GESÙ DI NAZARETH
LA BUONA NOVELLA AI PICCOLI DEL GREGGE DI GESÙ
Il Vangelo eterno (Ap. 14,6)
LIBRO 4
CAP. 141 – 186
Apostoli. Discepoli. Le Beatitudine.
Secondo il Piccolo Giovanni
A cura di Fray Jesusmaria de Cabnaconde S.O.S
(Servo dell’Ordine dei Salvatori)
S O M M A R I O
Secondo anno di ministero messianico
141. Andando verso Arimatea. La Bontà di Dio e la redenzione degli spiriti.
La redenzione degli spiriti (insegnamento).
Dialogo sulla cura dell’anima.
142. Con i Dodici verso la Samaria.
Ubbidire a Dio ed al vostro Maestro.
Ubbidire è più facile di comandare.
Virtù che deve possedere che presiede.
Il santo lavora per aumentare fedeli a Dio.
Uno dei segreti del perfetto fedele.
Nel santo cresce lo spirito, diminuisce la carne.
Il santo non si attacca a niente ne a cualcuno.
I santi lavorano per il Signore.
La Grazia. Ecco la ritornata regina.
La forza del miracolo sta nella Grazia di Dio.
Il potere sta nel possedere Dio.
La Grazia. Ecco la ritornante regina..
Come aiutare la venuta della Grazia.
I tre anni della manifestazione del Messia.
1° Il Maestro, 2° il Salvatore, 3° il Redentore.
Presso il pozzo di Giacobbe (Gv. 4,46).
La samaritana Fotinai (Gv 4,7).
La sete del Messia (Gv 4,8-9).
Il Dono dello Spirito Santo (Gv 4,13-14).
Necessità della conversione (Gv 4,15-18).
Culto Spirituale del Regno spirituale (Gv 4,19-24).
«Sono Io che ti parlo il Cristo Gesù». (Gv 4,25-30).
“Il cibo spirituale” (Gv 4,31-34).
Il campo dello Spirito (Gv 4,35-3 8).
144. I samaritani invitano Gesù a Sicar.
L’invito dei samaritani (Gv 4,39-40).
Il peccatore morirà, il giusto vià.
145. Il primo giorno a Sicar. L’idolatria di Samaria e di Gerusalemme.
Non toglieere né aggiungere nulla all’Opera.
Sii moglie fedele come lo fosti del primo.
Nulla contamina chi non vuole contaminarsi.
Idolatria di Samaria e Gerusalemme (Lezione Biblica).
Le sorelle Oolla e Ooliba(Ezechiele. 23,1-49).
Dio è la patria di ogni pirito retto.
La sapienza dello spirito retto.
Un Tabernacolo sarà fonte di vita
146. Le vie della speranza e commiato dai samaritani.
Lezione biblica (Baruc Cap 1 e 2).
Preghiera che deve essere nei cuori.
Addio a quelli di Sicar (Gv 4,41-43).
147. Guarigione di una donna di Sicar e conversione di Fotinai.
Chi usa misericordia offre un sacrificio.
Chi guarda ai venti non semina.
Chi usa misericordia offre un sacrificio.
“Siate buoni e Dio sarà con voi”.
I peccati dei Samaritani allogia in tutti.
Il cattivo umore allontana la pace dalle anime.
Un’anima cerca il suo Salvatore.
148. Gesù visita il Battista presso Enon.
Il Messia e il suo Precursore.
Il Messia ringrazia il suo Precursore.
Ultimo martire d’Israele ed primo del nuovo tempo.
Il Precursore consegna i suoi discipoli al Messia.
Singhiozzi di gioia spirituale.
149. L’eredità del Battista. L’ora della morte per gli apostoli. L’amore di Dio in Giovanni.
Simón Zelote intercede per i suoi lebbrosi.
Nulla che Dio non voglia sia nel tuo cuore.
Requisiti per operare miracoli.
L’ora della morte per gli Apostoli.
Chi aiuteranno nelle persecuzioni?.
Sentimenti e propositi apostolici.
150. A Nazareth dalla Madre, che dovrà seguire il Figlio.
Amare Maria è giustizia e pace!
La Madre dovrà seguire il Figlio.
151. A Cana in casa di Susanna, che diventerà discepola. L’ufficiale regio.
Tutto è possile per chi crede.
Un ufficiale del persecutore del Santo (Gv 4,46 47).
Tutto è possibile per chi crede (Gv 4,47-54).
Lo sposo di Susanna (Lc 8,2-3).
Le discepole simili a sacerdotesse.
152. Maria Salome viene accolta come discepola.
Matura per entrare nella famiglia di Gesù.
153. Le donne dei discepoli al servizio di Gesù. L’apostolato femminile.
L’ora della riabilitazione per la donna.
A Cesarea discorso messianico.
Il porto dove parlerà ai galeotti.
Il Dio vero e la giustizia (Discorso ai galeoti)
Fecondità spirituale della schiavitù terrena.
Giustizia umana e giustizia divina.
Gesù Cristo il Salvatore, l’Amico.
Se l’uomo volesse potrebbe essere come Gesù.
Le stanchezze dell’apostolato.(Nota del portavoce)
“Ho invocato piangendo il mio Maestro”
“Non vorresti aiutarmi ancora”?
“Sono le ore in cui facciamo di più”.
Onda satanica per sommergere l’apostolo.
Casi in cui il Signore dice “Basta”!
155. A Cesarea, guarigione di una bambina romana e discorso contro i ministri idoli.
Dialogo sul segreto per amare.
Guarigione della bamina romana
Guarigione della piccola romana.
Le due misure(motivo del discorso).
Il Messia contro i ministri idoli (Discorso messianico).
Questione sulla Legge (Ageo 2,11 ).
Bugiardi ministri della Legge.
Generazione che meriterebbe essere sterilita.
Conclusione della travolgente chiusura.
156. Annalia, la prima Consacrata alla verginità per amore al Messia.
La perfezione a cui la creatura può salire.
La prima consacrata per amore a Cristo.
Analía di Gerusalemme a sedici anni.
Consacrazione all’Amore per amore.
Vivere ceme angeli, come Maria e Giovanni.
“Ti benedico con le fiamme dell’Eterno Amore.”
157. La nuova missione della donna nel discorso alle discepole a Nazareth.
Le basi della Fraternità femminile (insegnamento).
Nel Tempio del Signore tutti utili.
Le discepole come sacerdotesse minori.
Avere la forza di sfidare tutto il mondo.
La perfezione assoluta del donarsi.
Principali doveri delle discepole.
Missionarie delle misericordie corporali e spirituali.
Missionarie dell’amore cristiano.
Missionarie dell’evangelizzazione.
Le corredentrici eroine del dolore e nel dolore.
Le figlie di Maria santissima.
Le figlie della Divina Volontà e del Vangelo eterno.
Sotto la guida perfetta di Maria.
“Seguite da ora in poi ogni suo consiglio”.
Quando è dolce essere la Madre del Redentore.
Quando è difficile essere la Madre del Redentore.
Esempio delle donne discepole.
158. Sul lago di Genezaret con Giovanna di Cusa.
Chi ha fede nel Messia sarà sempre sollevato.
Giovanna legge il pensiero di Gesù.
Le preoccupazioni di Giovanna.
La fedeltà a Dio(Discorso messianico).
I figli di Dio e i paganizanti.
Dio può punire come può beneficare.
Il Messia è la Pietra Angolare ed Eterna.
Questione sul digiuno (Mt 9,14; Mc 2,18; Lc 5,33).
Il tempo del digiuno (Mt 9,15; Mc 2,19-20; Lc 5,34).
A nuovi tempi, nuovi metodi (Mt 9,16-17; Mc 2,21-22; Lc 5,36-39).
Il vino vecchio e il vino nuovo (Lc 5,39).
160. Incontro con Gamaliele sulla strada da Neftali a Giscala.
La buona volontà di Gamaliele.
Cattiva volontà del vecchio Sraele.
Parabola delle rovine ciclopiche.
Andando verso la tomba di Hillele.
Gamaliel studia ogni moto di Gesù.
La natura è la Bibbia vivente.
“Guardare vuole dire credere, se si sa vedere!”
L’attività della Trinidad divina.
L’uomo è grande quando si umilia.
L’attività interna ed esterna della Trinidad divina.
161. Guarigione del nipote del fariseo Eli di Cafarnao.
Il Messia è Misericordia e Bontà.
Brutta cosa gli asti in famiglia!
La miseria incurabile degli increduli.
162. Le conversioni umane del fariseo Eli e di Simone d’Alfeo.
I parenti e le conquiste di Gesù.
Conversione interessata del vecchio Elí.
Commenti sulla conversione di Elí
Conversione condizionata del cugino Simone.
“Il giusto uomo sognato da Dio”.
163. A mensa in casa del fariseo Eli di Cafarnao.
Il pungolo che ferisce i farisei.
Dio sa l’ora e conosce i mezzi
Il Regno sarà universale e spirituale.
164. Il ritiro sul monte per l’elezione apostolica.
Il distacco per la causa del Padre.
Distacco dalla folla (Mc 3,7-12).
Integrarsi nell’istituzione del Messia.
Giungere alla età della ragione spirituale.
Essere perfetti per servire il Messia.
165. L’elezione dei dodici ad apostoli.
L’ambiente montanaro del ritiro.
Esperienze del ritiro con Gesù.
I figli del Messia(Lc 6,13; Mc 3,13).
Nozze di Giovanni con l’Amore..
Mutamento dei dodici (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16).
Mistero nuziale dell’anima con Dio.
Il mondo aspetta maestri e redentori.
Gli Apostoli, Capi della Chiesa(Lc 6,13).
I discepoli operatori del Regno.
Compito di apostoli e di discepoli (Mc 3,14-15).
Moltitudine di gente in attesa (Lc 6, 17-19).
Fioritura di miracoli (Lc 6,19).
Miracolo su un mucchio di carne arsa che mugola
Miracolo sul vecchietto tossicoloso.
Un desiderio segreto miracolato.
Un bell’atto di fede nella Sapienza onnipresente (Insegnamento)
La preghiera salva sempre (Sap 9,1.9-12).
La prima manifestazione apostolica.
Come si fa a seguire il Messia con l’anima?
Per quale via si raggiunge il Messia?
Risposta dello Zelote: la via ascetica.
Risposta di Giovanni: la via mistica.
La via dei piccoli è la via dell’amore.
Invito di Dio! Invito di Padre!
167. L’incontro con le romane nel giardino di Giovanna di Cusa.
Utilità della Fede nella vita eterna.
Il Messia Figlio del Dio vero.
L’anima e la divinità del Messia.
168. Aglae in casa di Maria a Nazareth.
Casa per chi ha per nome dolore.
Chi ama il pericolo nel pericolo perisce.
La paga del peccato è la morte
La via per riconquistare la verginità.
“Come è difficile essere redentori!.”
Collaboratrice della redenzione
Amministratrice della Bontà divina.
Alla riconquista della verginità persa.
Fango che torna ad essere fiore.
169. Primo discorso della Montagna: la missione degli apostoli e dei discepoli.
Solo Apostoli e Discepoli più noti.
Solo Apostoli e Discepoli più noti (Mt 5,1; Lc 6,20).
Regole per essere perfetto discepolo
L’io spirituale e l’io carnale
Quelli che si ricordano dell’io inferiore.
Quelli che si ricordano dell’io superiore.
Scolpire nel cuore la Dottrina.
Missione degli Apostoli e dei Discepoli.
Santificare la terra (Mt 5,13; Mc 9,50; Lc 14,34-35).
Illuminare il mondo (Mt 5,13; Mc 9,50; Lc 14,34-35).
Requisiti per fare splendere la Luce.
Guai ai Pastori idoli senza carità
Guai ai maestri stolti senza Sapienza.
Anatema a los idolos de humano saber.
Guai ai sacerdoti morti allo spirito.
Maledizione sui corruttore del gregge
170. Secondo discorso della Montagna: il dono della Grazia e le beatitudini.
Questioni già risposte e conosciute.
Dio Legislatore ubbidito nei suoi Comandamenti.
Dio Padre deve essere amato per la sua paternità.
Dio Creatore va ringraziato per i suoi doni.
Perché ci dà la Grazia e per che motivo.
Poder transformador de la Gracia.
Potere purificatore della Grazia.
Potere liberatore della Grazia.
Le vie per conquistare Dio e il suo Regno (Mt 5,3-10; Lc 6,20-23).
Beato me se sarò povero di spirito (Mt 5,3).
Lámore a Dio e l’amore al prossimo.
Gli eredi di Dio e del suo Regno.
Beato me se sarò mansueto (Mt 5,4).
Beato me se saprò piangere senza ribellione (Mt 5,5).
L’uomo mise il dolore sulla terra.
Quelli che piangono amando al Signore saranno consolati.
Beato me se avrò fame e sete di giustizia (Mt 5,6).
Quelli che saranno saziati da Dio.
Beato me se sarò misericordioso (Mt 5,7).
Il rito interno della miseicordia.
Il fariseo nella torre di vetro.
Beato me se sarò puro di cuore (Mt 5,8).
L’uomo puro fin dalla terra vede al suo Dio.
L’uomo puro ha il potere di Dio.
Beato me se avrò spirito di pace (Mt 5, 9).
Beato me se saró perseguitato per amore de la giustizia (Mt 5,10).
La persecuzione vitalizza l’anima.
Il sangue tesse la porpora del re futuro.
Beato me se sesaró oltraggiato e calunniato.(Mt 5,11-12; Lc 6,22-23).
Il tuo nome sarà scritto nei libri celestiali.
Come re entrerai nella Città di Dio.
Per ogni lacrima aumenterà la tua gloria.
171. Terzo discorso della Montagna: I consigli evangelici che perfezionano la Legge.
Continua il discorso del Monte.
La Legge di Dio e le Beatitudini (Mt 5,17).
La Legge di Dio Trino e Uno(Mt 5,17).
La Legge strumentalizzata dagli uomini
La Legge e i Consigli evangelici
Immutabilità della Legge (Mt 5,18).
Conseguenze eterne dei Consigli evangelici (Mt 5,19)
La giustizia del Regno dei cieli (Mt 5,20).
Dal frutto si conosce l’albero (Mt 7,16-20).
Come debba essere amato il prossimo.
Portare l’amore alla perfezione (Mt 5,43).
Non opporsi al malvagio (Mt 5,38-41; Lc 6,29-30).
Fate agli altri come vorreste fosse fatto a voi (Mt 7,12; Lc 6,31).
Ama chi ti odia (Mt 5,38.44; Lc 6,27-28).
Date e vi sarà dato (Lc 6,38 ; Mc 4,24; Lc 8,18).
Amate a somiglianza di Dio (Mt 5,44-48; Lc 6,27-32).
“Non vi adirate” (Mt 5,21-22.38).
“Riconciliatevi” (Mt 5,23-26).
L’anima carica di odio non guarisce.
Il giuramento non viene da Dio.
La parola data la devi mantenere.
Lo spergiuro è la creatura più abietta.
Dio vi giudica per quello che fate.
Proibizione del giuramento (Mt 5,33-37).
Non giurare per il proprio corpo (Mt 5,36-37).
La preghiera del giusto (Lc 7,45).
Fidanzamento dell’anima con Dio.
La preghiera interiore(Mt 6,6).
L’idolatria della preghiera (Mt 6,7)..
La preghiera è azione d’amore (Mt6,6).
La preghiera dei gentili (Mt 6,8).
Necessità della preghiera (Mt 7,7-11; Lc 11,9-13).
I pagani della religione vera.
Digiunare con spirito d’amore (Mt 6,16-18).
173. Quinto discorso della Montagna: l’uso delle ricchezze, l’elemosina, la fiducia in Dio.
Il giusto uso delle ricchezze.
Metodo per fare fruttare le ricchezze.
Non accumulare tesori nella Terra(Mt 6, 19).
Fatevi tesori nel cielo (Mt 6,20).
Dove sta il tuo tesoro, sta il tuo cuore (Mt 6,21).
L’Opera di giustizia soprannaturale (Mt 6,1).
L’elemosina nel segreto (Mt 6,2-4).
Dibattito sulla beneficenza del Messia.
L’amicizia coi ricchi frutti ai poveri.
Chiedere la carità per fare la carità.
Imparare a elemosinare per amore ai poveri.
Ama e si santo e farai il bene con la benedizione.
“Non affannatevi per il cibo” (Mt 6,25).
L’esempio degli uccelli (Mt 6,26-27).
Non affannatevi per il domani (Mt 6,27).
L’esempio dei gigli del campo (Mt 6,28-30).
Evitate preoccupazioni pagane (Mt 6,3 1-32).
Cercate prima il Regno di Dio (Mt 6,33).
Lasciate ad ogni giorno il suo affanno! (Mt 6,34).
Guarigione di una bambina malata alla spina.
Un caso di suggestione amorosa.
Onestà cristiana (Insegnamento).
“Lume del corpo è l’occhio” (Mt 6,22-23; Lc 11,34-36).
L’atleta si prepara alla vittoria con la lotta.
Il Ritiro turbato dal sibilo di Satana.
La purezza cristiana (Continuazione).
Guai ai ricchi corruttori (Lc 6,24).
Nulla giustifica la fornicazione (Mt 5,27-28).
Volontà di rinunciare al peccato(Mt 5,30).
Saper sorvegliare l’impulsività.
Il peccato dell’adulterio (Mt 5,27).
Natura ed inizio dell’adulterio (Mt 5,27)
Il divorzio non viene da Dio (Mt 5,31).
Il divorzio espone all’adulterio (Mt 5,31-32).
Solo la morte rompe il matrimonio.
Prudenza e Saggezza cristiane.
Non giudicate per non essere giudicati (Mt 7,1-2; Mc 4,24; Le 6,37).
Togli prima la trave dal tuo occhio (Mt 7,3-5; Le 6,41-42).
Non date le perle ai porci (Mt 7,6).
L’uomo saggio (Mt 7,24-27; Lc 6,46-49).
L’uomo stolto (Mt 7,26-27; Lc 6,49).
Nessuno parla come il Messia (Mt 7,28-29; Lc 7,1; 4,32).
175. Il lebbroso guarito ai piedi del Monte. Generosità dello scriba Giovanni.
Guarigione di un lebbroso (Mt 8,1-2).
L’orrendo spettro di un lebbroso (Mt 8,3)
Guarigione del lebroso(Mt 8,3).
testimonierai amando la dottrina(Mt 8,3-4).
Fede e fiducia nella Provvidenza di Dio.
Generosità di Giovanni lo scriba.
Ministro della Provvidenza di Dio
176. Nella sosta del sabato l’ultimo discorso della Montagna: amare la volontà di Dio.
La forza della preghiera e della bontà.
Le forza si nutre di preghiera.
Il discepolo buono e fedele è sollievo del Maestro.
Tutta la creazione è luogo di preghiera.
Riassunto del cantico dei tre giovani.
L’errore dell’uomo non è volontà di Dio Padre.
La Chiave per entrare nel Regno (Mt 7,21; Lc 6,46).
Amare la volontà di Dio Padre.
Apparizione del Pastore e del Giudice Re.
Gli operatori di iniquità (Mt 7,22- 23).
177. Guarigione del servo del centurione.
Il Messia entra in Cafarnao (Lc 7,1).
Il servo del Centurione (Mt 8,5-7; Lc 7,2-3).
La fede del Centurione (Mt 8,8-9; Lc 7,6-8).
Le opere del Centurione (Lc 7,3-5).
La luce del Regno è spuntata (Mt 4,13-16).
I Figli del Regno (Mt 8, 10-13; Lc 7,9-10).
178. Esigenze della Vocazione. I tre che vogliono seguire Gesù .
Al servizio di Dio si va’ con spirituale libertà.
Il Messia è di tutti (Mt 8,18).
Voluntad de seguir a Jesús (Mt 8,19; Lc 9,57)
Lasciare le sicurezze umane (Mt 8,20; Lc 9,58).
Spirito d’adattamento, su tutto, con tutti.
Liberarsi dai legami familiari (Mt 8,21-22; Lc 9,59-60).
Preghiera per ottenere la grazia della vocazione.
Gesù conforta e sostiene ogni sforzo.
“Nulla deve fare laccio a chi si dona”(Lc 9,61-62)..
179. La parabola del seminatore. A Corozim con il nuovo discepolo Elia.
La più difficile delle sapienze.
La più difficile delle sapienze.
Lungo il mare (Mt 13,1-3; Mc 4,1-2; Lc 8,4).
L’agire va in proporzione della preparazione dello spirito.
La prontezza nel seguire il Messia.
I campi buoni (Mt 13,8; Lc 8,8).
I campi pieni di spine (Lc 8,7; Mc 4,7).
I campi selciati da scaglie di pietra (Lc 8,7; Mc 4,7).
I campi intersecati di stradette (Lc 8,5).
Chi ha orecchie intenda (Lc 8,8).
Il dolore del nuovo discepolo.
Dimenticarsi del bene fatto è saggezza.
Il figlio morto che seppellì suo padre morto.
Risonanze sulla conoscenza di Dio
Porfiria abbagliata da troppa luce
I figli delle leggi e i figli della Legge
Che vuole dire il Dio immanente.
Perché il Messia parla in parabole.
Per la voglia che hanno di capire (Mt 13,10-11; Mc 4,10-11; Lc 8,9-10).
Per la misura che usano nel dare ( Mt 13,12)
Per la volontà che mettono nell’ubbidire (Mt 13,13-17; Mc 4,11-12.25; Lc 8,10.18).
Beati quelli che hanno buona volontà, Mt 13,16-17; Mc 4,11 -12.; Lc 8,10.18
Spiegazione della parabola del seminatore.
I campi buoni: buona volontà (Mt 13,23; Mc 4,20; Lc 8,15 ).
I campi spinosi: dissipazioni (Mt 13,22; Mc 4,18-19; Lc 8,14).
I campi sassosi: legalismo (Mt 13,20-21; Mc 4,16-17; Lc 8,13).
I campi pieni di strade: Mondanità (Mt 13,18-19; Mc 4,13-15; Lc 8,11-12).
Debole diviene chi da sé si svena di Dio
Gesù e la Madre sono al sicuro.
181. La parabola del grano e del loglio.
La santa cocciutaggine di Pietro.
Guarigione della fanciulla febbricitante.
Parabola del buon grano e della zizzania.
Il grano e la zizzania (Mt 13,24-30).
Senso universale (Mt 13,36-43).
Il Regno sarà e in Terra e in Cielo.
Senso particolare della parabola.
I cattivi ed i nemici nei campi del Maestro.
I cattivi nel campo del Maestro.
I nemici nei campi del Maestro.
Perché non estirpare il cattivo discepolo?
182. Discorso ad alcuni pastori con il piccolo orfano Zaccaria.
Zaccaria il pastorello orfano.
La Legge santifica, la vigilanza preserva.(Insegnamento)
183. La guarigione di un uomo ferito in casa di Maria di Magdala.
La fessura per cui Satana penetra.
Forza e costanza si acquistano dal Padre.
L’orgoglio è fessura per cui Satana penetra.
La via per la Magdala dei ricchi.
Non mormorare neppure col proprio io.
Non c’è misericordia per chi non si pente.
Farsi il cuore buono per ottenere grazia.
Il miracolo è prova della presenza di Dio.
Pregare per i peccatori senza insultarli.
184. Il piccolo Beniamino di Magdala e due parabole sul regno dei Cieli.
Nell’orto di Zaccheo il pescatore.
La tremenda croce delle impudiche.
Parabola del seme che cresce sola.
La parabola del lavoro di Dio nei cuori (Mc4,26,29).
Sviluppo del seme nella terra.
Sviluppo della Parola nel cuore.
Il segreto per convertire i peccatori.
Il bambino Benjamín e gli Apostoli.
Benjamín, aiuta alla famiglia.
Nella scuola vuole amore e non minacce.
Promozione degli Apostoli nella bontà.
L’Apostolo bocciato nella bontà.
La parabola del granellino di senape.
La bugia è sempre segno di alleanza con Satana
Il granello di senape (Mt 13,31-32; Mc 4,30-32; Lc 13,18-19).
Un semino d’amore per Iddio e per il prossimo
Amore in crescita fino alla perfezione.
Amore in continuo esercizio delle virtù.
Conversione di Zaccheo il pescatore.
185. La tempesta sedata. Un insegnamento nell’antefatto.
In barca verso l’altra riva (Mt 8,23; Mc 4,35 ; Lc 8,22).
Gli autosufficienti (Mc 4,36; Lc 8,23)
La prova (Mt 8,24; Mc 4,37; Lc 8,23).
La consapevolezza (Mt 8,25-26; Mc 4,38-39; Lc 8,24).
Perseverare nella fede (Mt 8,27; Mc 4,40-41; Lc 8,25).
186. I due indemoniati della regione dei Geraseni.
L’uomo è responsabile di essere immondo.
Animale immondo è il peccatore.
La proibizione dei cibi immondi (Lezione).
Folli o indemoniati? (Mt 8,28; Mc 5,1-5;Lc 8,26-27.29).
L’unico liberatore è il Messia (Mt 8,29; Mc 5,6-8; Lc 8,28-29).
Legione di demoni nell’uomo (Mc 5,9-10;Lc 8,30).
La legione si trasferisce nei porci (Mt 8,30-32; Mc 5,11-13; Lc 8,32-33).
Stato di coscienza dei posseduti.
Quelli che preferiscono i maiali a Dio (Mt 8,33-34; Mc 5,14-17; Lc 8,34-37).
Gesù il Messia ritornato
Questo Libro è di Dio
Dice Gesù a Maria Valtorta:
«Vedi, Maria. Se Io ti avessi dato soltanto belle pagine, letterariamente parlando, non ti avrei dato nulla. Nulla di utile, nulla di vero valore. Una musica ti avrei dato. E anche una di quelle musiche vuote, leggere, che accarezzano soltanto l’udito ma non stimolano in chi le ascolta pensieri eletti. Perché vi è della musica che è preghiera, che è lezione, che è elevazione a contemplazioni nel soprannaturale, musica nelle cui note veramente vibra e traspare non tanto il genio dell’uomo ma la potenza di Dio Creatore dell’uomo.
Ma Io parlo delle musiche vuote. A queste paragonerei le mie pagine se fossero solo armonia di parole e perfezione stilistica. Ma in esse è la Sapienza. La mia Sapienza. È la Verità, la mia Verità. In esse è la Carità, la mia Carità. È Dio perciò. Ecco perché esse hanno valore. E guai a chi non cerca e non trova in esse questo loro vero valore!
Ora se al piccolo Giovanni Io ho voluto dare un aumento di conoscenza di Me e del mio insegnamento, perché dovrebbe questo farvi increduli e duri? Aprite, aprite intelletto e cuore, e beneditemi per quanto vi ho dato».
Gesù di Nazareth
Secondo anno di ministero messianico
141. Andando verso Arimatea. La Bontà di Dio e la redenzione degli spiriti[1].
La redenzione degli spiriti (insegnamento).
Dialogo sulla cura dell’anima.
1«Signore, che ne faremo di costui?», chiede Pietro a Gesù indicando l’uomo di nome Giuseppe, che li segue da quando hanno lasciato Emmaus e che ora sta ascoltando i due figli di Alfeo e Simone, che si occupano particolarmente di lui.
2«L’ho detto. Viene con noi fino in Galilea».
«E poi?…».
3«E poi… resta con noi. Vedrai che così avviene».
«Discepolo lui pure? Con quel fatto sul suo conto?».
4«Sei fariseo tu pure?».
«Io no! Ma… mi pare che i farisei ci tengano d’occhio fin troppo…».
5«E se lo vedono con noi ci daranno delle noie. Tu vuoi dire questo. E allora, per la paura di essere disturbati, si dovrebbe lasciare un figlio di Abramo in balia della desolazione? No, Simon Pietro. É un’anima che si può perdere o si può salvare a seconda di come è curata la sua grande ferita».
«Ma non siamo già noi i tuoi discepoli?…».
6Gesù guarda Pietro e sorride finemente. Poi dice: «Un giorno, molti mesi or sono, Io ti ho detto: “Molti altri ne verranno. Il campo è vasto, vastissimo. I lavoratori saranno sempre insufficienti per la vastità di esso… anche perché molti faranno come Giona: moriranno nell’aspro lavoro. Ma voi sarete sempre i miei prediletti», termina Gesù attirandosi vicino il rannuvolato Pietro, che con questa promessa si rasserena.
«Allora viene con noi?».
7«Sì. Finché si è ristorato il cuore. E’ avvelenato da tanto astio che ha dovuto assorbire. É intossicato».
Anche Giacomo e Giovanni, insieme ad Andrea, raggiungono il Maestro e ascoltano.
Le guarigioni dei cuori.
8«Voi non potete valutare l’immenso male che l’uomo può fare all’uomo con una intransigenza ostile. Io vi prego di ricordarvi che il Maestro vostro fu sempre molto benigno coi malati spirituali. Voi credete che i miei più grandi miracoli e la mia principale virtù siano dati dalle guarigioni sui corpi. No, amici… Sì, venite qui anche voi che state avanti e voi che siete dietro di Me. La via è larga e possiamo camminare in gruppo».
9Tutti si stringono a Gesù che prosegue: «Le mie principali opere, quelle che più testimoniano della mia natura e della mia missione, quelle che sono guardate con gioia dal Padre mio, sono le guarigioni dei cuori, sia che siano guarigioni da un vizio o da più vizi capitali, sia che siano desolazioni che abbattono nella persuasione di essere colpiti da Dio e abbandonati da Dio.
“Dio è giusto ed è buono” .
10Un’anima che ha perduto questa certezza dell’aiuto di Dio, che è mai? É un vilucchio sottile che striscia nella polvere non potendo più afferrarsi all’idea che era la sua forza e la sua gioia. Vivere senza la speranza è un orrore. 11La vita è bella, nelle sue asprezze, solo perché riceve quest’onda di sole divino. Essa vita ha per fine quel sole. É tetro il giorno umano, molle di pianto, segnato di sangue? Sì. Ma dopo ci sarà il sole. Non più dolore, non più separazioni, non più asprezze, non più odii, non più miserie e solitudine nelle nebbie opprimenti. Ma luminosità e canto, ma serenità e pace, ma Dio. Dio: il Sole eterno! 12Guardate come è triste la Terra quando avviene un eclissi. Se l’uomo si dovesse dire: “Il sole è morto” non gli parrebbe di vivere per sempre in un oscuro ipogeo murato, sepolto, morto prima d’esser morto? 13Ma l’uomo sa che oltre quell’astro che nasconde il sole e fa funebre il mondo c’è sempre il lieto sole di Dio. Così è il pensiero dell’unione con Dio durante una vita. 14Gli uomini feriscono, derubano, calunniano? Ma Dio medica, rende, giustifica. E a colma misura. 15Gli uomini dicono: “Dio ti ha respinto”? Ma l’anima sicura pensa, deve pensare: “Dio è giusto ed è buono. Vede le cause ed è benigno. E lo è ancor più di quanto il più benigno uomo lo sia. Lo è infinitamente. 16Perciò, no, che non mi respingerà se curvo il volto piangente sul suo seno e gli dico: ‘Padre, Tu solo mi resti. Il figlio tuo è afflitto e abbattuto. Dammi la tua pace…’
La redenzione degli spiriti.
17Ora Io, il Mandato da Dio, raccolgo coloro che l’uomo ha turbato o che Satana ha travolto e li salvo. Ecco l’opera mia. Questa è veramente mia. Il miracolo sulle carni è potenza divina. La redenzione degli spiriti è l’opera di Gesù Cristo, il Salvatore e Redentore. 18Io penso, e non erro, che questi che hanno trovato in Me la loro riabilitazione agli occhi di Dio e agli occhi loro, saranno i miei discepoli fedeli, quelli che con maggiore forza potranno trascinare le turbe a Dio dicendo: “Voi peccatori? Io pure. Voi avviliti? Io pure. Voi disperati? Io pure. Eppure lo vedete? Della mia miseria spirituale il Messia ha avuto pietà e mi ha voluto suo sacerdote, perché Egli è la Misericordia e vuole che il mondo di ciò si persuada. E nessuno è più atto a persuadere di colui che in se stesso l’ha provata”. 19Ora Io, ai miei amici e ai miei adoratori da quando nacqui, a voi perciò e ai pastori, unisco questi. Anzi, li unisco ai pastori, ai guariti, a quelli che senza speciale elezione, come è la vostra di voi dodici, si sono messi nella mia via e la seguiranno fino alla morte. 20Presso Arimatea è Isacco, mi ha chiesto ciò Giuseppe amico nostro. Io prenderò con Me Isacco perché si unisca a Timoneo quando giungerà. Se tu crederai che in Me è pace e scopo di tutta una vita, potrai unirti a loro. Ti saranno fratelli buoni».
Testimoneanza di Giusppe.
21«O mio Conforto! É proprio come Tu dici. Le mie grandi ferite, e di uomo e di credente, si medicano di ora in ora. Da tre giorni sono con Te. E mi pare che quello che era il mio strazio di solo tre giorni or sono, sia un sogno che si allontana. L’ho fatto. Ma più il tempo scorre e più esso svanisce, nei suoi taglienti contorni, davanti alla tua realtà. In queste notti ho molto pensato. A Joppe ho un buon parente. Egli è stato… causa involontaria del mio male perché per lui ho conosciuto quella donna. E questo ti dica se potevamo sapere di chi era figlia… Di lei, della prima moglie di mio padre, sì, lo sarà stata. Ma non del padre mio. Portava altro nome, veniva da lontano. Conobbe il parente per scambio di merci. E io la conobbi così. Il parente ha molta gola per i miei commerci. Io glieli offrirò. Perirebbero lasciandoli senza padrone. Egli li acquisterà senza dubbio, anche per non sentire tutto il rimorso di avere causato il mio male. Ed io potrò bastarmi e seguirti tranquillo. Ti chiedo solo di concedermi questo Isacco che Tu nomini. Ho paura di essere solo coi miei pensieri. Troppo tristi ancora…».
22«Ti darò Isacco. E’ un animo buono. Il dolore lo ha perfezionato. Per trent’anni portò la sua croce. Sa cosa è il soffrire… Noi andremo avanti, intanto. E ci raggiungerete a Nazaret».
«Non ci fermiamo da Giuseppe, nella sua casa?».
23«Giuseppe è a Gerusalemme probabilmente… Il Sinedrio ha molto da fare. Ma lo sapremo da Isacco. Se c’è gli porteremo la nostra pace. Se non c’è sosteremo solo per riposare una notte. Ho fretta di giungere in Galilea. Vi è una Madre che soffre. Perché, ricordatevelo, vi è chi si fa premura di affliggerla. Io la voglio rassicurare».
142. Con i Dodici verso la Samaria[2].
Ubbidire a Dio ed al vostro Maestro.
Ubbidire è più facile di comandare.
1Gesù è coi suoi dodici. Il luogo è sempre montuoso, ma, essendo sufficientemente comoda la via, stanno tutti in gruppo e parlano fra loro.
«Però, ora che siamo soli, lo possiamo dire: perché tanta gelosia fra due gruppi?», dice Filippo.
«Gelosia? Ma non è che superbia!», ribatte Giuda d’Alfeo.
«No. Io dico che è solo un pretesto per giustificare, in qualche modo, la loro ingiusta condotta verso il Maestro. Sotto il velo di uno zelo verso il Battista si ottiene di allontanarlo senza disgustare troppo la folla», dice Simone.
«Io li smaschererei».
«Noi, Pietro, faremmo tante cose che Egli non fa».
«Perché non le fa?».
2«Perché sa che è bene non farle. Noi non dobbiamo che seguirlo. Non ci spetta di guidarlo. E bisogna esserne felici. É un grande sollievo avere solo da ubbidire…».
Virtù che deve possedere che presiede.
3«Hai detto bene, Simone», dice Gesù che pareva andare avanti pensieroso.
4«Hai detto bene. Ubbidire è più facile di comandare. Non sembra. Ma è così. Certo ciò è facile quando lo spirito è buono. Come è difficile comandare quando lo spirito è retto. Perché se uno spirito non è retto dà comandi folli e più che folli. Allora è facile comandare. Ma… quanto diviene più difficile ubbidire! 5Quando uno ha la responsabilità di essere il primo di un luogo o di un’accolta di persone, deve avere sempre presenti carità e giustizia, prudenza e umiltà, temperanza e pazienza, fermezza e pure non cocciutaggine. Oh! è difficile!… Voi, per ora, non avete che da ubbidire. A Dio e al vostro Maestro.
Il santo lavora per aumentare fedeli a Dio.
Uno dei segreti del perfetto fedele.
6Tu, e non tu solo, ti chiedi perché Io faccio o non faccio delle cose, ti chiedi perché Dio permette o non permette tali cose. Vedi, Pietro, e voi tutti, amici miei. Uno dei segreti del perfetto fedele è nel non erigersi mai ad interrogatore di Dio. “Perché fai questo?”, chiede uno, poco formato, al suo Dio. E pare che si metta in veste di adulto saggio davanti ad uno scolaretto per dire: “Questo non va fatto. É una stoltezza. É uno sbaglio”. Chi da più di Dio?
Nel santo cresce lo spirito, diminuisce la carne.
7Ora voi vedete che sotto pretesto di uno zelo per Giovanni Io vengo cacciato. E ne avete scandalo. E vorreste che Io rettificassi l’errore prendendo atteggiamenti di polemica cogli assertori di questa ragione. No. Ciò non sarà mai. Avete udito il Battista per la bocca dei suoi discepoli: “Occorre che Egli cresca e io diminuisca”. Non rimpianto, non aggrappamento alla sua posizione.
Il santo non si attacca a niente ne a cualcuno.
8Il santo non si attacca a queste cose. Lavora non per il numero dei “propri” fedeli. Egli non ha fedeli propri. Ma lavora per aumentare i fedeli a Dio. Solo Dio ha diritto di avere dei fedeli. Perciò come Io non mi rammarico che, in buona o in mala fede, taluni rimangano discepoli del Battista, così egli non se ne affligge, lo avete udito, che discepoli suoi vengano a Me. Se ne astrae persino da queste piccinerie numeriche. Guarda al Cielo. E Io guardo al Cielo.
I santi lavorano per il Signore.
9Non state dunque a battagliare fra voi se sia giusto o non giusto che i giudei mi accusino di carpire discepoli al Battista, se sia giusto o non giusto che ciò si lasci dire. Queste sono liti di femmine ciarliere intorno ad una fontana. I santi si aiutano, si danno e si scambiano gli spiriti con ilare facilità, sorridendo all’idea di lavorare per il Signore.
La Grazia. Ecco la ritornata regina.
La forza del miracolo sta nella Grazia di Dio.
10Io ho battezzato – anzi, vi ho fatto battezzare – perché tanto è pesante lo spirito, ora, che occorre presentargli forme materiali di pietà, forme materiali di miracolo, forme materiali di scuole. Per causa di questa pesantezza spirituale dovrò ricorrere ad ausilio di sostanze materiali quando vorrò fare di voi degli operatori di miracolo. Ma credete che non starà nell’olio, come non è nell’acqua, come non è in altre cerimonie, la prova della santità.
Il potere sta nel possedere Dio.
11Sta per venire il tempo in cui una impalpabile cosa, invisibile, inconcepibile ai materialisti, sarà regina, la “ritornata” regina, potente e santa di ogni santa cosa e in ogni santa cosa. Per essa l’uomo tornerà il “figlio di Dio” e opererà ciò che Dio opera perché avrà Dio con sé[3].
La Grazia. Ecco la ritornante regina..
12La Grazia. Ecco la ritornante regina. Allora il battesimo sarà sacramento. Allora l’uomo parlerà e comprenderà il linguaggio di Dio e darà vita e Vita, darà potere di scienza e di potenza, allora… oh! allora! Ma ancora immaturi siete per sapere ciò che vi concederà la Grazia.
Come aiutare la venuta della Grazia.
13Ve ne prego, aiutate la sua venuta con la vostra continua opera di formazione di voi stessi e lasciate, lasciate le inutili cose dei meschini… Ecco là i confini della Samaria. Credete voi che farei bene a parlare in essi?».
«Oh!». Sono tutti più o meno scandalizzati[4].
I tre anni della manifestazione del Messia.
1° Il Maestro, 2° il Salvatore, 3° il Redentore.
14«In verità vi dico che i samaritani sono per ogni dove e, se Io non dovessi parlare là dove è un samaritano, non dovrei parlare più in alcun luogo. Venite dunque. Non cercherò di parlare. Ma non sdegnerò di parlare di Dio se me ne verrà chiesto.
15Un anno è finito. Il secondo comincia. E a cavaliere fra il principio e la fine. Al principio era ancora predominante il Maestro. Ora, ecco si svela il Salvatore. La fine avrà il volto del Redentore. Andiamo. Il fiume più cresce quanto più va alla foce. Io pure au mento l’opera di misericordia perché la foce si avvicina».
«Andiamo verso qualche grande fiume dopo la Galilea? Al Nilo forse? All’Eufrate?», bisbigliano alcuni.
«Forse andiamo fra i gentili…», altri rispondono.
16«Non parlate fra voi. Andiamo verso la “mia” foce. Ossia verso il compimento della mia missione. Statemi molto attenti, perché dopo Io vi lascerò e voi dovrete continuare in mio nome».
143. La samaritana Fotinai[5].
Presso il pozzo di Giacobbe (Gv. 4,46)[6].
1«Io mi fermo qui. Andate nella città, comperate quanto occorre per il pasto. Qui mangeremo».
«Tutti andiamo?».
2«Sì, Giovanni. É bene siate in gruppo».
«E Tu? Resti solo… Sono samaritani…».
3«Non saranno i peggiori fra i nemici del Cristo. Andate, andate. Io prego mentre vi attendo. Per voi e per questi».
4I discepoli se ne vanno a malincuore e per tre o quattro volte si volgono a guardare Gesù, che si è seduto su un basso muretto soleggiato che è presso il basso e largo bordo di un pozzo. Un grande pozzo, quasi una cisterna tanto è largo. D’estate deve essere ombreggiato da grandi alberi, ora spogli. L’acqua non si vede, ma il terreno, presso il pozzo, mostra chiari segni di acque attinte, con piccole pozze o con cerchi lasciati dalle brocche umide.
5Gesù si siede e medita, nella sua solita posa, coi gomiti appoggiati alle ginocchia e le mani congiunte in avanti, il corpo lievemente piegato e il capo curvo verso terra. Poi sente il bel solicello scaldarlo e si fa cadere il mantello dal capo e dalle spalle, tenendolo però ancora raccolto in grembo.
La samaritana Fotinai (Gv 4,7)[7].
6Alza il capo per sorridere a uno stormo di passeri rissosi che si litigano una grossa mollica perduta da qualche persona presso il pozzo. Ma i passeri fuggono per il sopraggiungere di una donna che viene al pozzo con un’anfora vuota tenuta per un manico con la mano sinistra, mentre la destra scosta con un atto di sorpresa il velo per vedere chi è l’uomo là seduto.
7Gesù sorride a questa donna sui 35-40 anni, alta, dai tratti fortemente marcati, ma belli. Un tipo che noi diremmo quasi spagnolo per il colorito di un pallore olivastro, le labbra molto accese e piuttosto tumide, gli occhioni fino smisuratamente grandi e neri sotto sopracciglia foltissime, e le trecce corvine che traspaiono dal velo leggero. Anche le forme, tendenti al formoso, hanno un marcato tipo orientale lievemente molle come quello delle donne arabe.
8É vestita di una stoffa a righe multicolori, ben stretta alla cintura, tesa sui fianchi e sul petto grassocci, e pendente poi, in una specie di balza ondulante, fino a terra. Molti anelli e bracciali alle mani grassottelle e brunette e ai polsi che appaiono dalle sottomaniche di lino. Al collo una collana pesante da cui pendono delle medaglie, direi degli amuleti perché ce ne sono di tutte le forme. Pesanti orecchini scendono fin verso il collo e brillano sotto il velo.
La sete del Messia (Gv 4,8-9)[8].
9«La pace sia con te, donna. Mi dai da bere? Ho molto camminato e ho sete».
«Ma non sei Tu giudeo? E chiedi da bere a me, samaritana? Che è avvenuto dunque? Siamo riabilitati oppure voi siete disfatti? Certo un grande avvenimento è avvenuto se un giudeo parla cortese con una samaritana. Dovrei dirti però: “Non ti do nulla per punire in Te tutte le ingiurie che i giudei da secoli ci danno”».
Il dono di Dio (Gv 4,10-12)[9].
10«Hai detto bene. Un grande avvenimento è avvenuto. E per esso molte cose sono cambiate e più ne cambieranno. Dio ha fatto un grande dono al mondo e per esso molte cose sono cambiate. Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che ti dice: “Dammi da bere”, forse tu stessa gli avresti chiesto da bere, ed Egli ti avrebbe dato acqua viva».
«L’acqua viva è nelle vene della terra. Questo pozzo ce l’ha. Ma è nostro». La donna è beffarda e prepotente.
11«L’acqua è di Dio. Come la bontà è di Dio. Come la vita è di Dio. Tutto è di un unico Dio, donna. E tutti gli uomini vengono da Dio, samaritani come giudei. Questo pozzo non è quello di Giacobbe? E Giacobbe non è il capo della stirpe nostra[10]? Se poi un errore ci ha divisi, ciò non cambia l’origine».
«Errore nostro, vero?», chiede aggressiva la donna.
12«Non nostro né vostro. Errore di uno che aveva perso di vista carità e giustizia[11]. Io non ti offendo e non offendo la tua razza. Perché vuoi tu essere offensiva?».
Il Dono dello Spirito Santo (Gv 4,13-14)[12].
13«Sei il primo giudeo che odo parlare così. Gli altri… Ma, riguardo al pozzo, sì, è quello di Giacobbe e ha un’acqua così abbondante e chiara che noi di Sicar lo preferiamo alle altre fontane. Ma è molto profondo. Tu non hai anfora né otre. Come potresti dunque attingere per me acqua viva? Sei da più di Giacobbe, il santo patriarca nostro, che ha trovato questa abbondante vena per lui, per i suoi figli e i suoi armenti, e ce l’ha lasciata a suo ricordo e dono?».
14«Tu lo hai detto. Ma chi beve di quest’acqua avrà ancora sete[13]. Io invece ho un’acqua che chi l’ha bevuta non sentirà più sete[14]. Ma è solo mia[15]. Ed Io la darò a chi me la chiede[16]. Ed in verità ti dico che chi avrà l’acqua che Io gli darò, diverrà per sempre irrorato[17] e non avrà più sete, perché l’acqua mia diventerà in lui sorgente[18] sicura, eterna».
«Come? Io non capisco. Sei un mago? Come può un uomo divenire un pozzo? Il cammello beve e fa scorta d’acqua nel capace ventre. Ma poi la consuma e non gli dura per tutta la sua vita. E Tu dici che la tua acqua dura per tutta la vita?».
15«Più ancora: zampillerà fino alla vita eterna[19]. Sarà in chi la beve zampillante fino alla vita eterna e darà germi di vita eterna. Perché è sorgente di salute[20]».
Necessità della conversione (Gv 4,15-18)[21].
«Dammi di quest’acqua, se è vero che la possiedi. Io mi stanco a venire fin qui. L’avrò e non avrò più sete, e non diverrò mai malata né vecchia».
16«Di questo solo ti stanchi? Non di altro? E non senti bisogno che di attingere per bere, per il tuo misero corpo? Pensaci. Vi è qualcosa da più del corpo. Ed è l’anima. Giacobbe non dette solo l’acqua del suolo a sé e ai suoi. Ma si preoccupò di darsi e di dare la santità, l’acqua di Dio».
«Ci dite pagani, voi… Se è vero ciò che voi dite, noi non possiamo essere santi…». La donna ha perduto il tono petulante e ironico ed è sottomessa e lievemente confusa.
17«Anche un pagano può essere virtuoso. E Dio, che è giusto, lo premierà per il bene fatto. Non sarà un premio completo, ma, Io te lo dico, fra un fedele in colpa grave e un pagano senza colpa Dio guarda con meno rigore il pagano. E perché, se sapete d’esser tali, non venite al vero Dio? Come ti chiami?».
«Fotinai».
18«Ebbene, rispondi a Me, Fotinai. Te ne duoli di non potere aspirare alla santità perché sei pagana, come tu dici, perché sei nelle nebbie di un antico errore, come dico Io?».
«Sì, che me ne dolgo».
19E allora perché non vivi almeno da virtuosa pagana?».
«Signore!…».
20«Sì. Puoi negarlo? Va’ a chiamare tuo marito e torna qua con lui».
«Non ho marito…». La confusione della donna cresce.
21«Hai detto bene. Non hai marito. Hai avuto cinque uomini ed ora hai teco uno che non ti è marito. Era necessario questo? Anche la tua religione non consiglia l’impudicizia. Il Decalogo lo avete voi pure. Perché allora, Fotinai, tu vivi così? Non ti senti stanca di questa fatica di essere la carne di tanti e non l’onesta moglie di uno solo? Non ti fa paura la tua sera, quando ti troverai sola coi ricordi? con i rimpianti? con le paure? Sì. Anche quelle. Paura di Dio e degli spettri. Dove sono le tue creature?».
La donna abbassa del tutto il capo e non parla.
22«Non le hai sulla Terra. Ma le loro piccole anime, alle quali tu hai impedito di conoscere il giorno della luce, ti rimproverano. Sempre. Gioielli… belle vesti… casa ricca… nutrita mensa… Sì. Ma vuoto, e lacrime, e miseria interiore. Sei una derelitta, Fotinai. E solo con un pentimento sincero, attraverso il perdono di Dio, e per conseguenza il perdono delle tue creature, puoi tornare ricca».
«Signore, io vedo che Tu sei profeta. E ne ho vergogna…».
23«E del Padre che è nei Cieli non ne avevi vergogna quando facevi il male? Non piangere di avvilimento davanti all’Uomo… Vieni qui, Fotinai. Vicino a Me. Io ti parlerò di Dio. Forse non lo conoscevi bene. E per questo, certo per questo, tu hai tanto errato. Se avessi conosciuto bene il vero Dio non ti saresti avvilita così. Egli ti avrebbe parlato e sorretto…».
Culto Spirituale del Regno spirituale (Gv 4,19-24)[22].
«Signore, i nostri padri hanno adorato su questo monte[23]. Voi dite che solo in Gerusalemme si deve adorare. Ma, Tu lo dici, Dio è uno solo. Aiutami a vedere dove e come devo fare…».
24«Donna, credi a Me. Fra poco viene l’ora in cui né sul monte di Samaria né in Gerusalemme sarà adorato il Padre. Voi adorate Colui che non conoscete. Noi adoriamo Colui che conosciamo, perché la salute viene dai giudei. Ti ricordo i Profeti. Ma viene l’ora, anzi ha già inizio, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e in verità, non più col rito antico ma col nuovo rito in cui non saranno sacrifici e ostie di animali consumati dal fuoco. Ma il sacrificio eterno dell’Ostia immacolata arsa dal Fuoco della Carità. Culto spirituale del Regno spirituale. E sarà compreso da coloro che sapranno adorare in spirito e in verità[24]. Iddio è Spirito. Quelli che lo adorano lo devono adorare spiritualmente».
«Sono Io che ti parlo il Cristo Gesù». (Gv 4,25-30)[25].
«Tu hai sante parole. Io so, perché anche noi qualche cosa sappiamo, che il Messia sta per venire, il Messia, Colui che si chiama anche “il Cristo”. Quando sarà venuto ci insegnerà ogni cosa. Qui presso c’è anche quello che dicono il suo Precursore. E molti vanno a sentirlo. Ma è tanto severo!… Tu sei buono… e le povere anime non hanno paura di Te. Penso che il Cristo sarà buono. Lo dicono Re della pace. Starà molto a venire?».
25«Ti ho detto che il suo tempo è già presente».
«Come lo sai? Sei forse suo discepolo? Il Precursore ha molti discepoli. Anche il Cristo li avrà».
26«Sono Io che ti parlo il Cristo Gesù».
«Tu!… Oh!…». La donna, che si era seduta presso Gesù, si alza e fa per fuggire.
27«Perché fuggi, donna?».
«Perché ho orrore di mettere me presso a Te. Sei santo…».
28«Sono il Salvatore. Sono venuto qui – non era necessario – perché lo sapevo che la tua anima era stanca di essere errante. Ti sei nauseata del tuo cibo… Sono venuto a darti un cibo nuovo e che ti leverà nausea e stanchezza… Ecco i miei discepoli che tornano col mio pane. Ma già Io sono nutrito dall’avere dato a te le briciole iniziali della tua redenzione».
I discepoli sbirciano, più o meno prudentemente, la donna, ma nessuno parla. Lei se ne va senza più pensare all’acqua e all’anfora.
“Il cibo spirituale” (Gv 4,31-34)[26].
29«Ecco, Maestro», dice Pietro. «Ci hanno trattato bene. Qui vi è cacio, pane fresco, ulive e mele. Prendi ciò che vuoi. Quella donna ha fatto bene a lasciare l’anfora. Faremo più presto che con le nostre piccole vesciche. Berremo e le faremo piene. Senza avere da chiedere altro ai samaritani. Neppure di avvicinarsi alle loro fontane. Non mangi? Volevo trovarti del pesce, ma non ce n’è. Forse ti piaceva di più. Sei stanco e pallido».
30«Ho un cibo che voi non conoscete. Mangerò di quello. Mi ristorerà molto[27]».
I discepoli si guardano fra loro interrogativamente.
31Gesù risponde alle loro mute interrogazioni. «Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e portare a termine l’opera che è suo desiderio Io compia[28].
Il campo dello Spirito (Gv 4,35-3 8)[29].
32Quando un seminatore getta il seme, può forse dire di avere già tutto fatto per dire che ha raccolto? No, davvero. Quanto ancora ha da fare per dire: “Ecco che la mia opera è compiuta”! E fino a quell’ora non può riposare. 33Guardate questi campicelli sotto il lieto sole dell’ora di sesta. Solo un mese fa, anche meno di un mese, la terra era nuda, scura per essere bagnata dalle piogge. Ora guardate. Steli e steli di grano, appena spuntati, di un verde tenuissimo, che nella gran luce pare anche più chiaro, la fanno come coperta di un tenue velo biancheggiante. Questa è la messe futura e voi, vedendola, dite: “Fra quattro mesi è il raccolto. 34I seminatori prenderanno i mietitori, perché se uno è sufficiente a seminare il suo campo molti necessitano per mieterlo. E ambi sono contenti. Tanto colui che ha seminato un piccolo sacchetto di grano, e ora deve preparare granai a riceverlo, come coloro che in pochi giorni guadagnano di che vivere per qualche mese”. 35Anche nel campo dello spirito coloro che mieteranno ciò che Io ho seminato si rallegreranno con Me e come Me, perché Io darò loro il mio salario e il frutto debito. Darò di che vivere nel mio Regno eterno. Voi non avete che da mietere. 36Il più duro lavoro Io l’ho fatto. Eppure vi dico: “Venite. Mietete nel mio campo. Io sono lieto che voi vi carichiate dei manipoli del mio grano. che vengono a Dio».
144. I samaritani invitano Gesù a Sicar[30].
L’invito dei samaritani (Gv 4,39-40).[31]
1Vengono alla volta di Gesù un gruppo di notabili samaritani guidati da Fotinai.
2«Dio sia con Te, Rabbi. La donna ci ha detto che sei un profeta e che non sdegni parlare con noi. Ti preghiamo restare con noi e non negarci la tua parola perché, se è vero che siamo recisi da Giuda, non è detto che solo Giuda sia santo e tutto il peccato sia in Samaria. Anche fra noi c’è chi è giusto».
3«L’ho detto anche Io a costei questo concetto. Non mi impongo, ma non mi rifiuto se c’è chi mi cerca».
Gesù è il Messia atteso.
«Sei giusto. La donna ci ha detto che Tu sei il Cristo. É vero? Rispondici in nome di Dio».
4«Lo sono. L’epoca messianica è venuta. Israele è riunito dal suo Re[32]. E non Israele solo».
«Ma Tu sarai per coloro che… che non sono nell’errore come noi siamo», osserva un anziano imponente.
5«Uomo, Io leggo in te il capo di tutti questi e leggo anche una onesta ricerca del Vero. Ora ascolta, tu istruito nelle letture sacre. A Me fu detto ciò che lo Spirito disse ad Ezechiele quando gli dette missione profetica[33] : 6“Figlio dell’uomo, Io ti mando ai figli d’Israele, ai popoli ribelli che si sono allontanati da Me… Sono figli di dura faccia e di cuore indomabile… Può essere che essi stiano a sentirti e poi non ne facciano conto delle tue parole, che mie sono, perché è una casa ribelle, ma almeno sapranno che in mezzo ad essi è un profeta. 7Tu dunque non avere paura di loro, non ti spaventino i loro discorsi perché essi sono increduli e sovversivi… Riferisci ad essi le mie parole, sia che ti diano o che non ti diano ascolto. Tu fa’ quello che ti dico, ascolta ciò che ti dico per non essere ribelle come essi. Perciò mangia qualunque cibo Io ti porgo”. 8Ed Io sono venuto. Non mi illudo e non pretendo di essere accolto come un trionfatore. Ma, poi che la volontà di Dio è il mio miele, ecco che Io la compio, e se volete vi dico le parole che lo Spirito ha messo in Me».
«Come può mai l’Eterno aver avuto pensiero a noi?».
9«Perché Egli è Amore, figli».
«Così non dicono i rabbi di Giuda».
10«Ma così vi dice il Messia del Signore».
Capo d’accusa a Israele.
«É detto che il Messia nascerebbe da una vergine di Giuda[34]. Tu da chi e come nascesti?».
11«A Betlem Efrata da Maria della stirpe di Davide, per opera di spirituale concepimento. Vogliate crederlo».
12La bella voce di Gesù è uno squillo di gioioso trionfo nel proclamare la verginità della Madre.
13«Il tuo viso splende di una grande luce. No. Tu non puoi mentire. I figli delle tenebre hanno tenebroso volto e occhio turbato. Tu sei luminoso; limpido come un mattino d’aprile è il tuo occhio, e la tua parola è buona. Entra in Sicar, te ne prego, e ammaestra i figli di questo popolo. Poi te ne andrai… e noi ricorderemo la Stella che rigò il nostro cielo…».
14«E perché non seguireste la stessa?».
«Come vuoi che si possa?». Parlano mentre si dirigono verso la città. «Noi siamo i recisi. Almeno così è detto. Ma ormai siamo nati in questa fede e non sappiamo se sia giusto lasciarla. Inoltre… sì, con Te possiamo parlare, lo sento. Inoltre anche noi abbiamo occhi per vedere e cervello per pensare. Quando, per viaggi o commerci, passiamo dalle terre vostre, tutto quello che vediamo non è santo al punto da farci persuasi che Dio è con voi di Giuda, né con voi di Galilea».
15«In verità ti dico che, del non avervi persuasi e ricondotti a Dio non con le offese e le maledizioni ma con l’esempio e la carità, ne sarà fatto capo d’accusa al resto d’Israele».
«Quanta sapienza in Te! Udite!?».
Tutti assentono con mormorii di ammirazione.
La città intanto è raggiunta e molta altra gente si accosta mentre si dirigono verso una casa.
Il dubbio dei Samaritani.
16«Ascolta, Rabbi. Tu, che sapiente e buono sei, risolvi un dubbio nostro. Molto del nostro futuro può venire da questo. Tu che sei il Messia, restauratore perciò del regno di Davide, devi avere gioia di riunire questo membro sparso al corpo dello Stato. Non è vero?».
17«Non tanto di riunire le parti separate di ciò che è caduco, quanto di ricondurre a Dio tutti gli spiriti Io mi curo, ed ho gioia se restauro la Verità in un cuore[35]. Ma esponi il tuo dubbio».
18«I nostri padri peccarono. Da allora le anime di Samaria sono invise a Dio. Perciò che bene ne avremo se seguiremo il Bene? Per sempre lebbrosi siamo agli occhi di Dio».
Il peccatore morirà, il giusto vià.
19«Il vostro è l’eterno rimpianto, il perenne scontento di tutti gli scismatici. Ma ancora ti rispondo con Ezechiele[36]: “Tutte le anime sono mie, dice il Signore. Tanto quella del padre come quella del figlio. Ma morirà solo l’anima che ha peccato. 20Se un uomo sarà giusto, se non sarà idolatra, se non fornicherà, se non ruberà e non farà usura, se avrà misericordia per la carne e per lo spirito altrui, costui sarà giusto agli occhi miei e vivrà di vera vita”. 21E ancora: “Se un giusto avrà un figlio ribelle, avrà forse questo figlio la vita perché il padre era giusto? Non l’avrà”. E ancora: “Se il figlio di un peccatore sarà un giusto, sarà morto come il padre perché figlio di esso? No. Vivo sarà della eterna vita perché fu giusto. Non sarebbe giustizia che uno portasse il peccato dell’altro. 22L’anima che ha peccato morrà. Quella che non ha peccato non morrà. E se chi ha peccato si pente e viene alla Giustizia, ecco che lui pure avrà vera vita”. Il Signore Iddio, unico e solo Signore, dice: “Io non voglio la morte del peccatore, ma che egli si converta e abbia la Vita”. 23Per questo mi ha mandato, o figli erranti. Perché abbiate la vera vita. Io sono la Vita. Chi crede in Me ed in Colui che mi ha mandato avrà la vita eterna, anche se fino ad ora fu peccatore».
Presso i Samaritani.
«Eccoci alla mia casa, Maestro. Non hai orrore entrarvi?».
24«Ho orrore solamente del peccato».
«Vieni, allora, e sosta. Spezzeremo insieme il pane e poi, se non ti è di peso, Tu ci spezzerai la parola di Dio. Ha un altro sapore questa parola da Te data… e noi abbiamo qui un tormento: questo di non sentirci sicuri di essere nel giusto…».
25«Tutto si calmerebbe se osaste venire apertamente alla Verità. Dio parli in voi, o cittadini. Presto scende la sera. Ma domani a terza Io vi parlerò a lungo, se lo volete. Andate con la Misericordia vicina».
145. Il primo giorno a Sicar. L’idolatria di Samaria e di Gerusalemme.[37]
Non toglieere né aggiungere nulla all’Opera.
1Intanto perché questa prima osservazione, se no la dimentico. Il brano “Sepoltura di Gesù” dello scorso anno, messo nell’indice della Passione, e che noi abbiamo mutilato parendoci un superfluo come una ripetizione, era utile, invece, per spiegare diverse cose ai desiderosi di conoscere (onestamente) tutto che è del Signore e anche ai negatori della reale morte di Cristo. Sulla fine era detto come fosse imbalsamato il Corpo e sistemato fra le tele. E questo spiegava diverse cose. Bene, ormai è fatta. Ma si persuada che io, quando non sono tenuta da Gesù, sono una perfetta ebete, non vedo nulla, non comprendo nulla. Perciò è perfettamente inutile venire a chiedere a me qualche cosa dopo che il mio compito è finito. Non so più niente. Non capisco più l’utilità di un brano. Niente. Zero assoluto e assoluto buio. Stamani all’alba mi fu mostrato il perché era stato messo nell’indice dei brani quel pezzo. E io mi sono sorbita la mia… medicina contro l’orgoglio del giudizio umano. Io, ora, farei una postilla, in un foglio incluso, dove sia spiegato come fu preparato il Cadavere e la inserirei ad utile e lume dei desiderosi e dei negatori.
Ed ora avanti.
Preconcetto degli apostoli.
2Gesù parla dal centro di una piazza a molta folla. Egli è salito sulla banchina di pietra che è presso la fontana. La gente gli è tutta attorno. E attorno sono anche i dodici con dei visi… costernati, o seccati, o anche chiaramente esprimenti il ribrezzo di certi contatti.
3Specie Bartolomeo e l’Iscariota mostrano apertamente il loro disagio e, per sfuggire il più possibile alla vicinanza dei samaritani, l’Iscariota si è messo a cavalcioni di un ramo di un albero come volesse dominare la scena, mentre Bartolomeo si è addossato ad un portone in un angolo della piazza. Il preconcetto è vivo e agente in tutti.
Comportamento del Messia.
4Gesù, invece, non ha nulla di diverso dal solito. Anzi direi che si studia di non sgomentare con la sua maestà e nello stesso tempo cerca di farla brillare per levare ogni dubbio. Accarezza due o tre piccini di cui chiede il nome, si interessa di un vecchio cieco al quale dà personalmente l’obolo, risponde a due o tre quesiti che gli vengono chiesti su cose non generali, ma private.
Questioni di casi privati.
Perdonare dà sollievo.
L’uno è la richiesta di un padre circa la figlia che è fuggiasca per amore e che ora chiede perdono.
5«Concedile subito il tuo perdono».
«Ma io ho sofferto di questo, Maestro! E ne soffro. In meno di un anno sono invecchiato di dieci anni».
6«Il perdono ti darà sollievo».
«Non può essere. La ferita resta».
7«É vero. Ma nella ferita sono due punte che fanno male. L’una è l’innegabile affronto avuto da tua figlia. L’altra è lo sforzo per disamarla. Leva almeno questa. Il perdono, che è la forma più alta dell’amore, la leverà. Pensa, povero padre, che quella creatura è nata da te e che ha sempre diritto al tuo amore. Se tu la vedessi malata di una malattia della carne e sapessi che, se non la curi tu, proprio tu, muore, la lasceresti morire? No certo. E allora pensa che tu, proprio tu, col tuo perdono puoi fermare il suo male e anche portarla a tornare sana nell’istinto. Perché, vedi, è in lei predominato il lato più vile della materia».
«Allora Tu diresti che io debba perdonare?».
8«Lo devi».
«Ma come farò a vederla per casa, dopo ciò che ha fatto, e a non maledirla?».
9«Ma allora non perdoneresti. Il perdono non è nell’atto di riaprirle la porta di casa, ma nel riaprirle il cuore. Sii buono, uomo. E che? La pazienza che abbiamo per il giovenco riottoso non l’avremmo per la nostra creatura?».
Sii moglie fedele come lo fosti del primo.
Una donna invece chiede se è bene che lei sposi il cognato per dare un padre ai suoi orfanelli.
10«Comprendi che sarebbe un vero padre?».
«Sì, Maestro. Sono tre maschi. Un uomo è necessario per guidarli».
11«Fàllo allora e sii moglie fedele come lo fosti del primo».
Nulla contamina chi non vuole contaminarsi.
Il terzo gli chiede se, accettando l’invito avuto di andare ad Antiochia, farebbe bene o male.
12«Uomo, perché vuoi andare là?».
«Perché qui non ho mezzi per me e i molti figli. Ho conosciuto un gentile che mi prenderebbe perché mi ha visto capace nel lavoro e darebbe lavoro anche ai figli. Ma non vorrei… ti sembrerà strano lo scrupolo di un samaritano, ma ce l’ho. Non vorrei che si perdesse la fede. É un pagano, sai, quell’uomo!?».
13«Ebbene? Nulla contamina se non si vuole essere contaminati. Vai pure ad Antiochia e sii del Dio vero. Egli ti guiderà e tu sarai anche il benefattore del padrone, che conoscerà Dio attraverso la tua onestà».
Poi inizia a parlare a tutti.
Idolatria di Samaria e Gerusalemme (Lezione Biblica).
Le sorelle Oolla e Ooliba(Ezechiele. 23,1-49)[38].
14«Ho udito molti di voi, e in tutti ho sentito un segreto dolore, una pena, di cui forse neppure voi ve ne rendete conto, piangere nei vostri cuori. Sono secoli che essa si accumula e non le ragioni che vi dite, né le ingiurie che vi vengono lanciate, valgono a scioglierla. Ma anzi sempre più si indurisce e pesa come neve che si muta in ghiaccio. 15Io non sono voi e non sono neppure uno di quelli che vi accusano. Io sono Giustizia e Sapienza. E vi cito, a soluzione del vostro caso, ancora Ezechiele. Egli, profeticamente, parla di Samaria e di Gerusalemme dicendole figlie di un seno e chiamandole Oolla e Ooliba.
Idolatria di Samaria.
16La prima a cadere in idolatria fu la prima, di nome Oolla, perché già privata dell’aiuto spirituale dell’unione col Padre dei Cieli. 17L’unione con Dio è salvezza, sempre. Scambiò la vera ricchezza, la vera potenza, la vera sapienza con la povera ricchezza, potenza e sapienza di uno, ancor più di essa, inferiore a Dio, e ne fu sedotta tanto da farsi schiava del modo di vivere di questo uno che l’aveva sedotta. 18Per essere forte divenne debole. Per essere da più divenne da meno. Per essere imprudente impazzì. Quando uno imprudentemente si è contaminato con una infezione, ben a fatica può salvarsi da essa. 19Voi direte: “Da meno? No. Noi fummo grandi”. Grandi, sì, ma come? A che prezzo? Voi lo sapete. Quante anche fra le donne conquistano la ricchezza al prezzo tremendo del loro onore! Acquistano una cosa che può finire. Pèrdono una cosa che non ha mai fine: il buon nome.
Idolatria di Gerusalemme.
20Ooliba, vedendo che la follia di Oolla le era valsa ricchezza, la volle imitare e impazzi più di Oolla, e con doppia colpa, perché essa aveva con sé il Dio vero e non avrebbe mai dovuto calpestare la forza che da questa unione le veniva. E dura, tremenda punizione è venuta, e più verrà, alla doppiamente folle e fornicatrice Ooliba. Dio le volgerà le spalle. Già lo sta facendo, per andare a quelli che non sono di Giuda.21Né si potrà accusare Dio di essere ingiusto perché Egli non si impone. Apre a tutti le braccia, tutti invita, ma se uno gli dice: “Va’ via” Egli se ne va. Va a cercare amore, a dare invito ad altri, finché trova chi dice: “Vengo”. Perciò Io vi dico che voi potete avere sollievo al vostro tormento, dovete averlo, pensando a queste cose.
Dio è la patria di ogni pirito retto.
La sapienza dello spirito retto.
22Oolla, torna in te! Dio ti chiama. La sapienza dell’uomo sta nel sapersi ravvedere, la sapienza dello spirito sta nell’amare il Dio vero e la sua Verità. 23Non guardate né Ooliba, né la Fenicia, né l’Egitto, né la Grecia. Guardate Iddio. Quella è la Patria di ogni spirito retto. Quella: il Cielo. Non vi sono molte leggi. Ma una sola: quella di Dio. Per quel codice si ha la Vita. 24Non dite: “Peccammo”, ma dite: “Non vogliamo più peccare”. Che Dio vi ami ancora, in questo di avervi mandato il suo Verbo a dirvi: “Venite”, ne avete la prova. Venite, vi dico. Siete ingiuriati e proscritti? E da chi? Da esseri simili a voi. Ma Dio è da più di questi, ed Egli vi dice: “Venite”. 25Un giorno verrà che voi giubilerete per non essere stati nel Tempio… Con la mente giubilerete di questo. Ma più giubileranno gli spiriti perché sui retti di cuore, sparsi per la Samaria, sarà già sceso il perdono di Dio. 26Preparatene l’avvento. Venite al Salvatore universale, o figli di Dio che avete smarrito la Via».
Un solo Re un solo regno.
«Ma, almeno qualcuno, noi verremmo. Sono quelli dell’altra parte che non ci vogliono».
27«E ancora col sacerdote e profeta Io vi dico: “Io prenderò il legno di Giuseppe che è nella mano di Efraim con le tribù d’Israele a lui unite e le congiungerò al legno di Giuda e ne farò un solo legno…”[39]. Sì. Non al Tempio. A Me venite. Io non respingo. Io sono quello chiamato il Re dominante su tutti[40]. Il Re dei re Io sono. 28Io vi purificherò tutti, o popoli che volete esser purificati. Io vi radunerò, o greggi senza pastore o con pastori idoli, perché Io sono il Pastore buono.
Un Tabernacolo sarà fonte di vita
29Io vi darò un unico tabernacolo e lo metterò in mezzo ai miei fedeli. Esso tabernacolo sarà fonte di vita, pane di vita, sarà luce, sarà salvezza, protezione, sapienza. Tutto sarà perché sarà il Vivente dato in cibo ai morti per farli vivi, sarà il Dio che si effonde con la sua santità per santificare. Questo Io sono e sarò. 30Il tempo dell’odio, dell’incomprensione, del timore è superato. Venite! Popolo d’Israele! Popolo separato! Popolo afflitto! Popolo lontano! Popolo caro, tanto, infinitamente caro perché malato, perché indebolito, perché svenato da una freccia che ti ha aperto le vene dell’animo e ne ha fatto fuggire l’unione vitale col tuo Dio, vieni! 31Vieni al seno da cui sei nato, vieni al petto da cui ti venne vita. Dolcezza e tepore è ancora qui per te. Sempre. Vieni! Vieni alla Vita e alla Salute».
146. Le vie della
speranza e commiato
dai samaritani[41].
Lezione biblica (Baruc Cap 1 e 2).
La via che eleva lo spirito.
1Dice Gesù ai samaritani di Sicar: «Prima di lasciarvi, perché ho altri figli da evangelizzare, voglio aprirvi fulgide le vie della speranza ed in esse mettervi dicendo: andate sicuri che la mèta è certa. E oggi non prendo il grande Ezechiele; prendo il discepolo prediletto di Geremia, grandissimo profeta.
2Baruc parla per voi. Oh! che realmente egli prende le vostre anime e parla per tutte loro al sublime Iddio che sta nei Cieli. Le vostre. Non dico solo quelle dei samaritani, ma tutte le vostre anime, o stirpi del popolo eletto che siete cadute in molteplice peccato[42], 3e prende anche le vostre, o popoli gentili che sentite esservi un Dio ignoto fra i molti dèi che adorate, un Dio che la vostra anima sente essere l’Unico e il Vero e che la vostra pesantezza vi impedisce di cercare per conoscere come l’anima vorrebbe. 4Almeno una legge morale vi era stata data, o gentili, o idolatri, perché uomini siete, e l’uomo ha in sé una essenza che viene da Dio e che ha nome spirito, la quale ha voce e consiglio di elevatezza sempre e spinge a cose di santa vita. E voi l’avete piegata ad essere schiava di una carne viziosa, spezzando la legge morale umana, quella che avevate, e divenendo, anche umanamente, peccatori, abbassando il concetto delle vostre fedi e voi stessi ad un livello di bestialità che vi fa inferiori ai bruti. 5Eppure udite. Tutti udite. E tanto più comprendete e, di riflesso, tanto più agite quanto più siete cogniti della Legge di una morale soprannaturale che vi è stata data dal vero Iddio.
Preghiera che deve essere nei cuori.
6Prega – e questa è la preghiera che deve essere nei vostri cuori umiliati in una nobile umiltà, che non è degradazione e ignavia, ma che è conoscenza esatta delle proprie misere condizioni e desiderio santo di trovare il mezzo per migliorarle spiritualmente – 7prega Baruc così: “Guardaci, o Signore, dalla tua santa dimora, piega le tue orecchie e ascoltaci. Apri gli occhi e rifletti che non i morti che sono nell’inferno, lo spirito dei quali è separato dalle viscere loro, saranno quelli che renderanno onore e giustizia al Signore, ma l’anima afflitta dalla grandezza delle sventure, che va curva e debole con gli occhi abbattuti. É l’anima affamata di Te, o Dio, quella che ti rende gloria e giustizia“[43].
8E piange[44] umilmente Baruc, e ogni giusto deve piangere con lui vedendo e nominando col vero nome le sventure che hanno, di un popolo forte, fatto un popolo triste, diviso e soggetto: 9“Non abbiamo dato retta alla tua voce e Tu hai compito le tue parole dette per mezzo dei tuoi servi, i Profeti… 10Ed ecco che le ossa dei nostri re e dei padri nostri sono state tolte dai loro sepolcri e gettate al calore del sole, al gelo della notte, e i cittadini sono morti fra atroci dolori, di fame, di spada, di peste. 11E il Tempio, nel quale era invocato il tuo Nome, l’hai ridotto nello stato in cui oggi si trova a causa della iniquità di Israele e di Giuda”[45].
Ogni paese diviso perirà.
12Oh! figli del Padre, non dite: “Tanto il nostro che il vostro Tempio sono sorti e risorti, e belli sono”. No. 13Un albero scisso dal fulmine dalla cima alle radici non sopravvive. Potrà vegetare miseramente con un conato di vita dato da polloni venuti da radici che non vogliono morire, ma sarà sterpaglia infruttifera, non mai più l’opulenta pianta, pingue di frutti sani e soavi. 14Lo sgretolamento, iniziatosi con la separazione, sempre più si accentua; nonostante la materiale costruzione non paia lesa, ma anzi bella e nuova. Sgretola le coscienze che in essa abitano. 15E poi verrà l’ora che, spenta ogni fiamma soprannaturale, mancherà al Tempio, altare di prezioso metallo che per sussistere deve essere tenuto in continua fusione dal calore della fede e della carità dei suoi ministri, ciò che è sua vita; ed esso, gelido, spento, insozzato, pieno di morti, diverrà putredine su cui i corvi stranieri e la valanga della divina punizione si avventeranno per farne una rovina.
Preghiera di conversione.
16Figli di Israele, pregate, piangendo, con Me, vostro Salvatore. La mia voce sorregga le vostre e penetri, essa che lo può, sino al trono di Dio. Chi prega col Cristo, Figlio del Padre, è ascoltato da Dio, Padre del Figlio. Preghiamo l’antica, giusta preghiera di Baruc: 17“Ed ora, Signore onnipotente, o Dio d’Israele, ogni anima angosciata, ogni spirito pieno d’ansietà grida verso di Te. Ascolta, o Signore, e abbi pietà. Tu sei un Dio misericordioso, abbi pietà di noi perché abbiamo peccato davanti a Te. Tu in eterno ti assidi e noi dovremo perire per sempre? 18Signore onnipotente, Dio d’Israele, ascolta la preghiera dei morti di Israele e dei loro figli, i quali hanno peccato dinanzi a Te. Essi non diedero ascolto alla voce del Signore loro Dio e a noi si sono attaccati i loro mali. Non ti ricordare dell’iniquità dei nostri padri, ma ricordati della tua potenza e del tuo Nome… Perché invochiamo questo Nome e ci convertiamo dall’iniquità dei padri nostri, abbi pietà”.
19Così pregate e convertitevi veramente, tornando alla sapienza vera, la quale è quella di Dio e si trova nel Libro dei comandamenti di Dio e nella Legge che dura in eterno e che ora, Io, Messia di Dio, sono di nuovo venuto a portare, nella sua semplice e inalterabile forma, ai poveri del mondo, annunciando ad essi la buona novella dell’èra della Redenzione, del Perdono, dell’Amore, della Pace. Chi crederà a questa Parola giungerà a vita eterna. 20Io vi lascio, cittadini di Sicar che siete stati buoni col Messia di Dio. Vi lascio con la mia pace».
Addio a quelli di Sicar (Gv 4,41-43)[46].
21«Ancora resta!».
«Torna ancora!».
«Nessuno mai più ci parlerà come Tu hai parlato».
«Sii benedetto, Maestro buono!».
«Benedici il mio piccino».
«Prega per me, Tu, santo».
«Lascia che io conservi una delle tue frange come benedizione».
«Ricordati di Abele».
«E di me Timoteo».
«E di me Jorai».
22«Di tutti. Di tutti. La pace venga a voi».
Lo accompagnano fin fuori della città per qualche centinaio di metri, poi piano piano tornano indietro…
147. Guarigione di
una donna di Sicar
e conversione di
Fotinai[47].
Chi usa misericordia offre un sacrificio.
Chi guarda ai venti non semina.
1Gesù cammina avanti, solo, rasentando una siepe di cactacee che, irridendo tutte le altre piante spoglie, splendono al sole con le loro grasse palette spinose, su cui è qualche superstite frutto che il tempo ha reso di un rosso di mattone o su cui già ride qualche precoce fiore col suo giallo pennellato di cinabro.
2Dietro, gli apostoli bisbigliano fra loro, e non mi pare che facciano veramente delle lodi al Maestro. Il quale ad un certo momento si volge di scatto e dice: «”Chi guarda ai venti non semina e chi sta a guardare le nuvole non miete mai”[48]. É proverbio antico. Ma Io lo seguo. E voi vedete che dove voi temevate perversi venti e volevate non sostare Io ho trovato terreno e modo di seminare. E nonostante le “vostre” nuvole che, vi sia detto, non è bene le mostriate là dove la Misericordia vuole mostrare il suo sole, Io sono certo di avere già mietuto».
«Ma intanto nessuno ti ha chiesto un miracolo. Una fede molto strana hanno in Te!».
3«E tu credi, Tommaso, che solo la richiesta del miracolo provi che vi è fede? Sbagli. E’ tutto il contrario. Chi vuole un miracolo per poter credere è segno che senza il miracolo, prova tangibile, non crederebbe. Invece chi dice: “credo” sulla parola altrui mostra la massima fede».
«Sicché allora i samaritani sono migliori di noi!».
4«Non dico questo. Ma nella loro condizione di menomazione spirituale hanno mostrato una capacità di intendere Iddio molto più dei fedeli di Palestina. Questo lo troverete molte volte nella vostra vita e, ve ne prego, ricordate anche questo episodio per sapervi regolare senza preconcetti verso le anime che verranno alla fede nel Cristo».
Chi usa misericordia offre un sacrificio.
«Però, perdona Gesù se io te lo dico, mi pare che con tutto l’odio che Tu hai dietro sia nocivo per Te creare nuove accuse. Se i sinedristi sapessero che Tu hai avuto…».
5«Ma di’ pure: “amore”, perché questo ho avuto ed ho, Giacomo. E tu, che sei cugino, puoi capire che Io non posso avere altro che amore. Ti ho mostrato che non ho che amore, anche per chi mi era nemico fra quelli del mio sangue e del mio suolo. E dovrei con questi, che mi hanno rispettato pur non conoscendomi, non avere amore? I sinedristi possono fare tutto il male che vogliono. Ma non sarà la considerazione di questo male futuro che chiuderà le dighe del mio amore onnipresente e onnioperante. Del resto… anche lo facessi… non impedirei al Sinedrio di trovare nel suo odio le accuse».
«Ma Tu, Maestro, perdi il tuo tempo in paese idolatra mentre tanto luogo in Israele ti attende. Tu dici che ogni ora va consacrata al Signore. Non sono queste ore perdute?».
6«Non è perduta la giornata spesa a raccogliere le pecore sperse. Non è perduta, Filippo. É detto: “Fa molte oblazioni chi rispetta la Legge… ma chi usa misericordia offre un sacrificio”[49]. É detto: “Da’ all’Altissimo in proporzione di quanto t’ha donato e offri con occhio lieto secondo le tue facoltà”[50]. Lo faccio, amico. E non è tempo perduto quello del sacrificio. Io faccio misericordia e uso delle facoltà che ho avuto offrendo il mio lavoro a Dio. State dunque calmi. E del resto… chi di voi voleva una richiesta di miracolo, per persuadersi che quelli di Sicar credono in Me, ecco, è accontentato. Quell’uomo certo ci segue per qualche motivo. Fermiamoci».
L’indemoniata di Sicar.
Infatti un uomo viene avanti. Pare curvo sotto un grande fagotto che porta a bilico sulle spalle. Vede che il gruppo si ferma e si ferma lui pure.
«Vuole farci del male. Si ferma perché vede che ce ne siamo accorti. Eh! sono samaritani!».
7«Ne sei certo; Pietro?».
«Oh! sicuro!».
8«Allora state qui. Io gli vado incontro».
«Questo no, Signore! Se Tu vai vengo anche io».
9«E allora vieni». Gesù va verso l’uomo. Pietro gli trotterella al fianco curioso e ostile insieme. Quando sono a pochi metri l’uno dall’altro Gesù dice: «Che vuoi, uomo? Chi cerchi?».
«Te».
10«E perché non mi hai cercato in città?».
«Non osavo… Se mi avessi respinto alla presenza di tutti ne avrei avuto troppo dolore e vergogna».
11«Potevi chiamarmi non appena solo coi miei».
«Speravo raggiungerti quando eri solo, come Fotinai. Ho io pure un grande motivo di essere solo con Te…».
12«Che vuoi? Che porti sulle spalle con tanta fatica?».
13«La donna mia. Uno spirito me l’ha posseduta e ne ha fatto un corpo morto e una intelligenza spenta. La devo imboccare, vestire, portare come un pargolo. Così fu d’improvviso, senza malattia… La chiamano “l’indemoniata”. Ne ho dolore. E fatica. E spesa. Guarda». L’uomo cala al suolo il suo fagotto di inerti carni avvolte in un mantello come fosse un sacco, e scopre un volto di donna ancora giovane ma che se non respirasse potrebbe dirsi morta. Occhi chiusi, bocca socchiusa… il viso di uno che è spirato.
14Gesù si curva sulla infelice coricata per terra, la guarda, guarda l’uomo: «Tu credi che Io possa? Perché lo credi?».
«Perché sei il Cristo».
15«Ma tu non hai visto nulla che lo provi».
«Ho sentito la tua parola. Basta quella».
16«Pietro, lo senti? Che dici che Io faccia ora, davanti ad una fede così buona?».
«Ma… Maestro… Tu… Io… Ma fa’ Tu, insomma». Pietro è molto impacciato.
Liberazione della posseduta.
17«Sì. Faccio. Uomo, guarda». Gesù prende per mano la donna e ordina: «Vattene da costei. Lo voglio».
18La donna, fino allora inerte, ha una orrenda convulsione prima muta e poi di urla e lamenti che terminano con un grande grido, durante il quale apre gli occhi fino allora chiusi, sbarrandoli come chi si sveglia da un sogno d’incubo. Poi si calma e un poco sbalordita si guarda intorno, fissando per primo Gesù, lo Sconosciuto che le sorride… guarda la polvere della via su cui giace, un ciuffo di erba nato al ciglio della via e su cui il capolino bianco rosso delle pratoline mette come delle perle prossime ad aprirsi in raggiera, guarda la siepe di cactacee, il cielo così azzurro, e poi gira l’occhio e vede il suo uomo… il suo uomo che la guarda ansioso e la scruta in ogni suo movimento. Ha un sorriso e poi, nella completa libertà che torna, ha un balzo in piedi e si rifugia sul petto del marito, che la carezza e abbraccia piangendo.
“Siate buoni e Dio sarà con voi”.
«Come? Come qui? Perché? Chi è quell’uomo?».
«É Gesù, il Messia. Eri malata. Ti ha guarita. Digli che gli vuoi bene».
«Oh! sì! Grazie… Ma che avevo? I miei bambini… Simone… io non ricordo ieri, ma ricordo di avere dei bambini…».
19Parla Gesù: «Non occorre che tu ricordi ieri. Sovvieniti sempre di oggi. E sii buona. Addio. Siate buoni e Dio sarà con voi». E Gesù, seguito dalle benedizioni dei due, si ritira velocemente.
I peccati dei Samaritani allogia in tutti.
20Quando raggiunge gli altri rimasti addossati alla siepe, non parla loro. Ma parla a Pietro: «E ora? Tu, che eri sicuro che quell’uomo voleva farmi del male, che dici? Simone, Simone! Quanto ancora ti manca ad essere perfetto! Quanto vi manca! Avete, meno la palese idolatria, tutti i peccati di questi e in più la superbia di giudizio. Ora prendiamo il nostro pasto. Non possiamo giungere dove volevo prima di notte. Dormiremo in qualche fienile, se non troveremo di meglio».
I dodici, col sapore del rimprovero nel cuore, siedono senza parlare e mangiano le loro cibarie. Il sole di un placido giorno illumina la campagna che scende per molli ondulazioni verso una pianura.
Conversione di Fotinai.
Il cattivo umore allontana la pace dalle anime.
21Finito il pasto, sostano ancora qualche tempo, finché Gesù si alza e dice: «Venite, tu Andrea e tu Simone. Vado a vedere se quella casa è amica o nemica»; e se ne va mentre gli altri restano e tacciono, finché Giacomo di Alfeo dice a Giuda Iscariota: «Ma questa che viene non è la donna di Sicar?».
«Sì. É lei. La riconosco alla veste. Che vorrà?».
«Andare per la sua strada», risponde Pietro imbronciato.
«No. Guarda troppo noi, facendosi solecchio con la mano».
L’osservano finché essa giunge vicina e dice, tutta sommessa: «Il vostro Maestro dove è?».
«Via. Perché ne chiedi?».
«Avevo bisogno di Lui…».
«Non si perde con le donne», risponde asciutto Pietro.
Un’anima cerca il suo Salvatore.
22«Lo so. Con le donne no. Ma io sono un’anima di donna che ha bisogno di Lui».
«Lasciala fare», consiglia Giuda d’Alfeo. E risponde a Fotinai: «Aspetta. Fra poco torna».
La donna si pone in un angoletto della via che svolta e sta ferma e zitta mentre tutti la trascurano.
23Ma Gesù presto torna e Pietro dice: «Eccolo il Maestro. Digli ciò che vuoi e spicciati».
La donna neppure gli risponde, ma va ai piedi di Gesù e si curva fino al suolo, tacendo.
24«Fotinai, che vuoi da Me?».
25«Il tuo aiuto, Signore. Sono tanto debole. E non voglio più peccare. Ho già detto questo all’uomo. Ma, ora che non sono più peccatrice, non so più nulla. Il bene io lo ignoro. Che devo fare? Dimmelo Tu. Io sono fango. Ma il tuo piede pure calpesta la via per andare dalle anime. Calpesta il mio fango, ma vieni all’anima mia con il tuo consiglio», e piange.
26«Dietro a Me, donna sola, non potresti venire. Ma se proprio vuoi non più peccare e conoscere la scienza del non peccare, torna alla tua casa con spirito di penitenza e attendi. 27Verrà il giorno in cui, donna fra molte altre ugualmente redente, potrai essere vicino al tuo Redentore e imparare la scienza del Bene. Vai. Non avere paura. Sii fedele alla presente volontà di non peccare. Addio».
La donna bacia la polvere, si alza e si ritira a ritroso per qualche metro, poi va via, verso Sicar…
148. Gesù visita il Battista presso Enon[51].
Il Messia e il suo Precursore.
Gesù cerca il Battista.
1Una chiara notte di luna, così nitida che il terreno si svela in tutti i suoi particolari e i campi, col grano di pochi giorni, sembrano tappeti di una felpa verd’argento rigati dai nastri scuri dei sentieri e vegliati dai tronchi degli alberi tutti bianchi dal lato lunare, tutti neri a ponente.
2Gesù cammina sicuro e solo. Va molto velocemente per la sua via finché trova un corso d’acqua che scende gorgogliando verso la pianura in direzione nord-est. Lo risale fino ad un posto solitario presso una costa selvosa. Piega ancora, inerpicandosi per un sentiero, e giunge ad un ricovero naturale nel fianco del colle.
3Entra e si curva su un essere giacente, che appena si intravede nel chiarore lunare che illumina il sentiero ma che non penetra nello speco. Lo chiama: «Giovanni».
Il Messia ringrazia il suo Precursore.
4L‘uomo si desta e si pone seduto, ancora offuscato di sonno. Ma presto si rende conto di Chi lo chiama e balza in piedi, per poi prostrarsi a terra dicendo: «Come mai è venuto a me il mio Signore?».
5«Per fare contento il tuo ed il mio cuore. Mi desideravi, Giovanni. Eccomi. Alzati. Usciamo nella luce lunare e sediamo a colloquio sul masso presso la grotta».
6Giovanni ubbidisce con l’alzarsi e l’uscire. Ma quando Gesù è seduto, egli, nella sua pelle di pecora che male lo copre nel corpo magrissimo, si pone in ginocchio di fronte al Cristo, respingendosi indietro i capelli lunghi e scomposti, che gli sono ricaduti sugli occhi, per vedere meglio il Figlio di Dio.
7Il contrasto è fortissimo. Gesù pallido e biondo, dai capelli soffici e ravviati e la breve barba al basso del volto, l’altro tutto un cespuglio di peli nerissimi dai quali appena emergono due occhi incavati, direi febbrili, tanto brillano nel loro nero di giaietto.
8«Sono venuto a dirti “grazie”. Tu hai compito e compi, con la perfezione della Grazia che è in te, la tua missione di mio Precursore. Quando l’ora sarà, al mio fianco entrerai in Cielo, perché tutto avrai meritato da Dio. Ma nell’attesa sarai già nella pace del Signore, amico mio diletto».
Ultimo martire d’Israele ed primo del nuovo tempo.
9«Molto presto entrerò nella pace. Mio Maestro e Dio, benedici il tuo servo per fortificarlo nell’ultima prova. Non mi è ignoto che essa è prossima ormai e che ancora una testimonianza io devo dare: quella del sangue. E a Te, più ancora che a me, non è ignoto che sta per giungere la mia ora. La tua venuta è stata la misericordiosa bontà del tuo cuore di Dio che l’ha voluta, per fortificare l’ultimo martire di Israele e il primo martire del nuovo tempo. Ma dimmi solo: molto avrò da attendere la tua venuta?».
10«No, Giovanni. Non molto di più di quanto decorse dalla tua alla mia nascita».
11«Ne sia benedetto l’Altissimo. Gesù… Posso dirti così?».
12«Lo puoi, per il sangue e per la santità. Quel Nome, che anche i peccatori dicono, può essere detto dal santo di Israele. Ad essi è salvezza, a te sia dolcezza. Che vuoi da Gesù, tuo Maestro e cugino?».
Il Precursore consegna i suoi discipoli al Messia.
13«Io vado a morire. Ma come un padre si preoccupa dei figli suoi, io dei miei discepoli mi preoccupo. I miei discepoli… Tu sei Maestro e sai come per essi è vivo in noi l’amore. L’unica pena del mio morire è la tema che essi si perdano come pecore senza pastore. 14Raccoglili Tu. Io ti rendo i tre che sono tuoi e che mi furono perfetti discepoli in attesa di Te. In essi, e specie in Mattia, è realmente presente la Sapienza. Altri ne ho. E a Te verranno. Ma questi, lascia che io te li affidi personalmente. Sono i tre più cari».
15«Ed Io cari li ho. Va’ tranquillo, Giovanni. Non periranno. Né questi né gli altri che hai, veri discepoli. Io raccolgo la tua eredità e la veglierò come il tesoro più caro venuto dal perfetto amico mio e servo del Signore».
Singhiozzi di gioia spirituale.
16Giovanni si prostra fino a terra e, cosa che pare impossibile in un così austero personaggio, piange con forti singhiozzi di gioia spirituale. 17Gesù gli posa la mano sul capo: «Il tuo pianto, che è gioia e umiltà, ha riscontro in un canto lontano, al suono del quale il tuo piccolo cuore ha balzato di giubilo. 18Sono, quel canto e questo pianto, lo stesso inno di lode all’Eterno che “ha fatto grandi cose, Lui che è potente negli spiriti umili”. 19Anche mia Madre sta per intonare di nuovo il suo canto, già cantato allora. Ma, dopo, anche per Lei verrà la più grande gloria, come per te dopo il martirio. Ti porto anche il saluto di Lei. Tutti i commiati e tutti i conforti. Lo meriti. 20Qui non è che la mano del Figlio dell’uomo che sta sul tuo capo, ma dal Cielo aperto scende la Luce e l’Amore a benedirti, Giovanni».
21«Non merito tanto. Io sono il tuo servo».
Il bacio d’addio.
22«Tu sei il mio Giovanni. Quel giorno, al Giordano, Io ero il Messia che si manifestava; qui, ora, è il cugino e il Dio che ti vuole dare il viatico del suo amore di Dio e di parente. Alzati, Giovanni. Diamoci il bacio d’addio».
23«Non merito tanto… L’ho sempre desiderato, per tutta la vita. Ma non oso compiere questo atto su Te. Sei il mio Dio».
24«Sono il tuo Gesù. Addio. La mia anima sarà vicino alla tua fino alla pace. E vivi e muori in pace, per i tuoi discepoli. Non posso darti che questo, ora. Ma in Cielo ti darò il centuplo perché tu hai trovato ogni grazia agli occhi di Dio».
25Lo ha alzato e lo ha abbracciato baciandolo sulle guance ed essendone baciato. Poi Giovanni si inginocchia ancora e Gesù gli impone le mani sul capo e prega con gli occhi volti al cielo. Pare lo consacri. É imponente.
26Il silenzio si prolunga per qualche tempo così. Poi Gesù si accomiata con il suo dolce saluto: «La pace mia sia sempre con te», e riprende la via fatta prima.
149. L’eredità del
Battista. L’ora della morte per gli apostoli. L’amore di Dio
in Giovanni[52].
Il Messia si volge ai minimi.
Simón Zelote intercede per i suoi lebbrosi.
«Signore, perché non prendi riposo nella notte? Questa notte io mi sono alzato e non ti ho trovato. Il tuo posto era vuoto», dice Simone Zelote.
1«Perché mi cercavi, Simone?».
«Per cederti il mio mantello. Temevo che Tu avessi freddo nella notte serena ma molto fresca».
2«E tu non avevi freddo?»
«Io mi sono abituato in molti anni di miseria ad essere mal coperto, mal nutrito e male alloggiato… Quella valle dei morti!… Che orrore! In questo momento non era il caso. Ma un’altra volta che scendiamo a Gerusalemme, perché certo ci andremo, vieni, mio Signore, verso quei luoghi di morte. Vi sono tanti infelici là… e la miseria corporale non è la più grave… Ciò che più rode e consuma là è la disperazione… Non trovi, mio Signore, che vi è troppa durezza verso i lebbrosi?».
É l’Iscariota che risponde, prima ancora di Gesù, allo Zelote che perora in favore dei suoi antichi compagni.
L’Iscariota dice: «E vorresti allora lasciarli fra il popolo? Peggio per loro se sono lebbrosi!».
«Non ci mancherebbe che questo per fare degli ebrei dei martiri! Anche la lebbra a spasso per le vie con le milizie e le altre cose!…», esclama Pietro.
«Mi sembra che sia misura di giusta prudenza tenerli relegati», osserva Giacomo d’Alfeo.
3«Sì. Ma andrebbe fatta con pietà. Tu non sai cosa sia essere lebbrosi. Non puoi parlare. Perché, se è giusto aver cura dei nostri corpi, non abbiamo la stessa giustizia per le anime dei lebbrosi? Chi parla loro di Dio? E Dio solo sa quanto ne hanno bisogno di pensare ad un Dio e ad una pace in quella loro atroce desolazione!».
Il Messia si volge ai minimi.
4«Simone, hai ragione. Io andrò da loro. E perché è giusto e per insegnarvi questa misericordia. Fino ad ora ho guarito i lebbrosi incontrati per caso. Fino a questo momento, ossia fino a quando sono stato cacciato da Giuda, Io mi sono rivolto ai grandi di Giuda come ai più lontani e ai più bisognosi d’essere redenti per essere aiuto del Redentore. 5Ora, convinto della inutilità di questo mio tentativo, lo abbandono. Non ai grandi, ma ai minimi, alle miserie di Israele Io vado. E fra esse saranno i lebbrosi della valle dei morti. Non deluderò la fede che hanno in Me questi evangelizzati dal riconoscente lebbroso».
«Come sai, Signore, che io ho fatto questo?».
6«Come so quello che pensano di Me amici o nemici di cui scruto il cuore».
Nulla che Dio non voglia sia nel tuo cuore.
«Misericordia! Ma Tu sai proprio tutto di noi, Maestro?», grida Pietro.
7«Sì. Anche che tu, e non tu solo, volevi allontanare Fotinai. Ma non sai che non ti è lecito allontanare dal bene un’anima? Non sai che per penetrare in un paese occorre essere di una pietà tutta dolce anche per coloro che la società, non santa perché non immedesimata con Dio, chiama e giudica indegni di pietà? 8Ma non turbarti perché Io so questo. Abbi solo pena che il tuo cuore abbia movimenti che Dio non approva e sforzati di non averli più. Ve l’ho detto. Il primo anno è finito. Nel nuovo Io progredirò, e con nuove forme, per la mia via. Voi dovete nel secondo anno pure progredire. Altrimenti sarebbe inutile che Io mi stancassi a evangelizzare, e a superevangelizzare voi, miei futuri sacerdoti».
Requisiti per operare miracoli.
«Eri andato a pregare, Maestro? Tu ci hai promesso di insegnarci le tue orazioni. Lo farai in questo anno?».
9«Lo farò. Ma voglio insegnarvi ad essere buoni. La bontà è già preghiera. Ma lo farò, Giovanni».
«E anche a fare i miracoli ci insegnerai in questo anno?», chiede l’Iscariota.
10«Il miracolo non si insegna. Non è il giuoco di un giocoliere. Il miracolo viene da Dio. Lo ottiene chi ha grazia presso Dio. Se voi imparerete ad essere buoni avrete grazia e otterrete miracolo»[53].
L’eredità del Bautista.
Un’eredità spirituale.
«Ma Tu non rispondi mai alla domanda nostra. L’ha chiesto Simone, l’ha chiesto Giovanni, e mai ci dici dove sei andato questa notte. Uscire così solo, in paese pagano, può essere pericoloso».
11«Sono andato a far felice un animo retto e, poiché è un morituro, a raccogliere la sua eredità».
«Sì? Era tanta?».
12«Tanta, Pietro, e di molto valore. Frutto del lavoro di un vero giusto».
«Ma… io non ti ho visto nulla di più nella tua sacca. Sono forse gioielli che hai in seno?».
13«Sì. Sono gioielli carissimi al mio cuore».
«Mostraceli, Signore».
14«Li avrò quando quel morituro sarà morto. Per ora servono a lui e a Me lasciandoli dove sono».
«Li ha messi a frutto?».
15«Ma credi che tutto ciò che abbia valore sia denaro? Questo è la cosa più inutile e sozza che sia sulla Terra. E non serve che per la materia, il delitto e l’inferno. Raramente l’uomo lo usa per il bene».
«Allora… se denaro non è, che è?».
16«Tre discepoli formati da un santo».
«Sei stato dal Battista? Oh! Ma perché?».
17«Perché!… Voi sempre mi avete; e fra tutti valete meno di una sola unghia del Profeta. Non era giusto che Io al santo d’Israele andassi a portare la benedizione di Dio per fortificarlo al martirio?».
«Ma se è santo… non ha bisogno di fortificazione. Fa da sé!…».
L’ora della morte per gli Apostoli.
Chi aiuteranno nelle persecuzioni?.
18«Un giorno verrà che i “miei” santi saranno portati davanti ai giudici e alla morte. Saranno santi, saranno in grazia di Dio, saranno confortati dalla fede, dalla speranza, dalla carità. Eppure Io già sento il loro grido, il grido del loro spirito: “Signore, aiutaci in quest’ora!”. Solo col mio aiuto i miei santi saranno forti nelle persecuzioni[54]».
«Ma…non saremo noi questi, non è vero? Perché io non ho proprio la capacità di soffrire».
19«Vero. Tu non hai la capacità di soffrire. Ma tu, Bartolomeo, non sei ancora battezzato».
«Sì, che lo sono».
20«Con l’acqua. Ma ti manca ancora un altro battesimo. Allora saprai soffrire».
«Sono già vecchio».
21«E da vecchissimo sarai più forte di un giovane».
«Ma Tu ci aiuterai lo stesso, non è vero?».
22«Io sarò con voi sempre».
Sentimenti e propositi apostolici.
23«Cercherò di abituarmi al soffrire», dice Bartolomeo.
«Io pregherò sempre, fin da ora, per avere questa grazia da Te», dice Giacomo d’Alfeo.
«Io sono vecchio e non chiedo che di precederti e di entrare con Te nella pace», dice Simone Zelote.
«Io… non so che vorrei. Se precederti o esserti vicino per morire insieme», dice Giuda d’Alfeo.
«Io ne avrò dolore se ti sopravvivrò. Ma mi consolerò col predicarti ai popoli», professa l’Iscariota.
«Io la penso come tuo cugino», dice Tommaso.
«Io invece come Simone lo Zelote», dice Giacomo di Zebedeo.
24«E tu, Filippo?».
«Ma… io dico che non ci voglio pensare. L’Eterno mi darà ciò che è meglio».
«Oh! ma tacete! Sembra che il Maestro debba morire presto! Non mi fate pensare alla sua morte!», esclama Andrea.
«Hai detto bene, fratello mio. Sei giovane e sano, Gesù. Devi seppellirci tutti, noi più vecchi di Te».
25«E se mi uccidessero?».
«Non ti avvenga mai, ma io ti vendicherò».
26«Come? Con vendette di sangue?».
«Eh!… anche con quelle se me ne dài licenza. Ma, altrimenti, levando con la mia professione di fede fra i popoli le accuse gettate su Te. Il mondo ti amerà perché sarò instancabile nel predicarti», termina Pietro.
27«E’ vero. Così sarà. E tu, Giovanni? E tu, Matteo?».
«Io devo soffrire e attendere di avere con molta pena lavato il mio spirito», dice Matteo.
28«E io… io non so. Vorrei morire subito per non vederti soffrire. Vorrei esserti al fianco per consolarti l’agonia. Vorrei vivere a lungo per servirti a lungo. Vorrei morire con Te per entrare con Te in Cielo. Tutto vorrei perché ti amo. E penso che io, il minimo fra i miei fratelli, potrò tutto questo se saprò amarti alla perfezione. Gesù, aumenta il tuo amore!», dice Giovanni.
Santificazione dei cuori.
«Vorrai dire: “Aumenta il mio amore”», commenta l’Iscariota. «Perché siamo noi che dobbiamo amare sempre più…».
«No. Dico: aumenta il tuo amore. Perché noi ameremo più Egli ci arderà col suo amore».
29Gesù si attira vicino il puro e appassionato Giovanni e lo bacia in fronte dicendo poi: «Hai rivelato un mistero di Dio sulla santificazione dei cuori. Dio si effonde sui giusti, e più essi si arrendono al suo amore più Egli lo aumenta, e cresce santità. É questo il misterioso e ineffabile operare di Dio e degli spiriti. Si compie nei silenzi mistici e la sua potenza, non descrivibile con umana parola, crea non descrivibili capolavori di santità. Non è sbaglio ma è parola sapiente questa di chiedere che Dio aumenti il suo amore in un cuore»[55].
150. A Nazareth dalla Madre, che dovrà seguire il Figlio[56].
Il Cuore della Mamma.
C’è chi ama per tutti.
1Gesù è solo. Cammina svelto per la via maestra che è prossima a Nazaret ed entra nella città dirigendosi verso la casa. Quando è prossimo ad essa vede la Madre che va a sua volta verso la casa con a fianco il nipote Simone carico di fascine secche. La chiama: «Mamma!».
2Maria si volge esclamando: «Oh! Figlio mio benedetto!», e ambedue si corrono incontro mentre Simone, gettate a terra le sue fascine, imita Maria andando verso il cugino, che saluta cordialmente.
3«Mamma mia, sono venuto. Sei contenta, ora?».
4«Tanto, Figlio …se è solo per la mia preghiera che lo hai fatto, io ti dico che non mi è e non ti è lecito seguire il sangue più che la missione».
5«No, Mamma. Sono venuto anche per altre cose».
6«È dunque proprio vero, Figlio mio? Io credevo, volevo credere che fossero voci di menzogna e che Tu non fossi tanto odiato…». Le lacrime sono nella voce e nell’occhio di Maria.
7«Non piangere, Mamma. Non mi dare questo dolore. Ho bisogno del tuo sorriso».
8«Sì, Figlio, sì. É vero. Tu vedi tanti volti duri di nemici che hai bisogno di tanto amore e di sorriso. Ma qui, vedi? C’è chi ti ama per tutti…». Maria, che si appoggia lievemente al Figlio che la tiene abbracciata alle spalle, camminando lentamente verso casa, cerca di sorridere per cancellare ogni pena dal cuore di Gesù.
Simone ha ripreso le sue fascine e cammina al fianco di Gesù.
Amare Maria è giustizia e pace!
9«Sei pallida, Mamma. Ti hanno dato molto dolore? Sei stata ammalata? Ti sei troppo affaticata?».
10«No, Figlio. No. Nessun dolore a me. Unica pena Te lontano e non amato. Ma qui, con me, sono tutti molto buoni. Non parlo neppure di Maria e di Alfeo; quelli Tu lo sai che sono. Ma anche Simone, vedi come è buono? Sempre così. È stato il mio aiuto in questi mesi. Ora mi rifornisce di legna. È tanto buono. E anche Giuseppe, sai? Tanti pensieri gentili per la loro Maria».
11«Dio ti benedica, Simone, e benedica anche Giuseppe. Che ancora non mi amiate come Messia ve lo perdono. Oh! all’amore di Me Cristo verrete! Ma come potrei perdonarvi di non amare Lei?[57]».
12«Amare Maria è una giustizia e una pace, Gesù. Ma anche Tu sei amato… solo, ecco, noi temiamo troppo per Te».
13«Sì. Mi amate umanamente. Verrete all’altro amore».
14«Ma anche Tu, Figlio mio, sei pallido e smagrito».
«Sì. Più vecchio sembri. Lo vedo io pure», osserva Simone.
La Madre dovrà seguire il Figlio.
Il cuore delle mamme.
Entrano in casa e Simone, deposte al loro posto le fascine, si ritira discretamente.
15«Figlio, ora che siamo soli dimmi la verità. Tutta. Perché ti hanno cacciato?». Maria parla tenendo le mani sulle spalle del suo Gesù e lo fissa nel volto smagrito.
16Gesù ha un sorriso dolce e stanco: «Perché cercavo di portare l’uomo alla onestà, alla giustizia, alla vera religione».
17«Ma chi ti accusa? Il popolo?».
18«No, Madre. I farisei e gli scribi, meno qualche giusto fra essi».
19«Ma che hai fatto per attirarti le loro accuse?».
20«Ho detto la verità. Non sai che è il più grande sbaglio presso gli uomini?».
21«E che hanno potuto dire per giustificare le loro accuse?».
22«Delle menzogne. Quelle che sai e altre ancora».
Dolore e pena di Gesù.
23«Dille alla tua Mamma. Il tuo dolore mettilo tutto nel mio seno. Un seno di madre è abituato al dolore ed è felice di consumarlo, pur di levarlo al cuore del figlio. Dammi il tuo dolore, Gesù. Mettiti qui, come quando eri piccino, e deponi tutta la tua amarezza».
24Gesù si siede su un panchettino ai piedi di sua Madre e racconta tutto di quei mesi di Giudea. Senza rancore ma senza veli. 25Maria lo accarezza sui capelli, con un eroico sorriso sulle labbra che combatte con il luccichio di pianto che è nell’occhio azzurro. 26Gesù dice anche le necessità di avvicinare donne per redimerle e la sua pena per non poterlo fare per la malignità umana.
Madre e discepola el Messia.
27Maria assente e poi decide: «Figlio, non mi devi negare quanto io voglio. D’ora in poi verrò io con Te[58] quando Tu ti allontani. In qualunque tempo e stagione e in qualunque luogo. Io ti difenderò dalla calunnia. La sola mia presenza farà cadere il fango. E Maria verrà con me. Lo desidera tanto. Questo ci vuole presso il Santo e contro il demonio e il mondo: il cuore delle mamme».
151. A Cana in casa di Susanna, che diventerà discepola. L’ufficiale regio[59].
Tutto è possile per chi crede.
Un ufficiale del persecutore del Santo (Gv 4,46 47)[60].
1Gesù è diretto forse verso il lago. Certo è che giunge a Cana dirigendosi alla casa di Susanna. Sono con Lui i cugini. Mentre sostano nella casa e prendono riposo e vitto, e mentre, ascoltato come dovrebbe sempre esserlo dai parenti o amici di Cana, Gesù ammaestra semplicemente queste buone persone e consola la pena dello sposo di Susanna che sembra ammalata perché non è presente e sento che insistentemente si parla del suo soffrire, entra un uomo ben vestito che si prosterna ai piedi di Gesù.
2«Chi sei? Che vuoi?»
Mentre questo ancora sospira e piange, il padrone di casa tira Gesù per un lembo della veste e sussurra: «E’ un ufficiale del Tetrarca. Non ti fidare troppo».
3«Parla dunque. Che vuoi da Me?».
«Maestro, ho saputo che sei tornato. Ti attendevo come si attende Iddio. Vieni subito a Cafarnao. Il mio maschio giace tanto ammalato che le sue ore sono contate. Ho visto Giovanni tuo discepolo. Da lui ho saputo che Tu eri diretto qui. Vieni, vieni subito, prima che sia troppo tardi».
4«Come? Tu che sei servo del persecutore del santo d’Israele puoi credere in Me? Non credete al Precursore del Messia. Come potete credere nel Messia, allora?».
«È vero. Siamo in peccato di incredulità e di crudeltà. Ma abbi pietà di un padre! Io conosco Cusa. E ho visto Giovanna. Prima e dopo il miracolo l’ho vista. E ho creduto in Te».
Tutto è possibile per chi crede (Gv 4,47-54)[61].
5«Già! Siete una generazione tanto incredula e perversa che senza segni e prodigi non credete. Vi manca la prima qualità necessaria ad ottenere il miracolo»[62].
«È vero! È tutto vero! Ma lo vedi… Io credo in Te ora e ti prego: vieni, vieni subito a Cafarnao. Ti farò trovare una barca a Tiberiade perché Tu venga più veloce. Ma vieni, prima che il mio bambino muoia!», e piange desolatamente.
6Io non vengo per ora. Ma va’ a Cafarnao. Tuo figlio da questo momento è guarito e vive».
«Dio ti benedica, mio Signore. Io credo. Ma, poiché voglio che tutta la casa mia ti festeggi, vieni poi a Cafarnao, nella mia casa».
7«Verrò. Addio. La pace sia con te».
L’uomo esce con fretta e si sente subito dopo il trotto di un cavallo.
Vocazione della donna
Lo sposo di Susanna (Lc 8,2-3)[63].
«Ma è proprio guarito quel ragazzo?», chiede lo sposo di Susanna.
8«E tu puoi credere che Io menta?».
«No, Signore. Ma Tu sei qui e il ragazzo è là».
9«Non vi sono barriere per lo spirito mio e non distanze».
«Oh! mio Signore, che hai cambiato l’acqua in vino per le mie nozze, cambia il mio pianto in sorriso, allora. Guariscimi Susanna».
10«Che mi darai in cambio di questo?».
«La somma che vuoi».
11«Non sporco ciò che è santo col sangue di Mammona. Chiedo al tuo spirito che mi darà».
«Ma me stesso, se vuoi».
12«E se ti chiedessi, senza parole, un grande sacrificio?».
«Mio Signore, io ti chiedo la salute corporale della mia sposa e la santificazione di tutti noi. Credo che io, per avere questo, non possa chiamare nulla troppo grande…».
13«Tu spasimi per la donna tua. Ma se Io te la rendessi alla vita conquistandola per sempre come discepola, che diresti tu?».
«Che… che Tu ne hai diritto… e che… e che imiterò Abramo nella prontezza al sacrificio».
Le discepole simili a sacerdotesse.
14«Bene hai detto. Udite tutti: il tempo si avvicina del mio Sacrificio. Come un’acqua esso scorre veloce e senza sosta alla foce. Io devo compiere tutto ciò che devo. E la durezza umana mi preclude tanto campo di missione. Mia Madre e Maria d’Alfeo verranno con Me quando mi allontanerò per andare fra popolazioni che non mi amano ancora o non mi ameranno mai. La mia sapienza sa che le donne potranno aiutare il Maestro in questo campo precluso. 15Io sono venuto a redimere anche la donna[64] e nel secolo futuro, nel mio tempo, si vedranno le donne simili a sacerdotesse[65] servire il Signore e i servi di Dio. Io ho scelto i miei discepoli. Ma per eleggere le donne, che libere non sono, devo chiederlo ai padri e ai mariti. Lo vuoi tu?».
Il sacrificio di un marito.
16«Signore… io amo Susanna. E per ora l’ho amata come carne più che come spirito. Ma sotto il tuo ammaestramento già qualcosa è mutato in me e guardo la mia donna come anima oltre che corpo. L’anima è di Dio e Tu sei il Messia Figlio di Dio. Non ti posso contendere il tuo diritto su ciò che è di Dio. Se Susanna vorrà seguirti io non le sarò ostile. Solo, ti prego, opera il miracolo di sanare lei nella carne e me nel senso…».
Grado più alto dell’amore.
17«Susanna è guarita. Ella verrà entro poche ore a dirti la sua gioia. Lascia che la sua anima segua il suo impulso senza parlare di quanto ora ho detto. Vedrai che l’anima sua verrà a Me spontaneamente come la fiamma tende a salire. Né per questo morrà il suo amore di sposa. Ma salirà al grado più alto, che è quello di amarsi con la parte migliore: con lo spirito».
18«Susanna ti appartiene, Signore. Ella doveva morire, e lentamente, con spasimi forti. E morta che fosse l’avrei davvero perduta sulla Terra. Essendo così come Tu dici, io l’avrò ancora al fianco per condurmi con sé sulle tue vie. Dio me l’ha data e Dio me la leva. Sia benedetto nel dare e nell’avere l’Altissimo».
152. Maria Salome
viene accolta
come discepola[66].
Vocazione di Maria Salome.
Uva e carezze.
1Gesù è in una casa che comprendo essere quella di Giacomo e Giovanni per quanto dicono coloro che sono in essa. Con Gesù, oltre i due apostoli, sono Pietro e Andrea, Simone Zelote, l’Iscariota e Matteo. Gli altri non li vedo.
2Giacomo e Giovanni sono beati. Vanno e vengono dalla madre a Gesù e viceversa come farfalle che non sanno quale fiore preferire di due ugualmente amati, e Maria Salome si accarezza ogni volta i suoi figlioloni, felice, mentre Gesù sorride. Devono aver preso il pasto perché ancora la tavola è apparecchiata. Ma i due vogliono per forza far mangiare a Gesù dei grappoli di uva bianca tenuta in conserva dalla madre e che deve essere dolce come un miele. Cosa non darebbero a Gesù!
Un grande nuovo amore.
3Ma Salome vuole dare e avere qualche cosa di più di quanto è uva e carezze. E dopo essere stata un poco soprappensiero guardando Gesù, guardando Zebedeo, decide. Va dal Maestro, che è seduto con le spalle appoggiate alla tavola, e gli si inginocchia davanti.
4«Che vuoi, donna?».
«Maestro, Tu hai deciso che tua Madre e la madre di Giacomo e Giuda vengano con Te e anche Susanna ci viene, e ci verrà certo anche la grande Giovanna di Cusa. Tutte le donne che ti venerano verranno, se ne viene una sola. Vorrei esserci anche io. Prendimi, Gesù. Ti servirò con amore».
5«Tu hai Zebedeo da curare. Non lo ami più?».
«Oh! se lo amo! Ma amo più Te. Oh! non voglio dire che ti amo come uomo. Ho sessant’anni e da quasi quaranta sono sposa, e mai ho visto altro uomo che non fosse il mio. Folle, ora che sono una vecchia, non ci divengo. Né, però, per vecchiaia mi muore l’amore per il mio Zebedeo. Ma… Io non so parlare. Sono una povera donna. Dico come so. Ecco, Zebedeo lo amo con tutto quello che ero prima. Te, ti amo con tutto quello che Tu hai saputo far venire in me con le tue parole e con quelle che mi hanno dette Giacomo e Giovanni. Ed è una cosa tutta diversa… ma tanto bella».
6«Non sarà mai tanto bella come l’amore di un ottimo sposo».
«Oh, no! Lo è molto di più! … Oh! non te ne avere a male, Zebedeo! Ti amo ancora con tutta me stessa. Ma Lui lo amo con qualche cosa che è ancora Maria, ma non è più Maria, la povera Maria tua sposa, ma è di più… Oh! che non so dire!».
7Gesù sorride alla donna che non vuole offendere il marito ma non può tacere il suo grande, nuovo amore. Anche Zebedeo sorride gravemente, accostandosi alla moglie che, sempre in ginocchio, gira su se stessa per volgersi allo sposo e a Gesù alternativamente.
Matura per entrare nella famiglia di Gesù.
8«Ma sai, Maria, che dovrai lasciare la tua casa? Tu ci tieni tanto! I tuoi colombi… i tuoi fiori… e questa vite che dà quella dolce uva di cui sei orgogliosa tanto… e i tuoi alveari, i più celebri del paese… e non più quel telaio su cui hai fatto tanta tela e tanta lana per i tuoi diletti… E i nipotini? Come farai senza i tuoi piccoli nipoti?».
9«Oh! ma mio Signore! Cosa vuoi che siano le mura, i colombi, i fiori, la vite, gli alveari, il telaio, tutte cose buone, care, ma così piccine rispetto a Te e all’amare Te?! I nipotini… eh! sì! sarà una pena non poterli più addormentare nel grembo e sentirsi chiamare da essi… Ma Tu sei di più! Oh! se sei di più di tutte le cose che mi nomini! E se anche fossero, prese tutte insieme e per la mia debolezza, care quanto e più del servirti e seguirti, io, con pianto, le getterei da parte, con pianto di donna, per seguirti col riso dell’anima mia. Prendimi, Maestro. Diteglielo voi, Giovanni, Giacomo… e tu, sposo mio. Siate buoni. Aiutatemi tutti».
10«E va bene. Verrai tu pure con le altre. Ho voluto farti meditare bene sul passato e sul presente, quello che lasci, quello che prendi. Ma vieni, Salome. Sei matura per entrare nella mia famiglia».
11«Oh! matura! Meno di un pargolo io sono. Ma Tu mi perdonerai gli errori e mi terrai per mano. Tu… perché, rozza come sono, di tua Madre e di Giovanna io avrò molta vergogna. Di tutti avrò vergogna. Meno che di Te. Perché Tu sei il Buono e tutto capisci, compatisci, perdoni».
153. Le donne dei discepoli al servizio di Gesù. L’apostolato femminile[67].
Le mogli dei discepoli.
1«Cosa hai, Pietro? Mi sembri malcontento», chiede Gesù che cammina per una stradetta di campagna sotto rami fioriti di mandorlo, che annunciano all’uomo che il tempo più brutto è finito.
«Penso, Maestro».
2«Pensi. Lo vedo. Ma il tuo aspetto dice che tu non pensi cose liete».
«Ma Tu, che sai tutto di noi, le sai già».
3«Sì. Le so già. Anche Dio Padre sa i bisogni dell’uomo, ma vuole nell’uomo la confidenza che espone le proprie necessità e chiede aiuto. Io ti posso dire che hai torto di startene crucciato».
«Allora la moglie mia non ti è meno cara?».
4«Ma no, Pietro. E perché lo dovrebbe essere? Sono tante in Cielo le dimore del Padre mio. Sono tante in Terra le mansioni dell’uomo. E purché siano fatte santamente sono tutte benedette. Potrei dire che saranno invise a Dio tutte le donne che non seguono le Marie e Susanna?».
5«Eh! no. Allora anche mia moglie crede nel Maestro, ma non segue l’esempio delle altre», dice Bartolomeo.
6«E neppure la mia con le figlie. Restano in casa, ma sempre pronte ad ospitare, come fecero ieri», dice Filippo.
7«Credo che ugualmente farà mia madre. Non può tutto lasciare… è sola», dice l’Iscariota.
Porfiria la moglie di Pietro.
8«È vero! È vero! Ero così triste perché mi pareva che la mia fosse così… così poco… oh! non so dire!».
9«Non la criticare, Pietro. È una onesta donna», dice Gesù.
«È molto timida. Sua madre le ha piegate tutte, figlie e nuore, come fuscelli», dice Andrea.
«Ma in tanti anni che è con me doveva cambiare!».
10«Oh! fratello! Non sei molto dolce tu pure, sai? Su un timido tu fai l’effetto di una grossa trave fra le gambe. Mia cognata è molto buona, e solo l’avere sempre sopportato con pazienza la madre con la sua cattiveria, e te con la tua prepotenza, lo prova».
Ridono tutti della conclusione così senza veli di Andrea e del viso stupito di Pietro che si sente proclamare prepotente.
L’apostolato femminile.
11Anche Gesù ride proprio di gusto. Poi dice: «Le donne fedeli che non si sentono di lasciare la casa per seguirmi mi servono ugualmente col loro rimanere nelle case[68]. Se tutte avessero voluto venire con Me, avrei dovuto comandare ad alcune di rimanere.
12Adesso che le donne si uniranno a noi, Io devo pensare anche ad esse. 13Non sarebbe né decente né prudente che delle donne si trovassero senza una dimora andando qua e là. Noi dovunque possiamo giacere. La donna ha altre necessità ed abbisogna di un ricovero. Noi possiamo stare in un solo giaciglio. Esse non potrebbero stare in mezzo a noi. E per rispetto e per prudenza alla loro costituzione più delicata. 14Non si deve mai tentare la Provvidenza e la natura oltre i limiti. 15Ora Io farò di ogni casa amica[69], dove una delle vostre donne resta, un ricovero per le sue sorelle. Della tua, Pietro; della tua, Filippo; della tua, Bartolomeo; e della tua, Giuda. 16Non potremo imporre alle donne l’indefesso andare che noi faremo. Ma le metteremo in attesa, al posto di ritrovo dal quale partiremo ogni mattina per tornare ogni sera. 17Ad esse daremo istruzione nelle ore del riposo, né il mondo potrà più mormorare se altre infelici creature verranno a Me, né mi sarà precluso di poterle ascoltare. 18Le madri e le spose che ci seguiranno saranno erette a difesa delle loro sorelle e di Me contro la maldicenza del mondo. 19Voi vedete che Io sto facendo un rapido viaggio di saluto dove ho amici o dove so che avrò amici. Non per Me questo. Ma per le più deboli fra i discepoli che con la loro debolezza sorreggeranno la nostra forza e la faranno utile presso tante, tante creature».
L’ora della riabilitazione per la donna.
«Ma ora andiamo a Cesarea, hai detto. Là chi c’è?».
20«Le creature che tendono al Dio vero sono in ogni luogo. La primavera già si annuncia in questo candore rosato di mandorli fioriti. I giorni del gelo sono finiti. 21Fra pochi giorni Io avrò stabilito i luoghi di tappa e di ricovero per le discepole e riprenderemo allora l’andare, spargendo la parola di Dio senza preoccupazione per le sorelle, senza paura della calunnia, e la loro pazienza vi sarà di lezione e la loro dolcezza pure. 22Anche per la donna sta giungendo l’ora che suonerà riabilitazione[70]. Di vergini, di spose, di madri sante sarà una grande fiorita nella mia Chiesa».
154. A Cesarea Marittima, discorso ai galeotti e incontro con Claudia Procula. Sollevata una stanchezza del “portavoce”[71].
A Cesarea discorso messianico.
Cesarea Marittima.
1Gesù è al centro di una piazza, ampia e abbastanza bella, che continua con una strada molto larga, quasi un prolungamento della piazza, sino ad una riva di mare. Una galera deve avere lasciato da poco il porto e prende il largo sotto la spinta del vento e dei remi. Un’altra deve fare le manovre per entrare, perché le vele vengono ridotte e i remi vengono mossi da una sola banda per fare virare la nave in posizione conveniente. Il porto, dalla piazza, non si vede. Ma deve essere vicino. Sui lati della piazza sono allineate vaste dimore dai caratteristici muri esterni quasi privi di aperture. Nessuna bottega.
Il porto dove parlerà ai galeotti.
«Dove andiamo, ora? Sei voluto venire qui invece che nel lato orientale, e qui è luogo di pagani. Chi vuoi che ti ascolti?», rimprovera Pietro.
2«Andiamo là, su quell’angolo verso il mare. Là parlerò».
«Alle onde».
3«Anche le onde sono create da Dio».
Vanno. Ora sono proprio sull’angolo e vedono il porto in cui entra lenta la galera vista prima e viene legata al suo posto. Qualche marittimo ozia lungo le banchine. Qualche venditore di frutta si arrischia ad andare verso la nave romana a vendere la sua merce. Nient’altro.
4Gesù, con le spalle addossate al muro, pare proprio che parli alle onde. Gli apostoli, poco soddisfatti della situazione, gli stanno intorno, parte in piedi, parte seduti su dei massi sparsi qua e là, con la intenzione che facciano da panchine.
Il Dio vero e la giustizia (Discorso ai galeoti)
L’uomo e Dio.
5«Stolto è quell’uomo che vedendosi potente, sano, felice, dice: “Di che ho mai bisogno? E di chi? Di nessuno. Nulla mi manca, basto a me stesso; perciò leggi e decreti di Dio o di morale mi sono nulli. La mia legge è quella di fare ciò che io posso, senza pensare se ciò è bene o male per gli altri”».
6Un venditore si volge udendo la voce sonora e viene verso Gesù, che continua: «Così parla l’uomo e così la donna senza sapienza e senza fede. Ma se con questo mostra di avere una potenza più o meno grande, ugualmente denuncia di avere una parentela col Male».
Degli uomini scendono dalla galera e da altre barche e vengono verso Gesù.
Tutto è mutevole e fugace.
7«L’uomo mostra, non a parole ma a fatti, di avere parentela con Dio e con la virtù quando riflette che la vita è più mutevole di onda marina, che ora è placida e domani è furente. Ugualmente il benessere e la potenza di oggi può domani essere miseria e impotenza. 8E che farà allora l’uomo privo dell’unione con Dio?[72] Quanti su quella galera furono un giorno lieti e potenti, ed ora sono schiavi e considerati rei! Rei, perciò schiavi due volte: della legge umana che inutilmente viene derisa perché essa c’è e punisce i suoi trasgressori, e di Satana che in eterno si appropria del colpevole che non giunge ad odiare la sua colpa[73]».
Publio Quintilliano.
«Salve, Maestro! Come qui? Mi conosci?».
9«Dio venga a te, Publio Quintilliano. Lo vedi? Sono venuto».
«E proprio qui nel quartiere romano. Non speravo più di vederti. Ma ho piacere di udirti».
10«Io pure. Su quella galera sono molti al remo?».
«Molti. Prigionieri di guerra per la più parte. Ti interessano?».
11«Vorrei andare presso quella nave».
«Vieni. Sgomberate, voi», ordina ai pochi che si sono accostati e che si scansano subito borbottando improperi.
12«Lasciali pure. Sono abituato ad essere serrato fra la gente».
«Sino a qui posso. Non oltre. Galera militare».
13«Mi basta. Dio ti compensi».
Fecondità spirituale della schiavitù terrena.
14Gesù riprende a parlare mentre il romano pare monti la guardia al suo fianco, tutto splendido nella sua veste.
15«Schiavi per un doloroso evento, ossia schiavi una volta sola. Schiavi finché dura la vita. Ma ogni lacrima che cade sulle loro catene, ogni percossa che scende a scrivere un dolore sulle loro carni, assottiglia le manette, decora ciò che non muore, apre infine loro la pace di Dio che è amico dei suoi poveri figli infelici e che darà loro tanta gioia per quanto qui fu tanto il dolore».
16Dalle murate della galera si affacciano uomini della ciurma e ascoltano. I galeotti, naturalmente, non ci sono. Ma certo sentono giungere a loro da tutti i fori degli scalmi la voce potente di Gesù, che si sparge per l’aria quieta di quest’ora di bassa marea. Pubblio Quintilliano, chiamato da un soldato, è andato via.
17«Io voglio dire, a questi infelici che Dio ama, di essere rassegnati nel loro dolore, di non fare di esso altro che una fiamma che più presto sciolga le catene della galera e della vita, consumando in un desiderio di Dio questo povero giorno che è la vita, giorno buio, burrascoso, pieno di paure e di stenti, per entrare nel giorno di Dio, luminoso, sereno, senza più paure né languori. Nella grande pace, nella infinita libertà del Paradiso entrerete, o martiri di una penosa sorte, sol che sappiate esser buoni nel vostro soffrire e aspiriate a Dio».
18Torna Publio Quintilliano con altri soldati, e dopo di lui viene una lettiga portata da schiavi, alla quale i soldati fanno fare un posto.
Il Dio vero è amore e pietà.
19«Chi è Dio? Io parlo a gentili che non sanno chi è Dio. Parlo a figli di popoli sottomessi che non sanno chi è Dio. Nelle vostre foreste, o galli, o iberi, o traci, o germani, o celti, voi avete una parvenza di Dio. 20L’anima tende all’adorazione, spontaneamente, perché si ricorda del Cielo. Ma non sapete trovare il Dio vero che ha messo un’anima nei vostri corpi, un’anima uguale a quella di noi d’Israele, uguale a quella dei romani potenti che vi hanno soggiogato, un’anima che ha gli stessi doveri e gli stessi diritti verso il Bene e alla quale il Bene, ossia il Dio vero, sarà fedele. Siatelo ugualmente voi verso il Bene. 21Il dio, o gli dèi, che avete sin qui adorato, imparando il suo o il loro nome sulle ginocchia materne; il dio che ora forse non pensate più, perché da lui non sentite venire un conforto sul vostro soffrire, che forse giungete ad odiare e a maledire nella disperazione della vostra giornata, non è il Dio vero.
22Il Dio vero è Amore e Pietà. Erano forse così i vostri dèi? No. Essi pure erano durezza, ferocia, menzogna, ipocrisia, vizio, ladroneccio. E ora vi hanno lasciati senza quel minimo di conforto che è la speranza di essere amati e la certezza di un riposo dopo tanto soffrire. Così è perché i vostri dèi non sono. 23Ma Dio, il Dio vero che è Amore e Pietà, e del quale Io vi dico la sicura esistenza, è Colui che ha fatto i cieli, i mari, i monti, le foreste, le piante, i fiori, gli animali, l’uomo. E’ quello che all’uomo vittorioso inculca pietà e amore, come Egli è, verso i poveri della Terra.
Giustizia umana e giustizia divina.
24O potenti, o padroni, pensate che siete tutti di un’unica pianta. Non infierite su coloro che una sventura vi ha dato fra le mani, e siate umani anche verso quelli che un delitto ha legato al banco della galera. 25Molte volte l’uomo pecca. Nessuno è senza colpe più o meno segrete. Se questo pensaste, sareste ben buoni verso i fratelli che meno fortunati di voi sono stati puniti per colpe che voi pure avete fatte rimanendo impuniti.
26La giustizia umana è una cosa così incerta nel giudicare che guai se ugualmente lo fosse la divina. Vi sono rei che tali non sembrano, vi sono innocenti che sono giudicati rei. Non indaghiamo perché. Ciò sarebbe troppa accusa per l’uomo ingiusto e pieno di odio verso il suo simile! Vi sono rei che tali sono, ma portati al delitto da forze prepotenti che scusano in parte la colpa. Perciò voi, preposti alle galere, siate umani.
27Sopra la giustizia umana vi è una Giustizia divina ben più alta. Quella del Dio vero, del Creatore del re e dello schiavo, della rupe e del granello di rena. Egli vi guarda, voi del remo e voi preposti alla ciurma, e guai a voi se sarete crudeli senza ragione.
Gesù Cristo il Salvatore, l’Amico.
28Io, Gesù Cristo, il Messia del Dio vero, ve lo assicuro: Egli, alla vostra morte, vi legherà ad una galera eterna, affidando lo staffile macchiato di sangue ai demoni, e sarete torturati e percossi come torturaste. Perché, se è legge umana che il reo sia punito, occorre nella punizione non passare la misura. Sappiatelo ricordare. Il potente di oggi può essere il miserabile di domani. Dio solo è eterno.
29Io vorrei mutarvi il cuore e vorrei soprattutto sciogliere le catene, rendervi alle libertà e alle patrie perdute. Ma, fratelli galeotti che non vedete il mio volto e dei quali Io non ignoro il cuore con tutte le sue ferite, per la libertà e la patria della Terra che Io non vi posso dare, o poveri uomini schiavi dei potenti, Io vi darò una più alta libertà e patria.
30Per voi mi sono fatto prigioniero e senza la patria mia, per voi darò Me stesso a riscatto, per voi, anche per voi, non obbrobrio della Terra, come siete detti, ma vergogna dell’uomo che dimentica la misura nel rigore della guerra e della giustizia, Io farò una nuova legge sulla Terra e una dolce dimora in Cielo.
31Ricordate il mio Nome, figli di Dio che piangete. È il nome dell’Amico. Ditelo nelle vostre pene. Siate sicuri che se mi amerete mi avrete anche se sulla Terra mai ci vedremo. Sono Gesù Cristo, il Salvatore, l’Amico vostro. In nome del Dio vero Io vi conforto. Presto venga la pace su di voi».
Evangelizzazione.
Se l’uomo volesse potrebbe essere come Gesù.
32La folla, per la più parte romana, si è assiepata intorno a Gesù, i cui concetti nuovi hanno sbalordito tutti.
«Per Giove! Mi hai fatto pensare a cose nuove alle quali mai avevo pensato. Ma che sento vere…». Pubblio Quintilliano guarda Gesù, pensieroso e trasportato insieme.
33«Così è, amico. Se l’uomo usasse il pensiero non giungerebbe a commettere delitto».
«Per Giove, per Giove! Che parole! Me le devo ricordare! Hai detto: “Se l’uomo usasse il pensiero… “»
34«…non giungerebbe a commettere delitto».
«Ma è vero! Per Giove! Ma sai che sei grande?!».
35«Ogni uomo che volesse potrebbe esserlo come Me, se fosse tutt’uno con Dio[74]».
Il romano continua la sua sequela di «per Giove», uno più ammirativo dell’altro.
Claudia Procula.
36Ma Gesù gli dice: «Potrei dare un conforto a quei galeotti? Ho del denaro… Un frutto, un sollievo, perché sappiano che li amo».
«Da’ qui. Lo posso fare. E del resto là vi è una dama che molto può. L’interrogo».
Pubblio va alla lettiga e parla presso le tendine appena aperte a fessura. Torna: «Ne ho pieno potere. Provvedo io alla distribuzione acciò gli aguzzini non se ne abusino. E sarà l’unica volta che un soldato imperiale userà pietà agli schiavi di guerra».
37«La prima. Non l’unica. Vi sarà un giorno in cui non vi saranno più schiavi; e prima ancora i miei discepoli saranno scesi fra i galeotti e gli schiavi a chiamarli fratelli».
Un’altra serie di «per Giove» vanno per l’aria calma mentre Pubblio attende di avere sufficientemente frutta e vino per i galeotti. Poi, prima di salire sulla galera, dice, accostandosi all’orecchio di Gesù: «Là dentro vi è Claudia Procula. Vorrebbe udirti ancora. Ma intanto ti vuole chiedere qualcosa. Va’».
Cosa è l’anima?
38Gesù va verso la lettiga.
«Salve, Maestro». La tendina si scosta appena, mostrando una bella donna sui trent’anni.
39«Venga in te desiderio di sapienza».
«Hai detto che l’anima si ricorda dei Cieli. È dunque eterna questa cosa che voi dite essere in noi?».
40«È eterna. Perciò si ricorda di Dio. Del Dio che l’ha creata».
«Cosa è l’anima?».
41«L’anima è la vera nobiltà dell’uomo. Tu sei gloriosa perché dei Claudi. L’uomo lo è di più perché è di Dio. In te è il sangue dei Claudi, la famiglia potente ma che ebbe un’origine e avrà una fine. Nell’uomo, per l’anima, è il sangue di Dio. Perché l’anima è il sangue spirituale – essendo Dio Spirito purissimo – del Creatore dell’uomo: di Dio eterno, potente, santo. L’uomo è dunque eterno, potente, santo, per l’anima che è in lui e che è viva finché è unita a Dio».
«Io sono pagana. Non ho dunque anima…».
42«L’hai. Ma è avvolta in letargo. Svegliala alla Verità e alla Vita…».
«Addio, Maestro».
43«La Giustizia ti conquisti. Addio».
Regola nell’apostolato.
44«Come vedete, anche qui ho avuto ascoltatori», dice Gesù ai discepoli.
«Sì. Ma, meno i romani, chi ti avrà capito? Sono barbari!».
45«Chi? Tutti. La pace è in loro e si ricorderanno di Me molto più che molti altri in Israele. Andiamo nella casa che ci ospita per il pasto».
«Maestro, quella donna è la stessa che mi ha parlato quel giorno che Tu guaristi quel malato. Io l’ho vista e riconosciuta», dice Giovanni.
46«Vedete dunque che vi era chi anche qui ci attendeva. Ma non ne sembrate molto soddisfatti. Molto avrò fatto quel giorno che vi avrò fatti persuasi che non solo per gli ebrei ma per tutti i popoli Io sono venuto e per tutti Io vi ho preparati. Vi dico però: ricordate tutto del Maestro vostro. Non vi è fatto, per insignificante che sia, che non vi abbia a divenire un giorno regola nell’apostolato».
47Nessuno risponde e Gesù ha un mesto sorriso di compatimento.
Le stanchezze dell’apostolato.(Nota del portavoce)
“Ho invocato piangendo il mio Maestro”
48Questa mattina ne ha avuto uno anche per me… Mi era preso un così completo sconforto che mi sono messa a piangere per tante cose, non ultima fra esse la stanchezza di scrivere e scrivere con la convinzione che tanta bontà di Dio e tanta fatica del piccolo Giovanni siano proprio inutili. E ho invocato piangendo il mio Maestro e, poi che per sua bontà è venuto tutto per me, gli ho detto il mio pensiero.
“Non vorresti aiutarmi ancora”?
49Ha avuto un moto delle spalle equivalente ad un: «Lascia perdere il mondo e le sue storie», e poi mi ha accarezzata dicendo: «E che? Non vorresti aiutarmi ancora? Il mondo non vuole la conoscenza delle mie parole? Ebbene, raccontiamocele fra noi, per mia gioia nel ripeterle ad un cuore fedele, per la tua di udirle.
“Sono le ore in cui facciamo di più”.
50Le stanchezze dell’apostolato!… Più accascianti di quelle di qualsiasi lavoro! Levano luce al giorno più sereno e dolcezza al più dolce cibo. Tutto diviene cenere e fango, nausea e fiele. Ma, anima mia, sono queste le ore in cui noi ci carichiamo della stanchezza, del dubbio, della miseria dei mondani che muoiono di non possedere ciò che noi abbiamo. E sono le ore in cui facciamo di più.
Onda satanica per sommergere l’apostolo.
51Te l’ho detto anche lo scorso anno. “A che pro?” si chiede l’anima sommersa di ciò che sommerge il mondo, ossia delle onde mandate da Satana. E il mondo affoga. Ma l’anima inchiodata col suo Dio sulla croce non affoga. Perde per un attimo la luce e sprofonda sotto l’onda nauseante della stanchezza spirituale, e poi emerge più fresca e più bella.
52Il tuo dire: “Io non sono più buona a nulla” è una conseguenza di questa stanchezza. Tu non saresti mai buona a nulla. Ma Io sono sempre Io e perciò tu sarai sempre buona al tuo compito di portavoce.
Casi in cui il Signore dice “Basta”!
53Certo che, se vedessi che, come pesante e preziosissima gemma, il mio dono venisse con avarizia nascosto, con imprudenza usato, o con ignavia non cercato di tutelare sotto quelle garanzie che la cattiveria umana impone di usare in questi casi per tutelare il dono e la creatura attraverso alla quale il dono viene dato, Io direi il mio “basta”. E questa volta senza ritorni. Basta per tutti, fuorché per la mia piccola anima che oggi sembra proprio un fiorellino sotto un acquazzone.
C’è ancora tanto da fare
54E puoi, con queste carezze, dubitare che Io ti ami? Su! Mi hai aiutato nel tempo di guerra. Aiutami ora, ancora… C’è tanto da fare».
55E mi sono calmata sotto la carezza della lunga mano e del sorriso così dolce del mio Gesù, candido come sempre quando è tutto per me.
155. A Cesarea, guarigione di una bambina romana e discorso contro i ministri idoli[75].
Dialogo sul segreto per amare.
Ambientamento.
Dice Gesù:
1«Piccolo Giovanni, vieni con Me ché ti devo fare scrivere una lezione per i consacrati di oggi. Vedi e scrivi».
2Gesù è ancora a Cesarea Marittima. Non è più in quella piazza di ieri ma in un luogo più interno, dal quale però ancora si vedono il porto e le navi. Qui sono molti fondachi e botteghe e, dato che anche per terra, in questo spazio terroso, sono stuoie con merci varie, arguisco essere presso i mercati, che forse erano situati vicino al porto e ai magazzini per comodità dei naviganti e degli acquirenti le merci portate per mare. Vi è molto brusìo e andare e venire di folla.
Bisogna essere buoni.
3Gesù aspetta con Simone e i cugini che gli altri abbiano preso le cibarie che abbisognano. Dei bambini guardano curiosamente Gesù che li accarezza dolcemente mentre parla con i suoi apostoli. Dice Gesù: «Mi spiace vedere il malcontento perché avvicino gentili. Ma Io non posso che fare ciò che devo ed essere buono con tutti. Sforzatevi ad essere buoni almeno voi tre e Giovanni; gli altri vi verranno dietro per imitazione».
«Ma come si fa ad essere buoni con tutti? Infine essi ci sprezzano e opprimono, non ci capiscono, sono pieni di vizi…», si scusa Giacomo d’Alfeo.
4«Come si fa? Tu sei contento di essere nato da Alfeo e da Maria?».
«Sì. Certo. Perché me lo chiedi?».
5«E se fossi stato interrogato da Dio prima di essere concepito, avresti voluto nascere da loro?».
«Ma sì. Non capisco…».
6«E se invece fossi nato da un pagano, sentendoti accusare di esser voluto nascere da un pagano, che avresti detto?».
«Avrei detto… avrei detto: “Io non ho colpa di questa cosa. Sono nato da lui, ma avrei potuto nascere da un altro”. Avrei detto: “Siete ingiusti nell’accusa. Se non faccio del male, perché mi odiate?”».
7«Lo hai detto. Anche questi, che voi sprezzate perché pagani, possono dire la stessa cosa. Tu non hai merito ad esser nato da Alfeo, vero israelita. Ne devi ringraziare solo l’Eterno perché ti ha fatto un grande dono, e per riconoscenza ed umiltà cercare di portare al Dio vero altri che non hanno questo dono. Buoni bisogna essere».
Il segreto per amare.
«É difficile amare chi non si conosce!».
8«No. Guarda. Tu, piccino, vieni qui».
Si accosta un bambino di un otto anni circa, che giuoca in un angolo con altri due maschietti. Un bambino robusto e molto bruno di capelli mentre ha carne bianchissima.
9«Chi sei?».
«Sono Lucio, Caio Lucio di Caio Mario, romano sono, figlio del decurione di guardia, qui rimasto dopo la ferita».
10«E quelli chi sono?».
«Sono Isacco e Tobia. Ma non si deve dirlo perché non si può. Sarebbero percossi».
11«Perché?».
«Perché loro sono ebrei e io sono romano. Non si può».
12«Ma tu ci stai con loro. Perché?».
«Perché ci vogliamo bene. Giuochiamo sempre insieme ai dadi e al saltarello. Ma si sta nascosti».
13«E a Me vorresti bene? Sono ebreo anche Io e non sono un bambino. Pensa: sono un maestro, come dire un sacerdote».
«E a me che mi preme? Se mi vuoi bene, io ti voglio bene. E bene ti voglio perché Tu mi vuoi bene».
14«Come lo sai?»
«Perché sei buono. Chi è buono vuole bene».
15«Ecco, amici. Il segreto per amare. Essere buoni. Allora si ama senza pensare se questo è o non è di una fede».
16E Gesù, tenendo per mano il piccolo Caio Lucio, va a carezzare i piccoli ebrei che si sono spaventati e nascosti dietro un androne, e dice loro: «I buoni bambini sono angeli. Gli angeli hanno una sola patria: il Paradiso. Hanno una sola religione: quella dell’unico Dio. Hanno un solo tempio: il Cuore di Dio. Vogliatevi bene, da angeli, sempre».
«Ma se ci vedono ci picchiano…».
17Gesù crolla mestamente il capo e non ribatte…
Guarigione della bamina romana
Una donna cerca il Maestro.
18Una donna alta e formosa chiama Lucio e questo lascia Gesù gridando: «La mamma!», e alla donna grida: «Ho un amico grande, sai? É un maestro!…».
La donna non si allontana col figlio, ma anzi viene verso Gesù e lo interroga: «Salve. Sei Tu l’uomo di Galilea che ieri parlò al porto?».
19«Sono Io».
«Attendimi qui, allora. Farò presto», e se ne va col suo piccolo. Anche gli altri apostoli sono intanto giunti, tutti meno Matteo e Giovanni, e chiedono: «Chi era?».
«Una romana, credo», rispondono Simone e gli altri.
20«E che voleva?».
«Ha detto di aspettare qui. Lo sapremo».
Della gente intanto è venuta vicino e curiosa attende. Torna la donna con altri romani.
«Tu dunque sei il Maestro?», chiede uno che pare un servo di casa signorile. E avutane conferma chiede: «Ti sarebbe ribrezzo curare una piccola figlia di un’amica di Claudia? La bambina è morente perché soffoca, né il medico sa di che muore. Ieri sera sana. Questa mattina in agonia».
21«Andiamo».
Fanno pochi passi per una via che va verso il posto di ieri e giungono al portone spalancato di una casa che sembra abitata da romani.
«Attendi un momento».
L’uomo entra veloce e quasi subito si riaffaccia dicendo: «Vieni».
Guarigione della piccola romana.
22Ma prima ancora che Gesù possa entrare, ne esce una giovane di aspetto signorile, ma in una condizione di strazio più che visibile. Ha sulle braccia una creaturina di pochi mesi abbandonata, livida come uno che affoga. Io direi che aveva una difterite mortale e che è agli ultimi attimi di vita. La donna si rifugia sul petto di Gesù come un naufrago su uno scoglio. Il suo pianto è tale che non la lascia parlare. 23Gesù prende la creaturina, che ha dei piccoli moti convulsivi nelle manine ceree dalle unghiette già violacee, e la alza. Il capino spenzola all’indietro senza forza. La madre, senza più superbia di romana rispetto all’ebreo, è scivolata ai piedi di Gesù, nella polvere, e singhiozza col volto levato, i capelli mezzi disciolti, le braccia tese che brancicano la veste e il mantello di Gesù. Dietro e intorno, romani della casa e ebree della città che guardano.
24Gesù bagna il suo indice destro con la sua saliva e lo mette nella bocchina anelante, lo ficca in giù. La bambina si dibatte e diviene più nera ancora. La madre urla: «No! No!» e pare una che si torca sotto una lama che la trapassi. La gente trattiene il respiro. 25Ma il dito di Gesù esce insieme ad un ammasso di membrane purulente e la bambina non si dibatte più e, dopo un piccolo versolino di pianto, si calma in un sorriso innocente, agitando le manine e muovendo le labbra come un uccellino che pigoli sbattendo le alucce in attesa della imboccata.
26«Prendi, donna. Dalle il latte. É guarita».
La madre è talmente sbalordita che prende la piccolina e stando come è, nella polvere, se la bacia, se la carezza, le dà il seno, folle, dimentica di tutto che non sia la sua piccina.
27Un romano chiede a Gesù: «Ma come hai potuto? Io sono il medico del Proconsole e dotto sono. Ho cercato rimuovere l’ostacolo. Ma era giù, troppo giù!… E Tu… così…».
28«Dotto sei. Ma con te non è il Dio vero. Ne sia Egli benedetto! Addio».
Le due misure(motivo del discorso).
29E Gesù fa per andare. Ma ecco che un gruppetto di israeliti sente il bisogno di intervenire: «Come ti sei permesso di accostare degli stranieri? Corrotti, impuri sono, e chiunque li avvicini si rende tale».
30Gesù li guarda – sono in tre – fisso, severo, e poi parla: «Non sei tu Aggeo? L’uomo di Azoto qui venuto lo scorso tisri a cercare di stringere affari col mercante che sta alle fondamenta del vecchio fontanile? E tu non sei Giuseppe di Rama, venuto qui per consultare il medico romano, e tu ne sai, come Io so, il perché? E allora? Non vi sentite voi impuri?».
«Il medico non è mai straniero. Cura il corpo, e il corpo è uguale per tutti».
31«L’anima lo è con più ragione del corpo. Del resto, che ho Io curato? Il corpo innocente di un pargolo, e con questo mezzo spero curare le anime non innocenti degli stranieri. Come medico e come Messia posso dunque avvicinare chiunque».
«Non lo puoi».
32«No, Aggeo? E tu perché tratti col mercante romano?».
«Non lo avvicino che con la merce e il denaro».
Il Messia contro i ministri idoli (Discorso messianico).
Questione sulla Legge (Ageo 2,11 )[76].
33«E poiché non tocchi la sua carne, ma solo quello che fu dalla sua mano toccato, non ti pare di contaminarti. Oh! ciechi e crudeli!
34Udite tutti. Proprio nel libro del Profeta di cui costui porta il nome è detto: “Rivolgi ai sacerdoti questa questione sulla Legge: ‘Se un uomo porta della carne santificata nel lembo del suo vestito e con esso tocca poi vino o pietanze, pane o olio o altri alimenti, saranno questi santificati?’. E i sacerdoti risposero: ‘No’. Allora Aggeo disse: ‘Se uno, immondo a causa di un morto, toccherà una di queste cose, sarà essa contaminata?’. E i sacerdoti risposero: “Sì”.
Bugiardi ministri della Legge[77].
35Per questa subdola, menzognera, incoerente maniera di agire, voi precludete e condannate il Bene e solo accettate ciò che è vostro utile. Allora cessa lo sdegno, lo schifo, il ribrezzo. Voi distinguete, purché ciò non vi porti a danno personale, se questo è immondo e rende immondo, o se quell’altro non lo è. 36E come potete, bocche di menzogna, professare che se ciò che è santificato dall’aver toccato carne santa, o cosa santa, non santifica ciò che tocca; ciò che ha toccato cosa immonda possa rendere immondo ciò che tocca?
37Non capite che vi smentite, bugiardi ministri di una Legge di Verità, profittatori della stessa che torcete come canapo a seconda che vi preme trarne un utile, ipocriti farisei che sotto il pretesto religioso sfogate il vostro livore umano, tutto umano, profanatori di ciò che è di Dio, insultatori e nemici del Messo di Dio?
38In verità, in verità vi dico che ogni vostro atto, ogni vostra conclusione, ogni vostro movimento ha per movente tutto un meccanismo astuto a cui fanno da ruote e da molle, da pesi e tiranti, i vostri egoismi, le vostre passioni, le vostre insincerità, i vostri odi, le vostre seti di sopraffare, le vostre invidie.
Generazione che meriterebbe essere sterilita[78].
39Vergogna! Avidi, tremebondi, astiosi, voi vivete nella paura orgogliosa che uno vi superi pur non essendo della vostra casta. E meritate, allora, di essere come quell’uno che vi fa paura e ira! Voi che, come dice Aggeo, di un mucchio di venti moggia ne fate uno di dieci, e di cinquanta barili venti, intascando l’utile della differenza, mentre, e per l’esempio da dare all’uomo e per l’amore da dare a Dio, dovreste al mucchio delle moggia e al mucchio dei barili non levare ma aggiungere del vostro a pro di chi ha fame, meritate di essere steriliti col vento infocato e con la ruggine e la grandine in tutte le opere delle vostre mani.
Idoli e servi dell’Idolo.
40Chi sono fra voi quelli che vengono a Me? Questi, questi che per voi sono sterco e immondezza, queste supreme ignoranze che neppure sanno esservi il vero Dio, vengono a chi questo Dio porta presente nelle parole e nelle opere. Ma voi, ma voi! Voi vi siete fatti una nicchia, e lì state. Aridi, freddi come idoli in attesa degli incensi e delle adorazioni. E, poi che dèi vi credete, vi pare inutile pensare al vero Iddio, così come va pensato, e pericoloso vi sembra che altri, che voi non siete, osino ciò che voi non osate. Voi non lo potete, in verità, osarlo, perché siete idoli. E perché siete servi dell’Idolo. Ma colui che osa può, perché non lui ma Dio in lui opera.
Rivelazione del Messia[79].
41Andate! Riferite a chi vi ha messo alle mie calcagna che Io ho sdegno dei mercanti che non reputano contaminazione vendere le merci o la patria o il Tempio a coloro da cui hanno denaro. 42Dite a costoro che Io ho ribrezzo per i bruti che hanno solo il culto della propria carne e del proprio sangue, e per la guarigione di questi non reputano contaminazione avvicinare il medico straniero. 43Dite che uguale è la misura e non vi sono due misure. 44Dite che Io, il Messia, il Giusto, il Consigliere, l’Ammirabile, 45Quello che avrà su di Lui lo Spirito del Signore nei suoi sette doni[80], 46Quello che non giudicherà per quello che apparisce agli occhi ma per quello che è segreto dei cuori, 47Quello che non condannerà per quello che sente cogli orecchi ma per le voci spirituali che udrà nell’interno di ogni uomo, 48Quello che prenderà le difese degli umili e giudicherà con giustizia i poveri[81].
49Quello che Io sono, perché questo Io sono, già sta giudicando e percuotendo quelli che sulla Terra solo terra sono, e il soffio del mio respiro farà morire l’empio e sterminerà il suo covo[82], 50mentre sarà Vita e Luce, Libertà e Pace per coloro che, desiderosi di giustizia e di fede, verranno al mio monte santo, a saziarsi della Scienza del Signore[83]. Questo è Isaia, non è vero?
Volontà del Messia.
51Il mio popolo! Tutto viene da Adamo, e Adamo viene dal Padre mio. Tutto è dunque opera del Padre e tutti ho il dovere di radunare al Padre. 52Ed Io te li conduco, o Padre santo, eterno, potente, Io te li conduco i figli erranti dopo averli radunati chiamandoli con le voci dell’amore, radunandoli sotto la mia verga pastorale simile a quella che Mosè alzò contro i serpenti di morte[84]. Perché Tu abbia il tuo Regno ed il tuo popolo. 53Né faccio distinzioni, perché in fondo ad ogni vivente Io vedo un punto che splende più del fuoco: l’anima, una scintilla di Te, eterno Splendore[85]. O mio eterno desiderio! O mio instancabile volere! 54Questo voglio. Di questo ardo. Una Terra che canti tutta il tuo Nome. Una umanità che ti chiami Padre. Una redenzione che tutti salvi. Una volontà fortificata che faccia tutti ubbidienti alla volontà tua. Un trionfo eterno che empia il Paradiso di un osanna senza fine[86]… 55Oh! moltitudine dei Cieli!… Ecco. Io vedo il sorriso di Dio… e questo è il premio contro ogni durezza umana».
Conclusione della travolgente chiusura.
56I tre sono fuggiti sotto la grandine dei rimproveri. Gli altri, tutti, romani o ebrei, sono rimasti a bocca aperta. La donna romana, con la piccolina sazia di latte che dorme placida nel grembo materno, è rimasta là dove era, quasi ai piedi di Gesù, e piange di gioia materna e di commozione spirituale. Molti piangono per la travolgente chiusa di Gesù, che pare fiammeggiare nella sua estasi.
57E Gesù, abbassando gli occhi e lo spirito dal Cielo alla Terra, vede la folla, vede la madre… e nel passare, dopo un gesto di addio a tutti, sfiora con la mano la giovane romana, come a benedirla per la sua fede. E se ne va, coi suoi, mentre la gente, ancora stupita, resta dove è…
58(La giovane romana, se non è una fortuita somiglianza, è una delle romane che erano con Giovanna di Cusa sulla via del Calvario. Posto che qui nessuno l’ha chiamata a nome, sono incerta).
156. Annalia, la prima Consacrata alla verginità per amore al Messia[87].
La perfezione a cui la creatura può salire.
Nozze della primavera.
1Gesù, insieme a Pietro, Andrea e a Giovanni, bussa alla porta della sua casa di Nazaret. Apre subito la Mamma, il cui volto si illumina di un fulgido sorriso vedendo il suo Gesù.
2«Ben torni, Figlio mio! Da ieri ho con me una pura colomba che ti attende. Viene da lontano. E chi l’accompagna non poteva rimanere più oltre. Io, poiché ella voleva consiglio, ho detto ciò che potevo. Ma Tu solo, Figlio mio, sei Sapienza. Ben tornati voi pure. Venite a ristorarvi subito».
3«Sì. Rimanete qui. Io vado subito da questa creatura che mi attende».
La curiosità è viva nei tre, in maniera diversa. Pietro sbircia con interesse in ogni senso, quasi sperando di vedere oltre i muri. Giovanni pare voglia leggere sul sorridente volto di Maria il nome della sconosciuta. Andrea, che è vivamente arrossito, guarda invece con tutta la forza delle sue pupille Gesù, e una supplica muta trema nel suo sguardo e sulle sue labbra.
4Ma Gesù non cura nessuno. Mentre i tre si decidono ad entrare nella cucina, dove Maria offre loro cibarie e tepore di fuoco, Gesù alza la tenda che cela l’apertura che conduce nell’orto-giardino ed esce in esso.
L’orto-giardino di Maria.
5Un dolce sole rende ancora più aerei e irreali i rami tutti in fiore dell’alto mandorlo dell’orto. Unico in fiore, il più alto delle piante che sono nell’orto, ricco nella sua veste di seta bianco-rosata sulla povertà nuda degli altri: pero, melo, fico, vite, melograno, tutti ancora aridi e spogli, pomposo nel suo velo spumoso e vivo contro la grigia umiltà monotona degli ulivi, pare che coi suoi lunghi rami abbia catturato una nuvoletta leggerissima, sperduta sul campo azzurrino del cielo, e se ne sia infiocchettato per dire a tutti: «Le nozze della primavera vengono. Esultate, voi piante, voi animali. É l’ora dei baci coi venti, con le api, o fiori. É l’ora dei baci sotto i tegoli o nel folto dei boschetti, o uccellini di Dio, o candide pecore. Oggi baci, domani prole, per perpetuare l’opera del Creatore Dio nostro».
6Gesù, con le braccia conserte sul petto, sorride, ritto nel sole, alla pura, placida grazia dell’orto materno con le sue aiuole di gigli che si denunciano per i primi cespi di foglie, coi suoi rosai ancora nudi, e l’ulivo così d’argento, con altre famiglie di fiori sparse fra le umili aiuole di legumi e insalate che appena verzicano. Puro, ordinato, gentile, pare esso pure spirare candore di verginità perfetta.
Un nido di purezza.
7«Figlio, vieni nella mia stanza. Te la condurrò, poiché è fuggita là in fondo udendo tante voci».
8Gesù entra nella cameretta materna, sempre la casta, castissima cameretta che ha sentito le parole dell’angelico colloquio e emana, ancor più dell’orto, l’essenza verginale, angelica, santa, di Colei che l’abita da anni e dell’Arcangelo che in essa ha venerato la sua Regina. Sono passati oltre trent’anni o solo ieri è avvenuto l’incontro? 9Anche oggi una conocchia sorregge il suo morbido e quasi argenteo ciuffo di stame e sul fuso è il filo, e un ricamo piegato è sulla mensola presso la porta, fra un rotolo di pergamena e un’anfora di rame con dentro un folto ramo di mandorlo fiorito; 10anche ora la tenda a righe palpita ad un poco di vento, calata sul mistero della verginale dimora, e 11il letto, ordinato nel suo angolo, ha sempre il gentile aspetto del letto di una fanciulla appena giunta alle soglie della giovinezza. Che sogni si faranno e si saranno fatti sul basso guanciale?…
12La tenda viene alzata lentamente dalla mano di Maria; Gesù che, con le spalle voltate alla porta, in piedi, contemplava quel nido di purezza, si volge.
La prima consacrata per amore a Cristo.
Analía di Gerusalemme a sedici anni.
13«Ecco, Figlio mio. Io te la conduco. Un’agnella. E Tu sei il suo Pastore»; e Maria, che è entrata tenendo per mano una giovinetta brunetta, snella, che arrossa vivamente apparendo al cospetto di Gesù, si ritira dolcemente lasciando ricadere la tenda.
14«La pace sia a te, fanciulla».
«La pace… Signore…». La fanciulla, molto emozionata, resta senza parole, ma si inginocchia col capo verso terra.
15«Alzati. Che vuoi da Me? Non avere paura…».
«Non paura… ma… ora che ti sono davanti… dopo averlo tanto voluto… tutto quello che mi pareva facile, necessario di dirti… io non lo trovo più… non mi pare più quello… Stolta sono… perdona, mio Signore…».
16«Chiedi grazia per la Terra[88]? Hai bisogno di miracolo? Hai anime da convertire? No? E allora? Suvvia, parla! Tanto coraggio hai avuto ed or ti manca? Non sai che Io sono Colui che aumenta fortezza? Sì? Lo sai? E allora su, parla, come fossi un padre per te. Sei giovane. Quanti anni hai?»
«Sedici, Signor mio.»
17«Da dove vieni?»
«Da Gerusalemme».
18«Che nome hai?».
«Annalia…»
19«Il caro nome della nonna mia e di tante altre sante donne d’Israele, e con esso, a farne un solo, quello della buona, fedele, amorosa e mansueta moglie di Giacobbe[89]. Ti sarà augurale. Sarai sposa e madre esemplare. No? Scuoti il capo? Piangi? Sei forse stata respinta? Neppure? É morto l’uomo a te promesso? Ancor non sei stata scelta?».
La giovinetta scuote sempre il capo. Gesù fa un passo, la carezza e la forza ad alzare il capo e a guardarlo… Il sorriso di Gesù vince l’orgasmo della fanciulla. Si rinfranca.
Professione d’amore.
20«Mio Signore, io sarei sposa e felice, e per merito tuo. Non mi riconosci, mio Signore? Sono la malata di tisi, la morente fidanzata che Tu hai guarito per preghiera del tuo Giovanni… Dopo la tua grazia io… io ho avuto un altro corpo, sano questo in luogo di quello che avevo prima, morente; e ho avuto un’altra anima… Non so. Non mi sentivo più io… La gioia di essere guarita, la certezza perciò di potermi sposare – era il mio rimpianto nel morire questo non giungere ad essere sposa – non sono durate che nelle prime ore. E poi…».
21La giovinetta si fa sempre più franca, ritrova le parole e le idee perdute nello sconvolgimento di essere sola col Maestro… 22«…E poi ho sentito che non dovevo essere solo egoista, pensare solo: “Ora sarò felice”, ma che dovevo pensare a qualche cosa di più, e che venisse a Te e a Dio, tuo e mio Padre. Qualche piccola cosa, ma che dicesse che ero grata. Ho molto pensato, e quando il sabato successivo ho veduto lo sposo gli ho detto: “Ascolta, Samuele. Senza il miracolo io sarei morta fra qualche mese e per sempre mi avresti perduta. Ora io vorrei fare a Dio un sacrificio, io con te, per dire a Dio che lo lodo e ringrazio”. 23E Samuele ha detto subito, poiché mi ama: “Andiamo al Tempio insieme ad immolare la vittima”. Ma io non volevo questo. Sono povera e popolana, mio Signore. Poco so e meno posso. 24Ma attraverso la tua mano, posata sul mio petto malato, qualcosa era venuto non solo nei polmoni corrosi, ma dentro al cuore. Nei polmoni salute, nel cuore sapienza. E capivo che il sacrificio di un agnello non era il sacrificio voluto dal mio spirito che ti… che ti amava». La fanciulla tace, arrossendo, dopo questa sua professione d’amore.
25«Continua senza timore. Che voleva il tuo spirito?».
26«Sacrificarti cosa degna di Te, Figlio di Dio! E allora… e allora io pensavo che dovesse essere cosa spirituale come ciò che è da Dio, ossia il mio sacrificio di attesa alle nozze per amore di Te, mio Salvatore. 27Grande gioia le nozze, sai? Quando ci si ama è grande cosa! Un desiderio, un’ansia di compierle! Ma non ero più quella di pochi giorni avanti. Non volevo più questo come la cosa più bella… L’ho detto a Samuele… ed egli mi ha capita. Lui pure ha voluto farsi nazir per un anno, cominciando dal giorno che avrebbe dovuto esser quello nuziale, ossia il giorno dopo le calende di adar. 28Intanto è venuto alla tua ricerca per amare Chi gli aveva resa la sposa, amarlo e conoscerlo: Te. E ti ha trovato, dopo molti mesi, all’Acqua Speciosa. Io pure sono venuta… e la tua parola ha finito di cambiarmi il cuore. 29Ora non mi basta più il voto di prima… Come quel mandorlo lì fuori, che sotto il sole sempre più caldo è rinato dopo essere stato morto per mesi e ha messo fiori e poi metterà foglie e poi frutti, così io ho sempre più progredito nella sapienza di ciò che è migliore. 30L’ultima volta, ormai sicura di me e di ciò che volevo – per tutti questi mesi io ci ho pensato – l’ultima volta che sono venuta all’Acqua Speciosa Tu non c’eri più… Ti avevano cacciato. Ho pianto tanto e tanto ho pregato che l’Altissimo mi ha esaudita, persuadendo mia madre a mandarmi qui con un parente che andava a Tiberiade per parlare ai cortigiani del Tetrarca. 31Il fattore mi aveva detto che qui ti avrei trovato. Ho trovato la Madre tua… e le sue parole, solo l’udirla e starle al fianco in questi due giorni, hanno finito di maturare il frutto della tua grazia». 32La fanciulla si è inginocchiata come davanti ad un altare, con le braccia conserte sul petto.
Consacrazione all’Amore per amore.
Vivere ceme angeli, come Maria e Giovanni.
33«Va bene. Ma che vuoi di preciso? Che ti posso fare?».
«Signore, io vorrei… io vorrei una grande cosa. E Tu solo, Datore di vita e salute, me la puoi dare, perché io penso che ciò che Tu puoi dare Tu anche puoi togliere… Io vorrei che la vita, che mi hai dato, Tu me la levassi durante l’anno del voto mio, prima che esso abbia termine…».
34«Ma perché? Non sei grata a Dio della salute avuta?».
«Tanto! Senza misura! Ma per una cosa sola: perché vivendo per sua grazia e per tuo miracolo ho compreso il migliore».
35 «Che è?».
36«Che è vivere da angeli. Come tua Madre, mio Signore… come Tu vivi… come vive il tuo Giovanni… I tre gigli, le tre fiamme bianche, le tre beatitudini della Terra, Signore. 37 Sì. Perché io penso che è beatitudine possedere Dio e che Dio sia possesso dei puri. Il puro io credo sia un cielo col suo Dio al centro e gli angeli intorno… Oh! mio Signore! Questo vorrei! 38Poco ti ho udito, e poco tua Madre, e il discepolo e Isacco. Altri non ho avvicinato che mi dicessero le tue parole. Ma mi sembra che lo spirito mio sempre ti senta e Tu gli sia maestro… Ho detto, mio Signore…».
I puri sono la gioia di Gesù.
39«Annalia, molto è ciò che chiedi e molto è ciò che dài…. Figlia, hai compreso Dio e la perfezione a cui la creatura può salire per somigliare al Purissimo e per piacere al Purissimo». 40Gesù ha preso fra le sue mani la testa bruna della fanciulla inginocchiata e le parla stando curvo su lei.
41«Colui che è nato da una Vergine – perché non poteva che farsi nido su un cumulo di gigli – è nauseato, figlia, della libidine triplice del mondo, e piegherebbe schiacciato da tanta nausea se il Padre, che sa di che vive il Figlio suo, non intervenisse con amorosi aiuti a sostenere la mia anima angosciata.
42I puri sono la mia gioia. Tu mi rendi ciò che il mondo mi leva con la sua inesausta bassezza. Ne sia benedetto il Padre e te, fanciulla. Va’ tranquilla. Qualcosa interverrà a far eterno il tuo voto. Sii uno dei gigli sparsi sulle sanguinose vie del Cristo».
“Ti benedico con le fiamme dell’Eterno Amore.”
«Oh! mio Signore… io vorrei ancora una cosa…».
43«Quale?».
«Non esserci alla tua morte… Non potrei vedere morire Colui che è la mia Vita».
44Gesù sorride dolcemente e con la mano asciuga due righe di pianto che scendono sul visetto bruno. «Non piangere. I gigli non sono mai a lutto. Tu riderai con tutte le perle della tua corona angelica quando vedrai il Re coronato entrare nel suo Regno. Va’. Lo Spirito del Signore ti ammaestri fra l’una e l’altra delle mie venute. Ti benedico con le fiamme dell’eterno Amore».
45Gesù si affaccia all’orto e chiama: «Madre! Ecco una piccola figlia, tutta per te. Ora è felice. Ma tu immergila nei tuoi candori, ora e ogni volta che alla Città Santa andremo, perché sia neve di petali celesti sparsa sul trono dell’Agnello».
L’alba delle vergini.
46E Gesù torna dai suoi mentre Maria carezza la fanciulla rimanendo con lei. Pietro, Andrea e Giovanni lo guardano interrogativamente. E il viso splendente di Gesù dice loro che è felice. Pietro non si tiene e chiede: «Con chi hai parlato tanto, Maestro mio? E che udisti per essere così luminoso di gioia?».
47«Con una donna all’alba della vita; con colei che sarà l’alba di tante che verranno».
«Chi?».
48«Le vergini».
Andrea mormora, piano, a se stesso: «Non è lei…».
49«No. Non è lei. Ma non stancarti di pregare, paziente e buono. Ogni parola della tua preghiera è come un richiamo, un lume nella notte, e la sorregge e la guida».
«Ma chi aspetta mio fratello?».
50Un’anima, Pietro. Una grande miseria che egli vuole mutare in una grande ricchezza».
«E dove l’ha trovata, Andrea, che non si muove mai, non parla mai, che non ha mai iniziative?».
51«Sul mio sentiero. Vieni con Me, Andrea. Andiamo da Alfeo a benedirlo fra i suoi molti nipoti. Voi attendetemi in casa di Giacomo e Giuda. Mia Madre ha bisogno di essere lasciata sola per tutto il giorno».
52E andando così, chi di qua e chi di là, il segreto fascia la gioia della prima consacrata per amore del Cristo alla verginità.
157. La nuova missione della donna nel discorso alle discepole a Nazareth[90].
Le basi della Fraternità femminile (insegnamento).
Il gruppo delle discepole.
1Gesù è ancora a Nazaret, in casa sua. Meglio: è nell’ex-laboratorio di falegname. Con Lui sono i dodici apostoli, e inoltre vi sono Maria, Maria madre di Giacomo e Giuda, Salome, Susanna e, cosa nuova, Marta. Una Marta ben afflitta, con chiari segni di pianto sotto gli occhi. Una Marta spaesata, intimorita di essere così sola presso altre persone e presso, soprattutto, alla Madre del Signore. Maria cerca di affiatarla con le altre e di levarle quel senso di disagio di cui la sente soffrire. Ma le sue carezze sempre più sembrano gonfiare il cuore della povera Marta. Rossori e goccioloni di pianto si alternano sotto il velo molto calato sul suo dolore e sul suo disagio.
Entra Giovanni con Giacomo d’Alfeo. «Non c’è, Signore. È andata col marito ospite da un’amica. Così hanno detto i servi», dice Giovanni.
«Molto le spiacerà certo. Ma potrà sempre vederti e ricevere le tue istruzioni», termina Giacomo d’Alfeo.
Presenza di Marta.
2«Va bene. Non c’è il gruppo delle discepole così come Io lo pensavo[91]. Ma, voi lo vedete, per Giovanna assente è presente Marta, figlia di Teofilo, sorella di Lazzaro. I discepoli sanno chi è Marta. Mia Madre pure. Anche tu, Maria, e forse anche tu, Salome, già sapete dai figli vostri chi è Marta, non tanto come donna secondo il mondo, quanto come creatura agli occhi di Dio. Tu, Marta, a tua volta sai chi sono queste che ti considerano sorella e che ti ameranno tanto. Sorella e figlia. Di questo hai tanto bisogno, buona Marta, per avere anche quel conforto umano di affetti buoni che Dio non condanna, ma che ha dato all’uomo per sorreggerlo nella fatica del vivere. E Dio ti ha portata qui proprio nell’ora da Me scelta per dare la base, potrei dire il canovaccio, su cui voi ricamerete la vostra perfezione di discepole.
I discepoli cristiani.
3Discepolo vuol dire chi segue la disciplina del Maestro, della sua dottrina. Perciò in senso ampio saranno detti discepoli tutti coloro che ora, e nei secoli, seguiranno la dottrina mia. 4E, per non fare tanti nomi dicendo “discepoli di Gesù secondo l’insegnamento di Pietro o di Andrea, di Giacomo o Giovanni, di Simone o Filippo, di Giuda o di Bartolomeo o di Tommaso e Matteo”, si dirà, con un nome solo che li agglomererà sotto un unico segno, “cristiani”. 5Ma fra la grande massa dei soggetti alla mia disciplina Io ho già scelto i primi, e poi i secondi, e così sarà fatto nei secoli in memoria di Me.
Nel Tempio del Signore tutti utili.
6Come nel Tempio, e prima ancora, da Mosè[92], vi fu il Pontefice, i sacerdoti, i leviti, i preposti ai diversi servizi, uffici e incarichi, i cantori e così via, altrettanto nel mio Tempio nuovo, grande quanto tutta la Terra, duraturo come essa, vi saranno i sommi ed i minori, tutti utili, tutti a Me diletti; e 7inoltre vi saranno le donne, la categoria nuova che Israele ha sempre spregiato, confinandole ai canti verginali nel Tempio o alle istruzioni delle vergini nel Tempio. E non di più. 8Non discutete se ciò era giusto. Nella religione chiusa di Israele e nel tempo di corruccio ciò era giusto. Tutta l’onta era sulla donna, origine del peccato. Nella religione universale di Cristo e nel tempo del perdono tutto questo cambia.
Le discepole come sacerdotesse minori.
9Tutta la Grazia si è adunata in una Donna[93] ed Essa l’ha partorita al mondo perché fosse redento. La donna perciò non è più lo sdegno di Dio, ma l’aiuto di Dio. 10E per la Donna, diletta del Signore, tutte le donne possono divenire discepole del Signore non solo come la massa ma come sacerdotesse minori, coadiutrici dei sacerdoti, ai quali possono dare tanto aiuto presso gli stessi e presso i fedeli e i non fedeli, presso coloro che non li porterà a Dio tanto il ruggito della parola santa quanto il sorriso santo di una discepola mia.
11Voi mi avete chiesto di venire, come vengono gli uomini, dietro a Me. Ma venire solo, ascoltare solo, applicare solo, è troppo poco per Me, riguardo a voi. Sarebbe la vostra santificazione. Grande cosa. Ma non mi basta ancora. Io sono Figlio dell’Assoluto e dai miei prediletti voglio l’assoluto. Tutto voglio perché tutto ho dato.
Mondo tremendo in nequizia.
12Inoltre non Io solo, ma anche il mondo c’è. Questa cosa tremenda che è il mondo. Dovrebbe essere tremendo in santità: una sconfinata, in numero e potenza, santità della moltitudine dei figli di Dio. Invece è tremendo in nequizia. La sua complessa nequizia è realmente sconfinata in numero delle sue manifestazioni e in potenza di vizio. 13Tutti i peccati sono nel mondo[94], che non è più moltitudine dei figli di Dio ma è moltitudine dei figli di Satana, e soprattutto è vivo il peccato che porta il più chiaro segno della paternità sua: l’odio. Il mondo odia. Chi odia vede e vuol fare vedere, anche a chi non vede, il male anche nelle cose più sante. 14Se voi domandaste al mondo perché Io sono venuto, non vi direbbe: “Per beneficare e redimere”. Ma vi direbbe: “Per corrompere e usurpare”. 15Se voi domandaste al mondo che pensa di voi che mi seguite, esso non direbbe: “Voi lo seguite per santificarvi e dare conforto al Maestro con santità e purezza”. Ma direbbe: “Voi lo seguite perché sedotte dall’uomo”.
Avere la forza di sfidare tutto il mondo.
16Così è il mondo. E Io vi dico anche questo perché tutto misuriate prima di mostrarvi al mondo come discepole elette, le capostipiti delle discepole future, cooperatrici dei servi del Signore. 17Prendete bene il vostro cuore in mano e ditegli, a questo vostro cuore sensibile di donne, che voi, ed esso con voi, sarete derise, calunniate, sputacchiate, calpestate dal mondo, dal disprezzo, dalla menzogna, dalla crudeltà del mondo[95]. 18Chiedetegli se si sente capace di ricevere tutte le ferite senza urlare di sdegno, maledicendo coloro che lo feriscono. 19Chiedetegli se si sente capace di affrontare il martirio morale della calunnia senza giungere ad odiare i calunniatori e la Causa per cui sarà calunniato. 20Chiedetegli se, abbeverato e ricoperto del livore del mondo, saprà sempre emanare amore, 21se avvelenato di assenzio saprà spremere miele, 22se soffrendo ogni tortura di incomprensione, di scherno, di maldicenza, saprà continuare a sorridere segnando con la mano il Cielo, la sua meta, alla quale – per carità muliebre, materna anche nelle fanciulle, materna anche se data a longevi che potrebbero essere avi vostri, ma che sono pueri spirituali appena generati e incapaci di comprendere e guidarsi nella via, nella vita, nella verità, nella sapienza che Io sono venuto a dare dando Me stesso: Via, Vita, Verità, Sapienza divina – alla quale meta volete portare gli altri. Io vi amerò lo stesso anche se mi dite: “Non ne ho la forza, Signore, di sfidare tutto il mondo per Te”.
La perfezione assoluta del donarsi.
23Ieri una fanciulla mi ha chiesto che Io la immoli, prima che scocchi per lei l’ora delle nozze, – perché sente che mi ama come va amato Dio, ossia con tutta se stessa – alla perfezione assoluta del donarsi. Ed Io lo farò. Le ho nascosto l’ora perché l’anima non tremi di paura, più che l’anima la carne. La sua morte sarà simile a quella del fiore che chiude la corolla una sera, credendo aprirla ancora il giorno dopo, e non l’apre più, perché il bacio della notte ha aspirato la sua vita. E lo farò, secondo il suo desiderio, anticipando di pochi dì il suo sonno di morte dal mio. Per non farla attendere nel Limbo, questa mia prima vergine, per trovarla subito sul mio morire…
24Non piangete! Sono il Redentore… Ma questa fanciulla santa, che non si è limitata all’osanna subito dopo il miracolo ma ha saputo lavorare il miracolo come moneta messa a frutto, passando dalla gratitudine umana ad una soprannaturale, da un desiderio terreno ad uno ultraterreno, mostrando una maturazione di spirito superiore a quella di quasi tutti – dico “quasi” perché fra voi che mi udite vi sono perfezioni uguali e superiori ancora – non mi ha chiesto di seguirmi. Anzi ha mostrato desiderio di compiere la sua evoluzione da fanciulla ad angelo nel segreto della sua dimora. E pure tanto Io l’amo che nelle ore di disgusto per ciò che è il mondo Io rievocherò questa dolce creatura, benedicendo il Padre che mi asciuga lacrime e sudori, di Maestro di un mondo che non mi vuole, con questi fiori di amore e purezza.
Principali doveri delle discepole.
Missionarie delle misericordie corporali e spirituali.
25Ma se volete, se avete il coraggio di rimanere le discepole elette, ecco che Io vi segnalo il lavoro che dovete fare per giustificare la vostra presenza ed elezione presso Me e presso i santi del Signore.
26Voi potete tanto fare presso i vostri simili e verso i ministri del Signore. L’ho accennato a Maria d’Alfeo or sono molti mesi.
27Quanta necessità della donna presso l’altare di Cristo!
28Le infinite miserie del mondo possono essere curate da una donna molto più e meglio che dall’uomo, e all’uomo essere poi portate per essere completamente guarite.
29 Vi si apriranno molti cuori, e specie femminili, a voi, donne discepole. Li dovete accogliere come fossero cari figli sviati che tornano alla casa paterna e che non osano affrontare il genitore. 30Voi sarete quelle che riconfortate il colpevole e ammansite il giudicante. 31Verranno a voi molti cercando Dio. Voi li accoglierete come pellegrini stanchi dicendo: “Qui è la casa del Signore. Egli subito verrà”, e intanto li circonderete del vostro amore. Se non Io, un mio sacerdote verrà.
Missionarie dell’amore cristiano.
32La donna sa amare. E’ fatta per l’amore. Essa ha avvilito l’amore facendone fame del senso, ma in fondo alla sua carne è sempre prigioniero il vero amore, la gemma dell’anima sua: l’amore spoglio del fango acre del senso e fatto di ali e profumi angelici, fatto di fiamma pura e di ricordi di Dio, della sua provenienza da Dio, e della sua creazione fatta da Dio. La donna: il capolavoro della bontà presso il capolavoro della creazione che è l’uomo: “Ed ora si dia ad Adamo la compagna perché egli non si senta solo”[96], non deve abbandonare gli Adami. Prendete dunque questa facoltà di amare e usatela nell’amore del Cristo e per il Cristo presso il prossimo.
Missionarie della carità.
33Siate tutta carità presso i colpevoli pentiti. Dite loro di non avere paura di Dio. Come non sapreste fare questo, voi che madri o sorelle siete? Quante volte i vostri piccoli, i vostri fratellini non furono malati e bisognosi del medico! Ed avevano paura. Ma voi, con carezze e parole d’amore, avete levato questa paura e loro, con la loro manina nella vostra, si sono lasciati curare senza avere più il terrore di prima. I colpevoli sono i vostri fratelli e figli ammalati e temono la mano del medico, la sua sentenza… No. Non così. Ditelo, voi che sapete quanto è buono Iddio, che Dio è buono e non bisogna temerlo. Anche se sarà sicuro, reciso nel dire: “Non farai mai più questo”, non caccerà colui che ha già fatto e che si è ammalato. Ma lo curerà, per guarirlo.
Missionarie dell’evangelizzazione.
34Siate madri e sorelle presso i santi. Anche essi hanno bisogno di amore. Si stancheranno e si consumeranno nella evangelizzazione. A tutto quanto è da fare non potranno arrivare. Aiutateli voi, discrete e solerti. La donna sa lavorare. Nella casa, presso i deschi ed i giacigli, presso i telai e tutto quanto è necessario al vivere giornaliero. Il futuro della Chiesa sarà un continuo venire di pellegrini ai luoghi di Dio. Siatene voi le pie albergatrici, che vi assumete tutte le cose di più umile lavoro per lasciare liberi i ministri di Dio di continuare il Maestro.
Le corredentrici eroine del dolore e nel dolore.
35E poi verranno i tempi difficili, sanguinosi, feroci. I cristiani, anche i santi, avranno ore di terrore, di debolezza. L’uomo non è mai molto forte nel soffrire. La donna invece ha sull’uomo questa vera regalità del saper soffrire. Insegnatela all’uomo, sorreggendolo in queste ore di paura, di sconforto, di lacrime, di stanchezza, di sangue.
36Nella storia nostra abbiamo esempi di magnifiche donne che seppero compiere atti di audacia liberatrice. Abbiamo Giuditta, Giaele[97]. Ma credete che non una è maggiore, per ora, alla madre martire otto volte, sette nei figli e una per sé, al tempo dei Maccabei[98]. Poi ve ne sarà un’altra…
Le figlie di Maria santissima.
37Ma dopo che Lei sarà stata, spesseggeranno le donne eroine del dolore e nel dolore, le donne conforto dei martiri e martiri esse pure, le donne angeli dei perseguitati,
Le figlie della Divina Volontà e del Vangelo eterno[99].
38le donne, mute sacerdotesse che predicheranno Dio col loro modo di vivere e che, senza altra consacrazione che quella avuta dal Dio Amore, saranno, oh! saranno consacrate e degne d’esserlo.
39Questi, per linee molto schematiche, i vostri principali doveri. Io non avrò molto tempo da dedicare a voi in particolare. Ma vi formerete udendomi.
Sotto la guida perfetta di Maria.
“Seguite da ora in poi ogni suo consiglio”.
40E più vi formerete sotto la guida perfetta della Madre mia.
41Ieri questa mano materna (e Gesù prende nella sua la mano di Maria) mi ha condotto la fanciulla di cui vi parlai, ed ella mi disse che solo udirla e starle al fianco per poche ore era servito a maturare il frutto della grazia avuta, portandolo alla perfezione. Non è la prima volta che mia Madre lavora per il Cristo suo Figlio. 42Tu e tu, miei discepoli, nonché cugini, sapete cosa sia Maria per la formazione delle anime a Dio e lo potete dire a quelli o a quelle che temeranno di non essere stati preparati da Me alla missione o di esserlo ancora insufficientemente quando Io non sarò più fra voi. 41Ella, la Madre mia, sarà con voi, ora, nelle ore in cui Io non sarò fra voi, e dopo, quando non sarò più fra voi. Ella vi resta, e con Lei resta la Sapienza in tutte le sue virtù[100]. Seguite da ora in poi ogni suo consiglio.
Quando è dolce essere la Madre del Redentore.
43Ieri sera, quando fummo soli, Io seduto vicino a Lei come quando ero bambino, col capo sulla sua spalla così dolce e così forte, mia Madre mi ha detto – avevamo parlato della fanciulla partita nelle prime ore del pomeriggio con un sole, più radioso di quello del firmamento, chiuso nel suo cuore verginale: il suo segreto santo – mi ha detto: 44“Come è dolce essere la Madre del Redentore!”. Sì, come è dolce quando la creatura che viene al Redentore è già una creatura di Dio, una in cui è solo la macchia d’origine che non può essere lavata altro che da Me. Tutte le altre piccole macchie di imperfezione umana le ha lavate l’amore.
Quando è difficile essere la Madre del Redentore.
45Ma, dolce Madre mia, purissima Guida delle anime al tuo Figlio, Stella santa di orientamento, Maestra soave di santi, pietosa Nutrice dei minimi, salutare Cura degli infermi, non sempre a te verranno queste creature che non ripugnano alla santità… Ma lebbre, ma orrori, ma lezzo, ma groviglio di serpi intorno ad immonde cose, strisceranno fino ai tuoi piedi, o Regina del genere umano, per gridarti: “Pietà! Soccorrici! Portaci al tuo Figlio!”, e dovrai mettere questa tua mano di candore sulle piaghe, chinarti con i tuoi sguardi di colomba paradisiaca sulle deformità infernali, aspirare il lezzo del peccato, e non fuggire. Ma anzi raccoglierti sul cuore questi mutilati da Satana, questi aborti, questi putridumi, e lavarli col pianto, e portarli a Me… E allora dirai: “Come è difficile essere la Madre del Redentore!”. Ma tu lo farai perché sei la Madre… Io bacio e benedico queste tue mani dalle quali verranno a Me tante creature, ed ognuna sarà una mia gloria. Ma, prima che mia, una tua gloria sarà, Madre santa.
46Voi, discepole care, seguite l’esempio della Maestra mia e di Giacomo e Giuda, e di tutti coloro che vogliono formarsi nella grazia e nella sapienza. Seguite la sua parola. É la mia, fatta più dolce. Nulla vi è da aggiungere ad essa perché è la parola della Madre della Sapienza.
Esempio delle donne discepole.
47E voi, amici miei, sappiate avere delle donne l’umiltà e la costanza, e abbattendo la superbia del maschio non spregiate le donne discepole, ma temperate la vostra forza, e potrei dire anche la vostra durezza e intransigenza, al contatto della dolcezza delle donne. E soprattutto imparate da esse ad amare, credere e soffrire per il Signore, perché in verità vi dico che esse, le deboli, diverranno le più forti nella fede, nell’amore, nell’osare, nel sacrificarsi per il Maestro loro che amano con tutte loro stesse, senza nulla chiedere, senza nulla pretendere, paghe solo di amare per darmi conforto e gioia. 47Andate ora alle vostre case o presso le case dove siete ospitati. Io resto con mia Madre. Dio sia con voi».
Vanno via tutti, meno Marta.
La missione di Marta.
48«Resta, tu, Marta. Già ho parlato col servo tuo. Oggi non è Betania che ospita. Ma la piccola casa di Gesù. Vieni. Mangerai a fianco di Maria e dormirai nella cameretta presso la sua. Lo spirito di Giuseppe, il conforto nostro, conforterà te mentre riposerai, e domani tornerai a Betania più forte e sicura, a preparare anche là donne discepole, in attesa di quella a Me e a te più cara. Non dubitare, Marta. Io non prometto mai invano. Ma per fare di un deserto pieno di vipere un boschetto di paradiso ci vuole tempo… Il primo lavoro non si vede. Sembra che nulla sia avvenuto. Invece il seme è già deposto. I semi. Tutti. E poi verrà il pianto a fare da pioggia che apre i semi… E gli alberi buoni verranno… Vieni!… Non piangere più!».
158. Sul lago di
Genezaret con
Giovanna di Cusa[101].
Chi ha fede nel Messia sarà sempre sollevato.
Primavera palestinese.
1Gesù è sul lago, sulla barca di Pietro, dietro altre due barche: una, la comune barca da pesca, gemella a quella di Pietro; l’altra, una barca snella, ricca, da diporto. É la barca di Giovanna di Cusa. Ma la padrona della stessa non è nella sua barca. É ai piedi di Gesù, nella rustica barca di Pietro.
2Direi che il caso li ha riuniti in qualche punto della sponda fiorita di Genezaret, bellissima in questa prima apparizione della primavera palestinese, che sparge le sue nuvole di mandorli in fiore e mette perle di futuri fiori sui peri e meli, melograni, cotogni, tutti, tutti gli alberi più ricchi e gentili nel fiore e nel frutto. Quando la barca rasenta una sponda al sole, già si svelano i milioni di bocci che gonfiano sui rami, in attesa di fiorire, mentre sfarfallano per l’aria quieta, fino a posarsi sulle onde chiare, i petali dei mandorli precoci. 3Le sponde, fra l’erba nuova che pare una seta di un verde lieto, sono costellate degli occhi d’oro dei ranuncoli, delle stelle raggiate delle margheritine, e presso a queste, rigidi sul loro stelo come piccole regine incoronate, sorridono lievi, placidi come indi di bambini, i miosotis sottili, azzurrini, gentili tanto, e pare dicano «sì, sì» al sole, al lago, alle erbe sorelle, che sono felici di fiorire e di fiorire sotto gli occhi ceruli del loro Signore.
4In questo inizio di primavera il lago non ha ancora quell’opulenza che lo farà un trionfo nei mesi successivi, non ha ancora quella pompa sontuosa, direi sensuale, dei mille e mille rosai rigidi o flessuosi che fanno ciuffo nei giardini o velo ai muri, dei mille e mille corimbi dei citisi e delle acacie, delle mille e mille schiere delle tuberose in fiore, delle mille e mille stelle cerate degli agrumi, di tutto questo fondersi di colori, di profumi violenti, molli, inebrianti, che fanno quadro e sprone alla smania umana di godere che profana, troppo profana quest’angolo di terra, così puro, che è il lago di Tiberiade, il luogo scelto dai secoli per essere teatro del più gran numero di prodigi del Signore Gesù nostro.
Giovanna legge il pensiero di Gesù.
5Giovanna guarda Gesù assorto nella grazia del suo lago galileo e il volto di lei sorride ripetendo come specchio fedele il sorriso di Lui. Nelle altre barche si parla. Qui vi è silenzio. Unico rumore, il rumore sordo dei piedi nudi di Pietro e Andrea, che regolano le manovre della barca, e il sospiro dell’acqua rotta dalla prua e sussurrante il suo dolore ai fianchi della nave per poi mutarsi in riso a poppa, quando la ferita si rimargina in una argentea scia che il sole accende come fosse di polvere diamantina.
6Infine Gesù lascia la sua contemplazione e volge lo sguardo sulla discepola. Le sorride. Le chiede: «Siamo quasi giunti, non è vero? E tu dirai che il tuo Maestro è un compagno molto poco amabile. Non ti ho detto una parola».
«Ma io le ho lette sul tuo viso, Maestro, e ho sentito tutto quanto Tu dicevi a queste cose che ci stanno intorno».
7«Che dicevo, allora?».
«Amate, siate puri, siate buoni. Perché venite da Dio, e dalla sua mano nulla è uscito di malvagio e di impuro».
8«Hai letto bene».
«Ma, Signor mio, le erbe ancora lo faranno. E lo faranno gli animali. L’uomo… Perché non lo fa, egli, il più perfetto?».
9«Perché il dente di Satana è solo entrato nell’uomo. Ha preteso demolire il Creatore nel suo prodigio più grande, più simile a Lui».
Le preoccupazioni di Giovanna.
10Giovanna china il capo e pensa. Pare una che tergiversi e soppesi due opposte volontà. Gesù la osserva. Infine alza la testa e dice: «Signore, sdegneresti avvicinare delle amiche mie, pagane? Tu sai… Cusa è della Corte. E il Tetrarca – e più ancora la vera padrona della Corte, Erodiade, alla cui volontà si piega ogni desiderio d’Erode, per… moda, per mostrarsi più fini degli altri palestinesi, per essere protetti da Roma adorando Roma e tutto ciò che è romano – amoreggia con i romani della casa proconsolare… e quasi ce li impone. 11In vero devo dire che non sono donne peggiori di noi. Anche fra noi, e su queste stesse rive, ve ne sono alcune scese bene in basso. E che possiamo parlare se non parliamo per Erodiade?… Quando persi la mia creatura e fui malata, furono molto buone con me che non le avevo cercate. E, dopo, l’amicizia è rimasta. Ma se Tu mi dici che è male, la sciolgo. No? Grazie, Signore. 12Ieri l’altro io ero da una di queste amiche. Visita di amicizia la mia, di dovere da parte di Cusa. Era ordine del Tetrarca che… vorrebbe tornare qui e che non si sente sicuro troppo e allora… annoda più interessati vincoli con Roma per avere tutelate le spalle. 13Anzi… ti prego… Tu sei parente del Battista. Non è vero? Digli allora di non fidarsi troppo. Non esca mai dai confini della Samaria. Ma anzi, se non ne ha sdegno, vi si infoschi per qualche tempo. La serpe si fa vicina all’agnello e l’agnello ha molto da temere. Di tutto. Stia sull’avviso, Maestro. E che non si sappia che io l’ho detto. Sarebbe la rovina di Cusa».
14«Sta’ tranquilla, Giovanna. Avvertirò il Battista con un mezzo che servirà senza far danno».
«Grazie, Signore. Io ti voglio servire… ma non vorrei con questo nuocere al mio sposo. Anzi… io… non potrò sempre venire con Te. Delle volte dovrò rimanere, perché egli lo vuole, ed è giusto…».
15«Vi starai, Giovanna. Capisco tutto. Non dire di più, ché non necessita».
«Però nelle ore per Te più pericolose mi vorrai vicina?».
16 «Sì, Giovanna. Certamente».
«Oh! questa cosa come mi pesava a doverla dire e a dirla! Ma ora sono sollevata…».
17«Se avrai fede in Me sarai sempre sollevata. Ma tu parlavi di una tua amica romana…».
Commenti su Gesù.
18«Sì. Ella è molto intima di Claudia e credo debba essere sua parente. E vorrebbe parlare con Te, per lo meno sentirti parlare. E non è sola. Ora poi che Tu hai guarito la bambina di Valeria, e la notizia è venuta rapida come il baleno, in loro è ancora più vivo il desiderio. 19Nel banchetto dell’altra sera vi erano molte voci in pro e in contro a Te. Perché erano presenti anche degli erodiani e dei sadducei… per quanto, a chiederlo loro, lo negherebbero… e c’erano anche donne… ricche e… e non oneste. 20C’era… mi spiace dirlo perché so che Tu sei amico del fratello… ma c’era Maria di Magdala col suo nuovo amico e un’altra donna, greca io credo, e licenziosa quanto lei. Sai… presso i pagani le donne sono a tavola con gli uomini e ciò è molto… molto… Che disagio! La gentilezza dell’amica mia mi ha scelto a compagno il mio stesso sposo e ciò mi ha sollevata molto. Ma le altre… oh! … 21Ebbene… si parlava di Te perché il miracolo su Faustina ha fatto rumore e se i romani ammiravano in Te il grande medico o mago – perdona, Signore – gli erodiani e i sadducei gettavano veleno sul tuo Nome, 22e Maria, oh! Maria! che orrore!… Ha principiato con lo scherno e poi… No, questo non te lo voglio dire. Ne ho pianto tutta la notte…».
23«Lasciala fare. Guarirà».
«Ma sta bene, sai?».
24«Nella carne. Il resto è tutto intossicato. Guarirà».
«Tu lo dici… Le romane, sai come sono… hanno detto: “Noi non temiamo stregonerie, né crediamo alle fole. Vogliamo giudicare da noi”; e dopo, a me, hanno detto: “Non potremmo sentirlo?”».
Un mondo da rifare.
25«Di’ loro che alla fine della luna di scebat Io sarò in casa tua».
«Lo dirò, Signore. Credi che verranno a Te?».
26«Vi è un mondo da rifare in loro. Prima occorre distruggere e poi edificare. Ma non è cosa impossibile. Giovanna, ecco la tua casa, col suo giardino. In essa lavora per il Maestro tuo, come ti ho detto. Addio, Giovanna. Il Signore sia con te. Ti benedico in suo nome».
La barca accosta. Giovanna prega: «Non vieni proprio?».
27«Non ora. Ho da risvegliare le fiamme. In pochi mesi di assenza si sono quasi spente. E il tempo vola».
28La barca si ferma al piccolo seno che penetra nel giardino di Cusa. Servi accorrono per aiutare la padrona a scendere. La barca padronale succede a quella di Pietro al pontile, dopo che Giovanni, Matteo, l’Iscariota e Filippo ne sono usciti salendo su quella di Pietro, che poi lenta si stacca e riprende il suo navigare verso la sponda opposta.
159. Discorso a
Gherghesa sulla sincerità nella fede. La risposta sul digiuno
ai discepoli del Battista[102].
La fedeltà a Dio(Discorso messianico).
Ambientazione.
1Gesù parla in una città che non ho mai vista. Così almeno mi pare, perché su per giù sono tutte uguali nello stile ed è difficile differenziarle a prima vista. Anche qui una strada bordeggia il lago e barche sono tratte a riva. Case e casette sono allineate oltre la via, ma le colline sono qui molto più arretrate e perciò la cittadina è in una ridente pianura che si prolunga sulle rive orientali del lago, rimanendo al riparo dai venti per il baluardo dei colli, ed è perciò tutta tiepida di sole che qui, più ancora che nelle altre campagne, aumenta la fioritura degli alberi.
Il pensiero umano è mutevole.
2Pare che il discorso sia incominciato, perché Gesù dice: E’ vero. Voi dite: “Non ti abbandoneremo mai perché abbandonare Te sarebbe abbandonare Dio”. Ma, o popolo di Gherghesa, ricorda che nulla è più mutevole del pensiero umano. Io sono convinto che in questo momento realmente voi siete di questo pensiero. La mia parola e il miracolo avvenuto vi hanno esaltato in questo senso, e in questo momento siete sinceri in quanto dite. Ma vi ricordo un episodio, mille ne potrei citare di lontani e vicini. Vi cito questo solo.
I figli di Dio e i paganizanti.
3Giosuè[103], servo del Signore, avanti di morire adunò intorno a sé tutte le tribù coi loro seniori, principi, giudici e magistrati e parlò loro al cospetto del Signore, ricordando tutti i benefici e i prodigi fatti dal Signore attraverso il suo servo. E dopo avere enumerato tutte queste cose, li invitò a ripudiare ogni dio che non fosse il Signore o quanto meno ad essere schietti nella fede, scegliendo con sincerità o il vero Dio o gli dèi di Mesopotamia e degli Amorrei, di modo che fosse una netta separazione fra i figli di Abramo ed i paganizzanti.
4Meglio sempre un coraggioso errore ad una ipocrita professione e mescolanza di fedi, che è obbrobrio a Dio e morte agli spiriti. E nulla è di più facile e comune di queste mescolanze. L’apparenza è buona; sotto essa è la sostanza non buona. 5Tuttora, figli. Tuttora. Quei fedeli che mescolano l’osservanza della Legge con ciò che la Legge proibisce, quei disgraziati che tentennano come ubbriachi fra la fedeltà alla Legge e l’utilità di mercati e compromessi coi fuori legge dai quali sperano un utile, 6quei sacerdoti o scribi o farisei che non fanno più del servizio di Dio lo scopo della loro vita, ma un’astuta politica per trionfare sugli altri, e tutto potere contro gli altri più onesti, perché sono i servi non di Dio ma di un potere che sanno forte e sanno prezioso ai loro scopi, non sono che ipocriti che mescolano il Dio nostro con dèi stranieri.
Dio può punire come può beneficare.
7Il popolo rispose a Giosuè: “Non sia mai che noi si abbandoni il Dio vero per servire dèi stranieri”. Giosuè disse loro ciò che Io testé vi ho detto sulla santa gelosia del Padre, sulla sua volontà di essere amato esclusivamente con tutto noi stessi, della sua giustizia nel punire coloro che sono mendaci. 8Punire! Dio può punire come può beneficare. Non occorre essere morti per avere premio o castigo. Guarda, o popolo ebreo, se Dio, dopo averti tanto dato, liberandoti dai Faraoni, portandoti in salvo attraverso il deserto e le insidie dei nemici, permettendoti di divenire grande e temuta nazione ricca di glorie, non ti ha poi e una, e due, e dieci volte, punito per le tue colpe! Guarda che sei divenuto ora! 9E, Io che vedo te precipitare nella più sacrilega delle idolatrie, vedo anche in quale baratro stai per precipitare per questo tuo perseverare sempre nelle stesse colpe. 10E ti richiamo per questo, popolo che sei due volte mio per essere Io il Redentore e per essere nato da te. Non è odio, non è rancore, non è intransigenza. E’ amore questo mio richiamo, anche se è severo.
Il Messia è la Pietra Angolare ed Eterna.
11Giosuè disse allora: “Ne siete testimoni: voi avete scelto il Signore”, e tutti risposero: “Si”. E Giosuè, il saggio oltre che il prode, sapendo quanto è labile la volontà dell’uomo, scrisse sul libro tutte le parole della Legge e dell’alleanza e pose queste nel tempio e anche, in questo santuario del Signore, in Sichem, che conteneva per l’occasione il Tabernacolo, pose una grande pietra a testimonianza dicendo: “Questa pietra che ha sentito le vostre parole al Signore resterà qui per testimonianza, affinché non possiate negare e mentire al Signore Dio vostro”.
12Una pietra, per grande e per dura che sia, può sempre essere polverizzata dall’uomo, dal fulmine o dall’erosione delle acque e del tempo. Ma Io sono la Pietra angolare ed eterna[104]. E non posso subire distruzione. Non mentite a questa Pietra viva. Non amatela solo perché fa prodigi. Amatela perché per essa toccherete il Cielo. 13Io vi vorrei più spirituali, più fedeli al Signore. Non dico a Me. Io non sono che perché sono la Voce del Padre. Calpestando Me ferite Colui che mi ha mandato. Io sono il mezzo. Egli il Tutto. 14Raccogliete da Me e conservate in voi quanto è santo per raggiungere questo Dio. Non amate l’Uomo, amate il Messia del Signore non per i miracoli che fa, ma perché vuole fare in voi il miracolo intimo e sublime della vostra santificazione».
Evangelizzazione.
I discepoli di Giovanni.
15Gesù benedice e si avvia verso una casa. É quasi sulla soglia quando viene fermato da un gruppo di uomini anziani che lo salutano con rispetto, dicendo: «Possiamo interrogarti, Signore? Siamo discepoli di Giovanni e, poiché egli sempre parla di Te, ed anche perché ci è giunta fama dei tuoi prodigi, abbiamo avuto volontà di conoscerti. Ora, nell’udirti, ci si è presentata una domanda da farti».
16«Ditela. Se siete discepoli di Giovanni, sarete già sulla via della giustizia».
«Tu hai detto, parlando delle idolatrie comuni nei fedeli, che vi sono persone fra noi che mercanteggiano “fra la Legge e quelli fuori Legge. Tu pure però sei amico di loro. Sappiamo che non sdegni i romani. Allora?»
17«Non lo nego. Ma però potete voi dire che lo faccio per averne un utile? Potete dire che li accarezzo per averne anche soltanto protezione?».
«No, Maestro. E ne siamo più che certi. Ma il mondo non è fatto di noi soli che vogliamo credere solo al male che vediamo e non anche a quello che ci viene detto. Ora di’ a noi le ragioni che rendono plausibile l’avvicinarsi ai gentili. Per nostra guida e per tua difesa, se qualcuno ti calunnia in nostra presenza».
Tutti sono figli di Dio.
18«É male avere contatti quando se ne fa scopo umano. Non è male quando si avvicinano per portarli al Signore Iddio nostro. Io così faccio. Foste dei gentili, potrei attardarmi a spiegarvi come ogni uomo viene da un unico Dio. Ma voi siete ebrei e discepoli di Giovanni. Siete perciò il fiore degli ebrei, e non necessita che Io vi spieghi questo. Potete dunque capire e credere che è mio dovere, essendo il Verbo di Dio, di portare il suo verbo a tutti gli uomini, figli del Padre universale».
«Ma loro non sono figli perché pagani…».
19«Per la Grazia non lo sono. Per l’errata fede non lo sono. E’ vero. Ma fino a quando non vi avrò redenti, l’uomo, anche l’ebreo, avrà perduto la Grazia, ne sarà privo, perché la Macchia d’origine fa impedimento al raggio ineffabile della Grazia di scendere nei cuori. 20Ma per la creazione l’uomo è sempre figlio. Da Adamo, capostipite di tutta l’umanità, vengono tanto gli ebrei che i romani, e Adamo è figlio del Padre che gli dette la sua somiglianza spirituale».
A nuovi tempi, nuovi metodi.
Questione sul digiuno (Mt 9,14; Mc 2,18; Lc 5,33)[105].
21«E’ vero. Un’altra domanda, Maestro. Perché i discepoli di Giovanni fanno grandi digiuni e i tuoi no? Non diciamo che Tu non debba mangiare. Anche il profeta Daniele fu santo agli occhi di Dio pur essendo grande alla corte di Babilonia, e Tu sei da più di lui. Ma essi…».
Il tempo del digiuno (Mt 9,15; Mc 2,19-20; Lc 5,34)[106].
22«Quanto molte volte non si ottiene con un rigorismo si ottiene con una cordialità. Vi sono esseri che non verrebbero mai al Maestro, e deve andare il Maestro a loro. Altri ve ne sono che andrebbero al Maestro, ma si vergognano di andarvi fra la folla. Anche a questi deve andare il Maestro. E poiché mi dicono: “Sii mio ospite perché io ti possa conoscere”, Io vado, tenendo presente non il godimento della mensa opulenta e dei discorsi talora così penosi per Me, ma ancora e sempre l’interesse di Dio. Questo per Me. 23E poiché spesso almeno una delle anime che accosto in tal modo si converte, e ogni conversione è una festa di nozze per la mia anima, una grande festa alla quale prendono parte tutti gli angeli del Cielo e alla quale benedice l’eterno Iddio, così i miei discepoli, gli amici di Me-Sposo, giubilano con lo Sposo e Amico. 24Vorreste vedere gli amici in duolo mentre Io giubilo? Mentre Io sono con loro? Ma il tempo verrà che non mi avranno più. E allora faranno gran digiuno.
A nuovi tempi, nuovi metodi (Mt 9,16-17; Mc 2,21-22; Lc 5,36-39)[107].
25A nuovi tempi, nuovi metodi. Fino a ieri, al Battista, era la cenere della Penitenza. Oggi, nel mio oggi, è la dolce manna della Redenzione, della Misericordia, dell’Amore. Non potrebbero quei metodi stare innestati nel mio, come non potrebbe esser stato il mio usato allora, solo ieri. Perché ancora la Misericordia non era sulla Terra. Ora c’è. Non più il Profeta, ma il Messia, a cui tutto è deferito da Dio, è sulla Terra. Ad ogni tempo le cose ad esso utili. 26Nessuno cuce un pezzo di panno nuovo su un vestito vecchio, perché altrimenti, specie nel lavarlo, la stoffa nuova si restringe e rompe la stoffa vecchia e lo strappo diviene ancora più largo. 27Ugualmente nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, perché se no il vino rompe gli otri incapaci di sopportare l’effervescenza del nuovo vino, e questo si sparge fuor dagli otri che ha schiantati. Ma il vino vecchio, che già ha fatto tutte le sue mute, va messo in vecchi otri, e il nuovo in nuovi. Perché una forza sia affrontata da un’altra uguale. 28Così ora. La forza della nuova dottrina consiglia metodi nuovi per diffonderla. Ed Io, che so, li uso».
«Grazie, Signore. Ora siamo contenti. Prega per noi. Siamo otri vecchi. Potremo contenere la tua forza?».
29«Sì. Perché vi ha conciati il Battista, e perché le sue preghiere, con le mie, vi renderanno capaci di tanto. Andate con la mia pace e dite a Giovanni che Io lo benedico».
Il vino vecchio e il vino nuovo (Lc 5,39)[108].
«Ma… secondo Te è meglio per noi stare col Battista o con Te?».
30«Finché c’è vino vecchio, bere di quello se piace ormai al palato il suo sapore. Dopo… poiché l’acqua putrida che è ovunque vi farà schifo, amerete il vino nuovo».
«Credi che il Battista sarà ripreso?».
31«Sicuramente. Ho già mandato a lui un avviso. Andate, andate. Godete del vostro Giovanni finché potete e fatelo felice. Poi amerete Me. E vi sarà faticoso anche… 32perché nessuno che abbia fatto abboccato al vino vecchio desidera d’un tratto il vin nuovo. Dice: “Il vecchio era più buono”. 33E infatti Io avrò sapori speciali, che vi parranno aspri. Ma ne gusterete giorno per giorno il vitale sapore. Addio, amici. Dio sia con voi».
160. Incontro con Gamaliele sulla strada da Neftali a Giscala[109].
Buona e cattiva volontà.
Ambientamento.
1«Maestro! Maestro! Ma non sai chi è avanti a noi? Vi è rabbi Gamaliele! Seduto coi suoi servi, in una carovana, fra l’ombra del bosco, al riparo dai venti! Stanno cuocendo un agnello. E ora? Che facciamo?».
2«Ma quello che volevamo fare, amici. Noi andiamo per la nostra via…».
«Ma Gamaliele è del Tempio».
3«Gamaliele non è un perfido. Non abbiate paura. Vado avanti Io».
«Oh! vengo anche io» dicono insieme i cugini e tutti i galilei e Simone. Solo l’Iscariota e, un po’ meno, Tommaso, mostrano poca voglia di procedere. Ma seguono gli altri.
4Qualche metro ancora per una strada montagnosa infossata fra le pareti boscose del monte. E poi la strada piega e sbocca in una specie di pianoro che traversa allargandosi, per poi tornare stretta e tortuosa sotto il suo tetto di rami intrecciati. Nella radura soleggiata, ma nello stesso tempo ombreggiata dalle prime foglie del bosco, molta gente è sotto una ricca tenda, e altra si dà da fare in un angolo per girare l’agnello sulla fiamma.
Rabbi Gamaliele.
5Non c’è che dire! Gamaliele si trattava bene. Per un uomo che viaggia, lui, ha messo in moto un reggimento di servi e smosso non so quanti mai bagagli. Ora è là seduto, al centro della sua tenda: un telo steso su quattro bastoni dorati, una specie di baldacchino sotto cui sono sedili bassi coperti di cuscini e una tavola montata su caprette intarsiate, coperta da una finissima tovaglia sulla quale i servi dispongono le stoviglie preziose.
6Gamaliele pare un idolo. Con le mani aperte sulle ginocchia, rigido, ieratico, mi sembra una statua. Intorno a lui i servi volteggiano come farfalloni. Ma lui non se ne occupa. Pensa, con le palpebre piuttosto abbassate sugli occhi severi, e quando le alza i due scurissimi occhi fondi e pieni di pensiero si mostrano in tutta la loro severa bellezza ai lati del lungo naso sottile e sotto la fronte un poco calva di vecchio, alta, segnata da tre rughe parallele e sulla quale una vena grossa, bluastra, mette quasi un V al centro della tempia destra.
La buona volontà di Gamaliele.
7Lo scalpiccìo dei sopravvenienti fa volgere i servi. E anche Gamaliele si volge. Vede Gesù avanzarsi per il primo e fa un atto di sorpresa. Si alza in piedi e va sul limitare della tenda. Non oltre. Ma da lì fa un profondo inchino con le braccia incrociate sul petto. Gesù risponde con lo stesso modo.
«Qui sei, Rabbi?» Chiede Gamaliele.
8«Qui sono, rabbi» risponde Gesù.
«E’ lecito chiederti dove vai?».
9«Mi è caro risponderti. Da Neftali vengo, diretto a Giscala».
«A piedi? Ma è lunga e penosa via per questi monti. Ti stanchi troppo».
10«Credimi. Se sono accettato e ascoltato mi si cancella ogni stanchezza».
10«Allora… concedimi per una volta di essere io quello che ti cancella la stanchezza. L’agnello è pronto. Avremmo lasciato i resti agli uccelli perché non uso portare dietro gli avanzi. Vedi che non mi disturba offrirtelo e con Te ai tuoi segnaci. Ti sono amico, Gesù. Non ti credo inferiore a me, ma più grande».
11«Lo credo. E accetto».
12Gamaliele parla ad un servo che sembra il primo in autorità, e questo passa l’ordine, e la tenda viene prolungata e vengono scaricati dai molti muli altri sedili per i discepoli di Gesù e altre stoviglie. 13Portano le coppe per purificarsi le dita. Gesù, con la massima signorilità, procede al rito mentre gli apostoli, sbirciati acutamente da Gamaliele, lo fanno alla meno peggio, meno Simone, Giuda di Keriot, Bartolomeo, Matteo, più rotti alle raffinatezze giudaiche. 14Gesù è al fianco di Gamaliele che è solo su un lato della tavola. Di fronte a Gesù, lo Zelote. Dopo la preghiera di offerta, che Gamaliele dice con lentezza solenne, i servi scalcano l’agnello e lo spartiscono fra gli ospiti, e empiono le coppe di vino o di acqua melata per chi la preferisce.
Cattiva volontà del vecchio Sraele.
«Il caso ci ha riuniti, Rabbi. Non credevo proprio di trovarti e diretto a Giscala».
15«Sono diretto a tutto il mondo».
«Sì. Sei il Profeta instancabile. Giovanni è lo stabile. Tu sei il peregrinante».
16«Più facile perciò alle anime di trovarmi».
«Non direi. Nello spostarti Tu le disorienti».
17«Disoriento i nemici. Ma coloro che mi vogliono, perché amano la Parola di Dio, mi trovano. Non tutti possono venire al Maestro. E il Maestro, che vuole tutti, va a loro, beneficando così i buoni e stornando le congiure di chi mi odia».
«Per me lo dici? Io non ti odio»
18«Non per te. Ma poiché sei giusto e sincero puoi dire che Io dico ciò che è vero».
«Sì. Così è. Ma… vedi… È che noi vecchi ti comprendiamo male».
19«Sì. Il vecchio Israele mi comprende male. Per sua sventura… e per sua volontà».
«Nooo!».
20«Si, rabbi. Non applica la sua volontà ad intendere il Maestro. E chi si limita a questo fa male, ma un male relativo. Molti invece applicano la loro volontà ad intendere male e a travisare il mio verbo per nuocere a Dio».
«A Dio? Esso è al disopra delle insidie umane».
21«Sì. Ma ogni anima che si travia o che viene traviata – ed è traviamento lo svisare a se stessi o agli altri la mia parola e la mia opera – nuoce a Dio nell’anima che si perde. Ogni anima che si perde è una ferita[110] fatta a Dio».
Gamaliele china il capo e pensa ad occhi chiusi. Poi si stringe la fronte fra le lunghe e magre dita, con un movimento involontario di pena. Gesù lo scruta. Gamaliele alza il capo, apre gli occhi, guarda Gesù e dice: «Però Tu sai che io non sono di questi».
Parabola delle rovine ciclopiche.
22«Lo so. Ma sei dei primi».
«Oh! È vero! Ma non è che io non mi applichi a capirti. È che la tua parola si ferma nella mia mente e non scende oltre. La mente l’ammira come parola di un dotto e lo spirito…».
23«E lo spirito non può riceverla, Gamaliele, perché è ingombro di troppe cose. E cose rovinate. 24Poco fa, venendo da Neftali a questa volta, sono passato per un monte che sporge dalla catena. Mi è piaciuto passare di lì per vedere il bello dei due laghi di Genezaret e di Meron visti dall’alto, come li vedono le aquile e gli angeli del Signore, per dire ancora una volta: “Grazie, Creatore, del bello che Tu ci concedi”. 25Ebbene, mentre tutta la montagna è in un fertile fiorire, incespire, fogliare di prati, di frutteti, di campi, di boschi, e i lauri odorano presso gli ulivi, preparando già la neve dei mille fiori, e anche il robusto rovere pare farsi più buono perché si veste delle corone delle vitalbe e dei madreselva… 26ecco che là non vi è fioritura, non fertilità, né d’uomo né di natura. Ogni fatica dei venti, ogni fatica degli uomini abortiscono là, perché le rovine ciclopiche dell’antica Hatzor ingombrano tutto e non può, fra pietrone e pietrone, che crescere l’ortica e il rovo e annidarsi il serpente. Gamaliele…».
«Ti capisco. Noi pure siamo macerie… Capisco la parabola, Gesù. Ma… non posso… Non posso fare diversamente. Le pietre sono troppo profonde».
27«Uno in cui credi ti ha detto: “Le pietre fremeranno alle mie ultime parole”. Ma perché attendere le ultime parole del Messia? Non ne avrai rimorso di non avermi voluto seguire prima? Le ultime!… Tristi parole anche per quelle di un amico che muore e che siamo andati ad ascoltare troppo tardi.Ma le mie sono da più delle parole di un amico».
«Hai ragione… Ma non posso. Aspetto quel segno per credere».
28«Quando un terreno è desolato non basta un fulmine a dissodarlo. Non lo riceve il terreno. Ma le pietre che lo coprono. Lavora almeno a rimuoverle, Gamaliele. Altrimenti, se saranno così, nel profondo di te, il segno non ti porterà a credere».
Andando verso la tomba di Hillele.
29Gamaliele tace, assorto. Il pasto ha fine. Gesù si alza e dice: «Io ti rendo grazie, mio Dio, e del pasto e dell’aver potuto parlare al saggio. E grazie a te, Gamaliele».
«Maestro, non andare così. Temo che Tu sia con me adirato».
30«Oh! no! Mi devi credere».
«Allora non andare. Io vado alla tomba di Hillele. Sdegneresti venire con me? Faremo presto perché ho muli e asini per tutti. Non faremo che liberarli dai basti che porteranno i servi. E ti si accorcerà la strada nel pezzo più penoso».
31«Di venire con te e sulla tomba di Hillele non ne ho sdegno ma onore. Andiamo pure».
Gamaliel studia ogni moto di Gesù.
32Gamaliele dà ordini e, mentre tutti lavorano a smontare la temporanea sala da pranzo, e il rabbino montano a cavallo di una mula e a fianco l’uno dell’altro vanno avanti per la strada erta, silenziosa, su cui suonano forte gli zoccoli ferrati.
33Gamaliele tace. Solo due volte chiede a Gesù se è comodo in sella. Gesù risponde e tace poi, assorto nel suo pensiero. Tanto da non vedere che Gamaliele, trattenendo un poco la sua mula, lo lascia passare avanti di tutta una incollatura per studiarne ogni moto. Gli occhi del vecchio rabbino paiono occhi di falco che guatino la preda tanto sono attenti e fissi.
La natura è la Bibbia vivente.
Il libro vivente di Gesù.
34Ma Gesù non se ne avvede. Va calmo, secondando il passo ondulante della cavalcatura, pensa, e pure coglie ogni aspetto di ciò che gli è intorno. Allunga una mano per cogliere un pendulo grappolo di citiso d’oro, sorride a due uccellini che si fanno il nido in un folto ginepro, ferma la mula per ascoltare un capinero e assente, come benedicendo, al grido di ansia con cui una tortora selvatica sprona il compagno al lavoro.
La Genesi vive nella natura.
«Tu ami molto le erbe e gli animali, non è vero?».
35«Molto. E’ il mio libro vivente. L’uomo ha sempre davanti le fondamenta della fede. La Genesi vive nella natura[111]. Ora, uno che sa vedere, sa anche credere. Questo fiore, così dolce nel profumo e nella materia delle sue pendule corolle, e così in contrasto con questo spinoso ginepro e con quel ginestrone pungente, può essersi fatto da sé?
“Guardare vuole dire credere, se si sa vedere!”
36E, guarda là, quel pettirosso può essersi così da solo fatto, con quella ditata di sangue disseccato sulla gola molle? 37E quelle due tortore dove e come hanno potuto dipingersi quel collare di onice sul velo delle piume grigie? 38E là, quelle due farfalle, una nera a grandi occhi d’oro e rubino, bianca con righe d’azzurro l’altra, dove avranno trovato le gemme e i nastri per le loro ali? 39E questo rio? E’ acqua. Sta bene. Ma da dove venuta? Quale la fonte prima dell’acqua elemento? Oh! guardare vuol dire credere, se si sa vedere».
«Guardare vuol dire credere. Noi guardiamo troppo poco la Genesi viva che ci sta davanti».
40«Troppa scienza, Gamaliele. E troppo poco amore, e troppo poca umiltà».
Gamaliele sospira e crolla il capo.
L’attività della Trinidad divina.
L’uomo è grande quando si umilia.
«Ecco. Io sono giunto, Gesù. Là è sepolto Hillele. Scendiamo lasciando qui le cavalcature. Un servo le prenderà».
Smontano legando ad un tronco le due mule e si dirigono ad un sepolcreto che sporge dal monte presso una vasta dimora tutta chiusa.
«Qui io vengo per meditare, in preparazione delle feste d’Israele» dice Gamaliele accennando la casa.
41«La Sapienza ti dia tutte le sue luci».
«E qui (e Gamaliele accenna il sepolcro) per prepararmi alla morte. Era un giusto».
42Era un giusto. Prego volentieri presso le sue ceneri. Ma, Gamaliele, non deve solo insegnarti a morire Hillele. Ti deve insegnare a vivere». Come, Maestro?».
43«”L’uomo è grande quando si umilia”[112]è il suo motto preferito…».
«Come lo sai se non lo hai conosciuto?».
L’attività interna ed esterna della Trinidad divina.
44«L’ho conosciuto… e del resto, anche non avessi conosciuto Hillele il rabbi personalmente, il suo pensiero l’ho conosciuto perché nulla ignoro del pensiero umano».
Gamaliele china il capo e mormora: «Solo Dio può dire questo».
45«Dio ed il suo Verbo. Perché il Verbo conosce il Pensiero e il Pensiero conosce il Verbo e lo ama, comunicandosi a Lui coi suoi tesori per farlo partecipe di Esso. 46L’Amore stringe i legami e ne fa una sola Perfezione. 47E’ la Triade che si ama e che divinamente si forma, si genera, procede e completa. 48Ogni pensiero santo è nato nella Mente perfetta ed è riflesso nella mente del giusto. Può il Verbo ignorare allora i pensieri dei giusti, che sono i pensieri del Pensiero?».
Pregano presso il sepolcro chiuso. A lungo. Li raggiungono i discepoli e poi i servi, i primi a cavallo, gli altri sotto il peso dei bagagli. Ma si fermano ai margini del prato oltre il quale è il sepolcro. La preghiera finisce.
49«Addio, Gamaliele. Ascendi come Hillele».
«Che vuoi dire?».
50«Ascendi. Egli ti è avanti perché ha saputo credere più umilmente di te. La pace a te».
161. Guarigione del
nipote del fariseo
Eli di Cafarnao[113].
Il Messia è Misericordia e Bontà.
Ambiente.
1Gesù sta per giungere con la barca a Cafarnao. La giornata sta per volgere al tramonto e il lago è tutto un brillìo giallo rosso. Mentre le due barche fanno le manovre per accostare, Giovanni dice: «Ora vado subito alla fonte e ti prendo l’acqua per la tua sete».
«E’ buona l’acqua qui» esclama Andrea.
2«Sì, è buona. E più buona ancora me la fa il vostro amore».
«Io porterò a casa il pesce. Le donne lo prepareranno per la cena. Dopo ci parli, a noi e a loro?».
3«Sì, Pietro».
«È più bello ora tornare a casa. Prima sembravamo tanti nomadi. Ma ora, con le donne, c’è più ordine, più amore. E poi! Vedere tua Madre mi fa passare subito la stanchezza. Non so…».
4Gesù sorride e tace. La barca sfrega sul greto. Giovanni e Andrea, che sono con le sottovesti corte, saltano nell’acqua e con l’aiuto dei garzoni tirano a riva la barca, mettono l’asse per far da pontile. Gesù scende per primo e aspetta che anche la seconda barca sia a riva per unirsi con tutti i suoi. Poi, a passi lenti, vanno verso la fonte. Una fonte naturale, una sorgiva che sgorga un poco fuori del paese ricadendo nel bacino di pietra, fresca, abbondante, argentea. Invita a berla, quell’acqua, tanto è limpida. Giovanni, che è corso avanti con l’anfora, ne torna già e porge la brocca gocciolante a Gesù, che beve a lungo.
«Quanta sete avevi, Maestro mio! E io, stolto, non mi ero procurato acqua».
5«Non fa nulla, Giovanni. Ora tutto è passato» e lo carezza.
Brutta cosa gli asti in famiglia!
6Stanno per tornare indietro quando vedono arrivare, con tutta la velocità di cui è capace, Simon Pietro, che era andato in casa a portare il suo pesce.
7«Maestro! Maestro!» grida col fiato mozzo. «C’è il paese a subbuglio perché l’unico nipote di Eli fariseo sta per morire per il morso di una serpe. Era andato proprio con il vecchio, e contro volontà della madre, nel loro uliveto. Eli sorvegliava dei lavori, il bambino giocava presso le radici di un vecchio ulivo. Ha messo la mano in un buco sperando trovare qualche lucertola e ha trovato il serpe. Il vecchio pare pazzo. La madre del bambino, che fra parentesi odia il suocero e ne ha ragione, lo accusa di essere un assassino. Il bambino diviene freddo di attimo in attimo. Fra parenti non si sono amati! E sì che più parenti di così!».
8«Brutta cosa gli asti in famiglia!».
«Ma, Maestro, io dico che le serpi non hanno amato il serpente: Eli. E gli hanno ammazzato la serpicina. Mi spiace che mi ha visto e mi ha urlato dietro: “C’è il Maestro? “, e mi spiace per il piccolo. Era un bel bambino e non ne ha colpa se è nipote di un fariseo».
9«Sì. Non ne ha colpa…».
Il Messia è la Misericordia.
10Camminano verso il paese e vedono venire verso loro un mucchio di gente urlante e piangente alla testa del quale è il vecchio Eli.
«Ci ha trovati! Torniamo indietro!».
11«Ma perché? Quel vecchio soffre».
«Quel vecchio ti odia, ricordatelo. Uno dei più accaniti e primi accusatori tuoi presso il Tempio».
12«Ricordo di essere la Misericordia»[114].
Il vecchio Eli, spettinato, stravolto, con le vesti in disordine, corre verso Gesù a braccia tese e crolla ai suoi piedi urlando: «Pietà! Pietà! Perdono! Non ti vendicare sull’innocente della mia durezza. Tu solo puoi salvarlo! Dio, tuo Padre, qui ti ha condotto. Io credo in Te! Io ti venero! Ti amo! Perdono! Sono stato ingiusto! Menzognero! Ma sono punito. Queste ore sole valgono punizione. Aiuto! E’ il maschio! L’unico figlio del mio maschio morto. Ed ella mi accusa di averlo ucciso» e piange battendo il capo per terra ritmicamente.
13«Ma su! Non piangere così. Vuoi tu morire senza più occuparti di crescere il nipote?».
«Muore! Muore! Forse è già morto. Fammi morire anche me. Ma non vivere in quella casa vuota! Oh! miei tristi, ultimi giorni!».
14«Eh, alzati e andiamo…».
«Tu… vieni proprio? Ma sai chi sono io?».
15«Un disgraziato. Andiamo».
Il vecchio si alza e dice: «Vado avanti, ma Tu corri, corri, fa’ presto!». E va via, veloce per la disperazione che lo pungola nel cuore.
«Ma, Signore, credi che lo muterai con questo? Oh! che miracolo sprecato! Ma lasciala morire quella serpicina! Morirà anche il vecchio di crepacuore e… ce ne avrai uno di meno sulla tua strada. Ci ha pensato Dio a…».
16«Ma Simone! In verità ora la serpe sei tu». Gesù respinge severamente Pietro, che resta a capo chino, e va avanti.
Miracolo della Misericordia.
17Presso la piazza più grande di Cafarnao è una bella casa davanti alla quale è folla che fa baccano… Gesù a quella si dirige e sta per arrivarvi quando dalla porta spalancata esce il vecchio, seguito da una donna scarmigliata che stringe fra le braccia un esserino agonizzante. Il veleno paralizza già gli organi e la morte è prossima. La manina ferita pende col segno del morso alla radice del pollice. Eli non fa che gridare: «Gesù! Gesù!».
18E Gesù, pigiato, sopraffatto dalla folla che quasi gli impedisce ogni atto, prende la manina e se la porta alla bocca, sugge la ferita, poi alita sul visetto cereo dagli occhi socchiusi e vitrei. Poi si raddrizza: «Ecco» dice «ora il bambino si sveglia. Non lo spaventate con tutti quei volti stravolti. Avrà già paura per il ricordo del serpe».
19Infatti il piccolo, il cui volto si colora di rosa, apre la bocca ad un lungo sbadiglio, si sfrega gli occhietti, poi li apre e resta stupito di essere fra tanta gente, poi ricorda e fa per fuggire con un balzo così repentino che cadrebbe se Gesù non fosse pronto a riceverlo fra le braccia.
Voce della verità.
20«Buono, buono! Di che hai paura? Guarda che bel sole! Là è il lago, là la tua casa, qui la mamma e il nonno».
«E la serpe?».
21«Non c’è più. Ci sono Io».
«Tu, Sì…». Il bambino pensa… poi, voce della verità innocente, dice: «Mi diceva il nonno di dirti “maledetto”. Ma io non lo dico. Ti voglio bene, io».
«Io? Io ho detto questo? Il piccolo delira. Non ci credere, Maestro. Io ti ho sempre rispettato». La paura che sta passando fa già riaffiorare l’antica natura.
22«Le parole hanno e non hanno valore. Le prendo per quello che valgono. Addio piccino, addio donna, addio Eli. Vogliatevi bene e vogliatemi bene, se potete». Gesù volge le spalle e va verso la casa dove abita.
La miseria incurabile degli increduli.
23«Perché, Maestro, non hai fatto un miracolo strepitoso? Dovevi dare comando al veleno di lasciare il piccolo. Mostrarti Dio dovevi. Invece hai succhiato il veleno come un povero uomo qualunque». Giuda di Keriot è poco contento. Voleva qualcosa di strepitoso. Anche altri sono dello stesso parere: «Schiacciarlo dovevi, quel nemico, con la tua potenza. Hai sentito, eh! Subito ha rimesso veleno…»
24«Non importa del veleno. Ma considerate che, se avessi fatto come voi volevate facessi, egli avrebbe detto che ero aiutato da Belzebù. Nella sua anima rovinata può ancora ammettersi la mia potenza di medico. Non oltre. 25Il miracolo porta alla fede coloro che già sono per quella via. Ma nei senza umiltà – la fede prova sempre che esiste in un anima umiltà – porta ad una bestemmia. Meglio perciò evitare questo pericolo con il ricorrere a forme di apparenza umana. E’ la miseria degli increduli, l’inguaribile miseria. Nessuna moneta la elimina, perché nessun miracolo li porta a credere, né ad essere buoni. Non importa. Io il mio compito. Essi la loro mala sorte».
Il Messia è la Bontà.
«Ma perché lo hai fatto, allora?».
26«Perché sono la Bontà[115] e perché non si possa dire che sono stato vendicativo coi nemici e provocatore presso i provocatori. Accumulo carboni sul loro capo. E loro me li porgono perché Io li accumuli. Sta’ buono, Giuda di Simone. Tu cerca di non fare come loro. E basta. Andiamo dalla Madre mia. Sarà contenta di sapere che ho guarito un piccino».
162. Le conversioni
umane del fariseo
Eli e di Simone
d’Alfeo[116].
I parenti e le conquiste di Gesù.
Le due Marie.
1Da un’ortaglia, che comincia ad essere florida in tutti i suoi solchi, Gesù penetra in una cucina vastissima dove le due Marie anziane (Maria Cleofe e Maria Salome) cucinano preparando la cena.
2«La pace a voi!».
«Oh! Gesù! Maestro!». Le due donne si volgono e lo salutano, una con un bel pesce che sta sventrando fra le mani, l’altra tenendo ancora il paiolo, colmo di erbe che si lessano, che aveva staccato dal suo uncino per vedere a che punto era la cottura. I loro visi buoni e appassiti, accaldati dalla fiamma e dal lavoro, sorridono di gioia e sembrano farsi più giovani e belli nella loro felicità.
«A momenti è pronto, Gesù. Sei stanco? Avrai fame» dice la zia Maria, che ha confidenza di parente e che ama Gesù credo più dei suoi stessi figli.
3«Non più del solito. Ma mangerò certo con piacere i buoni cibi che tu e Maria mi avete preparato. E anche gli altri lo faranno. Eccoli che vengono».
«La Mamma è nella stanza alta. Sai!… E venuto Simone… Oh! sono contenta del tutto questa sera! No. Non del tutto perché… Tu lo sai quando sarei contenta del tutto».
4«Sì, lo so». Gesù si attira vicino la zia e la bacia in fronte e poi dice: «So il tuo desiderio e la tua invidia senza peccato verso Salome. Ma verrà il giorno che come lei potrai dire: “Tutti i miei figli sono di Gesù”. Vado dalla Mamma».
Incontro con la Mamma.
5Esce e sale la scaletta esterna entrando sul terrazzo soprastante la casa per una buona metà, mentre l’altra metà è occupata da un vasto stanzone da cui escono grosse voci di uomo e a intervalli la dolce voce di Maria, la limpida voce verginale di fanciulla che gli anni non hanno incrinata, la stessa voce che disse: «Ecco l’Ancella di Dio» e che cantava la ninna nanna al suo Bambino.
6Gesù si avvicina senza far rumore, sorridendo perché sente la Mamma che dice: «La mia dimora è mio Figlio[117].. E non sento dolore per essere via da Nazaret altro che quando Egli è lontano. Ma se mi è vicino… oh! nulla più mi manca. E poi non temo della mia casa. Ci siete voi…».
«Oh! ma guarda là Gesù!» grida Alfeo di Sara che, avendo il volto verso la porta, vi vede per primo apparire Gesù.
7«Sono qui, sì. La pace a voi tutti. Mamma!». Bacia sua Madre sulla fronte e ne è baciato. Poi si volge agli ospiti inattesi, che sono il cugino Simone, Alfeo di Sara, il pastore Isacco e quel Giuseppe che era stato raccolto da Gesù ad Emmaus dopo il verdetto del Sinedrio.
La raccolta di Gesù
8«Eravamo andati a Nazaret e Alfeo ci ha detto che bisognava venire qui. Siamo venuti. E Alfeo ci ha voluto accompagnare, e anche Simone» spiega Isacco.
«Non mi è parso vero di venire» dice Alfeo.
«E anche io ti volevo salutare, stare un poco con Te e con Maria» termina Simone.
9«Ed Io sono molto contento di stare con voi. Ho fatto bene a non rimanere oltre, come volevano gli abitanti di Chedech, dove ero giunto venendo da Gherghesa a Meron e girando poi per l’altra parte».
«Di là vieni?!».
10«Sì. Mi sono fatto vedere nei posti dove già ero stato e anche oltre. Fino a Giscala sono andato».
«Quanto cammino!».
11«Ma quanta raccolta! Sai, Isacco? Siamo stati ospiti di rabbi Gamaliele. Fu molto buono. E poi ho incontrato il sinagogo dell’Acqua Speciosa. Viene anche lui. Te lo affido. E poi… e poi… ho acquistato tre discepoli…». Gesù sorride apertamente, beato.
Le conquiste di Gesù.
«Chi sono?».
12«Un vecchietto a Corazim. L’ho beneficato un tempo, e il poveretto, che è un vero israelita senza prevenzioni, per mostrarmi il suo amore mi ha lavorato la zona come un perfetto aratore il suolo. 13L’altro è un bambino, cinque anni, poco più. Intelligente, ardito. Anche a lui avevo parlato la prima volta che fui a Betsaida e se ne è ricordato meglio dei grandi. 14Il terzo è un antico lebbroso. L’ho guarito presso Corazim una sera ormai lontana e poi l’ho lasciato. Ora lo ritrovo, mio annunziatore sui monti di Neftali. E, a conferma delle sue parole, egli alza i resti delle sue mani guarite ma menomate di parti e mostra i suoi piedi guariti ma deformi, con cui pure fa tanta strada. La gente capisce quanto era malato da quanto resta di lui e crede alle sue parole condite di lacrime di riconoscenza. 15Mi è stato facile parlare là, perché c’era chi mi aveva già fatto conoscere e portato gli altri a credere in Me. E ho potuto fare molti miracoli. Tanto può uno che crede realmente…»[118].
Alfeo assente senza parlare, continuamente assente col capo, mentre Simone curva la testa sotto il sottinteso rimprovero e Isacco giubila apertamente della gioia del suo Maestro, che sta per raccontare del miracolo operato poco prima sul piccolo di Eli.
Il dono che Gesù cerca.
I doni di Eli il Fariseo.
16Ma la cena è pronta e le donne, insieme a Maria, preparano la tavola nello stanzone e portano le pietanze, ritirandosi poi abbasso. 17Restano solo gli uomini e Gesù offre, benedice e distribuisce le parti. Ma pochi bocconi sono consumati quando sale Susanna dicendo: «E’ venuto Eli con dei servi e molti doni. Ma vorrebbe parlare con Te».
18«Vengo subito, o meglio, fallo salire».
Susanna va e torna poco dopo col vecchio Eli accompagnato da due servi che portano un grande cesto. Dietro, le donne, meno Maria SS., occhieggiano curiose.
«Dio sia con Te, mio benefattore» saluta il fariseo.
19«E con te, Eli. Entra. Che vuoi? Ancora non sta bene il nipote?».
«Oh! benissimo. Salta nell’orto come un capretto. Ma prima ero così sbalordito, così confuso che ho mancato al mio dovere. Ti voglio mostrare la mia gratitudine e ti prego di non rifiutare l’inezia che ti offro. Un poco di cibo per Te e i tuoi. Sono prodotti delle mie campagne. E poi… vorrei… vorrei averti domani alla mensa. Per dirti ancora grazie e farti onore, fra amici. Non ricusare, Maestro. Comprenderei che non mi ami e che, se hai guarito Eliseo, è solo per amore di lui, non di me».
Il dono che Gesù cerca.
20«Io ti ringrazio. Ma non occorrevano doni».
«Ogni grande ed ogni dotto li accetta. E’ uso».
21«Io pure. Ma Io accetto molto volentieri un dono solo, quello anzi lo cerco».
«Ed è? Dillo. Se posso te lo darò».
22«Il vostro cuore. Il vostro pensiero. Datemelo. Per vostro bene»[119].
«Ma io te lo consacro, Gesù benedetto! Ma lo puoi dubitare? Io ho avuto… sì… ho avuto dei torti verso di Te. Ma ora ho compreso. Ho anche saputo della morte di Doras che ti ha offeso… Perché sorridi, Maestro?».
23«Seguivo un ricordo».
«Credevo avessi dell’incredulità circa il mio dire».
24«Oh! no. So che ti ha commosso la morte di Doras. Più ancora del miracolo di questa sera. Ma non temere Dio, se realmente hai compreso e se realmente vuoi d’ora in avanti essermi amico».
Conversioni umane.
Conversione interessata del vecchio Elí.
25«Vedo che sei realmente profeta. Io, è vero, temevo più… venivo più a Te per paura di un castigo uguale a quello di Doras – e questa sera ho detto: “Ecco. Il castigo è venuto. E ancora più atroce perché non ha colpito la vecchia quercia nel suo proprio vivere, ma nel suo affetto, nella sua gioia di vivere, fulminandomi il querciolo di cui mi beavo” – che non per la sciagura. Avevo capito che sarebbe stato giusto come per Doras…».
26«Avevi capito che sarebbe stato giusto. Ma ancora non credevi in chi è buono».
«Hai ragione. Ma ora non più. Ho capito. Ci vieni allora in casa mia, domani?».
27«Eli, Io avevo deciso partire all’aurora. Ma perché tu non possa pensare che Io ti sprezzo, rimando di un giorno. Domani sarò da te».
«Oh! Sei proprio buono. Lo ricorderò sempre».
28«Addio, Eli. Grazie di tutto. Queste frutta sono bellissime, e burrose devono essere queste formaggelle, certo ottimo il vino. Ma potevi dare tutto ai poveri in mio nome».
«C’è anche per essi, se vuoi, in fondo, sotto a tutto. Era l’offerta per Te».
29«Questo allora lo distribuiremo domani insieme, dopo o prima del convito, a tuo piacere. La notte ti sia placida, Eli».
«E a Te. Addio» e se ne va coi servi.
Commenti sulla conversione di Elí
30Pietro, che ha estratto, con tutta una mimica sul volto, quanto conteneva la cesta, per renderla ai servi, mette la borsa sul tavolo davanti a Gesù e dice, come finendo un interno discorso: «E sarà la prima volta che quel vecchio gufo fa elemosina».
«E’ vero» conferma Matteo. «Io ero esoso, ma lui mi superava. Ha raddoppiato il suo con lo strozzinaggio».
«Ebbene… se si ravvede… E’ una bella cosa, non è vero?» dice Isacco.
«E’ una bella cosa certo. E pare che proprio così sia» annuiscono Filippo e Bartolomeo.
«Il vecchio Eli convertito! Ah! Ah!». Pietro ride di gusto.
Conversione condizionata del cugino Simone.
31Il cugino Simone, che è stato sempre pensieroso, dice: «Gesù, io vorrei… io vorrei seguirti. Non come questi. Ma almeno come le donne. Lascia che io mi unisca a mia madre e alla tua. Tutti vengono… io, io parente… Non pretendo di avere un posto fra questi. Ma almeno così, come buon amico..».
«Dio ti benedica, figlio mio! Quanto era che attendevo questa parola da te!» grida Maria d’Alfeo.
32«Vieni. Io non respingo nessuno e non forzo nessuno. Non esigo neppure tutto da tutti. Prendo quanto mi potete dare[120]. Le donne è bene che non siano sempre sole, quando andremo in regioni a loro sconosciute. Grazie, fratello».
«Lo vado a dire a Maria» dice la madre di Simone, e termina: «Essa è giù nella sua cameretta, e prega. Ne sarà ben felice»…
“Il giusto uomo sognato da Dio”.
Conversioni che valgono.
33…La sera scende rapida. Si accende una lucerna per scendere per la scala ormai buia nel crepuscolo, e chi va a destra, chi a sinistra per riposare.
34Gesù esce, va sulla riva del lago. Il paese è tutto quieto, deserte le vie, deserta la riva, spopolato il lago in questa sera senza luna. Solo stelle in cielo e parlottìo di risacca sul greto. Gesù entra nella barca tratta a riva, si siede, mette un braccio sul bordo e su esso china il capo e sta così. Se pensi o preghi non so.
Lo raggiunge molto cautamente Matteo: «Maestro, dormi?» chiede piano.
35«No, penso. Vieni qui con Me, posto che non dormi».
«Mi sei parso turbato e ti ho seguito. Non sei contento della tua giornata? Hai toccato il cuore di Eli, hai acquistato come discepolo Simone d’Alfeo…»
36«Matteo, tu non sei un semplice come Pietro e Giovanni. Astuto sei, e sei istruito. Sii anche schietto. Saresti tu felice per queste conquiste?».
«Ma… Maestro… Loro sono sempre migliori di me, e Tu mi hai detto, quel giorno, che eri molto felice perché io mi ero convertito…».
37«Sì. Ma tu eri realmente convertito. Ed eri schietto nella tua evoluzione al Bene. Venivi a Me senza tutto un lavoro di pensiero, venivi per volontà di spirito.
Conversioni che avviliscono.
38Non così Eli… e neppure Simone. Il primo non è che toccato alla superficie: l’uomo Eli è scosso. Non lo spirito-Eli. Quello è sempre uguale. Caduta l’effervescenza che il miracolo di Doras e del nipotino ha prodotto in lui, sarà l’Eli di ieri e di sempre. 39Simone!… Simone, lui pure non è ancora altro che un uomo. Se mi avesse visto insolentito, invece che celebrato, mi avrebbe compatito e mi avrebbe, come sempre, lasciato. Questa sera ha sentito che un vecchietto, che un bambino, che un lebbroso sanno fare ciò che egli, parente, non sa fare; ha visto che l’orgoglio di un fariseo si è curvato davanti a Me, e ha deciso: “Io pure”. 40Ma non sono queste conversioni sotto pungolo di considerazioni umane, quelle che mi fanno felice. Mi avviliscono anzi. Resta con Me, Matteo. In cielo non vi è luna, ma almeno brillano le stelle. Nel mio cuore questa sera non ci sono che lacrime. La tua compagnia sia la stella dell’afflitto Maestro tuo…»
L’uomo giusto sognato da Dio.
41«Ma, Maestro, se posso… figurati! E’ che io sono un grande infelice sempre, un povero inetto. Ho troppo peccato per poterti piacere. Non so parlare. Non so ancora parlare le parole nuove, pure, sante, ora che ho lasciato il mio antico linguaggio di frode e lussuria. E temo che non sarò mai capace di parlare con Te e di Te».
42«No, Matteo. Tu sei l’uomo, con tutta la tua penosa esperienza d’uomo. Sei perciò quello che, per aver mangiato il fango ed ora per mangiare il miele celeste, puoi dire i due sapori e dare, di essi, la vera analisi, e capire, capire, e far capire ai tuoi simili di ora e di poi. E ti crederanno, perché appunto tu sei l’uomo, il povero uomo che, per sua volontà, diviene l’uomo, il giusto uomo sognato da Dio. Lascia che Io, l’Uomo-Dio, mi appoggi a te, umanità che amo fino a lasciare il Cielo per te ed a morire per te».
«No, morire no. Non dirmi che per me muori!».
43«Non per te, Matteo, ma per tutti i Mattei della terra e dei secoli. Abbracciami, Matteo, bacia il tuo Cristo, per te, per tutti. Solleva la mia stanchezza di Redentore incompreso. Io ti ho sollevato dalla tua di peccatore. Asciuga il mio pianto… perché di essere da così pochi capito, Matteo, è la mia amarezza».
«Oh! Signore, Signore! Sì! Sì!…» e Matteo, seduto presso il Maestro che cinge con un braccio, lo consola col suo amore…
163. A mensa in casa
del fariseo
Eli di Cafarnao[121].
No ledere la verità..
Invitati al convito.
1C’è molto da fare in casa di Eli oggi. Servi e serve che vanno e che vengono e fra essi, frugolino lieto, il piccolo Eliseo. Poi ecco due e altri due personaggi pomposi, dei quali riconosco i due primi come quelli che erano andati con Eli in casa di Matteo, e altri due non li conosco, ma sento che vengono chiamati Samuele e Gioacchino. Ultimo viene Gesù insieme all’Iscariota.
Grandi saluti reciproci e poi la domanda: «Solo con questo? E gli altri?».
2«Gli altri sono per le campagne. Verranno a sera».
«Oh! mi spiace. Ma credevo che fosse… Ecco, io ieri sera non ho invitato che Te, comprendendo in Te tutti i tuoi. Adesso ho temuto si fossero sentiti offesi, oppure… oppure avessero a sdegno venire da me, per passati malumori… eh! eh!». Il vecchio ride…
3«Oh! no! I miei discepoli non conoscono suscettibilità orgogliose, né rancori inguaribili».
«Già! Già! Molto bene. Entriamo dunque».
Il solito cerimoniale di purificazioni e poi eccoli avanzarsi alla sala del convito, aperta sul vasto cortile dove le prime rose mettono una nota allegra.
4Gesù carezza il piccolo Eliseo che giuoca nel cortile e che del passato pericolo non ha che quattro segnetti rossi sulla manina. Non ha più neppure il ricordo della passata paura, ma però ha quello di Gesù e lo vuole baciare ed essere baciato, con la spontaneità dei bambini. Con le braccine intrecciate al collo di Gesù, gli parla fra i capèlli confidandogli che quando sarà grande andrà con Lui, e chiede: «Mi vuoi?».
5«Tutti Io voglio. Sii buono e verrai con Me».
Il bambino se ne va saltellando.
6Si siedono a mensa ed Eli vuole essere tanto perfetto che mette al suo fianco Gesù e dall’altro lato Giuda, che si trova così fra Eli e Simone, come Gesù si trova tra Eli e Uria.
Il pungolo che ferisce i farisei.
7Il pasto ha inizio. Discorsi vaghi sul principio. Poi divengono più interessanti. E, posto che le ferite dolgono e le catene pesano, ecco che si affaccia l’eterno discorso della schiavitù di Roma sulla Palestina. Fatti ad arte o fatti senza scopo cattivo, non so. So che i cinque farisei si lamentano di nuove sopraffazioni romane come di un sacrilegio e vogliono interessare Gesù alla discussione.
8«Capisci! Le entrate nostre vogliono scrutare fino in fondo! E poiché hanno capito che ci raduniamo nelle sinagoghe per parlare di questo e di loro, ecco che minacciano di entrarvi, senza rispetto. Io temo entreranno anche nelle case dei sacerdoti, un bel giorno!» urla Gioacchino.
«E Tu che dici? Non ne sei disgustato?» chiede Eli.
9Gesù, interpellato direttamente, risponde: «Come israelita sì, come uomo no».
«Perché questa distinzione? Non capisco. Sei due in uno?».
10«No. Ma in Me vi è la carne e il sangue: l’animale insomma[122]. E vi è lo spirito. Lo spirito di israelita ossequiente alla Legge soffre di queste profanazioni. La carne e il sangue no, perché per Me manca il pungolo che ferisce voi».
«Quale?».
11«L’interesse. Voi dite che nelle sinagoghe vi riunite per parlare anche di affari senza tema di orecchie indiscrete. E temete non poterlo più fare e perciò temete non potere celare neppure uno spicciolo al fisco ed averne tassazione in proporzione esatta dell’avere. 12Io non ho nulla. Vivo della bontà del prossimo e amando il prossimo. Non ho ori, non ho campi, non ho vigneti, non ho case, se si eccettua la casetta materna a Nazaret, così piccola e povera che è trascurata dal fisco. Perciò non mi pungola tema di essere scoperto in mendacio di denunzia, né tassato e punito. 13Tutto quanto ho è la Parola che Dio mi ha data e che Io do. Ma essa è cosa tanto alta che l’uomo non la può colpire con niente».
No ledere la verità.
«Ma se fossi nel nostro caso come ti comporteresti?».
14«Ecco, non ve ne abbiate a male se dico netto il mio pensiero tanto in contrasto col vostro. In verità vi dico che Io agirei diverso».
«E come?».
15«Non ledendo la santa verità. E’ una virtù sublime sempre, anche se applicata a cose così umane come sono le tasse».
«Ma allora! Ma allora! Come saremmo spellati! Ma Tu non rifletti che noi abbiamo molto e dovremmo dare molto!».
16«L’avete detto: Dio vi ha concesso molto. In proporzione dovete dare molto. Perché agire così male, come purtroppo avviene, che il povero sia tassato sproporzionatamente? Fra noi si fa. Quante tasse sono in Israele, tasse nostre, e ingiuste! Servono ai grandi, che hanno già tanto. Mentre sono disperazione dei poverelli che le devono versare spremendo se stessi fino alla fame. La carità di prossimo non consiglia così. Dovrebbe essere cura di noi israeliti sottoporre le nostre spalle al peso del povero».
«Parli così perché sei povero Tu pure!».
17«No, Uria. Parlo così perché così è giustizia. Perché anche Roma ci ha potuto e ci può premere così? Perché abbiamo peccato e perché siamo divisi dagli asti. Il ricco odia il povero, il povero odia il ricco. Perché non c’è giustizia e il nemico se ne approfitta facendo di noi dei soggetti».
«Tu hai accennato a più motivi… Quali altri?».
18«Non mancherei alla verità svisando il carattere del locale consacrato al culto col farne un rifugio sicuro per cose umane».
«Ci fai un rimprovero».
19«No. Rispondo. Voi ascoltate la vostra coscienza. Maestri siete e perciò…».
Il Regno messianico.
Dio sa l’ora e conosce i mezzi
«Io direi che sarebbe ora di sollevarsi, di ribellarsi, di punire l’invasore e ristabilire il regno nostro».
«Vero, vero! Hai ragione, Simone. Ma qui è il Messia. Lui deve essere a farlo» risponde Eli.
«Ma il Messia per ora, perdona Gesù, è solo Bontà. Consiglia a tutto fuorché a rivolta. Noi faremo e…».
20«Simone, ascolta. Ricordati il libro dei Re[123]. Saul era a Galgala, i filistei erano a Macmas, il popolo aveva paura e si sbandava, il profeta Samuele non veniva. Saul volle precedere il servo di Dio e fare da sé il sacrificio. 21Ricordati la risposta data da Samuele, sopraggiunto, all’imprudente re Saul: “Hai agito stoltamente e non hai osservato gli ordini che il Signore ti aveva dati. Se tu non avessi fatto questo, ora il Signore avrebbe già stabilito in sempiterno il tuo regno sopra Israele. Ma invece non sussisterà mai più il tuo regno”[124].. Una intempestiva e superba azione non ha giovato né al re né al popolo. 22Dio sa l’ora. Non l’uomo. Dio sa i mezzi, non l’uomo. Lasciate fare a Dio, meritando il suo aiuto con una condotta santa.
Il Regno sarà universale e spirituale.
23Il mio Regno non è di ribellione e di ferocia. Ma si stabilirà. Non sarà una riserva di pochi. Ma sarà universale[125]. Beati quelli che ad esso verranno, non tratti in errore dalle mie apparenze meschine, secondo lo spirito della terra, e che sentiranno in Me il Salvatore. 24Non abbiate paura. Io sarò Re. Il Re venuto da Israele[126]. il Re che stenderà il suo Regno su tutta l’Umanità. Ma voi, maestri d’Israele, non fraintendete le mie parole e quelle dei Profeti che mi annunciano. 25Nessun regno umano, per potente che sia, è universale ed eterno. I Profeti dicono che il mio tale sarà[127].. Questo vi illumini sulla verità e sulla spiritualità del Regno mio. 26Vi lascio. Ho una preghiera però da fare a Eli. Qui è la tua borsa. In un ricovero di Simone di Giona sono dei poverelli venuti da ogni dove. Vieni con Me per dare loro l’obolo dell’amore. La pace a voi tutti».
Vecchia vipera farisaica.
«Ma resta ancora!» pregano i farisei.
27«Non posso. Vi sono malati di carne e di cuore che attendono di essere consolati. Domani andrò lontano. Voglio che tutti mi vedano partire senza delusione.»
«Maestro, io… sono vecchio e stanco. Va’ Tu in mio nome. Hai con Te Giuda di Simone, e lo conosciamo bene… Fai, fai da Te. Dio sia teco».
28Gesù esce con Giuda che, appena sulla piazza, dice: «Vecchia vipera! Che avrà voluto dire?».
29«Ma non ci pensare! O meglio, pensa che abbia voluto lodarti».
«Impossibile, Maestro! Quelle bocche non lodano mai chi fa bene. Mai con sincerità, voglio dire. E per quanto al venire!… E’ perché ha schifo del povero ed ha paura della sua maledizione. Li ha torturati tante volte i poveri di qui. Lo posso giurare senza tema. E perciò..».
30«Buono, Giuda. Buono. Lascia il giudizio a Dio».
164. Il ritiro sul monte per l’elezione apostolica[128].
Il distacco per la causa del Padre.
Distacco dalla folla (Mc 3,7-12)[129].
1Le barche di Pietro e Giovanni veleggiano sul lago quieto, seguite da tutte le imbarcazioni che sono sulle rive di Tiberiade, io credo, tante sono le barche e barchette che vanno e vengono cercando di raggiungere, di superare, per poi mettersi in coda di nuovo, la barca di Gesù. E preghiere, suppliche, clamori, richieste si incrociano sull’onde azzurre.
2Gesù, che nella sua barca ha anche Maria e la madre di Giacomo e Giuda, mentre nell’altra barca, col figlio Giovanni, è anche Maria Salome con Susanna, promette, risponde, benedice, instancabile.
3«Tornerò. Sì. Ve lo prometto. Siate buoni. Ricordate le mie parole, per unirle a quelle che vi dirò poi. Sarà una breve separazione. Non siate egoisti. Sono venuto anche per gli altri. Buoni! Buoni! Vi farete del male. Sì. Pregherò per voi. Mi avrete sempre vicino. Il Signore sia con voi. Certo, mi ricorderò del tuo pianto e sarai consolato. Spera, abbi fede».
4E così, andando, benedicendo, promettendo, la barca giunge a riva. Non è Tiberiade, ma è un minuscolo paesello, proprio un pugno di case, povere, quasi abbandonate. Gesù e i suoi scendono, e le barche tornano indietro guidate dai garzoni e da Zebedeo. Anche le altre le imitano, però molti che sono in esse scendono pure e vogliono a tutti i costi seguire Gesù. Fra questi vedo Isacco coi suoi due patrocinati: Giuseppe e Timoneo. Non riconosco altri fra i molti di tutte le età, dagli adolescenti ai vecchi.
Distacco dai parenti.
5Gesù lascia il paese, che resta indifferente nei suoi pochi abitanti molto cenciosi, ai quali Gesù fa dare degli oboli, e raggiunge la via maestra. Si ferma. «Ed ora dividiamoci» dice. «Madre, tu con Maria e con Salome vai pure a Nazaret. Susanna può tornare a Cana. Presto Io tornerò. Sapete ciò che è da fare. Dio sia con voi!».
6Ma per sua Madre ha uno speciale saluto pieno di sorriso, ed anche quando Maria si inginocchia, dando l’esempio alle altre, per essere benedetta, Gesù sorride con tanta dolcezza. Le donne, con le quali sono Alfeo di Sara e Simone, vanno verso la loro città.
Distacco dagli amici.
7Gesù si volge ai rimasti: «Io vi lascio. Ma non vi rimando. Vi lascio per qualche tempo, ritirandomi con questi in quelle gole che vedete là. Chi vuole attendermi mi attenda in questa pianura, chi non vuole torni alla sua casa. Io mi ritiro in preghiera perché sono alla vigilia di grandi cose. Chi ama la causa del Padre preghi, unendosi in spirito a Me[130]. La pace sia con voi, figli. Isacco, tu sai ciò che devi fare. Ti benedico, piccolo pastore».
Distacco dalle comodità.
8Gesù sorride allo scarno Isacco, pastore ormai di uomini che si raggruppano intorno a lui. Gesù cammina ora volgendo le spalle al lago, dirigendosi sicuro verso una gola fra le colline che vanno dal lago verso ovest in righe direi quasi parallele. Fra l’una e l’altra collina rocciosa, scabra, che si apre a picco come un fiordo, scende un torrentello spumoso dal molto fragore e sopra sale il monte selvaggio, con piantacce cresciute in ogni senso, come hanno potuto, fra pietra e pietra. Un sentiero da capre attacca la collina più scabra. E Gesù prende proprio quello.
9I discepoli lo seguono faticosamente, in fila indiana, nel più assoluto silenzio. Solo quando Gesù si ferma, per dare loro respiro, in qualche posto un poco più largo del sentiero che pare una graffiatura sulla costa impervia, essi si guardano senza parlare. I loro sguardi dicono: «Ma dove ci porta?».
10Ma non parlano. Solo si guardano, e sempre più desolatamente quanto più vedono che Gesù sempre riprende l’andare per la gola selvaggia, piena di caverne, di spacchi, di massi su cui è difficile l’andare e per gli stessi, e per i rovi e mille altre piantacce che afferrano le vesti da ogni parte, e graffiano, e fanno incespicare, e battono sul viso. Anche i più giovani, carichi di pesanti borse, hanno perduto il buon umore.
Settimana di spiritualità.
Integrarsi nell’istituzione del Messia.
11Infine Gesù si ferma e dice: «E qui resteremo per una settimana in orazione. Per prepararvi ad una grande cosa. Per questo ho voluto isolarmi così, in luogo deserto, lontano da ogni carovaniera, da ogni paese. 12Qui vi sono grotte che hanno servito altre volte a uomini. Serviranno anche a noi. 13Qui vi sono acque fresche e abbondanti, mentre il terreno è asciutto. 14Abbiamo pane e cibo sufficiente per la sosta. 15Quelli che lo scorso anno sono stati con Me nel deserto sanno come Io vissi. Questa è una reggia rispetto a quel luogo, e la stagione, ormai buona, leva l’asprezza del gelo e quella del sole alla sosta. 16Vogliate perciò starvi di buon animo. Forse mai più saremo così tutti insieme e tutti soli. 17Questa sosta deve unirvi, facendo di voi non più dodici uomini, ma una sola istituzione.
Divenire puro spirito.
18Non parlate? Non mi chiedete nulla?
Deponete su quel masso i pesi che portate e gettate a valle l’altro peso che avete nel cuore: la vostra umanità. 19Qui vi ho portato per parlarvi allo spirito, per nutrirvi lo spirito, per farvi spirito[131]. 20E non dirò molte parole. Ve ne ho dette tante in un anno circa che sono con voi! Ora basta di questo. Se dovessi mutarvi con la parola dovrei tenervi dieci e cento anni ed ancora sareste sempre imperfetti.
Giungere alla età della ragione spirituale.
21Ora è tempo che Io vi usi. Per usarvi vi devo formare. Ricorro alla grande medicina, alla grande arma: la preghiera. Io ho sempre pregato per voi. Ma ora voglio che voi preghiate da voi. 22Non ancora vi insegno la mia preghiera. Ma vi rendo cogniti del modo come si prega e di cosa è la preghiera. Essa è colloquio di figli col Padre, di spiriti a Spirito, aperto, caldo, confidente, raccolto, schietto. 23Tutto è la preghiera: è confessione, è conoscenza di noi stessi, è pianto su noi stessi, è promessa a noi stessi e a Dio, è richiesta a Dio, tutto fatto ai piedi del Padre. E non può farsi nel frastuono, fra le distrazioni, a meno di essere colossi nell’orazione. Ed anche i colossi ne soffrono di questo urto e rumore del mondo nelle loro ore di orazione. 24Voi non siete colossi, siete pigmei. Non siete che infanti nello spirito. Non siete che deficienti dello spirito. Qui raggiungerete la età della ragione spirituale. Il resto verrà poi.
Essere perfetti per servire il Messia.
25Mattina, mezzogiorno e sera ci riuniremo per pregare insieme con le antiche parole d’Israele e per spezzare il pane, e poi ognuno tornerà nella sua grotta, stando di fronte a Dio e alla sua anima, stando di fronte a quanto vi ho detto sulla vostra missione e alle vostre capacità. Misuratevi, ascoltatevi, decidete. 26E’ l’ultima volta che ve lo dico. Ma dopo dovrete essere perfetti, per quanto potete, senza stanchezze né umanità. Dopo non sarete più Simone di Giona e Giuda di Simone. Non sarete più Andrea o Giovanni, Matteo o Tommaso. Ma sarete i miei ministri.
Autosufficienza spirituale.
27Andate. Ognuno da solo. Io sarò in quella grotta. Sempre presente. Ma non venite senza seria ragione. Dovete imparare a fare da voi ed a stare da voi. Perché, in verità ve lo dico, un anno fa stavamo per conoscerci, e fra due staremo per lasciarci. Guai a voi e guai a Me se non aveste imparato a fare da voi. Dio sia con voi. Giuda, Giovanni, portate dentro alla mia grotta, quella, le cibarie. Devono durare ed Io le distribuirò.
«Saranno poche!…» obbietta qualcuno.
28«Il sufficiente per non morire. Il ventre troppo satollo appesantisce lo spirito. Io vi voglio elevare e non rendervi zavorra».
165. L’elezione dei dodici ad apostoli[132].
L’ambiente montanaro del ritiro.
Alba montana(Lc 6,12)[133].
1Vi è un’alba che imbianca i monti e sembra ammorbidire questa selvaggia costa in cui ha voce solo il torrentello che spuma nel fondo, una voce che ripercossa dai monti, pieni di caverne, acquista un singolare rumore. Lì, nel posto dove hanno sostato i discepoli, non c’è che qualche cauto fruscìo fra le fronde e le erbe: dei primi uccelli che si destano, degli ultimi animali notturni che si rintanano.
2Un gruppo di lepri o di conigli selvatici, che sta rodendo un basso cespuglio di more, fugge spaurito per il precipitare di un sasso. Poi tornano cauti, muovendo le orecchie per raccogliere ogni suono e, visto che tutto è pace, tornano al loro cespuglio. La guazza lava tutte le fronde, tutte le pietre, e il bosco odora forte di musco, di mentucce e maggiorane.
Il pettirosso e il merlo.
3Un pettirosso scende fin sullo scrimolo di una caverna a cui fa da tetto uno scheggione sporgente e, muovendo il capino, ben ritto sulle zampine di seta, pronto a fuggire, guarda dentro, guarda per terra, mormora i suoi cip cip d’interrogazione e di… golosità per delle briciole di pane che sono al suolo, ma non si decide a scendere altro che quando si vede preceduto da un grosso merlo che avanza saltellando di sbieco, buffo nel suo fare da monello e nel suo profilo di vecchio notaio al quale mancano solo gli occhiali per essere compito. Allora scende anche il pettirosso e si mette in coda all’ardito messere, che ogni tanto ficca il becco giallo nella terra umida in ricerche di… archeologia cibareccia e poi va oltre dopo un ciop o dopo un fischio breve, proprio da monellaccio.
4Il pettirosso si ingozza delle mollichine e resta stupito quando vede che il merlo, penetrato sicuro nella caverna silenziosa, ne esce con una crosta di formaggio, che sbatte e risbatte su una pietra per sminuzzarla facendosene un lauto pasto. Poi torna dentro, sbircia e, non trovando più nulla, fa una bella fischiata di beffa e vola via per finire la cantata in cima ad un rovere, che tuffa la sua vetta nell’azzurro mattutino. Anche il pettirosso vola via, per un rumore che sente venire dall’interno della caverna… e resta su un rametto sottile che spenzola nel vuoto.
Gesù ed i fratelli piumati.
5Gesù si avanza sul limitare e sbriciola del pane chiamando piano piano gli uccellini, con un fischio modulato che ben imita il cinguettio di molti piccoli pennuti. Poi si scosta e va più su, immobilizzandosi contro una parete rocciosa per non spaventare i suoi amici che presto scendono: primo il pettirosso e poi molti altri di varie specie. L’immobilità di Gesù o anche il suo sguardo – io amo pensare così, perché ho l’esperienza che le bestie anche più diffidenti si avvicinano a coloro che per istinto sentono non nemici ma protettori – fanno sì che dopo poco, a pochi centimetri da Gesù, saltellano gli uccellini, e il pettirosso, ormai sazio, vola in alto del masso a cui è appoggiato Gesù e si aggrappa ad un esilissimo rametto di vitalba e si altalena sul capo di Gesù con una voglia di scendere sulla testa bionda o sulla spalla. Il pasto è finito.
6Il sole indora la cima del monte e poi i più alti rami della boscaglia, mentre a valle ancora tutto è nella luce pallida dell’alba. Gli uccellini volano, soddisfatti e sazi, al sole e cantano con tutte le loro piccole gole.
Esperienze del ritiro con Gesù.
I figli del Messia(Lc 6,13; Mc 3,13)[134].
7«Ed ora andiamo a svegliare questi altri miei figli» dice Gesù, e scende, perché la sua caverna è la più alta, entrando di volta in volta nelle grotte e chiamando a nome i dodici dormenti.
8Simone, Bartolomeo, Filippo, Giacomo, Andrea rispondono subito. Matteo, Pietro e Tommaso sono più tardi a rispondere. E mentre Giuda Taddeo si fa incontro a Gesù non appena lo vede farsi sulla soglia, già pronto e ben desto, l’altro cugino, e con lui l’Iscariota e Giovanni, dormono sodo, tanto che Gesù deve scuoterli sul loro letto di foglie perché si destino.
9Giovanni, ultimo chiamato, dorme così profondamente che non si raccapezza di chi lo chiama, e nelle nebbie del sonno per metà interrotto dice fra le labbra: «Sì, mamma. Vengo subito…». Ma poi si gira di là. Gesù sorride, si siede sul silvestre pagliericcio di fogliame raccolto nel bosco, si china e bacia sulla guancia il suo Giovanni, che apre gli occhi e resta di stucco nel vedere lì Gesù. Si siede di scatto e dice: « Hai bisogno di me? Eccomi». «No. Ti ho svegliato come tutti. Ma tu mi hai creduto tua mamma. E allora ti ho baciato, per fare quello che fanno le mamme».
10Giovanni, seminudo nella sottoveste, perché si è messo il vestito e il mantello come coperta, si attacca al collo di Gesù e ci si rifugia col capo fra la spalla e la guancia dicendo: «Oh! sei ben più della mamma Tu! Lei l’ho lasciata per Te. Ma Tu, non ti lascerei per essa! Lei mi ha partorito alla terra. Ma Tu mi partorisci al Cielo. Oh! lo so!».
Nozze di Giovanni con l’Amore..
11«Che sai di più degli altri?».
12«Quello che mi ha detto il Signore in questo speco[135]. Vedi, io non sono mai venuto da Te e penso che i compagni abbiano detto che ciò era indifferenza e superbia. Ma di ciò che pensano non mi importa. So che Tu sai la verità. 13Io non venivo da Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato; ma ciò che Tu sei in seno del Fuoco che è l’Amore eterno della Trinità SS., la sua Natura, la sua Essenza, la sua vera Essenza 14– oh! che non so dire tutto quanto ho pure capito in questa tetra grotta oscura che mi è divenuta così piena di luci, in questa fredda caverna in cui sono stato arso da un fuoco senza aspetto ma che mi è sceso nel profondo e lo ha acceso di un dolce martirio, in questo antro senza voce ma che mi ha cantato delle verità celesti – 15ma ciò che Tu sei, Seconda Persona dell’ineffabile Mistero che è Dio e che io penetro perché Dio a Sé mi ha aspirato, io l’ho avuto sempre con me[136]. 16E tutti i miei desideri, tutti i miei pianti, tutte le mie domande, le ho versate sul tuo seno divino, Verbo di Dio. Né ci fu mai parola, fra le tante che da Te ho udite, vasta così come quella che mi dicesti qui, Tu, Dio Figlio; Tu, Dio come il Padre; Tu, Dio come lo Spirito Santo; Tu, Tu che sei il perno della Triade… 17oh! forse bestemmio! ma così mi pare perché se Tu non fossi, amore del Padre e amore al Padre, ecco che mancherebbe l’Amore, il divino Amore, e la Divinità più non sarebbe Trina, e mancherebbe ad Essa il più confacente attributo di Dio: il suo amore! 18Oh! ho tanto qui, ma è come dell’acqua che gorgoglia contro una chiusa e non può uscire… mi sembra di morirne tanto è violento e sublime il tumulto che mi è sceso in cuore da quando ti ho capito… ma per nulla al mondo vorrei esserne liberato… Fammi morire di questo amore, mio dolce Iddio!». 19Giovanni sorride e piange, affannato, acceso dal suo amore, abbandonato sul petto di Gesù, come se la fiamma lo spossasse. E Gesù se lo carezza, ardendo di amore a sua volta. 20Giovanni si riprende sotto un’onda di umiltà che lo fa supplicare: «Non dire agli altri quanto io ti ho detto. Certo essi pure hanno saputo vivere di Dio come io vissi in questi giorni. Ma lascia sul mio segreto la pietra del silenzio».
21«Sta’ sicuro, Giovanni. Nessuno saprà le tue nozze con l’Amore. Vestiti, vieni. Dobbiamo partire».
Mutamento dei dodici (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16)[137].
22Gesù esce sul sentiero dove già sono gli altri. I volti hanno un aspetto più venerabile, più raccolto. 23Gli anziani sembrano patriarchi, i giovani hanno un che di maturo, di dignitoso, che prima la gioventù nascondeva. 24L’Iscariota guarda Gesù con un timido sorriso sul volto segnato di pianto. Gesù lo carezza nel passare. 25Pietro… non parla. Ed è così strano in lui che stupisce più di ogni altro mutamento. Guarda attentamente Gesù, ma con una dignità nuova che pare fargli più spaziosa la fronte un poco stempiata e più severo l’occhio fino allora tutto un brillìo d’arguzie. 26Gesù se lo chiama vicino e se lo tiene vicino in attesa di Giovanni, che finalmente esce col volto non so se dire più pallido o più rosso, ma certo acceso da una fiamma che non muta il colore ma pure è palese. Tutti lo guardano. 27«Vieni qui, Giovanni, presso a Me. E anche tu, Andrea, e tu Giacomo di Zebedeo. Poi tu Simone e tu Bartolomeo, Filippo e voi, fratelli miei, e Matteo. Giuda di Simone qui, di fronte a Me. Tommaso, vieni qui. Sedete. Vi devo parlare».
28Si siedono quieti come bambini, tutti un poco assorti nel loro mondo interiore e pure attenti a Gesù come non furono mai.
La scelta dei dodici.
Mistero nuziale dell’anima con Dio.
29«Sapete che vi ho fatto? Tutti lo sapete. L’anima lo ha detto alla ragione. Ma l’anima, che in questi giorni fu regina, ha insegnato alla ragione due grandi virtù: l’umiltà e il silenzio, figlio dell’umiltà e della prudenza, le quali sono le figlie della carità.
30Solo otto giorni sono sareste venuti a proclamare, come bravi bambini che vogliono stupire e superare il rivale, le vostre bravure, le vostre nuove cognizioni. 31Ora tacete. Vi siete mutati da bambini in adolescenti e già sapete che questa proclamazione potrebbe mortificare il compagno forse meno beneficato da Dio, e non parlate. 32Siete inoltre come fanciulle non più impuberi. É nato in voi il santo pudore sulla metamorfosi che vi ha rivelato il mistero nuziale delle anime con Dio. 33Queste caverne il primo giorno vi parvero fredde, ostili, repellenti… ora le guardate come profumate e luminose camere nuziali. In esse avete conosciuto Dio.
34Prima sapevate di Lui. Ma non lo conoscevate nell’intimità che fa di due uno. Fra voi sono uomini che da anni sono sposati, altri che non ebbero che fallaci rapporti con donne, 35alcuni che per cause diverse sono casti. Ma i casti sanno ora cosa è l’amore perfetto così come lo sanno gli sposati. 36Anzi posso dire che nessuno come l’ignaro di ogni carnale appetito sa cosa è l’amore perfetto. Perché 37Dio si rivela ai vergini in tutta la sua pienezza, e per sua delizia di darsi a chi è puro, ritrovando parte di Sé, Purissimo, nella creatura monda di lussuria, e per compensarla di quanto essa si nega per amore di Lui.
Il mondo aspetta maestri e redentori.
38In verità vi dico che per l’amore che ho per voi e per la sapienza che posseggo, se non avessi il dovere di compiere l’opera del Padre, Io vorrei tenervi qui e stare con voi, isolati, certo che così farei di voi, e sollecitamente, dei grandi santi, senza più smarrimenti, senza defezioni, cadute, rallentamenti, ritorni.
39Ma non posso. Io devo andare. E voi dovete andare. Il mondo ci aspetta. Il profanato e profanatore mondo che ha bisogno di maestri e redentori. Io vi ho voluto fare conoscere Dio perché lo amaste ben più del mondo, che con tutti i suoi affetti non vale un solo sorriso di Dio. 40Ho voluto che poteste meditare su ciò che è il mondo e su ciò che è Dio per farvi anelanti del migliore. In questo momento voi non siete anelanti che di Dio. Oh! potessi fissarvi in quest’ora, in questo anelito!
41Ma il mondo ci aspetta. E noi andremo al mondo che aspetta. Per la santa Carità che, come ha mandato Me al mondo, così manda voi, per mio ordine, al mondo. 42Ma ve ne scongiuro! Come perla nello scrigno chiudetevi il tesoro di questi giorni – in cui vi siete guardati, curati, alzati, rivestiti, disposti a Dio – nel vostro cuore e, 43come le pietre della testimonianza elevate dai Patriarchi a ricordo delle alleanze con Dio[138], conservate e guardate questi preziosi ricordi nel vostro cuore.
Gli Apostoli, Capi della Chiesa(Lc 6,13)[139].
44Da oggi non siete più i prediletti discepoli, ma gli apostoli, i capi della mia Chiesa. Da voi verranno, nei secoli dei secoli, tutte le gerarchie della stessa e maestri sarete detti, avendo a Maestro vostro Dio nella sua triplice potenza, sapienza, carità. 45Non ho scelto voi perché siete i più meritevoli. Ma per un complesso di cause che non necessita voi conosciate ora. 46Vi ho scelti al posto dei pastori che sono i miei discepoli da quando vagivo. Perché l’ho fatto? Perché così era bene di fare. Fra di voi sono galilei e giudei, dotti e indotti, ricchi e poveri. Questo per il mondo. Acciò non dica che ho preferito una sola categoria. Ma voi non bastereste a tutto quanto c’è da fare. Né ora, né poi.
I discepoli operatori del Regno.
47Non tutti avrete presente un punto del Libro. Ve lo ricordo. Nel II° dei Paralipomeni, al 29° capitolo, è narrato come Ezechia, re di Giuda, fece purificare il Tempio e, dopo che fu purificato, fece sacrificare per il peccato, per il regno, per il santuario e per Giuda, e poscia ebbe inizio l’offerta dei singoli. Ma non bastando alle immolazioni i sacerdoti, furono chiamati in aiuto i leviti, consacrati con rito più breve che i sacerdoti.
48Questo è quello che Io farò. Voi siete i sacerdoti, preparati con lunga cura da Me, Pontefice eterno. Ma non bastate al lavoro sempre più vasto di immolazione dei singoli al Signore Iddio loro. Onde Io vi associo i discepoli che tali restano, quelli che ci attendono ai piedi del monte, quelli che già stanno più su, quelli che sparsi sono per la terra d’Israele e che saranno poi sparsi per ogni punto della terra.
49A loro verranno dati compiti uguali, perché unica è la missione, ma diversa sarà la loro classifica agli occhi del mondo. Non agli occhi di Dio presso il quale è giustizia, di modo che l’oscuro discepolo, ignorato da apostoli e confratelli, che vivrà santamente portando a Dio anime, sarà più grande del conosciuto apostolo che di apostolo non ha che il nome e che abbassa la sua dignità di apostolo a scopi umani.
Compito di apostoli e di discepoli (Mc 3,14-15)[140].
50Compito di apostoli e di discepoli sarà sempre quello dei sacerdoti e leviti di Ezechia: praticare il culto, abbattere le idolatrie, purificare i cuori e i luoghi, predicare il Signore e la sua Parola. Compito più santo non c’è sulla terra. Dignità più alta della vostra neppure. Ma è per questo che vi ho detto: “Ascoltatevi, esaminatevi”. 51Guai all’apostolo che cade! Seco trascina molti discepoli, ed essi trascinano un ancor più grande numero di fedeli, e la rovina sempre più cresce come valanga che cade o come cerchio che si estende sul lago per un susseguirsi di pietre lanciate nello stesso punto.
52Sarete tutti perfetti? No. Lo spirito di ora durerà? No. Il mondo lancerà i suoi tentacoli per strozzare la vostra anima. Vittoria del mondo, figlio di Satana per cinque parti, servo di Satana per altre tre, apatico verso Dio nelle altre due, quella di spegnere le luci dei cuori dei santi. 53Difendete voi stessi da voi stessi contro di voi, contro il mondo, la carne, il demonio. Ma soprattutto difendetevi di voi stessi. 54Sulle difese, o figli, contro la superbia, la sensualità, la doppiezza, la tiepidezza, il sopore spirituale, contro l’avarizia!
55Quando l’io inferiore parla e piagnucola sopra pretese crudeltà a suo danno, mettetelo a tacere dicendo: “Per un attimo di privazione che ti do, ti procuro, ed eternamente, il banchetto d’estasi avuto nella caverna montana al finire della luna di scebat”.
56Andiamo. Andiamo incontro agli altri che in gran numero attendono la mia venuta. E poi Io andrò per poche ore a Tiberiade e voi, predicando di Me, mi andrete ad attendere ai piedi del monte che è sulla strada diretta da Tiberiade al mare. Io verrò là e salirò a predicare. Prendete borse e mantelli. La sosta è finita e l’elezione è avvenuta».
Osservazione al Portavoce.[141]
Dice Gesù:
57«Stai male e ti lascio quieta. Solo ti faccio osservare come può cambiare tutto una sola frase omessa o una parola male trascritta. E tu, scrivente, sei viva e puoi riparare subito. 58Pensa dunque e comprendi come venti secoli abbiano potuto privare di parti, non deleterie alla dottrina ma alla facilità di comprendere il Vangelo, il Vangelo apostolico. 59Questo, opera che se risaliamo alle origini scopriamo ancora fatica del Disordine, spiega tante cose e si presta ai figli del Disordine per tante altre cose. E tu vedi come è facile cadere in errore di trascrizione… 60Piccolo Giovanni, sta’ buono oggi. Sei un fiore spezzato. Passerò poi Io a ristorare il tuo stelo. Per oggi mi occorrono le lacrime della tua ferita. Dio è con te».
166. I miracoli dopo l’elezione apostolica. Prima predica di Simone Zelote e di Giovanni. Vocazione di Stefano[142].
Fioritura di miracoli.
Moltitudine di gente in attesa (Lc 6, 17-19)[143].
1Gesù, scendendo a mezza costa, trova molti discepoli e molti altri ancora che si sono uniti piano piano ai discepoli, portati qui, in questo luogo fuori via, dal bisogno del miracolo, dal desiderio della parola di Gesù, venuti sicuri per indicazioni di gente o per istinto d’anima. 2Io penso che gli angeli degli uomini guidassero gli stessi, desiderosi di Dio, al Figlio di Dio. Né credo di fare con ciò della leggenda. Se si pensa con quale pronta e astuta costanza Satana portava i nemici a Dio e al suo Verbo, nei momenti in cui lo spirito demonico poteva fare apparire agli uomini una parvenza di colpa nel Cristo, è lecito poter pensare, più che lecito è giusto, che anche gli angeli non fossero inferiori ai demoni e portassero gli spiriti non demonici al Cristo.
Fioritura di miracoli (Lc 6,19)[144].
3E Gesù, a tutti questi che lo hanno atteso senza stanchezze e timori, si prodiga in soccorsi di miracoli e in soccorsi di parola. Quanti miracoli! Una fioritura pari a quella che decora le balze del monte:
Miracolo su un mucchio di carne arsa che mugola
4grandi come è quello di un fanciullo, estratto ustionato atrocemente da un pagliaio in fiamme, portato qui su una barella, mucchio di carne arsa che mugola lamentosamente sotto al lino di cui lo hanno ricoperto tanto è atroce il suo aspetto arso, morente ormai, e che Gesù risana alitandogli sopra e risarcendo le bruciature che si annullano completamente, tanto che il fanciullo sorge nudo affatto, e corre felice verso la mamma che ne carezza piangendo di gioia le carni tutte guarite, senza tracce di fuoco, ne bacia gli occhi che si pensavano arsi e invece sono vivi e scintillanti di gioia, i capelli che sono appena corti, ma non distrutti, quasi la vampa avesse fatto da rasoio e non da distruzione;
Miracolo sul vecchietto tossicoloso.
5fino al piccolo miracolo di un vecchietto tossicoloso che dice: «Non per me, ma perché devo fare da padre ai nipotini orfani e non posso lavorare il suolo con questo umore fermo qui, in gola, e che mi affoga»…
Un miracolo non visibile.
6E poi il miracolo non visibile, ma certo esistente, che provocano le parole di Gesù: «Fra voi è uno che piange con l’anima e non osa dire con la parola: “Abbi pietà!”. Io rispondo: “Sia come tu chiedi. Tutta la pietà. Perché tu sappia che Io sono la Misericordia”. Solo, a mia volta, ti dico: “Abbi generosità”. Sii generoso con Dio. Strappa ogni legame col passato. Dio lo senti e a Lui che senti vieni allora con libero cuore, con totale amore».
Chi sia, fra la folla, colui o colei al quale vanno queste parole, non so.
I continuatori di Cristo.
7Gesù dice ancora: «Questi sono i miei apostoli. Altrettanti Cristi sono, perché Io tali li ho eletti. Rivolgetevi ad essi con fiducia. Essi sanno da Me tutto quanto vi abbisogna per le anime vostre…».
8Gli apostoli guardano Gesù perfettamente spaventati. Ma Egli sorride e prosegue: «…e daranno alle vostre anime luce di stella e ristoro di rugiada tanto da impedirvi di languire nelle tenebre. E poi Io verrò, e vi darò pienezza di sole e di onde, tutta la sapienza per farvi forti e felici di soprannaturale fortezza e gioia. La pace a voi, figli. Sono atteso da altri, più infelici e poveri di voi. Ma soli non vi lascio. Vi lascio i miei apostoli, ed è come lasciassi i figli del mio amore affidati alle cure delle più amorose e fidate delle nutrici».
Un desiderio segreto miracolato.
9Gesù fa un gesto di addio e di benedizione e si avvia, fendendo la folla che non lo vuole lasciare partire; ed è allora che si ha l’ultimo miracolo, quello di una vecchierella semiparalizzata, condotta qui dal nipote e che agita festosa il braccio destro prima inerte e grida: «Egli mi ha sfiorata col suo manto, nel passare, e sono guarita! Neppure lo chiedevo, perché vecchia sono… Ma Egli ha avuto pietà anche del mio desiderio segreto. E col manto, un lembo di esso che mi ha sfiorato il braccio perduto, mi ha guarita! Oh! che grande Figlio ha avuto il santo Davide nostro! Gloria al suo Messia! Ma guardate! Ma guardate! Anche la gamba è spedita come il braccio… Oh! come a vent’anni sono!».
10Il convergere di molti verso la vecchietta, che strilla con tutto il suo fiato la sua felicità, fa sì che Gesù possa svignarsela senza essere più oltre impedito. E gli apostoli dietro. Quando sono in un luogo deserto, quasi al piano, fra una folta brughiera che va verso il lago, si fermano un momento. Gesù per dire: «Vi benedico! Tornate al vostro lavoro e fatelo finché Io verrò come ho detto».
Un bell’atto di fede nella Sapienza onnipresente (Insegnamento)
Paura di Pietro.
11Pietro, fino ad allora sempre zitto, prorompe: «Ma, Signor mio, che hai fatto? Perché dire che noi abbiamo tutto quanto abbisogna alle anime? E vero! Tu ci hai detto molto. Ma noi siamo zucconi, io almeno, e… e di quello che mi hai dato me ne è rimasto poco, molto poco mi è rimasto. É come uno che, di un pasto, ha ancora nello stomaco il più greve. Il resto non c’è più».
12Gesù sorride apertamente: «E dove è allora il resto del cibo?».
«Ma… non so. So che, se io mangio piattini delicati, dopo un’ora non mi sento più niente nello stomaco. Mentre se mangio radici pesanti o lenticchie con l’olio, eh! ci vuole a mandarle giù!».
Tutto è in voi.
13«Ci vuole. Ma credi che radici e lenticchie, che sembra ti empiano di più, sono quelle che meno ti lasciano di sostanza: tutta scoria che passa con poco utile. Mentre i piattini che in un’ora non ti senti più, sono non nello stomaco dopo un’ora, ma nel tuo stesso sangue. Quando un cibo è digerito non è più nello stomaco, ma il suo succo è nel sangue e giova di più. 14Ora a te e ai tuoi compagni vi pare che di quanto vi ho detto più nulla o ben poco sia in voi. Forse vi ricordate bene le parti che più sono consone alla vostra particolare natura: i violenti le parti violente, i meditativi le parti meditative, gli amorosi le parti tutto amore. Senza forse è così. 15Ma credete: tutto è in voi. Anche se vi pare che sia dileguato. Lo avete assorbito. Il pensiero vi si dipanerà come un filo multicolore portandovi le tinte dolci o severe a seconda che ne avete bisogno. Non abbiate paura. Pensate pure che Io so e che mai vi manderei se vi sapessi incapaci di fare. 16Addio, Pietro. Su! Sorridi! Abbi fede! Un bell’atto di fede nella Sapienza onnipresente. Addio a tutti. Il Signore resta con voi». E rapido li lascia, ancora stupiti e agitati di quanto hanno udito dire di dover fare.
L’ubbidienza è amore.
17«Eppure bisogna ubbidire» dice Tommaso.
«Eh!… già!… Oh! povero me! Quasi gli corro dietro…» mormora Pietro.
18«No. Non lo fare. L’ubbidienza è amore a Lui» dice Giacomo di Alfeo.
«E cominciare mentre ancora Egli ci è presso, e può consigliarci se sbagliamo, è elementare e anche santa prudenza. Aiutarlo dobbiamo» consiglia lo Zelote.
19«É vero. Gesù è piuttosto affaticato. Bisogna sollevarlo un poco, come possiamo. Non basta portare le sacche, preparare il letti e il cibo. Questo chiunque lo può fare. Ma aiutarlo, come Egli vuole, nella sua missione» conferma Bartolomeo.
«Tu dici bene perché sei dotto. Ma io… Quasi ignorante sono io…» geme Giacomo di Zebedeo.
«O Dio! Ecco che arrivano quelli che erano lassù! Come facciamo?» esclama Andrea.
La preghiera salva sempre (Sap 9,1.9-12)[145].
20E Matteo: «Scusate se io, il più miserabile, consiglio. Ma non sarebbe meglio pregare il Signore, invece di stare qui a lamentarsi su ciò che coi lamenti non si ripara? Su, Giuda, tu che sai tanto bene la Scrittura, di’ per tutti la preghiera di Salomone per ottenere la Sapienza. Presto! Prima che ci raggiungano».
21E il Taddeo con la sua bella voce baritonale inizia: «Dio dei miei padri, Signore di misericordia che tutto hai creato…» ecc… ecc…, fino al punto: «… per la sapienza furono salvati tutti quelli che a Te, Signore, piacquero fin dal principio».
La prima manifestazione apostolica.
Come si fa a seguire il Messia con l’anima?
22Appena in tempo prima che la gente li raggiunga, li attorni, li assalga con mille domande sul dove è andato il Maestro, sul quando tornerà, e, più difficile ad essere accontentata, con la richiesta: «Ma come si fa a seguire il Maestro non con le gambe, ma con l’anima, per le vie della Via che Egli indica?».
23A questa domanda gli apostoli restano imbarazzati. Si guardano fra di loro e l’Iscariota risponde: «Col seguire la perfezione» quasi fosse una risposta che possa spiegare tutto!…
24Giacomo di Alfeo, più umile e più pacato, pensa e poi dice: «La perfezione a cui accenna il mio compagno si raggiunge ubbidendo alla Legge. Perché la Legge è giustizia e la giustizia è perfezione».
Per quale via si raggiunge il Messia?
25Ma la gente ancora non è contenta e chiede per bocca di uno che pare un capo: «Ma noi siamo piccoli come fanciulli nel Bene. I fanciulli non sanno ancora il significato del Bene e del Male, non distinguono. E noi, in questa Via che Egli indica, siamo così informi da essere incapaci di distinguere. Avevamo una via nota. Quella antica che ci è stata insegnata nelle scuole. Così difficile, lunga, paurosa! Ora, dalle sue parole, sentiamo che è come quell’acquedotto che vediamo di qui. Sotto c’è la via delle bestie e dell’uomo, sopra, sugli archi leggeri, alta nel sole e nell’azzurro, presso ai rami più alti che frusciano e cantano per il vento e gli uccelli, vi è un’altra via, liscia, pulita, luminosa quanto quella inferiore è scabra, sporca, oscura, una via, per l’acqua che è limpida e sonante, che è benedizione, per l’acqua che viene da Dio e che è accarezzata da ciò che è di Dio: raggi di sole e di stelle, fronde novelle, fiori, ali di rondine. Noi vorremmo salire a quella via più alta, e che è la sua, e non sappiamo, perché siamo confitti qui, in basso, sotto il peso di tutta la costruzione antica. Come facciamo?».
26Colui che ha parlato è un giovane sui venticinque anni, bruno, robusto, dallo sguardo intelligente e l’aspetto meno popolano della maggioranza dei presenti. Si appoggia ad un altro più maturo.
27L’Iscariota, che alto come è lo vede, sussurra ai compagni: «Presto, parlate bene. Vi è Erma con Stefano, Stefano, amato da Gamaliele!». Cosa che finisce di imbarazzare del tutto gli apostoli.
Risposta dello Zelote: la via ascetica.
28Infine lo Zelote risponde: «L’arco non sarebbe se non ci fosse la base nella via oscura. Questa è la matrice di quello, che da essa si lancia e sale nell’azzurro di cui tu sei voglioso. Le pietre confitte nel suolo, e che sorreggono il peso senza godere dei raggi e dei voli, non ignorano però che essi ci sono, perché talora una rondine cala con uno strido fino al fango e carezza la base dell’arco, e scende un raggio di sole o di stella a dire quanto è bello il firmamento. Così nei secoli passati è scesa, di tempo in tempo, una parola celeste di promessa, un raggio celeste di sapienza, per carezzare le pietre oppresse dal corruccio divino. Perché le pietre erano necessarie. Non sono, non furono e non saranno mai inutili. Su esse si è elevato lentamente il tempo e la perfezione del conoscere umano fino a raggiungere la libertà del tempo presente e la sapienza del conoscere sovrumano.
29 Già leggo la tua obbiezione, ti è scritta in volto. E’ quella che tutti abbiamo avuto, prima di saper comprendere che questa è la Nuova Dottrina, la Buona Novella predicata a coloro che per un processo a ritroso non sono divenuti adulti con l’elevarsi delle pietre del sapere, ma si sono sempre più oscurati come muro che sprofonda in un abisso cieco.
30 Noi, per uscire da questa malattia di oscuramento soprannaturale, dobbiamo liberare coraggiosamente la pietra fondamentale da tutte le pietre sovrapposte. Non abbiate tema di demolire quello che è un alto muro ma che non porta la linfa pura della sorgente eterna. Tornate alla base. Quella non va mutata. E’ da Dio. Ed immobile è. Ma prima di scartare le pietre, perché non tutte sono malvagie e inutili, provatele una ad una, al suono della parola di Dio. Se le sentite non discordi, ritenetele, riusatele per ricostruire. Ma se in esse sentite il suono discorde della voce umana o quello lacerante della voce satanica – e non vi potete sbagliare perché se è voce di Dio è suono d’amore, se è voce umana è suono di senso, se voce satanica è voce d’odio – allora frantumate le pietre malvagie. Dico: frantumate, perché è carità non lasciare indietro germi od oggetti di male che possano sedurre il viandante ed indurlo ad usarle per suo danno. Frantumate letteralmente ogni cosa non buona che fu vostra in opere, scritti, insegnamenti o atti. Meglio restare con poco, elevarsi appena di un cubito ma con buone pietre, che per dei metri ma con pietre malvagie. I raggi e le rondini scendono anche sulle muricce appena elevate dal suolo, e i fioretti umili della proda con facilità giungono ad accarezzare le pietre basse. Mentre le superbe pietre che vogliono elevarsi inutili e scabre non hanno che schiaffi di rovi e abbracci di tossici. Demolite per ricostruire e per salire provando la bontà delle vostre antiche pietre alla voce di Dio».
31«Bene parli, uomo. Ma salire! Come? Ti abbiamo detto che meno di pargoli siamo. Chi ci fa salire sull’erta colonna? Proveremo le pietre al suono di Dio, frantumeremo le meno buone. Ma come salire? E’ vertigine solo a pensarlo!» dice Stefano.
Risposta di Giovanni: la via mistica.
32Giovanni, che ha ascoltato a capo chino sorridendo a se stesso, alza un volto luminoso e prende la parola.
33«Fratelli! Vertigine è pensare di salire. E’ vero. Ma chi vi dice che è necessario attaccare l’altezza direttamente? Questo non i pargoli, ma neppure gli adulti lo possono fare. Solo gli angeli possono lanciarsi negli azzurri, perché hanno libertà da ogni peso di materia. E negli uomini solo gli eroi della santità lo possono fare.
34Abbiamo un vivente che tuttora, in questo mondo avvilito, sa essere eroe di santità come gli antichi di cui si infiora Israele, quando i Patriarchi erano amici di Dio e la parola del Codice eterno era la sola, ma la ubbidita da ogni retta creatura.
35Giovanni, il Precursore, insegna come si attacca l’altezza direttamente. E’ un uomo, Giovanni. Ma la Grazia che il Fuoco di Dio gli ha comunicata, mondandolo dal ventre della madre, così come fu mondato dal serafino il labbro del Profeta, perché potesse precedere il Messia senza lasciare fetore di colpa d’origine sulla via regale del Cristo, ha dato a Giovanni ali di angelo e la penitenza le ha fatte crescere, abolendo insieme quel peso di umanità che la sua natura di nato di donna aveva conservato.
36Onde Giovanni, dal suo speco dove predica penitenza, e dal suo corpo dove arde lo spirito sposato alla Grazia, lancia, può lanciare se stesso al sommo dell’arco oltre il quale è Dio, l’altissimo Signore Iddio nostro, e può, dominando i secoli passati, il giorno presente, il tempo futuro, annunciare, con voce di profeta, con occhio d’aquila che può fissare il Sole eterno e riconoscerlo: “Ecco l’Agnello di Dio. Colui che leva i peccati del mondo”, e morire dopo questo suo canto sublime, che sarà usato non solo nel tempo limitato ma nel tempo senza fine, nella Gerusalemme per sempre eterna e beata, per acclamare la Seconda Persona, per invocarla sulle miserie umane, per osannarla nei fulgori eterni.
37Ma l’Agnello di Dio, il dolcissimo Agnello che ha lasciato la sua luminosa dimora dei Cieli nei quali è Fuoco di Dio in abbraccio di fuoco – oh! eterna generazione del Padre che concepisce col Pensiero illimitato e santissimo il suo Verbo, e se lo assorbe producendo una fusione d’amore che crea lo Spirito di Amore in cui si accentra la Potenza e la Sapienza! – ma l’Agnello di Dio che ha lasciato la sua purissima, incorporea forma, per chiudere la sua purezza infinita, la sua santità, la sua natura divina in carne mortale, sa che noi non siamo i mondati dalla Grazia, ancora non lo siamo, e sa che non potremmo, come l’aquila che è Giovanni, lanciarci nelle altezze, sul culmine dove è Dio Uno e Trino.
La via dei piccoli è la via dell’amore.
38Noi siamo i piccoli passeri del tetto e della via, siamo le rondini che toccano l’azzurro ma si cibano di insetti, siamo le calandre che vogliono cantare per imitare gli angeli ma rispetto al cui canto il nostro è fremito discorde di cicala estiva. Questo, il dolce Agnello di Dio, venuto per levare i peccati del mondo, lo sa. Perché, se non è più lo Spirito infinito dei Cieli, avendo costretto Se stesso in carne mortale, la sua infinità non è menomata per questo, e tutto sa essendo sempre infinita la sua sapienza.
39Ed ecco allora che ci insegna la sua via. La via dell’amore. Egli è l’Amore che per misericordia di noi si fa carne. Ecco allora che questo Amore misericordioso ci crea la via che anche i piccoli possono salire. 40Ed Egli, non per bisogno proprio, ma per insegnarcela, la percorre per primo. Egli neppure avrebbe bisogno di aprire le ali per rifondersi col Padre. 41Il suo spirito, io ve lo giuro, è chiuso qui, sulla misera terra, ma è sempre col Padre, perché tutto può Dio, e Dio Egli è. Ma va avanti, lasciando dietro di Sé gli aromi della sua santità, l’oro e il fuoco del suo amore.
42Osservate la sua via. Oh! ben giunge all’arco sommo! Ma come è placida e sicura! Non è una retta: è una spirale. Più lunga, e il suo sacrificio di amore misericordioso si svela in questa lunghezza su cui Egli trattiene Se stesso per amore di noi deboli. Più lunga, ma più adatta alla nostra miseria.
43La salita all’Amore, a Dio, è semplice come è semplice l’Amore. Ma è profonda perché Dio è un abisso che direi irraggiungibile se Egli non si abbassasse per farsi raggiungere, per sentirsi baciare dalle anime di Lui innamorate (Giovanni parla e piange sorridendo con la bocca, nell’estasi del suo svelare Dio). 44E’ lunga la semplice via dell’Amore, perché l’Abisso che è Dio non ha fondo, e tanto uno potrebbe salire quanto volesse. Ma l’Abisso mirabile chiama il nostro abisso miserabile. Chiama con le sue luci e dice: “Venite a Me! “.
Invito di Dio! Invito di Padre!
45Oh! Invito di Dio! Invito di Padre! Udite! Udite! Dai Cieli lasciati aperti, perché il Cristo ne ha spalancato le porte – mettendo a tenerle tali gli angeli della Misericordia e del Perdono, perché in attesa della Grazia sugli uomini ne fluissero almeno luci, profumi, canti e sereni, atti a sedurre santamente i cuori umani – vengono incontro a noi parole soavissime.
46E’ la voce di Dio che parla. E la voce dice: “La vostra puerizia? Ma è la vostra moneta migliore! Vorrei che tutt’affatto piccoli diveniste per avere in voi l’umiltà, la sincerità e l’amore dei pargoli, il confidente amore dei pargoli verso il padre.
47La vostra incapacità? Ma è la mia gloria! Oh! venite. Neppure vi chiedo che voi da voi stessi proviate il suono delle pietre buone e cattive. Ma datele a Me! Io le sceglierò e voi vi ricostruirete.
48La scalata alla perfezione? Oh! no, piccoli figli miei. Qui la mano nella mano del Figlio mio, fratello vostro, ora e così, al suo fianco ascendete… Ascendere! Venire a Te, eterno Amore! Prendere la tua somiglianza, ossia l’Amore!
49Amare! Ecco il segreto!… Amare! Darsi… Amare! Abolirsi… Amare! Fondersi… La carne? Un nulla. Il dolore? Un nulla. Il tempo? Un nulla. Il peccato stesso diviene nulla se io lo sciolgo nel tuo fuoco, o Dio! L’Amore solo è.
50L’Amore! L’Amore, che ci ha dato l’incarnato Iddio, ci darà ogni perdono. E amare è atto che nessuno sa meglio dei pargoli fare. E nessuno è amato più di un pargolo.
Invito a seguire Cristo.
51O tu che non conosco, ma che vuoi conoscere il Bene per distinguerlo dal Male, per avere l’azzurro, il sole celeste, tutto quanto è letizia soprannaturale, ama e l’avrai. 52Ama Cristo. Morirai nella vita, ma risusciterai nello spirito. Con uno spirito nuovo, senza più avere bisogno di usare le pietre, sarai per l’eternità un fuoco che non muore. 53La fiamma sale. Non abbisogna di scalini né di ali per salire. 54Libera il tuo io da ogni costruzione, poni in te l’Amore. 55Fiammeggerai. Lascia che ciò avvenga senza restrizioni. 56Aizza anzi la fiamma gettandovi ad alimentarla tutto il tuo passato di passioni, di sapere. Si distruggerà nella fiamma il men buono, e ciò che già è metallo nobile si farà puro. 57Gettati, o fratello, nell’amore attivo e gaudente della Trinità. Comprenderai ciò che ora ti pare incomprensibile, perché comprenderai Dio, il Comprensibile solo da quelli che si danno senza misura al suo fuoco sacrificatore. 58Ti fisserai in ultimo in Dio in un abbraccio di fiamma, pregando per me, il pargolo di Cristo, che ha osato parlarti dell’Amore».
Vocazione di Stefano.
59Sono tutti di stucco: apostoli, discepoli, fedeli… L’interpellato è pallido, mentre Giovanni è di porpora non tanto per la fatica quanto per l’amore.
60Infine Stefano ha un grido: «Te benedetto! Ma dimmi, chi sei? E Giovanni – ed ha un atto che mi ricorda molto la Vergine nell’atto dell’Annunciazione – dice piano, curvandosi come adorando Colui che nomina: «Sono Giovanni. Tu vedi in me il minimo fra i servi del Signore.»
«Ma chi il tuo maestro prima d’ora?».
61«Alcuno che Dio non sia, poiché ho avuto il latte spirituale da Giovanni il presantificato di Dio, mangio il pane di Cristo Verbo di Dio, e bevo il fuoco di Dio che mi viene dai Cieli. Sia gloria al Signore!».
62«Ah! ma io non vi lascio più! Né te né costui, nessuno lascio. Prendetemi!».
63«Quando… Oh! ma qui è Pietro, il capo fra noi» e Giovanni prende lo sbalordito Pietro e lo proclama così «il primo».
64E Pietro ritrova se stesso: «Figlio, a grande missione occorre severa riflessione. Questo è l’angelo di noi e accende. Ma occorre sapere se la fiamma in noi potrà durare. Misura te stesso. E poi vieni al Signore. Noi ti apriremo il cuore come a fratello carissimo. Per intanto, se vuoi conoscere meglio la nostra vita, resta. Le greggi del Cristo possono crescere a dismisura per essere scelti, fra i perfetti e gli imperfetti, i veri agnelli dai falsi montoni.
65E con questo ha fine la prima manifestazione apostolica.
167. L’incontro con le romane nel giardino di Giovanna di Cusa[146].
L’incontro con le romane
Nel giardino di Cusa.
1Gesù, con l’aiuto di un barcaiolo che lo ha accolto nella sua barchetta, sbarca sul pontile del giardino di Cusa. Già lo ha visto un giardiniere ed accorre ad aprirgli il cancello che intercetta agli estranei l’entrata nella proprietà dalla parte del lago, un alto e forte cancello che però si nasconde in una siepe foltissima e alta di lauri e bossi dalla parte esterna, verso il lago, e di rose di ogni colore dalla parte interna, verso la casa. Gli splendidi rosai infiorano le fronde bronzee dei lauri e dei bossi, si insinuano fra le ramaglie, fanno capolino dall’altro lato, oppure sormontano del tutto la verde barriera e fanno cadere le loro chiome fiorite al di là. Solo ad un punto, all’altezza di un viale, il cancello si mostra nudo, ed è lì che si apre per dare passaggio a chi viene dal lago e a chi va al lago.
2«La pace a questa casa e a te, Joanna. Dove è la tua padrona?».
«Là con le sue amiche. Ora la chiamo. Ti attendono da tre giorni per paura di giungere in ritardo».
3Gesù sorride. Il servo va di corsa a chiamare Giovanna. Intanto Gesù cammina lentamente verso il luogo accennato dal servo, ammirando lo splendido giardino, si potrebbe dire lo splendido roseto, che Cusa ha fatto costruire per la moglie. Rose di tutti i colori, grandezze e forme, in questo seno riparato di lago, ridono già, precoci e splendide. Vi sono anche altre piante da fiore. Ma sono ancora senza fioritura e la loro presenza è minima di fronte alla quantità dei roseti.
Giovanna di Cusa.
4Accorre Giovanna. Non ha neppure posato un cestello pieno a metà di rose, né le forbici che aveva per coglierle, e corre così, a braccia tese, snella e gentile nella ricca veste di sottile lana di un rosa tenuissimo, le cui increspature sono tenute in sesto da borchie e fibbie di filigrana d’argento su cui splendono pallide granate.
5Sui capelli neri e ondulati, un diadema a foggia di mitra, pure in argento e
granate, trattiene un velo di bisso leggerissimo, tinto pure in rosa, che ricade all’indietro, lasciando
scoperte le piccole orecchie appesantite da orecchini simili al diadema e il volto ridente, il collo
sottile sulla cui radice brilla una collana uguale nel lavoro al resto degli ornamenti preziosi. Lascia
cadere il suo cesto davanti ai piedi di Gesù e si inginocchia a baciargli la veste, fra le rose sparse.
6«Pace a te, Giovanna. Sono venuto».
«Ed io sono felice. Esse pure sono venute. Oh! ora mi pare di avere fatto male a fare questo! Come farete ad intendervi? Sono affatto pagane!». Giovanna è un poco agitata.
7Gesù sorride, le pone la mano sul capo: «Non avere paura. Ci intenderemo benissimo. E tu hai fatto benissimo a “fare questo”. L’incontro sarà fiorito di bene come il tuo giardino di rose. Raccogli ora queste povere rose che hai lasciato cadere e andiamo dalle tue amiche».
8«Oh! di rose ce ne sono tante! Lo facevo per passare il tempo, e poi le amiche sono così… così… voluttuose… Amano i fiori come fossero… non so…».
9«Ma li amo Io pure! Vedi che abbiamo già trovato un argomento per intenderci fra Me e loro? Su! Raccogliamo queste splendide rose…» e Gesù si china per dare l’esempio.
«Non Tu! Non Tu, Signore! Se proprio vuoi, ecco… è fatto».
Le amiche romane.
10Camminano fino ad un chiosco che è fatto di un intreccio multicolore di rose. Dalla soglia occhieggiano tre romane: Plautina, Valeria e Lidia. La prima e l’ultima stanno in sospeso, ma Valeria corre fuori e si inchina dicendo: «Salve, Salvatore della mia piccola Fausta!»
11«Pace e luce a te e alle tue amiche».
Le amiche si inchinano senza parlare.
12Plautina la conosciamo di già. Alta, imponente, dagli splendidi occhi neri, un poco imperiosi, sotto la fronte liscia e bianchissima, naso diritto, perfetto, bocca un poco tumida ma ben fatta, mento rotondetto e marcato, mi ricorda certe bellissime statue di imperatrici romane. Pesanti anelli splendono sulle bellissime mani e larghi bracciali d’oro fasciano le braccia, veramente statuarie, al polso e oltre il gomito, che appare di un bianco rosato, liscio e perfetto, fuori dalla corta manica drappeggiata.
13Lidia invece è bionda, più sottile e più giovane. La sua non è la bellezza imponente di Plautina, ma ha tutta la grazia di una gioventù femminea ancora un poco acerba. E posto che siamo in tema pagano potrei dire che, se Plautina pare la statua di una imperatrice, Lidia potrebbe essere una Diana o una Ninfa di gentile e pudico aspetto.
14Valeria, ora che non è nella disperazione di quando la vedemmo a Cesarea, appare nella sua bellezza di giovane madre, dalle forme piene ma ancora molto giovanili, dall’occhio quieto della madre felice di nutrire e vedere crescere del suo latte il suo nato. Rosea e castana, ha un sorriso pacato ma tanto dolce. Ho l’impressione che siano dame di grado inferiore a Plautina, che anche con lo sguardo esse venerano come una regina.
Dialogo col Messia.
Utilità della Fede nella vita eterna.
15«Vi occupavate di fiori? Continuate, continuate. Potremo parlare anche mentre cogliete queste splendide opere del Creatore che sono i fiori e mentre le disponete con l’abilità di cui Roma è maestra in queste coppe preziose, per allungarne la vita, ahimè! troppo breve… Se noi ammiriamo questo boccio, che appena apre il riso dei suoi petali giallo rosa, come non possiamo rimpiangere di vederlo morire? 16Ma, oh! come sarebbero stupiti gli ebrei di sentirmi dire questa cosa! Ma è perché anche nella creatura floreale noi sentiamo un che, che ha vita. E di vederne la fine ci duole. Però la pianta è più saggia di noi. Sa che su ogni ferita di stelo tagliato nasce un nuovo virgulto che sarà la nuova rosa. Ed ecco allora che la nostra mente deve cogliere l’insegnamento e farsi, dell’amore un poco sensuale per il fiore, uno sprone a pensiero più alto».
«Quale, Maestro?» interroga Plautina, che ascolta attenta e sedotta dal pensiero elegante del Maestro ebreo.
17«Questo. Che come la pianta non muore finché la sua radice è nutrita dal suolo, non muore per morire di steli, così l’umanità non muore per chiudersi al vivere terreno di un essere. Ma sempre nuovi fiori rampolla. E – pensiero ancor più alto, atto a farci benedire il Creatore – e mentre il fiore, morto che sia, più non rivive, e ciò è tristezza, l’uomo, addormentato che sia nel sonno ultimo, non è morto, ma vivo di una più fulgida vita, traendo con la sua parte migliore eterna vita e splendore dal Creatore che lo ha formato. Per questo, Valeria, se la tua bambina fosse morta tu non avresti perduto la sua carezza. Sulla tua anima sarebbe sempre venuto il bacio della tua creatura, separata ma non dimentica del tuo amore. Vedi come è dolce avere una fede nella vita eterna? Dove è ora la tua piccina?».
Gli amichetti di Gesù.
18«In quella cuna coperta. Non me ne ero mai separata avanti, perché l’amore per il marito e per la figlia erano i due scopi della mia vita. Ma ora che so cosa è vederla morire, non la lascio neppure per un attimo».
19Gesù si dirige ad un sedile su cui è posata una specie di cunella di legno, tutta coperta da una ricca coltre. La scopre e guarda la piccina dormiente che l’aria più viva sveglia dolcemente. I suoi occhietti si aprono stupiti e un sorriso d’angelo schiude la bocchina mentre le manine, prima chiuse a pugnello, si aprono avide di afferrare gli ondeggianti capelli di Gesù, mentre un cinguettio di passerotto segna il procedere di un discorso nel suo pensiero. Infine trilla la grande, universale parola: «Mamma!».
20«Prendila, prendila» dice Gesù, che si scosta per lasciare che Valeria si curvi sulla cuna. «Ma ti darà noia!… Ora chiamerò una schiava e la farò portare per il giardino».
21«Noia? Oh! no! Mai noia i bambini. Sono sempre miei amici».
«Hai figli o nipoti, Maestro?» chiede Plautina, che osserva con che sorrisi Gesù stuzzica la piccola per farla ridere.
22«Non ho né figli né nipoti. Ma amo i bambini come amo i fiori. Perché sono puri e senza malizia. Anzi, dammi, o donna, la tua piccina. Stringermi al cuore un piccolo angelo mi è tanto dolce».
23E si siede con la piccolina, che l’osserva e che gli spettina la barba e poi trova da fare meglio con le frange del mantello e il cordone della veste, ai quali dedica un lungo e misterioso discorso.
L’idolatria.
24Plautina dice: «La nostra amica buona e saggia, una delle poche che non si sdegni di noi e non si corrompa con noi, ti avrà detto che abbiamo avuto desiderio di vederti ed udirti per giudicarti per quello che sei. Perché Roma non crede alle fole… Perché sorridi, Maestro?».
25«Dopo te lo dirò. Prosegui».
26«Perché Roma non crede alle fole e vuole giudicare con scienza e coscienza prima di condannare e di esaltare. Il tuo popolo ti esalta e ti calunnia con uguale misura. Le tue opere porterebbero a farti esaltare. Le parole di molti ebrei a crederti poco meno di un delinquente. Le tue parole sono solenni e sagge come quelle di un filosofo. Roma ha molto amore alle dottrine filosofiche e… devo dirlo, i nostri filosofi attuali non hanno una dottrina che soddisfi, anche perché non corrisponde ad essa la loro forma di vita».
27«Non possono avere una forma di vita corrispondente alla loro dottrina».
«Perché sono pagani, non è vero?».
28«No. Perché sono atei».
«Atei? Hanno i loro dèi».
29«Non hanno più neppure quelli, donna. Io ti ricordo gli antichi filosofi, i più grandi. Erano pagani essi pure, ma ciononostante guarda che elevatezza di vita fu la loro! Mescolata all’errore, perché l’uomo è portato ad errare. Ma quando furono davanti ai misteri più grandi: la vita e la morte; ma quando furono messi davanti al dilemma dell’onestà o della disonestà, della virtù o del vizio, della eroicità o della vigliaccheria, e pensarono che dal loro volgere al male sarebbe venuto male alla patria e ai cittadini, ecco allora che con volontà gigante gettarono lungi da loro le branche dei mali polipi, e liberi e santi seppero volere il Bene, a qualunque costo. Questo Bene che altri non è che Dio».
L’artefice di ogni bellezza.
Il Messia Figlio del Dio vero.
«Tu sei Dio, si dice. E vero?».
30«Io sono il Figlio del Dio vero, fatto Carne restando Dio».
«Ma che è Dio? Il più grande dei maestri, se guardiamo Te».
31«Dio è ben più di un maestro. Non avvilite l’idea sublime della Divinità ad una limitazione di sapienza».
«La sapienza è una deità. Noi abbiamo Minerva. É la dea del sapere».
32«Avete anche Venere, dea del piacere. Potete ammettere che un dio, ossia uno superiore ai mortali, abbia, portata alla perfezione, tutto quanto è bruttura nei mortali? Potete pensare che uno che è eterno abbia in eterno le piccole, meschine, avvilenti delizie di chi ha un’ora di tempo? E che ne faccia scopo del suo vivere? 33Non pensate che lurido Cielo è quello che voi chiamate Olimpo e dove fermentano i più acri succhi dell’umanità? 34Se guardate il vostro Cielo, che vedete? Lussurie, delitti, odi, guerre, furti, crapule, tranelli, vendette. 35Se volete celebrare le feste dei vostri dèi, che fate? Orgie. Che culto date ad essi? Dove è la vera castità delle sacrate a Vesta? 36Su quale divino codice si appoggiano per giudicare i vostri pontefici? 37Quali parole possono leggere nel volo degli uccelli o dal rombo d’un tuono i vostri àuguri? 38E le sanguinanti viscere degli animali sacrificati che risposte possono dare ai vostri arùspici? 39Hai detto: “Roma non crede alle fole”. E allora perché crede che dodici poveri uomini, col far fare il giro dei campi ad un porco, una pecora e un toro, e coll’averli immolati, possano propiziarsi Cerere, se avete infinite deità, in odio l’una verso l’altre, e di cui credete alle vendette? 40No. Ben altra cosa è Dio. Esso è eterno, unico e spirituale».
Il Dio vero.
«Ma Tu dici essere Dio e sei carne».
41«Vi è un altare senza dio nella patria degli dèi. La saggezza umana lo ha dedicato al Dio ignoto. Perché i saggi, i veri filosofi hanno intuito esservi qualcosa oltre lo scenario stonato creato per quegli eterni bambini che sono gli uomini dagli spiriti avvolti nelle bende dell’errore.
42Se ora questi saggi – che hanno intuito esservi qualcosa oltre lo scenario bugiardo, qualcosa di veramente sublime e divino che ha fatto quanto è, e dal quale viene quanto di buono vi è nel mondo – hanno voluto un altare al Dio ignoto, che essi sentivano il vero Iddio, come potete voi dare nome di dèi a ciò che dio non è, e dire di sapere ciò che in realtà non sapete?
43Sappiate dunque cosa è Dio per poterlo conoscere ed onorare.
44Dio è Quello che dal suo pensiero ha fatto dal Nulla il Tutto. Vi può persuadere e soddisfare la favola dei sassi che si mutano in uomini? In verità vi sono uomini più duri e malvagi del sasso, e sassi vi sono che sono più utili dell’uomo.
45Ma non ti è più dolce, Valeria, guardando questa tua piccolina, pensare: “E una vivente volontà di Dio, da Lui creata e formata, da Lui dotata di una seconda vita che non muore, di modo che io l’avrò ancora, la mia piccola Fausta, e per l’eternità, se credo nel Dio vero”; anziché dire: “Queste carni di rosa, questi capelli più sottili di filo di ragno, queste pupille serene vengono da un sasso”?
46Oppure dire: “Io sono in tutto simile alla lupa o alla cavalla e brutalmente mi accoppio, brutalmente genero, brutalmente allevo, e questa figlia è frutto del mio istinto bruto, è un bruto pari a me, e domani, morta lei, morta io, saremo due carogne che si disciolgono in fetore e che mai più si rivedranno”? Dimmi! Il tuo cuore di madre che vorrebbe delle due ragioni?».
47«La seconda no certo, Signore! Se avessi saputo che Fausta non era cosa che per sempre poteva essere dissolta, il mio dolore, nella sua agonia, sarebbe stato meno spietato. Perché avrei detto: “Ho smarrito una perla. Ma essa vi è ancora. Ed io la ritroverò.»
L’Artefice di ogni bellezza.
38«Lo hai detto. Quando Io sono venuto verso di voi la vostra amica mi disse che si stupiva della vostra passione per i fiori. E temeva che ciò mi potesse urtare. Ma Io l’ho rassicurata dicendo: “Io pure li amo, e perciò ci intenderemo veramente bene”. 49Ma voglio portarvi ad amare i fiori così come porto Valeria ad amare la sua creatura di cui, sono certo, avrà più grande cura ora che sa che ha l’anima, che è particella di Dio chiusa nella carne fattale da lei, mamma; una particella che non muore, e che la mamma ritroverà nel Cielo, se crederà nel Dio vero. 50Così voi. Guardate questa splendida rosa. La porpora che orna la veste imperiale è meno splendida di questo petalo, che non solo è gioia degli occhi per il colore ma è gioia del tatto per la sua morbidezza e dell’olfatto per il suo profumo. 51E guardate questa ancora, e questa, e questa. La prima è sangue sgorgato da un cuore, la seconda è neve testé caduta, la terza è pallido oro, l’ultima sembra fatta con questa dolce faccia infantile che mi sorride in grembo. 52Ancora: la prima è rigida su un grosso stelo quasi senza spine, rossastro nel fogliame come fosse spruzzato di sangue, la seconda ha rari uncini di spine e opache e pallide foglie lungo lo stelo, la terza è flessuosa come giunco ed ha un fogliame piccolo e lucido come una verde cera, l’ultima pare precluda la via ad ogni assalto alla rosea corolla tanto si è cosparsa di spine. Sembra una lima dalle acutissime punte.
Il Creatore.
53Ora pensate. Chi ha fatto questo? Come? Quando? Dove? Che era questo luogo nella notte dei tempi?
54Nulla era. Era informe agitarsi di elementi. Uno, Dio, disse: “Voglio” e gli elementi si separarono riunendosi per famiglie. 55E un altro “voglio” tuonò, e si ordinarono l’uno nell’altro: l’acqua fra le terre; l’uno sull’altro: l’aria e la luce sul pianeta composto. 56Ancora un “voglio” e furono le piante. E poi furono le stelle, e poi gli animali, 57e poi l’uomo. E perché l’uomo avesse diletto, come splendidi balocchi al suo prediletto, Dio elargì i fiori, gli astri, 58e per ultimo gli donò la gioia di procreare non ciò che muore, ma ciò che sopravvive alla morte per il dono di Dio che è l’anima. 59Queste rose sono altrettante volontà del Padre. L’infinita sua potenza si esplica in infinità di bellezze. 60Mi è inceppato il dire perché urta contro il bronzo serrato della vostra credenza. Ma spero che, per essere il primo incontro, ci si sia già un poco intesi. L’anima vostra lavori su quanto ho detto. 61Avete domande da fare? Fatele. Sono qui per chiarirle. Non è vergogna l’ignoranza. E’ vergogna il persistere nell’ignoranza quando c’è chi è pronto a chiarire i dubbi».
Il più esperto dei papà.
62E Gesù, come fosse il più esperto dei papà, esce dal chiosco sorreggendo la piccolina che fa i primi passetti e che vuole andare verso uno zampillo che ondeggia al sole. 63Le dame restano dove sono parlottando fra loro. E Giovanna, combattuta fra due desideri, sta sulla soglia del chiosco…
64Infine Lidia si decide, e dietro lei le altre, e va da Gesù che ride perché la piccola vuole afferrare lo spettro solare dell’acqua e non stringe che luce e insiste, insiste con tutto un pigolio di pulcino sulle labbruzze di rosa.
L’anima e la divinità del Messia.
Natura dell’anima.
65«Maestro… io non ho capito perché Tu hai detto che i nostri maestri non possono avere forme di vita buona essendo atei. Credono ad un Olimpo. Ma credono…».
66«Non hanno più che l’esteriorità del credere. Finché hanno veramente creduto, come i veri saggi credettero a quell’Ignoto di cui ti ho detto, a quel Dio che soddisfaceva la loro anima anche se senza nome, anche inavvertitamente dal volere, finché hanno volto il loro pensiero a questo Ente, ben superiore, ben superiore ai poveri dèi pieni di umanità, e bassa umanità, che il paganesimo si è dati, hanno, necessariamente, specchiato un poco di Dio. L’anima è uno specchio che riflette e un’eco che riporta».
«Cosa, Maestro?».
67«Dio».
«E’ grande parola!».
68«E’ grande verità».
Natura spirituale dell’anima.
69Valeria, che è sedotta dal pensiero della immortalità, chiede: «Maestro, spiegami dove è l’anima della mia bambina. Bacerò quel posto come un sacrario e l’adorerò, poiché è parte di Dio».
70«L’anima[147]! E’ come questa luce che la tua Faustina vuole stringere e non può perché è incorporea. Ma c’è. Io, tu, le tue amiche la vediamo. Ugualmente l’anima è visibile in tutto quanto differenzia l’uomo dal bruto[148]. Quando la tua piccina ti dirà i primi suoi pensieri, pensa che quell’intelligenza è la sua anima che si disvela. Quando ti amerà non con l’istinto ma con la ragione, pensa che quell’amore è la sua anima. Quando ti crescerà al fianco bella, non tanto di corpo ma di virtù, pensa che quella bellezza è la sua anima. E non adorare l’anima, ma Dio Creatore della stessa, Dio che di ogni anima buona si vuole fare un trono».
«Ma dove è questa cosa incorporea e sublime: nel cuore? nel cervello?».
71«E’ nel tutto che è l’uomo. Vi contiene ed è in voi contenuta. Quando vi lascia siete cadaveri. Quando viene uccisa, da un delitto di uomo a se stesso, siete dannati, separati per sempre da Dio».
«Tu dunque ammetti che il filosofo che ci disse “immortali” aveva ragione benché pagano?» chiede Plautina.
72«Non lo ammetto. Faccio di più. Dico che ciò è articolo di fede. L’immortalità dell’anima[149], ossia l’immortalità della parte superiore dell’uomo è il mistero più certo e più consolante del credere. E’ quello che ci assicura di dove veniamo, di dove andiamo, di chi siamo, e ci leva l’amaro di ogni separazione».
Il Messia è Dio.
Plautina pensa profondamente. Gesù l’osserva e tace. Infine chiede: «E Tu l’hai l’anima?».
73Gesù risponde: «Sicuramente».
«Ma sei o non sei Dio?».
74«Sono Dio. Te l’ho detto. Ma ora ho preso natura di Uomo. E sai per quale motivo? Perché solo con questo mio sacrificio Io potevo risolvere i punti insuperabili alla vostra ragione, e dopo aver abbattuto l’errore, liberando il pensiero, potevo liberare anche l’anima da una schiavitù che per ora non ti posso spiegare. Perciò ho chiuso la Sapienza in un corpo, la Santità in un corpo. La Sapienza la spargo come seme sul terreno e polline ai venti, la Santità come da preziosa anfora infranta fluirà sul mondo nell’ora della Grazia e santificherà gli uomini. Allora il Dio ignoto sarà noto».
«Ma Tu sei già noto. Chi pone in dubbio la tua potenza e la tua sapienza è malvagio o mentitore».
75«Noto sono. Ma questa non è che un’alba. Il meriggio sarà pieno della cognizione di Me».
«Quale sarà il tuo meriggio? Un trionfo? Lo vedrò io?».
76«In verità sarà un trionfo. E tu vi sarai. Perché in te è nausea di ciò che sai e appetito di ciò che ignori. La tua anima ha fame».
«E’ vero! Ho fame di verità».
77«Io sono la Verità».
«Concediti allora all’affamata».
78«Non hai che venire alla mia mensa. La mia parola è pane di verità».
Nebbie inutili.
«Ma che diranno i nostri dèi se li abbandoniamo? Non si vendicheranno su noi?» chiede Lidia, paurosa.
79«Donna, hai mai visto un mattino nebbioso? I prati si perdono sotto un vapore che li nasconde. Viene il sole e il vapore si dissolve, i prati splendono più belli. Così i vostri dèi, nebbia di povero pensiero umano che, ignorando Dio e avendo bisogno di credere, perché la fede è lo stato permanente e necessario dell’uomo, si è creato questo Olimpo, vera fola insussistente. Così i vostri dèi al sorgere del Sole, Iddio vero, nei vostri cuori, si dissolveranno senza poter nuocere. Perché essi non sono».
«Bisognerà ascoltarti ancora… molto… Siamo assolutamente davanti all’ignoto. Tutto quanto Tu dici è nuovo».
80«Ma ti ripugna? Non lo puoi accettare?».
Plautina risponde sicura: «No. Mi sento più orgogliosa di quel minimo che ora so, e che Cesare non sa, che del mio nome».
81«E allora persevera. vi lascio con la mia pace».
La pena di Giovanna.
«Ma come? Non resti, mio Signore?». Giovanna è desolata.
82«Non resto. Ho molto da fare… ».
«Oh! che ti volevo dire la mia pena!».
83Gesù, che si incammina, dopo l’ossequio delle romane, si volge e dice: «Vieni sino alla barca. Mi dirai il tuo affanno».
E Giovanna va. E dice: «Cusa mi vuole mandare per qualche tempo a Gerusalemme, e io ne ho dolore. Lo fa perché non vuole che io sia più relegata, ora che sono sana…»
84«Anche tu ti crei nebbie inutili!». Gesù ha già un piede sulla barca. «Se pensassi che così potrai ospitarmi o seguirmi con più facilità, saresti contenta e diresti: “La Bontà ci ha pensato”».
«Oh!… è vero, mio Signore! Non avevo riflettuto».
85«Vedi dunque! Ubbidisci, da brava moglie. L’ubbidienza ti darà il premio di avermi per la prossima Pasqua e l’onore di aiutarmi ad evangelizzare le tue amiche. La pace sia sempre con te!»
86La barca si stacca e tutto ha fine.
168. Aglae in casa di Maria a Nazareth[150].
La Madre della pietà.
Maria lavora.
1Maria lavora quieta ad una tela. E’ sera, tutte le porte sono chiuse, una lucerna a tre becchi illumina la piccola stanza di Nazaret e specie la tavola presso cui è seduta la Vergine. La tela, forse un lenzuolo, ricade dal cassapanco e dai ginocchi fino a terra e Maria, vestita di azzurro cupo, pare emergere da un mucchio di neve. É sola. Cuce lesta, col capo chino verso il suo lavoro, e il lume accende il sommo del suo capo con riflessi di pallido oro. Il resto del volto è in penombra.
2Nella stanza ben ordinata regna il massimo silenzio. Anche dalla via, deserta nella notte, non viene rumore. E dall’orto neppure. La pesante porta che dalla stanza dove Maria lavora, quella dove Ella è solita prendere i suoi pasti e ricevere gli amici, conduce all’orto, è chiusa e impedisce anche al rumore della fontanella, che spiccia nella vasca, di penetrare. E’ proprio il silenzio più profondo. Vorrei sapere dove è il pensiero della Vergine mentre le sue mani lavorano leste…
L’incontro con la Pietà.
3Un bussare discreto all’uscio che dà sulla via. Maria alza il capo, ascolta. E’ stato così lieve il bussare che Maria deve pensare che è causato da qualche animale notturno o da un poco di vento che abbia scosso la porta, e torna a chinare la testa sul lavoro. Ma il busso si ripete più distinto. Maria si alza e va verso la porta. Chiede, prima di aprire: «Chi bussa?».
Risponde una voce sottile: «Una donna. In nome di Gesù, pietà di me».
4Maria apre subito, tenendo sollevata la lampada per conoscere questa pellegrina. Vede un ammasso di stoffa, un viluppo da cui nulla traspare. Un povero viluppo che sta curvo in profondo inchino dicendo: «Ave! Domina!» e ripete ancora: «In nome di Gesù, pietà di me».
5«Entra e dimmi che vuoi. Io non ti conosco».
«Nessuno e molti mi conoscono, Domina. Mi conosce il Vizio. E mi conosce la Santità. Ma ho bisogno che ora la Pietà mi apra le braccia. E la Pietà sei tu…» e piange.
6«Ma entra dunque… E dimmi. Hai detto abbastanza perché io comprenda che sei una infelice. Ma chi sei non lo so ancora. Il tuo nome, sorella.
«Oh! no! Non sorella! Io non ti posso essere sorella… Tu sei la Madre del Bene… io sono il Male…» e piange sempre più forte sotto il suo manto calato a nasconderla tutta.
7Maria posa la lucerna su un sedile, prende la mano della sconosciuta inginocchiata sulla soglia, la obbliga ad alzarsi.
Maria non la conosce… io sì. E’ la velata dell’Acqua Speciosa.
Casa per chi ha per nome dolore.
Si alza, avvilita, tremante, scossa dal suo pianto, e ancora resiste ad entrare dicendo: «Sono pagana, Domina. Per voi ebrei: lordura, anche se fossi santa. Doppia lordura perché sono una meretrice».
8«Se vieni a me, se cerchi il Figlio mio attraverso me, non puoi più che essere un cuore che si pente. Questa casa accoglie chi ha nome Dolore» e la attira dentro, chiudendo la porta, rimettendo il lume sul tavolo, offrendole un sedile, dicendole: « Parla». Ma la velata non vuole sedere; un poco curva, continua il suo pianto.
9Maria è davanti a lei dolce e maestosa. Attende, pregando, che il pianto si calmi. La vedo pregare con tutto il suo aspetto, per quanto nulla prenda in Lei forma di preghiera. Né le mani, che sempre tengono fra le sue la piccola mano della velata, né le labbra che sono chiuse.
10Infine il pianto si calma. La velata si asciuga il volto col suo velo e poi dice: «Eppure, non sono venuta da tanto lontano per rimanere ignota. É l’ora della mia redenzione e mi devo denudare per… per mostrarti di quante piaghe è coperto il mio cuore. E… e tu sei una madre… e la sua Madre… Avrai dunque pietà di me».
Figlia della Pietà.
11«Sì, figlia».
12«Oh! sì! Dimmi figlia!… Avevo una madre… e l’ho abbandonata… Mi hanno detto poi che è morta di dolore… Avevo un padre… mi ha maledetta… e dice a quelli della città: “Non ho più figlia”». …(il pianto riprende violento. Maria impallidisce di pena. Ma le pone una mano sul capo per confortarla). La velata riprende: «Non avrò più nessuno che mi chiami figlia!… Sì, così, carezzami così, come faceva la mamma mia… quando ero pura e buona… Lascia che io ti baci questa mano e mi asciughi con essa il pianto. Il mio pianto solo non mi lava. Quanto ho pianto da quando ho capito!… Prima anche avevo pianto, perché è orrore essere soltanto una carne sfruttata, insultata dall’uomo. Ma erano pianti di bestia malmenata che odia e si rivolta a chi la tortura, e sporcavano sempre più perché… cambiavo padrone ma non cambiavo bestialità… Da otto mesi io piango… perché ho capito… Ho capito la mia miseria, il mio marciume. Ne sono coperta e satura e ne ho nausea… Ma il mio pianto sempre più cosciente non mi lava ancora. Si mescola al mio marciume e non lo leva. Oh! Madre! Asciugami tu dal pianto, ed io sarò mondata in modo di poter avvicinare il mio Salvatore!».
13«Sì, figlia, sì. Siedi. Qui, con me. E parla con pace. Lascia tutto il tuo peso, qui, su questi miei ginocchi di Madre» e Maria si siede.
Fiore che diventa fango.
La via delle cose frivole.
Ma la velata le scivola ai piedi volendo parlarle così.
14Comincia piano: «Sono di Siracusa… Ho ventisei anni… Ero figlia di un intendente, direste voi, noi diciamo del procuratore di un grande signore romano. Ero figlia unica. Vivevo felice. Abitavamo presso la marina nella villa bellissima di cui mio padre era intendente. Ogni tanto veniva il padrone della villa, o sua moglie, e i figli… Ci trattavano bene ed erano buoni con me. Le fanciulle giocavano con me… Mia mamma era felice… era orgogliosa di me. Ero bella… ero intelligente… tutto mi riusciva facile… Ma amavo più le cose frivole delle cose buone.
15A Siracusa vi è un grande teatro. Un grande teatro… Bello… …vasto… Serve ai giuochi e alle commedie… Nelle commedie e tragedie che in esso si danno sono molto usate le mime. Esse sottolineano con le loro mute danze il significato del coro. Tu non sai… ma anche con le mani, con le mosse del corpo possiamo esprimere i sentimenti dell’uomo agitato da qualche passione… Giovanetti e fanciulle vengono istruiti ad esser mimi in un’apposita palestra. Devono essere belli come dèi e agili come farfalle… 16A me piaceva molto andare su una specie d’altura da cui si dominava questo luogo e vedere le danze delle mime. E poi le rifacevo sui prati fioriti, sulle sabbie bionde della mia terra, nel giardino della villa. Parevo una statua d’arte, oppure un vento che trasvola, tanto sapevo fissarmi in pose statuarie o trasvolare quasi non toccando il suolo. Le mie ricche amiche mi ammiravano… e la mamma mia ne era orgogliosa…»
La velata parla, ricorda, rivede, sogna il passato e piange. I singhiozzi sono le virgole nel suo dire.
17«Un giorno… era maggio… tutta Siracusa era in fiore. Da poco erano finite le feste ed io ero rimasta entusiasta di una danza eseguita nel teatro… Mi ci avevano portato, con le loro figlie, i padroni. Avevo quattordici anni… In quella danza le mime, che dovevano rappresentare le ninfe di primavera accorrenti ad adorare Cerere, danzavano incoronate di rose, vestite di rose… Di quelle sole, perché la veste era un velo leggerissimo, una rete di fili di ragno su cui erano sparse rose… Nella danza parevano alate Ebi tanto scorrevano leggere, gli splendidi corpi apparendo dalle scomposte sciarpe di velo fiorito che facevano ali dietro di loro… Studiai la danza… e un giorno… un giorno…» La velata piange ancor più forte… Poi si riprende.
La malizia uccide l’anima.
18«Ero bella. Lo sono. Guarda». Sorge in piedi gettando rapida indietro il velo e lasciando ricadere il mantellone. E resto di stucco io, perché vedo emergere dalle stoffe respinte Aglae, bellissima pur nella dimessa veste, nella semplice acconciatura a trecce, senza gioielli, senza pompose stoffe, un vero fiore di carne, snello e pur perfetto, dal volto bellissimo, di un bruno pallido e dagli occhi di velluto ma pieni di fuoco.
19Si torna a inginocchiare davanti a Maria: «Ero bella, per mia sventura. Ed ero folle. Quel giorno mi vestii di veli, mi aiutarono le fanciulle mie signore che amavano vedermi danzare… Mi vestii su un lembo di spiaggia bionda, in faccia all’azzurro mare. Sulla spiaggia, in quel luogo deserta, erano selvaggi fiori bianchi e gialli dal profumo acuto di mandorla, di vaniglia, di carne appena monda. Anche dagli agrumeti venivano ondate di profumo acuto, e odoravano i roseti siracusani, anche il mare, anche la rena odoravano; il sole traeva odore da tutte le cose… un che di panico che mi andava al capo. Mi sentivo ninfa io pure e adoravo… chi? La Terra feconda? Il Sole fecondatore? Non so. Pagana fra i pagani credo adorassi il Senso, il mio dispotico re che non sapevo di avere ma che era potente più di un dio… Mi incoronai delle rose prese nel giardino… e danzai… Ero ebbra di luce, di profumi, del piacere di essere giovane, agile e bella. Danzai… e fui vista. Vidi di essere guardata. Ma non mi vergognai di apparire nuda al cospetto di due occhi avidi di uomo. Anzi mi compiacqui di aumentare i miei voli… Il compiacimento di essere ammirata mi metteva veramente le ali.. E fu la mia rovina. Tre giorni dopo rimasi sola perché i padroni erano partiti per tornare nella loro patrizia dimora di Roma. Ma non rimasi in casa… Quei due occhi ammiratori mi avevano svelato un’altra cosa oltre la danza… Mi avevano svelato il senso e il sesso».
“María è un mare che “lava.”
20Maria ha un atto di disgusto involontario che Aglae avverte.
«Oh! ma tu sei pura! E forse io ti ripugno…»
21«Parla, parla, figlia. Meglio a Maria che a Lui. Maria è mare che lava…»
22«Sì. Meglio a te. Me lo dissi io pure quando seppi che Egli aveva una madre… Perché prima, vedendolo tanto diverso da ogni uomo, l’unico tutto spirito – ora so che lo spirito c’è, e cosa è – prima non avrei potuto dire di che era fatto il tuo Figlio, così senza sensualità pur essendo uomo, e dentro di me pensavo non avesse madre, ma fosse sceso così, sulla terra, per salvare le orrende miserie di cui io sono la più grande…
Chi ama il pericolo nel pericolo perisce.
23Tutti i giorni tornai in quel luogo sperando rivedere quell’uomo giovane, bruno, bello… E dopo qualche tempo lo rividi… Mi parlò. Mi disse: “Vieni con me a Roma. Ti porterò alla corte imperiale, sarai la perla di Roma”. Dissi: “Sì. Sarò la tua moglie fedele. Vieni dal padre mio”. Rise beffardo e mi baciò. Disse: “Non moglie. Ma tu dea ed io tuo sacerdote che svelerò a te stessa i segreti della vita e del piacere”. “Ero folle, ero fanciulla. Ma per quanto fanciulla non ignoravo cosa è la vita… ero scaltra. Ero folle, ma non depravata ancora… e ne ebbi schifo della sua proposta. Gli sfuggii dalle braccia correndo a casa… Ma non parlai alla madre… e non seppi resistere al desiderio di rivederlo… I suoi baci mi avevano resa ancor più folle… E tornai… Non ero che appena tornata nella spiaggia solitaria che egli mi abbracciò baciandomi con frenesia, una pioggia di baci, di parole di amore, di domande: “Non è tutto in questo amore? Non è più dolce di un legame? Che altro vuoi? Puoi vivere senza di questo?
La paga del peccato è la morte
24Oh! Madre!… Fuggii la stessa sera con il lurido patrizio… e fui il cencio che si calpesta sotto la sua animalità… Non dea: fango. Non perla: sterco. Non mi si rivelò la vita, ma la lordura della vita, l’infamia, lo schifo, il dolore, la vergogna, l’infinita miseria di non essere più neanche mia… E poi… la caduta totale. Dopo sei mesi di orgia, stanco di me, egli passò a nuovi amori e fui della strada. Sfruttai la mia capacità di danzatrice… Sapevo ormai che mia madre era morta di dolore e che non avevo più casa, più padre… Mi accolse nel suo ginnasio un maestro di danze. Mi perfezionò… mi godette… e mi lanciò come un fiore esperto di ogni arte del senso in mezzo al corrotto patriziato di Roma. Il fiore, già sporco, cadde in una cloaca. Sono dieci anni di discesa nell’abisso. Sempre più in basso. Poi fui portata qui per rallegrare gli ozi di Erode e qui venni presa dal nuovo padrone. Oh! non c’è cane tenuto a catena più cane incatenato di una di noi! E non c’è padrone di canizza più brutale dell’uomo che possiede una donna! Madre… tu tremi! Ti faccio orrore!».
25Maria si è portata la mano al cuore come ne avesse ferita. Ma risponde: «No. Non tu. Mi fa orrore il Male che è tanto signore sulla terra. Continua, povera creatura».
26«Mi portò a Ebron… Ero libera? Ero ricca? Sì, poiché non ero nella carcere e poiché affogavo nei gioielli. No, perché non potevo vedere che chi egli voleva e non possedevo neppure più il diritto su me stessa.
La via per riconquistare la verginità.
Trovare il Salvatore.
27Un giorno è venuto a Ebron un uomo: l’Uomo, tuo Figlio. Quella casa gli era cara. Lo seppi e lo invitai ad entrare. Sciammai non c’era… e dalla finestra io avevo già udito parole e visto un aspetto che mi avevano sconvolto il cuore. 28Ma ti giuro, o Madre, che non fu la carne quella che mi spinse al tuo Gesù. Fu quella cosa che Egli mi rivelò che mi spinse sulla soglia, sfidando i lazzi del volgo, per dirgli: “Entra”. Fu l’anima che seppi allora di avere. 29Mi disse: “Il mio Nome vuol dire: Salvatore. Salvo chi ha buona volontà di salvezza. Salvo insegnando ad essere puri, a volere il dolore ma l’onore, il Bene ad ogni costo. Io sono Colui che cerca i perduti, che dà la Vita. Io sono Purezza e Verità”. 30Mi disse che anche io avevo un’anima e che l’avevo uccisa col mio modo di vivere. Ma non mi maledì, non mi derise. 31E non mi guardò mai! Il primo uomo che non mi succhiò con lo sguardo avido, perché ho con me la tremenda maledizione di attirare l’uomo… 32Mi disse che chi lo cerca lo trova perché Egli è dove è bisogno di medico e di medicina. E se ne andò. 33Ma le sue parole erano qui. E non sono più uscite. Mi dicevo: “Il suo Nome vuole dire Salvatore” come per cominciare a guarire. 34Mi erano rimaste le sue parole e i suoi amici pastori. E feci il primo passo dando obolo ad essi e chiedendo preghiera… E poi… fuggii…
Dietro il Salvatore.
35Oh! santa fuga questa! Fuggii il peccato in cerca del Salvatore. Andai cercando. Certa di trovarlo perché Egli me lo aveva promesso. 36Mi mandarono da un uomo di nome Giovanni come fosse Lui. Ma non era. 37Un ebreo mi indirizzò all’Acqua Speciosa. Vivevo vendendo il molto oro che avevo. 38Nei mesi che ero stata vagante avevo dovuto tener coperto il mio volto per non essere ripresa e perché, realmente, Aglae era sepolta sotto quel velo. Morta la antica Aglae. Vi era sotto la sua anima ferita e dissanguata che cercava il suo medico. 39Molte volte dovetti sfuggire al senso del maschio che mi perseguiva anche così annullata nella mia veste. Anche uno degli amici di tuo Figlio…
La penitente.
40All’Acqua Speciosa vivevo come una bestia, povera ma felice. E le rugiade e il fiume mi mondarono meno delle sue parole. Oh! non una si è persa! 41Una volta perdonò ad un uomo assassino. Udii… e fui per dire: “Perdona a me pure”. 42Un’altra parlò dell’innocenza perduta… Oh! che pianto di rimpianto! Un’altra guarì un lebbroso… e fui per gridare: “Monda me dal mio peccato…” 43Un’altra guarì un folle, e romano era… e piansi… e mi fece dire che le patrie passano ma il Cielo resta. 44Una sera di tempesta mi accolse nella casa… e poi mi fece ospitare dal fattore… e da un bambino mi fece dire: “Non piangere”… Oh! sua bontà! Oh! mia miseria! Tanto grandi ambedue che non osai portare la mia miseria ai suoi piedi… nonostante un dei suoi mi istruisse nella notte sulla infinita misericordia del tuo Figlio.
La persecuzione.
45E poi, insidiato da chi vedeva peccato nel desiderio di un’anima rinata, il mio Salvatore è partito… ed io l’ho atteso… Ma lo attendeva anche la vendetta di chi è ben ancora più indegno di me di guardarlo. Perché io ho peccato da pagana contro me stessa, mentre essi peccano, già conoscendo Dio, contro il Figlio di Dio… e mi hanno percossa… e più che con le pietre mi hanno ferita con l’accusa, e più che nella carne mi hanno ferita nella povera anima mia, portandola alla disperazione.
La notte oscura.
46Oh! lotta tremenda con me stessa! Lacera, sanguinante, ferita, febbrile, senza più il mio Medico, senza tetto, né pane, ho guardato indietro, avanti… Il passato mi diceva: “Torna”, il presente mi diceva: “Ucciditi “, il futuro mi diceva: “Spera”. 47Ho sperato… Non mi sono uccisa. Lo farei se Egli mi cacciasse, perché non voglio più essere ciò che ero!… Mi sono trascinata in un paese chiedendo ricovero… 48Ma sono stata riconosciuta. Come una bestia ho dovuto fuggire, qua, là, sempre inseguita, sempre schernita, sempre maledetta, perché volevo essere onesta e perché avevo deluso coloro che, col mio mezzo, volevano colpire tuo Figlio. 49Seguendo il fiume sono risalita fino alla Galilea e sono venuta qui… Tu non c’eri… Sono andata a Cafarnao. Ne eri appena partita. 50Ma mi vide un vecchio. Uno dei suoi nemici, e mi ha fatto testo d’accusa per Lui, tuo Figlio, e poiché io piangevo senza reagire mi ha detto… 51mi ha detto… “Tutto potrebbe cambiare per te se volessi essere mia amante e mia complice nell’accusare il Rabbi nazareno. Basta che tu dica, davanti ai miei amici, che Egli era il tuo amante…”. 52Sono fuggita come colui che vede aprirsi un cespuglio di fiori sotto lo snodarsi del serpe.
Il martirio.
53Ho compreso così che non posso più andare ai suoi piedi… e vengo ai tuoi. Ecco, calpestami, io sono fango. Ecco, scacciami, io sono la peccatrice. Ecco, dimmi il mio nome: meretrice. Tutto accetterò da te. Ma abbi pietà, tu, Madre. Prendi la mia povera anima sporca e portala a Lui. Nelle tue mani è delitto mettere la mia lussuria. Ma solo lì sarà protetta dal mondo che la vuole, e diverrà penitenza.
54Dimmi come devo fare. Dimmi cosa devo fare. Dimmi quale mezzo devo usare per non essere più Aglae.
55Cosa devo mutilare in me? Cosa devo strappare da me per non essere più peccato, più seduzione, per non avere più a temere di me stessa e dell’uomo?
56Mi devo strappare gli occhi? Mi devo bruciare le labbra? Mi devo tagliare la lingua? Occhi, labbra, lingua mi hanno servito nel male. Non voglio più il male e sono disposta a punire me e loro col sacrificarli.
57O vuoi che mi strappi questi lombi avidi che mi hanno spinta ai pravi amori? Queste viscere insaziabili di cui temo sempre un risveglio?
58Dimmi, dimmi come si fa a dimenticarsi di essere femmine e come si fa a far dimenticare che si è femmine!».
59Maria è sconvolta. Piange, soffre, ma del suo dolore non sono segno che le lacrime che cadono sulla pentita.
60«Io voglio morire perdonata. Io voglio morire non ricordando altro che il Salvatore. Io voglio morire con la sua Sapienza a mia amica… 60e non posso più andargli vicino perché il mondo guata Lui e me per accusarci…». Aglae piange gettata del tutto a terra, come uno straccio.
Madre e Corredentora.
“Come è difficile essere redentori!.”
61Maria si alza in piedi mormorando: «Come è difficile essere Redentori!». Affanna quasi.
Aglae, che sente il mormorio e intuisce l’atto, geme: «Lo vedi? Lo vedi che anche tu hai ribrezzo? Ora me ne vado. E’ finita per me!».
62«No, figlia. Non è finita. Ora per te ha inizio. Ascolta, povera anima. Non gemo per te. Ma per il mondo crudele. Non ti lascio andare, ma ti raccolgo, povera rondine sbattuta dalla bufera contro le mie pareti. Io ti porterò da Gesù ed Egli ti dirà la tua via di redenzione…»
«Non spero più… Il mondo ha ragione. Non posso essere perdonata».
Collaboratrice della redenzione
63«Dal mondo no. Ma da Dio sì. Lascia che io ti parli in nome del supremo Amore che mi ha dato un Figlio perché io lo doni al mondo. 64Mi ha tratto dalla beata ignoranza della mia verginità consacrata perché il mondo avesse il Perdono. 65Mi ha tratto non sangue dal parto ma dal cuore col rivelarmi che la mia Creatura è la Gran Vittima. 66Guardami, figlia. In questo cuore è una grande ferita. Geme da trenta e più anni e sempre più si allarga e mi consuma. Sai che nome ha?».
«Dolore».
Operatrice dell’Amore.
67«No. Amore. È amore questo che mi svena per fare che non sia solo il Figlio nel salvare. 68E’ amore che mi dà fuoco perché io purifichi coloro che non osano andare al Figlio mio.
69 E’ amore che mi dà pianto perché io lavi i peccatori. Tu volevi la mia carezza. Ti do le mie lacrime che ti fanno già bianca per potere guardare il mio Signore. 70Non piangere così! Non sei la sola peccatrice che viene al Signore e ne parte redenta. Altre ce ne furono, altre ce ne saranno.
Amministratrice della Bontà divina.
71Dubiti che Egli ti possa perdonare? Ma non vedi in ogni cosa che ti è avvenuta un misterioso volere della Bontà divina? 72Chi ti ha condotta in Giudea? Chi nella casa di Giovanni? Chi ti mise alla finestra quella mattina? 73Chi ti accese una luce per illuminarti le sue parole? 74Chi ti diede la capacità di comprendere che la carità, unita alla preghiera del beneficato, ottengono aiuto divino? 75Chi ti diede forza di fuggire dalla casa di Sciammai? Chi di perseverare nelle prime giornate fino al suo arrivo? Chi ti portò sulla sua via? 76Chi ti fece capace di vivere da penitente per mondare sempre più l’anima tua? 77Chi ti rese anima di martire, anima di credente, anima di perseverante, anima di pura?…
Alla riconquista della verginità persa.
78Sì, non scuotere il capo. Credi tu che sia puro solo chi non ha conosciuto il senso? 79Credi tu che l’anima non possa tornare mai più vergine e bella? Oh! figlia! Ma fra la mia purezza che è tutta grazia del Signore e la tua eroica ascesa a ritroso verso la vetta della tua purezza perduta, credi che è più grande la tua. 80Tu la costruisci: contro il senso, il bisogno e l’abitudine. Per me è la dote naturale come il respiro. 81Tu devi stroncare il pensiero, gli affetti, la carne, per non ricordare, per non appetire, per non secondare. 82Io… oh! può mai una creaturina di poche ore desiderare la carne? E ne ha merito di non farlo? Così io. Io non so che sia questa tragica fame che ha fatto dell’umanità una vittima. 83Io non so altro che la santissima fame di Dio. 84Ma tu questa non la conoscevi e da te l’hai appresa. Ma tu l’altra, tragica e orrenda, l’hai domata per amore di Dio, tuo unico amore ora.
Fango che torna ad essere fiore.
85Sorridi, figlia della Misericordia divina! Mio Figlio fa in te ciò che ti ha detto ad Ebron. Lo ha già fatto. Tu sei già salvata perché hai avuto buona volontà di salvarti, perché hai appreso la purezza, il dolore, il Bene. L’anima è rinata. Sì. Ti occorre la sua parola per dirti in nome di Dio: “Sei perdonata”. Io questo non lo posso dire. Ma ti do il mio bacio a promessa, a principio di perdono…
86O Spirito Eterno, un poco di Te è sempre nella tua Maria! Lascia che Ella ti effonda, Spirito santificatore, sulla creatura che piange e che spera. Per il nostro Figlio, o Dio d’amore, salva costei che da Dio attende salvezza. La Grazia, di cui disse l’Angelo che Dio mi ha colmata, si posi per un miracolo su costei e la sorregga sinché Gesù, il Salvatore benedetto, il supremo Sacerdote, l’assolverà nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito…
La nuova creatura.
87È notte, figlia. Sei stanca e lacera. Vieni. Riposa. Domani partirai… Ti manderò presso una famiglia di onesti. Perché qui troppi vengono ormai. E ti darò una veste in tutto simile alla mia. Sembrerai un’ebrea. E poiché rivedrò mio Figlio solo in Giudea, perché la Pasqua si approssima e al novilunio di aprile saremo a Betania, parlerò allora di te. Vieni alla casa di Simone lo Zelote. Mi troverai e ti porterò a Lui».
88Aglae piange ancora. Ma ora con pace. Si è seduta per terra. Anche Maria si è tornata a sedere. E Aglae le posa la testa sui ginocchi e bacia la mano di Maria… Poi geme: «Mi riconosceranno…»
89«Oh! no. Non temere. Il tuo abito era ormai troppo noto. Ma io ti preparerò per questo tuo viaggio verso il Perdono e sarai come la vergine che va a nozze: diversa e ignota per la folla ignara del rito. Vieni. Ho una piccola camera presso la mia. Vi hanno alloggiato santi e pellegrini desiderosi di andare a Dio. Ospiterà anche te».
Aglae fa per raccogliere il mantellone e il velo.
90«Lascia. Sono le vesti della povera Aglae sperduta. Essa non è più… e neppure più deve di lei rimanere la veste. Ha sentito troppo odio… e fa male l’odio quanto il peccato».
91Escono nell’orto oscuro, entrano nella cameretta di Giuseppe. Maria accende la lucernetta che è su una mensola, carezza ancora la pentita, chiude la porta e colla sua triplice fiammella si illumina per vedere dove portare il mantello sdruscito di Aglae acciò nessun visitatore domani lo veda.
169. Primo
discorso della Montagna:
la
missione degli apostoli e dei discepoli[151].
Solo Apostoli e Discepoli più noti.
Gesù sale sul monte (Mt 5,1)[152].
1Gesù va solo e svelto per una via maestra. Diretto verso un monte che è bene spiegare come è fatto, perché col grafico credo che non riuscirò. Il grafico è così:
2Dunque questo monte, che si alza presso la via maestra che dal lago va a ovest, dopo qualche tempo dà inizio di sé con una dolce e bassa elevazione che si prolunga per molto spazio, un pianoro da cui si vede tutto il lago con la città di Tiberiade verso il sud e le altre, meno belle, che salgono verso il nord. Poi il monte ha un altro balzo in altezza e sale con una salita piuttosto accentuata fino ad un picco, che poi si abbassa per rialzarsi di nuovo con un picco simile, in una bizzarra forma di sella.
3Gesù intraprende la salita al pianoro per una mulattiera ancora abbastanza bella e raggiunge un paesetto, i cui abitanti certo sono lavoratori di questa pianura sopraelevata dove già il grano tende a spighire. Traversa il paese e procede fra i campi e i prati tutti sparsi di fiori e tutti fruscianti di messi.
4Il giorno è sereno e mostra tutte le bellezze della natura circostante. Oltre la solitaria montagnola, alla quale si dirige Gesù, vi è al nord la vetta imponente dell’Hermon, la cui sommità pare un’enorme perla posata su una base di smeraldi, tanto è candida la cima incappucciata di neve mentre è verde la pendice per i boschi che la coprono. Oltre il lago, ma fra questo e l’Hermon, la pianura verde dove è il lago di Meron, che però da qui non si vede, e poi altri monti che vanno verso il lago di Tiberiade nel lato nord occidentale e, oltre il lago, monti ancora, in lontananze che li ammorbidiscono, e altre dolci pianure. A sud, oltre la via maestra, le colline che credo celino Nazaret. Più si sale e più la vista spazia. Non vedo ciò che è ad occidente perché il monte fa da parete.
Festosa accoglienza (Mt 5,1)[153].
5Gesù incontra per primo l’apostolo Filippo, che pare messo di sentinella in quel posto. «Come, Maestro? Tu qui? Ti attendevamo sulla via. Io sono qua ad attendere i compagni andati in cerca di latte presso dei pastori che pasturano su queste cime. In basso, alla via, è Simone con Giuda di Simone e con loro sono Isacco e… Oh! ecco. Venite! Venite! È qui il Maestro!».
6Gli apostoli, che stanno scendendo con fiaschette e borracce, si danno a correre e i più giovani arrivano naturalmente per primi. La loro festa al Maestro è commovente. Infine si sono riuniti e mentre Gesù sorride vogliono tutti parlare, raccontare…
Sentimenti personali.
7«Ma ti aspettavamo sulla via!».
«Avevamo pensato che non venissi neppure per oggi».
«C’è tanta gente, sai?».
«Oh! ma eravamo molto impicciati perché ci sono scribi e persino dei discepoli di Gamaliele…»
«Ma sì, Signore! Ci hai lasciati proprio sul momento buono! Non ho mai avuto tanta paura come in quel momento. Non me lo fare più uno scherzo così!». Pietro si lamenta.
8Gesù sorride e chiede: «Ma vi è accaduto del male?».
Fatti degli Apostoli.
9«Oh! no! Anzi… Oh! mio Maestro! Ma non sai che Giovanni ha parlato?… Pareva che Tu parlassi in lui. Io… noi eravamo sbalorditi… Questo ragazzo, che solo un anno fa era capace solo di gettare la rete… oh!». Pietro è ancora ammirato e si scrolla il ridente Giovanni che tace. «Guardate se pare possibile che questo fanciullo abbia detto con questa bocca ridente quelle parole! Pareva Salomone».
«Anche Simone ha parlato bene, mio Signore. È stato proprio il “capo”» dice Giovanni.
«Sfido io! Mi ha preso e messo lì! Mah!… Dicono che ho parlato bene. Sarà. Io non lo so… perché tra lo stupore per le parole di Giovanni e la paura di parlare in mezzo a tanti e di farti fare una brutta figura, ero sbalordito…»
10«Di farmi fare? A Me? Ma eri tu che parlavi e la brutta figura l’avresti fatta tu, Simone» lo stuzzica Gesù.
«Oh! per me… Non mi importava niente di me. Non volevo che ti schernissero come stolto per avere preso un ebete per tuo apostolo».
11Gesù sfavilla di gioia per l’umiltà e l’amore di Pietro. Ma non chiede che: «E gli altri?».
«Anche lo Zelote ha parlato bene. Ma lui… si sa. Questo è stato la sorpresa! Ma già, da quando siamo stati in orazione, il ragazzo pare sempre coll’anima in Cielo».
«E’ vero! E’ vero!».
Tutti confermano le parole di Pietro. E poi continuano a narrare.
12«E sai? Fra i discepoli ora ci sono due che, a detta di Giuda di Simone, sono molto importanti. Giuda si dà molto da fare. Eh! già! Lui conosce molti di quelli… in su, e li sa trattare. E gli piace parlare… Parla bene. Ma la gente preferisce sentire Simone, i tuoi fratelli e soprattutto questo ragazzo. Ieri un uomo mi ha detto: “Parla bene quel giovane (era di Giuda che parlava) ma preferisco te a lui”. Oh! poveretto! Preferire me che non so che dire quattro parole!… Ma perché sei venuto qui? Il luogo di incontro era sulla via, e là siamo stati».
Invito privato.
Solo Apostoli e Discepoli più noti (Mt 5,1; Lc 6,20)[154].
13«Perché sapevo che vi avrei trovati qui. Ora udite. Scendete e dite agli altri di venire. Anche ai discepoli noti. E che la gente non venga per oggi. Voglio parlare a voi soli».
«Allora è meglio attendere a sera. Quando ha inizio il tramonto la gente si sparge per le borgate vicine e torna al mattino attendendo Te. Se no… chi li tiene?».
14«Va bene. Fate così. Vi attendo là, sulla cima. La notte è ormai mite. Possiamo dormire anche all’aperto».
«Dove vuoi, Maestro. Basta Tu sia con noi».
15I discepoli vanno e Gesù riprende a salire fino alla cima, che è quella già vista nella visione dello scorso anno per la fine del discorso del Monte e per il primo incontro con la Maddalena. Ancora più ampio è il panorama che si sta facendo acceso per il tramonto che si inizia.
16Gesù si siede su un masso e si raccoglie in meditazione. E così sta finché lo scalpiccio dei passi sul sentiero non lo fa avvertito che gli apostoli sono di ritorno. La sera si fa vicina. Ma su quell’altura ancora il sole persiste traendo odore da ogni erba e fioretto. Dei mughetti selvaggi odorano forte e gli alti steli dei narcisi scuotono le loro stelle e i loro bocci come per chiamare le rugiade.
Motivo dell’invito privato.
17Gesù si alza in piedi e saluta col suo: «La pace sia con voi».
Sono molti i discepoli che salgono con gli apostoli. Isacco li capitana col suo sorriso d’asceta sul volto sottile. Si affollano tutti intorno a Gesù che sta salutando particolarmente Giuda Iscariota e Simone lo Zelote.
18«Vi ho voluti tutti con Me, per stare qualche ora con voi soli e per parlare a voi soli. Ho qualcosa da dirvi per prepararvi sempre più alla missione. Prendiamo il cibo e poi parleremo, e nel sonno l’anima continuerà ad assaporare la dottrina».
19Consumano la parca cena e poi si stringono a cerchio intorno a Gesù seduto su un pietrone. Sono un centinaio circa, forse più, fra discepoli e apostoli. Una corona di volti attenti che la fiamma di due fuochi rischiara bizzarramente.
20Gesù parla piano, gestendo pacato, col viso che pare più bianco, emergente come è dall’abito azzurro cupo e al raggio della luna novella che scende proprio dove è Lui, una piccola virgola di luna nel cielo, una lama di luce che carezza il Padrone del Cielo e della terra.
Regole per essere perfetto discepolo
Completo abbandono in Dio.
21«Vi ho voluti qui, in disparte, perché siete i miei amici. Vi ho chiamati dopo la prima prova fatta dai dodici, e per allargare il cerchio dei miei discepoli operanti e per udire da voi le prime reazioni dell’essere diretti da coloro che Io do a voi come miei continuatori. So che tutto è andato bene. Io sorreggevo con la preghiera le anime degli apostoli usciti dall’orazione con una forza nuova nella mente e nel cuore. Una forza che non viene da studio umano ma da completo abbandono in Dio.
22Coloro che più hanno dato sono coloro che più si sono dimenticati. Dimenticare se stessi è ardua cosa.
L’io spirituale e l’io carnale
23L’uomo è fatto di ricordi, e quelli che più hanno voce sono i ricordi del proprio io. Bisogna distinguere fra l’io e l’io. 24Vi è lo spirituale io dato dall’anima che si ricorda[155] di Dio e della sua origine da Dio, e 25vi è l’io inferiore della carne che si ricorda di mille esigenze che tutto abbracciano di se stessa e delle passioni e che – poiché sono tante voci da fare un coro – e che soverchiano, se lo spirito non è ben robusto, la voce solitaria dello spirito che ricorda la sua nobiltà di figlio di Dio.
Sapere dimenticare se stessi.
26Perciò – meno che per questo ricordo santo che bisognerebbe sempre più aizzare e tenere vivo e forte – perciò per essere perfetti come discepoli bisogna sapere dimenticare se stessi, in tutti i ricordi, le esigenze, le pavide riflessioni dell’io umano.
27In questa prima prova, fra i miei dodici, coloro che hanno più dato sono coloro che più si sono dimenticati. Dimenticati non solo per il loro passato, ma anche nella loro limitata personalità. Sono coloro che non si sono più ricordati di ciò che erano e si sono talmente fusi a Dio da non temere. Di nulla.
Quelli che si ricordano dell’io inferiore.
28Perché le sostenutezze di alcuni? Perché si sono ricordati i loro scrupoli abituali, le loro abituali considerazioni, le loro abituali prevenzioni. 29Perché le laconicità di altri? Perché si sono ricordati le loro incapacità dottrinali e hanno temuto di fare brutte figure o di farmele fare. 30Perché le vistose esibizioni di altri ancora? Perché questi si sono ricordati le loro abituali superbie, i desideri di mettersi in vista, di essere applauditi, di emergere, di essere “qualcosa”.
Quelli che si ricordano dell’io superiore.
31Infine, perché l’improvviso svelarsi di altri in una rabbinica oratoria sicura, persuasiva, trionfale? Perché questi, e questi soli – così come quelli che fino allora umili e cercanti di passare inosservati e che al momento buono hanno saputo di colpo assumere la dignità di primato a loro conferita e non mai voluta esercitare per tema di troppo presumere – hanno saputo ricordarsi di Dio. 32Le prime tre categorie si sono ricordate dell’io inferiore. L’altra, la quarta, dell’io superiore, e non hanno temuto. Sentivano Dio con sé, Dio in sé, e non hanno temuto. Oh! santo ardimento che viene dall’essere con Dio!
Scolpire nel cuore la Dottrina.
33Or dunque ascoltate, e voi e voi, apostoli e discepoli. Voi apostoli avete già sentito questi concetti. Ma ora li capirete con più profondità. Voi discepoli non li avete ancora uditi o ne avete udito frammenti. E vi necessita di scolpirveli nel cuore. Perché Io sempre più vi userò, dato che sempre più cresce il gregge di Cristo. 34Perché il mondo sempre più vi assalirà, crescendo in esso i lupi contro Me Pastore e contro il mio gregge, ed Io voglio mettervi in mano le armi di difesa della Dottrina e del gregge mio. 35Quanto basta al gregge non basta a voi, piccoli pastori. Se è lecito alle pecore di commettere errori, brucando erbe che fanno amaro il sangue o folle il desiderio, non è lecito che voi commettiate gli stessi errori, portando molto gregge a rovina. 36Perché pensate che là dove è un pastore idolo periscono per veleno le pecore o per assalto di lupi.
Missione degli Apostoli e dei Discepoli.
Santificare la terra (Mt 5,13; Mc 9,50; Lc 14,34-35)[156].
37Voi siete il sale della terra e la luce del mondo. Ma se falliste alla vostra missione diverreste un insipido e inutile sale[157]. Nulla più potrebbe ridarvi sapore, posto che Dio non ve l’ha potuto dare, posto che avendolo avuto in dono voi lo avete dissalato lavandolo con le insipide e sporche acque dell’umanità, addolcendolo con il corrotto dolciore del senso, mescolando al puro sale di Dio detriti e detriti di superbia, avarizia, gola, lussuria, ira, accidia, di modo che risulta un granello di sale ogni sette volte sette granelli di ogni singolo vizio. 38Il vostro sale allora non è che una mescolanza di pietre in cui si sperde il misero granello sperduto, di pietre che stridono sotto il dente, che lasciano in bocca sapore di terra e fanno ripugnante e sgradito il cibo. 39Neppur più per usi inferiori è buono, ché farebbe nocumento anche alle missioni umane un sapere infuso nei sette vizi. E allora il sale non serve che ad essere sparso e calpestato sotto i piedi incuranti del popolo. 40Quanto, quanto popolo potrà calpestare così gli uomini di Dio! Perché questi vocati avranno permesso al popolo di calpestarli incurante, dato che non sono più sostanza alla quale si accorre per avere sapore di elette, di celesti cose, ma saranno unicamente detriti.
Testimoniare Dio (Mt 5,14)[158].
41Voi siete la luce del mondo. Voi siete come questo culmine che fu l’ultimo a perdere il sole ed è il primo a inargentarsi di luna[159]. 42Chi è posto in alto brilla ed è visto perché l’occhio anche più svagato si posa qualche volta sulle alture. Direi che l’occhio materiale, che viene detto specchio dell’anima, riflette l’anelito dell’anima, l’anelito inavvertito spesso ma sempre vivente finché l’uomo non è un demone, l’anelito dell’alto, dell’alto dove la istintiva ragione colloca l’Altissimo. E cercando i Cieli alza, almeno qualche volta nella vita, l’occhio alle altezze.
43Vi prego di ricordarvi di ciò che facciamo tutti, fin dalla fanciullezza, entrando in Gerusalemme. Dove corrono gli sguardi? Al monte Moria, incoronato dal trionfo di marmo e oro del Tempio. E che, quando siamo nel recinto dello stesso? Di guardare le cupole preziose che splendono al sole. Quanto bello è nel sacro recinto, sparso nei suoi atrii, nei suoi portici e cortili! Ma l’occhio corre lassù. 44Ancora vi prego ricordarvi di quando si è in cammino. Dove va il nostro occhio, quasi per dimenticare la lunghezza del cammino, la monotonia, la stanchezza, il calore o il fango? Alle cime, anche se piccole, anche se lontane. 45E con che sollievo le vediamo apparire se siamo in una pianura piatta e uniforme! Qui è fango? Là è nitore. Qui è afa? Là è frescura. Qui è limitazione all’occhio? Là è ampiezza. E solo a guardarle ci sembra meno caldo il giorno, meno viscido il fango, meno triste l’andare. 46Se poi una città splende in cima al monte, ecco che allora non vi è occhio che non l’ammiri. Si direbbe che anche un luogo da poco si abbelli se si posa, quasi aereo, sul culmine di una montagna. 47Ed è per questo che nella vera e nelle false religioni, sol che si sia potuto, si sono posti i templi in alto e, se un colle od un monte non c’era, si è fatto ad essi un piedestallo di pietre, costruendo a fatica di braccia l’elevazione su cui posare il tempio. Perché si fa questo? Perché si vuole che il tempio sia visto per richiamare con la sua vista il pensiero a Dio.
Illuminare il mondo (Mt 5,13; Mc 9,50; Lc 14,34-35)[160].
48Ugualmente ho detto che voi siete una luce[161]. Chi accende un lume a sera in una casa dove lo mette? Nel buco sotto il forno? Nella caverna che fa da cantina? O chiuso dentro un cassapanco? O anche semplicemente e solamente lo si opprime col moggio? No. Perché allora sarebbe inutile accenderlo. 49Ma si pone il lume sull’alto di una mensola, o lo si appende al suo portalume perché essendo alto rischiari tutta la stanza e illumini tutti gli abitanti in essa. Ma appunto perché ciò che è posto in alto ha incarico di ricordare Iddio e di fare luce, deve essere all’altezza del suo compito.
Requisiti per fare splendere la Luce.
50Voi dovete ricordare il Dio vero. Fate allora di non avere in voi il paganesimo settemplice. Altrimenti diverreste alti luoghi profani con boschetti sacri a questo o quel dio[162] e trascinereste nel vostro paganesimo coloro che vi guardano come templi di Dio. 51Voi dovete portare la luce di Dio[163]. Un lucignolo sporco, un lucignolo non nutrito di olio, fuma e non fa luce, puzza e non illumina.
52Una lampada nascosta dietro un quarzo sudicio non crea la leggiadria splendida, non crea il fulgido giuoco della luce sul lucido minerale. Ma langue dietro il velo di nero fumo che fa opaco il diamantifero riparo.
53La luce di Dio splende là dove è solerte la volontà a pulire giornalmente dalle scorie che lo stesso lavoro, coi suoi contatti, e reazioni, e delusioni, produce. 54La luce di Dio splende là dove il lucignolo è immerso in abbondante liquido di orazione e di carità.
Natura della missione.
Spirituale divina.
55La luce di Dio si moltiplica in infiniti splendori, quante sono le perfezioni di Dio delle quali ognuna suscita nel santo una virtù esercitata eroicamente, se il servo di Dio tiene netto il quarzo inattaccabile della sua anima dal nero fumo di ogni fumigante mala passione. Inattaccabile quarzo. Inattaccabile! (Gesù tuona in questa chiusa e la voce rimbomba nell’anfiteatro naturale).
56Solo Dio ha il diritto e il potere di rigare quel cristallo, di scriverci sopra col diamante del suo volere il suo santissimo Nome. Allora quel Nome diviene ornamento che segna un più vivo sfaccettare di soprannaturali bellezze sul quarzo purissimo.
Unicamente soprannaturale.
57Ma se lo stolto servo del Signore, perdendo il controllo di sé e la vista della sua missione, tutta e unicamente soprannaturale, si lascia incidere falsi ornamenti, sgraffi e non incisioni, misteriose e sataniche cifre fatte dall’artiglio di fuoco di Satana, allora no, che la lampada mirabile non splende più bella e sempre integra, ma si crepa e rovina, soffocando sotto i detriti del cristallo scheggiato la fiamma, o se non si crepa fa un groviglio di segni di inequivocabile natura nei quali si deposita la fuligine e si insinua e corrompe.
Guai ai Pastori idoli senza carità
58Guai, tre volte guai ai pastori che perdono la carità[164], che si rifiutano di ascendere giorno per giorno per portare in alto il gregge che attende la loro ascesi per ascendere. Io li percuoterò abbattendoli dal loro posto e spegnendo del tutto il loro fumo.
Guai ai maestri stolti senza Sapienza.
59Guai, tre volte guai ai maestri che ripudiano la Sapienza[165] per saturarsi di scienza sovente contraria, sempre superba, talora satanica, perché li fa uomini mentre – udite e ritenete – mentre se ogni uomo ha destino di divenire simile a Dio, con la santificazione che fa dell’uomo un figlio di Dio, il maestro, il sacerdote ne dovrebbe avere già l’aspetto dalla terra, e questo solo, di figlio di Dio.
Anatema a los idolos de humano saber.
60Di creatura tutt’anima e perfezione dovrebbe avere aspetto. Dovrebbe avere, per aspirare a Dio i suoi discepoli. Anatema ai maestri di soprannaturale dottrina che divengono idoli di umano sapere.
Guai ai sacerdoti morti allo spirito.
61Guai, sette volte guai ai morti allo spirito fra i miei sacerdoti[166], a quelli che col loro insapore, col loro tepore di carne mal viva, col loro sonno pieno di allucinate apparizioni di tutto ciò che è fuorché Dio uno e trino, pieno di calcoli di tutto ciò che è fuorché soprumano desiderio di aumentare le ricchezze dei cuori e di Dio, vivono umani, meschini, torpidi, trascinando nelle loro acque morte quelli che li seguono credendoli “vita”.
Maledizione sui corruttore del gregge
62Maledizione di Dio sui corruttori del mio piccolo, amato gregge. Non a coloro che periscono per ignavia vostra, o inadempienti servi del Signore, ma a voi, di ogni ora e di ogni tempo, e per ogni contingenza e per ogni conseguenza, Io chiederò ragione e vorrò punizione.
63Ricordatevi queste parole. Ed ora andate. Io salgo sulla cima. Voi dormite pure. Domani, per il gregge, il Pastore aprirà i pascoli della Verità».
170. Secondo discorso
della Montagna:
il dono della Grazia e le
beatitudini[167].
Questioni già risposte e conosciute.
Ambiente montano.
1Gesù parla agli apostoli mettendoli ognuno al loro posto per dirigere e sorvegliare la folla, che sale fin dalle prime ore del mattino con malati portati a braccio o in barella o trascinantisi sulle grucce. Fra la gente è Stefano e Erma.
2L’aria è tersa e un poco freschetta, ma il sole tempera presto questo frizzare di aria montanina che, rendendo mite il sole, se ne avvantaggia però, facendosi di una purezza fresca ma non rigida. 3La gente si siede sui sassi e pietroni che sono sparsi nella valletta fra le due cime, altri attendono che il sole asciughi l’erba rugiadosa per sedersi sul suolo. E’ molta la gente e di tutte le plaghe palestinesi e di tutte le condizioni. Gli apostoli si sperdono nella moltitudine ma, come api che vanno e vengono dai prati all’alveare, ogni tanto tornano presso il Maestro per riferire, per chiedere, per il piacere di essere guardati da vicino dal Maestro.
4Gesù sale un poco più in alto del prato che è il fondo della valletta, addossandosi alla parete, e inizia a parlare.
Questioni sul Regno e su Dio.
5«Molti mi hanno chiesto, durante un’annata di predicazione: “Ma Tu, che ti dici il Figlio di Dio, dicci cosa è il Cielo, cosa il Regno, cosa è Dio. Perché noi abbiamo idee confuse. Sappiamo che vi è il Cielo con Dio e con gli angeli. Ma nessuno è mai venuto a dirci come è, essendo chiuso ai giusti”.
6Mi hanno chiesto anche cosa è il Regno e cosa è Dio. Ed Io mi sono sforzato di spiegarvi cosa è il Regno e cosa è Dio. Sforzato non perché mi fosse difficile a spiegarmi, ma perché è difficile, per un complesso di cose, farvi accettare la verità che urta, per quanto è il Regno, contro tutto un edificio di idee venute nei secoli e, per quanto è Dio, contro la sublimità della sua Natura.
Dio Legislatore e Padre.
Dio Legislatore ubbidito nei suoi Comandamenti.
7Altri ancora mi hanno chiesto: “Va bene. Questo è il Regno e questo è Dio. Ma come si conquistano questo e quello?”. Anche qui Io ho cercato di spiegarvi, senza stanchezze, l’anima vera della Legge del Sinai. Chi fa sua quell’anima fa suo il Cielo. Ma per spiegarvi la Legge del Sinai bisogna anche far sentire il tuono forte del Legislatore e del suo Profeta, i quali, se promettono benedizioni agli osservanti, minacciano tremende pene e maledizioni ai disubbidienti. La epifania del Sinai fu tremenda e la sua terribilità si riflette in tutta la Legge, si riflette su tutti i secoli, si riflette su tutte le anime.
Dio Padre deve essere amato per la sua paternità.
8Ma Dio non è solo Legislatore. Dio è Padre. E Padre di immensa bontà. Forse, e senza forse, le vostre anime, indebolite dal peccato d’origine, dalle passioni, dai peccati, da molti egoismi vostri e altrui – facendovi gli altrui un’anima irritata, i vostri un’anima chiusa – non possono elevarsi a contemplare le infinite perfezioni di Dio, meno di ogni altra la bontà, perché è la virtù che con l’amore è meno dote dei mortali. La bontà! Oh! dolce essere buoni, senza odio, senza invidie, senza superbie! Avere occhi che solo guardano per amare, e mani che si tendono a gesto d’amore, e labbra che non profferiscono che parole d’amore, e cuore, cuore soprattutto che colmo unicamente d’amore sforza occhi, mani e labbra ad atti d’amore!
Dio Creatore va ringraziato per i suoi doni.
9I più dotti fra voi sanno di quali doni Dio aveva fatto ricco Adamo, per sé e per i suoi discendenti. Anche i più ignoranti fra i figli d’Israele sanno che in noi vi è lo spirito. Solo i poveri pagani lo ignorano questo ospite regale, questo soffio vitale, questa luce celeste che santifica e vivifica il nostro corpo. Ma i più dotti sanno quali doni erano stati dati all’uomo, allo spirito dell’uomo.
10Non fu meno munifico allo spirito che alla carne e al sangue della creatura da Lui fatta con poco fango e col suo alito[168]. E come dette i doni naturali di bellezza e integrità, di intelligenza e di volontà, di capacità di amarsi e di amare, così dette i doni morali con la soggezione del senso alla ragione, di modo che nella libertà e padronanza di sé e della propria volontà, di cui Dio aveva beneficato Adamo, non si insinuava la malvagia prigionia dei sensi e delle passioni, ma libero era l’amarsi, libero il volere, libero il godere in giustizia, senza quello che fa schiavi voi facendovi sentire il mordente di questo veleno che Satana sparse e che rigurgita, portandovi fuor dell’alveo limpido su campi fangosi, in putrescenti stagni, dove fermentano le febbri dei sensi carnali e dei sensi morali. Perché sappiate che è senso anche la concupiscenza del pensiero.
La Grazia santificante.
Che cosa è la Grazia.
11Ed ebbero doni soprannaturali, ossia la Grazia santificante, il destino superiore, la visione di Dio. 12La Grazia santificante: la vita dell’anima. Quella spiritualissima cosa deposta nella spirituale anima nostra. 13La Grazia che ci fa figli di Dio perché ci preserva dalla morte del peccato, e chi morto non è “vive” nella casa del Padre: il Paradiso; nel regno mio: il Cielo. 14Cosa è questa Grazia che santifica e che dà Vita e Regno? Oh! non usate molte parole! La Grazia è amore. La Grazia è, perciò, Dio. 15E’ Dio che ammirando Se stesso nella creatura creata perfetta si ama, si contempla, si desidera, si dà ciò che è suo per moltiplicare questo suo avere, per bearsi di questo moltiplicarsi, per amarsi per quanti sono altri Se stesso.
Perché ci dà la Grazia e per che motivo.
16Oh! figli! Non defraudate Dio di questo suo diritto! Non derubate Dio di questo suo avere! Non deludete Dio in questo suo desiderio! Pensate che Egli opera per amore. 17Se anche voi non foste, Egli sarebbe sempre l’Infinito, né sarebbe sminuita la sua potenza. Ma Egli, pur essendo completo nella sua misura infinita, immisurabile, vuole non per Sé e in Sé – non lo potrebbe perché è già l’Infinito – ma per il Creato, sua creatura, Egli vuole aumentare l’amore per quanto esso Creato di creature contiene, 18onde vi dà la Grazia: l’Amore, perché voi in voi lo portiate alla perfezione dei santi, e riversiate questo tesoro, tratto dal tesoro che Dio vi ha dato con la sua Grazia e aumentato di tutte le vostre opere sante, di tutta la vostra vita eroica di santi, nell’Oceano infinito dove Dio è: nel Cielo.
Poder transformador de la Gracia.
19Divine, divine, divine cisterne dell’Amore! Voi siete, né vi è data al vostro essere morte, perché siete eterne come Dio, Dio essendo[169]. 20Voi sarete, né vi sarà data al vostro essere termine, perché immortali come gli spiriti santi che vi hanno supernutrite, tornando in voi arricchiti dei propri meriti. 21Voi vivete e nutrite, voi vivete e arricchite, voi vivete e formate quella santissima cosa che è la Comunione degli spiriti[170], da Dio, Spirito perfettissimo, al piccolo pargolo testé nato, che poppa per la prima volta il materno seno.
Potere purificatore della Grazia.
22Non criticatemi in cuor vostro, o dotti! Non dite: “Costui è folle, Costui è menzognero! Perché come folle parla dicendo la Grazia in noi, privi di essa per la Colpa. Perché mente dicendoci già uni con Dio”. 23Sì, la Colpa è; sì, la separazione è. Ma davanti al potere del Redentore, la Colpa, separazione crudele sorta fra il Padre e i figli, crollerà come muraglia scossa dal nuovo Sansone; già Io l’ho afferrata e la scrollo ed essa vacilla, e Satana trema d’ira e di impotenza non potendo nulla contro il mio potere e sentendosi strappare tanta preda e farsi più difficile il trascinare l’uomo al peccato. 24Perché quando Io vi avrò, attraverso di Me, portato al Padre mio, e nel filtrare dal mio Sangue e dal mio dolore voi sarete divenuti mondi e forti, tornerà viva, desta, potente la Grazia in voi, e voi sarete i trionfatori, se lo vorrete.
Potere liberatore della Grazia.
25Non vi violenta Iddio nel pensiero e neppure nella santificazione. Voi siete liberi. Ma vi rende la forza. Vi rende la libertà sull’impero di Satana. A voi riporvi il giogo infernale o mettere all’anima le ali angeliche. Tutto a voi, con Me a fratello per guidarvi e nutrirvi del cibo immortale.
Le Beatitudini.
Le vie per conquistare Dio e il suo Regno (Mt 5,3-10; Lc 6,20-23)[171].
26“Come si conquista Iddio e il suo Regno attraverso altra più dolce via che non la severa del Sinai?” voi dite. Non vi è altra via. Quella è. 27Ma però guardiamola non attraverso il colore della minaccia, ma attraverso il colore dell’amore. Non diciamo: “Guai se non farò questo!” rimanendo tremanti in attesa di peccare, di non essere capaci di non peccare. Ma diciamo:
28“Beato me se farò questo!” e con slancio di soprannaturale gioia, giubilando, lanciamoci verso queste beatitudini, nate dall’osservanza della Legge come corolle di rose da un cespuglio di spine. Diciamo:
29“Beato me se sarò povero di spirito perché mio allora è il Regno dei Cieli!
30Beato me se sarò mansueto perché erediterò la Terra!
31Beato me se sarò capace di piangere senza ribellione perché sarò consolato!
32Beato me se più del pane e del vino per saziare la carne avrò fame e sete di giustizia. La Giustizia mi sazierà!
33Beato me se sarò misericordioso perché mi sarà usata divina misericordia!
34Beato me se sarò puro di cuore perché Dio si piegherà sul mio cuore puro ed io lo vedrò!
35Beato me se avrò spirito di pace perché sarò da Dio chiamato suo figlio, perché nella pace è l’amore, e Dio è Amore che ama chi è simile a Lui!
36Beato me se per fedeltà alla giustizia sarò perseguitato, perché a compensarmi delle terrene persecuzioni Dio, mio Padre, mi darà il Regno dei Cieli!
37Beato me se sarò oltraggiato e accusato bugiardamente per saper essere tuo figlio, o Dio! Non desolazione ma gioia mi deve venire da questo, perché questo mi uguaglia ai tuoi servi migliori, ai Profeti, per la stessa ragione perseguitati, e coi quali io credo fermamente di condividere la stessa ricompensa grande, eterna, nel Cielo che è mio! Guardiamo così la via della salute. Attraverso la gioia dei santi.
Beato me se sarò povero di spirito (Mt 5,3)[172].
Il delirio dell’oro.
“Beato me se sarò povero di spirito”
38Oh! delle ricchezze, arsura satanica, a quanti deliri tu porti! Nei ricchi, nei poveri. Il ricco che vive per il suo oro: l’idolo infame del suo spirito rovinato. Il povero che vive dell’odio al ricco perché egli ha l’oro, e se anche non fa materiale omicidio lancia i suoi anatema sul capo dei ricchi, desiderando loro male d’ogni sorta. 39Il male non basta non farlo, bisogna anche non desiderare di farlo. Colui che maledice augurando sciagure e morti non è molto dissimile da colui che materialmente uccide, poiché ha in lui il desiderio di veder perire colui che odia. In verità vi dico che il desiderio non è che un atto trattenuto, come un concepito da ventre già formato ma non ancora espulso. Il desiderio malvagio avvelena e guasta, poiché permane più a lungo dell’atto violento, più in profondità dell’atto stesso.
Il povero di spirito.
40Il povero di spirito se è ricco non pecca per l’oro, ma del suo oro fa la sua santificazione poiché ne fa amore. Amato e benedetto, egli è simile a quelle sorgive che salvano nei deserti e che si danno, senza avarizia, liete di potersi dare per sollevare le disperazioni. 41Se è povero, è lieto nella sua povertà, e mangia il suo pane dolce della ilarità del libero dall’arsione dell’oro, e dorme il suo sonno scevro da incubi, e sorge riposato al suo sereno lavoro che pare sempre leggero se viene fatto senza avidità e invidia.
Ricchi e poveri.
42Le cose che fanno ricco l’uomo sono l’oro come materia, gli affetti come morale. Nell’oro sono comprese non solo le monete ma anche le case, i campi, i gioielli, i mobili, le mandre, tutto quanto insomma fa materialmente doviziosa la vita. 40Nelle affezioni: i legami di sangue o di coniugio, le amicizie, le dovizie intellettuali, le cariche pubbliche.
43Come vedete, se per la prima categoria il povero può dire: “Oh! per me! Basta che io non invidi chi ha e poi sono a posto perché io sono povero e perciò a posto per forza”, 44per la seconda anche il povero ha da sorvegliarsi, potendo, anche il più miserabile fra gli uomini, divenire peccaminosamente ricco di spirito. Colui che si affeziona smoderatamente ad una cosa, ecco che pecca.
Lámore a Dio e l’amore al prossimo.
45Voi direte: “Ma allora dobbiamo odiare il bene che Dio ci ha concesso? Ma allora perché comanda di amare il padre e la madre, la sposa, i figli, e dice: ‘Amerai il tuo prossimo come te stesso?
46Distinguete. Amare dobbiamo il padre e la madre e la sposa e il prossimo, ma nella misura che Dio ha dato: “come noi stessi “. Mentre Dio va amato sopra ogni cosa e con tutti noi stessi.
47Non amare Dio come amiamo fra il prossimo i più cari, questa perché ci ha allattato, l’altra perché dorme sul nostro petto e ci procrea i figli, ma amarlo con tutti noi stessi, ossia con tutta la capacità di amare che è nell’uomo: amore di figlio, amore di sposo, amore di amico e, oh! non vi scandalizzate! e amore di padre.
48Sì, per l’interesse di Dio dobbiamo avere la stessa cura che un padre ha per la sua prole, per la quale con amore tutela le sostanze e le accresce, e si occupa e preoccupa della sua crescita fisica e culturale e della sua riuscita nel mondo.
Gli eredi di Dio e del suo Regno.
49L’amore non è un male e non lo deve divenire. Le grazie che Dio ci concede non sono un male e non lo devono divenire. Amore sono. Per amore sono date. 50Occorre con amore usarne di queste ricchezze che Dio ci concede in affetti e in bene. E solo chi non se ne fa degli idoli ma dei mezzi per servire in santità Dio, mostra di non avere un attaccamento peccaminoso ad esse. 51Pratica allora la santa povertà dello spirito, che di tutto si spoglia per essere più libero di conquistare Iddio santo, suprema Ricchezza. Conquistare Dio, ossia avere il Regno dei Cieli[173].
Beato me se sarò mansueto (Mt 5,4)[174].
Falsi trionfatori.
“Beato me se sarò mansueto”.
52Ciò può parere in contrasto con gli esempi della vita giornaliera. I non mansueti sembrano trionfare nelle famiglie, nelle città, nelle nazioni. Ma è vero trionfo? No. E’ paura che tiene apparentemente proni i soverchiati dal despota, ma che in realtà non è che velo messo sul ribollire di ribellione contro il tiranno. 53Non possiedono i cuori dei famigliari, né dei concittadini, né dei sudditi, coloro che sono iracondi e prepotenti. Non piegano intelletti e spiriti alle loro dottrine quei maestri del “ho detto e ho detto”. Ma solo creano degli autodidatti, dei ricercatori di una chiave atta ad aprire le porte chiuse di una sapienza o di una scienza che essi sentono essere e che è opposta a quella che viene loro imposta.
Falsi guida.
54Non portano a Dio quei sacerdoti che non vanno alla conquista degli spiriti con la dolcezza paziente, umile, amorosa, ma sembrano guerrieri armati che si lancino ad un assalto feroce tanto marciano con irruenza e intransigenza contro le anime… 55Oh! povere anime! Se fossero sante non avrebbero bisogno di voi, sacerdoti, per raggiungere la Luce. L’avrebbero già in sé. 56Se fossero giusti non avrebbero bisogno di voi giudici per essere tenuti nel freno della giustizia, l’avrebbero già in sè. Se fossero sani non avrebbero bisogno di chi cura.
Gli eredi della terra.
57Siate dunque mansueti. Non mettete in fuga le anime. Attiratele con l’amore. Perché la mansuetudine è amore, così come lo è la povertà di spirito. 58Se tali sarete erediterete la Terra[175] e porterete a Dio questo luogo, già prima di Satana, perché la vostra mansuetudine, che oltre che amore è umiltà[176], avrà vinto l’odio e la superbia uccidendo negli animi il re abbietto della superbia e dell’odio, e il mondo sarà vostro, ossia di Dio, perché voi sarete giusti che riconoscerete Dio come Padrone assoluto del creato, al Quale va dato lode e benedizione e reso tutto quanto è suo.
Beato me se saprò piangere senza ribellione (Mt 5,5)[177].
L’uomo mise il dolore sulla terra.
“Beato me se saprò piangere senza ribellione”.
59Il dolore è sulla terra. E il dolore strappa lacrime all’uomo[178]. Il dolore non era. Ma l’uomo lo mise sulla terra[179] e per una depravazione del suo intelletto si studia di sempre più aumentarlo, con tutti i modi. 60 Oltre le malattie e le sventure conseguenti da fulmini, tempeste, valanghe, terremoti, ecco che l’uomo per soffrire, e per far soffrire soprattutto – perché vorremmo solo che gli altri soffrissero, e non noi, dei mezzi studiati per far soffrire – ecco che l’uomo escogita le armi micidiali sempre più tremende e le durezze morali sempre più astute.
61Quante lacrime l’uomo trae all’uomo per istigazione del suo segreto re che è Satana! Eppure in verità vi dico che queste lacrime non sono una menomazione ma una perfezione dell’uomo[180].
Quelli che piangono amando al Signore saranno consolati.
62L’uomo è uno svagato bambino, è uno spensierato superficiale, è un nato di tardivo intelletto finché il pianto non lo fa adulto, riflessivo, intelligente. 63Solo coloro che piangono, o che hanno pianto, sanno amare e capire. Amare i fratelli ugualmente piangenti, capirli nei loro dolori, aiutarli colla loro bontà, esperta di come fa male essere soli nel pianto. 64E sanno amare Dio perché hanno compreso che tutto è dolore fuorché Dio[181], perché hanno compreso che il dolore si placa se pianto sul cuore di Dio, 65perché hanno compreso che il pianto rassegnato che non spezza la fede, che non inaridisce la preghiera, che è vergine di ribellione[182], muta natura, e da dolore diviene consolazione[183].
66Sì. Coloro che piangono amando il Signore saranno consolati.
Beato me se avrò fame e sete di giustizia (Mt 5,6)[184].
La fame dell’uomo.
“Beato me se avrò fame e sete di giustizia”.
67Dal momento che nasce al momento che muore l’uomo tende avido al cibo. Apre la bocca alla nascita per afferrare il capezzolo, apre le labbra per inghiottire ristoro nelle strette dell’agonia. Lavora per nutrirsi. Fa della terra un enorme capezzolo dal quale insaziabilmente succhia, succhia per ciò che muore. Ma che è l’uomo? Un animale? No, è un figlio di Dio. In esilio[185] per pochi o molti anni. Ma non cessa la sua vita col mutare della sua dimora.
Una vita nella vita.
68Vi è una vita nella vita così come in una noce vi è il gheriglio. Non è il guscio la noce, ma è l’interno gheriglio che è la noce. Se seminate un guscio di noce non nasce nulla, ma se seminate il guscio con la polpa nasce grande albero. 69Così è l’uomo. Non è la carne che diviene immortale, è l’anima. E va nutrita per portarla all’immortalità, alla quale, per amore, essa poi porterà la carne nella risurrezione beata. 70Nutrimento dell’anima è la Sapienza, è la Giustizia[186]. Come liquido e cibo esse vengono aspirate e corroborano, e più se ne gusta e più cresce la santa avidità del possedere la Sapienza e di conoscere la Giustizia[187].
Quelli che saranno saziati da Dio.
71Ma verrà pure un giorno in cui l’anima insaziabile di questa santa fame sarà saziata. Verrà. Dio si darà al suo nato, se lo attaccherà direttamente al seno e il nato al Paradiso si sazierà della Madre ammirabile che è Dio stesso, e non conoscerà mai più fame, ma si riposerà beato sul seno divino. 72Nessuna scienza umana equivale a questa divina. La curiosità della mente può essere appagata, ma la necessità dello spirito no. Anzi nella diversità del sapore lo spirito prova disgusto e torce la bocca dall’amaro capezzolo, preferendo soffrire la fame all’empirsi di un cibo che non sia venuto da Dio. 73Non abbiate timore, o sitibondi, o affamati di Dio! Siate fedeli e sarete saziati da Colui che vi ama.
Beato me se sarò misericordioso (Mt 5,7)[188].
Il rito interno della miseicordia.
“Beato me se sarò misericordioso”.
74Chi fra gli uomini può dire: “Io non ho bisogno di misericordia”? Nessuno. Ora se anche nell’antica Legge è detto: “Occhio per occhio e dente per dente”, perché non deve dirsi nella nuova: “Chi sarà stato misericordioso troverà misericordia”? Tutti hanno bisogno di perdono[189]. 75Ebbene, non è la formula e la forma di un rito, figure esterne concesse per la opaca mentalità umana, quelle che ottengono perdono. Ma è il rito interno dell’amore, ossia ancora della misericordia. 76Che se fu imposto il sacrificio di un capro o di un agnello e l’offerta di qualche moneta, ciò fu fatto perché a base di ogni male ancora si trovano sempre due radici: l’avidità e la superbia. 77L’avidità è punita con la spesa dell’acquisto dell’offerta, la superbia con la palese confessione di quel rito: “Io celebro questo sacrificio perché ho peccato”. 78 fatto anche per precorrere i tempi e i segni dei tempi, e nel sangue che si sparge è la figura del Sangue che sarà sparso per cancellare i peccati degli uomini.
Práctica de la Misericordia.
79Beato dunque colui che sa essere misericordioso[190] agli affamati, ai nudi, ai senza tetto, ai miseri delle ancor più grandi miserie che sono quelle del possedere cattivi caratteri che fanno soffrire chi li ha e chi con loro convive. 80Abbiate misericordia[191]. Perdonate, compatite, soccorrete, istruite, sorreggete.
Il fariseo nella torre di vetro.
81Non chiudetevi in una torre di cristallo dicendo: “Io sono puro e non scendo fra i peccatori”. 82Non dite: “Io sono ricco e felice, e non voglio udire le miserie altrui”. Badate che più rapido di fumo dissipato da gran vento può dileguarsi la vostra ricchezza, la vostra salute, il vostro benessere famigliare. 83E ricordate che il cristallo fa da lente, e ciò che mescolandovi fra la folla sarebbe passato inosservato, mettendovi in una torre di cristallo, unici, separati, illuminati da ogni parte, non potete più tenerlo nascosto. 84Misericordia per compiere un segreto, continuo, santo sacrificio di espiazione e ottenere misericordia.
Beato me se sarò puro di cuore (Mt 5,8)[192].
“Beato me se sarò puro di cuore”.
85Dio è Purezza. Il Paradiso è regno di Purezza. Niente di impuro può entrare in Cielo dove è Dio. Perciò se sarete impuri non potrete entrare nel Regno di Dio[193].
L’uomo puro fin dalla terra vede al suo Dio.
86Ma, oh! gioia! Anticipata gioia che il Padre concede ai figli! Colui che è puro ha dalla terra un principio di Cielo, perché Dio si curva sul puro[194] e l’uomo dalla terra vede il suo Dio[195]. Non conosce sapore di amori umani, ma gusta, fino all’estasi, il sapore dell’amore divino, e può dire: “Io sono con Te e Tu in me, onde io ti possiedo e conosco come sposo amabilissimo dell’anima mia”.
L’uomo puro ha il potere di Dio.
87E, credetelo, che chi ha Dio ha inspiegabili, anche a se stesso, mutamenti sostanziali per cui diviene santo, sapiente, forte, e sul suo labbro fioriscono parole, e i suoi atti assumono potenze che non sono, no, della creatura, ma di Dio che vive in essa.
La vita di chi vede Dio.
88Cosa è la vita di colui che vede Dio? Beatitudine. E vorreste privarvi di simile dono per fetide impurità?
Beato me se avrò spirito di pace (Mt 5, 9)[196].
Il figlio di Dio è pacifico.
“Beato me se avrò spirito di pace”.
89La pace è una delle caratteristiche di Dio. Dio non è che nella pace. Perché la pace è amore, mentre la guerra è odio. Satana è Odio. Dio è Pace[197]. Non può uno dirsi figlio di Dio, né può Dio dire figlio suo un uomo se costui ha spirito irascibile sempre pronto a scatenare tempeste. Non solo.
90Ma neppure può dirsi figlio di Dio colui che, pur non essendo di proprio scatenatore delle stesse, non contribuisce con la sua grande pace a calmare le tempeste suscitate da altri.
L’uomo pacifico irradia pace.
91Colui che è pacifico effonde la pace anche senza parole. Padrone di sé e, oso dire, padrone di Dio, egli lo porta come una lampada porta il suo lume, come un incensiere sprigiona il suo profumo, come un otre porta il suo liquido, e si fa luce fra le nebbie fumiganti dei rancori, e si purifica l’aria dai miasmi dei livori e si calmano le onde infuriate delle liti, per quest’olio soave che è lo spirito di pace emanato dai figli di Dio[198]. Fate che Dio e gli uomini vi possano chiamare così.
Beato me se saró perseguitato per amore de la giustizia (Mt 5,10)[199].
I buoni saranno persguitati.
“Beato me se sarò perseguitato per amore della giustizia”.
92L’uomo è tanto insatanassato che odia il bene ovunque si trovi, che odia il buono, quasi che chi è buono, anche se tace, lo accusi e rampogni. Infatti la bontà di uno fa apparire ancor più nera la malvagità del malvagio. Infatti la fede del credente vero fa apparire ancora più viva la ipocrisia del falso credente. Infatti non può non essere odiato dagli ingiusti colui che col suo modo di vivere è un continuo testimoniare la giustizia. E allora, ecco, che si infierisce sugli amanti della giustizia[200].
La persecuzione vitalizza l’anima.
93Anche qui è come per le guerre. L’uomo progredisce nell’arte satanica del perseguitare più che non progredisca nell’arte santa dell’amare[201]. Ma non può che perseguitare ciò che ha breve vita. L’eterno che è nell’uomo sfugge all’insidia, e anzi acquista una vitalità ancor più vigorosa dalla persecuzione.
Il sangue tesse la porpora del re futuro.
94La vita fugge dalle ferite che aprono le vene o per gli stenti che consumano il perseguitato. Ma il sangue fa la porpora del re futuro e gli stenti sono tanti scalini per montare sui troni che il Padre ha preparato per i suoi martiri, ai quali sono serbati i seggi regali del Regno dei Cieli.
Beato me se sesaró oltraggiato e calunniato.(Mt 5,11-12; Lc 6,22-23)[202].
Il tuo nome sarà scritto nei libri celestiali.
“Beato se sarò oltraggiato e calunniato”.
95Fate solo che di voi possa essere scritto il nome nei libri celesti, là dove non sono segnati i nomi secondo le menzogne umane nel lodare i meno meritevoli di lode. Ma dove però, con giustizia e amore, sono scritte le opere dei buoni per dare ad essi il premio promesso ai benedetti da Dio.
Come re entrerai nella Città di Dio.
96Prima di ora furono calunniati ed oltraggiati i Profeti. Ma quando si apriranno le porte dei Cieli, come imponenti re, essi entreranno nella Città di Dio, e li inchineranno gli angeli, cantando di gioia.
Per ogni lacrima aumenterà la tua gloria.
97Pure voi, pure voi, oltraggiati e calunniati per essere stati di Dio, avrete il trionfo celeste, e quando il tempo sarà finito e completo sarà il Paradiso, ecco che allora ogni lacrima vi sarà cara, perché per essa avrete conquistato questa gloria eterna che in nome del Padre Io vi prometto.
98Andate. Domani vi parlerò ancora. Restino ora solo i malati acciò li soccorra nelle loro pene. La pace sia con voi e la meditazione della salvezza, attraverso all’amore, vi instradi sulla via la cui fine è il Cielo».
171. Terzo discorso
della Montagna:
I consigli evangelici che
perfezionano
la Legge[203].
I consigli evangelici.
Continua il discorso del Monte.
1Il luogo e l’ora sono sempre gli stessi. La gente è ancora più aumentata. In un angolo, presso un sentiero, come volesse udire ma non eccitare ripugnanze fra la folla, è un romano. Lo distinguo per la veste corta e il mantello diverso. Ancora vi sono Stefano e Erma.
2E Gesù va lentamente al suo posto e riprende a parlare.
La Legge di Dio e le Beatitudini (Mt 5,17)[204].
3«Con quanto vi ho detto ieri non dovete giungere al pensiero che Io sia venuto per abolire la Legge. No. Solo, poiché sono l’Uomo e comprendo le debolezze dell’uomo, Io ho voluto rincuorarvi a seguirla col dirigere il vostro occhio spirituale non all’abisso nero, ma all’Abisso luminoso. 4Perché, se la paura di un castigo può trattenere tre volte su dieci, la certezza di un premio slancia sette volte su dieci. Perciò più che la paura fa la fiducia. 5Ed Io voglio che voi l’abbiate piena, sicura, per potere fare non sette parti di bene su dieci, ma dieci parti su dieci e conquistare questo premio santissimo del Cielo.
La Legge di Dio Trino e Uno(Mt 5,17)[205].
6Io non muto un iota della Legge. E chi l’ha data fra i fulmini del Sinai? L’Altissimo. Chi è l’Altissimo? Il Dio uno e trino. Da dove l’ha tratta? Dal suo Pensiero. Come l’ha data? Con la sua Parola. Perché l’ha data? Per il suo Amore. Vedete dunque che la Trinità era presente. Ed il Verbo, ubbidiente come sempre al Pensiero e all’Amore, parlò per il Pensiero e per l’Amore.
La Legge strumentalizzata dagli uomini
7Potrei smentire Me stesso? Non potrei. Ma posso, poiché tutto Io posso, completare la Legge, farla divinamente completa, 8non quale la fecero gli uomini che durante i secoli non la fecero completa ma soltanto indecifrabile, inadempibile, sovrapponendo leggi e precetti, e precetti e leggi, tratti dal loro pensiero, secondo il loro utile, e gettando tutta questa macia a lapidare e soffocare, a sotterrare e sterilire la Legge santissima data da Dio. 9Può una pianta sopravvivere se la sommergono per sempre valanghe, macerie e inondazioni? No. La pianta muore. La Legge è morta in molti cuori, soffocata sotto le valanghe di troppe soprastrutture. Io sono venuto a levarle tutte e, disseppellita la Legge, risuscitata la Legge, ecco che Io la faccio non più legge ma regina.
La Legge e i Consigli evangelici
11Le regine promulgano le leggi. Le leggi sono opera delle regine, ma non sono da più delle regine. Io invece faccio della Legge la regina: la completo, l’incorono, mettendo sul suo sommo il serto dei consigli evangelici. 12Prima era l’ordine. Ora è più dell’ordine. Prima era il necessario. Ora è più del necessario. Ora è la perfezione. 13Chi la disposa, così come Io ve la dono, all’istante è re perché ha raggiunto il “perfetto”, 14perché non è stato soltanto ubbidiente ma eroico, ossia santo, essendo la santità la somma delle virtù portate al vertice più alto che possa esser raggiunto da creatura, eroicamente amate e servite col distacco completo da tutto quanto è appetito e riflessione umana verso qual che sia cosa.
La scuola dei santi di Dio.
15Potrei dire che il santo è colui al quale l’amore e il desiderio fanno da ostacolo ad ogni altra vista che Dio non sia. Non distratto da viste inferiori, egli ha le pupille del cuore ferme nello Splendore SS. che è Dio e nel quale vede, poiché tutto è in Dio, agitarsi i fratelli e tendere le mani supplici. E senza staccare gli occhi da Dio, il santo si effonde ai fratelli supplicanti. 16Contro la carne, contro le ricchezze, contro le comodità, egli drizza il suo ideale: servire. 17Povero il santo? Menomato? No. E’ giunto a possedere la sapienza e la ricchezza vere. Possiede perciò tutto. 18Né sente fatica perché, se è vero che è un produttore continuo, è pur anche vero che è un nutrito di continuo. Perché, se è vero che comprende il dolore del mondo, è anche vero che si pasce della letizia del Cielo. Di Dio si nutre, in Dio si allieta. È la creatura che ha compreso il senso della vita.
Immutabilità della Legge (Mt 5,18)[206].
19Come vedete, Io non muto e non mutilo la Legge, come non la corrompo con le sovrapposizioni di fermentanti teorie umane. Ma la completo. 20Essa è quello che è, e tale sarà fino all’estremo giorno, senza che se ne muti una parola o se ne levi un precetto. Ma è incoronata del perfetto. 21Per avere salute basta accettarla così come fu data. Per avere immediata unità con Dio occorre viverla come Io la consiglio.22Ma poiché gli eroi sono l’eccezione, Io parlerò per le anime comuni, per la massa delle anime, acciò non si dica che per volere il perfetto rendo ignoto il necessario.
Conseguenze eterne dei Consigli evangelici (Mt 5,19)[207]
23Però di quanto dico ritenete bene questo: colui che si permette di violare uno fra i minimi di questi comandamenti sarà tenuto minimo nel Regno dei Cieli.
24E colui che indurrà altri a violarli sarà ritenuto minimo per lui e per colui che egli indusse alla violazione.
25Mentre colui che con la vita e le opere, più ancora che con la parola, avrà persuaso altri all’ubbidienza, costui grande sarà nel Regno dei Cieli, e la sua grandezza si aumenterà per ognuno di quelli che egli avrà portato ad ubbidire e a santificarsi così.
La giustizia del Regno dei cieli (Mt 5,20)[208].
I falsi maestri.
26Io so che ciò che sto per dire sarà agro alla lingua di molti. Ma Io non posso mentire anche se la verità che sto per dire mi farà dei nemici.
27In verità vi dico che se la vostra giustizia non si ricreerà, distaccandosi completamente dalla povera e ingiustamente definita giustizia che vi hanno insegnata scribi e farisei; che se non sarete molto più, e veramente, giusti dei farisei e scribi, che credono esserlo con l’aumentare delle formule ma senza mutazione sostanziale degli spiriti, voi non entrerete nel Regno dei Cieli.
I falsi profeti (Mt 7,15)[209].
28Guardatevi dai falsi profeti e dai dottori d’errore. Essi vengono a voi in veste d’agnelli e lupi rapaci sono, vengono in veste di santità e sono derisori di Dio, dicono di amare la verità e si pascono di menzogne. Studiateli prima di seguirli.
I falsi fedeli.
29L’uomo ha la lingua e con questa parla, ha gli occhi e con questi guarda, ha le mani e con esse accenna. 30Ma ha un’altra cosa che testimonia con più verità del suo vero essere: ha i suoi atti. 31E che volete che sia un paio di mani congiunte in preghiera se poi l’uomo è ladro e fornicatore? 32E che due occhi che volendo fare gli ispirati si stravolgono in ogni senso, se poi, cessata l’ora della commedia, si sanno fissare ben avidi sulla femmina, o sul nemico, per lussuria o per omicidio? 33E che volete che sia la lingua che sa zufolare la bugiarda canzone delle lodi e sedurvi con i suoi detti melati, mentre poi alle vostre spalle vi calunnia ed è capace di spergiurare pur di farvi passare per gente spregevole? 34Che è la lingua che fa lunghe orazioni ipocrite e poi veloce uccide la stima del prossimo o seduce la sua buona fede? Schifo è! Schifo sono gli occhi e le mani menzognere. 35Ma gli atti dell’uomo, i veri atti, ossia il suo modo di comportarsi in famiglia, nel commercio, verso il prossimo ed i servi, ecco quello che testimoniano: “Costui è un servo del Signore”. Perché le azioni sante sono frutto di una vera religione.
Dal frutto si conosce l’albero (Mt 7,16-20)[210].
36Un albero buono non dà frutti malvagi e un albero malvagio non dà frutti buoni. Questi pungenti roveti potranno mai darvi uva saporita? E quegli ancora più tribolanti cardi potranno mai maturarvi morbidi fichi? No, che in verità poche e aspre more coglierete dai primi e immangiabili frutti verranno da quei fiori, spinosi già pur essendo ancora fiori. 37L’uomo che non è giusto potrà incutere rispetto con l’aspetto, ma con quello solo. Anche quel piumoso cardo sembra un fiocco di sottili fili argentei che la rugiada ha decorato di diamanti. Ma se inavvertitamente lo toccate, vedete che fiocco non è, ma mazzo di aculei, penosi all’uomo, nocivi alle pecore, per cui i pastori lo sterpano dai loro pascoli e lo gettano a perire nel fuoco acceso nella notte perché neppure il seme si salvi. Giusta e previdente misura. 28Io non vi dico: “Uccidete i falsi profeti e gli ipocriti fedeli”. Anzi vi dico: “Lasciatene a Dio il compito”. Ma vi dico: “Fate attenzione, scostatevene per non intossicarvi dei loro succhi”.
Come debba essere amato il prossimo.
Portare l’amore alla perfezione (Mt 5,43)[211].
39Come debba essere amato Dio, ieri l’ho detto. Insisto a come debba essere amato il prossimo.
40Un tempo era detto: “Amerai il tuo amico e odierai il tuo nemico” No. Non così. Questo è buono per i tempi in cui l’uomo non aveva il conforto del sorriso di Dio. Ma ora vengono i tempi nuovi, quelli in cui Dio tanto ama l’uomo da mandargli il suo Verbo per redimerlo. Ora il Verbo parla. Ed è già Grazia che si effonde. Poi il Verbo consumerà il sacrificio di pace e di redenzione e la Grazia non solo sarà effusa, ma sarà data ad ogni spirito credente nel Cristo. Perciò occorre innalzare l’amore di prossimo a perfezione che unifica l’amico al nemico.
Non opporsi al malvagio (Mt 5,38-41; Lc 6,29-30)[212].
41Siete calunniati? Amate e perdonate. Siete percossi? Amate e porgete l’altra guancia a chi vi schiaffeggia pensando che è meglio che l’ira si sfoghi su voi, che la sapete sopportare, anziché su un altro che si vendicherebbe dell’affronto. 42Siete derubati? Non pensate: “Questo mio prossimo è un avido”, ma pensate caritativamente: “Questo mio povero fratello è bisognoso” e dategli anche la tunica se già vi ha levato il mantello. Lo metterete nella impossibilità di fare un doppio furto perché non avrà più bisogno di derubare un altro della tunica.
43Voi dite: “Ma potrebbe essere vizio e non bisogno”. Ebbene, date ugualmente. Dio ve ne compenserà e l’iniquo ne sconterà. Ma molte volte, e ciò richiama quanto ho detto ieri sulla mansuetudine, vedendosi così trattato, cade dal cuore del peccatore il suo vizio, ed egli si redime giungendo a riparare il furto col rendere la preda.
Fate agli altri come vorreste fosse fatto a voi (Mt 7,12; Lc 6,31)[213].
44Siate generosi con coloro che, più onesti, vi chiedono, anziché derubarvi, ciò di cui abbisognano. Se i ricchi fossero realmente poveri di spirito come ho insegnato ieri, non vi sarebbero le penose disuguaglianze sociali, cause di tante sventure umane e sovrumane. Pensate sempre: “Ma se io fossi nel bisogno, che effetto mi farebbe la ripulsa di un aiuto?”, e in base alla risposta del vostro io agite. Fate agli altri ciò che vorreste vi fosse fatto e non fate agli altri ciò che non vorreste fatto a voi.
Ama chi ti odia (Mt 5,38.44; Lc 6,27-28)[214].
45L’antica parola: “Occhio per occhio, dente per dente”, che non è nei dieci comandi ma che è stata messa perché l’uomo privo della Grazia è tal belva che non può che comprendere la vendetta, è annullata, questa sì che è annullata, dalla nuova parola: “Ama chi ti odia, prega per chi ti perseguita, giustifica chi ti calunnia, benedici chi ti maledice, benefica chi ti fa danno, sii pacifico col rissoso, condiscendente con chi ti è molesto, soccorri di buon grado chi a te ricorre e non fare usura, non criticare, non giudicare”. Voi non sapete gli estremi delle azioni degli uomini.
Date e vi sarà dato (Lc 6,38 ; Mc 4,24; Lc 8,18)[215].
46In tutti i generi di soccorso siate generosi, misericordiosi siate. Più darete più vi sarà dato, e una misura colma e premuta sarà versata da Dio in grembo a chi fu generoso. Dio non solo vi darà per quanto avete dato, ma più e più ancora. Cercate di amare e di farvi amare. Le liti costano più di un accomodamento amichevole e la buona grazia è come un miele che a lungo resta col suo sapore sulla lingua.
Amate a somiglianza di Dio (Mt 5,44-48; Lc 6,27-32)[216].
47Amate, amate! Amate amici e nemici per essere simili al Padre vostro che fa piovere sui buoni e sui cattivi e fa scendere il sole sui giusti e sugli ingiusti riservandosi di dare sole e rugiade eterne, e fuoco e grandine infernali, quando i buoni saranno scelti, come elette spighe, fra i covoni del raccolto. 48Non basta amare coloro che vi amano e dai quali sperate un contraccambio. Questo non è un merito, è una gioia, e anche gli uomini naturalmente onesti lo sanno fare. Anche i pubblicani lo fanno e anche i gentili. 49Ma voi amate a somiglianza di Dio e amate per rispetto a Dio, che è Creatore anche di quelli che vi sono nemici o poco amabili. 50Io voglio in voi la perfezione dell’amore e perciò vi dico: “Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei Cieli”.
“Non vi adirate” (Mt 5,21-22.38)[217].
51Tanto è grande il precetto d’amore verso il prossimo, il perfezionamento del precetto d’amore verso il prossimo, che Io più non vi dico come era detto: “Non uccidete”, perché colui che uccide sarà condannato dagli uomini. 52Ma vi dico: “Non vi adirate” perché un più alto giudizio è su voi e calcola anche le azioni immateriali. 53Chi avrà insultato il fratello sarà condannato dal Sinedrio. 54Ma chi lo avrà trattato da pazzo, e perciò danneggiato, sarà condannato da Dio.
“Riconciliatevi” (Mt 5,23-26)[218].
55Inutile fare offerte all’altare se prima non si è sacrificato nell’interno del cuore i propri rancori per amore di Dio e non si è compito il rito santissimo del saper perdonare. 56Perciò se quando stai per offrire a Dio tu ti sovvieni di avere mancato verso il tuo fratello o di avere in te rancore per una sua colpa, lascia la tua offerta davanti all’altare, fa’ prima l’immolazione del tuo amor proprio, riconciliandoti col tuo fratello, e poi vieni all’altare, e santo sarà allora, solo allora, il tuo sacrificio. 57Il buon accordo è sempre il migliore degli affari. Precario è il giudizio dell’uomo, e chi ostinato lo sfida potrebbe perdere la causa e dovere pagare all’avversario fino all’ultima moneta o languire in prigione.
Vivi nella presenza di Dio.
58Alzate in tutte le cose lo sguardo a Dio. Interrogatevi dicendo: “Ho io il diritto di fare ciò che Dio non fa con me?”. Perché 59Dio non è così inesorabile e ostinato come voi siete. Guai a voi se lo fosse! Non uno si salverebbe. 60Questa riflessione vi induca a sentimenti miti, umili, pietosi. E allora non vi mancherà da parte di Dio, qui e oltre, la ricompensa.
L’anima carica di odio non guarisce.
61Qui, a Me davanti, è anche uno che mi odia e che non osa dirmi: “Guariscimi”, perché sa che Io so i suoi pensieri. Ma Io dico: “Sia fatto ciò che tu vuoi. E come ti cadono le scaglie dagli occhi così ti cadano dal cuore il rancore e le tenebre”.
62Andate tutti con la mia pace. Domani ancora vi parlerò».
33La gente sfolla lentamente, forse in attesa di un grido di miracolo che non viene. Anche gli apostoli e i discepoli più antichi, che restano sul monte, chiedono: «Ma chi era? Non è guarito forse?» e insistono presso il Maestro che è rimasto in piedi, a braccia conserte, a veder scendere la gente.
64Ma Gesù sulle prime non risponde; poi dice: «Gli occhi sono guariti. L’anima no. Non può perché è carica di odio».
«Ma chi è? Quel romano forse?».
65«No. Un disgraziato».
«Ma perché lo hai guarito, allora?» chiede Pietro.
66«Dovrei fulminare tutti i suoi simili?».
«Signore… io so che Tu non vuoi che dica: “sì “, e perciò non lo dico… ma lo penso… ed è lo stesso…»
67«E’ lo stesso, Simone di Giona. Ma sappi che allora… Oh! quanti cuori pieni di scaglie d’odio intorno a Me! Vieni. Andiamo proprio là in cima, a guardare dall’alto il nostro bel mare di Galilea. Io e te soli».
172. Quarto discorso
della Montagna: il giuramento, la preghiera, il digiuno.
Il vecchio Ismaele e Sara[219].
Il giuramento.
Il giuramento non viene da Dio.
1Lo stesso luogo e la stessa ora. La folla, meno il romano, è la stessa, forse ancora più numerosa perché molti sono fin sull’inizio dei sentieri che conducono alla valletta.
Gesù parla:
2«Uno degli errori facili nell’uomo è la mancanza di onestà anche verso se stesso. E dato che l’uomo è difficilmente sincero e onesto, ecco che da se stesso si è creato un morso per essere obbligato ad andare per la via che ha detto. 3Morso che, del resto, egli, come cavallo indomito, presto si sposta modificando a suo piacere l’andare, o si leva del tutto facendo il suo comodo senza più riflessione a ciò che può ricevere di rimprovero da Dio, dagli uomini e dalla sua propria coscienza.
4Questo morso è il giuramento. Ma non è necessario il giuramento fra gli onesti, e Dio, di suo, non ve lo ha insegnato. Anzi vi ha fatto dire: “Non dire falso testimonio“[220] senza altra aggiunta. Perché l’uomo dovrebbe essere schietto senza bisogno di altro che della fedeltà alla sua parola.
La parola data la devi mantenere.
5Quando nel Deuteronomio si parla dei voti, anche dei voti che sono una cosa sorta da un cuore che si pensa fuso a Dio o per sentimento di bisogno o per sentimento di riconoscenza, 6è detto: “La parola uscita una volta dalle tue labbra la devi mantenere, facendo quanto hai promesso al Signore Iddio tuo, quanto di tua volontà e di tua bocca hai detto“[221]. Sempre si parla di parola data, senza altro che la parola. 7Colui che sente il bisogno di giurare è perché è già insicuro di se stesso e del concetto del prossimo a suo riguardo. E chi fa giurare testifica con quell’esigenza che diffida della sincerità e onestà del giurante.
Lo spergiuro è la creatura più abietta.
8Come vedete, questa abitudine del giuramento è una conseguenza della disonestà morale dell’uomo. Ed è una vergogna per l’uomo. 9Doppia vergogna, perché l’uomo non è fedele neppure a questa cosa vergognosa che è il giuramento e irridendosi di Dio, con la stessa facilità con cui si irride del prossimo, giunge a spergiurare con la massima facilità e tranquillità. 10Vi può essere creatura più abbietta dello spergiuro? Costui, usando sovente una formola sacra, e chiamando perciò a suo complice e mallevadore Iddio, o usando l’invocazione degli affetti più cari – il padre, la madre, la moglie, i figli, i suoi morti, la sua stessa vita e i suoi organi più preziosi, invocati ad appoggio del suo bugiardo dire – induce il suo prossimo a credergli. Lo conduce perciò in inganno.
Lo spergiuro è un deicida.
11E’ un sacrilego, un ladro, un traditore, un omicida. Di chi? Ma di Dio, perché mescola la Verità all’infamia della sua menzogna e lo sbeffeggia sfidandolo: “Colpiscimi, smentiscimi, se puoi. Tu sei là, io son qua e me ne rido”. 12Oh! sì! Ridete, ridete pure, o mentitori e beffeggiatori! Ma vi sarà un momento che non riderete, e sarà quando Colui a cui ogni potere è deferito vi apparirà terribile nella sua maestà e solo col suo aspetto vi farà atterriti e solo coi suoi sguardi vi fulminerà, prima, prima ancora che la sua voce vi precipiti nel vostro destino eterno marcandovi della sua maledizione.
Lo spergiuro è un ladro.
13E’ un ladro perché si appropria di una stima che non merita. Il prossimo, scosso dal suo giurare, gliela dona, e il serpente se ne orna fingendosi ciò che non è.
Lo spergiuro è un traditore.
14E’ un traditore perché col giuramento promette cose che non vuole mantenere.
Lo spergiuro è un omicida.
15E’ un omicida perché, o uccide l’onore di un suo simile levandogli col falso giuramento la stima del prossimo, o uccide la sua anima, perché lo spergiuro è un abbietto peccatore agli occhi di Dio, i quali, anche se nessun altro vede la verità, la vedono.
Dio vi giudica per quello che fate.
16Dio non si inganna né con false parole, né con ipocrite azioni. Egli vede. Non perde per un attimo di vista ogni singolo uomo. E non vi è munita fortezza, né profonda cantina, dove non possa penetrare il suo sguardo. Anche nell’interno vostro, la fortezza singola che ogni uomo ha intorno al suo cuore, penetra Iddio. E vi giudica non per quello che giurate ma per quello che fate.
Proibizione del giuramento (Mt 5,33-37) [222].
Non giurare mai.
17Perciò Io, all’ordine che vi fu dato, quando fu messo in auge il giuramento per mettere freno alla menzogna e alla facilità di mancare alla parola data, sostituisco un altro ordine.
18Non dico come gli antichi: “Non spergiurare, ma anzi mantieni i tuoi giuramenti”, ma vi dico: “Non giurate mai”. Né per il Cielo che è trono di Dio, né per la terra che è sgabello ai suoi piedi, né per Gerusalemme e il suo Tempio che sono la città del gran Re e la casa del Signore Iddio nostro.
Non giurare suoi morti.
19Non giurate né sulle tombe dei trapassati né sui loro spiriti. Le tombe sono piene di scorie di ciò che è inferiore nell’uomo e comune col bruto, gli spiriti lasciateli nella loro dimora. Fate che non soffrano e inorridiscano, se spiriti di giusti che già sono nella precognizione di Dio. 20E per quanto sia una precognizione, ossia cognizione parziale, perché fino al momento della Redenzione non possederanno Dio nella sua pienezza di splendori, non possono non soffrire del vedervi peccatori. E, se giusti non sono, non aumentate il loro tormento dall’aver ricordato col vostro il loro peccato. Lasciate, lasciate i morti santi nella pace, i morti non santi nelle loro pene. Non levate ai primi, non aggiungete ai secondi. 21Perché appellarsi ai morti? Non possono parlare. I santi perché la carità loro lo vieta: vi dovrebbero smentire troppe volte. I dannati perché l’Inferno non apre le sue porte e i dannati non aprono le bocche che per maledire, e ogni voce resta soffocata dall’odio di Satana e dei satana, perché i dannati satana sono.
Non giurare sui parenti.
22Non giurate né sul capo del padre né su quello della madre, né su quello della sposa e degli innocenti figli. Non ne avete diritto. Sono forse una moneta o una merce? Sono una firma su una carta? Sono più e meno di queste cose. 23Sono sangue e carne del tuo sangue, uomo, ma sono anche creature libere e tu non le puoi usare come schiave per avallo di un tuo falso. 25E sono meno di una firma tua propria, perché tu sei intelligente, libero e adulto, e non un interdetto o un pargolo che non sa quello che si fa e che perciò deve essere rappresentato dai parenti. 25Tu sei tu, un uomo dotato di ragione, e perciò sei responsabile delle tue azioni e devi agire da te, mettendo ad avallo delle tue azioni e delle tue parole la tua onestà e la tua sincerità, la stima che hai saputo suscitare tu nel prossimo, non l’onestà, la sincerità dei parenti e la stima che essi hanno saputo suscitare. 26Sono responsabili i padri dei figli? Sì, ma finché sono minorenni. Dopo, ognuno è responsabile di se stesso. Non sempre da giusti nascono giusti, né una santa donna è coniugata ad un santo uomo. Perché allora usare per base di garanzia la giustizia di chi vi è congiunto? 27Ugualmente, da un peccatore possono nascere figli santi e, finché innocenti sono, tutti sono santi. Perché allora invocare un puro per un vostro atto impuro quale è il giuramento che si vuole poi spergiurare?
Non giurare per il proprio corpo (Mt 5,36-37)[223].
28Non giurate neppure per la vostra testa, i vostri occhi, e lingua e mani. Non ne avete diritto. Tutto quanto avete è di Dio. Voi non ne siete che i temporanei custodi, i banchieri dei tesori morali o materiali che Dio vi ha concessi. Perché usare allora di ciò che non è vostro? 29Potete voi aggiungere un capello al vostro capo o mutarne il colore? E se non potete fare questo, perché allora usate la vista, la parola, la libertà delle membra, per convalidare un vostro giuramento? 30Non sfidate Dio. Potrebbe prendervi in parola e seccare i vostri occhi come può seccare i vostri frutteti, o strapparvi i figli come può svellervi la casa, per ricordarvi che Lui è il Signore e voi i sudditi, e che è maledetto chi si idolatra al punto da ritenersi da più di Dio sfidandolo con la menzogna.
sì, sì; e no, no. Non di più.
31Il vostro parlare sia: sì, sì; e no, no. Non di più. Il di più ve lo suggerisce il Maligno, e per ridere poi di voi che, non potendo tutto ritenere, cadete in menzogna e siete sbeffeggiati e conosciuti per mentitori. Sincerità, figli. Nella parola e nella preghiera.
La preghiera.
L’orazione ipocrita (Mt 6,5)[224].
32Non fate come gli ipocriti che quando pregano amano stare a pregare nelle sinagoghe o sugli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini e lodati come uomini pii e giusti mentre poi, nell’interno delle famiglie, sono colpevoli verso Dio e verso il prossimo. 33Non riflettete che questo è come uno spergiuro? Perché voi volete sostenere ciò che vero non è allo scopo di conquistarvi una stima che non meritate? 34La orazione ipocrita ha lo scopo di dire: “In verità io sono un santo. Lo giuro agli occhi di chi mi vede e che non possono mentire di vedermi pregare”. Velo steso sulla malvagità esistente, la preghiera fatta con simili scopi diviene una bestemmia.
35Lasciate che Dio vi proclami santi, e fate che tutta la vostra vita gridi per voi: “Ecco un servo di Dio “Ma voi, ma voi, per carità di voi, tacete. Non fate della vostra lingua, mossa dalla vostra superbia, un oggetto di scandalo agli occhi degli angeli. 36Meglio sarebbe diveniste sull’istante muti se non avete la forza di comandare all’orgoglio e alla lingua, autoproclamandovi giusti e gradevoli a Dio. 37Lasciate ai superbi e ai falsi questa povera gloria! Lasciate ai superbi e ai falsi questa effimera ricompensa. Povera ricompensa! Ma è quale la vogliono, e non ne avranno altra perché più di una non se ne può avere. 38O quella vera, del Cielo, e che è eterna e giusta. O quella non vera, della terra, che dura quanto la vita dell’uomo e anche meno e che poi, essendo ingiusta, è pagata, oltre la vita, con una ben mortificante punizione.
La preghiera del cuore
39Udite come dovete pregare e col labbro e col lavoro e con tutto voi stessi, per impulso del cuore che ama, sì, Dio, e Padre lo sente, ma che anche sempre ricorda chi è il Creatore e che è la creatura, e sta con amore riverenziale al cospetto di Dio, sempre, sia che òri o che traffichi, sia che cammini o che riposi, sia che guadagni o che benefichi. 40Per impulso del cuore, ho detto. E’ la prima ed essenziale qualità. Perché tutto viene dal cuore, e come è il cuore tale è la mente, tale la parola, lo sguardo, l’azione.
La preghiera del giusto (Lc 7,45)[225].
41L’uomo giusto dal suo cuore di giusto trae fuori il bene, e più ne trae più ne trova, perché il bene fatto procrea novello bene, così come il sangue che si rinnovella nel circolo delle vene e torna al cuore arricchito di sempre nuovi elementi, tratti dall’ossigeno che ha assorbito e dal succo dei cibi che ha assimilato. 42Mentre il perverso dal suo buio cuore pieno di frode e di veleni non può che trarre frode e veleno, che sempre più si accrescono, corroborati come sono dalle colpe che si accumulano, come nel buono dalle benedizioni di Dio che si accumulano. Credete pure che è l’esuberanza del cuore quella che trabocca dalle labbra e si rivela nelle azioni.
Fidanzamento dell’anima con Dio.
43Voi fatevi un cuore umile e puro, amoroso, fiducioso, sincero; amate Dio col pudico amore che ha una vergine per lo sposo. 44In verità vi dico che ogni anima è una vergine sposata all’eterno Amatore, a Dio Signor nostro; 45questa terra è il tempo del fidanzamento nel quale l’angelo dato a custode di ogni uomo è lo spirituale paraninfo, e 46tutte le ore della vita e le contingenze della vita altrettante ancelle che preparano il corredo nuziale. 47L’ora della morte è l’ora delle nozze compiute e allora viene la conoscenza, l’abbraccio, la fusione, e con veste di sposa compiuta l’anima può alzare il suo velo e gettarsi nelle braccia del suo Dio senza che per amare così lo Sposo possa indurre altri allo scandalo.
La preghiera interiore(Mt 6,6)[226].
48Ma per ora, o anime ancora sacrificate nel laccio del fidanzamento con Dio, quando volete parlare allo Sposo, mettetevi nella pace della vostra dimora, e soprattutto nella pace della vostra dimora interiore, e parlate, angelo di carne fiancheggiato dall’angelo custode, al Re degli angeli. 49Parlate al Padre vostro nel segreto del vostro cuore e della vostra stanza interiore. 50Lasciate fuori tutto quanto è mondo: e la smania di essere notati e quella di edificare, e gli scrupoli delle lunghe preghiere colme di parole, parole, parole e monotone, e tiepide e scialbe d’amore.
L’idolatria della preghiera (Mt 6,7).[227].
51Per carità! Liberatevi dalle misure nel pregare. In verità vi sono alcuni che sprecano più e più ore in un monologo ripetuto con le labbra sole, e che è un vero soliloquio perché neppur l’angelo custode lo ascolta, tanto è rumore vano che egli cerca di rimediare sprofondandosi di suo in ardente orazione per il suo stolto custodito. 52In verità vi sono alcuni che non userebbero quelle ore diversamente neppure se Dio apparisse loro dicendo: “La salute del mondo dipende dal tuo lasciare questa loquela senz’anima per andare, magari, semplicemente ad attingere dell’acqua ad un pozzo ed a spargere quell’acqua al suolo per amore di Me e dei tuoi simili”. 53n verità vi sono alcuni che credono più grande il loro monologo all’atto cortese di accogliere un visitatore o a quello caritativo di soccorrere un bisognoso. Sono animi caduti nell’idolatria della preghiera.
La preghiera è azione d’amore (Mt6,6)[228].
54La preghiera è azione d’amore. E amare si può tanto orando che facendo il pane, tanto meditando che assistendo un infermo, tanto compiendo pellegrinaggio al Tempio che accudendo alla famiglia, tanto sacrificando un agnello quanto sacrificando i nostri anche giusti desideri di raccogliersi nel Signore. Basta che uno intrida tutto se stesso e ogni sua azione nell’amore. 55Non abbiate paura! Il Padre vede. Il Padre comprende. Il Padre ascolta. Il Padre concede. Quante grazie non sono date anche per un solo, vero, perfetto sospiro d’amore! Quanta abbondanza per un sacrificio intimo fatto con amore.
La preghiera dei gentili (Mt 6,8)[229].
56Non siate simili ai gentili. Dio non ha bisogno che gli diciate ciò che deve fare perché voi ne abbisognate. Ciò possono dirlo i pagani ai loro idoli che non possono intendere. Non voi a Dio, al vero, spirituale Iddio che non è solo Dio e Re, ma è Padre nostro e sa, prima ancora che voi glielo chiediate, di che avete bisogno.
Necessità della preghiera (Mt 7,7-11; Lc 11,9-13)[230].
57Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e verrà aperto a chi picchia. Quando un figlio vostro vi tende la manina dicendovi: “Padre, ho fame”, gli date forse un sasso? Gli date un serpente se vi chiede un pesce? No, anzi che date pane e pesce, ma inoltre date carezza e benedizione, perché è dolce ad un padre nutrire la sua creatura e vederne il sorriso felice. 58Se dunque voi di imperfetto cuore sapete dare buoni doni ai vostri figli solo per l’amore naturale, comune anche all’animale verso la prole, quanto più il Padre vostro che è nei Cieli concederà a coloro che gliele chiedono le cose buone e necessarie al loro bene. Non abbiate paura di chiedere e non abbiate paura di non ottenere!
I pagani della religione vera.
59Però -ecco che Io vi metto in guardia contro un facile errore- però non fate come i deboli nella fede e nell’amore, i pagani della religione vera -perché anche fra i credenti vi sono pagani la cui povera religione è un groviglio di superstizioni e di fede, un manomesso edificio in cui si sono infiltrate erbe parassitarie d’ogni specie, al punto che esso si sgretola e cade in rovina- i quali, deboli e pagani, sentono morire la fede se non si vedono esauditi. 60Voi chiedete. E vi pare giusto di chiedere. Infatti per quel momento non sarebbe neanche ingiusta quella grazia. Ma la vita non termina in quel momento. E ciò che è bene oggi può essere non bene domani. Voi questo non lo sapete, perché voi sapete solo il presente, ed è una grazia di Dio anche questa. Ma Dio conosce anche il futuro. E molte volte per risparmiarvi una pena maggiore vi lascia non esaudita una preghiera. 61Nel mio anno di vita pubblica più di una volta ho sentito dei cuori gemere: “Quanto ho sofferto allora, quando Dio non mi ha ascoltato. Ma ora dico: ‘Fu bene così perché quella grazia mi avrebbe impedito di giungere a quest’ora di Dio’.” 62Altri ho sentito dire e dirmi: “Perché, Signore, non mi esaudisci? A tutti lo fai, e a me no?”. E pur avendo dolore di veder soffrire ho dovuto dire: “Non posso”, perché l’esaudirli avrebbe voluto dire mettere un intralcio al loro volo alla vita perfetta.
63Anche il Padre delle volte dice: “Non posso”. Non perché non possa compiere l’atto immediato. Ma perché non lo vuole compiere per conoscenza delle conseguenze future.
Parabola del bambino malato.
64Udite. Un bambino è malato alle viscere. La madre chiama il medico e il medico dice: “Per guarire occorre digiuno assoluto”. Il bambino piange, strilla, supplica, pare languire. La madre, pietosa sempre, unisce i suoi lamenti a quelli del figlio. Le pare durezza del medico quel divieto assoluto. Le pare che possa nuocere al figlio quel digiuno e quel pianto. Ma il medico resta inesorabile. Infine dice: “Donna, io so, tu non sai. Vuoi perdere tuo figlio o vuoi che io te lo salvi?”. La madre urla: “Voglio che egli viva!”. “E allora” dice il medico “io non posso concedere cibo. Sarebbe la morte”. 65Anche il Padre dice così, delle volte. Voi, madri pietose del vostro io, non lo volete sentire piangere per negata grazia. Ma Dio dice: “Non posso. Sarebbe il tuo male “Viene il giorno, o viene l’eternità, in cui si giunge a dire: “Grazie, mio Dio, di non avere ascoltato la mia stoltezza!”.
Il digiuno.
Digiunare con spirito d’amore (Mt 6,16-18)[231].
66Quanto ho detto per l’orazione dico per il digiuno. Quando digiunate non prendete un’aria melanconica come usano gli ipocriti, che ad arte si sfigurano la faccia acciò il mondo sappia e creda, anche se vero non è, che essi digiunano. Anche essi hanno già avuto, con la lode del mondo, la loro mercede e non ne avranno altra. 67Ma voi, quando digiunate, prendete un’aria lieta, lavatevi a più acque il volto perché appaia fresco e liscio, ungetevi la barba e profumatevi le chiome, abbiate il sorriso del ben pasciuto sulle labbra. Oh! che in verità non vi è cibo che pasca quanto l’amore! E chi fa digiuno con spirito d’amore, di amore si nutre! 68In verità vi dico che se anche il mondo vi dirà “vanitosi” e “pubblicani”, il Padre vostro vedrà il vostro segreto eroico e ve ne darà doppia ricompensa. E per il digiuno, e per il sacrificio di non essere lodati per esso. Ed ora andate a dare cibo al corpo dopo che l’anima fu nutrita. Quei due poverelli restino con noi. Saranno gli ospiti benedetti che daranno sapore al nostro pane. La pace sia con voi».
Storia d’Ismaele e Sara.
Due pobereti di Gesù.
69E i due poverelli restano. Sono una donna molto scarna e un vecchio molto vecchio. Ma non sono insieme. Il caso li ha riuniti, ed erano rimasti in un angolo avviliti, tendendo inutilmente la mano a quelli che passavano loro davanti. Gesù va direttamente verso di loro che non osano venire avanti e li prende per mano portandoli al centro del gruppo dei discepoli, sotto una specie di tenda che Pietro ha drizzato in un angolo e sotto la quale forse si ricoverano nella notte e si riuniscono di giorno nelle ore più calde. E una tettoia di frasche e di… mantelli. Ma serve allo scopo per quanto sia così bassa che Gesù e l’Iscariota, i due più alti, si debbano abbassare per entrarvi.
70«Ecco il padre ed ecco una sorella. Portate quanto abbiamo. Mentre prendiamo il cibo udremo la loro storia». E personalmente Gesù serve i due vergognosi e ne ascolta la lamentosa narrazione. Solo il vecchio, dopo che la figlia è andata lontano col marito e si è dimenticata del padre. Sola la donna, dopo che la febbre le ha ucciso il marito, ed è malata per giunta.
Fede d’Ismaele e di Sara.
71«Il mondo ci sprezza perché poveri siamo» dice il vecchio. «Io vado elemosinando per raggranellare di che compiere la Pasqua. Ho ottant’anni. Ho sempre fatto Pasqua e può essere l’ultima questa. Ma non voglio andare in seno ad Abramo con nessun rimorso. Come perdono alla figlia così spero essere perdonato. E voglio fare la mia Pasqua».
72«Lunga è la via, padre».
«Più lunga è quella del Cielo, se si manca al rito».
73«Vai solo? Se ti senti male per via?».
«Mi chiuderà le palpebre l’angelo di Dio».
74Gesù lo carezza sulla testa tremula e bianca e chiede alla donna: «E tu?».
«Io vado cercando lavoro. Se fossi più pasciuta guarirei dalle febbri. E se fossi guarita potrei lavorare anche ai grani».
75«Credi. che solo il cibo ti guarirebbe?».
«No. Ci sei anche Tu… Ma io sono una povera cosa, una troppo povera cosa per poter chiedere pietà».
76«E se ti guarissi, che vorresti dopo?».
«Nulla più. Avrei avuto già ben più di quanto possa sperare».
77Gesù sorride e le dà un pezzo di pane intinto in un poco di acqua e aceto che fa da bevanda. La donna lo mangia senza parlare e Gesù continua a sorridere.
Guarigione di Sara.
78Il pasto cessa presto. Era così parco! Apostoli e discepoli vanno in cerca d’ombra per le pendici, fra i cespugli. Gesù resta sotto la tenda. Il vecchione si è messo contro la parete erbosa e dorme stanco. 79Dopo un poco la donna, che pure si era allontanata cercando ombra e riposo, viene verso Gesù che le sorride per rincuorarla. Lei viene avanti timida e pure lieta, fin quando quasi è presso la tenda, e poi la vince la gioia e fa gli ultimi passi velocemente, cadendo bocconi con un grido soffocato: «Tu mi hai guarita! Benedetto! È l’ora del grande brivido ed io non l’ho più… Oh!» e bacia i piedi di Gesù.
80«Sei sicura di essere guarita? Io non te l’ho detto. Potrebbe essere un caso…»
«Oh! no! Ora ho compreso il tuo sorriso nel darmi quel pane. La tua virtù è entrata in me con quel boccone. Io non ho nulla da ricambiarti fuorché il mio cuore. Comanda alla tua serva, Signore, ed ella ti ubbidirà fino alla morte».
81«Sì. Vedi quel vecchio? E’ solo ed è un giusto. Tu avevi un marito e te lo levò la morte. Egli aveva una figlia e gliela levò l’egoismo. E’ peggio. Eppure non impreca. Ma non è giusto che vada solo nelle sue ultime ore. Siigli figlia».
«Sì, mio Signore».
82«Ma guarda che vuol dire lavorare per due».
«Sono forte, ora, e lo farò».
83«Vai allora là, su quel greppo, e di’ all’uomo che riposa là, a quello vestito di bigio, che venga da Me».
La donna va sollecita e torna con Simone Zelote.
Amare è la natura del Messia.
84«Vieni, Simone. Ti devo parlare. Attendi, donna».
Gesù si allontana qualche metro.
85«Pensi che Lazzaro avrebbe difficoltà ad accogliere una lavoratrice di più?».
«Lazzaro? Ma io credo che non sappia neppure quanti sono i suoi servi! Uno più, uno meno!… Ma chi è?».
86«Quella donna. L’ho guarita e…»
«Basta, Maestro. Se Tu l’hai sanata è segno che l’ami. Ciò che Tu ami è sacro a Lazzaro. Mi impegno per lui».
87«E’ vero. Ciò che Io amo è sacro a Lazzaro. Hai detto bene. E per questo Lazzaro diventerà santo, perché amando ciò che Io amo amerà la perfezione. Voglio unire quel vecchio a quella donna e far fare l’ultima sua Pasqua in letizia a quel patriarca. Voglio molto bene Io ai vecchi santi, e se posso dar loro tramonto sereno sono felice».
«Vuoi bene anche ai bambini…»
88«Sì, e ai malati…»
«E a quelli che piangono…»
89«E a quelli che sono soli…»
«Oh! mio Maestro! Ma non ti accorgi di volere bene a tutti? Anche ai tuoi nemici?».
90«Non me ne accorgo, Simone. Amare è la mia natura. Ecco che il patriarca si sveglia. Andiamo a dirgli che farà la Pasqua con una figlia vicino e senza più bisogno del pane».
Una figlia per Ismaele.
Tornano alla tenda dove la donna li attende e vanno tutti e tre dal vecchio che si è seduto e si riallaccia i sandali.
91«Che fai, padre?».
«Scendo a valle. Spero trovare un ricovero per la notte, e domani mendicherò sulla via, e poi giù, giù, giù, fra un mese, se non muoio, sarò al Tempio».
92«No».
«Non devo? Perché?».
93«Perché il buon Dio non vuole. Non andrai solo. Questa verrà con te. Ti condurrà dove Io dirò e sarete accolti per amor mio. Farai la tua Pasqua, ma senza fatica. La tua croce l’hai già portata, padre. Posala adesso. E raccogliti solo in orazione di grazie al buon Dio».
«Ma perché… ma perché… io… io non merito tanto… Tu… una figlia… Più che se mi donassi vent’anni… E dove, dove mi mandi?…» Il vecchio piange fra il cespuglio del suo barbone.
94«Da Lazzaro di Teofilo. Non so se lo conosci».
«Oh!… io sono dei confini della Siria e ricordo Teofilo. Ma… ma… oh! Figlio benedetto di Dio, lascia che io ti benedica!».
95E Gesù, seduto come è sull’erba, di fronte al vecchione, veramente si curva per lasciare che lo stesso gli imponga, solenne, le mani sul capo, tuonando, con la sua voce cavernosa di vegliardo, l’antica benedizione: 96«Il Signore ti benedica e custodisca. Il Signore ti mostri la sua faccia e abbia di te misericordia. Il Signore volga a te il suo volto e ti dia la sua pace».
97E Gesù, Simone e la donna rispondono insieme: «E così sia».
173. Quinto discorso
della Montagna: l’uso delle ricchezze, l’elemosina,
la fiducia in Dio[232].
L’uso delle ricchezze.
Fra la moltitudine.
1La folla aumenta sempre, più i giorni passano. Vi sono uomini, donne, vecchi, bambini, ricchi, poveri. E’ sempre presente la coppia Stefano-Erma, per quanto ancora non aggregata e fusa ai vecchi discepoli capitanati da Isacco. E ancora vi è la nuova coppia, costituita ieri, del vecchione e della donna. Sono ben davanti, vicino al loro Consolatore, e i loro aspetti sono molto più sollevati di ieri. Il vecchio, quasi per rifarsi dei molti mesi o anni che fu trascurato dalla figlia, ha messo la sua mano rugosa sulle ginocchia della donna, e questa gliela carezza per quel bisogno innato della donna, moralmente sana, di essere materna.
2Gesù passa loro vicino per salire al suo rustico pulpito e nel passare carezza la testa del vecchione, che lo guarda come lo vedesse già in veste di Dio. Pietro dice qualcosa a Gesù, che gli fa un cenno come dire: «Non importa». Ma non capisco quello che dice l’apostolo, che però resta vicino a Gesù e al quale si uniscono poi Giuda Taddeo e Matteo. Gli altri si perdono fra la moltitudine.
Il giusto uso delle ricchezze.
3«La pace sia con tutti voi! Ieri ho parlato della preghiera, del giuramento, del digiuno. Oggi vi voglio istruire su altre perfezioni. Sono anche esse preghiera, fiducia, sincerità, amore, religione. 4La prima di cui parlo è il giusto uso delle ricchezze, mutate, per buona volontà del servo fedele, in altrettanti tesori del Cielo. I tesori della terra non durano[233]. Ma i tesori del Cielo sono eterni[234]. Avete in voi l’amore a ciò che è vostro? Vi fa pena il morire perché non potete più curare i vostri beni e li dovete lasciare? E allora trasponeteli in Cielo! Voi dite: “Nel Cielo non entra ciò che è della terra e Tu insegni che il denaro è la cosa più lurida della terra. Come possiamo allora trasportarlo in Cielo?”. No. Non potete portare le monete, materiali quali sono, nel Regno dove tutto è spirito. Ma potete portare il frutto delle monete.
Il banchiere terreno.
5Quando voi date ad un banchiere il vostro oro, perché lo date? Perché lo faccia fruttare. Non ve ne private certo, sebbene momentaneamente, perché egli ve lo renda tal quale. Ma volete che su dieci talenti egli ve ne renda dieci più uno, o più ancora. Allora siete felici e lodate il banchiere. Altrimenti dite: “Costui è un onesto, ma è uno sciocco”. E se poi, invece dei dieci più uno, ve ne dà nove dicendo: “Ho perduto il resto”, voi lo denunciate e lo gettate in prigione.
6Cosa è il frutto del denaro? Semina forse il banchiere i vostri denari e li annaffia per farli crescere? No. Il frutto è dato da un accorto maneggio di affari, di modo che, e con ipoteche e con prestiti a interesse, il denaro si aumenti dell’aggio giustamente richiesto per il favore dell’oro prestato. Non è così?
Il banchiere di Dio.
7Ora dunque udite. Dio vi dà le ricchezze terrene. A quali molte, a quali appena quante necessitano al vivere, e vi dice: “Ora a te. Io te le ho date. Fai di questi mezzi un fine quale il mio amore lo desidera per tuo bene. Io te le affido[235]. Ma non perché tu te ne faccia un male. Per la stima che ho in te, per riconoscenza dei miei doni, tu fa’ fruttare, e per questa vera Patria, i tuoi beni.
Metodo per fare fruttare le ricchezze.
Non accumulare tesori nella Terra(Mt 6, 19)[236].
8Ed ecco il metodo per giungere a questo fine[237].
9Non vogliate accumulare i vostri tesori sulla terra[238], vivendo per essi, essendo crudeli per essi, essendo maledetti dal prossimo e da Dio per essi. Non merita. Sono sempre insicuri quaggiù. 10I ladri possono sempre derubarvi. Il fuoco può distruggervi le case. Le malattie delle piante o delle mandre sterminarvi greggi e frutteti. 11Quante cose insidiano i beni! Siano essi immobili e inattaccabili, come le case e l’oro; o siano soggetti ad essere lesi nella loro natura, come tutto quanto vive, come sono i vegetali e gli animali; e persino siano le stoffe preziose, possono essere soggetti a menomazione. Il fulmine sulle case, e le fiamme e le acque; e i ladri, la ruggine, la siccità, i roditori, gli insetti sui campi; il capostorno, le febbri, le scosciature, le morve negli animali; le tignole e i topi nelle stoffe preziose e nei mobili pregiati; l’erosione delle ossidazioni nei vasellami, e lumiere, e cancelli artistici; tutto, tutto è soggetto a menomazione.
Fatevi tesori nel cielo (Mt 6,20)[239].
12Ma se voi di tutto questo bene terreno fate un bene soprannaturale, ecco che esso è salvo da ogni lesione del tempo, degli uomini e delle intemperie. Fatevi delle borse in Cielo, là dove non entrano ladri e dove non accadono sventure. 13Lavorate con l’amore misericordioso verso tutte le miserie della terra.14 Accarezzate, sì, le vostre monete, baciatele anche, se volete, giubilate per le messi che prosperano, per i vigneti carichi di grappoli, per gli ulivi che si piegano sotto il peso di infinite ulive, per le pecore dal fecondo seno e dalle turgide mammelle. Fate tutto ciò. Ma non sterilmente. Non umanamente. Fatelo con amore e ammirazione, con godimento e calcolo soprannaturale.
La preghiera del giusto.
15“Grazie, mio Dio, di questa moneta, di queste messi, di queste piante, di queste pecore, di questi commerci! Grazie, pecore, piante, prati, commerci, che mi servite così bene. Siate benedetti tutti, perché per tua bontà, o Eterno, e per vostra bontà, o cose, ecco che io posso fare tanto bene a chi ha fame, a chi è ignudo, senza tetto, malato, solo… Lo scorso anno feci per dieci. Quest’anno -poiché, per quanto io abbia dato molto in elemosina, ho maggior denaro e più pingui sono i raccolti e numerosi i greggi- ecco che io darò due, tre volte, quanto diedi lo scorso anno. Perché tutti, anche i derelitti di ogni bene loro proprio, godano della mia gioia e benedicano, con me, Te, Signore eterno”. 16Ecco la preghiera del giusto. Quella preghiera che, unita all’azione, trasporta i vostri beni in Cielo, e non solo ve li conserva eternamente, ma ve li fa trovare aumentati dei frutti santi dell’amore.
Dove sta il tuo tesoro, sta il tuo cuore (Mt 6,21)[240].
17Abbiate il vostro tesoro in Cielo per avere là il vostro cuore al disopra e al di là del pericolo che non solo l’oro, le case, i campi, le greggi possano subire sventura, ma che sia insidiato il vostro stesso cuore e derubato, corroso, bruciato, ucciso dallo spirito del mondo. Se così farete avrete il vostro tesoro nel vostro cuore perché avrete Dio in voi fino al giorno beato in cui voi sarete in Lui.
L’elemosina.
L’Opera di giustizia soprannaturale (Mt 6,1)[241].
18Però, per non diminuire il frutto della carità, badate di essere caritatevoli con spirito soprannaturale. Come ho detto per la preghiera e il digiuno, così dico per la beneficenza e di ogni altra opera buona che possiate fare. Conservate il bene che fate dalla violazione del senso del mondo, conservatelo vergine da umana lode.
19Non profanate la rosa profumata, vero incensiere di profumi grati al Signore, della vostra carità e del vostro agire buono. Profana il bene lo spirito di superbia, il desiderio di esser notati nel fare il bene e la ricerca della lode. La rosa della carità allora viene sbavata e corrosa dai lumaconi viscidi dell’orgoglio soddisfatto, e nell’incensiere cadono fetide paglie della lettiera su cui il superbo si crogiola come bestia ben pasciuta.
20Oh! quelle beneficenze fatte per esser citati! Ma meglio, meglio non farle affatto! Chi non fa pecca di durezza. Chi fa, facendo conoscere e la somma data e il nome di chi l’ha avuta, e mendicando la lode, pecca di superbia col rendere nota l’offerta, ossia dice: “Vedete quanto io posso?”, pecca di anticarità perché mortifica il beneficato col rendere noto il suo nome, pecca di avarizia spirituale volendo accumulare lodi umane… Paglie, paglie, non di più che paglie. Fate che vi lodi Dio coi suoi angeli.
L’elemosina nel segreto (Mt 6,2-4)[242].
21Voi, quando fate elemosina, non suonate la tromba davanti a voi per attirare l’attenzione del passante ed essere onorato come gli ipocriti, che vogliono l’applauso degli uomini e perciò fanno elemosina solo là dove possono essere visti da molti. Anche questi hanno già avuto la loro mercede e non ne avranno altra da Dio. Voi non incorrete nella stessa colpa e nella stessa presunzione. 22Ma quando fate elemosina non sappia la vostra sinistra quel che fa la destra, tanto nascosta e pudica è la vostra elemosina, e poi dimenticatevene. 23Non state a rimirarvi l’atto compiuto, gonfiandovi di esso come fa il rospo, che si rimira coi suoi occhi velati nello stagno e che, posto che vede riflessi nell’acqua ferma le nuvole, gli alberi, il carro fermo presso la riva, e vede lui così piccino rispetto a quelli così grossi, si empie d’aria fino a scoppiare. 24Anche la vostra carità è un nulla rispetto all’Infinito che è la Carità di Dio, e se voleste divenire simili a Lui e rendere la vostra carità piccina, grossa, grossa, grossa per uguagliare la sua, vi empireste di vento d’orgoglio e finireste per perire.
25Dimenticatevene. Dell’atto in se stesso dimenticatevene. Vi resterà sempre presente una luce, una voce, un miele, e vi farà luminoso il giorno, dolce il giorno, beato il giorno. 26Perché quella luce sarà il sorriso di Dio, quel miele la pace spirituale che è ancora Dio, quella voce la voce del Padre-Dio che vi dirà: “Grazie”. Egli vede il male occulto e vede il bene nascosto, e ve ne darà ricompensa. Io ve lo…»
Dibattito sulla beneficenza del Messia.
Tesi menzognera.
27«Maestro, Tu menti alle tue parole!».
L’insulto, astioso e improvviso, viene dal centro della folla. Tutti si volgono in direzione della voce. Vi è della confusione.
Pietro dice: «Te lo avevo detto! Eh! quando c’è uno di quelli lì… non va più bene niente!».
28Fra la folla partono fischi e mormorii verso l’insultatore. Gesù è il solo che resti calmo. Ha incrociato le braccia sul petto e sta alto, col sole in fronte, ritto sul suo masso, nel suo abito azzurro cupo.
29L’insultatore continua, incurante della reazione della folla: «Sei un cattivo maestro perché insegni ciò che non fai e…».
30«Taci! Va’ via! Vergognati!» urla la folla. E ancora: «Vai dai tuoi scribi! A noi ci basta il Maestro. Gli ipocriti con gli ipocriti! Falsi maestri! Strozzini!…» e continuerebbero, ma Gesù tuona: «Silenzio! Lasciatelo parlare» e la gente non urla più, ma bisbiglia i suoi improperi conditi da occhiate feroci.
31«Sì. Tu insegni ciò che non fai. Dici che si deve fare elemosina senza essere visti e ieri, alla presenza di tutto un popolo, hai detto a due poveri: “Rimanete e vi sfamerò”.
32«Ho detto: “Rimangano i due poverelli. Saranno gli ospiti benedetti e daranno sapore al nostro pane”. Non di più. Non ho significato di volerli sfamare. Quale è quel povero che almeno non ha un pane? La gioia era di dar loro amicizia buona».
33«Eh! già! Sei astuto e sai fare l’agnello!…».
Testimonianza d’Ismaele.
34Il vecchione si alza, si volta e alzando il suo bastone grida: «Lingua infernale che accusi il Santo, credi forse di sapere tutto e di potere accusare per ciò che sai? Come ignori chi è Dio e chi è Colui che tu insulti, così ignori le sue azioni. Solo gli angeli e il mio cuore giubilante lo sanno. Udite, uomini, udite tutti, e sappiate se Gesù è il mentitore e il superbo che questo avanzo del Tempio vuol dire. Egli…»
35«Taci, Ismaele! Taci per amor mio! Se ti ho fatto felice, fammi felice tacendo» lo prega Gesù.
36«Ti ubbidisco, Figlio santo. Ma lasciami dire questo solo: la benedizione del vecchio israelita fedele è su di Lui che mi ha beneficato da Dio, e Dio l’ha messa sulle mie labbra per me e per Sara, mia figlia novella. Ma sul tuo capo non sarà benedizione. Io non ti maledico. Non sporco la mia bocca, che deve dire a Dio: “Accoglimi”, con una maledizione. Non l’ho avuta neppure per chi mi ha rinnegato, e già ne ho ricompensa divina. Ma ci sarà chi fa le veci dell’Innocente accusato e di Ismaele, amico di Dio che lo benefica».
Testimonianza della folla.
37Un coro di urli fa chiusa al discorso del vecchio che si siede di nuovo, e un uomo se la svigna e se ne va, inseguito da improperi. E poi la folla grida a Gesù: «Continua, continua, Maestro santo! Noi non ascoltiamo che Te, e Tu ascolta noi. Non quei corvi maledetti! E’ gelosia la loro. Perché ti amiamo più di loro! Ma in Te è santità, in loro cattiveria. Parla, parla! Vedi che non ci punge più altro desiderio che la tua parola. Case, commerci? Nulla per udire Te!».
38«Sì, parlo. Ma non ve la prendete. Pregate per quegl’infelici. Perdonate come Io perdono. Perché se perdonerete agli uomini i loro falli, anche il vostro Padre dei Cieli vi perdonerà i vostri peccati. Ma se avrete rancore e non perdonerete agli uomini, nemmeno il Padre vostro vi perdonerà le vostre mancanze. E tutti hanno bisogno di perdono.
Regole per fare il bene.
Fare il bene senza interessi
39Vi dicevo che Dio vi darà ricompensa anche se voi non gli chiedete premio per il bene fatto. Ma voi non fate il bene per avere ricompensa, per avere una mallevadoria per il domani. Non fate il bene misurato e trattenuto dalla tema: “E poi, per me, ne avrò ancora? E se non avrò più nulla chi mi aiuterà? Troverò chi mi fa ciò che ho fatto? E quando non potrò più dare, sarò ancora amato?”.
L’amicizia coi ricchi frutti ai poveri.
40Guardate: Io ho amici potenti fra i ricchi e amici fra i miseri della terra. E in verità vi dico che non sono gli amici potenti i più amati. Vado da quelli non per amore di Me e per mio utile. Ma perché da essi posso avere molto per chi non ha nulla.
Chiedere la carità per fare la carità.
41Io sono povero. Non ho nulla. Vorrei avere tutti i tesori del mondo e mutarli in pane per chi ha fame, in tetto per chi è senza tetto, in vesti per chi è ignudo, in medicine per chi è malato. Voi direte: “Tu puoi guarire”. Sì. Questo ed altro posso. 42Ma non sempre è la fede negli altri, ed Io non posso fare ciò che farei e che vorrei fare se trovassi della fede nei cuori per Me. Io vorrei beneficare anche questi che non hanno fede. E posto che non chiedono il miracolo al Figlio dell’uomo vorrei, da uomo ad uomo, dar loro soccorso. Ma non ho nulla. Per questo Io tendo la mano a chi ha e chiedo: “Fammi la carità, in nome di Dio”.
Imparare a elemosinare per amore ai poveri.
43Ecco perché Io ho amicizie in alto. Domani, quando Io non sarò più sulla terra, ancora vi saranno i poveri, ed Io non ci sarò né a compiere miracolo per chi ha fede, né a fare elemosina per portare alla fede. Ma allora i miei amici ricchi avranno imparato, al mio contatto, come si fa a beneficare, e i miei apostoli avranno, pure dal mio contatto, imparato a elemosinare per amore dei fratelli. E i poveri avranno sempre un soccorso.
Ama e si santo e farai il bene con la benedizione.
44Ebbene, ieri Io, da uno che non ha nulla, ho avuto più di quanto mi hanno dato tutti coloro che hanno. E’ un amico povero quanto Me. Ma mi ha dato una cosa che non si compera con nessuna moneta e che mi ha fatto felice, riportandomi tante ore serene della mia fanciullezza e giovinezza, quando ogni sera sul mio capo si imponevano le mani del Giusto ed Io andavo al riposo con la sua benedizione per custode del mio sonno. 45Ieri questo mio amico povero mi ha fatto re con la sua benedizione. Vedete che ciò che lui mi ha dato nessuno dei miei amici ricchi me l’ha mai dato. Perciò non temete. Anche se non avrete più potenza di denaro, solo che abbiate amore e santità, potrete beneficare chi è povero, stanco o afflitto.
La sollecitudine del Padre.
“Non affannatevi per il cibo” (Mt 6,25)[243].
46E perciò vi dico: non siate troppo solleciti per tema di avere poco. Avrete sempre il necessario. Non siate troppo preoccupati pensando al futuro. Nessuno sa quanto futuro ha ancora davanti. Non siate in pensiero per quello che mangerete per sostenervi nella vita, né di che vi vestirete per tenere caldo il vostro corpo. 47La vita del vostro spirito è ben più preziosa del ventre e delle membra, vale molto più del cibo e del vestito, così come la vita materiale è più del cibo e il corpo più della veste. E il Padre vostro lo sa. Sappiatelo dunque anche voi.
L’esempio degli uccelli (Mt 6,26-27)[244].
48Guardate gli uccelli dell’aria: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, eppure non muoiono di fame perché il Padre celeste li nutre. Voi uomini, creature predilette del Padre, valete molto più di loro.
Non affannatevi per il domani (Mt 6,27)[245].
49Chi di voi, con tutto il suo ingegno, può aggiungere alla sua statura un sol cubito? Se non riuscite ad alzare la vostra statura neppure di un palmo, come potete pensare di mutare le vostre condizioni future, aumentando le vostre ricchezze per garantirvi una lunga e prospera vecchiaia? 50Potete dire alla morte: “Tu mi verrai a prendere quando io vorrò”? Non potete. A che, allora, preoccuparvi del domani?
L’esempio dei gigli del campo (Mt 6,28-30)[246].
51E perché avere tanta pena per tema dì rimanere senza vesti? Guardate come crescono i gigli del campo: non faticano, non filano, non vanno dai venditori di panni a fare acquisti. Eppure vi assicuro che nemmeno Salomone con tutta la sua gloria fu mai vestito come uno di loro. Ora se Dio riveste così l’erba del campo, che oggi è e domani serve a scaldare il forno o a pasturare il gregge e finisce in cenere o in sterco, quanto più provvederà voi, figli suoi.
Evitate preoccupazioni pagane (Mt 6,3 1-32)[247].
52Non siate gente di poca fede. Non vi angosciate per un futuro incerto, dicendo: “Quando sarò vecchio come mangerò? Che berrò? Come mi vestirò?”. Queste preoccupazioni lasciatele ai gentili che non hanno l’alata certezza della paternità divina. 53Voi l’avete e sapete che il Padre sa i vostri bisogni e che vi ama. Fidate dunque in Lui.
Cercate prima il Regno di Dio (Mt 6,33)[248].
54Cercate prima le cose veramente necessarie: la fede, la bontà, la carità, l’umiltà, la misericordia, la purezza, la giustizia, la mansuetudine, le tre e le quattro virtù principali, e tutte, tutte le altre ancora, di modo da essere amici di Dio e di avere diritto al suo Regno. 55E vi assicuro che tutto il resto vi sarà dato per giunta senza che neppure lo chiediate. 56Non vi è ricco più ricco del santo, e sicuro più sicuro di esso. Dio è col santo. Il santo è con Dio. Per il suo corpo non chiede, e Dio lo provvede del necessario. Ma lavora per il suo spirito, ed a questo Dio dà Se stesso, qui, e il Paradiso oltre la vita.
Lasciate ad ogni giorno il suo affanno! (Mt 6,34)[249].
57Non mettetevi dunque in pena per ciò che non merita la vostra pena. Affliggetevi di essere imperfetti, non di essere scarsi di beni terreni. Non crucciatevi per il domani. Il domani penserà a se stesso, e voi ad esso penserete quando lo vivrete. 58Perché pensarvi da oggi? Non è già abbastanza piena dei ricordi penosi di ieri, e dei pensieri crucciosi di oggi, la vita, per sentire bisogno di mettervi anche gli incubi dei “che sarà?” del domani? 59Lasciate ad ogni giorno il suo affanno! Ve ne saranno sempre più di quante ne vorremmo di pene nella vita, senza aggiungere pene presenti a pene future! Dite sempre la grande parola di Dio: “Oggi”. Siete suoi figli, creati secondo la sua somiglianza. Dite dunque con Lui: “Oggi”.
60E oggi Io vi do la mia benedizione. Vi accompagni fino all’inizio del nuovo oggi, di domani, ossia di quando vi darò nuovamente la pace in nome di Dio».
174. Sesto discorso della Montagna: la scelta tra Bene e Male, la Maddalena, l’adulterio, il divorzio[250].
Accoglienza e solidarietà.
Ambiente primaverile.
1In una mattinata splendida, di un nitore d’aria ancora più vivo del solito, per cui pare che le lontananze si accorcino o che le cose siano viste attraverso una lente oculare che le rende nitide anche nei più piccoli particolari, si prepara la folla ad ascoltare il Maestro. 2Di giorno in giorno la natura si fa più bella, rivestendosi della veste opulenta della piena primavera, che in Palestina mi pare sia proprio fra marzo e aprile, perché dopo prende già l’aspetto estivo con i grani maturi e le foglie già folte e complete. Ora è tutto un fiore. 3Dall’alto del monte, che di suo si è vestito di fiori anche nei punti apparentemente meno atti a fiorire, si vede la pianura col suo mareggiare di grani ancora flessuosi al vento, che dà loro moto d’onda verde glauca, appena tinta di oro pallido sulla cima delle spighe che graniscono fra le reste spinose. 4Su questo ondulare di messi al vento lieve, stanno ritti nella loro veste dì petali -e sembrano tanti enormi piumini da cipria oppure pallottole di garza bianca, rosa tenuissimo, rosa carico, rosso vivo- gli alberi da frutto, e raccolti nella loro veste di penitenti ascetici gli ulivi pregano, e la loro preghiera già si muta in un nevicare, per ora ancora incerto, di fiorellini bianchi.
5L’Hermon è un alabastro rosa nella cima che il sole bacia, e dall’alabastro scendono due fili di diamante – da qui sembrano fili – dai quali il sole trae uno scintillìo quasi irreale, e poi si affossano sotto le gallerie verdi dei boschi e non si vedono più altro che a valle, dove formano corsi d’acqua che certo vanno al lago di Meron, da qui invisibile, e poi ne escono con le belle acque del Giordano per poi tuffarsi nuovamente nello zaffiro chiaro del mare di Galilea, che è tutto un tremolìo di scaglie preziose alle quali il sole fa da castone e da fiamma. Sembra che le vele scorrenti su questo specchio, quieto e splendido nella sua cornice di giardini e campagne meravigliose, siano guidate dalle nuvolette leggiere che veleggiano nell’altro mare del cielo.
6Veramente il creato ride in questa giornata di primavera e in quest’ora mattutina.
Accoglienza e solidarietà.
7E la gente affluisce, affluisce, senza posa. Sale da tutte le parti: vecchi, sani, malati, bimbi, sposi che pensano iniziare la loro vita con la benedizione della parola di Dio, mendichi, benestanti che chiamano gli apostoli e danno loro offerte per chi non ha, e pare si confessino tanto cercano un posto nascosto per farlo.
8Tommaso ha preso una delle loro sacche da viaggio e rovescia in essa tranquillamente tutto questo tesoro di monete, come fosse del becchime da polli, e poi porta tutto vicino al masso dove Gesù parla, e ride allegro dicendo: «Godi, Maestro! Oggi ne hai per tutti!».
9Gesù sorride e dice: «E cominceremo subito, perché chi è triste sia subito contento. Tu e i compagni scegliete i malati e i poveri e portateli qui davanti».
10Cosa che avviene con un tempo relativamente breve, perché si deve ascoltare i casi di questo e quello, e durerebbe molto di più senza l’aiuto pratico di Tommaso che col suo vocione potente, montato su un sasso per essere visto, grida: «Tutti coloro che hanno sofferenze nel corpo vadano a destra di me, là, dove è ombra».
11Lo imita l’Iscariota, anche lui dotato di una voce non comune in potenza e bellezza, che a sua volta grida: «E tutti coloro che credono avere diritto all’obolo vengano qui, intorno a me. E badate bene di non mentire perché l’occhio del Maestro legge nei cuori».
12La folla si agita per separarsi così in tre parti: chi è malato, chi è povero, chi è solo desideroso di dottrina. 13Ma fra questi ultimi, due, poi tre, sembrano aver bisogno di qualche cosa che non è salute e non è denaro, ma che è più necessario di queste cose. Una donna e due uomini. Guardano, guardano gli apostoli e non osano parlare.
Attività degli apostoli.
14Passa Simone Zelote col suo aspetto severo; 15passa Pietro indaffarato che arringa una diecina dì frugoli, ai quali promette delle ulive se staranno buoni fino alla fine e delle busse se faranno baccano mentre parla il Maestro; 16passa Bartolomeo anziano e serio; 17passa Matteo con Filippo, che portano a braccia uno storpiato che troppa fatica avrebbe fatto a fendere la folla fitta; 18passano i cugini del Signore dando braccio ad un mendicante quasi cieco e ad una poverella di chissà quanti mai anni, che piange narrando a Giacomo tutti i suoi guai; 19passa Giacomo di Zebedeo con in braccio una povera bambina, certo malata, che egli ha preso alla madre, che lo segue affannosa, per impedire che la folla le faccia del male; 20ultimi a passare sono gli, potrei dire, indivisibili Andrea e Giovanni, perché se Giovanni, nella sua serena naturalezza di fanciullo santo, va ugualmente con tutti i compagni, Andrea, per la sua grande ritenutezza, preferisce andare con l’antico compagno di pesca e di fede nel Battista. 21Questi erano rimasti presso l’imbocco dei due sentieri principali, per dirigere ancora la folla ai suoi posti, ma ora il monte non presenta altri pellegrini sulle sue vie sassose, e i due si riuniscono per andare dal Maestro con le ultime offerte ricevute.
Alcuni casi di coscienza.
Miserie senza povertà.
22Gesù è già curvo sui malati, e gli osanna della folla punteggiano i singoli miracoli. La donna, che pare tutta in pena, osa tirare per la veste Giovanni che parla con Andrea e sorride. Egli si china e le chiede: «Che vuoi, donna?».
«Vorrei parlare col Maestro…»
«Hai del male? Povera non sei…»
«Non ho male e non sono povera. Ma ho bisogno di Lui… perché vi sono mali senza febbre e vi sono miserie senza povertà, e la mia… e la mia…» e piange.
«Senti, Andrea. Questa donna ha una pena nel cuore e vorrebbe dirla al Maestro. Come facciamo?».
Andrea guarda la donna e dice: «Certo è cosa che addolora farla conoscere…». La donna assente col capo. Andrea riprende: «Non piangere… Giovanni, fa’ di portarla dietro la nostra tettoia. Io porterò il Maestro».
E Giovanni, col suo sorriso, prega di far largo per poter passare, mentre Andrea va in direzione opposta verso Gesù. Ma la mossa è osservata dai due uomini afflitti, e uno ferma Giovanni ed uno Andrea, e dopo poco, ecco, che tanto l’uno che l’altro sono insieme a Giovanni e alla donna dietro il riparo di frasche che fa da parete alla tenda.
23Andrea raggiunge Gesù nel momento che Questo guarisce lo storpiato, che alza le grucce come due trofei, arzillo come un ballerino, gridando la sua benedizione. Andrea sussurra: «Maestro, dietro la nostra tettoia vi sono tre che piangono. Ma il loro affanno è di cuore e non può essere noto…».
24«Va bene. Ho ancora questa bambina e questa donna. Poi verrò. Va’ a dire loro che abbiano fede».
Guarigione di una bambina malata alla spina.
25Andrea se ne va mentre Gesù si china sulla bambina che la madre ha ripreso in grembo: «Come ti chiami?» le chiede Gesù.
«Maria».
26«Ed Io come mi chiamo?».
«Gesù» risponde la bambina.
27«E chi sono?».
«Il Messia del Signore venuto per dare bene ai corpi e alle anime».
28«Chi te lo ha detto?».
«La mamma e il papà che sperano in Te per la mia vita».
29«Vivi e sii buona».
30La bambina, che credo fosse malata alla spina perché, per quanto già sui sette e più anni, non si muoveva che con le mani ed era tutta stretta in grosse e dure fasce dalle ascelle alle anche – si vedono perché la madre le ha aperto la vesticciola per mostrarle – sta così come era per qualche minuto, poi ha un sussulto e scivola dal grembo materno a terra e corre da Gesù, che sta guarendo la donna di cui non capisco il caso.
31I malati sono esauditi tutti e sono quelli che più urlano fra la molta folla che applaude al «Figlio di Davide, gloria di Dio e nostra».
32Gesù va verso la tettoia. Giuda di Keriot grida: «Maestro! E questi?».
33Gesù si volge e dice: «Attendano dove sono. Saranno essi pure consolati» e va lesto dietro le frasche, là dove sono, con Andrea e Giovanni, i tre in pena.
Un caso di adulterio.
34«Prima la donna. Vieni con Me fra queste siepi. Parla senza timore».
«Signore, mio marito mi abbandona per una prostituta. Ho cinque figli, e l’ultimo ha due anni… Il mio dolore è grande… e penso ai figli… Non so se li vorrà lui o li lascerà a me. I maschi, il primo almeno, lo vorrà… Ed io che l’ho partorito non devo più avere la gioia di vederlo? E che penseranno essi del padre o di me? Di uno devono pensare male. Ed io non vorrei giudicassero il padre loro…»
35«Non piangere. Sono il Padrone della vita e della morte. Tuo marito non sposerà quella donna. Vai in pace e continua ad essere buona».
«Ma… non ucciderai lui? Oh! Signore, io lo amo!».
36Gesù sorride: «Non ucciderò nessuno. Ma ci sarà chi farà il suo mestiere. Sappi che il demonio non è da più di Dio. Tornando alla tua città saprai che ci fu chi uccise la creatura malefica e in un modo tale che tuo marito comprenderà che cosa stava facendo e ti amerà di rinato amore».
La donna gli bacia la mano, che Gesù le ha messo sulla testa, e se ne va.
Un caso di suggestione amorosa.
37Viene uno degli uomini. «Ho una figlia, Signore. Sventuratamente andò a Tiberiade con delle amiche e fu come avesse aspirato il tossico. Mi è tornata come ebbra. Vuole andarsene con un greco… e poi… Ma perché mi è nata? Sua madre è malata di dolore e forse morrà… Io… solo le tue parole, che ho udito l’inverno passato, mi trattengono da ucciderla. Ma, te lo confesso, il mio cuore l’ha già maledetta».
38«No. Dio, che Padre è, non maledice che a peccato compiuto e ostinato. Che vuoi da Me?».
«Che Tu la ravveda».
39«Io non la conosco ed ella, certo, da Me non viene»
40«Ma Tu puoi cambiarle il cuore anche da lontano! Sai chi mi manda a Te? Giovanna di Cusa. Stava partendo per Gerusalemme quando io sono andato al suo palazzo per chiedere se le era noto questo greco infame. Pensavo che ella non lo conoscesse perché ella è buona, pur vivendo a Tiberiade, ma poiché Cusa avvicina i gentili… Non lo conosce. Ma mi ha detto: “Vai da Gesù. Egli mi ha richiamato lo spirito da tanto lontano e mi ha guarita, con quella chiamata, dalla mia etisia. Guarirà anche il cuore a tua figlia. Io pregherò e tu abbi fede”. Ce l’ho. Lo vedi. Abbi pietà, Maestro».
41«Tua figlia entro questa sera piangerà sui ginocchi di sua madre chiedendo perdono. Tu pure sii buono come la madre: perdona. Il passato è morto».
«Sì, Maestro. Come Tu vuoi e che Tu sia benedetto!». Si rivolge per andarsene… ma poi torna sui suoi passi: «Perdona, Maestro… Ma ho tanta paura… La lussuria è un tal demone! Dammi un filo della tua veste. Lo metterò nel capezzale di mia figlia. Mentre dorme il demonio non la tenterà».
42Gesù sorride e crolla il capo… ma accontenta l’uomo dicendo: «Perché tu sia più tranquillo. Ma credi che quando Dio dice: “Voglio” il diavolo se ne va senza bisogno di altro. Vuol dire che terrai questo per ricordo di Me» e dà un fiocchetto delle sue frange.
Un caso di furto.
43Viene il terzo uomo: «Maestro, mio padre è morto. Noi credevamo avesse delle ricchezze in denaro. Non ne abbiamo trovate. E sarebbe poco male, perché non ci manca il pane fra fratelli. Ma io vivevo con mio padre, essendo il primogenito. Gli altri due fratelli mi accusano di avere fatto sparire le monete e mi vogliono fare causa come ladro. Tu vedi il mio cuore. Io non ho rubato un picciolo. Mio padre teneva i suoi denari in uno scrigno, in una cassetta di ferro. Morto che fu, aprimmo lo scrigno e la cassetta non c’era più. Loro dicono: “Questa notte, mentre noi dormivamo, tu l’hai presa”. Non è vero. Aiutami a mettere pace e stima fra di noi».
44Gesù lo guarda ben fisso e sorride.
«Perché sorridi, Maestro?».
45«Perché il colpevole è tuo padre, una colpa da bambino che nasconde il suo giocattolo per paura che glielo piglino.
«Ma non era avaro. Credilo. Faceva del bene».
46«Lo so. Ma era molto vecchio… Sono le malattie dei vecchi… Voleva preservare per voi, e vi ha messi in urto, per troppo amore. Ma la cassetta è sotterrata ai piedi della scala della cantina. Te lo dico perché tu sappia che Io so. Mentre ti parlo, per un puro caso, tuo fratello minore, percuotendo il suolo con ira, l’ha fatta vibrare e l’hanno scoperta, e sono confusi e pentiti di averti incolpato. Torna a casa sereno e sii buono con loro. Non avere parole per la loro disistima».
«No, Signore. E neppure vado. Ti sto a sentire. Andrò domani».
47«E se ti levano del denaro?».
«Tu dici che non bisogna essere avidi. Non lo voglio essere. Mi basta che la pace sia fra noi. Del resto… non sapevo quanto denaro era nella cassetta e non avrò afflizione per nessuna notizia disforme al vero. E penso che poteva essere perduto quel denaro… Come sarei vissuto prima vivrò ora, se me lo negheranno. Mi basta che non mi dicano ladro».
48«Sei molto avanti nella via di Dio. Procedi e la pace sia con te».
E anche questo se ne va contento.
49Gesù torna verso la folla, verso i poverelli e dà, secondo sue proprie misure, gli oboli. Ora tutti sono contenti e Gesù può parlare.
Onestà cristiana (Insegnamento).
I due sentieri (Mt 7,13-14)[251].
50«La pace sia con voi.
51Quando Io vi spiego le vie del Signore è perché voi le seguiate. Potreste voi seguire il sentiero che scende da destra e quello che scende da sinistra, insieme? Non potreste. Perché se prendete uno dovete lasciare l’altro. Neppure se fossero due sentieri vicini potreste durare a camminare sempre con un piede in uno e l’altro nell’altro. Finireste a stancarvi e a sbagliare anche fosse una scommessa. 52Ma fra il sentiero di Dio e quello dì Satana vi è una grande distanza e che sempre più si fa profonda, proprio come quei due sentieri che sboccano qui, ma che man mano che scendono a valle sono sempre più lontani l’uno dall’altro, l’uno andando verso Cafarnao, l’altro verso Tolemaide.
Le due tentazioni.
53La vita è così, scorre a cavaliere fra il passato e il futuro, fra il male e il bene. Al centro è l’uomo, con la sua volontà e il libero arbitrio; ai termini: da una parte Dio e il suo Cielo, dall’altra Satana e il suo Inferno. L’uomo può scegliere. Nessuno lo forza. 54Non mi si dica: “Ma Satana tenta” a scusa delle discese verso il sentiero basso. Anche Dio tenta col suo amore, ed è ben forte; con le sue parole, e sono ben sante; con le sue promesse, e sono ben seducenti! Perché allora lasciarsi tentare da uno solo dei due, e da colui che è il più immeritevole di essere ascoltato? Le parole, le promesse, l’amore dì Dio non sono sufficienti a neutralizzare il veleno di Satana?
55Guardate che ciò depone male per voi. Quando uno è fisicamente e fortemente sano non è immune dai contagi, ma li supera con facilità. Mentre, se uno è già malato e perciò debole, perisce quasi certamente per una nuova infezione e, se sopravvive, è più malato di prima perché non ha la forza, nel suo sangue, di distruggere i germi infettivi completamente. Lo stesso è per la parte superiore. Se uno è moralmente e spiritualmente sano e forte, credete pure che non è esente da essere tentato, ma il male non attecchisce in lui.
Le due dottrine.
56Quando Io sento uno dirmi: “Ho avvicinato questo e quello, ho letto questo e quello, ho cercato di convincere questo e quello al bene, ma in realtà il male che era nella mente e nel cuore loro, il male che era nel libro, è entrato in me”, Io concludo: “il che dimostra che in te avevi già creato il terreno favorevole per la penetrazione. Il che dimostra che sei un debole privo di nerbo morale e spirituale. 57Perché anche dai nostri nemici noi dobbiamo trarre del bene. Osservando i loro errori dobbiamo imparare a non cadere negli stessi. 58L’uomo intelligente non diviene zimbello della prima dottrina che sente. L’uomo saturo di una dottrina non può fare in sé posto per altre. Questo spiega le difficoltà che si incontrano per cercare di persuadere i convinti di altre dottrine a seguire la vera Dottrina. 59Ma se tu mi confessi che muti pensiero al minimo soffio di vento, Io vedo che tu sei pieno di vuoti, hai la tua fortezza spirituale piena dì aperture, le dighe del tuo pensiero sono sfondate in mille punti, ed escono da esse le acque buone e vi entrano le inquinate, e tu sei tanto stolto e apatico che non te ne accorgi neppure e non provvedi. Sei un disgraziato”.
I due poteri (Mt 6,24)[252].
60Perciò sappiate, dei due sentieri, scegliere il buono e proseguire su quello resistendo, resistendo, resistendo agli allettamenti del senso, del mondo, della scienza e del demonio. 61Le mezze fedi, i compromessi, i patti con due, contrari l’uno all’altro, lasciateli agli uomini del mondo. Non dovrebbero essere neppure fra loro, se gli uomini fossero onesti. Ma voi, voi almeno, uomini di Dio, non abbiateli. Con Dio né con Mammona non potreste averli. Non abbiateli però neppure con voi stessi, perché non avrebbero valore. 62Le vostre azioni, mescolate di buono e di non buono, non avrebbero valore alcuno. Quelle completamente buone verrebbero poi annullate dalle non buone. Quelle malvagie vi porterebbero direttamente in braccio al Nemico. Non fatele perciò. Ma siate leali nel vostro servire.
63Nessuno può servire a due padroni di diverso pensiero. O amerà l’uno e odierà l’altro, o viceversa. Non potete essere ugualmente di Dio e di Mammona. 64Lo spirito di Dio non può conciliarsi con lo spirito del mondo. L’uno sale, l’altro scende. L’uno santifica, l’altro corrompe. E se siete corrotti come potete agire con purezza? Il senso si accende nei corrotti, e dietro al senso le altre fami.
Chi è corrotto corrompe.
65Voi già sapete come si corruppe Eva e come Adamo per lei. Satana baciò l’occhio della donna e lo stregò così, di modo che ogni aspetto, fino allora puro, prese per lei aspetto impuro e svegliò curiosità strane. 66Poi Satana le baciò le orecchie e le fece aperte a parole di una scienza ignota: la sua. Anche la mente di Eva volle conoscere ciò che non era necessario. 67Poi Satana all’occhio e alla mente svegliati al Male mostrò ciò che prima non avevano visto e capito, e tutto in Eva fu desto e corrotto, 68e la Donna, andando all’Uomo, rivelò il suo segreto e persuase Adamo a gustare il nuovo frutto, tanto bello a vedersi e così interdetto fino ad ora. E lo baciò e lo guardò con la bocca e le pupille in cui già era il torbido di Satana. 69E la corruzione penetrò in Adamo che vide, e attraverso l’occhio appetì al proibito, e lo morse con la compagna cadendo da tanta altezza al fango.
70Quando uno è corrotto trascina a corruzione, a meno che l’altro non sia un santo nel vero senso della parola.
“Lume del corpo è l’occhio” (Mt 6,22-23; Lc 11,34-36)[253].
71Attenti allo sguardo, uomini. Allo sguardo dell’occhio e a quello della mente. Corrotti che siano, non possono che corrompere il resto. Lume del corpo è l’occhio. Lume del cuore è il tuo pensiero. 72Ma se l’occhio tuo non sarà puro – perché per la soggezione degli organi al pensiero i sensi si corrompono per un pensiero corrotto – tutto in te diverrà offuscato, e nebbie seduttrici creeranno impuri fantasmi in te. 73Tutto è puro in chi ha pensiero puro che dà puro sguardo, e la luce di Dio scende padrona dove non è ostacolo di sensi. 74Ma se per mala volontà tu hai educato l’occhio alle torbide visioni, tutto in te diverrà tenebre. Inutilmente guarderai anche le cose più sante. Nel buio non saranno che tenebre e farai opere di tenebre.
L’atleta si prepara alla vittoria con la lotta.
75Perciò, figli di Dio, tutelate voi stessi contro voi stessi. Sorvegliatevi attentamente contro tutte le tentazioni. Essere tentati non è male. L’atleta si prepara alla vittoria con la lotta. Ma il male è essere vinti perché impreparati e disattenti. Lo so che tutto serve a tentare. Lo so che la difesa snerva. Lo so che la lotta stanca. 76Ma, suvvia, pensate cosa vi acquistano queste cose. E vorreste per un’ora di piacere, di qual che sia genere, perdere un’eternità di pace? Cosa vi lascia il piacere della carne, dell’oro e del pensiero? Nulla. Cosa vi acquista il ripudiarli? Tutto.
77Io parlo a peccatori, perché l’uomo è peccatore. Ebbene, ditemi, in verità: dopo avere appagato il senso, o l’orgoglio, o l’avarizia, vi siete sentiti più freschi, più contenti, più sicuri? Nell’ora che segue all’appagamento, e che è sempre ora di riflessione, avete proprio sinceramente sentito di essere felici? 78Io non ho gustato questo pane del senso. Ma rispondo per voi: “No. Appassimento, scontento, incertezza, nausea, paura, irrequietezza. Ecco cosa è stato il succo spremuto dall’ora passata”.
79Però, ve ne prego. Mentre vi dico: “Non fate mai ciò, anche vi dico: “Non siate inesorabili con coloro che sbagliano”. 80Ricordatevi che siete tutti fratelli, fatti di una carne e di un’anima. Pensate che molte sono le cause per cui uno è indotto a peccare. Siate misericordiosi verso i peccatori e con bontà rialzateli e conduceteli a Dio, mostrando che il sentiero da loro percorso è irto di pericoli per la carne e per la mente e per lo spirito. 81Fate questo e ne avrete gran premio. Perché il Padre che è nei Cieli è misericordioso coi buoni e sa dare il centuplo per uno.
Onde Io vi dico… »[254]
Il Ritiro turbato dal sibilo di Satana.
Il Monte delle Beatitudini[255].
82 Dice Geseù: «Guarda scrivi. É Vangelo della Misericordia, che do a tutti e specie a quelle che si riconosceranno nella peccatrice e che invito a seguirla nella redenzione».
Gesù in piedi su un masso parla a molta folla. Il luogo è alpestre. Una collina solitaria, fra due valli. La collina ha la vetta in forma di giogo, anzi, è più chiaro: in forma di gobba di cammello, di modo che a pochi metri dalla cima ha un naturale anfiteatro in cui la voce rimbomba netta come in una sala da concerti, molto ben costruita.
La collina è tutta in fiore. Deve esser buona stagione. Le messi delle pianure tendono ad imbiondire e a farsi pronte per la falce. A nord un alto monte splende col suo nevaio al sole. Immediatamente sotto, al oriente, il mare di Galilea pare uno specchio spezzato in innumeri scaglie di cui ognuna è uno zaffiro acceso dal sole. Abbacina col suo tremolìo azzurro e oro, su cui non si riflette che qualche nuvola fioccosa che veleggia in un cielo purissimo e l’ombra fuggente di qualche vela. Oltre il lago di Genezaret vi è un lontanare di pianure che, per una lieve nebbia terra a terra, forse vaporare di rugiade – perché deve essere ancor mattina e in sulle prime ore, dato che l’erba montana ha ancora qualche diamante rugiadoso sperso fra i suoi steli – paiono continuare il lago, ma con tinte quasi d’opale venato di verde, e oltre ancora una catena montana dalla costa molto capricciosa che fa pensare ad un disegno di nuvole sul cielo sereno.
La folla è seduta chi sull’erba chi su dei pietroni, altra folla è in piedi. Il collegio apostolico non è completo. Vedo Pietro e Andrea, Giovanni e Giacomo, e sento chiamare gli altri due Natanaele e Filippo. Poi ve ne è un altro che è e non è nel gruppo. Forse l’ultimo arrivato: lo chiamano Simone. Gli altri non ci sono. A meno che io non li veda fra la gran folla.
Il discorso è già incominciato da un po’. Capisco che è il discorso della Montagna. Ma le beatitudini sono già enunciate. Anzi direi che il discorso si avvia alla fine, perché Gesù dice: «Fate questo e ne avrete gran premio. Perché il Padre che è nei Cieli è misericordioso coi buoni e sa dare il centuplo per uno. Onde Io vi dico…».
Comparsa della Maddalena.
83Molto movimento avviene fra la folla che si assiepa verso il sentiero che sale al pianoro. Le teste dei più prossimi a Gesù si voltano. L’attenzione si svia. Gesù sospende di parlare e volge lo sguardo nella direzione degli altri. E’ serio e bello nel suo abito azzurro cupo, con le braccia conserte sul petto e il sole che lo sfiora sul capo col primo raggio che sormonta il picco orientale del colle.
«Fate largo, plebei» grida una iraconda voce d’uomo. «Fate largo alla bellezza che passa»… e vengono avanti quattro bellimbusti tutti azzimati, di cui uno è certo romano perché ha la toga romana, i quali portano come in trionfo sulle loro mani incrociate a sedìle Maria dì Magdala, gran peccatrice ancora.
E lei ride con la sua bellissima bocca, buttando indietro la testa dalla capigliatura d’oro, tutta intrecci e riccioli trattenuti da forcine preziose e da una lamina d’oro, sparsa di perle, che le fascia il sommo della fronte come un diadema, dal quale scendono ricciolini lievi a velare gli occhi splendidi di loro e resi ancor più grandi e seduttori da un sapiente artificio. Il diadema, poi, si perde dietro le orecchie, sotto la massa delle trecce che pesano sul collo candidissimo e scoperto tutto. Anzi… lo scoperto va molto oltre il collo.
Le spalle sono scoperte sino alle scapole, e il petto molto più ancora. La veste è trattenuta sulle spalle da due catenelle d’oro. Le maniche non esistono. Il tutto è coperto, per modo di dire, da un velo che ha il solo incarico di riparare la pelle dall’abbronzatura del sole. La veste è molto leggera e la donna, buttandosi come fa, per vezzo, contro l’uno o l’altro dei suoi adoratori, è come ci si buttasse addosso nuda. Ho l’impressione che il romano sia il preferito, perché a lui vanno di preferenza risatine e occhiate e più facilmente riceve il capo di lei sulla spalla.
La dea accontentata.
84«Ecco accontentata la dea» dice il romano. «Roma ha fatto da cavalcatura alla Venere novella. E là è l’Apollo che hai voluto vedere. Seducilo dunque… Ma lascia anche a noi briciole dei tuoi vezzi».
Maria ride e con mossa agile e procace balza a terra, scoprendo i piedini calzati da sandali bianchi con fibbie d’oro e un bel pezzo di gamba. Poi la veste, che è amplissima, di una lana sottile come velo e candidissima, trattenuta alla vita, ma molto in basso, verso i fianchi, da un cinturone tutto a borchie d’oro, snodate, copre tutto. E la donna sta come un fiore di carne, un fiore impuro, sbocciato per sortilegio sul verde pianoro in cui sono mughetti e narcisi selvatici in grande quantità.
E’ bella più che mai. La bocca piccola e porporina pare un garofano che sbocci sul candore della dentatura perfetta. Il volto e il corpo potrebbero accontentare il più incontentabile pittore o scultore, sia per tinta che per forme. Ampia di petto e di fianchi in misura giusta, con una vita naturalmente flessuosa e sottile rispetto ai fianchi e al petto, pare una dea, come ha detto il romano, una dea scolpita in un marmo lievemente rosato, su cui si tende la stoffa lieve sui fianchi per poi ricadere in una massa di pieghe sul davanti. Tutto è studiato per piacere.
85Gesù la guarda fisso. E lei ne sostiene con spavalderia lo sguardo mentre ride e si torce lievemente per il solletico che il romano le fa scorrendola sulle spalle e sul seno, che ha scoperti, con un mughetto colto fra l’erba. Maria, con un corruccio studiato e non vero, rialza il velo dicendo: «Rispetto al mio candore», il che fa scoppiare i quattro in una fragorosa risata.
86Gesù la continua a fissare. Appena il rumore delle risate si perde, Gesù, come se l’apparizione della donna avesse riacceso fiamme al discorso che si assopiva nella finale, riprende, e non la guarda più. Ma guarda i suoi uditori che paiono impacciati e scandalizzati per l’avvenuto.
La purezza cristiana (Continuazione).
La concupiscenza del cuore.
87Gesù riprende: «Ho detto d’esser fedeli alla Legge, umili, misericordiosi, di amare non solo i fratelli di sangue ma anche chi vi è fratello sol perché nato come voi da uomo. Vi ho detto che il perdono è più utile del rancore, che il compatimento è migliore dell’inesorabilità. 88Ma ora vi dico che non si deve condannare se non si è esenti dal peccato per cui si è portati a condannare. Non fate come scribi e farisei che sono severi con tutti ma non con se stessi. Che chiamano impuro ciò che è esterno, e può contaminare solo l’esterno, e poi accolgono nel più fondo seno – il cuore – l’impurità.
89Dio non è con gli impuri. Perché l’impurità corrompe ciò che è proprietà di Dio: le anime, e specie le anime dei piccoli che sono gli angeli sparsi sulla terra. Guai a quelli che strappano loro le ali con crudeltà di belve demoniache e prostrano questi fiori di Cielo nel fango, facendo loro conoscere il sapore della materia! Guai!… Meglio sarebbe morissero arsi da un fulmine anziché giungere a tale peccato!
Guai ai ricchi corruttori (Lc 6,24)[256].
90Guai a voi, ricchi e gaudenti! Perché è proprio fra voi che fermenta la più grande impurità a cui fanno letto e guanciale ozio e denaro! Ora siete satolli. Fino alla gola vi arriva il cibo delle concupiscenze e vi strozza. Ma avrete fame. Una fame tremenda, insaziabile e senza addolcimento in eterno. 91Ora siete ricchi. Quanto bene potreste fare colla vostra ricchezza! Ve ne fate tanto male per voi e per gli altri. Conoscerete una povertà atroce in un giorno che non avrà fine. Ora ridete. Credete d’essere i trionfatori. Ma le vostre lacrime empiranno gli stagni della Geenna. E non avranno più sosta.
92Dove si annida adulterio? Dove corruzione di fanciulle? Chi ha due o tre letti di licenza, oltre il proprio di sposo, e su essi profonde il suo denaro e la vigoria di un corpo che Dio gli ha dato sano perché lavori per la sua famiglia e non si spossi in luridi connubi che lo mettono al disotto di una bestia immonda?
Nulla giustifica la fornicazione (Mt 5,27-28)[257].
93Avete udito che fu detto: “Non commettere adulterio”. Ma Io vi dico che chi avrà guardato una donna con concupiscenza, che chi è andata ad un uomo col desiderio, anche solo con questo, ha già commesso adulterio nel suo cuore.
94Nessuna ragione giustifica la fornicazione. Nessuna. Non l’abbandono e il ripudio di un marito. Non la pietà verso una ripudiata. Avete un’anima sola. Quando essa è congiunta ad un’altra per patto di fedeltà, non menta.
Volontà di rinunciare al peccato(Mt 5,30)[258].
95Altrimenti il bel corpo per cui peccate andrà seco voi, anime impure, nelle fiamme inesauste. Mutilatelo piuttosto, ma non l’uccidete in eterno dannandolo. Tornate uomini, voi ricchi, sentine verminose di vizio, tornate uomini per non fare ribrezzo al Cielo…»
Fuga della Maddalena.
96Maria, che ha ascoltato in principio con un viso che era un poema di seduzione e di ironia, avendo di tanto in tanto delle risatine di scherno, sulla fine del discorso si fa nera di corruccio. Capisce che senza guardarla Gesù parla a lei. Il suo corruccio si fa sempre più nero e ribelle e all’ultimo ella non resiste. Si avvolge dispettosa nel suo velo e, inseguita dalle occhiate della folla che la scherniscono e dalla voce di Gesù che la persegue, si dà in corsa giù per la china lasciando lembi di veste sui cardi e sui cespugli di rose canine che sono ai margini del sentiero, e ride di rabbia e di scherno.
Non vedo altro. Ma Gesù dice: « Vedrai ancora».
Fatti del giorno[259].
Momento de riposo.
97Gesù riprende: «Voi siete sdegnati dell’avvenuto. Sono due giorni che il nostro rifugio, ben alto sul fango, è turbato dal sibilo di Satana. Non è più dunque un rifugio e noi lo lasceremo. Ma voglio ultimarvi questo codice del “più perfetto” in quest’ampiezza di luci e di orizzonti. Qui realmente Dio appare nella sua maestà di Creatore, e vedendo le sue meraviglie noi possiamo giungere a credere fermamente che il Padrone è Lui e non Satana. Non potrebbe il Maligno creare neppure uno stelo d’erba. Ma Dio tutto può. Questo ci conforti. Ma voi siete tutti al sole ormai. E ciò vi nuoce. Spargetevi allora su per le pendici. Vi è ombra e frescura. Prendete il vostro pasto, se volete. Io vi parlerò sullo stesso argomento. Molti motivi hanno protratto l’ora. Ma non vi rincresca di ciò. Qui siete con Dio».
La folla grida: «Sì, sì. Con Te» e si sposta sotto i boschetti sparsi sul lato orientale, di modo che la parete e le frasche fanno riparo al sole già troppo caldo.
Saper sorvegliare l’impulsività.
98Gesù dice intanto a Pietro di smontare la sua tettoia.
«Ma… ce ne andiamo proprio?».
99«Sì».
«Perché è venuta lei?…»
100«Sì. Ma non lo dire ad alcuno e specie allo Zelote. Ne rimarrebbe afflitto per Lazzaro. Non posso permettere che la parola di Dio sia fatta scherno di pagani…»
«Capisco, capisco…»
101«Allora però capisci anche un’altra cosa».
«Quale, Maestro?».
102«La necessità di tacere in certi casi. Mi raccomando. Tu sei tanto caro, ma sei anche talmente impulsivo da uscire in osservazioni pungenti».
«Capisco… non vuoi per Lazzaro e Simone…»
103«E per altri ancora».
«Pensi che ce ne saranno oggi?».
104«Oggi, domani e dopodomani e sempre. E sempre sarà necessario sorvegliare l’impulsività del mio Simone di Giona. Vai, vai a fare quanto ti ho detto».
Pietro se ne va, chiamando in suo aiuto i compagni.
La stanchezza dell’Iscariota.
L’Iscariota è rimasto pensieroso in un angolo. Gesù lo chiama. Tre volte, perché non sente. Infine si volge. «Mi vuoi, Maestro?» chiede.
105«Sì. Va’ tu pure a prendere il tuo cibo e ad aiutare i compagni».
«Non ho fame. E neppure Tu».
106«Neppure Io. Ma per opposti motivi. Sei turbato, Giuda?».
«No, Maestro. Stanco…»
107«Ora andiamo sul lago e poi in Giudea, Giuda. E da tua madre. Te l’ho promesso…».
Giuda si rianima. «Vieni proprio con me solo?».
108«Ma certo. Voglimi bene, Giuda. Io vorrei che il mio amore fosse in te al punto da preservarti da ogni male».
«Maestro… sono uomo. Non sono angelo. Ho attimi di stanchezza. E’ peccato aver bisogno di dormire?».
109«No, se tu dormi sul mio petto. Guarda là la gente come è felice e come è lieto il paesaggio da qui. Però deve essere molto bella anche la Giudea, in primavera».
«Bellissima, Maestro. Solo là, sulle montagne, che sono più alte di qui, è più tardiva. Ma vi sono fiori bellissimi. I pometi sono uno splendore. Il mio, cura particolare della mamma, è uno dei più belli. E quando ella vi cammina, coi colombi che le corrono dietro per avere grano, credi che è una vista che placa il cuore».
110«Lo credo. Se mia Madre non sarà troppo stanca mi piacerebbe portarla dalla tua. Si amerebbero perché sono due buone».
Giuda, sedotto da questa idea, torna sereno e, dimenticandosi di «non aver fame e di essere stanco», corre dai compagni ridendo allegro, e, alto come è, slaccia i nodi più alti senza fatica e si mangia il suo pane e ulive, allegro come un fanciullo.
111Gesù lo guarda con compassione e si avvia verso gli apostoli.
Monellerie di Pietro.
«Ecco il pane, Maestro. E un uovo. Me lo sono fatto dare da quel ricco là, vestito di rosso. Gli ho detto: “Tu ascolti e sei beato. Lui parla ed è sfinito. Dammi uno dei tuoi ovetti. Farà meglio a Lui che a te”.»
112«Ma Pietro!».
«No, Signore! Sei pallido come un bambino attaccato a un petto vuoto e stai divenendo esile come un pesce dopo gli amori. Lascia fare a me. Non voglio avere rimproveri da farmi. Ora lo metto in questa cenere calda, sono le fascine che ho arrostite, e Tu te lo bevi. Non lo sai che sono… quanti sono? settimane certo, che non si mangia che pane e ulive e un poco di latticello… Uhm! Sembriamo in purga. E Tu mangi meno di tutti e parli per tutti. Ecco l’uovo. Bevilo tiepido, che fa bene».
113Gesù ubbidisce e, vedendo che Pietro mangia solo pane, chiede: «E tu? Le ulive?».
«Sss! Mi servono per dopo. Le ho promesse».
114«A chi?».
«A dei bambini. Però se non stanno zitti fino alla fine io mi mangio le ulive e a loro do i noccioli, ossia schiaffi».
115«Ma benissimo!».
«Eh! non li darò mai. Ma se non si fa così! Ne ho presi tanti anche io, e se mi avessero dovuto dare tutti quelli che meritavo per le mie monellerìe ne avrei dovuto prendere dieci volte di più! Ma fanno bene. Sono così perché le ho prese».
Ridono tutti della sincerità dell’apostolo.
Dio provvederà.
«Maestro, io ti vorrei dire che oggi è venerdì e che questa gente… non so se potrà procurarsi cibo in tempo per domani o raggiungere le case» dice Bartolomeo.
«E’ vero! E’ venerdì!» dicono in diversi.
116«Non importa. Dio provvederà. Ma lo diremo loro».
Gesù si alza e va al suo nuovo posto, in mezzo alla folla sparsa fra i boschetti.
117«Per prima cosa ricordo che è venerdì. Ora Io dico che chi teme di non poter giungere in tempo alle case e non può giungere a credere che Dio darà domani cibo ai suoi figli, può ritirarsi subito, di modo che il tramonto non lo colga per via».
Su tutta la folla si alzano una cinquantina di persone. Tutti gli altri restano dove sono. Gesù sorride e comincia a parlare.
L’adulterio e il divorzio.
Il peccato dell’adulterio (Mt 5,27)[260].
118«Avete udito che fu detto in antico: “Non commettere adulterio”. Chi fra voi mi ha già udito in altri luoghi sa che più volte Io ho parlato su questo peccato. Perché, guardate, per Me è peccato non solo per uno ma per due e tre persone. 119E mi spiego. L’adultero pecca per sé, pecca per la sua complice, pecca portando a peccare la moglie o il marito tradito, il quale o la quale possono giungere a disperazione o a delitto. Questo per il peccato consumato. 120Ma Io dico di più. Io dico: “Non solo il peccato consumato ma il desiderio di consumarlo è già peccato.
Natura ed inizio dell’adulterio (Mt 5,27)[261]
121 Cosa è l’adulterio? É il desiderare febbrilmente colui che non è nostro, o colei che non è nostra. Si comincia a peccare col desiderio, si continua con la seduzione, si completa con la persuasione, si corona con l’atto.
122Come si incomincia? Generalmente con uno sguardo impuro. E ciò si ricollega a quanto dicevo prima. L’occhio impuro vede ciò che è nascosto ai puri e per l’occhio entra la sete nelle fauci, la fame nel corpo, la febbre nel sangue. Sete, fame, febbre carnale. 123Ha inizio il delirio. Se l’altro, il guardato, è un onesto, ecco che il delirante resta solo a rivoltolarsi sui suoi carboni ardenti, oppure giunge a denigrare per vendetta. Se è disonesto anche il guardato, ecco che risponde allo sguardo, ed ha inizio la discesa nel peccato.
Come si cura (Mt 5,29-30)[262].
124Perciò Io vi dico: “Chi ha guardato una donna con concupiscenza ha già commesso adulterio su lei perché il suo pensiero ha già commesso l’atto del suo desiderio”. 125Piuttosto che questo, se il tuo occhio destro ti è stato cagione di scandalo càvatelo e gettalo lungi da te. Meglio per te che tu sia senza un occhio che sprofondare nelle tenebre infernali per sempre. 126E se la tua mano destra ha peccato mozzala e gettala via. Meglio per te essere senza un membro piuttosto che essere tutto dell’inferno. 127E’ vero che è detto che i deformi non possono più servire Dio nel Tempio. Ma oltre la vita i deformi per nascita, che siano santi, o i deformi per virtù, diverranno belli più degli angeli e serviranno Dio, amandolo nella gioia del Cielo.
Il divorzio non viene da Dio (Mt 5,31)[263].
128Vi è anche stato detto: “Chiunque rimanda la propria moglie le dia libello di divorzio”. Ma questo va riprovato. Non viene da Dio. Dio disse ad Adamo: “Questa è la compagna che ti ho fatto. Crescete e moltiplicatevi sulla terra, riempitela e fatela a voi soggetta”. E Adamo, pieno di intelligenza superiore perché ancora il peccato non aveva offuscato la sua ragione uscita perfetta da Dio, esclamò: “Ecco finalmente l’osso delle mie ossa e la carne della mia carne. Questa sarà chiamata Virago, ossia altro me, perché tratta dall’uomo. Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre, e i due saranno una sola carne”. 129E in un accresciuto splendere di luci l’eterna Luce approvò con un sorriso il detto d’Adamo, che diventò la prima, incancellabile legge.
130Ora, se per la sempre crescente durezza dell’uomo, l’uomo legislatore dovette mettere un nuovo codice; se per la sempre crescente volubilità dell’uomo dovette mettere un freno e dire: “Se però l’hai ripudiata non la puoi più riprendere”, questo non cancella la prima, genuina legge, nata nel Paradiso terrestre e approvata da Dio.
Il divorzio espone all’adulterio (Mt 5,31-32)[264].
131Io vi dico: “Chiunque rimanda la propria moglie, eccetto il caso di provata fornicazione, l’espone all’adulterio”. Perché, infatti, che farà nel novanta per cento dei casi la donna ripudiata? Passerà ad altre nozze. Con quali conseguenze? Oh! su questo quanto ci sarebbe da dire! Non sapete che potete provocare incesti involontari con questo sistema? 132Quante lacrime sparse per una lussuria! Sì. Lussuria. Non ha altro nome. Siate schietti. Tutto si può superare quando lo spirito è retto. Ma tutto si presta a motivo per soddisfare il senso quando lo spirito è lussurioso. 133Frigidità femminile, pesantezza di lei, incapacità relativa alle faccende, lingua bisbetica, amore al lusso, tutto si supera, anche le malattie, anche le irascibilità, se si ama santamente. 134Ma siccome dopo qualche tempo non si ama più come il primo giorno, ecco che allora si vede impossibile ciò che è più che possibile, e si getta una povera donna sulla via e verso la perdizione.
Solo la morte rompe il matrimonio.
135Fa adulterio chi la respinge. Fa adulterio chi la sposa dopo il ripudio. Solo la morte rompe il matrimonio. Ricordatevelo. E se avete fatto una scelta infelice, portatene le conseguenze come una croce, essendo due infelici, ma santi, e senza fare maggiori infelici nei figli, che sono gli innocenti che più soffrono di queste disgraziate situazioni. L’amore dei figli dovrebbe farvi meditare cento volte e cento, anche nel caso di una morte di coniuge. 136Oh! se sapeste accontentarvi di quanto avete avuto e al quale Dio ha detto: “Basta”! Se sapeste, voi vedovi e voi vedove, vedere nella morte non una menomazione ma una elevazione ad una perfezione di procreatori! 137Esser madre anche per la madre estinta. Esser padre anche per il padre estinto. Esser due anime in una, raccogliere l’amore per le creature sul labbro gelato del morente e dire: “Va’ in pace, senza paura per quelli che da te sono venuti. Io continuerò ad amarli, per te e per me, amarli due volte, sarò padre e madre, e l’infelicità dell’orfano non peserà su loro e neppure sentiranno la innata gelosia del figlio di coniuge risposato per colui o colei che prende il posto sacro alla madre, al padre, da Dio chiamati ad altra dimora.
Prudenza e Saggezza cristiane.
Non giudicate per non essere giudicati (Mt 7,1-2; Mc 4,24; Le 6,37)[265].
138Figli, il mio dire si volge alla fine, come sta per volgersi alla fine il giorno che già declina, col sole, verso occidente… Di questo ritrovo sul monte Io voglio ricordiate le parole. Scolpitevele nei cuori. Rileggetele spesso. Vi siano guida perenne. E soprattutto siate buoni con chi è debole. 139Non giudicate per non essere giudicati. Ricordate che potrebbe venire il momento in cui Dio vi ricordasse: “Così hai giudicato. Perciò sapevi che ciò era male. Hai dunque, con coscienza di quanto facevi, commesso peccato. Sconta ora la tua pena.
140La carità è già un’assoluzione. Abbiate la carità in voi, per tutti e su tutto. Se Dio vi dà tanti aiuti per mantenervi retti, non inorgoglitevene. Ma cercate di salire per quanto è lunga la scala della perfezione e porgete la mano agli stanchi, agli ignari, a coloro che sono preda di subite delusioni.
Togli prima la trave dal tuo occhio (Mt 7,3-5; Le 6,41-42)[266].
141Perché osservare con tanta attenzione il bruscolo nell’occhio del tuo fratello se prima non ti curi di levare il trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo prossimo: “Lascia che io ti levi dall’occhio questo bruscolo”, mentre la trave che è nel tuo ti accieca? Non essere ipocrita, figlio. Levati prima la trave che hai nel tuo e allora potrai levare il bruscolo al fratello senza rovinarlo del tutto.
Le virtù del vero discepolo.
142Ugualmente all’anticarità non abbiate l’imprudenza. Io vi ho detto: “Porgete la mano agli stanchi, agli ignari, a coloro che sono preda di improvvise delusioni”. Ma se è carità istruire gli ignari, animare gli stanchi, dare nuove ali a quelli che per molte cose le hanno spezzate, è imprudenza rivelare le verità eterne agli infetti di satanismo, i quali se ne appropriano per fingersi profeti, insinuarsi fra i semplici, corrompere, traviare, sporcare sacrilegamente le cose di Dio. 143Rispetto assoluto, saper parlare e saper tacere, saper riflettere e saper agire, ecco le virtù del vero discepolo per fare dei proseliti e per servire Iddio. Avete una ragione, e se sarete giusti Dio vi darà tutte le sue luci per guidare ancora meglio la vostra ragione.
Non date le perle ai porci (Mt 7,6)[267].
144Pensate che le verità eterne sono simili a perle, e mai si è visto buttare le margarite ai porci, che preferiscono ghiande e broda fetida alle preziose perle e le pesterebbero senza pietà sotto i piedi per poi, con la furia di chi è stato schernito, rivolgersi a sbranarvi. Non date le cose sante ai cani. Questo per ora e per poi.
L’uomo saggio (Mt 7,24-27; Lc 6,46-49)[268].
145Molto vi ho detto, figli miei. Ascoltate le mie parole; chi le ascolta e le mette in pratica è paragonabile ad un uomo riflessivo che, volendo costruire una casa, scelse un luogo roccioso. Certo faticò a costruire le basi. Dovette lavorare di piccone e scalpello, incallirsi le mani e stancarsi le reni. Ma poi poté colare le sue calcine negli spacchi della roccia e mettervi i mattoni serrati come in una muraglia di fortezza, e la casa crebbe solida come un monte. Vennero le intemperie, i nubifragi, le piogge fecero traboccare i fiumi, i venti fischiarono, le onde percossero, ma la casa resistette a tutto. Così è colui che ha una ben fondata fede.
L’uomo stolto (Mt 7,26-27; Lc 6,49)[269].
146Invece chi ascolta con superficialità e non si sforza di incidersi nel cuore le mie parole, perché sa che per fare ciò dovrebbe fare fatica, provare dolore, estirpare troppe cose, è simile a chi per pigrizia e stoltezza edifica la sua casa sulla rena. Non appena vengono le intemperie, la casa, presto costruita, presto cade, e lo stolto si guarda desolato le sue macerie e la rovina del suo capitale. E qui è più che una rovina, riparabile ancora con spesa e fatica. Qui, crollato l’edificio mal costruito di uno spirito, nulla più vi resta per riedificarlo. Nell’altra vita non si edifica. Guai a presentarsi là con delle macerie!
147Ho finito. Ora Io scendo verso il lago e vi benedico nel nome di Dio uno e trino. La mia pace sia con voi».
Nessuno parla come il Messia (Mt 7,28-29; Lc 7,1; 4,32)[270].
148Ma la folla urla: «Veniamo con Te. Lasciaci venire! Nessuno ha le tue parole!». E si danno a seguire Gesù, che scende non dalla parte presa nel salire ma da quella opposta e che va in direzione diretta di Cafarnao. La discesa è più ripida, ma è molto più svelta, e presto giungono ai piedi del monte che si adagia in una pianura verde e fiorita.
(Gesù dice: «Basta per oggi. Domani…»).
175. Il lebbroso
guarito ai piedi del Monte. Generosità dello
scriba
Giovanni[271].
Guarigione di un lebbroso (Mt 8,1-2)[272].
El lebroso al pie del monte.
1Fra i tanti fiori che profumano il suolo e allietano la vista si drizza l’orrendo spettro di un lebbroso, piagato, fetente, corroso.
La gente urla di spavento e si rovescia di nuovo sulle prime pendici del monte. Qualcuno afferra anche selci per tirarle all’imprudente.
2Ma Gesù si volge a braccia aperte gridando: «Pace! State dove siete e non abbiate paura. Posate le pietre. Abbiate pietà del povero fratello. E’ lui pure figlio di Dio».
La gente ubbidisce, soggiogata dal potere del Maestro. Il quale si avanza attraverso le alte erbe in fiore sino a pochi passi dal lebbroso, che a sua volta, quando ha capito di essere protetto da Gesù, si è avvicinato. Giunto vicino a Gesù, si prostra, e l’erba fiorita lo accoglie e sommerge come un’acqua fresca e profumata. I fiori ondeggiano e si riuniscono quasi facendo velo sulla miseria che in essi si è celata. Solo la voce che esce lamentosa di là dentro ricorda che un povero essere è presente. Essa dice: «Signore, se Tu vuoi, puoi mondarmi. Abbi pietà anche di me!»
L’orrendo spettro di un lebbroso (Mt 8,3)[273]
3Gesù risponde: «Alza il tuo volto e guardami. L’uomo deve sapere guardare il Cielo quando crede in esso. E tu credi, poiché chiedi».
Le erbe si scuotono e si aprono di nuovo. Appare, come capo di naufrago che emerga dal mare, il volto, denudato dei capelli e della barba, del lebbroso. Un capo di teschio non ancora del tutto spoglio dei resti della carne.
4Pure Gesù osa posare la punta delle sue dita su quella fronte, là nel punto dove è netta, ossia senza piaghe, dove è solo pelle cinerea, scagliosa, fra due marciose erosioni di cui una ha distrutto il cuoio capelluto e l’altra ha aperto un buco dove era l’occhio destro, di modo che non saprei dire se fra quell’enorme buco che va dalla tempia al naso scoprendo lo zigomo e la cartilagine nasale, pieno di lordura, sia ancora il globo oculare o no.
Guarigione del lebroso(Mt 8,3)[274].
5E dice Gesù, tenendo la sua bella mano appoggiata, per la punta, lì: «Lo voglio. Sii mondato».
E come se l’uomo non fosse corroso e impiagato; ma solo ricoperto di sudiciume e su questo si riversassero acque detergenti, ecco che la lebbra sparisce. Per prime le piaghe si chiudono, poi torna chiara la pelle, l’occhio destro riappare fra la rinata palpebra, le labbra si rinchiudono sui denti giallastri. Solo i capelli e la barba rimangono assenti, ossia con rari ciuffetti di peli, là dove prima era ancora un pezzettino di epidermide sana.
La folla urla di stupore. E l’uomo capisce di essere guarito per quelle urla di giubilo. Alza le mani, fino allora nascoste dalle erbe, e si tocca l’occhio, là dove era l’enorme buco; si tocca il capo, là dove era la grande piaga scoprente l’osso cranico, e sente la nuova pelle. Allora si alza e si guarda il petto, le anche… Tutto è sano e mondo… L’uomo si riaccascia nel prato fiorito piangendo di gioia.
testimonierai amando la dottrina(Mt 8,3-4)[275].
6«Non piangere. Alzati e ascoltami. Torna alla vita secondo il rito e non parlare ad alcuno finché non lo hai compito. Mostrati al più presto al sacerdote, fa’ l’offerta prescritta da Mosè in testimonianza del miracolo avvenuto della tua guarigione».
«A Te lo dovrei testimoniare, Signore!».
7«Me lo testimonierai amando la mia dottrina. Va’.»
Solidarietà.
8La folla si è accostata di nuovo e, pur a dovuta distanza, si felicita col miracolato. C’è chi sente bisogno di dargli un viatico per il viaggio e gli getta delle monete. Altri lanciano pani e cibarie e uno, vedendo che la veste del lebbroso non è che uno sbrendolo sfrangiato che lascia tutto visibile, si leva il mantello, lo annoda come fosse un fazzolettone e lo getta al lebbroso, che può così ricoprirsi in maniera decente. Un altro, poiché la carità è contagiosa quando è in comune, non resiste alla voglia di fornirgli i sandali e se li leva e li getta.
9«Ma, e tu?» chiede Gesù che vede l’atto.
«Oh! io sto qui vicino. Posso camminare scalzo. Lui deve fare molta strada».
10«Dio benedica te e tutti coloro che hanno beneficato il fratello. Uomo, pregherai per questi».
«Sì, sì, per essi e per Te, perché il mondo abbia fede in Te».
11«Addio. Va’ in pace».
L’uomo si allontana di qualche metro e poi si volge e grida: «Ma al sacerdote lo posso dire che Tu mi hai guarito?».
12«Non occorre. Di’ solo: “Il Signore ha avuto di me misericordia “. C’è tutta la verità e non occorre altro».
Fede e fiducia nella Provvidenza di Dio.
Fiducia in Dio.
13La gente si stringe al Maestro, un cerchio che non si vuole aprire a nessun costo. Ma intanto il sole è calato e si inizia il riposo del sabato. I paesi sono lontani. Ma la gente non rimpiange paesi, non cibi, nulla. Se ne preoccupano però gli apostoli e lo dicono a Gesù. Anche i discepoli anziani sono in pensiero. Ci sono le donne e i bambini, e se la notte è tiepida, e soffice è l’erba dei prati, le stelle non sono pane, né si fanno cibarie i sassi delle prode.
14Gesù è l’unico che non se la prende. La gente intanto mangia i suoi avanzi come nulla fosse, e Gesù lo fa notare ai suoi: «In verità vi dico che costoro sono da più di voi! Guardate con che spensieratezza danno fine a tutto. Ho detto loro: “Chi non può credere che domani Dio darà cibo ai suoi figli si ritiri”, ed essi sono rimasti. Dio non smentirà il suo Messia e non deluderà chi spera in Lui».
15Gli apostoli si stringono nelle spalle e non si occupano d’altro. La sera scende dopo un gran rosso di tramonto, placida e bella, e il silenzio della campagna si distende su tutte le cose, dopo l’ultimo coro degli uccelli. Qualche fruscio di vento e poi un primo volo muto di uccello notturno insieme alla prima stella e al primo gracidare di un ranocchio.
Generosità di Giovanni lo scriba.
16I bambini dormono già. Gli adulti parlano fra loro e ogni tanto qualcuno va dal Maestro a chiedere qualche schiarimento. Di modo che non fa stupore quando, attraverso ad un sentiero fra due campi di grano, si vede venire una persona imponente d’aspetto, di abiti e di età. Dietro di lui sono degli uomini. Tutti si volgono a guardarlo e se lo indicano bisbigliando. Il sussurro corre da gruppo a gruppo, si riaccende e si spegne. I gruppi più lontani si accostano attirati dalla curiosità.
L’uomo di nobile aspetto raggiunge Gesù, che seduto ai piedi di un albero ascolta degli uomini, e lo saluta profondamente. Gesù si alza subito e risponde con pari rispetto al saluto. I presenti sono tutta attenzione.
17«Ero sul monte e forse Tu hai pensato che io non avessi fede perché me ne andavo per tema di un digiuno. Ma io me ne andavo per altro motivo. Volevo essere fratello fra i fratelli, il fratello maggiore. Vorrei dirti il mio pensiero in disparte. Puoi udirmi? Non ti sono nemico, per quanto io sia uno scriba».
18«Andiamo un poco lungi…» e se ne vanno in mezzo ai grani.
Ministro della Provvidenza di Dio
19«Volevo provvedere al cibo dei pellegrini e sono sceso per ordinare di panificare per una moltitudine. Vedi che sono nello spazio legale, poiché questi campi mi appartengono e da qui alla vetta si può fare in sabato. Sarei venuto domani coi servi. Ma ho saputo che Tu sei qui con la folla. Ti prego di permettermi di provvedere nel sabato. Altrimenti troppo mi spiacerebbe avere rinunciato alle tue parole per nulla».
20«Per nulla mai, perché il Padre ti avrebbe compensato con le sue luci. Ma Io ti ringrazio e non ti deludo. Solo ti faccio osservare che la folla è molta».
«Ho fatto accendere tutti i forni, anche quelli usati per essiccare derrate, e riuscirò ad avere pane per tutti».
21«Non è per questo. Dico per la quantità di pane…»
«Oh! Non mi scomoda. Lo scorso anno ebbi molto grano. Quest’anno Tu vedi che spighe. Lasciami fare. Sarà la migliore sicurezza sulla mia campagna. E poi, Maestro… Tu mi hai dato un tal pane oggi… Tu sì che sei Pane dello spirito!…».
22«Sia allora come tu vuoi. Vieni che lo diremo ai pellegrini».
«No. Tu lo hai detto».
23«E sei scriba?».
«Sì. Lo sono».
24«Il Signore ti porti dove il tuo cuore merita».
«Comprendo ciò che non dici. Vuoi dire: alla Verità. Perché in noi è molto errore e… e molto malanimo».
25«Chi sei?».
«Un figlio di Dio. Prega il Padre per me. Addio».
26«La pace sia con te». Gesù ritorna lentamente verso i suoi mentre l’uomo se ne va coi suoi servi.
La cronaca buona.
«Chi era? Che voleva? Ti ha detto qualcosa di spiacevole? Ha malati?». Le domande assalgono Gesù.
27«Chi sia non so. Ossia so che è un animo buono e questo mi…».
«E’ Giovanni lo scriba» dice uno della folla.
28«Ebbene, Io lo so ora perché tu lo dici.. Egli voleva semplicemente essere il servo di Dio presso i suoi figli. Pregate per lui, perché domani noi tutti mangeremo per sua bontà».
«E’ un giusto veramente» dice uno.
«Sì. Non so neppure come possa essere amico di altri» commenta un altro.
«Fasciato di scrupoli e di regole come un neonato, ma non è cattivo» termina un terzo.
«Sono i suoi campi questi?» chiedono in molti non della zona.
«Sì. Credo che il lebbroso fosse uno dei suoi servi o contadini. Ma lo sopportava nelle vicinanze, e credo lo sfamasse anche».
Gioia nel cuore di Gesù.
29La cronaca continua e Gesù se ne astrae chiamando vicino i suoi dodici, ai quali chiede: «Ed ora che vi devo dire per la vostra incredulità? Non ha messo il Padre un pane per noi tutti nelle mani di uno che, per casta, mi è nemico? Oh! uomini di poca fede!… Ma andate fra i soffici fieni e dormite. Io vado a pregare il Padre perché vi apra i cuori e a ringraziarlo per la sua bontà. La pace a voi».
30E se ne va alle prime pendici del monte. Là si siede e si raccoglie nella sua orazione. Alzando gli occhi vede il gregge delle stelle che gremiscono il cielo, abbassandoli vede il gregge dei dormienti stesi sui prati. Nient’altro. Ma è tale la gioia che ha nel cuore, che pare trasfigurarsi in luce…
176. Nella sosta del sabato l’ultimo discorso della Montagna: amare la volontà di Dio[276].
La forza della preghiera e della bontà.
Le forza si nutre di preghiera.
1Gesù nella notte si è alquanto dilungato risalendo il monte, di modo che l’aurora lo mostra ritto su uno scrimolo. Pietro, che lo vede, lo accenna ai compagni ed essi salgono verso di Lui.
«Maestro, perché non sei venuto con noi?» chiedono in diversi.
2«Avevo bisogno di pregare»
«Ma hai anche tanto bisogno di riposare».
3«Amici, nella notte una voce è venuta dai Cieli chiedendo preghiera per i buoni e per i malvagi, ed anche per Me stesso».
«Perché? Che ne hai bisogno Tu?».
4«Come gli altri. La mia forza si nutre di preghiera e la mia gioia di fare ciò che vuole il Padre mio. Il Padre mi ha detto due nomi di persone, e un dolore per Me. Queste tre cose dette hanno tanto bisogno di preghiera».
Il discepolo buono e fedele è sollievo del Maestro.
5Gesù è molto triste e guarda i suoi con occhio che pare supplichi chiedendo qualcosa, o che interroghi. Si posa su questo e su quello e in ultimo si posa su Giuda Iscariota fermandovisi.
L’apostolo lo nota e chiede: « Perché mi guardi così?».
6«Non vedevo te. Il mio occhio contemplava un’altra cosa…».
«Ed è?».
7«Ed è la natura del discepolo. Tutto il bene e tutto il male che un discepolo può dare, può fare per il suo maestro. Pensavo ai discepoli dei Profeti e a quelli di Giovanni. E pensavo ai miei propri. E pregavo per Giovanni, per i discepoli e per Me…».
«Sei triste e stanco questa mattina, Maestro. Di’ a chi ti ama il tuo affanno» invita Giacomo di Zebedeo.
«Sì, dillo, e se c’è cosa che si possa fare per sollevarlo noi lo faremo» dice il cugino Giuda.
Pietro parla con Bartolomeo e Filippo, ma non capisco ciò che dicono.
8Gesù risponde: «Essere buoni, sforzatevi ad essere buoni e fedeli. Ecco il sollievo. Non ce ne è nessun altro, Pietro. Hai inteso? Deponi il sospetto. Vogliatemi e vogliatevi bene, non vi fate sedurre da chi mi odia, vogliate soprattutto bene alla volontà di Dio».
«Eh! ma se tutto viene da quella, anche i nostri errori verranno da quella!» esclama Tommaso con aria di filosofo.
9«Lo credi? Non è così. Ma molta gente si è destata e guarda qui. Scendiamo. E santifichiamo il giorno santo con la parola di Dio».
L’amore dei bambini per Gesù.
10Scendono mentre i dormenti si destano in numero sempre più numeroso. I bambini, allegri come passerotti, già cinguettano correndo e saltando fra i prati, bagnandosi ben bene di rugiada tanto che qualche scappellotto vola, con relativo pianto. Ma poi i bambini corrono verso Gesù che li carezza ritrovando il suo sorriso, quasi rispecchiasse in Sé quelle gaiezze innocenti.
11Una bambina gli vuole mettere alla cintura il mazzetto di fiori colto nei prati «perché la veste è più bella così» dice, e Gesù la lascia fare nonostante che gli apostoli brontolino, anzi Gesù dice: «Ma siate contenti che essi mi amino! La rugiada leva la polvere dai fiori. L’amore dei bambini leva le tristezze dal mio cuore».
Pane e Bontà per tutti.
12Arrivano contemporaneamente, in mezzo ai pellegrini, Gesù venendo dal monte e lo scriba Giovanni venendo dalla sua casa con molti servi carichi di ceste di pane e altri con ulive, formaggelle e un agnellino, o caprettino che sia, arrostito per il Maestro. 13Tutto viene deposto ai piedi dello Stesso, che ne cura la distribuzione, dando ad ognuno un pane e una fetta di formaggio con un pugno di ulive; ma ad una madre, che ha ancora al petto un grasso puttino che ride coi suoi dentini novelli, dà col pane un pezzo di agnello arrostito, e così fa con altri due o tre che gli paiono bisognosi di particolare ristoro.
«Ma è per Te, Maestro» dice lo scriba.
14«Ne gusterò, non dubitare. Ma vedi… se Io so che la tua bontà è per molti mi si aumenta il sapore».
15La distribuzione finisce e la gente sbocconcella il suo pane, riserbandosene il resto per le altre ore. Anche Gesù beve un poco di latte, che lo scriba gli vuole versare in un tazza preziosa da una fiaschetta che porta un servo (pare un orciolo).
«Però mi devi accontentare dandomi la gioia di udirti» dice Giovanni lo scriba, che è stato salutato da Erma con uguale rispetto e con un rispetto ancora maggiore da Stefano.
16«Non te lo nego. Vieni qui contro» e Gesù si addossa al monte e inizia a parlare.
Tutta la creazione è luogo di preghiera.
Rispettare la volontà di Dio.
17«La volontà di Dio ci ha trattenuti in questo luogo perché andare oltre, dopo il già fatto cammino, sarebbe stato ledere i precetti e dare scandalo. E ciò mai non sia finché il nuovo Patto non sarà scritto. 18E’ giusto santificare le feste e lodare il Signore nei luoghi della preghiera. Ma tutto il creato può essere luogo di preghiera se la creatura sa farlo tale con la sua elevazione al Padre. 19Fu luogo di preghiera l’arca di Noè alla deriva sui flutti, e luogo di preghiera il ventre della balena di Giona. 20Fu luogo di preghiera la casa del Faraone quando Giuseppe vi visse e la tenda di Oloferne per la casta Giuditta. 21E non era tanto sacro al Signore il luogo corrotto dove viveva schiavo il profeta Daniele, sacro per la santità del suo servo che santificava il luogo, da meritare le alte profezie del Cristo e dell’Anticristo, chiave dei tempi d’ora e dei tempi ultimi? 22Con più ragione santo è questo luogo che coi colori, coi profumi, con la purezza dell’aria, la ricchezza dei grani, le perle delle rugiade, parla di Dio Padre e Creatore, e dice: “Credo. E voi vogliate credere perché noi testimoniamo Iddio”. 23Sia dunque la sinagoga di questo sabato, e leggiamovi le pagine eterne sopra le corolle e le spighe, avendo a lampada sacra il sole.
Riassunto del cantico dei tre giovani.
24Vi ho nominato Daniele. Vi ho detto: “Sia questo luogo la nostra sinagoga”. Ciò richiama il gioioso “benedicite” dei tre santi fanciulli fra le fiamme della fornace: “Cieli ed acque, rugiade e brine, ghiacci e nevi, fuochi e colori, luci e tenebre, folgori e nuvole, monti e colline, tutte le cose germinate, uccelli, pesci e bestie, lodate e benedite il Signore, insieme agli uomini di umile e santo cuore”. 25Questo il riassunto del cantico santo che tanto insegna agli umili e santi. Possiamo pregare e possiamo meritare il Cielo in ogni luogo. Lo meritiamo quando facciamo la volontà del Padre.
L’errore dell’uomo non è volontà di Dio Padre.
26Quando il giorno aveva inizio mi fu fatto osservare che, se tutto viene da volontà divina, anche gli errori degli uomini sono voluti da quella. Questo è errore, e errore molto diffuso. Può mai un padre volere che il figlio si renda riprovevole? Non lo può. 27Eppure noi vediamo anche nelle famiglie che alcuni figli si rendono riprovevoli, pur avendo un padre giusto che prospetta loro il bene da farsi e il male da sfuggire. E nessun che sia retto accusa il padre di avere spronato il figlio al male. 28Dio è il Padre, gli uomini i figli. Dio indica il bene e dice: “Ecco, Io ti metto in questa contingenza per tuo bene”, oppure anche, quando il Maligno e gli uomini suoi servi procurano sventure agli uomini, Dio dice: “Ecco, in quest’ora penosa, tu agisci così; e così facendo, servirà questo male ad un eterno bene”. 29Vi consiglia. Ma non vi forza. E allora se uno, pur sapendo ciò che sarebbe la volontà di Dio, preferisce fare tutto l’opposto, si può dire che questo opposto sia volontà di Dio? Non si può.
La Chiave per entrare nel Regno (Mt 7,21; Lc 6,46)[277].
Amare la volontà di Dio Padre.
30Amate la volontà di Dio. Amatela più della vostra e seguitela contro le seduzioni e le potenze delle forze del mondo, della carne e del demonio. Anche queste cose hanno la loro volontà. Ma in verità vi dico che è ben infelice chi ad esse si piega. 31Voi mi chiamate “Messia” e “Signore”. Voi dite di amarmi e mi osannate. Voi mi seguite e ciò pare amore. Ma in verità vi dico che non tutti fra voi entreranno meco nel Regno dei Cieli. 32Anche fra i miei più antichi e prossimi discepoli vi saranno di quelli che non vi entreranno, perché molti faranno la loro volontà o la volontà della carne, del mondo e del demonio, ma non quella del Padre mio.
33Non chi mi dice: “Signore! Signore!” entrerà nel Regno dei Cieli, ma coloro che fanno la volontà del Padre mio. Questi soli entreranno nel Regno di Dio.
Apparizione del Pastore e del Giudice Re.
34Verrà un giorno in cui Io che vi parlo, dopo essere stato Pastore, sarò Giudice. Non vi lusinghi l’aspetto attuale. Ora il mio vincastro[278] aduna tutte le anime disperse ed è dolce per invitarvi a venire ai pascoli della Verità. 35Allora il vincastro sarà sostituito dallo scettro del Giudice Re e ben altra sarà la mia potenza. Non con dolcezza ma con giustizia inesorabile Io allora separerò le pecore pasciute di Verità da quelle che mescolarono Verità ad Errore o si nutrirono solo di Errore. 36Una prima volta e poi una[279] ancora Io farò questo. E guai a coloro che fra la prima e la seconda apparizione davanti al Giudice non si saranno purgati, non potranno purgarsi dai veleni.
Gli operatori di iniquità (Mt 7,22- 23)[280].
37La terza categoria non si purgherà. Nessuna pena potrebbe purgarla. Ha voluto solo l’Errore e nell’Errore stia. 38Eppure allora fra questi vi sarà chi gemerà: “Ma come, Signore? Non abbiamo noi profetato in tuo nome, e in tuo nome cacciato i demoni, e fatto in tuo nome molti prodigi?”. 39Io allora molto chiaramente dirò ad essi: “Sì. Avete osato rivestirvi del mio Nome per apparire quali non siete. Il vostro satanismo lo avete voluto far passare per vita in Gesù[281]. 40Ma il frutto delle vostre opere vi accusa. Dove sono i vostri salvati? Le vostre profezie dove si sono compiute? I vostri esorcismi a che hanno concluso? I vostri prodigi che compàre ebbero? Oh! ben egli è potente il Nemico mio! Ma non è da più di Me. Vi ha aiutati ma per fare maggior preda, e per opera vostra il cerchio dei travolti nell’eresia si è allargato.
I veri servi di Dio.
41Sì, avete fatto prodigi. Ancor più apparentemente grandi di quelli dei veri servi di Dio, i quali non sono istrioni che sbalordiscono le folle, ma umiltà e ubbidienze che sbalordiscono gli angeli.
42Essi, i miei servi veri, con le loro immolazioni non creano i fantasmi, ma li debellano dai cuori; essi, i miei servi veri, non si impongono agli uomini, ma agli animi degli uomini mostrano Iddio.
43Essi non fanno che fare la volontà del Padre e portano altri a farla, così come l’onda sospinge e attira l’onda che la precede e quella che la segue, senza mettersi su un trono per dire: ‘Guardate’.
44Essi, i miei servi veri, fanno ciò che Io dico, senza pensare che a fare, e le loro opere hanno il mio segno di pace inconfondibile, di mitezza, di ordine. Perciò posso dirvi: questi sono i miei servi; voi non vi conosco. Andatevene lungi da Me voi tutti, operatori di iniquità
45Questo dirò Io allora. E sarà tremenda parola. Badate di non meritarvela e venite per la via sicura, benché penosa, dell’ubbidienza verso la gloria del Regno dei Cieli. Ora godetevi il vostro riposo del sabato lodando Dio con tutti voi stessi. La pace sia con tutti voi».
46E Gesù benedice la folla prima che questa si sparga in cerca di ombra, parlando fra gruppo e gruppo, commentando le parole udite. Presso Gesù restano gli apostoli e lo scriba Giovanni, che non parla ma medita profondamente, studiando Gesù in ogni suo atto.
47E il ciclo del Monte è finito.
177. Guarigione del servo del centurione[282].
Fede certa del Centurione.
Il Messia entra in Cafarnao (Lc 7,1)[283].
1Venendo dalla campagna Gesù entra in Cafarnao. Sono con Lui solo i dodici, anzi gli undici apostoli, perché non c’è Giovanni. I soliti saluti della gente su una gamma molto varia di espressioni, da quelli che sono tutta semplicità dei bambini, a quelli un poco timidi delle donne, a quelli estatici dei miracolati, fino a quelli curiosi o ironici. Ce ne sono per tutti i gusti.
Il centurione romano.
2E Gesù risponde a tutti, a seconda di come è salutato: con carezze ai piccoli, benedizioni alle donne, sorrisi ai miracolati, e rispetto profondo per gli altri. Ma questa volta alla serie si unisce il saluto del centurione del luogo, credo. Lo saluta col suo: «Salve, Maestro!» al quale Gesù risponde col suo: «Dio venga a te».
Il romano prosegue, mentre la folla si accosta curiosa di vedere come va l’incontro: «Sono più giorni che ti aspetto. Tu non mi riconosci fra gli ascoltatori del Monte. Ero vestito da cittadino. Non mi chiedi perché ero venuto?».
3«Non te lo chiedo. Che vuoi da Me?».
Il servo del Centurione (Mt 8,5-7; Lc 7,2-3)[284].
4«L’ordine è di seguire coloro che tendono assembramenti, perché troppe volte Roma dovette pentirsi di avere concesso riunioni di apparenza onesta. Ma, vedendo e udendo, ho pensato a Te come a… come a… Ho un servo malato, Signore. Egli giace nella mia casa, nel suo letto, paralizzato da un male nelle ossa, e soffre terribilmente. I nostri medici non lo guariscono. I vostri, che ho invitato a venire perché sono mali che vengono dalle arie corrotte di queste regioni, e voi li sapete curare con le erbe del suolo febbricoso della sponda dove stagnano le acque prima di esser bevute dalle arene del mare, si sono rifiutati di venire. Ne ho dolore perché è un servo fedele».
5«Io verrò e te lo guarirò».
La fede del Centurione (Mt 8,8-9; Lc 7,6-8)[285].
6«No, Signore. Non chiedo che Tu faccia tanto. Sono pagano, sudiciume per voi. Se i medici ebrei temono contaminarsi col porre piede nella mia casa, con più ragione essa è contaminazione a Te che sei divino. Io non sono degno che Tu entri sotto il mio tetto. Ma se Tu dici da qui una sola parola il mio servo guarirà, perché Tu comandi a tutto quanto è. Ora se io che sono un uomo sottoposto a tante autorità, la prima delle quali è Cesare, per cui devo fare, pensare, agire come mi è comandato, posso a mia volta comandare ai soldati che ho sotto il mio comando, e se dico ad uno: “Va”, all’altro: “Vieni”, e al servo: “Fa’ questo”, uno va dove lo mando, l’altro viene perché lo chiamo, il terzo fa quello che dico, Tu, che sei Chi sei, sarai tosto ubbidito dalla malattia ed essa se ne andrà».
7«Non è un uomo la malattia…» obbietta Gesù.
8«Neppur Tu sei un uomo, ma sei l’Uomo. Puoi dunque comandare anche agli elementi e alle febbri perché tutto è soggetto al tuo potere».
Le opere del Centurione (Lc 7,3-5)[286].
9Dei maggiorenti di Cafarnao prendono in disparte Gesù e gli dicono: «Egli è romano, ma Tu ascoltalo perché è uomo dabbene che ci rispetta e ci aiuta. Pensa che ha fatto fabbricare proprio lui la nostra sinagoga e tiene in rispetto i suoi soldati perché non ci sbeffeggino nei sabati. Fàgli dunque grazia per amore della tua città, acciò egli non resti deluso ed irritato ed il suo amore non si volga in odio per noi».
10E Gesù, ascoltati questi e quello, si volge sorridendo al centurione dicendo: «Va’ avanti che vengo». Ma il centurione torna a dire: «No, Signore, io l’ho detto: molto onore sarebbe se Tu entrassi sotto il mio tetto, ma non merito tanto; di’ solo una parola e il mio servo sarà guarito».
11«E sia. Va’ con fede. In questo istante la febbre lo lascia e la vita torna alle membra. Fa’ che alla tua anima pure venga la Vita. Va’».
La luce del Regno è spuntata (Mt 4,13-16)[287].
12Il centurione saluta militarmente, e poi si inchina e se ne va. Gesù lo guarda andare e poi si rivolge ai presenti e dice: «In verità vi dico che non ho trovato tanta fede in Israele. Oh! è pur vero! “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una gran luce. Sopra coloro che abitavano nell’oscura regione di morte la Luce è spuntata”[288], e ancora: “Il Messia, alzata la sua bandiera sulle nazioni, le riunirà”[289].
13Oh! Regno mio! Veramente a te affluiranno in numero sterminato! Più che tutti i cammelli e i dromedari di Madian e di Efa[290], e i portatori d’oro e incenso di Saba, più che tutti i greggi di Cedar e gli arieti di Nabaiot saranno numerosi coloro che verranno a te, ed il mio cuore si dilaterà di gioia vedendo venire a Me i popoli del mare e le potenze delle nazioni. 14Me aspettano le isole per adorarmi, e i figli degli stranieri edificheranno le mura della mia Chiesa della quale sempre staranno aperte le porte ad accogliere i re e la forza delle nazioni ed a santificarli in Me[291]. Questo che Isaia ha visto, ecco si compirà!
I Figli del Regno (Mt 8, 10-13; Lc 7,9-10)[292].
15Io vi dico che molti verranno da oriente e occidente e sederanno con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei Cieli, mentre i figli del Regno saranno gettati nelle tenebre esteriori, dove sarà pianto e stridor di denti».
«Tu dunque profetizzi che i gentili saranno pari ai figli d’Abramo?».
16«Non pari: superiori. Non vi rincresca che perché ciò è vostra colpa. Non Io, ma i Profeti lo dicono, ed i segni già lo confermano. 17Ora alcuno di voi vada verso la casa del centurione per constatare che il suo servo è guarito come la fede del romano lo meritava. Venite. Forse nella casa vi sono malati che attendono la mia venuta».
18E Gesù, con gli apostoli e qualche altro, perche i più si precipitano curiosi e schiamazzanti verso la casa del centurione, si dirige alla solita casa dove sosta nei giorni che è a Cafarnao.
178. Esigenze della Vocazione.
I tre che vogliono seguire Gesù [293].
Al servizio di Dio si va’ con spirituale libertà.
Il Messia è di tutti (Mt 8,18)[294].
1Vedo Gesù che si dirige coi suoi undici, perché manca sempre Giovanni, verso la riva del lago. Molta gente gli si affolla intorno: fra questi sono molti che erano sul Monte, per lo più uomini, che lo hanno raggiunto a Cafarnao per sentire ancora la sua parola. Vorrebbero trattenerlo. Ma Egli dice: «Io sono di tutti. E vi sono molti che mi devono avere. Tornerò. Mi raggiungerete. Ma ora lasciatemi andare». Stenta molto a camminare fra la folla che si pigia per la vietta stretta. Gli apostoli lavorano di spalle a fargli largo. Ma è come urtare in una sostanza molliccia che subito si riforma come era. Ci si inquietano anche, ma inutilmente.
Voluntad de seguir a Jesús (Mt 8,19; Lc 9,57)[295]
2Sono già in vista della riva quando, dopo un’accanita lotta, un uomo di media età e di civile condizione si accosta al Maestro e per attirare la sua attenzione lo tocca sulla spalla.
3Gesù si volge e si ferma chiedendo: «Che vuoi?».
«Sono scriba. Ma ciò che c’è nelle tue parole non è paragonabile a quanto è nei nostri precetti. Ed io ne sono conquistato. Maestro, io più non ti lascio. Ti seguirò dovunque andrai. Quale è la tua via?».
4«Quella del Cielo».
«Non dico quella. Ti chiedo: dove vai? Dopo questa, quali sono le tue case perché io ti possa sempre trovare?».
Lasciare le sicurezze umane (Mt 8,20; Lc 9,58)[296].
5«Le volpi hanno delle tane e gli uccelli i nidi. Ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. Mia casa è il mondo, là dovunque vi sono spiriti da istruire, miserie da sollevare, peccatori da redimere».
«Da per tutto, allora».
Spirito d’adattamento, su tutto, con tutti.
6«Lo hai detto. Potresti tu fare ciò che questi minimi fanno per amor mio, tu, il dottore d’Israele? 7Qui ci vuole sacrificio e ubbidienza, e carità verso tutti, spirito d’adattamento, su tutto, con tutti. Perché la condiscendenza attira. 8Perché chi vuol curare deve curvarsi su ogni piaga. Dopo ci sarà la purezza del Cielo. 9Ma qui siamo nel fango e occorre strappare al fango, su cui posiamo i piedi, le vittime già sommerse. Non rialzare le vesti e scostarsi perché lì è più alto il fango. 10La purezza deve essere in noi. Saturi di essa in modo che nulla più possa entrare. Puoi tutto questo?».
«Lasciami provare, almeno».
11«Prova. Io pregherò perché tu ne sia capace».
Liberarsi dai legami familiari (Mt 8,21-22; Lc 9,59-60)[297].
12Gesù si rimette in moto e, attirato da due occhi che lo guardano, dice ad un giovane alto e robusto che si è fermato per lasciare passare il corteo, ma che sembra diretto altrove: «Seguimi».
13Il giovane sussulta, cambia colore, sbatte gli occhi come abbacinato da una luce e poi apre la bocca per parlare e non trova subito una risposta da dare. Infine dice: «Ti seguirò. Ma mi è morto il padre a Corozim e devo seppellirlo. Lascia che io lo faccia e poi verrò».
14«Seguimi. Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Tu sei già aspirato dalla Vita. Lo hai desiderato, d’altronde. 15Non piangere del vuoto che la Vita ti ha fatto intorno per averti suo discepolo. 16Le mutilazioni dell’affetto sono radici alle ali che nascono dall’uomo mutato in servo della Verità. 17Lascia la corruzione alla sua sorte. Alzati verso il Regno dell’incorrotto. Là troverai anche la perla incorruttibile del padre tuo. 18Dio chiama e passa. Domani non troveresti più il tuo cuore di oggi e l’invito di Dio. Vieni. Va’ ad annunziare il Regno di Dio».
19L’uomo, addossato ad un muretto, sta con le braccia pendenti da cui pendono le borse, cariche certo di aromi e di bende; la testa china, pensa, in contrasto fra i due amori: di Dio e del padre.
Preghiera per ottenere la grazia della vocazione.
20Gesù attende e lo guarda, poi afferra un piccolo e se lo stringe al cuore dicendo: «Di’ con Me: “Io ti benedico, o Padre, ed invoco la tua luce per coloro che piangono fra le nebbie della vita. Io ti benedico, o Padre, ed invoco la tua forza per chi è come pargolo bisognoso di chi lo sostenga. Io ti benedico, o Padre, e invoco il tuo amore perché smemori da ogni altra cosa, che non sia Te, tutti coloro che in Te troverebbero, e non sanno crederlo, ogni loro bene, qui e nel Cielo”.»
Gesù conforta e sostiene ogni sforzo.
21E il bambino, un innocente sui quattro anni, ripete con la sua vocetta le parole sante con le manine tenute strette in preghiera dalla destra di Gesù, che le tiene al polso grassottello come fossero due steli di fiore.
22L’uomo si decide. Dà ad un compagno i suoi involti e viene a Gesù, che pone a terra il bambino dopo averlo benedetto e abbraccia il giovane procedendo così, per confortarlo e sostenerlo nel suo sforzo.
“Nulla deve fare laccio a chi si dona”(Lc 9,61-62).[298].
23Un altro uomo lo interroga: «Io pure vorrei venire come quello. Ma prima di seguirti vorrei accomiatarmi dai parenti. Me lo permetti?».
24Gesù lo guarda fisso e risponde: «Troppe radici sono conficcate nell’umano. Svellile, e se non ci riesci recidile. Al servizio di Dio si viene con spirituale libertà. Nulla deve fare laccio a chi si dona».
«Ma, Signore. La carne e il sangue sono sempre carne e sangue! Giungerò lentamente alla libertà che dici…»
25«No. Non lo faresti mai più. Dio è esigente così come è infinitamente generoso nel premiare. 26Se vuoi essere discepolo, bisogna abbracciare la croce e venire. Altrimenti si sta nel numero dei semplici fedeli. 27Non è una via di petali di rose la via del servo di Dio. Ed è assoluta nelle sue esigenze. 28Nessuno che abbia messo la mano all’aratro, per arare i campi dei cuori e spargervi il seme della dottrina di Dio, può più volgersi indietro per osservare ciò che ha lasciato e ciò che ha perduto, ciò che poteva avere seguendo altra via comune. Chi così fa non è adatto al Regno di Dio. Lavora te stesso. Virilizza te stesso e poi vieni. Non ora».
29La riva è raggiunta. Gesù sale sulla barca di Pietro al quale mormora qualche parola. Vedo che Gesù sorride e Pietro fa un atto di meraviglia. Ma non dice nulla. Sale anche l’uomo che ha lasciato di andare a seppellire il padre per seguire Gesù.
179. La parabola del seminatore. A Corozim con il nuovo discepolo Elia[299].
La più difficile delle sapienze.
Nota sulla città di Betsaida.
1Mi dice Gesù mostrandomi il corso del Giordano, meglio, lo sbocco del Giordano nel lago di Tiberiade, là dove è stesa la città di Betsaida sulla riva destra del fiume, rispetto a chi guarda il nord: «Ora la città non sembra più sulle rive del lago, ma un poco in dentro nel retroterra. E ciò sconcerta gli studiosi. 2La spiegazione si deve cercare nell’interramento del lago da questa parte, dovuto a venti secoli di terriccio depositato dal fiume e ad alluvioni e frane scese dai colli di Betsaida. 3Allora la città era proprio all’imbocco del fiume nel lago, e anzi le barche più piccole, e nelle stagioni più ricche d’acque, risalivano per un buon tratto, fino a quasi l’altezza di Corozim, il fiume stesso, che serviva però sempre da porto e ricovero sulle sue rive alle barche di Betsaida nei giorni di burrasca del lago. Questo non per te, alla quale poco importa, ma per i dottori difficili. E ora va’ avanti».
Inutile agitazione di Pedro.
4Le barche degli apostoli, fatto il breve tratto di lago che separa Cafarnao da Betsaida, ammarrano in questa città. Ma altre barche le hanno seguite e molti ne smontano unendosi subito a quelli di Betsaida venuti a salutare il Maestro, che entra nella casa di Pietro dove… è da capo la moglie, che suppongo abbia preferito la solitudine al vivere fra i continui lagni della madre verso suo marito.
5La gente, fuori, reclama a gran voce il Maestro, cosa che fa inquietare non poco Pietro, che sale sulla terrazza e arringa cittadini o meno, dicendo che ci vuole rispetto ed educazione. Lui, il suo Maestro, se lo vorrebbe godere un poco in pace, ora che l’ha nella sua casa, e invece non ha tempo e soddisfazione di offrirgli neppure un poco di acqua e miele fra le molte cose che ha detto alla moglie di portare, e brontola.
6Gesù lo guarda sorridendo e crolla il capo dicendo: «Sembra che tu non mi veda mai e che sia un caso essere insieme!»
7«Ma è così! Quando siamo per il mondo siamo forse io e Te? Nemmeno per sogno! Fra Te e me c’è il mondo coi suoi malati, coi suoi afflitti, coi suoi ascoltatori, coi suoi curiosi, coi suoi calunniatori, coi suoi nemici, e noi non siamo mai io e Te. Qui invece Tu sei con me, in casa mia, e dovrebbero capirlo!». E’ proprio inquieto.
8«Ma non vedo diversità, Simone. Il mio amore è uguale, la mia parola è la stessa. Che Io te la dica a te in privato, o che la dica per tutti, non è lo stesso?».
La grande paura di Pietro.
9Pietro confessa allora la sua grande pena: «È che io sono zuccone e mi distraggo con facilità. Quando Tu parli su una piazza, su un monte, fra tanta folla, io, non so perché, capisco tutto, ma poi non ricordo nulla. L’ho detto anche ai compagni e mi hanno dato ragione.
10Gli altri, voglio dire il popolo che ti ascolta, ti capisce e ricorda quello che dici. Quante volte abbiamo sentito confessare da uno: “Non ho più fatto questo perché Tu lo hai detto”, oppure: “Sono venuto perché una volta ti ho sentito dire quest’altro e mi ha ferito il pensiero”. 11Noi invece… uhm! è come un corso d’acqua che passa e non si ferma. La sponda non l’ha più quell’acqua che è passata. Ne viene dall’altra, sì, sempre altra, e sempre tanta. Ma passa, passa, passa… 12E io penso con terrore che, se come Tu dici sarà, che verrà il momento che Tu non sarai più a fare la parte del fiume e… e io… Che avrò da dare a chi ha sete, se non serbo neppure una goccia del tanto che mi dai?».
13Anche gli altri appoggiano i lamenti di Pietro, lamentandosi di non ritrovare mai niente di tutto quello che sentono, quando vorrebbero trovarlo per rispondere ai molti che li interrogano.
14Gesù sorride e risponde: «Ma non mi pare. La gente è molto contenta anche di voi…»
«Oh! sì! Per quello che facciamo! Farti largo, e dare delle gomitate per questo, portare i malati, raccogliere gli oboli, e dire: “Sì, il Maestro è quello!”. Bella roba, in verità!».
La più difficile delle sapienze.
15«Non ti denigrare troppo, Simone».
«Non mi denigro. Mi conosco».
16«È la più difficile delle sapienze. Ma Io ti voglio levare questa grande paura. Quando Io ho parlato, e voi non avete potuto tutto comprendere e ritenere, domandate senza timore di apparire noiosi o di sconfortarmi. Abbiamo sempre delle ore di intimità. In queste apritemi il cuore. 17Do tanto a tanti. E che non darei a voi che amo come più non potrebbe Iddio? Hai parlato di onda che va e nulla resta alla riva. Verrà un giorno in cui ti accorgerai che ogni onda ti ha deposto un seme, e che ogni seme ha fatto pianta. 18Ti troverai davanti fiori e piante per tutti i casi, ti stupirai di te stesso dicendo: “Ma che mi ha fatto il Signore?”, perché tu allora sarai redento dalla schiavitù del peccato e le tue virtù attuali si saranno perfezionate a grande altezza».
«Tu lo dici, Signore, ed io mi riposo in questa tua parola».
Lungo il mare (Mt 13,1-3; Mc 4,1-2; Lc 8,4)[300].
19«Ora andiamo da chi ci attende. Venite. Pace a te, donna. Sarò tuo ospite questa sera».
Escono e Gesù si dirige al lago per non essere oppresso dalla calca. Pietro è sollecito a staccare la barca di pochi metri dalla riva di modo che la voce di Gesù sia udita da tutti, ma che uno spazio sia fra Lui e gli ascoltatori.
L’agire va in proporzione della preparazione dello spirito.
L’eroismo nel seguire Iddio.
20«Da Cafarnao a qua Io ho pensato quale parola dirvi. E ho trovato indicazione nei fatti del mattino. 21Voi avete visto tre uomini venire a Me. L’uno spontaneamente, l’altro perché da Me sollecitato, il terzo per subito entusiasmo. E avete anche visto che, di questi, due soli Io ne ho presi. Perché? Ho forse visto nel terzo un traditore? No, in verità. Ma un impreparato. All’apparenza pareva più impreparato questo che ora è al mio fianco, diretto prima a seppellire suo padre. Invece il più impreparato era il terzo. Questo era tanto preparato, a sua stessa insaputa, che ha saputo compiere un ben eroico sacrificio. 22L’eroismo nel seguire Iddio è sempre prova di forte preparazione spirituale. Questo spiega certi sorprendenti fatti che avvengono intorno a Me. 23I più preparati a ricevere il Cristo, quale che sia la loro casta e la loro cultura, vengono a Me con una prontezza e una fede assoluta. 24I meno preparati mi osservano come un uomo che esce dal consueto, oppure mi studiano con diffidenza e curiosità, oppure ancora mi attaccano e mi denigrano accusandomi in vari modi. Le diverse maniere di agire sono in proporzione della impreparazione degli spiriti.
La prontezza nel seguire il Messia.
25Nel popolo eletto si dovrebbero trovare da per tutto spiriti pronti a ricevere questo Messia nella cui attesa si sono consumati d’ansia i Patriarchi e i Profeti, questo Messia venuto finalmente, preceduto e accompagnato da tutti i segni profetizzati, 26questo Messia la cui figura spirituale si delinea sempre più chiara attraverso i miracoli visibili sulle membra e sugli elementi, e i miracoli invisibili sulle coscienze che si convertono e sui gentili che si volgono al Dio vero. Invece così non è. 27E la prontezza nel seguire il Messia è fortemente ostacolata proprio nei figli di questo popolo e, doloroso a dirsi, lo è tanto più quanto più si sale nelle classi più alte di esso. Non dico questo per scandalizzarvi. È per indurvi a pregare ed a riflettere. 28Perché avviene questo? Perché i gentili e i peccatori fanno più strada sulla via mia? Perché essi accolgono quanto Io dico, e gli altri no? 29Perché i figli d’Israele sono ancorati, anzi, sono incrostati come ostriche perlifere al banco su cui sono nate. 30Perché sono saturati, ricolmati, obesi della loro sapienza, e non sanno fare largo alla mia col gettare il superfluo per fare posto al necessario.
31Gli altri non hanno questa schiavitù. Sono poveri pagani, o poveri peccatori, disancorati come nave alla deriva, sono dei poveri che non hanno tesori propri ma solo fardelli di errori o di peccati, dei quali si spogliano con gioia non appena riescono a comprendere cosa è la Buona Novella e sentono il suo miele corroborante ben diverso dal disgustoso miscuglio dei loro peccati.
Parabola del seminatore.
Il seminatore (Lc 8,5)[301].
32Udite, e forse capirete meglio come possono esservi diversi frutti ad una stessa opera. 33Un seminatore andò a seminare. I suoi campi erano molti e di diversa razza. 34Ce ne erano alcuni che egli aveva ereditati dal padre, sui quali la sua sbadataggine aveva lasciato proliferare piante spinose. 35Altri erano un suo acquisto, li aveva comperati così come erano da un negligente e tali li aveva lasciati. 36Altri ancora erano stati intersecati da strade, perché l’uomo era un grande comodista e non voleva fare molta strada per andare da un luogo all’altro. 37Infine ce ne erano alcuni, i più prossimi alla casa, sui quali egli aveva vegliato per avere un aspetto piacevole davanti alla dimora. Questi erano ben mondi di sassaia, di spine, di gramigne e così via.
La semina.
38L’uomo dunque prese il suo sacchetto di grano da seme, il migliore dei grani, e iniziò la semina. Il seme cadde nel buon terreno soffice, arato, mondato, concimato dei campi prossimi alla casa. Cadde nei campi intersecati da vie e viette, che li spezzettavano tutti portando inoltre bruttura di polvere arida sulla terra fertile. Altro seme cadde sui campi dove l’inettitudine dell’uomo aveva lasciato proliferare le piante spinose. Ora l’aratro le aveva travolte, pareva non ci fossero più, ma c’erano, perché solo il fuoco, la radicale distruzione delle male piante, impedisce il loro rinascere. L’ultimo seme cadde sui campi comperati da poco e che egli aveva lasciati così come erano, senza dissodarli in profondità e mondarli da tutte le pietre sprofondate nel suolo a fare un pavimento duro sul quale non avevano presa le tenere radici. E poi, sparso tutto il suo seme, se ne tornò a casa e disse: “Oh! bene! Ora non c’è che da attendere la raccolta.
I campi buoni (Mt 13,8; Lc 8,8)[302].
39E si beava perché, col passare dei mesi, vedeva spuntare fitto il grano nei campi davanti alla casa, e crescere… oh! Che soffice tappeto! e spighire… oh! che mare! e imbiondire e cantare, battendo spiga a spiga, l’osanna al sole. L’uomo diceva: Come questi campi, tutti! Prepariamo la falce e i granai. Quanto pane! Quanto oro!”. E si beava…
I campi pieni di spine (Lc 8,7; Mc 4,7)[303].
40Segò il grano dei campi più vicini e poi passò a quelli ereditati dal padre, ma lasciati inselvatichire. E restò di stucco. Grano e grano era nato, perché i campi erano buoni e la terra bonificata dal padre era grassa e fertile. Ma la sua stessa fertilità aveva agito anche sulle piante spinose, travolte ma non sterilite. Esse erano rinate ed avevano fatto un vero soffitto di ramaglie irte di rovi, attraverso le quali il grano non aveva potuto emergere che con le rare spighe ed era morto soffocato quasi tutto.
I campi selciati da scaglie di pietra (Lc 8,7; Mc 4,7)[304].
41L’uomo disse: “Sono stato negligente in questo posto. Ma altrove non erano rovi, e andrà meglio”. E passò ai campi di recente acquisto. Il suo stupore crebbe in pena. Sottili, e ormai disseccate, foglie di grano giacevano come fieno secco sparse per ogni dove. Fieno secco. “Ma come? Ma come?” gemeva l’uomo. “Eppure qui non sono spine! Eppure il grano era lo stesso! Eppure era nato folto e bello. Lo si vede dalle foglie ben formate e numerose. Perché allora tutto è morto senza fare spiga?”. E con dolore si dette a scavare il suolo per vedere se trovava nidi di talpe o altri flagelli. Insetti e roditori no, non ce ne erano. Ma quanti, quanti sassi! Una petraia! I campi erano letteralmente selciati da scaglie di pietra e la poca terra che li copriva era un inganno. Oh! se avesse approfondito l’aratro quando era tempo! Oh! se avesse scavato, prima di accettare quei campi e comperarli per buoni! Oh! se almeno, dopo lo sbaglio fatto di acquistare quanto gli veniva proposto senza persuadersi della sua bontà, li avesse resi buoni a fatica di reni! Ma ormai era tardi ed era inutile il rammarichio.
I campi intersecati di stradette (Lc 8,5)[305].
42L’uomo si alzò in piedi avvilito e andò ai campi intersecati di stradette per sua comodità… E si strappò le vesti dal dolore. Qui non c’era nulla, assolutamente nulla… La terra scura del campo era coperta da un leggero strato di polvere bianca… L’uomo si accasciò al suolo gemendo: “Ma qui perché? Qui non spine e non sassi perché questi sono campi nostri. L’avo, il padre, io, li abbiamo sempre avuti e in lustri e lustri li abbiamo fatti fertili. Io vi ho aperto le strade, avrò levato del terreno al campo, ma ciò non può averlo fatto sterile così…”. Piangeva ancora quando ebbe risposta al suo dolore da un fitto sciame d’uccelli che si accanivano dai sentieri sul campo e da questo ai sentieri per cercare, cercare, cercare semi, semi, semi… Il campo, divenuto una rete di stradette sui bordi delle quali era caduto del grano, aveva attirato molti uccelli, e questi prima avevano mangiato il grano caduto sulla via e poi quello del campo, fino all’ultimo chicco.
Chi ha orecchie intenda (Lc 8,8)[306].
43Così il seme, uguale per tutti i campi, aveva dato dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta, dove il nulla. Chi ha orecchie da intendere intenda. Il seme è la Parola: uguale per tutti. I luoghi dove cade il seme: i vostri cuori. Ognuno applichi e comprenda. La pace sia con voi».
La Bontà del Messia.
Il dolore del nuovo discepolo.
44E poi, rivolgendosi a Pietro, dice: «Risali finché puoi e poi ammarra dall’altro lato».
45E mentre le due barche fanno poca via sul fiume per poi fermarsi presso la sponda, Gesù si siede chiedendo al discepolo novello: «Chi resta, ora, a casa tua?».
«Mia madre col fratello maggiore, sposato da cinque anni. Le sorelle sono sparse per la regione. Mio padre era molto buono. E mia madre lo piange desolatamente». Il giovane si arresta bruscamente, perché sente che un singhiozzo gli monta dal cuore.
46Gesù lo afferra per una mano e dice: «Ho conosciuto Io pure questo dolore ed ho visto piangere mia Madre. Ti capisco perciò…»
Una pianura ricca di messi.
47Lo sfregare della barca sul greto fa sì che il discorso si interrompa per permettere di scendere a terra. Qui non sono più i colli bassi di Betsaida che quasi tuffano il muso nel lago, ma una pianura ricca di messi si stende da questa sponda, opposta a Betsaida, verso il nord.
«Andiamo a Meron?» chiede Pietro.
48«No. Prendiamo questo sentiero fra i campi».
I campi, belli e ben tenuti, mostrano le spighe ancora tenere ma già formate; tutte alla stessa altezza, e col lieve ondeggiare che imprime loro il vento fresco che viene dal nord, sembrano un altro piccolo lago al quale fanno da vele gli alberi che si drizzano qua e là, pieni di zirli d’uccelli.
«Questi campi non sono come quelli della parabola» osserva il cugino Giacomo.
«No, davvero! Gli uccelli non li hanno devastati non ci sono spine e non sassi. Un bel grano! Fra un mese sarà già biondo… e fra due sarà pronto alla falce e al granaio» dice Giuda Iscariota.
A chi da è dato.
«Maestro… io ti ricordo ciò che hai detto in casa mia. Tu hai parlato tanto bene. Ma io comincio ad avere nella testa delle nuvole scompigliate come quelle lassù…» dice Pietro.
49«Questa sera te lo spiegherò. Ora siamo in vista di Corozim». E Gesù guarda fisso il neo discepolo, dicendo: «A chi da è dato. E l’avere non leva il merito del donativo. Conducimi al sepolcro vostro e alla casa di tua madre».
Il giovane si inginocchia baciando fra le lacrime la mano di Gesù.
50«Alzati. Andiamo. Il mio spirito ha sentito il tuo pianto. Voglio fortificarti nell’ eroismo con il mio amore».
«Mi aveva raccontato Isacco l’Adulto quanto Tu eri buono. Isacco, sai? Quello al quale Tu hai risanato la figlia. E’ stato il mio apostolo. Ma vedo che la tua bontà è ancora più grande di quanto mi era stato detto».
51«Saluteremo anche l’Adulto per ringraziarlo di avermi dato un discepolo».
Dimenticarsi del bene fatto è saggezza.
52Corozim è raggiunta ed è proprio la casa di Isacco la prima che si trova. Il vecchio, che sta tornando in casa, quando vede il gruppo di Gesù coi suoi, e fra essi il giovane di Corozim, alza le braccia, col suo bastoncello in mano, e resta senza fiato, a bocca aperta. Gesù sorride e il suo sorriso rende voce al vecchione.
«Dio ti benedica, Maestro! Ma come a me quest’onore?»
53«Per dirti grazie».
«Ma di che, mio Dio? Io devo dirtela questa parola. Entra, entra. Oh! che dolore che mia figlia sia lontana per assistere la suocera! Perché si è sposata, lo sai? Tutte le benedizioni dopo che ti ho incontrato! Lei guarita, e subito dopo quel ricco parente tornato da lontano, vedovo, con quei piccoli bisognosi di una madre… Oh! ma te le ho già dette queste cose! La mia testa è vecchia! Perdona».
54«La tua testa è saggia e dimentica anche di gloriarsi del bene che fa per il suo Maestro. Dimenticarsi del bene fatto è saggezza. Dimostra umiltà e fiducia in Dio».
«Ma io… non saprei… ».
55«E questo discepolo non l’ho per te?».
«Oh!… Ma non ho fatto nulla, sai? Solo ho detto la verità… e sono contento che Elia sia con Te».
Il figlio morto che seppellì suo padre morto.
56Si volge a questo Elia e dice: «Tua madre, dopo il primo momento di stupore, ebbe rasciugato il pianto nel saperti del Maestro. Tuo padre ebbe un degno cordoglio, però. Da poco è nel sepolcro».
«E mio fratello?».
«Tace… Sai… gli è stato un po’ duro vederti assente… per il paese… Lui pensa ancora così… Il giovane si volge a Gesù: «Tu lo hai detto. Ma io non vorrei che egli fosse morto… Fa’ che divenga vivo come me, e al tuo servizio».
57Gli altri non capiscono e guardano interrogativamente, ma Gesù risponde: «Non disperare e persevera». Poi benedice Isacco e se ne va, nonostante ogni pressione.
Sostano prima presso il sepolcro chiuso e pregano. Poi, attraverso un vigneto ancora semispoglio, vanno alla casa di Elia.
58L’incontro fra fratelli è piuttosto sostenuto. Il maggiore si sente offeso e lo vuole far rilevare. Il minore si sente umanamente colpevole e non reagisce. Ma l’arrivo della madre, che senza parole si prostra e bacia l’orlo della veste di Gesù, rasserena l’ambiente e gli animi. Tanto che si vuole fare onore al Maestro. Il quale non accetta nulla però, ma solo dice:
La grazia dell’elezione.
59«Siano giusti i vostri cuori, l’uno verso l’altro, come giusto era colui che piangete. Non date impronta umana al sovrumano: la morte e l’elezione ad una missione. 60L’anima del giusto non si è agitata nel vedere che il figlio mancava alla sepoltura del suo cadavere. Ma si è anzi messa quieta, nella sicurezza sul futuro del suo Elia. 61Il pensiero del mondo non turbi la grazia dell’elezione. Se il mondo ha potuto stupire di non vedere costui presso il feretro paterno, gli angeli hanno esultato nel vederlo a fianco del Messia. Siate giusti. 62E tu, madre, sii consolata da questo. Hai educato con saggezza, e tuo figlio è stato chiamato dalla Sapienza. Vi benedico tutti. La pace sia con voi ora e sempre».
63Tornano sulla via che riprendono per andare al fiume e da qui a Betsaida. L’uomo, Elia, neppure si è attardato un istante sulla soglia paterna. Dopo il bacio di addio alla madre ha seguito il Maestro con la semplicità con cui un bambino segue il suo vero padre.
180. Disputa sull’immanenza di Dio. Ancora sulla parabola del seminatore. Seconda cattura del Batista[307].
Risonanze sulla conoscenza di Dio
Porfiria abbagliata da troppa luce
1Eccoci di nuovo nella cucina di Pietro. La cena deve essere stata abbondante, perché i piatti coi resti di pesce e di carne, di formaggi, di frutta secche o per lo meno avvizzite, di focacce di miele, si ammucchiano su una specie di credenza che ricorda un poco le nostre madie toscane, e anfore con calici sono ancora sparsi sulla tavola.
2La moglie di Pietro deve aver fatto miracoli per fare contento il marito e deve avere lavorato tutta la giornata. Ora, stanca ma contenta, sta nel suo angolino e ascolta ciò che dice il suo uomo e ciò che dicono gli altri. Lo guarda, il suo Simone, che per lei deve essere un grande uomo anche se un poco esigente, e quando lo sente parlare con parole nuove su quella bocca che prima parlava solo di barche, di reti, di pesci e di denaro, ha persino uno sbattimento di palpebre come fosse abbagliata da troppa luce. Pietro, sia per la gioia di avere alla sua tavola Gesù, sia per la gioia dell’abbondante pasto consumato, è proprio in vena questa sera, e si rivela in lui il futuro Pietro che predica alle folle.
Risposta scultoria di Pedro
3 Non so quale osservazione di un compagno abbia originato la risposta scultorea di Pietro che dice: «Avverrà loro come ai fondatori della torre di Babele. La loro stessa superbia provocherà il crollo delle loro teorie e rimarranno schiacciati».
Al fratello obbietta Andrea: «Ma Dio è Misericordia. Impedirà il crollo per dare loro tempo di ravvedersi».
«Non te lo pensare. A coronamento della loro superbia metteranno calunnia e persecuzione. Oh! io già me lo sento. Persecuzioni su noi per disperderci come testimoni odiosi. E, posto che attaccheranno con insidia. Avremo noi forza di resistenza?» chiede Tommaso.
4«Ecco… per me non l’avrei. Ma fido in Lui» e Pietro accenna il Maestro, che ascolta e tace stando un poco a capo chino come per tenere nascosto il suo viso espressivo.
«Io penso che Dio non ci darà prove superiori alle nostre forze» dice Matteo.
«O per lo meno aumenterà le forze in proporzione delle prove» termina Giacomo d’Alfeo.
Il Dio immanente
5«Egli lo fa già. Ero ricco e potente. Se Dio non mi avesse voluto conservare per un suo fine, io sarei perito nella disperazione quando fui perseguitato e lebbroso. Avrei infierito su me stesso… Invece nel mio crollo completo scese una ricchezza nuova che non avevo mai posseduta prima, la ricchezza di una persuasione: “Dio c’è”. Prima… Dio… Sì, ero credente, ero un fedele israelita. Ma era una fede di formalismi. E mi pareva che il premio della stessa fosse sempre inferiore alle mie virtù. Mi permettevo di discutere con Dio perché mi sentivo ancora qualcosa sulla terra. Simon Pietro ha ragione. Io pure costruivo una torre di Babele con le autolodi e le soddisfazioni del mio io. Quando tutto mi crollò addosso, e fui un verme schiacciato dal peso di tutto questo inutile umano, allora non discussi più con Dio, ma con me stesso, col mio pazzo me stesso, e finii di demolirlo. E più lo facevo, facendo strada a ciò che io penso sia il Dio immanente sul nostro essere di terrestri, ecco che raggiungevo una forza, una ricchezza nuova[308]. La certezza che non ero solo e che Dio vegliava sull’uomo vinto dall’uomo e dal male».
I figli delle leggi e i figli della Legge
6«Secondo te, che pensi che sia Dio, questo che tu hai detto il Dio immanente sul nostro essere di terrestri”? Che vuoi dire? Non ti comprendo e mi pare un’eresia. Dio è quello che conosciamo attraverso la Legge ed i Profeti. Non ve ne è altro» dice un poco severo Giuda Iscariota.
«Se ci fosse Giovanni te lo direbbe meglio di me. Ma io te lo dico come so. Dio è quello che conosciamo attraverso la Legge e i Profeti. E’ vero. Ma in che lo conosciamo? Come?».
Giuda d’Alfeo scatta: «Poco e male. Ancora lo conoscevano essi, i Profeti che ce lo hanno descritto. Noi ne abbiamo l’idea confusa che trapela dall’ingombro di tutta una catasta accumulata dalle sètte…»
«Sètte? Ma come parli? Noi non abbiamo sètte. Noi siamo i figli della Legge. Tutti» dice l’Iscariota sdegnato, aggressivo.
«I figli delle leggi. Non della Legge. E’ una lieve differenza. Dal singolare al plurale. Ma nella sua realtà ciò è: che siamo figli di ciò che abbiamo creato, e non più di ciò che Dio ci ha dato» ribatte il Taddeo.
«Le leggi sono nate dalla Legge» dice l’Iscariota.
«Anche le malattie nascono dal nostro corpo, e non mi vorrai dire che sono cose buone» replica il Taddeo.
Cosa è il Dio immanente?
7«Ma lasciatemi sapere cosa è il Dio immanente di Simone Zelote». L’Iscariota, che non può ribattere alla osservazione di Giuda d’Alfeo, cerca di ricondurre la questione al punto di partenza.
Simone Zelote dice: «Ai nostri sensi occorre sempre un termine per afferrare un’idea. Ognuno di noi, parlo di noi credenti, crede per forza di fede all’Altissimo, Signore e Creatore, eterno Iddio che sta nel Cielo. Ma anche ogni essere ha bisogno di più di questa nuda fede, vergine, incorporea, atta e sufficiente agli angeli che vedono e amano Dio spiritualmente, condividendo con Lui la natura spirituale e avendo capacità di vedere Dio. Noi abbiamo bisogno di crearci una “figura” di Dio, la quale figura è fatta delle qualità essenziali che doniamo a Dio per dare un nome alla sua perfezione assoluta, infinita. Più l’anima si concentra e più riesce a raggiungere l’esattezza nella cognizione di Dio. Ecco ciò che io dico: il Dio immanente. Io non sono un filosofo. Forse avrò applicato male la parola. Ma insomma per me il Dio immanente è il sentire, il percepire Dio sul nostro spirito, e sentirlo e percepirlo non più come idea astratta ma come reale presenza datrice di una fortezza e di una pace nuova».
Che vuole dire il Dio immanente.
8«Va bene. Ma insomma come lo sentivi? Quale differenza c’è fra il sentire per fede e sentire per immanenza?» chiede un poco ironico l’Iscariota.
«Dio è sicurezza, ragazzo. Quando tu lo senti come dice Simone, con quella parola che io non capisco alla lettera ma della quale capisco lo spirito – e credi che il nostro male è di capire solo la lettera e non lo spirito delle parole di Dio – vuol dire che riesci ad afferrare non solo il concetto della maestà terribile, ma della paternità dolcissima di Dio. Vuol dire che senti che, quando tutto il mondo ti giudicasse e condannasse con ingiustizia, Uno solo, Lui, l’Eterno che ti è padre, non ti giudica ma ti assolve e consola. Vuol dire che senti che quando tutto il mondo ti odiasse tu sentiresti su te un amore più grande di tutto il mondo. Vuol dire che segregato in una carcere o in un deserto tu sentiresti sempre che Uno ti parla e dice: “Sii santo per essere come il Padre tuo”. Vuol dire che per l’amore vero a questo Padre Dio, che finalmente si arriva a sentire tale, si accetta, si opera, si prende o si lascia senza misure umane, pensando solo a rendere amore per amore, a copiare il più possibile Dio nelle proprie azioni» dice Pietro.
«Sei superbo! Copiare Dio! Non ti è concesso» giudica l’Iscariota.
«Non è superbia. L’amore porta all’ubbidienza. Copiare Dio mi sembra ancora una forma di ubbidienza, perché Dio dice di averci fatto a sua immagine e somiglianza»[309] replica Pietro.
«Ci ha fatto. Noi non dobbiamo andare più su».
«Ma sei un disgraziato se pensi così, caro ragazzo! Tu dimentichi che noi siamo decaduti e che Dio ci vuole riportare a ciò che eravamo».
“Siate perfetti come Dio”
9Gesù prende la parola: «Più ancora, Pietro, Giuda e voi tutti. Più ancora. La perfezione di Adamo era ancora suscettibile di aumento mediante l’amore che lo avrebbe portato ad una immagine sempre più esatta del suo Creatore. 10 Adamo senza la macchia del peccato sarebbe stato un tersissimo specchio di Dio. Per questo Io dico: “Siate perfetti come è perfetto il Padre che è nei Cieli”. Come il Padre. Perciò come Dio. Pietro ha detto molto bene. E molto bene Simone. Vi prego ricordare le loro parole e applicarle alle vostre anime».
11La moglie di Pietro per poco si sviene nella gioia di sentire lodare così suo marito. Piange dentro il suo velo, quieta e beata. Pietro sembra gli venga un colpo apoplettico tanto diventa rosso. Resta muto per qualche momento e poi dice: «Ebbene, allora dammi il premio. La parabola di stamane…»
Perché il Messia parla in parabole.
Per la voglia che hanno di capire (Mt 13,10-11; Mc 4,10-11; Lc 8,9-10)[310].
12Anche gli altri si uniscono a Pietro dicendo: «Sì. Lo hai promesso. Le parabole servono bene a fare comprendere il paragone. Ma noi comprendiamo che esse hanno uno spirito superiore al paragone. Perché parli ad essi in parabole?».
13«Perché a loro non è concesso di intendere più di ciò che spiego. A voi va dato molto di più perché voi, miei apostoli, dovete conoscere il mistero; e vi è perciò dato di intendere i misteri del Regno dei Cieli. Per questo vi dico: “Domandate se non comprendete lo spirito della parabola”.
Per la misura che usano nel dare ( Mt 13,12)[311]
14Voi date tutto, e tutto vi va dato perché a vostra volta tutto voi possiate dare. Voi tutto date a Dio: affetti, tempo, interessi, libertà, vita. E tutto Dio vi dà per compensarvi e per farvi capaci di tutto dare in nome di Dio a chi è dopo di voi. Così a chi ha dato sarà dato e con abbondanza. Ma a chi non ha dato che parzialmente o non ha dato affatto, sarà tolto anche quello che ha.
Per la volontà che mettono nell’ubbidire (Mt 13,13-17; Mc 4,11-12.25; Lc 8,10.18)[312].
15Parlo loro in parabole perché vedendo vedano solo quello che la loro volontà di aderire a Dio illumina, perché udendo, sempre per la stessa loro volontà di adesione, odano e comprendano. 16Voi vedete! Molti odono la mia parola, pochi aderiscono a Dio. I loro spiriti sono monchi della buona volontà. 17In loro si adempie la profezia di Isaia: “Udirete con le orecchie e non intenderete, guarderete con gli occhi e non vedrete”. Perché questo popolo ha un cuore insensibile; sono duri gli orecchi e hanno chiusi gli occhi per non vedere e per non sentire, per non intendere col cuore e non convertirsi acciò Io li guarisca.
Beati quelli che hanno buona volontà, Mt 13,16-17; Mc 4,11 -12.; Lc 8,10.18[313]
18Ma voi beati per i vostri occhi che vedono e i vostri orecchi che odono, per la vostra buona volontà! 19In verità vi dico che molti profeti e molti giusti desiderarono vedere ciò che voi vedete e non lo videro, e udire ciò che voi udite e non l’udirono. Si consumarono nel desiderio di comprendere il mistero delle parole, ma spenta la luce della profezia ecco le parole rimanere come carboni spenti, anche per il santo che le aveva avute.
Infallibilità del Papa.
20Solo Dio disvela Se stesso. Quando la sua luce si ritrae, terminato il suo scopo di illuminare il mistero, l’incapacità di intendere fascia, come le bende di una mummia, la regale verità della parola ricevuta. 21Per questo Io ti ho detto stamane: “Verrà un giorno che ritroverai tutto quanto ti ho dato”. Ora non puoi ritenere. Ma dopo 22la luce verrà su te, e non per un attimo ma per un inseparabile connubio dello Spirito eterno col tuo, onde infallibile sarà il tuo ammaestramento in ciò che è cosa del Regno di Dio. E così come in te, nei tuoi successori, se vivranno di Dio come di unico pane[314].
Spiegazione della parabola del seminatore.
Lo spirito della parabola
Ora sentite lo spirito della parabola.
23Abbiamo quattro generi di campi: quelli fertili, quelli spinosi, quelli sassosi, quelli pieni di sentieri. Abbiamo anche quattro generi di spiriti.
24Abbiamo gli spiriti onesti, gli spiriti di buona volontà, preparati dalla stessa e dalla buona opera di un apostolo, di un “vero” apostolo; perché ci sono apostoli che hanno il nome ma non lo spirito di apostoli, i quali sono più micidiali sulle volontà in formazione degli stessi uccelli, spini e sassi. Sconvolgono in modo tale, con le loro intransigenze, con le loro frette, con i loro rimproveri, con le loro minacce, che allontanano per sempre da Dio. Altri ve ne sono che, all’opposto, con un innaffiamento continuo di benignità fuori posto, fanno marcire il seme in un terreno troppo molle. Devirilizzano con la loro devirilizzazione gli animi che curano.
I campi buoni: buona volontà (Mt 13,23; Mc 4,20; Lc 8,15 )[315].
25Ma stiamo ai veri apostoli, ossia agli specchi tersi di Dio. Essi sono paterni, misericordiosi, pazienti, e nello stesso tempo forti come è il loro Signore. 26Or bene, gli spiriti preparati da questi e dalla loro propria volontà sono paragonabili ai campi fertili, mondi di pietre e di rovi, netti da gramigne e da logli, in cui prospera la parola di Dio, e ogni parola – un seme – fa cespo e spighe, dando dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta per cento. 27In questi che mi seguono ce ne sono? Certo. E santi saranno. Fra essi ce ne sono di tutte le caste e di tutti i paesi, anche gentili ci sono, e che pure daranno il cento per cento per la loro buona volontà, unicamente per essa, oppure per la loro e quella di un apostolo o discepolo che me li prepara.
I campi spinosi: dissipazioni (Mt 13,22; Mc 4,18-19; Lc 8,14)[316].
28I campi spinosi sono quelli in cui l’incuria ha lasciato penetrare spinosi grovigli di interessi personali che soffocano il buon seme. 29Occorre sorvegliarsi sempre, sempre, sempre. Non dire mai: “Oh! ormai io sono formato, seminato, posso stare tranquillo che darò seme di vita eterna”. 30Occorre sorvegliarsi: la lotta fra il Bene e Male è continua. Avete mai osservato una tribù di formiche che si insedia in una casa? Eccole sul focolare. La donna non lascia più cibarie lì e le mette sul tavolo; e loro fiutano l’aria e danno l’assalto al tavolo. La donna le mette nella credenza e loro passano dalla serratura nella credenza. La donna appende al soffitto le sue provviste e loro fanno un lungo cammino lungo le pareti e i travicelli, si calano per la fune e mangiano. La donna le brucia, le scotta, le avvelena. E poi sta tranquilla credendo di averle distrutte. Oh! se non vigila, che sorpresa! Ecco le nuove nate che escono, e siamo da capo. 28Così finché si vive; bisogna sorvegliarsi per estirpare le male piante non appena spuntano. In caso contrario esse fanno un soffitto di rovi e soffocano il grano.
31Le cure mondane, l’inganno delle ricchezze creano il groviglio, affogano la pianta del seme di Dio e non le fanno fare spiga.
I campi sassosi: legalismo (Mt 13,20-21; Mc 4,16-17; Lc 8,13)[317].
32Ecco ora i campi pieni di sassi. Quanti in Israele! Sono quelli che appartengono ai “figli delle leggi” come ha detto mio fratello Giuda molto giustamente. In loro non è la pietra unica della Testimonianza, non vi è la pietra della Legge. Vi è la sassaia delle piccole, povere, umane leggi create dagli uomini. Tante e tante che col loro peso hanno fatto a scaglie anche la pietra della Legge. Una rovina che impedisce ogni attecchimento di seme. Non è più nutrita la radice. Non c’è terra, non c’è succo. L’acqua fa marcire perché stagna sul pavimento di selci, il sole si arroventa su quelle selci e brucia le pianticine. 33Sono gli spiriti dei sostitutori delle complicate dottrine umane alla semplice dottrina di Dio. La ricevono anche con gioia, la mia parola. Al momento ne sono scossi e sedotti. Ma poi… Occorrerebbe l’eroismo di sgobbare a mondare il campo, l’animo e la mente da tutta la sassaia dei retori. Allora il seme farebbe radica e sarebbe un forte cespo. Così… è nulla. 34Basta un timore di rappresaglie umane. Basta una riflessione: “Ma e poi? Che me ne verrà dagli uomini potenti?” e il povero seme non nutrito langue. 35Basta che tutta la sassaia si agiti col suono vano dei cento e cento precetti che si sono sostituiti al Precetto, che ecco che l’uomo perisce col seme ricevuto… Israele ne è pieno. Questo spiega come il venire a Dio vada in ragione inversa della potenza umana.
I campi pieni di strade: Mondanità (Mt 13,18-19; Mc 4,13-15; Lc 8,11-12)[318].
36Ultimi i campi pieni di strade, polverosi, nudi.
37Quelli dei mondani, degli egoisti. Il loro comodo è la loro legge, il godimento il loro fine. Non fare fatica, sonnecchiare, ridere, mangiare… Lo spirito del mondo è re in questi. La polvere della mondanità ricopre il terreno che diviene terriccio. 38Gli uccelli, ossia le dissipazioni, si precipitano sui mille sentieri aperti per rendere più facile la vita. 39Lo spirito del mondo, ossia del Maligno, becca e distrugge ogni seme che cade su questo terreno aperto a tutte le sensualità e leggerezze.
40Avete inteso? Avete altro da chiedere? No? Allora possiamo andare a prendere riposo per partire domani per Cafarnao. Devo andare ancora in un posto prima di incominciare il viaggio verso Gerusalemme per la Pasqua».
Seconda cattura del Battista.
Tradito da un suo discepolo.
«Passeremo ancora per Arimatea?» chiede l’Iscariota.
41«Non è sicuro. A seconda dei…»
Alla porta viene bussato violentemente.
«Ma chi può essere a quest’ora?» dice Pietro alzandosi per aprire.
Si presenta Giovanni. Stravolto, impolverato, con chiari segni di pianto sul viso.
«Tu qui?» gridano tutti.
«Ma che è accaduto?».
42Gesù, che si è alzato, dice solo: «La Madre dove è?».
E Giovanni, venendo avanti e andando a inginocchiarsi ai piedi del suo Maestro, tendendo le braccia come per avere soccorso, dice: «La Madre sta bene, ma è in pianto come me, come tanti, e ti prega di non venire seguendo il Giordano dalla parte nostra. Mi ha mandato indietro per questo, perché… perché Giovanni tuo cugino è stato preso prigione…». E Giovanni piange mentre molto subbuglio si solleva fra i presenti.
43Gesù impallidisce profondamente ma non si agita. Solamente dice: «Alzati e racconta».
44«Andavo in giù con la Madre e le donne. Anche Isacco e Timoneo erano con noi. Tre donne e tre uomini. Ho ubbidito al tuo ordine di condurre Maria da Giovanni… ah! Tu lo sapevi che era l’ultimo addio!… Che doveva essere l’ultimo addio… Il temporale di giorni sono ci ha fatto sostare di poche ore. Ma sono bastate perché Giovanni non potesse più vedere Maria… Noi siamo arrivati all’ora di sesta e lui era stato catturato al gallicinio…»
«Ma dove? Ma come? Da chi? Nel suo antro?» tutti chiedono, tutti vogliono sapere.
45«E’ stato tradito!… Si è usato il tuo Nome per tradirlo!».
«Che orrore! Ma chi è stato?» urlano tutti.
46E Giovanni rabbrividendo, dicendolo piano questo orrore che neppur l’aria dovrebbe udire, confessa: «Da un suo discepolo…».
Il subbuglio è al colmo. Chi maledice, chi piange, chi sbalordito resta in posa di statua.
47Giovanni si attacca al collo di Gesù e grida: «Io ho paura per Te! per Te! per Te! I santi hanno i traditori che per l’oro si vendono, per l’oro e la paura dei grandi, per sete di premio, per… per ubbidienza a Satana. Per mille, mille cose! Oh! Gesù, Gesù, Gesù! Che dolore! Il mio primo maestro! Il mio Giovanni che mi ha dato Te!».
Debole diviene chi da sé si svena di Dio
48«Buono! Buono! Non mi accadrà nulla per ora».
«Ma poi? Ma poi? Mi guardo… guardo questi… ho paura di tutti, anche di me. Ci sarà fra noi il tuo traditore…»
«Ma sei pazzo? E credi che non lo faremo a pezzi?» urla Pietro.
49E l’Iscariota: «Oh! pazzo per davvero! Io non lo sarò mai. Ma, se mi sentissi indebolito al punto di poterlo diventare, mi ucciderei. Meglio così che uccisore di Dio».
50Gesù si libera dalla stretta di Giovanni e scuote rudemente l’Iscariota dicendo: «Non bestemmiare! Nulla ti potrà indebolire, se non vuoi. E se ciò fosse, fa’ di piangere, e non avere un delitto oltre al deicidio[319]. Debole diviene chi da sé si svena di Dio».
Cronaca dei fatti.
51Poi torna da Giovanni, che piange col capo sul tavolo, e dice: «Parla, con ordine. Io pure soffro. Era il mio sangue ed il mio Precursore».
«Non ho visto che i discepoli, parte di essi, costernati e furenti contro il traditore. Gli altri hanno accompagnato Giovanni verso la sua prigione per essergli vicino nella morte».
«Ma non è ancora morto… l’altra volta poté fuggire» cerca di confortare lo Zelote che vuole molto bene a Giovanni.
«Non è ancora morto. Ma morirà» risponde Giovanni. Sì. Morirà. Egli lo sa come Io lo so. Nulla e nessuno lo salverà questa volta. Quando? Non so. So che vivo non uscirà dalle mani di Erode».
52«Sì, di Erode. Senti. Egli è andato verso quella gola da cui noi pure passammo al ritorno in Galilea, fra l’Ebal e il Garizim, perché gli fu detto dal traditore: “Il Messia è morente per un assalto di nemici. Ti vuole vedere per affidarti un segreto”. E lui è andato col traditore e con qualche altro. Nell’ombra del vallone erano gli armati di Erode e lo hanno preso. Gli altri sono fuggiti portando la notizia ai discepoli rimasti presso Ennon. Erano appena venuti quando giunsi io con la Madre. E quello che è orribile è che era uno delle nostre città… e che sono stati i farisei di Cafarnao alla testa del complotto per prenderlo. Erano stati da lui dicendo che Tu eri stato loro ospite e che da lì partivi per la Giudea… Non sarebbe uscito dal suo rifugio altro che per Te…
Gesù e la Madre sono al sicuro.
53Un silenzio di tomba succede alla narrazione di Giovanni. Gesù sembra svenato, cogli occhi di un azzurro cupissimo e come appannati. Sta a capo chino, la mano ancora sulla spalla di Giovanni, e la mano è scossa da un lieve tremito. Nessuno osa parlare.
54Gesù rompe il silenzio: «Andremo in Giudea da altra via. Ma domani devo andare a Cafarnao. Al più presto. Riposate. Io salgo fra gli ulivi. Ho bisogno di essere solo». Ed esce senza aggiungere altro.
55«Va certo a piangere» mormora Giacomo d’Alfeo.
«Seguiamolo, fratello» dice Giuda Taddeo.
«No. Lasciatelo piangere. Solo usciamo piano, in ascolto. Temo insidia da per tutto» risponde lo Zelote.
56«Sì. Andiamo. Noi pescatori sulla riva. Se qualcuno viene dal lago lo vedremo. Voi per gli ulivi. E’ certo al suo solito posto, presso il noce. All’alba prepareremo le barche per andare presto. Quei serpenti! Eh! l’ho detto io! Di’, ragazzo? Ma… la Madre è proprio in sicuro?».
«Oh, sì! Anche i pastori discepoli di Giovanni sono andati con Lei. Andrea… non lo vedremo più il nostro Giovanni!».
«Taci! Taci! Mi sembra il canto del cuculo… Uno precede l’altro e… e…».
57«Per l’Arca santa! Tacete! Se parlate ancora di sventura al Maestro, comincio da voi a farvi assaggiare il sapore del mio remo sulle reni!» urla Pietro inferocito. «Voi» dice poi a quelli che restano per gli ulivi «prendete dei bastoni, dei grossi rami, là nella legnaia ce ne sono, e spargetevi armati. Il primo che si accosta a Gesù per nuocergli sia morto».
«Discepoli! Discepoli! Bisogna essere cauti coi nuovi!» esclama Filippo.
58Il nuovo discepolo si sente ferito e chiede: «Dubiti di me? Egli mi ha scelto e voluto».
59«Non di te. Ma di quelli che sono scribi e farisei e dei loro adoratori. Da lì verrà la rovina, credetelo».
60Escono e si spargono chi per le barche, chi fra gli ulivi delle colline, e tutto ha termine.
181. La parabola del grano e del loglio[320].
Evangelizzazione.
La santa cocciutaggine di Pietro.
1Un’alba chiara imperla il lago e fascia i colli di una nebbia leggera come velo di mussola da cui appaiono, ingentiliti, ulivi e noci, e case e dossi dei paesi del lago. Le barche scivolano quiete e silenziose, dirette verso Cafarnao. Ma ad un certo punto Pietro piega la barra del timone così rudemente che la barca si inchina da un lato.
«Che fai?» chiede Andrea.
«C’è la barca di un gufo. Esce ora da Cafarnao. Ho buoni occhi e, da ieri sera, fiuto di segugio. Non voglio che ci vedano. Torno al fiume. Andremo a piedi».
Anche l’altra barca ha seguito la manovra, ma Giacomo, che regge il timone, chiede a Pietro: «Perché fai questo?».
«Te lo dirò. Vienimi dietro».
2Gesù, che è seduto a poppa, si riscuote quando è quasi all’altezza del Giordano. «Ma che fai, Simone?» chiede.
«Si scende qui. C’è uno sciacallo in giro. Non si può andare a Cafarnao oggi. Prima vado io a sentire un poco. Io con Simone e Natanaele. Tre degne persone contro tre indegne persone… se pure le indegne non saranno di più».
3«Non vedere insidie da tutte le parti, ora! Quella non è la barca di Simone il fariseo?».
«E’ proprio quella».
4«Non c’era alla cattura di Giovanni».
«Non so niente io».
5«E’ sempre rispettoso verso di Me».
«Non so niente io».
6«Mi fai parere vile».
«Non so niente io».
7Per quanto Gesù non abbia voglia di ridere, deve sorridere per la santa cocciutaggine di Pietro. «Ma a Cafarnao dovremo pure andare. Se non oggi, più tardi…»
«Ti ho detto che vado prima io e sento e… all’occorrenza… farò anche questa… sarà una grossa spina da inghiottire… ma lo farò per amore di Te… Andrò… andrò dal centurione a chiedere protezione…»
8«Ma no! Non occorre!».
La barca si arresta sulla spiaggetta deserta, opposta a Betsaida. Scendono tutti.
«Venite voi due. Vieni anche te, Filippo. Voi giovani state qui. Faremo presto».
Il neo discepolo Elia prega: «Vieni in casa mia, Maestro. Ne sarei tanto felice di ospitarti…»
9«Vengo. Simone, mi raggiungerai alla casa di Elia. Addio, Simone. Va’. Ma sii buono, prudente e misericordioso. Vieni, che ti baci e benedica».
10Pietro non assicura di essere né buono, né paziente, né misericordioso. Tace e scambia il bacio col suo Maestro. Anche lo Zelote, Bartolomeo e Filippo scambiano il bacio di addio e le due comitive si separano andando in opposta direzione.
Guarigione della fanciulla febbricitante.
11Entrano in Corozim che l’aurora e già finita in giorno pieno. Non vi è stelo che non brilli per gemme di rugiada. Gli uccelli cantano per ogni dove.
Vi è un’aria pura, fresca, che pare sappia persino di latte, di un latte più vegetale che animale. L’odore dei grani che si formano nelle spighe, dei mandorleti carichi di frutti… un odore che ho sentito nelle fresche mattine nei campi opimi della pianura padana.
12La casa di Elia è presto raggiunta. Ma già molti in Corozim sanno che è giunto il Maestro e, mentre Gesù sta per porre piede sulla soglia, una madre accorre gridando: «Gesù, Figlio di Davide, pietà della mia creatura!». Ha sulle braccia una fanciulla di un dieci anni circa, cerea e magrissima. Più che cerea, giallastra.
13«Che ha tua figlia?».
«Le febbri. Le ha prese alla pastura lungo il Giordano. Perché siamo i pastori di un ricco. Io sono stata chiamata dal padre presso la bambina ammalata. Egli ora è tornato ai monti. Ma Tu sai che con questo male non si può passare in luoghi alti. Come posso stare qui? Il padrone mi ha lasciata fino ad ora. Ma io sono alle lane e alle figliate. Viene il tempo del lavoro per noi pastori. Saremo licenziati o divisi se io resto. Vedrò morire la figlia se vado all’Hermon».
14«Hai fede che Io possa?».
«Ho parlato con Daniele pastore di Eliseo. Mi ha detto: “Il nostro Bambino guarisce ogni male. Vai dal Messia”. Da oltre Meron sono venuta con questa fra le braccia cercando Te. Avrei sempre camminato fino a trovarti…»
15«Non camminare più altro che per tornare a casa, al lavoro sereno. Tua figlia è guarita perché Io lo voglio. Va’ in pace».
16La donna guarda la figlia e guarda Gesù. Forse spera di vedere tornare grassa e colorita la fanciulla all’istante. Anche la fanciulla sgrana i suoi occhi stanchi, che prima teneva chiusi, in volto a Gesù e sorride.
17«Non temere, donna. Non ti inganno. La febbre è sparita per sempre. Di giorno in giorno ella tornerà fiorente. Lasciala andare. Non barcollerà più e non sentirà stanchezza».
18La madre posa al suolo la fanciulla, che sta ben ritta e sorride sempre più giuliva. Infine trilla con la sua voce argentina: «Benedici il Signore, mamma! Sono ben guarita! Lo sento» e, nella sua semplicità di pastorella e di fanciulla, si lancia al collo di Gesù e lo bacia.
19La madre, riservata come l’età insegna, si prostra e bacia la veste benedicendo il Signore.
20«Andate. Ricordatevi del beneficio avuto da Dio e siate buone. La pace sia con voi».
21Ma la gente si affolla già nell’orticello della casa di Elia e reclama la parola del Maestro. E per quanto Gesù non abbia molta voglia di farlo, addolorato come è per la cattura, e per il modo come è avvenuta, del Battista, pure si arrende e all’ombra degli alberi inizia a parlare.
Parabola del buon grano e della zizzania.
Il grano e la zizzania (Mt 13,24-30)[321].
22«Ancora in questo bel tempo di granai che spigano, Io vi voglio proporre una parabola presa dai grani. Udite. 23Il Regno dei Cieli è simile ad un uomo che seminò buon seme nel suo campo. 24Ma, mentre l’uomo e i suoi servi dormivano, venne un suo nemico e sparse seme di loglio sui solchi e poi se ne andò. Nessuno sul principio si accorse di nulla. Venne l’inverno con le piogge e le brine, venne la fine di tebet[322] e germogliò il grano. Un verde tenero di foglioline appena spuntate. Parevano tutte uguali nella loro infanzia innocente.
25Venne scebat[323] e poi adar[324] e si formarono le piante e poi granirono le spighe. Si vide allora che il verde non era tutto grano ma anche loglio, ben avviticchiato coi suoi vilucchi sottili e tenaci agli steli del grano. 26I servi del padrone andarono alla sua casa e dissero: “Signore, che seme hai seminato? Non era seme eletto, mondo da ogni altro seme che grano non fosse?”.
“Certo che lo era. Io ne ho scelto i chicchi tutti uguali di formazione. E avrei visto se vi fossero stati altri semi”.
27“E come allora è nato tanto loglio fra il tuo grano?”.
Il padrone pensò, poi disse: “Qualche nemico mio mi ha fatto questo per farmi danno”.
28I servi chiesero allora: “Vuoi che andiamo fra i solchi e con pazienza liberiamo le spighe dal loglio, strappando quest’ultimo? Ordina e lo faremo”.
29Ma il padrone rispose: “No. Potreste nel farlo estirpare anche il grano e quasi sicuramente offendere le spighe ancora tenerelle. Lasciate che l’uno e l’altro stiano insieme fino alla mietitura.
30Allora io dirò ai mietitori: ‘Falciate tutto insieme; poi, avanti di legare i covoni, ora che il seccume ha fatto friabili i vilucchi del loglio mentre più robuste e dure sono le serrate spighe, scegliete il loglio dal grano e fatene fasci a parte.
31Li brucerete poi e faranno concime al suolo. Mentre il buon grano lo porterete nei granai e servirà ad ottimo pane con scorno del nemico, che avrà guadagnato solo di esser abbietto a Dio col suo livore”.
Senso stretto della parabola.
32Ora riflettete fra voi quanto sovente avvenga e numerosa sia la semina del Nemico nei vostri cuori. E comprendete come occorra vigilare con pazienza e costanza per fare sì che poco loglio si mescoli al grano eletto. 33La sorte del loglio è di ardere. Volete voi ardere o divenire cittadini del Regno? Voi dite che volete essere cittadini del Regno. Ebbene, sappiatelo essere. Il buon Dio vi dà la Parola. 34Il Nemico vigila per renderla nociva, poiché farina di grano mescolata a farina di loglio dà pane amaro e nocivo al ventre. Sappiate col buon volere, se loglio è nell’anima vostra, sceglierlo per gettarlo onde non essere indegni di Dio.
Andate, figli. La pace sia con voi.»
35La gente sfolla lentamente. Nell’orto restano gli otto apostoli più Elia, suo fratello, la madre e il vecchio Isacco, che si pasce l’anima nel guardarsi il suo Salvatore.
Senso universale (Mt 13,36-43)[325].
36«Venitemi intorno e udite. Vi spiego il senso completo della parabola, che ha due aspetti ancora, oltre quello detto alla folla. 37Nel senso universale la parabola ha questa applicazione: il campo è il mondo. 38Il buon seme sono i figli del Regno di Dio, seminati da Dio sul mondo in attesa di giungere al loro limite ed essere recisi dalla Falciatrice e portati al Padrone del mondo, perché li riponga nei suoi granai. 39Il loglio sono i figli del Maligno, sparsi a loro volta sul campo di Dio nell’intento di dare pena al Padrone del mondo e di nuocere anche alle spighe di Dio. 40Il Nemico di Dio li ha, per un sortilegio, seminati apposta, perché veramente il Diavolo snatura l’uomo fino a farne una sua creatura, e questa semina, per traviare altri che non ha potuto asservire altrimenti. 41La mietitura, anzi la formazione dei covoni e il trasporto degli stessi ai granai, è la fine del mondo, e coloro che la compiono sono gli angeli. 42A loro è ordinato di radunare le falciate creature e separare il grano dal loglio e, come nella parabola questo si brucia, così verranno bruciati nel fuoco eterno i dannati, all’Ultimo Giudizio.
Il Regno sarà e in Terra e in Cielo.
43Il Figlio dell’uomo manderà a togliere dal suo Regno tutti gli operatori di scandali e di iniquità. Perché allora il Regno sarà e in terra e in Cielo, e fra i cittadini del Regno sulla terra saranno mescolati molti figli del Nemico. 44Questi raggiungeranno, come è detto anche dai Profeti[326], la perfezione dello scandalo e dell’abominio in ogni ministero della terra, e daranno fiera noia ai figli dello spirito. Nel Regno di Dio, nei Cieli, già saranno stati espulsi i corrotti, perché corruzione non entra in Cielo. 45Ora dunque gli angeli del Signore, menando la falce fra le schiere dell’ultimo raccolto, falceranno e separeranno il grano dal loglio e getteranno questo nella fornace ardente dove è pianto e stridor di denti[327], portando invece i giusti, l’eletto grano, nella Gerusalemme eterna dove essi splenderanno come soli nel Regno del Padre mio e vostro.
Senso particolare della parabola.
46Questo nel senso universale. Ma per voi ve ne è un altro ancora, che risponde alle domande che più volte, e specie da ieri sera, vi fate. Voi vi chiedete: “Ma dunque fra la massa dei discepoli possono essere dei traditori?” e fremete in cuor vostro di orrore e di paura. Ve ne possono essere. Ve ne sono certo.
47Il seminatore sparge il buon seme. In questo caso, più che spargere, si potrebbe dire: “coglie”. Perché il maestro, sia che sia Io o sia che fosse il Battista, aveva scelto i suoi discepoli. Come allora si sono traviati? No, anzi. Male ho detto dicendo “seme” i discepoli. Voi potreste capire male. Dirò allora “campo”. 38Tanti discepoli tanti campi, scelti dal maestro per costituire l’area del Regno di Dio, i beni di Dio. Su essi il maestro si affatica per coltivarli, acciò diano il cento per cento. Tutte le cure. Tutte. Con pazienza. Con amore. Con sapienza. Con fatica. Con costanza. 49Vede anche le loro tendenze malvagie. Le loro aridità e le loro avidità. Vede le loro testardaggini e le loro debolezze. Ma spera, spera sempre, e corrobora la sua speranza con la preghiera e la penitenza, perché li vuole portare alla perfezione.
50Ma i campi sono aperti. Non sono un chiuso giardino cinto da mura di fortezza, di cui sia padrone solo il maestro e in cui solo lui possa penetrare. Sono aperti. Messi al centro del mondo, fra il mondo, tutti li possono avvicinare, tutti vi possono penetrare. Tutti e tutto. 51Oh! non è il loglio solo il mal seme seminato! Il loglio potrebbe essere simbolo della leggerezza amara dello spirito del mondo. Ma vi nascono, gettati dal Nemico, tutti gli altri semi. Ecco le ortiche. Ecco le gramigne. Ecco le cuscute. Ecco i vilucchi. Ecco infine le cicute e i tossici. Perché? Perché? Che sono?
I semi nocivi mortali.
Gli altri semi nocivi.
52Le ortiche: gli spiriti pungenti, indomabili, che feriscono per sovrabbondanza di veleni e danno tanto disagio. 53Le gramigne: i parassiti che sfiniscono il maestro senza saper fare altro che strisciare e succhiare, godendo del lavoro di lui e nuocendo ai volonterosi, che veramente trarrebbero maggior frutto se il maestro fosse non turbato e distratto dalle cure che esigono le gramigne. 54I vilucchi inerti che non si alzano da terra che fruendo degli altri. 55Le cuscute: tormento sulla via già penosa del maestro e tormento ai discepoli fedeli che lo seguono. Si uncinano, si conficcano, lacerano, graffiano, mettono diffidenza e sofferenza.
I semi velenosi mortali.
56 I tossici: i delinquenti fra i discepoli, coloro che giungono a tradire e a spegnere la vita come le cicute e le altre piante tossiche. 57Avete mai visto come sono belle coi loro fiorellini che poi divengono palline bianche, rosse, celeste-viola? 58Chi direbbe che quella corolla stellare, candida o appena rosata, col suo cuoricino d’oro, chi che quei coralli multicolori, tanto simili ad altri frutticini che sono la delizia degli uccelli e dei pargoli, possano, giunti a maturazione, dare morte? Nessuno. E gli innocenti ci cascano. Credono tutti buoni come loro… e ne colgono e muoiono.
I cattivi ed i nemici nei campi del Maestro.
I cattivi nel campo del Maestro.
59Credono tutti buoni come loro! Oh! che verità che sublima il maestro[328] e che condanna il suo traditore! Come? La bontà non disarma? Non rende il malvolere innocuo? No. Non lo rende tale, perché l’uomo caduto preda del Nemico è insensibile a tutto ciò che è superiore. 60E ogni superiore cosa cambia per lui aspetto. La bontà diviene debolezza che è lecito calpestare e acuisce il suo malvolere come acuisce la voglia di sgozzare, in una fiera, il sentire l’odore del sangue. 61Anche il maestro è sempre un innocente… e lascia che il suo traditore lo avveleni, perché non vuole e non può lasciar pensare agli altri che un uomo giunga ad essere micidiale a chi è innocente.
I nemici nei campi del Maestro.
62Nei discepoli, i campi del maestro, vengono i nemici. Sono tanti. Il primo è Satana. Gli altri i suoi servi, ossia gli uomini, le passioni, il mondo e la carne. Ecco, ecco il discepolo più facile ad essere percosso da essi perché non sta tutto presso al maestro, ma sta a cavaliere fra il maestro e il mondo. 63Non sa, non vuole separarsi tutto da ciò che è mondo, carne, passioni e demonio, per essere tutto di chi lo porta a Dio.
64Su questo spargono i loro semi e mondo e carne, e passioni e demonio. L’oro, il potere, la donna, l’orgoglio, la paura di un mal giudizio del mondo e lo spirito di utilitarismo. “I grandi sono i più forti. Ecco che io li servo per averli amici”. E si diventa delinquenti e dannati per queste misere cose!…
Perché non estirpare il cattivo discepolo?
65Perché il maestro, che vede l’imperfezione del discepolo, anche se non vuole arrendersi al pensiero: “Costui sarà il mio uccisore”, non lo estirpa subito dalle sue file? Questo voi vi chiedete. 66Perché è inutile farlo. Se lo facesse non impedirebbe di averlo nemico, doppiamente e più sveltamente nemico per la rabbia o il dolore di essere scoperto o di essere cacciato. 67Dolore. Sì. Perché delle volte il cattivo discepolo non si avvede di essere tale. E’ tanto sottile l’opera demoniaca che egli non l’avverte. Si indemonia senza sospettare di essere soggetto a questa operazione. 68Rabbia. Sì. Rabbia per essere conosciuto per quello che è, quando egli non è incosciente del lavoro di Satana e dei suoi adepti: gli uomini che tentano il debole nelle sue debolezze per levare dal mondo il santo che li offende, nelle loro malvagità, con il paragone della sua bontà.
69E allora il santo prega e si abbandona a Dio. “Ciò che Tu permetti si faccia, sia fatto” dice. Solo aggiunge questa clausola: “purché serva al tuo fine”. Il santo sa che verrà l’ora in cui verranno espulsi dalle sue messi i logli malvagi. Da chi? Da Dio stesso, che non permette oltre di quanto è utile al trionfo della sua volontà d’amore»[329].
Discernimento e libertà.
70«Ma se Tu ammetti che sempre è Satana, e gli adepti di lui… mi sembra che la responsabilità del discepolo scemi» dice Matteo.
71«Non te lo pensare. Se il Male esiste, esiste anche il Bene, ed esiste nell’uomo il discernimento e con esso la libertà».
«Tu dici che Dio non permette oltre di quanto è utile al trionfo della sua volontà d’amore. Dunque anche questo errore è utile, se Egli lo permette, e serve ad un trionfo di volontà divina» dice l’Iscariota.
72«E tu arguisci, come Matteo, che ciò giustifica il delitto del discepolo. Dio aveva creato il leone senza ferocia e il serpente senza veleno. Ora l’uno è feroce e l’altro è velenoso. Ma Dio li ha separati dall’uomo per ciò. Medita su questo e applica. Andiamo nella casa. Il sole è già forte, troppo. Come per inizio di temporale. E voi siete stanchi della notte insonne».
73«La casa ha la stanza alta, ampia e fresca. Potrete riposare» dice Elia.
Salgono per la scala esterna. Ma solo gli apostoli si stendono sulle stuoie per riposare.
74Gesù esce sulla terrazza, ombreggiata in un angolo da un altissimo rovere, e si assorbe nei suoi pensieri.
182. Discorso ad alcuni pastori con il piccolo orfano Zaccaria[330].
Umiltà dei pastori.
Il ritorno di Pietro.
1Il ritorno di Pietro avviene solo al mattino di poi. Ed è più calmo della partenza, perché Pietro non ha trovato che buona accoglienza in Cafarnao e la città ripulita da Eli e Gioacchino.
2«Devono essere loro quelli del complotto. Perché io ho chiesto ad amici quando se ne sono andati, e ho capito che non erano più tornati dopo essere stati dal Battista come penitenti. E credo che non torneranno tanto presto, ora che ho detto che erano presenti all’arresto… C’è subbuglio per questo arresto del Battista… E mi studierò di farlo sapere anche alle zanzare… É l’arma più buona per noi.
3Ho incontrato anche il fariseo Simone e… Ma se è come mi è apparso mi sembra ben disposto. Mi ha detto: “Consiglia il Maestro a non seguire il Giordano nella valle occidentale. E’ più sicura l’altra parte” ha detto marcando le parole. E ha finito: “Io non ti ho visto. Io non ti ho parlato. Ricordalo. E regolati per il bene mio, tuo e di tutti. Di’ al Maestro che gli sono amico” e guardava in su, come parlasse al vento. Sempre, anche nel fare cose buone, sono falsi e… e, dirò, strani, per non avere rimprovero da Te.
4Però… eh! però sono andato a dare una toccatina al centurione. Così… dicendo: “Sta bene il tuo servo?”; e avutane conferma ho detto: “Meno male! Guarda di tenerlo sano, perché l’insidia è sul Maestro. Il Battista è già preso… e il romano ha capito a volo. Furbo l’uomo! Ha risposto: “Dove è un’insegna sarà una guardia su Lui, e vi sarà chi ricorda agli israeliti che sotto il segno di Roma non è permesso il complotto, pena la morte o la galera”. Sono pagani… ma lo avrei baciato. Mi piace la gente che capisce e che fa! Possiamo andare allora».
5«Andiamo. Ma non occorreva tutto questo» dice Gesù.
«Occorreva, occorreva!».
6Gesù si accomiata dalla famiglia ospitale e anche dal neo-discepolo, al quale deve avere dato istruzioni.
Zaccaria il pastorello orfano.
7Sono di nuovo soli, il Maestro con gli apostoli, e vanno per la campagna fresca, per una via che ha preso Gesù con stupore di Pietro che voleva prenderne un’altra.
«Ci si allontana dal lago…»
8«Arriveremo sempre in tempo per ciò che devo fare».
Gli apostoli non parlano più e vanno verso un piccolo villaggio, un pugno di case, sperso per la campagna.
9Vi è un grande dindolare di greggi dirette alle pasture dei monti. Quando Gesù si ferma per lasciare passare un gregge numeroso, i pastori se lo accennano radunandosi in gruppo. Si consultano ma non osano di più.
10E’ Gesù che rompe gli indugi e le incertezze traversando il gregge che si è fermato a brucare l’erba ben folta. Va diritto ad accarezzare un pastorello che è verso il centro dell’ammasso lanuto e belante delle pecore. Gli chiede: «Sono tue?». Lo sa bene Gesù che non sono del bambino, ma lo vuole far parlare.
«No, Signore. Io sono con quelli. E le mandre sono di molti padroni. Ci siamo riuniti per i banditi».
11«Come ti chiami?».
«Zaccaria, figlio di Isacco. Ma il padre mi è morto ed io servo perché siamo poveri e la mamma ha tre altri più piccoli di me».
12«E’ tanto che ti è morto?».
«Tre anni, Signore… e non ho più riso perché sempre la mamma piange ed io non ho più chi mi carezzi… Io sono il primogenito e la morte del padre mi ha fatto uomo che ero ancora fanciullo… Non devo piangere ma guadagnare… Ma è tanto difficile!».
Infatti le lacrime cadono anche ora sul visetto troppo serio per la sua età. I pastori si sono avvicinati e così gli apostoli. Un gruppo d’uomini in un muoversi di pecore.
13«Non sei senza padre, Zaccaria. Un Padre santo ti è nel cielo e ti ama sempre, se sei buono, e il padre tuo non ha cessato di amarti perché è in grembo ad Abramo. Lo devi credere. E’ per questa fede essere sempre più buono». Gesù parla dolcemente e carezza il bambino.
I pastori osano chiedere.
Un pastore osa chiedere: «Tu sei il Messia, non è vero?».
14«Sì, lo sono. Come mi conosci?».
«So che Tu sei per la Palestina e so che dici parole sante. Ti riconosco per questo».
15«Andate lontano?».
«Sugli alti monti. Vengono i calori… Non ci dirai la tua parola? Lassù dove noi siamo parlano solo i venti, e delle volte parla il lupo e fa strage, come per il padre di Zaccaria. Abbiamo desiderato vederti per tutto l’inverno, ma non ti abbiamo mai trovato».
16«Venite all’ombra di quel boschetto. Vi parlerò». E Gesù va per primo, tenendo il pastorello per mano e carezzando con l’altra le agnelle che alzano il muso belando. I pastori radunano il gregge sotto il bosco di piante da taglio e, mentre le pecore si accosciano ruminando oppure brucano e si strofinano ai tronchi, Gesù parla.
La Legge santifica, la vigilanza preserva.(Insegnamento)
La virtù del gregge.
17«Avete detto: “Lassù dove noi siamo parlano solo i venti e delle volte parla il lupo e fa strage”. Quello che avviene lassù avviene nei cuori per opera di Dio, dell’uomo e di Satana. Perciò potete avere lassù quanto avreste in ogni luogo. 18Conoscete abbastanza la Legge per sapere i suoi dieci comandi? Anche tu, bambino? E allora avete sufficienza di sapere. Se voi praticherete con fedeltà quanto Dio ha dato per comando sarete santi. 19Non lamentatevi di essere lungi dal mondo. Siete preservati da molta corruzione perciò. E Dio non vi è lontano ma più vicino in quella solitudine, dove parla la sua voce nei venti da Lui creati, nelle erbe e nelle acque, che non fra gli uomini. 20Vi insegna una grande, anzi molte grandi virtù questo gregge. Esso è mansueto e ubbidiente. Di poco si accontenta ed è grato per ciò che ha. Sa amare e riconoscere chi lo cura ed ama. 21Fate altrettanto dicendo: “Dio è il nostro Pastore e noi siamo le sue pecore. Il suo occhio è su noi. Egli ci tutela e ci concede non ciò che è fonte di vizio ma necessità di vita.
Le abitudini del lupo.
22E tenete lontano il lupo dal cuore. Il lupo sono gli uomini malvagi che forse vi sobillano e seducono a male azioni per ordine di Satana, ed è Satana stesso che vi tenta al peccato per sbranarvi. 23Vigilate. Voi pastori sapete le abitudini del lupo. Egli è astuto per quanto le pecore sono semplici e innocenti. Si accosta piano, dopo avere osservato dall’alto le abitudini del gregge, scivolando fra i cespugli si avvicina, e per non attirare l’attenzione si immobilizza poi in posizioni di pietra. Non pare un grosso masso rotolato fra le erbe? Ma poi, quando è sicuro che nessuno vigila, balza e azzanna. 24Così fa Satana. Vi sorveglia per sapere i vostri punti deboli, si aggira a voi d’intorno, pare innocuo e assente, rivolto altrove, mentre tiene d’occhio voi, e poi all’improvviso balza per trarvi in peccato e vi riesce qualche volta. 25Ma presso di voi vi è un medico ed un pietoso. Dio e il vostro angelo. Se vi siete feriti, se siete caduti malati, non scostatevi da loro come fa il cane divenuto rabbioso. Ma anzi piangendo gridate a loro: “Aiuto!”. Dio perdona chi si pente, e l’angelo vostro è pronto a supplicare Dio per voi e con voi.
La presenza di un bambino.
26Amatevi fra voi ed amate questo bambino. Ognuno deve sentirsi un poco padre dell’orfano. La presenza di un bambino fra voi moderi ogni vostra azione col freno santo del rispetto verso il fanciullo. E la vostra presenza presso di lui supplisca a ciò che la morte gli ha levato. Bisogna amare il prossimo. 27Questo piccolo è il prossimo che Dio vi confida in modo speciale. Educatelo buono e credente, onesto e senza vizi. Egli è ben da più di una di queste pecorelle. Ora, se voi avete cura di queste perché sono del padrone, che vi punirebbe se voi le lasciaste perire, quanto più dovete avere cura di quest’anima che Dio vi affida per Lui e per il padre morto. La sua condizione di orfano è ben triste. Non rendetela più grave coll’approfittarvi del suo essere piccolo e solo per angariarlo. 28Pensate che Dio vede gli atti e le lacrime di ogni uomo e di tutto tiene conto per premiare e per punire.
29E tu, fanciullo, ricorda che non sei mai solo. Dio ti vede e lo spirito di tuo padre pure. Quando qualcosa ti turba e ti consiglia a fare il male, di’: “No. Non voglio essere orfano in eterno”. Lo saresti se dannassi il tuo cuore col peccato.
30Siate buoni. Io vi benedico perché tutto il bene sia con voi. Se avessimo fatto la stessa via, vi avrei parlato ancora a lungo. Ma il sole si alza e voi dovete andare, ed Io pure. Voi a mettere al sicuro dall’ardore le pecore, Io a levare da un altro ardore, più tremendo, dei cuori. Pregate perché essi sentano in Me il Pastore. Addio, Zaccaria. Sii buono. La pace a voi».
31Gesù bacia il pastorello e benedice, e mentre il gregge si avvia lento Egli lo segue con lo sguardo e poi riprende la sua via.
32«Hai detto che andiamo a levare da un altro ardore i cuori… Dove andiamo?» chiede l’Iscariota.
33«Per ora fino a quel punto più ombroso e dove è quel rio. Ivi mangeremo e poi saprete dove andiamo».
183. La guarigione di un uomo ferito in casa di Maria di Magdala[331].
La fessura per cui Satana penetra.
l’instancabile Camminatore.
1Il collegio apostolico al completo è intorno a Gesù. Seduti sull’erba, al fresco di un ciuffo d’alberi, presso un rio, tutti mangiano pane e formaggio e bevono dell’acqua del rio che è fresca e limpida. I sandali polverosi dicono che già molta strada è stata fatta e forse i discepoli non chiederebbero che di riposare nell’erba alta e fresca.
2Ma l’instancabile Camminatore non è di questo parere. Non appena giudica passata l’ora più calda, si alza in piedi e si fa sulla via e guarda… Poi si volge e dice: «Andiamo». Semplicemente.
3Giunti ad un bivio, anzi ad un quadrivio perché quattro vie polverose si uniscono in quel punto, Gesù prende risolutamente quella che va in direzione nord-est.
«Torniamo a Cafarnao?» chiede Pietro.
4Gesù risponde: «No». Unicamente: no.
«Allora a Tiberiade» insiste Pietro che vuole sapere.
5«Neppure».
«Ma questa via va al mar di Galilea… e lì vi è Tiberiade e Cafarnao…»
6«E vi è anche Magdala» dice Gesù con un volto semiserio per far calmare la curiosità di Pietro.
«Magdala? Oh!…». Pietro è un poco scandalizzato, il che mi fa pensare che questa città abbia cattiva fama.
Forza e costanza si acquistano dal Padre.
7«A Magdala. Sì. A Magdala. Reputi di esser troppo onesto per entrarvi? Pietro, Pietro!… Per amor mio dovrai entrare non in città di diletto, ma in veri lupanari… 8Non è venuto il Cristo per salvare i salvati ma per salvare i perduti… 9e tu… tu sarai “Pietra” e non Simone; o Cefa per questo. Hai paura di contaminarti? No! 10Neppur questo, vedi? (e accenna al giovanissimo Giovanni) neppur questo ne avrà danno. Lui no perché non vuole. 11Come non vuoi tu, come non vuole tuo fratello e il fratello di Giovanni… come nessuno di voi, per ora, vuole. 12Finché non si vuole non avviene male. Ma occorre non volere fortemente e costantemente. 13Forza e costanza si acquistano dal Padre, pregando con sincerità di intenti. 14Non tutti saprete, in seguito sempre pregare così…
L’orgoglio è fessura per cui Satana penetra.
15Che dici Giuda? Non ti fidare troppo di te stesso. Io, che sono il Cristo, prego costantemente per avere forza contro Satana. Sei tu da più di Me? L’orgoglio è fessura per cui Satana penetra. Sii vigilante e umile, Giuda. 16Matteo, tu che sei molto pratico del luogo, dimmi: è meglio entrare da questa via o ve ne è un’altra?».
La via per la Magdala dei ricchi.
17«Secondo, Maestro. Se vuoi andare nella Magdala dei pescatori e dei poveri questa è la via. Da qui si entra nel sobborgo popolare. Ma – non lo credo ma lo dico per darti ampia risposta – ma se vuoi andare dove sono i ricchi, allora bisogna lasciare fra qualche cento metri questa strada e prenderne un’altra, perché le case ricche sono quasi a quest’altezza e bisogna tornare indietro…»
Non mormorare neppure col proprio io.
18«Torneremo indietro perché è nella Magdala dei ricchi che voglio andare. Che hai detto, Giuda?».
«Nulla, Maestro. E’ la seconda volta che me lo chiedi in poco tempo. Ma io non ho mai parlato».
19«Con le labbra no. Ma hai parlato, mormorando, col tuo cuore. Hai fatto della mormorazione col tuo ospite: il cuore. Non è necessario avere un’altra creatura per interlocutrice, per parlare. Molte parole le diciamo noi a noi… Ma non bisogna commettere mormorazione o calunnia neppure col proprio io».
Rissa in casa di Maddalena.
La Magdala dei ricchi.
20Il gruppo cammina, in silenzio adesso. La strada, da maestra, si fa cittadina, con una pavimentazione a pietre larghe un palmo quadrato. Le case sono sempre più ricche e belle fra orti e giardini rigogliosi e fioriti. Ho l’impressione che la Magdala elegante fosse per i palestinesi una specie di luogo di piacere come certe cittadine dei nostri laghi lombardi: Stresa, Gardone, Pallanza, Bellagio, ecc. ecc. Ai ricchi palestinesi sono mescolati romani, certo venuti da altri luoghi come Tiberiade o Cesarea, dove intorno al Governatore saranno certo stati dei funzionari e dei negozianti per esportare a Roma le cose più belle prodotte dalla colonia palestinese.
Rissa in casa di Maddalena.
21Gesù si inoltra, sicuro come sapesse dove andare. Costeggia il lago al cui limite si affacciano le case coi loro giardini. Un grande coro di pianti esce da una ricca dimora.
Son voci di donne e bambini e, acutissima, una femminile che grida: «Figlio! Figlio!».
22Gesù si volge e guarda i suoi apostoli. Giuda si fa avanti. «Non tu» ordina Gesù.
23«Tu, Matteo. Va’ e domanda».
Matteo va e torna: «Una rissa, Maestro. Un uomo è morente. Un giudeo. Il feritore è scappato, era romano. Sono corse la moglie e la madre e i piccoli bimbi… Ma muore».
24«Andiamo».
«Maestro… Maestro… Il fatto è avvenuto in casa di una donna… che non è la moglie».
25«Andiamo».
Entrano dalla porta aperta in un largo e lungo vestibolo che dà poi su un bel giardino. Pare che la casa sia divisa da questa specie di peristilio coperto e molto ricco di piante verdi in vasi e di statue e oggetti d’intarsio. Un misto fra la sala e la serra. In una stanza, la cui porta è spalancata sul vestibolo, sono donne piangenti. Gesù entra sicuro. Non dà però il suo solito saluto. Fra gli uomini che sono presenti vi è un mercante che deve conoscere Gesù, perché appena lo vede dice: «Il Rabbi di Nazareth!» e lo saluta con rispetto.
26«Giuseppe, che è stato?».
«Maestro, un colpo di pugnale, al cuore… Muore».
27«Perché?».
Una donna grigia e spettinata si alza – era a ginocchi presso il morente al quale sorreggeva una mano già inerte – e con occhi da pazza stride: «Per lei, per lei… Me lo ha insatanassato… Più madre, più moglie, più figli c’erano per lui! L’inferno ti deve avere, satana!».
Non c’è misericordia per chi non si pente.
28Gesù alza gli occhi, seguendo la mano che tremando accusa, e vede nell’angolo, contro la parete color rosso cupo, Maria di Magdala più procace che mai, direi vestita… di niente per metà corpo, perché è seminuda dalla vita in su, in una specie di reticella a maglie esagonali di cosine tonde che mi paiono perline. Ma è in penombra e non vedo bene.
29Gesù riabbassa gli occhi. Maria, sferzata dall’indifferenza, si erge, mentre prima era come accasciata, e si dà un contegno.
30«Donna» dice Gesù alla madre. «Non imprecare. Rispondi. Perché tuo figlio era in questa casa?».
«Te l’ho detto. Perché lei lo aveva reso pazzo. Lei».
31«Silenzio. Lui pure era dunque in peccato perché adultero e padre indegno di questi innocenti. Merita dunque il suo castigo. In questa e nell’altra vita non c’è misericordia per colui che non si pente. Ma ho pietà del tuo dolore, donna, e di questi innocenti. E’ lontana la tua casa?».
«Un cento metri».
Farsi il cuore buono per ottenere grazia.
32«Sollevate l’uomo e portatelo là».
«Non è possibile, Maestro» dice il mercante Giuseppe.
«Sta per morire».
33«Fai quanto dico». Passano una tavola sotto il corpo del moribondo e il corteo esce lentamente. Traversa la via e penetra in un giardino ombroso. Le donne continuano a piangere rumorosamente. Appena dentro al giardino, Gesù si volge alla madre.
34«Puoi perdonare? Se tu perdoni, Dio perdona. Bisogna farsi il cuore buono per ottenere grazia. 35Costui ha peccato e peccherà ancora. Meglio per lui sarebbe morire, perché vivendo ricadrà nel peccato e dovrà rispondere anche della irriconoscenza verso Dio che lo salva. 36Ma tu e questi innocenti (e segna la moglie e i bambini) cadreste in disperazione. 37Io sono venuto per salvare e non perdere. Uomo, Io te lo dico: sorgi e guarisci».
L’uomo riprende vita e apre gli occhi, vede la madre, i figli, la moglie, china il capo vergognoso.
Il miracolo è prova della presenza di Dio.
«Figlio, figlio» dice la madre.
«Eri morto se Egli non ti salvava. Torna in te. Non delirare per una…»
Gesù interrompe la vecchia.
38«Donna, taci. Usa la misericordia che t’è stata usata. La tua casa è santificata dal miracolo, che è sempre prova della presenza di Dio. Per questo Io non l’ho potuto compiere dove era il peccato. Sappi, tu almeno, serbarla tale se anche costui non lo saprà. Curatelo ora. E’ giusto che soffra qualche poco. Sii buona, donna. E tu. E voi piccoli. Addio».
Pregare per i peccatori senza insultarli.
39Gesù ha posato la mano sul capo delle due donne e dei piccini. Poi esce passando davanti alla Maddalena, che ha seguito sino al limite della via il corteo ed è rimasta addossata contro un albero. Gesù rallenta come per attendere i discepoli, ma credo lo faccia per dar modo a Maria di fare un gesto. Ma ella non lo fa. 40I discepoli raggiungono Gesù, e Pietro non può trattenersi da dire fra i denti un epiteto appropriato a Maria. Questa, che vuol darsi un contegno, scoppia in una risata di ben povero trionfo. 41Ma Gesù ha udito la parola di Pietro e si volta severo: «Pietro, Io non insulto. Non insultare. Prega per i peccatori. Null’altro».
42Maria spezza il trillo della sua risata, china il capo e fugge come una gazzella in direzione della sua casa.
184. Il piccolo Beniamino di Magdala e due parabole sul regno dei Cieli[332].
Il piccolo Beniamino.
Nell’orto di Zaccheo il pescatore.
1Il miracolo deve essere avvenuto da poco, perché gli apostoli ne parlano e anche dei cittadini commentano, additandosi il Maestro che se ne va, diritto e severo, verso la periferia della città, verso la parte dei poveri.
2Si ferma ad una casuccia da cui esce saltellando un bambino seguito dalla madre. «Donna, mi lasci entrare nel tuo orto e sostare un poco finché il sole perda il suo calore?».
«Entra, Signore. Anche in cucina se vuoi. Ti porterò acqua e ristoro»
3«Non ti affaticare. Mi basta rimanere in questo orto quieto».
Ma la donna vuole offrire acqua temperata da non so che, e poi gironzola per l’orto come vogliosa di parlare e non osa. Si occupa delle sue verdure, ma è una finta. In realtà si occupa del Maestro e le dà noia il bambino che coi suoi strilli, quando acciuffa una farfalla o un altro insetto, le impedisce di sentire ciò che Gesù dice. Se ne inquieta e lascia andare uno schiaffetto al bambino, il quale… strilla più forte.
Beniamino.
4Gesù – che stava rispondendo allo Zelote, che gli aveva chiesto: «Credi che Maria ne sia scossa?», con queste, parole: «Più che non vi appaia…» – si volge e chiama a Sé il bambino, che accorre a finire il suo pianto sui ginocchi di Gesù.
La donna chiama: «Beniamino! Vieni qui. Non disturbare».
5Ma Gesù dice: «Lascialo, lascialo. Starà buono e ti lascerà quieta»; poi al bambino: «Non piangere. Non ti ha fatto male la mamma. Solo ti ha fatto ubbidire, anzi, ti voleva fare ubbidire. Perché strillavi mentre lei voleva silenzio? Forse si sente male e i tuoi gridi le danno noia».
6Il bambino, svelto svelto, con quella insuperabile schiettezza dei bambini che è la disperazione dei grandi, dice: «No. Non si sente male. Ma voleva sentire quello che Tu dicevi… Me lo ha detto. Ma io, che volevo venire da Te, facevo chiasso apposta perché Tu mi guardassi».
Ridono tutti e la donna si fa di fiamma.
Tutti portano la loro croce.
7«Non arrossire, donna. Vieni qui. Mi volevi sentire parlare? Perché?».
«Perché sei il Messia. Non puoi essere che Tu il Messia, col miracolo che hai fatto… E mi piaceva sentirti. Io non vado mai fuori di Magdala perché ho… un marito difficile e cinque bambini. Il più piccolo ha quattro mesi… e Tu qui non vieni mai».
8«Sono venuto, e nella tua casa. Lo vedi».
«Per questo volevo sentirti».
9«Dove è tuo marito?».
«Sul mare, Signore. Se non si pesca non si mangia. Io non ho che questo orticello. Può bastare a sette persone? Eppure Zaccheo vorrebbe che sì…»
10«Sii paziente, donna. Tutti hanno la loro croce».
La tremenda croce delle impudiche.
«Eh! no! Le spudorate non hanno che il godere. Hai visto l’opera delle spudorate! Godono e fanno soffrire. Loro non si spezzano le reni nel figliare e nel lavorare. Non si fanno venire le vesciche con la zappa o si spellano le mani con i bucati. Loro sono belle, fresche. Per loro non c’è la condanna di Eva. Sono la condanna nostra, anzi, perché… gli uomini… Tu mi capisci».
11«Ti capisco. Ma sappi che hanno anche loro la loro tremenda croce. La più tremenda. Quella che non si vede. Quella della coscienza che le rimprovera, del mondo che le schernisce, del loro sangue che le ripudia, di Dio che le maledice. Non sono felici, credi. Non si spezzano le reni nel generare e nel lavorare, non si fanno venire piaghe alle mani nel faticare. Ma si sentono spezzate lo stesso, e con vergogna. Ma il loro cuore è tutto una piaga. 12Non invidiare il loro aspetto, la loro freschezza, la loro apparente serenità. E’ un velo steso su una rovina che morde e non dà pace. 13Non invidiare il loro sonno, tu, madre onesta che sogni i tuoi innocenti… Esse hanno l’incubo sul loro guanciale. E domani, nel giorno che saranno all’agonia o alla vecchiaia, il rimorso e il terrore».
«E’ vero… Perdona… Mi lasci stare qui?».
Parabola del seme che cresce sola.
14«Rimani. Racconteremo una bella parabola a Beniamino, e quelli che non sono bambini l’applicheranno a loro stessi ed a Maria di Magdala. Udite.
15In voi è il dubbio sulla conversione di Maria al bene. Nessun segno in lei dà un indice verso questo passo. Sfrontata e impudente ella, conscia del suo grado e del suo potere, ha osato sfidare la gente e venire persino sulla soglia della casa dove si piange per causa sua. Al rimprovero di Pietro risponde con una risata. Al mio sguardo che l’invita con l’irrigidirsi superba. 16Voi forse avreste voluto, chi per amore verso Lazzaro, chi per amore verso di Me, che Io le parlassi direttamente, a lungo, soggiogandola col mio potere, mostrando la mia forza di Messia Salvatore. No. Non occorre tanto. L’ho detto per un’altra peccatrice molti mesi sono. 17Le anime devono farsi da sé. Io passo, getto il seme. Nel segreto il seme lavora. 18L’anima va rispettata in questo suo lavoro. Se il primo seme non attecchisce se ne semina un altro, un altro… ritirandosi solo quando si hanno prove sicure della inutilità del seminare. 19E si prega. La preghiera è come la rugiada sulle zolle: le tiene morbide e nutrite, e il seme può germogliare. Non fai così tu, donna, con le tue verdure?
La parabola del lavoro di Dio nei cuori [333] (Mc4,26,29).
Il Seminatore divino:
20Ora ascoltate la parabola del lavoro di Dio nei cuori per fondarvi il suo regno. 21Perché ogni cuore è un piccolo regno di Dio sulla terra. Dopo, oltre la morte, tutti questi piccoli regni si agglomerano in uno solo, nello smisurato, santo, eterno Regno dei Cieli.
22Il regno di Dio nei cuori è creato dal Seminatore divino. Egli viene al suo podere – l’uomo è di Dio, perciò ogni uomo è inizialmente suo – e vi sparge il suo seme. 23Poi se ne va ad altri poderi, ad altri cuori. Si succedono i giorni alle notti e le notti ai giorni. 24I giorni portano sole o piogge, in questo caso raggi d’amore divino e effusione della divina Sapienza che parla allo spirito. 25Le notti portano stelle e silenzio riposante: nel nostro caso richiami luminosi di Dio e silenzio per lo spirito perché l’anima si raccolga e mediti.
Sviluppo del seme nella terra.
26Il seme, in questo succedersi di provvidenze inavvertibili e potenti, si gonfia, si fende, mette radici, si abbarbica, getta fuori le prime fogliette, cresce. Tutto questo senza che l’uomo lo aiuti. 27La terra produce spontaneamente l’erba dal seme, poi l’erba si fortifica e sorregge la spiga che sorge, poi la spiga si alza, si gonfia, si indurisce, si fa bionda, dura, perfetta nel suo granire. 28Quando è matura torna il seminatore e vi mette la falce, perché il tempo della perfezione è venuto per quel seme. Di più non potrebbe evolversi e per questo viene colto.
Sviluppo della Parola nel cuore.
29Nei cuori la mia parola fa lo stesso lavoro. Parlo dei cuori che accolgono il seme. Ma il lavoro è lento. Bisogna non sciupare tutto con l’intempestività. 30Come è faticoso al piccolo seme fendersi e conficcare le radici nella terra! Anche al duro e selvaggio cuore è penoso questo lavoro. 31Deve aprirsi, lasciarsi frugare, accogliere cose nuove, faticare a nutrirle, apparire diverso perché coperto di umili ed utili cose e non più dell’attraente, pomposo e inutile esuberante fiorire che lo copriva prima. 32Deve accontentarsi di lavorare con umiltà, senza attirare ammirazione, per l’utile dell’Idea divina. 33Deve spremere tutte le sue capacità per crescere e fare spiga. Si deve arroventare d’amore per divenire grano. 34E quando, dopo avere superato rispetti umani tanto, tanto, tanto penosi; 35dopo aver faticato, sofferto ed essersi affezionato alla sua nuova veste, ecco che se ne deve spogliare con un taglio crudele. 36Dare tutto per avere tutto. Rimanere spoglia per essere rivestito in Cielo della stola dei santi. 37La vita del peccatore che diventa santo è il più lungo, eroico, glorioso combattimento. Io ve lo dico.
Il segreto per convertire i peccatori.
38Comprendete da quanto vi ho detto che è giusto che Io agisca verso Maria come agisco. Ho forse agito diverso con te, Matteo?».
«No, mio Signore».
39«E, dimmi il vero, ti ha più persuaso la mia pazienza o le rampogne acerbe dei farisei?».
40«La tua pazienza, tanto che sono qui. I farisei, coi loro sprezzi e i loro anatemi, mi facevano sprezzante, e per sprezzo facevo ancor più male di quanto avevo fino allora fatto. Succede così. Ci si irrigidisce di più quando, essendo in peccato, ci si sente trattare da peccatori. Ma quando in luogo di un insulto ci viene una carezza, si resta sbalorditi; poi si piange… e quando si piange l’armatura del peccato si schiavarda e crolla. Si resta nudi davanti alla Bontà e la si supplica, col cuore, di investirci di Sé».
Il bambino Benjamín e gli Apostoli.
Benjamín, aiuta alla famiglia.
41«Hai detto bene. Beniamino, ti piace la storia? Sì? Bravo. E la mamma dove è?».
Risponde Giacomo d’Alfeo: «E’ uscita al termine della parabola, andando di corsa per quella via».
«Andrà al mare per vedere se viene lo sposo» dice Tommaso.
«No. E’ andata dalla vecchia madre a prendere i fratellini. La mamma li porta là per potere lavorare» dice il bambino appoggiato confidenzialmente ai ginocchi di Gesù.
«E tu stai qui, uomo? Devi essere un bell’aspide se ti tiene solo!» osserva Bartolomeo.
«Io sono il più grande, e l’aiuto…»
«A guadagnarsi il Paradiso, povera donna! Quanti anni hai?» chiede Pietro.
«Fra tre anni sono figlio della Legge» dice con superbia il monello.
Nella scuola vuole amore e non minacce.
42«Sai leggere?» domanda il Taddeo.
«Sì… ma vado adagio perché… perché il maestro mi mette fuori quasi tutti i giorni…»
«L’ho detto io!» dice Bartolomeo.
«Ma faccio così perché il maestro è vecchio e brutto e dice sempre le stesse cose che fanno dormire! Fosse come Lui (e accenna a Gesù) starei attento. Picchi, Tu, chi dorme o giuoca?».
43«Io non picchio nessuno. Ma dico ai miei scolari: “State attenti per vostro bene e per amore mio”» risponde Gesù.
«Ecco, così sì! Per amore sì. Non per paura».
Gesù è buono con tutti.
44«Ma se tu diventi buono, il maestro ti vuole bene».
«Tu vuoi bene solo a chi è buono? Poco fa hai detto che sei stato paziente con questo qui, che non era buono…».
La logica infantile è stringente.
45«Io sono buono con tutti. Ma chi diventa buono è amato molto, molto da Me, e con quello sono tanto, tanto buono».
Il bambino pensa… poi alza la testa e chiede a Matteo: «Tu come hai fatto a diventare buono?».
«Gli ho voluto bene».
Il bambino pensa ancora, e poi guarda i dodici e dice a Gesù: «Sono tutti buoni questi?».
46«Certamente che lo sono».
«Ne sei sicuro? Delle volte io faccio il buono, ma è quando voglio fare un… malestro più grosso».
47La risata di tutti è fragorosa. Ride anche l’ometto in via di confessarsi. Ride anche Gesù, che se lo stringe al cuore e lo bacia.
Promozione degli Apostoli nella bontà.
48Il bambino, ormai molto amico di tutti, vuole giocare e dice: «Ora ti dico io chi è buono» e inizia la sua scelta. Guarda tutti e va dritto da Giovanni e Andrea, che sono vicini, e dice: «Tu e tu. Venite qui». Poi sceglie i due Giacomi e li unisce ai due. Poi prende il Taddeo. Resta molto in pensiero davanti allo Zelote e a Bartolomeo e dice: «Siete vecchi, ma siete buoni» e li unisce agli altri. Considera Pietro, che subisce l’esame facendo degli occhiacci per burla, e lo trova buono. Matteo anche lui passa e così Filippo. A Tommaso dice: «Tu ridi troppo. Io faccio sul serio. Non sai che il mio maestro dice che chi ride sempre sbaglia poi alla prova?». Ma insomma anche Tommaso passa, con pochi voti, ma passa l’esame. Poi il bambino torna da Gesù.
L’Apostolo bocciato nella bontà.
49«Ehi, monello! Ci sono anche io! Non sono una pianta. Sono giovane e bello. Perché non mi esamini?» dice l’Iscariota.
«Perché non mi piaci. La mamma dice che quando una cosa non piace non la si tocca. Si lascia sulla tavola, che la prendano gli altri ai quali può piacere. E dice che, se uno offre una cosa che non piace, non si dice: “Non mi piace”. Ma si dice: “Grazie, non ho fame”. Io non ho fame di te».
«Ma come? Guarda, se mi dici che sono buono ti do questa moneta».
«Che me ne faccio? Cosa compero con una bugia? La mamma dice che i denari frutti di inganno diventano paglia. Una volta dalla madre vecchia mi sono fatto dare con una bugia un didramma per comperarmi le focacce col miele, e nella notte mi è diventato paglia. Lo avevo messo in quel buco lì, sotto la porta, per prenderlo al mattino, e ci ho trovato un mannello di paglia».
«Ma perché non mi vedi buono? Che ho? Il piede fesso? Sono brutto?».
«No. Ma mi fai paura».
«Ma perché?» chiede l’Iscariota avvicinandosi.
«Non so. Lasciami stare. Non mi toccare o ti graffio».
«Che istrice! E’ folle». Giuda ride male.
«Non folle. Tu sei cattivo» e il bambino si rifugia in grembo a Gesù, che lo carezza senza parlare.
Gli apostoli scherzano sull’accaduto, poco lusinghiero per l’Iscariota.
Gratitudine di Gesù.
50Intanto ecco che torna la donna con una dozzina di persone e poi, ancora, ecco altre e altre. Saranno cinquanta circa. Tutta povera gente.
«Parleresti loro? Almeno un pochino. Questa è la madre di mio marito, questi i miei figli. E quell’uomo là è mio marito. Una parola, Signore» supplica la donna.
51«Per dirti grazie dell’ospitalità. Sì. La dico».
La donna entra in casa dove la reclama il poppante e si siede sulla soglia dando il seno da succhiare.
La parabola del granellino di senape.
La bugia è sempre segno di alleanza con Satana
52«Udite. Qui sulle mie ginocchia ho un bambino che ha parlato molto saggiamente. Ha detto: “Tutte le cose ottenute con inganno divengono paglia”. 53 La sua mamma gli ha insegnato questa verità. Non è favola. E’ verità eterna. Non riesce mai bene quanto si fa senza onestà. Perché la menzogna nelle parole, negli atti, nella religione, è sempre segno della alleanza con Satana, maestro di menzogna.
Il granello di senape (Mt 13,31-32; Mc 4,30-32; Lc 13,18-19)[334].
54Non vogliate credere che le opere atte a conseguire il Regno dei Cieli siano opere fragorosamente vistose. Sono atti continui, comuni, ma fatti con un fine soprannaturale d’amore. 55L’amore è il seme della pianta che nascendo in voi cresce fino al Cielo, e alla cui ombra nascono tutte le altre virtù. 56Lo paragonerò ad un minuscolo granello di senape. Come è piccino! Uno dei più piccoli fra i semi che l’uomo sparge. Eppure guardate, quando è compita la pianta, quanto si fa forte e fronzuta e quanto frutto dà. Non il cento per cento, ma il cento per uno. Il più piccolo. Ma il più solerte nel lavorare. Quanto utile vi dona.
Un semino d’amore per Iddio e per il prossimo
57Così l’amore. Se voi chiuderete nel vostro seno un semino d’amore per il nostro santissimo Iddio e per il vostro prossimo e sulla guida dell’amore farete le vostre azioni, non mancherete a nessun precetto del Decalogo.
58Non mentirete a Dio con una falsa religione, di pratiche e non di spirito.
59Non mentirete al prossimo con una condotta di figli ingrati, di sposi adulteri o anche solo troppo esigenti, di ladri nei commerci, di mentitori nella vita, di violenti verso chi vi è nemico.
L’amore base del Regno.
60Guardate in quest’ora calda quanti uccellini si rifugiano fra le ramaglie di quest’orto. Fra poco quel solco di senape, per ora ancora piccina, sarà un vero passeraio.
61Tutti gli uccelli verranno al sicuro e all’ombra di quelle piante così folte e comode, ed i piccoli degli uccelli impareranno a fare sicura l’ala proprio fra quel rameggiare che fa scala e rete per salire e per non cadere. Così l’amore, base del Regno di Dio.
62Amate e sarete amati. Amate e vi compatirete. 63Amate e non sarete crudeli volendo più di quanto non sia lecito da chi vi è sottoposto.
Amore vero e sincero.
64Amore e sincerità per ottenere la pace e la gloria dei Cieli. Altrimenti, come ha detto Beniamino, ogni vostra azione, fatta mentendo all’amore e alla verità, vi si muterà in paglia per il vostro letto infernale. Io non vi dico altre cose.
65Vi dico solo: abbiate presente il grande precetto dell’amore e siate fedeli a Dio Verità ed alla verità in ogni parola, atto e sentimento, perché la verità è figlia di Dio.
Amore in crescita fino alla perfezione.
66Una continua opera di perfezionamento di voi, così come il seme continuamente cresce fino alla sua perfezione. Un’opera silenziosa, umile, paziente.
67Siate certi che Dio vede le vostre lotte e vi premia più di un egoismo vinto, di una parola villana trattenuta, di un’esigenza non imposta, che non se, armati in battaglia, uccideste il nemico.
Amore in continuo esercizio delle virtù.
68Il Regno dei Cieli, di cui sarete possessori se vivrete da giusti, è costruito con le piccole cose di ogni giorno. Con la bontà, la morigeratezza, la pazienza, col contentarsi di ciò che si ha, con il compatimento reciproco, con l’amore, l’amore, l’amore.
69Siate buoni. Vivete in pace gli uni con gli altri. Non mormorate. Non giudicate. Dio sarà allora con voi. Vi do la mia pace come benedizione e ringraziamento della fede che avete in Me».
Conversione di Zaccheo il pescatore.
70Poi Gesù si volge alla donna dicendo: «Dio benedica te in particolare, perché sei una santa moglie e una santa madre. Persevera nella virtù. 71Addio, Beniamino. Sii sempre più amante della verità, e ubbidisci a tua madre. La benedizione a te e ai tuoi fratellini, e a te madre».
Un uomo si fa avanti. E confuso e balbetta: «Ma, ma… io sono commosso di quanto dici di mia moglie… Non sapevo…»
72«Non hai occhi e intelletto forse?».
«Li ho».
73«Perché non li usi? Vuoi che te li snebbi?».
«Lo hai già fatto, Signore. Ma le voglio bene, sai? È che… ci si abitua… e… e…»
74«E ci si crede lecito pretendere troppo perché l’altro è più buono di noi… Non lo fare più. Sei sempre in pericolo col tuo mestiere. Non temere delle burrasche se Dio è con te. Ma se con te è l’Ingiustizia, temi fortemente. Hai capito?».
«Più che Tu non dica. Ma cercherò di ubbidirti… Non sapevo… Non sapevo…» e guarda la moglie come la vedesse per a prima volta.
75Gesù benedice ed esce sulla stradetta. Riprende il cammino verso la campagna.
185. La tempesta sedata. Un insegnamento nell’antefatto[335].
La tempesta sedata.
Nota del Portavoce.
1Ora che tutti dormono le narro la mia gioia. Ho “visto” il Vangelo di oggi. Noti che stamane, leggendolo, ho detto a me stessa: «Ecco un episodio evangelico che non vedrò mai perché poco si presta ad una visione». Invece, quando meno vi pensavo, è proprio venuto ad empirmi di gioia. Ecco quanto vidi.
In barca verso l’altra riva (Mt 8,23; Mc 4,35 ; Lc 8,22)[336].
2Una barca a vela, non eccessivamente grande ma neppure piccina, una barca da pesca, sulla quale potevano comodamente muoversi un cinque o sei persone, solca le acque di un bel lago color azzurro intenso.
3Gesù dorme a poppa. E’ vestito di bianco come al solito. Ha il capo reclinato sul braccio sinistro, e sotto al braccio e al capo ha messo il suo manto azzurro-grigio ripiegato a più doppi. E’ seduto, non sdraiato, sul fondo della barca, e appoggia la testa su quel pezzo di tavolato che sta nella parte estrema di poppa. Non so come la chiamano i marinai. Dorme placidamente. E’ stanco. E’ placido.
Gli autosufficienti (Mc 4,36; Lc 8,23)[337]
4Pietro è al timone, Andrea si occupa delle vele, Giovanni e due altri che non so chi siano riordinano gomene e reti nel fondo della barca come avessero intenzione di prepararsi ad una pesca, forse nella notte. Direi che il giorno si avvia alla sera perché il sole già cala ad occidente. I discepoli hanno tutti rialzate le tuniche facendole rimborsare alla vita, per mezzo della cintura, per essere più liberi nei movimenti e nel passare qua e là nella barca scavalcando remi e sedili e ceste e reti senza che le vesti diano noia. Si sono tutti levati il manto.
La prova (Mt 8,24; Mc 4,37; Lc 8,23)[338].
5Vedo che il cielo si incupisce e il sole si nasconde dietro dei nuvoloni temporaleschi sbucati d’improvviso da dietro una punta di collina. Il vento li spinge velocemente verso il lago. Il vento per ora è alto e il lago è ancora quieto, solo si fa più cupo nella tinta e ha un corrugamento nella sua superficie. Non sono ancora onde, ma già si muovono le acque. 6Pietro e Andrea osservano cielo e lago e predispongono le manovre per accostare a riva. Ma il vento si abbatte sul lago e in pochi minuti tutto ribolle e schiuma. Onde che cozzano le une contro le altre, che urtano la navicella, la alzano, l’abbassano, la piegano in tutti i sensi, impediscono le manovre del timone come il vento quella della vela che viene abbassata. 7Gesù dorme. Né i passi e le voci concitate dei discepoli, né i fischi del vento e neppure gli schiaffi delle onde contro i fianchi e la prora lo svegliano. I suoi capelli ondeggiano al vento e qualche spruzzo d’acqua lo arriva. Ma Egli dorme. Giovanni, da prua, corre a poppa e lo copre col suo mantello che ha tratto da sotto un tavolato. Lo copre con delicato amore. 8La tempesta si fa sempre più brutta. Il lago è nero come vi si fosse versato dell’inchiostro, striato dalle spume delle onde. 9La barca inghiotte acqua e sempre più viene spinta al largo dal vento. I discepoli sudano nella manovra e nel buttare oltre bordo l’acqua che le onde rovesciano. Ma non serve nulla. Essi sguazzano ormai sino a metà gamba nell’acqua e la barca diviene sempre più pesante.
La consapevolezza (Mt 8,25-26; Mc 4,38-39; Lc 8,24)[339].
10Pietro perde la calma e la pazienza. Dà al fratello il timone e traballando va verso Gesù e lo scuote vigorosamente. Gesù si sveglia e alza il capo. 11«Salvaci, Maestro, noi periamo!» gli grida Pietro (deve gridare per farsi udire). 12Gesù guarda il suo discepolo fissamente, guarda gli altri e poi guarda il lago. 13«Hai fede che Io vi possa salvare?». 14«Presto, Maestro» grida Pietro mentre una vera montagna d’acqua, partendo dal centro del lago, si dirige veloce sulla povera barca. Sembra una tromba d’acqua tanto è alta e spaventosa. 15I discepoli che la vedono venire si inginocchiano e si aggrappano dove e come possono, sicuri che è la fine.
Perseverare nella fede (Mt 8,27; Mc 4,40-41; Lc 8,25)[340].
16Gesù si alza. In piedi su quel tavolato di prora. Figura bianca sul livido della bufera. Stende le braccia verso il maroso e dice al vento: «Fermati e taci», e all’acqua: «Quietati. Lo voglio». 17E il cavallone si dissolve in schiuma che cade senza nuocere con un ultimo ruggito che si spegne in mormorio, come il vento in un ultimo fischio che si muta in sospiro. E sul lago pacificato torna il sereno del cielo, e la speranza e la fede nel cuore dei discepoli. 18La maestà di Gesù non la posso descrivere. Bisogna vederla per comprenderla. Ed io me la gusto nel mio interno perché m’è tuttora presente, e penso a quanto era placido il sonno di Gesù e quanto era potente il suo imperio sui venti e sulle onde.
Utilità delle sventure.
Ciechi e sordi dello spirito[341].
Gesù dice poi:
19«Non ti commento il Vangelo nel senso con cui tutti lo commentano. Ti illustro l’antefatto del brano evangelico. Perché Io dormivo? Non sapevo forse che la burrasca stava per venire? Sì, Io lo sapevo. Io solo lo sapevo. E allora perché dormivo? 20Gli apostoli erano uomini, Maria. Animati da buona volontà, ma ancora tanto “uomini”. L’uomo si crede sempre capace di tutto. Quando poi è realmente capace in una cosa, è pieno di sussiego e di attaccamento per la sua “capacità”. 21Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni erano dei buoni pescatori e perciò si credevano insuperabili nelle manovre marinare. Io per loro ero un grande “rabbi”, ma un nulla come marinaio. Perciò mi giudicavano incapace di aiutarli e, quando salivano in barca per traversare il mare di Galilea, mi pregavano di stare seduto perché non ero capace di altro. Anche il loro affetto era causa di questo, perché non volevano impormi fatiche materiali. Ma l’attaccamento alla loro capacità superava anche l’affetto.
Ciechi e sordi spirituali.
22Io non mi impongo che in casi eccezionali, Maria. Generalmente vi lascio liberi e attendo. Quel giorno, stanco e pregato di riposare, ossia di lasciarli fare, loro che erano tanto pratici, mi misi a dormire. 23Nel mio sonno era anche mescolata la constatazione del come l’uomo è “uomo” e vuol fare da sé senza sentire che Dio non chiede che di aiutarlo. Vedevo in quei “sordi spirituali”, in quei “ciechi spirituali”, tutti i sordi e ciechi dello spirito, che per secoli e secoli si sarebbero rovinati per “volere fare da sé” avendo Me curvo sui loro bisogni in attesa di essere chiamato in aiuto.
Il Salvatore salva sempre.
24Quando Pietro gridò: “Salvaci!”, la mia amarezza cadde come sasso lasciato andare. 25Io non sono “uomo”, sono il Dio-Uomo. Non agisco come voi agite. Voi, quando uno ha respinto il vostro consiglio o aiuto e lo vedete negli impicci, se anche non siete tanto cattivi da goderne, lo siete sempre tanto da rimanere sdegnosamente, indifferentemente a guardarlo senza commuovervi al suo grido di aiuto. 26Col vostro contegno gli significate: “Quando ti volevo aiutare non mi hai voluto? Ora fa’ da te”. Ma Io sono Gesù. Sono Salvatore. E salvo, Maria. Salvo sempre non appena mi si invoca.
Utilità delle sventure.
27I poveri uomini potrebbero obbiettare: “E allora perché permetti alle tempeste singole o collettive di formarsi?”. 28Se Io con la mia potenza distruggessi il Male, quale che sia, voi giungereste a credervi autori del Bene, che in realtà sarebbe mio dono, e non vi ricordereste mai più di Me. Mai più. 29Avete bisogno, poveri figli, del dolore per ricordarvi che avete un Padre. Come il figliol prodigo che si ricordò di averlo quando ebbe fame. 30Le sventure servono a farvi persuasi del vostro nulla, della vostra insipienza, causa di tanti errori, e della vostra cattiveria, causa di tanti lutti e dolori, delle vostre colpe, causa di punizione che da voi vi date, e della mia esistenza, della mia potenza, della mia bontà.
31Ecco quel che vi dice il Vangelo di oggi. Il “vostro” vangelo dell’ora presente, poveri figli. Chiamatemi. Gesù non dorme che perché è angosciato di vedersi disamato da voi. Chiamatemi e verrò»[342].
186. I due
indemoniati della regione
dei Geraseni[343].
Bel panorama Geraseno.
Nella costa presso Ippo.
1Gesù, tagliato il lago in direzione nord-ovest sud-est, si raccomanda a Pietro di sbarcare presso Ippo. E Pietro ubbidisce senza discutere, scendendo con la barca fino all’imboccatura di un fiumiciattolo che la primavera e il recente temporale fanno pieno e fragoroso e che sbocca nel lago da una gola aspra e scogliosa, come è tutta la costa in questo punto. I garzoni assicurano le barche – ve ne è uno per ogni barca – e ricevono l’ordine di attendere fino a sera per tornare a Cafarnao.
2«E fate i pesci con chi vi interroga» consiglia Pietro.
«A chi vi domanda dove è il Maestro rispondete sicuri: “Non lo so”. A chi vuole sapere dove è diretto, lo stesso. Tanto è verità. Non lo sapete».
Pastura di porci.
3Si separano, e Gesù intraprende la salita di un ripido sentiero che si inerpica sulla scogliera quasi a picco. Gli apostoli lo seguono per il sentiero malagevole fino al sommo della scogliera, che si placa in un pianoro sparso di querce sotto le quali pasturano molti porci.
«Fetidi animali!» esclama Bartolomeo. «Ci impediscono di passare»
4«No. Non ci impediscono. Vi è posto per tutti» risponde calmo Gesù.
Del resto i guardiani, vedendo degli israeliti, cercano di radunare i porci sotto le querce lasciando libero il sentiero. E gli apostoli passano, facendo mille boccacce, fra le lordure lasciate dagli animali, che grufolano ben pingui e sempre cercanti maggiore pinguedine.
5Gesù è passato senza tante storie, dicendo ai guardiani del branco: «Dio vi rimuneri per la vostra gentilezza».
I guardiani, povera gente di poco meno sporca dei loro porci e in compenso infinitamente più magra, lo guardano stupiti e poi bisbigliano fra di loro. Uno dice: «Ma che non sia israelita?». Al che gli altri rispondono: «Non vedi che ha le frange alla veste?».
Il gruppo apostolico si riunisce, ora che può procedere in gruppo su una viottola abbastanza ampia.
Panorama geraseno.
6Il panorama è bellissimo. Sopraelevato di poche decine di metri sul lago, permette però di dominare tutto lo specchio d’acqua con le città sparse sulle rive. 7Tiberiade splende con le sue belle costruzioni in faccia al luogo dove sono gli apostoli. Qui sotto, ai piedi della scogliera basaltica, la breve spiaggia pare un piccolo cuscino di verdura, mentre nella sponda opposta, da Tiberiade all’imbocco del Giordano, vi è una pianura piuttosto ampia e acquitrinosa per le acque del fiume – che pare stentino a riprendere il corso dopo la sosta nel placido lago – ma talmente folta di tutte le erbe e i cespugli dei posti ricchi d’acque, e talmente popolata di uccelli acquatici dai colori variegati come fossero sparsi di gioielli, che si guarda quel luogo come un giardino. 8Gli uccelli si alzano dalle folte erbe e dai canneti, volano sul lago, si tuffano per rapire alle acque un pesce, si alzano ancora più splendenti per l’acqua che ha ravvivato i colori delle piume, e tornano verso la fiorita pianura su cui il vento scherza smuovendone i colori. 9Qui invece sono boschi di altissime querce sotto cui l’erba è soffice e smeraldina, e oltre questa striscia di boschi il monte torna a salire dopo un vallone, facendo un ripido cocuzzolo roccioso su cui sono incrostate le case, costruite su scaglioni di roccia. 10Credo che il monte faccia tutt’uno con le murature, prestando le sue caverne per abitazioni, in un misto di città troglodita e di città comune.
11È caratteristica con questa ascesa a terrazzoni, per cui il tetto delle case del terrazzone sottostante è all’altezza dell’ingresso terreno delle case dello scaglione soprastante. Dai lati dove il monte è più ripido, ripido tanto da non permettere nessuna costruzione, sono caverne e spacchi profondi e discese dirupate a valle. In tempo di acquazzoni quelle discese devono divenire altrettanti bizzosi torrentelli. Massi di ogni sorta, rotolati a valle dalle alluvioni, fanno un caotico piedestallo al monticello così aspro e selvaggio, gobbuto e petulante come un signorotto che vuole essere rispettato ad ogni costo.
L’uomo è responsabile di essere immondo.
Il fuggiasco.
«Non è Gamala, quella?» chiede lo Zelote.
12«Sì, è Gamala. La conosci?» dice Gesù.
«Vi fui fuggiasco in una notte molto lontana. Poi venne la lebbra e non uscii più dai sepolcri»
«Fin qui fosti inseguito?» chiede Pietro.
«Venivo dalla Siria, dove ero andato cercando protezione. Ma mi scoprirono e solo la fuga in queste terre mi risparmiò la cattura. Dopo sono sceso lentamente, e sempre minacciato, sino al deserto di Tecua e da lì, lebbroso ormai, alla valle dei Morti. La lebbra mi salvava dai nemici…»
«Pagani questi, vero?» domanda l’Iscariota.
«Quasi tutti. Pochi ebrei per i traffici, e poi una mescolanza di credenze, o di non credenze affatto. Però non furono malvagi col fuggiasco».
Animale immondo è il peccatore.
13«Luoghi da banditi! Che gole!» esclamano in molti.
«Sì. Ma, credetelo, banditi ve ne sono di più dall’altro lato» dice Giovanni, ancora impressionato dalla cattura del Battista.
«Dall’altro lato vi sono banditi anche fra quelli che hanno nome di giusti» termina suo fratello.
14Gesù prende la parola: «Eppure li avviciniamo senza ribrezzo. Mentre qui avete torto il viso dovendo passare presso degli animali».
«Sono immondi…»
15«Lo è molto di più il peccatore. Queste sono bestie fatte così, e non è loro da addebitarsi se così sono. L’uomo è invece responsabile di essere immondo per il peccato».
«Ma allora perché per noi sono stati classificati immondi?» chiede Filippo.
La proibizione dei cibi immondi (Lezione).
16«Una volta ne ho accennato. In quest’ordine vi è una ragione soprannaturale e una naturale. La prima è di insegnare al popolo eletto a saper vivere avendo presente la sua elezione e la dignità dell’uomo, anche in una azione comune come è il mangiare. 17L’uomo selvaggio si ciba di tutto. Basta empirsi il ventre. 18L’uomo pagano, anche se selvaggio non è, mangia ugualmente di tutto, senza pensare che il supernutrirsi fomenta vizi e tendenze che avviliscono l’uomo. I pagani anzi cercano di portarsi a questa frenesia di piacere che per loro è quasi una religione. 19I più colti fra voi sanno di feste oscene in onore dei loro dèi che degenerano in una orgia di libidine. 20Il figlio del popolo di Dio deve sapersi contenere, e nell’ubbidienza e nella prudenza perfezionare sé stesso, avendo presente la sua origine e il suo fine: Dio e il Cielo. 21La ragione naturale è di non eccitare il sangue con cibi che portano a calori indegni dell’uomo, al quale non è negato l’amore anche carnale, ma che deve temperarlo sempre con la freschezza dell’anima tendente al Cielo, fare perciò un amore, non una sensualità, di quel sentimento che unisce l’uomo alla compagna, nella quale deve vedere la sua simile e non la femmina. 22Ma le povere bestie non sono colpevoli di essere porci, né degli effetti che la carne dei porci può, a lungo andare, produrre nel sangue. 23Meno ancora ne hanno colpa gli uomini preposti alla guardia dei porci. Se sono onesti, che differenza sarà, nell’altra vita, fra costoro e lo scriba che sta curvo sui libri e che, purtroppo, non impara da essi la bontà? In verità vi dico che vedremo guardiani di porci fra i giusti, e scribi fra gli ingiusti. Ma cosa è questo rovinìo?».
Gli indemoniati.
Folli o indemoniati? (Mt 8,28; Mc 5,1-5;Lc 8,26-27.29)[344].
24Si scansano tutti dal fianco del monte perché pietre e terriccio rotolano e rimbalzano per la china, e si guardano attorno stupiti.
«Ecco, ecco! Ecco là! Due… nudi affatto… vengono verso noi e gesticolano. Folli…»
25«O indemoniati» risponde Gesù all’Iscariota, che ha visto per primo due ossessi venire verso Gesù.
L’unico liberatore è il Messia (Mt 8,29; Mc 5,6-8; Lc 8,28-29)[345].
26Devono essere usciti da qualche caverna nel monte. Urlano. E uno, il più veloce nella corsa, si precipita verso Gesù. Pare uno strano uccellaccio spogliato delle penne, tanto va svelto e tanto remiga con le braccia come fossero ali. Si abbatte ai piedi di Gesù gridando: «Qui sei, Padrone del mondo? Che ho a fare con Te, Gesù, Figlio di Dio altissimo? Già è venuta l’ora del nostro castigo? Perché sei venuto prima del tempo a tormentarci?».
Legione di demoni nell’uomo (Mc 5,9-10;Lc 8,30)[346].
27L’altro indemoniato, sia perché fosse legato nella favella, sia perché posseduto da un demonio che lo fa tardo, non fa che buttarsi bocconi e piangere piano e poi, messosi a sedere, resta come inerte, giocherellando coi sassi e coi suoi piedi nudi.
28Il demonio continua a parlare per bocca del primo, che si divincola al suolo in un parossismo di terrore. Si direbbe che voglia reagire e non possa che adorare, attratto e respinto nello stesso tempo dal potere di Gesù. Urla: «Ti scongiuro in nome di Dio, cessa di tormentarmi! Lasciami andare!».
29«Sì. Ma fuori di costui. Spirito immondo, esci da costoro e di’ il tuo nome».
30«Legione è il mio nome perché siamo molti. Teniamo questi da anni e per essi spezziamo lacci e catene, né c’è forza d’uomo che li possa tenere. Terrore essi sono, per causa di noi, e ce ne serviamo per farti bestemmiare. Ci vendichiamo su questi del tuo anatema. Abbassiamo l’uomo sotto la belva per irriderti, e non c’è lupo, sciacallo e iena, non avvoltoio e vampiro simili a questi che noi teniamo. Ma non ci cacciare. Troppo orrido è l’inferno!…»
La legione si trasferisce nei porci (Mt 8,30-32; Mc 5,11-13; Lc 8,32-33)[347].
31«Uscite! In nome di Gesù, uscite!». Gesù ha una voce di tuono e i suoi occhi dardeggiano splendori.
«Lasciami almeno entrare in quel branco di porci che Tu hai incontrato».
32«Andate».
33Con un urlo bestiale i demoni si separano dai due disgraziati e, fra un improvviso turbine di vento che fa ondeggiare le querce come steli, si abbattono sui numerosissimi porci, che con stridi veramente demoniaci si danno a correre come invasati attraverso le querce, si urtano, si feriscono, si mordono e infine si precipitano nel lago quando, giunti sul ciglio dell’alta scogliera, non hanno più che l’acqua sottostante per rifugio. Mentre i guardiani, travolti e desolati, urlano di spavento, le bestie, centinaia, con un succedersi di tonfi precipitano nelle acque quiete, spezzandole in un ribollire di spume, affondano, rigalleggiano, mostrando a turno i tondi ventri o i musi puntuti nei cui occhi è il terrore, e infine affogano.
I pastori, urlando, corrono verso la città.
Stato di coscienza dei posseduti.
34Gli apostoli, andati verso il luogo del disastro, tornano dicendo: «Non se ne è salvato uno! Hai reso loro un brutto servizio!».
35Gesù, calmo, risponde: «Meglio che periscano duemila porci che non un solo uomo. Date una veste a costoro. Non possono stare così».
Lo Zelote apre un sacco e dà una delle sue vesti. Tommaso dà l’altra. I due sono ancora un poco imbambolati come uscissero da un pesante sonno pieno di incubi.
36«Date loro del cibo. Che tornino a vivere da uomini».
E mentre i due mangiano il pane e ulive che viene loro dato e bevono alla fiasca di Pietro, Gesù li osserva.
Infine parlano: «Chi sei Tu?» dice uno.
37«Gesù di Nazaret».
«Non ti conosciamo» dice l’altro.
38«L’anima vostra mi ha conosciuto. Alzatevi ora e andate alle vostre case».
«Abbiamo molto sofferto, io credo, ma non ricordo bene. Chi è costui?» dice quello che parlava per il demonio, e accenna al compagno.
39«Non lo so. Era con te».
«Chi sei? E perché sei qui?» chiede al compagno.
Colui che era come muto, e che è il più inerte ancora, dice: «Sono Demetrio. Qui è Sidone?».
«Sidone è sul mare, uomo. Qui sei oltre il lago di Galilea».
«E perché sono qui?».
Nessuno può dare una risposta.
Quelli che preferiscono i maiali a Dio (Mt 8,33-34; Mc 5,14-17; Lc 8,34-37)[348].
40Sta giungendo della gente seguita dai pastori. Pare impaurita e curiosa. Quando poi vede i due rivestiti e composti, il suo stupore aumenta.
41«Quello è Marco di Giosia!… E quello è il figlio del mercante pagano!…»
42«E quello è Colui che li ha guariti e che ha fatto perire i nostri porci perché folli dei demoni entrati in loro» dicono i guardiani delle bestie.
43«Signore, Tu sei potente, lo riconosciamo. Ma già troppo male ci hai fatto! Un danno di molti talenti. Vattene, te ne preghiamo, che il tuo potere non abbia a far scoscendere il monte e a farlo sprofondare nel lago. Va’ via…»
44«Vado. Non mi impongo a nessuno» e Gesù si rivolge per la via già fatta, senza discutere.
Verso il golfo di Tariquea.
45Lo segue, in coda agli apostoli, l’indemoniato che parlava. Dietro, a distanza, molti cittadini, per vedere se parte proprio.
Rifanno il ripido sentiero e tornano alla foce del torrentello, presso le barche. I cittadini restano sul ciglione a guardare. Il liberato scende dietro Gesù.
46Nelle barche i garzoni sono esterrefatti. Hanno visto la pioggia dei porci nel lago e ancora contemplano i corpi che affiorano sempre più numerosi, sempre più gonfi, con le tonde pance all’aria e le corte zampette stecchite come quattro pioli infissi su un lardoso vescicone.
«Ma che è avvenuto?» chiedono.
47«Ve lo diremo. Ora sciogliete e andiamo…»
«Dove, Signore?» dice Pietro.
48«Nel golfo di Tarichea».
Un laico impegnato (Mc 5,18-20; Lc 8,37-39)[349].
L’uomo che li ha seguiti, ora che li vede salire nelle barche, supplica: «Prendimi con Te, Signore».
49«No. Va’ a casa tua; i tuoi hanno diritto di averti. E parla ad essi delle grandi cose che ti ha fatto il Signore e come ha avuto pietà di te. Questa parte di terra ha bisogno di credere. Accendi le fiamme della fede per riconoscenza al Signore. Va’. Addio».
«Confortami almeno con la tua benedizione, che il demonio non mi riprenda».
50«Non temere. Se non vuoi non verrà. Ma ti benedico. Va’ in pace».
Le barche si staccano dalla riva in direzione da est a ovest. Solo allora, mentre fendono i flutti sparsi delle vittime suine, gli abitanti della città, che non ha voluto il Signore, si ritirano dal ciglione e se ne vanno.
Qui dietro è la figura del luogo.
figura del posto che MV disegna nella pagina successiva del quaderno, si riproduce in questo volume nella pagina precedente. I nomi delle città situate intorno al lago, girando da destra a sinistra, sono: Tarichea, Tiberiade, Magdala, Cafarnao, Betsaida), Gerghesa), Ippo). Al sud di Ippo, dopo il ruscello, sono indicati il Posto di arrivo, Posto di sbarco, nei bordi del lago, e Gamala, nell’interno. Tra quel e questa, ci sono punti, che a piedi di pagina, si giustificano della seguente maniera: Il posto indicato con punti, sono i boschi di querce, Il luogui punteggiati sono i boschi di querce. Al nord del lago sta Corazín
