benedicimi, consacrami perché io sia fortificata. Signore, Salvatore e Re, io, qui, alla presenza di tua Madre, giuro e professo di seguire la tua dottrina e di servirti fino all’ultimo respiro. Giuro e professo di dedicarmi alla tua dottrina ed ai seguaci di essa per amore di Te, Maestro e Salvatore. Giuro e professo che la mia vita non avrà altro scopo, e che tutto quanto è mondo e carne è per me morto definitivamente, mentre, con l’aiuto di Dio e delle preghiere della Madre tua, spero vincere il Demonio onde non mi tragga in errore e nell’ora del tuo Giudizio io non sia condannata. Giuro e professo che seduzioni e minacce non mi piegheranno e non avrò labile memoria, a meno che Dio non permetta altrimenti. Ma spero in Lui e credo nella sua bontà, onde sono certa che non mi lascerà in balìa di forze oscure più forti della mia. Consacra la tua serva, o Signore, perché sia difesa contro le insidie d’ogni nemico».

31Gesù le pone le mani sul capo, a palme aperte, come fanno anche i sacerdoti, e prega su di lei.

32Maria conduce Giovanni al fianco di Sintica e lo fa inginocchiare dicendo: «Anche questo, Figlio mio, perché ti serva con santità e pace».

33E Gesù ripete l’atto sul capo curvo del povero Giovanni. Poi lo alza e fa alzare Sintica, mettendo le loro mani nelle mani di Maria e dicendo: «E sia Essa l’ultima che vi carezza, qui», ed esce svelto andando non so dove.

Vera Madre dei cristiani.

34«Madre, addio! Non dimenticherò mai questi giorni», geme Giovanni.

35«Neppure io ti dimenticherò, figlio caro».

36«Io pure, Madre… Addio. Lascia che ti baci ancora… Oh! dopo tanti anni mi ero sfamata di baci materni… Ora non più…». Sintica piange fra le braccia di Maria che la bacia.

37Giovanni singhiozza senza ritegno. Maria abbraccia anche lui, ora li ha tutti e due fra le braccia, vera Madre dei cristiani, e sfiora con le sue labbra purissime la gota rugosa di Giovanni, un bacio pudico, ma tanto amoroso. E col bacio resta il pianto della Vergine sulla gota scarna…

Partenza fra lacrime e singhiozzi.

38Entra Pietro: «É pronto. Suvvia…», e non dice altro perché è commosso.

39Marziam, che segue suo padre come l’ombra segue il corpo, si attacca al collo di Sintica e la bacia, poi si abbraccia Giovanni e lo bacia, lo bacia… Ma piange anche lui.

40Escono. Maria tenendo per mano Sintica, Marziam per mano di Giovanni.

41«I nostri mantelli…», dice fra le lacrime Sintica e fa per entrare nelle stanze.

42«Sono qui, sono qui. Presto, prendete…».

43Pietro fa il rude per non fare il commosso, ma dietro le spalle dei due, che si avvolgono nei mantelli, si asciuga le lacrime col dorso della mano…

44Là, oltre la siepe, il lumino ballonzolante del carretto mette una chiazza gialla nell’aria scura… La pioggia fruscia fra le fronde degli ulivi, suona sulla vasca colma d’acqua… Un colombo, svegliato dalla luce delle lampade tenute dagli apostoli, al riparo dei mantelli, basse, per illuminare i sentieri pieni di pozze, tuba lamentosamente…

45Gesù è già presso al carretto su cui è stata tesa una coperta a fare da tetto.

46«Su, su che piove forte!», incita Pietro. E mentre Giacomo di Zebedeo sostituisce Porfirea alle briglie, lui, senza tanti complimenti, alza da terra Sintica e la pone sul carro, e con ancor più sveltezza afferra Giovanni di Endor e lo butta sopra, e sale lui pure, dando subito una nerbata così energica al povero asino che quello scatta in avanti di corsa, quasi travolgendo Giacomo. E Pietro insiste finché sono sulla vera via, un bel po’ lontano dalla casa… Un ultimo grido di addio segue i partenti, che piangono senza ritegno…

47Pietro ferma poi il somaro fuori di Nazareth, in attesa di Gesù e degli altri, che non tardano a raggiungerli camminando svelti sotto la pioggia che infittisce.

48Prendono una strada fra le ortaglie per portarsi di nuovo al nord della città, senza attraversarla. Ma Nazareth è buia e dormente sotto l’acqua gelida della notte d’inverno… e credo che lo zoccolio dell’asino, poco sensibile sul terreno fradicio, di terra battuta, non sia percepito neppure da chi è sveglio…

49La comitiva procede nel massimo silenzio. Solo i singhiozzi dei due discepoli si sentono, mescolati al rumore della pioggia sulle fronde degli uliveti. 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] 9 febbraio 1944, ore 9,30. MARIA VALTORTA, L’Evangelo come mi è stato rivelato, CEV, Isola del Liri (FR). Vol 1 N° 44.  Poema: II, 1 

[2] Esodo 15,22; Giosuè 1,12

[3] (in calce) Se Gesù insegnò il “Pater” (Padre Nostro) ai suoi discepoli, non doveva averlo prima insegnato alla Madre? A quella Madre che, nel ricevere nel seno il seme di Dio, per prima aveva detto: “Si faccia secondo la sua. la sua preghiera abituale, tanto che gli apostoli gli dicono: “Insegnaci a pregare come Tu preghi”. Ed era la preghiera comune di Gesù e Maria

[4] Poema: II, 2 

[5] Il Padre spirituale del Portavoce (Maria Valtorta)

[6] 2 Cronache (2 Cr) 36,14-16; Mt 23,34-35; Atti (At) 7,52

[7] (aggiunge) per tenere uniti, con le stesse parole, i due Cuori Santissimi davanti al trono dell’Altissimo, ora che la preghiera rituale, detta insieme nella santa casa di Nazareth, non era più quotidianamente possibile.

[8] Valga per sempre l’avvertimento che il Portavoce, Maria Valtorta, è spesso chiamata “piccolo Giovanni”.

[9] Gv 16,23

[10] Questa infatti è sostanzialmente la formula con cui, nella Liturgia romana ed ambrosiana, si conclude la quasi totalità delle orazioni della Messa, dei Sacramenti, dei Sacramentali.

[11] Per unirsi a Gesù nella preghiera è necessario saper usare le facoltà dell’anima: Memoria che ricorda. Intelletto che elabora il contenuto della memoria e comprende. Amore che dà vita al contenuto dell’intelletto. Volontà che mette in pratica il contenuto vitale dell’amore, come dice Gesù: “Se mi amate osservate le mie parole”

[12]17 ottobre 1944. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 1 Cap. 51   Poema: II, 13 

[13]Sera del 16 gennaio 1944. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 1 Cap. Cap. 52.  Poema: II, 14 «Quando sarà l’ora di fare un ordinato lavoro, sarà inserita qui la visione delle nozze di Cana. Metti la data (16-1-44)».

[14]IL VANGELO ETERNO: Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea (Gv 2,1).

[15]IL VANGELO ETERNO: e c’era la madre di Gesù (Gv 2,1).

[16]IL VANGELO ETERNO: Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli (Gv 2,2).

[17]IL VANGELO ETERNO: Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Donna, che vi è più fra me e te? Non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2,3-4).

[18]IL VANGELO ETERNO: La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Vi era là sei idrie di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le idrie”; e le riempirono fino all’orlo. (Gv 2,5-7).

[19]IL VANGELO ETERNO: Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene ai maestri di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse, ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua, chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono da. Principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono” (Gv 2,8-10).

[20]IL VANGELO ETERNO: Gesù manifestò la sua Gloria: Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui. Dopo questo fatto, discese a Cafàmao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono là solo pochi giorni (Gv 2,11-12).

[21]Poema: II, 15

[22] 31 ottobre 1944. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 1 Cap. 57

[23] 27 gennaio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 89

[24] 7 febbraio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 100

[25] Numeri (Nm) 26,33; 27,1-11; Giosuè (Gs) 17,3-4

[26] Mt 5,43-48; Mc 6,1-6; Lc 6,27-35

[27] Sera del 13 febbraio 1944. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 101

[28] 8 febbraio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 102

[29] 12 febbraio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 105

[30]IL VANGELO ETERNO: Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi (Lc 4.14-15).

[31] Vedi: Numero 95, brano 38, nota 4

[32] Gen 22,1-19

[33]Poema: II, 72 Dice Gesù: “Qui metterete la terza visione e la quarta avute il giorno 13 febbraio 1944”

[34] Sera del 13 febbraio 1944. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 106

[35]IL VANGELO ETERNO: Sì recò a Nazareth, dove era stato allevato; e, secondo il suo solito, entrò di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apritelo trovò il passo dove era scritto (Lc 4,16-17).

[36]IL VANGELO ETERNO: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare a, poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedet­te. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di Lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa scrittura Che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,18-21).

[37]IL VANGELO ETERNO: Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. Poi aggiunse: “Nessun profeta è ben accetto in patria”. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese ma a nessuna dì esse fu mandato Elia, se non ad una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele, al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Sìro (Lc 4,22-27).

[38]IL VANGELO ETERNO: All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò (Lc 4.28-30).

[39]Poema: II, 67 

[40] Pietro si alzò e disse: “Fratelli, era necessario che si adempisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù” (At. 1,15-16)

[41] “La sua dimora diventi deserta, e nessuno vi abiti” (At 1,20); “Sia cancellato dal libro dei viventi e tra i giusti non sia iscritto” (Sal 69,29); “… guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!” (Mt 26,24).

[42] 13 febbraio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 107

[43] (Lc 2,34-35).

[44] 14 febbraio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 108

[45] 15 febbraio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 109

[46] 18 marzo 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 133

[47] Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio”. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek (Esodo 17,8-16).

[48] 30 aprile 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 150

[49] “Chi trova me, trova la vita, e ottiene favore dal Signore. Ma chi pecca contro di me, danneggia sé stesso: quanti mi odiano, amano la morte!” (Pro 8,35-36). Guardatevi pertanto da un vano mormorare contro Maria, preservate la lingua da parole malefiche contro Maria, “perché neppure una parola segreta sarà senza effetto, una bocca menzognera uccide l’anima. Non provocate la morte con gli errori della vostra vita, non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani” (Sp 1,11-12).

[50]Attirami dietro a te, corriamo! (Cantico dei Cantici (Ct) 1,4).

[51]6 maggio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 156

[52] Gesù sapeva e ricordava, ma voleva che le anime si aprissero con la massima libertà e confidenza.

[53] La nonna di Gesù si chiamava Anna e Lia fu la prima moglie di Giacobbe al quale diede sei figli (Gn. 30,20).

[54] 7 maggio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 2 Cap. 157

[55]< in calce > Il Cristo, come Dio e come Santo dei Santi, penetrava nelle coscienze, vedeva e conosceva i loro riposti segreti (introspezione perfetta); come Uomo conosceva, solo secondo il modo umano, le persone e i luoghi, quando il Padre suo e la sua propria natura divina non giudicavano essere utile il conoscere luoghi e persone senza chiedere. Gesù in quanto vero Uomo conosce le cose con esperienza di uomo e in quanto vero Dio, ciò che potrebbe ignorare come uomo e giudicare male come uomo, conosce e giudica come Dio. Nel caso presente giudica con esperienza di uomo e quindi il fatto non avviene come aveva pensato umanamente, perché la conoscenza umana è imperfetta.

[56] Dio stesso ha istituito il Sacerdozio e la gerarchia, ha fissato i requisiti fisici e spirituali per accedervi, chiama con manifesta o arcana vocazione, consacra gli eletti servendosi dei Suoi rappresentanti ma con riti che a Lui sostanzialmente risalgono e comportano sacri gesti ed ispirate preci, deputa questi  Suoi servi alla multiforme missione di essere cooperatori di Cristo, Sacerdote sommo ed eterno, nella glorificazione di Dio e nella istruzione, santificazione e salvezza del popolo. Una autorevole sintesi di questi concetti si trova nella Messa in onore di Nostro Signore Gesù Cristo, sommo ed eterno Sacerdote.

[57] L’angelo Gabriele fu mandato da Dio a una vergine che si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”.

[58]Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami: le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura; ugualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in sé stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa di una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta d’ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia, pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maledicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa (Rm 1,26-32). Tutto quello che è nel mondo: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita non viene dal Padre, ma dal mondo. Il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno. (1 Gv 2,16-17)

[59]Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio (Gc 4,4). Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui (1 Gv 2,15).

[60] Genesi 2, 18-24

[61] Giuditta 8,1-16; Giudici 4, 17-22; 5,24-27

[62] 2 Maccabei 7,1-41

[63] “Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga (cfr. Ef 5,27), i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti” (Lumen Gentium: LG n. 65).

[64] 21 giugno 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 3 Cap. 196

[65]< in calce > Nota. Se l’anima sa rimanere in Grazia, quindi deificata, non per identità di sostanza, ma per elevazione all’ordine soprannaturale

[66]< vedi, anche per quel che segue: Genesi 1,26-31; 2,18-24

[67]< in margine > Nota. Sinché l’uomo rimase nell’ordine, non ebbero origine in lui i veleni della triplice concupiscenza che lo fecero delirante, poi ribelle, poi decaduto

[68]< aggiunge > senza che alle ordinate leggi di Dio, inerenti alla moltiplicazione e popolazione della terra, si unisse il disordine della malizia, anzi “si sostituisse”

[69]< Qui, dunque, si distinguono e si ponderano sei amori secondo la volontà di Dio e perciò degni del nome di amore: amore di prima potenza, verso Dio; di seconda potenza, cioè dei genitori verso i propri figli (e viceversa, senza dubbio); di terza potenza, cioè dello sposo verso la propria sposa e viceversa; di quarta potenza, verso (il rimanente de) il prossimo; di quinta potenza, verso la scienza; di sesta potenza, verso il lavoro >

[70]< Secondo quest’Opera le fonti di informazione circa la Madonna sono tre: Gesù, Maria stessa, Giuseppe >

[71]< in calce e in margine > Maria – Santuario perpetuo e purissimo dove il Dio Uno e trino fece perpetua dimora, non fu mai separata dalla Sapienza: il verbo di Dio fu sempre in Lei, vera arca portatrice della Parola eterna, e nessuna creatura la conobbe come ella la conobbe questa Parola che è sapienza Divina, che avrebbe preso carne in Lei e che ancora e sempre sarebbe stata in Lei

[72] 23 giugno 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 3 Cap. 198

[73]< In tutta quest’Opera Gesù viene presentato e si comporta come vero Dio, che tutto sa, e come vero Uomo, che può non conoscere qualche cosa, persona o avvenimento: o perché e nel senso che l’Eterno suo Padre (fonte suprema di ogni verità e manifestazione) vuole tenerli nascosti all’Umanità del Figlio suo; o perché e nel senso che l’Umanità di Gesù non li conosce “per esperienza umana” fino a che non cadono sotto i suoi sensi. Perciò si legge nel 2° volume, a pag. 172 del Poema: “Quanto potrei ignorare come uomo, e mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio”. Inoltre si consideri che Gesù soltanto quando lo riteneva necessario e giovevole faceva manifestamente apparire e sentire la sua Divinità, mentre ordinariamente non la faceva pesare ma la teneva occultata o volontariamente la occultava dietro i veli della sua Umanità, comportandosi, interrogando, parlando, facendosi trattare o accettando di venir trattato come se fosse soltanto uomo. In altre parole: come e più di qualsiasi personalità, spesso amava l’incognito (Lc 2,39-52; Gv 7,10). E perciò usava o poteva usare certe frasi che rispecchiano il modo consueto del parlare umano: ogni uomo infatti che non abbia mai visto una persona, ha bisogno di preavviso o di presentazione per sapere con sicurezza chi essa sia: altrimenti può errare, affibbiando ad una il nome o i titoli di un’altra persona.

[74] 24 giugno 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 3 Cap. 199

[75] Isaia 7,10-16; 11,1-9

[76] 30 giugno1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 3 Cap. 205

[77]IL VANGELO ETERNO: Il figlio prodigo: Disse ancora: «un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro la sostanza (Le 15,11-12).

[78]IL VANGELO ETERNO: Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolse le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto (Lc 15,13).

[79]IL VANGELO ETERNO: Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno (Lc 15,14).

[80]IL VANGELO ETERNO Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava (Lc 15,15-16).

[81]IL VANGELO ETERNO Beneficio della riflessione: Allora rientrò in sé stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! (Lc 15,17).

[82]IL VANGELO ETERNO Frutto dell’umiltà: Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre (Lc 15,18-20)

[83]IL VANGELO ETERNO L’amore misericordioso del padre: Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro dite; non son più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa (Lc 15,20-24).

[84]IL VANGELO ETERNO: L’egoismo del figlio fedele: Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso (Le 15,25-30).

[85]IL VANGELO ETERNO: Il Padre ama senza misura: Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,3 1-32).

[86] 1 luglio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 3 Cap. 206

[87]IL VANGELO ETERNO: Dieci vergini: Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il Regno dei Cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo (Mt 25,1).

[88]IL VANGELO ETERNO: Le vergini stolte e le vergini sagge

Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono (Mt 25,2-5).

[89]IL VANGELO ETERNO: “Ecco lo sposo”: A mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!” Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa (Mt 25,6-10).

[90]IL VANGELO ETERNO: “Vegliate!”: Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,11-13).

[91] Mt 6,5-6. 16-18

[92]< Tobia 12,6-7. Il libro di Tobia in alcune versioni figura dopo i libri sari, in altre dopo i sapienziali >

[93] Luca 1,46-48

[94] Ester 2,1-18

[95] 1 luglio 1945. Vol 3 N° 206

[96]IL VANGELO ETERNO: Il Regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio (Mt 22,2).

[97]IL VANGELO ETERNO: Malizia degli invitati: Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; Altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero (Mt 22,3-6).

[98]IL VANGELO ETERNO: Disgraziate conseguenze: Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni (Mt 22,7-8).

[99]IL VANGELO ETERNO: I commensali: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali (Mt 22,9-10).

[100]IL VANGELO ETERNO: L’abito nuziale: Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22,11-14).

[101] 3 luglio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 3 Cap. 207

[102] Genesi 35, 16-20

[103]< Bethleem infatti, secondo l’interpretazione corrente, significa: casa del pane >

[104] Mancava ancora un tratto di cammino per arrivare ad Efrata, quando Rachele partorì ed ebbe un parto difficile. Mentre esalava l’ultimo respiro, essa lo chiamò Ben-Oni (figlio del mio dolore). Ma Giacobbe lo chiamò Beniamino (figlio di buon augurio). Così Rachele morì e fu sepolta lungo la strada verso Efrata, cioè Betlemme (Genesi 35,16-20).

[105] “Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino” (Apocalisse 22,16)

[106] “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Numeri 24,17)

[107] “E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti” (Michea 5,2)

[108] Mt 1,18-25

[109]< cioè nelle Encenie, o festa della Dedicazione o festa delle Luci, venticinquesimo giorno del mese di Kisleu (o Casleu, come riporta comunemente la scrittrice). Giuda e i suoi fratelli si radunarono il mattino del venticinque del nono mese, cioè il mese di Casleu, e offrirono il sacrifico secondo la legge sull’altare degli olocausti che avevano rinnovato. Poi giuda e i suoi fratelli e tutta l’assemblea d’Israele stabilirono che si celebrassero i giorni della dedicazione dell’altare nella la ricorrenza, ogni anno, per otto giorni, cominciando dal venticinque del mese di Casleu. (I Maccabei 4, 36-61; II° Maccabei 10,1-8; Gv 10,22)

[110] Lasciò perciò il seno del Padre e l’abbraccio reciproco che forma lo Spirito Santo.

[111] In Cielo le due Persone rimaste contemplarono le opere del Verbo rimanendo però ugualmente a Lui unite per fondersi: Pensiero e amore, alla Parola operante sulla terra < e spiega in calce e in margine > Nota. L’unione ipostatica per la quale il Verbo, essendo realmente nella carne del figlio di Dio e Maria, non cessò d’essere Uno col Padre e quindi con l’Amore; non cessò d’essere il Santo dei Santi, perché tale era per Divina Natura e tale fu nella Natura umana, per grazia e per volontà perfettissime. Dei molti Attributi divini, durante il tempo mortale e come Verbo fattosi Uomo, non perdette < in un certo senso > che l’Eternità, dovendo conoscere la morte, e l’Immensità essendo costretto in un’umanità, sempre e solo per i trentatré anni in cui fu in tutto simile a noi fuorché nel peccato

[112] 4 luglio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 3 Cap. 208

[113] “Cantico dei cantici, (il Cantico per eccellenza), che è di salomone” (Cantico dei Cantici 1,1)

[114] “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità, Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?” Qoèlet 1,1-2; 11,7; 12,

[115] “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. Riconoscerete che io dono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese” (Ezechiele 37,12-14)

[116] Il nobile giuda, fatta una colletta, con un tanto a testa, per circa duemila dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo a e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” (II Maccabei 12,38-46).

[117] 5 luglio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 3 Cap. 209

[118] 10 luglio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 3 Cap. 214

[119] 29 luglio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap. 237

[120]IL VANGELO ETERNO: “Il Regno dei Cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo” (Mt 13,44)

[121] 30 luglio 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap.  238

[122] 5 agosto 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap.  244

[123] Genesi 1,1-25; 2,1-6; Salmo 8; 103; Proverbi 8,22-31

[124] Isaia 14,3-21; Ezechiele 28,1-19; Luca 10,17-20; Giovanni 12,31-32; 2 Tessalonicesi 2,3-4; Apocalisse 8,10; 9,1; 12,7-9

[125] 8 agosto 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap.  247

[126] 9 agosto 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap.  248

[127] “Qualora lo spirito di gelosia si impadronisca del marito… quel uomo condurrà la moglie al sacerdote e porterà una offerta per lei: un decimo di efa di farina d’orzo; è un’oblazione di gelosia… Il sacerdote prenderà acqua santa in un vaso di terra; prenderà anche polvere che è sul pavimento della Dimora e la metterà nell’acqua. … Il sacerdote farà giurare quella donna con una imprecazione… Poi il sacerdote scriverà queste imprecazioni su un rotolo e le cancellerà con l’acqua amara. Farà bere alla donna quell’acqua amara che porta maledizione e l’acqua che porta maledizione entrerà in lei per produrle amarezza…” (cfr. Numeri 5,11-31). Se l’acqua entrando in lei avrebbe prodotto amarezza, la donna sarebbe stata colpevole; altrimenti sarebbe stata innocente.

[128] 8 agosto 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap.  247

[129] 9 agosto 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap.  248

[130] “Qualora lo spirito di gelosia si impadronisca del marito… quel uomo condurrà la moglie al sacerdote e porterà una offerta per lei: un decimo di efa di farina d’orzo; è un’oblazione di gelosia… Il sacerdote prenderà acqua santa in un vaso di terra; prenderà anche polvere che è sul pavimento della Dimora e la metterà nell’acqua. … Il sacerdote farà giurare quella donna con una imprecazione… Poi il sacerdote scriverà queste imprecazioni su un rotolo e le cancellerà con l’acqua amara. Farà bere alla donna quell’acqua amara che porta maledizione e l’acqua che porta maledizione entrerà in lei per produrle amarezza…” (cfr. Numeri 5,11-31). Se l’acqua entrando in lei avrebbe prodotto amarezza, la donna sarebbe stata colpevole; altrimenti sarebbe stata innocente.

[131] 24 settembre 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap.  285

[132] 27 settembre 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap.  288

[133]IL VANGELO ETERNO: Mentre diceva questo, una donna alza la voce di mezzo alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte! Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,27-28).

[134] 1 ottobre 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap.  292

[135] 3 ottobre 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 4 Cap.  294

[136] 15 ottobre 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 5 Cap.  303

[137] 16 ottobre 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 5 Cap.304

[138] 29 ottobre 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 5 Cap. 313

[139] 30 ottobre 1945. L’Evangelo. Op. Cit. Vol. 5 Cap. 314

[140] L’uomo è istruito e riscattato dal dolore e le sofferenze (Gb 33,19-28) Dio libera il povero con l’afflizione, gli apre l’udito con la sventura. Anche te intende sottrarre dal morso dell’angustia con la sofferenza (Gb 36,15-16) Ferite sanguinanti spurgano il male, le percosse purificano i recessi del cuore (Pr 20,30) Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano (Gc 1,12). Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo (Sal 126,5). Oltre che col dolore e la sofferenza si espia con l’amore, come disse Gesù: “le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Lc 7,47). “I fratelli e un aiuto servono nell’afflizione, ma più ancora salverà la carità” (Sir.40,24). L’amore ricopre ogni colpa” (Pr. 10,12). “Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8). Si espia con la bontà: Con la bontà si espia la colpa (Pr 16,6). L’elemosina espia i peccati (Sir 6,29). Sacrificio espiatorio è astenersi dalla malvagità (Sir 35,2).

[141] Dopo un breve tormento, la vita eterna (2 Mac 7,36). Alla sera il pianto, al mattino la gioia (Sal 30,6). Dopo una breve sofferenza, Dio vi confermerà e vi renderà forti e saldi” (1 Pt 5,10). Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi (Rm 8,18).

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