Vocazione Madre della Chiesa

 GESU’ DI NAZARETH

 

LA BUONA NOVELLA AI PICCOLI
DEL GREGGE DI GESU’

 

Gesu glorioso

 

LIBRO   11

CAP. 413 – 460

Vocazione della donna all’amore, la Madre della Chiesa.

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI

 

A cura di Fray Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S

(Servo dell’Ordine dei Salvatori)

 

S O M M A R I O

APPROVAZIONE

PRESENTAZIIONE

DICHIARAZIONE

AVERTIMENTO

Gesù il Messia ritornato

413. Arrivo a Gerusalemme per la Pentecoste e disputa con i dottori  nel Tempio.

In Gerusalemme sono abominazioni.

I buoni vogliono il Messia.

Il simbolo del vasaio e del vaso d’argilla.

Il pentimento e l’indurimento del cuore.

Le guardie del Tempio, soldati da caricatura.

Le guardie romane.

Disputa con i dottori nel Tempio.

Gli acidi farisei.

Il Regno di Dio è nel cuore dei buoni.

Ognuno dà ciò che è e ciò che ha.

La nuova Pasqua.

Il segno del Tau.

La colpa dei dottori in Israele è inescusabile.

La luce splende liberamente.

L’ invito del fariseo Elchia (Lc 11,37)

414. Invettiva contro farisei e dottori al convito in casa del sinedrista Elchia.

Al convito del sinedrista e fariseo.

Nella casa del fariseo (Lc 11,37)

Ostentazione di Elchia.

Alle tavole senza indugio (Lc 11,37).

Padri degli inquisitori.

Il Messia Re d’Israele è in mezzo a te.

La prova della risurrezione.

Il fariseo Daniele riconosce in Gesù il Messia.

Il Precursore e il Cristo.

Lo scandalo del fariseo (Lc11,38)  .

L’astuzia colpevole del fariseo Elchia.

Invettiva contro i farisei e i dottori.

Corruttori dello Spirito e del corpo (Lc11,38).

Fate opere regali e sante (Lc 11,40-41) .

Dio vuole amore e giustizia (Lc 11,42).

Dio vuole trasparenza (Lc 11,44).

Il giudizio di Dio è voce che resta (Lc 11,45)  .

La Legge di Dio è uguale per tutti (Lc 11,46).

Dio vuole testimoni onesti (Lc 11, 47-51).

Dio vuole la vera Scienza (Lc 11,52).

Cospirazione contro il Messia (Lc 11,53-54).

415. Breve sosta a Betania.

Salvare è la missione del Messia.

Il Messia perseguitato.

Il Messia cerca riposo.

Per la causa del Messia.

Nulla ristora il Messia più dell’amore.

Nelle cose di Dio non bisogna essere vili.

416. Un mendico samaritano  sulla via di Gerico.

Il fratello del Messia.

Sulla via di Gerico.

Il fratello samaritano.

Convinto cercatore del Messia.

Il Messia trova suo fratello mendico.

Le opere, non le pratiche, fanno vedere Dio.

“Sii il mio discepolo presso i tuoi fratelli”.

Sorpresa e felicità del Portavoce

417. L’ex-lebbroso Zaccaria e la conversione di Zaccheo, pubblicano che ha fatto fermentare il lievito del Bene.

Storia di Zaccaria lebbroso.

Zaccheo il gabelliere.

Storia di Zaccaria il lebbroso.

Guarigione di Zaccaria.

Conversione di Zaccheo pubblicano.

Zaccheo sul sicomoro (Lc 19,1-4).

Il peccatore pieno di gioia accolse il Messia

(Lc 19,5-7).

Fuga del demonio della sensualità e della ricchezza (Lc 19,8).

Il Messia è luce e salvezza del cuore (Lc 19,9-10).

Buona volontà e retta intenzione.

La volontà di Dio è universale.

Occorre fare il bene.

“Si riesce quando si ama”.

Il potere della conversione.

Il potere della retta intenzione.

“Beati i poveri di spirito”.

Il premio delle beatitudini.

La povertà di spirito.

Diverse forme della spirituale povertà.

418. Guarigione del discepolo Giuseppe, ferito al capo e ricoverato nella casetta  di Salomon.

Stremati dalla stanchezza.

Piccole paure degli apostoli.

Grandi lamenti dell’Iscariota.

Frutto della beneficenza.

Guarigione del discepolo Giuseppe.

Sacrifici e perdono.

La Pentecoste è manifestazione dell’Amore.

Solo le forti volontà resteranno fedeli.

Perdono e sofferenza per la redenzione.

Riposo dopo il pasto.

419. Guarigioni in un paesello della Decapoli. Parabola dello scultore  e delle statue.

Guarigioni incredibili.

Il barcaiolo.

Un cadaverino corroso dalla carie.

Un sordo muto di nascita.

Parabola dello scultore e delle statue.

Il soggetto del discorso.

Lo scultore e le statue.

È con il cuore che si serve Dio.

L’infelicità è pena che da merito.

Il dolore delle madri.

L’amore è quello che salverà la terra.

Il dolce Maestro d’amore

420. Liberazione di un indemoniato completo. La vocazione della donna all’amore.

Un indemoniato completo.

Il mostro dei sepolcri.

Il ringhio della bestia infernale.

Delirio del Principe nero.

La sfida di Belzebù.

Padre dell’ Iscariota.

Pietà e rispetto verso il liberato.

Le vipere mordono ancora.

Per quale sentiero viene Satana?

La volontà è tutto.

La perfezione della donna.

Collaboratrice di Dio o strumento di Satana?.

Potenzialità benefica e malefica della donna.

421. L’indemoniato guarito, i farisei e la bestemmia contro lo Spirito Santo.

Torturato dal demone uomo.

Un bagno ristoratore.

Stanchezza del cuore.

Crudeltà del demone uomo.

Criterio di discernimento.

I servi di Satana.

Peccati contro l’amore e la verità.

Il lievito dei farisei (Lc 12,1).

Tutto sarà svelato (Lc 12,2-3).

Temete di quelli che vi possono mandare all’inferno (Lc 12,4-5).

Dio ha cura di tutte le sue creature (Lv 12,6-7).

Testimoniare che Gesù è il Messia (Lc 12,8-9).

Offese allo Spirito che non saranno perdonati.

Lo Spirito parlerà nei perseguitati (Lc 12,11-12)  .

Commiato.

422. Malumori dell’Iscariota, che provoca la lezione sui doveri e sui servi inutili.

Cattivi umori nell’aria apostolica.

Viaggio notturno a lume di stelle

Latente bisogno di riposo domestico.

Malumori dell’Iscariota

Pretese di un Apostolo.

Lezione sui doveri e sui servi inutili.

Il dovere dei servi.

Similitudine del servo utile (Lc 17,7-10)  .

423. Partenza dell’Iscariota, che provoca la lezione sull’amore e sul perdono  senza limiti.

Amare senza misura, perdonare senza limiti.

Ultimi rossori di un tramonto di fuoco.

La Sapienza parla nel cuore del giusto.

Defezione dell’ Iscariota.

L’infinita carità che redime.

Disapprovazioni del comportamento dell’Iscariota.

Non c’è limite per l’amore.

Non c’è limite per il perdono (Lc 17,3-4) 

424. Pensieri di gloria e di martirio alla vista della costa mediterranea.

Vivere per ammaestrare altri all’amore.

Panorama suggestivo.

Pensieri di gloria eterna.

Natura e frutti del martirio.

Il dono del martirio.

425. A Cesarea Marittima. Romani gaudenti e una parabola sull’uso  del tempo e della libertà.

Romani gaudenti.

Vasti mercati di Cesarea.

Incontro fra nobili patrizi.

Orge e ozio dei nobili patrizi.

Strana moderazione delle dame romane.

Orgia a casa del romano Ennio.

Nozze profane.

Ennio fugge del Nazareno.

Solidarietà messianica.

Parabola della sorte dell’uomo.

Le due monete .

L’ uso delle facoltà.

Il padre e la solenne adunanza familiare.

Diverso aspetto dei figli del Padre

Figli usurai e criminali.

Figli deboli facili a cadere in tentazione

Figli crudeli che odiano il padre

Figli perfetti simili al Padre.

426. Con le romane a Cesarea Marittima. Profezia in Virgilio. La giovane  schiava salvata.

Quattro donne velate.

L’ umile alloggio del Messia.

Quattro donne velate.

Profezia in Virgilio.

Il Regno del Messia.

La volontà è Il fattore assoluto della santità.

Essere santi per desiderio di Dio.

Gesù chiede aiuto a Claudia per un’anima.

Un numido.

Pietro curioso ma sempre amoroso.

La giovane schiava salvata.

Notte di luna nuova.

Sagacia di Claudia.

La schiava salvata.

427. Aurea Galla, istruita da Bartolomeo  e poi mandata a Nazareth.

Colmare di Dio gli abissi vuoti.

Una piccola sorella.

Gesù è Dio che protegge

Aurea allevata come bestia de valore

Parlare di Dio agli abissi vuoti.

Per avere una idea de religione

Aura vuol sapere cosa è Dio

Dio padre buono che ci ama

Aurea figlia di Dio

Aurea ha l’anima

Aurea cristiana.

I saggi sono schiavi delle prevenzioni

Pensando a una famiglia per Aurea

L’obolo per elemosine segrete.

Aurea esausta ma eroica nella sua volontà.

La Provvidenza che soccorre!

Aurea mandata da Gesù presso la Madre

428. Parabola della vigna e del vignaiolo, figure dell’anima e del libero arbitrio.

Insperato banchetto d’amore.

Parabola della vigna e del vignaiolo.

I vigneti della piana di Esdrelon

Il segreto per avere buoni frutti.

Il lavoro che esige la vite

L’ anima e il libero arbitrio.

L’anima è la vigna da coltivare.

L’uomo deve farse santo per sua volontà

L’età della coscienza responsabile.

Le voci che aiutano a lavorare la vigna

Mala volontà, cattivo coltivatore.

Buona volontà, ottimo coltivatore.

L’ annunzio di un temporale.

Incontro con l’Iscariota

Gesù fuga la grandine,

429. Giuda Iscariota indagatore  presso il Maestro.

Il pungolo della curiosità.

Le glorie creative di Dio.

L’Iscariota pungolato dalla curiosità.

Claudia è donna equilibrata

Gesù ammira gli spiriti fedeli e giusti

L’uomo casto

Verso le terre di Giocana

430. Il nido caduto e lo scriba crudele.  La lettera e lo spirito della Legge.

La lettera e lo spirito della Legge.

Il nido salvato da Gesù.

Lo scriba crudele.

La lettera sola uccide, lo spirito vivifica. (Insegnamento)

“Felici quelli che in ogni cosa sanno vedere Dio”. (Insegnamento)


431. Tommaso va a preparare l’incontro  di Gesù con i contadini di Giocana.

Continuando il cammino.

Opinioni opposte.

La serenità pratica di Tommaso.

La deludente umanità dell’Iscariota.

Il Messia nostro fratello nella carne.

432. Con i contadini di Giocana,  presso Sefori.

Il coraggio della verità.

L’ attesa.

L’intendente coraggioso.

L’ apostolo infelice.

Evangelizzazione senza frontiere.

L’amore coraggioso dei contadini

La Parola di Dio è unica sapienza dei poveri.

Dai Vangeli alla Buona Novella.

Il peccato dei potenti.

Il buon Pastore.

Obolo e preghiera per i poveri.

Commiato e partenza.

L’apostolo nato stanco.

433. Arrivo a Nazareth. Lodi alla Vergine. Guarigione di Aurea.

Arrivo a Nazareth.

La città della Madre di Dio.

Pensieri spontanei.

Veloci per sentieri e siepi fioriti

Lodi alla Vergine.

Maria, figurata nel Cantico dei Cantici.

Maria, delizia di Dio e conforto dell’Uomo.

La più dolce parola: “Mamma”.

Guarigione di Aurea.

Maria, forza, riposo e conforto di Gesù.

Aurea finalmente liberata.


434. Lavori manuali a Nazareth e parabola del legno verniciato.

Lavori manuali a Nazareth.

Il Messia falegname.

L’apostolo orefice e poeta.

L’ orafo evangelizzatore

Parabola del legno verniciato

Effetti delle virtù sulle anime.

Le tradizioni e lo spirito nuovo.

Aurea ripete due parabole di Maria.

La parabola del pane

La parabola della tela.

Fede di Aurea la prima discepola di Gallia.

435. Inizio del terzo sabato a Nazareth e arrivo di Pietro con altri apostoli.

Inizio del terzo sabato.

Il sabato riposano uomini e strumenti.

Ornamenti inutili per lo Spirito.

Tratta di fanciulle.

Arrivo di Pietro con altri apostoli.

Pietro si abbraccia il suo ritrovato Tesoro.

La casa della pace.

436. Svelato il costo della Redenzione ad apostoli e discepole nell’orto  di Nazareth.

In fraterna, pacifica accolta.

Attenti alle parole dei due Maestri.

La storia d’ Israele.

Storia della severa bontà di Dio.

Il costo della Redenzione.

Salvatrice come il Messia suo Figlio.

Il prezzo della Redenzione.

Dio aiuta chi fa la sua volontà.

437. Gesù e la Madre a colloquio.

Il Messia e la Madre a colloquio.

Ambiente.

Israele fatica a seguire il Messia.

Profezie snaturate, manipolate, alterate.

Coscienze volutamente inflessibili.

Tutto per salvare un’anima.

438. Maria SS. con Maria d’Alfeo a Tiberiade per farsi cedere Aurea.  Un incontro con Giuda Iscariota.

La Madre del Messia a Tiberiade.

Le due pellegrine.

Lavorare per il Messia è dare gioia a Maria.

Barcaiolo pettegolo.

Giuda ha cambiato Maestro.

Non tutte le romane sono uguali.

Incontro con Valeria e con l’Iscariota.

Potenza della preghiera.

Valeria cede Aurea al Messia.

Penitenze e preghiere per salvare un apostolo.

439. Maria SS. riferisce sulla missione compiuta a Tiberiade. Aurea impara  a fare la volontà di Dio.

Riconoscenza chi ci fa dei favori.

Aurea è riscatata.

La donna nella nuova religione.

Comprensione per il discepolo che dà dolore.

L’ amore vero va unito al sacrificio.

La più giovane discepola sa fare la volontà di Dio.

440. Un altro sabato a Nazareth. Ostinatezza di Giuseppe d’Alfeo.

Tutti buoni con la Madre del Messia

Le discepole buone e sapienti.

Interpolazione: Lettera di P. Migliorini

Risposta ai neo israeliti increduli.

Tirocinio di Tommaso per l’evangelizzazione.

Abele acquista una sorella

Fratelli nello Spirito e nell’ Affetto.

Notizie

Tutti buoni con la Madre del Messia.

Ostinatezza di Giuseppe d’Alfeo

Lodi di Giuseppe miste agli… autorevoli consigli

Intransigenza ostile di Giuseppe

Lo strillo di una madre.

441. Un dono di Tommaso alla Vergine e partenza da Nazareth. Miracolo su un incendio che diventa il tema  di due parabole.

Doni dell’apostolo Tommaso.

Da Tommaso per Maria.

Da Tommaso per Aurea.

Umiltà e sincerità perfetta di Pietro.

Regole da osservare.

Il dolore che segue a una partenza.

Regola di ospitalità.

Regola di distacco sino all’eroismo.

Regola d’ amore materno.

La nuova famiglia di Aurea e futura missione.

La Dottrina messianica è fuoco d’amore.

Brucia una basta conca.

Miracolo sul fuoco

L’angelo del miracolo

Vera fede nel Messia.

Dove è fede è presente la Provvidenza

La dottrina è come il fuoco.

Il fuoco dell’Amore.

Simbolo del dilagare della dottrina

Un ricovero per la notte

442. Giuda Iscariota a Nazareth  da Maria.

Un monologo drammatico.

Bisbigli di protesta.

Volontà di riparare al fattaccio di Tiberiade

Tutto è lecito pur di stabilirlo sul trono

Orrore essere il mezzo di danneggiare Gesù

Il dilemma di fuggire o restare.

Convinta dipendenza del potere e la sensualità

Sobbalzo di Giuda interrotto da un curioso.

Incontro con Maria mite e seria.

La menzogna è il primo paso verso il male

Maria si ritira decisa dal contatto con Giuda.

La spada di dolore sul cuore di Maria.

Giuda non ha l’umiltà di far un atto d’umiltà

Maria è discepola non Maestra di Gesù

Maria non può dire ciò che non sa

Carità perfetta della discepola Maria.

Lacrime della Madre di Dio.

443. La morte del nonno di Marziam.

Presentimenti di Marziam

Piccoli doni di Marziam per il nono

Progetti sul futuro del nonno.

Il nonno è morente.

“Figlio del Padre mio, ascoltami”

“Vado da Abramo… a non soffrire più”.

L’assoluzione di Gesù Giudice e Salvatore

Marziam da miele e presenta i doni al nono

Va’ in pace, anima giusta! Salmo 120 e 121.

Placida morte Gesù consola a Marziam

Ringraziamento di Marziam

L’Intendente pensa al sepolcro.

Osservazione del Portavoce

444. Elogio di Marziam. Lezione sull’unico precetto dell’amore, sui novissimi e sui meriti dell’Uomo-Dio.

Le doti di Marziam.

Mandati a Nazareth.

Il fanciullo di propositi seri.

Lezioni sulla carità.

Ogni atto d’amore è di grande valore.

Unico precetto d’amore.

La parabola dei due sposi.

È Dio stesso la Carità.

Chi non ha la carità non ha lo Spirito di Dio.

Similitudine del concepimento, la gestazione e la nascita.

Lezione sui novissimi.

Carità e vita eterna.

Paradiso Purgatorio- Limbo-Inferno.

La natura dei meriti.

445. A Tiberiade. Due parabole sotto  la tempesta. Arrivo di Maria Ss. e impenitenza di Giuda Iscariota.

La pace e il turbamento.

Tempesta in arrivo.

Il Messia attende.

L’uomo giusto ha sempre la pace

Gesù è l’amico più amoroso di Giuda.

Gesù ama senza misura

Arriva la tempesta.

Da Giuseppe il Barcaiolo.

Sotto la tempesta.

L’uomo e la grazia di Dio.

Il soggetto della parabola.

Parabola della vite domestica.

Applicazione.

Dibattito.

Parabola della mamma e Dio.

La Mediatrice delle grazie.

Arrivo di Giovanna e Maria Ss.

Maria Ss. L’onnipotenza supplicante.

L’ apostolo indocile.

Il dolore del Messia e la scelta dei poveri.

446. Arrivo e accoglienze a Cafarnao.

Amore di madre putativa.

I discepoli più influenti.

Attivi evangelizzatori.

447. Discorso sulla misericordia e il perdono. Un affronto di Eli il fariseo, minacciato dal centurione.

Chi edificherà la dimora del Signore?

Nel giardino di Giairo

Il crudele perisce per la sua stessa crudeltà.

La preghiera di Davide.

Chi edificherà la dimora del Signore?

Chi salverà la patria?

Opere di paziente amore.

Fede nel Messia e amore ardente.

Lavorare per quanto il Male lavora.

Come stornare i castighi del cielo?

Roma difende il diritto.

Come stornare castighi del cielo

Il Messia dice di usare pietà.

Seguaci o demoni?

448. Raduno di barche sul lago e parabola provocata da Pietro, che subisce  un giudizio.

È malvagio giudicare Dio.

Ramanzina accusatoria.

È assolutamente malvagio giudicare Dio.

Uomo di buona volontà.

Convegno delle barche.

Scenografia.

Dio unico Padrone immune di giudizio.

Saluto.

Parabola dell’esperto marinaio.

Giudizio dell’uomo imperfetto.

Elementi costitutivi del peccato.

È la volontà che dà valore all’atto.

Giudizio di Dio.

L’egoismo genera la mala volontà.

La buona volontà conduce a Dio.

Promessa di Gesù a Pietro.

449. Il piccolo Alfeo disamato  dalla madre.

Beati quelli che amano e salvano i bambini.

Il Messia non obbliga nessuno.

Pianto non capito di un bambino.

L’ obbrobrio chiamato Iscariota.

Civetterie.

Affidati alla preghiera.

L’ amore ripara l’errore.

Una madre snaturata.

Un discepolo di più.

Beati quelli che amano e salvano i piccoli.

450. Miracoli nel borgo presso Ippo e guarigione del lebbroso Giovanni.

Nel borgo presso Ippo.

Sbarco al porticciolo di Ippo marina.

Dispute sui porci morti annegati.

Grida di speranza.

Le grida di un cieco.

Le grida delle donne.

Le grida di una sterile.

Grida di gioia.

Chi è il piccolo Alfeo?

La fede va data a Dio.

Un bambino che la madre non ama più

Miracoli nel borgo presso Ippo.

Miracolo sulla sterile.

Miracolo sul cieco.

Intercessione per un lebbroso.

Sara di Afeca chiede di adottare Alfeo.

Guarigione del lebbroso Giovanni.

Un lebbroso santo.

Fede che muove le montagne.

Colui che non conoscerà sosta nel purgatorio.

451. Discorso, nel borgo presso Ippo, sui doveri dei coniugi e dei figli.

Gli abitanti della borgata lacustre.

Un cuor solo e una anima sola.

I doni più opportuni per il Messia.

L’aurora sul lago.

Stile cristiano dei componenti della famiglia.

Dovere cristiano del padre.

Dovere cristiano della moglie.

Diritto dei figli e dovere della madre.

“Non giudicate le apparenze e ciò che non conoscete”.

Dovere cristiano dei figli.

Servi e padroni

452. L’ex-lebbroso Giovanni diventa discepolo. Parabola dei dieci monumenti.

L’ex-lebbroso Giovanni diventa discepolo.

L’uomo sacro al Signore.

L’evangelizzatore.

Il passato è morto.

La luce non si attarda a guardare le tenebre.

Preparativi per un banchetto d’amore.

Il banchetto di Dio.

Condizioni per entrare nel regno dei Cieli.

Salmo 15.

Condizione prima: “Vivere senza macchia”.

Condizione seconda: Praticare la giustizia

Parabola dei dieci monumenti.

I due figli e i tesori nascosti

La strada e i segnali

Il luogo dei tesori

Il sentiero buono segnato da monumenti

Seguire la via detta dal Padre.

Primo monumento

Secondo e terzo monumento

Quarto monumento

Quinto monumento

Sesto monumento

Settimo monumento

Ottavo monumento Il sentiero fiorito dell’Inferno

Nono monumento.

Ecco il decimo monumento…

La voce della tentazione

“Così vi ho amato”

Incontro col Padre

Il fratello nel baratro di fuoco

Vittoria.

453. Arrivo a Ippo e discorso in favore dei poveri, che vengono sanati. Guarigione dello schiavo Aquila.

Arrivo a Ippo.

La città di Ippo

Giorno di mercato.

L’elemosina fatta con amore attira grazia.

La Giustizia del Regno dei cieli.

La disuguaglianza sociale.

Dottrina di amore.

Regola d’ oro di solidarietà.

Regola d’ oro di giustizia.

Regola d’oro per salvare una città.

La scelta dei poveri.

Il Messia da povero arricchisce i poveri.

Un anticipo della letizia del Regno

Il potere del Messia è universali.

Schiavitù che dà ribrezzo il peccato ostinato

Il vero Dio porta guarigione e pace

Conversioni dei romani.

454. Maria SS. e il suo amore di fusione con Dio. Ira dell’Iscariota contro  il piccolo Alfeo.

L’amore perfetto di Maria.

Alfeo il piccino rifiorito.

L’ amore di fusione con Dio.

Dio interpella tutte le anime.

Dio è paziente e prudente.

Scontro dell’Iscariota con il piccolo Alfeo.

L’Iscariota, apostolo sgarbato.

Bontà di Gesù

Innocente imitazione del bambino

Reazione cattiva dell’Iscariota

Tutto il dolore dell’orfano respinto

Tutto l’amore di Dio sull’orfano buono

Influsso della condotta sui seguaci del Maestro

Letto della Provvidenza in una grotta

455. Affidamento della Chiesa alla maternità di Maria. Discorso, presso Gamala, in favore dei forzati.

La meditazione mattutina.

L’alba fresca del nuovo giorno.

Il Messia in meditazione.

Le abluzioni.

La Chiesa affidata alla maternità di Maria.

Maria, vivente lode a Dio.

La beata Sposa dell’Amore eterno!

Maria Madre della Chiesa.

L’ acqua di Dio.

Presso il Cristo di Dio.

Verso Gamala.

Chi non usa misericordia non troverà misericordia.

Riposate presso il Cristo di Dio.

Offerte della carità.

Miserabile cibo indegna di esser data agli animali

Discorso sulla difesa della civiltà dell’amore.

La vera difesa contro le sventure dell’uomo.

Precarietà dei beni terreni.

L’ arma e la difesa: la Parola eterna.

La libertà spirituale.

Servire è amare la volontà di Dio.

Il popolo nuovo.

Città aperta all’ amore.

456. Commiato da Gamala e arrivo ad Afeca. Monito alla vedova Sara e  miracolo nella sua casa.

Commiato da Gamala.

Vasto paesaggio.

La portavoce crocefissa al letto

Sconfinato panorama

Opere senza Dio costruzioni inutili.

Chi non accoglie il Signore orrori conoscerà

Refrigeranti boschi verso Afeca.

Monito alla vedova Sara.

Tristezza di un matrimonio sterile.

Pensieri stolti affatto

Nel al di là non si pensa alle cose della terra

Non si rimpiange la candela dove splende il sole

La scala per possedere le ricchezze eterne.

Madre è chi cura lo spirito del figlio

Miracolo in casa di Sara.

I fatti del giorno in casa di Sara.

Sara non sa credere completamente.

Fede del servo che ottiene il miracolo.

457. Discorso, ad Afeca, dopo una disputa tra credenti e non credenti. Sara  diviene discepola.

Disputa tra credenti e non credenti.

Dialogo col Messia.

Disputa fra i presenti.

Difensori del Re d’Israele.

La liberazione per la fede nel Messia. (Discorso)

Il popolo tumultuò contro Mosè e Arone.

Il popolo tumultua contro il Messia

Il Padre manda lo Spirito. S a percuotere con il Messia la pietra Israele

Lo Spirito. S manda il Messia a parlare a Israele

Israele non vuole la Parola del Messia

Profezia sul deicidio.

Eventi dopo il discorso.

Un credente siro-fenicio.

Sara diviene discepola.

L’evangelizzatore di Sara.

458. Una guarigione spirituale a Gherghesa e lezione sull’uso dei doni  di Dio. Rientro a Cafarnao.

Una guarigione spirituale.

Solito afflusso di gente.

Intercessione di Arria la gentile.

La scelta migliore.

Affidare al Padre dei Cieli ogni cosa.

Guarigione Spirituale.

Lezione sui doni di Dio.

Regole di comportamento con le anime.

Esortazione alla pazienza col sofferente.

Esortazione alla prudenza e carità.

L’uomo non è da più di Dio.

Il dono migliore.

I doni di Dio.

Il dono migliore.

Rientro sotto i primi goccioloni.

459. Il perdono a Samuele di Nazareth e lezione sulle cattive amicizie.

Pentimento di un matricida.

L’ apostolo oscuro.

Il Matricida perdonato.

Le mortificazioni espiano la colpa.

Criterio per conoscere lo spirito dell’uomo.

Discernimento di spiriti.

Principio di discernimento.

False amicizie.

Falsi benefattori

Accortezza.

Preghiera.

Vigilanza.

460. Farisei a Cafarnao con Giuseppe e Simone d’Alfeo. Gesù non nasconderà  alla Madre l’ora del Sacrificio.

Celata attività di guarigione.

Opere d’amore.

Bella stagione.

Guarigione dei malati.

Segreto a voci.

Ministri del culto.

L’ anima nella carità opera prodigi.

Le iene mordono ancora.

L’ Agnello non sarà mai lupo.

Il Messia compie la volontà del Padre.

Linguaggio del mondo.

Pronti al sacrificio.

PRESENTAZIONE

Studio liberamente tratto dalla fonte, L’Evangelo come mi è stato rivelato, (MARIA VALTORTA, Ed. CEV, Isola del Lire), per l’uso privato della scuola di Dio Uno e Trino y dedicato al Piccolo resto, col nuovo titolo: “La Buona novella ai piccoli del Gregge di Gesù”, titolo voluto da Gesù (Quadernetti N° 48,1). Nella scuola sarà usato col titolo biblico “il Vangelo eterno” (Ap 14,6). In questo Vangelo, Il Figlio dell’Uomo, si è rivelato, secondo la sua promessa (Mt 24, 3-40; Lc 17,26-30). Con questa rivelazione comincia la sua seconda Evangelizzazione, senza più far sentire la sua voce in pubblico, ma nel cuore di chi lo ascolta per audio o leggendolo nel libro (Is 42,2-4), per guidarlo alla conoscenza completa della sua persona e della sua dottrina mediante la luce dello Spirito Santo (Gv 14,26; 16,13) e prepararlo all’Evento della sua seconda venuta per l’Avvento del suo Regno (Mt 21,43).

Questa Buona Novella è il Vangelo eterno che dobbiamo annunciare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e paese. (Ap. 14,6-7)

 

Il Curatore

DICHIARAZIONE

     Dopo approfondita e responsabile valutazione, dichiaro che questo studio comparato e approfondito del Vangelo rivelato a Maria Valtorta[1] e ora pubblicato col titolo voluto dal suo autore “La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù”[2], contiene  integralmente i quattro Vangeli[3]  e dimostra che il Vangelo rivelato a Maria Valtorta è compimento della promessa di Gesù (Gv 14,26), è il Libro del Signore (Is 34,16), è il Libro di memorie scritto davanti al Signore (Ml 3,16-20), è la strada appianata chiamata Via santa (Is 35,8-10), è il libro delle parole miracolose (Is 29,18-24), è il Vangelo eterno (Ap 14,6-7), è Opera di Gesù suo autore divino. Quindi senza la fede in questo Vangelo non c’è salvezza: “Andate in tutto il mondo proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà dannato” (Mc 16,15-16)

 

 

Il curatore


AVERTIMENTO

 

LA RIVELAZIONE DI GESÙ A MARIA VALTORTA È PAROLA DI DIO

 

CHI LA RESPINGE COMETE PECCATO CONTRO LO SPIRITO SANTO

 

La maledizione del Re dei re, emessa da Gesù il 16 giugno di 1950, pende sulla gerarchia cattolico colpevole dal delitto più grande verso l’umanità.

 

 Se la Gerarchia non si pente, lasciando ai fedeli libero apostolato, alla luce di questa rivelazione, la maledizione colpirà la cristianità globale, cosi come tutto l’Israele fu colpito per il peccato della sua gerarchia.

Non è lecito negare l’origine soprannaturale della rivelazione di Gesù a Maria Valtorta perché è delitto imperdonabile essendo peccato contro lo Spirito Santo.


Gesù il Messia ritornato[4]

Vocazione della donna all’amore.

«La donna non è uguale all’uomo nella sua formazione e nelle reazioni alla colpa d’origine. L’uomo ha altre mete al suo desiderio, più o meno buono. La donna ha una mèta: l’amore. L’uomo ha un’altra formazione. La donna ha questa, sensibile, ancor più perfetta perché destinata al generare. Tu sai che ogni perfezione genera aumento di sensibilità. Un udito perfetto ode ciò che sfugge ad altro orecchio meno perfetto e ne gode. E così l’occhio, e così il palato e l’olfatto.

La donna doveva esser la dolcezza di Dio sulla Terra, doveva essere l’amore, l’incarnazione di questo fuoco che muove Colui che è, la manifestazione, la testimonianza di questo amore. Dio l’aveva perciò dotata di uno spirito sovreminentemente sensibile perché, madre un giorno, sapesse e potesse, ai suoi nati, aprire gli occhi del cuore all’amore verso Dio e i loro simili, così come l’uomo avrebbe aperto gli occhi della mente ai suoi nati all’intelligere e all’operare.

Rifletti il comando di Dio a Sé stesso: “Facciamo ad Adamo una compagna”. Dio-Bontà non poteva che voler fare una buona compagna ad Adamo. Chi è buono ama. La compagna di Adamo doveva perciò essere capace di amare per finire di rendere beato il giorno di Adamo nel Giardino felice. Doveva esser tanto capace di amare da essere seconda, collaboratrice e surrogatrice di Dio nell’amare l’uomo, sua creatura, di modo che, anche nelle ore che la Divinità non si palesava al suo creato con la sua voce d’amore, l’uomo non si sentisse infelice per mancanza d’amore.

Satana, astuto, tortuoso e crudele, si è insinuato in questa perfezione e lì ha morso, e lì ha lasciato il suo veleno. La perfezione della donna nell’amare è divenuta così strumento a Satana per dominare donna e uomo e propagare il male…

     Non tutte le donne sono strumento a Satana. Perfette nel sentimento, sono sempre eccessive nell’azione: angeli se vogliono esser di Dio, demoni se vogliono esser di Satana».   

 

                                                                                  Gesù di Nazareth


413. Arrivo a Gerusalemme per la Pentecoste e disputa con i dottori
nel Tempio
[5].

In Gerusalemme sono abominazioni.

I buoni vogliono il Messia.

1La città è piena di gente. Il Tempio è stipato. Gesù vi ascende non appena entrato a Gerusalemme e vi entra dalla porta presso la Probatica, perciò quasi immediatamente, prima che la gente possa accorgersi che Egli è in città e che la notizia si propaghi dalla casa dove depongono le borse e dove si mondano dalla polvere e dal sudore per entrare mondi nel Tempio.

2La solita indecorosa gazzarra dei venditori e cambiavalute. Il solito caleidoscopio di colori, di volti.

3Gesù, con gli apostoli che hanno comperato il necessario per l’offerta, va direttamente al luogo di preghiera e vi sosta a lungo. Naturalmente è notato da molti, buoni o cattivi che siano, ed un sussurro scorre come vento e con rumore di vento fra le frasche per il largo cortile esteriore dove la gente si ferma a pregare.

4E quando, dopo la preghiera, Egli si volge per tornare sui suoi passi, un codazzo di gente, sempre più ingrossantesi, lo segue per gli altri atrii, portici, cortili, finché, divenuta una folla, lo circonda chiedendo la sua parola.

5«In altro momento, o figli! In altro luogo!», dice Gesù e alza la mano a benedire cercando di allontanarsi.

6Ma se scribi, farisei, dottori e loro discepoli, sparsi fra la gente, sogghignano dicendosi l’un l’altro mezze frasi che sono altrettante beffe, come: «La prudenza consiglia», oppure: «Eh! un poco di paura…», o: «Ha raggiunto l’età del discernere», o anche: «Meno stolto di quanto si credeva…»; i più, quelli che, o per conoscenza amorosa di Lui, o per desiderio buono di conoscerlo, sono senza livore, insistono dicendo: «Ci leverai dunque questa festa nella Festa? Maestro buono, non lo puoi fare! Molti di noi hanno fatto sacrifici per rimanere qui in tua attesa…», e alcuni anche zittiscono o rispondono per le rime a qualche motteggiatore.

7É chiaro che la massa sarebbe pronta a travolgere le minoranze malvagie, le quali, astute e subdole, capiscono l’antifona e non solo si azzittiscono ma cercano di allontanarsi. E, nonostante siano nella cinta del Tempio, molti non si peritano di fare, alle spalle dei partenti, degli atti di motteggio o lanciare qualche epiteto, mentre alcuni altri, dei più anziani e perciò dei più riflessivi, interpellano Gesù dicendo: «Ma che avverrà, Tu che sai, di questo luogo, di questa città, di tutto Israele che non si arrende alla Voce del Signore?».

Il simbolo del vasaio e del vaso d’argilla.

     8Gesù guarda con pietà quelle teste brizzolate o canute affatto e risponde: «Geremia vi ha detto che avverrà di coloro che al lampo del corruccio divino rispondono con aumento di peccato, che la pietà divina prendono come prova di debolezza da parte di Dio[6].

9Perché Dio non si irride, o figli. Voi, come disse l’Eterno per bocca di Geremia, siete come l’argilla nelle mani del vasaio, come argilla sono coloro che si credono potenti, come argilla gli abitanti di questo luogo e quelli della reggia. Non c’è potenza umana che possa resistere a Dio. E, se l’argilla resiste al vasaio e vuole prendere forme strane, orribili, il vasaio riduce il già fatto di nuovo in pugno di argilla e rimodella il suo vaso, finché esso si persuade che il più forte è il vasaio e non si arrende al suo volere. E ancora può accadere che il vaso vada a pezzi perché si ostina a non lasciarsi modellare, perché rifiuta l’acqua con cui il vasaio lo bagna per poterlo modellare senza crepe. E allora il vasaio getta l’argilla riottosa, i cocci inutili, inlavorabili, nelle immondezze, e prende argilla nuova e la plasma nella forma che gli sembra meglio[7].

Il pentimento e l’indurimento del cuore.

10Non dice così il Profeta, narrando il simbolo del vasaio e del vaso d’argilla? Così dice. E, ripetendo le parole del Signore, dice: “Così, come l’argilla è in mano del vasaio, così tu sei, o Israele, in mano di Dio”[8]. E aggiunge il Signore, per avviso ai riottosi, che solo la penitenza e il pentimento al rimprovero di Dio possono far modificare il decreto di Dio di punizione verso il popolo ribelle[9].

11Israele non si è pentito. Perciò le minacce di Dio si sono accanite una e dieci volte su Israele[10]. Israele neppure ora si pente, ora che non un profeta, ma più che un profeta parla a Israele. E Dio, che ha avuto per Israele la suprema misericordia e mi ha mandato, ora vi dice: “Poiché non date ascolto alla mia stessa Voce, Io mi pentirò del bene che vi ho fatto e preparerò contro voi la sventura”[11]. Ed Io, che la Misericordia sono, anche sapendo di disperdere inutilmente la mia voce, grido a Israele: “Ciascuno torni indietro dalla sua cattiva strada. Rendete ognuno retta la vostra condotta e le vostre tendenze. Perché almeno, quando il disegno di Dio si compirà per la Nazione colpevole, i migliori fra essa, nella perdita generale dei beni, della libertà, dell’unione, conservino lo spirito libero dalla colpa, unito a Dio, e non perdano i beni eterni così come avranno perduto i beni terreni”.

12Le visioni dei profeti non sono senza uno scopo[12]: quello di avvisare gli uomini di ciò che può avvenire. E detto è, dalla figura del vaso d’argilla cotta, spezzato al cospetto del popolo, cosa attende le città e i regni che non si arrendono al Signore, e.…».

Le guardie del Tempio, soldati da caricatura.

13Gli anziani, gli scribi, dottori e farisei, che si erano allontanati prima, devono essere andati ad avvisare le milizie del Tempio e i magistrati preposti all’ordine. E uno di essi, seguito da un pugno di quelle comiche milizie di cartapesta, che di battagliero non hanno che le facce che sono un misto di tontoleria con un poco di malizia e una larga presa di durezza, per non dire di delinquenza, viene verso Gesù che parla appoggiato ad una colonna del portico dei Pagani e, non potendo passare fra la siepe serrata della folla che fa cerchio intorno al Maestro, grida: «Vattene! O io ti farò gettare fuori dalla cinta dai miei soldati…».

14«Uuh! Uuuh! I mosconi verdi! Gli eroi sugli agnelli! E non sapete entrare a prendere prigioni quelli che fanno di Gerusalemme un lupanare, del Tempio un mercato? Va’ via, faccia di coniglio, va’ dalle faine… Uuuh! Uuuh!». La gente si rivolta contro a quei soldati da caricatura e mostra chiaramente che non intende lasciar fare ingiuria al Maestro.

15«Io ubbidisco agli ordini avuti…», si scusa il capo di questi… tutori dell’ordine.

16«Tu ubbidisci a Satana e non te ne accorgi. Va’, va’ a impetrare misericordia per avere osato insultare e minacciare il Maestro! Il Maestro non si tocca! Avete capito? Voi nostri oppressori, Egli l’Amico dei poveri. Voi nostri corruttori, Egli nostro Maestro santo. Voi rovina nostra, Egli nostra Salute. Voi perfidi, Egli buono. Via, o faremo a voi ciò che Matatia fece a Modin[13]. Ribalteremo voi giù dalla discesa del Moria come tanti altari idoli e faremo pulizia lavando il luogo profanato col sangue vostro, e i piedi dell’unico Santo in Israele calpesteranno quel sangue per andare al Santo dei Santi e regnarvi, Lui che lo merita. Via di qua! Voi e i vostri padroni! Via, sgherri che servite gli sgherri…»

Le guardie romane.

17Un tumulto pauroso… Dall’Antonia accorrono le guardie romane con un graduato anziano, severo, spicciativo.

18«Fate largo, fetenti! Che avviene? Vi state sbranando fra voi per qualcuno dei vostri agnelli rognosi?».

19«Si ribellano alle milizie…», vuol spiegare il magistrato.

20«Per Marte invitto! Questi… milizie? Ah! Ah! Va’ a dar guerra agli scarafaggi, guerriero da cantina. Parlate voi…», ordina alla gente.

21«Volevano imporre silenzio al Rabbi galileo. Cacciarlo volevano. Forse prenderlo…».

22«Al Galileo? Non licet. Nella lingua di Roma vi dico la parola del decollato[14]. Ah! Ah! Marcia a cuccia tu e i tuoi botoli. E di’ che a cuccia stiano anche i mastini. La Lupa sa sbranare anche quelli… Inteso? Solo Roma ha diritto di giudizio. E Tu, Galileo, racconta pure le tue favole… Ah! Ah!», e si rivolta tutto d’un pezzo, con un barbaglio di corazze al sole, e se ne va.

23«Proprio come a Geremia…».

24«Come a tutti i profeti[15] devi dire…».

25«Ma Dio trionfa lo stesso».

26«Maestro, parla ancora. Le vipere sono fuggite».

27«No, lasciatelo andare, che non tornino con più forza e lo mettano in catene i novelli Fassur…» [16].

28«Non c’è pericolo… Finché dura il ruggito del leone, non vengono fuori le iene…».

La gente parla e commenta in una bella confusione.

Disputa con i dottori nel Tempio.

Gli acidi farisei.

29«Vi sbagliate», dice tutto mellifluo un impaludato fariseo, seguito da altri suoi simili e da alcuni dottori della Legge.

30«Vi sbagliate. Non dovete credere che tutta una casta sia come qualcuno di essa. Eh! Eh! Il buono e cattivo c’è su ogni pianta».

31«Sì. Infatti i fichi sono dolci in genere. Ma però, se sono acerbi o troppo maturi, sono aspri o acidi. Voi siete acidi. Come quelli del pessimo paniere del profeta Geremia»[17], dice da mezzo alla folla uno che non conosco, ma che deve essere ben noto a molti, e potente anche, perché vedo un grande ammiccare fra la gente e noto che il fariseo incassa il colpo senza reagire.

32Anzi, ancor più mellifluo, si rivolge al Maestro e gli dice: «Splendido soggetto alla tua sapienza. Parlaci, o Rabbi, su questo soggetto. Le tue spiegazioni sono così… nuove… così… dotte… Noi le gustiamo con avida fame».

33Gesù guarda fisso questo campione farisaico e poi gli risponde: «Anche un’altra inconfessata fame hai, o Elchia, e hanno i tuoi amici. Ma vi sarà dato anche quel cibo… E più acido dei fichi. E vi corromperà l’interno come i fichi inaciditi corrompono le viscere».

34«No, Maestro. Te lo giuro nel nome del Dio vivo! Io e i miei amici non abbiamo altra fame fuorché quella di sentirti parlare… Dio ci vede se…».

35«Basta così. L’onesto non ha bisogno di giuramenti. Le sue azioni sono giuramenti e testimonianze. Ma non parlerò dei fichi ottimi e dei fichi guasti…».

36«Perché, Maestro? Temi che i fatti contraddicano le tue spiegazioni?».

«O no! Anzi…».

Il Regno di Dio è nel cuore dei buoni.

«Allora Tu prevedi per noi gli strazi, gli obbrobri, la spada, la peste, la fame?».

37«Questo e più ancora».

«Più ancora? E che? Dio non ci ama dunque più?».

38«Tanto vi ama che ha compiuto la promessa».

«Te? Perché Tu sei la promessa?».  

39«Io lo sono».

«E allora quando fondi il tuo Regno?».

40«Le fondamenta di esso già sono».

«Dove? Dove?».

41«Nel cuore dei buoni».  

42«Ma quello non è un regno! É un ammaestramento!».

43«Il mio Regno, essendo spirituale, ha per sudditi gli spiriti. E gli spiriti non occorrono di regge, case, milizie, mura. Ma di conoscere la Parola di Dio e metterla in pratica. Ciò che sta avvenendo nei buoni».

Ognuno dà ciò che è e ciò che ha.

«Ma puoi Tu dire questa Parola? Chi te ne autorizza?».

44«Il possesso».

«Quale possesso?».  

45«Il possesso della Parola. Io do ciò che sono. Uno che ha vita può dare la vita. Uno che ha denaro può dare denaro. Io ho per mia eterna natura la Parola traducente il divino Pensiero, e la Parola Io do, ché a questo dono mi sprona l’Amore di far conoscere il Pensiero dell’Altissimo che mi è Padre».

46«Bada a ciò che dici! É audace parlare! Potrebbe nuocerti!».

47«Più mi nuocerebbe mentire, perché sarebbe snaturare la mia Natura e rinnegare Colui da cui procedo».

«Tu dunque sei Dio, il Verbo di Dio?».

48«Lo sono».

«E così lo dici? Alla presenza di tanti testimoni che potrebbero farne denuncia?».

49«La Verità non mente. La Verità non calcola. La Verità è eroica».

«E questa è verità?».

50«La Verità è Colui che vi parla. Perché il Verbo di Dio traduce il Pensiero di Dio, e Dio è Verità».  

La nuova Pasqua.

51La gente è tutt’orecchi, in un silenzio attento, a seguire il battibecco che però procede senza asprezze. Altri, da altri luoghi, sono affluiti lì e il cortile è pieno, stipato di gente. Centinaia di visi rivolti verso un sol punto. E dagli sbocchi che portano da altri cortili a questo si affacciano volti e volti, a collo teso, nell’intento di vedere e sentire… Il sinedrista Elchia e i suoi amici si guardano… Una vera telefonia di sguardi. Ma si contengono. Anzi, un vecchio dottore chiede tutto cortese: «E per evitare i castighi che Tu prevedi, che si dovrebbe fare?».

52«Seguirmi. E soprattutto credermi. E più ancora amarmi».

«Sei un portafortuna?».

53«No. Sono il Salvatore».

«Ma non hai eserciti…».  

54«Ho Me stesso. Ricordate, ricordate per vostro bene, per pietà delle vostre anime, ricordate le parole del Signore a Mosè e ad Aronne quando ancora erano in terra d’Egitto: “Ciascuno del popolo di Dio prenda un agnello senza macchia, maschio, di un anno. Uno per casa, e se non basta il numero dei familiari a finire l’agnello prenda i vicini. E lo immolerete il quattordicesimo giorno di abid, che ora è detto nisam, e col sangue dell’immolato bagnino gli stipiti e l’architrave della porta delle vostre case. E nella stessa notte ne mangerete le carni arrostite al fuoco, col pane senza lievito e lattughe selvatiche. E quanto potrebbe rimanere distruggerete col fuoco. E mangerete coi fianchi cinti, i calzari al piede, il bordone in mano, in fretta, perché è il passaggio del Signore. E quella notte Io passerò percuotendo ogni primogenito d’uomo o d’animale che si trovino nelle case non segnate del sangue dell’agnello”[18].

55Al presente, nel nuovo passaggio di Dio, il più vero passaggio, perché realmente Dio passa fra di voi visibile, riconoscibile ai suoi segni, la salvezza sarà su quelli che saranno segnati del Sangue dell’Agnello col segno salutare. Perché in verità tutti ne sarete segnati. Ma soltanto quelli che amano l’Agnello e ameranno il suo Segno, da quel Sangue avranno salvezza[19]. Per gli altri sarà il marchio di Caino. E voi sapete che Caino non meritò più di vedere il volto del Signore, né mai più conobbe sosta. E percosso a tergo dal rimorso, dal castigo, da Satana, suo re crudele, andò ramingo e fuggiasco per la Terra e finché ebbe vita[20]. Una grande, grande figura del Popolo che percuoterà il nuovo Abele…»

Il segno del Tau.

«Anche Ezechiele parla del Tau[21]… Tu credi che il tuo Segno sia il Tau di Ezechiele?».

56«Quello è».

57«Tu allora ci accusi che in Gerusalemme sono abominazioni?».  

58«Vorrei non poterlo fare. Ma così è».  

«E fra i segnati del Tau non vi sono peccatori? Lo puoi giurare?».

59«Io non giuro nulla. Però dico che, se fra i segnati vi saranno peccatori, ancor più tremendo sarà il loro castigo, perché gli adulteri dello spirito, i rinnegatori, gli uccisori di Dio dopo essere stati i suoi seguaci, saranno i più grandi nell’Inferno».

La colpa dei dottori in Israele è inescusabile.

60«Ma quelli che non possono credere che Tu sia Dio non avranno peccato. Saranno giustificati…».

61«No. Se non mi aveste conosciuto, se non aveste potuto constatare le mie opere, se non aveste potuto controllare le mie parole, non avreste colpa. Se non foste dottori in Israele, non avreste colpa. Ma voi conoscete le Scritture e vedete le mie opere. Potete fare un parallelo. E, se lo fate con onestà, Me vedete nelle parole della Scrittura, e le parole della Scrittura vedete tradotte in atti in Me. Perciò non sarete giustificati di misconoscermi e odiarmi. Troppe abominazioni, troppi idoli, troppe fornicazioni sono dove solo Dio dovrebbe essere. E in ogni luogo dove voi siete. La salvezza è nel ripudiarle e nell’accogliere la Verità che vi parla. E perciò dove voi uccidete, o tentate di uccidere, sarete uccisi. E per questo sarete giudicati alle frontiere di Israele, là dove ogni potere umano decade e solo l’Eterno è Giudice dei suoi creati».

La luce splende liberamente.

62«Perché parli così, Signore? Severo sei».

63«Veritiero sono. Io sono la Luce. La Luce è stata mandata per illuminare le Tenebre. Ma la Luce deve splendere liberamente. Inutile sarebbe che l’Altissimo avesse mandato la sua Luce se poi ad essa Luce avesse imposto il moggio. Neppure gli uomini così fanno quando accendono un lume, perché allora sarebbe stato inutile lo avessero acceso. Se l’accendono è perché illumini e chi entra in casa ci bega veggia. Io, nella oscurata casa terrena del Padre mio, vengo a mettere la Luce, perché chi è in essa veda. E la Luce splende. E beneditela se col suo raggio purissimo vi discopre rettili, scorpioni, trabocchetti, ragnatele, crepe delle muraglie. Ve lo fa per amore. Per darvi modo di conoscervi, ripulirvi, cacciare gli animali nocivi – le passioni e i peccati – ricostruirvi prima che sia troppo tardi, vedere dove mettete il piede – sul tranello di Satana – prima che vi precipitiate. Ma per vedere, oltre al lume netto ci vuole occhio netto. Da un occhio che la malattia fa coperto di materia non passa la luce. Pulite i vostri occhi. Pulite il vostro spirito perché la Luce possa scendere in voi. Perché perire nelle Tenebre quando il Buonissimo vi manda Luce e Medicina per guarirvi? Non è ancora troppo tardi. Venite, nell’ora che vi resta, venite alla Luce, alla Verità, alla Vita. Venite al Salvatore vostro che vi tende le braccia, che vi apre il cuore, che vi supplica di accoglierlo per il vostro eterno bene».

L’ invito del fariseo Elchia (Lc 11,37)[22]

64Gesù è veramente supplichevole, amorosamente supplichevole, spoglio di ogni cosa che non sia amore… Anche le belve più ostinate, più ubriache d’odio lo sentono e le loro armi si sentono vinte, i loro veleni non hanno forza di spruzzare fuori il loro acido. Si guardano. Poi Elchia parla per tutti: «Bene hai parlato, Maestro! Ti prego accettare il convito che offro per onorarti».

65«Non chiedo altro onore che quello di conquistare le vostre anime. Lasciami alla mia povertà…».

66«Non vorrai farmi offesa col rifiutare?!».

«Nessuna offesa. Ti prego di lasciarmi coi miei amici».

67«Ma anch’essi, chi può dubitare diversamente? Anche essi con Te. Grande onore per la mia casa!… Grande onore!… Vai pure da altri che grandi sono! Perché non da Elchia?».

68«Ebbene… verrò. Ma credi che non potrò dirti parole diverse, nel segreto della casa, da quelle che ti ho dette qui, fra il popolo».

69«E neppure io! E neppure i miei amici! Lo dubiti forse? …».

70Gesù lo guarda fisso fisso. E poi dice: «Non dubito che di ciò che ignoro[23]. Ma non ignoro il pensiero degli uomini. Andiamo alla tua casa… La pace a coloro che mi hanno ascoltato».

71E al fianco di Elchia si dirige fuor dal Tempio, seguito dal codazzo dei suoi apostoli mescolati, e non entusiasti di esserlo, agli amici di Elchia.

414. Invettiva contro farisei e dottori al convito in casa del sinedrista Elchia[24].

Al convito del sinedrista e fariseo.

Nella casa del fariseo (Lc 11,37)[25]

1Gesù entra nella casa del suo ospite, poco lontana dal Tempio ma spinta verso il rione che è ai piedi di Tofet.

2Una casa dignitosa, un poco arcigna, di stretto osservante, anzi di esagerato osservante. Credo che anche i chiodi siano messi in numero e in posizione quale qualcuno dei sei centotredici precetti lo indica per buono. Non c’è un disegno nelle stoffe, non un fregio alle pareti, non un ninnolo… nulla di quei minimi che anche nelle case di Giuseppe e Nicodemo e degli stessi farisei di Cafarnao sono presenti per abbellire la casa. Questa è.… trasudante da ogni parte lo spirito del proprio padrone. Gelida, tanto è spoglia di ciò che è ornamento. Dura nei mobili scuri e pesanti squadrati come tanti sarcofaghi. Respingente. Una casa che non accoglie ma che si serra nemica a chi vi penetra.

Ostentazione di Elchia.

3Ed Elchia lo fa notare vantandosene. «Lo vedi, o Maestro, come io sono osservante? Tutto lo dice. Guarda: tende senza disegno, mobili senza ornati, niente vasi a scultura o lampadari che imitano fiori. C’è tutto. Ma tutto regolato sul precetto: “Non ti farai nessuna scultura, né rappresentazione di quello che è lassù nel cielo, o quaggiù in terra, o nelle acque sotto la terra”. Così nella casa come nelle vesti mie e dei miei famigliari. Io, ad esempio, non approvo in questo tuo discepolo (l’Iscariota) quei lavori sulla veste e sul manto. Tu mi dirai: “Li portano in molti”. Dirai: “Non è che una greca”. Va bene. Ma con quegli angoli, con quelle curve, troppo ricorda i segni dell’Egitto. Orrore! Cifre demoniche! Segni di negromanzia! Sigle di Belzebù! Non ti fai onore, o Giuda di Simone, a portarli, né Tu, Maestro, a concederglielo».

4Giuda risponde con una risatina sarcastica. Gesù risponde umilmente: «Più che i segni delle vesti Io sorveglio che non siano segni d’orrore sui cuori. Ma pregherò, anzi da ora lo prego il mio discepolo, di portare vesti meno ornate, onde non scandalizzare nessuno».

5Giuda ha un movimento buono: «Veramente il mio Maestro mi ha più volte detto che avrebbe preferito più semplicità nelle mie vesti. Ma io… ho fatto ciò che volevo perché mi piace essere vestito così».

6«Male, molto male. Che un galileo insegni a un giudeo è molto male; a te, poi, che eri del Tempio… oh!». Elchia mostra tutto il suo scandalo e i suoi amici lo secondano.

7Giuda è già stanco d’esser buono. E rimbecca: «Oh! allora ci sarebbero tante pompe da levare anche a voi del Sinedrio! Se vi doveste levare tutti i disegni messi a coprire le facce delle vostre anime, apparireste ben brutti».

8«Come parli?».

«Come uno che vi conosce».

«Maestro! Ma lo senti?».

9«Sento e dico che occorre umiltà da una parte e dall’altra, e in ambe verità. E reciproco compatimento. Solo Dio è perfetto».

10«Ben detto, o Rabbi!», dice uno degli amici… Sparuta, solitaria voce nel gruppo farisaico e dottorale.

11«Mal detto, invece», ribatte Elchia. «Il Deuteronomio è chiaro nelle sue maledizioni. Dice: “Maledetto l’uomo che fa immagine scolpita o di getto, cosa abominevole, opera di mano d’artefici, e[26]…”»

12«Ma queste sono vesti, non sono sculture», risponde Giuda.

13«Silenzio tu. Parla il tuo Maestro. Elchia, sii giusto e distingui. Maledetto chi fa idoli. Ma non chi fa disegni copiando il bello che il Creatore ha messo nel creato. Cogliamo pure i fiori per ornare…».

14«Io non ne colgo né voglio vederne ornate le stanze. Guai alle mie donne se fanno questo peccato anche nelle loro. Solo Dio va ammirato».

15«Giusto pensiero. Solo Dio. Ma si può ammirare Dio anche in un fiore, riconoscendo che Lui è l’Artefice del fiore».

«No, no! Paganesimo! Paganesimo!».

16«Giuditta si ornò, e si ornò Ester per scopo santo…» [27].

Alle tavole senza indugio (Lc 11,37)[28].

«Femmine! E la femmina è sempre essere spregevole. Ma te ne prego, Maestro, di entrare nella sala del convito mentre io mi ritiro un momento dovendo parlare coi miei amici».

17Gesù acconsente senza discussione.  

«Maestro… Respiro male! …», esclama Pietro.

18«Perché? Ti senti male?», chiedono alcuni.

«No. Ma a disagio… come uno caduto in un trabocchetto».

19«Non ti agitare. E siate tutti molto prudenti», consiglia Gesù.

Restano in gruppo e in piedi, finché rientrano i farisei seguiti dai servi.

20«Alle tavole senza indugio. Abbiamo adunanza e non possiamo attardarci», ordina Elchia. E distribuisce i posti, mentre già i servi scalcano le vivande.

21Gesù è a lato di Elchia, e al suo fianco è Pietro. Elchia offre i cibi, e il pasto ha inizio in un silenzio agghiacciante…

22Ma poi hanno principio le prime parole. Naturalmente rivolte a Gesù, perché gli altri dodici sono lasciati in trascuranza come non ci fossero.

Padri degli inquisitori.

23Il primo ad interrogare è un dottore della Legge. «Maestro, dunque Tu sei sicuro di essere ciò che dici?».

24«Non Io lo dico di mia bocca. I profeti lo hanno detto[29] prima che Io fossi fra voi».

25«I profeti… Tu che neghi che noi si sia santi, puoi anche accogliere per buono il mio detto se dico che i profeti nostri possono essere degli esaltati».

26«I profeti sono santi».

27«E noi no, non è vero? Ma guarda che Sofonia unisce i profeti ai sacerdoti nella condanna contro Gerusalemme: “I suoi profeti sono degli esaltati, uomini senza fede, e i suoi sacerdoti profanano le cose sante e violano la Legge”[30]. Tu questo ce lo rimproveri di continuo. Ma, se accetti il profeta nella seconda parte del suo detto, lo devi accettare anche nella prima e riconoscere che non c’è base di appoggio sulle parole che vengono dagli esaltati».

Il Messia Re d’Israele è in mezzo a te.

28«Rabbi d’Israele, rispondi a Me. Quando poche righe di poi Sofonia dice: “Canta e rallegrati, o figlia di Sion… il Signore ha ritirato il decreto contro te… il Re d’Israele è in mezzo a te”[31], il tuo cuore le accetta queste parole?».

29«É la mia gloria ripetermele sognando quel giorno».

30«Ma sono parole di un profeta, di un esaltato, perciò…»

31Il dottore della Legge resta per un momento interdetto. Lo soccorre un amico. «Nessuno può mettere in dubbio che Israele regnerà. Non uno, ma tutti i profeti e i pre-profeti, ossia i patriarchi, hanno detto questa promessa di Dio».

32«E non uno dei pre-profeti e profeti ha mancato di indicarmi per quello che sono».

La prova della risurrezione.

33«Oh! bene! Ma noi non abbiamo le prove! Puoi essere Tu pure un esaltato. Che prove ci dai che sei Tu il Messia, il Figlio di Dio? Dammi un termine perché io possa giudicare».

34«Non ti dico la mia morte descritta da David e da Isaia[32]. Ma ti dico la mia risurrezione».

35«Tu? Tu? Risorgere Tu? E chi ti farà risorgere?».

36«Non certo voi. Non il Pontefice, non il monarca, non le caste, non il popolo. Da Me stesso risorgerò».

37«Non bestemmiare, o Galileo, e non mentire!».

38«Non faccio che rendere onore a Dio e dire verità. E con Sofonia ti dico: “Aspettami alla mia risurrezione”[33]. Fino ad allora potrai avere dubbi, potrete averli tutti, e potrete lavorare a istillarli al popolo. Ma più non potrete quando l’eterno Vivente da Sé stesso, dopo aver redento[34], risusciterà[35] per non più morire, Giudice intangibile[36], Re perfetto che col suo scettro e la sua giustizia governerà e giudicherà fino alla fine dei secoli e continuerà a regnare nei Cieli in eterno».

Il fariseo Daniele riconosce in Gesù il Messia.

«Ma non sai che parli a dottori e sinedristi?», dice Elchia.

39«E che perciò? Voi mi interrogate. Io rispondo. Voi mostrate desiderio di sapere. Io vi illustro la verità. Non vorrai farmi venire alla mente, tu che per un disegno su una veste hai ricordato la maledizione del Deuteronomio, l’altra maledizione dello stesso: “Maledetto chi colpisce di nascosto il suo prossimo”[37]».

«Io non ti colpisco. Ti do cibo».

40«No. Ma le insidiose domande sono colpi dati alle spalle. Attento, Elchia. Perché le maledizioni di Dio si seguono, e quella che ho citata è seguita dall’altra: “Maledetto chi accetta doni per condannare a morte un innocente”[38]».

41«In questo caso i doni li accetti Tu, mio ospite».

«Io non condanno neppure i colpevoli se sono pentiti».

«Non sei giusto, allora».

41«No, giusto è. Perché Egli calcola che il pentimento merita perdono, e perciò non condanna», dice quello che ha già approvato Gesù nell’atrio della casa.

42«Taci là, Daniel! Vuoi saperne più di noi? O sei sedotto da uno sul quale molto è ancora a decidere e che nulla fa per aiutarci a decidere in suo favore?», dice un dottore.

43«So che voi siete i sapienti ed io un semplice giudeo, che neppure so perché mi vogliate spesso fra voi…».

44«Ma perché sei parente! É facile a capirsi! Ed io voglio santi e sapienti coloro che entrano nella mia parentela! Io non posso permettere ignoranze nella Scrittura, nella Legge, negli Halasciot, Midrasciot e nell’Haggada[39]. E non le sopporto. Tutto va conosciuto. Tutto osservato…».

45«E grato ti sono di tanta cura. Ma io, semplice coltivatore di terre, divenuto indegnamente tuo parente, non mi sono preoccupato che di conoscere la Scrittura e i Profeti per avere conforto nella mia vita. E, con la semplicità di un indotto, ti confesso che riconosco nel Rabbi il Messia preceduto dal suo Precursore che ce lo ha indicato… E Giovanni, non lo puoi negare, era invaso dallo Spirito di Dio».

Il Precursore e il Cristo.

46Un silenzio. Negare che il Battista era infallibile non vogliono. Dirlo infallibile neppure.

47E allora un altro dice: «Via… Diciamo che il Precursore e precursore di quell’angelo[40] che Dio manda a preparare la via al Cristo. E… ammettiamo che nel Galileo vi è sufficiente santità per giudicarlo tale angelo. Dopo di Lui verrà il tempo del Messia. Non vi pare conciliante a tutti questo mio pensiero? Lo accetti, Elchia? E voi, amici miei? E Tu, Nazareno?».

«No». «No». «No». I tre “no” sono sicuri.

48«Come? Perché non approvate?».

49Elchia tace. Tacciono i suoi amici. Solo Gesù, sincero, risponde: «Perché non posso approvare un errore. Io sono da più di un angelo. L’angelo fu il Battista, Precursore del Cristo, e il Cristo Io sono».

50Un silenzio glaciale, lungo.

51Elchia, il gomito appoggiato al lettuccio, la guancia appoggiata alla mano, pensa, duro, chiuso come tutta la sua casa.

Lo scandalo del fariseo (Lc11,38)  [41].

52Gesù si volge e lo guarda, e poi dice: «Elchia, Elchia, non confondere la Legge e i Profeti con le piccinerie!».

53«Vedo che hai letto il mio pensiero. Ma non puoi negare che Tu hai peccato trasgredendo al precetto».

54«Come tu, e con astuzia, perciò con più colpa, hai trasgredito al dovere dell’ospite, con volontà di farlo lo hai fatto, e mi hai distratto e poi qui mandato mentre tu cogli amici ti purificavi, e al tuo ritorno ci hai pregato di esser solleciti ché avevi adunanza, e tutto per potermi dire: “Hai peccato”».

55«Potevi ricordarmi il mio dovere di darti di che purificarti».

56«Tante cose potrei ricordarti, ma non servirebbe altro che a farti più intransigente e nemico».

L’astuzia colpevole del fariseo Elchia.

57«No. Dille, dille. Ti vogliamo ascoltare e…».

58«E accusare presso i Principi dei Sacerdoti. Per questo ti ho ricordato l’ultima e la penultima maledizione. Lo so. Vi conosco. Sono qui, inerme, fra voi. Sono qui, isolato dal popolo che mi ama e davanti al quale non osate aggredirmi. Ma non ho paura. Ma non vengo a compromessi né faccio viltà. E vi dico il vostro peccato, di tutta la casta vostra e vostro, o farisei, falsi puri della Legge, o dottori, falsi sapienti, che confondete e mescolate di proposito il vero e il falso buono, che agli altri e dagli altri esigete la perfezione anche nelle cose esteriori e da voi nulla esigete. Voi mi rimproverate, uniti al vostro e mio ospite, di non essermi lavato avanti il desinare. Lo sapete che vengo dal Tempio, al quale non si accede altro che dopo essersi purificati dalle immondezze della polvere e della via. Volete allora confessare che il Sacro Luogo è contaminazione?».

59«Noi ci siamo purificati avanti le mense».

60«E a noi è stato imposto: “Andate là, attendete”. E dopo: “Alle tavole senza indugio”. Fra le tue pareti monde di disegni uno dunque ve ne era: quello di trarmi in inganno. Quale mano l’ha scritto sulle pareti il motivo per potermi accusare? Il tuo spirito o un’altra potenza che te lo regola e che ascolti? Orbene, udite tutti».

Invettiva contro i farisei e i dottori.

Corruttori dello Spirito e del corpo (Lc11,38)[42].

61Gesù si alza in piedi e, stando con le mani appoggiate all’orlo della tavola, comincia la sua invettiva: «Voialtri farisei lavate l’esterno del calice e del piatto, e le mani vi lavate e i piedi vi lavate, quasi che piatto e calice, mani e piedi avessero ad entrare nel vostro spirito che amate proclamare puro e perfetto. Ma non voi, sibbene Dio questo lo deve proclamare. Ebbene sappiate ciò che Dio pensa del vostro spirito. Egli pensa che è pieno di menzogna, sozzura e rapina, pieno di nequizia è, e nulla può dall’esterno corrompere ciò che già è corruzione».

62Stacca la destra dalla tavola e involontariamente comincia a gestire con essa mentre continua: «Ma chi ha fatto il vostro spirito, come ha fatto il vostro corpo, non può esigere, almeno con uguale misura, il rispetto all’interno che avete per l’esterno? O stolti che mutate i due valori e ne invertite la potenza, ma non vorrà l’Altissimo un’ancor maggior cura per lo spirito, fatto a sua somiglianza e che per la corruzione perde la Vita eterna, che non per la mano o il piede la cui sporcizia può esser detersa con facilità e che, se anche rimanessero sporchi, non influirebbero sulla nettezza interiore? E può Dio preoccuparsi della nettezza di un calice o di un vassoio quando questi non sono che cose senz’anima e che non possono influire sulla vostra anima?

63Leggo il tuo pensiero, Simone Boetos. No. Non regge. Non è per pensiero di salute, per tutela della carne, della vita, che voi avete queste cure, che praticate queste purificazioni. Il peccato carnale, anzi i peccati carnali della gola, delle intemperanze, delle lussurie, sono certo più dannosi alla carne di un poco di polvere sulle mani o sul piatto. Eppure voi li praticate senza preoccuparvi di tutelare la vostra esistenza e l’incolumità dei vostri familiari. E peccato fate di più nature, perché, oltre che la contaminazione dello spirito e del corpo vostro, lo sperpero di sostanze, il mancato rispetto ai familiari, fate offesa al Signore per la profanazione del vostro corpo, tempio dello spirito vostro, in cui dovrebbe essere il trono per lo Spirito Santo; e offesa per il giudizio che fate, che da voi vi dovete tutelare dai morbi venienti da un po’ di polvere, quasi che Dio non potesse intervenire a proteggervi dai morbi fisici se a Lui ricorreste con spirito puro.

Fate opere regali e sante (Lc 11,40-41) [43].

64Ma Colui che ha creato l’interno non ha forse creato anche l’esterno e viceversa? E non è l’interno il più nobile e il più marcato dalla divina somiglianza?

65Fate allora opere che siano degne di Dio e non grettezze che non si alzano dalla polvere per la quale e della quale sono fatte, della povera polvere che è l’uomo preso come creatura animale, fango composto in forma e che polvere torna, polvere che il vento dei secoli disperde. Fate opere che restino, che siano opere regali e sante, opere che si incoronano della divina benedizione. Fate carità e fate elemosina, siate onesti, siate puri nelle opere e nelle intenzioni e, senza ricorrere all’acqua delle abluzioni, tutto sarà puro in voi.

Dio vuole amore e giustizia (Lc 11,42)[44].

66Ma che vi credete? Di essere a posto perché pagate le decime sugli aromi? No. Guai a voi, o farisei che pagate le decime della menta e della ruta, della senape e del comino, del finocchio e d’ogni altro erbaggio, e poi trascurate la giustizia e l’amor di Dio. Pagare le decime è dovere e va fatto. Ma ci sono più alti doveri e anche quelli vanno fatti. Guai a chi osserva le cose esteriori e trascura le altre interiori basate sull’amore a Dio e al prossimo.

67Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e nelle adunanze e amate essere riveriti sulle piazze, e non pensate a fare opere che vi diano un posto in Cielo e vi meritino la riverenza degli angeli.

Dio vuole trasparenza (Lc 11,44)[45].

68Voi siete simili a sepolcri nascosti che passano inosservati a chi li sfiora e non ne ha ribrezzo, ma ribrezzo ne avrebbe se potesse vedere cosa è chiuso in essi. Dio però vede anche le più riposte cose e non si inganna nel giudicarvi».

Il giudizio di Dio è voce che resta (Lc 11,45)  [46].

69Lo interrompe, alzandosi esso pure in piedi, in contraddittorio, un dottore della Legge.

70«Maestro, così parlando Tu offendi noi pure; e non ti conviene, perché noi ti dobbiamo giudicare».

71«No. Non voi. Voi non potete giudicarmi. Voi siete i giudicati, non i giudici, e chi vi giudica è Dio. Voi potete parlare, emettere suoni con le vostre labbra. Ma anche la voce più potente non giunge ai Cieli né scorre tutta la Terra. Dopo poco spazio è silenzio… E dopo poco tempo è oblio. Ma il giudizio di Dio è voce che resta e non è soggetto a dimenticanze. Secoli e secoli sono passati da quando Dio ha giudicato Lucifero e ha giudicato Adamo. Ma la voce di quel giudizio non si spegne. Ma le conseguenze di quel giudizio sono. E se ora Io sono venuto per riportare la Grazia agli uomini, mediante il Sacrificio perfetto, il giudizio sull’atto di Adamo resta quello che è, e chiamato sarà “colpa d’origine” sempre. Saranno redenti gli uomini, lavati da una purificazione superiore ad ogni altra. Ma nasceranno con quel marchio perché Dio ha giudicato che quel marchio debba essere su ogni nato da donna, meno per Colui che, non per opera d’uomo, ma per Spirito Santo fu fatto, e per la Preservata e il Presantificato, vergini in eterno. La Prima per poter essere la Vergine Deipara, il secondo per poter precorrere l’Innocente nascendo già mondo per una prefruizione dei meriti infiniti del Salvatore Redentore.

La Legge di Dio è uguale per tutti (Lc 11,46)[47].

72Ed Io vi dico che Dio vi giudica. E vi giudica dicendo: “Guai a voi, dottori della Legge, perché caricate la gente di pesi insopportabili, rendendo un castigo il paterno decalogo dell’Altissimo al suo popolo”. Egli con amore e per amore lo aveva dato, onde l’uomo fosse sorretto da una giusta guida, l’uomo, l’eterno e imprudente e ignorante bambino. E voi, alle amorose dande con cui Dio aveva abbracciato le sue creature perché potessero procedere per la sua via e giungergli sul cuore, avete sostituito montagne di pietre aguzze, pesanti, tormentose, un labirinto di prescrizioni, un incubo di scrupoli, per cui l’uomo si accascia, si smarrisce, si ferma, teme Dio come un nemico. Voi ostacolate l’andare a Dio dei cuori. Voi separate il Padre dai figli. Voi negate, con le vostre imposizioni, questa dolce, benedetta, vera Paternità. Ma voi, però, quei pesi che agli altri date, non li toccate neppure con un dito. Vi credete giustificati solo per averli dati. Ma, o stolti, non sapete che sarete giudicati per quel che avete giudicato esser necessario a salvarsi? Non sapete che Dio vi dirà: “Voi dicevate sacra, giusta la vostra parola. Orbene, Io pure la giudico tale. E poiché l’avete imposta a tutti e sul come fu accolta e praticata avete giudicato i fratelli, ecco Io vi giudico con la vostra parola. E poiché non avete fatto ciò che avete detto di fare, siate condannati”?

Dio vuole testimoni onesti (Lc 11, 47-51)[48].

73Guai a voi che innalzate sepolcri ai profeti che i vostri padri uccisero. E che? Credete con ciò di diminuire la grandezza della colpa dei padri vostri? Di annullarla agli occhi dei posteri? No anzi. Voi testimoniate di queste opere dei padri vostri. Non solo. Ma le approvate, pronti ad imitarli, elevando poi un sepolcro al profeta perseguitato per dirvi: “Noi lo abbiamo onorato”. Ipocriti! É per questo che la Sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro dei profeti e degli apostoli. Ed essi ne uccideranno alcuni ed altri li perseguiteranno, onde si possa chiedere a questa generazione il sangue di tutti i profeti che è stato sparso dalla creazione del mondo in poi, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, ucciso fra l’altare e il santuario”.

74Sì, in verità, in verità vi dico che di tutto questo sangue di santi ne sarà chiesto conto a questa generazione che non sa distinguere Dio là dove è, e perseguita il giusto e l’accora perché il giusto è il confronto vivente con la sua ingiustizia.

Dio vuole la vera Scienza (Lc 11,52)[49].

75Guai a voi, dottori della Legge, che vi siete usurpata la chiave della scienza e ne avete chiuso il tempio per non entrarvi ed essere da essa giudicati, e non avete permesso che altri vi entrassero. Perché sapete che, se il popolo fosse ammaestrato dalla vera Scienza, ossia dalla Sapienza santa, potrebbe giudicarvi. Onde lo preferite ignorante perché non vi giudichi. E mi odiate perché Io sono Parola di Sapienza e vorreste chiudermi anzitempo in una carcere, in un sepolcro perché Io non parlassi più.

76Ma Io parlerò finché al Padre mio piacerà che Io parli. E dopo parleranno le mie opere più ancora delle mie parole. E parleranno i miei meriti più ancora delle opere, e il mondo sarà istruito e saprà, e vi giudicherà. Il primo giudizio su voi. E poi verrà il secondo, il singolo giudizio ad ogni singola vostra morte. E infine l’ultimo: quello universale. E ricorderete questo giorno e questi giorni e voi, voi soli conoscerete il Dio terribile che vi siete sforzati di agitare come una visione d’incubo davanti agli spiriti dei semplici, mentre voi, nell’interno del vostro sepolcro, vi siete irrisi di Lui, e dal primo e principale comandamento, quello dell’amore, all’ultimo dato sul Sinai, non ne avete avuto rispetto e avete disubbidito.

77Inutilmente, o Elchia, non hai figurazioni nella tua casa. Inutilmente, o voi tutti, non avete oggetti scolpiti nelle vostre case. Nell’interno del cuore avete l’idolo, più idoli. Quello di credervi dèi, quelli delle concupiscenze vostre. Venite, voi. Andiamo».

Cospirazione contro il Messia (Lc 11,53-54)[50].

78E, facendosi precedere dai dodici, esce per ultimo. Un silenzio… Poi i rimasti fanno un clamore dicendo tutti insieme: «Bisogna perseguitarlo, coglierlo in fallo, trovare oggetti di accusa! Ucciderlo bisogna!».

Altro silenzio.

79E poi, mentre due se ne vanno, disgustati dell’odio e dei propositi farisaici, e sono il parente di Elchia e l’altro che per due volte ha difeso il Maestro, i rimasti si chiedono: «E come?».

Altro silenzio.

80Poi, con una risata chioccia, Elchia dice: «Occorre lavorare Giuda di Simone…».

81«Già! Buona idea! Ma tu l’hai offeso! …».

82«Ci penso io», dice quello che Gesù ha chiamato Simone Boetos.

83«Io e Eleazaro di Anna… Lo circuiremo…» «Un poco di promesse…». «Un poco di paura…».

«Molto denaro…».

84«No. Molto no… Promesse, promesse di molto denaro…».

«E poi?».

«Cosa, e poi?».

85«Eh! Poi. A cose fatte. Che gli daremo?».

«Ma nulla! La morte. Così… non parlerà più», dice lentamente e crudelmente Elchia.

«Uh! la morte…».

86«Ne hai orrore? Ma va’ via! Se uccidiamo il Nazareno che… è un giusto… potremo uccidere anche l’Iscariota che è un peccatore…»

Vi sono incertezze…

87Ma Elchia, alzandosi, dice: «Sentiremo anche Anna… E vedrete che… dirà buona l’idea. E ci verrete anche voi… Oh! se ci verrete…».

88Escono tutti dietro al loro ospite, che se ne va dicendo: «Ci verrete… Ci verrete!».

415. Breve sosta a Betania[51].

Salvare è la missione del Messia.

Il Messia perseguitato.

1Il tramonto arrossa il cielo quando Gesù giunge a Betania. Accaldati, polverosi, lo seguono i suoi. E sono, Gesù e gli apostoli, gli unici che sfidino la fornace della via, alla quale poco da riparo fanno gli alberi che si prolungano dal monte degli Ulivi fino alle pendici di Betania. L’estate infuria. Ma più ancora infuria l’odio. I campi sono spogli e arsi, fornaci che riverberano fiati di fuoco. Ma gli animi dei nemici di Gesù sono ancor più spogli di, non dico amore, ma di onestà, di morale anche umana, arsi dall’odio… E non c’è che una casa per Gesù. Che un rifugio: Betania. Là è l’amore, il refrigerio, la protezione, la fedeltà… Il Pellegrino perseguitato vi si dirige col suo abito bianco, col suo viso addolorato, col suo passo stanco di chi non può sostare perché pungolato alle reni dai nemici, con lo sguardo rassegnato di chi già contempla la morte che si avvicina ad ogni ora, ad ogni passo, e che già accetta per ubbidienza a Dio…

2La casa, in mezzo al suo vasto giardino, è tutta chiusa e muta, in attesa di ore più fresche. Il giardino è vuoto e muto, e solo il sole vi regna dispotico.

Tommaso dà la voce col suo vocione baritonale.

Il Messia cerca riposo.

3Una tenda si sposta, un viso sbircia… Poi un grido: «Il Maestro!», e i servi corrono fuori, seguiti dalle stupite padrone che non attendevano certo Gesù a quell’ora ancora di fuoco.

4«Rabbonì!», «Mio Signore!». Marta e Maria salutano da lontano, già curve, pronte alla prostrazione che fanno non appena, aperto il cancello, Gesù non è più separato da loro.

5«Marta, Maria, la pace a voi e alla vostra casa».

«La pace a Te, Maestro e Signore… Ma come a quest’ora?», chiedono le sorelle licenziando i servi perché Gesù possa parlare liberamente.

6«Per riposare corpo e spirito dove non mi si odia…», dice mestamente Gesù, tendendo le mani come a dire: «Mi volete?», e si sforza a sorridere, ma è un ben triste sorriso, smentito dallo sguardo degli occhi dolorosi.

«Ti hanno fatto del male?», chiede Maria avvampando.

«Che t’è accaduto?», chiede Marta e, materna, aggiunge: «Vieni, ti darò ristoro. Da quando cammini, che sei così stanco?».

7«Dall’alba… e posso dire di continuo, perché la breve sosta in casa di Elchia il sinedrista fu peggio che un lungo cammino…».

«Lì ti hanno angosciato? …».

8«Sì… e prima al Tempio…».

«Ma perché vi sei andato da quella serpe?», interroga Maria.

9«Perché il non andarvi avrebbe servito a giustificare il suo odio, che mi avrebbe accusato di sprezzare i membri del Sinedrio. Ma ormai… che Io vada o non vada, la misura dell’odio farisaico è colma… e non ci sarà più tregua…».

«A questo siamo? Sta’ con noi, Maestro. Qui non ti faranno del male…».

10«Mancherei alla mia missione… Molte anime attendono il loro Salvatore. Devo andare…».

«Ma ti impediranno di andare!».

11«No. Mi perseguiteranno, facendomi andare per studiare ogni mio passo, facendomi parlare per studiare ogni parola, sorvegliandomi come i segugi la preda per avere… un che, che possa parere colpa… e tutto servirà…»

Per la causa del Messia.

12Marta, sempre così riguardosa, è tanto colpita da pietà che alza la mano come per una carezza sulla guancia smagrita, ma si arresta arrossendo e dicendo: «Perdona! Mi hai fatto la stessa pena che mi fa Lazzaro nostro! D’averti amato da fratello sofferente perdonami, Signore!».

13«Sono il Fratello sofferente… Amatemi con puro amor di sorelle… Ma Lazzaro che fa?».

14«Langue, Signore…», risponde Maria, e alle lacrime che già le pungono gli occhi dà libero sfogo con questa confessione, che si unisce alla pena di vedere il suo Maestro così afflitto.

15«Non piangere, Maria. Né per Me, né per lui. Noi facciamo la divina volontà. Piangere si deve su chi questa volontà non la sa fare…».

16Maria si china a prendere la mano di Gesù e la bacia sulla punta delle dita.

17Sono arrivati intanto alla casa ed entrano andando subito da Lazzaro, mentre gli apostoli sostano rinfrescandosi con quanto i servi porgono.

18Gesù si china sullo smunto, sempre più smunto Lazzaro, e lo bacia sorridendo per sollevare la tristezza del suo amico.

19«Maestro, come mi ami! Non hai neppure atteso la sera per venire a me. Con questo caldo…».

20«Amico mio, Io godo di te e tu di Me. E il resto è nulla».

21«E’ vero. É nulla. Anche il mio soffrire non mi è più nulla… Ora so perché soffro e cosa posso col mio soffrire», e Lazzaro sorride di un intimo, spirituale sorriso.

22«Così è, Maestro. Quasi si direbbe che Lazzaro nostro veda con piacere la malattia e…». Un singhiozzo spezza la voce di Marta, che tace.

23«Ma sì, dillo pure: e la morte. Maestro, di’ loro che mi devono aiutare, come fanno i leviti presso i sacerdoti».

24«A che, amico mio?».

«A consumare il sacrificio…».

«Eppure, tu tremavi della morte fino a poco tempo fa! Non ci ami dunque più? Non ami il Maestro più? Non lo vuoi servire? …», chiede, più forte ma pallida di pena, Maria, carezzando la mano giallastra del fratello.

25«E lo chiedi tu, proprio tu, anima ardente e generosa? Non ti sono fratello? Non ho il tuo stesso sangue e i tuoi stessi santi amori: Gesù, le anime, e voi, sorelle dilette?… Ma da Pasqua l’anima mia ha raccolto una grande parola. E amo la morte. Signore, te l’offro per la tua stessa intenzione».

26«Non mi chiedi dunque più guarigione?».

«No, Rabbonì. Ti chiedo benedizione per saper soffrire e…  morire… e se troppo non è chiedere, e per redimere… Tu lo hai detto[52]…».

27«L’ho detto. E ti benedico per darti ogni forza». E gli impone le mani e poi lo bacia.

Nulla ristora il Messia più dell’amore.

«Staremo insieme e mi istruirai…»

28«Non ora, Lazzaro. Non sosto. Sono venuto per poche ore. A notte partirò».

«Ma perché?», chiedono i tre fratelli, delusi.

29«Perché non posso sostare[53]… Tornerò in autunno. E allora… molto starò e molto farò qui… e nei dintorni…».

30Un silenzio triste. Poi Marta prega: «Allora almeno prendi riposo, ristoro…».

31«Nulla mi ristorerà più del vostro amore. Fate riposare gli apostoli miei e lasciatemi stare qui, fra voi, così in pace…».

Marta esce lacrimando per tornare con delle tazze di latte freddo e delle frutta primaticce…

«Gli apostoli hanno mangiato e dormono stanchi. Maestro mio, non vuoi proprio riposare?».

32«Non insistere, Marta. Non sarà ancora l’alba che essi mi cercheranno qui, al Getsemani, da Giovanna, in ogni casa ospitale. Ma all’alba Io sarò già lontano».

33«Dove vai, Maestro?», chiede Lazzaro.

34«Verso Gerico, ma non dalla via usuale… Piego verso Tecua e poi torno indietro verso Gerico».

«Strada penosa in questa stagione! …», mormora Marta.

35«Appunto per questo che è solitaria. Cammineremo di notte. Le notti sono chiare anche prima dell’alzarsi della luna… E l’alba viene così sollecita…».

«E poi?», interroga Maria.

36«E poi l’Oltre-Giordano. E all’altezza della Samaria, nel suo settentrione, passerò il fiume venendo da questa parte».

«Va’ a Nazareth presto. Sei stanco…», dice Lazzaro.

37«Prima devo andare alle sponde del mare… Poi… andrò in Galilea. Ma mi perseguiteranno anche là…».

38«Avrai sempre tua Madre che ti conforta…», dice Marta.

39«Sì, povera Mamma!».

Nelle cose di Dio non bisogna essere vili.

40«Maestro, Magdala è tua. Lo sai», ricorda Maria.

41«Lo so, Maria… Tutto il bene e tutto il male so…».

42«Separàti così!… per tanto tempo! Mi ritroverai vivo, Maestro?».

43«Non averne dubbio. Non piangete… Anche alle separazioni occorre abituarsi. E utili sono a provare la forza degli affetti. Si capiscono meglio i cuori amati vedendoli con occhio spirituale, da lontano. Quando, non sedotti da piacere umano per la vicinanza fisica dell’amato, si può meditare sul suo spirito e sul suo amore… si comprende di più l’io del lontano… Io sto certo che, pensando al Maestro vostro, lo comprenderete meglio ancora quando vedrete e contemplerete in pace le mie azioni e i miei affetti».

44«Oh! Maestro! Ma noi non abbiamo dubbi su Te!».

45«Né Io su voi. Lo so. Ma ancor più mi conoscerete. E non vi dico di amarmi, perché conosco il vostro cuore. Dico solo: pregate per Me»[54].

I tre fratelli piangono… Gesù è così triste!… Come non piangere?

46«Che volete? Dio aveva messo l’amore fra gli uomini. Ma gli uomini vi hanno surrogato l’odio… E l’odio divide non solo i nemici fra loro, ma si insinua a separare gli amici».

47Un silenzio lungo. Poi Lazzaro dice: «Maestro, va’ via dalla Palestina per qualche tempo…».

48«No. Il mio posto è qui. Per vivere, evangelizzare, morire».

«Ma hai pure provveduto a Giovanni e alla greca. Va’ con loro».

49«No. Essi andavano salvati. Io devo salvare. E questa è la differenza che spiega tutto. L’altare è qui, e qui è la cattedra. Io non posso andare altrove. E del resto… Credete che ciò muterebbe ciò che è deciso? No. Né in Terra né in Cielo. Soltanto offuscherebbe la purezza spirituale della figura messianica. Sarei “il vile” che si salva con la fuga. Devo dare l’esempio, ai presenti e ai futuri, che nelle cose di Dio, nelle cose sante, non bisogna essere vili…».

«Hai ragione, Maestro», sospira Lazzaro…

50E Marta, scostando la tenda, dice: «Hai ragione… La sera si avanza. Non c’è più sole…».

51Maria si mette a piangere angosciosamente, come se questa parola avesse avuto il potere di sciogliere la sua forza morale, che conteneva il suo pianto in silenzioso lacrimare. Piange più straziatamente che nella casa del Fariseo, quando col pianto chiedeva perdono al Salvatore…

52«Perché piangi così?», interroga Marta.

«Perché tu hai detto la verità, sorella! Non c’è più sole… Il Maestro se ne va[55]… Non c’è più sole per me… per noi…».

53«Siate buoni. Vi benedico e resti la mia benedizione su voi. Ed ora lasciatemi con Lazzaro, che è stanco e abbisogna di silenzio. Vegliando il mio amico, riposerò. Provvedete agli apostoli e fate che siano pronti per l’ora delle ombre…».

54Le discepole si ritirano e Gesù resta silenzioso, raccolto in Sé stesso, seduto presso l’amico languente che, pago di quella vicinanza, si addormenta con un lieve sorriso sul volto.

416. Un mendico samaritano
sulla via di Gerico
[56].

Il fratello del Messia.

Sulla via di Gerico.

1Vedo Gesù su una polverosissima e assolatissima via maestra. Non c’è un filo d’ombra, non c’è un filo di verde. Polvere sulla strada e polvere sull’incolta campagna che bordeggia la strada.

2Non sono certo le dolci colline di Galilea, né i monti più selvosi della Giudea, così ricchi d’acque e di pascoli. Qui è un terreno che non è desertico di natura sua, ma che l’uomo ha reso tale col lasciarlo incolto. É pianura, né vedo nessuna collina neppure in lontananza. Non conoscendo affatto la Palestina, non posso dire che regione sia. Certo una che non ho mai visto nelle precedenti visioni. Dei mucchi di pietrisco sono ad un lato della strada. Forse accumulati per riparare la stessa che è in pessime condizioni. Per ora si sprofonda nel polverume. Quando piove deve divenire un torrente di fango. Non vedo nessuna casa, né vicina né lontana.

3Gesù, come sempre, cammina qualche metro avanti gli apostoli che lo seguono in gruppo, accaldati e stanchi. Per ripararsi dal sole si sono tirati i manti sul capo e paiono una confraternita vestita con abiti multicolori. Gesù invece è a testa nuda. Pare che il sole non gli dia alcuna noia. É vestito di una tunica di lino bianco, con maniche corte sino al gomito. Molto ampia e sciolta. Non ha neppure la solita cintura di cordoni. Proprio un abito adatto a quel luogo torrido. Anche il manto deve essere di lino tinto in azzurro, perché è molto sottile e ricade con leggerezza intorno al corpo, che avvolge molto meno che come di solito. Copre le spalle ma lascia libere le braccia. Non so come se lo sia fermato per farlo stare così.

Il fratello samaritano.

4Seduto, semisdraiato anzi, su uno dei mucchi di pietrisco, è un uomo. Un povero, un mendicante di certo. É vestito (per modo di dire) di una sudicia e sbrindellata tunichella, che forse sarà stata bianca ma che ora è color fango. Ha due miserabili sandali scalcagnati: due suole semisfondate, tenute fisse da pezzi di spago. Nelle mani un bastone fatto con un ramo d’albero. Alla fronte una sudicia benda e alla gamba sinistra, fra il ginocchio e l’anca, un altro straccio sudicio e insanguinato. Il povero è macilento, un mucchio d’ossa, avvilito, sporco, irsuto, spettinato.

5Prima ancora che egli invochi Gesù, Gesù va a lui. Si accosta al misero e chiede: «Chi sei?».

«Un povero che chiede pane».

6«Lungo questa via?».

«Vado a Gerico».

7«La strada è lunga e spopolata la contrada».

«Lo so, ma è più facile mi diano un pane e una moneta i gentili che passano per questa via, che non i giudei da cui io vengo».

8«Vieni dalla Giudea?».

«Sì. Da Gerusalemme. Ma ho dovuto fare un lungo giro per passare da certi buoni delle campagne, che mi danno sempre aiuto. In città, no. Non c’è pietà».

Convinto cercatore del Messia.

9«Hai detto bene. Non c’è pietà».

«Tu l’hai. Sei giudeo?».

10«No. Di Nazareth».

«Una volta avevano cattivo nome i nazareni. Ma ora bisogna dire che sono migliori di quelli di Giuda. Anche a Gerusalemme solo i seguaci di quel Nazareno che dicono Profeta sono buoni. Lo conosci?».

10«E tu lo conosci?».  

«No. Ero andato perché, vedi, ho la gamba morta e rattrappita e mi trascino a fatica. Non posso lavorare e muoio di fame e percosse. Speravo incontrarlo, perché mi dicono che guarisca chi tocca. É vero che io non sono del popolo eletto… ma Egli dicono che è buono con tutti. Mi avevano detto che era a Gerusalemme per la festa delle Settimane[57]. Ma io cammino piano… e sono stato percosso e sono rimasto malato per via… Quando sono arrivato a Gerusalemme, Egli era partito perché, mi hanno detto, i giudei hanno malmenato anche Lui».

11«E te ti hanno malmenato?».

«Sempre. Solo i soldati romani mi danno un pane».

12«E che si dice in Gerusalemme, fra il popolo, di questo Nazareno?».

«Che è il Figlio di Dio, un grande profeta, un santo, un giusto».

13«E tu che credi che sia?».

«Io sono… sono un idolatra. Ma credo che sia il Figlio di Dio».

14«Come lo puoi credere se non lo conosci neppure?».

«Conosco le sue opere. Solo un Dio può esser buono e aver parole come ha Lui».

15«Chi te le ha dette queste parole?».

«Altri poveri, dei malati guariti, dei bambini che mi portano il pane… I bambini sono buoni e non sanno niente di credenti e di idolatri».

Il Messia trova suo fratello mendico. 

16«Ma di dove sei?». 

«Dillo. Io sono come i bambini. Non avere paura. Soltanto sii sincero».

«Sono… samaritano[58]. Non mi picchiare…».

17«Non picchio mai nessuno. Non sprezzo mai nessuno. Ho pietà di tutti».

«Allora… Allora sei il Rabbi di Galilea!».

Il mendico si prostra, si precipita come un corpo morto, col volto nella polvere, giù dal suo mucchio di sassi, davanti a Gesù.

18«Alzati. Son Io. Non temere. Alzati e guardami».

Il mendico alza il volto rimanendo sempre in ginocchio, tutto sghimbescio per la sua deformità.                                                         

19«Date un pane e da bere a quest’uomo», ordina Gesù ai discepoli sopraggiunti.

20É Giovanni che dà acqua e pane.

21«Ponetelo a sedere, che mangi con comodo. Mangia, fratello».

22Il povero piange. Non mangia. Guarda Gesù con gli occhi di un povero cane randagio che si vede carezzare e sfamare da un pietoso per la prima volta.

23«Mangia!», ordina Gesù sorridendo.

24Il poveretto mangia fra un singhiozzo e l’altro, e le lacrime intridono il pane. Ma nel pianto è anche un sorriso. Si rassicura pian piano.

25«Chi ti ha fatto questa ferita?», chiede Gesù toccando con le sue dita la benda sudicia della fronte.

«Mi ha travolto, apposta, col suo carro, un ricco fariseo… Mi ero messo a un crocevia chiedendo un pane. Mi ha mandato addosso i cavalli, così presto che non ho potuto scansarmi. Per questo fui per morire. Ho ancora un buco nella testa e ne esce putrida materia».

26«E lì chi ti ha colpito?».

«Mi ero accostato alla casa di un sadduceo, dove c’era banchetto, per chiedere gli avanzi delle mense, dopo che ne eran stati scelti dai cani i migliori. Mi vide e mi aizzò contro i cani. Uno mi ha sbranato la coscia».

27«E questa grande cicatrice che ti fa storpia la mano?».

«Fu un colpo di bastone che mi dette uno scriba tre anni or sono. Mi riconobbe samaritano e mi colpì spezzandomi le dita. Per questo non posso lavorare. Storpia la destra, morta una gamba, come posso guadagnare per vivere?».

28«Ma perché esci dalla Samaria?».

«Il bisogno è brutto, Maestro. Siamo molti infelici e non c’è pane per tutti. Se Tu mi aiutassi…».

29«Che vuoi che ti faccia?».

«Guarire per lavorare».

30«Credi tu che Io lo possa?».

«Sì, lo credo, perché Tu sei il Figlio di Dio».

31«Credi tu questo?».

«Lo credo».

32«Tu, samaritano, lo credi? Perché?».

«Perché, non so. So che credo in Te e in Chi ti ha mandato. Ora che sei venuto non c’è più differenza di adorazione. Basta adorare Te per adorare il Padre tuo, Signore eterno. Dove Tu sei, là è il Padre».

Le opere, non le pratiche, fanno vedere Dio.

33«Udite, amici? (Gesù si volge ai discepoli). Costui parla per lo Spirito che gli illumina la verità. E costui, in verità vi dico, è superiore agli scribi e farisei, ai sadducei crudeli, a tutti questi idolatri che bugiardamente si dicono figli della Legge. La Legge dice di amare il prossimo, dopo Dio. E costoro al prossimo che soffre e chiede pane danno percosse, al prossimo che supplica mandano contro cavalli e cani, al prossimo che si mette in basso, più in basso dei cani del ricco, lanciano contro i cani stessi per renderlo ancor più infelice di quanto l’infermità non lo faccia. Sprezzanti, crudeli, ipocriti, non vogliono che Dio sia conosciuto e amato. Se lo volessero, lo farebbero conoscere attraverso alle loro opere, come costui ha detto. Sono le opere, non le pratiche, quelle che fanno vedere Dio vivente nel cuore degli uomini e portano gli uomini a Dio.

34E non dovrò, Giuda che mi rimproveri di essere imprudente, e non dovrò Io colpirli col mio rimprovero? Tacere, fingere che li approvo, sarebbe approvare la loro condotta. No. Per la gloria di Dio non posso Io, suo Figlio, permettere che la gente umile, infelice, buona, creda che Io approvo i loro peccati. Sono venuto per fare, dei gentili, dei figli di Dio. Ma come posso far questo se essi vedono che i figli della Legge – si dicono tali, ma bastardi sono – praticano un paganesimo più colpevole del loro, perché questi ebrei hanno conosciuto la Legge di Dio ed ora ci sputano sopra il rigurgito delle loro passioni soddisfatte come da bestie immonde? Devo credere, o Giuda, che tu sei come loro? Tu che rimproveri Me delle verità che dico? O devo pensare che tu sei in pensiero per la tua vita? Chi mi segue non deve avere preoccupazioni umane. Io l’ho detto. Sei a tempo ancora, Giuda, di scegliere fra la mia via e quella dei giudei che approvi. Però pensa: la mia va a Dio. L’altra al Nemico di Dio. Pensa e decidi. Ma sii schietto.

35E tu, amico, sorgi e cammina. Leva quelle bende. Torna alla tua casa. Sei guarito per la tua fede».

“Sii il mio discepolo presso i tuoi fratelli”.

36Il mendico lo guarda stupito. Non osa tentare di stendere la mano… poi prova. É intatta, tornata identica alla sinistra. Lascia il bastone, punta le mani sulla macia e fa forza. Si leva. Si regge. La paralisi che rattrappiva la gamba è guarita. Muove la gamba, la piega… fa un passo, due, tre. Cammina… Guarda Gesù con un grido e un pianto di gioia. Si strappa la benda dal capo. Si tocca verso l’occipite dove era il buco marcioso. Nulla. Tutto guarito. Si strappa il cencio sanguinoso dall’anca: la pelle è intatta.

37«Maestro, Maestro e Dio mio!», grida alzando le braccia e poi gettandosi in ginocchio a baciare i piedi di Gesù.

38«Va’ a casa ora, e credi sempre nel Signore».

39«E dove devo andare, Maestro e Dio, se non dietro a Te che sei santo e buono? Non mi respingere, Maestro…».

40«Va’ in Samaria. E parla di Gesù di Nazareth. L’ora della Redenzione è vicina. Sii il mio discepolo presso i tuoi fratelli. Va’ in pace».

41Gesù lo benedice e poi si separano. Il guarito va lestamente verso nord, volgendosi ogni tanto a guardare ancora.

42Gesù con gli apostoli lascia la via, e si inoltrano per i campi incolti verso oriente, prendendo una stradicciola che interseca la via maestra e che diviene più larga solo molto più avanti. Forse la strada di Gerico. Non so.

Sorpresa e felicità del Portavoce

43“Ho rivisto il mio Gesù! Ah! Che son felice! Come era bello! Il suo Volto. La sua Mano, la sua Voce. Che sete che ne avevo! Ieri, è vero, l’avevo visto, ma come in quadri staccati. E non parlava né si muoveva. Ma oggi, no, è come una volta. Io sono felice, felice!

44Ma quanto dolore in questi quaranta giorni che non lo vidi! Perché sono quaranta giorni precisi. L’ho visto per l’ultima volta vivo e respirante il venerdì santo, ossia il 7 aprile proprio a questa stessa ora dalle 15,30 dell’ora solare. Quaranta giorni di tortura! Come capisco lo strazio di Maria quando smarrì Gesù Smarrire la sua Presenza, non vedere il suo Volto, non udire più la sua Voce vuol dire conoscere la pazzia, la morte, l’inferno.

45Perché, Gesù, mi hai fatto questo? …

417. L’ex-lebbroso Zaccaria e la conversione di Zaccheo, pubblicano che ha fatto fermentare il lievito del Bene[59].

Storia di Zaccaria lebbroso.

Zaccheo il gabelliere.

1Vedo una vasta piazza, pare un mercato, ombrosa di palme e di altre piante più basse e fronzute. Le palme crescono qua e là senza disciplina e ondeggiano il ciuffo delle foglie che crepitano ad un vento caldo e alto, che solleva un polverume rossastro come venisse da un deserto, o per lo meno da luoghi incolti, di terra rossastra. Gli altri alberi, invece, fanno come un porticato lungo i lati della piazza, un porticato d’ombra, e sotto si sono rifugiati venditori e compratori in una gazzarra irrequieta e urlante.

2In un angolo della piazza, proprio là dove la via principale sfocia, vi è un primordiale ufficio di gabella. Vi sono bilance e misure, un banco a cui è seduto un ometto che sorveglia, osserva e riscuote, e col quale tutti parlano come fosse conosciutissimo. So essere Zaccheo il gabelliere, perché molti lo chiamano, chi per interrogarlo sugli avvenimenti della città, e sono i forestieri, e chi per versargli le loro tasse. Molti si stupiscono della sua preoccupazione. Infatti pare distratto e assorto in un pensiero. Risponde a monosillabi e delle volte a cenni. Cosa che stupisce molti, perché si capisce che solitamente Zaccheo è loquace. Qualcuno gli chiede se si sente male, oppure se ha parenti malati. Ma egli nega.

3Solo due volte si interessa vivamente. La prima, quando interroga due che vengono da Gerusalemme e che parlano del Nazareno, raccontando miracoli e predicazione. Allora Zaccheo fa molte domande: «È proprio buono come lo dicono? E le sue parole corrispondono ai fatti? La misericordia che Egli predica la usa poi realmente? Per tutti? Anche per i pubblicani? È vero che non respinge nessuno?». E ascolta e pensa e sospira.

Storia di Zaccaria il lebbroso. 

4Un’altra volta è quando uno gli accenna ad un uomo barbuto che passa sul suo asinello carico di masserizie. «Vedi, Zaccheo? Quello è Zaccaria il lebbroso. Da dieci anni viveva in un sepolcro. Ora, guarito, ricompra gli arredi per la sua casa vuotata dalla Legge quando lui e i suoi furono dichiarati lebbrosi».

«Chiamatelo».

Zaccaria viene.

5«Tu eri lebbroso?».

«Lo ero, e con me mia moglie e i miei due bambini. La malattia prese la donna per prima e non ce ne accorgemmo subito. I bambini la presero dormendo sulla madre e io nell’accostarmi alla mia donna. Tutti lebbrosi eravamo! Quando se ne accorsero ci mandarono via dal paese… Avrebbero potuto lasciarci nella nostra casa. Era l’ultima… in fondo alla via. Non avremmo dato noia… Avevo già fatto crescere la siepe alta alta, perché neppure fossimo visti. Era già un sepolcro… ma era la nostra casa… Ci hanno mandati via. Via! Via! Nessun paese ci voleva. È giusto! Neanche il nostro ci aveva voluti. Ci mettemmo presso Gerusalemme, in un sepolcro vuoto. Là stanno molti infelici. Ma i bambini, nel freddo della caverna, sono morti. Malattia, freddo e fame li hanno presto uccisi… Erano due maschi… erano belli prima del male. Robusti e belli. Bruni come due more d’agosto, ricciuti, svegli. Erano diventati due scheletri coperti di piaghe… Non più capelli, gli occhi chiusi dalle croste, i piedini e le mani che cadevano in scaglie bianche. Si sono sfarinati sotto i miei occhi, i miei bambini!… Non avevano più figura umana quella mattina che sono morti, a poche ore di distanza… Li ho seppelliti fra gli urli della madre sotto poca terra e molti sassi, come due carogne di animali… Dopo qualche mese è morta la madre… e sono rimasto solo… Aspettavo di morire e non avrei avuto neppure la fossa scavata con le mani degli altri…

6Ero quasi cieco ormai, quando un giorno è passato il Nazareno. Dal mio sepolcro ho gridato: “Gesù! Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Mi aveva raccontato un mendico, che non aveva avuto paura di portarmi il suo pane, che egli era stato guarito dalla sua cecità invocando il Nazareno con quel grido. E diceva: “Non mi ha dato solo la vista degli occhi, ma quella dell’anima. Ho visto che Egli è il Figlio di Dio e vedo tutti attraverso Lui. È per quello che non ti sfuggo, fratello, ma ti porto pane e fede. Vai dal Cristo. Che ci sia uno di più che lo benedica”.

7Andare non potevo. I piedi, piagati sino all’osso, non mi facevano camminare… e poi… sarei stato preso a sassate, se fossi stato visto. Sono stato attento al suo passaggio. Egli passava spesso per venire a Gerusalemme. Un giorno ho visto, come potevo vedere, un polverume sulla via, e folla, e ho sentito grida. Mi sono trascinato sul ciglio del colle dove erano le grotte sepolcrali e, quando m’è parso di vedere una testa bionda splendere nuda fra le altre ammantate, ho gridato. Forte. Con quanta voce avevo. Tre volte ho gridato. Finché il mio grido gli è giunto.

Guarigione di Zaccaria.

8Si è voltato. Si è fermato. Poi è venuto avanti: solo. Si è fatto proprio sotto al posto dove ero e mi ha guardato. Bello, buono, con due occhi, una voce, un sorriso!… Ha detto: “Che vuoi che ti faccia?”.

“Voglio esser mondato”.

9“Credi tu che Io lo possa? Perché?”, mi ha chiesto.

“Perché sei il Figlio di Dio”.

10“Credi tu questo?”.

“Lo credo”, ho risposto. “Vedo l’Altissimo balenare con la sua gloria sul tuo capo. Figlio di Dio, pietà di me!”.

11Ed Egli allora ha steso una mano con un viso che era tutto un fuoco. Gli occhi parevano due soli azzurri, e ha detto: “Lo voglio. Sii mondato”, e mi ha benedetto con un sorriso!… Ah! che sorriso! Ho sentito una forza entrare in me. Come una spada di fuoco che correva a cercarmi il cuore, che correva per le vene. Il cuore, che era tanto malato, m’è tornato come a venti anni, il sangue ghiaccio nelle vene è tornato caldo e veloce. Non più dolore, non più debolezza, e una gioia, una gioia!… Egli mi guardava, col suo sorriso mi faceva beato. Poi ha detto: “Va’, mostrati ai sacerdoti. La tua fede ti ha salvato”.

12Allora ho capito che ero guarito e ho guardato le mie mani, le mie gambe. Le piaghe non c’erano più. Dove prima era scoperto l’osso, ora era già carne rosea e fresca. Sono corso a un rio e mi sono guardato. Anche il viso era mondo. Ero mondo! Mondo ero dopo dieci anni di schifezza!… Ah! perché non era passato avanti? Negli anni in cui era viva la mia donna e i miei bambini? Egli ci avrebbe guariti. Ora, vedi? Compro per la mia casa… Ma sono solo!…».

13«Non lo hai più visto?».

«No. Ma so che è da queste parti e sono venuto qui apposta. Vorrei benedirlo ancora ed esser benedetto per avere forza nella mia solitudine».

14Zaccheo curva il capo e tace. Il gruppo si scioglie.

Conversione di Zaccheo pubblicano.

Zaccheo sul sicomoro (Lc 19,1-4)[60].

15Passa del tempo. L’ora si fa calda. Il mercato si sfolla. Il gabelliere, col capo appoggiato ad una mano, pensa seduto al suo banco.

16«Ecco, ecco il Nazareno!», gridano dei fanciulli accennando la via maestra.

17Donne, uomini, malati, mendichi si affrettano a corrergli incontro. La piazza resta vuota. Solo dei ciuchi e dei cammelli, legati alle palme, restano al loro posto, e resta Zaccheo al suo banco.

18Ma poi si alza in piedi e monta sul banco. Non vede ancora nulla, perché molti hanno staccato frasche e le ondeggiano come per giubilo e Gesù appare chino su dei malati. Allora Zaccheo si leva l’abito e, rimanendo con la sola tunica corta, si arrampica su uno degli alberi. Va su a fatica contro il tronco grosso e liscio, che le sue corte gambe e le sue corte braccia afferrano male. Ma ci riesce e si mette a cavalcioni di due rami come su un ballatoio. Le gambe pendono oltre questa ringhiera, ed egli dalla cintura in su si spenzola come uno ad una finestra, e guarda.

Il peccatore pieno di gioia accolse il Messia

(Lc 19,5-7)[61].

19La turba arriva sulla piazza. Gesù alza gli occhi e sorride al solitario spettatore appollaiato fra i rami. «Zaccheo, scendi subito. Oggi mi fermo in casa tua», ordina.

20E Zaccheo, dopo un momento di stupore, col viso paonazzo per l’emozione, si lascia scivolare come un sacco a terra. È agitato e stenta a rimettersi la veste. Chiude i suoi registri e la sua cassa con mosse che, per volere esser troppo svelte, sono ancor più lente. Ma Gesù è paziente. Accarezza dei bambini mentre aspetta.

21Infine Zaccheo è pronto. Si accosta al Maestro e lo guida ad una bella casa con un ampio giardino tutto intorno, che è al centro del paese. Un bel paese. Anzi una città di poco inferiore a Gerusalemme per la edilizia, se non per la vastità.

22Gesù entra e, mentre attende che il pasto sia preparato, si occupa di malati e di sani. Con una pazienza… che solo può essere sua.

23Zaccheo va e viene dandosi un gran daffare. Non sta in sé dalla gioia. Vorrebbe parlare con Gesù. Ma Gesù è sempre circondato da una turba di popolo.

24Infine Gesù congeda tutti dicendo: «Al calar del sole tornate. Ora andate alle vostre case. La pace a voi».

25Il giardino si sfolla e viene servito il pasto in una bella e fresca sala che dà sul giardino. Zaccheo ha fatto le cose con ricchezza. Non vedo altri famigliari, per cui penso che Zaccheo fosse celibe e solo, con molti servi.

Fuga del demonio della sensualità e del­la ricchezza (Lc 19,8)[62].

26Alla fine del pasto, quando i discepoli si spargono all’ombra dei cespugli per riposare, Zaccheo resta con Gesù nella fresca sala. Anzi per un poco resta solo Gesù, perché Zaccheo si ritira come per lasciar riposare Gesù. Ma poi torna e guarda da una fessura di tenda. Vede che Gesù non dorme, ma pensa. Allora si avvicina. Ha fra le braccia un cofano pesante. Lo pone sulla tavola presso a Gesù e dice: «Maestro… mi è stato parlato di Te. Da tempo. Un giorno Tu hai detto su un monte tante verità che i nostri dottori non sanno più dire. Mi sono rimaste in cuore… e da allora penso a Te… Poi mi è stato detto che sei buono e non respingi i peccatori. Io sono peccatore, Maestro. Mi è stato detto che Tu guarisci i malati. Io sono malato nel cuore perché ho frodato, perché ho fatto usura, perché sono stato vizioso, ladro, duro verso i poveri. Ma ora, ecco, io sono guarito perché Tu mi hai parlato. Ti sei avvicinato a me e il demonio del senso e della ricchezza è fuggito. Ed io da oggi sono tuo, se Tu non mi rifiuti, e per mostrarti che io nasco di nuovo in Te, ecco che mi spoglio delle ricchezze male acquistate e ti do metà del mio avere per i poveri e l’altra metà la userò a restituire, quadruplicato, quanto ho preso con frode. So chi ho frodato. E poi, dopo aver reso ad ognuno il suo, ti seguirò, Maestro, se Tu lo permetti…».

Il Messia è luce e salvezza del cuore (Lc 19,9-10)[63].

27«Io lo voglio. Vieni. Sono venuto per salvare e chiamare alla Luce. Oggi Luce e Salvezza è venuta alla casa del tuo cuore. Coloro che là, oltre il cancello, mormorano poiché Io ti ho redento sedendomi al tuo convito, dimenticano che tu sei figlio di Abramo come essi e che Io sono venuto per salvare chi era perduto e dare Vita ai morti dello spirito. Vieni, Zaccheo. Hai compreso la mia parola meglio di tanti che mi seguono solo per potermi accusare. Perciò d’ora in avanti sarai meco».

La visione cessa qui.

Buona volontà e retta intenzione[64].

La volontà di Dio è universale.

Dice Gesù:

28«Vi è lievito e lievito. Vi è il lievito del Bene e quello del Male. Il lievito del Male, veleno satanico, fermenta con maggior facilità di quello del Bene, perché trova la materia più adatta alla sua lievitazione nel cuore dell’uomo, nel pensiero dell’uomo, nella carne dell’uomo, sedotti tutti e tre da una volontà egoista, contraria perciò alla Volontà universale che è quella di Dio.

29La volontà di Dio è universale perché non si limita mai ad un pensiero personale, ma ha presente il bene di tutto l’universo. A Dio nulla può aumentare perfezione di sorta, avendo sempre posseduto ogni cosa in maniera perfetta. Perciò non vi può essere in Lui pensiero di utile proprio a movente di nessuna sua azione.

30Quando si dice: “Si compie questo a maggior gloria di Dio, nell’interesse di Dio”, non è già perché la gloria divina sia suscettibile in Se stessa di aumento, ma perché ogni cosa che nel creato porti un’impronta di bene e ogni persona che compia il bene, e perciò meriti di possederlo, si orna del segno della Gloria divina, dando così gloria alla Gloria stessa che ha gloriosamente creato le cose tutte. È una testimonianza, insomma, che persone e cose danno a Dio, testimoniando con le loro opere della Origine perfetta da cui vengono.

31Perciò Dio, quando vi comanda o vi consiglia o vi ispira una azione, non lo fa già per interesse egoista, ma per un pensiero altruista, caritativo, di benessere vostro. Ecco, perciò, perché la volontà di Dio non è mai egoista, ma è anzi una volontà tutta tesa all’altruismo, all’universalità. L’unica e vera forza nel mondo universo che abbia pensiero di bene universale.

Occorre fare il bene.

32Il lievito del Bene, germe spirituale che viene da Dio, cresce invece con molta avversità e fatica, con molto stento, avendo contro sé i reagenti che sono propizi all’altro: la carne, il cuore e il pensiero dell’uomo, pervasi da un egoismo che è l’antitesi del Bene che, per la sua origine, non può essere che Amore. Manca nella maggioranza degli uomini la volontà di bene, e perciò il Bene sterilisce e muore, o vive così stentato che non lievita: rimane lì. Non vi è colpa grave. Ma non vi è neppure sforzo a fare il massimo bene. Perciò lo spirito giace inerte. Non morto, ma infruttifero.

33Badate che non fare il male non basta che a evitare l’Inferno. Per godere subito del bel Paradiso occorre fare il bene. Assolutamente. Per quanto lo si riesce a fare. Lottando contro se stessi e contro gli altri. Perché Io ho detto che Io ero venuto a mettere guerra e non pace anche fra padre e figli, fra fratelli e sorelle, quando questa guerra venisse dal fatto di difendere la Volontà di Dio e la sua Legge contro le sopraffazioni delle volontà umane, volte in direzioni contrarie di quello che vuole Iddio.

“Si riesce quando si ama”.

34In Zaccheo il piccolo pugno di lievito di bene era fermentato in grande massa. Nel suo cuore non ne era caduta che una briciola originaria: gli avevano riferito il mio discorso della Montagna. Malamente anche, certo mutilato di tante sue parti, così come avviene dei discorsi riportati.

35Pubblicano e peccatore Zaccheo. Ma non per mala volontà. Era come uno che con un velo di cataratta sulle pupille vedesse male le cose. Ma sa che l’occhio, liberato di quel velo, ritorna in grado di vedere bene. E quel malato desidera gli sia levato quel velo. Così Zaccheo. Non era persuaso né felice. Non persuaso delle pratiche farisaiche, che ormai avevano sostituito la vera Legge. E non felice della sua maniera di vivere.

36Cercava istintivamente la luce. La vera Luce. Ne vide uno sprazzo in quel frammento di discorso e se lo chiuse in cuore come un tesoro. Poiché lo amava – nota, Maria, questo – poiché lo amava, lo sprazzo divenne sempre più vivo, vasto e impetuoso, e lo portò a vedere nettamente il Bene e il Male e a scegliere giustamente, recidendo con generosità tutti i tentacoli che prima, dalle cose al cuore e dal cuore alle cose, lo avevano avvolto in una rete di schiavitù maligna.

37“Poiché lo amava”. Ecco il segreto del riuscire o meno. Si riesce quando si ama. Non si riesce che poco quando si ama stentatamente. Non si riesce affatto quando non si ama. In qualunque cosa. Con più ragione nelle cose di Dio dove, per essere Dio invisibile ai sensi corporali, occorre avere un amore, oso dire, perfetto, per quanto possa creatura toccare perfezione, per riuscire in un’impresa. Nella santità, in questo caso.

Il potere della conversione.

38Zaccheo, disgustato del mondo e della carne, come disgustato dalle meschinità delle pratiche farisaiche, così cavillose, intransigenti per gli altri, troppo condiscendenti per loro, amò quel piccolo tesoro di una mia parola, giunto a lui per puro caso[65], umanamente parlando, l’amò come la cosa più bella che la sua vita quarantenne avesse posseduto, e da quel momento polarizzò il suo cuore e il suo pensiero su questo punto.

39Non soltanto nel male, dove è il tesoro è il cuore dell’uomo. Anche nel bene. I santi non hanno avuto forse nella vita il loro cuore là dove era il loro tesoro: Dio? Sì. E per questo, guardando soltanto Iddio, seppero passare sulla Terra senza corrompere nel fango della Terra la loro anima.

40Quella mattina, se Io non fossi comparso, avrei ugualmente fatto un proselite. Poiché il discorso del lebbroso aveva ultimato la metamorfosi di Zaccheo. Al banco della gabella non era già più il pubblicano frodatore e vizioso. Ma l’uomo pentito del suo passato e deciso a mutare vita. Se Io non fossi apparso a Gerico, egli avrebbe chiuso il suo banco, preso il suo denaro, e sarebbe venuto in cerca di Me, perché non poteva più stare senza l’acqua della Verità, senza il pane dell’Amore, senza il bacio del Perdono.

41Questo, i soliti censori che mi osservavano per rimproverarmi sempre, non lo vedevano e tanto meno lo capivano. E perciò si stupivano che Io mangiassi con un peccatore. Oh! se non giudicaste mai, lasciandone a Dio il compito, poveri ciechi incapaci di giudicare anche voi stessi! Non sono mai andato coi peccatori per approvare il loro peccato. Andavo per trarli dal peccato, sovente perché essi non avevano ormai più unicamente che l’esterno del peccato: l’anima contrita era già mutata in una nuova anima vivente per espiare. E allora ero Io con un peccatore? No. Con un redento che aveva unicamente bisogno di una guida per reggersi nella sua debolezza di risorto da morte.

Il potere della retta intenzione. 

42Quanto vi può insegnare l’episodio di Zaccheo! Il potere della retta intenzione che suscita il desiderio. Il desiderio retto che spinge a cercare una sempre maggior cognizione del Bene e a cercare Dio continuamente sino ad averlo raggiunto, un retto pentimento che dà il coraggio della rinuncia. Zaccheo aveva la retta intenzione di udire parole di vera Dottrina. Avutane qualcuna, il suo retto desiderio lo spinge a maggior desiderio e perciò a continua ricerca di questa Dottrina; la ricerca di Dio, celato nella vera Dottrina, lo stacca dai meschini dèi del denaro e del senso e lo fa eroe di rinuncia.

43“Se vuoi essere perfetto va’, vendi quanto hai e vieni dietro a Me”, ho detto al giovane ricco ed egli non l’ha saputo fare. Ma Zaccheo, sebbene più indurito nell’avarizia e nella sensualità, sa farlo. Poiché attraverso alla poca Parola che gli era stata riportata aveva, come il mendico cieco e il lebbroso risanato da Me, visto Dio. Può mai uno spirito che ha visto Dio trovare più attrazione alcuna nelle piccole cose della Terra? Lo può mai, mia piccola sposa?».

 “Beati i poveri di spirito”.

Il premio delle beatitudini.

44«Nelle mie diverse beatitudini ho enunziato i requisiti neces­sari per raggiungerle e i premi che ad essi beati saranno dati. Ma se sono diverse le categorie nominate, uguale è il premio, se os­servate bene: godere delle stesse cose che gode Dio.

45Categorie diverse. Ho già mostrato come Dio provvede a creare col suo pensiero anime di diverse tendenze, allo scopo che la Terra goda di un equilibrio giusto in tutte le sue necessità inferiori e superiori. Che se poi la ribellione dell’uomo altera questo equili­brio volendo andare sempre contro la Volontà divina, che amoro­samente lo guida per via giusta, non è di Dio la colpa.

46Gli umani, perennemente scontenti del loro stato, o con so­pruso vero e proprio o con conati di sopruso, invadono o turbano il campo altrui. Cosa sono le guerre mondiali e le guerre fami­gliari e quelle di professione, se non questi soprusi operanti? Cosa sono le rivoluzioni sociali, cosa le dottrine che si ammantano del nome di “sociali” ma che in realtà non sono che prepotenza e an­ticarità, perché non sanno volere e praticare il giusto che predi­cano, ma traboccano sempre in violenze che non sollevano gli op­pressi ma ne aumentano il numero a vantaggio di pochi prepo­tenti?

47Ma dove regno Io, Dio, queste alterazioni non avvengono. Ne­gli spiriti veramente miei e nel mio Regno nulla turba l’ordine. Ecco dunque che sono vissute e sono premiate le diverse forme della multiforme santità di Dio il quale è giusto, puro, pacifico, misericordioso, libero da avidità di ricchezze effimere, gioioso della gioia del suo amore.

48Nelle anime quale tende ad una forma e quale all’altra. Tende in maniera eminente, poiché in un santo le virtù sono tutte pre­senti. Ma ne predomina una per cui quel santo è particolarmente celebrato fra gli uomini. Io lo benedico e premio però per tutte, perché il premio è “godere Dio” sia per i pacifici che per i mi­sericordiosi, per gli amanti di giustizia come per i perseguitati dall’ingiustizia, per i puri come per gli afflitti, per i mansueti co­me per i poveri di spirito.

La povertà di spirito.

49I poveri di spirito! Come è intesa sempre male, anche da chi intende nel senso giusto, questa definizione! Povero di spirito è la superficialità umana e la sciocca ironia umana, nonché igno­ranza che si crede sapienza, vuol dire “stupido”. Credono i mi­gliori che lo spirito sia l’intelligenza, il pensiero; che sia furbizia e malignità, i più materiali.

50No. Lo spirito è al disopra molto dell’intelligenza. E’ il re di tutto quanto è in voi. Tutte le doti fisiche e morali sono suddite e ancelle di questo re. Là dove una creatura filialmente devota a Dio sa tenere le cose al posto giusto. Dove invece la creatura non è filialmente devota allora avvengono le idolatrie, e le ancelle divengono regine, detronizzando lo spirito re. Anarchia che produce rovina come tutte le anarchie.

51La povertà di spirito consiste nell’avere quella libertà sovrana da tutte le cose che sono delizia dell’uomo, e per le quali l’uomo giunge anche al delitto materiale o all’impunito delitto morale e che sfugge troppo sovente alla legge umana, ma che non fa vitti­me minori, anzi ne fa più numerose e con conseguenze che non si limitano a levare la vita della vittima ma talora levano stima e pane alle vittime e ai famigliari suoi.

52Il povero di spirito non ha più schiavitù di ricchezze. Se an­che non giunge a rinnegarle materialmente, spogliandosi di esse e di ogni agio entrando in un ordine monastico, sa usarle per sé con una parsimonia, che è doppio sacrificio, per essere invece, prodigo doni ai poveri del mondo. Costui ha compreso la mia frase: “Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste”. Del suo denaro, che potrebbe esser nemico del suo spirito portandolo alla lussuria, gola e anticarità, egli fa il suo servo che gli spiana la via del Cielo, tutta tappezzata —per il ricco: povero di spirito— delle sue mortificazioni e delle sue opere di carità per le miserie dei suoi simili.

53Quante ingiustizie non ripara e medica il povero di spirito! ingiustizie sue proprie, del tempo in cui, come Zaccheo, non era che un avido e duro di cuore. Ingiustizie dei suoi prossimi vivi o defunti. Ingiustizie sociali.

54Elevate monumenti a persone che furono grandi solo per es­sere prepotenti. Perché non elevate monumenti ai nascosti benefat­tori dell’umanità indigente, povera o lavoratrice, a coloro che usano le loro ricchezze non per fare della propria vita un perpetuo festino ma per renderla luminosa, migliore, più elevata a chi è povero, a chi soffre, a chi è menomato nelle capacità funzionali, a chi è lasciato nell’ignoranza dai prepotenti perché l’ignoranza serve meglio ai loro maledetti scopi?

55Quanti ve ne sono, anche fra coloro che non sono nelle dovizie, anzi che sono poco meno che poveri e che pure sanno sacrificare anche “i due piccioli” che possiedono per sollevare una miseria che, per essere senza Luce, quale loro hanno —e che l’abbiano si comprende dal modo come agiscono— è più grande della loro!

56Sono poveri di spirito quelli che, perdendo il molto o il poco che hanno, sanno conservare la pace e la speranza, non maledire e non odiare. Nessuno. Né Dio né gli uomini.

Diverse forme della spirituale povertà.

57La grande categoria dei “poveri di spirito” che Io ho nomi­nato per primi —perché potrei dire che, senza questa libertà dello spirito sopra tutte le delizie della vita, non si possono avere le altre virtù che danno le beatitudini— si divide e suddivide in tante forme.

58Umiltà di pensiero che non si gonfia e non si proclama super pensiero, ma usa del dono di Dio riconoscendone l’Origine, per il Bene. Solo per quello.

59Generosità negli affetti, per cui sa spogliarsi anche di questi pur di seguire Dio. Anche della vita. La ricchezza più vera e più istintivamente amata dalla creatura animale. I miei martiri sono stati tutti generosi in tal senso, perché il loro spirito si era saputo far povero per divenire “ricco” dell’unica ricchezza eterna: Dio.

60Giustizia nell’amare le cose proprie. Amarle perché, testimo­nianza della Provvidenza verso di noi, è dovere. Ne ho già par­lato in dettati precedenti. Ma non amarle al punto di amarle più di Dio e della sua Volontà; amarle non al punto di maledire Dio se mano d’uomo ve le strappa.

61Infine, lo ripeto, libertà da schiavitù di denaro.

62Ecco le diverse forme di questa spirituale povertà che Io ho! detto possederà, per giustizia, i Cieli. Sotto i piedi tutte le 1abili ricchezze della vita umana per possedere le ricchezze eterne. Mettere la Terra e i suoi frutti dal sapore subdolo, che è dolce alla superficie e amaro al centro, all’ultimo posto e vivere lavorando per la conquista del Cielo. Oh! là non vi sono frutti di bugiardo sapore. Là vi è l’ineffabile frutto del godimento di Dio.

63Questo Zaccheo l’aveva compreso. Fu questa frase lo strale che gli aprì il cuore alla Luce e alla Carità. A Me che venivo a lui per dirgli: “Vieni”. E quando Io venni a lui per chiamarlo, egli era già un “povero di spirito”. Perciò fu atto a possedere il Cielo».

418. Guarigione del discepolo Giuseppe, ferito al capo e ricoverato nella casetta
di Salomon
[66].

Stremati dalla stanchezza.

Piccole paure degli apostoli.

1Gesù vi giunge a notte alta. La luna, per la posizione in cui si trova, fa pensare che siano le due circa antimeridiane. Una bella luna, appena un poco scema, che raggia da mezzo il cielo sereno spandendo pace sulla terra. Pace e rugiade abbondanti, le forti rugiade dei paesi caldi, benefiche alle piante dopo l’arsione diurna del sole. I pellegrini devono avere seguito il greto del fiume, che verso le rive è asciutto essendo il fiume più ristretto nel suo alveo per la magra estiva. E risalgono dai canneti sino al bosco che limita le sponde e le sostiene con la rete delle radici piantate nella terra prossima all’acqua.

2«Sostiamo qui, in attesa del mattutino», dice Gesù.

3«Maestro… io sono tutto un dolore…», dice Matteo.

4«Ed io temo di avere la febbre. Non è sano il fiume in estate… Lo sai», rincara Filippo.

5«Peggio sarebbe stato se dal fiume fossimo risaliti ai monti giudei, però. Anche questo si sa», dice lo Zelote che ha pietà di Gesù, al quale tutti dicono le loro piccole paure e lamenti e del quale nessuno comprende lo stato d’animo.

6«Lascia fare, Simone. Hanno ragione. Ma fra poco riposeremo… Vi prego, poco tempo ancora di cammino… E poco d’attesa qui. Vedete come la luna volge il suo corso a occidente. Perché destare quel vecchio e forse Giuseppe ancora malato, quando fra poco è giorno?…».

Grandi lamenti dell’Iscariota.

7«È che qui è tutto molle di guazza. Non si sa dove stare…», brontola l’Iscariota.

8«Hai paura di sciuparti la veste? Va’ là, che dopo queste marce da galeotti fra polveri e rugiade non c’è più da pavoneggiarsi di essa! E del resto… così piacerebbe di più all’amabile Elchia. Le tue greche… ah! ah! quelle della balza e delle maniche sono rimaste a brandelli sugli arbusti spinosi del deserto di Giuda, e quella del collo te l’ha distrutta il sudore… Ora sei un perfetto giudeo…», dice sempre allegro Tommaso.

9«Un perfetto sudicio, e ne ho schifo», rimbecca irato l’Iscariota.

10«Ti basti aver mondo il cuore, Giuda», dice pacato Gesù. «Quello ha valore…».

11«Valore! Valore! Siamo estenuati dalla stanchezza, dalla fame… Perdiamo la salute e quella sola ha valore», dice sgarbato Giuda.

12«Io non ti trattengo per forza… Sei tu che vuoi rimanere».

13«Ormai!… Mi conviene farlo. Sono…».

14«Ma dilla pure la parola che ti brucia: “sei compromesso agli occhi del Sinedrio”. Ma puoi sempre riparare… e riacquistare la sua fiducia…».

15«Non voglio riparare… perché ti amo e voglio stare con Te».

16«Veramente lo dici in un modo che più che amore sembra odio…», mastica fra i denti Giuda d’Alfeo.

17«Ebbene… ognuno ha il suo modo di esprimere l’amore».

18«Eh! già! C’è anche chi ama la moglie ma l’ammazza di botte… Non mi piacerebbe questo genere d’amore», dice Giacomo di Zebedeo tentando troncare l’incidente con uno scherzo. Ma nessuno ride. Però, grazie a Dio, nessuno ribatte.

19Gesù consiglia: «Andiamo a sederci sulla soglia di casa. La grondaia è larga e ripara dalla guazza, e vi è quella sporgenza a far da base alla casetta…».

 20Ubbidiscono senza parlare e, raggiunta la casetta, si siedono in fila ai suoi piedi. Ma la semplice osservazione di Tommaso: «Ho fame. Queste camminate notturne mettono fame», ridesta la questione.

21«Macché camminate! È che si vive da giorni con niente!», gli risponde sempre l’Iscariota.

22«Veramente da Niche e da Zaccheo si è mangiato e bene, e Niche ci ha dato tanto che l’abbiamo dovuto dare ai poveri, perché si sarebbe guastato. Il pane non ci è mai mancato. Ci ha dato pane e companatico anche quel carovaniere…», osserva Andrea.

Giuda, che non può smentirlo, tace.

Frutto della beneficenza.

23Un gallo lontano saluta il primo indizio d’albore.

24«Oh! bene! Fra poco è l’alba!», dice Pietro stirandosi perché s’era quasi addormentato. Attendono in silenzio che si avanzi il giorno. Un belato in un chiuso… Poi un sonaglio lontano sulla via maestra, ai loro antipodi… Un vicino cru-cru dei colombi di Anania. Una rauca voce d’uomo fra i canneti… È un pescatore che torna con la pesca notturna e impreca perché è poca. Vede Gesù e si arresta. Esita, poi dice: «Se te la do, mi prometti abbondanza in futuro?».

25«Per guadagno o per bisogno?».

«Per bisogno. Ho sette figli, la donna e la madre della donna».

26«Hai ragione. Sii benefico e ti prometto che non ti mancherà il necessario».

27«Tieni, allora. C’è anche, lì dentro, quel ferito che non si riprende nonostante le cure…».

28«Dio ti rimuneri e ti dia pace», dice Gesù.

L’uomo saluta e se ne va, lasciando i suoi pesci infilati per la bocca in un rametto di salcio.

Guarigione del discepolo Giuseppe.

Sacrifici e perdono.

29Ripiomba il silenzio, rotto appena dal frusciare delle canne, da qualche zirlo d’uccello… Poi un cigolio vicino. Il rustico cancelletto che Anania ha costruito gira stridendo e il vecchietto si affaccia sulla via scrutando il cielo. Lo segue la pecora belando…

30«La pace a te, Anania!».

«Maestro! Ma… da quando lì? Perché non chiamare, non farti aprire?!».

31«Da poco. Non volevo disturbare nessuno… Come sta Giuseppe?».

«Sai?… Male sta. Gli esce materia da un’orecchia e soffre molto nel capo. Io credo che morirà. Ossia, credevo. Ora ci sei Tu e credo che guarirà. Uscivo a cercare erbe per degli impiastri…».

32«I compagni di Giuseppe sono qui?».

«In due. Gli altri sono andati avanti. Qui è Salomon e Elia».

33«Vi hanno dato noia i farisei?».

«Appena partito Tu. Poi più. Volevano sapere dove eri andato. Ho detto: “Da mia nuora, a Masada”. Ho fatto male?».

34«Hai fatto bene».

«E… ci sei proprio stato?». Il vecchio è trepidante.

35«Sì. Sta bene».

«Ma… non ti ha ascoltato? …».  

36«No. Occorre pregare molto per lei».

«E per i piccoli figli… Che li allevi al Signore…», dice il vecchio e due lacrimoni scendono a dire ciò che egli tace. Termina: «Li hai visti?».

33«Uno posso dire di averlo visto… Gli altri li ho intravisti. Stanno tutti bene».

34«Offro a Dio rinuncia e perdono… Però… è tanto amaro dire: “Non li vedrò più”…».

35«Vedrai presto tuo figlio e con lui sarai in pace in Cielo».

La Pentecoste è manifestazione dell’Amore.

36«Grazie, Signore. Entra…»

37«Sì. Andiamo subito dal ferito. Dove è?».

«Sul letto migliore».

38Entrano nell’orto ben ordinato e da questo nella cucina e dalla cucina nella cameretta. Gesù si china sul malato, che dorme gemendo. Si china, si china… e gli alita sull’orecchio avvolto in filacce già piene di pus. Si rialza. Arretra senza rumore.

«Non lo desti?», chiede sottovoce il vecchio.

39«No. Lascialo dormire. Non ha più dolore. Si ristorerà. Andiamo dagli altri». Gesù accosta senza rumore la porta e passa nel camerone dove sono i lettucci acquistati l’altra volta. I due discepoli, stanchi, dormono ancora.

40«Vegliano sino a mattutino. Io da mattutino a sera. Sono stanchi, perciò. Sono tanto buoni».

41I due devono dormire a orecchi aperti, perché si destano subito: «Maestro! Il nostro Maestro! In tempo venisti! Giuseppe è…».

42«Guarito. Ho già fatto. Dorme e non sa. Ma non ha più nulla. Non avrà che mondarsi dal marciume e sarà sano come avanti».

43«Oh! Allora mondaci anche noi, perché abbiamo peccato».

44«In che?».

«Per assistere Giuseppe non siamo stati al Tempio…».

45«La carità fa un tempio in ogni luogo. E nel Tempio della carità è Dio. Se tutti ci amassimo, la Terra sarebbe tutta un Tempio. State in pace. Verrà un giorno che Pentecoste vorrà dire “Amore”. Manifestazione dell’amore. Voi avete fatto, precorrendo i mesi, la Pentecoste futura, poiché avete amato il fratello vostro».

46Dall’altra stanza la voce di Giuseppe chiama: «Anania! Elia! Salomon! Ma io sono guarito!»; e l’uomo appare ricoperto solo dalla tunica corta, smagrito, ancora pallido, ma senza sofferenza. Vede Gesù e dice: «Ah! Tu fosti, Maestro mio!», e corre a baciargli i piedi.

47«Dio ti dia pace, Giuseppe, e perdonami se per Me soffristi».

48«Mi glorio di aver versato del sangue per Te come lo versò mio padre. Ti benedico di avermi reso degno di questo!». Il viso popolano di Giuseppe sfavilla nella gioia di queste parole e si fa nobile, di una bellezza che viene da luce interiore.

Solo le forti volontà resteranno fedeli.

49Gesù lo carezza e parla a Salomon: «La tua casa serve a fare molto bene».

50«Oh! perché è tua, adesso. Prima non serviva che ai sonni pesanti del traghettatore. Ma sono contento che ti abbia servito e abbia servito a questo giusto. Ora avremo qualche giorno buono, qui con Te».

51«No, amico. Voi partirete subito. Non ci è più concesso ristoro. Questo tempo sarà proprio di prova, e solo le forti volontà resteranno fedeli. Ora spezzeremo insieme il pane, poi partirete, subito, lungo il fiume, precedendomi di mezza giornata».

«Sì, Maestro. Anche Giuseppe?».

52«Anche. A meno che egli tema nuova ferita…».

53«Oh! Maestro! Volesse Iddio che avessi a precederti nella morte dando il mio sangue per Te!».

Perdono e sofferenza per la redenzione.

54Escono nell’orto rugiadoso, brillante al primo sole. E Anania fa gli onori di casa cogliendo i fichi primaticci dai rami più propizi alla maturazione, e si scusa di non poter offrire un piccioncino perché le due nidiate sono state usate per il malato. Ma ci sono i pesci, e svelti svelti si danno a preparare il cibo. Gesù passeggia fra Elia e Giuseppe, che raccontano l’avventura passata e la forza di Salomon che ha portato a spalla il ferito per degli interi chilometri, fatti un po’ per volta, di notte… «Ma tu, Giuseppe, perdoni, non è vero? a chi ti ha ferito?».

«Non ho mai avuto rancore per quegli infelici. Ho offerto il perdono e la sofferenza per la loro redenzione».

55«Così va fatto, discepolo buono! E Ogla?».

«Ogla è andato con Timoneo. Non so se continuerà a seguirlo o se si fermerà all’Ermon. Parlava sempre di volere andare al Libano».

56«Già. Dio lo guidi per il meglio».

Riposo dopo il pasto.  

57Ora un grande cinguettio di uccelli fa coro nelle fronde, e belati, voci di bimbi, di donne, ragli, carrucole che cigolano nei pozzi, denotano che il paese è desto. Nell’orto stesso vengono spezzati i pani e distribuiti i pesci, e poi si consuma il pasto e subito dopo, benedetti da Gesù, i tre discepoli lasciano la casa, percorrendo svelti la via sino al fiume e immergendosi nei canneti freschi e ombrosi… Non si vedono più…

58«Ed ora riposiamo fino a sera e poi seguiamoli noi pure», ordina Gesù.

59E chi sui lettucci, chi su un mucchio di reti che Anania ha intrecciate, dicendo che così non sta in ozio e guadagna il suo pane quotidiano, si stendono nella ricerca di un buon sonno ristoratore. Anania intanto, raccolte le vesti sudate, esce senza far rumore, chiude porta e cancello e scende al fiume a detergerle, perché siano fresche e asciutte per la sera…

419. Guarigioni in un paesello della Decapoli. Parabola dello scultore
e delle statue
[67].

Guarigioni incredibili.

Il barcaiolo.

Ecco quanto vedo.

1Un paesello fluviale di poche case molto modeste. Deve essere quello da cui è partito Gesù quando traghettò in barca il Giordano in piena, perché vedo venire incontro a Gesù, che aveva mandato avanti a preparargli la via l’Iscariota e Tommaso, il barcaiolo con i suoi parenti. Il barcaiolo, quando vede venire da lontano Gesù, affretta il passo e, giunto davanti a Gesù, si inchina con somma riverenza dicendo: «Bene vieni, o Maestro, ai nostri malati. Essi ti attendono. Ho molto parlato di Te. Tutto il paese ti saluta per bocca mia dicendo: “Benedetto il Messia del Dio altissimo!”».

2«La pace a te e a questo paese. Sono qui per voi. Non sarete delusi nelle vostre speranze. Chi crede avrà pietoso il Cielo. Andiamo».

3E Gesù si pone al fianco del barcaiolo, procedendo verso il centro del paesello.

4Donne, bambini, uomini si fanno sulle soglie e poi seguono il piccolo corteo man mano che procede. Ad ogni metro cresce la gente, perché sempre se ne unisce dell’altra alla prima. Chi saluta e chi benedice e chi invoca.

Un cadaverino corroso dalla carie.

5«Maestro», grida una madre, «mio figlio è malato. Vieni, benedetto!».

6E Gesù devia verso una povera casa, pone una mano sulla spalla della madre tutta in lacrime e chiede: «Dove è tuo figlio?».

«Qui, Maestro, vieni».

7Entrano la madre, Gesù, il barcaiolo, Pietro, Giovanni, il Taddeo e dei popolani. Gli altri si affollano sulla porta e guardano allungando i colli per vedere. In un angolo della povera e scura cucina è un letticciuolo presso il focolare acceso. E sopra un cadaverino di fanciullo sui sette anni. Dico un cadaverino tanto è consumato, giallognolo, senza moto. Solo l’ansito rantoloso del piccolo petto, malato direi di tubercolosi.

8«Guarda, Maestro. Ho speso tutte le mie risorse per salvare almeno questo. Non ho più marito, gli altri due figli mi sono morti alla stessa età di questo. L’ho portato fin a Cesarea marittima per mostrarlo ad un medico romano. Ma non ha saputo che dirmi: “Rassegnati. La carie lo rode”. Guarda…»

9E la madre scopre il povero esserino gettando indietro le coperte. Là dove non sono fasce, sono ossicini sporgenti da una pelle arsa e giallognola. Ma poca parte di corpo è scoperta. L’altra è sotto bende e pannolini che, quando vengono levati dalla madre, mostrano i caratteristici buchi gementi delle carie ossee. Uno spettacolo miserando. Il malatino è così abbattuto che non fa gesto. Pare non si tratti neppure di lui. Apre appena gli occhi incavati e intontiti e dà uno sguardo indifferente, direi infastidito, alla folla. Poi li richiude.

10Gesù lo carezza. Pone la sua lunga mano sulla testolina abbandonata, e il bambino riapre gli occhi guardando con più interesse quell’uomo sconosciuto, che lo tocca con tanto amore e che gli sorride con tanta pietà.

11«Vuoi guarire?». Gesù parla piano, curvandosi sulla faccina smunta. Prima ha ricoperto il corpicino dicendo alla madre, che voleva porre altre fasce: «Non occorre, donna. Lascia così».

12Il malatino annuisce senza parlare.

13«Perché?».

«Per la mamma mia», dice la vocina esile esile.

La madre piange più forte.

14«Sarai sempre buono se guarisci? Un buon figlio? Un buon cittadino? Un buon fedele?».

Fa le domande ben staccate, per dare tempo al piccolo di rispondere singolarmente.

15«Ti ricorderai quanto prometti ora? Sempre?».

I lievi, e pur tanto profondi di desiderio, «sì» cadono uno dopo l’altro come tanti sospiri d’anima.

16«Dammi una mano, piccolo».

Il malatino vuol dare quella sana, la sinistra. Ma Gesù dice: «L’altra dammi. Non ti farò male».

17«Signore», dice la madre, «è tutta una piaga. Lascia che io la fasci. Per Te…».

18«Non importa, donna. Non ho ribrezzo che delle impurità dei cuori. Dammi la mano e di’ con Me: “Voglio esser sempre buono come figlio, come uomo e come credente nel Dio vero”».

Il bambino ripete forzando la vocina. Oh! c’è tutta la sua anima in quella voce, e la speranza… e certo anche quella della madre.

19Un silenzio solenne si è fatto nella stanza e nella via. Gesù, che tiene con la sinistra la destra del malato, alza la sua mano destra – la sua mossa di quando annuncia una verità o di quando impone la sua volontà ai morbi e agli elementi – e diritto, solenne, con voce potente dice: «Ed Io voglio che tu sii sanato. Sorgi, fanciullo, e loda il Signore»; e gli lascia andare la manina, che ora è tutta sana, magra, ma senza la minima escoriazione, e dice alla madre: «Scopri la tua creatura».

20La donna, che ha un viso di chi è fra una sentenza di morte e una di grazia, leva titubante le coperte… e ha un urlo e si getta sul corpicino magrissimo ma sano, lo bacia, lo stringe… è folle di gioia. Tanto da non vedere che Gesù si allontana dal letto e si avvia alla porta.

21Ma il malatino vede e dice: «Benedicimi, o Signore, e lascia che io ti benedica. Mamma… non ringrazi?».

 «Oh! perdono! …». La donna, col bambino fra le braccia, si getta ai piedi di Gesù.

22«Comprendo, donna. Va’ in pace e sii felice. Addio, bambino. Sii buono. Addio a tutti». Ed esce.

Un sordo muto di nascita.

23Donne e donne alzano i loro bambini perché la benedizione di Gesù li preservi in futuro dal male. Piccoli si intrufolano fra i grandi per farsi carezzare. E Gesù benedice, carezza, ascolta, si ferma ancora a guarire tre malati agli occhi ed uno che trema tutto come per ballo di S. Vito. Ora è al centro del paese.

24«Vi è qui un mio parente sordo e muto di nascita. Sarebbe sveglio di mente, ma non può nulla fare. Guariscilo, Gesù», dice il barcaiolo.

25«Conducimi a lui».

Entrano in un orticello in fondo al quale è un giovane sulla trentina, che attinge l’acqua a un pozzo e la versa sulle verdure. Nella sua sordità, avendo le spalle voltate, non si accorge di quanto avviene e continua imperterrito la sua occupazione, nonostante i gridi della folla siano tanto forti da impaurire i colombi sui tetti.

26Il barcaiolo lo raggiunge, lo prende per un braccio e lo conduce da Gesù.

27Gesù si pone di fronte all’infelice, molto accosto, proprio corpo contro corpo, di modo che con la sua lingua tocca la lingua del muto che sta a bocca aperta e, con i due medi nelle orecchie del sordomuto, prega un attimo con gli occhi levati al cielo, poi dice: «Apritevi!», e leva le mani e si scosta.

28«Chi sei che mi sleghi parola e udito?», grida il miracolato.

Gesù fa un gesto e cerca proseguire uscendo dal dietro della casa. Ma tanto il guarito che il barcaiolo lo trattengono, uno dicendo: «É Gesù di Nazareth, il Messia», e l’altro esclamando: «Oh! resta, che io ti adori!».

29«Adora il Dio altissimo e siigli sempre fedele. Va’. Non perdere tempo in inutili parole, non fare del miracolo oggetto di umano passatempo. Usa la favella nel bene, più che con le orecchie ascolta col cuore le voci dello Spirito Creatore che ti ama e benedice».

30Ma sì! Dire ad uno, tanto felice, di non parlare della sua felicità, è inutile! Il guarito si rifà dei tanti anni di mutismo e di sordità parlando con tutti i presenti. Il barcaiolo insiste perché Gesù entri nella sua casa per riposarsi e prendere ristoro. Si sente l’autore di tutto il rispetto che circonda Gesù e se ne tiene. Vuole sia riconosciuto il suo diritto.

31«Ma io sono il notabile del paese», dice un vecchione imponente.

32«Ma se non ero io con le mie barche, tu Gesù non lo vedevi», risponde il barcaiolo.

33E Pietro, sempre schietto e impulsivo: «Veramente… se non ero io a dirti una cosetta, tu… le barche…».

34Gesù interviene provvidenzialmente, facendo contenti tutti. «Andiamo presso al fiume. Là, in attesa del cibo, e sia parco e frugale perché il cibo deve servire al corpo e non essere scopo del corpo, Io evangelizzerò. Chiunque vorrà udirmi e interrogarmi venga con Me».

35Potrei dire che il paese intero lo segue.

Parabola dello scultore e delle statue.

Il soggetto del discorso.   

36Gesù sale su una barca tirata in secco sul greto e da quella tribuna improvvisata, avendo di fronte, seduti a semicerchio sulla riva e fra le piante, gli uditori, parla loro.

37Prende lo spunto dalla domanda che fa un uomo: «La nostra Legge, Maestro, quasi indica come colpiti da Dio coloro che nascono infelici, tanto che vieta loro ogni servizio all’altare[68]. Ma che colpa ne hanno costoro? Non sarebbe giusto riputare colpevoli i loro genitori che li danno alla luce infelici? Le madri in specie? E come dobbiamo comportarci con questi nati disgraziati?».

Lo scultore e le statue.

«Udite.

38Uno scultore sommo e perfetto fece un giorno la forma di una statua, e ne fece un’opera tanto perfetta che se ne compiacque e disse: “Voglio che la Terra sia piena di tale meraviglia”. Ma da sé solo non poteva sopperire a tale lavoro. Chiamò allora in suo aiuto altre persone e disse loro: “Su questo modello fatemi mille e diecimila statue ugualmente perfette. Io poi darò loro l’ultimo tocco, infondendo espressione alle loro fisionomie”. Ma gli aiutanti non erano capaci di tanto, anche perché, oltre ad essere molto inferiori nella capacità del loro maestro, si erano resi un poco ebbri, avendo gustato un frutto il cui succo crea deliri e nebbie. Allora lo scultore dette loro come delle forme e disse: “In esse modellate la materia; sarà opera giusta ed io la farò completa avvivandola dell’ultimo colpo”. E gli aiutanti si misero all’opera. Ma lo scultore aveva un grande nemico. Nemico suo personale e nemico dei suoi aiutanti, il quale cercava con ogni mezzo di far sfigurare lo scultore e di mettere dissapori fra lui e i suoi aiutanti. Perciò costui nelle opere di essi mise la sua astuzia, là alterando la materia da colare nella forma, qua indebolendo il fuoco, più oltre assonnando gli aiutanti. Onde avvenne che il reggitore del mondo, per cercare di impedire il più possibile che l’opera uscisse in copie imperfette, mise sanzioni gravi contro quei modelli usciti in modo imperfetto. Ed una fu che tali modelli non potessero esser esposti nella Casa di Dio. Là tutto deve, o dovrebbe, esser perfetto. Dico: dovrebbe, perché non è così. Anche se l’apparenza è buona, buona non è la realtà. I presenti nella Casa di Dio paiono senza difetti, ma l’occhio di Dio scopre in essi i più gravi. Quelli che sono del cuore.

È con il cuore che si serve Dio.

39Oh! il cuore! É con quello che si serve Dio; in verità, è con quello. Non occorre né basta aver occhio limpido e udito perfetto, voce armoniosa, belle membra, per cantare le lodi gradite a Dio. Non occorre né basta aver belle vesti e monde e profumate. Limpido e perfetto, armonico e ben costrutto deve esser lo spirito nello sguardo, nell’udito, nella voce, nelle forme spirituali, e queste devono essere ornate di purezza: ecco la veste bella e monda, e profumata di carità; ecco l’olio saturo d’essenza che piace a Dio.

L’infelicità è pena che da merito.

40E che carità sarebbe quella di uno che, essendo felice e vedendo un infelice, avesse per lui scherno e odio? Ma, anzi, doppia e tripla carità va data a chi, incolpevole, è nato infelice. L’infelicità è pena che dà merito a chi la porta e a chi, congiunto al colpito, la vede portare e ne soffre per amor di parente, e forse si batte il petto pensando: “Causa di questa pena io sono, con i miei vizi”. E non deve mai divenire causa di colpa spirituale in chi la vede. Colpa diviene se diviene anticarità. Onde Io vi dico: non siate mai senza carità col vostro prossimo. É nato infelice? Amatelo perché porta la sua gran pena. É divenuto infelice per sua colpa? Amatelo perché la sua colpa già si è mutata in castigo. É genitore di un infelice nato tale o divenuto tale? Amatelo perché non vi è pena più grande di un dolore di genitore colpito nella sua creatura. É una madre che ha generato un mostro? Amatela perché ella è letteralmente schiacciata da quel dolore che crede il più inumano. Inumano è.

Il dolore delle madri.

41Ma più ancora è il dolore di una che è madre di un mostro d’anima, la quale si accorge di aver partorito un demonio e un pericolo per la Terra, per la patria, per la famiglia, per gli amici. Oh! che questa non osa più neppure alzare la fronte, povera madre di un feroce, di un abbietto, di un omicida, di un traditore, di un ladro, di un corrotto!

42Ebbene, Io vi dico: amate anche queste madri, le più infelici. Quelle che nei secoli passeranno col nome di madri di un assassino, di un traditore.

43Ovunque la Terra ha udito il pianto delle madri straziate da una morte crudele del proprio figlio. Da Eva in poi, quante madri si sono sentite lacerare le viscere più che nelle doglie del parto – ma che dico? – si sono sentite sradicare le viscere e con esse il cuore da una mano feroce davanti al cadavere del figlio assassinato, giustiziato, martirizzato dagli uomini, e hanno ululato il loro spasimo, avvoltolandosi con un delirio di spasmodico amor doloroso sulla spoglia che non le udiva più, che non si scaldava più al loro calore, che non poteva più fare un moto per dire con lo sguardo, o col gesto, se più non poteva con la bocca: “Madre, io ti odo”.

L’amore è quello che salverà la terra.

44Eppure Io vi dico che ancor la Terra non ha udito il grido e raccolto il pianto della più santa e della più infelice. Di quelle che saranno eterne nel ricordo dell’uomo. La Madre dell’ucciso Redentore e la madre di colui che sarà il suo traditore. Queste due, martiri in diverso modo, si udiranno, attraverso le miglia, si udiranno gemere, e sarà la Madre innocente e santa, la più innocente, l’innocente Madre dell’Innocente, quella che dirà alla sorella lontana, martire di un figlio crudele più che d’ogni altra cosa: “Sorella, io ti amo”.

45Amate per esser degni di Questa che amerà per tutti e amerà tutti. L’amore è quello che salverà la Terra».

Il dolce Maestro d’amore

46E Gesù scende dal suo rustico pulpito e si china a carezzare un bambinello seminudo nella sua camicetta, che si rotola sull’erba del greto. Dopo tante sublimi parole di Maestro, è dolce vederlo così, interessarsi di un pargolo, come un semplice uomo, e poi spezzare il pane e offrirlo e darlo ai più vicini e sedersi e mangiare umanamente, mentre certo nel cuore già sente l’ululo di sua Madre e vede Giuda al suo fianco. A me fa più impressione, a me così impulsiva, questo suo dominio sui sentimenti di molte altre cose. É una lezione continua che io ne ho. Ma gli astanti, invece, pare che siano rimasti addirittura affascinati. Mangiano pensosi e silenziosi, guardando con venerazione il dolce Maestro d’amore.

420. Liberazione di un indemoniato completo. La vocazione della donna all’amore[69].

Un indemoniato completo.

Il mostro dei sepolcri.

1Ancora Gesù e i suoi sono per le campagne. Qui la falciatura dei grani è già compiuta e i campi mostrano le stoppie arse. Gesù costeggia un sentiero ombroso e parla con degli uomini che si sono uniti al gruppo degli apostoli.

2«Sì», dice uno. «Niente lo guarisce. Più che folle è. E, sai, è il terrore di tutti, specie delle donne, perché le rincorre con lazzi osceni. E guai se le prendesse!».

«Non si sa mai dove è», dice un altro.

3«Sui monti, nei boschi, nei solchi dei prati… sbuca improvviso come una serpe… Le donne ne hanno gran paura. Una, giovinetta, che tornava dal fiume, vedendosi avvinghiata dal forsennato, ne è morta in pochi giorni per gran febbre».

4«L’altro giorno mio cognato era andato nel luogo ove si è preparato per sé e i suoi il sepolcro, perché gli è morto il padre della moglie, per preparare tutto alla sepoltura. Ma è dovuto fuggire perché dentro vi era l’ossesso, nudo e urlante come sempre, e che lo minacciava a colpi di pietra… L’ha inseguito fin quasi al paese e poi è tornato al sepolcro, e il morto lo dovetti far seppellire nel mio sepolcro».

5«E quella volta che si è ricordato che Tobia e Daniele lo hanno a forza preso e legato e ricondotto a casa? Li ha aspettati mezzo sepolto fra le canne e il fango del fiume e, quando loro montarono in barca per la pesca o il traghetto, non so bene, con la sua forza di demone ha alzato la navicella e l’ha capovolta. Furon vivi per miracolo, ma quanto vi era nella barca si perse, e la stessa ne uscì con la chiglia rotta e i remi fracassati».

6«Ma non lo faceste vedere ai sacerdoti?», interroga Giuda d’Alfeo.

«Sì. Legato come un carico di merce fu portato fino a Gerusalemme… Un viaggio! un viaggio!… Ti dico, io c’ero, che non ho più bisogno di scendere all’inferno per sapere che avviene là e che si dice. Ma non giovò nulla…».

7«Come prima?».

«Peggio!».

«Eppure… il sacerdote!…», esclama Bartolomeo.

«Ma che vuoi!… Bisognerebbe che…».

«Che? Continua…».

 Silenzio.

8«Parla, dunque. Non temere. Non ti accuserò».

«Ecco… dicevo… ma non voglio peccare… dicevo… che… sì… il sacerdote potrebbe riuscire se… se…».

9«Se fosse santo, vuoi dire, e non osi dirlo. Io ti dico: evita di giudicare. Ma è vero quanto dici. È dolorosamente vero!…», dice Pietro.

10Gesù tace e sospira. Un breve silenzio impacciato.

11Poi uno osa di nuovo. «Se lo incontriamo, Tu lo guarisci? Liberi queste contrade?».

12«Tu speri che Io lo possa? Perché?».

«Perché Tu sei santo».

13«Santo è Dio».

«E Tu che ne sei Figlio».

14«Come lo puoi sapere?».

15«Eh! la voce corre, e poi siamo del fiume e sappiamo che hai fatto, or è tre lune. Chi ferma una piena se non è Figlio di Dio?».

16«E Mosè? [70] e Giosuè? [71]».

«Operavano in nome di Dio e per la sua gloria. E potevano perché erano santi. Tu sei da più di loro».

17«Lo farai, Maestro?».

«Lo farò, se lo incontreremo».

18Proseguono. Il caldo che aumenta li porta a lasciare la via ed a cercare ristoro in un intrico d’alberi che sono lungo il fiume, che non è più turbato come quando era in piena. Ma, sebbene ancor ricco d’acque, le ha quiete e azzurre, tutte scintillanti sotto al sole.

19Il sentiero si allarga e mostra nel fondo un biancore di case. Deve essere un paese che si avvicina. Ai margini di esso vi sono delle costruzioni piccole, bianchissime e senza altre aperture che una in una parete. Parte sono aperte. Le più, chiuse ermeticamente. Intorno non c’è nessuno. Sono sparse su un terreno brullo e incolto, pare abbandonato. Solo erbacce e pietroni.

Il ringhio della bestia infernale.

20«Va’ via! va’ via! Indietro o ti uccido!».

21«Ecco l’ossesso che ci ha visti! Io me ne vado».

«Io pure».

«Ed io vi seguo».

22«Non temete. Rimanete e vedete».

23Gesù è così sicuro che i… coraggiosi ubbidiscono, ponendosi però dietro a Gesù. Anche i discepoli restano indietro. Gesù va avanti solo e solenne, come nulla vedesse e udisse.

24«Va’ via!». L’urlo della voce è lacerante. Ha del ringhio e dell’ululato. Pare impossibile possa uscire da gola umana. «Va’ via! Indietro! Ti uccido! Perché mi perseguiti? Non ti voglio vedere!». L’ossesso balza, completamente nudo, bruno, con barba e capelli lunghi e scomposti. Le ciocche nere e ispide, piene di foglie secche e polvere, gli ricadono sugli occhi torvi, iniettati di sangue, roteanti nelle orbite, fin sulla bocca aperta nell’urlo e in folli risate che paiono un incubo, sulla bocca che spuma e sanguina, perché il forsennato se la percuote con una selce aguzza e dice: «Perché non ti posso uccidere? Chi mi lega la forza? Tu? Tu?».

Delirio del Principe nero.

25Gesù lo guarda e procede.

26Il pazzo si rotola al suolo, si morde, spuma più ancora, si colpisce con la sua selce, riscatta in piedi, punta l’indice verso Gesù che fissa stravolto e dice: «Udite! Udite! Costui che viene è…».

27«Taci, demonio dell’uomo! Te lo comando».

28«No! No! No! Non taccio, no, non taccio. Che vi è fra noi e Te? Perché non ci dài bene? Non ti è bastato averci confinati nel regno d’inferno? Non ti basta venire, esser venuto per strapparci l’uomo? Perché ci respingi là in fondo? Lasciaci abitare nelle nostre prede! Tu, grande e potente, passa e conquista, se puoi. Ma lascia che noi si goda e si nuoccia. Per questo siamo. Oh! mal… No! Non lo posso dire! Non te lo far dire! Non te lo far dire! Non posso maledire Te! Ti odio! Ti perseguito! Ti aspetto per torturarti! Odio Te e Colui da cui procedi e odio Quello che è il vostro Spirito. L’Amore lo odio, io che Odio sono! Ti voglio maledire! Ti voglio uccidere! Ma non posso. Non posso! Non posso ancora! Ma ti aspetto, o Cristo, ti aspetto. Morto ti vedrò! O ora di gioia! No! Non gioia! Morto Tu? No. Non morto. Ed io vinto! Vinto! Sempre vinto!… Ah!!!…». Il parossismo è al colmo.

29Gesù prosegue verso l’ossesso, tenendolo sotto il raggio dei suoi occhi magnetici. È tutto solo, ora, Gesù. Apostoli e popolani sono rimasti indietro. Questi, dietro agli apostoli. E gli apostoli scosti un trenta metri almeno da Gesù.

30Degli abitanti del paese, che pare molto popolato e, mi pare anche, ricco, sono usciti, attratti dalle grida, e guardano la scena, pronti anche loro a fuggire come l’altro gruppo. Così la scena è in questo modo: al centro l’ossesso e Gesù, a pochi metri ormai l’uno dall’altro; dietro Gesù, a sinistra, apostoli e popolani; a destra, dietro l’ossesso, i cittadini.

La sfida di Belzebù.

31Gesù, dopo il comando di tacere, non ha più parlato. Fissa solo l’ossesso. Ma ora Gesù si arresta e alza le braccia, le tende verso l’indemoniato, sta per parlare. Gli urli divengono veramente infernali. L’ossesso si contorce, fa salti a destra, a manca, in alto. Pare voglia o fuggire o avventarsi, ma non può. È inchiodato lì e, tolto il suo divincolio, non gli è concesso altro moto.

32Quando Gesù tende le braccia, a mani tese come chi giura, il folle urla più forte e, dopo aver tanto imprecato e riso e bestemmiato, si pone a piangere e a supplicare. «Nell’inferno, no! No, nell’inferno! Non mi ci mandare! È orrida la mia vita anche qui, in questa carcere d’uomo, ché io voglio scorrere il mondo e sbranarti i tuoi creati. Ma là, là, là!… No! No! No! Lasciami fuori!…».

Padre dell’ Iscariota.

33«Esci da costui. Te lo comando».

«No!».

«Esci».

«No!».

«Esci!».

«No».

34«Nel nome del Dio vero, esci!».

35«Oh! Perché mi vinci? Ma non esco, no. Tu sei il Cristo, Figlio di Dio, ma io sono…».

36«Chi sei?».

37«Io sono Belzebù. Belzebù sono, il Padrone del mondo, e non mi piego. Ti sfido, o Cristo!».

38L’ossesso si immobilizza di colpo, rigido, quasi ieratico, e fissa Gesù con occhi fosforescenti, muovendo appena le labbra su parole non intelligibili e facendo, con le mani portate verso le spalle, i gomiti flessi, dei lievi movimenti. Gesù pure si è fermato. A braccia, ora, conserte sul petto, lo fissa. Anche Gesù muove appena le labbra. Ma non odo parola. I presenti sono in attesa e in contrasto fra loro: «Non ci riesce!»,

39«Sì, ora il Cristo riesce»,

«No. Vince l’altro»,

«È ben forte»,

«Sì»,

«No».

40Gesù disserra le braccia. Il suo volto è un bagliore di imperio, la sua voce un tuono. «Esci. Per l’ultima volta. Esci, o Satana! Io son che comando!».

41«Aaaaah!» (è un urlo lunghissimo di strazio infinito. Non l’ha così chi viene lentamente trapassato da una spada). E poi l’urlo si concreta in parole: «Esco, sì. Mi hai vinto. Ma mi vendicherò. Tu scacci me, ma un demone l’hai al fianco e in quello entrerò per possederlo, investendolo di ogni mio potere. E non ci sarà comando tuo che lo strapperà a me. In ogni tempo, in ogni luogo io mi genero figli. Io, l’autore del Male. E come Dio da Se stesso si è generato, io, ecco, da me stesso mi genero. Mi concepisco nel cuore dell’uomo, e costui mi partorisce, partorisce un nuovo Satana che è se stesso, ed io giubilo, giubilo d’aver tanta prole! Tu e gli uomini sempre troverete queste mie creature che sono altrettanti me. Vado, o Cristo, a prendere possesso del mio nuovo regno, come Tu vuoi, e ti lascio questo straccio di uomo malmenato da me. Per lui che ti lascio, elemosina di Satana a Te, Dio, mi prendo mille e diecimila ora, e li troverai quando sarai Tu un lurido sbrendolo di carne data in ludibrio ai cani, e ne prenderò, nei secoli e nei secoli, diecimila e centomila, per farne il mio strumento e il tuo tormento. Credi di vincere alzando il tuo Segno? I miei lo abbatteranno e io vincerò… Ah! non che non ti vinco! Ma ti torturo in Te e nei tuoi!…».

42Si ode un fragore come di un fulmine. Ma non c’è guizzo di luce né brontolio di tuono. Solo uno schianto secco e lacerante, e mentre l’ossesso cade come morto al suolo e vi resta, un grosso tronco presso i discepoli cade a terra, come se a circa un metro dal suolo fosse stato segato da una sega fulminea nell’operare. Il gruppo apostolico fa appena in tempo a scansarsi. I popolani, poi, fuggono del tutto.

Pietà e rispetto verso il liberato.

43Ma Gesù, che si è curvato sul prostrato e lo ha preso per mano, si volge, stando così curvo e con la mano del liberato nella sua, e dice: «Venite. Non temete!». Timorosa la gente si accosta. «È guarito. Portate una veste». Uno parte di corsa.

44L’uomo si rinviene piano piano. Apre gli occhi e incontra lo sguardo di Gesù. Si pone a sedere. Con la mano libera si asciuga sudore, sangue e bava, si getta indietro i capelli, si osserva. Si vede nudo davanti a tanta gente e si vergogna. Si rannicchia su se stesso e chiede: «Che è stato? Chi sei? Perché sono qui? Nudo?».

45«Nulla, amico. Ora ti porteranno vesti e tornerai a casa tua».

«Da dove vengo? E Tu da dove vieni?». Parla con voce stanca e bianca di malato.

46«Io vengo dal mar di Galilea».

«E come mi conosci? Perché mi soccorri? Come ti chiami?».

Giungono degli uomini con una veste che porgono al miracolato. E giunge una povera vecchia piangente, che si stringe il guarito al cuore.

«Figlio mio!».

47«Mamma! Perché mi hai lasciato per tanto tempo?».

La vecchia piange più forte e lo bacia e carezza. Forse direbbe altre parole, ma Gesù la domina coi suoi occhi e gliene ispira altre, più pietose: «Sei stato tanto malato, figlio mio! Loda Dio che ti ha guarito e il suo Messia che ha operato nel nome di Dio».  

«Questo? Come si chiama?».

«Gesù di Galilea. Ma il suo nome è Bontà. Baciagli le mani, figlio, digli che ti perdoni per quanto hai fatto o detto… certo hai parlato nella tua…».  

48«Sì, ha parlato nella sua febbre», dice Gesù per fermare le parole imprudenti.

49«Ma non era lui che parlava ed Io non ho severità con lui. Sia buono, ora. Sia continente». Gesù calca sulla parola. L’uomo abbassa il capo, confuso.

Le vipere mordono ancora.

50Ma ciò che Gesù risparmia non lo risparmiano i ricchi cittadini, che ormai si sono accostati. Fra essi ci sono gli ineffabili farisei.

51«Ti è andata bene! Buono per te che hai incontrato costui, padrone dei demoni».

«Indemoniato io?». L’uomo è terrorizzato.

52La vecchia scatta: «Maledetti! Senza pietà e rispetto! Vipere esose e crudeli! E tu anche, inutile ministro della sinagoga. Padrone dei demoni il Santo?».

«E chi vuoi che possa su essi, se non il loro re e padre?».

«Oh! sacrileghi! Bestemmiatori! Siate m…»

53«Silenzio, donna. Sii felice col figlio tuo. Non imprecare. Io non ne ho pena o affronto. Andate in pace tutti. Ai buoni la mia benedizione. Andiamo, amici».

«Posso seguirti?». È il guarito che parla.

54«No. Resta. Sii testimonianza di Me e gioia di tua madre. Va’».

E, fra grida di applauso e mormorii di scherno, Gesù traversa parte della cittadina e poi rientra nelle ombre degli alberi lungo il fiume. Gli apostoli gli si serrano intorno.

Per quale sentiero viene Satana?

Pietro chiede: «Perché, Maestro, lo spirito immondo fece tanta resistenza?».

55«Perché era uno spirito completo».

«Che vuole dire questa parola?».  

56«Uditemi. Vi è chi si dà a Satana aprendo una porta ad un vizio capitale. Vi è chi si dà due volte, chi tre, chi sette. Quando uno aprì lo spirito ai sette vizi, allora entra in lui uno spirito completo. Entra Satana, il principe nero».

«Quell’uomo, giovane ancora, come poteva esser preso da Satana?».

«Oh! amici! Sapete per quale sentiero viene Satana? Tre sono le vie generalmente battute, ed una non manca mai. Tre: il senso, il denaro, la superbia della mente. Il senso è quello che non manca mai. Staffetta delle altre concupiscenze, passa seminando il suo veleno e tutto fiorisce di fiorita satanica. Per questo Io vi dico: “Siate padroni della vostra carne”. Sia questa padronanza l’inizio d’ogni altra, così come questa schiavitù è inizio d’ogni altra. Lo schiavo della lussuria diviene ladro e barattiere, crudele, omicida, pur di servire la sua padrona. La stessa sete di potere ha parentela con la carne. Non vi pare? Così è. Meditate e vedrete se erro. Per la carne Satana entrò nell’uomo e, felice se lo può fare, per la carne vi rientra. Lui, uno e settemplice, col proliferare delle sue legioni di demoni minori».

La volontà è tutto.

57«Maria di Magdala Tu dicesti che aveva sette demoni, Tu lo dicesti, e certo erano demoni di lussuria. Eppure la liberasti con molta facilità».

«Sì, Giuda. È vero».

«E allora?».

«E allora, tu dici, la mia teoria cade. No, amico. La donna voleva, ormai, esser libera dal suo possesso. Voleva. La volontà è tutto».

La perfezione della donna.

58«Perché, Maestro, noi vediamo che molte donne sono prese dal demonio e, lo si può dire, da questo demonio?».

«Vedi, Matteo. La donna non è uguale all’uomo nella sua formazione e nelle reazioni alla colpa d’origine. L’uomo ha altre mete al suo desiderio, più o meno buono. La donna ha una mèta: l’amore. L’uomo ha un’altra formazione. La donna ha questa, sensibile, ancor più perfetta perché destinata al generare. Tu sai che ogni perfezione genera aumento di sensibilità. Un udito perfetto ode ciò che sfugge ad altro orecchio meno perfetto e ne gode. E così l’occhio, e così il palato e l’olfatto.

59La donna doveva esser la dolcezza di Dio sulla Terra, doveva essere l’amore, l’incarnazione di questo fuoco che muove Colui che è, la manifestazione, la testimonianza di questo amore. Dio l’aveva perciò dotata di uno spirito sovreminentemente sensibile perché, madre un giorno, sapesse e potesse, ai suoi nati, aprire gli occhi del cuore all’amore verso Dio e i loro simili, così come l’uomo avrebbe aperto gli occhi della mente ai suoi nati all’intelligere e all’operare.

Collaboratrice di Dio o strumento di Satana?.

60Rifletti il comando di Dio a Se stesso: “Facciamo ad Adamo una compagna”[72]. Dio-Bontà non poteva che voler fare una buona compagna ad Adamo. Chi è buono ama. La compagna di Adamo doveva perciò essere capace di amare per finire di rendere beato il giorno di Adamo nel Giardino felice. Doveva esser tanto capace di amare da essere seconda, collaboratrice e surrogatrice di Dio nell’amare l’uomo, sua creatura, di modo che, anche nelle ore che la Divinità non si palesava al suo creato con la sua voce d’amore, l’uomo non si sentisse infelice per mancanza d’amore.

61Satana sapeva di questa perfezione. Tante cose sa Satana. È lui che parla sulle labbra dei pitoni[73], dicendo menzogne commiste a verità. E queste verità, che esso odia perché egli è Menzogna, le dice solo – tenete a mente, o voi tutti e voi futuri – per sedurvi con la chimera che non sia la Tenebra che parla ma la Luce. Satana, astuto, tortuoso e crudele, si è insinuato in questa perfezione e lì ha morso, e lì ha lasciato il suo veleno. La perfezione della donna nell’amare è divenuta così strumento a Satana per dominare donna e uomo e propagare il male…».

     Potenzialità benefica e malefica della donna.

   «Ma le nostre madri, allora?».

  62«Giovanni, temi di loro? Non tutte le donne sono strumento a Satana. Perfette nel sentimento, sono sempre eccessive nell’azione: angeli se vogliono esser di Dio, demoni se vogliono esser di Satana. Le donne sante, e la tua madre fra queste, vogliono esser di Dio e angeli sono».

63«Non ti sembra ingiusta la punizione alla donna, Maestro? Anche l’uomo peccò».

64«E il premio, allora? È detto[74] che per la Donna tornerà nel mondo il Bene e sarà vinto Satana».

65«Non giudicate mai le opere di Dio. Questo per prima cosa. Ma pensate che, come per la donna entrò il Male, per la Donna è giusto entri il Bene nel mondo. Vi è da annullare una pagina scritta da Satana. E lo farà il pianto di una Donna. E, poi che Satana urlerà in eterno le sue voci, ecco che una voce di Donna canterà per coprire quelle voci».

«Quando?».

66«In verità vi dico che la sua voce è già scesa dai Cieli, dove in eterno cantava il suo alleluia».

«Sarà più grande di Giuditta?».  

67«Più grande di ogni donna».

«Che farà? Che farà mai?».  

68«Capovolgerà Eva col suo triplice peccato. Ubbidienza assoluta. Purezza assoluta. Umiltà assoluta. Su questo si drizzerà, regina e vittoriosa…».

«Ma non è tua Madre, Gesù, Colei che è la più grande per averti generato?».

69«Grande è colui che fa la volontà di Dio. E Maria per questo è grande. Ogni altro merito viene da Dio. Ma questo è tutto suo, e ne sia benedetta».

E tutto finisce.

Dice Gesù:

70«Hai visto un “possesso” di Satana. Molte risposte sono nelle mie parole. Non tanto per te, ma per altri. Gioveranno? No. A coloro che più ne hanno bisogno non gioveranno. Riposa con la mia pace».

421. L’indemoniato guarito, i farisei e la bestemmia contro lo Spirito Santo[75].

Torturato dal demone uomo.

Un bagno ristoratore.

1Passata la Settimana Santa e conseguente penitenza del non vedere, ritorna stamane la vista spirituale del Vangelo. E ogni mio affanno si oblia in questa gioia, che si annuncia sempre con un’indescrivibile sensazione di giubilo sovrumano…

2Ed ecco che vedo Gesù, ancora camminante lungo i boschetti che costeggiano il fiume, fermarsi ordinando una sosta in queste ore troppo calde per permettere il cammino. Perché, se è vero che l’intrico folto dei rami fa riparo al sole, esso produce però anche come una cappa di ostacolo allo scorrere delle brezze appena sensibili, e perciò l’aria, là sotto, è calda, ferma, pesante, di un umidore che trasuda dal suolo prossimo al fiume, un umidore che non è ristoro, ma tormento appiccicoso che si mescola e aumenta al già tormentoso sudore che scorre sui corpi.

3«Sostiamo fino a sera. Poi scenderemo al greto biancheggiante, visibile anche al lume delle stelle, e proseguiremo nella notte. Ora prendiamo cibo e riposo».

4«Ah! prima del cibo prenderò ristoro nelle acque. Saranno tiepide anche esse come un decotto per la tosse, ma serviranno a levarmi il sudore. Chi viene con me?», chiede Pietro.

5Tutti vanno con lui. Tutti, anche Gesù che è come tutti sudato e colla veste pesante di polvere e sudore. Si prendono ognuno una veste pulita dalla sacca e scendono al fiume. Sull’erba, a segnale della loro sosta, non restano che le tredici sacche e le fiaschette dell’acqua, vegliate dagli alberi annosi e da innumerevoli uccelli, che guardano curiosi coi loro occhietti di giaietto le tredici gonfie sacche multicolori sparse sull’erba.

6Le voci dei bagnanti si allontanano e si confondono nel fruscio del fiume. Solo ogni tanto qualche risata squillante dei più giovani risuona come una nota alta sugli accordi bassi e monotoni del fiume.

 7Ma il silenzio è presto rotto da uno scalpiccio di passi. Delle teste si affacciano da un intrico, sbirciano, dicono con espressione contenta: «Sono qui. Si sono fermati. Andiamo a dirlo agli altri», e scompaiono allontanandosi dietro i cespugli…

…8Intanto, rinfrescati, con i capelli ancora umidi per quanto rudimentalmente asciugati, scalzi e coi sandali lavati e gocciolanti tenuti per i cingolini, con le vesti fresche indosso e le altre deposte forse sui canneti dopo una sciacquata nelle acque azzurre del Giordano, tornano gli apostoli col Maestro. Palesemente ristorati da quel lungo bagno.

Stanchezza del cuore.

9Ignorando di essere stati scoperti, si siedono, dopo che Gesù ha offerto e distribuito il cibo. E dopo il cibo, assonnati, si sdraierebbero e dormirebbero.

Ma ecco venire un uomo, e dopo il primo il secondo, e il terzo…

10«Che volete?», interroga Giacomo di Zebedeo che li vede venire e arrestarsi presso un macchione, incerti se farsi avanti o meno. Gli altri, Gesù compreso, si voltano a vedere con chi parla Giacomo.

11«Ah! sono quelli del paese… Ci hanno seguiti!», dice senza entusiasmo Tommaso che si apprestava a dormire un poco.

12Intanto gli interrogati rispondono, un poco intimoriti vedendo la palese ripugnanza degli apostoli a riceverli: «Volevamo parlare al Maestro… Dire che… Vero, Samuele?…», e si arrestano, non osando dire di più.

13Ma Gesù, benigno, li incoraggia: «Dite, dite. Avete altri malati?…», e intanto si alza dirigendosi verso di loro.

14«Maestro, sei stanco anche più di noi. Riposati un poco e loro aspettino…», dicono in più d’un apostolo.

15«Qui vi sono creature che mi desiderano. Perciò essi pure non hanno riposo di pace nel cuore. E la stanchezza del cuore è da più di quella delle membra. Lasciate che Io li ascolti».

16«E va bene! Addio riposo nostro!…», borbottano gli apostoli, abbrutiti dalla stanchezza e dal caldo al punto di rimproverare in presenza di estranei il loro Maestro, tanto che dicono: «E quando, senza prudenza, ci avrai fatti tutti malati, troppo tardi capirai che ti eravamo necessari».

17Gesù li guarda… con pietà. Non c’è altro nei suoi dolci occhi stanchi… Ma risponde: «No, amici. Io non pretendo che voi mi imitiate. Guardate, voi rimanete qui, in riposo. Io mi dilungo con questi, li ascolto e poi vengo a mettermi a riposo fra voi».

18Così dolce la risposta, che ottiene più di un rimprovero. Il buon cuore, l’affetto dei dodici si risveglia e prende il sopravvento: «Non già, Signore! Resta dove sei e parla ad essi. Noi andremo a voltare le nostre vesti per farle asciugare dall’altro lato. Così vinceremo il sonno, e poi verremo e riposeremo insieme».

Crudeltà del demone uomo.

E i più assonnati vanno verso il fiume… Restano Matteo, Giovanni e Bartolomeo. Ma intanto i tre cittadini sono divenuti più di dieci e sempre crescono…

19«Dunque? Venite avanti e parlate senza timore».

20«Maestro, partito Te, si sono fatti ancor più violenti i farisei… Hanno assalito l’uomo da Te liberato e… se non diverrà pazzo sarà un nuovo miracolo… perché… gli hanno detto che… che Tu lo hai levato da un demonio che non impediva che la ragione, ma che gli hai dato un demone più forte, forte tanto che ha vinto il primo, forte più del primo, perché questo danna e possiede il suo spirito, e perciò mentre della prima possessione non avrebbe avuto a portare le conseguenze nell’altra vita, perché le sue azioni non erano… come hanno detto, Abramo?…».

21«Hanno detto… oh! un nome strano… Insomma di quelle azioni Dio non gli avrebbe chiesto conto, perché fatte senza libertà di mente, mentre ora egli, adorando per imposizione del demonio che ha in cuore, messo da Te – oh! ci perdona se te lo diciamo! – da Te, principe dei demoni, adorando Te con mente non più folle, è sacrilego e maledetto, e dannato sarà. Onde il povero infelice rimpiange lo stato di prima e… quasi impreca a Te… Più folle di prima perciò… e la madre si dispera per il figlio che dispera di salvarsi… e ogni gioia in strazio si è mutata. Noi, a dar pace, ti abbiamo cercato, e l’angelo certo qui ci ha guidati… Signore, noi crediamo che Tu sei il Messia. E crediamo che il Messia ha in Sé lo Spirito di Dio. Perciò è Verità e Sapienza. E ti chiediamo di darci pace e spiegazione…».

22«Voi siete nella giustizia e nella carità. Siate benedetti. Ma dove è l’infelice?».

23«Ci segue con la madre, piangendo la sua disperazione. Vedi? Tutto il paese, meno essi, i crudeli farisei, viene a questa volta, incurante delle minacce loro. Perché ci hanno minacciato punizioni per il nostro credere in Te. Ma Dio ci proteggerà».

24«Dio vi proteggerà. Conducetemi al graziato».

25«No. Te lo condurremo. Attendi», e in molti se ne vanno verso il nucleo più numeroso, che viene avanti gestendo mentre due pianti acuti dominano il brusio della folla. Gli altri, i rimasti, sono tanti già e, quando a questi si riuniscono gli altri con al centro l’indemoniato guarito e la madre sua, è veramente una grande folla quella che si pigia fra gli alberi intorno a Gesù, salendo anche sugli alberi per trovare posto per sentire e vedere.

Criterio di discernimento.

26Gesù va incontro al suo miracolato che, come lo vede, strappandosi i capelli e inginocchiandosi dice: «Rendimi il primo demonio! Per pietà di me, della mia anima! Che ti ho fatto perché Tu mi nuocessi tanto?».

27E sua madre, pure in ginocchio: «Egli delira di paura, Signore! Non accogliere le sue bestemmiatrici parole, ma liberalo dalla paura che quei crudeli gli hanno infusa, onde non perda la vita dell’anima. Tu l’hai liberato una volta!… Oh! per pietà di una madre, liberalo ancora!».

28«Sì, donna. Non temere! Figlio di Dio, ascolta!».

29E Gesù appoggia le sue mani sul capo spettinato del delirante di paura soprannaturale. «Ascolta. E giudica. Da te giudica; perché ora il tuo giudizio è libero e puoi giudicare con giustizia. Vi è un modo sicuro per comprendere se un prodigio viene da Dio o da un demonio. Ed è ciò che l’anima prova. Se il fatto straordinario viene da Dio, pace si infonde nell’anima, pace e gaudio maestoso. Se da un demonio, viene, con esso prodigio, turbamento e dolore. E anche dalle parole di Dio pace e gaudio vengono, mentre da quelle di un demonio, sia demonio spirito o demonio uomo, viene turbamento e dolore. E anche dalla vicinanza di Dio viene pace e gaudio, mentre dalla vicinanza di spiriti o uomini malvagi viene turbamento e dolore. Ora rifletti, figlio di Dio. Quando, cedendo al demone della lussuria, tu cominciasti ad accogliere in te il tuo oppressore, godevi gaudio e pace?».

L’uomo riflette e arrossendo risponde: «No, Signore».

30«E quando il perpetuo Avversario ti prese del tutto, avesti pace e gaudio?».

31«No, Signore. Mai. Finché ho compreso, finché fui con un lembo di mente libera, ebbi turbamento e dolore dalla prepotenza dell’Avversario. Poi… non so… Non avevo più l’intelletto capace di capire ciò che soffrivo… Ero più di una bestia… Ma anche in quello stato in cui parevo meno intelligente di un animale… oh! quanto ancora potevo soffrire! Non so dire di che… L’inferno è tremendo! È un tutto orrendo… e non si può dire ciò che è…»

32L’uomo trema davanti al rudimentale ricordo delle sue sofferenze di posseduto. Trema, sbianca, suda… La madre lo abbraccia baciandolo sulla guancia per sviarlo da quell’incubo… La gente sussurra commentando.

33«E quando ti risvegliasti con la mano nella mia mano? Che provasti?».

«Oh! uno stupore così dolce… e poi una gioia, una pace più grande ancora… Pareva che io uscissi da un carcere oscura dove erano state catene serpenti senza numero, e aria fetori di putrida fogna, ed entrassi in un giardino in fiore, pieno di sole, di canti… Ho conosciuto il Paradiso… ma anche questo non si può descrivere…». L’uomo sorride come rapito nel ricordo della sua breve e recente ora di gaudio. Poi sospira e termina: «Ma è presto finito…».

34«Ne sei sicuro? Dimmi, ora che sei a Me vicino e lontano sei da quelli che ti hanno turbato, che provi?».

«La pace ancora. Qui con Te io non posso credere di esser dannato e le loro parole mi sembrano bestemmia… Ma io le ho credute… Non ho dunque peccato verso di Te?».

35«Non tu hai peccato. Ma essi. Sorgi, figlio di Dio, e credi alla pace che è in te. Pace viene da Dio. Tu sei con Dio. Non peccare e non temere», e leva le mani dal capo dell’uomo facendolo alzare.

I servi di Satana.

«Veramente così è, Signore?», chiedono molti.

36«Veramente così è. Il dubbio suscitato dalle parole pensatamente dannose fu l’ultima vendetta di Satana uscito da costui, vinto, desideroso di riprendere la preda perduta».

Con molto buon senso un popolano dice: «Ma allora… i farisei… hanno servito Satana!», e molti applaudono alla giusta osservazione.

37«Non giudicate. C’è chi giudica».  

38«Ma almeno noi siamo schietti nel giudicare… e Dio vede che giudichiamo su colpe palesi. Essi si fingono ciò che non sono. Agiscono con menzogna e con mire non buone. Eppure trionfano più di noi che siamo onesti e sinceri. Sono il nostro terrore. Estendono la loro potenza persino sulla libertà di fede. Si deve credere e praticare come a loro piace. E ci minacciano perché ti amiamo. Tentano ridurre i tuoi miracoli a stregonerie, a mettere paura di Te. Cospirano, opprimono, nuocciono…»

Peccati contro l’amore e la verità. 

Il lievito dei farisei (Lc 12,1)[76].

La folla parla tumultuosamente.

39Gesù fa un gesto imponendo silenzio e dice: «Non accogliete nel cuore ciò che è loro. Non le loro insinuazioni e non i loro sistemi. E neppure l’idea: “essi sono cattivi eppure trionfano”. Non ricordate le parole della Sapienza: “Breve è il trionfo dello scellerato”[77], e l’altra dei Proverbi: “Non seguire, o figlio, gli esempi dei peccatori e non ascoltare le parole degli empi, perché essi rimarranno impigliati nelle catene delle colpe loro e ingannati dalla loro grande stoltezza”[78]? Non mettete in voi ciò che è di coloro che voi stessi, benché imperfetti, giudicate ingiusti. Mettereste in voi lo stesso lievito che corrompe loro. Il lievito dei farisei è l’ipocrisia. Essa non sia mai in voi, né rispetto alle forme del culto verso Dio, né rispetto al modo di usare coi fratelli. Guardatevi dal lievito dei farisei.

Tutto sarà svelato (Lc 12,2-3)[79].

40Pensate che non c’è nulla d’occulto che non possa essere scoperto, nulla di nascosto che non finisca ad esser noto.

41Voi vedete. Essi mi avevano lasciato partire e poi avevano seminato zizzania dove il Signore aveva gettato seme eletto. Credevano di aver fatto sottilmente e vittoriosamente. E sarebbe bastato che voi non mi aveste trovato, che Io avessi passato il fiume prua l’ha aperta, perché il loro mal fare, sotto aspetto di ben fare, trionfasse. Ma presto è stato scoperto il giuoco e la loro mala opera è annullata. E così di tutte le azioni dell’uomo.

42Uno almeno, Dio, le conosce e provvede. Quanto viene detto all’oscuro finisce ad esser svelato dalla Luce, e quello che viene tramato in segreto in una camera può esser disvelato come fosse stato preparato su una piazza. Perché ogni uomo può avere il suo delatore. E perché ogni uomo è visto da Dio, il quale può intervenire a smascherare i colpevoli.

Temete di quelli che vi possono mandare all’inferno (Lc 12,4-5)[80].

43Perciò occorre agire sempre con onestà per vivere con pace. E chi così vive non abbia paura.

44Non paura in questa vita, non paura per l’altra vita. No, amici miei, Io ve lo dico: chi agisce da giusto non abbia paura. Non paura di coloro che uccidono, sì, di coloro che possono uccidere il corpo, ma che dopo di ciò non possono fare altro. Io vi dico di che avete a temere. Temete di quelli che, dopo avervi fatto morire, vi possono mandare all’inferno, ossia dei vizi, dei cattivi compagni, dei falsi maestri, di tutti coloro che vi insinuano il peccato o il dubbio nel cuore, di quelli che tentano di corrompere l’anima più del corpo e portarvi al distacco da Dio e a pensieri di disperazione nella divina Misericordia. Di questo avete a temere, Io ve lo ripeto. Perché allora sarete morti in eterno.

Dio ha cura di tutte le sue creature (Lv 12,6-7)[81].

45Ma per il resto, per la vostra esistenza, non temete. Il Padre vostro non perde d’occhio neppure uno di questi minimi uccelli che nidificano fra le fronde degli alberi. Non uno di essi cade nella rete senza che il suo Creatore lo sappia. Eppure è ben piccolo il loro valore materiale: cinque passeri per due assi. E nullo è il loro valore spirituale. Ciononostante, Dio se ne cura. Come dunque non avrà cura di voi? Della vostra vita? Del vostro bene? Anche i capelli del capo vostro sono noti al Padre, né alcuna ingiuria che viene fatta ai suoi figli gli passa inosservata, perché voi siete i suoi figli, ossia molto più dei passeri che nidificano sui tetti e fra il fogliame. E figli rimanete finché da voi non rinunciate ad esserlo, di vostra libera volontà.

Testimoniare che Gesù è il Messia (Lc 12,8-9)[82].

46E si rinuncia a questa figliolanza quando si rinnega Iddio e il Verbo che Dio ha mandato fra gli uomini per portare gli uomini a Dio. Allora, quando uno non mi vuole riconoscere davanti agli uomini, perché teme da questo riconoscimento del danno, allora anche Dio non lo riconoscerà per suo figlio, e il Figlio di Dio e dell’uomo non lo riconoscerà davanti agli angeli del Cielo, e chi mi avrà rinnegato davanti agli uomini sarà rinnegato per figlio davanti agli angeli di Dio.

47E chi avrà parlato male e contro il Figlio dell’uomo sarà ancora perdonato, perché Io perorerò il suo perdono presso il Padre, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato.

48Questo perché? Perché non tutti possono conoscere l’estensione dell’Amore, la sua perfetta infinità, e vedere Dio in una carne simile ad ogni carne d’uomo. I gentili, i pagani non possono credere questo per fede, perché la loro religione non è amore. Anche fra noi il rispetto pauroso che ha Israele per Jeové può impedire che si creda che Dio si sia fatto uomo e il più umile degli uomini. Una colpa il non credermi. Ma quando si appoggia su un eccessivo timore di Dio è ancora perdonata. Ma perdonato non può essere chi non si arrende alla verità che traluce dai miei atti e nega allo Spirito d’Amore di aver potuto mantenere la parola data di mandare il Salvatore al tempo stabilito, il Salvatore preceduto e accompagnato dai segni predetti.

Offese allo Spirito che non saranno perdonati.

49Essi, coloro che mi perseguitano, conoscono i profeti. Le profezie sono piene di Me. Essi conoscono le profezie e conoscono ciò che Io faccio. La verità è palese.

50Ma essi la negano per volontà di negarla. Sistematicamente negano che Io sia non solo il Figlio dell’uomo, ma il Figlio di Dio predetto dai profeti, il Nato da una Vergine non per voler dell’uomo ma dell’Amore eterno, dell’eterno Spirito che mi ha annunciato perché gli uomini mi potessero riconoscere. Essi, per poter dire che il buio dell’attesa del Cristo dura, si ostinano a tener chiusi gli occhi per non vedere la Luce che è nel mondo, e perciò rinnegano lo Spirito Santo, la sua Verità, la sua Luce. E per costoro sarà giudizio più severo che per coloro che non sanno. E dirmi “satana” non sarà loro perdonato, perché lo Spirito per Me fa opere divine e non sataniche. E portare altri a disperazione quando l’Amore li ha portati alla pace non sarà perdonato. Perché queste sono tutte offese allo Spirito Santo.

51A questo Spirito Paraclito che è Amore e dona amore e chiede amore, e che attende il mio olocausto d’amore per effondersi in amore sapiente, illuminante nei cuori dei miei fedeli.

Lo Spirito parlerà nei perseguitati (Lc 12,11-12)  [83].

52E quando ciò sarà avvenuto e ancora vi perseguiteranno accusandovi davanti ai magistrati e ai principi nelle sinagoghe e nei tribunali, non vi preoccupate pensando a come vi scagionerete. Lo stesso Spirito vi dirà ciò che avete a rispondere per servire la Verità e conquistarvi la Vita, così come il Verbo vi sta dando quanto occorre per poter entrare nel Regno della Vita eterna.

Commiato.

53Andate in pace. Nella mia pace. In quella pace che è Dio e che Dio emana per saturarne i suoi figli. Andate e non temete. Io non sono venuto per ingannarvi ma per istruirvi, non a perdervi ma a redimervi. Beati quelli che sapranno credere alle mie parole.

54E tu, uomo, due volte salvato, sii forte e ricorda la pace mia per dire ai tentatori: “Non tentate di sedurmi. La mia fede è che Egli è il Cristo”. Va’, o donna. Va’ con lui e state in pace.

55Addio. Tornate alle case e lasciate il Figlio dell’uomo all’umile riposo sull’erba prima di riprendere il perseguitato suo cammino alla ricerca di altri da salvare, fino alla fine. La mia pace stia con voi».

56Li benedice e torna là dove hanno mangiato. E gli apostoli con Lui. E, sfollata la gente, si stendono col capo sulle sacche e presto il sonno li prende, nel calore afoso del pomeriggio e nel silenzio pesante di queste ore torride.

422. Malumori dell’Iscariota, che provoca la lezione sui doveri e sui servi inutili[84].

Cattivi umori nell’aria apostolica.

Viaggio notturno a lume di stelle

1Il greto biancheggia infatti nella notte illune ma chiarissima di migliaia di stelle, di larghe, inverosimilmente larghe stelle di cielo d’Oriente. Non è il lume intenso come quello della luna, ma è già una fosforescenza dolce che permette, a chi ha l’occhio assuefatto al buio, di vedere dove cammina e ciò che lo circonda. Qui, alla destra dei viandanti che risalgono verso nord costeggiando il fiume, la mite luminosità stellare mostra il limite vegetale fatto di canneti, salici e poi alberi alti e, poiché è lume molto lieve, essi sembrano fare una muraglia compatta, continua, senza interruzione, senza possibilità di penetrazione, appena rotta là dove il letto di un ruscello o di un torrente, completamente disseccati, mette una riga bianca che si addentra verso oriente e scompare alla prima curva del minuscolo affluente ora asciutto. Alla sinistra, invece, i camminatori discernono il luccichio delle acque che scendono verso il mar Morto borbottando, sospirando, frusciando, quiete e serene. E fra la linea lucente delle acque d’indaco, nella notte, e la massa nero-opaca delle erbe, arbusti e alberi, la striscia chiara del greto, dove più larga, dove più stretta, talora interrotta da un minuscolo stagno, residuo della passata piena, ancora dotato di un poco d’acqua in via di riassorbimento e nel quale fanno ciuffo ancor verde le erbe che altrove sono disseccate nell’asciuttore del greto, certo ardente nelle ore di sole.

2Gli apostoli sono costretti da questi piccoli stagni, oppure da grovigli di falaschi secchi ma pericolosi come lame al piede seminudo nei sandali, a separarsi ogni tanto per poi riunirsi in gruppo intorno al Maestro loro, che va col suo passo lungo, sempre maestoso, tacendo per lo più, con lo sguardo levato alle stelle più che curvato al suolo.

3Gli apostoli no, non tacciono. Parlano fra di loro, riepilogando gli avvenimenti della giornata, traendone conclusioni oppure prevedendone gli svolgimenti futuri. Qualche rara parola di Gesù, sovente detta per rispondere a una diretta domanda oppure per correggere qualche ragione storta o non caritativa, punteggia il chiacchiericcio dei dodici.

4E il cammino procede nella notte, ritmando il silenzio notturno di un elemento nuovo su quelle rive deserte: le voci umane e lo scalpiccio dei passi. E tacciono gli usignoli fra le fronde, stupiti che suoni discordi e aspri si mescolino, turbando, all’abituale rumore delle acque e delle brezze, soliti accompagnamenti ai loro a-soli virtuosi.

Latente bisogno di riposo domestico.

5Ma una domanda diretta, non concernente ciò che è stato ma ciò che deve avvenire, rompe con la violenza di una ribellione, oltre che col tono più acuto delle voci agitate da sdegno o da ira, la pace non solo della notte ma quella più intima dei cuori. Filippo domanda se e fra quanti giorni saranno alle loro case. Un latente bisogno di riposo, un non detto ma sottinteso desiderio di affetti famigliari è nella semplice domanda dell’apostolo già anzianotto, che è marito e padre oltre che apostolo, che ha degli interessi da curare…

6Gesù sente tutto questo e si volge a guardare Filippo, si ferma per attenderlo, essendo Filippo un poco indietro con Matteo e Natanaele, e avutolo vicino lo cinge con un braccio dicendogli: «Presto, amico mio. Però chiedo alla tua bontà un altro piccolo sacrificio, sempre che tu non ti voglia separare prima da Me…».

«Io? Separarmi? Mai!».

7«E allora… ti allontano di ancor qualche tempo da Betsaida. Io voglio andare a Cesarea Marittima passando per la Samaria. Al ritorno andremo a Nazareth e resteranno con Me quelli che sono senza famiglia in Galilea. Poi, dopo qualche tempo, vi raggiungerò a Cafarnao… E là vi evangelizzerò per farvi più ancora capaci. Ma se tu credi che la tua presenza a Betsaida sia necessaria… va’ pure, Filippo. Ci ritroveremo là…».

«No, Maestro. È più necessario stare con Te! Ma sai… È dolce la casa… e le figlie… Penso che non le avrò molto con me in futuro… e vorrei godere un poco della loro casta dolcezza. Ma se devo scegliere fra loro e Te, scelgo Te… e per più motivi…», termina sospirando Filippo.

8«E bene fai, amico. Perché Io ti sarò tolto prima delle figlie tue…».

«Oh! Maestro!…», dice con pena l’apostolo.

9«Così è, Filippo», termina Gesù baciando sulla tempia l’apostolo.

Malumori dell’Iscariota

10Giuda Iscariota, che ha borbottato fra i denti da quando Gesù ha nominato Cesarea, alza la voce come se vedere il bacio dato a Filippo gli facesse perdere il controllo delle sue azioni. E dice: «Quante cose inutili! Io non so proprio che necessità ci sia di andare a Cesarea!», e lo dice con un’irruenza piena di bile; pare voglia sottintendere: «e Tu che ci vai sei uno stolto».

11«Non sei tu che devi giudicare delle necessità delle cose che facciamo, ma il Maestro», gli risponde Bartolomeo.

«Sì, eh? Quasi che Lui vedesse chiare le necessità naturali!».

12«Ohe! Sei folle o sei sano? Sai di chi parli?», gli chiede Pietro scuotendolo per un braccio.

«Non sono folle. Sono l’unico che ho il cervello sano. E so ciò che mi dico».

13«Belle cose che dici!», «Prega Dio che non te le calcoli!», «La modestia non ti è amica!», «Si direbbe che hai paura che ti si possa conoscere per quel che sei, andando a Cesarea», dicono insieme e rispettivamente Giacomo di Zebedeo, Simone Zelote, Tommaso e Giuda d’Alfeo.

14L’Iscariota si rivolta verso quest’ultimo: «Non ho nulla da temere e voi non avete nulla da conoscere. Ma io sono stanco di vedere che si passa di errore in errore e ci si rovina. Urti coi sinedristi, dispute coi farisei. Ora ci mancano i romani…».

15«Come? Ma se non sono due lune che tu eri esaltato di gioia, eri sicuro, eri, eri, eri… tutto eri perché avevi amica Claudia!», osserva ironico Bartolomeo che, essendo il più… intransigente, è quello che solo per ubbidienza al Maestro non si ribella a contatti con i romani.

16Giuda resta per un momento ammutolito perché la logica della ironica domanda è evidente e, a meno di non apparire illogici, non si può smentire ciò che si era detto prima. Ma poi si riprende: «Non è per i romani che dico questo. Voglio dire per i romani come nemici. Esse, perché in fondo non sono che quattro donne romane, quattro, cinque, sei al massimo, esse ci hanno promesso aiuto e lo daranno. Ma è perché ciò aumenterà l’astio dei nemici suoi, e Lui non lo capisce e…».

17«Il loro astio è completo, Giuda. E tu lo sai come Me e anche meglio di Me», dice calmo Gesù calcando sul «meglio».

«Io? Io? Che vuoi dire? Chi sa le cose meglio di Te?».

18«Or ora hai detto che tu solo conosci le necessità e il come usare in esse…», gli ribatte Gesù.

19«Ma per le cose naturali, sì. Io dico che Tu conosci le cose spirituali meglio di tutti».

20«Ciò è vero. Ma appunto ti dicevo che tu conosci meglio di Me le cose, brutte se vuoi, avvilenti se vuoi, naturali, quali l’astio dei miei nemici, quali i loro propositi…».

«Io non so nulla! Nulla so io. Lo giuro sulla mia anima, su mia madre, su Jeové…».

21«Basta! È detto di non giurare», intima Gesù con una severità che pare indurirgli persino i tratti del volto in una perfezione di statua.

Pretese di un Apostolo.

«Ebbene non giurerò. Ma mi sarà lecito dire, perché non sono uno schiavo, che non è necessario, che non è utile, che è anzi pericoloso andare a Cesarea, parlare con le romane…».

22«E chi ti dice che ciò avverrà?», chiede Gesù.

«Chi? Ma tutto! Tu hai bisogno di sincerarti di una cosa. Tu sei sulle peste di una…», si ferma comprendendo che l’ira lo fa troppo parlare. 5Poi riprende: «Ed io ti dico che Tu dovresti pensare anche ai nostri interessi. Tu ci hai levato tutto. Casa, guadagni, affetti, tranquillità. Siamo dei perseguitati in causa tua e lo saremo anche dopo. Perché Tu, lo dici in tutti i modi, un bel momento te ne andrai. Ma noi restiamo. Ma noi resteremo rovinati, ma noi…».

23«Tu non sarai perseguitato dopo che Io non sarò fra voi. Te lo dico Io, che sono la Verità. E ti dico che Io ho preso ciò che spontaneamente, insistentemente mi avete dato. Dunque non mi puoi accusare di avervi levato con prepotenza uno solo dei capelli che vi cadono quando li ravviate. Perché mi accusi?». Gesù è già meno severo, è adesso di una mestizia che vuol ricondurre con dolcezza alla ragione, e credo che questa sua misericordia, così piena, così divina, sia freno agli altri che non l’avrebbero, no, per il colpevole.

24Anche Giuda sente questo e, con uno di quei bruschi trapassi della sua anima presa da due forze contrarie, si getta a terra colpendosi al capo, al petto e urlando: «Perché sono un demonio. Un demonio io sono. Salvami, Maestro, come salvi tanti indemoniati. Salvami! Salvami!».

25«Non sia inerte la tua volontà di esser salvato».

«C’è. Lo vedi. Io voglio essere salvato».

26«Da Me. Pretendi che Io faccia tutto. Ma Io sono Dio e rispetto il tuo libero arbitrio. Ti darò le forze per giungere a “volere”. Ma volere non essere schiavo deve venire da te».

27«Lo voglio! Lo voglio! Ma non andare a Cesarea! Non andare! Ascolta me come hai ascoltato Giovanni quando volevi andare ad Acor. Abbiamo tutti gli stessi diritti. Ti serviamo tutti ugualmente. Tu hai l’obbligo di accontentarci per quello che facciamo… Trattami come Giovanni! Lo voglio! Che c’è di diverso fra me e lui?».

«L’animo c’è! Mio fratello non avrebbe mai parlato come tu parli. Mio fratello non…».

28«Silenzio, Giacomo. Parlo Io. E a tutti. E tu alzati e procedi da uomo, quale Io ti tratto, non da schiavo gemente ai piedi del padrone. Sii uomo, posto che tanto ci tieni ad essere trattato come Giovanni, il quale, in verità, è da più di un uomo, perché è casto ed è saturo di Carità. Andiamo. È tardi. E all’alba voglio passare il fiume. A quell’ora rientrano i pescatori che hanno ritirato le nasse ed è facile trovare un traghetto. La luna nei suoi ultimi giorni alza sempre più il suo arco sottile. Possiamo, alla sua aumentata luce, andare più spediti.

Lezione sui doveri e sui servi inutili.

Il dovere dei servi.

29Udite. In verità vi dico che nessuno deve vantarsi di fare il proprio dovere ed esigere per questo, che è un obbligo, speciali favori.

30Giuda ha ricordato che tutto mi avete dato. E mi ha detto che per questo Io ho il dovere di accontentarvi per quello che fate. Ma sentite un po’. Fra voi sono dei pescatori, dei possidenti di terra, più d’uno che ha un’officina, e lo Zelote che aveva un servo. Orbene. Quando i garzoni della barca, o gli uomini che come servi vi aiutavano nell’uliveto, vigneto, o fra i campi, o gli apprendisti dell’officina, o semplicemente il servo fedele che curava la casa e la mensa, finivano i loro lavori, voi vi mettevate forse a servirli? E così non è in tutte le case e le incombenze?

Similitudine del servo utile (Lc 17,7-10)  [85].

31Chi degli uomini, avendo un servo ad arare o a pascere, o un operaio nell’officina, gli dice quando finisce il lavoro: “Va’ subito a tavola”? Nessuno. Ma, sia che torni dai campi, come che abbia deposto gli arnesi del lavoro, ogni padrone dice: “Fammi da mangiare, ripulisciti e con veste pulita e cinta servimi mentre io mangio e bevo. Dopo mangerai e berrai tu”. Né si può dire che ciò sia durezza di cuore. Perché il servo deve servire il padrone, né il padrone gli resta obbligato perché il servo ha fatto ciò che al mattino il padrone aveva ordinato. Perché, se è vero che il padrone ha il dovere di essere umano col proprio servo, così il servo ha il dovere di non essere infingardo e dilapidatore, ma di cooperare al benessere del padrone che lo veste e lo sfama. Sopportereste voi che i vostri garzoni di barca, i contadini, gli operai, il servo di casa, vi dicessero: “Servimi perché io ho lavorato”? Non credo.

31Così anche voi, guardando ciò che avete fatto e che fate per Me – e, in futuro, guardando ciò che farete per continuare la mia opera e continuare a servire il Maestro vostro – dovete sempre dire, perché vedrete anche che avete sempre fatto molto meno di quanto era giusto fare per essere a pari col molto avuto da Dio: “Siamo servi inutili, perché non abbiamo fatto che il nostro dovere”. Se così ragionerete, vedrete che non sentirete più pretese e malumori sorgere in voi, e agirete con giustizia».

Gesù tace. Tutti riflettono.

32Pietro urta col gomito Giovanni, che riflette tenendo gli occhi celesti fissi sulle acque che dal color indaco passano ad un argento azzurro per la luna che le tocca, e gli dice: «Chiedigli quando è che uno fa più che il suo dovere. Vorrei giungere a fare di più del mio dovere, io…».

33«Io pure, Simone. Pensavo proprio a questo», gli risponde Giovanni col suo bel sorriso sulle labbra, e chiede forte: «Maestro, dimmi: l’uomo tuo servo non potrà mai fare più del suo dovere, per dirti con questo “più” che ti ama completamente?».

34«Fanciullo, Dio ti ha dato tanto che, per giustizia, ogni tuo eroismo sarebbe sempre poco. Ma il Signore è così buono che misura ciò che gli date non con la sua misura infinita. Lo misura con la misura limitata della capacità umana. E quando vede che avete dato senza parsimonia, con una misura colma, traboccante, generosa, allora dice: “Questo mio servo mi ha dato più di quanto era suo dovere. Perciò Io gli darò la superabbondanza dei miei premi”».

35«Oh! come sono contento! Io allora ti darò misura straripante per avere questa sovrabbondanza!», esclama Pietro.

36«Sì. Tu me la darai. Voi me la darete. Tutti quelli che sono amanti della Verità, della Luce, me la daranno. E con Me saranno soprannaturalmente felici».

423. Partenza dell’Iscariota, che provoca la lezione sull’amore e sul perdono
senza limiti
[86].

Amare senza misura, perdonare senza limiti.

Ultimi rossori di un tramonto di fuoco.

1Sono ormai sull’altra sponda, avendo alla destra il monte Tabor e il piccolo Hermon, alla sinistra i monti della Samaria, alle spalle il Giordano, di fronte, oltre la pianura nella quale si trovano, i colli davanti ai quali è Mageddo (se ricordo bene questo nome, udito in una visione ormai lontana, quella in cui Gesù si riunisce a Giuda di Keriot e Tommaso, dopo la separazione causata dalla necessità di tenere occulta la partenza di Sintica e Giovanni di Endor). Ecco precisamente come si presenta il luogo:

 

 

2Devono avere riposato tutto il giorno in qualche casa ospitale, perché è di nuovo sera ed è palese che sono riposati. Fa ancora caldo, ma la guazza già comincia a scendere molcendo l’ardore. E scendono le ombre violacee del crepuscolo, succedendo agli ultimi rossori di un tramonto di fuoco.

«Qui si cammina bene», osserva contento Matteo.

«Sì. Andando così bene saremo prima del gallicinio a Mageddo», gli risponde lo Zelote.

«E all’alba oltre i colli, in vista della piana di Saron», termina Giovanni.

«E del tuo mare, eh?», lo stuzzica il fratello.

«Sì. Del mio mare…», risponde sorridendo Giovanni.

La Sapienza parla nel cuore del giusto.

3«E tu partirai con lo spirito per una delle tue peregrinazioni spirituali», gli dice Pietro stringendogli un braccio con affetto rude e bonario. E termina: «Insegna anche a me come si fa a tirar fuori certi pensieri così… da angelo, dalla vista delle cose. Io l’acqua l’ho guardata tante volte… l’ho amata… ma… non mi ha mai servito altro che a navigare e a pescare. Cosa ci vedi tu?…».

4«Acqua vedo, Simone. Come te e come tutti. Così come adesso vedo campi e frutteti… Ma poi, oltre gli occhi del capo, ho come altri occhi qui dentro e vedo non più l’erba e l’acqua, ma parole di sapienza uscire da quelle cose materiali. Non sono io che penso. Non ne sarei capace. È un altro che pensa in me».

5«Sei tu forse profeta?», interroga l’Iscariota un poco ironico.

«Oh! no! Non sono profeta…».

5«E allora? Credi di possedere Dio?».

«Meno ancora…».

«Allora farnetichi».

6«Potrebbe anche essere, tanto io sono piccolo e debole. Ma se così è, è ben dolce farneticare e mi porta a Dio. La mia malattia diviene allora un dono e ne benedico il Signore».

«Ah! Ah! Ah!», ride fragorosamente e falsamente Giuda.

7Gesù, che ha ascoltato, dice: «Non è malato, non è profeta. Ma l’anima pura possiede la sapienza. Essa è che parla nel cuore dell’uomo giusto».

«Allora io non ci arriverò mai, perché non sono sempre stato buono…», dice sconfortato Pietro.

«E io, allora?», gli risponde Matteo.

8«Amici, pochi, troppo pochi sarebbero quelli che potrebbero possedere la sapienza perché sono puri da sempre. Ma il pentimento e la buona volontà fanno l’uomo, prima colpevole e imperfetto, giusto, e allora la coscienza si rinverginizza nel lavacro dell’umiltà, della contrizione e dell’amore e, rinverginizzata così, può emulare coloro che sono mondi».

«Grazie, Signore», dice Matteo curvandosi a baciare la mano del Maestro.

Defezione dell’ Iscariota.

9Un silenzio. Poi Giuda Iscariota esclama: «Sono stanco! Non so se ce la farò a camminare tutta la notte».

«Sfido io! Oggi hai voluto andare in giro come un moscone mentre noi si dormiva!», gli risponde Giacomo di Zebedeo.

«Volevo vedere se incontravo dei discepoli…».

10«E che ti premeva? Il Maestro non lo ha detto. Dunque…»

«Ebbene, io l’ho fatto. E, se il Maestro me lo permette, sosto a Mageddo. Credo vi sia un amico nostro che va in giù ogni anno di questi tempi, dopo il raccolto delle biade. Vorrei parlargli di mia madre e…».

11«Fa’ pure ciò che credi. Finita la tua incombenza, ti dirigerai a Nazareth. Là ti raggiungeremo. Avviserai così mia Madre e Maria d’Alfeo che presto saremo a casa».

«Io pure ti dico come Matteo: “Grazie, Signore”».

12Gesù non risponde nulla e accoglie il bacio sulla mano come accolse quello di Matteo. Non è possibile vedere le espressioni, perché è quel momento della sera nel quale la luce diurna è totalmente scomparsa, né vi è ancora la luce delle stelle. Tanto è buio che a fatica procedono nella via e, per eliminare ogni inconveniente, Pietro e Tommaso si decidono ad accendere dei rami colti alle siepi, che bruciano crepitando… Ma la luce, prima assente, poi mobile e fumosa, non permette di vedere bene le espressioni dei visi.

13I colli si approssimano, intanto. I loro dossi scuri si delineano con un nero più nero di quello dei campi segati e biancastri di stoppie nel nero della notte, e sempre più si delineano per la vicinanza e per il chiarore delle prime stelle…

«Io ti lascerei qui, perché il mio amico sta un po’ fuori di Mageddo. Sono tanto stanco…».

14«Va’ pure. Il Signore vegli sui tuoi passi».

«Grazie, Maestro. Addio, amici».

«Addio, addio», dicono gli altri senza dare molta importanza al saluto.

Gesù ripete: «Il Signore vegli sulle tue azioni».

L’infinita carità che redime.

15Giuda se ne va lesto. «Umh! Non pare più tanto stanco», osserva Pietro.

«Già! Qui trascinava i sandali. Là corre come una gazzella…», dice Natanaele.

16«Il tuo commiato è stato santo, Fratello. Ma, a meno che il Signore non l’opprima con la sua volontà, non gioverà l’assistenza di Dio a fargli fare buoni passi e azioni giuste».

17«Giuda, non perché mi sei fratello sei esente da rimproveri! Ti rimprovero perciò di essere acre e inesorabile al tuo compagno. Egli ha le sue colpe. Ma tu pure hai le tue. E la prima è di non sapermi aiutare nel formare quell’anima. Tu lo esasperi con le tue parole. Non è con la violenza che si piegano i cuori. Credi di averne diritto di censurare ogni sua azione? Ti senti tanto perfetto da poterlo fare? Ti ricordo che Io, tuo Maestro, non lo faccio, perché amo quell’anima informe. È quella che mi fa pietà più di ogni altra… perché appunto è informe. Credi che egli goda del suo stato? E come potrai domani essere maestro di spiriti se non ti eserciti su un compagno ad usare l’infinita carità che redime i peccatori?».

18Giuda d’Alfeo china il capo sin dalle prime parole. Ma alla fine si inginocchia fino al suolo dicendo: «Perdonami. Sono un peccatore. E rimproverami quando sono in colpa, perché la correzione è amore, e unicamente lo stolto non comprende la grazia di essere corretto dal saggio».

19«Tu vedi che lo faccio, per il tuo bene. Ma al rimprovero è congiunto perdono, perché so capire la ragione del tuo rigore e perché l’umiltà del corretto disarma colui che corregge. Alzati, Giuda, e non peccare più», e se lo tiene al fianco con Giovanni.

Disapprovazioni del comportamento dell’Iscariota.

20Gli altri apostoli commentano fra di loro, prima bisbigliando, poi più forte, per l’abitudine che hanno di parlare a voce alta. E così sento che fanno il parallelo fra i due Giuda.

21«Se era Giuda di Keriot a sentire quel rimprovero! Chissà che rivolte! Tuo fratello è buono», dice Tommaso a Giacomo.

22«Però… ecco… Non si può dire che parlasse male. Ha detto una verità su Giuda di Keriot. Ci credi tu all’amico che va in Giudea? Io no», dice schietto Matteo.

23«Saranno… affari di vigne come al mercato di Gerico», dice Pietro ricordando la scena che non può dimenticare. Ridono tutti.

24«Certo è che ci vuole il Maestro per compatirlo tanto…», osserva Filippo.

«Tanto? Sempre, devi dire», gli ribatte Giacomo di Zebedeo.

«Se fossi io, non sarei così paziente», dice Natanaele.

«E neppure io. La scena di ieri è stata disgustosa», conferma Matteo.

25«L’uomo non deve essere in tutto a posto di mente», concilia lo Zelote.

«Però i suoi affari li sa sempre fare bene. Fin troppo bene. Ci scommetterei la mia barca, le mie reti, anche la casa, sicuro di non perderci nulla, che lui sta andando da qualche fariseo in accatto di protezioni…», dice Pietro.

26«È vero! Ismael! C’è Ismael a Mageddo! Come non ci abbiamo pensato?! Ma bisogna dirlo al Maestro!», esclama Tommaso dandosi una gran manata sulla fronte.

«Non serve. Il Maestro lo scuserebbe ancora e ci rimprovererebbe», dice lo Zelote.

«Ebbene… proviamo. Va’ tu, Giacomo. Ti ama, sei suo parente…»

27«Per Lui siamo tutti uguali. Qui, in noi, Egli non vede i parenti o gli amici, vede soltanto gli apostoli ed è imparziale. Ma per farvi contenti andrò», dice Giacomo d’Alfeo. E affretta il passo per staccarsi dai compagni e raggiungere Gesù.

28«Voi pensate che sia andato da un fariseo. Questo o quello, poco importa… Ma io penso che lo abbia fatto per non venire a Cesarea. Non ci viene volentieri…» dice Andrea.

29«Pare abbia ribrezzo delle romane da qualche tempo», nota Tommaso.

«Eppure… mentre voi andavate a Engaddi ed io con lui da Lazzaro, fu tutto felice di parlare con Claudia…», osserva lo Zelote.

«Sì… ma… Credo che proprio allora abbia fatto qualcosa di male. E penso che Giovanna lo sappia e per questo abbia chiamato Gesù e… e… tante cose macino qui dentro da quando Giuda si infuriò così a Betsur…», mastica Pietro fra i denti.

«Dici che?…», chiede curioso Matteo.

«Ma… Non so… Idee… Vedremo…».

30«Oh! non pensiamo del male! Il Maestro non vuole. E noi non abbiamo nulla prova che egli abbia fatto del male», prega Andrea.

31«Non mi vorrai dire che fa bene ad addolorare il Maestro, a mancargli di rispetto, a mettere dei malumori, a…».

«Buono, Simone! Ti assicuro che egli è un poco matto…», dice lo Zelote.

32«Bene. Sarà. Ma è un peccatore contro la bontà del Signore nostro. Io, anche se mi sputasse in volto, se mi schiaffeggiasse, lo sopporterei per offrire ciò a Dio per la sua redenzione. Mi sono messo nel capo di fare ogni sacrificio per questo e mi mordo la lingua, mi conficco le unghie nei palmi quando fa il matto, per dominarmi. Ma quello che non posso perdonare è che sia cattivo col nostro Maestro. Il peccato che fa contro di Lui è come lo facesse a me, e non lo perdono. Poi… fosse raro! Ma è sempre dietro! Non riesco a farmi passare il rovello che mi bolle dentro per qualche sua scena, che ecco che lui ne fa un’altra! Una, due, tre… C’è un limite!». Pietro parla quasi urlando e gestendo con tutta irruenza.

Non c’è limite per l’amore.

33Gesù, che è avanti di una decina di metri, si volge, ombra bianca nella notte, e dice: «Non c’è limite per l’amore e il perdono. Non c’è. Né in Dio né nei veri figli di Dio. Finché c’è vita, non c’è limite. L’unica barriera alla discesa del perdono e dell’amore è la resistenza impenitente del peccatore. Ma, se egli si pente, va sempre perdonato. Peccasse anche non una, due, tre volte al dì, ma molte di più.

34Voi pure peccate e volete perdono da Dio e a Lui andate dicendo: “Ho peccato! Perdonami”. E vi è dolce il perdono, così come a Dio è dolce il perdonare. E voi non siete degli dèi. Perciò meno grave è l’offesa che un vostro simile vi fa, di quella che fa a Colui che non è simile a nessun altro. Non vi pare? Eppure Dio perdona. Fate anche voi il somigliante. Badate a voi! Badate che la vostra intransigenza non vi si muti a danno, provocando intransigenza di Dio verso voi.

35Già l’ho detto, ma lo ripeto ancora. Siate misericordiosi per ottenere misericordia. Nessuno è tanto senza peccato da poter essere inesorabile verso il peccatore. Guardate i vostri pesi prima di quelli che gravano sul cuore altrui. Levate prima i vostri dal vostro spirito e poi rivolgetevi a quelli degli altri, per mostrare agli altri non rigore che condanna ma amore che ammaestra e aiuta ad essere liberati dal male. Per poter dire, e non essere messo a silenzio dal peccatore, per poter dire: “Tu hai peccato verso Dio e verso il prossimo”, occorre non aver peccato, o almeno aver riparato al peccato. Per poter dire a colui che è avvilito dall’aver peccato: “Abbi fede che Dio perdona a chi si pente”, come servi di questo Dio che perdona a chi si pente, dovete mostrare tanta misericordia nel perdonare. Allora potrete dire: “Vedi, o peccatore pentito? Io perdono le tue colpe sette e sette volte, perché sono servo di Colui che perdona volte senza numero a chi altrettante volte si pente dei suoi peccati. Pensa allora come ti perdona il Perfetto se io, solo perché lo servo, so perdonare. Abbi fede!”.

Non c’è limite per il perdono (Lc 17,3-4)  [87]

36Così dovete poter dire. E dire con l’azione, non con le parole. Dire perdonando. Perciò, se il vostro fratello pecca, riprendetelo con amore, e se si pente perdonategli. E se in capo al giorno avrà peccato sette volte e sette volte vi dice: “Me ne pento”, altrettante volte perdonategli. Avete inteso? Mi promettete di farlo? Mentre egli è lontano, mi promettete di compatirlo? Di aiutarmi a guarirlo col sacrificio del vostro contenervi quando egli sbaglia? Non volete aiutarmi a salvarlo? È un vostro fratello di spirito venendo da un unico Padre, di razza venendo da un unico popolo, di missione essendo apostolo come voi. Tre volte lo dovete amare, perciò. Se nella vostra famiglia aveste un fratello che dà dolore al padre e fa dire di sé, non cerchereste di correggerlo perché il padre non soffra più e il popolo non sparli della vostra famiglia? E allora? Non è la vostra una più grande e santa famiglia il cui Padre è Dio, il cui Primogenito Io sono? Perché allora non volete consolare il Padre e Me, e aiutarci a fare buono il povero fratello che, credetelo, non è felice per essere così?…».

37Gesù è affannosamente implorante per l’apostolo così pieno di mancamenti… E termina: «Io sono il grande Mendico. E vi chiedo l’obolo più prezioso: anime vi chiedo. Io le vado cercando. Ma voi mi dovete aiutare… Saziate la fame del mio Cuore, che cerca amore e non lo trova che in troppo pochi. Perché quelli che non tendono alla perfezione mi sono come tanti pani levati alla mia fame spirituale. Date anime al vostro Maestro, afflitto di essere disamato e incompreso…».

38Gli apostoli sono commossi… Tanto vorrebbero dire. E ogni parola pare loro troppo meschina… Si stringono al Maestro, tutti lo vogliono accarezzare per fargli sentire che lo amano.

39Infine è il mite Andrea che dice: «Sì, Signore. Con pazienza e silenzio e sacrificio, le armi che convertono, noi ti daremo anime. Anche quella… se Dio ci aiuterà…».

40«Sì, Signore. E Tu aiutaci col tuo orare».

«Sì, amici. E intanto preghiamo insieme per il compagno che se ne è andato. “Padre nostro che sei nei Cieli…”»

41La voce perfetta di Gesù dice le parole del Pater scandendole lentamente. Gli altri gli fanno coro sommesso. E pregando si dilungano nella notte.

424. Pensieri di gloria e di martirio alla vista della costa mediterranea[88].

Vivere per ammaestrare altri all’amore.

Panorama suggestivo.

1Dalla cresta delle ultime elevazioni, che già non è proprio chiamare colline, tanto è relativa la loro altezza, la costa mediterranea appare per un largo raggio limitato al nord dal promontorio del Carmelo, libero a sud sino alle estreme lontananze raggiungibili dalla vista umana. Una placida costa, quasi diritta, avente alle spalle la pianura ubertosa, appena rotta da ondulazioni lievissime. Le città marittime sono visibili con il biancore delle case messo fra il verde dell’interno e l’azzurro del mare, che è placido, sereno, di un azzurro splendido, rispecchiante l’azzurro puro del cielo.

2Cesarea è un poco a nord dal luogo in cui sono gli apostoli con Gesù e con alcuni discepoli, incontrati forse nei paesi traversati a sera o all’alba. Perché ora l’alba è superata, e superata l’aurora, pur essendo ancora il giorno alle sue prime ore. In quelle ore così belle delle mattine estive nelle quali il cielo, dopo il rosar dell’aurora, torna azzurro, e fresca è l’aria nitida, fresche le campagne, intatto di vele il mare, ore verginali del giorno in cui si schiudono i nuovi fiori, e le rugiade, asciugandosi al primo sole, seco esalano gli aromi delle erbe, affidando freschezza e profumo al respiro lieve della brezza mattutina, che muove appena le foglie sugli steli e increspa appena la superficie piana del mare.

3La città appare stesa sulle rive, bella come ogni luogo dove la raffinatezza romana ha sede. Terme e palazzi marmorei biancheggiano come blocchi di neve rappresa nei quartieri più prossimi al mare, vegliati da una torre pure bianca, alta, quadrata, presso il porto. Forse un castro o un luogo di vedetta. Poi le casette più modeste, periferiche, in stile ebraico, e dovunque verdeggiar di pergole, di giardini pensili elevati più o meno fastosamente sulle terrazze sopra le case, e svettare di alberi.

4Gli apostoli ammirano, sostando al rezzo di un ciuffo di platani posto quasi sulla cresta del colle.

5«Si allarga il respiro a vedere questa immensità!», esclama Filippo.

6«E sembra già di sentire tutta la frescura di quelle belle acque azzurre», dice Pietro.

7«Davvero! Dopo tanta polvere, sassi, pruni… guarda che nitore! Che freschezza! Che pace! Il mare dà sempre pace…», commenta Giacomo d’Alfeo.

8«Uhm! Meno quando… ti prende a schiaffi e fa girare te e la nave come birilli in mano ai ragazzi…», gli risponde Matteo che probabilmente ricorda il suo mal di mare.

Pensieri di gloria eterna.

9«Maestro… io penso… Penso a tutte le parole dei nostri salmisti, al libro di Giobbe, alle parole dei libri sapienziali, là dove è celebrata la potenza di Dio[89]. E, non so perché, questo pensare, che mi viene da ciò che io vedo, mi fa sorgere il pensiero che, sublimati a bellezza perfetta su una purità azzurra e luminosa, così saremo, se giusti saremo fino alla fine nella grande rassegna, nel tuo trionfo eterno, in quello che Tu ci descrivi e che sarà la fine del Male… E mi pare vedere popolata questa immensità celeste di luminosi corpi risorti e Te, fulgente più di mille soli, al centro dei beati, e non più dolore, lacrime, insulti, denigrazioni come quelle di ieri sera… e pace, pace, pace… Ma quando finirà il Male di nuocere? Forse che spunterà le sue saette contro il tuo Sacrificio? Si persuaderà d’esser vinto?», dice Giovanni che, se sul principio sorrideva, ora è angosciato.

10«Mai. Sempre crederà d’essere trionfatore, nonostante tutte le smentite che i giusti gli daranno. E il mio Sacrificio non spunterà le sue saette. Ma l’ora verrà, l’ora finale, in cui il Male sarà vinto e, in una bellezza ancor più infinita di quale il tuo spirito la prevede, gli eletti saranno l’unico Popolo, eterno, santo, il Popolo vero del Dio vero».

11«E noi ci saremo tutti?», chiedono gli apostoli.

«Tutti»[90].

12«E noi?», chiede il gruppo più numeroso dei discepoli.

«Voi pure vi sarete tutti».

13«Tutti i presenti, o tutti quanti siamo discepoli? Siamo molti ormai, nonostante quelli che si sono separati».

14«E sempre più sarete. Ma non tutti sarete fedeli sino alla fine. Però molti saranno con Me in Paradiso. Taluni avranno premio dopo espiazione, altri dal primo momento dopo la morte, ma il premio sarà tale che, come dimenticherete la Terra e i suoi dolori, così dimenticherete il Purgatorio colle sue penitenziali nostalgie d’amore[91]».

Natura e frutti del martirio.

15«Maestro, Tu ci hai detto che subiremo persecuzioni e martini. Potremo allora esser presi e uccisi senza aver tempo di pentirci, oppure la nostra debolezza ci farà mancare di rassegnazione alla morte cruenta… E allora?», chiede Nicolai d’Antiochia che è fra i discepoli.

16«Non te lo credere. Per la vostra debolezza di uomini non potreste infatti subire rassegnati il martirio. Ma ai grandi spiriti, che devono testimoniare il Signore, viene dal Signore infuso un aiuto soprannaturale…».

«Quale? L’insensibilità forse?».

17«No, Nicolai. L’amore perfetto. Essi giungeranno ad un amore tanto completo che strazio di tortura, che strazio di accuse, di separazioni dai parenti, dalla vita, da tutto, cesseranno di essere cosa che deprime, ma anzi tutto si muterà in base per alzarsi al Cielo, accoglierlo, vederlo, e perciò tendere le braccia e il cuore alle torture per andare là dove già sarà il loro cuore: nel Cielo».

Il dono del martirio.

18«Uno che muore così sarà, allora, molto perdonato», dice un vecchio[92] discepolo di cui non so il nome.

19«Non molto, ma del tutto perdonato, Papia. Perché l’amore è assoluzione, e sacrificio è assoluzione, e confessione eroica di fede è assoluzione. Vedi perciò che un triplice lavacro sarà sui martiri».

20«Oh! allora… Io ho molto peccato, Maestro, ed ho seguito questi per avere perdono, e Tu ieri me lo hai dato e perciò sei stato insultato da chi non perdona ed è colpevole. Io credo che il tuo perdono è valido. Ma per i miei lunghi anni di colpa dammi l’assolvente martirio».

21«Molto chiedi, uomo!».

22«Mai quanto devo dare per avere la beatitudine che Giovanni di Zebedeo ha descritta e Tu hai confermata. Te ne supplico, Signore. Fa’ che io muoia per Te, per la tua dottrina…».

23«Molto chiedi, uomo! La vita dell’uomo e in mano del Padre mio…».

24«Ma ogni tua preghiera è accolta come è accolto ogni tuo giudizio. Chiedi all’Eterno questo perdono per me…».

25L’uomo è in ginocchio ai piedi di Gesù, che lo guarda negli occhi e poi dice: «E non ti pare martirio vivere quando il mondo ha perduto ogni attrattiva e il cuore anela al Cielo, e vivere per ammaestrare altri all’amore e conoscere le delusioni del Maestro e perseverare senza stanchezze per dare al Maestro delle anime? Fa’ la volontà di Dio, sempre, anche se la tua ti parrebbe più eroica, e sarai santo… Ma ecco i compagni che vengono con le provviste. Avviamoci per giungere alla città prima delle ore torride».

26E si avvia per il primo per la dolce discesa, che presto tocca la pianura tagliata dal nastro bianco della strada che conduce a Cesarea Marittima.

425. A Cesarea Marittima. Romani gaudenti e una parabola sull’uso
del tempo e della libertà
[93].

Romani gaudenti.

Vasti mercati di Cesarea.

1Cesarea ha dei vasti mercati e vi affluiscono derrate fini per le raffinate mense romane; e presso le piazze dei mercati dove, in un caleidoscopio di visi, di colori, di generi, sono le cibarie più umili, si trovano degli empori per le cibarie più ricche, importate da ogni parte, sia dalle diverse colonie romane come dalla lontana Italia, a far meno penosa la lontananza dalla Patria. E gli empori dei vini o delle preziosità culinarie portate d’altrove sono sotto fondi portici, perché i romani non amano essere bruciati dal sole né bagnati dalle piogge mentre procurano alle loro gole raffinate i cibi che consumeranno nei festini. Va bene essere epicurei nel gusto del palato, ma ciò non deve mancare al rispetto per le altre membra… e perciò ombrie di portici freschi, protezioni di archi dalle piogge, conducono dal quartiere romano, quasi tutto riunito intorno al palazzo del Proconsole, stretto fra la via litoranea e la piazza delle caserme e delle gabelle, agli empori dei romani presso i mercati dei giudei.

2Molta gente è sotto questi portici, comodi se non belli in questa loro estrema parte che dà sui mercati. Gente di ogni qualità. Schiavi e liberti, e anche qualche raro gaudente signore circondato da schiavi, il quale, lasciata la sua lettiga nella via, va indolente da un negozio all’altro, facendo acquisti che gli schiavi portano verso casa. I soliti discorsi oziosi quando due signori romani si incontrano: il tempo, la noia del paese che non offre le gioie dell’Italia lontana, rimpianti di spettacoli grandiosi, programmi di festini e discorsi licenziosi.

Incontro fra nobili patrizi.

3Un romano, preceduto da una decina di schiavi carichi di sacche e fagotti, si scontra con due altri suoi pari. Saluti reciproci.

«Salve, o Ennio!».

«Salute, o Floro Tullio Cornelio! Salute, o Marco Eracleo Flavio!»

 «Quando tornasti?».

«Affaticato, all’alba del dì avanti ieri».

«Tu affaticato? Quando mai sudi?», motteggia il giovane chiamato Floro.

«Non deridere, Floro Tullio Cornelio. Anche ora sto sudando per gli amici!».

«Per gli amici? Non ti abbiamo chiesto fatiche», obbietta l’altro, più anziano, chiamato Marco Eracleo Flavio.

«Ma il mio amore a voi pensa. O crudeli che mi schernite, vedete questa teoria di schiavi carichi di pesi? Altri li hanno preceduti con altri pesi. E tutto per voi. Ad onorarvi».

«Questo allora è il tuo lavoro? Un banchetto?»,

«E perché?», gridano rumorosamente i due amici.

«Ssst! Un simile baccano fra nobili patrizi! Sembrate la plebe di questo paese dove ci logoriamo in…».

Orge e ozio dei nobili patrizi.

4«Orge e ozio. Ché altro non facciamo noi. Ancor mi chiedo: perché qui siamo? Quali compiti abbiamo?».

«Morire di noia è uno».

«Insegnare a vivere a queste prefiche lamentose è un altro».

«E… seminare Roma nei sacri bacini delle donne ebree è un’ altro ancora».

«E godere, qui come altrove, il nostro censo e la nostra potenza, alla quale tutto è concesso, è un altro».

Strana moderazione delle dame romane.

5I tre si alternano come per una litania e ridono. Però il giovane Floro si arresta e si fa cupo dicendo: «Ma da qualche tempo una caligine incombe sull’allegra corte di Pilato. Le più belle dame sembrano caste vestali ed i mariti le secondano nel capriccio. Ciò leva molto alle usate feste…». «Già! Il capriccio per quel rozzo Galileo… Ma passerà presto…».

6«Ti sbagli, o Ennio. So che anche Claudia ne è conquisa, e perciò una… strana morigeratezza di costumi si è insediata nel suo palazzo. Sembra che là riviva l’austera Roma repubblicana…»

«Uhh!! Che muffa! Ma da quando?».

«Dal dolce aprile propizio agli amori. Tu non sai… Eri assente. Ma le nostre dame sono tornate funeree come le piangenti delle urne cinerarie, e noi poveri uomini dobbiamo cercare altrove molti sollazzi. Neppure concessi ci sono, in presenza delle pudiche!».

Orgia a casa del romano Ennio.

7«Una ragione di più perché io vi soccorra. Questa sera grande cena… e più grande orgia, nella mia casa. A Cintium, dove fui, ho trovato delizie che questi fetenti considerano immonde: pavoni, pernici, e gralle d’ogni specie, e cinghialetti sottratti vivi alla madre uccisa ed allevati per le nostre cene.

E vini… Ah! dolci, preziosi vini dei colli romani, delle mie calde coste literniche e delle tue assolate spiagge presso l’Aciri!… E profumati vini di Chio e dell’isola dove Cintium è gemma. E inebrianti vini di Iberia, propizi ad accendere il senso per il godimento finale. Oh! deve esser gran festa! Per fugare la noia di questo esilio. Per persuaderci che siamo ancora virili…».

«Anche donne?».

«Anche… E belle più di rose. D’ogni colore e… sapore. Un tesoro mi è costato l’acquisto di tutte le merci, fra cui le femmine… Ma io sono generoso agli amici!… Ora qui terminavo gli ultimi acquisti. Quelli che nel viaggio potevano guastarsi. Dopo il convito, a noi l’amore!…»

«Avesti buona navigazione?».

«Ottima. Venere marina mi fu amica. Del resto a lei dedico il rito di questa notte…».

I tre ridono grassamente, pregustando le prossime indegne gioie…

8Ma Floro domanda: «Perché questa straordinaria festa? Un motivo per essa?…».

«Tre motivi: il mio diletto nipote riveste in questi giorni la toga virile. Devo solennizzare l’evento. Un’ubbidienza al presagio che mi diceva che Cesarea si mutava in affliggente dimora, e occorreva sfatare la sorte con un rito a Venere. Il terzo… piano piano ve lo dico: sono di nozze…».

«Tu? Bugiardo!».

Nozze profane.

9«Son di nozze. È “nozze” ogni qualvolta uno deliba il primo sorso da un’anfora chiusa. Io questa sera lo farò. Ventimila sesterzi o, se più vi piace, duecento aurei – ché in realtà così ho finito a sborsare fra sensali e… simili – l’ho pagata. Ma neppur se Venere l’avesse partorita in un’aurora d’aprile, e fatta di spume e di raggi d’oro, più bella e pura l’avrei trovata! Un boccio, un boccio serrato… Ah! E io ne sono il padrone!».

 «Profanatore!», dice celiando Marco Eracleo.

10«Non fare il censore, che mi equivali!… Partito Valeriano, qui si languiva di noia. Ma io gli subentro… I tesori degli antenati ci sono per questo. Né sarò come lui stolto da attendere che la più bionda del miele Galla Ciprina – l’ho chiamata così – sia corrotta dalle mestizie e dalle filosofie degli evirati che non sanno godere la vita…».

«Bravo!!! Ma però… la schiava di Valeriano era dotta e…»

11«…e folle col suo leggere i filosofi… Macché anima! Macché seconda vita! Macché virtù!… Vivere è godere! E qui si vive. Ieri ho dato al rogo ogni rotolo funesto e, pena la morte, ho comandato agli schiavi di non ricordare miserie di filosofi e di galilei. E la fanciulla conoscerà me soltanto…».

«Ma dove l’hai trovata?».

12«Eh! ci fu chi fu sagace e acquistò schiavi dopo le guerre galliche e non li usò che come riproduttori, tenendoli bene, solo soggetti a procreare per dare fiori novelli di bellezza… E Galla è uno di questi. Ora è pubere, e il padrone l’ha venduta… e io l’ho comperata… ah! ah! ah!».

«Libidinoso!».

«Se non ero io, era un altro… Perciò… Non doveva nascere femmina…».

«Se ti udisse… Oh! eccolo!».

«Chi?».

Ennio fugge del Nazareno.

13«Il Nazareno che ha stregato le nostre dame. È alle tue spalle…».

Ennio si volta come avesse alle spalle un aspide. Guarda Gesù che avanza lentamente fra la gente che gli si accalca intorno, povera gente del popolo e anche schiavi di romani, e ghigna: «Quello straccione?! Le donne sono delle depravate. Ma fuggiamo, che non streghi noi pure! Voi», dice finalmente ai poveri suoi schiavi, rimasti tutto il tempo sotto i loro carichi, simili a cariatidi per le quali non c’è pietà, «voi andate a casa e lesti, ché avete perso tempo fino ad ora e i preparatori attendono le spezie, i profumi. Di corsa! E ricordate che c’è la sferza se tutto non è pronto al tramonto».

Gli schiavi vanno via di corsa, e più lentamente li segue il romano coi due amici…

Solidarietà messianica.

14Gesù si avanza. Mesto, perché ha sentito la finale della conversazione di Ennio, e dall’alto della sua statura guarda con infinita compassione gli schiavi correnti sotto il loro peso. Si volge intorno, cerca altri volti di schiavi di romani… Ne vede alcuni, trepidanti fra la paura di esser sorpresi dagli intendenti o scacciati dagli ebrei, mescolati fra la turba che lo stringe, e dice fermandosi: «Non vi è alcuno di quella casa fra voi?».

«No, Signore. Ma li conosciamo», rispondono gli schiavi presenti.

15«Matteo, dà loro abbondante obolo. Lo spartiranno coi compagni perché sappiano che c’è chi li ama. E voi sappiate, e ditelo agli altri, che con la vita cessa soltanto il dolore per quelli che furono buoni e onesti nelle loro catene, e col dolore la differenza fra ricchi e poveri, fra liberi e schiavi. Dopo c’è un unico e giusto Iddio per tutti, il Quale, senza tener conto di censo o di catene, darà premio ai buoni e castigo ai non buoni. Ricordatevelo».

16«Sì, o Signore. Ma noi delle case di Claudia e Plautina siamo abbastanza felici, come quelli di Livia e Valeria, e ti benediciamo perché Tu ci hai migliorato la sorte», dice un vecchio che da tutti è ascoltato come un capo.

17«Per mostrarmi che mi avete gratitudine, siate sempre più buoni, e avrete il vero Dio a vostro eterno Amico». E Gesù alza la mano come per licenziare e benedire, e poi si addossa ad una colonna e inizia a parlare fra l’attento silenzio della folla. Né già gli schiavi si allontanano, ma restano, ascoltando le parole uscenti dalla bocca divina.

Parabola della sorte dell’uomo.

Le due monete .

18«Udite. Un padre di molti figli dette ad ognuno di essi, divenuti adulti, due monete di molto valore e disse loro: “Io non intendo più lavorare per ognuno di voi. Ormai siete in età di guadagnarvi la vita. Perciò do ad ognuno uguale misura di denaro, perché la impieghiate come più vi piace e a vostro utile. Io resterò qui in attesa, pronto a consigliarvi, pronto anche ad aiutarvi se per involontaria sciagura perdeste in tutto o in parte il denaro che ora vi do. Però ricordatevi bene che sarò inesorabile per chi lo disperde con malizia volontaria e per i fannulloni che lo consumano o lo lasciano quale è con l’ozio o coi vizi. A tutti ho insegnato il Bene e il Male. Non potete perciò dire che andate ignoranti incontro alla vita. A tutti ho dato esempio di operosità saggia e giusta e di vita onesta. Perciò non potete dire che vi ho corrotto lo spirito col mio mal esempio. Io ho fatto il mio dovere. Ora voi fate il vostro, ché scemi non siete, né impreparati, né analfabeti. Andate”, e li licenziò rimanendo solo, in attesa, nella sua casa.

L’ uso delle facoltà.

19I figli si sparsero per il mondo. Avevano tutti le stesse cose: due monete di gran valore, di cui potevano liberamente disporre, e un più grande tesoro di salute, energia, cognizioni ed esempi paterni. Perciò avrebbero dovuto riuscire tutti ad un modo. Ma che avvenne? Che fra i figli, chi bene usò delle monete e si fece presto un grande e onesto tesoro con il lavoro indefesso e onesto e una vita morigerata, regolata sugli insegnamenti paterni; e chi sulle prime fece onestamente fortuna, ma poi la disperse con l’ozio e le crapule; e chi fece denaro con usure o commerci indegni; e chi non fece nulla perché fu inerte, pigro, incerto, e finì le monete di molto valore senza aver ancora potuto trovare un’occupazione qualsiasi.

Il padre e la solenne adunanza familiare.

20Dopo qualche tempo, il padre di famiglia mandò servi in ogni dove, là dove sapeva essere i suoi figli, e disse ai servi: “Direte ai miei figli di radunarsi nella mia casa. Voglio mi rendano conto di cosa hanno fatto in questo tempo, e rendermi conto da me stesso delle loro condizioni”. E i servi andarono per ogni dove e raggiunsero i figli del loro padrone, fecero l’ambasciata, e ognuno tornò indietro col figlio del padrone che aveva raggiunto.

21Il padre di famiglia li accolse con molta solennità. Da padre, ma anche da giudice. E tutti i parenti della famiglia erano presenti, e coi parenti gli amici, i conoscenti, i servi, i compaesani e quelli dei luoghi limitrofi. Una solenne adunanza. Il padre era sul suo scanno di capo famiglia, intorno a semicerchio tutti i parenti, amici, conoscenti, servi, compaesani e limitrofi. Di fronte, schierati, i figli.

Diverso aspetto dei figli del Padre

22Anche senza interrogazioni, il loro aspetto diverso dava risposta sulla verità. Coloro che erano stati operosi, onesti, morigerati e avevano fatto santa fortuna, avevano l’aspetto florido, pacifico e benestante di chi ha larghi mezzi, buona salute e serenità di coscienza. Guardavano il padre con un sorriso buono, riconoscente, umile ma insieme trionfante, splendente della gioia di avere onorato il padre e la famiglia e di essere stati buoni figli, buoni cittadini e buoni fedeli. Quelli che avevano sciupato nell’ignavia o nel vizio i loro averi stavano mortificati, mogi, sparuti nell’aspetto e nelle vesti, coi segni delle crapule o della fame chiaramente impressi su tutti loro. Quelli che avevano fatto fortuna con delittuose manovre avevano l’aggressività, la durezza sul volto, lo sguardo crudele e turbato di belve che temono il domatore e che si preparano a reagire…

 Figli usurai e criminali.

23Il padre iniziò l’interrogatorio da questi ultimi: “Come mai, voi che eravate di così sereno aspetto quando partiste, ora parete fiere pronte a sbranare? Da dove vi viene quell’aspetto?”.

“La vita ce lo ha dato. E la tua durezza di mandarci fuori di casa. Tu ci hai messo a contatto col mondo”.

“Sta bene. E che avete fatto nel mondo?”.

“Ciò che potemmo per ubbidire al tuo comando di guadagnarci la vita col niente che ci hai dato”.

“Sta bene. Mettetevi in quell’angolo…

Figli deboli facili a cadere in tentazione

24E ora a voi, magri, malati e malvestiti. Che faceste per ridurvi così? Eravate pure sani e ben vestiti quando partiste”.

“In dieci anni gli abiti si logorano…”, obbiettarono i fannulloni.

“Non ci sono dunque più telai nel mondo che facciano stoffe per le vesti degli uomini?”.

“Sì… Ma ci vogliono denari per comperarle…”.

“Li avevate”.

“In dieci anni… si sono più che finiti. Tutto ciò che ha principio ha fine”.

“Sì, se se ne leva senza mettervene. Ma perché voi avete soltanto levato? Se aveste lavorato, potevate mettere e levare senza che il denaro finisse, ma anzi ottenendo che aumentasse. Siete stati forse malati?”.

“No, padre”.

“E allora?”.

“Ci sentimmo spersi… Non sapevamo che cosa fare, che fosse buono… Temevamo di far male. E per non fare male non facemmo nulla”.

“E non c’era il padre vostro a cui rivolgervi per consiglio? Sono forse stato mai padre intransigente, pauroso?”.

“Oh, no! Ma ci vergognavamo di dirti: ‘Non siamo capaci di prendere iniziative’. Tu sei sempre stato così attivo… Ci siamo nascosti per vergogna”.

“Sta bene. Andate nel mezzo della stanza.

Figli crudeli che odiano il padre

25E voi, malati e poveri come questi, ma che tacete e non mostrate dolore, che dite?”.

“Ciò che dissero i primi. Che ti odiamo perché col tuo imprudente agire ci hai rovinati. Tu che ci conoscevi non dovevi lanciarci nelle tentazioni. Ci hai odiato e ti odiamo. Ci hai fatto questo tranello per liberarti di noi. Sii maledetto”.

“Sta bene. Andate coi primi in quell’angolo.

Figli perfetti simili al Padre.

26Ed ora a voi, floridi, sereni, ricchi figli miei. Dite. Come siete giunti a questo?”

“Mettendo in pratica i tuoi insegnamenti, esempi, consigli, ordini, tutto. Resistendo ai tentatori per amore di te, padre benedetto che ci hai dato la vita e la sapienza”.

“Sta bene. Venite alla mia destra e udite tutti il mio giudizio e la mia difesa. Io ho dato a tutti ad un modo di denaro e di esempio e sapienza. I miei figli hanno risposto in maniere diverse. Da un padre lavoratore, onesto, morigerato, sono usciti dei simili a lui, poi degli oziosi, dei deboli facili a cadere in tentazione e dei crudeli che odiano il padre, i fratelli e il prossimo su cui, anche se non lo dicono lo so, hanno esercitato usura e delitto.

 27E nei deboli e negli oziosi ci sono i pentiti e gli impenitenti. Ora io giudico. I perfetti già sono alla mia destra, pari a me nella gloria come nelle opere; i pentiti staranno di nuovo, come fanciulli ancora da istruirsi, soggetti fino a che non avranno raggiunto il grado di capacità che li faccia di nuovo adulti; gli impenitenti e colpevoli siano gettati fuori dei miei confini e perseguitati dalla maledizione di chi non è più loro padre, perché il loro odio per me annulla i rapporti della paternità e della figliolanza fra noi. Però ricordo a tutti che ognuno si è fatto la sua sorte, perché io ho dato a tutti le stesse cose che, nei riceventi, hanno prodotto quattro diverse sorti, e non posso essere accusato di aver voluto il loro male”.

28La parabola è finita, o voi che avete ascoltato. Ed ora vi do i paragoni di essa. Il Padre dei Cieli è adombrato dal padre di numerosa famiglia. Le due monete date dal padre a tutti i figli prima di mandarli nel mondo sono il tempo e la libera volontà che Dio dà ad ogni uomo, perché li usi come meglio crede, dopo essere stato ammaestrato ed edificato con la Legge e gli esempi dei giusti. A tutti, uguali doni. Ma ogni uomo li usa come la sua volontà vuole. Chi tesorizza il tempo, i mezzi, l’educazione, il censo, tutto, nel bene e si mantiene sano e santo, ricco di moltiplicata ricchezza. Chi comincia bene e poi si stanca e disperde. Chi non fa nulla pretendendo che gli altri facciano. Chi accusa il Padre dei suoi errori; chi si pente, disposto a riparare; chi non si pente e accusa e maledice come se la sua rovina fosse stata forzata da altri.

29E Dio ai giusti dà subito premio; ai pentiti misericordia e tempo di espiare per giungere al premio per il loro pentimento ed espiazione; e dà maledizione e castigo a chi calpesta l’amore con l’impenitenza conseguente al peccato. A ognuno dà il suo. Non disperdete dunque le due monete – il tempo e il libero arbitrio – ma usateli con giustizia per essere alla destra del Padre e, se avete mancato, pentitevi e abbiate fede nel misericordioso Amore.

30Andate. La pace sia con voi!».

31Li benedice e li guarda allontanarsi sotto il sole che inonda piazza e vie. Ma gli schiavi sono ancora là…

32«Ancor qui, poveri amici? E non sarete puniti?».

«No, Signore, se diremo che abbiamo udito Te. Le nostre padrone ti venerano. Dove andrai ora, Signore? Ti desiderano da tanto…».

33«Presso il cordaio del porto. Ma parto questa sera, e le vostre padrone saranno alla festa…».

34«Lo diremo ugualmente. Ce lo hanno ordinato di segnalare ogni tuo passaggio, da mesi e mesi».

35«Va bene. Andate. E voi pure fate buon uso del tempo e del pensiero, che è sempre libero anche se l’uomo è in catene».

36Gli schiavi si curvano fino a terra e se ne vanno verso i quartieri romani. Gesù e i suoi, per una vietta modesta, verso il porto.

426. Con le romane a Cesarea Marittima. Profezia in Virgilio. La giovane
schiava salvata
[94].

Quattro donne velate.

L’ umile alloggio del Messia.

1Gesù è ospitato presso l’umile famiglia del cordaio. Una casetta bassa e salmastrosa, prossima come è alle acque marine. Sul dietro della casa, dei magazzini poco olezzanti dove si scaricano le merci prima che vengano rilevate dai diversi acquirenti. Sul davanti una via polverosa, solcata da ruote pesanti, rumorosa per gli scaricatori, i monelli, i carrettieri, i marinai che vanno e vengono senza sosta. Oltre la via una piccola darsena, dall’acqua oleosa per i detriti gettati in essa e per la sua immobilità. Dalla darsena parte un piccolo porto canale, che sfocia nel vero porto ampio e capace di accogliere i navigli grossi. Sul lato d’occidente, un piazzale renoso dove si fa la corda fra un grande cigolio di verricelli di torsione girati a mano. Al lato d’oriente un altro piazzaletto, molto più piccolo e ancor più rumoroso e disordinato, dove uomini e donne rabberciano reti e vele. E poi casupole basse e salmastrose, piene di ragazzini seminudi.

2Non si può certo dire che Gesù abbia scelto un alloggio signorile. Mosche, polvere, fracasso, odor di maretta stagnante, odore di canapa messa a bagno prima di usarla, sono sovrani in quel luogo. E il Re dei re, sdraiato con i suoi apostoli su dei mucchi di canapa da lavorare, dorme stanco in quel povero ambiente, mezzo ripostiglio, mezzo magazzino, che è sul dietro della casetta e dal quale si entra, per una porta nera come il catrame, nella cucina ancor essa nera e, per una porta tarlata e corrosa dalla polvere e dal salmastro che la fanno di un bianco-grigio di pomice, si esce sulla piazza dove si fa la corda e da dove vengono fetori di canapa in macero.

3Il sole martella sulla piazza, nonostante quattro enormi platani, due a un capo, due all’altro della piazza rettangolare, sotto i quali sono i verricelli per attorcigliare la canapa. Non so se dico bene per nominare l’arnese usato. Gli uomini, ricoperti di una tunica ridotta proprio all’essenziale per coprire ciò che decenza impone, bagnati di sudore come se fossero sotto una doccia, girano, girano il loro verricello con moto continuo come per una condanna di galeotti… Non parlano altro che per dire le indispensabili parole inerenti al lavoro. Perciò, tolto il cigolio delle ruote dei verricelli e quello della canapa stirata nella torsione, non c’è altro rumore sulla piazza, strano contrasto con il rumore degli altri luoghi che circondano la casa del cordaio.

Quattro donne velate.

4Perciò è sorprendente, come cosa impensata, l’esclamazione di uno dei cordai: «Delle donne?! A queste ore tremende?! Guardate! Vengono proprio qui…».

«Avranno bisogno di corde per legare i mariti…», motteggia un giovane cordaio.

«Possono aver anche bisogno di canapa per dei lavori».

«Uh! della nostra, così rozza, quando c’è chi la dà pettinata!?».

«Costa meno la nostra. Vedi? Sono povere…».

«Però ebree non sono. Vedi il mantello diverso…».

«Saranno non ebree. C’è un po’ di tutto in Cesarea, ormai…».

5«Forse cercano il Rabbi. Saranno malate… Vedi come stanno tutte coperte, anche con questo caldo…».

«Purché non siano lebbrose… Miseria sì; ma lebbra no; non la voglio neppure per rassegnazione a Dio», dice il cordaio al quale tutti ubbidiscono.

«Ma lo senti il Maestro? “Occorre accettare tutto ciò che Dio manda”».

«Ma la lebbra non la manda Dio. La mandano i peccati, i vizi e i contagi…».

6Le donne sono arrivate alle spalle, non di questi che parlano e che sono al lato estremo della piazza, ma di quelli che sono dal lato della casa, i più prossimi perciò a raggiungersi, e una si curva a dire qualcosa ad uno dei cordai, che si volta stupito e resta lì come ebete.

«Andiamo un po’ a sentire… Così coperte… Mi ci mancherebbe lebbra in casa, con tutti quei figli che ho…», dice il cordaio padrone sospendendo di girare il verricello e avviandosi. I suoi compagni lo seguono…

«Simone, questa donna vuole qualcosa, ma parla straniero. Senti un po’ tu che hai navigato», dice quello al quale si è rivolta la donna.

7«Che vuoi?», interroga rude il cordaio cercando di vederla attraverso il bisso tinto di scuro che le scende sul viso. E in un greco purissimo la donna risponde: «Il Re d’Israele. Il Maestro».

«Ah! ho capito. Ma… siete lebbrose?».

«No».

«Chi me lo assicura?».

«Egli stesso. Chiedi a Lui».

L’uomo è incerto… Poi dice: «Bene. Farò un atto di fede e Dio mi proteggerà… Lo vado a chiamare. State lì».

Le donne, quattro, non si muovono, gruppo bigiastro e muto, guardato con stupore e con ben chiaro timore dai cordai, che si sono radunati a qualche passo di distanza.

8L’uomo va nel magazzino e tocca Gesù che dorme. «Maestro… Vieni fuori. Ti cercano».

9Gesù si desta e si alza subito chiedendo: «Chi?».

«Mah!… Delle donne greche… tutte coperte… Dicono che non sono lebbrose e che Tu me lo puoi assicurare…».

10«Vengo subito», dice Gesù allacciandosi i sandali, che si era tolti, e allacciando la veste al sommo del collo e riannodandosi la cintura, che si era levata per essere più libero nel sonno. Ed esce col cordaio. Le donne fanno per venirgli incontro.

«State li, vi dico! Non voglio che camminiate dove giuocano i miei bambini… Prima voglio che Lui dica che siete sane».

11Le donne si fermano. Gesù le raggiunge. La più alta, non quella che ha parlato prima in greco, dice sottovoce una parola. Gesù si volge al cordaio: «Simone, puoi stare tranquillo. Le donne sono sane e ho bisogno di ascoltarle in pace. Posso entrare nella casa? …».

«No. C’è la vecchia, ciarliera e curiosa più di una gazza. Va’ là in fondo, sotto la tettoia delle vasche. C’è anche uno stanzino. Là sei solo e in pace».

Profezia in Virgilio.

Il Regno del Messia.

12«Venite…», dice Gesù alle donne. E con esse va in fondo alla piazza, sotto la tettoia fetente, dentro lo stanzino stretto come una cella, dove sono attrezzi rotti, cenci, scarti di canapa, ragnatele gigantesche, e dove l’odore del macero e della muffa mordono in gola, tanto sono acuti. Gesù, che è molto serio e pallido, ha un breve sorriso dicendo: «Non è luogo consono ai vostri gusti… Ma non ho altro…».

«Non vediamo il luogo, perché vediamo Chi lo abita in questo momento», risponde Plautina levandosi velo e mantello, imitata dalle altre che sono Lidia, Valeria e la liberta Albula Domitilla.

13«Da ciò arguisco che, nonostante tutto, voi mi credete ancora un giusto».

«Di più che un giusto. E Claudia ci manda appunto perché ti crede più che un giusto e non tiene conto delle parole udite. Però ne vuole conferma da Te per darti raddoppiata venerazione».

14«O levarmela, se le appaio come vollero illustrarmi. Ma rassicuratela. Io non ho mire umane. Il mio ministero e il mio desiderio è tutto e soltanto soprannaturale. Voglio, sì, riunire in un unico regno tutti gli uomini. Ma che degli uomini? La carne e il sangue? No. Quello lo lascio; materia labile, alle labili monarchie, agli incerti imperi. Io voglio riunire sotto il mio scettro soltanto gli spiriti degli uomini, spiriti immortali in un regno immortale. Io ripudio ogni altra versione della mia volontà, data da chicchessia, diversa a questa. E vi prego credere, e dire a colei che vi manda, che la Verità non ha che una sola parola…».

«Il tuo apostolo parlava con tale sicurezza…».

15«E’ un fanciullo esaltato. Va ascoltato per tale».

«Ma ti nuoce! Rimproveralo… Scaccialo…»

16«E la mia misericordia dove sarebbe allora? Egli fa ciò per un errato amore. Non devo compatire perciò? E che si muterebbe se Io lo scacciassi? Egli farebbe doppio male a lui e a Me».

«Allora ti è come una palla al piede! …».

17«Mi è come un infelice da redimere…».

La volontà è Il fattore assoluto della santità.

18Plautina cade a ginocchio tendendo le braccia e dicendo: «Ah! Maestro grande più d’ogni altro, come è facile crederti santo quando si sente il tuo cuore nelle tue parole! Come è facile amarti e seguirti per questa tua carità che è ancor più grande della tua intelligenza!».

19«Non più grande. Ma più comprensibile per voi… che avete l’intelletto impedito da troppi errori e non siete generose nello spogliarlo di tutto per accogliere il Vero».

«Hai ragione. Sei indovino come sei saggio».

20«La saggezza, essendo forma di santità, dà sempre luminosità di giudizio, sia su eventi passati o presenti, sia su premonizione di eventi futuri».

«Perciò i vostri profeti…».

21«Erano dei santi. Dio si comunicava perciò ad essi con pienezza grande».

«Erano santi perché erano di Israele?».

 22«Erano santi perché d’Israele e perché erano giusti nelle loro azioni. Perché non tutto Israele è e fu santo, pur essendo Israele. Non è l’appartenenza casuale ad un popolo o a una religione che può fare santi. Queste due cose possono aiutare grandemente ad esserlo. Ma non sono il fattore assoluto della santità».

«Quale è allora il fattore?».

23«La volontà dell’uomo. La volontà che conduce le azioni dell’uomo a santità se è buona, a nequizia se è cattiva».

«Allora… non è detto che dei giusti non siano anche fra noi».

24«Non è detto. Anzi certo dei giusti sono fra i vostri antenati, e certo ve ne saranno anche fra i viventi. Perché sarebbe troppo orrendo che tutto il mondo pagano fosse di demoni. Coloro che fra voi sentono attrazione al Bene, alla Verità, e ripugnanza al Vizio, e fuggono le male azioni come avvilenti l’uomo, credete che sono già sul sentiero della giustizia».

«Allora Claudia…».

25«Sì. E voi. Perseverate».  

«Ma se si dovesse morire prima di essere… convertite a Te?… A che gioverebbe essere state virtuose? …».

26«Dio è giusto nel giudicare. Ma perché tergiversare a venire al Dio vero?».

Le tre dame curvano il capo… Un silenzio… E poi la grande confessione, che sarà quella che darà spiegazione di tante crudeltà e resistenze romane verso il cristianesimo…

27«Perché ci parrebbe, facendolo, di tradire la Patria…».

28«Servireste la Patria, invece, facendola moralmente e spiritualmente più grande, perché forte del possesso e della protezione di Dio oltre che del suo esercito e delle sue ricchezze. Roma, l’Urbe mondiale, Urbe della religione universale!… Pensate…».

Un silenzio…

Essere santi per desiderio di Dio.

29Poi Livia, arrossendo come una fiamma, dice: «Maestro, tempo fa cercavamo di Te anche nelle pagine del nostro Virgilio. Perché per noi hanno più valore le… profezie dei vergini da ogni fede d’Israele che quelle dei vostri profeti, nei quali possiamo sentire la suggestione di credenze millenarie… E fra noi si discusse… Confrontando i diversi che in ogni tempo, nazione e religione, ti hanno presentito. Ma nessuno così giustamente ti ha sentito come Virgilio nostro… Quanto parlammo quel giorno anche con Diomede, il liberto greco, astrologo, caro a Claudia! Egli sosteneva che ciò avvenne perché più vicini erano i tempi, e gli astri parlavano con le loro congiunzioni… E ad appoggio della sua tesi portava il fatto dei tre Saggi dei tre paesi d’Oriente venuti ad adorarti infante, provocando l’eccidio di cui Roma inorridì… Ma non ne fummo persuase, perché… in oltre cinquant’anni nessuno più dei sapienti di tutto il mondo parlò di Te per voce d’astri, benché più vicini ancora alla tua manifestazione attuale. Claudia esclamò: “Ci vorrebbe il Maestro! Egli darebbe la parola di verità e sapremmo il luogo e il destino immortale del nostro massimo poeta!”. Vorresti dirci… per Claudia… Un dono per mostrarci che non ti è invisa per il suo dubbio su Te…».

30«Ho compreso la sua reazione di romana e non le ho serbato rancore. Rassicuratela. E udite. Virgilio non fu grande unicamente come poeta, non è vero?».

31«Oh! no! Anche come uomo. In mezzo ad una società già corrotta e viziosa, egli fu luminoso di purezza spirituale. Nessuno può dire di averlo visto lussurioso, amante di orge e di licenze. I suoi scritti sono casti, ma più casto ebbe il cuore. Tanto che nei luoghi da lui più abitati veniva detto “la verginella”, con scherno dai viziosi, con venerazione dai buoni».

32«E dunque, in un’anima limpida di uomo casto non avrà potuto riflettersi Dio, anche se quell’uomo era pagano? La Virtù perfetta non avrà amato il virtuoso? E se amore e vista del Vero gli furono concessi per la bellezza pura del suo spirito, non potrà aver avuto un lampo di profezia? Di profezia, che altro non è che verità che si disvela a chi merita di conoscere il Vero per premio e per sprone ad una virtù sempre maggiore?».

«Allora… egli ti profetò realmente?».

33«La sua mente accesa di purezza e di genio salì a conoscere una pagina che mi riguarda, ed egli può essere detto il poeta pagano e giusto, uno spirito profetico e precristiano per premio alle sue virtù».  

«Oh! Il nostro Virgilio!! E avrà premio?».

34«Ho detto: “Dio è giusto”. Ma voi non imitate il poeta fermandovi al suo limite. Procedete, perché a voi la Verità non si è mostrata per intuito e in parte, ma completa, e vi ha parlato».

35«Grazie, Maestro… Ci ritiriamo. Claudia ci ha detto di chiederti se ti può essere utile in cose morali», dice Plautina senza dare risposta in merito.

36«E vi ha detto di dirmelo se Io non ero un usurpatore…».

«Oh! Maestro! Come lo sai?».

37«Sono più di Virgilio e dei profeti…».

«É vero! Tutto è vero! Possiamo servirti? …».

38«Per Me non ho necessità che di fede e amore. Ma c’è una creatura che è in grande pericolo e che avrà l’anima uccisa questa sera. Claudia potrebbe salvarla».

«Qui? Chi? Uccisa l’anima?».

39«Un vostro patrizio dà una cena e…».  

40«Ah! sì! Ennio Cassio. Anche mio marito è invitato…», dice Livia.

41«E anche il mio… E noi pure, veramente. Ma poiché Claudia se ne astiene, noi pure ce ne asterremo. Avevamo deciso di ritirarci subito dopo la cena, nel caso vi fossimo andate… Perché… le nostre cene terminano in orge… che non possiamo sopportare più… E con sdegno di mogli trascurate vi lasciamo rimanere i mariti…», dice Valeria severa.

42«Non con sdegno… Con pietà della loro miseria morale…», corregge Gesù.

«É difficile, Maestro… Sappiamo ciò che avviene là dentro…».

43«Io pure so tante cose che avvengono nei cuori… eppure perdono…».

«Tu sei santo…».

44«Voi dovete divenirlo. Per mio desiderio e per pungolo della vostra volontà…».

«Maestro! …».

45«Sì. Potete dire di essere felici come prima di conoscermi, felici della povera felicità bruta, sensuale, di pagane che ignorano di essere più di una carne, ora che sapete un poco di Sapienza? …».

«No, Maestro. Lo confessiamo. Siamo scontente, inquiete come uno che cerca un tesoro e non lo trova».

46«E vi è davanti! Ciò che vi fa inquiete è l’anelito del vostro spirito alla Luce, la sua insofferenza del vostro ritardare… a dare allo spirito ciò che esso vi chiede…».

 

Gesù chiede aiuto a Claudia per un’anima.

Un silenzio… Poi ancora Plautina, senza rispondere in merito, dice: «E che potrebbe fare Claudia?».

47«Salvare quella creatura. Una fanciulla comperata per godimento dal romano. Una vergine che domani non sarà più tale».

«Se egli l’ha comperata… gli appartiene».

48«Non è un mobile. Dentro alla materia vi è uno spirito…».

«Maestro… le nostre leggi…».

49«Donne: la Legge di Dio!».

«Claudia non va alla festa…».

50«Non le dico di andarvi. Vi dico di dirle: “Il Maestro, per avere certezza che Claudia non lo incolpa, le chiede aiuto per quest’anima fanciulla”…»

«Lo diremo. Ma non potrà nulla… Schiava acquistata… oggetto di cui si può disporre…».

51«Il cristianesimo insegnerà che lo schiavo ha un’anima pari al Cesare, migliore nella più parte dei casi, e che quell’anima appartiene a Dio, e chi la corrompe è maledetto».

52Gesù è imponente nel dire ciò. Le donne ne sentono l’impero e la severità. Si inchinano senza obbiettare. Si rimettono i mantelli e i veli e dicono: «Riferiremo. Salve, Maestro».

«Addio».

Le donne escono nella piazza calda. Ma Plautina si volge e dice: «Per tutti eravamo donne greche. Intendi?».

53«Intendo. Andate sicure».

Un numido.

54Gesù resta sotto il basso portico ed esse vanno per la strada fatta nel venire. I cordai tornano al loro lavoro…

Gesù torna lentamente al magazzino. È pensoso. Non si sdraia più. Seduto su un mucchio di corde arrotolate, prega intensamente…

Gli undici continuano a dormire pesantemente…

55Passa del tempo così… Un’ora circa. Poi il cordaio mette dentro il capo e fa cenno a Gesù di venire sulla porta.

56«C’è uno schiavo. Ti vuole».

Lo schiavo, un numido, è fuori nella piazza ancora assolata. Si inchina e senza parlare dà una tavoletta cerata. Gesù legge e dice: «Dirai che attenderò fino all’alba. Hai capito?».

 L’uomo assente col capo e, per far capire perché non parla, apre la bocca mostrando la lingua mozza. «Infelice!», dice Gesù carezzandolo.

57Lo schiavo ha due lacrime che rotolano sulle guance nere e prende la mano bianca fra le sue nere, così simili a quelle di una grossa scimmia, e se la passa sul volto, la bacia, se la mette sul cuore e poi si getta a terra. Prende il piede di Gesù e se lo posa sul capo… Tutto un linguaggio di gesti per dire la sua riconoscenza per quel gesto di amore pietoso… E Gesù ripete: «Infelice!», ma non fa il gesto che risana.

Lo schiavo si rialza e rivuole la tavoletta cerata… Claudia non vuole lasciare tracce del suo contatto epistolare… Gesù sorride e rende la tavoletta. Il numido parte e Gesù va presso il cordaio.

58«Devo rimanere sino all’alba… Lo concedi? …».

«Tutto ciò che vuoi. Mi spiace di esser povero…».

59«Mi piace che tu sia onesto».

«Chi erano quelle donne?».

60«Straniere bisognose di consiglio».

«Sane?».

61«Come Me e te».

Pietro curioso ma sempre amoroso.

«Ah! bene!… Ecco i tuoi apostoli…».

Infatti, sfregandosi gli occhi, stirandosi ancor mezzo assonnati, gli undici escono dal magazzino venendo verso il Maestro.

«Maestro… bisognerà cenare, se vuoi partire a sera…», dice Pietro.

62«No. Non parto più sino all’alba».

«Perché?».

63«Perché sono stato pregato di fare così».  

«Ma perché? Da chi? Era meglio camminare di notte. Ormai è luna nuova…».

64«Spero di salvare una creatura… E ciò è più luminoso della luna e più refrigerante per Me delle frescure della notte».

Pietro lo tira in disparte: «Che è avvenuto? Hai visto le romane? Che umore hanno? Sono loro che si convertono? Dimmelo…».

 65Gesù sorride: «Se mi lasci rispondere te lo dirò, curiosissimo uomo. Ho visto le romane. Non vanno che lentamente alla Verità. Ma non retrocedono. È già molto».

«E… per quello che diceva Giuda… Che c’è?».

66«Che continuano a venerarmi come un saggio».

«Ma… per Giuda? Non è in causa lui? …».

67«Sono venute a cercare Me, non lui…».

«Ma allora perché lui ha avuto paura di incontrarle? Perché non voleva che venissi a Cesarea?».

68«Simone, non è la prima volta che Giuda ha strani capricci…».  

«Questo è vero. E… vengono questa notte le romane?».

69«Sono già venute».

«E allora perché aspettiamo l’alba?».

70«E perché sei tanto curioso?».

«Maestro, sii buono… Dimmi tutto».

71«Sì. Per levarti ogni dubbio… Hai sentito tu pure i discorsi di quei tre romani…».

«Sì. Immondi! Peste! Demoni! Ma che c’entriamo noi?… Ah! capisco! Le romane vanno alla cena e poi vengono a chiedere perdono di essere state nelle immondezze… Mi meraviglio che vi aderisci».

72«Mi meraviglio che tu faccia giudizi temerari!».

«Perdonami, Maestro!».

73«Sì. Ma sappi che le romane non vanno alla cena e che Io ho chiesto a Claudia di intervenire per quella fanciulla…».

«Oh! ma non può nulla Claudia! La fanciulla è comperata dal romano, e lui può tutto su lei!».

74«Ma Claudia può molto sul romano. E Claudia mi ha mandato a dire di attendere fino all’alba per partire. Non altro. Sei contento?».

«Sì, Maestro. Ma intanto non hai riposato… Vieni ora… Sei così stanco! Vigilerò io che ti lascino in pace… Vieni, vieni…», e amorosamente tirannico lo tira, lo spinge, lo obbliga a sdraiarsi di nuovo…

La giovane schiava salvata.

Notte di luna nuova.

75E passano le ore. Cala il tramonto, cessa il lavoro e più forti stridono i fanciulli per le vie e le piazzette e le rondini nel cielo. E poi calano le prime ombre, e le rondini vanno a nido e i bimbi a letto. I rumori cessano uno per uno finché resta soltanto il lieve sciacquio della maretta lungo il canale e il rumore più forte dell’onda sul lido. Le case si chiudono, queste case di lavoratori stanchi, si spengono in esse i lumi, e il riposo scende a far tutti ciechi e muti… lontani… Si alza la luna e nobilita del suo argento anche lo specchio sporco della piccola darsena, che ora sembra una lastra d’argento…

76Gli apostoli sono di nuovo dormienti sulla canapa… Gesù, seduto su uno dei verricelli fermi, le mani in grembo, prega, pensa, attende… Non perde d’occhio la via che viene dalla città.

77La luna si alza, si alza. È a perpendicolo sul capo. Il mare ha voce più forte, la maretta più forte odore, e il cono della luna che tuffa il suo raggio in mare si fa più ampio, abbraccia tutto lo specchio di fronte a Gesù, si perde sempre più lontano: una strada di luce che dai confini del mondo pare venire verso Gesù, risalendo il canale, terminando nel bacino della darsena. E da questa strada si avanza una barca, piccola, bianca. Avanza, avanza, senza lasciare tracce del suo passaggio sulla via acquea che si ricompone dopo il suo passaggio… Risale il canale… Eccola nella darsena silenziosa. Accosta. Si ferma. E tre ombre scendono. Un uomo nerboruto, una donna e un’esile figuretta fra loro. Si dirigono verso la casa del cordaio.

Sagacia di Claudia.

78Gesù si alza e va loro incontro.

79«La pace a voi. Chi cercate?».

80«Te, Maestro», dice Lidia scoprendosi e venendo avanti da sola. E continua: «Claudia ti ha servito. Perché era giusta cosa e tutta morale. Quella è la fanciulla. Valeria fra qualche tempo la prenderà per bambinaia della piccola Fausta. Ma ti prega intanto di tenerla. Anzi di affidarla a tua Madre o alla madre dei tuoi parenti. È tutt’affatto pagana. Anzi, è più che pagana. Il padrone che l’ha allevata ha messo l’assoluto nulla in lei. Non sa né di Olimpo né di altro. Ha soltanto un terrore folle degli uomini, perché la vita le si è scoperta tutta, in tutta la sua brutalità, da qualche ora…».

81«Oh! triste parola! Troppo tardi?».

82«No, materialmente… Ma egli la preparava al suo… diciamo: sacrilegio. E la creatura è spaventata… Claudia l’ha dovuta lasciare per tutta la cena presso quel satiro, riservandosi ad agire quando il vino lo faceva meno capace di riflettere. Non occorre che io ti ricordi che, se l’uomo è sempre lubrico nei suoi amori sensuali, lo è sommamente quando è ebbro… Ma solo allora è uno zimbello che può essere premuto da una forza e depredato del suo tesoro. E Claudia ne ha approfittato. Ennio desidera il ritorno in Italia, dalla quale è stato allontanato per sfavore… Claudia ha promesso il ritorno in cambio della fanciulla. Ennio ha abboccato al tranello… Ma domani, non più ebbro, si ribellerà, la cercherà, farà del chiasso. Vero è che domani Claudia avrà modo di porlo a silenzio».

83«Violenza? No…».

84«Oh! violenza usata a buon fine è utile! Ma non sarà usata… Soltanto Pilato, ancor istupidito dal molto vino bevuto questa sera, firmerà l’ordine per Ennio di andare a riferire a Roma… Ah! Ah!… E al primo naviglio militare egli partirà. Ma intanto… bene è che la fanciulla sia altrove, per tema che Pilato si penta e revochi l’ordine… È tanto incerto! Ed è bene che la fanciulla dimentichi, se può, le lordure umane. Oh! Maestro!… Fummo alla cena per questo… Ma come potemmo andarci a quelle orge fino a pochi mesi fa senza sentirne nausea? Ne siamo fuggite appena ottenuto lo scopo… Là i nostri mariti emulano i bruti tuttora… Che nausea, Maestro!… E noi dobbiamo riceverli dopo che… dopo che…».

85«Siate austere e pazienti. Con l’esempio migliorerete i consorti».

86«Oh! non è possibile!… non sai…». La donna piange più di sdegno che di dolore. Gesù sospira. Lidia riprende: «Claudia ti manda a dire che ha fatto questo per mostrarti che ti venera come l’unico Uomo che meriti venerazione. E vuole che ti dica che ti ringrazia di averle insegnato il valore di un’anima e della purezza. Se lo ricorderà. Vuoi vedere la fanciulla?».

87«Sì. E l’uomo chi è?».

88«Il numido muto di cui Claudia si serve nelle cose più segrete. Non c’è pericolo di delazione… Non ha lingua…».

89Gesù ripete come nel pomeriggio: «Infelice!». Ma anche ora non fa miracolo.

La schiava salvata.

90Lidia va a prendere per mano la fanciulla e quasi la trascina di fronte a Gesù. Spiega: «Sa poche parole latine e meno ancora ne sa di giudee… Una bestiola selvaggia… Unicamente oggetto di piacere». E alla fanciulla: «Non avere paura. Digli “grazie”. Egli è che ti ha salvata… Inginocchiati. Baciagli i piedi. Su! Non tremare!… Perdona, Maestro! È terrorizzata dalle ultime carezze di Ennio ubriaco…».

91«Povera creatura!», dice Gesù posando la mano sul capo velato della fanciulla. «Non temere! Ti condurrò da mia Madre, per qualche tempo. Da una Mamma, capisci? E avrai intorno tanti buoni fratelli… Non temere, figlia mia!».

 92Cosa c’è nella voce di Gesù e nel suo sguardo? Tutto c’è: pace, sicurezza, purezza, amore santo. La fanciulla lo sente, getta indietro il mantello col cappuccio per guardarlo meglio, e la figuretta esile, di fanciulla appena alle soglie della pubertà, quasi ancora bambina, acerba nelle grazie, innocente nell’aspetto, appare in una veste troppo larga per lei…

«Era seminuda… Le ho dato nella sacca e messo addosso le prime vesti che ho trovato…», spiega Lidia.

93«Una bambina!», dice con pietà Gesù. E tendendole la mano chiede: «Vuoi venire con Me, senza paura?».

«Sì, padrone».

94«No. Non padrone. Dimmi: Maestro».

«Sì, Maestro», dice più sicura la fanciulla e un timido sorriso sostituisce l’espressione di paura che era prima sul volto bianchissimo.

95«Sei capace di far molto cammino?».

«Sì, Maestro».

96«Poi riposerai dalla mia Mamma, nella mia casa, in attesa di Fausta… una bambinella che amerai molto… Ti piace?».

«Oh! Sì! …», e la fanciulla alza sicura i chiari occhi di un grigio azzurro bellissimo fra le ciglia d’oro, e osa chiedere: «Più quel padrone?», e un lampo di terrore ancora le turba lo sguardo.

 97«Mai più», torna a promettere Gesù posando di nuovo la mano sui folti capelli di un biondo miele della fanciulla.

«Addio, Maestro. A giorni saremo sul lago noi pure. Forse ci vedremo ancora. Prega per le povere romane».

98«Addio, Livia. Di’ a Claudia che queste sono le conquiste che Io pretendo, e non altre. Vieni, fanciulla. Partiremo subito…».

99E, tenendola per mano, si affaccia sulla porta del magazzeno chiamando gli apostoli.

100Mentre la barca, senza lasciare traccia della sua venuta, torna nell’aperto mare, Gesù e gli apostoli, con la fanciulla ammantellata in mezzo al gruppo, per le viette periferiche e deserte vanno verso la campagna…

427. Aurea Galla, istruita da Bartolomeo
e poi mandata a Nazareth
[95].

Colmare di Dio gli abissi vuoti.

Una piccola sorella.

1Sono così precoci le albe estive che breve è il tempo che intercorre fra il tramonto della luna e il sorgere del primo albore. Di modo che, per quanto abbiano camminato solleciti, il periodo più oscuro della notte li sorprende ancora nelle vicinanze della città di Cesarea, né fa luce sufficiente un ramo di pruno acceso. Occorre sostare per qualche tempo, anche perché la fanciulla, meno usa di loro a camminare nella notte, inciampa sovente nei sassi sepolti a mezzo nel polverume.

2«È meglio fermarsi qualche tempo. La fanciulla non ci vede ed è stanca», dice Gesù.

3«No, no, posso… Andiamo lontano, lontano… Potrebbe venire. Di qui siamo passati per venire a quella casa», dice battendo i denti la fanciulla, mescolando ebreo a latino in un nuovo idioma per farsi capire.

4«Andremo dietro quegli alberi e non ci vedrà nessuno. Non temere», le risponde Gesù.

5«Sì, non temere. Quel… romano a quest’ora è ubriaco fradicio sotto la tavola…», dice Bartolomeo per rassicurarla.

6«E poi sei con noi. Ti vogliamo bene noi! Non ti lasciamo fare del male. Ohé! siamo dodici uomini robusti…», dice Pietro, poco più alto di lei, ma tarchiato per quanto ella è snella, bruciato dal sole quanto lei è di neve, povero fiore cresciuto nell’ombra per essere più solleticante e prezioso.

7«Una piccola sorella sei. E i fratelli difendono le sorelle…», dice Giovanni.

Gesù è Dio che protegge

8La fanciulla, all’estrema fiammella dell’improvvisata torcia, alza sui suoi confortatori le chiare iridi grigio ferro intinto appena di azzurro, due limpide iridi ancor lucide del pianto versato nel terrore di poc’anzi… È sospettosa. Eppure di loro si fida. E passa con gli altri il rigagnolo asciutto oltre la via, per entrare in una proprietà che finisce lì in un frutteto folto.

9Si siedono al buio. E attendono. Gli uomini dormirebbero forse. Ma ogni rumore fa dare un gemito alla fanciulla, e il galoppo di un cavallo la fa aggrappare convulsa al collo di Bartolomeo, che forse, perché è molto anziano, attira la sua fiducia e confidenza. Perciò è impossibile dormire.

10«Ma non temere! Quando si è con Gesù non succede più nulla di male», dice Bartolomeo.

11«Perché?», domanda la fanciulla tremante e ancora avviticchiata al collo dell’apostolo.

«Perché Gesù è Dio in Terra, e Dio è più forte degli uomini».

12«Dio? Cosa è Dio?».

Aurea allevata come bestia de valore

«Povera creatura! Ma come ti hanno allevata? Non ti hanno insegnato niente?».

13«A tenere bianca la pelle, lucidi i capelli, a ubbidire ai padroni… a dire sempre sì… Ma io non potevo dire di sì al romano… era brutto e mi faceva paura… tutto il giorno paura… Sempre lì… al bagno, alla vestizione… certi occhi… le mani… oh!… E chi non dice “sì” è bastonato…».

14«Non sarai bastonata. Non c’è più il romano né le sue mani… C’è la pace…», le risponde Gesù.

15E gli altri commentano: «Ma è un orrore! Come a bestie di valore, non più che a bestie! E peggio ancora… Perché una bestia sa almeno che le insegnano ad arare o a portare la sella e il morso perché quello è il suo ufficio. Ma questa creatura è stata gettata là senza sapere! …».

16«Se sapevo mi gettavo in mare. Aveva detto: “Ti farò felice”…»

17«Infatti ti ha fatta felice. In maniera che non immaginava. Felice per la Terra e per il Cielo. Perché conoscere Gesù è felicità», le dice lo Zelote.

Parlare di Dio agli abissi vuoti.

18Un silenzio, in cui ognuno medita sugli orrori del mondo. Poi, sottovoce, la fanciulla chiede a Bartolomeo: «Mi dici cosa è Dio? E perché Lui è Dio? Perché è bello e buono?».

«Dio… Come fare a insegnarti tanto a te vuota di ogni idea religiosa?».

«Religiosa? Cosa è?».

«Altissima Sapienza! Io sono come uno che affoga in grande mare! Come faccio davanti a questo abisso?».

19«È tanto semplice, Bartolomeo, ciò che ti pare difficile. È un abisso sì, ma vuoto. E tu puoi colmarlo del Vero. Peggio è quando gli abissi sono colmi di fango, veleni, serpi… Parla con la semplicità con cui parleresti ad un infante. Ed ella ti capirà come meglio non farebbe un adulto».

«Oh! Maestro! Ma non potresti farlo Tu?».

20«Lo potrei. Ma la fanciulla accetterà le parole di un suo simile più facilmente che le mie di Dio. E d’altronde… Davanti a questi abissi sarete, in futuro, ad empirli di Me. Dovete pure imparare a farlo».

Per avere una idea de religione

21«È vero! Mi ci proverò. Senti, fanciulla… Te la ricordi la mamma tu?».

«Sì, signore. Sono fioriti da sette anni i fiori senza di lei. Ma prima ero con lei».

22«Va bene. E la ricordi? Le vuoi bene?».

«Oh!», un singhiozzo unito all’esclamazione dice tutto.

23«Non piangere, povera creatura… Senti… L’amore che tu hai per la mamma…».

«…e il padre… e i fratellini…», dice fra i singhiozzi la fanciulla.

24«Sì… per la tua famiglia, l’amore per la tua famiglia, il pensiero che hai di essa, il desiderio di tornare ad essa…».

«Mai più!!…».

25«Mah!… Tutto questo è una cosa che può essere detta la religione della famiglia. Le religioni, le idee religiose, perciò, sono l’amore, il pensiero e il desiderio di andare dove è Colui o coloro in cui noi crediamo, che noi amiamo e desideriamo».

«Ah! E se io crederò in quel Dio lì, avrò una religione… È facile!».

«Bene. Facile che? Avere una religione o credere a quel Dio li?».

26«Questo e quello. Perché si crede facilmente ad un Dio buono come quello lì. Il romano ne nominava tanti e giurava… Diceva: “per la dea Venere!”, “per il dio Cupido”. Ma dovevano essere dèi non buoni, perché lui faceva cose non buone nel nominarli».

«Non è stupida la fanciulla», commenta Pietro sottovoce.

Aura vuol sapere cosa è Dio

27«Ma io ancora non so cosa è Dio. Io lo vedo uomo come te… È un uomo Dio, allora. E come si fa a capirlo, allora? In che è forte più di tutti? Non ha né spade né servi…».

«Maestro, aiutami…».

28«Ma no, Natanaele! Insegni così bene…».

29«Lo dici per bontà… Vediamo ad ogni modo di andare avanti. Senti, fanciulla… Dio non è uomo. Egli è come una luce, uno sguardo, un suono, così grande che empie cielo e terra e tutto illumina, tutto vede, tutto istruisce e a tutto dà ordine…».

«Anche al romano? Allora non è un Dio buono. Ho paura!».

30«Dio è buono e dà buoni ordini, e agli uomini aveva dato ordini di non fare guerre, di non fare schiavi, di lasciare le bambine alle madri loro e di non spaventare le fanciulle. Ma gli uomini non ascoltano sempre gli ordini di Dio».

«Tu, sì, però…».

«Io sì».

31«Ma se è più forte di tutti, perché non si fa ubbidire? E come parla se non è uomo?».

«Dio… oh! Maestro! …».

32«Va’ avanti, Bartolmai. Sei un maestro così saggio, sai dire con tanta semplicità i pensieri più alti, e hai paura? Non sai che lo Spirito Santo è sulle labbra di quelli che insegnano la Giustizia?»

33«Sembra così facile quando ti si ascolta… e tutte le tue parole sono qui dentro… Ma a tirarle fuori quando si deve fare ciò che Tu fai!… Oh! miseria di noi poveri uomini! Che maestri da nulla!».

Dio padre buono che ci ama

34«Riconoscere il nulla vostro predispone lo spirito all’insegnamento dello Spirito Paraclito…».

35«Va bene. Senti, bambina. Dio è forte, fortissimo, più di Cesare, più di tutti gli uomini messi insieme coi loro eserciti e macchine di guerra. Ma però non è un padrone spietato, il quale faccia dire sempre di sì, pena la sferza, a chi non lo dice. È un padre, Iddio. Tuo padre ti voleva bene?».

36«Tanto! Mi ha messo nome Aurea Galla perché l’oro è prezioso e la Gallia è la patria, e diceva che io gli ero più cara dell’oro avuto un tempo e della patria…».

37«Tuo padre ti bastonava?».

«No. Mai. Anche se ero cattiva mi diceva: “Povera figlia mia!”, e piangeva…».

38«Ecco! Così fa Dio. È padre, ci ama e piange se siamo cattivi, ma non ci forza a ubbidirlo. Però chi è cattivo sarà un giorno castigato con supplizi orrendi…».

«Oh! bello! Il padrone che mi ha levata alla madre e portata nell’isola e il romano nei supplizi! E io vedrò?».

39«E tu vedrai da vicino a Dio, se in Lui crederai e se sarai buona. Ma per essere buona non devi odiare neppure il romano».

40«No? Come faccio?! …».

«Pregando per lui o …».

41«Cosa è pregare?».

«Parlare a Dio dicendogli ciò che vogliamo…».

42«Ma io voglio la mala morte per i padroni!», dice con veemenza selvaggia la fanciulla.

«No, non devi. Gesù non ti ama se tu dici così…».

«Perché?».

«Perché non si deve odiare chi ci ha fatto del male».

«Non posso amarli, però…».

Aurea figlia di Dio

43«Per ora dimenticali… Cerca di dimenticarli. Poi, quando sarai più… istruita di Dio, pregherai per loro… Dunque dicevamo che Dio è potente ma lascia liberi i suoi figli».

«Io figlia di Dio? Ho due padri? Quanti figli ha?».

44«Tutti gli uomini sono figli di Dio, perché Egli li ha fatti. Vedi le stelle lassù? Lui le ha fatte. E queste piante? Lui le ha fatte. E la terra su cui sediamo, e quell’uccello che canta, e il mare che è tanto grande, tutto e tutti gli uomini. E gli uomini sono più figli di tutto, perché sono figli per quella cosa che si chiama anima e che è luce, suono, sguardo, non grandi come i suoi che empiono tutto il Cielo e la Terra, ma però belli e che non muoiono mai come Egli non muore».

Aurea ha l’anima

45«Dove è l’anima? Io ce l’ho?».

«Sì. Nel tuo cuore, ed è quella che ti ha fatto capire che il romano era cattivo e che non ti farà certo desiderare di essere come lui. Non è vero?».

46«Sì…». La fanciulla riflette dopo l’incerto “sì”… Poi dice sicura: «Sì! Era come una voce dentro e un bisogno di avere soccorso… e con un’altra voce dentro, ma quella era mia, chiamavo la mamma… perché io non sapevo che c’era Dio, che c’era Gesù… Se l’avessi saputo, avrei chiamato Lui con quella voce che avevo dentro…».

Aurea cristiana.

47«Tu hai capito bene, fanciulla, e crescerai nella Luce. Io te lo dico. Credi nel Dio vero, ascolta la voce della tua anima vergine di sapienza acquisita, ma vergine anche di mala volontà, e avrai in Dio un Padre, e nella morte, che è passaggio dalla Terra al Cielo per quelli che credono al Dio vero e sono buoni, avrai un posto in Cielo, vicino al tuo Signore», dice Gesù posando la mano sul capo della fanciulla. 

48La quale muta posizione e si inginocchia dicendo:

«A Te. È bello stare con Te. Non ti separare da me, Gesù. Ora so Chi sei e mi prostro. A Cesarea avevo paura di farlo… Ma mi parevi un uomo. Ora so che sei un Dio nascosto in un uomo e mi sei Padre e Protettore».

«E Salvatore, Aurea Galla».

«E Salvatore. Mi hai salvata».

49«E più ti salverò. Avrai un nome nuovo…».

«Mi levi il nome che mi ha dato il padre mio? Il padrone nell’isola mi chiamava Aurea Quintillia, perché ci dividevano per colore e per numero e io ero la quinta bionda così… Ma perché non mi lasci il nome dato dal padre mio?».

50«Non te lo levo. Ma al tuo nome antico porterai aggiunto il nome nuovo, eterno».

«Quale?».

51«Cristiana. Perché il Cristo ti ha salvata. Ma ecco che albeggia. Andiamo… Vedi, Natanaele, che è facile parlare di Dio agli abissi vuoti?… Hai parlato molto bene. La fanciulla si formerà rapidamente nella Verità… Vai avanti con i miei fratelli, Aurea…».

I saggi sono schiavi delle prevenzioni

44La fanciulla ubbidisce ma con timore. Preferirebbe rimanere presso Bartolomeo, il quale capisce e promette: «Vengo subito io pure. Va’, ubbidisci…». E rimasto con Gesù, Pietro, Simone e Matteo, osserva: «Peccato che la tenga Valeria. È sempre una pagana…».

45«Non posso imporla a Lazzaro…».

«C’è Niche, Maestro», suggerisce Matteo.

«E Elisa…», dice Pietro.

«E Giovanna… È amica di Valeria, e Valeria gliela cede certo volentieri. Sarebbe in una casa buona», dice lo Zelote.

46Gesù pensa e tace…  

«Farai Tu… Io raggiungo la fanciulla che sempre si volge. Si fida di me perché vecchio… La terrei… una figlia di più… Ma non è di Israele…», e se ne va, il buono ma troppo israelita Natanaele.

47Gesù lo guarda andare e scrolla il capo.

«Perché quel gesto, Maestro?», chiede lo Zelote.

48«Perché… mi fa pena vedere che anche i saggi sono schiavi delle prevenzioni…».

Pensando a una famiglia per Aurea

49«Però… sia detto fra noi… Bartolmai ha ragione… e anzi… dovresti provvedere… Ricordati di Sintica e Giovanni… Che non succeda una cosa uguale… Mandala a Sintica…», dice Pietro che ha paura di noie per la paganella fra loro.

50«Presto Giovanni sarà morto… Sintica è ancora troppo informe per essere maestra di una fanciulla quale è questa… Non è ambiente adatto…».

51«Eppure non devi tenerla. Pensa che Giuda presto sarà con noi. E Giuda, Maestro, lasciamelo dire, è un lussurioso e un… uno che è facile a parlare per avere degli utili… e ha troppi amici fra i farisei…», incalza lo Zelote.

«Ecco! Simone dice bene! Proprio quello che pensavo io!», esclama Pietro.

«Ascoltalo, Maestro…».

52Gesù pensa e tace… Poi dice: «Preghiamo! E il Padre ci aiuterà…»; e, in coda agli altri, pregano fervorosamente…

L’obolo per elemosine segrete.

53L’alba si muta in aurora… Superano un paesetto, riprendono la via fra le campagne… Il sole si fa forte sempre più. Si fermano a mangiare all’ombra di un noce gigantesco.

54«Sei stanca?», chiede Gesù alla fanciulla, che mangia svogliata. «Dillo e ci fermeremo».

«No, no. Andiamo…».

«Glielo abbiamo chiesto più volte. Ma dice sempre di no…», dice Giacomo d’Alfeo.

«Posso, posso! Andiamo lontano…».

55Riprendono ad andare. Ma Aurea si risovviene. «Ho una borsa. Mi hanno detto le dame: “La darai quando cominciano i monti”. I monti sono qui. E la do». E fruga nella sacca dove Livia le ha messo qualche indumento… Trae la borsa e la dà a Gesù.

56«L’obolo… Non hanno voluto essere ringraziate. Sono migliori di molti fra noi… Prendi, Matteo. E conserva queste monete. Serviranno a elemosine segrete».

«Non devo dirlo a Giuda di Keriot?».

57«No».

«Ma vedrà la fanciulla…».

Aurea esausta ma eroica nella sua volontà.

58Gesù non risponde… Riprendono ad andare. Faticosamente per il gran caldo, la polvere e la luce abbacinante. Poi si inizia la salita sulle prime propaggini del Carmelo, credo. Ma, benché qui sia più ombra e più fresco, Aurea va lentamente, inciampando spesso. Bartolomeo torna indietro, dal Maestro. «Maestro, la fanciulla è febbricitante ed esausta. Come facciamo?».

59Si consultano. Sostare? Prenderla di peso e proseguire? Sì. No. Infine decidono che occorre almeno raggiungere la via che va a Sicaminon, per chiedere a qualche viandante, che ha cavalcatura o carro, un aiuto. E vorrebbero caricarsi sulle braccia la fanciulla, ma lei, eroica nella sua volontà di allontanarsi, ripete il suo: «Posso! Posso!», e vuol andare da sé. È rossa, con occhi febbrili, esausta realmente. Ma non cede… Va lentamente, accettando di essere sorretta da Bartolomeo e Filippo… Ma cammina… Sono tutti stanchi veramente. Ma comprendono che è necessario andare e vanno…

Il colle è superato. Ecco la costa opposta… il piano d’Esdrelon là in basso, e oltre ecco i colli fra i quali è Nazareth…

60«Se non troveremo, sosteremo dai contadini…», dice Gesù…

La Provvidenza che soccorre!

61Vanno, vanno… Quasi al piano vedono un gruppo di discepoli. C’è Isacco e Giovanni d’Efeso con la madre, e Abele di Betlemme con la sua, fra altri che non conosco a nome. E per le donne c’è un rustico carro tirato da un forte muletto. E c’è Daniele e Beniamino pastori, Giuseppe barcaiolo e altri.

62«È la Provvidenza che ci soccorre!», esclama Gesù e ordina di sostare, mentre Lui va a parlare ai discepoli e specie alle due discepole. Le prende in disparte insieme a Isacco e racconta in parte la vicenda di Aurea: «L’abbiamo sottratta ad un immondo padrone… Vorrei portarla a Nazareth per curarla, perché è malata di paura e di fatica. Ma non ho veicolo. Voi dove andavate?».

Aurea mandata da Gesù presso la Madre

63«A Betlemme di Galilea presso Mirta. È impossibile resistere ai calori del piano», risponde Isacco.

64«Andate a Nazareth prima, ve lo chiedo in carità. Portate a mia Madre la fanciulla e ditele che fra due, tre giorni sarò da Lei. La fanciulla è febbrile. Non accogliete perciò i suoi deliri. Vi dirò poi…».

«Sì, Maestro. Ciò che Tu vuoi. Partiamo subito. Povera creatura! La bastonava?», chiedono i tre.

65«La voleva profanare».

«Oh!… Quanti anni ha?».

66«Si e no tredici…».

«Il vile! L’immondo! Ma noi l’ameremo. Non siamo madri per merito, vero Noemi?».

67«Certo, Mirta. Signore, la tieni per discepola?».

68«Non so ancora…[96]».

«Se la tieni, noi ci siamo. Io non torno ad Efeso. Ho mandato amici a liquidare tutto. Resto con Mirta… Ricordati di noi per la fanciulla. Tu ci hai salvato i figli. Noi vogliamo salvare costei».

69«Vedremo in seguito…».

«Maestro, le due discepole danno garanzia di santità…», perora Isacco.

70«Non dipende da Me… Pregate molto e tacete con tutti. Intendete? Con tutti».

«Taceremo».

71«Venite col carro». E Gesù retrocede, seguito da Isacco che guida il carro e dalle due donne. La fanciulla si è sdraiata sull’erba, cercando refrigerio fra gli steli alla gran febbre…

72«Povera creatura! Ma non morirà, vero?».

73«Che bella fanciulla!».

74«Cara, non temere. Sono una mamma, sai? Vieni… Sorreggila, Mirta… Vacilla… Aiutaci, Isacco… Qui dove ha meno scosse… La sacca sotto il capo… Mettiamogli sotto i nostri manti… Isacco, bagna questi lini da mettergli sulla fronte… Che febbre, povera figlia…».

75Le due donne sono sollecite e materne. Aurea, stordita dal febbrone, è quasi assente…

76Tutto è a posto… Il carro può partire… Isacco, prima di frustare, si sovviene: «Maestro, se vai al ponte trovi Giuda di Keriot. Ti attende come un mendico… È lui che ci ha detto che saresti passato di qui. La pace a Te, Maestro. Entro notte saremo a Nazareth!».

«La pace a Te, Maestro», dicono le discepole.

77«La pace a voi!» …

Il carro se ne va di trotto…

78«Sia ringraziato il Signore! …», dice Gesù.

«Sì. Bene per la fanciulla e bene per via di Giuda… Meglio se non sa nulla…».

79«Sì. É meglio. Tanto meglio che chiedo al vostro cuore un sacrificio. Ci separeremo avanti di essere a Nazareth, e voi del lago andrete con Giuda a Cafarnao, mentre Io coi fratelli, Toma e Simone, andrò a Nazareth».

«Così faremo, Maestro. E a questi che ti attendono, che dirai?».

80«Che avevamo urgenza di avvertire mia Madre del mio arrivo… Andiamo…», e raggiunge i discepoli che, troppo felici per avere con loro il Maestro, non fanno domande di sorta.

428. Parabola della vigna e del vignaiolo, figure dell’anima e del libero arbitrio[97].

Insperato banchetto d’amore.

1«La pace a voi, amici miei. Il Signore è buono. Ci concede di riunirci per un convito fraterno. Dove andavate?», chiede Gesù agli ex pastori, mentre si inoltra in un boschetto per ripararsi dal sole.

2«Chi verso il mare, chi verso i monti. Ma fino a qui procedemmo insieme, crescendo sempre di numero per altri gruppi trovati per via», dice Daniele, già pastore del Libano.

3«Sì, e noi due vorremmo spingerci al grande Hermon dove pasturammo i greggi per pasturare i cuori», dice Beniamino, il suo compagno.

4«Buona è l’idea. Io andrò per qualche tempo a Nazareth, poi sarò tra Cafarnao e Betsaida sino alla neomenia della luna di elul. Ciò vi dico perché possiate trovarmi in caso di bisogno. Sedete e mettiamo in comune le nostre cibarie per spartirle secondo giustizia».

5Così fanno, stendendo su un telo le loro… ricchezze: focacce, formaggelle, pesce salato, ulive, qualche uovo, le prime mele… e, come hanno versato allegramente, così lietamente spartiscono dopo che Gesù ha offerto e benedetto.

6Come sono contenti di quell’insperato banchetto d’amore! Stanchezza e caldo sono dimenticati da essi, persi come sono nella gioia di sentire Gesù che li interroga su quanto hanno fatto e li consiglia, oppure racconta ciò che Egli ha fatto. E, per quanto l’ora caldissima di una giornata afosa dia sbalordimento di sonnolenza, l’interesse è tanto che nessuno si abbandona al sonno ma, finito il pasto, riposte le poche provviste che sono rimaste, dividendole in parti uguali per quanti sono, si ritirano ancor più nel folto delle prime boscaglie del colle e, al rezzo degli alberi, seduti a cerchio intorno a Gesù, lo pregano di dire loro una bella parabola che serva per regola di vita e per insegnamento.

Parabola della vigna e del vignaiolo.

I vigneti della piana di Esdrelon

7Gesù, che è seduto in modo da aver di fronte il piano di Esdrelon, spoglio ormai di grani ma opimo di vigneti e di frutteti, gira lo sguardo sul panorama come cercando un argomento in ciò che vede. Sorride. Ha trovato. Inizia con una domanda generica: «Belli, non è vero, i vigneti di questo piano?».

8«Molto. Sono carichi inverosimilmente di uve che maturano. E molto ben tenuti. Per questo rendono tanto».

9«Saranno però piante pregiate…», insinua Gesù. E termina: «Il piano, essendo quasi tutto diviso in poderi padronali di ricchi farisei, essi lo hanno coltivato con piante buone senza farsi rincrescere le spese di acquisto».

10«Oh! non servirebbe avere acquistato le migliori piante se poi non si fosse continuato a curarle! Io me ne intendo, perché i miei beni sono tutti a viti. Ma se non ci sudo io, ossia se non ci avessi sudato come ora continuano a sudarci i miei fratelli, credi pure, Maestro, che non potrei offrirti alla vendemmia dei grappoli uguali a quelli dello scorso anno», dice un uomo vigoroso, sui quarant’anni, che mi pare di aver già visto ma di cui non ricordo il nome.

Il segreto per avere buoni frutti.

11«Hai ragione, Cleofa. Tutto il segreto per avere buoni frutti è nella cura che si dà ai nostri averi», dice un altro.

12«Buoni frutti e buoni guadagni. Perché, se la terra desse soltanto quello che si è speso per essa, sarebbe sempre un mal impiego del denaro. La terra deve dare il frutto del capitale che ci costa, più un guadagno che ci permetta di aumentare le nostre ricchezze. Perché bisogna pensare che un padre ha da fare parti ai figli. E da una sostanza, sia in terre che in denaro, deve fare più parti, quanti sono i figli, per dare a tutti di che vivere. Non credo che questo moltiplicare le sostanze per beneficare i figli sia riprovevole», insiste Cleofa.

13«Non lo è se è raggiunto col lavoro onesto e in maniera onesta. Dunque tu dici che, nonostante la bontà dei polloni messi a dimora, per avere utile occorre lavorare molto intorno ad essi?».

Il lavoro che esige la vite

14«E come! Prima che facciano il primo grappolo… Perché ci vuole tempo, eh! E perciò pazientare e lavorare anche, finché i vitignoli hanno solo foglie. E dopo, quando già danno frutto e sono forti. Guardare che non abbiano rami inutili, insetti nocivi, che le erbe parassite non smagriscano il terreno o soffochino i tralci sotto i fogliami dei rovi e dei vilucchi, fare al piede gli scassi e gli anelli perché le rugiade penetrino e le acque stagnino un poco più che altrove, a nutrire la pianta, e dare concime… Brutto lavoro! Ma ci vuole, anche se è mortificante, perché l’uva, così dolce, così bella che pare una raccolta di pietre preziose ogni grappolo, si forma proprio succhiando quel nero e fetido letame. Pare impossibile, ma è così! E sfogliare per far scendere il sole sui grappoli, e finita la vendemmia sistemare le piante legando, potando, coprendo le radici con paglie ed escrementi a difenderle dal gelo, e anche nell’inverno andare a vedere se i venti o qualche malandrino non ha divelto i pali, e se il tempo non ha sciolto i vimini usati per tenere legati i rami ai sostegni… Oh! c’è sempre da fare finché la vite non è morta del tutto… E dopo c’è ancora da fare per levarla dal suolo, e rimondare questo dalle radici per farlo pronto a ricevere un nuovo vitignolo. E sai come bisogna aver mano leggera e paziente e occhio sagace a districare i tralci delle piante morte, mescolati a quelli delle piante ancora vive? Se si andasse con stoltezza e mano pesante, se ne farebbero dei danni! Bisogna esser del mestiere per sapere… Le viti? Ma come dei figli sono! E prima che un figlio sia uomo, quanto occorre sudare a mantenerlo sano di corpo e di spirito!… Ma io parlo, parlo, e non ti faccio parlare… Ci hai promesso una parabola…».

15«Veramente l’hai già fatta tu. Basterebbe applicare la tua conclusione e dire che le anime sono come le viti…».

16«No, Maestro! Parla… ho detto sciocchezze e noi non possiamo fare da noi il lavoro di applicazione…».

L’ anima e il libero arbitrio.

L’anima è la vigna da coltivare.

17«Va bene. Udite. Quando noi ebbimo una carne animale nel seno della madre nostra, Dio nei Cieli creò l’anima a fare a sua somiglianza il futuro uomo e la collocò nella carne che si formava in un seno. E l’uomo, giunto il suo tempo di nascere, nacque con la sua anima, la quale sino all’uso della ragione fu come una terra lasciata incolta dal padrone. Ma, giunta l’età della ragione, l’uomo cominciò a ragionare e a distinguere il Bene e il Male. Ecco allora che si accorse di avere una vigna da coltivare a suo piacere. E si accorse di avere un vignaiuolo preposto a questa vigna: il suo libero arbitrio. Infatti la libertà di guidarsi, lasciata da Dio all’uomo suo figlio, è come un servo capace dato da Dio all’uomo suo figlio, perché lo aiuti a fare fertile la vigna, ossia l’anima.

L’uomo deve farse santo per sua volontà

18Se l’uomo non dovesse faticare da sé a farsi ricco, a farsi un eterno avvenire di prosperità soprannaturale, se tutto avesse dovuto ricevere da Dio, che merito avrebbe di ricrearsi in santità, dopo che Lucifero ha corrotto la santità iniziale e gratuitamente data da Dio ai primi uomini? Già è molto che alle creature decadute per eredità di colpa Dio concede di meritare il premio ed essere santi, rinascendo, per volontà propria[98], a quella natura iniziale di creature perfette che il Creatore aveva dato ad Adamo ed Eva, e ai loro procreati se i progenitori si fossero conservati immuni dalla colpa originaria. L’uomo decaduto deve tornare uomo eletto per sua libera volontà.

L’età della coscienza responsabile.

19Orbene, che succede nelle anime? Questo. L’uomo affida la sua anima alla sua volontà, al suo libero arbitrio, il quale si dà a lavorare la vigna fino allora rimasta terreno senza piante, buono, ma spoglio di piante durevoli. Solo erbe gracili e fioretti caduchi erano stati, per i primi anni di esistenza, sparsi in essa: le istintive bontà del fanciullo che è buono, perché è ancora angelo ignaro del Bene e del Male.

20Voi direte: “Per quanto rimane tale?”. Generalmente si dice: nei primi sei anni. Ma in verità ci sono ragioni precoci per cui abbiamo fanciulli già responsabili delle loro azioni avanti i sei anni. Abbiamo fanciulli responsabili delle loro azioni anche a tre, quattro anni, responsabili perché sanno che ciò è Bene e ciò è Male, e vogliono liberamente questo o quello. Dal momento che una creatura sa distinguere la mala azione dalla buona azione, è responsabile. Non prima. Perciò uno stolto anche a cento anni è un irresponsabile, ma hanno responsabilità in sua vece i suoi tutori, i quali devono amorosamente vegliare su lui e sul prossimo che dall’ebete o dal folle può essere danneggiato, acciò l’incapace non faccia danno a sé e agli altri. Però Dio non ascrive all’ebete o al folle nessuna colpa, perché per sua disgrazia egli è privato della ragione.

Ma noi parliamo di esseri intelligenti e sani di mente e di corpo.

Le voci che aiutano a lavorare la vigna

21Dunque l’uomo affida la sua vigna incolta al suo lavoratore, il libero arbitrio, ed esso comincia a coltivarla. L’anima, la vigna, ha però una voce e la fa udire all’arbitrio. Una voce soprannaturale, nutrita da voci soprannaturali che Dio non nega mai alle anime: quella del Custode, quella di spiriti mandati da Dio, quella della Sapienza, quella dei ricordi soprannaturali che ogni anima ricorda anche senza che l’uomo tutto ne abbia la percezione esatta. E parla all’arbitrio, con voce soave, supplice anche, per pregarlo di ornarla di piante buone, di essere attivo e saggio per non fare di lei una prunaia selvatica, maligna, velenosa, dove sono annidati serpenti e scorpioni, e fa tana la volpe e la faina e altri quadrupedi malvagi.

Mala volontà, cattivo coltivatore.

22Il libero arbitrio non sempre è un buon coltivatore. Non sempre guarda la vigna e la difende con siepe invalicabile, ossia con una volontà ferma e buona, tesa a difendere l’anima dai ladroni, dai parassiti, da tutte le cose perniciose, dai venti violenti che potrebbero far cadere i fioretti delle buone risoluzioni quando queste sono appena formate nel desiderio. Oh! che siepe alta e forte occorre alzare intorno al cuore per salvarlo dal male! Come bisogna vegliare che non sia forzata, che non siano aperte in essa né grandi aperture da cui entrano dissipazioni, né subdole e piccole aperture, alla base, dalle quali si insinuano le vipere: i sette vizi capitali! Come occorre sarchiare, bruciare le erbe cattive, potare, fare scassi, concimare con la mortificazione, curare con l’amore a Dio e al prossimo la propria anima. E sorvegliare con occhio aperto e luminoso, e mente sveglia, perché i maglioli, che potevano parere buoni, non si disvelino poi dannosi e, se ciò avviene, senza pietà svellerli. Meglio una pianta sola, ma perfetta, a molte inutili o dannose.

23Abbiamo cuori, abbiamo perciò vigne che sono sempre lavorate, piantate di nuove piante da un disordinato coltivatore che affastella nuove piante: questo lavoro, quell’idea, quella volontà, anche non malvagie, ma che poi non se ne cura più e malvagie divengono, cadono al suolo, si imbastardiscono, muoiono… Quante virtù periscono perché mescolate alle sensualità, perché non coltivate, perché, in conclusione, il libero arbitrio non è sorretto dall’amore! Quanti ladri entrano a rubare, a manomettere, a svellere, perché la coscienza dorme invece di vegliare, perché la volontà si infiacchisce e corrompe, perché l’arbitrio si fa sedurre e si fa schiavo, lui libero, del Male.

24Ma pensate! Dio lo lascia libero, e l’arbitrio si fa schiavo delle passioni, del peccato, delle concupiscenze, del Male insomma. Superbia, ira, avarizia, lussuria, mescolate prima, trionfanti poi sulle piante buone… Un disastro! Quanta arsura che dissecca le piante perché non c’è più l’orazione che è unione con Dio, e perciò rugiada di benefici succhi sull’anima! Quanto gelo ad assiderare le radici con la mancanza di amore a Dio e al prossimo! Quanta magrezza di terreno perché si rifiuta la concimazione della mortificazione, dell’umiltà! Che groviglio inestricabile di rami buoni e non buoni, perché non si ha il coraggio di soffrire per amputarsi di ciò che è nocivo! Questo è lo stato di un’anima che ha per suo custode e coltivatore un arbitrio disordinato e volto al Male.

Buona volontà, ottimo coltivatore. 

25Mentre l’anima che ha un arbitrio che vive nell’ordine e perciò nell’ubbidienza della Legge, data perché l’uomo sappia cosa è, come è e come si conserva l’ordine, e che è eroicamente fedele al Bene, perché il Bene eleva l’uomo e lo fa simile a Dio, mentre il Male lo abbrutisce e lo fa simile al demonio, è una vigna irrorata dalle acque pure, abbondanti, utili, della fede, debitamente ombreggiata da piante della speranza, soleggiata dal sole della carità, corretta dalla volontà, concimata dalla mortificazione, legata con l’ubbidienza, potata dalla fortezza, condotta dalla giustizia, sorvegliata dalla prudenza e dalla coscienza. E la grazia cresce, aiutata da tanto, cresce la santità, e la vigna diviene un giardino meraviglioso in cui scende Iddio a prendere le sue delizie finché, conservandosi dessa vigna sempre un giardino perfetto fino alla morte della creatura, dai suoi angeli Dio fa portare questo lavoro, di un libero arbitrio volonteroso e buono, nel grande ed eterno giardino dei Cieli.

26Certo voi volete questa sorte. E allora vegliate acciò il Demonio, il Mondo, la Carne non seducano il vostro arbitrio e devastino l’anima vostra. Vegliate perché in voi sia amore e non amor proprio, che spegne l’amore e getta l’anima in balìa delle sensualità diverse e del disordine. Vegliate sino alla fine, e le tempeste potranno bagnarvi ma non nuocervi, e carichi di frutti andrete al vostro Signore per il premio eterno.

27Ho finito. Ora meditate e riposate sino al tramonto mentre Io mi ritiro a pregare».

L’ annunzio di un temporale.

28«No, Maestro. Non dobbiamo tardare a metterci in cammino per raggiungere le case», dice Pietro.

«Ma perché? C’è tempo al tramonto!», dicono in molti.

29«Non penso al tramonto io, né al sabato. Penso che non passerà un’ora che verrà una furiosa tempesta. Vedete quelle lingue nere che spuntano adagio dalle catene della Samaria? E quelle così bianche che galoppano veloci venendo da occidente? Un vento alto spinge queste, uno basso quelle. Ma, quando saranno qua sopra, il vento alto cederà allo scirocco e le nuvole nere, tutta grandine, si abbasseranno e urteranno quelle bianche cariche di fulmini, e sentirete che musica! Su, svelti! Sono pescatore e leggo i cieli».

Incontro con l’Iscariota

30Gesù è il primo a ubbidire e, solleciti, tutti si danno a camminare verso le fattorie del piano…

31Al ponte scontrano Giuda che grida: «Oh! Maestro mio! Come ho sofferto senza di Te! Sia lode a Dio che ha premiato la mia costanza ad attenderti qui! Come è andata a Cesarea?».

32«La pace a te, Giuda», risponde brevemente Gesù e aggiunge: «Ci parleremo nelle case. Vieni, ché il temporale incombe».

33Infatti cominciano le folate di vento sollevante nubi di polvere dalle strade arse, e il cielo si copre di nubi di ogni forma e colore, e l’aria si fa gialla e livida… E i primi goccioloni caldi, radi, cominciano a cadere, e i primi lampi solcano il cielo divenuto quasi notturno…

34Si danno a correre e soltanto le loro gambe buone, pungolate dal desiderio di non essere inondati da un acquazzone, li fa giungere alla prima casa quando, fra un rombo di saetta che cade poco lontano, un diluvio d’acqua mescolata a grandine si abbatte sulla zona fra un grande odore di terra bagnata e di ozono sprigionato dai lampi senza sosta…

Gesù fuga la grandine,

35Entrano, e per fortuna è casa munita di portici e abitata da contadini credenti nel Messia. E con venerazione essi invitano il Maestro a prendere alloggio coi suoi compagni «come se la casa fosse tua. Ma alza la tua mano a fugare la grandine per pietà del nostro lavoro», dicono affollandosi intorno a Gesù.

36Gesù alza la mano e segna i quattro punti cardinali, e acqua sola scende dal cielo ad abbeverare i frutteti, i vigneti, i prati, e a purificare l’atmosfera tanto pesante.

37«Sii benedetto, Signore!», dice il capo famiglia. «Entra, mio Signore!».

38E, mentre lo scroscio dura, Gesù entra in uno stanzone vastissimo, certo un magazzino, e si siede stanco, circondato dai suoi.

429. Giuda Iscariota indagatore
presso il Maestro
[99].

Il pungolo della curiosità.

Le glorie creative di Dio.

1Deve avere continuato a piovere per tutto il dì avanti e nella notte, perché la terra è molto umida e sulle vie già tende al fango. Ma in compenso l’atmosfera è nitida, senza polvere di sorta in nessuna altezza. E il cielo ride là in alto, quasi rinverginizzato, fatto primaverile dal temporale che lo ha mondato, e ride la terra anch’essa rorida, fresca, pulita, anch’essa con un ricordo di primavera nella freschezza di quest’aurora serena dopo la tempesta. E le ultime gocce, trattenute nell’intrico dei fogliami, o sospese ai viticci, brillano come diamanti al sole che le colpisce, mentre le frutta deterse dall’acquata mostrano i colori delle bucce che, con tinte di pastello, ogni giorno più stanno prendendo le tinte perfette della maturazione completa. Solo le uve e le ulive, acerbe, dure, si confondono nel verde del fogliame, ma ogni ulivetta ha la sua gocciolina sospesa al termine, e i grappoli fitti sono tutta una rete di goccioline sospese ai piccioli dei chicchi.

2«Come si cammina bene, oggi!», dice Pietro calpestando con piacere il terreno che non dà polvere e non brucia e che neppure è viscido di fango.

«Sembra di respirare purezza.

Ma guarda che colore di cielo!», gli risponde Giuda Taddeo.

3«E quelle mele? Quel gruppo là, messe tutte intorno a quel ramo, che non so come regga al peso e che spunta con un ciuffo di foglie dall’ammasso delle mele? Quanti colori! Quelle più nascoste, appena sfumate dal verde in giallo, le altre già rosate, e le due più esposte rosse affatto nella parte verso il sole. Sembrano coperte da cera da sigillo!», dice lo Zelote.

4E vanno allegri, contemplando il bello del creato, finché il Taddeo, subito imitato da Tommaso e poi dagli altri, intona un salmo in cui sono celebrate le glorie creative di Dio.

L’Iscariota pungolato dalla curiosità.

5Gesù sorride, sentendoli cantare contenti, e unisce la sua bella voce al coro. Ma non può finire perché l’Iscariota, mentre gli altri continuano a cantare, gli si avvicina e dice: «Maestro, mentre loro sono occupati e distratti col canto, dimmi: come e cosa hai fatto a Cesarea? Ancora non me l’hai detto… Ed è il primo momento che si può parlarci a due. Prima i compagni, i discepoli e i contadini che ci hanno accolto; poi i compagni e i discepoli; adesso che i discepoli ci hanno lasciati precedendoci, i compagni… Non ho mai potuto interrogarti…»

6«Ne hai molto interesse… Ma a Cesarea non ho fatto che ciò che farò nei poderi di Giocana. Ho parlato della Legge e del Regno dei Cieli».

«A chi?».

7«Ai cittadini. Presso i mercati».

«Ah! Ai romani, no?! Non li hai visti?».

8«Come è possibile essere a Cesarea, sede del Proconsole, e non vedere romani?».

«Lo so. Ma dico… Ecco… proprio a loro non hai parlato?».

9«Ripeto: ne hai molto interesse!».

«No, Maestro. Semplice curiosità».

 Claudia è donna equilibrata

10«Ebbene. Ho parlato alle romane».

«Anche a Claudia? Che ti ha detto?».

11«Nulla, perché Claudia non si è mostrata. Anzi mi ha fatto capire che non desidera che si sappia che ha contatti con noi».

12Gesù marca molto la frase e osserva molto Giuda che, per quanto sfrontato, ha un mutamento di colore e diviene terreo dopo un lieve rossore. Ma si riprende tosto dicendo: «Non vuole? Non ti considera più? É una pazza».

13«No. Non è pazza. É equilibrata. Sa distinguere e separare il suo dovere di romana e il suo dovere verso sé stessa. E se a sé stessa, al suo spirito, procura luce e respiro, venendo verso la Luce e la Purezza, essendo creatura che cerca istintivamente la Verità e non si acquieta nella menzogna del paganesimo, alla Patria non vuole nuocere neanche con forme teoriche di nocumento, come potrebbero esserlo il far pensare che ella parteggia per un possibile competitore di Roma…».

Gesù ammira gli spiriti fedeli e giusti

«Oh! ma… Tu sei Re di spirito! …»

14«Ma fra voi stessi, che sapete questo, non sapete persuadervi a questo. Lo puoi negare?».

Giuda torna rosso e poi pallido, non può mentire e dice: «Nooh! Ma è il troppo amore che…».

11«Con maggior ragione chi non mi conosce, ossia Roma, può temere in Me un competitore. Claudia agisce con rettezza sia verso Dio che verso la Patria sua, dando a Me onore, se non come Dio, come re e maestro di spirito, e dando alla Patria la sua fedeltà. Io ammiro gli spiriti fedeli. E giusti. E non ostinati. E vorrei i miei apostoli meritevoli della lode che do alla pagana».

L’uomo casto

12Giuda non sa che dire. Sta per separarsi dal Maestro. Ma poi la curiosità lo pungola ancora. Più che curiosità, il desiderio di sapere fino a che punto il Maestro sa… e chiede: «Mi hanno cercato?».

13«Né te né nessun altro apostolo».

«Ma allora di che avete parlato?».

14«Della vita casta. E del loro poeta Virgilio. Vedi che era argomento che non interessava né Pietro, né Giovanni, né altri».

«Ma… che c’entrava? Discorsi inutili…».

15«No. Mi ha servito a far loro considerare che l’uomo casto ha intelletto luminoso e cuore onesto. Molto interessante per delle pagane… e non per esse sole».

«Hai ragione… Non ti trattengo oltre, Maestro», e se ne va, quasi di corsa, a raggiungere quelli che hanno finito di cantare e aspettano i due rimasti indietro…

Verso le terre di Giocana

16Gesù li raggiunge più lentamente e si imbranca con essi dicendo: «Prendiamo questo sentiero boscoso. Abbrevieremo la strada e saremo riparati dal sole che già riprende vigore. Potremo anche sostare nel folto e mangiare in pace fra noi».

E così fanno, andando verso il nord-ovest, verso le terre di Giocana di certo, perché sento che parlano dei contadini di questo fariseo…

17Dice Gesù: «E qui metterete la visione del 16 giugno 1944: Gesù, il nido caduto e il Fariseo».

430. Il nido caduto e lo scriba crudele.
La lettera e lo spirito della Legge
[100].

La lettera e lo spirito della Legge.

Il nido salvato da Gesù.

1Vedo Gesù, bianco vestito e col suo manto azzurro cupo gettato sulle spalle, che va per una stradetta boscosa. É boscosa perché di qua e di là sono piante e arbusti. E sentieruoli tagliano l’intrico verde. Ma non deve essere luogo solitario e lontano dall’abitato, perché si incontrano spesso altre persone. Si direbbe che è la strada che unisce due prossimi paesi, passando attraverso le proprietà agricole degli abitanti. Il luogo è pianeggiante, lontano si vedono dei monti. Non so che luogo sia.

2Gesù, che parlava coi discepoli, si ferma e ascolta girando intorno lo sguardo, poi prende un sentierino nel folto e va verso un macchione di piccoli alberi e di arbusti. Si china e cerca. E trova. Nell’erba è un nido. Non so se abbattuto da una tempesta, come fa pensare il suolo umido e i rami ancora gocciolanti come per un temporale, o se manomesso da mano d’uomo e poi lasciato lì, per non esser sorpreso con la covata in mano. Questo non lo so. Vedo solo un piccolo nido di fieno intrecciato e pieno di fogliette secche, di pelurie d’alberi e di lana, fra le quali si muovono pigolando cinque uccellini di pochi giorni, rossi, pelati, brutti per i loro becchi spalancati e occhi sporgenti. In alto, su un albero, stridono disperati i covatori.

3Gesù raccoglie con cura il nidino. Lo tiene nel cavo di una mano e guarda, cercando il luogo dove era o dove si può mettere al sicuro. Trova un intreccio di rami di rovo, così ben unito che pare un panierino e così internato nel cespuglio da essere sicuro. Senza curarsi delle spine che gli graffiano le braccia, Egli, dopo aver dato il nido a Pietro (e l’apostolo, così adulto e tarchiato, è molto curioso a vedersi con quel nidino fra le sue corte e callose mani), si rimbocca le larghe e lunghe maniche e lavora a fare ancor più difeso e concavo l’intreccio dei rovi. Ecco fatto. Riprende il nido e lo mette là in mezzo e lo assicura strappando fili di lunghe erbe cilindriche, che paiono sottilissimi giunchi.

4Ora è sicuro. Si scosta e sorride. Poi si fa dare un pezzo di pane da un discepolo, che ha una sacca a tracolla, e ne sbriciola un poco al suolo, su un sasso. Gesù, ora, è contento. Si volge per tornare sulla via maestra, mentre i covatori con stridi di gioia si precipitano sul nido salvato.

Lo scriba crudele.

5Un gruppetto di uomini è fermo sul bordo della strada. Gesù se li trova davanti e li guarda. Il sorriso si annulla sul suo volto che si fa molto severo, direi cupo, mentre era tanto pietoso quando raccoglieva il nido e tanto felice quando lo vedeva situato.

6Gesù si ferma. E continua a guardare i suoi impensati testimoni. Pare ne guardi il cuore coi suoi pensieri nascosti. Non può passare oltre, perché il gruppetto chiude il sentiero. Ma tace.

7Non tace Pietro. «Lasciate passare il Maestro», dice.

«Taci, nazareno», risponde uno del gruppo.

8«Il tuo Maestro come si è permesso di entrare nel mio bosco e compiervi opera manuale in giorno di sabato?».

9Gesù lo guarda direttamente con un’espressione strana. É e non è sorriso. E, se è sorriso, non è certo di approvazione. Pietro sta per ribattere. Ma Gesù prende la parola. «Chi sei?».

«Il padrone di questo luogo. Gioacana ben Zacchai».

10«Illustre scriba. E di che mi rimproveri?».

«Di aver violato il sabato»[101].

11«Gioacana ben Zacchai, conosci il Deuteronomio?».

«A me lo chiedi? A me, vero rabbi d’Israele?».

12«So ciò che vuoi dirmi: che Io, perché non sono scriba, ma un povero galileo, non posso esser “rabbi”. Ma Io ti chiedo ancora: conosci il Deuteronomio?».

«Meglio di Te certo».

13«Alla lettera… certo, se vuoi credere così. Ma nel suo significato vero lo conosci?».

«Quel che è detto è detto. Non c’è che un significato».

La lettera sola uccide, lo spirito vivifica. (Insegnamento)

14«Non c’è che un significato, infatti. Ed è di amore; o, se non vuoi chiamarlo amore, misericordia; o anche, se ti urta chiamarlo così, dillo umanità. E il Deuteronomio dice: “Se vedrai smarrirsi la pecora o il bue del fratello, anche se non ti è vicino, non passerai oltre. Ma li ricondurrai a lui o li terrai finché egli non venga a riprenderli”[102]. Dice: “Se vedrai cadere l’asino o il bue di tuo fratello, non far vista di non aver visto, ma aiutalo a rialzarlo”[103]. Dice: “Se trovi su un albero o per terra un nido con la madre che cova i piccini o le uova, tu non prenderai la madre (perché è sacra alla procreazione) ma prenderai solo i piccini”[104]. Io ho visto per terra un nido e una madre che piangeva su esso. Ne ho avuto pietà perché era una madre. E le ho reso i piccini. Non ho creduto di violare il sabato per aver consolato una madre. Non si deve permettere che vada smarrita la pecora del fratello, non dice la Legge se è colpa alzare un asino di sabato. Dice solo di usare misericordia al fratello e umanità all’asino, creatura di Dio. Ho pensato che Dio aveva creato quella madre perché procreasse, e che essa aveva ubbidito al comando di Dio, e che impedirle di allevare la sua prole era fare ostacolo alla sua ubbidienza ad un comando divino. Ma tu, questo, non lo capisci. Tu e i tuoi guardate la lettera e non lo spirito. Tu e i tuoi non pensate di violare due volte il sabato, anzi tre volte, avvilendo la Parola divina alla piccolezza della mentalità umana, ostacolando un ordine di Dio e mancando di misericordia al prossimo. Per ferire col rimprovero non giudicate che è male muovere la lingua senza bisogno. Questo, che pure è un lavoro, e non utile, non necessario, non buono, non vi pare violazione del sabato.

15Gioacana ben Zacchai, ascoltami. Come oggi tu non hai pietà di una capinera, e per la pratica farisaica la faresti morire di dolore, e di strazio faresti perire la sua prole lasciata alla portata dell’aspide e del perverso, così domani tu non avrai pietà di una madre e la farai morire di strazio facendole uccidere la prole, dicendo che è bene che ciò sia per rispetto alla tua legge. Alla tua. Non a quella di Dio. A quella che tu e i tuoi pari vi siete fatta per opprimere i deboli e trionfare voi, forti. Ma vedi? I deboli trovano sempre un salvatore. Mentre i superbi, i forti secondo la legge del mondo, saranno stritolati dal peso della loro stessa pesante legge. Addio, Gioacana ben Zacchai. Ricordati di quest’ora e guarda di non violare tu un altro sabato con la compiacenza per un delitto compiuto».

16E Gesù, folgorando le pupille sul volto acceso d’ira del vecchio iracondo, guardandolo dall’alto in basso, perché lo scriba è basso e grosso, e Gesù pare una palma rispetto a lui, passa oltre, calpestando l’erba poiché lo scriba non si scansa.

 

“Felici quelli che in ogni cosa sanno vedere Dio”[105]. (Insegnamento)

Dice Gesù:

17«Ti ho voluto rialzare lo spirito con una visione vera, anche se non contemplata nei Vangeli. Per te l’insegnamento è questo: che Io ho tanta pietà degli uccellini senza nido, anche se, invece di aver nome capinera, hanno nome Maria o Giovanni. E mi curo di ridare loro un nido quando un evento li ha dispogliati.

18Per tutti l’insegnamento è questo. Che troppi conoscono le parole della Legge, ancora troppi per quanto siano pochi, perché tutti dovrebbero saperle, ma che conoscono unicamente le “parole”. Non le vivono. Ecco l’errore.

19Il Deuteronomio prescriveva leggi di umanità perché gli uomini, allora, erano, per puerizia spirituale, dei belluini, dei semi-selvaggi. Andavano guidati per mano per i fioriti sentieri della pietà, del rispetto, dell’amore verso il fratello che perde un animale, verso l’animale che cade, verso l’uccello che cova. Per insegnare loro a salire a pietà, rispetto, amore più alti.

20Ma, quando Io sono venuto, ho perfezionato le norme mosaiche ed ho aperto orizzonti più vasti. La lettera non era più “il tutto”. Lo spirito è divenuto “il tutto”. Al di là del piccolo atto umano verso un nido e i suoi abitatori, occorre vedere il riposto significato del mio gesto: inchinarmi, Io, il Figlio del Creatore, davanti all’opera del Creatore. Anche quella covata è opera sua.

21Oh! felici quelli che in ogni cosa sanno vedere Dio e servirlo con spirito d’amore riverente! E guai a coloro che, simili al serpe, non sanno alzare il capo dal loro fango e, non potendo avere canto di lode per Dio che si mostra nelle opere dei fratelli, mordono costoro per esuberanza di veleno che li strozza. Troppi ce ne sono che torturano i migliori dicendo, a giustificazione della loro perversità, che è bene fare ciò per rispetto alla legge. Legge loro. Non di Dio. Il quale, se non può impedire le loro opere malvagie, sa anche fare vendetta dei suoi “piccoli”.

22E questo vada a chi va dato.

23La mia pace che veglia sia su di te».

431. Tommaso va a preparare l’incontro
di Gesù con i contadini di Giocana
[106].

Continuando il cammino.

Opinioni opposte.

1Hanno proceduto dopo l’incidente in silenzio per qualche tempo. Ma, giunti ad un bivio fra i campi, Giacomo di Zebedeo dice: «Ecco! Di qui si va da Michea… Ma… ci andiamo ancora? Certo quell’uomo ci attende nei suoi domini per maltrattarci…».

2«E impedirti di parlare ai contadini. Giacomo ha ragione. Non ci andare», consiglia l’Iscariota.

3«Essi mi attendono. Ho mandato a dire che ci vado. Il loro cuore è in festa. Sono l’Amico che viene a consolarli…»

4«Ci andrai un’altra volta. Si rassegneranno», dice con una scrollata di spalle Giuda.

5«Tu non ti rassegni tanto facilmente quando ti è tolta una cosa su cui speravi».

«Le mie sono cose serie. Le loro…»

6«E che più serio, più grande della formazione, del sollievo di un cuore? Essi sono cuori che tutto cerca di allontanare dalla pace, dalla speranza… E non hanno che una speranza: quella di una vita futura. E non hanno che un mezzo per andarvi: il mio aiuto. No. Andrò da loro a costo di essere preso a colpi di pietra».

7«No, Fratello! No, Signore!», dicono insieme lo Zelote e Giacomo d’Alfeo. «Non servirebbe che a farli punire, quei poveri servi. Tu non hai sentito. Ma Giocana ha detto: “Fino ad ora ho sopportato. Ma ora non sopporterò più. E guai a quel servo che andrà a Lui o lo accoglierà. É un reprobo, è un demonio. Non voglio corruzioni in casa mia”; e a un compagno ha detto: “A costo di ucciderli li guarirò dal loro insatanassamento per questo maledetto”».

La serenità pratica di Tommaso.

8Gesù china il capo pensando… e soffrendo. É visibile il suo dolore… Gli altri se ne dolgono, ma che fare? É la serenità pratica di Tommaso che risolve la situazione: «Facciamo così. Sostiamo qui sino al tramonto, per non violare il sabato. Intanto uno di noi scivola sino alle case e dice: “A notte alta, presso la fonte fuori Sefori”. E noi, dopo il tramonto, andiamo là e li attendiamo nei boschetti di base al monte su cui è Sefori. Il Maestro parla a quei poveretti, li consola, e alle prime luci essi tornano alle loro case e noi, valicando il colle, andiamo a Nazareth».

La deludente umanità dell’Iscariota.

9«Toma ha ragione. Bravo Toma!», dicono in diversi. Ma Filippo osserva: «E chi va ad avvertire? Ci conosce tutti e ci può vedere…».

10«Potrebbe andare Giuda di Simone. Egli conosce bene i farisei…», dice innocentemente Andrea.

«Cosa vuoi insinuare?», lo aggredisce Giuda.

11«Io? Niente. Dico che tu li conosci perché sei stato tanto al Tempio e hai buone amicizie. Te ne vanti sempre. Ad un amico non faranno del male…», dice il mite Andrea.

12«Non te lo pensare, sai? Non pensatelo nessuno. Se fossimo ancora protetti da Claudia, forse… potrei, ma ora più. Perché ora, in conclusione, si è disimpegnata, non è vero, Maestro?».

13«Claudia continua ad ammirare il Saggio. Non ha mai fatto altro e più di così. Da questa ammirazione passerà forse alla fede nel Dio vero. Ma solo una illusione di mente esaltata poteva credere che ella avesse altri sentimenti per Me. Né, se li avesse, Io li vorrei. Posso ancora accettare il loro paganesimo, perché spero mutarlo in cristianesimo. Non posso accettare ciò che sarebbe loro idolatria, ossia l’adorazione di un Uomo povero idolo su un povero trono umano».

Il Messia nostro fratello nella carne.

14Gesù dice questo con pacatezza, come parlando a tutti in una lezione. Ma è così reciso nel dirlo che non lascia dubbio sulla sua intenzione e sulle sue decisioni di essere repressore di ogni possibile deviazione in tal senso fra i suoi apostoli. Nessuno ribatte perciò circa la regalità umana, ma però chiedono: «Allora cosa si fa per i contadini?».

15«Vado io. Io ho proposto, io vado, se il Maestro lo consente. Non mi mangeranno certo i farisei…», dice Tommaso.

16«Va’ pure. E la tua carità sia benedetta».

«Oh! è tanto poca cosa, Maestro!».

17«É tanto grande cosa, Toma. Tu senti i desideri dei tuoi fratelli: Gesù e i contadini, e ne hai pietà. E il tuo Fratello nella carne ti benedice anche per essi», dice Gesù posando la mano sulla testa, china davanti a Lui, di Tommaso che commosso mormora: «Io… tuo… fratello?! É troppo onore, mio Signore. Io tuo servo, Tu mio Dio… Questo sì… Vado».

18«Vai solo? Vengo anche io!», dicono il Taddeo e Pietro.

«No. Siete troppo focosi. Io so volgere tutto in ridere… il miglior mezzo per disarmare certi… caratteri. Voi fumate subito… Vado solo».

19«Vengo io», dicono Giovanni e Andrea.

20«Oh! sì! Uno di voi sì, e anche uno come Simone Zelote o Giacomo d’Alfeo».

21«No, no. Io. Io non reagisco mai. Taccio e faccio», insiste Andrea.

22«Vieni», e se ne vanno da una parte mentre Gesù prosegue coi rimasti dall’altra…

432. Con i contadini di Giocana,
presso Sefori
[107].

Il coraggio della verità.

L’ attesa.

1«Verranno?», chiede Matteo ai compagni, seduti sotto un bosco di lecci sulle prime pendici del colle dove sorge Sefori. La piana di Esdrelon non è più visibile, essendo al di là del colle dove essi si trovano. Ma una piana molto più piccola è fra questo colle e quelli della zona di Nazareth, che si distinguono nettamente nel limpido chiarore della luna.

2«Lo hanno promesso. E verranno», risponde Andrea.

«Almeno qualcuno di loro. Partivano alla metà della prima vigilia e saranno qui all’inizio della seconda», dice Tommaso.

«Più tardi», dice il Taddeo.

«Noi ci abbiamo tenuto meno di tre ore», obbietta Andrea.

«Noi siamo uomini e in forze. Essi sono stanchi e avranno con loro delle donne», risponde ancora il Taddeo.

«Purché non se ne accorga il padrone!», sospira Matteo.

L’intendente coraggioso.

3«Non c’è pericolo. É partito per Jezrael, ospite di un amico. C’è l’intendente. Ma viene anche lui, perché non odia il Maestro», dice Tommaso.

4«Sarà sincero quell’uomo?», interroga Filippo.

«Sì. Perché non ha motivo di non esserlo».

«Eh! ingraziarsi il padrone e…».

«No, Filippo. Dopo le vendemmie è licenziato da Giocana, perché appunto non odia il Maestro», risponde Andrea.

5«Chi ve lo ha detto?», chiedono in diversi.

«Lui e i contadini… separatamente. E quando due di diversa categoria sono concordi nel dire una cosa, è segno che il detto è vero. I contadini piangevano perché l’intendente se ne va. Si era fatto molto umano. E lui ci ha detto: “Sono un uomo e non un fantoccio di creta. L’anno scorso mi disse: ‘Onora il Maestro, avvicinalo, fatti suo fedele’. Ho ubbidito. Ora mi dice: ‘Guai a te se ami il mio nemico e permetti che essi lo amino. Non voglio anatema alle mie terre coll’accogliere quel maledetto’. Ma come posso, ora che l’ho conosciuto, sentire giusto quest’ordine? Ho detto al padrone: ‘Parlavi diverso lo scorso anno, e Lui è sempre quello’. Mi ha percosso una volta. Ho detto: ‘Non sono schiavo. Né, anche lo fossi, tu avresti possesso sul mio pensiero. Il mio pensiero giudica santo Colui che tu dici maledetto’. Mi ha percosso ancora. Questa mattina mi ha detto: ‘L’anatema d’Israele è nei miei luoghi. Guai a te se trasgredisci il mio comando. Non sarai più mio servo. Ho risposto: ‘Bene hai detto. Non sarò più tuo servo. Cercane un altro che abbia il tuo cuore e sia rapace sui tuoi beni come tu sulle anime altrui’. E mi ha gettato al suolo e colpito… Ma presto è terminato il lavoro dell’anno e con la luna di tisri io sono libero. Mi spiace soltanto per questi…”, e accennava ai contadini», narra Tommaso.

6«Ma dove lo vedeste? …»

«Nel bosco, come fossimo ladroni. Michea, col quale avevamo parlato, lo aveva avvertito ed egli era venuto ancor sanguinante, e venuti erano alla spicciolata i servi e le serve…», dice Andrea.

L’ apostolo infelice.

7«Uhm! Aveva ragione allora Giuda! Egli sa l’umore del fariseo…», osserva Bartolomeo.

«Troppe cose sa Giuda! …», dice Giacomo di Zebedeo.

«Taci! Ti può sentire!», lo consiglia Matteo.

«No. Si è allontanato dicendo che ha sonno e gli duole la testa…», risponde Giacomo.

8«Luna! Luna in cielo e luna nella sua testa. Così è: più mutabile del vento», sentenzia Pietro fino allora muto.

«Eh! sì! Una bella sciagura fra noi!», sospira Bartolomeo.

«No. Non dire così! Non sciagura! Anzi, modo di santificarsi…», dice lo Zelote.

«O di dannarsi, perché fa perdere le virtù…», dice reciso il Taddeo.

«È un infelice!», commenta tristemente Andrea.

Evangelizzazione senza frontiere.

9Un silenzio. Poi Pietro chiede: «Ma il Maestro prega ancora?».

«No. Mentre sonnecchiavi è passato raggiungendo Giovanni e suo fratello Giacomo messi di guardia sulla via. Vuole essere subito vicino ai poveri contadini. Forse sarà l’ultima volta che li vede», risponde lo Zelote.

10«Perché ultima volta? Perché? Non dire quella parola. Sembra di portare sventura!», dice agitato il Taddeo.

«Ma perché tu lo vedi… Siamo sempre più perseguitati… Non so come faremo in avvenire…».

11«Simone ha ragione… Eh! sarà una bella cosa esser tutti spirituali… Ma… se fosse stato lecito avere un pochino di… umanità, … un pizzico di protezione di Claudia non avrebbe fatto male», dice Matteo.

12«No. Meglio essere soli… e soprattutto puri di contatti con i gentili. Io… non li approvo», dice reciso Bartolomeo.

13«Poco anche io… Ma però… Il Maestro dice che la sua Dottrina deve stendersi per tutto il mondo. E che noi lo dovremo fare… Seminare dovunque la sua parola… E allora dovremo adattarci ad avvicinare gentili e idolatri…», dice il Taddeo.

«Degli immondi. Mi sembra di fare cosa sacrilega. La Sapienza ai porci! …».

14«Hanno un’anima anche loro, Natanaele! Tu hai avuto pietà della fanciulla ieri…».

«Perché… è un… e un niente che va formato. É come una neonata… Ma gli altri!… E poi non è romana…».

15«Credi che i Galli non siano idolatri? Hanno i loro dèi crudeli essi pure. Te ne accorgerai se dovrai andare a convertirli! …», dice lo Zelote che è più colto in maniera, dirò così, cosmopolita, degli altri.

«Ma non è della razza dei profanatori d’Israele. Io non predicherò mai ai nemici di Israele, né gli attuali né gli antichi».

16«Allora… dovrai andare molto lontano, fra gli iperborei, perché… non pare, ma li ha assaggiati tutti Israele i popoli vicini…», dice Tommaso.

L’amore coraggioso dei contadini

17«Andrò lontano… Ma ecco il Maestro. Andiamogli incontro. Quanta gente! Ma sono venuti tutti! Persino i bambini…».

«Il Maestro sarà felice…».

Si riuniscono al Maestro, che procede a stento sul prato, stretto come è fra tanti che lo circondano.

18«Ancora assente è Giuda?», chiede Gesù.

«Sì, Maestro. Ma se vuoi lo chiamiamo…».

19«Non occorre. La mia voce lo raggiunge là dove è. E la sua coscienza, libera, gli parla con la sua propria voce. Non occorre unirvi le vostre voci e forzare una volontà. Venite, sediamo qui con questi nostri fratelli. E perdonate se non ho potuto spezzare con voi il pane in un convito d’amore».

20Si siedono in cerchio con Gesù nel centro, e Gesù vuole intorno tutti i bambini, i quali gli si stringono addosso carezzosi e fidenti.

21«Benedicili, Signore! Che essi vedano ciò che noi sospiriamo di vedere. La libertà di amarti!», grida una donna.

22«Sì. Ci levano anche quella. Non vogliono che nel nostro spirito siano impresse le tue parole. E ora ci impediscono di vederci vietando a Te di venire… e non avremo più parole sante!», geme un vecchio.

23«Diverremo peccatori, abbandonati così. Tu ci insegnavi il perdono… ci davi tanto amore che potevamo sopportare il padrone col suo malanimo… Ma ora…», dice un giovane.

24Li distinguo male nel volto e non so chi parla di preciso. Mi baso sul tono delle voci.

25«Non piangete. Io non vi farò mancare la mia parola. E verrò ancora, finché lo potrò…».

26«No, Maestro e Signore. Lui è cattivo e i suoi amici lo sono. Potrebbero farti del male e per causa nostra. Noi facciamo il sacrificio di perderti, ma non ci dare la pena di dire: “Per noi fu preso”».

«Sì, salvati, Maestro».

La Parola di Dio è unica sapienza dei poveri.

Dai Vangeli alla Buona Novella.

27«Non temete. Si legge in Geremia[108]  come lo stesso disse al suo segretario Baruc di scrivere ciò che il Signore gli dettava e di andare a leggere lo scritto avuto a quelli adunati nella casa del Signore, leggerlo al posto del profeta che era rinchiuso e non poteva andare. Così farò Io. Molti e fedeli Baruc ho tra i miei apostoli e discepoli. Essi verranno a dirvi la parola del Signore e non periranno le vostre anime. Ed Io non sarò preso per causa vostra, perché il Dio altissimo mi nasconderà ai loro occhi finché non sia l’ora in cui il Re d’Israele non debba essere mostrato alle turbe per essere da tutto il mondo conosciuto.

28E non temete neppure di perdere le parole che sono in voi. Sempre in Geremia si legge che, anche dopo la distruzione del volume da parte di Joachim re di Giuda, il quale, ardendo il rotolo, sperò distruggere le parole eterne e veritiere, il dettato di Dio rimase, perché il Signore comandò al profeta: “Riprendi un altro volume e scrivici tutte le cose che erano nel volume bruciato dal re”. E Geremia dette un volume a Baruc, un volume senza scrittura, e dettò nuovamente al suo segretario le parole eterne ed altre ancora a complemento delle prime, perché il Signore ripara ai malestri umani quando bene è per le anime la riparazione, e non permette che l’odio annulli ciò che è opera di amore.

29Orbene, anche se Io, paragonandomi ad un volume pieno di verità sante, venissi distrutto, credete voi che il Signore vi lascerebbe perire senza aiuto di altri volumi, nei quali saranno le mie parole e quelle dei miei testimoni narranti ciò che Io non potrò dire, perché prigioniero della Violenza e distrutto da essa? E credete voi che ciò che è impresso nel volume dei vostri cuori possa annullarsi per scorrere di tempo sulle parole? No. L’angelo del Signore ve le ripeterà quelle parole, tenendole fresche nei vostri spiriti volonterosi di Sapienza. Non solo. Ma ve le spiegherà, e sarete sapienti nella parola del vostro Maestro. Voi sigillate l’amore per Me col dolore. Può mai perire ciò che resiste anche alla persecuzione? Non può perire. Io ve lo dico. Dono di Dio non si cancella. Solo il peccato lo annulla. Ma voi non volete certo peccare, non è vero, amici miei?».

«No, Signore. Sarebbe perderti anche nell’altra vita», dicono in molti.

Il peccato dei potenti.

30«Ma ci faranno peccare. Ci ha imposto di non uscire più il sabato dai poderi… e non ci sarà più Pasqua per noi. Peccheremo dunque…», dicono altri.

31«No. Voi non peccherete. Egli peccherà. Egli soltanto, egli che violenta il diritto di Dio e dei figli di Dio di abbracciarsi e amarsi in dolce colloquio d’amore e di ammaestramento nel giorno del Signore».

32«Ma egli ripara con molti digiuni e offerte. Noi non possiamo, perché già troppo minimo è il cibo in proporzione alla fatica che facciamo, e non abbiamo che offrire… Poveri siamo…».

33«Voi offrite ciò che Dio apprezza: il vostro cuore. Dice Isaia, parlando in nome di Dio ai falsi penitenti: “Ecco, nel giorno del vostro digiuno apparisce la vostra volontà e mettete alle strette i vostri debitori. Ecco, voi digiunate per litigare e questionare e fare empiamente a pugni. Non vogliate più digiunare come fino ad oggi per far sentire in alto i vostri clamori. È questo il digiuno che Io voglio? Che l’uomo si limiti ad affliggere per un giorno la sua anima e tormenti il suo corpo e dorma nella cenere? Questo lo chiamerai digiuno e giorno accetto al Signore? Un altro è il digiuno da Me preferito. Rompi le catene del peccato, sciogli le obbligazioni che opprimono, metti in libertà chi è in strettezze, togli ogni gravame. Spezza il tuo pane con chi ha fame, accogli i poveri e i pellegrini, vesti gli ignudi e non disprezzare il tuo prossimo”[109].

34Ma questo non fa Giocana. Voi, per il lavoro che gli fate facendolo ricco, siete suoi creditori, ed egli vi tratta peggio di debitori morosi e alza la voce per minacciarvi e la mano a percuotervi. Non vi è misericordioso e vi disprezza perché servi. Ma il servo è uomo come il padrone, e se ha il dovere di servire, ha però anche il diritto di ricevere il necessario ad un uomo, sia materialmente che nello spirito. Non è onorato il sabato, anche se passato nella sinagoga, se nello stesso giorno colui che lo pratica mette catene e abbevera di aloe i suoi fratelli. Voi fate i vostri sabati ragionando fra voi del Signore, e il Signore sarà fra voi. Voi perdonate e il Signore vi glorificherà.

Il buon Pastore.

35Io sono il buon Pastore ed ho pietà di tutte le pecore. Ma, certo, amo di particolare amore quelle che i pastori idoli hanno percosso perché si allontanino dalle mie vie. Per esse più che per ogni altra Io sono venuto. Perché il Padre mio e vostro mi ha ordinato: “Pasci queste pecore da macello, uccise senza pietà dai loro padroni che le hanno vendute dicendo: ‘Siamo arricchiti!’ e delle quali i pastori non hanno avuto compassione”.

36Ebbene, allora pascerò il gregge da macello, o poveri del gregge, abbandonando alle loro nequizie coloro che vi affliggono e affliggono il Padre sofferente nei suoi figli. Io stenderò la mano ai piccoli fra i figli di Dio e li trarrò a Me perché abbiano la mia gloria.

37Lo promette il Signore per bocca dei profeti che celebrano la pietà e la potenza di Me Pastore. Ed Io lo prometto direttamente a voi che mi amate. Io provvederò al mio gregge. A chi accusa le pecore buone di intorbidare l’acqua e di sciupare la pastura per venire a Me, dirò: “Ritiratevi. Voi siete quelli che fate mancare la sorgente e inaridire il pascolo ai miei figli. Ma Io ad altri pascoli li ho portati e li porterò. A quei pascoli che saziano lo spirito. Lascerò a voi il pascolo per le vostre grosse epe, lascerò la sorgente amara da voi fatta sgorgare, ed Io me ne andrò con questi, separando le vere dalle false pecore di Dio, e non saranno più tormentati da cosa alcuna i miei agnelli, ma giubileranno in eterno nei pascoli del Cielo”.

38Perseverate, figli diletti! Ancora un poco di pazienza portate, così come Io la porto. Siate fedeli, facendo ciò che vi è concesso dal padrone ingiusto. E Dio giudicherà che avete tutto fatto e del tutto vi premierà. Non odiate, anche se tutto congiura ad insegnarvi ad odiare. Abbiate fede in Dio. Voi vedete: Giona fu levato dal suo patire e Jabè fu portato all’amore. Ma, come al vecchio e come al fanciullo, così il Signore farà con voi in questa vita parzialmente, nell’altra totalmente.

Obolo e preghiera per i poveri.

39Io non ho che monete da darvi per rendere meno dura la vostra condizione materiale. Ve le do. Dalle loro, Matteo. Che se le dividano. Sono molte, ma sempre poche per voi che siete tanti e così bisognosi. Ma non ho altro… Altro di materiale. Ma ho il mio amore, la potenza del mio essere Figlio del Padre, per chiedervi gli infiniti tesori soprannaturali a consolare i vostri pianti, a dar luce alle vostre caligini. Oh! triste vita che Dio può fare luminosa! Lui solo! Lui solo!…

40Ed Io dico: “Padre, per essi ti prego. Non ti prego per i felici ed i ricchi del mondo. Ma per questi che non hanno che Te e Me. Fa’ che essi salgano tanto nelle vie dello spirito, che trovino ogni conforto nel nostro amore, e diamoci ad essi con l’amore, con tutto l’amore nostro infinito, a coprire di pace, di serenità, di coraggio, della pace, serenità, forza soprannaturale, le loro giornate, le loro occupazioni, onde, come straniati dal mondo per l’amore nostro, possano resistere al loro calvario e dopo la morte avere Te, Noi, beatitudine infinita”».

Commiato e partenza.

41Gesù ha pregato alzandosi in piedi, svincolandosi adagio dai fanciullini che gli si erano addormentati addosso. Ed è maestoso e dolce nella sua preghiera.

42Ora riabbassa gli occhi e dice: «Io vado. É l’ora per farvi tornare alle case in tempo. Ci vedremo ancora. E porterò Marziam. Ma anche quando non potrò più venire, il mio Spirito sarà sempre con voi, e questi miei apostoli vi ameranno come Io vi ho amati. Il Signore posi su voi la sua benedizione. Andate!». E si china ad accarezzare i fanciullini dormenti, e si abbandona alle espansioni della povera turba che non sa staccarsi da Lui…

43Ma infine ognuno si avvia dalla sua parte, e i due gruppi si separano mentre la luna cala e dei rami accesi devono rischiarare il cammino. E il fumo acre dei rami ancor un poco umidi è una buona scusante al luccichio degli occhi…

L’apostolo nato stanco.

44Giuda li attende addossato ad un tronco. Gesù lo guarda e non dice nulla, neppure quando Giuda dice: «Sto meglio». 

45Procedono così alla meglio nella notte, poi più speditamente nell’alba. Alla vista di un quadrivio, Gesù si ferma e dice: «Separiamoci. Con Me vengano Tommaso, Simone Zelote e i fratelli miei. Gli altri vadano al lago, ad attendermi».

46«Grazie, Maestro… Non osavo chiedertelo. Ma Tu mi vieni incontro. Sono proprio stanco. E, se lo concedi, mi fermo a Tiberiade…»

47«Da un amico», non può trattenersi di dire Giacomo di Zebedeo.

48Giuda sbarra gli occhi… ma si limita a questo.

49Gesù si affretta a dire: «Mi basta che tu al sabato vada a Cafarnao coi compagni. Venite, ché vi baci, voi che mi lasciate». E con affetto bacia i partenti, dicendo ad ognuno un consiglio sottovoce…

50Nessuno obbietta parola. Solo Pietro, già nell’andare, dice: «Vieni presto, Maestro».

51«Sì, vieni presto», dicono gli altri, e Giovanni termina: «Sarà ben triste il lago senza di Te».

52Gesù li benedice ancora e promette: «Presto!», e poi ognuno va per la propria parte.

 

433. Arrivo a Nazareth. Lodi alla Vergine. Guarigione di Aurea[110].

Arrivo a Nazareth.

La città della Madre di Dio.

1Venendo dalla parte di Sefori si entra in Nazareth dalla parte nord-occidentale, ossia dalla più alta e pietrosa. L’anfiteatro su cui a scaglioni è distesa Nazareth appare tutto come si raggiunge la cresta del colle, che è l’ultimo venendo da Sefori e che scoscende piuttosto ripido per dei borri verso la cittadina. Se ben ravviso il luogo, perché del tempo è passato e molti luoghi di montagna si assomigliano, questo dove si trova Gesù è il punto preciso dove i suoi concittadini tentarono lapidarlo ed Egli li fermò col suo potere passando attraverso a loro.

2Gesù si ferma a guardare la sua città cara e ostile, e un sorriso di contento gli accende il volto. Che benedizione ignorata, e immeritata dai nazareni, questo sorriso divino che si riversa e spande certo in grazie sulla terra che lo ha accolto fanciullo e visto crescere, e dove nacque la Madre e divenne Sposa di Dio e Genitrice di Dio!

Pensieri spontanei.

3Anche i due cugini guardano la loro città con una visibile gioia, benché quella del Taddeo sia temperata da una serietà austera, sostenuta, mentre quella di Giacomo è più aperta e dolce, più somigliante a quella di Gesù.

4Tommaso, benché non sia la sua città, è una luminaria di gioia nel volto, e dice accennando la casetta di Maria dal cui forno salgono spire di fumo: «La Madre è in casa e fa il pane…», e pare che parli di sua madre con tutto l’affetto di un figlio, tanto dice queste semplici parole con slancio d’amore.

5Lo Zelote, più pacato per l’età e per l’educazione avuta, sorride dicendo: «Sì. E la sua pace giunge già ai nostri cuori».

6«Andiamo presto», dice Giacomo.

7«E passiamo da questo sentiero per giungere quasi non visti dai nazareni. Ci tratterrebbero…»

8«Ma vi allontanate dalla vostra casa… Anche vostra madre desidererà vedervi»

9«Oh! Puoi essere certo, Simone, che nostra madre è da Maria. Vi è quasi sempre… E vi sarà, perché fanno il pane, e per la fanciulla malata».

10«Sì, andiamo di qui. Passeremo dietro l’orto di Alfeo giungendo alla siepe dell’orto nostro», dice Gesù.

 

Veloci per sentieri e siepi fioriti

11Scendono lesti per il sentiero molto ripido in principio, poi, quando è prossimo alla città, più dolce. Passano per degli uliveti, poi per brevi campicelli senza più biade. Rasentano i primi orti cittadini. E le alte siepi che li cingono, tutte fronzute e sulle quali si piegano le fronde degli alberi pesanti di frutta, o i muretti a secco, tutti velati dallo spenzolare dei rami dai broli all’esterno, fanno sì che il loro passaggio passi inosservato dalle massaie, che vanno e vengono per gli orti o fanno il bucato e lo stendono sui piccoli prati presso le case…

12La siepe, che limita da un lato l’orto di Maria, tutta un groviglio di spine nell’inverno, tutto uno spesseggiare di foglie in estate, dopo la fioritura del biancospino a primavera o l’arrubinarsi dei frutticini rossi in autunno, è ora abbellita da un rigoglioso gelsomino e da un ondulare di calici di un fiore, che non so come si chiami, che dall’interno dell’orto gettano rami sulla siepe a farla più fitta e più bella. Un capinero canta nel folto della siepe, e dall’interno viene un tubare di colombi.

Lodi alla Vergine.

Maria, figurata nel Cantico dei Cantici.

13«Anche la chiudenda è riparata e tutta coperta di rami in fiore», dice Giacomo che è corso avanti a guardare il rustico cancello sul dietro dell’orto, quello che dopo anni di inservibilità fu usato per far entrare e uscire il carretto di Pietro per Giovanni e Sintica.

14«Passeremo per il viottolo e busseremo alla porta. Mia Madre avrebbe pena a veder distrutto questo riparo», gli risponde Gesù.

15«Il suo orto chiuso!»[111], esclama Giuda d’Alfeo.

16«Sì. E Lei ne è la rosa»[112], dice Tommaso.

17«Il giglio fra le spine»[113], dice Giacomo.

18«La fonte sigillata»[114], dice lo Zelote.

 19«Meglio: la polla d’acqua viva che, sgorgando con impeto dal monte bello[115], dà l’Acqua di Vita alla Terra e zampilla con la sua purezza profumata verso il Cielo», dice Gesù.

20«Fra poco Ella sarà beata nel vederti», dice Giacomo.

Maria, delizia di Dio e conforto dell’Uomo.

21«Fratello mio, dimmi una cosa che da tempo desidero sapere. Come vedi Tu Maria? Come Madre o come suddita? Ti è Madre, ma è donna e Tu sei Dio…», dice il Taddeo.

22«Come sorella e sposa, come delizia e riposo del Dio e come conforto dell’Uomo[116]. Tutto Io vedo ed ho in Maria, come Dio e come Uomo. Colei che era la Delizia della Seconda Persona della Triade in Cielo, Delizia del Verbo come del Padre e dello Spirito, è la Delizia del Dio incarnato e lo sarà dell’Uomo Dio glorificato».

23«Che mistero! Dio si è dunque privato due volte delle sue compiacenze? In Te e in Maria, e vi ha dato alla Terra… [117]», medita lo Zelote.

24«Che amore! Questo devi dire. L’amore spinse la Triade a dare Maria e Gesù alla Terra», dice Giacomo.

25«E, non per Te che sei Dio, ma per la sua Rosa, non temette di affidarla agli uomini, tutti indegni di tutelarla?», chiede Tommaso.

26«Toma, ti risponde il Cantico: “Il Pacifico aveva una vigna e l’affidò ai vignaiuoli i quali, profanatori aizzati dal Profanatore, molte somme avrebbero dato per averla, ossia tutte le seduzioni a sedurla, ma la Vigna bella del Signore si custodì da sé, né volle dare i suoi frutti altro che al Signore, e volle aprirsi allo Stesso generando il Tesoro senza prezzo: il Salvatore”[118]».

La più dolce parola: “Mamma”.

     27Sono giunti alla porta di casa. Giuda d’Alfeo commenta, mentre Gesù bussa all’uscio chiuso: «Sarebbe il caso di dire: “Aprimi, sorella mia sposa, diletta, colomba, immacolata”…»

28Ma, quando l’uscio si socchiude e appare il dolce viso della Vergine, Gesù non dice che la più dolce parola, aprendo le braccia a riceverla: «Mamma!».

29«Oh! Figlio mio! Benedetto! Entra, e la pace e l’amore siano con Te!».

30«E alla mia Mamma e alla casa e a chi è in essa», dice Gesù entrando, seguito dagli altri.

31«Di là è vostra madre, mentre le due discepole sono al pane e al bucato…», spiega Maria dopo il saluto vicendevole cogli apostoli e i nipoti. E questi, discreti, si ritirano per lasciare soli la Madre col Figlio.

32«Eccomi a te, Madre mia. Staremo insieme alquanto… Come è dolce il ritorno… la casa e te soprattutto, o Madre, dopo tanto andare fra gli uomini…».

33«Che sempre più ti conoscono e si dividono, per questa conoscenza, in due rami: quelli che ti amano… e quelli che ti odiano… E il ramo più grosso è quest’ultimo…».

Guarigione di Aurea.

Maria, forza, riposo e conforto di Gesù.

34«Il Male sente che sta per essere sconfitto ed è furente… e fa furenti… Come sta la fanciulla?».

35«Lievemente meglio… Ma fu per morire… E però le sue parole, ora che non delira, corrispondono, sebbene più riservate, a quelle che le uscivano nel delirio. Sarebbe mentire dire che non abbiamo ricostruito la sua storia… Infelice!…».

36«Sì. Ma la Provvidenza vigilò su lei».

37«Ed ora? …».

38«Ed ora… Non so[119]. Aurea non mi appartiene come creatura. La sua anima è mia, il suo corpo è di Valeria. Per ora starà qui, a dimenticare…».

39«Mirta la vorrebbe».

40«Lo so… Ma non ho il diritto di agire senza il permesso della romana. Non so neppure se l’hanno acquistata con moneta o se usarono solo l’arma delle promesse… Quando la romana la richiederà…».

41«Io andrò per Te, Figlio mio. Non è bene che Tu vada… Lascia fare alla tua Mamma. Noi donne… esseri infimi per Israele, non siamo tanto osservate se andiamo a parlare a gentili. E la tua Mamma è così ignota al mondo! Nessuno noterà la popolana ebrea che avvolta nel suo manto va per le vie di Tiberiade e bussa alla casa di una dama romana…».

42«Alla casa di Giovanna potresti andare… e là parlare alla dama…».

43«Così farò, Figlio mio. Sia sollevato il tuo cuore, o mio Gesù!… Sei tanto afflitto… Lo comprendo… e tanto vorrei fare per Te…».

44«E tanto fai, Mamma. Grazie per tutto ciò che fai…».

45«Oh! Sono un ben povero aiuto, Figlio mio! Perché non riesco a farti amare, non a darti… letizia… finché ti è concesso di averne un poco… Che sono mai allora? Una ben povera discepola…»

46«Mamma! Mamma! Non dire così! La mia forza mi viene dalle tue orazioni. Riposa la mia mente pensando a te, e ora, ecco, trova conforto il cuore stando così, col capo contro il tuo cuore benedetto… Mamma mia!…». Gesù ha attirato a Sé la Madre, ritta presso di Lui che è seduto sulla cassapanca contro la parete, e appoggia la fronte sul petto di Maria che lo carezza sui capelli, lievemente…

47Una pausa tutt’amore.

Aurea finalmente liberata.

48Poi Gesù alza il capo e si alza in piedi. Dice: «Andiamo dagli altri. E dalla fanciulla», ed esce con la Madre nell’orto. Le tre discepole, sulla soglia della stanza dove è la fanciulla malata, parlano fitto cogli apostoli. Ma quando vedono Gesù tacciono inginocchiandosi.

49«La pace a te, Maria d’Alfeo, e a voi, Mirta e Noemi. La fanciulla dorme?».

50«Sì. La febbre perdura e la sbalordisce e consuma. Se persiste così, morirà. Il suo tenero corpo non resiste alla malattia e la mente si turba per i ricordi», dice Maria d’Alfeo.

51«Sì… e non reagisce perché dice che vuol morire per non vedere più romani…», conferma Mirta.

52«Un dolore per noi che l’amiamo già…», dice Noemi.

53«Non temete!», risponde Gesù andando fin sulla soglia della cameretta e alzando la tenda…

54Sul lettuccio contro la parete, di fronte alla porta, appare il visetto smagrito, di un rosso acceso ai pomelli, di neve altrove, sepolto nella massa dei lunghi capelli dorati. Dorme affannosamente, mugolando parole incomprensibili fra i denti, e con la mano abbandonata sulle coperture fa, di tanto in tanto, un gesto come per respingere qualcosa.

55Gesù non si inoltra. La guarda con occhio di pietà. Poi chiama forte: «Aurea! Vieni! C’è il tuo Salvatore».

56La fanciulla si siede di scatto sul lettuccio, lo vede e con un grido scende e corre, nella lunga tunica sciolta, a piedi scalzi a Gesù, e si getta ai suoi piedi dicendo: «Signore! Ora sì che mi hai liberata!».

57«É guarita. Vedete? Non poteva morire, perché prima deve conoscere la Verità».

58E alla fanciulla, che gli bacia i piedi, dice: «Sorgi, e vivi in pace», e le posa la mano sul capo non più febbricitante.

59Aurea, nella lunga veste di lino, forse una della Vergine, tanto lunga che le fa strascico, i capelli sciolti come un manto sulla snella persona, gli occhi grigi azzurri, lucidi ancora per la febbre che è appena caduta e per la gioia che è ora sorta, pare un angelo.

48«Addio! Noi ci ritiriamo nell’officina mentre voi pensate alla fanciulla e alla casa…», dice il Maestro e, seguito dai quattro, entra nell’antico laboratorio di Giuseppe, sedendo coi suoi sui banconi inoperosi…

434. Lavori manuali a Nazareth e parabola del legno verniciato[120].

Lavori manuali a Nazareth.

Il Messia falegname.

1Il rustico focolare del laboratorio è acceso, dopo tanto tempo di inoperosità, e l’odore della colla che bolle in un recipiente si mescola a quello caratteristico della segatura e dei trucioli appena fatti, anzi, che si stanno facendo ai piedi di un bancone. Gesù lavora di lena intorno a tavole di legno, che con l’aiuto della sega e della pialla si mutano in gambe di seggiole, in cassetti e così via. Dei mobili, i mobili modesti della casetta di Nazareth, sono stati portati nel laboratorio. La madia da riparare, uno dei telai di Maria, due sgabelli, una scala da orto, una piccola cassapanca e la porta del forno, credo, corrosa in basso forse dai topi.

2Gesù lavora a riaggiustare ciò che l’uso e la vecchiaia hanno consumato.

L’apostolo orefice e poeta.

3Tommaso, invece, con tutto un armamentario di piccoli strumenti d’orafo, che certo ha tratto fuori dalla sua sacca che giace sul suo lettuccio messo, come quello dello Zelote, contro la parete, lavora con leggerezza di mano intorno a delle lamine d’argento. E il picchio del suo martelletto sul bulino, che dà suono d’argento, si fonde al robusto rumore degli strumenti da lavoro usati da Gesù.

4Ogni tanto si scambiano qualche parola, e Tommaso è così felice di essere lì col Maestro e al suo lavoro d’orafo – e lo dice infatti – che nelle pause del dialogo fischietta fra i denti, piano piano. Ogni tanto alza gli occhi e pensa, fissando assorto la parete affumicata dello stanzone.

5Gesù lo nota e dice: «Trai l’ispirazione da quella parete nera, Toma? Vero è che così l’ha fatta il lungo lavoro di un giusto, ma non mi pare che possa dare motivi ad un orafo…».

6«No, Maestro, un orafo infatti non può rifare col metallo ricco la poesia della santa povertà… Però può col suo metallo fare cose belle della natura, e nobilitare così oro e argento rifacendo con essi i fiori, le foglie che sono nel creato. Io penso a quei fiori, a quelle foglie e, per ricordarne esattamente l’aspetto, mi fisso così, con gli occhi alla parete, ma in realtà vedo i boschi e i prati della nostra patria, le foglie leggere, i fiori che sembrano calici o stelle, il portamento degli steli e delle fronde…».

7«Sei un poeta, allora, un poeta che canta nel metallo ciò che un altro canta sulla pergamena coll’inchiostro».

8«Sì. Infatti l’orafo è un poeta che scrive sul metallo le bellezze della natura. Ma la nostra opera, d’arte e bella, non vale la tua, umile e santa, perché la nostra serve alle vanità dei ricchi, mentre la tua alla santità della casa e all’utilità del povero».

9«Dici bene, Tommaso», dice lo Zelote che è apparso sulla soglia che dà sull’orto, con la veste succinta, le maniche rimboccate, un vecchio grembiule davanti e un recipiente con della vernice nella mano.

10Gesù e Tommaso si voltano a guardarlo sorridendo. E Tommaso risponde: «Sì, dico bene. Però io voglio che una volta tanto il lavoro dell’orafo serva ad ornare una… cosa buona, santa…».

«Che?».

11«Un mio segreto. É tanto che ho questo pensiero, e da quando fummo a Rama mi porto dietro un piccolo bagaglio d’orafo attendendo questo momento… E il tuo lavoro, Simone?».

L’ orafo evangelizzatore

12«Oh! io non sono un artefice perfetto come tu sei, Toma. É la prima volta che tengo il pennello in mano, e le mie tinture sono ineguali nonostante ci metta tutta la mia buona volontà. Per questo ho incominciato dalle parti più… umili… per farci la mano… e ti assicuro che la mia imperizia fece ridere di gusto la fanciulla. Ma ne sono contento! Rinasce ad una serena vita ad ogni ora, ed è ciò che ci vuole per annullare il passato e farla tutta nuova, per Te, Maestro».

13«Eh! ma forse Valeria non cederà…», dice Tommaso.

14«Oh! cosa vuoi che le importi di averla o no? Se la teneva, era tanto per non lasciarla sperduta nel mondo. E certo sarebbe bene che la fanciulla fosse salva per sempre e in tutto, nello spirito soprattutto. Non è vero, Maestro?».

15«E’ vero. Occorre molto pregare per questo. La creatura è semplice e buona realmente, e allevata nella Verità potrebbe dare molto. Tende istintivamente alla Luce».

16«Sfido io! Non ha conforti sulla Terra… e li cerca in Cielo, poverina! Io credo che quando la tua Buona Novella potrà essere evangelizzata per il mondo, i primi ad accoglierla e i più numerosi saranno proprio gli schiavi, coloro che non hanno alcun conforto umano e che si rifugeranno nelle tue promesse per averne… E dico che, se a me toccherà proprio l’onore di predicarti, avrò uno speciale amore per questi infelici…».

17«E farai bene, Toma», dice Gesù.

18«Sì. Ma come li avvicinerai?».

19«Oh! Sarò orafo per le dame e… maestro per gli schiavi delle stesse. Un orafo entra nelle case, o alla sua casa vengono i servi dei ricchi… e lavorerò… Due metalli: quelli della Terra per i ricchi… quelli degli spiriti per gli schiavi».

20«Dio ti benedica per questi propositi, Toma. Persevera in essi…».

21«Sì, Maestro». «Ebbene, ora che hai risposto a Toma vieni con me, Maestro… a vedere il mio lavoro e a dirmi che devo tingere ora. Cose umili ancora, perché sono un garzone molto incapace».

22«Andiamo, Simone…», e Gesù posa i suoi arnesi ed esce collo Zelote…

Parabola del legno verniciato

23Tornano dopo qualche tempo e Gesù indica la scala da orto: «Passa la tinta a quella. La vernice rende impenetrabile il legno e lo conserva di più, oltre che farlo più bello. É come la difesa e l’abbellimento delle virtù sul cuore umano. Può essere grezzo, rozzo… Ma, come le virtù lo vestono, si fa bello, piacevole. Vedi, per ottenere una tinta bella e un servizio reale dalla stessa, occorrono tante avvertenze. Per prima: prendere con attenzione ciò che occorre a formarla. Ossia un recipiente netto da terriccio o da residui di vecchie tinte, oli buoni e buone tinte, e con pazienza mescolare, lavorare, farne un liquido né troppo denso né troppo liquido. Non stancarsi di lavorare finché anche il più piccolo grumo non sia sciolto. Fatto questo, prendere un pennello che non perda le setole, non le abbia né eccessivamente dure, né eccessivamente morbide, che sia ben pulito da ogni precedente colore, e prima di applicare la vernice nettare il legno da ruvidezze, da vecchie vernici scrostate, da fango, da tutto, e poi, così, con ordine, mano sicura nell’andare sempre in una direzione, stendere con pazienza, molta pazienza, la tinta. Perché nella stessa tavola ci sono resistenze diverse. Sui nodi, per esempio, la tinta resta più liscia, è vero, però su essi la tinta si ferma male, come la materia legnosa la respingesse. Viceversa, sulle parti morbide del legno la tinta si ferma subito, ma le parti morbide generalmente sono poco lisce, e allora possono formarsi vesciche, o rigature… Ecco allora che si deve riparare con mano costante nello stendere il colore. Poi ci sono, nei mobili vecchi, le parti nuove, come questo scalino ad esempio. E per non far capire che la povera scaletta è rabberciata, ma vecchia molto, bisogna far sì che tanto lo scalino nuovo come quelli antichi risultino uguali… Ecco, così!». Gesù, curvo ai piedi della scala, parla e lavora intanto…

24Tommaso, che ha lasciato i suoi bulini per venire vicino a vedere, chiede: «Perché hai iniziato dal basso invece che dalla cima? Non era meglio fare l’opposto?».

25«Sembrerebbe meglio, ma non è. Perché il basso è il più sciupato e il destinato di più a sciuparsi, stando appoggiato sulla terra. Perciò deve essere lavorato più volte. Una prima mano, poi una seconda e una terza se occorre… e, per non oziare attendendo che il basso asciughi per esser pronto ad una nuova mano, tingere intanto il sommo, poi il centro della scala».

 26«Ma nel farlo ci si può macchiare le vesti e sciupare le parti tinte prima».

27«Con accortezza non ci si macchia e non si sciupa niente. Vedi? Si fa così. Si raccolgono le vesti e si sta scosti. Non per schifo della tinta, ma per non ledere la tinta delicata perché da poco messa». E Gesù, a braccia alte, tinge ora la vetta della scala.

Effetti delle virtù sulle anime.

28E continua a parlare. «Così si fa con le anime. Ho detto all’inizio che la tinta è come l’abbellimento delle virtù sui cuori umani. Abbellimento e preservazione del legno dai tarli, dalle piogge, dal solleone. Guai a quel padrone di casa che non si cura delle cose verniciate e le lascia deperire! Quando si vede che il legno si spoglia della sua vernice, occorre non perdere tempo e metterne di nuova. Rinfrescare le tinte… Anche le virtù, messe in un primo slancio verso la giustizia, possono deperire o scomparire del tutto se il padrone di casa non veglia, e la carne e lo spirito, messi a nudo in balìa delle intemperie e dei parassiti, ossia delle passioni e delle dissipazioni, possono esserne assaliti, perdere la veste che li fa belli, finire ad essere… buoni solo per il fuoco.

29Perciò, sia in noi o in chi amiamo come nostri discepoli, quando si notano sgretolature, dilavature nelle virtù messe a difesa nel nostro io, occorre subito provvedere con un lavoro assiduo, paziente, fino alla fine della vita, perché si possa addormentarsi nella morte con una carne e uno spirito degni della risurrezione gloriosa.

30E perché le virtù siano vere, buone, iniziarle con intenzione pura, coraggiosa, che leva ogni detrito, ogni terriccio, e lavorare per non lasciare imperfezioni nella formazione virtuosa, e poi prendere un atteggiamento né troppo duro né troppo indulgente, perché tanto l’intransigenza come l’eccessiva indulgenza nuocciono. E il pennello – la volontà – sia netto dalle umanità preesistenti, che potrebbero venare la tinta spirituale con sfregi materiali, e preparare se stessi o altri, con opportune operazioni, faticose, è vero, ma necessarie, a mondare il vecchio io da ogni lebbra antica, per averlo mondo a ricevere la virtù. Perché non si può mescolare il vecchio col nuovo.

31Poi iniziare il lavoro, con ordine, con riflessione. Non saltare qua e là senza un serio motivo. Non andare un poco in un senso e un po’ nell’altro. Ci si stancherebbe meno, è vero. Ma la vernice verrebbe irregolare. Come avviene nelle anime disordinate. Presentano punti perfetti, poi accanto a questi ecco storture, colore diverso… Insistere sui punti resistenti alla tinta, sui nodi, viluppi della materia o di passioni sregolate, mortificati, sì, dalla volontà che simile a pialla li ha faticosamente lisciati, ma che restano come un nodo amputato ma non distrutto a far resistenza. E ingannano talvolta, parendo già ben rivestiti da virtù, mentre non è che un velo leggero che subito cade. Attenti ai nodi delle concupiscenze. Fate che la virtù sia ripetutamente messa su essi, perché non rifioriscano deturpando l’io nuovo. E sulle parti molli, sulle cedevolezze troppo facili a ricevere tinta, ma a riceverla a loro piacimento, con vesciche e rigature, insistere colla pelle di pesce a lisciare, lisciare, lisciare per dare una o più mani di vernice, affinché anche esse parti siano lisce come uno smalto compatto. E attenti a non sovraccaricare. Un eccesso di pretese nelle virtù fa sì che la creatura si ribelli, e ribolla e sgarri al primo urto. No. Né troppo, né troppo poco. Giustizia nel lavorarsi e nel lavorare le creature fatte di carne ed anima.

Le tradizioni e lo spirito nuovo.

32E se, come nella più parte dei casi – ché delle Auree sono eccezioni e non regole – ci sono parti nuove mescolate alle antiche – e le hanno gli israeliti, che da Mosè passano al Cristo, e i pagani col loro mosaico di credenze, che non potranno essere annullate di un subito e affioreranno con nostalgie e ricordi, almeno nelle cose più pure – allora ci vuole ancor più occhio e tatto, e insistere finché il vecchio sia reso omogeneo al nuovo, usando delle cose preesistenti per completare le nuove virtù. Ad esempio, nei romani è molto spirito di Patria e coraggio virile. Sono quasi dei miti queste due cose. Ebbene, non vogliate distruggerle, ma inculcate uno spirito nuovo allo spirito patrio, ossia lo spirito di fare grande anche spiritualmente Roma come centro di cristianità, e usate la virilità romana a far forti nella fede chi è forte in battaglia. Altro esempio: Aurea. Lo schifo di una rivelazione brutale la spinge ad amare ciò che è puro e a odiare ciò che è impuro. Ebbene, usate queste due cose a portarla a perfetta purezza, odiando la corruzione come fosse il romano brutale.

33Mi comprendete? E delle consuetudini fatene mezzi di penetrazione. Non distruggete brutalmente. Non avreste pronto subito con che edificare. Ma sostituite piano piano ciò che non deve rimanere in un convertito, con carità, pazienza, tenacia. E posto che la materia, specie nei pagani, ha il sopravvento, ed essi, anche se convertiti, staranno sempre appoggiati al mondo pagano, essendo viventi in esso, insistete molto sulla preservazione dalla carnalità. Dietro al senso penetra anche il resto. Voi sorvegliate il senso esasperato nei pagani – e, confessiamolo, vivissimo anche fra noi – e quando vedete che il contatto col mondo sgretola la vernice preservativa non continuate a pennellare la cima, ma tornate al basso, mantenendo in equilibrio lo spirito e la carne, l’alto e il basso. Ma iniziate sempre dalla carne, dal vizio materiale, per preparare a ricevere l’Ospite, che non coabita in corpi impuri con spiriti che fetono delle corruzioni carnali… Mi intendete?

34E non temete di corrompervi toccando con la vostra veste le parti basse, materiali, di coloro che curate nello spirito. Con prudenza, per non essere di rovina anziché di edificazione. Vivete raccolti nel vostro io nutrito di Dio, fasciato di virtù, andate con delicatezza, specie quando dovete occuparvi del sensibilissimo io spirituale altrui, e certamente riuscirete a fare, anche degli esseri più spregevoli, degli esseri degni del Cielo».

Aurea ripete due parabole di Maria.

35«Che bella parabola ci hai detto! La voglio scrivere per Marziam!», dice lo Zelote.

36«E per me che sono tutta da fare bella per il Signore», dice lentamente, cercando le parole, Aurea che a piedi scalzi è da qualche tempo ritta sulla soglia dell’orto.

37«Oh! Aurea! Ci ascoltavi?», chiede Gesù.

38«Ti ascoltavo. É tanto bello! Ho fatto male?».

39«No, fanciulla. É tanto che sei qui?».

40«No. E mi spiace, perché non so cosa hai detto avanti. Mi ha mandato tua Madre a dirti che fra poco è l’ora del cibo. Il pane sta per essere sfornato. Ho imparato a farlo io… Che bello! E ho imparato a imbiancare la tela, e sul pane e sulla tela tua Madre mi ha fatto altre due parabole».

«Ah! sì? Che ha detto?».

La parabola del pane

41«Che io sono come una farina ancor col buratto, ma la tua bontà mi depura, la tua grazia mi lavora e il tuo apostolato mi forma, il tuo amore mi cuoce e da brutta farina mescolata a tanta crusca finirò, se mi lascerò lavorare da Te, ad essere farina da ostie, farina e pane di sacrificio, buono per l’altare.

La parabola della tela.

42E sulla tela che era scura, oleosa, ruvida, e che dopo tanta erba borit[121] e mortificazione di colpi si è pulita e fatta morbida, ora il sole metterà i suoi raggi, e bianca diventerà… E ha detto che così il Sole di Dio farà di me, se io starò sempre sotto al Sole e accetterò lavaggi e anche mortificazioni per diventare degna del Re dei re, di Te, mio Signore. Che belle cose che imparo… Mi pare un sogno… Bello! Bello! Bello! Tutto bello qui… Non mandarmi via, Signore!».

Fede di Aurea la prima discepola di Gallia.

43«Non andresti volentieri con Mirta e Noemi?».

44«Preferirei qui… Ma però… anche con loro. Ma con romani no, no, Signore…».

45«Prega, fanciulla!», dice Gesù posandole la mano sui capelli biondo miele.

46«Hai imparato la preghiera?».

47«Oh! sì! É così bello dire: “Padre mio!” e pensare al Cielo… Ma… la volontà di Dio mi fa un po’ paura… perché non so se Dio vuole ciò che io voglio…».

«Vuole il tuo bene Dio».

48«Sì? Tu lo dici? Allora non ho più paura. Sento che rimarrò in Israele… a conoscere sempre più questo Padre mio… E… ad essere la prima discepola di Gallia, o mio Signore!».

49«La tua fede sarà esaudita perché buona. Andiamo…».

50Ed escono tutti, andando a lavarsi alla vaschetta sotto la polla, mentre Aurea corre lesta da Maria, e si sentono le due voci femminili, spedita nella parola quella di Maria, incerta, di chi cerca le parole, l’altra, e risatine squillanti per qualche errore linguistico che Maria corregge dolcemente…

51«Impara presto e bene la fanciulla», osserva Tommaso.

52«Sì. É buona e volonterosa».

53«E poi! Tua Madre a maestra… Neppur Satana le resisterebbe!», dice lo Zelote.

54Gesù sospira senza parlare…

55«Perché sospiri così, Maestro? Non ho detto bene?».

57«Molto bene. Ma ci sono uomini più resistenti di Satana, che almeno fugge dal cospetto di Maria. Vi sono uomini che le stanno vicino e che, ammaestrati da Lei, non si mutano in bene…»

58«Ma non noi, eh?», dice Tommaso.

«Non voi… Andiamo…». Entrano in casa e tutto ha fine.

435. Inizio del terzo sabato a Nazareth e arrivo di Pietro con altri apostoli[122].

Inizio del terzo sabato.

Il sabato riposano uomini e stru­menti.

1Il sabato è il riposo. Già lo si sa. E riposano uomini e strumenti, ricoperti o deposti in bell’ordine ai loro posti. Ora che il tramonto rosso di un venerdì estivo sta per compiersi, ecco che Maria, seduta all’ombra del grande melo al suo telaio più piccolo, si alza e lo ricopre e, con l’aiuto di Tommaso, lo riporta in casa al suo posto e invita Aurea, che, seduta su uno sgabelletto ai suoi piedi, cuciva con mano maldestra ancora le vesti datele dalle romane e riadattate al suo personale da Maria, a piegare il lavoro con ordine ed a riporre tutto sulla mensola della sua cameretta. E, mentre Aurea eseguisce, la Madre entra con Tommaso nello stanzone laboratorio dove Gesù, insieme allo Zelote, si spiccia a rimettere nei loro posti seghe, pialle, cacciaviti, martelli, bussoli di vernice e di colla, e a spazzare i banconi e il suolo dalla segatura e dai trucioli. Del lavoro fino allora fatto non restano che due assi messe ad angolo, strette nella morsa perché si solidifichi la colla negli incastri (forse è un futuro cassetto), e uno sgabello a metà verniciato, oltre l’odore acuto delle tinte ancor fresche.

Ornamenti inutili per lo Spirito.

2Entra anche Aurea, che va a curvarsi sul lavoro di bulino di Tommaso e lo ammira domandando, curiosetta e istintivamente civettuola, a che serve e se a lei starebbe bene.

3«Bene ti starebbe, ma più bene ti sta l’esser buona. Questi sono ornamenti che non fanno più bello che il corpo, ma che per lo spirito non servono. Anzi, coltivando civetteria, fanno male allo spirito».

4«E allora perché lo fai?», chiede logica la fanciulla. «Vuoi dunque fare male ad uno spirito?».

5Tommaso, sempre bonario, sorride all’osservazione e dice: «Fa male il superfluo ad uno spirito debole. Ma ad uno spirito forte l’ornamento resta né più né meno di quello che è: un necessario fermaglio per tenere a posto la veste».

6«Per chi lo fai? Per la tua sposa?».

«Non ho sposa io e non l’avrò mai».

«Allora per tua sorella».

«Ne ha più di quanti gliene occorrono».

«Allora per tua madre».

«Povera vecchia! Cosa vuoi che se ne faccia?».

«Ma è per una donna…».

«Sì. Che però non sei tu».

7«Oh! Non lo penso neppure… E poi, adesso che hai detto che quelle cose lì fanno male allo spirito debole, non lo vorrei. Leverò anche quei bordi alle vesti. Non voglio far male a ciò che è del mio Salvatore!».

Tratta di fanciulle.

8«Brava fanciulla! Vedi, tu hai fatto un lavoro più bello del mio con questa tua volontà».

«Oh! lo dici perché sei buono! …».

9«Lo dico perché è vero! Vedi: io ho preso questo blocco d’argento, l’ho ridotto a foglie man mano che mi necessitava, e poi collo strumento, anzi con molti strumenti, l’ho piegato così. Ma ancora devo fare il più. Riunire le parti, e in modo naturale. Per ora complete non sono che queste due fogliette col loro fiorellino unito», e Tommaso alza fra le grosse dita un aereo stelo di mughetti, raccolto nella foglia che imita alla perfezione quelle naturali. Fa un certo effetto vedere quel gingillo scintillante del luccicore bianco dell’argento puro fra le dita robuste e abbronzate dell’orafo.

10«Oh! bello! Ce ne erano tanti nell’isola e ci lasciavano coglierli prima che il sole si alzasse. Perché noi bionde non dovevamo mai prendere il sole per avere più pregio. Le brune invece le facevano stare fuori, al sole, fino a sentirsi male, perché fossero più brune. Le… Come si dice vendere una cosa dicendo che è una, mentre è l’altra? …».

11«Mah!… Con inganno… con truffa… non so».

«Ecco, le ingannavano dicendole arabe o dell’alto Nilo, là dove nasce. Una l’hanno venduta come discendente dalla regina Saba».

12«Niente meno! Ma non ingannavano loro. Ma i compratori. Si dice allora: truffavano. Che razza di gente! Una bella sorpresa per il compratore quando avrà visto schiarirsi la… falsa etiopica! Ma lo senti, Maestro? Quante cose che noi ignoriamo! …».

«Lo sento. Ma il più triste non è nella truffa al compratore… É nella sorte di quelle fanciulle…».

«È vero. Anime profanate per sempre. Perdute…».

13«No. Dio può sempre intervenire…».

«Per me lo ha fatto. Tu mi hai salvata! …», dice Aurea volgendosi al Signore col suo sguardo chiaro, sereno. E termina: «E io sono tanto felice!», e non potendo andare ad abbracciare Gesù, va a cingere con un braccio Maria, chinando la sua testa bionda sulla spalla della Vergine in atto di confidente amore.

14Le due teste bionde spiccano nelle loro diverse sfumature contro la parete oscura. Un gruppo dolcissimo. Ma Maria pensa alla cena. Si sciolgono e se ne vanno.

Arrivo di Pietro con altri apostoli.

Pietro si abbraccia il suo ritrovato Tesoro.

15«Si può entrare?», dice alla porta, che dallo stanzone va sulla via, la voce un po’ rauca di Pietro.

«Simone! Aprite!».

«Simone! Non ha saputo stare via!», dice Tommaso ridendo, mentre corre ad aprire.

«Simone! Era da prevedersi…», dice sorridendo lo Zelote.

16Ma non è solo il viso di Pietro quello che si inquadra nel vano della porta.

Sono tutti gli apostoli del lago, tutti meno Bartolomeo e meno l’Iscariota. E con loro sono già Giuda e Giacomo d’Alfeo.

17«La pace a voi! Ma perché siete venuti con questo caldo?».

«Perché… non potevamo più stare via. Sono due settimane e mezza, sai? Capisci? Due e mezza che non ti vediamo!», e Pietro pare dica: «Due secoli! Un’enormità!».

18«Ma vi avevo detto di attendere Giuda ogni sabato».

«Sì. Ma per due sabati non è venuto… e il terzo veniamo noi. Là è rimasto Natanaele, che non sta troppo bene. E lo riceverà, se Giuda andrà… Ma non ci va certo… Passando da Tiberiade per venire da noi, prima di andare verso l’Ermon grande, Beniamino e Daniele ci hanno detto di averlo visto a Tiberiade e… Già. Ti dirò dopo…», dice Pietro che è stato fermato nel dire da una tirata di veste che gli dà suo fratello.

19«Va bene. Mi dirai… Ma però eravate così desiderosi di riposo e ora che potete riposare fate queste corse! Quando siete partiti?».

«Ieri sera. Con un lago che era uno specchio. Siamo sbarcati a Tarichea per evitare Tiberiade per… per non incontrare Giuda…».

«E Perché?».

«Perché, Maestro, volevamo godere Te in pace».

20«Siete egoisti!».

«No. Lui ha già le sue gioie… Mah! Io non so chi gli dà tanto denaro per goderlo con… Sì, ho capito, Andrea. Ma non tirarmi più la veste così fortemente. Non ho che questa, lo sai. Mi vuoi far ripartire stracciato?».

Andrea si fa rosso. Gli altri ridono. Gesù sorride.

21«Bene. Siamo scesi a Tarichea anche perché, ecco, non mi rimproverare… Sarà il caldo, sarà che lontano da Te incattivisco, sarà che pensare che lui si è separato da Te per unirsi a… Insomma, smettila di strapparmi la manica! Vedi che mi so fermare in tempo!… Dunque, Maestro, sarà per tante cose… io non volevo peccare e, se vedevo Giuda, lo facevo. E allora ho diretto a Tarichea. E all’alba ci siamo messi in cammino».

22«Siete passati da Cana?».

«No. Non volevamo allungarla… Ma è stata molto lunga lo stesso. E il pesce se ne andava… Lo abbiamo dato ad una casa per avere ricovero per qualche ora, le più calde. E siamo partiti a metà tempo dopo l’ora di nona… Un forno! …».

23«Potevate risparmiarvelo. Presto sarei venuto Io…».

«Quando?».

24«Dopo che il sole è uscito dal leone».

«E ti pare che si potesse stare tanto senza di Te? Ma mille calori simili sfidiamo, ma veniamo a vederti. Il nostro Maestro! Il nostro adorato Maestro!», e Pietro si abbraccia il suo ritrovato Tesoro.

25«E pensare che quando siamo insieme non fate che lamentarvi del tempo, della lunghezza del cammino…».

26«Perché siamo stolti. Perché, finché si è insieme, noi non si capisce bene ciò che Tu sei per noi… Ma eccoci qui. Abbiamo già posto. Chi da Maria d’Alfeo, chi da Simone d’Alfeo, chi da Ismaele, chi da Aser e chi da Alfeo qui vicino. Ora si riposa e domani sera si riparte, più contenti».

27«Sabato scorso ebbimo qui Mirta e Noemi, venute a rivedere la fanciulla», dice Tommaso.

«Vedi che chi appena può viene qui?».

28«Sì, Pietro. E voi che avete fatto in questi tempi?».

«Pescato… verniciato le barche… aggiustato le reti… Adesso Marziam esce spesso coi garzoni, cosa che fa diminuire gli improperi di mia suocera contro “il fannullone che fa morire di fame la moglie dopo che le ha portato anche un bastardo”. E pensare che Porfirea non è mai stata tanto bene come ora che ha Marziam, per il cuore e… per tutto il resto. Le pecorelle da tre sono diventate cinque, e presto saranno di più… Non è poco utile per una piccola famiglia come la nostra! E Marziam, con la pesca, sopperisce a quel che io non faccio più che molto di rado. Ma quella donna ha lingua viperina per quanto sua figlia l’ha di colomba… Ma anche Tu hai lavorato, vedo…».

29«Sì, Simone. Abbiamo lavorato. Tutti. I miei fratelli nella loro casa, Io con questi nella mia. Per far contente e riposate le nostre madri».

«Già! Anche noi», dicono i figli di Zebedeo.

«E io la moglie, lavorando ad alveari e vigneti», dice Filippo.

30«E tu, Matteo?».

31«Io non ho alcuno da far felice… e allora ho fatto felice me stesso, scrivendo le cose che più mi piacciono ricordare…».

32«Oh! allora ti diremo la parabola della vernice. L’ho provocata io, molto inesperto pittore…», dice lo Zelote.

33«Ma hai presto imparato il mestiere. Guardate come ha lisciato bene questo sedile!», dice il Taddeo…

34L’accordo fra loro è perfetto. E Gesù, dal volto più riposato da quando è nella sua casa, sfavilla di gioia per avere intorno i suoi cari apostoli.

La casa della pace.

35Entra Aurea e rimane sorpresa sulla soglia.

«Oh! eccola! Ma guarda come sta bene! Proprio sembra una piccola ebrea, vestita così!».

36Aurea si fa di porpora e non sa che dire. Ma è così bonario e paterno Pietro che poi si riprende e dice: «Mi sforzo a divenirlo e… con la mia Maestra presto spero di esserlo… Maestro, vado a dire a tua Madre che ci sono costoro…», e si ritira svelta.

«E’ una buona fanciulla», dichiara lo Zelote.

37«Sì. Vorrei restasse a noi d’Israele. Bartolomeo ha perduto una buona occasione e una gioia col respingerla…», dice Tommaso.

«Bartolomeo è molto ligio alle… formule», lo scusa Filippo.

38«Il suo unico difetto», osserva Gesù.

39Entra Maria… «La pace a te, Maria», dicono i venuti da Cafarnao.

40«La pace a voi… Non sapevo che eravate qui. Ora provvederò subito… Venite intanto…».

«Da casa verrà nostra madre con diverse cibarie, e anche Salome. Non ti preoccupare, Maria», dice Giacomo di Alfeo.

41«Andiamo nell’orto… Si alza il vento della sera e si sta bene…», dice Gesù.

42Ed entrano nell’orto sedendosi qua e là, in fraterni discorsi, mentre i colombi sgrugolano mentre si contendono l’ultimo pasto che Aurea sparge al suolo… Poi è l’inaffiagione delle aiuole fiorite, o semplicemente utili e belle di verdure necessarie all’uomo. E gli apostoli vogliono farlo loro, allegramente, intanto che Maria d’Alfeo, sopraggiunta, con Aurea e Maria preparano il cibo per gli ospiti. E l’odore delle vivande che sfrigolano si mesce a quello della terra innaffiata, così come il cinguettio degli uccelli, che si contendono petulanti un buon posto fra le fronde folte sull’orto, si mescolano alle voci profonde o squillanti degli apostoli…

436. Svelato il costo della Redenzione ad apostoli e discepole nell’orto
di Nazareth
[123].

In fraterna, pacifica accolta.

Attenti alle parole dei due Maestri.

E il sabato dura, nel vero sabato.

1Nella splendida mattina, mentre ancora l’aria non è pesante di calore, è bello stare seduti in fraterna, pacifica accolta, sotto la pergola ombrosa, o là dove il melo attiguo al fico e al mandorlo fanno chiazze di ombra, prolungando quella della pergola sulla quale matura l’uva. E bello è passeggiare avanti e indietro per i sentieri fra le aiuole, andando dall’alveare alla colombaia, da questa alla piccola grotta, e poi, passando dietro le donne – Maria, Maria Cleofe, la nuora della stessa: Salome di Simone, Aurea – andare verso i pochi ulivi che dal balzo si protendono sull’orto quieto.

2E questo fanno Gesù e i suoi, Maria e le altre donne. E Gesù ammaestra anche senza volere. E Maria ammaestra anche senza volere. E i discepoli del primo, così come le discepole della seconda, stanno attenti alle parole dei due Maestri.

3Aurea, seduta sul suo solito sgabelletto ai piedi di Maria, quasi accoccolata, sta con le mani allacciate intorno ai ginocchi, il volto alzato, con gli occhi sgranati fissi sul volto di Maria. Pare una bambina che ascolti una splendida favola. Ma non è una favola. É una bella verità. Maria racconta le antiche storie di Israele alla piccola paganella di ieri, e le altre, benché conscie delle patrie storie, ascoltano con attenzione. Perché è ben dolce sentire la storia di Rachele[124], quella della figlia di Jefte[125], quella d’Anna d’Elcana[126], fluire da quelle labbra!

La storia d’ Israele.

4Giuda d’Alfeo si accosta lentamente e ascolta sorridendo. È alle spalle di Maria, che perciò non lo vede. Ma lo sguardo sorridente di Maria Cleofe al suo Giuda avverte Maria che qualcuno le è alle spalle e si volge: «Oh! Giuda! Hai lasciato Gesù per sentire me, povera donna?».

5«Sì. Ho lasciato te per andare a Gesù, perché la prima maestra mia fosti tu. Ma mi è dolce qualche volta lasciare Lui per venire a te, a farmi fanciullo come quando ti ero scolaro. Continua, te ne prego…».

6«Aurea vuole il suo premio ogni sabato. E il premio è narrarle ciò che più l’ha colpita della nostra Storia, che le spiego un po’ per giorno mentre lavoriamo».

7Anche gli altri si sono accostati… Il Taddeo dice: «E che ti piace, fanciulla?».

8«Tanto, tutto potrei dire… Ma tanto tanto Rachele, e Anna d’Elcana, poi Rut[127]… e poi… ah! bello! Tobia[128] e Tobiolo con l’angelo, e poi la sposa che prega per essere liberata[129]…».

«E Mosè[130]  no?».

9«Mi fa paura… Troppo grande… E nei profeti mi piace Daniele che difende Susanna». Si guarda intorno e poi mormora: anche io sono stata difesa dal mio Daniele», e guarda Gesù.

«Ma anche i libri di Mosè sono belli!».

10«Sì. Dove insegnano a non fare ciò che è brutto. E là dove parlano di quella Stella che nascerà da Giacobbe. Io ne so il nome, adesso. Prima non sapevo nulla. E sono più fortunata di quel profeta, perché io la vedo e da vicino. Ella mi ha detto tutto e so anche io», termina con un che di trionfale.

Storia della severa bontà di Dio.

«E la Pasqua non ti piace?».

11«Sì… ma… anche i figli degli altri sono figli di mamma. Perché ucciderli? Io preferisco il Dio che salva a quello che uccide.

12«Hai ragione… Maria, non gli hai raccontato ancora nulla della sua Nascita?», dice Giacomo additando il Signore che ascolta e tace.

13«Non ancora. Voglio che conosca bene il passato prima del presente. Per capirlo questo presente, che ha la sua ragione di essere nel passato. Quando lo conoscerà, vedrà che il Dio che le fa paura[131], il Dio del Sinai, non è che un Dio di severo amore, ma sempre d’amore».

14«Oh! Madre! Dimmelo ora! Farò invece meno fatica a capire il passato quando saprò il presente, che, per quel che ne so, è tanto bello e fa amare Dio senza paura. Ho bisogno di non aver paura, io!».

15«La fanciulla ha ragione. Ricordatevi sempre tutti questa verità quando evangelizzerete. Le anime hanno bisogno di non aver paura per andare a Dio con tutta fiducia. É ciò che Io mi sforzo di fare, e tanto più fare quanto, o per ignoranza o per colpe, sono soggetti a temere molto Dio. Ma Dio, anche il Dio che ha percosso gli egiziani e che ti fa paura, o Aurea, è sempre buono. Vedi: quando ha ucciso i figli degli egizi crudeli[132] ha usato pietà ai figli che, non crescendo, non sono divenuti peccatori come i padri loro, e ha dato tempo ai genitori loro di pentirsi del male fatto. Dunque fu severa bontà. Bisogna saper distinguere la vera bontà da ciò che è solo mollezza di educazione. Anche quando Io ero piccolo infante vennero uccisi molti piccini sul seno stesso delle madri. E il mondo gridò di orrore. Ma quando il Tempo non sarà più per i singoli o per l’Umanità tutta, una e una volta comprenderete che fortunati, benedetti in Israele, nella Israele dei tempi di Cristo, furono coloro che per essere stati sterminati nell’infanzia ebbero la preservazione dal più grande peccato, quello di essere complici della morte del Salvatore».

Il costo della Redenzione.

Salvatrice come il Messia suo Figlio.

16«Gesù!», grida Maria d’Alfeo sorgendo in piedi spaventata, guardandosi intorno come se temesse veder sorgere i deicidi da dietro le siepi e i tronchi dell’orto. «Gesù!», ripete guardandolo con pena.

17«E che? Non conosci forse più le Scritture[133], che tanto ti stupisci di questo che dico?», le chiede Gesù.

18«Ma… Ma… Non è possibile… Non lo devi permettere… Tua Madre…».

19«É Salvatrice come Me, e sa. Guardala. E imitala».

20Maria è infatti austera, regale nel suo pallore che è profondo. E immobile. Le mani in grembo strette come in preghiera, il capo alto con lo sguardo fisso nel vuoto… 

21Maria d’Alfeo la guarda. Poi si rivolge di nuovo a Gesù: «Ma non lo devi dire lo stesso questo orrendo futuro! Tu infiggi una spada nel suo cuore».

22«É trentadue anni che vi è questa spada».

«Noooh! Non è possibile! Maria… sempre così serena… Maria…»

23«Chiedilo a Lei, se non credi a ciò che dico».

«Sì che lo chiedo! É vero, Maria? Tu sai? …».

24E Maria, con voce bianca ma ferma, dice: «É vero. Egli aveva quaranta giorni e mi fu detto da un santo… Ma anche prima… Oh! quando l’Angelo mi disse che, rimanendo la Vergine, avrei concepito un Figlio che per il suo concepimento divino Figlio di Dio sarebbe stato detto, e tale è realmente, quando questo mi fu detto, e che nel seno di Elisabetta sterile era formato un frutto per miracolo dell’Eterno, non ho stentato a ricordare le parole di Isaia: “Ecco, la Vergine partorirà un figlio che sarà detto l’Emmanuele”… Tutto, tutto Isaia! E là dove parla del Precursore… E là dove parla dell’Uomo dei dolori, rosso, rosso di sangue, irriconoscibile… un lebbroso… per i nostri peccati… La spada è in cuore da allora, e tutto ha servito a conficcarla di più: e il cantico degli angeli, e le parole di Simeone, e la venuta dei Re d’Oriente, e tutto, tutto…».

Il prezzo della Redenzione.

25«Ma quale altro tutto, Maria mia? Gesù trionfa, Gesù fa prodigi, Gesù è seguito da turbe sempre più numerose… Non è forse vero?», dice Maria d’Alfeo.

26E Maria, sempre in quella postura, dice ad ogni domanda: «Sì, sì, sì», senza affanno, senza gioia, soltanto un assentire pacato, perché così e…

«E allora? Quale altro tutto ti conficca la spada in cuore?».

«Oh!… Tutto…».

27«E così calma sei? Così serena? Sempre uguale a quando giungesti qui sposa, trentatré anni fa, e mi par ieri tanto ricordo… Ma come puoi?… Io… io sarei come pazza… io farei… non so che farei… Io… Ma no! Non è possibile che una madre sappia questo e stia calma!».

28«Prima di esser Madre, sono figlia e serva di Dio… La mia calma dove la trovo? Nel fare la volontà di Dio. La mia serenità da che mi viene? Dal fare questa volontà. Se dovessi fare la volontà di un uomo potrei essere turbata, perché un uomo, anche il più saggio, può sempre imporre volontà errate. Ma quella di Dio! Se Egli mi ha voluta per Madre del suo Cristo, devo forse pensare che ciò è crudele, e in questo pensiero perdere la mia serenità? Il pensiero che ciò che sarà la Redenzione per Lui, e per me, anche per me, deve turbarmi col pensiero di come farò a superare quell’ora? Oh! sarà tremenda…», e Maria ha un involontario sussulto, come un brivido improvviso, e serra le mani come per impedir loro di tremare, come per orare più ardentemente, mentre il volto le si fa ancor più bianco e le palpebre lievi si abbassano con uno sbattimento d’angoscia sui dolci occhi cerulei. Ma Ella rafferma la voce dopo un profondo sospiro di affanno e termina: «Ma Egli, Colui che mi ha imposto la sua volontà e che io servo con amore fiducioso, mi darà gli aiuti per quell’ora. A me, a Lui… Perché non può il Padre dare volontà troppo forti per le forze dell’uomo… e soccorre… sempre… E ci soccorrerà, Figlio mio… ci soccorrerà… Egli ci soccorrerà… e non ci potrà essere che Lui, infinito nei mezzi, a soccorrerci…»

29«Sì, Madre. L’Amore ci soccorrerà, e nell’amore ci soccorreremo a vicenda. E nell’amore redimeremo…». Gesù si è messo a lato di sua Madre e le posa la mano sulla spalla; e Lei alza il viso a guardarlo, il suo bello e sano Gesù destinato ad essere sfigurato dalle torture, ucciso con mille ferite, e dice: «Nell’amore e nel dolore… Sì. E insieme…».

Dio aiuta chi fa la sua volontà.

30Nessuno parla più… In cerchio, intorno ai due Protagonisti principali della futura tragedia del Golgota, apostoli e discepole sembrano statue pensose…

31Aurea è pietrificata sul suo sgabelletto… Ma si riscuote per prima e, senza alzarsi in piedi, scivola in ginocchio e si trova perciò proprio contro a Maria. Le abbraccia le ginocchia e le curva la testa sul grembo dicendo: «Anche per me tutto questo… Quanto costo e quanto vi amo per ciò che vi costo! Oh! Madre del mio Dio, benedicimi perché io non vi costi senza frutto…».

32«Sì, figlia mia. Non temere. Dio aiuterà anche te, se tu accetterai sempre la sua volontà». La carezza sui capelli e sulle gote, e le sente molli di pianto. «Non piangere! Del Cristo hai conosciuto per prima cosa la sorte di dolore, la fine della sua missione d’Uomo. Non è giusto che, avendo conosciuto questo, tu ignori la prima ora della sua vita nel mondo. Ascolta… Piacerà a tutti uscire dalla contemplazione amara, tenebrosa, rievocando la dolce ora, tutta luce, tutta canto, tutta osanna, della sua Nascita… Senti…»; e Maria, spiegando la ragione del viaggio a Betlem di Giuda, città predetta a città natale del Salvatore, dolcemente racconta la notte del Natale di Cristo.

437. Gesù e la Madre a colloquio[134].

Il Messia e la Madre a colloquio.

Ambiente.

1Io non so se sia la sera dello stesso sabato. So che vedo Gesù e Maria seduti sul sedile di pietra contro la casa, presso la porta della stanza dei pasti, dalla quale esce un tenue chiarore di un lume ad olio posto presso la porta, palpitante all’aria con alzate e abbassamenti di luce come se il suo lucore fosse regolato da un moto di respiro. Unica luce nella notte ancor senza luna. Un minimo di luce che fuoriesce nell’orto illuminando la striscetta di terreno davanti all’uscio, e muore sul primo rosaio dell’aiuola. Ma quel minimo di luce è sufficiente ad illuminare i due profili dei Due, riuniti in intimo colloquio nella notte serena, piena di profumi di gelsomini e di altri fiori estivi.

Israele fatica a seguire il Messia.

2Parlano fra loro dei parenti… di Giuseppe d’Alfeo sempre cocciuto, di Simone non molto coraggioso nella sua professione di fede, dominato come è dal primo fra i fratelli, che è autoritario e ostinato nelle sue idee come lo era il padre. Il grande dolore di Maria, che vorrebbe tutti i nipoti discepoli del suo Gesù…

3E Gesù la conforta e, per scusare il cugino, ne illustra la forte fede israelita: «Un ostacolo, sai? Un vero ostacolo. Perché tutte le formule e i precetti fanno barriera alla accettazione dell’idea messianica nella sua verità. Più facile convertire un pagano, purché sia uno spirito non completamente corrotto. Il pagano riflette e vede la differenza buona tra il suo Olimpo e il mio Regno. Ma Israele… Israele nella sua parte più colta… fatica a seguire il concetto nuovo…»

Profezie snaturate, manipolate, alterate.

«Eppure è sempre quel concetto!».

4«Sì. É sempre quel Decalogo, sono sempre quelle profezie. Ma sono stati snaturati dall’uomo. Esso li ha presi dalle sfere soprannaturali dove erano e li ha portati sul livello della Terra, nel clima del mondo, li ha manipolati con la sua umanità e alterati… Il Messia – Re spirituale del grande Regno che si chiama di Israele perché il Messia nasce dal tronco d’Israele, ma che più giusto è chiamarlo di Cristo, perché Cristo accentra il migliore di Israele, attuale e passato, e lo sublima nella sua perfezione di Dio-Uomo – il Messia per loro non può essere l’uomo mite, povero, senza aspirazioni al potere e alla ricchezza, ubbidiente a coloro che ci dominano per castigo divino, perché nell’ubbidienza è santità quando l’ubbidire non infirma la grande Legge. E per questo si può dire che la loro fede lavora contro la Fede vera.

Coscienze volutamente inflessibili.

5Di questi cocciuti, e convinti di essere dei giusti, ce ne sono tanti… in ogni classe… e anche fra i miei parenti e apostoli. Credi, o Madre, che la ottusità loro a credere alla mia Passione sta in questo. I loro errori di valutazione hanno in questa origine… E anche le loro ritrosie ostinate a considerare i gentili gli idolatri non guardando l’uomo, ma lo spirito dell’uomo, quello spirito che ha una sola origine e al quale Dio vorrebbe dare un solo destino: il Cielo. Vedi Bartolomeo… É un esempio. Ottimo, saggio, disposto a tutto per darmi onore e conforto… Ma davanti, non dico ad una Aglae né a una Sintica, che è già un fiore rispetto alla povera Aglae che solo la penitenza ritorna da fango a fiore, ma neppure davanti ad una fanciulla, ad una povera fanciulla la cui sorte suscita ogni pietà e il cui istintivo pudore attira ammirazione, il suo schifo per i gentili cade, e neppure il mio esempio lo vince. E non le mie parole che per tutti sono venuto».

6 «Hai ragione. Anzi proprio Bartolomeo e Giuda di Keriot, i due più dotti o, per lo meno, il dotto Bartolmai e Giuda di Keriot, che non so di che classe possa dirsi con esattezza, ma che è imbevuto, saturato delle aure del Tempio, sono i più resistenti. Però… Bartolmai è buono, e la sua resistenza è ancora scusabile. Giuda… no. Hai sentito cosa ha detto Matteo, andato di proposito a Tiberiade… E Matteo è esperto della vita, di quella vita soprattutto… E giusta è l’osservazione di Giacomo di Zebedeo: “Ma chi è che dà tanto denaro a Giuda?”. Perché quella vita costa… Povera Maria di Simone!».

Tutto per salvare un’anima.

7Gesù fa il suo gesto delle mani, per dire: «Così è…» e sospira. Poi dice: «Hai sentito? Le romane sono a Tiberiade… Valeria non mi ha fatto sapere nulla. Ma Io devo sapere prima di riprendere il mio cammino. Ti voglio con Me a Cafarnao per qualche tempo, Mamma… Poi tu tornerai qui, Io andrò verso i confini siro fenici e poi tornerò a salutarti prima di scendere verso la Giudea, la pecora caparbia d’Israele…».

8«Figlio, domani sera io andrò… Porterò con me Maria d’Alfeo. Aurea andrà da Simone d’Alfeo, perché non passerebbe senza critica il rimanere qui con voi per più giorni… Così è il mondo… E io andrò… A Cana per prima tappa, e poi all’alba partirò per fermarmi dalla madre di Salome di Simone. E poi al tramonto ripartirò e giungeremo che ancor sarà luce a Tiberiade. Andrò in casa del discepolo Giuseppe, perché voglio andare io, personalmente, da Valeria, e se andassi da Giovanna vorrebbe andare lei… No. Io, Madre del Salvatore, sarò diversa dalla discepola del Salvatore ai suoi occhi… e non mi dirà di no. Non temere, Figlio mio!».

9«Non temo. Ma mi accora la tua fatica».

10«Oh! per salvare un’anima! Che cosa è questo niente di una ventina di miglia fatte in stagione buona?».

11«Sarà fatica anche morale. Chiedere… essere forse umiliata…».

12«Poca cosa che passa. Ma un’anima resta!».

13«Sarai come una rondine sperduta a Tiberiade corrotta… Prendi con te Simone».

14«No, Figlio mio. Noi due sole, due povere donne… Ma due madri e due discepole. Ossia due grandi forze morali… Farò presto. Lasciami andare… Benedicimi soltanto».

15«Sì, Mamma. Con tutto il mio cuore di Figlio e con tutto il mio potere di Dio. Va’ e gli angeli ti scortino per via».

16«Grazie, Gesù. Allora rientriamo. Mi dovrò alzare all’alba per preparare ogni cosa per chi parte e per chi resta. Di’ l’orazione, Figlio…».

17Gesù si alza, come si alza Maria, e insieme dicono il Pater… Poi rientrano in casa, chiudono la porta… la luce scompare e cessa ogni voce umana. Resta solo il vento leggero fra le fronde e il chioccolio leggero del filo d’acqua nella vaschetta…

438. Maria SS. con Maria d’Alfeo a Tiberiade per farsi cedere Aurea.
Un incontro con Giuda Iscariota
[135].

La Madre del Messia a Tiberiade.

Le due pellegrine.

1Tiberiade è già alle viste mentre le due pellegrine stanche procedono nel crepuscolo che cala.

2«Fra poco sarà buio… E siamo ancora in mezzo alla campagna… Due donne sole… E vicino ad una città grande piena di… uh! che gente! Belzebù! Belzebù per la più parte…», dice Maria d’Alfeo guardandosi intorno spaventata.

3«Non temere, Maria. Belzebù non ci farà del male. Fa male solo a chi lo accoglie in cuore…».

«Ma questi pagani l’hanno! …».

4«A Tiberiade non vi sono soltanto dei pagani. E anche fra i pagani ci sono dei giusti».

«Che? Che? Non hanno il Dio nostro! …».

5Maria non ribatte perché comprende che è inutile. La buona cognata non è che una delle tante israelite che si credono esse sole depositarie della virtù… perché israelite.

Un silenzio in cui è solo rumore lo strascichio dei sandali calzanti i piedi stanchi e polverosi.

6«Era meglio fare la strada solita… Quella la conoscevamo… era più battuta dalla gente… Questa… fra le ortaglie, solitaria… ignota… Ho paura, ecco!».

7«Ma no, Maria. Guarda. La città è lì, a due passi. E qui sono quieti orti dei coltivatori di Tiberiade, e lì è la riva, a due passi. Vuoi che andiamo sulla riva? Troveremo pescatori… Non c’è che da traversare queste ortaglie».

8«No, no! Ci allontaniamo di nuovo dalla città! E poi… I barcaioli sono quasi tutti greci, cretesi, arabi, egizi, romani…», e pare che nomini altrettante classi infernali. Maria SS. non può fare a meno di sorridere all’ombra del suo velo.

9Procedono. La via si muta in viale. Perciò più ombra che mai… e più paura che mai di Maria d’Alfeo, che invoca Jeové ad ogni passo che fa sempre più lento.

10«Su, da forte! Sollecita, se hai paura!», la sprona Maria, che ad ogni invocazione ha risposto: «Maran Atà!».

Lavorare per il Messia è dare gioia a Maria. 

11Ma Maria d’Alfeo si ferma del tutto e chiede: «Ma perché sei voluta venire qui? Forse per parlare all’Iscariota?».

 12«No, Maria. O per lo meno non precisamente per questo. Sono venuta per parlare alla romana Valeria…».

13«Misericordia! Andiamo in casa sua? Ah! no! Maria! Non lo fare! Io… io già non ti ci accompagno! Ma che ci vai a fare? Da quelle… da quelle… da quegli anatemi!…

14Maria SS. muta il dolce sorriso in un’espressione seria e chiede: «E non ricordi che Aurea è da salvare? Mio Figlio ha iniziato la sua liberazione. Io la compirò. É così che tu pratichi l’amore verso le anime?».

«Ma non è d’Israele…».

15«In verità tu non hai ancora capito una parola della Buona Novella! Sei una discepola molto imperfetta… Non lavori per il tuo Maestro e mi dai tanto dolore».

16Maria d’Alfeo china il capo… Ma il suo cuore, pieno delle prevenzioni d’Israele ma congenitamente buono, prende il sopravvento e con uno scoppio di pianto abbraccia Maria e dice: «Perdonami! Perdonami! Non dirmi che ti do dolore e che non servo il mio Gesù! Sì, sì! Sono molto imperfetta, merito rimprovero… Ma non lo farò più… Vengo, vengo! Anche nell’Inferno se tu ci vai a strappare un’anima per darla a Gesù… Dammi un bacio, Maria, per dire che mi perdoni…».

17Maria la bacia e riprendono la via, svelte, rianimate dall’amore…

Barcaiolo pettegolo. 

18Eccole in Tiberiade, verso il porticciolo dei pescatori. Cercano la casetta di Giuseppe, il barcaiuolo discepolo… La trovano. Bussano…

19«La Madre del mio Maestro! Entra, o Donna! E Dio sia con te e con me che ti ospito. Entra anche tu e la pace sia con te, madre di apostoli».

20Entrano, mentre la moglie e la figlia giovinetta del barcaiuolo accorrono a salutarle, seguite da una nidiatella di figli più piccoli…

21E il parco cibo è presto preso, e Maria di Cleofe, stanca, si ritira insieme ai fanciulli della casa. Restano sulla terrazza alta, dalla quale si vede il lago – si sente, più che si veda, perché non c’è luna ancora fiottare contro il lido, Maria SS., il barcaiuolo e la moglie dello stesso, che si sforza a far buona compagnia ma che in realtà dorme ciondolando il capo sul petto.

«É stanca! …», la scusa Giuseppe.

22«Poveretta! Le donne di casa sono sempre stanche a sera».

23«Sì, lavorano loro. Non sono come quelle lì, che si danno il bello spasso!», dice con sprezzo il barcaiuolo indicando delle barche illuminate che si staccano dalla riva fra canti e suoni.

24«Escono ora, loro! Comincia ora per loro la fatica! Quando le persone perbene dormono.

25E danneggiano i lavoratori, perché vanno a fingere pesche nei luoghi migliori, mettendo in fuga noi che dal lago abbiamo il pane per la famiglia…».

«Chi sono?».

26«Romane e loro simili. E nelle simili mettici Erodiade, la sua lussuriosa figlia e anche altre ebree… Perché di Marie di Magdala ne abbiamo molte… Voglio dire di Marie prima del pentimento…».

«Sono infelici…».

27«Infelici? Infelici siamo noi che non le lapidiamo per ripulire Israele da quelle che si sono corrotte e ci portano le maledizioni di Dio».

Intanto altre barche si staccano e il lago rosseggia dei lumi delle barche dei gaudenti.

28«Senti che puzzo di resine? Si ubriacano col fumo per prima cosa, poi fanno il resto nei banchetti. Sono capaci di andare alle sorgenti calde dell’altra sponda… In quelle Terme… Cose di Inferno succedono! Torneranno all’alba, all’aurora, forse più tardi… ubbriachi, coricati gli uni sugli altri come tanti sacchi, uomini e donne, e gli schiavi li porteranno dentro, nelle case, a smaltire l’orgia… Escono proprio tutte le belle barche, questa sera! Guarda! Guarda… Ma io ho ira più coi giudei che ci si mescolano che con loro. Loro… si sa! Animali senza ritegno. Ma noi!… Donna, lo sai che c’è qui Giuda l’apostolo?».

«Lo so».

Giuda ha cambiato Maestro.

29«Non dà buon esempio, sai?».

30«Perché? Va con quelli? …».

31«No… ma… cattivi compagni… e una donna. Io non l’ho visto… Nessuno di noi lo vede così. Ma dei farisei ci hanno schernito dicendoci: “Il vostro apostolo ha cambiato maestro. Ora ha una donna ed è in buona compagnia di pubblicani”».

32«Non giudicare, Giuseppe, di ciò che hai solo sentito dire. Lo sai che i farisei non vi amano e non lodano neppure il Maestro».

33«Ciò è vero… Ma la voce circola… e nuoce…»

34«Come è sorta cadrà. Tu non peccare contro il fratello. Dove sta di casa? Lo sai?».

35«Sì. Presso un amico, credo. Uno che ha fondaco di vini e spezie. Il terzo fondaco al lato d’oriente del mercato, dopo la fonte…».

Non tutte le romane sono uguali.

36«Tutte le romane sono uguali?».

37«Oh! su per giù!… Anche se non si fanno vedere fanno il male».

38«Chi sono quelle che non si fanno vedere?».

39«Quelle che sono venute da Lazzaro a Pasqua. Stanno più ritirate… voglio dire che non sempre vanno ai banchetti. Ma ci vanno però sempre a sufficienza per poter dire che sono immonde».

40«Ma dici così perché ne sei sicuro, o perché la tua prevenzione ebrea ti fa parlare? Esaminati proprio…».

41«Ecco… veramente… non so… Non le ho viste più nelle barche dei sozzi… Ma in barca ci vanno, di notte, sul lago».

42«Ci vai tu pure».

«Certo! Se voglio pescare!».

43«Il calore è tanto! Solo sul lago di notte è refrigerio. Sono le tue parole mentre si cenava».

È vero».

44«E allora perché non pensare che esse pure vanno per questo sul lago?».

L’uomo tace… Poi dice: «É tardi. Le stelle dicono che è la seconda vigilia. Io mi ritiro, Donna. Non vieni?».

45«No. Resto qui in preghiera. Uscirò presto. Non ti stupire se non mi trovi all’alba».

46«Sei padrona di fare ciò che vuoi. Anna! Su! Andiamo a letto!», e scuote la moglie che dorme pesantemente. Se ne vanno.

Incontro con Valeria e con l’Iscariota.

Potenza della preghiera.

47Maria resta sola… Si inginocchia e prega, prega, prega… ma non perde mai di vista le barche veleggianti, le barche dei signori, quelle che navigano tutte luminose fra fiori e canti e incensi… Molte vanno, vanno, vanno verso oriente, si fanno piccine nella lontananza, il rumore dei canti non arriva più. Resta una barca solitaria, splendente al largo nello specchio d’acqua luminoso di luna calante davanti a Tiberiade. Veleggia lenta in su e in giù… Maria la osserva finché la vede volgere la prua verso la sponda.

48Allora Maria sorge in piedi dicendo: «Signore, aiutami! Fa’ che sia…», e poi scende leggera la scaletta, entra piano in una stanza dalla porta socchiusa… Al bianco chiarore della luna è possibile distinguere un lettuccio. Maria si china su esso e chiama: «Maria! Maria! Svegliati! Andiamo!».

49Maria d’Alfeo si desta e, imbambolata dal sonno, chiede sfregandosi gli occhi: «É già ora di andare? Come si è fatto presto giorno!».

 50É tanto assonnata che non capisce neppure che non è luce d’alba ma di luna la tenue fosforescenza che entra dalla porta aperta. Se ne accorge però quando è fuori, sul piccolo pezzo di terreno coltivato che è davanti alla casa del barcaiuolo.

«Ma è notte!», esclama.

51«Sì. Ma faremo prima e usciremo prima da questa città… almeno lo spero. Vieni! Per di qui, lungo la riva. Fa’ presto! Prima che la barca tocchi terra…».

«La barca? Quale barca?», Maria chiede. Ma corre dietro alla Vergine che va lesta lesta sulla riva deserta, verso il moletto dove la barca dirige.

52Giungono affannate qualche istante prima di essa… Maria aguzza lo sguardo. Esclama: «Lode a Dio! Sono loro. Ora tu vienimi dietro… perché bisogna andare dove esse vanno… Io non so dove abitano…».

53«Ma Maria… per pietà… Ci prenderanno per delle meretrici! …».

54La Purissima scrolla la testa e mormora: «Basta non esserlo. Vieni!», e la tira nella penombra di una casa. La barca accosta e, mentre fa le manovre per accostare, si ferma una lettiga, in attesa lì presso, che viene portata avanti. Vi salgono due donne, mentre due restano a terra e camminano al fianco della lettiga, e la lettiga si mette in moto al passo cadenzato di quattro numidi vestiti di una cortissima tunica sbracciata che appena li copre nel torso…

55E Maria dietro, nonostante le proteste in sordina di Maria d’Alfeo: «Due donne sole!… Dietro quelli lì! Sono mezzi nudi… Ohibò! …».

Pochi metri di cammino e poi la lettiga si ferma.

56Una donna scende, mentre il battistrada bussa ad un portone.

«Vale, Lidia!».

57«Vale, Valeria! Carezza Faustina per me. Domani sera leggeremo ancora nella quiete, mentre gli altri gozzovigliano…»

58Il portone si apre e Valeria, con la sua schiava o liberta, sta per entrare.

Valeria cede Aurea al Messia.

59Maria si fa avanti e dice: «Domina! Una parola!».

60Valeria guarda le due donne avvolte in un manto ebreo, molto semplice e molto calato sul volto, e le crede mendicanti. Ordina: «Barbara, dà l’obolo!»

61«No, domina. Non chiedo denaro. Sono la Madre di Gesù di Nazareth e questa è mia parente. Vengo in suo Nome a farti una preghiera».

62«Domina! Tuo Figlio è forse… perseguitato…».

63«Non più del solito. Ma Egli vorrebbe…».

64«Entra, Domina. Non è degno che tu resti nella via come una mendica».

65«No. É presto detto, se mi ascolti in segreto…».

66«Via, voi tutti!», ordina Valeria alla schiava, o liberta che sia, e ai portinai.

67«Siamo sole. Che vuole il Maestro? Io non sono venuta per non nuocergli nella sua città. Lui non è venuto per non nuocermi, forse, presso lo sposo mio?».

68«No. Per mio consiglio. Mio Figlio è odiato, domina».

«Lo so».

69«E ha conforto soltanto nella sua missione».

«Lo so».

70«Non chiede onori né milizie, non aspira a regni né a ricchezze. Ma fa valere il suo diritto sugli spiriti».

«Lo so».

71«Domina… Egli dovrebbe renderti quella fanciulla… Ma, non ti sia sdegno se lo dico, qui ella non potrebbe far di Gesù il suo spirito. Tu migliore delle altre… Ma intorno a te troppo vivo il fango del mondo».

«È vero. Ebbene?».

72«Tu sei madre… Mio Figlio ha sensi di padre per ogni spirito. Soffriresti tu che la tua bambina crescesse in mezzo a chi la può rovinare? …».

73«No. E ho compreso… Ebbene… Di’ a tuo Figlio queste parole: “In ricordo di Faustina, salvata nella carne, Valeria ti lascia Aurea perché Tu ne salvi lo spirito…”. É vero! Noi siamo troppo corrotti… per dare affidamento a un santo… Domina, prega per me!», e si ritira rapida prima che Maria possa ringraziarla. Si ritira, direi, piangendo…

74Maria d’Alfeo è di stucco.

75«Andiamo, Maria… Alla notte partiremo e domani sera saremo a Nazareth…»

76«Andiamo… L’ha ceduta come… come una cosa…».

77«Per loro è una cosa. Per noi è un’anima. Vieni. Guarda… Già imbianca il cielo là in fondo. Si può dire che non c’è notte in questo mese…».

Penitenze e preghiere per salvare un apostolo. 

78Vanno per la via non più in penombra che è loro aperta davanti, anziché per quella della riva. Una via dietro a una fila di casette modeste… Quando sono a metà di essa, da un angolo sbuca Giuda palesemente avvinazzato. Un Giuda reduce da chissà che festino, spettinato, le vesti sgualcite, il viso pesto.

79«Giuda! Tu? In questo stato?».

80Giuda non fa in tempo a fingere di non conoscerla e non può fuggire… La sorpresa lo snebbia e lo inchioda dove è, senza reazione.

81Maria gli si accosta, vincendo la ripugnanza che l’aspetto dell’apostolo le desta, e gli dice: «Giuda, disgraziato figlio, che fai? Non pensi a Dio? Alla tua anima? A tua madre? Che fai, Giuda? Perché vuoi essere peccatore? Guardami, Giuda! Non hai diritto di uccidere la tua anima…», e lo tocca cercando prendergli una mano.

82«Lasciami stare. Sono un uomo, infine. E… e sono libero di fare ciò che tutti fanno. Di’ a Lui, che ti manda a spiarmi, che non sono ancora tutto spirito, e giovane sono!».

83«Non sei libero di rovinarti. Giuda! Abbi pietà di te stesso… Così facendo non sarai mai uno spirito beato… Giuda… Egli non mi ha mandata a spiarti. Egli prega per te. Questo soltanto, ed io con Lui. In nome di tua madre…».

84«Lasciami stare», dice sgarbatamente Giuda. E poi, forse sentendo di essere villano, corregge: «Non merito la tua pietà… Addio…», e scappa via…

85«Che demonio!… Lo dirò a Gesù», esclama Maria d’Alfeo. «Ha ragione il mio Giuda!»

86«Tu non dirai nulla a nessuno. Pregherai per lui. Questo sì…».

87«Piangi? Piangi per lui? Oh! …»

88«Piango… Ero felice di aver salvato Aurea… Ora piango perché Giuda è peccatore. Ma a Gesù, tanto afflitto, porteremo soltanto la notizia bella. E strapperemo con penitenze e preghiere il peccatore a Satana… Come ci fosse figlio, Maria! Come ci fosse figlio… Sei madre tu pure e sai… Per quella madre infelice, per quest’anima peccatrice, per il nostro Gesù…».

89«Sì, pregherò… Ma non penso che egli lo meriti…».

90«Maria! Non lo dire…».

91«Non lo dico. Ma… così è. Non andiamo da Giovanna?».

92«No. Ci verremo presto, con Gesù…»

439. Maria SS. riferisce sulla missione compiuta a Tiberiade. Aurea impara
a fare la volontà di Dio
[136].

Riconoscenza chi ci fa dei favori.

Aurea è riscatata.

1É molto stanca la Vergine quando rimette piede nella sua casetta. Ma è molto felice. E cerca subito del suo Gesù che ancora lavora, alle ultime luci del giorno che muore, intorno alla porta del forno che sta rimettendo a posto. Le ha aperto Simone il quale, dopo il saluto, si ritira prudente nello stanzone-laboratorio. Tommaso non lo vedo. Forse è fuori di casa.

2Gesù posa i suoi attrezzi, appena vede la Madre, e va a Lei pulendosi le mani unte (sta rendendo scorrevoli i gangheri e i chiavistelli con dell’olio) nel suo grembiule da lavoro. Il loro reciproco sorriso pare far luminoso l’orto in cui decresce la luce.

3«La pace a te, Mamma».

«La pace a Te, Figlio».

4«Come sei stanca! Non hai riposato…».  

5«Da un’alba ad un tramonto in casa di Giuseppe. Ma senza questi grandi calori sarei ripartita subito per venirti a dire che Aurea è tua».

6«Sì?!». Il viso di Gesù si ringiovanisce persino nella sorpresa gioiosa. Sembra un volto poco più che ventenne, e nella gioia, perdendo quella gravità che generalmente è sul suo volto e nei suoi atti, viene ad assomigliare ancor più alla Madre, sempre così serenamente fanciulla nelle movenze e nell’aspetto.

7«Sì, Gesù. E senza alcuna fatica ho ottenuto questo. La dama aderì subito. Si è commossa riconoscendo che lei, e con lei le sue amiche, sono troppo corrotte per educare una creatura a Dio. Un riconoscimento così umile, così schietto, vero! Non è facile trovare chi, senza esserne forzato, riconosca di essere difettoso».

8«Sì, non è facile. Molti in Israele non lo sanno fare. Sono belle anime sepolte sotto una crosta di lordura. Ma quando la lordura cadrà…»

«Avverrà, Figlio?».

9«Ne sono sicuro. Tendono istintivamente al Bene. Finiranno con l’aderirvi. Che ti ha detto?».

«Oh! poche parole… Ci siamo subito intese. Ma sarà bene avere subito Aurea. Le voglio dire io questa cosa, se Tu vuoi, però, Figlio mio».

10«Sì, Mamma. Manderemo Simone», e chiama forte lo Zelote che viene subito.

11«Simone, va’ da Simone d’Alfeo e di’ che mia Madre è tornata, poi vieni con la fanciulla e con Toma, che certo è là per finire quel lavoretto di cui lo ha pregato Salome».

Simone si inchina e va subito.

La donna nella nuova religione.

12«Racconta, Mamma… Il tuo viaggio… il tuo colloquio… Povera Mamma, come sei stanca per causa mia!».

13«Oh! no, Gesù! Nessuna stanchezza quando Tu sei felice…», e Maria racconta il suo viaggio e le paure di Maria d’Alfeo, la sosta in casa del barcaiuolo, l’incontro con Valeria, terminando: «Ho preferito vederla a quell’ora, posto che il Cielo lo permetteva. Più libera lei, più libera io, e Maria Cleofe consolata più presto, perché di essere due donne sole per Tiberiade aveva un terrore che soltanto l’amore per Te, il pensiero di servirti, poteva vincere…», e Maria sorride ricordando le ansie della cognata…

14E sorride Gesù dicendo: «Poveretta! É la vera donna d’Israele, l’antica donna, riservata, tutta casa, la donna forte secondo i Proverbi[137]. Ma nella nuova Religione la donna non sarà soltanto forte nella casa… Molte saranno quelle che supereranno Giuditta[138] e Giaele[139], essendo eroiche in sé, con eroismo da madri di Maccabei[140]… E lo sarà anche Maria nostra. Ma per ora… è ancora così… Hai visto Giovanna?».

Comprensione per il discepolo che dà dolore.

15Maria non sorride più. Forse teme un’altra domanda su Giuda.

16E risponde svelta: «Non ho voluto imporre nuove ansie a Maria. Ci siamo chiuse in casa fino a metà fra nona e sera, riposando, e poi siamo partite… Ho pensato che presto la vedremo, sul lago…».

17«Hai fatto bene. Mi hai dato la prova del sentimento delle romane verso di Me. Se Giovanna fosse intervenuta si sarebbe potuto pensare che cedevano all’amica. Ora attenderemo sino a sabato e, se Mirta non viene, andremo noi con Aurea».

18«Figlio, io vorrei rimanere…».

«Sei stanca molto, lo vedo».

19«No, non per questo… Penso che Giuda potrebbe venire qui… Come è bene che a Cafarnao sia sempre chi lo attende per accoglierlo da amico, anche qui è bene che ci sia chi lo accoglie con amore».

20«Grazie, Mamma. Tu sola capisci cosa ancora lo può salvare…».

21Sospirano tutti e due sul discepolo che dà dolore…

L’ amore vero va unito al sacrificio.

22Rientrano Simone e Tommaso con Aurea, che corre verso Maria.

23Gesù la lascia con la Madre, andando in casa con gli apostoli.

24«Tu hai molto pregato, figlia, e il buon Dio ti ha ascoltata…», inizia Maria.

25Ma la fanciulla la interrompe con un grido di gioia: «Resto con te!», e le getta le braccia al collo baciandola. Maria ricambia il bacio e, sempre tenendola fra le braccia, dice: «Quando uno fa un grande favore bisogna ricambiare, non è vero?».

«Oh! sì! E io ti ricambierò con tanto amore».

26«Sì, figlia. Ma sopra di me è Dio. É Lui che ti ha fatto questo grande favore, questa grazia senza misura di accoglierti fra i membri del suo popolo, di farti discepola del Maestro Salvatore. Io non sono stata che lo strumento della grazia, ma la grazia Egli, l’Altissimo, te l’ha concessa. Che darai dunque all’Altissimo per dirgli che lo ringrazi?».

«Ma… non so… Dimmelo tu, o Madre…».

27«Amore, questo è certo. Ma l’amore, per essere veramente tale, deve essere unito al sacrificio, perché se una cosa costa ha più valore, non è vero?».

«Sì, Madre».

La più giovane discepola sa fare la volontà di Dio.

28«Ecco, allora io direi che tu, con la stessa gioia con cui hai gridato: “Resto con te!”, dovresti gridare: “Sì, o Signore” quando io, povera sua serva, ti dirò la volontà del Signore su te».

«Dimmela, Madre», dice Aurea facendosi però seria in volto.

29«La volontà di Dio ti affida a due buone madri, a Noemi e a Mirta…».

La fanciulla ha grossi lacrimoni che lucono negli occhi chiari, ed essi rotolano poi sul visetto rosato.

30«Sono buone. Sono care a Gesù e a me. Ad una Gesù ha salvato il figlio, all’altra io glielo ho allattato. E che siano buone, lo hai visto…».

«Sì… ma io speravo stare con te…».

31«Figlia, non tutto si può avere! Vedi che io pure non sto col mio Gesù. Ve lo dono, e sto lontana, tanto lontana da Lui, mentre Egli va girando per la Palestina a predicare, guarire e salvare le fanciulle…».

È vero…».

32«Se io lo volessi per me sola, tu non saresti stata salvata… Se io lo volessi per me sola, le vostre anime non verrebbero salvate. Pensa quanto grande è il mio sacrificio. Vi do un Figlio perché sia immolato per le vostre anime. Del resto, io e te saremo sempre unite, perché le discepole stanno e staranno sempre unite intorno a Cristo, formando una grande famiglia unita dall’amore per Lui».

33«E’ vero. E poi… verrò ancora qui, non è vero? E ci vedremo ancora?».

34«Certamente. Finché Dio lo vorrà».

«E tu pregherai sempre per me…».

35«E io pregherò sempre per te».

«E quando saremo insieme mi istruirai ancora?».

36«Sì, figlia…».

37«Ah! io volevo divenire come te! Lo potrò mai? Sapere, per essere buona…».

38«Noemi è madre di un sinagogo e discepolo del Signore. Mirta di un figlio che ha meritato la grazia del miracolo ed è discepolo buono. E le due donne sono buone e sapienti, oltre che tanto piene d’amore».

«Me lo assicuri?».

39«Sì, figlia».

40«Allora… benedicimi e sia fatta la volontà del Signore… come dice l’orazione di Gesù. L’ho tanto detta… É giusto che ora faccia ciò che ho detto, per ottenere di non andare più dai romani…».

41«Sei una buona fanciulla. E Dio sempre più ti aiuterà. Vieni, andiamo a dire a Gesù che la più giovane discepola sa fare la volontà di Dio…», e tenendola per mano Maria rientra con la fanciulla nella casa.

440. Un altro sabato a Nazareth. Ostinatezza di Giuseppe d’Alfeo[141].

Tutti buoni con la Madre del Messia

Le discepole buone e sapienti.

1Un nuovo sabato a Nazareth. Ossia un nuovo inizio di sabato, perché appena il tramonto del venerdì ha inizio quando, accaldate ma liete, giungono Mirta e Noemi insieme al giovane Abele. Smontano dai loro somarelli, che Abele conduce altrove, certo a qualche stalla amica, forse a quella dei due asinai di Nazareth divenuti discepoli, ed entrano dalla porta del laboratorio, aperta per dare ventilazione nello stanzone, dove fino a poco prima il calore del rustico camino si è messo a complice del gran calore estivo.

2Tommaso sta riponendo i suoi strumenti e Simone spazza le segature, mentre Gesù sta nettando pentole e pentolini da colle e vernici.

3«La pace a Te, Maestro, e a voi discepoli», salutano le donne inchinandosi molto sin dal primo entrare e finendo di prostrarsi ai piedi di Gesù dopo aver traversato il laboratorio.

4«La pace a voi. Siete molto fedeli! Venire con questo caldo!».

5«Oh! nulla! Si sta tanto bene qui, che si dimentica tutto. Tua Madre dove è?».

«É di là che finisce una veste di Aurea. Andate pure».

6Le due vanno via leste con le loro bisacce e si sentono le loro voci tonate, piuttosto basse, fondersi alla vocetta ancora asprigna di Aurea e alla voce argentina di Maria.

«Ora saranno felici!», dice Tommaso.

7«Sì. Sono buone donne», risponde Gesù.

8«Maestro, Mirta, oltre a conservare il figlio che aveva, ha acquistato una nuova creatura. E in poco più di un anno…», dice lo Zelote.

9«Già! In poco più di un anno! É già più di un anno che Maria di Lazzaro s’è convertita. Come passa il tempo! Mi par ieri… Quante cose anche lo scorso anno! Quel bel ritiro prima dell’elezione! Poi Giovanni di Endor! Poi Marziam! Poi Daniele di Naim e poi Maria di Lazzaro e poi Sintica… Ma dove sarà Sintica? Io ci penso sovente e non so capire perché…».

10Tommaso finisce a monologare fra sé, perché Gesù e Simone non gli rispondono, ma anzi escono a lavarsi nell’orto per poi raggiungere le discepole.

Interpolazione: Lettera di P. Migliorini

11La visione resta interrotta dalla lettera che mi arriva da Roma, dal Padre Migliorini, e che Gesù mi dice: «Aprila e leggila». Lo faccio. E francamente non saprei che rispondere… Mentre ci penso rileggendola per una seconda volta la Voce amatissima del mio Signore mi fa sussultare tanto è vicina, alle mie spalle. Dice:

Risposta ai neo israeliti increduli.

12«A mio nome rispondigli cosi: Dice la Sapienza e dice il Vangelo, onde non potete negare queste parole per sante: “Gesù insegnava nella sua pa­tria Nazareth e nelle loro sinagoghe… E si scandalizzarono di Lui… E a Ca­gione della loro incredulità non vi fece molti miracoli”[142]… “E Gesù andò a Nazareth dove era stato allevato ed entrò nella sinagoga e si alzò per leggere… E disse: ‘…Nessun profeta è accetto nella sua patria…’ E quei di Nazareth pieni di sdegno lo spinsero sulla cima del monte e lo vo­levano gettare di sotto”[143] . “Allora Egli cominciò a rimproverare le città nelle quali aveva fatto molti miracoli e che non s’erano ravvedute di­cendo: ‘Guai a te, Corozim; guai a te, Betsaida, …e tu Cafarnao… perché non vi siete convertite al Signore’ ”[144]. “E Gesù disse: ‘Gerusalem­me che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, …ecco ti sarà lasciata deserta vostra casa e non mi vedrete più finché non venga il giorno in cui diciate: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore’”[145]. “E Gesù vedendo Gerusalemme pianse su lei, dicendo: ‘Oh! se tu cono­scessi… Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata dal Signo­re’”[146].

13Ecco. È detto. Betlem non volle il Signore. Nazareth non volle il Si­gnore. Cafarnao non meritò il Signore e non Betsaida e non Corozim, E Gerusalemme odiò il Signore perché “non lo riconobbe nella sua Parola”. Molti sono i “cristi” e molti sono coloro che ai cristi e alle loro missioni oppongono ciò che opposero le città di Palestina allora Salvatore e Mae­stro. Di’ questo e di’: Chi ha orecchio da intendere intenda e chi ha In­telletto rifletta, e chi carità agisca.

14Il resto resta lezione fra Me e te, o mio portavoce, e la mia pace, la mia grazia, il mio amore e quello del Padre e dello Spirito siano con te.»

 

E riprendiamo a vedere…

Tirocinio di Tommaso per l’evangelizzazione.

15Ritorna Abele di Betlemme di Galilea e trova ancora Tommaso che pensa, davanti al posto dove generalmente lavora, smuovendo sopra pensiero i suoi minuti capolavori di orafo.

16«Hai trovato lavoro?», chiede il discepolo curvandosi su quegli oggetti minuti.

17«Oh! ho fatto felici tutte le donne di Nazareth. Non avrei mai supposto che ci fossero tante fibbie, tanti bracciali e collane e gigli da aggiustare. Ho persino dovuto pregare Matteo di portarmi del metallo da Tiberiade. Mi sono fatto una clientela… ah! ah! (ride allegro) come neppure mio padre ce l’ha. Vero è che non chiedo denaro…».

18«Ci rimetti tutto?».

«No. Prendo solo il valore del metallo. Il lavoro lo regalo».

«Sei generoso».

19«No. Sono saggio. Non ozio. Do esempio di operosità e di distacco dal denaro e… predico… Taci! Credo di avere più predicato facendo così, senza dire una parabola, senza aver detto una parola nella sinagoga, che se avessi parlato di continuo. E poi… Faccio tirocinio. Mi sono promesso che col lavoro farò propaganda quando dovrò andare a predicare Gesù fra gli infedeli. E mi ci addestro».

Abele acquista una sorella

20«Sei sapiente come orafo e come apostolo».

21«Mi sforzo d’esserlo per amore a Gesù… Sicché tu hai acquista to una sorella? Trattala bene, sai? É come una colombina di nido, te lo dico io che sono uso per il mio mestiere a trattare con le donne. Una ingenua colombina che ha avuto una gran paura dello sparviero e che cerca delle ali materne e fraterne a difesa. Se tua madre non l’avesse voluta l’avrei chiesta io, per la mia gemella. Figlio più, figlio meno! É tanto buona mia sorella, sai?».

22«Anche mia madre. Le è morta una bambina quando restò vedova. Forse il latte s’era fatto cattivo nel dolor della morte dello sposo… Io me la ricordo appena, questa sorellina… e forse non me la ricorderei neppure se mia madre non la piangesse sovente e se ogni fanciullina povera di Betlem non avesse avuto diritto a cibo e vesti dalla nostra casa, in ricordo della piccola morta… Ma cresciuto come sono con la mamma soltanto, ho finito per avere anche io un grande amore alle fanciulline… Questa sento che non è più una pargola… ma la vedrò come tale, per il suo cuore, e è come mia madre e Noemi e tu dite…».

«Siine certo. Andiamo di là…».

Fratelli nello Spirito e nell’ Affetto.

23Di là, ossia nella stanzetta dei pasti, sono le donne, Gesù e lo Zelote. E Mirta, venuta già con una grande speranza, sta conquistando Aurea provandole una veste di lino che ha cucito per la fanciulla.

24«Va proprio bene», dice sfilandogliela e carezzandola, mentre le raggiusta la veste che si è scomposta mettendo l’altra nuova.

25«Va proprio bene. Ma tutto andrà bene. Vedrai, figlia mia… Oh! ecco il mio Abele. Vieni avanti, figlio. Ecco Aurea. Ora sarà nostra, lo sai?».

«Lo so, madre, e sono contento con te».

26Guarda la fanciulla… la studia… i suoi occhi scuri si fissano e perdono nelle larghe iridi di pallido cielo. L’esame lo soddisfa. Le sorride. Le dice: «Ci ameremo nel Signore che ci ha salvati e lo ameremo e faremo amare. E ti sarò fratello nello spirito e nell’affetto. Lo prometto davanti al Maestro e a mia madre», e con un bel sorriso limpido di giovane puro, già avviato all’alta spiritualità, le tende la mano forte e bruna.

 27Aurea resta esitante e poi, arrossendo, mette la sua mano sinistra nella destra che le viene porta e dice: «Così faremo. Nel Signore».

Gli adulti sorridono fra di loro…

Notizie

28«Qui si può entrare senza bussare alle porte…».

29«Ecco Simone di Giona! Questa volta non ha resistito alla tentazione…», ride Tommaso correndo fuori.

30«Già! non ho resistito… La pace a Te, Maestro!». Bacia Gesù e ne è baciato. «Chi può resistere?». Vede Maria e si curva salutando, poi riprende: «Però, per scrupolo, siamo passati da Tiberiade e abbiamo cercato Giuda. Perché… ci siamo tutti, eh?! Gli altri stanno venendo. Anche Marziam… Dunque dicevo che siamo passati da Tiberiade. Umh! già! a cercare di Giuda per il caso che… pensasse, almeno al quarto sabato, di venire a Cafarnao… Sarebbe stato brutto che fossimo tutti via… E lo abbiamo trovato… già! Anzi lo ha trovato Isacco, andato a salutare Gionata… Perché Isacco ha finito per venire a Cafarnao ad attenderti con non so quanti, rimasti là a farsi più sapienti sotto la guida di Erma e Stefano, di tuo figlio, Noemi, e del sacerdote Giovanni… Ma Isacco è venuto con noi, perché anche lui muore se non ti vede… E, povero Isacco! non è stato molto bene accolto da Giuda. Ma Isacco deve aver distrutto le impazienze, i risentimenti, le furie nella lunga malattia… Non reagisce mai! Anche se lo prendono a schiaffi sorride… Che uomo di pace! Bene. Ci ha detto: “Giuda l’ho visto io. Non viene. Non insistete”. Io ho capito. Ho detto: “Ti ha risposto male? Dillo. Sono il capo e devo sapere…”. “Oh! no”, ha risposto. “Non ha risposto male lui, ma il suo male. Va compatito…”. … E compatiamolo… Eccoci qui, insomma. E ben felici di… Ecco gli altri…».

Tutti buoni con la Madre del Messia. 

31E con gli altri sono anche Giuda e Giacomo d’Alfeo con la madre e i discepoli di Nazareth: Aser; Ismaele e Simone d’Alfeo e, caso raro, anche Giuseppe d’Alfeo. Si scaricano delle loro borse. Natanaele ha portato del miele e Filippo un cestino d’uva bionda come i capelli di Aurea. Pietro del pesce marinato e così i figli di Zebedeo. Matteo, che non ha una casa tenuta da donne e perciò non ha nulla di buono, ha portato una giara piena di terra e con dentro un esile tronco che direi, dal fogliame, un limone o un arancio o qualche altro agrume, e spiega: «Una primizia… Soltanto chi è stato a Cirene può averne, e io conosco uno che fu a Cirene, uno del fisco come me un tempo. Ora si è messo in riposo a Ippo. Sono andato a farmi dare la piantina, perché a luna nuova va messa a dimora. Sono frutti buoni, belli, e il fiore ha un profumo soave e pare una stella di cera, una stella come il tuo nome… Ecco», e offre la pianta a Maria.

     32«Ma quanto hai faticato con questo peso, Matteo! Io ti sono grata. Il mio orto si fa sempre più bello per voi. La canfora di Porfirea, le rose di Giovanna, la tua pianta rara, Matteo, le altre da fiore portate da Giuda di Keriot… Quante belle cose, quanto siete buoni tutti con la Madre di Gesù!».

33Gli apostoli sono tutti commossi; soltanto si sbirciano fra loro quando Maria nomina Giuda.

34«Sì. Ti vogliono bene. Ma anche noi te ne vogliamo», dice serio e impettito Giuseppe d’Alfeo.

33«Certo! Voi siete i cari figli di Alfeo, mio parente, e di Maria, così buona. E mi volete bene. Ma ciò è naturale. Siamo parenti… Questi invece non sono del sangue, eppure come figli mi sono, come fratelli a Gesù, tanto l’amano e lo seguono…».

 Ostinatezza di Giuseppe d’Alfeo

Lodi di Giuseppe miste agli… autorevoli consigli

35Giuseppe capisce l’antifona e si schiarisce la gola cercando le parole… Le trova… Dice: «Già! Ma se io non sono ancora con loro è perché penso anche alle conseguenze per Lui, per te… e… e… Insomma! É amore anche il mio, specie per te, povera donna, che resti sola troppo tempo… E sono venuto a dire a Gesù che sono contento che si sia ricordato anche delle necessità della Madre e abbia fatto ciò che era utile qui…», e contento di essere il “capo” della parentela, e di poter lodare e ammonire, si benigna di encomiare Gesù per tutti i lavori di falegnameria, verniciatura e altri, fatti in quel mese: «Così va fatto! Ora si vede che questa donna ha un figlio! Ma sono lieto di poterlo dire che ritrovo il mio saggio Gesù di Giuseppe. Bravo! Bravo!».

36E il saggio Gesù di Giuseppe, il saggissimo Verbo Divino umiliato in una carne, mite ed umile, accoglie le lodi miste agli… autorevoli consigli del cugino Giuseppe con un sorriso così dolce che serve a tenere a freno ogni intempestiva reazione apostolica in favore di Gesù.

37E Giuseppe, preso l’aire, vedendosi così ascoltato, non si limita. Ma prosegue: «Voglio sperare che d’ora in avanti Nazareth non avrà più la vista di una povera madre abbandonata e di un suo figlio che, imprudente, esce dal sentiero comune per battere vie insicure nelle mete e nelle conseguenze. Parlerò con i miei amici, col sinagogo… Ti perdoneremo… Oh! Nazareth sarà ben felice di riaprirti le braccia come a figlio che torna. E che torna esempio di virtù a tutti i cittadini. Domani stesso, io stesso ti riaccompagnerò nella sinagoga e…».

Intransigenza ostile di Giuseppe

38Gesù alza la mano imponendo silenzio e, calmo ma ben deciso, dice: «Nella sinagoga, come fedele, certo ci verrò come vi andai gli altri sabati. Ma non occorre che tu perori in mio favore. Perché un’ora dopo il tramonto Io partirò per tornare ad evangelizzare, come è il mio dovere di ubbidienza all’Altissimo».

39Un grande smacco per Giuseppe!… Molto grande!… Tutta la sua bonomia si infrange e riaffiora la sua intransigenza ostile: «Va bene. Ma non mi ricercare nell’ora del bisogno. Io ho fatto il mio dovere e le tue certe sventure non ricadono su di me. Addio. Qui sono di troppo, perché io non posso comprendere voi e voi non potete comprendere me. Mi ritiro, senza rancore, ma molto afflitto… Il Signore ti protegga come protegge tutti coloro che… sono semplici di mente, incompleti… Addio, Maria! Fatti cuore, povera madre!».

Lo strillo di una madre.

40«Addio, Giuseppe. Ma non per Lui, per te mi devo far cuore. Perché tu sei quello che sei fuori della via di Dio, e mi dai dolore», dice pacata ma sicura Maria.

 41«Sei uno stolto, ecco! E se non fossi ormai il capo di casa ti percuoterei, creatura del mio sangue ma non del mio spirito…», strilla Maria d’Alfeo. E direbbe altro, ma Maria la supplica: «Taci! Per amor mio».

42«Taccio. Ma guardate se devo vedere fra i miei figli un bastardo così!…». Il bastardo intanto se ne è andato, mentre la buona Maria d’Alfeo scarica tutto il suo peso per questo figlio cocciuto. E finisce in un gran pianto il suo sfogo, e fra i singhiozzi dice la più grande pena nella sua pena: «E non lo avrò con me in Cielo quello lì, non lo avrò! Lo vedrò nei tormenti! Oh! Gesù! Fallo Tu il miracolo!».

43«Ma sì, Maria! Ma sì. Non piangere! Verrà l’ora anche per lui. L’undecima, forse. Ma verrà. Te lo assicuro. Non piangere…», la conforta Gesù… E, a pianto finito, dice agli apostoli e discepoli: «Venite nell’uliveto mentre le donne preparano le loro cose. Parleremo fra noi».

441. Un dono di Tommaso alla Vergine e partenza da Nazareth. Miracolo su un incendio che diventa il tema
di due parabole
[147].

Doni dell’apostolo Tommaso.

Da Tommaso per Maria.

1É la sera del vero sabato e la vita riprende dopo il riposo sabatico. Qui, nella casetta di Nazareth, riprende dopo il riposo con i preparativi della partenza. Provviste che si ripongono, vesti stipate nelle bisacce, bisacce alle quali si stringono saldamente i lacci, sandali osservati se sono ben sicuri nelle corregge di cuoio e nelle fibbie, asinelli abbeverati e pasciuti presso la siepe dell’orto… e saluti, e qualche lacrima fra i sorrisi e benedizioni, e promesse di ritrovarsi presto… E, inaspettata, l’offerta di Tommaso a Maria: una fibbia, noi diremmo spilla, per tenere raccolta la veste allo scollo, fatta di tre esili, aerei, perfetti steli di mughetto, raccolti in due foglie la cui esattezza con le vere è data dal metallo trattato da mano maestra.

2«Tu non la porterai, Madre, lo so, ma accettala ugualmente. Mi è venuta voglia di farti questo da quando un giorno il mio Signore parlò di te paragonandoti ai gigli delle convalli… Io non ho fatto nulla per la tua casa… ma ho fatto questo per te, perché la lode del tuo Figlio fosse tradotta in simbolo per te che la meriti più di ogni donna. E se non ho potuto dare al metallo la morbidezza dello stelo vivo e la fragranza del fiore, il mio sincero, venerabondo amore per te lo ammorbidiscano come una carezza e lo profumino della mia devozione per te, Madre del mio Signore».

3«Oh! Toma! É vero. Io non porto gioielli, parendomi cosa vana. Ma questo non è tale. Questo è amore del mio Gesù e del suo apostolo, e caro mi è. Lo guarderò ogni giorno e penserò al buon Toma, che tanto ama il suo Maestro da ritenere non solo la Dottrina sua, ma anche le sue più umili parole sulle cose più umili e sulle più umili, insignificanti persone. Grazie, Toma. Non per il valore, ma per il tuo amore, grazie!».

Da Tommaso per Aurea.

4Tutti ammirano il lavoro perfetto, e Toma, tutto felice, tira fuori un più piccolo lavoretto: tre stelline di gelsomino con una minuscola fronda, legate in un cerchio sottile, e lo dà ad Aurea. «Perché non sei stata civetta a volerlo, perché sei stata qui mentre il gelsomino è in fiore, e perché queste stelline ti ricordino la Stella nostra. Però, bada! Tu, con le tue virtù, devi profumare i fiori ed essere un fiore tu pure, candido, bello, puro, che profuma verso il Cielo. Se non fai così, mi faccio rendere il fermaglio. Su, non piangere… ché tutto passa… e… e presto torneremo da Maria o Lei verrà da noi… e…».

5Ma Tommaso, davanti alle lacrime che aumentano in Aurea, sente che è meglio non proseguire, ed esce mortificato dicendo a Pietro: «Se avessi pensato che… si metteva a piangere di più, non le davo nulla… L’ho proprio fatto quel fermaglio per consolarla in quest’ora… Non l’ho indovinata…».

Umiltà e sincerità perfetta di Pietro.

6E Pietro, nella confusione del momento, perde il controllo e dice: «Ma è sempre così negli addii… Avessi visto Sintica allor…». Si accorge di aver parlato, vuole riprendersi, diventa paonazzo… ma ormai è fatta… Tommaso capisce e, bonario, gli getta un braccio intorno al collo dicendo: «Non ti affliggere, Simone. So tacere. E capisco perché avete taciuto… Per Giuda di Simone. Io, sul Dio dei nostri padri, ti giuro che ciò che involontariamente ho saputo è dimenticato. Non soffrire, Simone! …» 

7«É che il Maestro non voleva…».

«E certo aveva tutte le ragioni per farlo. Io non me ne ho a male».

«Lo so. Ma che dirà? …».

«Nulla, perché nulla saprà. Fidati di me».

8«Ah! no! Un sotterfugio al Maestro non lo faccio. Ho sbagliato. Merito il rimprovero. E subito. Non avrò pace se non confesso a Lui il mio errore. Toma, sii buono. Va’ a chiamarlo… Io vado nel laboratorio. Va’, torna con Lui. Io sono troppo turbato per farlo e gli altri se ne accorgerebbero».

9Tommaso lo guarda con ammirata compassione e rientra in casa per chiamare Gesù: «Maestro, vieni un momento. Ti devo dire una cosa».

10Gesù, che stava salutando Maria d’Alfeo, lo segue subito. «Che vuoi?», chiede mentre cammina al suo fianco.

«Io nulla. É Simone che ti deve parlare. Eccolo…»

11«Simone! Che hai, che sei così turbato?».

Pietro si getta ai piedi di Gesù gemendo: «Ho peccato! Assolvimi!»

12«Peccato? In che? Eri lì con noi, lieto, quieto…».

«Ah! Maestro, ti ho disubbidito. Ho detto a Toma di Sintica… Mi ero turbato per le lacrime e lui lo era più di me; credeva di averle aumentate lui… per consolarlo ho detto: “É sempre così negli addii… Avessi visto Sintica…”, e lui ha capito!…». Pietro alza un volto sconvolto, il suo sguardo è proprio umiliato, desolato.

13«Sia lode a Dio, mio Simone! Credevo[148]  avessi fatto cose ben più gravi di questa. E la tua sincerità annulla anche questa. Hai parlato senza malizia, hai parlato ad un tuo compagno. Toma è buono e non propalerà…».

«Me lo ha giurato infatti… Ma vedi? Ora io ho paura di essere troppo stolto e di non saper custodire un segreto».

14«Lo hai fatto fino ad ora».

«Sì. Ma pensa! Mai una parola a Filippo e Natanaele! E ora…».

15«Su, alzati! L’uomo è sempre imperfetto. Ma quando lo è senza malizia non fa peccato. Sorvegliati. Ma non ti affliggere più. Il tuo Gesù non ha che un bacio per te. Tommaso, vieni qui».

16Tommaso accorre. «Tu certo hai compreso le ragioni del silenzio».

«Sì, Maestro. E ho giurato di rispettarlo per la mia parte e per la mia capacità. L’ho già detto a Simone…».

«Allo stolto Simone», sospira Pietro.

17«No, amico. Tu mi hai edificato per la tua umiltà e sincerità perfette. Mi hai dato una grande lezione e la ricorderò. Non potrò farla conoscere per prudenza, e di ciò ho dolore, perché pochi fra noi hanno e avrebbero la giustizia che tu hai avuto… Ma ci chiamano! Andiamo».

Regole da osservare.

Il dolore che segue a una partenza.

18Infatti molti sono già sulla via e le tre donne – Noemi, Mirta e Aurea – sono sui ciuchini. Maria è insieme alla cognata presso Aurea e la baciano ancora e, quando vedono venire Gesù, baciano le due condiscepole e per ultimo salutano Gesù, che le benedice prima di mettersi in cammino…

19E Maria e Maria Cleofe rientrano in casa… Nella casa dove restano, a ricordo di ciò che vi era poco prima, seggiole smosse, stoviglie ancora sparse… il disordine che segue ad una partenza.

20Maria carezza sopra pensiero il piccolo telaio sul quale insegnava ad Aurea a lavorare… Ha gli occhi lucidi di pianto trattenuto.

21«Tu soffri, Maria!», le dice Maria Cleofe che piange senza far sforzo per non farlo.

22«Ti eri affezionata!… Qui vengono… poi vanno… e noi si soffre…».

Regola di ospitalità.

23«La nostra vita di discepole. Lo hai sentito oggi cosa diceva Gesù: “Così farete in futuro; vedendo in tutte le creature delle anime fraterne sarete ospitali, soprannaturalmente ospitali, sentendovi pellegrine voi che accogliete come pellegrini gli accolti. Darete aiuto, ristoro, consiglio, e poi lascerete che i fratelli vadano ai loro destini senza trattenerli con amori gelosi, sicure che oltre la morte vi ritroverete con essi.

Regola di distacco sino all’eroismo.

24Verranno le persecuzioni e molti vi lasceranno per andare al martirio. Non siate vili e non consigliate a viltà. Rimanete oranti nelle case vuote per sostenere il coraggio dei martiri, serene per fortificare i più deboli, forti per essere pronte ad imitare gli eroi. Avvezzatevi ai distacchi, agli eroismi, all’apostolato della carità fraterna da ora…”. E noi lo facciamo. Soffrendo, …è certo! Siamo creature di carne… Ma lo spirito gode di una sua spirituale letizia, che è fare la volontà del Signore e cooperare alla sua gloria. D’altronde… Io sono la Madre di tutti… e non devo esserlo di uno solo. Non lo sono esclusivamente neppure di Gesù… Tu vedi come lo lascio andare senza trattenerlo… Vorrei essere con Lui, questo sì. Ma Egli giudica che io devo restare qui finché Egli non dica: “Vieni”. Ed io resto. Le sue soste qui? Le mie gioie di mamma. Le mie peregrinazioni con Lui? Le mie gioie di discepola. Le mie solitudini qui? Le mie gioie di fedele che fa la volontà del suo Signore».

«Quel Signore ti è Figlio, Maria…».

25«Sì. Ma è sempre il mio Signore… ?».

Regola d’ amore materno.

«Resti con me, Maria?».

26«Sì, se mi ci lasci… É così triste la mia casa nelle prime ore che è vuota dei miei figli!… Domani è già un’altra cosa… E questa volta, poi, piangerei più ancora…».

«Perché, Maria?».

27«Perché è da ieri che sono piena di pianto… Una cisterna sono… Una cisterna nel tempo delle piogge».

«Ma perché, cara?».

28«Per Giuseppe… ieri… Oh! Io non so se andare e rimproverarlo acerbamente, perché infine egli è mio figlio perché questo seno lo ha portato e queste mammelle lo hanno allattato, e non c’è primogenitura che sia superiore ad una madre, …oppure se non parlargli più, mai più a questo bastardo che mi è nato e che offende il mio Gesù e te e…».

29«Non farai nulla di questo. Tu sarai per lui sempre “la mamma”. La mamma che compatisce il figlio ostinato, malato, sviato, e lo ammansisce con la bontà, e lo porta a Dio con la preghiera e la pazienza… Suvvia, non piangere!… Vieni piuttosto con me. Pregheremo nella mia stanza per lui, per quelli che vanno, per la fanciulla, che soffra poco e cresca santa… Vieni, vieni, Maria mia», e la porta con sé…

La nuova famiglia di Aurea e futura missione.

30Intanto i pellegrini vanno per la loro via verso sud ovest. Sul davanti sono le donne sui ciuchini che, ben pasciuti e riposati, trotterellano allegri, obbligando Marziam e Abele, che per prudenza stanno ai lati di Aurea che è in sella per la prima volta, ad andare quasi di corsa. E, se la cosa è faticosa, serve a distrarre la fanciulla dal dolore per il distacco da Maria.

31Ogni tanto, per dare fiato ai due giovinetti, Mirta arresta il suo ciuchino dando l’alt, e non si rimette in moto altro che quando sono raggiunte dal gruppo apostolico. E nelle soste, non più distratta dalle peripezie dell’equitazione, Aurea torna triste… Marziam, esperto delle sue traversie di orfanello raccolto per carità da una madre adottiva dopo aver conosciuto Maria, la consola dicendole come poi ci si affeziona alla madre adottiva «proprio come fosse la nostra mamma», e racconta le sue impressioni, e racconta come Maria e Mattia sono felici da Giovanna, e Anastasica da Elisa. Aurea ascolta queste narrazioni e, quando Marziam termina dicendo: «Credilo, le discepole sono tutte buone, e Gesù sa a chi dare noi poverini», e Abele incalza: «E tu non devi diffidare della mia mamma, che è tanto felice di averti e ha pregato tanto in questi giorni per averti da Dio», Aurea dice: «Lo credo. E le voglio bene… Ma Maria è Maria… e dovete compatire…».

«Sì. Ma ci spiace di vederti triste…».

32«Oh! ma non sono già triste come in casa del romano e nelle prime ore dopo la liberazione… Sono soltanto… sperduta. Io non ho mai avuto, da anni, carezze… Solo Maria me le ha ridate, dopo tanti anni di padroni…».

33«Anima mia! Ma io sono qui per dartele! Sarò una seconda Maria per te. Vieni qui, vicino… Fossi più piccola, ti prenderei in sella con me, come facevo col mio Abele quando era bambino… Ma sei già una donna…», dice Mirta accostandosi e prendendole la mano.

34«Sei la mia piccola donna e ti insegnerò tante cose, e quando Abele andrà lontano, ad evangelizzare, io e te accoglieremo i pellegrini come dice il Signore, faremo tanto bene in suo Nome. Tu sei giovane e mi aiuterai…».

La Dottrina messianica è fuoco d’amore.

Brucia una basta conca.

35«Ma guardate che luce là, oltre quel monticello!», esclama Giacomo di Zebedeo che le ha raggiunte.

«Brucia un bosco?».

«O un paese?».

«Corriamo a vedere…».

36Nessuno più è stanco, perché la curiosità annulla ogni altra sensazione. Gesù li segue benevolo, lasciando la via per una viottola che sale su un poggetto.

37La cima è presto raggiunta… Non è né un bosco né un paese quello che arde, ma una vasta conca fra due poggi, tutta a scopeti. Le eriche, arse dall’estate, hanno preso fuoco forse per qualche scintilla sfuggita ai boscaioli che hanno lavorato più su, al taglio delle piante, e ora arde: un tappeto di fiamme basse ma vivaci che si sposta, dopo aver consumato là dove si è appreso per primo, cercando nuove eriche da ardere. I boscaioli tentano il contro-fuoco percuotendo le fiamme. Ma è inutile. Sono pochi e, se lavorano da un lato, il fuoco si estende da un altro.

Miracolo sul fuoco

38«Se giunge al bosco è un disastro. Vi sono alberi da resine», sentenzia Filippo.

39Gesù, con le braccia conserte, ritto sullo scrimolo del poggetto, guarda e sorride pensando…

40Il contrasto fra la luce bianca della luna a oriente e quella rossa delle fiamme ad occidente è vivo, e questi che guardano sono tutti bianchi di raggi lunari nella schiena e rossi del riverbero delle fiamme sul volto. E le fiamme corrono, corrono, come un’acqua che straripa e monta e dilaga… E’ a pochi metri dal bosco l’incendio, e già illumina le cataste di legna messe al suo limite, e il sempre più vivo chiarore mostra le casette di un paesello messo in cima al poggio su cui sale il fuoco.

41«Misera gente! Perderanno tutto!», dicono in molti. E guardano Gesù che non parla e sorride…

42Ma poi… ecco che disserra le braccia e grida: «Arrestati! Muori! Lo voglio».

L’angelo del miracolo

43E, come se un grande moggio si abbassasse a soffocare le fiamme, ecco che prodigiosamente il fuoco cessa di fiammeggiare, la vivida, agile danza delle lingue di fiamma si muta in rosso di carboni accesi ma senza fiamme, poi il rosso si fa violaceo, grigio rosso… qualche guizzo serpeggia ancora fra la cenere… e poi non resta che la luna col suo argento a dar luce alle selve.

44Al nitido chiarore si vedono i boscaioli radunarsi gesticolando, guardandosi intorno, in alto… cercando l’angelo del miracolo…

45«Scendiamo. Lavorerò quelle anime coll’impensato motivo che mi hanno dato e sosteremo al paesello anziché alla città. Partiremo all’alba. Un posto per le donne lo avranno. Per noi basta il bosco», dice Gesù e scende svelto seguito dagli altri.

«Ma perché sorridevi così? Parevi beato!», chiede Pietro.

46«Lo saprai dalle mie parole».

Vera fede nel Messia.

47Sono già dove la sodaglia si è mutata in ceneri ancora calde e scricchiolanti sotto i sandali. La traversano. Giunti al centro, là dove la luna picchia in pieno, vengono visti dai boscaioli.

48«Oh! l’ho detto io! Egli solo poteva aver fatto questo! Corriamo a venerarlo», grida un boscaiolo, e lo fa gettandosi fra la cenere ai piedi di Gesù.

49«Come credi che Io abbia potuto?».

«Perché soltanto il Messia può questo».

50«E come sai che Io sia il Messia? Mi conosci forse?».

51«No. Ma solo il Buono che ama i poveri può avere avuto pietà, e solo il Santo di Dio può avere comandato al fuoco ed essere ubbidito. Sia benedetto l’Altissimo che ci ha mandato il suo Messia! E il Messia che è venuto in tempo per salvarci le case!».

52«Dovreste aver più premura di salvarvi l’anima».

53«Quella si salva credendo in Te e cercando di fare ciò che Tu insegni. Ma Tu comprendi, o Signore, che la desolazione di esser spogliati di tutto può rendere deboli le nostre deboli anime… e portarle a dubitare della Provvidenza».

54«Chi vi ha istruiti su Me?».

55«Dei tuoi discepoli… Ecco le nostre famiglie… Avevamo mandato a svegliarle, temendo che tutto il colle incendiasse… Venite avanti… E poi mandammo un altro uomo a dire che c’era un miracolo e di venire a vedere. Eccole, Signore. La mia. Quella di Giacobbe, questa è quella di Gionata, questa quella di Marco, questa quella di mio fratello Tobia, questa è di mio cognato Melchia, questa è quella di Filippo e questa quella di Eleazaro. E poi le altre di quelli che sono pastori e ora sono sugli alti monti ai pascoli…».

56È un gruppo di un duecentocinquanta persone al massimo, piagnucolano risvegliati a metà oppure dormono, ignari del pericolo corso.

Dove è fede è presente la Provvidenza

57«La pace a voi tutti. L’angelo di Dio[149] vi ha salvati. Lodiamo insieme il Signore».

58«Tu ci hai salvati! Tu sempre presente dove dei fedeli credono in Te!», dicono in molte donne… E gli uomini assentono gravi.

59«Sì. Dove è fede in Me è presente la Provvidenza. Però, così nelle cose dello spirito come in quelle della materia, bisogna agire con continua prudenza. Cosa è che ha dato fuoco alle stipe? Probabilmente la scintilla sfuggita dai vostri fuochi, oppure un rametto che uno dei fanciulli ha voluto accendere al fuoco per divertirsi ad agitarlo e lanciarlo, con la spensieratezza dell’età, giù in basso. È bello infatti vedere una freccia di fuoco solcare l’aria che imbruna. Ma vedete ciò che può un’imprudenza! Può fare gravi rovine. Una scintilla, o un ramoscello caduto sulle eriche secche, è bastato a dar fuoco ad una convalle e, se l’Eterno non mi mandava, tutto il bosco sarebbe divenuto un braciere che avrebbe consunto in una morsa di fuoco i vostri beni e le vostre vite.

60Così è delle cose dello spirito. Occorre fare continua, prudente attenzione, acciò una freccia di fuoco, una scintilla, non si apprenda alla vostra fede e la distrugga, dopo aver covato inavvertita nel cuore, in un incendio voluto da quelli che mi odiano e provocato per farmi povero di fedeli. Qui il fuoco, fermato in tempo, si è mutato da malefico in benefico, distruggendo la sodaglia inutile, che avevate lasciato prosperare nella convalle, e preparandovi, con la sua distruzione e con la concimazione delle ceneri, del terreno che, se sarete volonterosi, potrete sfruttare con utili colture. Ma nei cuori ben diverso succede! E quando tutto il Bene vi è distrutto, nulla più, fuorché i rovi per lo strame dei demoni, vi può sorgere.

La dottrina è come il fuoco.

61Ricordatelo e vegliate contro le insinuazioni dei miei nemici che, come scintille infernali, verranno gettate nei vostri cuori. State pronti allora al contro fuoco. E quale è questo contro fuoco? È una fede sempre più forte, una volontà incrollabile di essere di Dio. È un appartenere al Fuoco santo. Perché il fuoco non mangia il fuoco. Ora, se voi sarete fuoco di amore al Dio vero, il fuoco dell’Odio a Dio non vi potrà nuocere. Il Fuoco dell’amore vince ogni altro fuoco. La mia Dottrina è amore e chi la raccoglie entra nel Fuoco della Carità, e non può più essere torturato dal fuoco del Demonio.

Il fuoco dell’Amore.

62Dall’alto di quel poggio, mentre guardavo ardere le stipe e sentivo le parole dei vostri spiriti al Signore Iddio loro, più ancor che non vedessi le vostre azioni, tese a spegnere le fiamme, Io sorridevo. E un mio apostolo mi ha detto: “Perché sorridi?”. Gli ho promesso: “Te lo dirò parlando ai salvati”. Lo faccio. Io sorridevo pensando che, così come le fiamme dilagavano fra le eriche della convalle, invano mortificate dalle vostre manovre, così la mia Dottrina dilagherà nel mondo, invano perseguitata da chi non vuole la Luce. E sarà luce. E sarà purificazione. E sarà bonifica. Quante serpicine sono perite fra queste ceneri, e con esse altri esseri dannosi! Voi temevate questa convalle perché troppi aspidi erano in essa. Ecco che non ne sopravvive uno solo. Ugualmente il mondo sarà liberato da tante eresie, da tanti peccati, da tanti dolori, quando mi avrà conosciuto e sarà stato mondato dal fuoco della mia Dottrina. Mondato e liberato dalle inutili vegetazioni, fatto atto al seme, fatto ricco di frutti santi.

Simbolo del dilagare della dottrina

63Ecco perché sorridevo… Vedevo nel fuoco avanzante un simbolo del dilagare della mia Dottrina nel mondo… Poi la carità del prossimo, che non va mai disgiunta da quella per il Signore, mi ha riportato il pensiero alle vostre necessità. Ed ho abbassato lo sguardo mentale dalla contemplazione degli interessi di Dio a quella degli interessi dei fratelli, e ho fermato il fuoco perché, nel vostro giubilo, voi lodaste il Signore. Vedete perciò che il mio pensiero è salito a Dio, ne è disceso, fatto ancor più potente perché l’immedesimazione con Dio aumenta sempre le nostre facoltà, e poi è risalito, insieme al vostro, a Dio. In tal modo, per la carità, Io ho fatto insieme gli interessi del Padre e dei fratelli miei. Fate anche voi il somigliante nella vita futura.

Un ricovero per la notte

64Ed ora, per queste donne vi chiedo un ricovero per la notte. La luna cala e l’incendio ci ha ritardato il cammino. Non possiamo proseguire, perciò, sino alla città vicina».

65«Vieni! Venite! C’è posto per tutti. Potevamo esser noi senza tetto! Le nostre case sono vostre. Da poveri sono, ma pulite. Venite! Venite e saranno benedette», gridano tutti.

66E lentamente risalgono la china piuttosto erta sino al paesetto miracolosamente sfuggito alla distruzione, scomparendo poi ognuno con chi l’ospita…

442. Giuda Iscariota a Nazareth
da Maria
[150].

Un monologo drammatico.

Bisbigli di protesta.

1Appena, ma proprio appena rosseggia oriente al primo indizio di aurora, quando Giuda di Keriot bussa alla porta della piccola casa di Nazareth.

2Sulla via non sono che dei contadini, meglio detto: dei piccoli proprietari di Nazareth, diretti alle loro vigne o ai loro uliveti coi loro attrezzi da lavoro, e guardano stupiti l’uomo che bussa ad un’ora così mattutina alla casa di Maria. Parlottano fra loro.

3«È un discepolo», dice uno rispondendo al commento di un altro.

«Cerca certo Gesù di Giuseppe».

«Ma è inutile. Ieri sera è andato via. L’ho visto io. Ora glielo dico…», dice un altro.

4«Lascia stare! È Giuda di Keriot. Non mi piace quell’uomo. Forse noi abbiamo molti torti con Gesù e facciamo male. Ma lui, quello lì, l’anno passato ha fatto molto male qui fra noi… Forse noi ci saremmo convertiti. Ma lui…».

«Che? Che? Come lo sai?».

«Ero presente una sera in casa del sinagogo e, stolto, ho creduto subito a tutto… Ora… basta! Credo di aver peccato».

«Forse anche lui se ne è accorto di aver peccato e…».

Si allontanano e non sento più nulla.

Volontà di riparare al fattaccio di Tiberiade

5Giuda torna a bussare alla piccola porta contro la quale è stato appiccicato, viso contro legno, come per sfuggire di esser visto e riconosciuto. Ma la porticina resta chiusa. Giuda ha un atto di disappunto e si allontana prendendo il viottolo che costeggia l’orto, e gira sul dietro della casa. Sbircia da sopra la siepe nell’orto quieto. Solo i colombi lo animano.

6Giuda pensa che fare. Monologa: «Che se ne sia andata anche Lei? Eppure… l’avrei vista… E poi! No. Ieri sera sentivo la sua voce… Forse è andata a dormire dalla cognata… Uff! Ciò è noioso come una pecchia sul volto, perché tornerà insieme, e io voglio parlarle da sola, senza quella vecchia a testimonio. È linguacciuta e mi farebbe osservazioni. Non voglio osservazioni io. Ed è furba come tutte le vecchie popolane. Non accetterebbe per buone le mie scuse, e lo farebbe notare a quella stupida colomba della cognata… Quella sono sicuro di… raggirarla in ogni senso. È tarda come una pecora… E io devo riparare a quel che è avvenuto a Tiberiade. Perché se Lei parla… Avrà poi parlato o taciuto? Se ha parlato… è più difficile aggiustare le cose… Ma non avrà parlato… Confonde la virtù con la stoltezza. Tale la Madre, tale il Figlio…

Tutto è lecito pur di stabilirlo sul trono

E gli altri lavorano mentre essi dormono. E del resto hanno ragione. Perché lasciarli in disparte se sembra che vogliano… Ma che vogliono, poi?… Ho la testa così confusa… Devo smettere di bere e… Già! Ma il denaro tenta, e io sono come un puledro tenuto troppo tempo chiuso. Due anni, dico! Più ancora! Due anni di tutte le astinenze… Ma intanto… Che diceva ieri l’altro Elchia? Eh! non mi insegna male! Certo! Tutto è lecito pur di riuscire a stabilire sul trono Gesù.

7Ma se Lui non vuole? Però certo devo pensare che, se non si trionfa, noi tutti si fa la fine dei seguaci di Teoda o di Giuda il galileo[151]…

Orrore essere il mezzo di danneggiare Gesù

Forse farei bene a separarmi perché… ecco, non so se ciò che essi vogliono è buono. Mi fido poco di loro… Troppo mutati da qualche tempo… Non vorrei… Orrore! Io essere il mezzo di danneggiare Gesù? No. Mi separo. Però, è amaro aver sognato il regno e tornare ad essere, che?… Nulla… Ma meglio nulla a… Lui dice sempre: “colui che farà il grande peccato”. Ohè!? Non sarò io, eh! Io? Io? Piuttosto mi affogo nel lago…

Il dilemma di fuggire o restare.

 Vado via. È meglio che vada via. Andrò da mia madre, mi farò dare dei denari, perché non posso certo chiedere ai sinedristi i denari per andare via. Sono… sono aiutato perché sperano che io li aiuti ad uscire dall’incertezza. Una volta che Gesù è re, siamo a posto. La folla con noi… Erode… chi si preoccuperà di lui? Non i romani e non il popolo. L’odiano tutti! E… e… Ma Gesù è capace di rinunciare appena proclamato re. Oh! bene! Quando Eleazaro di Anna mi assicura che suo padre è pronto a cingerlo re!… Dopo non può più levarsi il carattere sacro. In fondo… io faccio come quel fattore infedele della sua parabola… Ricorro agli amici per me, sì, è vero, ma anche per Lui.

8Faccio perciò servire i mezzi ingiusti a… Eppure no! Devo tentare ancora di persuaderlo. Non sono convinto di agire bene a fare questo sotterfugio… e… Oh! se lo potessi persuadere! Perché sarebbe tanto bello! Tanto… Sì. Questo è il miglior pensiero. Dire tutto schiettamente al Maestro. Supplicarlo… Purché Maria non gli abbia detto di Tiberiade… Come ho detto di dire a Maria?… Ah! ecco! Il rifiuto delle romane.

Convinta dipendenza del potere e la sensualità

Maledetta quella donna! Se non andavo da lei quella sera non incontravo Maria! Ma chi ce la faceva Maria a Tiberiade? E pensare che ogni dì avanti il sabato, e nel sabato e il dì dopo il sabato, io non uscivo mai per non vedere qualche apostolo… Stolto! Stolto! Non potevo andare a Ippo, a Gherghesa a cercare femmine? No! Proprio lì! A Tiberiade, dalla quale quelli di Cafarnao devono passare per venire qui… Ma tutto è causa delle romane… Speravo… No, questo è quello che devo dire per mia scusa, ma non è vero. È inutile che me lo dica, a me che so perché ci sono andato: per avere ritrovo con dei potenti d’Israele e per godere, posto che sto bene a denaro… Però… come si consuma presto il denaro. Fra poco non ne avrò più… Ah! Ah! racconterò qualche favola a Elchia e compari e me ne daranno ancora…».

Sobbalzo di Giuda interrotto da un curioso.

9«O Giuda! Sei folle? È un po’ che ti guardo dall’alto di un ulivo. Gesticoli, parli da solo… Ti ha fatto male il sole di tanuz?», grida Alfeo di Sara sporgendosi da una biforcazione di rami di un gigantesco ulivo, lontano una trentina di metri dal luogo dove è Giuda.

10Giuda sobbalza, gira lo sguardo, lo vede e brontola: «Ti prenda la morte! Maledetto paese di spie!». Ma con un sorriso affabile grida: «No. Sono preoccupato che Maria non apra… Non si sentirà male? Ho bussato e bussato!…».

11«Maria? Hai voglia di bussare! È da una povera vecchia che muore. L’hanno chiamata che era la terza vigilia…».

12«Ma io le devo parlare».

«Aspetta. Scendo e la vado ad avvertire. Ma ti occorre proprio?».

«Eh! lo direi! Sono qui dal primo sole».

Alfeo, premuroso, scende dalla pianta e va via lesto.

13«Anche quello lì ora mi ha visto! E certo ora torna anche con quell’altra! Non me ne va bene una!», e tira giù una litania di improperi a Nazareth, ai nazareni, a Maria d’Alfeo e persino alla carità di Maria SS. per la morente e alla stessa morente…

Incontro con Maria mite e seria.

14Non ha ancora finito che la porta, che dalla stanza dei pasti mette nell’orto, si apre, e sulla soglia appare una Maria molto pallida e triste.

«Giuda!»,

«Maria!», dicono contemporaneamente.

15«Ora ti apro la porta. Alfeo non mi ha detto altro che: “Va’ a casa. C’è chi ti vuole”, e sono corsa, molto più che la povera vecchia non ha più bisogno di me. Ha finito di soffrire per un figlio cattivo…».

Giuda, intanto che Maria parla, corre lungo il viottolo e torna sul davanti della casa… Maria apre.

16«La pace a te, Giuda di Keriot. Entra».

«La pace a te, Maria». Giuda è un po’ titubante. Maria è mite, ma seria.

«Ho bussato tanto, all’aurora».

17«Ieri sera un figlio ha fatto scoppiare il cuore ad una madre… E sono venuti a cercare Gesù. Ma Gesù non c’è. Anche a te lo dico: Gesù non c’è. Sei venuto tardi».

«Lo so che non c’è».

18«Come lo sai? Sei appena arrivato…».

«Madre, voglio essere schietto con te che sei buona: è da ieri che sono qui…».

«E perché non sei venuto? I tuoi compagni in questi sabati solo una volta non vennero…».

La menzogna è il primo paso verso il male

«Eh! lo so! Sono andato a Cafarnao e non li ho trovati».

19«Non mentire, Giuda. A Cafarnao tu non ci sei mai stato. Bartolomeo è venuto. Ma tu ieri eri qui. E perciò… Perché menti, Giuda? Non sai che la menzogna è il primo passo verso il furto e verso l’omicidio?… La povera Ester è giunta a morire uccisa dal dolore per la condotta del figlio. E Samuele, suo figlio, cominciò a divenire la vergogna di Nazareth con delle piccole menzogne, divenute poi sempre più grandi… Da queste passò a tutto il resto. Lo vuoi imitare, tu, apostolo del Signore? Vuoi far morire di dolore tua madre?».

Il rimprovero è fatto a voce bassa, lentamente. Ma come incide! Giuda non sa che ribattere. Si siede di schianto col capo fra le mani.

20Maria lo osserva. Poi dice: «Ebbene? Perché mi hai voluto vedere? Mentre assistevo la povera Ester io pregavo per tua madre… e per te… Perché mi fate pietà, l’uno e l’altra, e per due diversi motivi».

21«Allora, se hai pietà, perdonami».

«Non ho mai avuto rancore».

22«Come?… Neppure per… quella mattina a Tiberiade?… Sai? Ero così perché la sera avanti le romane mi avevano maltrattato come pazzo e come… traditore del Maestro. Sì, lo confesso. Ho fatto male a parlare a Claudia. Mi sono sbagliato sul suo conto. Ma lo faccio a fin di bene. Ho addolorato il Maestro. Lui non me lo ha detto, ma io so che sa che io ho parlato. È stata certo Giovanna ad avvisarlo. E Giovanna non mi ha mai potuto vedere, e le romane mi hanno dato dolore… Per dimenticare ho bevuto…».

Maria si ritira decisa dal contatto con Giuda.

23Maria ha un’espressione di compatimento involontariamente ironico e dice: «Allora Gesù, per tutto il dolore che ogni giorno gusta, dovrebbe essere ebbro ogni notte…».

24«Glielo hai detto?».

«Io non aumento l’amaro del calice a mio Figlio con notizie di nuove defezioni, cadute, peccati, insidie… Ho taciuto e tacerò».

25Giuda scivola in ginocchio tentando di baciare la mano di Maria, ma Ella si ritira, senza sgarbo ma molto decisa di non farsi baciare e toccare.

26«Grazie, Madre! Tu mi salvi. Ero venuto qui per questo… e perché tu mi facilitassi la via di avvicinare il Maestro senza rimproveri e vergogna».

27«Sarebbe bastato fossi andato a Cafarnao, per venire qui con gli altri, per evitarlo. Era molto semplice».

28«È vero… Ma gli altri non sono buoni, e mi hanno fatto spiare per poi rimproverarmi e accusarmi».

29«Non fare offesa ai tuoi fratelli, o Giuda. Basta di peccare! Tu hai spiato, qui, in Nazareth, patria del Cristo, tu…».

30Giuda la interrompe: «Quando? Lo scorso anno? Ecco! Hanno travisato le mie parole! Ma credilo che io…».

31«Io non so ciò che hai detto e fatto lo scorso anno. Ma parlo di ieri. Tu sei qui da ieri. Tu sai che Gesù è partito. Hai dunque indagato. E non presso le case amiche di Asei; Ismaele, Alfeo, o del fratello di Giuda e Giacomo, e non da Maria d’Alfeo, e non dai pochi che qui amano Gesù. Perché, se lo avessi fatto, me lo sarebbero venuti a dire. La casa di Ester si è empita di donne all’alba, quando ella è morta. Ma nessuna sapeva di te. Erano le più buone fra le donne di Nazareth, quelle che mi amano e che amano Gesù, e si sforzano di praticare la sua Dottrina nonostante l’ostilità dei mariti, padri e figli. Perciò tu hai indagato presso coloro che sono nemici del mio Gesù. Come chiami tu questo? Io non lo dico. Tu lo devi dire, a te stesso. Perché lo hai fatto? Non lo voglio sapere.

La spada di dolore sul cuore di Maria.

32Ti dico questo solo. Molte spade saranno infisse nel mio cuore, infisse e tornate ad infiggere, senza pietà, dagli uomini che addolorano il mio Gesù e lo odiano. Ma una sarà la tua, e non verrà più levata. Perché il ricordo di te, Giuda, che non ti vuoi salvare, di te che ti rovini, di te che mi fai paura – non paura per me stessa, ma per la tua anima – non uscirà più dal mio cuore. Una ve l’ha infissa il giusto Simeone mentre portavo sul cuore il mio Bambino, l’Agnellino mio santo… L’altra… l’altra sei tu… La punta della tua spada già mi tortura il cuore. Ma non sei sazio ancora di dare questa pena ad una povera donna… e attendi di infiggere del tutto la tua spada di carnefice nel cuore di chi non ti ha dato che amore… Ma stolta sono a pretendere pietà da te che non l’hai per tua madre!… Anzi, ecco, è detto! Con un solo colpo trafiggerai me e lei, o figlio disgraziato, che le preghiere di due madri non salvano! …».

33Maria piange nel parlare, e le lacrime non cadono sul capo bruno di Giuda, perché egli è rimasto là dove è caduto in ginocchio, separato da Maria… Le beve l’ammattonato, quelle lacrime sante… E la scena mi riporta il ricordo di Aglae sulla quale, invece, poiché lei si stringeva a Maria in un sincero desiderio di redenzione, cadevano le lacrime di Maria.

Giuda non ha l’umiltà di far un atto d’umiltà

34«Non trovi una parola, Giuda? Non riesci a trovare in te la forza di un proposito buono? Oh! Giuda! Giuda! Ma dimmi: sei contento della tua vita? Esaminati, Giuda. Sii umile, sincero con te stesso per prima cosa. E poi con Dio, per andare a Lui col tuo fardello di pietre levate dal tuo cuore e dirgli: “Ecco. Mi sono levato questi macigni per amor tuo”».

35«Non ho… il coraggio di confessarmi a Gesù».

36«Non hai l’umiltà di farlo».

«È vero. Aiutami tu…».

«Vai a Cafarnao e attendilo, con umiltà».

Maria è discepola non Maestra di Gesù

«Ma tu potresti…».

37«Io non potrò che dire di fare ciò che mio Figlio fa sempre: avere misericordia. Non sono io quella che ammaestra Gesù, ma è Gesù che ammaestra la sua discepola».

«Tu gli sei Madre».

38«E ciò è per il mio cuore. Ma, per suo diritto, Egli è il mio Maestro. Né più né meno che per tutte le altre discepole».

«Tu sei perfetta».

39«Egli è il Perfettissimo».

Maria non può dire ciò che non sa

40Giuda tace e pensa. Poi chiede: «Dove è andato il Maestro?».

41«A Betlemme di Galilea».

«E poi?».

42«Non so».

«Ma torna qui?».

43«Sì».

«Quando?».

44«Non so».

«Non me lo vuoi dire!».

45«Non posso dire ciò che non so. Tu lo segui da due anni. Puoi dire che Egli ebbe sempre un itinerario sicuro? Quante volte il volere degli uomini lo obbligò a mutazioni?».

«È vero. Andrò via… A Cafarnao».

Carità perfetta della discepola Maria.

46«Il sole è troppo caldo per andare. Rimani. Sei un pellegrino come tutti gli altri. Ed Egli ha detto che le discepole ne devono aver cura».

«La mia vista ti è incresciosa…»

47«Il tuo non voler guarire mi è doloroso! Quello solo… Levati il mantello… Dove hai dormito?».

«Non ho dormito. Ho atteso l’alba per vederti da sola».

48«Allora sarai stanco. Nello stanzone ci sono i lettucci usati da Simone e Tommaso. C’è quiete e frescura ancora. Va’ e dormi mentre ti preparo il cibo».

Lacrime della Madre di Dio.

49Giuda se ne va senza ribattere. E Maria, senza riposare dopo la notte passata in veglia, va in cucina a preparare il fuoco e nell’orto a prendere le verdure. E lacrime, lacrime, lacrime cadono silenziose mentre si curva sul focolare a sistemare le legna, o sulle zolle a cogliere le verdure, e mentre le sciacqua nel bacile e le sistema… E lacrime cadono insieme ai chicchi biondi del grano mentre dà il pasto ai colombi, o sulle biancherie che leva dalla vasca e stende al sole… Le lacrime della Madre di Dio… di Quella che, Senza Colpa, non fu esente dal dolore e soffrì più di ogni altra donna, per essere la Corredentrice[152]…

443. La morte del nonno di Marziam[153].

Presentimenti di Marziam  

1Gesù deve avere già lasciato le donne, perché è con gli apostoli, Isacco e Marziam. Stanno scendendo le ultime chine verso la piana di Esdrelon, mentre la sera cala lentamente.

2Marziam è molto contento che il Signore lo conduca dal suo caro nonno. Meno contenti sono gli apostoli, che ricordano il recente incidente con Ismaele. Ma tacciono, seri, per non addolorare il giovinetto, che si rallegra di non avere toccato il miele che Porfirea gli ha dato, «perché avevo speranza che il Signore accontentasse il mio cuore col farmi vedere il padre mio. Non so perché… Ma da qualche tempo l’ho sempre presente allo spirito come se egli mi chiamasse. L’ho detto a Porfirea e mi ha detto: “Fa così anche a me quando Simone è lontano”. Ma non deve essere così come dice, perché prima non me lo ha mai fatto».

3«Perché prima eri un fanciullo. Ora sei un uomo e il tuo pensiero pensa di più», gli dice Pietro.

Piccoli doni di Marziam per il nono

4«Ho anche due formaggelle e un poco di ulive. Quello che ho potuto portare, proprio di mio, al mio amato padre. E poi ho una tunica di canapa e una veste di canapa. Porfirea le voleva fare per me. Ma le ho detto: “Se mi ami, falle per il vecchio”. È sempre così stracciato, così accaldato nelle vesti di cattiva lana!… Ne avrà refrigerio».

5«E intanto tu sei rimasto senza vesti fresche e sudi come una spugna in quelle di lana», gli dice Pietro.

6«Oh! non importa! È stato tante volte senza mangiare il padre per darlo a me quando ero nel bosco… Finalmente posso dargli anche io qualche cosa. Potessi mettere da parte tanto da dargli di che licenziarsi!».

Progetti sul futuro del nonno.

7«Quanto hai fino ad ora?», chiede Andrea.

«Poco. Col pesce ho ricavato centodieci didrammi. Ma venderò presto gli agnelli e allora… Se lo potessi fare prima del gran freddo! …».

8«Lo tenete voi?», chiede Natanaele a Pietro.

«Sì. Non ci spianteremo se quel povero vecchio prenderà un boccone dal nostro piatto…».

9«E poi… Può fare qualche piccolo lavoro… Venire a Betsaida, da noi, vero Filippo?».

10«Certo, certo… Ti aiuteremo, Simone, facendo contento il nostro buon Marziam e il vecchio…».

«Speriamo che non ci sia Giocana…», dice Giuda Taddeo.

«Andrò avanti io ad avvertire», dice Isacco.

Il nonno è morente.

11Vanno lesti nel chiarore di luna… Ad un certo punto Isacco si stacca accelerando ancor più il passo, mentre il gruppo lo segue più lentamente. Un grande silenzio è nella pianura. Persino gli usignoli tacciono. Vanno, vanno, finché vedono due ombre che corrono verso di loro.

12«Uno è Isacco certamente… L’altro… può essere tanto Michea come l’intendente. Sono alti uguali…», dice Giovanni.

13Ormai sono vicini… vicinissimi. È proprio l’intendente, seguito da Isacco che appare costernato.

14«Maestro… Marziam… povero figlio!… Venite presto… Tuo padre, Marziam, è malato… molto…».

«Ah! Signore! …», grida il giovinetto con dolore.

15«Andiamo, andiamo… Sii forte, Marziam», e Gesù gli prende la mano dandosi quasi a correre mentre dice agli apostoli: «Seguiteci, voi».

«Sì… Ma fate piano… C’è Giocana», urla l’intendente già lontano.

16Il povero vecchio è in casa di Michea. Anche uno stolto può capire che è proprio morente. Sta abbandonato, ad occhi chiusi, con i tratti già rilassati, propri di chi muore. È cereo, meno che sui pomelli, dove un rosso cianotico resiste.

“Figlio del Padre mio, ascoltami”

17Marziam si curva sul lettuccio chiamando: «Padre! Padre mio! Sono Marziam! Capisci? Marziam! Jabé! Il tuo Jabé!… O Signore! Non mi sente più… Vieni qui, Signore… Vieni qui. Prova Tu… Guariscilo… Fa’ che mi veda, che mi parli… Ma devo veder morire così tutti i miei, senza che mi diano un addio? …».

18Gesù si avvicina, si china sul morente, gli posa una mano sul capo dicendo: «Figlio del Padre mio, ascoltami».

19Come uno che esce da un sonno profondo, il vecchio trae un profondo respiro e apre gli occhi già vitrei, guardando incerto i due volti curvi sul suo. Fa come per parlare, ma la lingua è molto intorpidita. Però adesso deve aver riconosciuto, perché ha un sorriso e cerca di prendere le mani dei due per portarsele alle labbra.

“Vado da Abramo… a non soffrire più”.

20«Padre… ero venuto… Ho pregato tanto per venire!… Ti volevo dire… che presto avrò tanto… da darti di che licenziarti… e venire con me, da Simone e Porfirea, che sono così buoni, così buoni col tuo Jabé… e con tutti…».

21Il vecchio riesce a muovere la lingua e malamente dice: «Dio li compensi, e… compensi te… Ma è tardi… Vado da Abramo… a non soffrire più…».

22Si volge a Gesù e con ansia chiede: «Così, non è vero?».

L’assoluzione di Gesù Giudice e Salvatore

23«Così. Sta’ in pace!», e Gesù si raddrizza imponente dicendo: «Io, col mio potere di Giudice e Salvatore, ti assolvo di tutto quanto nella vita tu possa aver commesso di colpe o di omissioni, e dei moti dell’animo contro la carità e verso chi ti ha odiato. Di tutto ti perdono, o figlio. Va’ in pace!». Gesù ha steso le mani alte sul lettuccio come fosse a un altare ed Egli, Sacerdote, stesse per consacrare la vittima.

Marziam da miele e presenta i doni al nono

24Marziam piange, mentre il vecchio sorride dolcemente mormorando: «Ci si addormenta in pace col tuo aiuto… Grazie, Signore…», e si accascia…

25«Padre! Padre! Oh! muore! muore! Diamogli un po’ di miele… ha la lingua asciutta… È freddo…, il miele scalda…», grida Marziam e cerca di rovistare nel sacco con una mano, mentre sostiene con l’altra il capo del nonno che si appesantisce.

26Sulla soglia sono apparsi gli apostoli… e osservano muti…

27«Fa’ pure, Marziam. Il padre lo sostengo Io», dice Gesù… e poi, a Pietro: «Simone, vieni qui…».

E Simone viene avanti commosso.

28Marziam cerca di dare un poco di miele al vecchio. Ficca un dito nel vasetto e lo trae coperto di miele filante che pone sulle labbra del nonno, che riapre gli occhi, lo guarda, gli sorride, dice: «È buono».

29«L’ho fatto per te… E anche la veste di canapa fresca…».

30Il vecchio alza la mano vacillante e cerca di posarla sul capo bruno dicendo: «Sei buono… più del miele… Ed è questo… questo essere buono tu, che mi fa bene… Ma il tuo miele… non serve più… E neppure la veste fresca… Tienili… tienili con la mia benedizione…».

 

31Marziam scivola in ginocchio e piange col capo appoggiato alla sponda del lettuccio gemendo: «Solo! Resto solo!».

32Simone gira intorno al letto e con voce più aspra che mai per la commozione dice, carezzando i capelli di Marziam: «No… Solo no… Io ti voglio bene. Porfirea ti vuole bene… I discepoli… tanti fratelli… E poi… Gesù… Gesù che ti vuole bene… Non piangere, figlio mio!».

Va’ in pace, anima giusta! Salmo 120 e 121.

33«Tuo… figlio… sì… felice io… Signore!… Signore…», il vecchio gorgoglia, annaspa… sente la fine.

34Gesù lo circonda col braccio, lo solleva, intona lentamente: «Alzo gli occhi verso i monti, donde verrà il mio aiuto», e prosegue per tutto il salmo 120. Poi sosta, osservando l’uomo che gli muore fra le braccia, placato da quelle parole… Intona il salmo 121. Ma poco ne dice, perché ha appena iniziato il 4° versetto quando si interrompe dicendo: «Va’ in pace, anima giusta!», e lo riadagia lentamente, abbassandogli con la mano le palpebre.

Placida morte Gesù consola a Marziam

35Una così placida morte che nessuno, meno Gesù, si è accorto del trapasso. Però lo comprendono dall’atto del Maestro e succede un brusìo.

36Gesù fa un gesto di silenzio. Gira dalla parte di Marziam, che piangente col capo chino sul letto non si è accorto di nulla, si curva, lo abbraccia cercando di alzarlo dicendo: «È in pace, Marziam! Non soffre più. La più grande grazia di Dio per lui è questa: la morte, e nelle braccia del Signore! Non piangere, figlio caro. Guardalo come è in pace… In pace… Pochi in Israele hanno avuto il premio che ebbe questo giusto di morire sul petto del Salvatore. Vieni qui, fra le mie braccia… Non sei solo. E poi c’è Dio, ed è tutto, che ti ama per tutto il mondo».

 

Ringraziamento di Marziam

37Il povero Marziam fa veramente pena, ma trova ancora la forza di dire: «Grazie, Signore, di esser venuto… E tu, Simone, di avermi condotto… E tutti, tutti, grazie… di quello che mi avete dato per lui… Ma non serve più… Però… la veste sì… Noi siamo poveri… Non possiamo fare l’imbalsamazione… Oh! padre mio! Neppure un sepolcro ti posso dare!… Ma, se vi fidate, se potete, … fate le spese e vi darò a ottobre il prezzo degli agnelli e del pesce…».

38«Ohè! Ma ce l’hai ancora un padre, dico! Ci penso io! A costo di vendere una barca. Daremo al vecchio tutti gli onori. Il più è ad avere chi anticipa… e chi dà un sepolcro…».

L’Intendente pensa al sepolcro.

39L’intendente dice: «A Jezrael ci sono dei discepoli fra il popolo. Non negheranno nulla. Parto subito e tornerò entro terza…»

40«Già, ma… e il Fariseo?».

«Non temete. Gli faccio sapere che c’è un morto e, per non contaminarsi, non uscirà più di casa. Vado…»

41E mentre Marziam, curvo sul nonno, piange e lo carezza, e Gesù parla piano con gli apostoli e Isacco, Michea e gli altri vanno e vengono, preparando per le estreme onoranze al compagno estinto.

Osservazione del Portavoce

42E qui faccio un’osservazione mia. Mi è accaduto più volte di trovarmi in simili contingenze, ed ho sovente notato che i presenti, con scopo buono o con intransigenze non buone, dànno su la voce a quelli che si desolano per aver perduto un parente. Confronto con la dolcezza di Gesù, che compatisce la sofferenza dell’orfano e non pretende da lui un eroismo innaturale… Quanto c’è da imparare da ogni minimo atto di Gesù!

444. Elogio di Marziam. Lezione sull’unico precetto dell’amore, sui novissimi e sui meriti dell’Uomo-Dio[154].

Le doti di Marziam.

Mandati a Nazareth.

1«Dove hai lasciato le barche, Simone, quando sei venuto a Nazareth?», chiede Gesù mentre cammina in direzione nord est, volgendo le spalle alla piana di Esdrelon e procedendo in direzione del Tabor.

«Le ho rimandate alla pesca, Maestro. Ma ho detto di trovarsi a Tarichea di tre in tre giorni… Non sapevo quanto sarei rimasto con Te».

2«Molto bene. Chi di voi vuole andare ad avvertire mia Madre e Maria d’Alfeo di raggiungerci a Tiberiade? Alla casa di Giuseppe è il ritrovo».

«Maestro, … vorremmo tutti. Ma di’ Tu chi deve andare e sarà meglio».

3«Allora Matteo, Filippo, Andrea e Giacomo di Zebedeo. Gli altri vengano con Me a Tarichea. Direte alle donne il motivo del ritardo. E di chiudere casa e di venire. Staremo insieme per tutta una luna. Andate. Ché qui è il bivio. E la pace sia con voi».

4Bacia i quattro che si separano e riprende la marcia con gli altri. Ma dopo pochi passi si ferma e osserva Marziam, che cammina a capo chino un poco indietro. Quando il giovinetto lo raggiunge, Gesù gli passa la mano sotto il mento, forzandolo ad alzare il viso. Due righe di pianto sono sul volto brunetto.

5«Andresti volentieri anche tu a Nazareth?».

«Sì, Maestro… Ma fa’ ciò che Tu vuoi».

6«Voglio che tu abbia conforto, figlio mio… Va’… Corri dietro a quelli. La Madre ti consolerà».

7Lo bacia e lo lascia andare, e Marziam si dà a correre raggiungendo presto i quattro.

Il fanciullo di propositi seri.

8«È ancora un fanciullo…», osserva Pietro.

9«E soffre molto… Mi diceva ieri sera, ché l’ho trovato a piangere in un angolo della casa: “È come se fossero morti ieri il padre e la madre… La morte del vecchio padre mi ha riaperto tutto il cuore…”», dice Giovanni.

10«Povero figlio!… Ma è stata buona cosa che fosse presente a quella morte…», dice lo Zelote.

11«Si era tanto illuso di poter giovare al vecchio!… Mi diceva Porfirea che faceva sacrifici d’ogni sorta per poter mettere insieme il denaro. Ha lavorato nei campi, ha fatto fascine per i forni, ha pescato, non ha mangiato le formaggelle per venderle, il miele per venderlo… Aveva quel chiodo in cuore e voleva con sé il vecchio… Mah!», dice Pietro.

12«È un uomo di propositi seri. Non gli pesa sacrificio e lavoro. Buone doti», dice Bartolomeo.

13«Sì, è un buon figlio e sarà un discepolo fra i migliori. Vedete con che disciplina si regola anche nei momenti più turbati… Il suo cuore afflitto desiderava Maria, ma non ha chiesto di andare. Ha così bene compreso ciò che è forza nella preghiera, che supera molti adulti», dice Gesù.

14«Credi che faccia i sacrifici con uno scopo prefisso?», domanda Tommaso.

«Ne sono sicuro».

15«È vero. Ieri dette le frutta ad un vecchio dicendogli: “Prega per il padre di mio padre che mi è morto da poco”, ed io gli ho osservato: “Egli è in pace, Marziam. Non credi valida l’assoluzione di Gesù?”. Mi ha risposto: “La credo valida. Ma io penso, nell’offrire suffragi[155], alle anime per le quali nessuno prega, e dico: se al padre mio ciò non occorre più, vadano questi sacrifici per coloro a cui nessuno pensa”. E io ne sono rimasto edificato», dice Giacomo d’Alfeo.

Lezioni sulla carità.

Ogni atto d’amore è di grande valore.

16«Già. Ieri è venuto da me e, gettandomi le braccia al collo, perché è ancora bambino, in fondo, mi ha detto: “Ora tu mi sei proprio padre… e io ti rendo ciò che la tua bontà mi aveva fatto mettere insieme. Non serve più quel denaro al vecchio padre, … e tu e Porfirea fate tanto per me…”. Io, e facevo fatica a stare senza lacrime, gli ho risposto: “No, figlio mio. Useremo quel denaro in elemosine ai vecchi miseri o per degli orfanelli poveri, e Dio userà le tue elemosine per aumentare la pace al povero vecchio”. E Marziam mi ha dato due baci così forti che,… ecco,… io non ho più potuto trattenere le lacrime. E come ti è grato, Bartolomeo, di esserti fatto pagatore delle spese. Mi diceva: “Per me l’onore dato al vecchio non ha prezzo. Dirò a Bartolomeo di tenermi per servo”».

17«Oh! povero figlio! Nemmeno per un’ora! Lui serve il Signore e ci edifica tutti. Ho onorato un giusto. Lo potevo fare, perché il mio nome è conosciuto e mi è facile trovare chi mi anticipa. Da Betsaida provvederò al saldo del piccolo debito, un’inezia in fondo…».

18«Sì. Come denaro è poco, perché quelli di Jezrael furono generosi. Ma il tuo amore verso il condiscepolo non è un’inezia. Perché ogni atto d’amore è di grande valore.

Unico precetto d’amore.

19Voi state formandovi a questo amore di prossimo, che è la seconda parte del precetto base della Legge di Dio, ma che in verità era caduto molto in trascuranza in Israele. I molti precetti, le minuziosaggini succedute alla lineare e completa, nella sua brevità, legge del Sinai, hanno svisato la prima parte del precetto base, riducendolo un ammasso di riti esteriori, ai quali manca ciò che dà loro il nerbo, il valore, la verità, ossia manca l’aderenza attiva dell’interno, con le opere che compie, con le tentazioni che supera, alle forme di culto esterno.

20Quale valore può avere agli occhi di Dio l’ostentazione di un culto, quando poi nell’interno il cuore non ama Dio, non si annichila in venerabondo amore a Dio, quando non lo loda e ammira con l’avere amore alle cose da Lui fatte, e per prima cosa all’uomo, che è il capolavoro del Creato terrestre? Vedete dove è avvenuto lo sbaglio in Israele? Di avere, di un unico precetto, fatto in un primo tempo due precetti, e successivamente, col decadere degli spiriti, avere nettamente tagliato il secondo dal primo, come fosse un ramo inutile.

21Non era un ramo inutile, non erano neppure due rami. Era un unico tronco, che sin dalla base si era ornato delle singole virtù dei due amori.


 

L’allegoria del fico.

22Guardate quel grosso fico nato lassù su quel poggio. Nato spontaneamente, quasi alla radice, ossia appena spuntato dal suolo, si è formato in due rami tanto uniti che le due scorze hanno aderito. Ma ogni ramo ha però gettato la propria chioma ai lati, in modo tanto bizzarro che ha dato il nome di “Casa del fico gemello” a questo piccolo paese su questo piccolo colle. Orbene, se uno volesse ora separare i due tronchi, che in fondo sono un solo tronco, dovrebbe usare la scure o la sega. Ma che farebbe? Farebbe morire la pianta o, se fosse tanto sagace di condurre la scure o la sega in modo da ledere uno solo dei due tronchi, ne salverebbe uno, ma l’altro inesorabilmente morrebbe, e il superstite, sebbene vivo ancora, sarebbe un malvivo e probabilmente intristirebbe non facendo più frutto o pochissimo frutto.

23Lo stesso è successo in Israele. Hanno voluto dividere, separare le due parti, così unite da essere veramente una cosa sola, hanno voluto ritoccare ciò che era perfetto. Perché ogni opera di Dio è perfetta, ogni pensiero, ogni parola. Perciò se Dio sul Sinai[156] ha dato il comando di amare Dio santissimo e il prossimo con un unico precetto, è chiaro che non sono due precetti che possono esser praticati indipendentemente l’uno dall’altro, ma sono un solo precetto. E, non bastandomi mai il formarvi a questa sublime virtù, la più grande di tutte, quella che sale con lo spirito in Cielo, perché è l’unica che sussiste in Cielo[157], insisto sulla stessa, anima di tutta la vita dello spirito, che perde la vita se perde la carità, perché perde Iddio[158].

La parabola dei due sposi.

24Sentitemi. Fate conto che alla vostra porta vengano un giorno a bussare due ricchissimi sposi, chiedendo di essere ospitati per tutta la vita. Potreste voi dire: “Accettiamo lo sposo, ma non vogliamo la sposa”, senza sentirvi rispondere dallo sposo: “Ciò non può essere, perché io non mi posso separare dalla carne della mia carne[159]. Se voi non la volete accogliere, io pure non mi posso fermare presso di voi e me ne vado con tutti i miei tesori, dei quali vi avrei fatto compartecipi”?

È Dio stesso la Carità.

25Dio è congiunto alla Carità. Essa è veramente, e più intimamente e veramente ancora di due sposi che si amano intensamente, spirito del suo Spirito[160]. È Dio stesso la Carità. La Carità non è che l’aspetto più manifesto, più illustrativo di Dio. Fra tutti i suoi attributi, essa è l’attributo re e l’attributo origine, perché tutti gli altri attributi di Dio nascono ancora dalla Carità. Che è la Potenza se non carità che opera? Che è la Sapienza se non carità che insegna? Che è la Misericordia se non carità che perdona? Che è la Giustizia se non carità che amministra? E potrei continuare così per tutti gli innumerevoli attributi di Dio.

Chi non ha la carità non ha lo Spirito di Dio.

26Ora, da quello che dico, potete voi pensare che chi non ha la carità abbia Dio? Non lo ha. Potete voi pensare che possa accogliere Dio e non la carità? La carità che è unica, e abbraccia Creatore e creature, e non si può averne una metà sola, quella data al Creatore, senza avere anche l’altra metà, quella data al prossimo. Dio è nelle creature. Vi è col suo segno incancellabile, coi suoi diritti di Padre, di Sposo, di Re. L’anima ne è il trono, il corpo il tempio. Ora, colui che non ama un suo fratello e gli fa spregio, fa spregio, dà dolore, misconosce il Padrone di casa del suo fratello, il Re, il Padre, lo Sposo del fratello, ed è naturale che questo grande Essere che è Tutto, e che è presente in un fratello, in tutti i fratelli, faccia sua l’offesa fatta all’essere minore, alla parte del Tutto, ossia al singolo uomo. Per questo vi ho insegnato le opere di misericordia corporali e spirituali, per questo vi ho insegnato a non scandalizzare i fratelli, per questo vi ho insegnato a non giudicare, a non sprezzare, a non respingere i fratelli, sia che siano buoni o non buoni, fedeli o gentili, amici o nemici, ricchi o poveri.

Similitudine del concepimento, la gestazione e la nascita.

27Quando in un talamo si compie un concepimento, esso si forma con lo stesso atto, sia che avvenga su un talamo d’oro o sullo strame di una stalla. E la creatura che si forma nel seno regale non è diversa da quella che si forma nel seno di una mendica. Il concepire, il formare un nuovo essere, è uguale in tutti i punti della Terra, quale che sia la loro religione. Tutte le creature nascono come nacquero Abele e Caino dal seno di Eva[161].

28E all’uguaglianza del concepimento, formazione e modo di nascere dei figli di un uomo e di una donna sulla Terra, corrisponde un’altra uguaglianza in Cielo: la creazione di un’anima da infondere nell’embrione, perché esso sia di uomo e non di animale e lo accompagni dal momento che è creata alla morte, e gli sopravviva in attesa della risurrezione universale per ricongiungersi, allora, al corpo risorto ed avere con esso il premio o il castigo. Il premio o il castigo secondo le azioni fatte nella vita terrena. Perché non vi pensate che la Carità sia ingiusta e, solo perché molti non saranno di Israele o di Cristo, pur essendo virtuosi nella religione che seguono, convinti di essere nella vera, abbiano a rimanere in eterno senza premio.

Lezione sui novissimi.

Carità e vita eterna.

29Dopo la fine del mondo non sopravvivrà altra virtù che la carità, ossia l’unione col Creatore di tutte le creature che vissero con giustizia. Non ci saranno tanti Cieli, uno per Israele, uno per i cristiani, uno per i cattolici, uno per i gentili, uno per i pagani. Non ci saranno, ma vi sarà un solo Cielo[162]. E così vi sarà un solo premio: Dio, il Creatore che si ricongiunge ai suoi creati vissuti in giustizia, nei quali, per la bellezza degli spiriti e dei corpi dei santi, ammirerà Se stesso con gioia di Padre e di Dio. Vi sarà un sol Signore. Non un Signore per Israele, uno per il cattolicesimo, uno per le altre singole religioni.

Paradiso Purgatorio- Limbo-Inferno.

30Ora vi rivelo una grande verità. Ricordatevela. Trasmettetela ai vostri successori. Non attendete sempre che lo Spirito Santo rischiari le verità dopo anni o secoli di oscurità. Udite. Voi forse direte: “Ma allora che giustizia c’è ad essere della religione santa, se saremo alla fine del mondo ugualmente trattati, come lo saranno i gentili?”.

31Vi rispondo: la stessa giustizia che c’è, ed è vera giustizia, per coloro che, pur essendo della religione santa, non saranno beati perché non saranno vissuti da santi. Un pagano virtuoso, soltanto perché visse con virtù eletta, convinto che la sua religione era buona, avrà alla fine il Cielo. Ma quando? Alla fine del mondo, quando delle quattro dimore dei trapassati due sole sussisteranno, ossia il Paradiso[163] e l’Inferno[164]. Perché la Giustizia, in quel momento, non potrà che conservare e dare i due regni eterni a chi dall’albero del libero arbitrio scelse i frutti buoni o volle i frutti malvagi. Ma quanta attesa prima che un pagano virtuoso giunga a quel premio… Non ve lo pensate? E questa attesa, specie dal momento in cui la Redenzione, con tutti i suoi conseguenti prodigi, si sarà verificata, e l’Evangelo sarà predicato nel mondo, sarà la purgazione delle anime che vissero da giuste in altre religioni ma non poterono entrare nella Fede vera dopo averla conosciuta come esistente e di provata realtà. Ad essi il Limbo[165] per i secoli e secoli sino alla fine del mondo. Ai credenti nel Dio vero, che non seppero essere eroicamente santi, il lungo Purgatorio[166]; e per alcuni potrà avere termine alla fine del mondo.

32Ma, dopo l’espiazione e l’attesa, i buoni, quale che sia la loro provenienza, saranno tutti alla destra di Dio; i malvagi, quale che sia la loro provenienza, alla sinistra e poi nell’Inferno orrendo, mentre il Salvatore entrerà con i buoni nel Regno eterno».

La natura dei meriti.

33«Signore, perdona se non ti capisco. Ciò che dici è molto difficile… almeno per me… Tu dici sempre che sei il Salvatore e redimerai quelli che credono in Te. E allora quelli che non credono, o perché non ti hanno conosciuto essendo vissuti prima, oppure perché – è tanto grande il mondo! – non hanno avuto notizia di Te, come possono essere salvati?», chiede Bartolomeo.

34«Te l’ho detto: per la loro vita di giusti, per le loro opere buone, per la loro fede che essi credono vera».

35«Ma non sono ricorsi al Salvatore…».

36«Ma il Salvatore per essi, anche per essi, soffrirà. Non pensi, Bartolmai, quale ampiezza di valore avranno i miei meriti di Uomo-Dio?».

27«Mio Signore, sempre inferiori a quelli di Dio, a quelli che hai perciò da sempre».

38«Giusta e non giusta risposta. I meriti di Dio sono infiniti, tu dici. Tutto è infinito in Dio. Ma Dio non ha meriti nel senso che non ha meritato. Ha degli attributi, delle virtù sue proprie. Egli è Colui che è: la Perfezione, l’Infinito, l’Onnipotente. Ma per meritare bisogna compiere, con sforzo, qualcosa di superiore alla nostra natura[167]. Non è un merito mangiare, ad esempio. Ma può divenire un merito il saper mangiare parcamente, facendo veri sacrifici per dare ciò che risparmiamo ai poveri. Non è un merito stare zitti. Ma lo diviene quando si sta zitti non ribattendo un’offesa. E così via[168]. Ora tu comprendi che Dio non ha bisogno di sforzare Se stesso che è perfetto, infinito. Ma l’Uomo-Dio può sforzare Se stesso, umiliando l’infinita Natura divina a limitazione umana, vincendo la natura umana che non è assente o metaforica in Lui ma è reale, con tutti i suoi sensi e sentimenti, con le sue possibilità di sofferenza e di morte, con la sua volontà libera.

39Nessuno ama la morte, specie se è dolorosa, precoce e immeritata. Nessuno l’ama. Eppure ogni uomo deve morire. Perciò dovrebbe guardare la morte con la stessa calma con cui vede finire tutto ciò che ha vita. Ebbene, Io sforzo la mia Umanità ad amare la morte. Non solo. Io ho eletto la vita per potere avere la morte. Per l’Umanità. Perciò Io, nella mia veste di Uomo-Dio, acquisto quei meriti che, rimanendo Dio, non potevo acquistare. E con essi, che sono infiniti per la forma come li acquisto, per la Natura divina congiunta all’umana, per le virtù di carità e di ubbidienza con le quali mi sono messo in condizione di meritarli, per la fortezza, per la giustizia, temperanza, prudenza, per tutte le virtù che ho messe nel mio cuore a renderlo accetto a Dio, Padre mio, Io avrò una potenza infinita non solo come Dio, ma come Uomo che si immola per tutti, ossia che raggiunge il limite massimo della carità. È il sacrificio quello che dà il merito. Più grande il sacrificio e più grande il merito. Completo il sacrificio e completo il merito. Perfetto il sacrificio e perfetto il merito. E usabile secondo la santa volontà della vittima, alla quale il Padre dice: “Sia come tu vuoi!”, perché essa lo ha amato senza misura ed ha amato il prossimo senza misura.

40Ecco, Io ve lo dico. Il più povero degli uomini può essere il più ricco e beneficare un numero senza misura di fratelli, se sa amare sino al sacrificio. Io ve lo dico: anche non aveste neppur più una briciola di pane, un calice d’acqua, un brandello di veste, voi potete beneficare sempre. Come? Pregando e soffrendo per i fratelli. Beneficare chi? Tutti. In che modo? In mille modi tutti santi, perché, se voi saprete amare, saprete come Dio operare, insegnare, perdonare, amministrare e, come l’Uomo-Dio, redimere».

41«O Signore, donaci questa carità!», sospira Giovanni.

42«Dio ve la dà, perché a voi si dona. Ma voi dovete accoglierla e praticarla sempre più perfettamente. Nessun evento deve essere per voi disgiunto da carità. Dai materiali a quelli dello spirito. Tutto sia fatto con carità e per la Carità. Santificate le vostre azioni, le vostre giornate, mettete il sale alle vostre orazioni, la luce nelle vostre operazioni. La luce, il sapore, la santificazione, è la carità. Senza di essa, nulli sono i riti e vane le preghiere e false le offerte. In verità vi dico che il sorriso con cui un povero vi saluta come fratelli è più di valore del sacco di monete che uno vi può gettare ai piedi solo per essere notato. Sappiate amare e Dio sarà con voi, sempre».

43«Insegnaci ad amare così, Signore».

44«Sono due anni che ve lo insegno. Fate ciò che mi vedete fare e sarete nella Carità, e la Carità sarà in voi, e su voi sarà il sigillo, il crisma, la corona che vi farà veramente riconoscere per ministri di Dio-Carità. Ora sostiamo in questo luogo ombroso. Vi è erba folta e alta, e le piante mitigano il calore. Proseguiremo a sera…».

445. A Tiberiade. Due parabole sotto
la tempesta. Arrivo di Maria Ss. e impenitenza di Giuda Iscariota
[169].

La pace e il turbamento.

Tempesta in arrivo.

1Gesù giunge con i suoi a Tiberiade in una burrascosa mattina. E vi giunge per il breve tragitto da Tarichea a Tiberiade, con le barche che ondeggiano forte sul lago, molto mosso e grigiastro come il cielo su cui scavallano nuvoloni poco promettenti.

2Pietro scruta cielo e lago e ordina ai garzoni di mettere le barche al sicuro: «Fra poco sentirete che musica! Non sono più Simone il pescatore se fra poco le ondate di acqua del cielo e quelle del lago non faranno danni. C’è nessuno sul lago?», chiede a se stesso scrutando il turbato mar di Galilea. E lo vede deserto, corso solo dai cavalloni sempre più forti, sotto la cappa del cielo sempre più minacciosa. Si consola vedendolo vuoto e pensando che non farà vittime umane, e segue più contento il Maestro, che procede fra colpi di vento così forti che gli uomini camminano a fatica fra nuvole di polvere, in un grande sbatacchio di vesti.

3In Tiberiade, in questa parte di Tiberiade che è quella popolana, fatta di famiglie di pescatori o piccoli operai dediti a lavori inerenti alla pesca, vi è un grande andare e venire per riporre nelle case ciò che il temporale potrebbe sciupare; e chi corre carico delle reti, dei remi delle barche già messe al sicuro, e chi strascina nelle case gli arnesi da lavoro, e tutto avviene fra fischi di vento e nuvoli di polvere e sbatacchiare di usci. L’altra Tiberiade, quella più a nord, dai palazzi stesi lungo il lago, dai bei parchi che si vedono sull’arco della riva, dorme oziosa. Solo dei servi o degli schiavi, a seconda che le case sono di israeliti o di romani, sono indaffarati a levare tende sull’alto delle terrazze, a ritirare le leggere barche da diporto, i sedili sparsi nei giardini…

Il Messia attende.

4Gesù, che ha proceduto verso questa parte, dice a Simone Zelote e al cugino Giuda: «Andate ad interrogare il portinaio di Giovanna di Cusa se nessuno dei nostri ci ha cercato. Io attendo qui».

«Sta bene. E Giovanna?».

5«La vedremo poi. Andate e fate questo che dico».

I due vanno lesti e, mentre gli altri attendono il loro ritorno, Gesù li manda chi qua e chi là a procurare il cibo «per loro e le donne, perché non è giusto gravare sulla famiglia del discepolo», dice Gesù. E resta solo, addossato al muro di un giardino dal quale viene un rumore di uragano, tanto è la lotta che le alte piante di esso sopportano col vento.

6Gesù sta raccolto in Se stesso e nelle vesti, che si è ben serrate nel manto, tirato sul capo e stretto come un cappuccio su esso, a difesa del vento che getta i capelli negli occhi. E così, polveroso, col volto seminascosto dai lembi del mantello, addossato ad un muro quasi all’angolo della via, che si incrocia con una bella arteria che procede dal lago al centro della città, sembra un mendico in attesa di oboli. Qualcuno passa e lo guarda. Ma, posto che Egli non dice nulla, non chiede nulla e sta così a capo chino, nessuno si ferma a dare nulla né a dire nulla. Intanto la burrasca aumenta di intensità e il rumore del lago cresce di violenza, empie tutta la città del suo muggito.

L’uomo giusto ha sempre la pace

7Un uomo alto, che procede curvo per difendersi dal vento, anche lui tutto fasciato nel mantello tenuto stretto sotto la gola con la mano, viene dalla strada dell’interno verso questa litoranea e, nell’alzare lo sguardo da terra per schivare una fila di asinelli di ortolani che, depositate le verdure ai mercati, tornano alle loro ortaglie, vede Gesù (ed io vedo che il giovane è Giuda di Keriot).

 8«Oh! Maestro!», dice dall’al di là della fila asinina. «Venivo proprio da Giovanna a cercare di Te. Sono stato a Cafarnao a cercarti, ma…». L’ultimo asino è passato e Giuda si affretta a raggiungere il Maestro finendo il discorso: «… ma a Cafarnao non c’era nessuno. Ho atteso dei giorni e poi sono tornato qui, e tutti i giorni andavo da Giuseppe e da Giovanna a cercarti…»

9Gesù lo guarda coi suoi occhi penetranti e ferma questa irruenza di parole dicendo soltanto: «La pace sia con te».

«È vero! Non ti ho neppure salutato! La pace sia con Te, Maestro. Ma Tu ce l’hai sempre questa pace!».

10«E tu no?».

«Io sono un uomo, Maestro».

11«L’uomo giusto ha la pace. È soltanto l’uomo colpevole che è turbato. Sei tu tale?».

«Io?… No, no, Maestro. Almeno… Certo, se devo dire il vero, l’esserti lontano non mi faceva felice… ma ciò non era ancora essere privo di pace. Era nostalgia di Te, per l’affetto che per Te ho… Ma la pace è un’altra cosa, non è vero? …».

12«Sì. È un’altra cosa. Le separazioni non ledono la pace del cuore, se il cuore del separato non fa cose che la sua coscienza gli dice tali da addolorare l’amato, se le sapesse».

«Ma gli assenti non sanno… A meno che ci sia chi li informi».

13Gesù lo guarda e tace.

Gesù è l’amico più amoroso di Giuda.

14«Sei solo, Maestro?», chiede Giuda cercando di girare il discorso verso argomenti più banali.

15«Attendo quelli che ho mandato da Giovanna per sentire se mia Madre è venuta da Nazareth».

«Tua Madre? Fai venire qui tua Madre?».

16«Sì. Starò con Lei a Cafarnao per tutta la luna, andando con le barche ai paesi della sponda, ma tornando ogni giorno a Cafarnao. Vi devono essere molti discepoli…».

«Sì… Molti…».

17Giuda ha perso la parlantina. É pensieroso…

18«Non hai nulla da dirmi, Giuda? Siamo noi due soli… Nulla ti è accaduto, in questo tempo di separazione, nessun fatto sul quale tu senta necessario avere la parola del tuo Gesù?», dice Gesù dolcemente, come per aiutare il discepolo a confessare facendogli sentire tutto il suo misericorde amore.

19«E Tu sai nulla che in me necessiti della tua parola? Se lo sai – io invero non so cosa che meriti questa parola – parla. È pesante per un uomo dover ricercare le colpe e i difetti e confessarli ad un altro…». 

20«Io che ti parlo non sono un altro uomo, ma…».

21«No. Sei Dio. Lo so. Per questo non è neppure necessario che sia io quello che parla. Tu sai…».

22«Io non sono un altro uomo, dicevo, ma sono l’amico tuo più amoroso. Non ti dico il Maestro, il superiore, ma ti dico: l’amico…».

Gesù ama senza misura

23«E’ sempre la stessa cosa. Ed è sempre noiosa ricerca quella di ciò che si è fatto in passato e sulla cui confessione potrebbero aversi rimproveri. Ma poi, più che per i rimproveri, è di decadere nella stima dell’amico che duole…»

24«A Nazareth, l’ultimo sabato che fui là, Simon Pietro disse ad un compagno, inavvertitamente, una cosa che doveva tacere. Non era disubbidienza volontaria, non era maldicenza, non era cosa atta a danneggiare il prossimo. Simon Pietro l’aveva detta ad un cuore onesto e ad un uomo serio, il quale, vedendo di essere, senza volere né suo né di Pietro, a conoscenza di una cosa segreta, giurò che non avrebbe ripetuto ad altri il segreto. Simone poteva mettersi calmo… Ma non si mise calmo sinché non mi confessò la colpa. Subito… Povero Simone! La chiamava colpa! Ma se nel cuore dei miei discepoli non ci fossero altro che colpe uguali a quella, e tanta, tanta umiltà, tanta confidenza, tanto amore, come ne ha Pietro, oh! dovrei proclamarmi Maestro di una turba di santi! …».

25«E con questo vuoi dirmi che Pietro è santo ed io no. É vero. Non sono un santo. Scacciami, allora…».

26«Non sei un umile, Giuda. La superbia ti rovina. E non mi conosci ancora…», termina Gesù mestissimamente.

27Giuda sente questa pena e mormora: «Perdonami, Maestro! …».

28«Sempre. Ma sii buono, figlio! Sii buono! Perché vuoi fare del male a te stesso?».

29Giuda, vere o false che siano non so, ha delle lacrime sulle ciglia e si rifugia fra le braccia di Gesù, piangendogli sulla spalla. E Gesù lo carezza sui capelli mormorando: «Povero Giuda! Povero, povero Giuda che va cercando altrove, dove non può trovarla, la sua pace e chi lo possa comprendere…».

30«Sì. È vero. Hai ragione, Maestro. La pace è qui… Fra le tue braccia… Sono un disgraziato… Tu solo mi capisci e ami… Tu solo… Lo stolto sono io… Perdonami, Maestro».

31«Sì, sii buono, sii umile. Se caschi, vieni a Me e ti solleverò. Se sei tentato, corri a Me. Ti difenderò, da te stesso, da chi ti odia, da tutto… Ma sta’ su. Vengono gli altri…».

32«Un bacio, Maestro… Un bacio…».

33E Gesù lo bacia… e Giuda si ricompone… Sì, ma intanto non ha per nulla confessato le sue colpe, io penso…

Arriva la tempesta.

Da Giuseppe il Barcaiolo.

34«Abbiamo tardato alquanto perché Giovanna era già alzata e il portinaio l’ha voluta avvertire. Verrà entro il giorno, a venerarti, da Giuseppe», dice il Taddeo.

35«Da Giuseppe? Se viene tutta l’acqua che il cielo promette, quelle vie saranno pantani. Giovanna non verrà certo in quella stamberga e per quelle vie. Sarebbe meglio andare noi da lei…», dice Giuda che si è già rifatto sicuro.

36Gesù non gli risponde, ma risponde a suo cugino chiedendo: «Nessuno dei nostri ci cercò da Giovanna?».

«Nessuno ancora».

37«Va bene. Andiamo da Giuseppe. Gli altri ci raggiungeranno…».

38«Ad essere certi che le nostre madri sono per via, andrei loro incontro…», dice Giuda d’Alfeo.

39«Sarebbe bene. Ma più vie vengono a Tiberiade. E forse esse non hanno preso la principale…».

«È vero, Gesù… Andiamo…».

40Vanno lesti, fra i primi tuoni e lampi solcanti il cielo livido e rombanti forte nelle gole dei colli che circondano il lago quasi completamente. Entrano nella povera casa di Giuseppe che, nell’aria tempestosa, pare ancor più povera e scura. Di luminoso non c’è che il volto del discepolo e dei suoi famigliari, beati di avere in casa loro il Maestro.

41«Ma capiti male, Signore», si scusa il barcaiuolo.

«Con questo lago non ho potuto pescare e… ho solo degli erbaggi…».

42«E il tuo buon cuore. Ma ho provveduto. Verranno ora i compagni con quanto serve. Non ti affaticare, donna… Possiamo sedere anche per terra. C’è tanto pulito. Tu sei una brava donna, lo so. Ma l’ordine che qui vedo la conferma».

43«Oh! la mia sposa! Una vera donna forte! La mia, la nostra gioia», proclama il barcaiuolo, in sollucchero per l’elogio del Signore, che si è seduto tranquillamente sull’orlo basso del focolare spento, quasi per terra, prendendosi fra i ginocchi un fanciullino che lo osserva stupito.

44Entrano, fra il primo scroscio d’acqua, quelli andati per gli acquisti e sulla soglia scrollano i mantelli e i sandali per non portare acqua e fango nella casa.

45É un finimondo di tuoni, di lampi, di pioggia, di vento. Il boato del lago è di accompagnamento agli a-soli delle saette e agli urli del vento.

Sotto la tempesta.

46«Salute! L’estate si bagna le penne e ammolla il focolare… Dopo si starà meglio… Purché non faccia danni alle viti… Posso andare sopra a guardare il lago? Voglio vedere che umore ha…».

«Va’, va’. La casa è vostra», risponde il discepolo a Pietro.

47E Pietro, con la sola tunica, esce beato a godersi la tempesta, monta la scaletta esterna e rimane sul terrazzo a rinfrescarsi e a dare i suoi responsi a quelli di dentro, come fosse sul ponte della sua barca e comandasse le manovre.

48Gli altri sono seduti qua e là nella cucina, dove appena ci si vede, perché devono tenere la porta socchiusa per il piovasco e dalla fessura entra un filo di luce verdastra, interrotta dalle luminosità brevi e abbaglianti dei lampi…

49Rientra Pietro, bagnato come fosse caduto nel lago, e sentenzia: «Adesso l’abbiamo sopra il capo. Si allontana verso la Samaria. Va a bagnare là…». 

50«Te ti ha già bagnato! Grondi come una fontana», osserva Tommaso.

«Sì. Ma sto tanto bene dopo tanto calore».

51«Vieni dentro. Così bagnato, stare sulla porta ti farà male», consiglia Bartolomeo.

52«Noooh! Sono legno stagionato… Ho cominciato che non sapevo ancora dire bene “padre” a star nell’umido. Ah! come si respira facilmente!… Però… la strada… è un fiume… Vedeste il lago! É di tutti i colori e bolle come una pentola. Non si capisce neppur più dove vanno le onde. Bollono sul posto… Ci voleva però…».

L’uomo e la grazia di Dio.

Il soggetto della parabola.

53«Sì, ci voleva. I muri non si raffreddavano più, tanto erano arsi dal sole. La mia vite aveva le foglie accartocciate, polverose… La bagnavo al piede… ma sì!… Che fa un po’ d’acqua quando tutto il resto è fuoco?», dice Giuseppe.

«Più male che bene, amico», sentenzia Bartolomeo.

54«Le piante hanno bisogno dell’acqua del cielo, perché bevono anche con le foglie, eh?! Sembra che no, ma è così. Le radici, le radici! Sta bene. Ma anche le fronde ci sono per qualche cosa e hanno i loro diritti…».

55«Non ti pare, Maestro, che Bartolomeo proponga il soggetto di una bella parabola?», dice lo Zelote stuzzicando Gesù a parlare.

56Ma Gesù, che sta ninnando il fanciullino che ha paura delle saette, non dice la parabola, ma assente dicendo: «E tu come la proporresti?».

«Male certo, Maestro. Io non sono Te…».

57«Dilla come la sai. Vi servirà molto il predicare con parabole. Abituatevi. Ti ascolto, Simone…».

Parabola della vite domestica.

58«Oh!… Tu Maestro, io… stolto… Ma ubbidisco. Direi così:  

59“Un uomo aveva una bella pianta di vite. Ma non essendo quell’uomo possessore di una vigna, la sua vite l’aveva messa nel piccolo orto di casa, perché salisse sul terrazzo a fare ombra e a dare grappoli, e molte cure dava alla sua vite. Ma essa cresceva in mezzo alle case, presso la via, perciò fumo di cucine e forni e polvere dalla strada salivano a molestare la vite. E, finché ancora dal cielo scendevano le piogge di nisam, le foglie della vite si detergevano dalle impurità e godevano del sole e dell’aria senza avere sulla superficie una brutta crosta di sudiciume ad impedirlo. Ma, quando venne l’estate e l’acqua non scese più dal cielo, fumo, polvere, escrementi di uccelli si depositarono in spessi strati sulle foglie, mentre il sole troppo rovente le prosciugava. Il padrone della vite dava acqua alle radici sprofondate nel suolo, e perciò la pianta non moriva, ma vegetava stenta, perché l’acqua dalle radici succhiata non saliva che per l’interno, e le misere fronde non ne godevano. Anzi, dal suolo torrido, bagnato con poca acqua, salivano ribollimenti ed esalazioni che sciupavano le foglie macchiandole come per pustole maligne. Ma infine venne una grande pioggia dal cielo e scese sulle fronde, corse lungo i rami, i grappoli, il tronco, spense l’ardore delle muraglie e del suolo e, passata la tempesta, il padrone della vite vide la sua pianta pulita, fresca, godere e dare godimento sotto il cielo sereno”. Ecco la parabola».

60«Va bene. Ma il paragone con l’uomo? …».

61«Maestro, questo fallo Tu»

62«No. Tu. Siamo tra fratelli, non devi temere di fare brutte figure».

63«Se è per le brutte figure, non le temo come cose penose. Anzi le amo, perché servono a tenermi umile. É che non vorrei dire delle cose errate…».

«Io te le correggerò».

Applicazione.

64«Oh! allora! Ecco. Io direi: “Così avviene dell’uomo che non vive isolato negli orti di Dio, ma vive in mezzo alla polvere e al fumo delle cose del mondo. Le quali lo ingrommano lentamente, quasi inavvertitamente, ed egli si trova sterilito nello spirito, sotto una crosta di umanità tanto spessa che l’aura di Dio e il sole della Sapienza più non possono giovargli. E inutilmente cerca sopperire con un poco di acqua, attinta alle pratiche e data con tanta umanità alla parte inferiore, di modo che la parte superiore non ne gode… Guai all’uomo che non si deterge con l’acqua del Cielo che monda dalle impurità, che spegne gli ardori delle passioni, che veramente nutre l’io tutto”. Ho detto».

65«Hai detto bene. Io direi anche che, a differenza della pianta, creatura priva di libero arbitrio e confitta nella terra, e perciò non libera di andare in cerca di ciò che le giova e di sfuggire ciò che le nuoce, l’uomo può andare a cercare l’acqua del Cielo e sfuggire la polvere, il fumo e l’ardore della carne e del mondo e del demonio. Sarebbe più completo l’insegnamento».

66«Grazie, Maestro. Lo ricorderò», risponde lo Zelote.

Dibattito.

67«Non si è solitari… Viviamo nel mondo… Perciò…», dice Giuda di Keriot.

68«Cosa: perciò? Vuoi dire che Simone ha parlato da stolto?», gli chiede Giuda d’Alfeo.

69«Non dico questo. Dico che, non potendoci isolare…, dobbiamo essere coperti per forza di ciò che è del mondo».

70«Il Maestro e Simone dicono appunto che si deve cercare l’acqua del Cielo per conservarsi puliti, nonostante il mondo che è intorno a noi», dice Giacomo d’Alfeo.

«Già! Ma è sempre pronta l’acqua del Cielo a detergerci?».

71«Sì», dice sicuro Giovanni.

«Sì? E dove la trovi?».

72«Nell’amore».

«L’amore è fuoco. Ti arde di più».

73«É fuoco, sì. Ma è anche acqua che lava. Perché porta via tutto ciò che è della Terra e dà tutto quanto è del Cielo»

«…Operazioni che non capisco. Leva, mette…».

74«Sì. Non sono folle. Dico che ti leva ciò che è umanità e ti dà ciò che da Dio viene, e perciò divino è. E cosa divina non può che nutrire e santificare. Giorno per giorno l’amore ti deterge da ciò che il mondo ti ha dato».

75Giuda sta per ribattere, ma il piccolo che è in grembo a Gesù dice: «Un’altra parabola, bella, bella… per me…», e questo crea un diversivo alla discussione.

76«Su che, fanciullo?», chiede condiscendente Gesù.

77Il bambinello si guarda intorno e poi trova. Punta un ditino verso la madre e dice: «Sulla mamma».

Parabola della mamma e Dio.

78«La mamma è per l’anima e per il corpo ciò che per gli stessi è Dio. La mamma che ti fa? Ti veglia, ti cura, ti insegna, ti ama, guarda che tu non ti faccia del male, ti tiene, come fa la colomba coi suoi nati, sotto le ali del suo amore. E la mamma va ubbidita e amata, perché tutto quello che fa lo fa per nostro bene. Anche il buon Dio, e molto più perfettamente della più perfetta delle mamme, tiene i suoi figli sotto le ali del suo amore, li protegge, li ammaestra, li aiuta, notte e giorno pensa a loro. Ma anche il buon Dio, come e molto più della mamma – perché la mamma è il più grande amore della Terra, ma Dio è il più grande ed eterno amore della Terra e del Cielo – va ubbidito e amato, perché tutto quello che fa lo fa per nostro bene…».

79«Anche le saette?», interrompe il piccolo che ne ha una grande paura.

80«Anche».

«Perché?».

81«Perché ripuliscono cielo e aria e…».

82«E dopo viene l’arcobaleno…», esclama Pietro che, mezzo fuori e mezzo dentro, ha ascoltato e taciuto. E aggiunge: «Vieni, tortorino, che te lo faccio vedere. Guarda che bello…»

83E infatti la luce schiarisce perché la tempesta è passata, e un ampio arcobaleno, partendo dalle rive di Ippo, getta il suo nastro ad arco sul lago, sperdendosi oltre i monti alle spalle di Magdala.

84Si fanno tutti sulla soglia, ma per vedere il lago devono scalzarsi, perché il cortile è un piccolo stagno d’acqua giallognola che decresce lentamente. Della tempesta resta a ricordo il lago fatto giallastro, con ancora un sommovimento d’acque che tende a calmarsi. Ma il cielo è sereno. Ma l’aria è leggera. Ma le fronde hanno ripreso colore.

La Mediatrice delle grazie.

Arrivo di Giovanna e Maria Ss.

85E Tiberiade si rianima… E presto si vede, per la strada ancor piena d’acqua e di fango, venire Giovanna con Gionata, e alzare il viso a salutare il Maestro che è sulla terrazza, e salire lesta per prostrarsi, felice… Gli apostoli parlano fra loro, e solo Giuda, a metà via fra Gesù e Giovanna da un lato e gli apostoli dall’altro, si astrae come pensieroso. Ci scommetto che è tutto teso ad ascoltare le parole di Giovanna, il cui pensiero riguardo Giuda non è stato decifrabile, perché ella ha salutato tutti gli apostoli con un unico: «La pace a voi».

86Ma Giovanna parla unicamente dei bimbi e del permesso che Cusa le ha dato di andare con la barca a Cafarnao mentre vi è il Maestro. E il sospetto di Giuda si calma. Si riunisce allora agli altri compagni…

87Fangose nel basso delle vesti, ma asciutte nel resto del corpo, ecco avanzarsi Maria SS. e Maria d’Alfeo insieme ai cinque andati a prenderle. Il sorriso di Maria, mentre sale la breve scaletta, è più vago dell’arcobaleno che persiste nel cielo.

«Tua Madre, Maestro!», avvisa Tommaso.

88Gesù le va incontro e tutti gli altri con Lui. E si felicitano perché le donne sono senza altra noia che un po’ di fango sull’orlo delle vesti.

«Ci siamo fermati alle prime gocce presso un ortolano», spiega Matteo. E chiede: «Ci attendete da molto?».

«No. Siamo giunti all’aurora».

«Abbiamo tardato per causa di un infelice…», dice Andrea.

«Bene. Ora che ci siete tutti e che il tempo si fa buono, direi di partire a sera per Cafarnao», dice Pietro.

Maria Ss. L’onnipotenza supplicante.

89Maria, sempre consenziente, questa volta dice: «No, Simone. Non possiamo partire se prima… Figlio mio, una madre mi si è raccomandata perché Tu, Tu che solo lo puoi fare, converta l’anima del suo unico maschio. Io te ne prego, ascoltami, perché l’ho promesso… Perdonalo… Il tuo perdono…».

«É già dato, Maria. Ho già parlato io al Maestro…», interrompe l’Iscariota credendo che Maria parli di lui.

90«Non parlo di te, Giuda di Simone. Parlo di Ester di Levi, nazarena, madre uccisa dai comportamenti del figlio suo. Gesù, ella è morta nella notte che Tu partisti. E le sue invocazioni a Te non erano per lei, povera madre martire di un figlio infame, ma per il figlio suo… ché noi madri di voi figli, non di noi, siamo sollecite… Ella lo vuole salvo il suo Samuele… Ma ora, ora che è morta, Samuele, preda del rimorso, pare folle, né intende ragione di sorta… Ma Tu puoi, Figlio, sanargli intelletto e spirito…».

91«É pentito?».

92«Come vuoi che lo sia se è disperato?».

93«Infatti l’aver ucciso la madre col continuo darle dolore deve fare disperati. Non si infrange impunemente il primo dei comandamenti d’amore verso il prossimo. Madre, come vuoi che Io perdoni e Dio dia pace al matricida impenitente[170]?».

94«Figlio mio, quella madre chiede pace dall’altra vita… Era buona… ha sofferto tanto…».

95«La pace sarà sua…».

96«No, Gesù. Non può aver pace uno spirito di madre se vede la sua creatura priva di Dio…».

97«Giusto è che ne sia privo».

98«Sì, Figlio. Sì. Ma per la povera Ester… L’ultima parola fu preghiera per suo figlio… E mi ha detto di dirtelo. Gesù, Ester nella vita non ha mai avuto una gioia, Tu lo sai. Dalle questa, ora che è morta, dalla al suo spirito che soffre per il figlio suo».

59«Madre, Io ho cercato di convertire Samuele nelle mie soste a Nazareth. Ma inutilmente ho parlato, perché in lui era spento l’amore…».

100«Lo so. Ma Ester ha offerto il suo perdono, le sue sofferenze, perché rinascesse l’amore in Samuele. E, chissà? Questo suo tormento attuale non potrebbe essere amore che risorge? Un doloroso amore e, qualcuno potrebbe dire, un inutile amore, posto che la madre non ne può più godere. Ma Tu, ma io, sappiamo, io per fede, Tu per conoscenza, che la carità dei trapassati è vigile e vicina. Essi non si disinteressano e non ignorano ciò che avviene nei diletti che hanno qui lasciati… Ed Ester può ancora godere di questo tardivo amore per lei del figlio ingrato ed ora sconvolto dal rimorso. O mio Gesù, lo so, questo uomo ti fa ribrezzo per l’enormità della sua colpa. Un figlio che odia sua madre! Un mostro per Te che sei tutto amore per la tua. Ma appunto perché sei tutto amore per me, ascoltami. Torniamo insieme a Nazareth, subito. Non mi pesa la via, nessuna cosa mi pesa se serve a salvare un’anima…».

L’ apostolo indocile.

101«Va bene. Hai vinto, Madre… Giuda di Simone, prendi con te Giuseppe e parti per Nazareth. Mi condurrai Samuele a Cafarnao».

«Io? Perché io?».

102«Perché tu non sei stanco. Gli altri sì. É tanto che camminano mentre tu riposavi…».

«Ho camminato anche io. Sono stato a Nazareth a cercarti. Tua Madre lo può dire».

103«I tuoi compagni sono stati a Nazareth ogni sabato ed ora tornano da un lungo giro. Va’ e non discutere…».

«É che… A Nazareth non mi amano… Perché mandi proprio me?».

104«Anche Me non mi amano, eppure a Nazareth ci vado. Non è necessario avere amore da un luogo per andare a quel luogo. Va’ e non discutere, ti ripeto».

«Maestro… io ho paura dei dementi…».

105«L’uomo è sconvolto dal rimorso, ma non è demente».

«Tua Madre lo ha detto…».

106«Ed Io ti dico per la terza volta: va’ e non discutere. Non potrà farti che bene meditare a cosa può portare il far soffrire una madre…».

«Mi paragoni a Samuele? Mia madre è regina in casa sua. Io neppure le sono dappresso a controllarla e a pesarle col mantenimento mio…».

107«Alle madri non pesano queste cose. Ma è macigno che le schiaccia il disamore dei figli, il loro essere imperfetti agli occhi di Dio e degli uomini. Va’, ti dico».

«Vado. E che dirò all’uomo?».

108«Che venga a Cafarnao, da Me».

«Se non ha ubbidito mai neppure alla madre, vuoi che ubbidisca a me ora, poi, che è così disperato?».

109«E non hai ancora capito che se ti mando è segno che già ho operato sullo spirito di Samuele, traendolo fuori dal delirio del rimorso disperato?».

«Vado. Addio, Maestro. Addio, Madre. Addio, amici». E se ne va, tutt’altro che entusiasta, seguito da Giuseppe, che invece è tutto felice esser scelto per quella missione.

Il dolore del Messia e la scelta dei poveri.

Pietro canterella qualcosa fra i denti…

110Gesù gli chiede: «Che dici, Simone di Giona?».

«Dicevo una vecchia canzone del lago…».

111«E quale è?».

112«É: “Sempre così! Piace la pesca a chi è agricoltore, non piace pescare al pescatore!”. E in verità qui si è mostrato che ha avuto più voglia di pescare il discepolo che l’apostolo…».

 113Ridono in molti. Gesù non ride, sospira.

«Ti ho addolorato, Maestro?», chiede Pietro.

114«No. Ma non criticare sempre».

«É per Giuda che è addolorato mio fratello», dice Giuda d’Alfeo.

115«Taci tu pure, e soprattutto in fondo al tuo cuore».

«Ma veramente Samuele ha già avuto miracolo?», chiede, curioso e un poco incredulo, Tommaso.

116«Sì».

«Allora è inutile che venga a Cafarnao».

117«É necessario. Non ho guarito del tutto il suo cuore. Esso deve da sé cercare guarigione, ossia perdono, con un pentimento santo. Ma ho fatto che sia capace di ragionare di nuovo. Ora a lui ottenere il resto con la sua libera volontà. Scendiamo. Andremo fra gli umili…».

«Non da me, Maestro?».

118«No, Giovanna. Tu potrai venire quando vorrai da Me. Essi sono legati ai loro lavori e vado Io da loro…».

119E Gesù scende dalla terrazza ed esce nella via seguito dagli altri, anche da Giovanna, che ha mandato a casa Gionata e che è ben decisa a non separarsi da Gesù, posto che Gesù non è disposto ad andare da lei.

720Vanno fra le casette povere, diretti a luoghi sempre più poveri e periferici… E la visione cessa così.

446. Arrivo e accoglienze a Cafarnao[171].

Amore di madre putativa.

1Non so se spontaneamente o se perché avvisata da qualcuno, Porfirea è già sulla spiaggetta di Cafarnao quando le barche vi giungono, e sono tre anziché due, cosa che mi fa pensare che qualcuno sia già andato avanti, a Cafarnao, ad avvisare che il Maestro giunge ed a prendere una barca per le donne e Marziam. E con Porfirea sono le figlie di Filippo e Miriam di Giairo, oltre alla madre di Giacomo e Giovanni.

2Ma io noto molto Porfirea che, incurante delle ondette del lago, ancora un poco mosso, che scorrono sul greto con le loro corse ridarelle e sfacciatelle, entra nell’acqua sino a mezza gamba e si sporge dentro alla barca, là dove è Marziam, e lo bacia dicendogli: «Ti vorrò bene anche per lui. Per tutti ti vorrò bene, figlio caro!», e lo dice molto commossa; e non appena la barca è ferma e ne scendono coloro che erano in essa, Porfirea stringe a sé Marziam, non cedendo a nessuno il compito di far sentire al giovinetto che è molto amato.

3Va così a riunirsi al gruppo dell’altra barca per venerare il Maestro e poterlo fare prima che quelli di Cafarnao e i molti discepoli, che attendono da tempo l’arrivo di Gesù, si impadroniscano del Maestro sottraendo alle discepole la gioia di averlo per loro.

4Le donne sono compatte intorno al Maestro e solo i bambini di Cafarnao possono rompere questo cerchio delle discepole, insinuando i loro corpicini a forza fra donna e donna per potere arrivare a Gesù, che va lentamente verso casa.

I discepoli più influenti.

5Data l’ora mattutina, poca gente è per le vie, per lo più donne che vanno al fonte o al mercato con la nidiata dei figliolini intorno, oppure qualche pescatore che torna a riportare remi e reti nelle barche per prepararle alla pesca della sera. Ma di notabili nessuno fuorché Giairo, che accorre tutto ossequiente a venerare Gesù ed a felicitarsi sentendo che conta fermarsi alcune settimane, andando nella notte nelle città del lago per parlarvi al mattino e tornare poi a riposare il giorno a Cafarnao. Ed è Giairo, per il rispetto che incute ai suoi concittadini, che riesce per primo a mettersi a fianco di Gesù. E ci riesce perché scansa sua figlia con autorità di padre. Dopo di lui riescono ad unirsi a Gesù i discepoli più influenti, quelli ai quali, per istintivo moto di giustizia, gli altri cedono il primo posto dopo gli apostoli, ossia il vecchio sacerdote Giovanni (l’ex lebbroso), Stefano, Erma, Timoneo, Giovanni figlio di Noemi, Nicolai e i discepoli ex pastori che, meno i due andati verso il Libano, sono tutti presenti.

Attivi evangelizzatori.

6Gesù si interessa degli altri, degli assenti, e ne chiede ai compagni. Sono ancora ferventi? Oh! molto! Riposano nelle loro case? No. Lavorano nelle loro città e nei paesi vicini a far nuovi discepoli. Ed Ermasteo? Ermasteo è andato lungo il mare e scende verso la sua città. É insieme a Giuseppe, quello d’Emmaus, e vogliono parlare del Salvatore per tutte le coste, ed a loro si sono uniti i due amici Samuele e Abele per mostrare ciò che può il Signore, loro che erano uno storpio, l’altro lebbroso.

7Domande e risposte, né basta la via ad esaurirle, e non la casa di Tommaso di Cafarnao ad accogliere tanta gente, che si pigia ormai intorno al Maestro ritornato dopo tanta assenza.

8E Gesù decide di andare verso la campagna per potere stare in mezzo a tutti, senza fare preferenze.

447. Discorso sulla misericordia e il perdono. Un affronto di Eli il fariseo, minacciato dal centurione[172].

Chi edificherà la dimora del Signore?

Nel giardino di Giairo

1É sabato. Così la penso io, perché vedo la gente riunita nella sinagoga. Ma potrebbe essere anche che si fosse riunita lì per sfuggire al sole, o per essere più sicura nella casa di Giairo. E la gente si pigia, attenta, nonostante il calore, che neppure le porte e finestre aperte per stabilire correnti d’aria riescono a mitigare.

2Chi non ha potuto entrare nella sinagoga, per non essere arrostito dal sole sulla via, si è rifugiato nell’ombroso giardino che è dietro alla sinagoga, il giardino di Giairo dalle folte pergole e dai fronzuti alberi da frutto. E Gesù parla presso la porta che dà nel giardino, per essere sentito anche da questi ascoltatori come da quelli che sono nella sinagoga.

3Giairo è al suo fianco, attento. Gli apostoli sono in gruppo vicino alla porta che dà nel giardino. Le discepole, con Maria al centro, sono sedute sotto una pergola che quasi tocca la casa. Miriam di Giairo e le due figlie di Filippo sono sedute ai piedi di Maria.

4Dalle parole che sento, intuisco che ci sia stato qualche incidente fra i soliti farisei e Gesù, e che il popolo sia inquieto per questo. Perché Gesù esorta alla pace e al perdono, dicendo che in cuori turbati non può penetrare con frutto la parola di Dio.

Il crudele perisce per la sua stessa crudeltà. 

5«Non possiamo tollerare che Tu venga insultato», grida qualcuno fra la folla.

6«Lasciate fare al Padre mio e vostro, e voi imitate Me. Tollerate, perdonate. Non è con l’insulto risposto all’insulto che si persuadono i nemici».

«Non è neppure con la mitezza continua, però. Ti fai calpestare», urla l’Iscariota.

7«Tu, apostolo mio, non essere di scandalo dando esempio d’ira e di critica».

«Egli ha ragione, però, il tuo apostolo. Le sue parole sono giuste».

8«Non è giusto il cuore che le formula e quello che le ascolta. Chi vuole essere mio discepolo deve imitarmi. Io tollero e perdono. Io sono mite, umile e pacifico. I figli dell’ira non possono stare con Me, perché sono figli del secolo e delle loro passioni.

 9Non ricordate il libro quarto dei Re? É detto ad un punto[173] che Isaia parlò contro Sennacherib, che credeva poter tutto osare, e gli profetizza che nulla lo salverà dal castigo di Dio. Lo paragona ad un animale al quale si mette un anello alle nari e un freno alle labbra per domarne il reo furore[174]. Voi sapete come Sennacherib perì per mano dei suoi stessi figli[175]. Perché, in verità, il crudele perisce per la sua stessa crudeltà[176]. Perisce e nella carne e nello spirito.

10Io non amo i crudeli[177].  Non amo i superbi. Non amo gli iracondi, gli avidi, i lussuriosi. Io non vi ho dato parola ed esempio di queste cose, ma sempre vi ho insegnato, anzi, le virtù opposte a queste male passioni.

La preghiera di Davide.

11Come è bella la preghiera di Davide, re nostro, quando, risantificato dal sincero pentimento delle colpe passate e da anni di saggia condotta, lodò il Signore, mite e rassegnato al decreto di non poter esser lui l’erettore del nuovo Tempio! Diciamola insieme, dando lode al Signore Altissimo…».

12E Gesù intona – mentre chi è seduto si alza, chi è appoggiato alle pareti prende posa di rispetto lasciando l’appoggio – la preghiera di David[178].

Chi edificherà la dimora del Signore?

13E poi Gesù riprende col suo tono abituale: «Sempre bisogna ricordarsi che ogni cosa è nelle mani di Dio, ogni impresa, ogni vittoria. Magnificenza, potenza, gloria e vittoria sono del Signore. Egli all’uomo concede questa o quella cosa, se giudica esser l’ora di concederla per un bene sicuro. Ma non può l’uomo pretenderla. A Davide, perdonato, ma ancor bisognoso di vittoria su se stesso dopo i passati errori, Dio non concede di erigere il Tempio: “Tu hai sparso molto sangue e fatto troppe guerre; tu non potrai perciò innalzare una casa al mio Nome avendo sparso tanto sangue dinanzi a Me. Ti nascerà un figlio che sarà uomo di pace… per questo sarà detto il Pacifico… egli edificherà la casa al mio Nome”[179]. Così disse l’Altissimo al suo servo Davide.

14Così Io vi dico. Volete voi, per essere iracondi, non meritare di erigere nei vostri cuori la casa al Signore Dio vostro? Lungi dunque da voi ogni sentimento che non sia di amore. Abbiate un cuore perfetto, così come Davide lo invocava per suo figlio, costruttore del Tempio, affinché, custodendo i miei comandamenti ed eseguendo ogni cosa secondo ciò che vi ho insegnato, voi giungiate a edificare in voi la dimora del vostro Dio, in attesa di andare voi nella sua, eterna e gaudiosa.

Chi salverà la patria?

Opere di paziente amore.

15Dammi un rotolo, Giairo. Spiegherò loro ciò che Dio vuole».

Giairo va dove sono accatastati i rotoli e ne prende a caso uno al centro del mucchio e, spolveratolo, lo porge a Gesù, che lo svolge e legge: «Geremia capo 5. “Girate per le vie di Gerusalemme, guardate, osservate, cercate per le sue piazze se vi trovate un uomo che pratichi la giustizia e cerchi di essere fedele, ed Io le userò misericordia”[180]». (Mi dice il Signore: «Non continuare. Dico tutto il capitolo»).

16Gesù, dopo averlo letto tutto, rende il rotolo a Giairo e parla.

17«Figli miei. Voi avete sentito quali tremendi castighi sono serbati a Gerusalemme, all’Israele che non è giusto. Ma non ne gioite. É la nostra Patria. Non gioitene pensando: “Noi non ci saremo forse più”. Essa è sempre piena di fratelli vostri. Non dite: “Ben le sta, perché è crudele al Signore”. Le sventure della Patria, i dolori dei concittadini, devono sempre affliggere coloro che sono dei giusti. Non misurate come gli altri misurano, ma come Dio misura, ossia con misericordia.

18Cosa dovete fare allora verso questa Patria, verso questi compatrioti, sia che per Patria e patrioti si intendano la grande Patria e i suoi abitanti, tutta la Palestina, o questa piccola che è Cafarnao, città vostra, sia che si intendano tutti gli ebrei, o questi pochi, ostili a Me, in questa piccola città di Galilea? Dovete fare opere di amore. Vedere di salvare Patria e i compatrioti. Come? Forse colla violenza? Con lo sprezzo? No. Con l’amore, con il paziente amore per convertirli a Dio.

Fede nel Messia e amore ardente.

19Avete sentito. “Se Io troverò un uomo che pratichi giustizia, le userò misericordia”. Lavorate, dunque, perché i cuori vengano alla giustizia e si facciano giusti. Veramente, nella loro ingiustizia, essi dicono di Me: “Non è Lui”[181], e perciò credono che, perseguitandomi, non verrà loro del male. Veramente essi dicono: “Queste cose non avverranno mai. I profeti hanno parlato a caso”[182].

20E cercheranno di portare voi pure a dire come loro. Voi qui presenti siete fedeli. Ma dove è Cafarnao? É questa tutta Cafarnao? Dove sono quelli che le altre volte Io vedevo affollarsi intorno a Me? Dunque il lievito, fermentato l’ultima volta che qui fui, ha operato rovine in molti cuori? Dove è Alfeo? Dove Giosuè coi suoi tre figli? Dove Aggeo di Malachia? Dove Giuseppe e Noemi? Dove Levi, Abele, Saul e Zaccaria? Dimenticato il palese beneficio avuto, perché delle bugiarde parole lo hanno soverchiato? Ma possono le parole distruggere i fatti?

21Voi vedete! Non è che un piccolo luogo. In questo luogo, dove i beneficati sono i più numerosi, ha potuto il livore devastare la fede in Me. Solo i perfetti nella fede Io li vedo qui uniti. E potreste pretendere che dei fatti lontani, delle lontane parole, possano mantenere fedeli a Dio tutto Israele? Ciò dovrebbe essere, perché la fede deve esser tale anche senza sostegno di fatti. Ma ciò non è. E più grande è la scienza e più bassa è la fede, perché i dotti si credono esenti dalla fede semplice e schietta, che crede per forza d’amore e non per ausilio di scienza[183].

22É l’amore che bisogna tramandare e accendere. E, per farlo, bisogna ardere. Essere convinti, eroicamente convinti per convincere. In luogo degli sgarbi, in risposta agli insulti, umiltà e amore. E con questi andare, ricordando le parole del Signore a chi più non le ricorda: “Temiamo il Signore che ci dà la pioggia della prima e dell’ultima stagione”[184]».

Lavorare per quanto il Male lavora.

23«Non ci comprenderebbero! Anzi, ci offenderebbero dicendo che siamo dei sacrileghi insegnando senza averne il diritto. Tu non ignori chi sono scribi e farisei!…».

24«No. Non lo ignoro. Anche l’avessi ignorato, ora lo saprei. Ma non importa ciò che essi sono. Importa ciò che noi siamo. Se essi e i sacerdoti battono le mani ai falsi profeti che profetizzano ciò che dà loro dell’utile, dimenticando che solo alle opere buone che il Decalogo comanda vanno battute le mani, non per questo i miei fedeli devono imitarli, e neppure sconfortarsi e porsi a guardare come degli sconfitti. Voi dovete lavorare per quanto il Male lavora…».

Come stornare i castighi del cielo?

Roma difende il diritto.

25«Noi non siamo il Male», grida dalla soglia sulla via la voce chioccia di Eli il fariseo, che cerca di entrare sempre urlando: «Non siamo il Male noi, o sobillatore».

26«Uomo, tu ecciti. Esci!», dice pronto il centurione, che doveva essere attento lì, presso la sinagoga, tanto il suo intervento è rapido.

«Tu, tu, pagano, osi imporre a me…».

27«Io romano, sì. Esci! Il Rabbi non disturba te, e tu disturbi Lui. Non puoi».

28«Rabbi siamo noi, non il falegname galileo», strilla il vecchio, più simile ad una ortolana che a un maestro.

29«Uno più, uno meno… Ne avete a centinaia, e tutti di mala dottrina. L’unico virtuoso, eccolo. Ti ordino di uscire».

30«Virtuoso, eh?! Virtuoso colui che mercanteggia con Roma la sua incolumità! Sacrilego! Immondo!».

31Il centurione dà un grido e il passo pesante di alcuni armati si mescola allo stridulo insultare di Eli.

32«Prendete quell’uomo e cacciatelo fuori!», ordina il centurione.

33«Io? Le mani dei pagani su di me? I piedi dei pagani in una nostra sinagoga! Anatema! Aiuto! Mi profanano! Mi…».

34«Ve ne prego, o militi. Lasciatelo andare! Non entrate. Rispettate questo luogo e la sua canizie», dice Gesù dal suo posto.

«Come Tu vuoi, o Rabbi».

35«Ah! Ah! Trescatore! Ma lo saprà il Sinedrio. Ho la prova! Ho la prova! Ora credo alle parole che ci sono state dette. Ho la prova. E anatema è su Te!».

36«E il gladio su te, se dici ancora una parola. Roma difende il diritto. Non tresca, vecchia iena, con nessuno. Il Sinedrio saprà le tue menzogne. Il Proconsole il mio rapporto. Lo vado a stendere. Va’ a casa e stacci a disposizione di Roma», e il centurione, fatto un dietro front perfetto, se ne va seguito dai quattro militi, lasciando in asso l’allibito e tremante, vilmente tremante Eli…

Come stornare castighi del cielo

37Gesù riprende a parlare come nulla lo avesse interrotto: «Voi dovete lavorare, per quanto il Male lavora, per edificare in voi e intorno a voi la casa del Signore, come vi dicevo in principio. Fare, con una grande santità, che Dio possa ancora scendere nei cuori e sulla nostra cara Patria natia, che tanto già è punita e che non sa quale nembo di sciagura gonfi per essa nel settentrione, nella nazione forte che già ci domina e che sempre più ci dominerà, perché le azioni dei cittadini sono tali da disgustare il Buonissimo ed eccitare il forte. E col corruccio di Dio e del dominatore volete forse aver pace e bene? Siate, siate buoni, o figli di Dio. Fate che non uno, ma cento e cento siano i buoni in Israele, a stornare i tremendi castighi del Cielo.

38Vi ho detto all’inizio che dove non è pace non può essere parola di Dio che, pacificamente sentita, dia frutti nei cuori. E vedete che quest’adunanza non fu tranquilla né sarà fruttuosa. Troppa agitazione nei cuori… Andate. Avremo ancora delle ore da stare uniti. E pregate, come Io prego, perché chi ci conturba si ravveda… Andiamo, o Madre», e fendendo la folla esce sulla via.

Il Messia dice di usare pietà.

39Eli è ancora lì e, terreo come un morto, si getta ai piedi di Gesù.

40«Pietà! Mi hai salvato una volta il nipote. Salva me, perché io abbia tempo che mi ravveda. Ho peccato! Lo confesso. Ma Tu sei buono. Roma… Oh! che mi farà Roma?».

41«Ti spolvererà la polvere dell’estate con delle robuste fustigazioni», urla uno, e la gente ride mentre Eli ha un grido di spasimo come già sentisse i flagelli, e geme: «Sono vecchio… Malato di dolori… Ohimè!».

42«La cura te li farà passare, vecchio sciacallo!».

«Tornerai giovane e ballerai…».

43«Silenzio!», impone Gesù ai derisori. E al fariseo: «Alzati. Sii dignitoso. Tu lo sai che Io non complotto con Roma. Che vuoi dunque che Io ti faccia?».

È vero. Sì. É vero. Tu non complotti. Anzi sdegni i romani, li odii, li m…»

44«Nulla di questo. Non mentire col lodarmi come prima coll’accusarmi. E sappi che non sarebbe lode dire di Me che odio questo o quello, o maledico questo o quello. Io sono il Salvatore di ogni spirito, e non vi è razza agli occhi miei, non volti, ma spiriti».

«É vero! É vero! Ma Tu sei giusto, e Roma lo sa e ti difende per questo. Tu tieni calme le turbe, insegni il rispetto alle leggi e…».

45«É forse colpa ai tuoi occhi?».

«Oh! no! No! É giustizia! Tu sai fare ciò che tutti dovremmo, perché sei giusto, perché…».

46La gente sogghigna e mormora. Non pochi epiteti di: «Mentitore! Vigliacco! Solo stamane diceva diverso!», ecc., si sentono, benché detti in sordina.

47«Ebbene? Che devo fare?».

«Andare! Andare dal centurione. Presto! Prima che parta il corriere. Vedi? Preparano già i cavalli! Oh! pietà!».

48Gesù lo guarda: piccolo, tremante, livido di paura, miserabile… Lo considera. E con compassione. Non sono che quattro le pupille che lo guardano con compassione: quelle del Figlio e della Madre. Ogni altra è o ironica, o severa, o inquieta… Anche Giovanni, anche Andrea hanno l’occhio duro di severità sdegnosa.

49«Ho pietà. Ma Io dal centurione non vado…».

«Ti è amico…».

50«No».

«Ti è grato, volevo dire per… per via del servo che gli hai guarito».

51«Anche a te ho guarito il nipote. E non mi sei grato, nonostante tu sia israelita come Me. Il beneficio non crea obbligo».

«Sì che lo crea. Guai a chi non è riconoscente a …». Eli capisce di condannare sé stesso e tace impappinandosi.

La folla schernisce.

«Presto, o Rabbi. Grande Rabbi! Santo Rabbi! Egli dà ordini, lo vedi?! Stanno per partire! Mi vuoi schernito! Morto mi vuoi!».

52«No. Io non vado a ricordare un beneficio. Va’ tu e digli: “Il Maestro ti dice di usare pietà”. Va’!».

53Eli trotta via e Gesù si dirige in senso opposto verso la sua casa. Il centurione deve aver aderito, perché si vedono i soldati già in sella smontare, rendere una tavoletta cerata al centurione e condurre via i cavalli.

Seguaci o demoni?

54«Peccato! Ci stava proprio bene!», esclama Pietro, e Matteo gli risponde: «Sì. Doveva lasciarlo punire, il Maestro! Tanti colpi per quanti insulti ha per noi. Vecchio odioso!».

«E così è pronto a ricominciare!», esclama Tommaso.

55Gesù si volge severo: «Ho dei seguaci, o ho dei demoni? Andate, voi dal cuore senza misericordia! Mi è penosa la vostra presenza».

I tre restano dove sono, pietrificati dal rimprovero.

56«Figlio mio! Hai già tanto dolore! Ed io ho già tanta pena! Non unirvi questa… Guardali! …», implora Maria.

57E Gesù si volge a guardare i tre… Tre volti desolati, con tutta la speranza e il dolore negli occhi.

58«Venite!», ordina Gesù.

Oh! le rondini sono meno veloci dei tre!

59«E sia l’ultima volta che vi sento dire parole uguali a quelle. Tu, Matteo, non ne hai il diritto. Tu, Tommaso, non sei morto ancora per giudicare chi è imperfetto credendoti salvo. Tu, poi, Simone di Giona, hai fatto come un masso portato faticosamente in cima e rotolato a valle. Intendimi per ciò che voglio dire… E ora sentite. Qui, nella sinagoga e in città, è inutile parlare. Parlerò dalle barche, sul lago, or qua, or là. Preparerete le barche, tante quante ne occorrono, e andremo nelle sere placide o nelle albe fresche…».

448. Raduno di barche sul lago e parabola provocata da Pietro, che subisce
un giudizio
[185].

È malvagio giudicare Dio.

Ramanzina accusatoria.

1«Dove, Maestro?», chiede Pietro che ha ultimato le manovre e i preparativi della navigazione ed è, con la sua barca, in testa alla piccola flottiglia di barche che, cariche di gente, sono disposte a seguire il Maestro.

2«A Magdala. L’ho promesso a Maria di Lazzaro».

«Va bene», risponde Pietro e muove il timone in modo da prendere la direzione giusta, bordeggiando.

3Giovanna, che è nella barca col Maestro, Maria SS. e Maria Cleofe, più Marziam, Matteo, Giacomo d’Alfeo e uno che non conosco, dice, accennando alle molte barche che sono sul lago nella quieta sera estiva, che smorza i fuochi del tramonto in cascate di veli violacei, quasi che dal cielo piovessero cascate d’ametiste o di grappoli di glicine in fiore: «Forse fra quelle sono anche le barche delle romane. É uno dei loro svaghi preferiti fingere una pesca in queste sere placide».

«Saranno più a mezzogiorno, però», osserva l’uomo che non conosco.

«Oh! no, Beniamino. Hanno barche veloci ed esperti barcaiuoli. Vengono fino quassù».

4«Per quello che hanno da fare…», brontola Pietro e prosegue fra la barba, nella sua intransigenza di pescatore che vede la navigazione e la pesca come una professione, non come uno spasso, quasi come una religione tutta regolata da leggi severe e utili, e gli sembra una profanazione questo usarla maldestramente: «Con i loro incensi e fiori e profumi e altre demoniche cose corrompono le acque; coi loro suoni, strida e linguaggi disturbano i pesci; coi loro lumi fumosi li spaventano; con le loro reti maledette gettate senza riguardo sciupano i fondali e le figliature… Dovrebbe essere proibito. Il mar di Galilea è dei galilei, e pescatori per giunta, non delle prostitute e dei loro compari… Fossi io il padrone! Vi farei vedere, fetide barche pagane, sentine galleggianti di vizio, alcove naviganti per portare anche qui, su queste acque di Dio, del nostro Dio ai suoi figli, i vostri… Oh! ma guardate! Puntano proprio verso noi! Ma si può vedere!… Ma si può permettere… Ma…».

È assolutamente malvagio giudicare Dio.

5Gesù interrompe questa orazione accusatoria, in cui Pietro sfoga tutto il suo spirito di israelita e di pescatore diventandoci rosso, soffocato dallo sdegno, ansante come lottasse contro forze d’inferno, e dice, con un pacato sorriso: «Ma è bene che tu non sia il padrone. Fortunatamente non lo sei! Per loro e per te. Perché a loro impediresti di seguire un buon impulso, e perciò un impulso impresso al loro spirito – pagano, lo convengo, ma naturalmente buono – impresso al loro spirito dalla Misericordia eterna che guarda queste creature, non colpevoli d’essere nate nella nazione romana anziché in quella ebraica, con occhio di pietà appunto perché le vede tendenti a ciò che è buono. E faresti del male a te, perché commetteresti un atto contro la carità e un altro contro l’umiltà…».

6«Umiltà? Non vedo… Essendo padrone del lago mi sarebbe lecito disporne a mio piacere».

7«No, Simone di Giona. No. Tu sbagli. Anche le cose che ci appartengono, ci appartengono perché Dio ce le concede. Dunque, anche possedendole in un tempo limitato, occorre sempre pensare che Uno solo è Colui che possiede tutto e senza limitazione né nel tempo né nella misura. Uno solo è il Padrone. Gli uomini… Oh! essi non sono che gli amministratori di briciole della grande Creazione. Ma il Padrone è Lui, il Padre mio e tuo e di tutti i viventi. Inoltre Egli è Dio, perfettissimo perciò in ogni suo pensiero e azione. Ora, se Dio guarda benigno al moto di questi cuori pagani verso la Verità, e non solo guarda, ma favorisce questo moto, imprimendogli un movimento sempre più forte verso il Bene, non ti pare che tu, uomo, volendolo loro impedire, in fondo vuoi impedire a Dio un’ azione? E quando si impedisce una cosa? Quando la si reputa non buona. Tu, perciò, penseresti questo del tuo Dio: che fa un’azione non buona. Ora, se giudicare i fratelli non è cosa buona, perché ogni uomo ha i suoi difetti ed ha una facoltà di conoscere e giudicare così limitata che sette volte su dieci sbaglia il giudizio, assolutamente malvagio sarà giudicare Dio nelle sue azioni. Simone, Simone! Lucifero volle giudicare Iddio in un suo pensiero e lo definì errato e volle sostituirsi a Dio, credendosi più giusto di Lui. Tu sai, Simone, a che riuscì Lucifero[186]. E tu sai che tutto il dolore di cui soffriamo è venuto per quella superbia…».

Uomo di buona volontà.

8«Hai ragione, Maestro! Io sono un grande disgraziato! Perdonami, Maestro!». E Pietro, sempre impulsivo, lascia la barra del timone per precipitarsi ai piedi di Gesù, mentre la barca, subitamente lasciata a se stessa, e proprio su un filo di corrente, devia e sbanda paurosamente, fra gli strilli di Maria Cleofe e Giovanna e i gridi di quelli della leggera barca gemella, che si vedono venire addosso quella pesante di Pietro. Per fortuna Matteo è pronto a riprendere il timone, e la barca si riprende dopo beccheggi paurosi, anche perché, per allontanarla, gli altri hanno usato i remi imprimendo scosse brusche e agitando le acque.

9«Ohè! Simone! Una volta hai insolentito i romani come navigatori da burla perché ci venivano addosso. Ma ora la brutta figura la fai tu… E proprio al loro cospetto. Guarda come sono tutti in piedi sulle barche, a vedere…», punge l’Iscariota accennando alle barche romane ormai tanto prossime, nello specchio d’acqua di fronte a Magdala, da permettere di vedere nonostante che i veli violacei della sera si siano fatti sempre più cupi smorzando la luce.

10«Hai perduto anche una corba e un secchiello, Simone. Vuoi che cerchiamo di ripescarli coi raffi?», dice Giacomo di Zebedeo da un’altra barca ormai prossima, perché, dopo l’incidente, tutti si sono affollati intorno alla barca di Pietro.

11«Ma come hai fatto? Non ti succede mai!», dice ed esclama Andrea da un’altra barca ancora.

Pietro risponde a tutti, uno dopo l’altro, mentre gli altri hanno parlato quasi insieme.

12«Mi hanno visto? Non importa! Così avessero visto anche il mio cuore e… Bene, questo non dirlo, Pietro… Però, tu sappi che non mi fai male. Non è una mala manovra, e accaduta per causa buona, quella che mi può mortificare… Non affannarti, Giacomo! Vecchiumi andati al fondo… Magari potessi gettar dietro essi anche il vecchio uomo che resiste in me! Vorrei perdere tutto, anche la barca, ma essere proprio come il Maestro vuole… Come ho fatto? Eh! Ho mostrato a me stesso, alla mia superbia che vuole insegnare anche a Dio nelle cose dello spirito, che sono un bestione anche per le cose della barca… Mi sta bene. Mi sono fatto una parabola da me a me… Maestro, non è vero?».

Convegno delle barche.

13Gesù sorride annuendo… Seduto a poppa, al suo solito posto, bianco contro l’aria che annotta, placido, i capelli che lievemente ondeggiano al vento della sera, spicca sul crepuscolo come un angelo di pace luminosa. Le barche romane li hanno raggiunti.

14«Hanno ottime navicelle e vele perfette… e dei marinai, poi! Vanno veloci come alcioni! Sfruttano ogni filo di vento, ogni vena di corrente…».

15«Sono quasi tutti schiavi cretesi o nilotici i rematori», spiega Giovanna.

16«I marinai del delta sono espertissimi, e così quelli di Creta. Però molto buoni anche quelli d’Italia… Superano Scilla e Cariddi… e basta ciò a dirli ottimi», conferma lo sconosciuto chiamato Beniamino.

«Dove andiamo, Signore? In Magdala, oppure… Guarda! Quelli di Magdala vengono a noi…».

17Infatti tutte le barchette di questo luogo si affrettano a lasciare il greto e il porticciuolo, cariche, sovraccariche di gente in modo pauroso, tanto che quasi sono col bordo a pelo d’acqua, e si dirigono a fatica verso le barche di Cafarnao.

18«No. Sostiamo al largo qui, di fronte alla città. Parlerò dalla barca…».

19«É che… Quegli imprudenti si vogliono affogare. Ma guarda, Maestro! Vero è che il lago è quieto come una lastra d’argento… ma l’acqua è sempre acqua… e il peso è peso… e lì… sembra credano di essere sulla terra, non sull’acqua… Dà ordine che vadano indietro… Affogheranno…»

20«Uomo di poca fede! E non ti ricordi che, finché credesti nel mio invito, tu camminasti sull’acqua come su solido terreno? Essi hanno fede. E perciò, contro le leggi di equilibrio fra peso e densità, le acque sorreggeranno quelle barche stracolme».

21«Se ciò avviene… è proprio sera di grande miracolo…», mormora Pietro stringendosi nelle spalle, mentre cala la piccola àncora per fermare la barca, che resta così al centro di una raggiera di barche, parte di Cafarnao, parte di Magdala e parte di Tiberiade, e queste sono quelle delle romane che, prudentemente, si mettono dietro a quelle di Cafarnao, verso il centro del lago.

Scenografia.

22Gesù volge loro le spalle. Egli guarda verso quelli di Magdala, verso il vasto e ombroso giardino di Maria di Lazzaro, verso le casette biancheggianti nella notte stese sulla riva. Il lago, non più rotto dalle prore e dai remi, si ricompone in pace: una vasta lastra di cristallo marezzata d’argento per un primo splendere di luna e seminata di scaglie di topazi o rubini, là dove i fuochi dei fanali o le fiamme delle fiaccole, messe ad ogni prua, si specchiano nel lago. I volti sembrano strani nel contrasto di luci rosso-gialle o di raggi di luna; in parte appaiono nettissimi, in parte appena si vedono quali sono, altri sembrano spezzati in due, o per lungo o per largo, con la sola fronte o il solo mento in luce, oppure con una sola guancia, un mezzo viso che si stacca in tagliente profilo, quasi che dall’altra parte non ci fosse viso.

23Gli occhi di alcuni brillano, altri paiono occhiaie vuote, e così le bocche, di cui si scorge in alcune il sorriso aperto sui denti forti, oppure sembrano annullate nelle facce in ombra. Ma, perché ognuno veda Gesù, ecco che dalle barche di Cafarnao e Magdala vengono passati fanali e fanali, e messi ai piedi di Gesù, sulle barchette, appesi ai remi inoperosi, collocati sul legno della poppa e della prua e persino messi a grappoli all’albero al quale è stata ammainata la vela. La barca dove è Gesù splende così fra un cerchio di barche rimaste senza lumi, e Gesù è ora ben visibile, investito dalla luce da ogni parte. Solo le barche romane rosseggiano ancora per le loro fiaccole rosse, che piegano appena la fiamma alla brezza leggerissima.

Dio unico Padrone immune di giudizio.

Saluto.

24«La pace sia con voi!», inizia Gesù alzandosi in piedi, sicuro nonostante il lieve beccheggio della barca e aprendo le braccia a benedire. Poi prosegue, parlando lentamente per essere ben udito da tutti, e la voce si sparge, sul lago silenzioso, potente e armoniosa.

25«Poco fa un mio apostolo mi ha proposto una parabola, ed ora Io ve la propongo perché può essere utile a tutti, dato che tutti la potete intendere. Sentitela.

Parabola dell’esperto marinaio.

26Un uomo, navigando sul lago in una sera placida come questa e sentendosi sicuro di se stesso, presunse di essere senza difetti. Era un uomo espertissimo delle manovre e perciò si sentiva superiore agli altri che incontrava sull’acque, dei quali molti venivano su esse per diletto e perciò senza quell’esperienza che dà il lavoro usuale e fatto per guadagnarsi la vita. Inoltre era un buon israelita e perciò si credeva possessore di tutte le virtù. Infine era realmente un buon uomo.

27Or dunque, una sera che andava navigando sicuro, si permise di esprimere dei giudizi sul prossimo suo. Un prossimo, secondo lui, tanto lontano da non essere considerato prossimo. Nessun legame di nazionalità, né di mestiere, né di fede lo univa a quel prossimo, e perciò egli, senza nessun freno di solidarietà nazionale, religiosa o professionale, lo derideva tranquillamente, anzi severamente, e si lamentava di non essere padrone del luogo, perché, se lo fosse stato, avrebbe cacciato quel prossimo da esso luogo, e nella sua fede intransigente quasi rimproverava l’Altissimo di concedere a questi, diversi da lui, di fare e di vivere quello e dove egli faceva e viveva.

28Sulla sua barca era un suo amico, un suo buon amico, il quale lo amava con giustizia e perciò lo voleva saggio e, quando occorreva farlo, ne correggeva le idee sbagliate. Quella sera, dunque, questo amico disse all’uomo barcaiuolo: “Perché questi pensieri? Non è uno il Padre degli uomini? Non è Egli il Signore dell’universo? Il suo sole non scende forse su tutti gli uomini a scaldarli, e le sue nuvole non bagnano forse i campi dei gentili come quelli degli ebrei? E, se questo fa per i bisogni materiali dell’uomo, non avrà le stesse provvidenze per i loro bisogni spirituali? E vorresti tu suggerire a Dio ciò che deve fare? Chi come Dio?”.

29L’uomo era buono. Nella sua intransigenza era molta ignoranza, molte idee errate, ma non era mala volontà, non era intenzione di offendere Dio, anzi era intenzione di difenderne gli interessi. Sentendo quelle parole, si gettò ai piedi del saggio e gli chiese perdono di aver parlato da stolto. Tanto impetuosamente lo chiese che per poco non produsse una catastrofe facendo perire la barca e chi era su essa, perché nella foga di chiedere perdono non si curò più né del timone, né della vela, né delle correnti. Perciò, dopo il primo sbaglio di mal giudizio, commise un secondo sbaglio di mala manovra, e provò a sé stesso che non solo era un debole giudice, ma anche un maldestro marinaio.

Questa è la parabola.

30Ora sentite. Secondo voi quell’uomo sarà stato perdonato da Dio o non perdonato? Ricordate: aveva peccato contro Dio e il prossimo giudicando le azioni di entrambi, e per poco era stato omicida dei compagni. Meditate e rispondete…». E Gesù incrocia le braccia e gira lo sguardo su tutte le barche, fino alle più lontane, a quelle romane che mostrano una fila di volti attenti, di patrizie e di rematori, sporgenti dalle sponde…

Giudizio dell’uomo imperfetto.

31La gente parlotta e si consiglia… Un sussurro appena sensibile di voci, che si fonde con lo sciabordio appena sensibile dell’acqua contro gli scafi. Il giudizio è difficile. I più però opinano che l’uomo non sarà stato perdonato perché aveva peccato. No, almeno per il primo peccato, non sarà stato perdonato…

32Gesù sente crescere il sussurrio in tal senso e sorride con lo sguardo dei suoi bellissimi occhi, luminosi anche nella notte come due zaffiri sotto al raggio della luna, che sempre più è bella e splendente, tanto che molti pensano di spegnere fiaccole e fanali rimanendo con la sola fosforica luce lunare per lume.

33«Spegni anche queste, Simone. Sono misere come scintille rispetto alle stelle sotto questo cielo pieno d’astri e pianeti», dice Gesù a Pietro, che è sospeso a sentire il giudizio della folla. E Gesù lo carezza, il suo apostolo, mentre questo si stende per staccare le lanterne, e gli chiede sottovoce: «Perché quegli occhi turbati?».

«Perché questa volta mi fai giudicare dal popolo…».

34«Oh! Perché lo temi?».

«Perché… esso è come me… ingiusto…».

35«Ma è Dio che giudica, Simone!».

«Sì. Ma Tu non mi hai ancora perdonato ed ora attendi il loro giudizio per farlo… Hai ragione, Maestro… Io sono incorreggibile… Ma… perché al tuo povero Simone questo giudizio di Dio? …».

36Gesù gli pone la mano sulla spalla, e lo fa agevolmente perché Pietro è giù nella barca e Gesù ritto in piedi sul legno della poppa, perciò altissimo rispetto a Pietro. E sorride… ma non gli risponde. Chiede invece alla gente: «Ebbene? Dite forte. Barca per barca».

37Ahimé! Povero Pietro! Se Dio l’avesse giudicato secondo il parere dei presenti, lo avrebbe condannato. Meno tre barche, tutte le altre, comprese quelle apostoliche, lo condannano. Le romane non si pronunciano e non sono interrogate, ma è visibile che anche esse giudicano condannabile l’uomo, perché dall’una all’altra barca – sono tre – si fanno il cenno del pollice verso.

38Pietro alza i suoi occhi bovini, sgomenti, al viso di Gesù, e incontra uno sguardo ancor più dolce fluente dagli occhi di zaffiro come una pace, e vede curvarsi un volto splendente d’amore e si sente attirare contro il fianco di Gesù, di modo che la sua testa brizzolata è contro il costato di Gesù, mentre il braccio del Maestro se lo serra contro abbracciandolo alle spalle.

Elementi costitutivi del peccato.

39«Così giudica l’uomo. Ma così non giudica Dio, o figli miei! Voi dite: “Non sarà stato perdonato”. Io dico: “Il Signore non vide neppure in lui materia di perdono”. Perché perdono presume colpa. Ma qui non c’era colpa. No, non mormorate crollando il capo. Ripeto: qui non c’era colpa.

40La colpa, quando è che si forma? Quando c’è la volontà di peccare, la conoscenza di peccare e la persistenza a voler peccare anche dopo che si è conosciuto che quell’azione è peccato. Tutto è nella volontà con cui uno compie un atto. Sia esso virtuoso o peccaminoso. Quando anche uno fa un atto apparentemente buono, ma non sa di fare atto buono e anzi crede di fare atto cattivo, fa colpa come se facesse un atto cattivo, e viceversa.

È la volontà che dà valore all’atto.

41Pensate ad esempio. Uno ha un nemico e lo sa malato. Sa che per ordine medico non deve bere acqua fredda, anzi nessun liquido. Lo va a trovare fingendo amore. Lo sente gemere: “Ho sete! Ho sete!”, e fingendo pietà si premura di dargli da bere acqua gelida di pozzo dicendo: “Bevi, amico. Io ti amo e non posso vederti soffrire così per l’arsione. Guarda. Ti ho portato apposta quest’acqua così fresca. Bevi, bevi, ché grande ricompensa è data a chi assiste gli infermi e dà da bere agli assetati” e dandogli da bere ne produce la morte. Credete voi che quell’atto, buono in sé perché fatto di due opere di misericordia, sia buono ora che è fatto con scopo malvagio? Non lo è.

42E ancora: un figlio che abbia un padre ubriacone e che, per salvarlo dalla morte per il continuo bere, chiuda la cantina, levi il denaro al padre e si imponga anche severamente perché non esca per il paese a bere e a rovinarsi, vi pare che manchi al quarto comandamento solo perché rimprovera il padre e fa lui da capo famiglia al padre stesso? In apparenza egli fa soffrire il padre e pare colpevole. In realtà è un buon figlio, perché la sua volontà è buona, è di salvare da morte il padre suo. É sempre la volontà che dà valore all’atto.

43E ancora: il soldato che in guerra uccide è omicida? No, se il suo spirito non consente alla strage e combatte perché vi è costretto, ma lo fa con quel minimo di umanità che la dura legge della guerra e dell’esser sottoposto impone.

Giudizio di Dio.

44Perciò quell’uomo della barca, che per una volontà buona di credente, patriota e pescatore, non sopportava quelli che, secondo lui, erano dei profanatori, non faceva peccato contro l’amore di prossimo, ma aveva soltanto un errato concetto dell’amore di prossimo. E non faceva peccato verso il rispetto a Dio, perché il suo risentimento verso Dio veniva dal suo buono ma non equilibrato e luminoso spirito di credente. E non faceva omicidio, perché provocava lo sbandamento per una buona volontà di chiedere perdono.

45Sappiate sempre distinguere. Dio è Misericordia più che intransigenza. Dio è buono. Dio è Padre. Dio è Amore. Il vero Dio questo è. E il vero Dio apre il cuore a tutti, a tutti dicendo: “Venite”, a tutti indicando il suo Regno. Ed è libero di farlo, perché è Egli il Signore unico, universale, creatore, eterno.

L’egoismo genera la mala volontà.

46Ve ne prego, voi di Israele. Siate giusti. Ricordate queste cose. Non fate che le comprendano quelli che per voi sono immondezza, mentre restano incomprensibili a voi. Anche l’eccessivo e disordinato amore di religione e di patria è peccato, perché diviene egoismo. E l’egoismo è sempre ragione e cagione di peccato.

47Sì. L’egoismo è peccato perché semina nel cuore una mala volontà che fa ribelli a Dio e ai suoi comandi. La mente dell’egoista non vede più Dio nettamente né le sue verità. La superbia fuma nell’egoista e offusca le verità. Nella caligine la mente, che non vede più la luce schietta della verità come vedeva prima di divenire superba, inizia il processo dei perché, e dai perché passa al dubbio, dal dubbio al distacco, non solo dall’amore e dalla fiducia in Dio e nella sua giustizia, ma anche dal timore di Dio e del suo castigo. E perciò ecco la facilità a peccare, e dalla facilità al peccare ecco la solitudine dell’anima che si allontana da Dio, che non avendo più la volontà di Dio a guidarla cade nella legge della sua volontà di peccatore. Oh! una ben brutta catena la volontà del peccatore, della quale un estremo è in mano a Satana e l’altro estremo tiene ai piedi dell’uomo una palla pesante per tenerlo lì, schiavo nel fango, curvo, nelle tenebre[187].

48Può mai allora l’uomo non fare colpe mortali? Può non farle se non ha più che mala volontà in sé? Allora, solo allora, Dio non perdona[188].

La buona volontà conduce a Dio.

49Ma, quando l’uomo ha della volontà buona e compie anche atti spontanei di virtù, certo finisce a possedere la Verità, perché la buona volontà conduce a Dio, e Dio, il Padre Santissimo, si curva amoroso, pietoso, indulgente ad aiutare, a benedire, a perdonare i suoi figli che hanno buona volontà.

50Perciò l’uomo di quella barca fu ampiamente amato perché, non volendo fare il peccato, non aveva peccato.

 51Andate in pace, adesso, alle vostre case. Le stelle hanno preso tutto il cielo e la luna veste di purezza il mondo. Andate ubbidienti come le stelle e fatevi puri come la luna. Perché Dio ama gli ubbidienti e i puri di spirito, e benedice quelli che mettono in ogni loro azione la buona volontà di amare Dio ed i fratelli e di lavorare a sua gloria e a loro utilità.

La pace sia con voi!».

Promessa di Gesù a Pietro.

52E Gesù riapre le braccia benedicendo, mentre il cerchio delle barche si allontana, si scioglie e ognuno riprende la propria direzione.

53Pietro è tanto felice che non pensa a muoversi.

Lo scuote Matteo: «Non provvedi, o Simone? Io sono poco capace…».

«È vero… Oh! Maestro mio! Non mi avevi allora condannato?! Ed io temevo tanto…».

54«Non temere, Simone di Giona. Io ti ho preso per salvarti, non per perderti. Io ti ho preso per la tua buona volontà… Su. Prendi il timone e guarda la Polare e va’ sicuro, Simone di Giona. Sempre sicuro… In tutte le navigazioni… Dio, il tuo Gesù, sarà sempre ritto al tuo fianco sulla prua della tua barca spirituale. E ti comprenderà sempre, Simone di Giona. Capisci? Sempre. E non avrà da perdonarti, perché potrai cadere anche, come un debole bambino, ma non avrai mai la mala volontà di cadere… Sii contento, Simone di Giona».

55E Pietro assente, assente, troppo commosso per parlare, soffocato dall’amore, e la mano gli trema un poco sul timone, ma il viso splende di pace, di sicurezza, d’amore, mentre guarda il suo Maestro che gli è ritto al fianco, là, sul limite della navicella, come un candido arcangelo.

449. Il piccolo Alfeo disamato
dalla madre
[189].

Beati quelli che amano e salvano i bambini.

Il Messia non obbliga nessuno.

1«Prendete provviste e vesti per più giorni. Andiamo a Ippo e di lì a Gamala e Afeca, per scendere a Gherghesa e tornare qui prima del sabato», ordina Gesù, ritto sulla soglia della casa e carezzando macchinalmente dei bambini di Cafarnao venuti a salutare il loro grande Amico, non appena il sole, tramontando, non è più micidialmente rovente e permette di lasciare le case. E Gesù è uno dei primi a farlo della cittadina, che esce dal torpore asfissiante delle ore assolate.

2Gli apostoli non sembrano molto entusiasti dell’ordine ricevuto. Si guardano fra loro e guardano il sole ancor tanto spietato, e toccano le mura della casa ancora roventi, e tentano col piede nudo il suolo e dicono: «È caldo come mattone messo al fuoco…», sottintendendo con tutta questa pantomima che è da matti andare in giro…

3Gesù si stacca dallo stipite a cui appoggiava un poco la persona e dice: «Chi non si sente di venire resti pure. Non obbligo nessuno. Ma non voglio lasciare questa regione senza parola».

«Maestro… ti pare?! Veniamo tutti… Solo… ci pareva ancor presto per andare in giro…».

4«Prima dei Tabernacoli voglio andare verso il settentrione, molto più lontano perciò e per vie senza barca. Perciò ora si deve fare questa zona in cui molta strada è risparmiata dal lago».

«Hai ragione. Vado a preparare le barche…», e Simone di Giona va col fratello e i due figli di Zebedeo, più qualche discepolo, a preparare la partenza.

     5Gesù resta con lo Zelote, i cugini, Matteo, l’Iscariota, Tommaso e gli inseparabili Filippo e Bartolomeo, che preparano le loro sacche ed empiono le borracce, ripongono pani, frutta, tutto quanto occorre. Pianto non capito di un bambino.

Pianto non capito di un bambino.

 Un frugolino frigna contro i ginocchi di Gesù.

6«Perché piangi, Alfeo?», chiede Gesù chinandosi a baciarlo…

Niente… Piagnucolio più forte.  

7«Ha visto le frutta e le vuole», dice annoiato l’Iscariota.

«Oh! poverino! Ha ragione! Non bisogna far passare certe cose sotto gli occhi dei bambini senza dargliene un poco. Tieni, figlio. Non piangere!», dice Maria d’Alfeo staccando un grappolo dorato da un tralcio, messo in un cesto con tutte le foglie e i grappoli attaccati ancora.

«Non voglio l’uva…», e piange più forte.

8«Vuole l’acqua col miele, certo», dice Tommaso e offre la sua fiaschetta dicendo: «Ai bambini piace e fa bene. Anche i miei nipotini…».

«Non voglio la tua acqua…», e il pianto cresce di più in tono e in intensità.

«Ma che vuoi allora?», chiede fra severo e seccato Giuda d’Alfeo.

9«Due schiaffi, ecco ciò che vuole!», dice l’Iscariota.

«Perché? povero bambino!», chiede Matteo.

«Perché è noioso».

«Oh! Se si dovessero prendere a schiaffi tutti i noiosi… si dovrebbe passare la vita a darseli», dice calmo calmo Tommaso.

10«Non si sente bene, forse. Frutta e acqua, acqua e frutta… fa dolere il corpo», sentenzia Maria Salome che è fra le discepole.

11«E quello lì è molto se mangia pane, acqua e frutta… Sono così poveri!», dice Matteo che conosce per esperienza di esattore tutte le finanze di Cafarnao.

12«Che hai, figliolino? Ti fa male qui?… Eppure non scotta…», dice Maria Cleofe in ginocchio presso il piccino.

«Oh! Mamma! Ma è un capriccio!… Non lo vedi? Tu vizieresti tutti».

«Non ti ho viziato, Giuda mio. Ma ti ho amato. E non ti pareva vero, figlio, che ti amassi sino a proteggerti contro i rigori d’Alfeo…».

«È vero, mamma… Ti ho rimproverata a torto».

13«Nulla di male, figlio. Ma, se vuoi essere apostolo, sappi avere viscere di madre per i fedeli. Sono come bambini, sai… e ci vuole pazienza d’amore per loro…».

14«Ben detto, Maria!», approva Gesù.

L’ obbrobrio chiamato Iscariota.

«Finiremo ad essere istruiti dalle femmine», borbotta Giuda Iscariota.

«E forse anche da femmine pagane…».

15«Senza dubbio. Vi supereranno in molto se rimanete ciò che siete, e tu più di tutti, Giuda. Sarai certamente superato da tutti, dai pargoli, dai mendichi, dagli ignoranti, dalle donne, dai gentili…».

16«Potresti dire che sarò l’aborto del mondo e faresti più presto», risponde Giuda e ride di un riso bilioso.

«Stanno tornando gli altri… e converrà partire, no?», dice Bartolomeo per troncare la scena che fa soffrire molti, tutti in maniera diversa. Il pianto del bambino tocca il punto massimo.

17«Ma insomma!! Cosa vuoi? Cosa hai?», lo investe l’Iscariota scrollandolo rudemente per staccarlo dai ginocchi di Gesù, ai quali il fanciullino si è aggrappato, e soprattutto per sfogare sull’innocente la sua stizza.

«Con Te! Con Te!… Vai via… e botte, botte, botte…».

Civetterie.

18«Ah!… Oh! povero bambino! È vero! Da quando si è risposata, questi del primo marito… sono come mendichi,… come non nati da lei… Li manda in giro come accattoni e… oh! niente pane per loro…», dice la moglie del padrone di casa, che pare conosca bene il fatto e i protagonisti di esso. E termina: «Ci vorrebbe chi li prende per figli, questi tre abbandonati…».

19«Non lo dire a Simone di Giona, donna. Ti faresti odiare a morte da sua suocera, che è più che mai inquieta contro lui e noi tutti. Anche stamane ha coperto d’insolenze Simone e Marziam ed io che ero con loro…», dice Matteo.

«Non lo dirò a Simone… Ma è così…».

20«E tu non li piglieresti? Sei senza figli…», dice Gesù guardandola fissamente…

«Io… oh! mi piacerebbe… Ma siamo poveri… e poi… Tommaso… Allora ha dei nipoti… e io anche… e… e…».

21«E non hai soprattutto la volontà di beneficare i tuoi simili… Donna, tu ieri criticavi i farisei di qui come duri di cuore, criticavi i cittadini come duri alla mia parola… Ma tu, che fai di diverso, tu che da oltre due anni mi conosci? …».

La donna china il capo tormentando la sua veste… Ma non dice una parola in favore del piccolino che piange sempre.

«Siamo pronti, Maestro», grida Pietro che sta per giungere.

Affidati alla preghiera.

22«Oh! essere povero!… E perseguitato! …», sospira Gesù alzando le braccia e scuotendole con atto di sconforto…

23«Figlio mio! …», lo conforta Maria che fino allora aveva taciuto. E basta quella parola per consolare Gesù.

24«Andate avanti con le provviste, voi. Io vado con mia Madre sino a casa del fanciullo», ordina a chi giunge e a chi già era con Lui, e si avvia con la Madre che ha preso in collo il bambino… Vanno verso la campagna.

«Che gli dirai, Figlio mio?».

25«Mamma, che vuoi che dica a una che non ha amore, nelle sue viscere di madre, neppure per i nati dal suo seno?».

«Hai ragione… E allora?».

26«E allora… Preghiamo, Madre mia».

Vanno camminando e pregando.

L’ amore ripara l’errore.

27Una vecchia li interpella: «Portate Alfeo a Meroba? Ditele che è ora che se ne curi. Devono diventare ladri per forza… e come cavallette sono là dove capitano… Ma io ce l’ho con lei, non con quei tre miseri… Oh! la morte come è ingiusta! Non poteva campare Giacobbe e morire lei? Dovresti farla morire così…».

28«Donna, vecchia come sei ancor non sei saggia? E dici quelle parole potendo morire ad ogni minuto? In verità sei ingiusta quanto Meroba. Pentitene e non peccare più».

«Perdono, Maestro… È che la sua colpa mi fa sragionare…».

29«Sì. Ti perdono. Ma non dire mai più, neppure in te stessa, quelle parole. Non è con la maledizione che si riparano gli errori. È con l’amore. Se morisse Meroba muterebbe la sorte di questi? Forse il vedovo prenderebbe altra moglie e avrebbe figli di un terzo letto e questi una matrigna… Più grave perciò la loro sorte».

«È vero. Sono vecchia e stolta. Ecco Meroba. Impreca già… Ti lascio, Maestro. Non voglio che pensi che io ti ho parlato di lei. È una vipera…».

30Ma la curiosità è più forte della paura della «vipera», e la vecchietta, se anche si distanzia da Gesù e Maria, lo fa sempre molto relativamente e si china a svellere l’erba della proda, umida perché presso una fonte, per ascoltare non dando nell’occhio.

Una madre snaturata.

31«Sei qui? Che hai fatto? In casa! Sempre in giro come bestie randagie, come cani senza padrone, come…».

32«Come figli senza madre. Donna, lo sai che è mala testimonianza di una madre i figli che non stanno alle sue vesti?».

«È perché sono cattivi…».

33«No. Io vengo qui da trenta mesi. Prima, quando viveva Giacobbe e i primi mesi di vedovanza, non era così. Poi hai ripreso marito… e colla memoria delle prime nozze hai perduto anche quella dei tuoi nati. Ma che di diverso in loro di quello che ora ti matura in seno? Non li hai portati così anche questi? Non li hai allattati forse? Guarda là quella colomba… Che cure ha per quel piccioncino… Eppure cova già altre uova… Guarda là quella pecora. Non allatta più l’agnello della figliata precedente perché gravida già d’altra prole. Eppure vedi come lo lecca sul musetto e si lascia urtare nel fianco dal vivace agnelletto? Non mi rispondi? Donna, preghi tu il Signore?».

«Certamente. Non sono pagana…».

34«E come puoi parlare al giusto Signore se ingiusta sei? E come puoi andare alla sinagoga e sentire leggere i rotoli quando parlano dell’amore di Dio per i suoi figli, senza sentirti il rimorso nel cuore? Perché taci, proterva così?».

«Perché non ho chiesto le tue parole… e non so perché mi vieni a disturbare… Il mio stato merita rispetto…».

35«E quello della tua anima no? Perché non rispetti i diritti della tua anima? So ciò che vuoi dirmi: che una collera può mettere a repentaglio la vita del nascituro… Ma della vita della tua anima non hai premura? È più preziosa di quella di un nascituro… Lo sai… Il tuo stato può finire nella morte. E vuoi affrontare quell’ora con l’anima turbata, malata, ingiusta?».

Un discepolo di più.

36«Mio marito dice che Tu sei uno da non ascoltare. Non ti ascolto. Vieni, Alfeo…», e fa per voltarsi fra gli strilli del bambino, che sa già che va a botte e non vuole lasciare le braccia di Maria che, sospirando, cerca di persuaderla e che si rivolge alla donna dicendo: «Sono madre io pure e so capire tante cose. E sono donna… So quindi compatire le donne. Hai un periodo non buono, non è vero? Soffri e non sai soffrire… ti inasprisci così… Sorella mia, ascolta. Se io ti dessi ora il piccolo Alfeo, tu saresti ingiusta con lui e con te. Me lo lasci per pochi, oh! pochi giorni? Vedrai che, quando non lo avrai più, lo sospirerai… perché un figlio è così dolce cosa che quando si allontana da noi ci sentiamo povere, gelate, senza luce…».

«Ma prendilo! Prendilo! Magari prendessi gli altri due! Ma non so dove sono…».

37«Lo prendo, sì. Addio, donna. Vieni, Gesù». E Maria si volge rapida e si allontana con un singhiozzo…

38«Non piangere, Mamma».

«Non la giudicare, Figlio…».

39Le due frasi si incrociano, pietose tutte e due, e poi, per un pensiero unico, le due bocche si schiudono alle stesse parole: «Se non capiscono gli amori naturali, possono mai comprendere l’amore che è nella Buona Novella?», e si guardano, questo Figlio e questa Madre, al disopra della testolina dell’innocente, che si abbandona fiducioso e felice adesso fra le braccia di Maria…

40«Avremo un discepolo di più del previsto, Mamma».

«Ed egli avrà dei giorni di pace…».

Beati quelli che amano e salvano i piccoli.

41«Avete visto, eh? Sorda, sorda come un cembalo sfondato… Ve lo avevo detto! E ora? E poi?».

42«E ora è pace. E poi voglia Dio che sia pietà di qualche cuore… Perché non il tuo, donna? Un calice d’acqua dato per amore è calcolato in Cielo. Ma a chi ama un innocente per mio amore… oh! che beatitudine per quelli che amano i piccoli e li salvano dal male!…»

43La vecchietta resta pensosa… e Gesù procede per una scorciatoia che conduce al lago, e vi giunge, e leva il fanciullino dalle braccia di Maria per farla salire con più agio nella barca, e alza il fanciullo più che può per mostrarlo, e sorride luminosamente dicendo a quelli che già sono nelle barche: «Guardate! Questa volta certo avremo predicazione fruttuosa, perché un innocente è con noi», e sale sicuro sull’asse che ondeggia, ed entra nella barca e si siede presso sua Madre, mentre la barca si stacca da riva puntando subito verso sud est, verso Ippo.

450. Miracoli nel borgo presso Ippo e guarigione del lebbroso Giovanni[190].

Nel borgo presso Ippo.

Sbarco al porticciolo di Ippo marina.

1Ippo non è sulla riva del lago, come io credevo vedendo quelle case sulla riva quasi al limite sud-est del lago. Me ne fanno avvisata le parole dei discepoli. Questo nucleo di case è, dirò così, l’avanguardia di Ippo, che è più addentro nel retroterra. Come Ostia per Roma o il Lido per Venezia, rappresentano lo sbocco sul lago per la città interna, che se ne serve per via lacustre di importazione e esportazione, e anche per abbreviare i viaggi da questa zona alla sponda opposta galilea, e infine anche come luogo di svago per gli oziosi della città e di rifornimento del pesce che le procurano i molti pescatori della borgata.

2Qui, dove sbarcano nella placida sera presso il naturale porticciuolo formato dall’alveo di un torrente ora asciutto, e nel quale fiotta dolcemente per qualche metro l’onda cerula del lago non più respinta dall’acqua del torrente, sono case e casette di ortolani e pescatori, che sfruttano, i secondi, le acque ricche di pescagione, e i primi la striscia di terra grassa e umorosa, per le acque prossime, che va dal lido verso l’interno e si estende a nord più a lungo, a sud meno, finendo presto là dove si inizia l’alta scogliera, che scende quasi a picco nel lago e dalla quale si sono precipitati nello stesso i porci del miracolo ai Geraseni.

3Data l’ora, gli abitanti sono sulle terrazze o negli orti e cenano. Ma, siccome gli orti hanno siepi basse e le terrazze pure hanno bassi muretti, presto i loro abitanti vedono la piccola flottiglia di barche che attracca al porticciuolo, e chi per curiosità, chi per conoscenza, si alzano e vanno incontro a chi arriva.

Dispute sui porci morti annegati.

4«È la barca di Simone di Giona insieme a quella di Zebedeo. Dunque non può essere altro che il Rabbi, che viene qui coi suoi discepoli», sentenzia un pescatore.

5«Donna, prendi subito il bambino e seguimi. Forse è Lui. Egli lo guarirà. L’angelo di Dio ce lo conduce», impone un ortolano alla moglie che ha il volto bruciato dalle lacrime.

6«Io, per me, credo. Mi ricordo io quel miracolo! Tutti quei porci! I porci che spengono il calore dei demoni entrati in loro con le acque… Doveva essere un gran tormento se i porci, sempre così sdegnosi di mondezza, si sono gettati nell’acqua…», dice un uomo mentre accorre e fa propaganda al Maestro.

7«Oh! lo dici! Certo che doveva essere un tormento. C’ero anche io e ricordo. I corpi fumavano, le acque fumavano. Il lago si era fatto caldo più che alle acque di Hamatha. E dove sono passati nella corsa è rimasto bruciato bosco ed erba».

«Io ci sono andato, ma non ho visto niente di diverso…», gli risponde un terzo.

«Niente? Ma allora hai le scaglie agli occhi! Guarda! Si vede di qui. Vedi là? Là dove è quel fiume secco? Va’ con l’occhio poco avanti e vedi se…».

«Ma no! Quella rovina l’hanno fatta i soldati di Roma quando cercavano quel ribaldo nelle fredde notti di tebet. Hanno fatto campo lì e hanno fatto fuoco».

«E hanno bruciato tutto un bosco per far fuoco? Guarda quante piante mancano là!».

«Un bosco! Due o tre querce!».

«E ti par poco?».

«No. Ma si sa! Per loro la nostra roba è strame. Sono i dominatori e noi gli oppressi. Ah! Fino a quando…».

La disputa scivola dal terreno soprannaturale a quello politico.

Grida di speranza.

Le grida di un cieco.

8«Chi mi conduce dal Rabbi? Pietà di un cieco! Dove è? Ditemelo. L’ho cercato a Gerusalemme, a Nazareth, a Cafarnao. Era sempre partito prima che io giungessi… Dove è? Oh! pietà di me!», si lagna un uomo di un quarant’anni, tastando intorno a sé con un bastone.

Raccoglie improperi di chi piglia sulle gambe o sulle spalle il colpo, ma nessuno si muove a pietà e tutti lo urtano passando senza che una mano si tenda a guidarlo. Il povero cieco si ferma spaurito e sconfortato…

Le grida delle donne.

9«Il Rabbi! Il Rabbi! Ahc-Ach, il il lèee! » (mi sforzo di rendere… parola il grido acuto delle donne che lo modulano. Ma è un grido, non è una parola! Ha più dello strido di certi uccelli che della parola umana).

«Ci benedirà i figli!».

«La sua parola farà trasalire il frutto che ho nel seno. Godi, creatura mia! Il Salvatore ti parla», dice una florida sposa carezzandosi il ventre gonfio sotto la veste sciolta.

Le grida di una sterile.

10«Oh! forse a me lo renderà fecondo! Sarebbe la gioia e la pace fra me ed Eliseo. Sono andata in tutti i luoghi dove si dice che la donna acquista fecondità. Ho bevuto l’acqua del pozzo presso la tomba di Rachele e quella del rio della grotta dove la Madre lo partorì… Sono andata a Ebron a prendere per tre giorni la terra del luogo dove nacque il Battista… Mi sono pasciuta dei frutti della quercia di Abramo e ho pianto invocando Abele nel luogo dove fu partorito e ucciso… Tutte le cose sante, tutte le cose miracolose del suolo e del Cielo ho provato, e medici, e medicine, e voti, e preghiere, e offerte… ma non si è aperto il mio grembo al seme, e appena mi sopporta Eliseo, a fatica non mi odia!!! Ohimè!», geme una donna già appassita.

«Sei vecchia ormai, Sella! Rassegnati!», le dicono con una pietà mista a un lieve sprezzo e a un palese trionfo quelle che passano col seno gonfio di maternità o con i poppanti attaccati alle floride mammelle.

«No! Non lo dite! Egli ha fatto risuscitare i morti! Non potrà dar vita alle mie viscere?».

11«Largo! Largo! Fate largo alla mia madre malata», grida un giovane che sorregge le stanghe di una improvvisata barella retta, dall’altro lato, da una fanciulla molto afflitta. Sulla barella è una donna ancor giovane ma ridotta a scheletro giallognolo.

12«Bisognerà dirgli dell’infelice Giovanni. Mostrargli il luogo dove è. È il più infelice di tutti, perché lui, lebbroso, non può andare cercando il Maestro…», dice un autorevole vecchione.

13«Prima noi! Prima noi! Se si inoltra verso Ippo è finita. Quelli della città lo prendono per loro e noi si resta come sempre indietro».

Grida di gioia.

14«Ma che avviene là? Perché gridano così le donne, là sulla riva?».

«Perché sono stolte!».

«No. Gridano a festa! Corriamo…».

15La via è un fiume di popolo che si incanala verso il greto del lago e del torrente, là dove Gesù e i suoi sono rimasti bloccati dai primi accorsi.

16«Miracolo! Miracolo! Il figlio di Elisa, spedito dai medici, ecco, è guarito! Il Rabbi lo ha guarito mettendogli della saliva nella gola».

Gli «Ahc-Ahc-il-il-lèee» delle donne si fanno ancor più trillanti e acuti, mescolati ai forti osanna maschili.

17Gesù è letteralmente sopraffatto, nonostante la sua statura. Gli apostoli fanno di tutto per fargli largo. Ma sì! Le discepole con Maria al centro sono separate dal gruppo apostolico. Il bambino, fra le braccia di Maria d’Alfeo, piange spaurito. E il suo pianto fa convergere sul gruppo delle discepole l’attenzione di molti, e c’è il solito bene informato che dice: «Oh! c’è anche la Madre del Rabbi e le madri dei discepoli! …»

«Quali? Quali sono?».

18«La Madre è quella pallida e bionda vestita di lino, e le altre quelle vecchie che hanno una il bimbo e l’altra quel cesto sul capo».

Chi è il piccolo Alfeo?

19«E il bambino chi è?».

«Il figlio, eh! Non sentite che chiama mamma?».

«Figlio di chi? Della vecchia? Non può essere!».

«Della giovane. Vedi che vuole andare da lei?».

«No. Il Rabbi non ha fratelli. Lo so di sicuro».

La fede va data a Dio.

20Delle donne sentono e, mentre Gesù, muovendosi a fatica, riesce a raggiungere la barella dove è la malata portata dai figli e la guarisce, si dirigono a Maria, curiose. Ma una non è curiosa. Una si prostra ai suoi piedi dicendo: «Per la tua maternità, abbi pietà di me», ed è la sterile. Maria si curva e le dice: «Che vuoi, sorella?».

21«Esser madre… Un bambino!… Uno solo!… Sono odiata perché sterile. Io credo che tuo Figlio possa tutto, ma ho una fede tanto grande in Lui che penso che, per essere nato da te, ti abbia fatta santa e potente come Lui. Ora io te ne prego… per le tue delizie di madre te ne prego: fammi feconda. Toccami con la tua mano ed io sarò felice…».

22«La tua fede è grande, donna. Ma la fede va data a chi ne ha il diritto: a Dio. Vieni, dunque, dal mio Gesù…», e la prende per mano chiedendo con grazia pressante di poter passare sino a raggiungere Gesù.

Un bambino che la madre non ama più

23Le altre discepole la seguono nella scia che si apre fra la gente, e così le donne accorse verso Maria, e intanto chiedono a Maria d’Alfeo chi è il piccolo che tiene alto sulla folla.

24«Un bambino che la madre non ama più. Ed egli è venuto a cercare amore dal Rabbi…»

«Un bambino che la madre non ama più!?!».

«Hai sentito, Susanna?».

«Chi questa iena?».

25«Ohimè! Ed io che spasimo per non averne! Dà, da’, che mi baci almeno una volta un figlio…», e Sella, la sterile, strappa quasi dalle braccia di Maria d’Alfeo il piccino e se lo stringe al cuore mentre cerca di seguire Maria, già separatasi da lei nell’attimo che Sella ha abbandonato la mano di Maria per prendere il piccolo.

Miracoli nel borgo presso Ippo.

Miracolo sulla sterile.

26«Gesù, ascolta: Vi è una donna che chiede grazia. È sterile…».

«Non disturbare il Maestro per lei, donna. Le sue viscere sono morte», dice uno che non sa di parlare alla Madre di Dio. E poi, confuso del suo sbaglio di cui viene avvertito, cerca farsi piccino e scomparire, mentre Gesù risponde a lui e alla supplice insieme dicendo: «Io sono la Vita. Donna, ti sia fatto ciò che chiedi», e posa per un attimo la mano sul capo di Sella.

Miracolo sul cieco.

27«Gesù! Figlio di Davide, abbi pietà di me!», grida il cieco di prima, che lentamente è giunto presso la folla e dai margini di essa getta il suo grido di invocazione.

28Gesù, che aveva il capo chino per ascoltare le parole di supplica di Sella, rialza il volto e guarda verso il punto da dove, sincopata come il grido di un naufrago, viene la voce del cieco.

«Che vuoi che Io ti faccia?», grida.

«Che io veda. Sono nelle tenebre».

29«Io sono la Luce. Voglio!».

«Ah! Vedo! Vedo! Di nuovo vedo! Lasciatemi passare! Che io baci i piedi del mio Signore!».

Intercessione per un lebbroso.

30«Maestro, hai guarito tutti qui. Ma c’è un lebbroso in una capanna fra il bosco. Ci prega sempre di portarti a lui…».

31«Andiamo! Suvvia! Lasciatemi andare. Non vi fate del male! Io sono qui per tutti… Su, fate largo. Nuocete alle donne e ai bambini. Non parto già. Resto domani e poi sarò nella regione per cinque giorni. Mi potrete seguire, se volete…».

32Gesù cerca di disciplinare la ressa, di fare che per avere beneficio della sua venuta i cittadini non si facciano del male.

Ma la folla è come una sostanza molliccia che si sposta ma poi torna a stringersi intorno a Lui, è come una valanga che per legge naturale non può che farsi sempre più compatta più procede, è come particelle di ferro attratte dalla calamita… E l’andare è lento, inceppato, faticoso… Tutti sudano, gli apostoli sbraitano, lavorano di gomiti nei petti e di calci negli stinchi per fare strada… Inutile ogni sforzo! Per fare dieci metri ci vuole un quarto d’ora.

Sara di Afeca chiede di adottare Alfeo.

33Una donna sui quarant’anni riesce a suon di costanza a farsi strada fino a Gesù e lo tocca in un gomito.

34«Che vuoi, donna?».

«Quel bimbo… ho saputo… Io sono vedova e senza figli… Ricordati di me. Sono Sara di Afeca, la vedova del venditore di stuoie. Ricorda. Ho casa presso la piazza della fonte rossa. Ma ho anche qualche vigna e bosco. Ho da dare a chi è solo… e sarei felice…».

35«Ricorderò, donna. La tua pietà sia benedetta».

Guarigione del lebbroso Giovanni.

Un lebbroso santo.

36Il paese, più parallelo al lago che verticale allo stesso, viene presto attraversato e la campagna, dolce, silenziosa nel crepuscolo che scende e non fa ombra notturna, perché fra la luce diurna e la notturna di luna non è che un trapasso inavvertibile, li accoglie. Vanno verso le propaggini dell’alta scogliera che, più verso sud, borda il lago. Delle grotte, non so se naturali o a bella posta fabbricate nella roccia, molte murate e imbiancate al di fuori, certo sepolcri, sono nel balzo.

37«Eccoci! Fermiamoci per non contaminarci. Siamo presso alla tomba del vivo, e questa è l’ora in cui egli viene a quel masso a ritirare le offerte. Era ricco, sai? Noi lo ricordiamo. Era buono anche. Ma ora è un santo. Più lo ha percosso il dolore e più egli si è fatto giusto. Non sappiamo come fu. Si dice per dei pellegrini che egli ospitò. Erano diretti a Gerusalemme, così dicevano. Parevano sani, ma certo erano lebbrosi. Il fatto è che, dopo il loro passaggio, per prima la moglie e i servi, poi i figli, ultimo lui, presero la lebbra. Tutti. Per primi e dalle mani quelli che avevano lavato i piedi e le vesti ai pellegrini, perciò diciamo che dovettero esser loro causa di tutto. I bambini, tre, morti presto presto. Poi la moglie, e più di dolore che di malattia… Egli… Quando il sacerdote dichiarò tutti lebbrosi, si comprò questo pezzo di monte con le sue ormai inutili sostanze e vi fece mettere provvigioni per sé e i suoi… servi compresi, e zappe e picconi… e cominciò a scavare i sepolcri… e uno per uno vi collocò tutti: i figliolini, poi la moglie, i servi… E’ rimasto lui, e solo, e povero, perché tutto finisce col tempo… e sono quindici anni che dura… Eppure… mai un lamento. Era dotto: a memoria si ripete la Scrittura. La dice alle stelle, alle erbe, alle piante, agli uccelli, la dice a noi che abbiamo tanto da imparare da lui, e consola i nostri dolori… lui, capisci? consola i nostri dolori. Vengono da Ippo e Gamala e fin da Gherghesa e Afec a sentirlo. Quando ha saputo del miracolo dei due indemoniati… oh! si è messo a predicare la fede in Te. Signore, se gli uomini ti hanno salutato col tuo nome di Messia, se le donne ti hanno salutato come il vincitore e re, se i bambini nostri sanno il tuo Nome e che Tu sei il Santo d’Israele, è per il povero lebbroso», narra per tutti il vecchione che per primo ha parlato di Giovanni.

Fede che muove le montagne.

38«Lo guarirai?», chiedono in molti.

39«E lo chiedete? Ho pietà dei peccatori, ma che avrò per un giusto? Ma è forse lui che viene? Là, fra quei cespugli…».

«Certo è lui. Ma che vista hai mai, Signore! Noi sentiamo fruscio, ma nulla vediamo…».

Anche il fruscio cessa. Tutto è silenzioso e attesa…

40Gesù è bene in luce, solo, un poco avanti, perché si è avanzato sino al masso dove sono deposte delle provviste; gli altri, nella penombra di alcuni alberi, scompaiono confondendosi ai tronchi e ai cespugli della sodaglia. Anche i bambini tacciono, o perché assonnati in braccio alle madri, o perché spauriti del silenzio, dei sepolcri, delle bizzarre ombrie che trae la luna dalle piante e dalle rocce.

41Ma il lebbroso deve vedere, dal suo nascondiglio, e vedere bene. Vedere l’alta e solenne persona del Signore, tutto bianco nel bianco della luna, bellissimo. Gli sguardi stanchi del lebbroso certo si incrociano con lo sguardo splendente di Gesù. Che linguaggio uscirà da quelle pupille divine, larghe, fulgide come stelle? Che, dalla bocca disserrata su un sorriso d’amore? Che dal cuore, soprattutto dal cuore del Cristo? Mistero. Uno dei tanti misteri fra Dio e le anime nei loro rapporti spirituali. Certo il lebbroso capisce, perché grida: «Ecco l’Agnello di Dio! Ecco Colui che è venuto a sanare tutto il dolore del mondo! Gesù, Messia benedetto, Re nostro e nostro Salvatore, pietà di me!».

42«Che vuoi? Come puoi credere nello Sconosciuto e vedere in Lui l’Atteso? Che sono Io per te? L’Ignoto…».

43«No. Tu sei il Figlio del Dio vivente. Come lo so e lo vedo? Non so. Qui, dentro di me, una voce ha gridato: “Eccolo l’Atteso! È venuto a premiare la tua fede”. Ignoto? Sì. Nessuno ha noto il volto di Dio. Perciò sei “l’Ignoto” nella tua apparenza. Ma il Noto sei per la tua Natura, per la tua Realtà. Gesù, Figlio del Padre, Verbo incarnato e Dio come il Padre. Ecco chi sei, e io ti saluto e prego, credendo in Te».

44«E se Io non potessi nulla e la tua fede andasse delusa?».

«Direi che ciò è volontà dell’Altissimo[191] e continuerei a credere e ad amare, sperando sempre nel Signore».

Colui che non conoscerà sosta nel purgatorio.

45Gesù si volge alla folla, che ascolta il dialogo sospesa, e dice: «In verità, in verità vi dico che quest’uomo ha la fede che smuove le montagne. In verità, in verità vi dico che la vera carità, fede e speranza si provano nel dolore più che nella gioia, benché l’eccesso di gioia sia talora rovina ad uno spirito informe ancora. Facile è credere ed essere buoni quando la vita non è che un placido, se non gioioso, scorrere di giorni uguali. Ma colui che sa persistere nella fede, speranza e carità, anche quando malattie, miserie, morti, sventure lo fanno solo, abbandonato, sfuggito da tutti, e non fa che dire: “Sia fatto ciò che l’Altissimo crede utile per me”, in verità costui non solo merita aiuto da Dio, ma, Io ve lo dico, nel Regno dei Cieli è pronto il suo posto e non conoscerà sosta nella purgazione, perché la sua giustizia ha annullato ogni debito della vita passata. Uomo, Io te lo dico: “Va’ in pace, ché Dio è con te!”».

46Si volge, nel dirlo, e tende le braccia verso il lebbroso, lo attira quasi col suo atto e, quando è ben vicino, ben visibile, ordina: «Voglio! Sii mondato! …», e sembra che la luna deterga e trasporti via, col suo raggio d’argento, le pustole, le piaghe, i noduli e le croste della orrenda malattia.

47Il corpo si ricompone e modella in sanità. È un vecchio dignitoso, ascetico nella sua magrezza, colui che, reso edotto del miracolo dai gridi osannanti della folla, si curva a baciare il suolo, non potendo toccare Gesù né alcun uomo prima del tempo prescritto dalla Legge.

48«Alzati. Ti porteranno una veste monda, perché tu possa andare davanti al sacerdote. Ma sappi andare sempre con la mondezza dello spirito davanti al tuo Dio. Addio, uomo. La pace sia con te!».

49E Gesù si riunisce alla gente e torna lentamente nel paese per il riposo.

451. Discorso, nel borgo presso Ippo, sui doveri dei coniugi e dei figli[192].

Gli abitanti della borgata lacustre.

Un cuor solo e una anima sola.

1Ed è invece fresca mattina quando si attende che Gesù esca da una casa della borgata lacustre per iniziare la sua predicazione.

2Io credo che poco hanno dormito gli abitanti in quella notte, emozionati come erano dai miracoli accaduti, dalla gioia di avere il Messia fra loro, dalla volontà di non perdere un minuto della sua presenza. Tardo il sonno a venire, perché preceduto da molti discorsi, nell’interno delle case, a ricapitolare gli avvenimenti, ad esaminare se lo spirito dei singoli era dotato di quella fede, speranza e carità, resistenti ad ogni evento penoso, che il Maestro ha lodate e dette sicuro mezzo ad ottenere grazia da Dio in questa vita e nell’altra. Presto ad andarsene, fugato dalla tema che il Maestro possa uscire per le vie e allontanarsi di buon mattino senza essere presenti alla sua partenza. Cosicché le case presto si sono aperte per restituire alle vie i loro abitanti che, stupiti di vedersi in tanti, in tutti, mossi dagli stessi pensieri, si sono detti: «Veramente è la prima volta che un unico pensiero muove i nostri cuori e li unisce», e con un’amicizia nuova, buona, fraterna, si sono concordemente diretti alla casa dove è ospitato Gesù e l’hanno assediata, senza far rumore, senza impazienze ma senza stanchezze, ben decisi a seguire il Maestro non appena esca nella via.

I doni più opportuni per il Messia.

3E molti, ortolani, hanno colto i frutti rugiadosi dei loro orti e li tengono riguardati dal sole che sorge, dalla polvere, dalle mosche, sotto una copertura di freschi pampini e di larghe foglie di fico, dalle frastagliature delle quali occhieggiano mele rosate come un miniaturista le avesse dipinte, e ambre od onici di chicchi d’uva, o morbide pance di fichi di ogni razza, quali ben chiusi nella buccia delicatamente appassita sulla polpa mielosa, quali turgidi e lisci come fossero di seta ben stirata e imbrillantati della goccia nel fondo, quali aperti ad un riso di fibre bionde, rosee, rosse cupe, a seconda della qualità. E dei pescatori hanno portato dei pesci in piccole corbe, certo pesci pescati nella notte sacrificando il sonno, perché alcuni sono ancora vivi e boccheggiano nelle ultime penose aspirazioni e convulsioni dell’agonia, aumentando nel palpito del respiro e nei deboli guizzi lo splendere argenteo o delicatamente azzurro delle pance e dei dorsi, stesi su un letto di grigie verdi foglie di salcio e di pioppo.

L’aurora sul lago.

4Il lago, intanto, è passato dal delicato color latteo che l’alba trasfonde alle acque uscenti dalla notte – così puro, direi così angelico, quasi assorto, tanto il flutto lento si riposa sul greto facendo appena un fruscio delicato nell’insinuarsi fra le ghiaie – a quello ridente, più umano, direi carnale dell’aurora, che accende l’acqua dei primi rossori con le nuvole rosee che si riflettono nel lago, che torna ceruleo nella luce sicura dell’aurora, che riprende a vivere, a pulsare, con le sue ondette che si muovono, che corrono a ridere sul lido frangiate di spuma, e fuggono via per danzare con altre ondette, decorando tutto lo specchio lacustre di un merletto lieve, candido, gettato sulla seta celeste dell’acqua, scorsa dalla brezza del mattino.

5E poi è il primo raggio di sole che sciabola l’acqua là, verso Tarichea, là dove era così verd’azzurra per i boschi che rispecchiava, e che ora si indora e splende come uno specchio infranto percosso dal sole, e questo specchio sempre più si estende, facendo d’oro e topazi nuove acque cerule ancora, annullando le tinte rosee delle nuvole riflesse nell’onde, fasciando le chiglie delle ultime barche che rientrano dopo la pesca, quelle delle prime che escono, mentre le vele, nella luce trionfale del sole ormai sorto, biancheggiano come ali d’angelo contro l’azzurro e il verde del cielo e dei colli. Bellissimo lago di Galilea, che per l’ubertosità delle sponde mi ricorda il nostro Garda e per la pace mistica il Trasimeno, gemma di Palestina, degna cornice alla più parte della vita pubblica di Gesù!

6Ecco Gesù che appare sulla soglia della casa ospitale e sorride, alzando le braccia a benedire i pazienti cittadini che lo attendono…

Stile cristiano dei componenti della famiglia.

Dovere cristiano del padre .

7«La pace sia con voi tutti.

8Mi attendevate? Temevate che Io fuggissi senza salutarvi? Non manco mai alle mie promesse. Oggi sono con voi per evangelizzarvi e stare con voi come ho promesso, per benedirvi le case, gli orti e le barche, onde sia santificata ogni famiglia e il lavoro pure sia santificato. Però, ricordate, che la benedizione mia, per essere fruttuosa, deve essere aiutata dal vostro buon volere. E voi sapete quale è il buon volere che deve animare una famiglia perché sia santa la casa che l’ospita. L’uomo vi deve essere capo ma non despota, né della sposa[193], né dei figli[194], né dei servi, e nello stesso tempo deve essere il re, il veramente re nel senso biblico della parola. Ricordate il capo ottavo del primo libro dei Re? Gli anziani di Israele si adunarono andando a Ramata dove risiedeva Samuele e gli dissero: “Ecco, tu sei divenuto vecchio e i tuoi figli non camminano nelle tue vie. A giudicarci costituisci sopra di noi un re come lo hanno tutte le nazioni”[195].

9Re dunque vuol dire “giudice”, e dovrebbe essere giudice giusto per non fare, dei sudditi, degli infelici nel tempo con guerre, soprusi, balzelli ingiusti, né nell’eternità con un reame tutto mollezze e vizio. Guai a quei re che mancano al loro ministero, che chiudono l’orecchio alle voci dei sudditi, che serrano gli occhi sulle piaghe della nazione, che si fanno complici del dolore del popolo con alleanze contro giustizia, pur di rafforzare la loro potenza con l’aiuto degli alleati! Ma guai anche a quei padri che mancano al loro ufficio[196], che sono ciechi e sordi ai bisogni e ai difetti dei membri della famiglia[197], che sono causa di scandalo o dolore per essa[198], che scendono a compromessi di nozze indegne pur di allearsi con famiglie ricche e potenti, senza riflettere che il matrimonio è unione voluta per elevazione e conforto dell’uomo e della donna, oltre che per procreazione; è dovere, è ministero, non è mercato, non è dolore, non è avvilimento di uno o dell’altro coniuge. È amore e non odio.

10Giusto dunque sia il capo senza eccessive durezze o pretese e senza eccessive condiscendenze e debolezze. Però, se aveste a scegliere fra l’eccesso di una o dell’altra cosa, scegliete piuttosto la seconda, perché di questa almeno Dio vi potrà dire: “Perché fosti così buono?”, e non condannarvi, dato che l’eccesso di bontà già punisce l’uomo con le prepotenze che gli altri si permettono sul buono; mentre della durezza sempre vi rimprovererebbe, perché mancanza all’amore verso il prossimo più prossimo.

Dovere cristiano della moglie.

11E giusta sia la donna nella casa verso lo sposo, i figli e i servi. Allo sposo dia ubbidienza e rispetto, conforto ed aiuto.

12Ubbidienza finché questa non assuma sostanza di consentimento al peccato. La moglie deve essere sommessa[199] ma non degradata. Guardate, o spose, che il primo che vi giudica, dopo Dio, per certe colpevoli condiscendenze, è lo stesso vostro marito che vi induce ad esse. Non sempre sono desideri di amore, ma anche sono prove verso la vostra virtù. Anche se al momento non ci riflette, può venire un giorno che lo sposo si dica: “La mia donna è fortemente sensuale” e da lì divenire sospettoso verso la vostra fedeltà maritale. Siate caste nel coniugio[200]. Fate che la vostra castità imponga allo sposo quel ritegno che si ha per cose pure, e vi riguardi come sue simili, non come schiave o concubine mantenute per essere soltanto “piacere” e rigettate quando non piacciono più. La moglie virtuosa[201], direi la moglie che anche dopo il coniugio conserva quel “che” di verginale negli atti, nelle parole, negli abbandoni d’amore, può portare il marito ad una elevazione dal senso al sentimento, onde lo sposo si spoglia da lussuria e diviene veramente un unico “che” con la sposa, che tratta col riguardo con cui uno tratta una parte di se stesso, e giusto è che ciò sia, perché la donna e osso delle sue ossa e carne della sua carne”, e nessuno maltratta le sue ossa e la sua carne, ma anzi le ama, onde lo sposo e la sposa, come i due primi sposi, si guardino e non si vedano nella loro nudità sessuale, ma si amino per lo spirito, senza vergogne avvilenti.

13La moglie sia paziente, materna col marito. Lo consideri come il primo dei suoi figli, perché la donna è sempre madre e l’uomo è sempre bisognoso di una madre che sia paziente, prudente, affettuosa, confortatrice[202]. Beata quella donna che del proprio coniuge sa essere la compagna e insieme la madre per sorreggerlo e la figlia per esser guidata. La moglie sia laboriosa[203]. Il lavoro, impedendo le fantasticherie, fa bene all’onestà oltre che alla borsa. Non tormenti il marito con stolte gelosie[204] che a nulla riparano. Il marito è onesto? La gelosia stolta, spingendolo a fuggire la casa, lo mette in pericolo di cadere fra le maglie di una meretrice. Non è onesto e fedele? Non saranno le ire della gelosa quelle che lo correggono[205], ma sibbene il contegno serio senza bronci e sgarbi, dignitoso e amoroso, amoroso ancora, quello che lo fanno riflettere e rinsavire. Sappiate riconquistare il marito, quando una passione ve lo ha allontanato, con la vostra virtù[206], come nella giovinezza lo conquistaste con la vostra bellezza[207]. E, per trarre forza in questo dovere, e resistere al dolore che vi potrebbe fare ingiuste, amate e considerate i figli e il loro bene[208].

Diritto dei figli e dovere della madre.

14Tutto una donna ha nei figli[209]: la gioia, la corona regale per le ore gioconde in cui è realmente regina della casa e del consorte, e il balsamo nelle ore dolorose in cui un tradimento, o altre penose esperienze della vita coniugale, le flagellano la fronte e soprattutto il cuore con le spine della sua triste regalità di sposa martire.

15Tanto calpestate da desiderare di tornare in famiglia divorziando, o di trovare un compenso in un finto amico che appetisce alla femmina ma che finge di avere pietà del cuore della tradita? No, donne, no! Quei figli, quei figli innocenti[210], turbati già, già fatti precocemente tristi dall’ambiente domestico non più sereno, non più giusto, hanno i loro diritti alla madre, al padre, al conforto di una casa dove, se è perito un amore, l’altro resta vigile a vegliare su essi. Quei loro occhi innocenti vi guardano, vi studiano e capiscono più che voi non crediate, e plasmano i loro spiriti a seconda di ciò che vedono e comprendono. Non siate mai di scandalo ai vostri innocenti, ma rifugiatevi in essi come in un baluardo di adamantini gigli contro le debolezze della carne e le insidie dei serpi.

16E la donna sia madre. La madre giusta che è sorella insieme a madre, che è amica insieme a sorella dei suoi figli e figlie. E che è esempio, soprattutto, e su tutto. Vegliare sui figli e sulle figlie, amorosamente correggere, sorreggere, far meditare, e tutto senza preferenze; perché i figli sono tutti nati da un seme e da un seno e, se è naturale che siano benvoluti, per la gioia che danno, i figli buoni, è anche doveroso che siano amati, anche se di un amor doloroso, i figli non buoni, ricordando che l’uomo non deve essere più severo di Dio, il quale ama non solo i buoni ma anche i non buoni, e li ama per vedere di farli buoni, di dare loro modo e tempo a divenirlo, e sopporta fino alla morte dell’uomo, riservandosi di essere giusto Giudice quando l’uomo non può più riparare.

“Non giudicate le apparenze e ciò che non conoscete”.

17E qui lasciate che Io vi dica una cosa che non è inerente al discorso, ma che è utile che voi abbiate presente. Molte volte, troppe, si sente dire che i malvagi hanno più gioia dei buoni e che ciò non è giusto. Prima di tutto vi dico: “Non giudicate le apparenze e ciò che non conoscete”. Le apparenze sono sovente fallaci e il giudizio di Dio è occulto sulla Terra. Conoscerete dall’altra parte, e vedrete che il transitorio benessere del malvagio fu concesso come mezzo per attirarlo al Bene e come sconto di quel poco di bene che anche il più malvagio può fare. Ma, quando vedrete le cose nella luce giusta dell’altra vita, vedrete che, più breve della vita del filo d’erba nato a primavera nel greto di un torrente che l’estate dissecca, è il tempo di gioia del peccatore[211], mentre un solo attimo di gloria nel Cielo è, per la gioia che comunica allo spirito che ne gode, più vasto della più trionfale vita di uomo che mai sia stata[212]. Non invidiate perciò la prosperità del malvagio, ma cercate, con buona volontà, di giungere a possedere il tesoro eterno del giusto[213].

Dovere cristiano dei figli.

18E, tornando a come devono essere i componenti di una famiglia e gli abitanti di una casa perché in essa si mantenga fruttuosamente la mia benedizione, vi dico, o figli, che voi siate sottomessi ai genitori[214], rispettosi[215], ubbidienti[216], per poterlo essere anche col Signore Iddio vostro. Perché, se non imparate ad ubbidire ai piccoli comandi del padre e della madre, che vedete, come potrete ubbidire ai comandi di Dio, che vi vengono detti in suo Nome, ma che voi non vedete e non udite? E, se non imparate a credere che chi ama come un padre e una madre amano non può che comandare cose buone, come potete credere che siano buone le cose che vi vengono dette come ordini di Dio? Dio ama, è Padre, sapete? Ma, appunto perché vi ama e vi vuole seco, o cari fanciulli, vi vuole buoni. E la prima scuola dove imparate a divenirlo è la famiglia. Là imparate ad amare e ubbidire, e di là comincia per voi la via che conduce al Cielo. Siate dunque buoni, rispettosi, docili. Amate il padre anche se vi corregge, perché lo fa per vostro bene, e la madre se vi trattiene da azioni che la sua esperienza giudica non buone. Onorateli non facendoli arrossire con le vostre azioni malvagie[217]. L’orgoglio non è cosa buona, ma vi è un santo orgoglio, quello di dire: “Non ho dato dolore al padre e alla madre mia. Questo, che vi fa godere della loro vicinanza mentre sono viventi, vi è pace sulla ferita della loro morte, mentre le lacrime che un figlio fa versare al genitore rigano come piombo fuso il cuore del figlio malvagio e, nonostante ogni suo studio per addormire quella ferita, essa duole, duole e sempre più duole quando la morte del genitore impedisce al figlio di riparare… Oh! figli, siate buoni, sempre, se volete che Dio vi ami.

Servi[218] e padroni

19Infine, santa è quella casa dove, per la giustizia dei padroni, si fanno giusti anche i servi ed i garzoni. Ricordino i padroni che un mal comportamento inasprisce e guasta il servo, e il servo che un suo mal comportamento disgusta il padrone. Stia ognuno al suo posto, ma con un legame di amore di prossimo a colmare la divisione che è fra servi e padroni.

20E allora la casa benedetta da Me conserverà la sua benedizione e Dio sosterà in essa. E così pure conserveranno benedizione, e perciò protezione, le barche e gli orti e gli arnesi di lavoro e di pesca, quando, santamente operosi nei giorni leciti e santamente dediti al culto di Dio nel sabato sacro, voi scorrerete la vostra vita di pescatori o ortolani e non farete frode nel vendere e nel pesare, e non maledirete il lavoro e neppure lo farete tanto re della vostra vita da anteporlo a Dio. Perché, se il lavoro vi dà guadagno, Dio vi dà il Cielo.

21Ed ora andiamo pure a benedire case e barche e remi e orti e zappe, e poi andremo a parlare presso il luogo di Giovanni, prima che egli vada dal sacerdote. Perché Io qui non tornerò più, ed è giusto che egli mi ascolti almeno una volta. Prendete il pane, il pesce e le frutta; li porteremo là, nel bosco, e mangeremo al cospetto del lebbroso guarito, dando a lui i bocconi migliori, perché faccia festa anche la sua carne e si senta già fratello fra i credenti del Signore».

22E Gesù si avvia, seguito dalla gente della borgata e da altra venuta dalle città vicine, dove, forse nella notte, sono andati degli abitanti di questo borgo a portare la notizia che il Salvatore è su questa sponda.

452. L’ex-lebbroso Giovanni diventa discepolo. Parabola dei dieci monumenti[219].

L’ex-lebbroso Giovanni diventa discepolo.

L’uomo sacro al Signore.

1«Il mio Signore!», grida l’ex lebbroso gettandosi in ginocchio appena vede apparire Gesù nella sodaglia che precede il luogo roccioso, dove egli visse per tanti anni. E poi, rialzandosi, grida ancora: «Come ritorni a me?».

2«Per darti il viatico della parola dopo quello della salute».

3«Il viatico si dà a chi parte, ed io infatti parto questa sera per le purificazioni. Ma parto per ritornare e unirmi ai discepoli, se mi vuoi accogliere. Non ho più casa né parenti, Signore. Sono vecchio per riprendere attività e vita. Mi reintegreranno nei beni. Ma come sarà la casa dopo quindici anni che è di nessuno? Che vi troverò? Forse mura diroccate… Sono un uccello senza nido. Lascia che mi unisca alla schiera di chi ti segue. Del resto… io non appartengo più a me stesso perché, per quel che mi hai dato, io sono tuo, non appartengo più al mondo che mi ha reciso da sé, giustamente perché impuro, per tanto tempo. Ora sono io che trovo impuro il mondo, dopo aver conosciuto Te, e fuggo il mondo per venire a Te».

L’evangelizzatore.

4«Né Io ti respingo. Però ti dico che vorrei da te una sosta in questa regione. Aera e Arbela hanno il loro figlio discepolo che evangelizza. Tu siilo di Ippo, Gamala, Afeca e paesi vicini. Io fra poco scendo nella Giudea e non tornerò più da queste parti. Voglio in esse degli evangelizzatori».

5«La tua volontà mi fa cara ogni rinuncia. Farò ciò che Tu vuoi. Lo farò appena compiute le purificazioni. Avevo pensato di non curarmi più della mia casa. Ora invece dico che la riatterò in modo da poterla abitare per accogliere durante l’inverno in essa anime vogliose di sapere di Te, e pregherò qualche discepolo che ti segue da anni di venire con me, perché, se Tu mi vuoi piccolo maestro, io ho bisogno di essere istruito da chi lo è più di me. E a primavera andrò come gli altri predicando il tuo Nome».

«Va bene il tuo pensiero. Dio ti aiuterà a compierlo».

Il passato è morto.

6«L’ho già iniziato distruggendo col fuoco tutto quanto mi apparteneva: ossia il povero giaciglio e le suppellettili che usavo, la veste portata sino a ieri, tutto quanto avevo toccato con il mio corpo malato. La grotta dove vivevo è nera del fuoco che vi ho fatto per distruggere e purificare. Nessuno si contagerà entrandovi a rifugio in una notte di tempesta. E poi… (la voce dell’uomo si fa debole, quasi si incrina, rallenta il discorso…) e poi… avevo un vecchio cofano ormai cadente… tarlato… pareva che la lebbra avesse corroso esso pure… Ma per me… era più prezioso delle ricchezze del mondo… Dentro c’erano le cose care… ricordi di mia madre… il velo di nozze della mia Anna… Ah! quando glielo levai, beato, nella sera delle nozze, e contemplai quel volto di gigli così bello e puro, chi me lo avesse detto che pochi anni dopo lo avrei visto tutto una piaga! E… le vesti dei miei bambini… i loro giocattoli… tenuti fra le piccole mani finché poterono stringere… qualcosa… e… oh! È tanto il dolore… perdona il mio pianto… La piaga duole forte ora che li ho arsi per giustizia… senza più poterli baciare… perché erano dei lebbrosi… Sono ingiusto, Signore… Ti mostro delle lacrime… Ma compatisci… Ho distrutto l’ultimo ricordo di loro… e ora sono come uno sperduto in un deserto…». L’uomo si accascia piangendo presso il mucchio di cenere che è il ricordo del suo passato…

La luce non si attar­da a guardare le tenebre.

7«Non sei sperduto, Giovanni, e non sei solo. Io sono con te. E i tuoi presto saranno con Me, in Cielo, ad attenderti. Quei resti te li ricordavano sfigurati dalla malattia, oppure belli di salute avanti la sciagura. Tutti ricordi di dolore. Lasciali fra le ceneri del rogo. Annientali nella certezza che Io ti do di un ritrovamento di essi felici, belli della gioia del Cielo. Il passato è morto, Giovanni. Non piangere più su quello. La luce non si attarda a guardare le tenebre della notte, ma è gioiosa di separarsene e di splendere, salendo nel cielo dietro al sole ad ogni mattino. E il sole non si attarda all’oriente ma s’alza, balza e scorre sino a raggiare dall’alto del firmamento. La tua notte è finita. Non la ricordare più. Sali con lo spirito là dove Io Luce ti porto. Là, per la dolce speranza e la bella fede, già troverai la gioia, perché la tua carità potrà effondersi in Dio e nei diletti che attendono. Non è che un rapido salire… e presto sarai nell’alto, con loro. La vita è un soffio… l’eternità è l’eterno presente».

8«Hai ragione, Signore. Tu mi conforti e mi insegni come superare quest’ora con giustizia… Ma Tu sei al sole per starmi vicino il più che ti è concesso. Ritirati, Maestro. Mi hai dato abbastanza. Potrebbe nuocerti il sole, che è forte già».

9«Sono venuto per stare con te. Tutti siamo venuti per questo. Ma spostati tu pure verso le piante e saremo vicini senza pericolo».

10L’uomo ubbidisce lasciando il masso al cui piede è il mucchio di cenere, il passato, e va verso il luogo dove si dirige Gesù, dove sono, commossi, gli apostoli e le donne e gli abitanti del borgo e quelli venuti dalle città ad ascoltare il Maestro.

Preparativi per un banchetto d’amore.

11«Accendete i fuochi per cuocere il pesce. Spartiremo il cibo in banchetto d’amore», ordina Gesù. E mentre gli apostoli eseguiscono, Egli gira sotto le piante nate alla rinfusa in questo luogo sfuggito da tutti per la vicinanza del lebbroso. Un intrico folto, selvaggio, di piante che non conoscono roncole o scuri da quando sono nate. Dei sofferenti o degli afflitti sono sotto all’ombra propizia di questa boscaglia e raccontano a Gesù le loro angosce, e Gesù sana, consiglia o conforta, paziente e potente. Più là, in un breve prato, il bambino di Cafarnao giuoca felice coi bambini del paese, e i loro gridi di gioia gareggiano col canto di molti uccelli che sono sulle piante folte, mentre le loro vesti variopinte, agitate nella corsa sul verde dell’erba, li fanno sembrare grosse farfalle scorrenti da fiore a fiore.

Il banchetto di Dio.

12Il cibo è pronto. Chiamano Gesù. Egli chiede in grazia un cesto ad un contadino che aveva portato fichi e uva e lo empie di pane, dei pesci più belli, di frutta saporose, unendovi la sua borraccia di acqua melata, e si dirige verso l’ex lebbroso.

«Resti senza borraccia, Maestro», lo avverte Bartolomeo.

«Egli non te la può più rendere».

13E Gesù sorridendo: «C’è tanta acqua ancora per la sete del Figlio dell’uomo! C’è l’acqua messa dal Padre nei pozzi profondi. E il Figlio dell’uomo ha ancora le sue mani libere per farsi di esse giumella… Un giorno verrà che non avrò né queste né quella… e non avrò più neppur l’acqua dell’amore a dar refrigerio all’Assetato… Ora ho tanto amore intorno a Me…», e prosegue portando a due mani il paniere largo, tondo e basso, e deponendolo sull’erba a qualche metro da Giovanni dicendogli: «Prendi e mangia. É il banchetto di Dio». Poi torna al suo posto. Offre e benedice il cibo e lo fa distribuire ai presenti che vi hanno unito quanto avevano.

14Tutti mangiano con gusto e con una pacifica letizia, e Maria si occupa del piccolo Alfeo con materna dolcezza. Poi, finita la refezione, Gesù si mette fra la gente e l’ex lebbroso iniziando a parlare, mentre le madri accolgono in grembo i bambini sazi di cibo e di giuochi, e li ninnano per addormentarli perché non disturbino.

Condizioni per entrare nel regno dei Cieli.

Salmo 15.

«Udite tutti.

15In un salmo di David il salmista si chiede: “Chi abiterà nel Tabernacolo di Dio? Chi riposerà sul monte di Dio?” [220]. E passa ad enumerare chi saranno i fortunati e per quali motivi lo saranno. Dice: “Colui che vive senza macchia e pratica giustizia. Colui che parla dal cuore con verità e non ordisce inganni con la sua lingua, che non danneggia il prossimo, che non accoglie parola infamante il suo simile”[221]. E con poche righe, dopo aver detto chi entrerà nei dominii di Dio, dice cosa questi benedetti fanno di bene dopo non aver fatto il male. Ecco: “Agli occhi suoi un niente è il malvagio. Egli onora quelli che temono Dio. Giurando al suo prossimo non inganna. Non dà il suo denaro ad usura, non riceve regali a danno dell’innocente”[222]. E termina: “Chi fa queste cose non vacillerà in eterno”[223].

Condizione prima: “Vivere senza macchia”.

16In verità, in verità vi dico che il salmista ha detto la verità e confermo con la mia sapienza che chi fa queste cose non vacillerà in eterno. Condizione prima per entrare nel Regno dei Cieli: “Vivere senza macchia”.

17Ma può l’uomo, creatura debole, vivere senza macchia? La carne, il mondo e Satana, in un continuo ribollire di passioni, tendenze e di odio, schizzano i loro spruzzi a macchiare gli spiriti e, se il Cielo fosse aperto solo a quelli che hanno vissuto senza macchia dall’uso della ragione in poi, pochissimi di tutta l’Umanità entrerebbero in Cielo, così come pochissimi sono gli uomini che giungono alla morte senza aver conosciuto malattie più o meno gravi durante l’esistenza.

18E allora? Così è precluso il Cielo ai figli di Dio? E questi dovranno dirsi: “Io l’ho perduto” quando un assalto di Satana o una bufera della carne li fanno cadere e si vedono macchiati nell’anima? Non ci sarà più perdono per chi ha peccato? Nulla cancellerà la macchia che deturpa lo spirito?

19Non temete di un timore ingiusto il vostro Dio. Egli è Padre, e un padre tende sempre una mano ai figli vacillanti, offre aiuto perché si rialzino, conforta con mezzi soavi perché il loro avvilimento non degeneri in disperazione, ma fiorisca in umiltà vogliosa di riparare per tornare diletti al Padre.

20Ecco. Il pentimento del peccatore, la buona volontà di riparare, ambedue nati da un vero amore per il Signore, detergono la macchia della colpa e rendono degni del perdono divino. E quando Colui che vi parla avrà compiuto la sua missione sulla Terra, alle assoluzioni dell’amore, del pentimento e della buona volontà si unirà, potentissima, l’assoluzione che il Cristo vi avrà ottenuta a prezzo del suo sacrificio. Più candidi nell’anima di bambini da poco nati, molto più candidi perché a chi crederà in Me scaturiranno dal seno fiumi d’acqua viva detergenti anche la colpa d’origine, causa prima di ogni debolezza dell’uomo, potrete aspirare al Cielo, al Regno di Dio, ai suoi Tabernacoli. Perché la Grazia che Io sto per rendervi vi aiuterà a praticare la giustizia, la quale aumenta, tanto più quanto più è praticata, il diritto che vi dà uno spirito senza macchia di entrare nella gioia del Regno dei Cieli.

21Vi entreranno i pargoli e godranno, per la beatitudine data gratuitamente, godranno, perché il Cielo è gioia. Ma vi entreranno gli adulti, i vecchi, coloro che hanno vissuto, lottato, vinto e che alla candida corona della Grazia uniranno quella multicolore delle loro opere sante, delle loro vittorie su Satana, il mondo e la carne, e grande, grandissima sarà la loro beatitudine di vincitori, grande, quale l’uomo non può immaginare.

Condizione seconda: Praticare la giustizia

22Come si pratica la giustizia? Come si conquista la vittoria? Con onestà di parole e di azioni, con carità di prossimo. Riconoscendo che Dio è Dio e non mettendo gli idoli delle creature, del denaro, del potere, al posto del Dio Santissimo. Con dare ad ognuno il posto che gli spetta senza cercare di dare più o di dare meno di ciò che è doveroso. Colui che, perché uno gli è amico o parente potente, lo onora e serve anche nelle opere non buone, non è giusto. Colui, all’opposto, che danneggia il suo prossimo perché da esso non può sperare utile di sorta e giura contro di lui, o si fa comperare con regali per deporre contro l’innocente o giudicare con partigianeria, non secondo giustizia ma secondo il calcolo di ciò che quell’ingiusto giudizio gli può ottenere da chi è il più potente fra i contendenti, non è giusto, e vane sono le sue orazioni, le sue offerte, perché macchiate di ingiustizia agli occhi di Dio.

23Voi vedete che ciò che dico è ancora Decalogo. Sempre è Decalogo la parola del Rabbi. Perché il bene, la giustizia, la gloria è nel compiere ciò che il Decalogo insegna e ordina di fare. Non c’è altra dottrina. Allora data fra le folgori del Sinai[224], ora data fra i fulgori della Misericordia[225], ma la Dottrina è quella. E non muta. E non può mutare. Molti, a loro scusa, diranno in Israele, per giustificare di non essere santi anche dopo il passaggio sulla Terra del Salvatore: “Io non ho avuto modo di seguirlo e ascoltarlo”. Ma la loro scusa non ha nessun valore. Perché il Salvatore non è venuto a mettere una nuova Legge, ma a riconfermare la prima, l’unica Legge. Anzi, a riconfermarla proprio nella sua nudità santa, nella sua semplicità perfetta. A riconfermare con amore, e con promesse di certo amore di Dio, ciò che prima era stato detto con rigore da una parte e ascoltato con timore dall’altra.

Parabola dei dieci monumenti.

I due figli e i tesori nascosti

24Per farvi ben capire ciò che sono i dieci comandamenti e quale importanza ha il seguirli, vi dico questa parabola.

25Un padre di famiglia aveva due figli, ugualmente amati e dei quali egli voleva essere in uguale misura il benefattore. Questo padre aveva, oltre alla dimora dove erano i figli, dei possessi dove erano grandi tesori nascosti. I figli sapevano di questi tesori ma non sapevano la via per andarvi, perché il padre, per motivi suoi propri, non aveva rivelato ai figli la via per giungervi, e ciò per molti e molti anni.

La strada e i segnali

26Però, ad un certo momento, chiamò i suoi due figli e disse: “É bene che ormai voi conosciate dove sono i tesori che il padre vostro ha messo da parte per voi, per poterli raggiungere quando io ve lo dirò. Intanto conoscetene la strada e i segnali che ho messo in essa, perché voi non smarriate la via giusta. Sentitemi dunque.

Il luogo dei tesori

27I tesori non sono in pianura dove stagnano le acque, arde il solleone, sciupa la polvere, soffocano gli spini e i triboli, e dove facilmente i ladri possono giungere per derubarvi. I tesori sono in cima a quell’alto monte, alto e scabro. Io li ho collocati là in cima e là vi attendono.

Il sentiero buono segnato da monumenti

28Il monte ha più di un sentiero, anzi ha molti sentieri. Ma uno solo è buono. Gli altri, quali finiscono in precipizi, quali in caverne senza uscita, quali in fosse di acqua melmosa, quali in serpai di vipere, quali in crateri di zolfo acceso, quali contro muraglie insuperabili. Quello buono, invece, è faticoso, ma giunge alla vetta senza interruzione di precipizi o altri ostacoli. Perché voi lo possiate riconoscere, io ho messo lungo di esso a distanze regolari dieci monumenti di pietra con sopra incise queste tre parole di riconoscimento: amore, ubbidienza, vittoria. Andate seguendo questo sentiero e raggiungete il luogo del tesoro. Io, poi, per altra via, nota a me solo, verrò e ve ne aprirò le porte perché siate felici”.

Seguire la via detta dal Padre.

29I due figli salutarono il padre che, finché poté essere udito da loro, ripeté: “Seguite la via che vi ho detto. É per vostro bene. Non lasciatevi tentare dalle altre, anche se vi sembrano migliori. Perdereste il tesoro e me con esso…

Primo monumento

30Eccoli giunti ai piedi del monte. Un primo monumento era alla base, proprio all’inizio del sentiero che era al centro di una raggiera di sentieri che salivano alla conquista del monte in ogni senso. I due fratelli iniziarono la salita sul sentiero buono. Era ancora molto buono nel primo tempo, benché senza un filo d’ombra. Dall’alto del cielo il sole vi scendeva a picco inondandolo di luce e di calore. La candida roccia in cui era tagliato, il terso cielo sul loro capo, il caldo sole ad abbraccio delle loro membra: ecco ciò che vedevano e sentivano i fratelli. Ma, ancora animati da buona volontà, dal ricordo del padre e delle sue raccomandazioni, salivano gioiosi verso la cima.

Secondo e terzo monumento

31Ecco un secondo monumento… e poi ecco il terzo. Il sentiero era sempre più faticoso, solitario, ardente. Non si vedevano neppur più gli altri sentieri, nei quali erano erbe e piante o acque chiare e soprattutto salita più dolce, perché meno ripida e tracciata nel suolo, non già sulla roccia.

Quarto monumento

32“Nostro padre ci vuol far giungere morti”, disse un figlio giungendo al quarto monumento. E cominciò a rallentare il passo. L’altro lo confortò a proseguire dicendo: “Egli ci ama come altri se stessi e più ancora, perché ci ha salvato il tesoro così meravigliosamente.

Quinto monumento

33Questo sentiero nella roccia, che senza smarrimenti sale dal basso alla cima, lo ha scavato lui. Questi monumenti li ha fatti lui per guida nostra. Pensa, fratello mio! Lui, da solo, ha fatto tutto questo, per amore! Per darlo a noi! Per fare che vi giungiamo senza sbaglio possibile e senza pericolo”.

34Camminarono ancora. Ma i sentieri lasciati a valle ogni tanto si riaccostavano al sentiero nella roccia, e sempre più lo facevano più il monte, avvicinandosi alla cima, si faceva più stretto nel suo cono. E come erano belli, ombrosi, invitanti!…

Sesto monumento

35“Io quasi prendo uno di quelli”, disse il malcontento giungendo al sesto monumento. “Tanto, anche quello va alla cima”.

36Tu non lo puoi dire… Non vedi se sale o se scende…”.

“Eccolo lassù!”.

37“Non sai se è questo. E poi il padre lo ha detto di non lasciare l’onesto sentiero…”.

Di mala voglia lo svogliato proseguì.

Settimo monumento

38Ecco il settimo monumento: “Oh! io me ne vado proprio”.

“Non lo fare, fratello!”.

39Su per il sentiero veramente difficilissimo, ormai. Ma la cima era ormai prossima…

Ottavo monumento Il sentiero fiorito dell’Inferno

40Ecco l’ottavo monumento e vicino, proprio rasente il sentiero fiorito. “Oh! lo vedi che, se non in linea retta, va proprio su anche questo?”.

“Non sai se è quello”.

“Sì. Lo riconosco”.

“Ti inganni”.

“No. Vado”.

“Non lo fare. Pensa al padre, ai pericoli, al tesoro”.

41“Ma vadano in perdita tutti! Che me ne faccio del tesoro se giungo in cima morente? Quale pericolo più grande di questa via? E quale odio più grande di questo del padre che ci ha beffati con questo sentiero per farci morire? Addio. Giungerò prima di te, e vivo…”, e si gettò nel sentiero attiguo scomparendo con una esclamazione di gioia dietro i tronchi che l’ombreggiavano.

Nono monumento.

42L’altro proseguì tristamente… Oh! la via nel suo ultimo tratto era proprio tremenda! Il viandante non ne poteva più. Era come ubriaco di fatica, di sole! Al nono monumento si fermò ansante, appoggiandosi alla pietra scolpita e leggendo macchinalmente le parole incise. Vicino era un sentiero d’ombra, d’acque, di fiori… “Quasi quasi… Ma no! No. Lì è scritto, e l’ha scritto mio padre: amore, ubbidienza, vittoria. Devo credere. Al suo amore, alla sua verità, e devo ubbidire per mostrare il mio amore… Andiamo… L’amore mi sorregga…”.

Ecco il decimo monumento…

43Il viandante esausto, arso dal sole, camminava curvo come sotto un giogo… Era l’amoroso e santo giogo della fedeltà che è amore, ubbidienza, fortezza, speranza, giustizia, prudenza, tutto… Invece di appoggiarsi, si gettò seduto a quella larva d’ombra che il monumento faceva al suolo. Si sentiva morire… Dal sentiero accosto veniva un rumore di ruscelli e odor di bosco… “Padre, padre, aiutami col tuo spirito, nella tentazione…, aiutami a essere fedele sino alla fine…”.

La voce della tentazione

44Da lontano, ridente, la voce del fratello: “Vieni, ti aspetto. Qui è un eden… Vieni…”.

45“Se andassi? …”, e gridando forte: “Si sale proprio alla vetta?”.

“Sì, vieni. C’è una galleria fresca che porta su. Vieni! La vedo già, la vetta, oltre la galleria nel masso…”

46“Vado? Non vado?… Chi mi soccorre?… Vado…”.

“Così vi ho amato”

47Puntò le mani per rialzarsi e, mentre lo faceva, notò che le parole scolpite non erano più sicure come quelle del primo monumento: “Ogni monumento, le parole erano più leggere… come se il padre mio, spossato, avesse faticato a inciderle. E… guarda!… Anche qui quel segno rosso bruno che già era visibile dal quinto monumento… Solo che qui esso empie il cavo di ogni parola ed è scolato fuori, rigando il masso come di lacrime scure, come… di sangue…”. Grattò col dito là dove era una macchia vasta quanto due mani. E la macchia si sfarinò lasciando scoperte, fresche, queste parole: “Così vi ho amato. Sino a spargere il sangue per condurvi al Tesoro”.

48“Oh! oh! Padre mio! E io potevo pensare a non fare il tuo comando?! Perdono, padre mio! Perdono”. Il figlio pianse contro il masso, e il sangue che empiva le parole si rifece fresco splendendo come rubino, e le lacrime furono cibo e bevanda al figlio buono, e forza…. Si alzò… per amore chiamò il fratello, forte, forte… Voleva dirgli la sua scoperta… l’amore del padre, dirgli: “Torna”. Nessuno rispose…

Incontro col Padre

49Il giovane riprese l’andare, quasi a ginocchi sulla pietra rovente, perché era proprio sfinito nella carne dalla fatica, ma lo spirito era sereno. Ecco la vetta… E là, ecco il padre.

“Padre mio!”,

“Figlio diletto!”.

50Il giovane si abbandonò sul petto paterno, il padre lo accolse coprendolo di baci.

51“Sei solo?”.

“Sì… Ma presto giungerà il fratello…”.

Il fratello nel baratro di fuoco

52“No. Non giungerà più. Ha lasciato la via dei dieci monumenti. Non vi è tornato dopo i primi disinganni ammonitori. Vuoi vederlo? Eccolo là. Nel baratro di fuoco… É stato pertinace nella colpa. Lo avrei ancora perdonato e atteso se, dopo aver conosciuto l’errore, fosse tornato sui suoi passi e, sebbene con ritardo, fosse passato per dove l’amore è passato per primo, soffrendo sino a spargere il suo sangue migliore, la parte più cara di sé stesso, per voi”

“Egli non sapeva…”

53“Se egli avesse guardato con amore le parole scolpite nei dieci monumenti avrebbe letto il loro vero significato. Tu lo hai letto sin dal quinto monumento e lo hai fatto notare all’altro dicendo: ‘Il padre qui deve essersi ferito!’, e lo hai letto nel sesto, settimo, ottavo, nono… sempre più chiaro, sinché hai avuto l’istinto di scoprire ciò che era sotto il sangue mio. Sai il nome di quell’istinto? ‘Tua vera unione con me’. Le fibre del tuo cuore, fuse alle mie fibre, hanno trasalito e ti hanno detto: ‘Qui avrai la misura di come ti ama il padre’. Ora entra nel possesso del Tesoro e di me stesso, tu, amoroso, ubbidiente, vittorioso in eterno”.

Questa la parabola.

Vittoria.

54I dieci monumenti sono i dieci comandamenti. Il vostro Dio li ha scolpiti e messi sul sentiero che porta al Tesoro eterno, e ha sofferto per condurvi a quel sentiero. Voi soffrite? Anche Dio.

55Voi dovete forzare voi stessi? Anche Dio. Sapete sino a che punto? Soffrendo di separarsi da Sé stesso e di forzarsi a conoscere l’essere Uomo con tutte le miserie che l’umanità porta seco: il nascere, il patire freddo, fame, fatica e sarcasmi, affronti, odii, insidie e infine la morte dando tutto il Sangue per darvi il Tesoro. Questo soffre Dio sceso a salvarvi. Questo soffre Dio nell’alto del Cielo permettendo a Sé stesso di soffrirlo[226].

56In verità vi dico che nessun uomo, per faticoso che sia il suo sentiero per giungere al Cielo, non farà mai un sentiero più faticoso e doloroso di quello che il Figlio dell’uomo percorre per venire dal Cielo alla Terra e dalla Terra al Sacrificio per aprirvi le porte del Tesoro.

57Nelle tavole della Legge è già il mio Sangue. Nella Via che vi traccio è il mio Sangue. La porta del Tesoro si apre sotto l’onda del mio Sangue. La vostra anima si fa candida e forte per il lavacro e il nutrimento del mio Sangue. Ma voi, perché non sia sparso invano, dovete battere la via immutabile dei dieci comandamenti.

58Ora riposiamo. Al tramonto Io andrò verso Ippo, Giovanni alla purificazione, voi alle vostre case. La pace del Signore sia con voi».

453. Arrivo a Ippo e discorso in favore dei poveri, che vengono sanati. Guarigione dello schiavo Aquila[227].

Arrivo a Ippo.

La città di Ippo

1Gesù entra in Ippo in una chiara mattina. Deve aver pernottato nella casa di campagna di qualche abitante della città, venuto ad ascoltarlo, per entrare nella città nelle prime ore del mattino di un rumoroso giorno di mercato. Molti di Ippo sono con Lui e molti di Ippo gli corrono incontro, perché avvisati da altri che il Rabbi è giunto. Ma non sono soltanto gli abitanti di Ippo quelli intorno a Gesù. Anche quelli della borgata sul lago sono presenti. Manca soltanto qualche donna che, per le sue condizioni fisiche o per avere dei bambini troppo piccoli, non ha potuto allontanarsi troppo da casa.

2La città, lievemente elevata dal livello del lago, stesa sulle prime ondulazioni dell’altipiano, che è oltre il lago e che va salendo verso oriente per raggiungere a sud-est i monti dell’Auranite e a nord-est il gruppo montano dove troneggia il grande Ermon, si presenta bene, come città ricca di commerci e di censi e importante anche come nodo stradale e anello di congiunzione fra molte regioni dell’oltre lago, come lo indicano i cippi stradali messi alle sue vicinanze e che portano i nomi di Gamala, Gadara, Pella, Arbela, Bozra, Gherghesa e altri ancora.

3Molto abitata e molto frequentata da forestieri venuti dai paesi vicini per acquisti o vendite o altre ragioni di affari. Vedo che molti romani, civili o militari, sono fra la folla che, non so se sia proprietà di questa città o se lo sia della regione, non mi pare così aggressiva, così respingente verso i romani. Forse gli affari li hanno stretti in legami, se non di amicizia, per lo meno di convenienza più che nelle zone dell’altra sponda.

Giorno di mercato.

4La folla aumenta man mano che Gesù procede verso il centro cittadino, sino a fermarsi su una vasta piazza alberata, nella quale all’ombra delle piante si svolge il mercato, ossia si contrattano gli affari più importanti, perché la compra-vendita minuta di cibarie e suppellettili è oltre questa piazza, in uno sterrato dove martella già il sole, dal quale compratori e venditori si difendono con teli tirati su paletti e che gettano un piccolo spazio d’ombra sulle merci esposte per terra. Il luogo, coperto come è di teli d’ogni colore, poco alti da terra e formicolanti di gente dalle vesti variopinte, pare un prato ornato di fiori giganteschi, quali fissi, quali smuoventisi per i sentieruolo fra telo e telo. E ciò dà al luogo un aspetto ancora di bellezza, che certo non ha più quando, sbaraccate le… botteghe preistoriche, lo sterrato deve apparire nella sua giallastra desolazione di luogo sterile e deserto.

L’elemosina fatta con amore attira grazia.

5Ora è pieno di vocio. Ma quanto gridano questi popoli e quante parole dette urlando per contrattare, magari, una ciotola di legno, un frullone, oppure una brancata di semi! E al vocio di chi compra e vende si unisce tutto un coro di mendicanti che sforzano la voce per essere sentiti al disopra del vocio.

«Ma qui non puoi parlare, Maestro!», esclama Bartolomeo.

«La tua voce è potente, ma non può superare questo rumore!».

6«Attenderemo. Vedete? Il mercato è alla fine. Qualcuno leva già le sue merci. Intanto andate a dare l’obolo ai mendichi con le offerte dei ricchi di qui. Sarà il prologo e la benedizione sul discorso, perché l’elemosina data con amore passa dal grado di soccorso materiale a quello di amor di prossimo e attira grazie», risponde Gesù.

Gli apostoli vanno a compiere l’ordine.

La Giustizia del Regno dei cieli.

La disuguaglianza sociale.

7Gesù prosegue a parlare fra la folla attenta: «La città è ricca e prospera. Almeno in questa parte. Vedo voi vestiti con vesti monde e belle. I vostri volti sono pasciuti. Tutto mi dice che voi non soffrite miseria. Ora Io vi chiedo se quelli che là si lamentano sono di Ippo o sono mendicanti occasionali, venuti qui da altri luoghi per avere soccorsi. Siate sinceri…».

8«Ecco. Ti diremo, benché il rimprovero già balzi dalle tue parole. Alcuni sono venuti da fuori, i più sono di Ippo».

«E non c’è lavoro per loro? Ho visto che molto si costruisce qui e ci dovrebbe essere lavoro per tutti…».

«Sono quasi sempre i romani quelli che assoldano per il lavoro…»

9«Quasi sempre. Hai detto bene. Perché Io ho visto anche degli abitanti di qui sopraintendere ai lavori. E fra questi ho visto molti che hanno gente non di qui. Perché non soccorrere prima i cittadini?».

«Perché… É difficile lavorare qui perché, soprattutto anni or sono, prima che i romani facessero belle vie, era faticoso portare qui i massi e aprire le vie… E molti si sono ammalati o sconciati… e ora sono mendichi perché non possono più lavorare».

10«Ma voi godete del lavoro che hanno fatto?».

«Certo, Maestro! Vedi che bella, comoda città, con acque abbondanti in cisterne profonde e belle vie che vanno ad allacciarsi ad altre città ricche. Vedi che costruzioni salde. Vedi quanti laboratori. Vedi…»

11«Vedo tutto. E queste cose vi hanno aiutato a costruirle quelli che ora vi chiedono lamentosamente un pane? Sì, voi dite? E allora perché, se voi godete di ciò che essi vi hanno aiutato ad avere, non date a loro un briciolo di godimento? Il pane, senza che lo chiedano. Un giaciglio, senza che siano costretti a dividere le tane con gli animali selvatici. Un soccorso alle loro malattie che, curate, potrebbero dare loro modo di fare ancora qualcosa, in luogo di avvilirsi in un ozio forzato e mortificante. Come potete sedervi contenti alla mensa e spartire con gioia l’abbondante cibo fra i figli ridenti, sapendo che, poco lontano, dei vostri fratelli hanno fame? Come andare al riposo nel letto ben riparato quando sapete che fuori, nella notte, ci sono degli uomini senza un giaciglio e un riparo? Non vi bruciano la coscienza quelle monete che riponete nei forzieri, sapendo che molti non hanno uno spicciolo per comperarsi un pane?

Dottrina di amore.

12Mi avete detto che credete nel Signore altissimo e osservate la Legge, che conoscete i Profeti e i libri della Sapienza. Mi avete detto che credete in Me e siete avidi della mia dottrina. Ma allora dovete farvi il cuore buono, perché Dio è Amore e prescrive amore, perché la Legge è amore, perché i Profeti e i libri della Sapienza consigliano l’amore, e la mia dottrina è dottrina di amore. I sacrifici e le preghiere sono vani se non fa loro da base e da altare l’amore del prossimo, e specie del povero indigente, al quale è possibile dare tutte le forme d’amore con il pane, il letto, le vesti, con il conforto e l’insegnamento, con il condurlo a Dio. La miseria, avvilendo, porta lo spirito a perdita di quella fede nella Provvidenza che è salutare per resistere nelle prove della vita. Come potete pretendere che il misero sia sempre buono, paziente, pio, quando esso vede che coloro che sono i beneficati della vita e perciò, secondo il concetto comune, della Provvidenza, sono duri di cuore, senza vera religione – perché alla loro religione manca la prima e la più essenziale delle parti: l’amore – sono senza pazienza e, loro che tutto hanno, non sanno sopportare neppure la supplica di chi ha fame? Talora imprecano a Dio e a voi? Ma chi li conduce a questo peccato? Non meditate mai, voi, ricchi cittadini di una ricca città, che avete un grande dovere: quello di ammaestrare alla Sapienza i derelitti col vostro modo di agire?

13Mi sono sentito dire: “Tutti vorremmo essere tuoi discepoli per predicarti”. A tutti Io dico: ecco che lo potete. Questi che vengono timorosi, vergognosi nelle loro vesti lacere, nei loro volti smunti, sono coloro che attendono la Buona Novella, quella che è data soprattutto per i poveri, perché abbiano un conforto soprannaturale nella speranza di una vita gloriosa dopo la realtà della loro triste vita presente. Voi la potete praticare con minore fatica materiale, ma con maggiore fatica spirituale – perché le ricchezze sono pericolose alla santità e giustizia – questa mia dottrina. Essi con fatiche di ogni sorta lo possono fare. Il pane che manca, la veste insufficiente, il tetto inesistente, muovono costoro a chiedersi: “Come posso credere che Dio mi è Padre se io non ho ciò che ha l’uccello dell’aria?”. Le durezze del prossimo come possono far credere a costoro che bisogna amarsi come fratelli? Voi avete l’obbligo di farli certi che Dio è Padre e voi siete fratelli col vostro operante amore. La Provvidenza c’è, e voi ne siete i ministri, voi, i ricchi del mondo. Considerate questo esserne i mezzi come il più grande onore che Dio vi fa e come l’unico mezzo per rendere sante le ricchezze pericolose.

Regola d’ oro di solidarietà.

14E agite come se in ognuno di questi vedeste Me stesso. Io sono in loro. Ho voluto essere povero e perseguitato per essere come loro e perché il ricordo del Cristo povero e perseguitato durasse nei secoli, gettando una luce soprannaturale sui poveri e perseguitati come il Cristo, una luce che ve li facesse amare come altri Me stesso. Ed Io infatti sono nel mendico sfamato, dissetato, vestito, alloggiato. Io sono nell’orfano raccolto per amore, nel vegliardo soccorso, nella vedova aiutata, nel pellegrino ospitato, nell’infermo curato. E sono nell’afflitto confortato, nel dubbioso fatto sicuro, nell’ignorante ammaestrato. Sono dove si riceve amore. E ogni cosa fatta ad un fratello povero, o di mezzi materiali o di mezzi spirituali, è fatta a Me. Perché Io sono il Povero, l’Afflitto, l’Uomo dei dolori, e lo sono per dare ricchezza, gioia, vita soprannaturale a tutti gli uomini che molte volte – non lo sanno ma così è – sono ricchi solo in apparenza e gioiosi di gioie solo apparenti, e sono tutti poveri di ricchezze e gioie vere, perché sono senza la Grazia per la Colpa d’origine che li priva di essa. Voi lo sapete: senza la Redenzione non c’è Grazia, senza Grazia non c’è gioia e vita.

15Ed Io, per darvi Grazia e Vita, non ho voluto nascere re o potente, ma povero, ma popolano, ma umile, perché nulla è la corona, nulla il trono, la potenza, per Chi viene dal Cielo per condurre al Cielo, mentre tutto è l’esempio che un vero Maestro deve dare per dare forza alla sua dottrina. Perché i più sono i poveri e gli infelici, mentre i potenti e i felici sono i meno. Perché la Bontà è Pietà.

Regola d’ oro di giustizia.

16Per questo Io sono venuto e il Signore ha unto il suo Cristo: perché Io annunciassi la Buona Novella ai mansueti e curassi quelli che hanno il cuore infranto, perché predicassi la libertà agli schiavi, la liberazione ai prigionieri, perché consolassi quelli che piangono e per mettere ai figli di Dio, ai figli che sanno rimanere tali sia nella gioia che nel dolore, il loro diadema, la veste di giustizia, e tramutarli da alberi selvatici in piante del Signore, in suoi campioni, in glorie sue. Io sono tutto a tutti, e tutti voglio con Me nel Regno dei Cieli. Esso a tutti è aperto purché si sappia vivere nella giustizia. La giustizia è nella pratica della Legge e nell’esercizio dell’amore. Ad esso Regno non si accede per diritti di censo, ma per eroismi di santità. Chi vuole entrarvi mi segua e faccia ciò che Io faccio: ami Dio sopra ogni cosa e il suo prossimo come Io lo amo, non bestemmi il Signore, santifichi le sue feste, onori i genitori, non alzi la mano violenta sul suo simile, non commetta adulterio, non rubi al suo prossimo in nessun modo, non attesti il falso, non desideri ciò che non ha e che altri hanno ma sia contento della sua sorte, pensandola sempre transitoria e via e mezzo a conquistare una sorte migliore ed eterna, ami i poveri, gli afflitti, i minimi della Terra, gli orfani, le vedove, non faccia usura. Chi farà questo, quale che sia la sua nazione e lingua, condizione e censo, potrà entrare nel Regno di Dio, del quale Io vi apro le porte.

17Venite a Me, voi tutti di retta volontà. Non vi spaventi ciò che siete o ciò che foste. Io sono Acqua che lava il passato e fortifica per l’avvenire. Venite a Me, voi che siete poveri di sapienza. Nella mia parola è sapienza. Venite a Me, rifatevi una vita nuova su altri concetti. Non temete di non sapere, di non potere fare. La mia dottrina è facile, il mio giogo è leggero. Io sono il Rabbi che dà senza chiedere compenso, senza chiedere altro compenso che il vostro amore. Se mi amerete, amerete la mia dottrina e perciò anche il prossimo vostro, e avrete la Vita e il Regno.

18Ricchi, spogliatevi della affezione alle ricchezze e comperate con esse il Regno con tutte le opere di misericordioso amore al prossimo. Poveri, spogliatevi del vostro avvilimento e venite sulla via del Re vostro. Con Isaia Io dico: “Sitibondi, venite alle acque, e anche voi che non avete denaro venite a comprare”[228]. Con l’amore comprerete ciò che è amore, ciò che è cibo che non perisce, cibo che veramente sazia e fortifica.

Regola d’oro per salvare una città.

19Io me ne vado, o uomini, o donne, o ricchi, o poveri di Ippo. Me ne vado per ubbidire alla volontà di Dio. Ma voglio partire da voi meno afflitto di come vi sono entrato. É la vostra promessa che solleverà la mia afflizione. Per il bene di voi ricchi, per il bene di questa città vostra, siate, promettete di essere misericordiosi in avvenire verso i minimi fra voi. Tutto bello qui. Ma, come una nube nera di temporale fa paurosa anche la città più bella, così qui incombe, come ombra che fa scomparire bellezza, la vostra durezza di cuore. Levatela e sarete benedetti. Ricordate: Dio promise di non distruggere Sodoma se in essa fossero stati dieci giusti[229]. Voi non sapete il futuro. Io lo so. E in verità vi dico che è gravido di punizione più che nuvola estiva di grandine. Salvate la vostra città con la vostra giustizia, con la vostra misericordia. Lo farete voi?».

20«Lo faremo, Signore, in nome tuo. Parlaci, parlaci ancora! Siamo stati duri e peccatori. Ma Tu ci salvi. Sei il Salvatore. Parlaci…»

21«Starò con voi fino a sera. Ma parlerò con le mie opere. Ora, mentre il sole incombe, andate ognuno alle vostre case e meditate sulle mie parole».

La scelta dei poveri.

Il Messia da povero arricchisce i poveri.

«E Tu dove vai, Signore? Da me! Da me!».

22Tutti i ricchi di Ippo lo vogliono, e quasi si contendono per difendere ognuno il motivo per cui Gesù deve andare da questo o quello. Egli alza la mano imponendo silenzio. Lo ottiene a fatica. Dice: «Io resto con questi». E indica i poveri che, stretti in un mucchio ai margini della folla, lo guardano con l’occhio di chi, sempre schernito, si sente amato. E ripete: «Io resto con questi per consolarli e spartire con loro il pane. Per dar loro un anticipo della letizia del Regno dove il Re sarà seduto fra i sudditi allo stesso banchetto d’amore. E intanto, poiché la loro fede è scritta sui loro volti e nei loro cuori, Io dico a loro: “Vi sia fatto ciò che nel vostro cuore chiedete, e anima e corpo giubilino nella prima salute che vi dà il Salvatore”».

Un anticipo della letizia del Regno

23I poveri saranno almeno un centinaio. Di questi almeno due terzi sono sciupati nelle membra, o ciechi, o malati visibilmente; l’altro terzo è di bimbi che mendicano per le madri vedove o per i nonni… Ebbene, è prodigioso vedere che le braccia storpiate, le anche sciancate, le schiene rattrappite, gli occhi spenti, le estenuazioni che si trascinano, tutta la flora dolorosa delle malattie e delle sventure, contratte per sciagure di lavoro o per eccesso di fatiche e di stenti, si restaurano, cessano di essere, e questi infelici tornano a vivere, a sentirsi capaci di bastare a loro stessi. Il gridio empie e rimbomba nella vasta piazza.

Il potere del Messia è universali.

24Un romano si fa largo a fatica fra la folla in delirio e raggiunge Gesù mentre Egli, a sua volta a fatica, si dirige ai poveri risanati che lo benedicono dal loro posto, impotenti a fendere la folla compatta.

25«Salve, o Rabbi d’Israele. Ciò che hai fatto è solo per quelli del tuo popolo?».

«No, uomo. Né ciò che ho fatto, né ciò che ho detto. Il mio potere è universale, perché universale è il mio amore. E la mia dottrina è universale perché per essa non ci sono caste, né religioni, né nazioni a far da limite. Il Regno dei Cieli è per l’Umanità che sa credere nel Dio vero. Ed Io sono per quelli che sanno credere nel potere del Dio vero».

Schiavitù che dà ribrezzo il peccato ostinato

26«Io sono pagano. Ma credo che Tu sei un dio. Ho uno schiavo che mi è caro. Un vecchio schiavo che mi segue da quando ero bambino. Ora la paralisi lo uccide lentamente e con molto dolore. Ma è uno schiavo e forse Tu…»

27«In verità ti dico che non conosco che una vera schiavitù che mi dia ribrezzo: quella del peccato, e del peccato ostinato. Perché chi pecca e si pente incontra la mia pietà. Il tuo schiavo sarà guarito. Va’ e guarisci dal tuo errore entrando nella vera fede».

Il vero Dio porta guarigione e pace

28«Non vieni a casa mia?».

«No, uomo».

29«Invero… ho chiesto troppo. Un dio non va in case di mortali. Ciò si legge nelle favole soltanto… Ma nessuno mai ospitò Giove o Apollo».

«Perché essi non sono. Ma Dio, il vero Dio entra nelle case dell’uomo che crede in Lui e vi porta guarigione e pace».

30«Chi è il Dio vero?».

«Colui che è»[230].

31«Non Tu? Non mentire! Ti sento dio…».

«Non mento. Tu lo hai detto. Io lo sono. Io sono il Figlio di Dio venuto per salvare anche la tua anima, come ho salvato il tuo diletto schiavo. Non è quello che viene chiamando a gran voce?».

Conversioni dei romani.

32Il romano si volge, vede un vecchio, seguito da altri, che avvolto in una coperta corre gridando: «Mario! Mario! Padrone mio!».

33«Per Giove! Il mio schiavo! Corre!… Io… ho detto: Giove… No. Dico: per il Rabbi d’Israele. Io… io…», l’uomo non sa più che dire… La gente si apre volonterosa per far passare il vecchio guarito.

34«Sono guarito, padrone. Ho sentito un fuoco nelle membra e un comando: “Alzati!”. Mi pareva la tua voce. Mi sono alzato… stavo in piedi… Ho provato a camminare… ci riuscivo… Mi sono toccato le piaghe del letto… più piaghe. Ho urlato. Nereo e Quinto sono accorsi. Mi hanno detto dove eri. Non ho aspettato di avere vesti. Ora ti posso servire ancora…», il vecchio in ginocchio piange baciando le vesti del romano.

35«Non a me. Egli, questo Rabbi, ti ha guarito. Bisognerà credere, Aquila. Egli è il vero Dio. Ha guarito quelli con la voce e te… con non so che… Credere si deve… Signore… io sono pagano ma… ecco… No. É troppo poco. Dimmi dove vai e ti darò onore». Aveva offerto una borsa, ma la ripone.

36«Vado sotto quel portico oscuro, con essi».

«Ti manderò per essi. Salve, o Rabbi. Lo racconterò a chi non crede…».

«Addio. Ti attendo sulle vie di Dio».

37Il romano se ne va con i suoi schiavi. Gesù se ne va coi suoi poveri e con gli apostoli e discepole.

38Il portico, più via coperta che portico, è ombroso e fresco, e la gioia è tanta che pare bello anche il luogo, di per sé molto comune. Ogni tanto un cittadino viene e dà degli oboli. Torna lo schiavo del romano con una pesante borsa. E Gesù dà parole di luce e conforti di denaro e, tornati gli apostoli con cibarie diverse, Gesù spezza il pane e benedice il cibo e dà ai poveri, ai suoi poveri…

454. Maria SS. e il suo amore di fusione con Dio. Ira dell’Iscariota contro
il piccolo Alfeo
[231].

L’amore perfetto di Maria.

Alfeo il piccino rifiorito.

1La sera scende, portando brezze che ristorano dopo tanto calore e penombre che sono sollievo dopo tanto sole.

2Gesù si congeda da quelli di Ippo, ben fermo nel suo proposito di non porre indugio alla partenza, volendo essere a Cafarnao per il sabato.

3La gente si allontana di malavoglia e qualcuno, ostinato, lo segue anche fuori della città. Fra questi è la donna di Afech, vedova, che nella borgata sul lago ha pregato il Signore di scegliere lei per tutrice del piccolo Alfeo che la madre non vuole. Si è imbrancata fra le discepole come fosse una di loro, e ormai è così familiarizzata con esse, che esse la riguardano come una di famiglia. Ora è con Salome e parla fitto fitto con lei, sottovoce. Più indietro è Maria con la cognata, e regolano il passo su quello del fanciullino, che cammina in mezzo a loro dando la mano a tutte e due e che si diverte a saltare sul limite di ogni pietra della strada, certo costruita dai romani per essere così a lastre regolari.

4E ride dicendo ogni volta: «Vedi come sono bravo? Guarda, guarda ancora!». Un giuoco che credo abbiano fatto tutti i bambini del mondo, quando sono per mano di quelli che sentono affettuosi per loro. E le due sante creature, che lo tengono per mano, mostrano grande interesse al suo giuoco e lo lodano per la bravura che mostra nel saltare. Il povero piccino è rifiorito in pochi giorni di vita pacifica e amorosa, il suo occhio è ilare come quello dei bambini felici e il riso argentino della sua bocca lo fa persino più bello, e soprattutto più bimbo, senza più quell’espressione di ometto anzitempo triste che aveva la sera della partenza da Cafarnao.

5Maria d’Alfeo, osservando questo e sentendo qualche parola di Sara, la vedova, dice alla cognata: «Sarebbe proprio bene così! Io, se fossi in Gesù, glielo darei».

6«Ha una madre, Maria…».

«Madre? Non lo dire! É più madre una lupa che non quella sciagurata».

7È vero. Ma anche se non sente il dovere per suo figlio, ha sempre il diritto su un figlio».

«Uhm! Per farlo soffrire! Guarda come sta meglio!».

8«Lo vedo. Ma… Gesù non ha diritto di levare i figli alle madri, neppure per darli a chi li amerebbe».

9«Anche gli uomini non avrebbero diritto di… Basta. So io che».

10«Oh! Ti capisco… Vuoi dire: anche gli uomini non avrebbero diritto di levare il Figlio a te, eppure lo faranno… Ma facendo questo, un atto umanamente crudele, provocheranno un bene infinito. Qui, invece, non so se sarebbe un bene per quella donna…».

11«Ma per il piccino sì. Ma perché… Egli ci ha detto quella orrenda cosa? Io non ho più pace da quando la so…».

12«E non lo sapevi anche prima, che il Redentore doveva patire e morire?».

13«Sì che lo sapevo! Ma non sapevo che era Gesù. Gli ho voluto bene, sai? Più che ai miei stessi figli. Così bello, così buono… Oh! te lo invidiavo, Maria mia, quando era bambino, e poi sempre… sempre… Mi spiacevo anche di un soffio d’aria per Lui e… non posso pensare che sarà torturato…». Maria Cleofe piange nel suo velo.

L’ amore di fusione con Dio.

14E Maria, la Madre, la conforta. «Maria mia, non guardare la cosa dal lato umano. Pensa ai suoi frutti… Io, puoi pensare come veda cadere la luce ogni giorno… Quando essa muore io dico: un giorno di meno da avere Gesù… Oh! Maria! Di una cosa soprattutto io ringrazio l’Altissimo, di avermi concesso di raggiungere l’amore perfetto, perfetto quanto può possedere creatura, il quale mi concede di poter medicare e fortificare il mio cuore dicendo: “Il suo e il mio dolore sono utili ai miei fratelli, e perciò sia benedetto il Dolore”. Non amassi così il prossimo… non potrei, no, pensare che metteranno a morte Gesù…»

15«Ma che amore dunque è il tuo? Che amore si deve avere per poter dire quelle parole? Per… per… per non fuggire con la propria creatura, difenderla e dire al prossimo: “Il primo mio prossimo è mio figlio e lui amo sopra ogni cosa”?».

 «Chi va amato sopra ogni cosa è Dio».

16«E Lui è Dio».

17«Lui fa la volontà del Padre e io con Lui. Che amore è il mio? Quale amore si deve avere per poter dire quelle parole? L’amore di fusione con Dio, l’unione totale, l’abbandono totale, l’essere perse in Lui[232], non essere più che una parte di Lui, così come la mano è una parte di te stessa e fa ciò che il tuo capo ordina. Ecco il mio amore e quale è l’amore che si deve avere per far sempre con buona volontà la volontà di Dio».

18«Ma tu sei tu. Sei la Benedetta fra tutte le creature. Certo eri già tale anche prima di avere Gesù, perché Dio ti ha scelta per averlo, e ti è facile…».

Dio interpella tutte le anime.

19«No, Maria. Io sono la Donna e la Madre come ogni donna e madre. Il dono di Dio non sopprime la creatura. Essa ha la sua umanità come ogni altra, anche se il dono le dona una spiritualità molto forte. Tu sai, ormai, che io ho dovuto accettare il dono di mia spontanea volontà e con tutte le conseguenze che esso portava. Perché ogni dono divino è una grande beatitudine, ma anche un grande impegno. E Dio non violenta nessun uomo perché accetti i doni suoi, ma interroga la creatura, e se la creatura alla voce spirituale che le parla dice: “No”, Dio non la forza. Tutte le anime, almeno una volta nella vita, sono interrogate da Dio se…».

20«Oh! io no! A me non ha mai chiesto nulla!», esclama sicura Maria d’Alfeo.

21Maria Vergine sorride mitemente rispondendo: «Non te ne sei accorta e ha risposto l’anima tua senza che tu te ne accorgessi, e ciò perché ami già molto il Signore».

22«Ti dico che non mi ha mai parlato! …».

23«E perché allora sei qui, discepola dietro Gesù? E perché allora spasimi perché i tuoi figli, tutti, siano seguaci di Gesù? Tu sai cosa vuol dire seguirlo, eppure tu vuoi che i tuoi figli lo seguano».

24«Certo! Vorrei darglieli tutti. Allora veramente direi che ho dato alla Luce le mie creature. E prego, prego perché possa partorirli ad Essa, a Gesù, con una vera, eterna maternità».

25«Tu vedi! E ciò perché? Perché Dio ti ha interrogata un giorno e ti ha detto: “Maria, mi concederesti i tuoi figli per essere i miei ministri nella nuova Gerusalemme?”. E tu hai risposto: “Sì, Signore”. E anche ora che sai che il discepolo non è da più del Maestro, a Dio che ti interroga ancora per provare il tuo amore rispondi: “Si, mio Signore. Voglio anzi che essi siano tuoi!”. Non è così?».

26«Sì, Maria. É così. É vero. Io sono tanto ignorante che non so capire ciò che succede nell’anima. Ma quando Gesù o tu mi fate pensare, dico che è vero. É proprio vero. Dico che… vorrei vederli uccisi dagli uomini piuttosto che nemici a Dio… Certo… se li vedessi morire… se… oh! Ma il Signore… mi aiuterebbe, eh? il Signore in quell’ora… o aiuterà te sola?».

27«Aiuterà tutte le sue figlie fedeli e martiri nello spirito, o nello spirito e nella carne per sua gloria».

28«Ma chi deve essere ucciso?», chiede il bambino che, sentendo quei discorsi, non ha più saltellato ed è stato tutto orecchi. E chiede ancora, un po’ curioso, un po’ spaurito, guardando qua e là per la campagna solitaria che imbruna: «Ci sono dei ladroni? Dove sono?».

29«Non ci sono ladroni, bambino. E nessuno, per ora, deve essere ucciso. Salta, salta ancora…», risponde Maria Santissima.

Dio è paziente e prudente.

30Gesù, che era molto avanti, si è fermato in attesa delle donne. Di quelli che lo hanno seguito da Ippo sono ancora presenti tre uomini e la vedova. Gli altri si sono decisi, l’uno dopo l’altro, a lasciarlo e a tornare alla loro città.

31I due gruppi si riuniscono. Gesù dice: «Sostiamo qui in attesa della luna. Poi procederemo in modo da entrare all’alba nella città di Gamala».

32«Ma Signore! Non ricordi come ti cacciarono di là? Ti hanno supplicato di andartene…»

33«Ebbene? Io sono partito, ora ritorno. Dio è paziente e prudente. Allora, nella loro agitazione, non erano capaci di accogliere la Parola che va accolta con l’animo in pace per essere fruttuosa. Ricordatevi Elia e il suo incontro col Signore sull’Oreb[233], e considerate che Elia era già un animo diletto al Signore e uso ad intenderlo. Solo nella pace di una brezza leggera, quando l’animo riposava dopo gli sgomenti nella pace del creato e del suo io onesto, solo allora il Signore parlò. E il Signore ha atteso che lo sgomento lasciato come ricordo del loro passaggio in quella regione dalla legione dei demoni – perché, se il passaggio di Dio è pace, il passaggio di Satana è turbamento – e il Signore ha atteso che lo sgomento cadesse e si rifacessero limpidi il cuore e l’intelletto, per ritornare a questi di Gamala, che sono ancora suoi figli. Non temete! Non ci faranno del male!».

Scontro dell’Iscariota con il piccolo Alfeo.

L’Iscariota, apostolo sgarbato.

34La vedova di Afech si fa avanti e si prostra: «E da me non verrai, Signore? Anche Afech è piena di figli di Dio…».

35«Aspra è la via e breve il tempo. Abbiamo le donne e dobbiamo tornare per sabato a Cafarnao. Non insistere, donna», dice reciso l’Iscariota quasi respingendola.

36«É che… Volevo che si persuadesse che potrei tenere bene il bambino».

37«Ma ha sua madre, capisci?», dice ancora l’Iscariota e lo dice con malgarbo.

 

Bontà di Gesù

38«Conosci vie brevi tra Gamala e Afech?», chiede Gesù alla donna mortificata.

39«Oh! sì! Via montana, ma buona, fresca perché fra i boschi. E poi, per le donne, pago io, si può prendere degli asinelli…».

40«Verrò a casa tua per consolarti, anche se non posso darti il bambino perché ha sua madre. Ma ti prometto che, se Dio giudicherà che l’innocente disamato ritrovi amore, penserò a te».

41«Grazie, Maestro. Tu sei buono», dice la vedova e guarda Giuda in un modo tale che vuol dire: «E tu sei cattivo».

Innocente imitazione del bambino

42Il bambino, che ha ascoltato e capito almeno in parte e che è affezionato anche alla vedova, che se lo conquista con carezze e bocconcini buoni, un po’ per naturale movimento di riflessione e un poco per quello spirito di imitazione proprio dei bambini, ripete esattamente ciò che ha fatto la vedova, soltanto non si prostra ai piedi di Gesù, ma si attacca ai suoi ginocchi, alzando la faccetta che la luna fa bianca, e dice: «Grazie, Maestro, Tu sei buono». E non si limita qui; vuole chiarire bene ciò che pensa e termina: «e tu sei cattivo», e dà un calcetto col piedino nel piede dell’Iscariota, perché non ci siano possibili errori di persona.

43La risata di Tommaso è fragorosa e trascina gli altri a ridere, mentre dice: «Povero Giuda! Ma è proprio detto che i fanciulli non ti amino! Ogni tanto uno di questi ti giudica, e sempre così male! …».

Reazione cattiva dell’Iscariota

44Giuda ha tanto poco spirito che mostra la sua ira, un’ira ingiusta, sproporzionata alla causa e all’oggetto che la provoca, e che si sfoga strappando in mal modo il piccolo dalle ginocchia di Gesù e gettandolo indietro urlando: «Questo succede quando nelle cose serie si fanno le pantomime. Non è decoroso né utile portarsi dietro un’appendice di donne e di bastardi…».

45«Questo poi no. Suo padre l’hai conosciuto tu pure. Era uno sposo legittimo e un giusto», osserva severo Bartolomeo.

46«Ebbene? Ora costui non è un randagio, un futuro ladro? Non fa fare dei discorsi poco buoni alle nostre spalle? Lo hanno creduto figlio di tua Madre… E dove è più lo sposo di tua Madre per giustificare un figlio di questa età? Oppure lo credono di uno di noi e…»

47«Basta. Tu parli il linguaggio del mondo. Ma il mondo parla nel fango, ai ranocchi, alle bisce, ai ramarri, a tutte le bestie immonde… Vieni, Alfeo. Non piangere. Vieni da Me. Ti porterò in braccio Io».

Tutto il dolore dell’orfano respinto

48La pena del bambino è grande. Tutto il suo dolore di orfano e di respinto dalla madre, sopito in quei giorni di pace, riaffiora, ribolle, straripa. Più delle abrasioni che si è fatto nella fronte e sulle mani cadendo sul terreno pietroso, abrasioni che le donne puliscono e baciano per consolarlo, egli piange il suo dolore di figlio senza amore. Un pianto lungo, straziante, con invocazioni al padre morto, alla mamma… Oh! povero bambino!

49Piango con lui, io, la sempre disamata dagli uomini, e come lui mi rifugio fra le braccia di Dio, oggi, anniversario dei funerali di mio padre; oggi, giorno in cui una ingiusta decisione mi priva della Comunione frequente[234]…

Tutto l’amore di Dio sull’orfano buono

50Gesù lo prende, lo bacia, lo ninna e consola e cammina avanti a tutti, con l’innocente fra le braccia, nel chiaro di luna… E, mentre il pianto decade lentamente e si fa raro, si può sentire nel silenzio notturno la voce di Gesù dire: «Ci sono Io, Alfeo. Io per tutti. Io a farti da padre e madre. Non piangere. Il padre tuo è presso a Me e ti bacia con Me. Gli angeli ti curano come fossero madri. Tutto l’amore, tutto l’amore se sei buono e innocente, è con te…».

Influsso della condotta sui seguaci del Maestro

51E la voce roca di uno dei tre, venuti da Ippo, che dice: «Il Maestro è buono e attira. Ma i suoi discepoli no. Io me ne vado…».

52E la voce severa dello Zelote che dice all’Iscariota: «Lo vedi ciò che fai?».

53E poi, mentre solo la vedova di Afech resta fra le discepole e sospira con esse, si ode soltanto lo scalpiccio diminuito dei passi. Perché i tre di Ippo se ne sono andati.

Letto della Provvidenza in una grotta

54E così dura finché si fermano ad una vasta grotta, forse un ricovero di pastori, perché vi è uno strato di eriche e felci, da poco tagliate, gettate al suolo ad asciugare.

55«Fermiamoci qui. Raduniamo questo letto della Provvidenza per le donne. Noi potremo sdraiarci qui fuori, sull’erba del suolo», dice Gesù.

56E così fanno, mentre la luna naviga piena nel firmamento.

455. Affidamento della Chiesa alla maternità di Maria. Discorso, presso Gamala, in favore dei forzati[235].

La meditazione mattutina.

L’alba fresca del nuovo giorno.

1Sorge appena l’alba quando Gesù si desta e si alza a sedere sul suo rustico letto fatto di terra e d’erba. Poi si alza in piedi, raccatta i suoi sandali e il mantello, che si era gettato addosso a difesa dalla guazza e dal fresco notturno, e cautamente passa fra il groviglio di gambe e di braccia e di torsi e di teste degli apostoli addormentati intorno a Lui. Si dilunga di qualche metro, aguzzando la vista per vedere dove posa i piedi nel baluginio incerto dell’alba, che sotto alle piante fronzute è appena una larva di luce, e raggiunge un prato scoperto che, per uno scorcio fra alberi e rocce, mostra un piccolo lembo di lago che si ridesta e un vasto lembo di cielo che si rischiara, passando dal bigio cerulo, proprio del firmamento che esce dalla notte, al celeste, mentre a oriente già si sfuma in una pennellata giallina, che sempre più si fa decisa e carica, sino a mutarsi da un giallino ad un giallo rosato e poi ad un pallido corallo vaghissimo.

2L’alba promette una bella giornata, nonostante una lievissima nebbia che stenta a cedere alla luce il campo del cielo laggiù ad oriente, e si sfilaccia in veli di nuvole così leggere che l’azzurro del cielo non ne soffre, ma anzi se ne abbella come di un ornamento di mussola bianchissima frangiata d’oro e coralli, sempre mutevole, sempre più bella come si sforzasse di raggiungere la perfezione della sua effimera bellezza prima che il giorno la distrugga col trionfo del sole. A occidente, invece, ancor qualche astro resiste, benché già privato del brillio notturno, alla luce che cresce, e la luna, prossima a scomparire dietro le creste dei monti, veleggia pallida, senza raggio, come un pianeta morente.

Il Messia in meditazione.

3Gesù, ritto in piedi, i piedi nudi nell’erba rugiadosa, le braccia conserte sul petto, il capo alzato a guardare il giorno che sorge, pensa… o parla col Padre in un colloquio di spiriti. Il silenzio è assoluto. Tale che si sentono cadere al suolo i goccioloni dell’abbondantissima guazza.

4Gesù abbassa il volto, sempre rimanendo in piedi a braccia conserte, e si sprofonda ancor più in una meditazione intensa. É concentrato totalmente in Se stesso. I suoi magnifici occhi ben aperti fissano il suolo quasi per strappare alle erbe una risposta. Ma scommetto che non vedono neppure il moto lento degli steli, che al vento fresco dell’alba hanno come un fremito, un brivido simile a quello di chi esce da un sonno e si stira, si volta, si scuote, per tornare ben desto, agile in tutti i suoi nervi e muscoli. Guarda e non vede questo destarsi dell’erbe e dei fiori selvaggi che dai rametti, dalle foglie, dalle corolle a ombrello o a grappoli, a spighe, a ciocche, quali isolati nei calici, quali a raggiere, o a bocca di leone, a cornucopia, a piumino, a bacche, talora rigidi sullo stelo, talaltra molli e penduli da un fusto non loro su cui si sono avviticchiati, quali abbandonati e striscianti al suolo, quali riuniti in famiglie di molte pianticine basse e umili, altri solitari, larghi, violenti nel colore e nel portamento, e tutti intenti a scuotersi dai petali le stille della rugiada, desiderosi ora non più di guazze ma di sole, capricciosi nel desiderare come nel disporsi… Molto simili in questo agli uomini che non sono mai soddisfatti di ciò che hanno.

5Pare che ascolti, Gesù. Ma certo non sente né il fruscio del vento che cresce e si diverte a scuotere le rugiade e a farle cadere, né il pispiglio sempre crescente degli uccellini che si destano e si raccontano i sogni della notte, o si scambiano le loro considerazioni sulla cuna tepida e concava dove, fra lanuggini e morbidi fieni, i nidiaci, sol ieri nudi, mettono le prime piume oppure spalancano gli smisurati becchi mostrando avidi le gole rosse e stridendo nella prima esigente richiesta di cibo. Pare che ascolti. E certo non sente il primo beffardo richiamo del merlo, il primo dolce canto del capinero, né la nota d’oro trillata dell’allodola che s’alza festosa incontro al primo sole, né il garrito che straccia l’aria quieta delle rondini numerose, che lasciano i roccioni dove hanno fatto nido e cominciano a tessere la loro tela di voli instancabili dalla terra al cielo. E neppure sente lo sgangherato grido di una gazza che si spenzola dal ramo del rovere presso il quale è Gesù e che pare che gli chieda: «Chi sei? Che pensi?», e lo derida. Neppure questo scuote il suo meditare.

6Ma chi non lo sa che le gazze sono dispettose? Questa, stanca di vedere un intruso sul praticello, che è forse il suo luogo di diletto, strappa al rovere due belle ghiande unite su un solo picciuolo e, con una precisione da campione di tiro, le fa cadere sul capo di Gesù. Non è un proiettile pesante, atto a ferire, ma, per l’altezza dalla quale viene, acquista sempre tanta consistenza da scuotere il Meditabondo, che guarda in su e vede l’uccello che ad ali aperte, con buffi inchini, si compiace del tiro fatto. Gesù ha un lieve sorriso, scuote il capo, sospira come a coronamento delle sue meditazioni e si sposta camminando qua e là. La gazza con una risata e un ghè-ghè di beffa scende a starnazzare, frugare, scavare fra l’erba liberata dell’Intruso.

Le abluzioni.

7Gesù cerca dell’acqua. Ma non ne trova. Si rassegna a tornare verso gli apostoli, ma gli uccelli gli insegnano[236] dove trovarla. A frotte scendono verso dei larghissimi fiori a calice, i quali sono altrettante piccole coppe contenenti acqua, oppure si posano su foglie larghe, pelose, che ad ogni pelo hanno rattenuto una stilla di guazza, e là si dissetano o fanno le loro abluzioni. Gesù li imita. Raccoglie nel cavo delle mani l’acqua dei calici e se ne rinfresca il volto, coglie le larghe foglie pelose e con esse si leva la polvere dai piedi scalzi, si netta i sandali, se li allaccia, con altre si lava le mani finché le vede monde e sorride mormorando: «Le divine perfezioni del Creatore!».

8Ora è rinfrescato, ordinato, perché con la mano umida si è ravviato anche i capelli e la barba e, mentre il primo raggio di sole fa del prato una stuoia diamantata, va a destare gli apostoli e le donne.

La Chiesa affidata alla maternità di Maria.

Maria, vivente lode a Dio.

9Le une e gli altri stentano a destarsi, stanchi come sono. Ma Maria è desta, tenuta immobile soltanto dal bambino che le dorme avviticchiato al petto, con la testolina sotto il mento di Maria. E la Madre, vedendo apparire sulla soglia dell’antro il suo Gesù, gli sorride coi suoi dolci occhi celesti, colorandosi di rosa per la gioia di vederlo. E si libera del bambino, che frigna un poco nel sentirsi mosso, e si rizza e va da Gesù col suo tacito passo lievemente ondeggiante di colomba pudica.

«Dio ti benedica, Figlio mio, in questo giorno».

«Dio sia con te, Mamma. Ti è stata rigida la notte?».

10«Affatto. Anzi, ben felice. Mi pareva di aver Te piccino fra le braccia… E ho sognato che come un fiume d’oro ti uscisse dalla bocca, suonando un suono di una dolcezza che non si dice, e una voce dicesse, … oh! che voce!: “Questa è la Parola che arricchisce il mondo e dà beatitudine a chi l’ascolta e l’obbedisce. Senza limite nella potenza, nel tempo e nello spazio, Essa salverà”. Oh! Figlio mio! E sei Tu, la mia Creatura, questa Parola! Come farò a viver tanto e a fare tanto da poter ringraziare l’Eterno di avermi fatta Madre tua?».

11«Non ti metter pensiero di ciò, Mamma. Ogni battito del tuo cuore appaga Dio. Tu sei la vivente lode a Dio, e sempre lo sarai, Mamma. Tu lo ringrazi da quando sei…».

12«Non mi pare di farlo a sufficienza, Gesù. É così grande! Così grande ciò che Dio mi ha fatto! Che faccio io, infine, di più di quello che facciano tutte quelle buone che sono come Me tue discepole? Diglielo Tu, Figlio mio, al Padre nostro che mi dia modo di ringraziarlo come il dono merita».

13«Madre mia! E credi che il Padre abbia bisogno che Io chieda questo per te? Egli ti ha già preparato il sacrificio che tu dovrai consumare per questa lode perfetta. E perfetta sarai quando lo avrai compiuto…».

La beata Sposa dell’Amore eterno!

14«Gesù mio!… Comprendo ciò che vuoi dire… Ma sarò capace di pensare in quell’ora?… La tua povera Mamma…».

15«La beata Sposa dell’Amore eterno! Mamma, questo sei. E l’Amore penserà in te».

16«Tu lo dici, Figlio, e io mi riposo sulla tua parola. Ma Tu… prega per me, in quell’ora che nessuno di questi capisce… e che è già imminente… Non è vero? Non è forse vero?».

17Dire l’espressione del volto di Maria mentre ha questo dialogo è impossibile. Non c’è scrittore che possa tradurla in parola senza sciuparla con sdolcinature o tinte indecise. Solo chi ha cuore, e cuore buono, pur essendo cuore virile, può dare mentalmente al volto di Maria l’espressione reale che ha in questo momento.

18Gesù la guarda… Altra espressione intraducibile in povera parola. E le risponde: «E tu prega per Me nell’ora della morte[237]… Sì. Nessuno di questi capisce… Non è colpa loro. É Satana che crea i fumi perché non vedano, e siano come ebbri e non intendano, e perciò impreparati… e più facili ad essere piegati… Ma Io e te li salveremo nonostante l’insidia di Satana. Sin da ora te li affido, Madre mia.

Maria Madre della Chiesa.

19Ricordati queste mie parole: te li affido. Ti do la mia eredità. Non ho nulla sulla Terra fuorché una Madre, e questa l’offro a Dio: Ostia con l’Ostia[238]; e la mia Chiesa, e questa l’affido a te. Siile Nutrice. Poco fa pensavo in quanti, nei secoli, sarà rivivente l’uomo di Keriot con tutte le sue tare. E pensavo che uno che non fosse Gesù lo respingerebbe, questo essere tarato. Ma Io non lo respingerò. Sono Gesù. Tu, nel tempo che resterai sulla Terra, seconda a Pietro come gerarchia ecclesiastica, egli capo e tu fedele, prima a tutti come Madre della Chiesa avendo partorito Me, Capo di questo Corpo mistico, tu non respingere i molti Giuda, ma soccorri e insegna a Pietro, ai fratelli, a Giovanni, Giacomo, Simone, Filippo, Bartolomeo, Andrea, Toma e Matteo a non respingere e a soccorrere. Difendimi nei miei seguaci e difendimi contro coloro che vorranno disperdere e smembrare la nascente Chiesa. E nei secoli, o Madre, sempre tu sii Colei che intercede e protegge, difende, aiuta la mia Chiesa, i miei sacerdoti, i miei fedeli, dal Male e dal Castigo, da loro stessi… Quanti Giuda, o Madre, nei secoli! E quanti simili a deficienti che non sanno capire, o a ciechi e sordi che non sanno vedere e udire, o a storpi e paralitici che non sanno venire… Madre, tutti sotto il tuo manto! Tu sola puoi e potrai mutare i decreti di castigo dell’Eterno per uno o per molti. Perché nulla la Triade potrà mai negare al suo Fiore[239]».

20«Così farò, Figlio. Per quanto sta in me, va’ in pace alla tua mèta. La tua Mamma è qui per difendere Te nella tua Chiesa, sempre».

L’ acqua di Dio.

21«Dio ti benedica, Mamma… Vieni! Ti coglierò dei calici di fiori pieni di rugiada profumata e te ne rinfrescherai il volto come ho fatto Io. Ce li ha preparati il Padre nostro Santissimo, e gli uccelli me li hanno indicati. Guarda come tutto serve nella ordinata Creazione di Dio! Questo pianoro sopraelevato e prossimo al lago, così fertile per le nebbie che salgono dal mar galileo e per le alte piante che attirano le rugiade, permettendo questo rigoglio di erbe e fiori, anche fra l’arsione dell’estate. Questo piovere abbondante di rugiade per empire questi calici perché i suoi figli diletti possano lavarsi il volto… Ecco quanto il Padre ha predisposto per chi lo ama. Tieni. Acqua di Dio, in calici di Dio, per rinfrescare l’Eva del nuovo Paradiso».

22E Gesù coglie questi larghissimi fiori, non so come si chiamano, e versa nelle mani di Maria l’acqua raccolta nel fondo…

Presso il Cristo di Dio.

Verso Gamala.

23Gli altri intanto si sono messi in ordine e vengono cercando Gesù, che si è allontanato di qualche metro dal luogo di sosta.

«Siamo pronti, Maestro».

24«Va bene. Andiamo da questa parte».

«Ma è quella buona? I boschi qui cessano, e noi si era sotto i boschi l’altra volta…», obbietta Giacomo di Zebedeo.

25«Perché salivamo dal lago. Ma ora possiamo prendere la via giusta. Vedete? Gamala è là, fra oriente e mezzogiorno, e l’unica via è questa. Perché gli altri tre lati sono imprendibili a chi non è una capra selvatica».

26«Hai ragione. Eviteremo il vallone arido dal quale vedemmo venire gli indemoniati», dice Filippo.

27Vanno lesti, lasciando presto il bosco, sotto il quale hanno dormito, per una via pietrosa messa al di là di un valloncello, che sempre più si accentua più si avvicina al bizzarro monte su cui è aggrappata Gamala, scosceso da tre parti, ossia a est, nord e ovest, e congiunto al resto della regione per quest’unica strada diretta da sud a nord, alta fra due sassose e selvagge valli, che la separano dalle campagne di oriente e dai boschi di querce di occidente.

28Molti mandriani di porci passano fra la grufolante mandria, diretti ai querceti. Carri carichi di pietre squadrate passano cigolando, tirati da lenti buoi aggiogati. Qualche cavaliere passa al trotto sollevando nuvoli di polvere. Squadre di sterratori, credo per la più parte schiavi o condannati ai lavori per qualche ragione, passano laceri e smunti, diretti ai lavori sotto la sorveglianza dura dei soprastanti. Man mano che il monte si avvicina, e già la strada sale, si vedono fossati fortificati incidere il monte come tanti anelli stretti ai suoi fianchi. Scavare quelle opere lì non deve essere facile, specie in certi luoghi quasi a strapiombo. Eppure uomini e uomini lavorano a riattare fortificazioni già esistenti, ad approntarne altre, a portare sulle spalle nude cubi di pietra che fanno piegare gli infelici e lasciano solchi sanguinanti sulle spalle nude.

29«Ma che fanno questi cittadini? É forse tempo di guerra per lavorare così? Folli sono!», dicono fra loro gli apostoli, mentre le donne compiangono gli infelici seminudi, mal nutriti, costretti a fatiche superiori alle loro forze.

30«Ma chi li fa lavorare? Il Tetrarca o i romani?», chiedono ancora gli apostoli e discutono fra loro, perché pare che Gamala sia, dirò così, indipendente da tetrarchia di Filippo e da tetrarchia di Erode, e perché pare impossibile a diversi apostoli che i romani si diano da fare a costruire in casa d’altri fortificazioni che domani potrebbero essere usate contro di loro. E l’eterna idea, fissa come una idea maniaca, del regno temporale del Messia, viene agitata come un’insegna di già sicura vittoria e di gloria e indipendenza nazionale.

Chi non usa misericordia non troverà misericordia.

31Urlano tanto che dei soprastanti si accostano e ascoltano. Sono uomini rudi, di razza visibilmente non ebraica, molti attempati, diversi di loro hanno cicatrici sul corpo. Ma quello che sono lo dice l’uscita sprezzante di uno di questi: «”Il nostro regno”! Hai sentito, Tito? O nasuti! Il vostro regno è schiacciato già sotto queste pietre. Chi si serve del nemico per costruire contro il nemico serve il nemico. Parola di Publio Corfinio. E se non capite, campate; e le pietre vi spiegheranno l’enigma», e ride alzando la frusta, perché vede che un lavoratore, sfinito, vacilla e si siede, e lo percuoterebbe se Gesù non lo fermasse facendosi avanti e dicendo: «Non ti è lecito. É uomo tuo pari».

32«Chi sei che t’immischi e difendi uno schiavo?».

33«Io sono la Misericordia. Il mio nome d’uomo non ti direbbe nulla. Ma il mio attributo ti ricorda di essere misericordioso. Hai detto: “Chi si serve del nemico per costruire contro il nemico serve il nemico”. Hai detto una dolorosa verità. Ma Io te ne dico una luminosa: “Chi non usa misericordia non troverà misericordia”».

«Sei un retore?».

34«Sono la Misericordia, te l’ho detto».

35Alcuni, di Gamala, o diretti alla stessa, dicono: «É il Rabbi di Galilea. Colui che comanda ai morbi, ai venti, alle acque e ai demoni, e muta le pietre in pane e nulla gli resiste. Corriamo a dirlo nella città. Che vengano i malati! Che si abbia la sua parola. Siamo noi pure di Israele!», e parte di essi corre via, altra si stringe al Maestro. Il soprastante di prima dice: «É vero ciò che questi dicono di Te?».

È vero».

«Fa’ un miracolo e crederò».

36«Non si chiedono miracoli per credere. Si chiede fede per credere, e ottenere così il miracolo. Fede e pietà di prossimo».

37«Sono pagano io…».

38«Non è ragione valida. Vivi in Israele che ti dà denaro…».

«Perché lavoro».

39«No. Perché fai lavorare».

40«So fare lavorare io».

41«Sì, senza pietà. Ma non hai mai riflettuto che, se invece d’essere romano fossi stato d’Israele, avresti potuto essere al posto di uno di questi?».

42«Eh!… Certo… Ma non lo sono, per protezione degli dèi».

43«Non potrebbero difenderti, i tuoi idoli vani, se il vero Dio volesse colpirti. Non sei morto ancora. Sii dunque misericordioso per avere misericordia…».

44L’uomo vorrebbe ribattere, discutere, ma poi fa una spallucciata sprezzante e, voltate le spalle, se ne va a percuotere uno che si è fermato di lavorare di piccone in un filone tenace di roccia.

45Gesù guarda l’infelice percosso e guarda il percotitore. Due sguardi di uguale, e diversa insieme, pietà. E di una tristezza così profonda che mi ricorda certi sguardi di Cristo durante la Passione. Ma che può fare? Impotente ad intervenire, riprende il cammino, col peso delle sventure viste a gravargli il cuore.

Riposate presso il Cristo di Dio.

46Ma da Gamala scendono a corsa dei cittadini, dei notabili certo, e raggiungono Gesù, che inchinano profondamente invitandolo ad entrare nella città per parlare ai cittadini che, per loro conto, stanno venendo a frotte.

47«Voi potete andare dove volete. Essi (e indica i lavoratori) non possono. L’ora è ancor fresca e la posizione ci salva dal sole. Andiamo presso quegli infelici, perché anche essi abbiano la parola di Vita», risponde Gesù. E si avvia per il primo, tornando sui suoi passi e poi prendendo un sentiero accidentato che va proprio sotto monte, là dove più penoso è il lavoro. Si volge allora ai notabili e dice: «Se è in vostro potere di farlo, comandate che il lavoro sia sospeso».

48 «Certo che lo possiamo! Siamo noi quelli che paghiamo, e se pagheremo delle ore a vuoto nessuno potrà alzare lamento», dicono quei di Gamala e vanno a parlamentare coi soprastanti, che vedo, dopo qualche momento, alzare le spalle come per dire: «Contenti voi, a noi che importa?». E poi fischiano alle squadre un segnale certo di riposo.

49Gesù, intanto, ha parlato con altri di Gamala, che vedo fare cenni di assenso e partire a passo rapido ritornando verso la città. I lavoranti accorrono paurosi intorno ai soprastanti. «Cessate il lavoro. Il frastuono dà noia al filosofo», ordina uno di questi, forse il capo di tutti.

50I lavoranti guardano con occhi stanchi quello indicato per «filosofo», che fa loro il dono di una sosta. E questo «filosofo», guardandoli con pietà, risponde al loro sguardo e alle parole del soprastante dicendo: «Non mi dà noia il frastuono, ma mi dà pena la loro miseria. Venite, figli. Riposate le membra e più il cuore presso il Cristo di Dio».

Offerte della carità.

51Popolo, schiavi, condannati, apostoli, discepoli si pigiano nello spazio libero fra il monte e le trincee, e chi non trova posto lì si arrampica all’ordine di trincee più alte, o si sistema sui massi rovesciati al suolo, e i meno fortunati si rassegnano ad andare sulla via, dove già arrivano i raggi del sole. E sempre nuova gente viene da Gamala, o si fermano quelli che venendo da altrove erano diretti a Gamala. Molta folla. E fra essa si fanno largo quelli andati via poco prima. Portano ceste e recipienti pesanti. Si fanno strada sino a Gesù, che ha ordinato agli apostoli di condurre in prima fila i lavoranti. Depongono cesti e anfore ai piedi di Gesù.

52«Date a questi le offerte della carità», ordina Gesù.

53«Hanno avuto il loro cibo e là c’è ancora posca e pane. Se mangiano troppo sono pesanti al lavoro», grida un soprastante.

54Gesù lo guarda e ripete l’ordine: «Date a questi un cibo da uomini e portate a Me il loro cibo».

Miserabile cibo indegna di esser data agli animali

55Gli apostoli, aiutati da volonterosi, eseguiscono. Il loro cibo! Una specie di crosta scura, dura, indegna di esser data agli animali, poca acqua mescolata ad aceto. Ecco il nutrimento di questi forzati! Gesù guarda e fa mettere contro il monte questo miserabile cibo. E guarda quelli che dovevano consumarlo, corpi denutriti nei quali soltanto i muscoli, super sviluppati per delle fatiche superiori alle comuni, resistono con fasci di fibre sporgenti dalla pelle floscia, occhi febbrili e impauriti, bocche avide, persino animalesche nel mordere il cibo buono, abbondante, inaspettato, nel bere il vino, il vero vino corroborante, fresco…

56Gesù attende paziente che finiscano il pasto. E non ha molto da attendere, perché l’avidità è tale che presto tutto è finito.

Discorso sulla difesa della civiltà dell’amore.

La vera difesa contro le sventure dell’uomo.

57Gesù apre le braccia nel gesto abituale di quando sta per parlare, per attirare l’attenzione e imporre silenzio. Dice:

58«In questo luogo che cosa mirano gli occhi dell’uomo? Valli scavate più profondamente che natura non le abbia create, colline create con massicci e terrapieni fabbricati dall’uomo, vie sinuose e penetranti nel monte come tane di animali. E tutto ciò perché? Per arrestare un pericolo che non si sa donde venga, ma si sente incombere come una grandinata da un cielo tempestoso.

59In verità qui si è proceduto umanamente, con forze umane e mezzi umani, e anche disumani, a difendersi e a preparare mezzi di offesa, dimentichi delle parole del Profeta[240], il quale insegna al suo popolo come si può difendersi dalle sventure umane con mezzi sovrumani, i più validi. Egli grida: “Consolatevi… racconsolate Gerusalemme perché la sua schiavitù è finita, la sua iniquità è espiata, avendo ricevuto dalla mano del Signore il doppio dei suoi peccati”[241]. E dopo la promessa dice la forma da seguirsi per tradurla in realtà: “Preparate le vie del Signore, raddrizzate nella solitudine i sentieri di Dio. Ogni valle sarà colmata, ogni montagna abbassata, le vie storte diverranno diritte, le malagevoli piane. Allora apparirà la gloria del Signore e tutti gli uomini senza eccezione la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato“[242]. Parole riprese dall’uomo di Dio, Giovanni il Battezzatore[243], e solo dalla morte spente sulle sue labbra.

60Ecco, o uomini, la vera difesa contro le sventure dell’uomo. Non armi contro armi, difesa contro offesa, non orgogli, non ferocie. Ma armi soprannaturali, ma virtù conquistate nella solitudine, ossia nell’interno dell’individuo, solo con sé stesso, che lavora a santificarsi elevando monti di carità, abbassando cime di superbia, raddrizzando vie storte di concupiscenza, levando ostacoli di senso dal suo cammino. Allora apparirà la gloria del Signore, e l’uomo avrà la difesa di Dio contro le insidie dei nemici spirituali e materiali. Cosa volete che siano poche trincee, cosa pochi spalti, cosa pochi fortilizi contro il castigo di Dio attirato dalle iniquità o anche soltanto dalle tiepidezze dell’uomo? Contro questi castighi che avranno nome di romani, come lo ebbero un tempo di babilonesi, o filistei, o egizi, ma che in realtà sono punizione divina, e questa solo, e punizione attirata da troppi orgogli, sensualità, cupidigie, menzogne, egoismi, disubbidienze alla Legge santa del Decalogo. L’uomo anche il più forte può essere ucciso da una mosca, la città anche meglio munita può esser espugnata, quando per l’uno o per l’altra non c’è più protezione di Dio, fuggita protezione, scacciata protezione, per causa dei peccati dell’uomo o della città.

Precarietà dei beni terreni.

61Dice ancora il Profeta: “Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria come il fiore del campo. Secca l’erba, cade il fiore appena lo tocca il soffio del Signore”[244].

 62Voi, per mio volere, guardate oggi con pietà questi che sino a ieri avevate guardato come macchine obbligate a lavorare per voi. Oggi, perché ve li ho messi, fratelli fra i fratelli, poveri fratelli in mezzo a voi ricchi e felici, oggi li vedete per quello che sono: uomini. Lo sprezzo o l’indifferenza sono caduti da molti cuori ed è subentrata la pietà. Ma considerateli più addentro, oltre la carne oppressa. Dentro a questa, dentro a loro, vi e un anima, un pensiero, dei sentimenti come in voi. Un giorno erano come voi: sani, liberi, felici. Poi non lo furono più. Perché, se è come erba che secca la vita dell’uomo, ancor più fragile è il suo benessere. Quelli che oggi sono sani, domani possono essere malati; quelli che oggi sono liberi, domani possono esser schiavi; quelli che oggi sono felici, domani possono esser infelici.

63Fra questi ci sono certo dei colpevoli. Ma non giudicate la loro colpa e non gioite della loro espiazione. Domani, per molte cause, potreste essere colpevoli voi pure e costretti a dure espiazioni. Siate misericordiosi perciò, perché non sapete il vostro domani, che potrebbe essere bisognoso di ogni misericordia divina e umana, tanto potrebbe essere diverso da questo presente. Siate inclini all’amore e al perdono. Non vi è uomo sulla Terra che non abbia bisogno di perdono da Dio e da qualche suo simile. Abbiate dunque del perdono per essere perdonati.

L’ arma e la difesa: la Parola eterna.

64Dice ancora il Profeta: “L’erba secca, il fiore cade; ma la parola del Signore resta in eterno”[245]. Ecco l’arma e la difesa: la Parola eterna, divenuta legge di ogni vostra azione.

65Alzate questo baluardo vero contro il pericolo che incombe e sarete salvi. Accogliete perciò la Parola, Colui che vi parla, ma non accoglietela materialmente, per un’ora fra le mura della città, sibbene nel vostro cuore, per sempre, perché Io sono Colui che sa e che opera e regge con possanza. E sono il Pastore buono che pasce il gregge che a Lui si affida, e nessuno trascuro, né chi è piccolo, né chi è stanco, né chi è ferito o percosso dalla sorte, né chi piange sui suoi errori, né chi, ricco e felice, trascura tutto per la vera ricchezza e felicità: quella di servire Dio sino alla morte.

La libertà spirituale.

66Lo Spirito del Signore è sopra di Me, perché il Signore mi ha mandato ad annunziare la Buona Novella ai mansueti, a curare quelli dal cuore infranto, a predicare la libertà agli schiavi, la liberazione ai prigionieri[246]. Né mi si può dire sobillatore, perché Io non incito a rivolta, né consiglio evasioni agli schiavi e prigionieri, ma all’uomo in catene, all’uomo in schiavitù insegno la vera libertà, la vera liberazione, quella che non può essere tolta e neppure limitata, quella che tanto più cresce più l’uomo ad essa si abbandona: la libertà spirituale, la liberazione dal peccato, la mansuetudine nel dolore, il saper vedere Dio al di là degli uomini che incatenano, il saper credere che Dio ama chi lo ama e perdona là dove l’uomo non perdona, il saper sperare in un luogo eterno, di premio per chi sa essere buono nella sventura, pentito dei suoi peccati, fedele al Signore.

67Non piangete, voi per cui Io particolarmente parlo. Io sono venuto a consolare, a raccogliere i reietti, a mettere luce nelle loro tenebre, pace nelle loro anime, a promettere una dimora di gioia a chi si pente come a chi è incolpevole. Né vi è passato che impedisca questo Presente, che attende in Cielo coloro che sanno servire il Signore nella sorte in cui si trovano.

Servire è amare la volontà di Dio.

68Non è difficile, o poveri figli, servire il Signore. Egli vi ha dato un modo facile di servirlo perché vi vuole felici nel Cielo. Servire il Signore è amare. Amare la volontà di Dio perché amate Dio. La volontà di Dio si cela anche nelle cose più apparentemente umane. Perché – parlo a voi che forse avete sparso sangue di fratelli – perché, se certo non era volontà di Dio che voi foste violenti, ora è volontà sua che nella espiazione annulliate i vostri debiti verso l’Amore. Perché, se non era volontà di Dio che voi vi ribellaste ai nemici, è ora volontà[247] che voi vi facciate umili come un tempo foste superbi per vostro danno. Perché, se non era volontà di Dio che con frode, grande o piccina, voi vi appropriaste di ciò che non era vostro, ora è volontà di Dio che voi siate puniti per non giungere a Dio col vostro peccato sul cuore.

69E questo non devono dimenticare i felici di ora, quelli che si credono sicuri, quelli che, per questa stolta sicurezza, non preparano in sé il Regno di Dio e saranno nell’ora della prova come figli lontani dalla casa del Padre, in balia della tempesta, sotto la sferza del dolore.

Il popolo nuovo.

70Tutti operate con giustizia, e alzate gli occhi alla Casa paterna, al Regno dei Cieli che, quando avrà avute spalancate le porte da Colui che è venuto ad aprirle, non si ricuserà di accogliere alcuno che abbia raggiunto giustizia[248].

71Mutilati nelle carni, storpiati, eunuchi[249]; o mutilati nello spirito, storpiati, eunuchi nelle potenze dello spirito, esclusi in Israele, non temete di non aver posto nel Regno dei Cieli. Le mutilazioni, storpiature, le menomazioni della carne cessano con la carne. Quelle morali, quali la prigione e la schiavitù, cessano pure un giorno; quelle dello spirito, ossia i frutti delle colpe passate, si riparano col buon volere. E le mutilazioni materiali non contano agli occhi di Dio, e quelle spirituali si annullano al suo occhio quando le copre il pentimento amoroso.

72E l’essere stranieri al Popolo santo non è più impedimento a servire il Signore[250]. Perché è venuto il tempo in cui le frontiere della Terra cessano davanti all’unico Re, al Re di tutti i re e popoli, che riunisce ogni popolo in uno solo per farne il suo popolo nuovo. Quel popolo dal quale saranno esclusi soltanto quelli che cercano di ingannare il Signore con un bugiardo ossequio al suo Decalogo, che tutti gli uomini di buona volontà possono seguire, siano ebrei o gentili o idolatri[251]. Perché dove è buona volontà è tendenza naturale alla giustizia, e chi tende alla giustizia non trova difficoltà ad adorare il Dio vero quando pervenga a conoscerlo, a rispettarne il Nome, a santificare le sue feste, ad onorare i genitori, a non ammazzare, rubare, testimoniare il falso, a non essere adultero e fornicatore, a non esser avido di ciò che non è suo. E se fino ad ora non lo ha fatto, d’ora in poi lo faccia, onde sia salva la sua anima e conquistato il suo posto nel Cielo. É detto: “Io darò loro un posto nella mia Casa se mantengono il mio patto, e li farò lieti”[252]. E questo è detto a tutti gli uomini di santa volontà, essendo il Santo dei santi Padre comune di tutti gli uomini.

Città aperta all’ amore.

73Ho detto. Non ho denaro per questi. Né sarebbe utile a loro. Ma dico a voi di Gamala, che tanto avete progredito nella via del Signore dalla prima volta che ci incontrammo, di alzare la più valida difesa alla città vostra, quella dell’amore fra voi, e per questi col soccorrerli in mio Nome mentre faticano per voi. Lo farete?».

«Sì, o Signore», urla la folla.

74«Allora andiamo. Non sarei entrato nelle vostre mura se la durezza dei cuori avesse risposto “no” al mio pregare. Voi che restate siate benedetti… Andiamo…».

75E torna sulla via, ormai tutta piena di sole, e sale alla città costruita quasi nella roccia come una città troglodita, dotata però di case ben tenute e di un panorama bellissimo e variato, a seconda del punto che si guarda sui monti dell’Auranite o sul mar galileo, sul lontano Grande Ermon o sulla verde valle giordanica. La città è fresca per come è costruita, in alto, e con vie che riparano dal gran sole. Sembra più un enorme castello che una città, un susseguirsi di fortezze, tanto le case, metà muratura, metà montagna scavata, hanno l’aspetto di fortilizi.

76Nella piazza maggiore, la più alta di tutte, il punto più alto della città – e perciò l’occhio si bea nel vasto orizzonte di monti, di selve, di laghi, di fiumi che ha sotto il suo sguardo – sono i malati di Gamala. E Gesù passa guarendo…

456. Commiato da Gamala e arrivo ad Afeca. Monito alla vedova Sara e
miracolo nella sua casa
[253].

Commiato da Gamala.

Vasto paesaggio.

1Devono avere pernottato in Gamala perché ora è mattina, una ventilata mattina. Forse anche per la sua posizione e costruzione a scaglioni, che scendono dal sommo della città sino al limite delle mura, molto massicce e fornite di porte pure massicce, ferrate, proprio porte di fortezza, questa città gode di questo vento, così benigno in terre d’oriente. Se bella mi parve ieri nell’ora ormai assolata, bellissima mi appare ora. Le case, disposte come sono, non ostacolano la vista del vasto panorama, perché il terrazzo di una è al livello del terreno di quella della via superiore, di modo che ogni strada sembra una lunga terrazza dalla quale si può vedere l’orizzonte. E un orizzonte che sul culmine del monte è visibile a circolo, più in basso a semicerchio, ma sempre vasto e bellissimo. Ai piedi del monte, il verde dei querceti o delle campagne fa un castone di smeraldo oltre l’arido vallone che circonda la montagnola di Gamala. Poi, ad oriente, a perdita d’occhio, le colture dell’altipiano, dell’acrocoro.

La portavoce crocefissa al letto

2(Mi pare si dicano così queste vaste e basse sopraelevazioni della crosta terrestre, ma se sbaglio prego correggere in mio nome, non avendo io un vocabolario a portata di mano ed essendo sola nella mia stanza, impossibilitata perciò ad avere il vocabolario che è sulla scrivania a meno di tre metri da me. Tanto dico per ricordare che chi scrive è una crocifissa in letto).

Sconfinato panorama

3Oltre il vasto acrocoro, i monti dell’Auranite e, oltre ancora, le più alte vette del Basan e, a sud, la striscia ubertosa fra l’azzurro Giordano e l’elevazione compatta e continua che è a oriente del fiume e che è come il contrafforte del vasto acrocoro, e a nord i monti lontani della catena libanese, sui quali troneggia l’imponente Ermon sfumato di mille colori in quest’ora mattutina. E giù, nell’immediato occidente, la gemma del mar di Galilea. Proprio una gemma legata ad un monile azzurro, di un azzurro diverso del suo, del Giordano immissario ed emissario del lago, più sottile là dove si immette, più nutrito là dove riprende la sua corsa verso mezzogiorno, brillante al sole, placido fra le sue rive verdi, veramente biblico. Il piccolo lago di Meron, invece, non si vede, nascosto dietro i colli che sono a nord di Betsaida, ma si indovina per il nutrito verde della campagna circostante, che poi si dilunga a nord ovest fra il mar di Galilea e quello di Meron, nella pianura dove sorge Corozim; mi pare aver sentito dire altre volte dagli apostoli che è la pianura di Gennezaret.

Opere senza Dio costruzioni inutili.

4Gesù si accomiata dai cittadini che, con orgoglio cittadino, si danno da fare a mostrargli le bellezze dell’orizzonte e quelle della città dotata di acquedotti, di terme, di belli edifici: «Tutta fatica e denaro nostro. Perché noi abbiamo imparato dai romani e abbiamo voluto prendere da essi ciò che è comodo, ma non siamo come gli altri della Decapoli, noi! Noi paghiamo, ed essi, i romani, ci servono. Ma poi! Basta. Siamo fedeli noi. Anche questo isolarci è fedeltà…».

5«Fate che la fedeltà non sia formale, ma reale, intima, giusta. Altrimenti non gioveranno le opere di difesa. Ve lo ripeto. Vedete? Voi avete costruito questo acquedotto. Robusto, utile. Ma se non fosse alimentato da una sorgente lontana, vi darebbe forse acqua per le fontane e le terme?».

«No. Non darebbe nulla. Sarebbe una costruzione inutile».

6«Lo avete detto. Inutile. Ugualmente le difese naturali o materiali sono inutili se chi le fa costruire non le rende potenti con l’aiuto di Dio, e Dio non aiuta se non si è suoi amici».

Chi non accoglie il Signore orrori conoscerà

«Maestro, Tu parli come se sapessi che abbiamo molto bisogno di Dio…».

7«Tutti gli uomini hanno bisogno di Dio, e per tutte le cose».

«Sì, Maestro. Ma… sembra che noi se ne debba avere più bisogno di tutte le altre città di Palestina e …».

«Oh! …», un “oh!” così doloroso…  

Quei di Gamala lo guardano interdetti. Il più ardito chiede: «Che pensi? Che conosceremo ancora gli orrori antichi?».

8«Sì, e più gravi ancora, e più lunghi… lunghi… oh! Patria mia! Lunghi tanto… E questo se non accogli il Signore!».

«Noi ti abbiamo accolto. Siamo salvi allora! L’altra volta fummo stolti, ma Tu hai perdonato…».

9«Fate di conservarvi nella giustizia di oggi verso di Me e di crescere in giustizia secondo la Legge».

«Lo faremo, Signore».

Refrigeranti boschi verso Afeca.

10Vorrebbero seguirlo ancora e trattenerlo ancora, ma Gesù vuole raggiungere le donne, andate avanti su degli asinelli, e si strappa alle loro insistenze scendendo svelto per la strada fatta ieri per venire. E rallenta soltanto quando è nel luogo dei lavori per alzare la mano a benedire gli infelici, che lo guardano come si guarda Dio.

 11La strada, giunta ai piedi del monte, si biforca in due rami, uno verso il lago, l’altro verso l’interno. Su quest’ultima sono i quattro somarelli che trotterellano, sollevando polvere dalla strada bruciata dall’estate e scuotendo le lunghe orecchie. Ogni tanto una delle donne si volge a guardare se Gesù le raggiunge, e vorrebbero fermarsi per essere con Lui, ma Gesù fa cenno con la mano di proseguire, per sfuggire al pezzo di strada scoperta già invasa dal sole e giungere presto ai boschi che salgono verso Afeca.

12Refrigeranti boschi che intrecciano una volta verde sulla carovaniera. Ci si ficcano sotto allegri, con una esclamazione di sollievo. Afeca è molto più nell’interno di Gamala. Fra i monti. Perciò non si vede più il lago di Galilea. Anzi, non si vede più nulla, perché la strada sale fra due dossi di colli che fanno da paravento.

Monito alla vedova Sara.

Tristezza di un ma­trimonio sterile.

13La vedova va avanti indicando la via più breve, ossia lascia la carovaniera per una stradetta che si inerpica per il monte, ancor più fresca e ombrosa. Ma comprendo il motivo della deviazione quando, volgendosi sulla sella, Sara dice: «Ecco, questi boschi sono miei. Di piante pregiate. Vengono a comprarne sin da Gerusalemme per i cofani dei ricchi. E queste sono le piante antiche; ma poi ho vivai sempre rinnovati. Venite. Vedete…», e spinge il ciuchino giù per le balze, su per le creste, e poi giù di nuovo, seguendo la stradetta fra i suoi boschi, dove infatti sono zone ad alberi adulti, già pronti al taglio, e zone dove le piante sono ancor tenerelle, talora alte pochi centimetri da terra, fra erbe verdi, odorose di tutti gli aromi montani.

14«Belli questi luoghi. E ben tenuti. Sei saggia», encomia Gesù.

«Oh!… Ma per me sola… Più volentieri li curerei per un figlio…»

Gesù non risponde.

Proseguono la via. Già si vede Afeca fra un cerchio di pometi e altri alberi da frutto.

15«Anche quel frutteto è mio. Troppo ho per me sola!… Era già troppo quando avevo ancora lo sposo e a sera ci guardavamo nella casa troppo vuota, troppo grande, davanti alle troppe monete, ai conti delle troppe derrate, e ci dicevamo: “E per chi?”. E ora più ancora lo dico…».

Tutta la tristezza di un matrimonio sterile balza dalle parole della donna.

16«I poveri ci sono sempre…», dice Gesù.

«Oh! sì! E la mia casa si apre ad essi ogni giorno. Ma dopo…»

17«Vuoi dire quando sarai morta?».

«Sì, Signore. Sarà un dolore lasciare, a chi?… le cose tanto curate…».

Pensieri stolti affatto

18Gesù ha un’ombra di sorriso pieno di compatimento. Ma risponde con bontà: «Sei più saggia per le cose della Terra che per quelle del cielo, donna. Ti preoccupi perché le tue piante crescano bene e non si formino radure nei tuoi boschi. Ti affliggi pensando che dopo non saranno più curate come ora. Ma questi pensieri sono poco saggi, anzi sono stolti affatto. Credi tu che nell’altra vita abbiano valore le povere cose che hanno nome piante, frutta, denaro, case? E che sarà afflizione vederle trascurate? Raddrizza il tuo pensiero, donna.

Nel al di là non si pensa alle cose della terra

19Là non sono i pensieri di qui, in nessuno dei tre regni. Nell’Inferno[254] l’odio e la punizione accecano ferocemente. Nel Purgatorio[255] la sete di espiare annulla ogni altro pensiero. Nel Limbo[256] la beata attesa dei giusti non è profanata da sensualità alcuna. La Terra è lontana, con le sue miserie; è invece vicina solo con i suoi bisogni soprannaturali, bisogni di anime, non bisogni di oggetti.

Non si rimpiange la candela dove splende il sole

20I trapassati, che dannati non siano, solo per amore soprannaturale volgono alla Terra il loro spirito, e a Dio le loro preghiere, per coloro che sono sulla Terra. Non per altro. E quando poi i giusti entreranno nel Regno di Dio, che vuoi che sia più, per uno che contempla Iddio, questa misera carcere, questo esilio che ha nome Terra? Che, le cose lasciate in essa? Potrebbe il giorno rimpiangere una lampada fumigante, quando lo illumina il sole?».

«Oh! no!».

21«E allora? Perché sospiri su ciò che lascerai?».

 La scala per possedere le ricchezze eterne.

«Ma vorrei che un erede continuasse a …».

22«A godere delle ricchezze terrene per averne ostacolo a divenire perfetto, mentre il distacco dalle ricchezze è scala per possedere le ricchezze eterne? Vedi, o donna? Il maggior ostacolo ad ottenere questo innocente non è la madre di lui, coi suoi diritti sul figlio, ma il tuo cuore. Egli è un innocente, un triste innocente, ma sempre un innocente che, per il suo stesso soffrire, è caro a Dio. Ma se tu lo facessi un avaro, cupido, forse vizioso, per i mezzi che hai, non lo priveresti tu della predilezione di Dio? E potrei, Io che ho cura di questi innocenti, essere uno sbadato maestro che, senza riflettere, permette che un suo innocente discepolo si travii?

Madre è chi cura lo spirito del figlio

23Cura prima te stessa, spogliati dell’umanità ancor troppo viva, libera la tua giustizia da questa crosta di umanità che la deprime, e allora meriterai di esser madre. Perché non è madre solo chi genera o chi ama un figlio adottivo e lo cura e segue nei suoi bisogni di creatura animale. Anche la madre di questo lo ha generato. Ma non è madre perché non ha cura né della sua carne, né del suo spirito. Madre si è quando ci si cura soprattutto di ciò che non muore più, ossia dello spirito, non soltanto di quello che muore, ossia della materia. E credi, o donna, che chi amerà lo spirito, amerà anche il corpo, perché possederà un amore giusto e perciò sarà giusto».

«Ho perduto il figlio, lo comprendo…».

24«Non è detto. Il tuo desiderio ti spinga a santità e Dio ti esaudirà. Sempre ci saranno orfani nel mondo».

Miracolo in casa di Sara.

I fatti del giorno in casa di Sara.

25Sono alle prime case. Afeca non è una città che possa competere con Gamala o Ippo. É più rurale che altro ma, forse perché su un nodo stradale importante, non è povera. Luogo di passaggio di carovane dirette dall’interno al lago, o dal nord verso il sud, è costretta ad essere attrezzata per fornire ai pellegrini alloggi e vesti, sandali e derrate, e perciò vi sono empori numerosi e numerosi alberghi.

26La casa della vedova è presso uno di questi, su una piazza, ed è occupata, al terreno, da un vasto emporio dove c’è un po’ di tutto, gestito da un vecchio nasuto e barbuto, che sta sbraitando come un dannato con dei compratori tirchi.

«Samuele!», chiama la donna.

«Padrona!», risponde il vecchio inchinandosi tanto quanto le balle di mercanzia accatastate davanti a lui lo concedono.

27«Manda qui Elia o Filippo e raggiungimi in casa», comanda la vedova e poi, rivolta al Maestro: «Vieni. Entra nella mia casa e siine l’ospite benvenuto».

Entrano tutti, passando dal fondaco, mentre i ciuchini non so dove vengano portati da un ragazzotto accorso. Dopo il fondaco, che dà alla casa un aspetto non troppo artistico, è una bella corte con due lati a portici. In mezzo, la fonte, o per lo meno una vasca, perché non c’è getto d’acqua. Ai lati, platani robusti a dare ombra alle muraglie bianche di calcina. Una scala sale al terrazzo. Delle stanze si aprono dai lati senza portici, i più lontani dal fondaco.

28«Prima, ai tempi dello sposo, c’era pieno qui e si alloggiavano anche dei mercanti sorpresi qui dalla notte. Portici per le merci, stalle per gli animali, e là la vasca per abbeverare. Vieni nelle stanze», e traversa in diagonale la corte andando verso la parte più bella della casa. Chiama: «Maria! Giovanna!».

29Accorrono due serve, l’una con le mani intrise di pasta da pane, l’altra con una scopa in mano.

30«Padrona! La pace sia con te e con noi, ora che sei tornata».

«E con voi. Nessuna cosa penosa in questi giorni?».

31«Giuseppe, quello sventato, ha spezzato il rosaio che amavi tanto. L’ho picchiato forte. Tu picchia me che sono stata stolta a lasciarlo andare presso la pianta».

32«Non ha valore…», ma lacrime vengono agli occhi di Sara, che le spiega dicendo: «Me lo aveva portato lo sposo l’ultima primavera che fu sano…».

33«E Elia si è troncato una gamba, cosa che rende furioso Samuele perché gli manca l’aiuto in questi tempi di gran mercati… É caduto dalla scala dell’altra parte, mentre si spenzolava per farti trovare imbiancate le mura», dice l’altra donna e termina: «Soffre molto e resterà sciancato. E tu, padrona, fosti felice nel tuo viaggio?».

34«Come mai avrei sperato. Torno col Rabbi di Galilea. Presto! Preparate per chi è con me. Entra, Maestro!».

Entrano nella casa passando davanti alle due serve stupefatte.

35Una vasta, fresca stanza, in penombra, con sedili e cassa-panche, li accoglie. La vedova esce per dare ordini, Gesù chiama gli apostoli per mandarli per la città per preparare gli animi alla sua venuta. Entra Samuele, tramutato da venditore in maestro di casa, seguito dalle serve con anfore e bacili per le abluzioni avanti il cibo, portato su larghi vassoi: pane, frutta, latte.

Sara non sa credere completamente.

36Ritorna la padrona: «Ho detto al mio servo che Tu sei qui. Egli ti prega di usargli misericordia. Io ti dico di usarla a me pure. Per i Tabernacoli molta gente passa di qui. E il passaggio principia appena passata la neomenia di tisri. Come faremo, se egli è malato, non so…».

37«Digli che venga qui».

«Non può. Non si regge».

«Digli che il Rabbi non va da lui, ma vuole vederlo».

«Lo farò portare da Samuele e Giuseppe».

«Ci manca altro! Io sono vecchio e stanco», brontola Samuele.

38«Di’ a Elia di venire con le sue gambe. Lo voglio Io».

«Un povero rabbi! Neppur Gamaliele potrebbe tanto», brontola ancora il vecchio servo.

39«Taci, Samuele!… Perdonalo, Maestro! É un servo fedele. Nato qui da servi della casa dello sposo, solerte, onesto… ma cocciuto nelle sue idee di vecchio israelita…», lo scusa sottovoce la vedova.

40Capisco il suo spirito. Ma il miracolo lo muterà. Va’ tu a dire a Elia di venire e verrà».

41La vedova va e torna: «L’ho detto. E son corsa via per non vederlo mettere al suolo quella gamba tutta nera e gonfia».

Fede del servo che ottiene il miracolo.

42«Non credi al miracolo?».

«Io sì. Ma quella gamba fa orrore… Temo che marcisca tutta per cancrena. É lucida, lucida… orrenda e… Oh!». L’interruzione, l’esclamazione viene dal vedere il servo Elia correre meglio di un sano verso loro e gettarsi ai piedi di Gesù dicendo: «Sia lode al Re d’Israele».

43«Sia lode a Dio solo. Come venisti? Come osasti?».

44«Ubbidii. Pensai: “Il Santo non può mentire. E non può comandare cose stolte. Ho fede. Credo”, e ho mosso la gamba. Non doleva più, si muoveva. L’ho messa a terra, mi reggeva. Ho mosso il passo. Potevo farlo. Sono corso. Dio non delude chi crede in Lui».

«45Alzati, uomo. In verità vi dico che pochi hanno la fede di costui. Da che ti venne?».

46«Da tuoi discepoli passati qui a predicarti».

347Li sentisti tu solo?».

«No. Tutti, perché furono ospitati qui dopo Pentecoste».

48«E tu solo hai creduto… Il tuo spirito è molto avanti nelle vie del Signore. Procedi».

49Il vecchio Samuele è molto combattuto da opposti sentimenti… Ma, come molti in Israele, non sa staccarsi dal vecchio per il nuovo e si irrigidisce dicendo: «Magia! Magia! É detto: “Il mio popolo non si contamini coi maghi e gli indovini. Se uno lo farà, rivolgerò da lui il mio volto e lo sterminerò”[257]. Trema, o padrona, di essere infedele alle leggi!», e se ne va severo, scandalizzato come avesse visto il demonio insediato nella casa.

50«Non lo punire, Maestro! É vecchio! Ha sempre creduto così…».

51«Non temere. Se dovessi punire tutti coloro che mi dicono demonio, molti sepolcri si aprirebbero ad ingoiare la preda. Io so attendere… Parlerò verso il tramonto. Poi lascerò Afeca. Ora accetto la sosta sotto il tuo tetto».

457. Discorso, ad Afeca, dopo una disputa tra credenti e non credenti. Sara
diviene discepola
[258].

Disputa tra credenti e non credenti.

Dialogo col Messia.

1Gesù parla alla gente di Afeca dalla soglia del fondaco di Sara. E parla ad una folla molto variata, più curiosa che attenta, nella quale i meno numerosi sono gli ebrei, mentre la più parte sono gente di passaggio, mercanti, pellegrini, chi diretti al lago, chi disposti a scendere al guado di Gerico, chi venienti da città orientali e diretti alle città marittime.

2Per ora non è un vero discorso, ma risposte di Gesù a questo, a quello, un dialogo che però viene ascoltato da tutti, sebbene con diversi sentimenti, molto palesi dalle espressioni dei visi e dalle frasi degli astanti, dalle quali capisco anche chi sono e dove sono diretti. Il dialogo talora si muta di tono e di personaggi, perché, trascurando Gesù, diventa disputa fra i presenti per motivi di razza e per diversità di pensiero.

Disputa fra i pre­senti.

3Così un vecchio di Joppe si attacca con un mercante di Sidone, il quale difende il Maestro contro l’incredulità del giudeo che non vuole ammettere che Gesù sia l’Aspettato delle genti. E in una ridda di citazioni scritturali, applicate a dritto o a storto, controbattute dalla semplice asserzione del siro-fenicio: «Io non mi curo di queste parole, ma dico che è Lui perché ho visto i miracoli suoi e sentito le sue parole», la disputa si estende, perché altri vi prendono parte, urlando i contrari a Cristo: «Belzebù lo aiuta. Non è così il Santo di Dio. É re. Non è un falso rabbi, e mendico», e quelli che la pensano come il sidonita: «I sapienti sono poveri perché onesti. I filosofi non sono parati d’oro e di prepotenza come i vostri falsi rabbi e sacerdoti». 

Difensori del Re d’Israele.

4E si capisce che dicono così perché non sono ebrei ma gentili di diverse nazioni, per incidenza in Palestina o naturalizzati lì ma serbando spirito pagano.

«Sacrileghi!».

5«Voi sacrileghi, che non sentite neppure la divinità del suo pensiero», rispondono alcuni.

6«Non meritate d’averla. Ma, per Zeus! Noi conculcammo Socrate e non ne avemmo bene. Badate a voi, dico. Badate a voi, che gli dèi non vi colpiscano come noi lo fummo più e più volte», grida uno, certo un greco.

«Uh! i difensori del re d’Israele! Dei gentili!».

7«E dei samaritani! E ci vantiamo di esserlo, perché sapremmo meglio di voi custodire il Rabbi se Egli venisse in Samaria. Ma voi… Avete fatto il Tempio. Bello. Ma è un sepolcro pieno di marciume, anche se l’avete coperto d’oro e di marmi preziosi», urla dai margini della folla un alto personaggio vestito di lino, con balze e ricami, fasce alla vita, nastri, bracciali…

8«Uh! un samaritano!». Pare che dicano: «il diavolo», tanto gli ebrei intransigenti urlano d’orrore scansandosi come da un lebbroso. E, fuggendolo, gridano a Gesù: «Caccialo! É un immondo…».

9Ma Gesù non caccia nessuno. Cerca imporre ordine e silenzio, e gli apostoli con Lui, senza riuscirvi gran che. Allora, per porre fine alle dispute, inizia la sua predicazione.

La liberazione per la fede nel Messia. (Discorso)

Il popolo tumultuò contro Mosè e Arone.

10«Quando il popolo di Dio, dopo la morte di Maria a Cades, si levò a sedizione nel deserto per la mancanza di acqua e urlò contro Mosè, suo salvatore e condottiero dalla terra del peccato alla terra di promessa, come fosse il suo folle distruttore, e inveì contro Aronne come contro inutile sacerdote[259], Mosè entrò col fratello nel Tabernacolo e parlarono al Signore, esigendo un miracolo per far cessare la mormorazione[260]. E il Signore, nonostante non sia tenuto a cedere ad ogni richiesta, specie se richiesta violenta e di spiriti che hanno perduto la santa fiducia nella Provvidenza paterna, parlò a Mosè ed Aronne. Avrebbe potuto anche parlare unicamente a Mosè, perché Aronne, per quanto Sommo Sacerdote, aveva demeritato un giorno della bontà di Dio con l’adorazione all’idolo[261]. Ma Dio volle provarlo ancora e dargli un modo di crescere in grazia agli occhi di Dio. Ordinò dunque di prendere la verga d’Aronne, deposta nel Tabernacolo dopo essere fiorita in fiori aperti in foglie, divenute poi mandorle, e di andare con essa a parlare alla pietra, ché la pietra darebbe acqua per uomini e animali[262]. E Mosè, con Aronne, fece ciò che il Signore ordinava, ma non tutti e due seppero credere completamente al Signore. E chi meno credette fu il Sacerdote supremo d’Israele: Aronne[263]. La rupe, percossa dalla verga, si aprì e gettò tanta acqua da dissetare popolo e bestiami[264]. E quell’acqua fu detta di Contraddizione, perché ivi gli israeliti contesero col Signore e sindacarono le sue azioni e i suoi ordini, e non tutti ad un modo furono nella fedeltà, ma anzi, proprio dal Sommo Sacerdote ebbe luogo e principio il dubbio sulla verità delle divine parole. E Aronne fu poi tolto di vita senza aver potuto raggiungere la Terra Promessa[265].

Il popolo tumultua contro il Messia

11Anche ora il popolo tumultua contro il Signore dicendo: “Tu ci hai condotto a morire come popolo e come singoli sotto il dominio degli oppressori”. E a Me grida: “Fatti re e liberaci”. Ma di quale liberazione parlate? Di quale castigo? Di quelli materiali? Oh! là, nelle cose materiali non è né salvezza né castigo! Un castigo ben più grande e una liberazione ben più grande è a portata del vostro libero volere, e potete scegliere. Dio ve lo concede.

12Questo dico per gli israeliti presenti, per quelli che dovrebbero saper leggere le figure della Scrittura e comprenderle. Ma poiché ho pietà del mio popolo, di cui sono Re nello spirito, voglio aiutarvi a capire una figura almeno, perché vi aiuti a comprendere chi Io sono.

Il Padre manda lo Spirito. S a percuotere con il Messia la pietra Israele

13L’Altissimo disse a Mosè e ad Aronne: “Prendete la verga e parlate alla rupe e scaturiranno fiumi per la sete del popolo, onde non si lamenti più”. All’eterno Sacerdote, l’Altissimo ha detto ancora una volta, per porre fine ai lamenti del popolo suo: “Prendi la verga germogliata dalla stirpe di Jesse, e un fiore verrà da lei non tocca da fango umano, e si muterà in frutto di mandorla dolce e pieno di unzione. E con essa mandorla della radice di Jesse, con esso germoglio mirabile su cui poserà lo Spirito del Signore coi suoi sette doni, percuoti la pietra d’Israele, perché getti acqua abbondante per la salute sua”.

Lo Spirito. S manda il Messia a parlare a Israele

14Il Sacerdote di Dio è lo stesso Amore. E l’Amore fece una Carne gettando il suo germoglio fuor dalla radice di Jesse che fango non aveva nutrita, e la Carne era quella del Verbo incarnato, dell’atteso Messia mandato a parlare alla roccia perché si fendesse. Perché fendesse la sua dura crosta di superbia e di cupidigia e accogliesse le acque che Dio ha mandato, le acque sgorganti dal suo Cristo, l’olio soave del suo amore, a farsi malleabile, buona, a santificarsi accogliendo nel suo cuore il dono dell’Altissimo al suo popolo.

Israele non vuole la Parola del Messia

15Ma Israele non vuole l’Acqua viva nel suo seno. Resta chiuso, duro, e specie resta tale nelle persone dei suoi grandi, contro i quali la verga fiorita e fruttificata per solo potere divino inutilmente batte e parla. E in verità vi dico che molti di questo popolo non entreranno nel Regno, mentre molti che di questo popolo non sono vi entreranno, perché avranno saputo credere ciò che i sacerdoti d’Israele non vollero credere. Per questo Io sono in mezzo a voi come segno di contraddizione, e voi sarete giudicati per il modo come mi saprete comprendere.

16Ma agli altri, che non sono Israele, Io dico: la casa di Dio, sfuggita dai figli del popolo suo, è aperta a coloro che cercano la Luce. Venite. Seguitemi. Se Io sono posto a segno di contraddizione, sono anche posto come segno a tutte le nazioni, e chi mi amerà sarà salvo».

Profezia sul deicidio.

17«Tu ami più gli stranieri di noi. Se ci evangelizzassi, finiremmo ad amarti! Ma sei dovunque fuorché in Giudea», dice un giudeo, tocco dalle parole di Gesù.

18«Scenderò anche in Giudea e vi farò lunga dimora. Ma non muterà la pietra che è nel cuore di molti. Non si muterà neppure quando il Sangue scenderà sulla pietra. Sei sinagogo, vero?».

«Sì, come lo sai?».

19«Lo so. Ebbene, puoi capire allora ciò che dico».

«Il sangue non deve cadere sulla pietra. É peccato».

20«Il Sangue lo verserete con gioia sulla pietra perché resti. E vi parrà un trofeo di vittoria la pietra su cui si sarà versato il Sangue del vero Agnello. Ma poi verrà un giorno che capirete… Capirete il vero castigo e quale era la salvezza vera che vi era offerta. Andiamo…»

Eventi dopo il discorso.

Un credente siro-fenicio.

21Un uomo si fa avanti a spintoni: «Sono siro-fenicio. Molti di noi credono in Te anche senza averti… e abbiamo malati, molti… Non verrai da noi?».

22«Da voi no. Non ho tempo. Ma ora, dopo il sabato, da questi luoghi mi dirigerò verso i vostri confini. Chi ha bisogno di grazie si metta in attesa nei passi di confine».

«Lo dirò ai compatrioti. Dio sia con Te, Maestro».

23«La pace a te, uomo».

Sara diviene discepola.

24Gesù si accomiata dalla vedova, vorrebbe cioè accomiatarsi, ma lei si inginocchia e gli confessa le sue decisioni: «Ho deciso di lasciare qui Samuele, migliore come servo che come credente, e venire a Cafarnao presso di Te».

25«Io lascerò Cafarnao presto e per sempre».

«Hai là dei discepoli buoni, però».

26«Questo è vero».

27«Io ho deciso così… In tal modo ti darò prova che so distaccarmi dalle ricchezze e amare con giustizia. Userò il denaro che qui si accumula per i tuoi poveri e per primo povero considererò il bambino, se proprio la madre lo vorrà tenere pur non amandolo. Intanto, ecco questo», e offre una pesante borsa.

28«Dio ti benedica con le benedizioni sue e dei beneficati. Molto hai progredito in poche ore».

L’evangelizzatore di Sara.

29La donna si fa rossa. Dà uno sguardo in giro, poi confessa: «Io non sono a far tanta miglioria. Il tuo apostolo mi ha insegnato. Quello, quello là, che si nasconde dietro al giovane bruno».

30«Simon Pietro. Il capo degli apostoli. Che ti ha detto, dunque?».

31«Oh! mi ha parlato così semplice e così bene! Si è umiliato, lui apostolo, a confessarmi che anche lui era come me, ingiusto nei suoi desideri. Oh! non lo posso credere! Ma che però si è sforzato a divenire buono per meritare ciò che desiderava, e che sempre più si sforza a divenirlo per non fare, del bene avuto, un male. Sai, le cose dette fra noi, povera gente, si capiscono di più… Ti offendo, Signore?».

32«No. Dai gloria a Dio con la tua sincerità e con la lode data al mio apostolo. Fa’ come egli ti ha consigliato e Dio sia sempre con te, che tendi alla giustizia».

40La benedice e si avvia per il primo, diretto verso nord ovest, sotto verdi frutteti stormenti ad un vento improvviso.

458. Una guarigione spirituale a Gherghesa e lezione sull’uso dei doni
di Dio. Rientro a Cafarnao
[266].

Una guarigione spirituale.

Solito afflusso di gente.

1Arrivano ai bordi del lago, nelle immediate vicinanze di Gherghesa, quando il tramonto roggio si muta in crepuscolo violaceo e pacato. La riva è piena di gente che prepara le barche per la pesca notturna o che si bagna con piacere nelle acque del lago, un poco mosso per il vento che lo scorre.

2Presto Gesù è visto e riconosciuto, di modo che, prima che Egli possa entrare in città, la città sa che è venuto, e c’è il solito afflusso di gente che accorre a sentirlo. Fra la gente si fa largo un uomo, dicendo che al mattino erano venuti a cercarlo da Cafarnao e di andarci al più presto.

3«Questa notte stessa. Non sosto qui e, poiché le barche nostre non sono qui, vi chiedo di prestarmi le vostre».

«Come Tu vuoi, Signore. Ma ci parlerai prima di partire?».

4«Sì, anche per salutarvi. Presto lascerò la Galilea…».

Intercessione di Arria la gentile.

5Una donna piangente lo chiama di fra la folla, supplicando di lasciarla passare per andare dal Maestro.

6«É Arria, la gentile che si è fatta ebrea per amore. Tu le hai guarito una volta il marito. Ma…»

7«Ricordo. Lasciatela passare!».

La donna viene avanti. Si getta ai piedi di Gesù, piange.

8«Che hai, donna?».

«Rabbi! Rabbi! Pietà di me! Simeone…»

9Uno di Gherghesa l’aiuta a parlare: «Maestro, la salute che gli hai data la usa male. É divenuto duro di cuore e rapace e non sembra neppur più israelita. In verità la donna è molto migliore di lui, pur essendo nata in terre pagane. E la sua durezza e rapacità gli attirano risse e odii. E per una rissa ora è molto sconciato nel capo, e il medico dice che quasi certamente diventerà cieco».

10«Ed Io che posso, in tal caso?».

11«Tu… guarisci… Ella, lo vedi, se ne dispera… Ha molti bambini, e piccoli ancora. La cecità dello sposo sarebbe miseria della casa… Vero è che è denaro mal guadagnato… Ma la morte sarebbe una sventura, perché un marito è sempre marito, e un padre è sempre un padre, anche se in luogo di amore e pane dà tradimenti e percosse…».

12«L’ho guarito una volta e gli ho detto: “Non peccare più”. Egli ha peccato più ancora. Non aveva forse promesso di non più peccare? Non aveva fatto voto di non essere più usuraio e ladro se Io lo guarivo, ma di rendere il mal preso a chi poteva e, per chi non poteva farlo, di usare il mal preso per i poveri?».

«Maestro, è vero. Ero presente… l’uomo non è fermo nei suoi propositi».

13«Hai detto bene. E non Simeone soltanto. Molti sono coloro che, come dice Salomone, fanno doppio peso e hanno bilancia falsa, e non solo nel senso materiale ma anche nel giudicare e nell’agire e nel comportarsi verso Dio[267]. É ancora Salomone che dice: “É rovinoso per l’uomo divorare i santi, e dopo aver fatto un voto pentirsene”[268]. Ma troppi fanno queste cose…

La scelta migliore.

14Donna, non piangere. Ma ascolta e sii giusta, poiché hai scelto religione di giustizia. Cosa sceglieresti se Io ti proponessi due cose? Queste: guarire il tuo sposo e lasciarlo vivere perché egli continui ad irridere Dio e ad accumulare peccati sulla sua anima, o convertirlo, perdonarlo e poi lasciarlo morire? Scegli. Ciò che sceglierai farò».

15La povera donna è in un ben aspro combattimento. L’amore naturale, la necessità di un uomo che bene o male guadagni per i figli, la spingerebbero a chiedere «vita». Il suo amore soprannaturale verso lo sposo la spinge a chiedere «perdono e morte». La gente tace, attenta, commossa, in attesa della decisione.

16Infine la povera donna, gettandosi al suolo di nuovo, abbrancandosi alla veste di Gesù come per attingere forza, geme: «La vita eterna… Ma aiutami, o Signore…», e pare che muoia, tanto si abbatte col viso a terra.

17«Hai scelto la parte migliore. Che tu sia benedetta. Pochi in Israele ti sarebbero uguali in timor di Dio e giustizia. Alzati. Andiamo da lui».

«Ma lo farai morire proprio, Signore? E come farò io?».

18La creatura umana risorge dal fuoco dello spirito come la fenice mitologica, e soffre e si sgomenta umanamente…

Affidare al Padre dei Cieli ogni cosa.

19«Non temere, donna. Io, te, tutti affidiamo al Padre dei Cieli ogni cosa, ed Egli farà col suo amore. Sei capace di credere così?».

«Sì, mio Signore…».

20«Allora andiamo, dicendo la preghiera di tutte le petizioni e di tutti i conforti».

21E, mentre cammina, attorniato da un branco di gente e seguito da un codazzo di popolo, dice lentamente il Pater. Il gruppo apostolico lo imita e, con un coro ben ordinato, le frasi della preghiera si elevano sul brusio della folla che, presa dal desiderio di sentire pregare il Maestro, tace a poco a poco, di modo che le ultime petizioni si sentono benissimo in mezzo a un silenzio solenne.

22«Il pane quotidiano il Padre te lo darà. Lo assicuro in suo Nome», dice Gesù alla donna e prosegue, rivolto non a lei sola ma a tutti: «E vi saranno perdonate le colpe se voi perdonerete a questo che vi ha offeso e danneggiato. Egli ha bisogno del vostro perdono per avere quello di Dio. E tutti hanno bisogno della protezione di Dio per non cadere in peccato come Simeone. Ricordatelo».

Guarigione Spirituale.

23Sono giunti alla casa e Gesù vi entra con la donna, con Pietro, Bartolomeo e lo Zelote. L’uomo, steso sul lettuccio, col volto fra bende e pezze bagnate, smania e delira. Ma la voce, o il volere di Gesù, lo riconducono in sé e grida: «Perdono! Perdono! Non ricadrò più nel peccato. Il tuo perdono come l’altra volta! Ma guarire anche, come l’altra volta. Arria! Arria! Te lo giuro. Sarò buono. Non userò più violenza e frode, non…», l’uomo è pronto a tutte le promesse per paura di morire…

24«Perché vuoi tutto questo?», chiede Gesù. «Per espiare o perché temi il giudizio di Dio?».

«Quello, quello! Morire ora, no! L’inferno!… Ho rubato, il denaro del povero ho rubato! Ho usato menzogna. Ho percosso il prossimo e fatto soffrire i famigliari. Oh! ….».

25«La paura non è buona. Pentimento ci vuole. Vero. Fermo».

«La morte o la cecità! Oh! castigo! Non vedere più! Tenebre! Tenebre! No! …».

26«Se brutta è la tenebra negli occhi, non ti è orrenda quella del cuore? E non temi quella dell’inferno, eterna, orrenda? La privazione continua di Dio? I rimorsi continui? Lo spasimo di aver ucciso te stesso, per sempre, nel tuo spirito? Non ami costei? E i figli non li ami? E tuo padre, tua madre, i fratelli, non li ami? Ebbene, non pensi che non li avrai più con te se muori dannato?».

27«No! No! Perdono! Perdono! Espiare, qui, sì, qui… Anche la cecità, Signore… Ma l’inferno no… Non mi maledica Iddio! Signore! Signore! Tu scacci i demoni e perdoni le colpe. Non alzare la mano a guarirmi, ma a perdonarmi e a liberarmi dal demonio che mi tiene… Mettimi una mano sul cuore, sul capo… Liberami, Signore…».

28«Non posso fare due miracoli. Rifletti. Se ti libero dal demonio, ti lascerò la malattia…».

«Non importa! Sii Salvatore».

29«Sia come tu vuoi. Sappi approfittare della mia grazia, che è l’ultima che ti faccio. Addio».

«Non mi hai toccato! La tua mano! La tua mano!».

30Gesù lo accontenta e posa la mano sul capo e sul petto dell’uomo che, fasciato come è, accecato dalle bende e dalla ferita, brancica convulso per afferrare la mano di Gesù e, trovatala, piange su essa, senza volerla lasciare andare finché, come un bambino stanco, si assopisce tenendo ancora la mano di Gesù premuta contro la sua guancia febbrile.

31Gesù sfila cautamente la mano ed esce senza rumore dalla stanza, seguito dalla donna e dai tre apostoli.

32«Dio ti compensi, Signore. Prega per la tua serva».

33«Continua a crescere nella giustizia, donna, e Dio sarà sempre con te». Alza la mano a benedire la casa e la donna, ed esce sulla strada.

34Il brusìo si alza di tono per mille domande curiose. Ma Gesù fa cenno di tacere e di seguirlo. Torna sulla riva. La notte scende lentamente. Gesù monta su una barca che si dondola presso la riva e parla di là.

Lezione sui doni di Dio.

Regole di comportamento con le anime.

35«No. Non è morto e non è guarito, secondo la carne. Il suo spirito ha riflettuto sulle sue colpe, ha dato giusta direzione al suo pensiero, è stato perdonato perché ha chiesto espiazione per avere perdono.

36Voi, tutti, sorreggetelo nel suo cammino verso Dio. Pensate che tutti abbiamo una responsabilità verso l’anima del prossimo nostro. Guai a chi dà scandalo! Ma guai anche a chi, col suo tratto intransigente, impaurisce uno appena nato al Bene respingendolo coll’intransigenza dal cammino in cui si è messo. Tutti possono essere un poco maestri, e maestri buoni del loro prossimo, e tanto più esserlo quanto più uno del prossimo è debole e ignorante della sapienza del Bene.

Esortazione alla pazienza col sofferente.

37Vi esorto ad essere pazienti, dolci, longanimi con Simeone. Non mostrate odio, rancore, sprezzo, ironie. Non ricordate il passato, né in voi, né a lui. L’uomo che sorge dopo un perdono, dopo un pentimento, dopo un proponimento sincero, ha una volontà, ma ha anche il peso, il retaggio delle passioni e abitudini del passato. Bisogna saperlo aiutare a liberarsene. E con molta discrezione. Senza fare allusioni al passato. Sono imprudenti verso la carità e verso la creatura umana.

38Ricordare al colpevole pentito la colpa è avvilirlo. Basta la sua coscienza risvegliata a far questo. Ricordare alla creatura il suo passato è suscitare dei risvegli di passioni e, delle volte, dei ritorni a passioni superate, dei consentimenti. Nel migliore dei casi è sempre dare delle tentazioni.

Esortazione alla prudenza e carità.

39Non tentate il vostro prossimo. Siate prudenti e caritatevoli. Dio vi ha risparmiato da certi peccati? Lodatelo. Ma non fate ostentazione della vostra giustizia per mortificare chi non fu giusto. Sappiate comprendere lo sguardo implorante del pentito che vorrebbe che voi dimenticaste e che, posto che sa che non dimenticate, almeno vi supplica di non mortificarlo ricordando il passato.

40Non dite: “Fu lebbroso nello spirito” per giustificare i vostri abbandoni. Il lebbroso per malattia, dopo le purificazioni a guarigione ottenuta, viene riammesso fra il popolo. Uguale avvenga per chi è guarito dal peccato. Non siate come coloro che si credono i perfetti, e tali non sono perché non hanno carità verso i fratelli. Circondate anzi col vostro amore i fratelli risorti alla grazia, perché la buona compagnia impedisca nuove cadute.

 L’uomo non è da più di Dio.

41Non vogliate essere da più di Dio, che non respinge il peccatore che si pente e lo perdona e riammette in sua compagnia. E, se anche quel peccatore vi ha fatto un male che non è più riparabile, non vendicatevi ora che non è più un prepotente che si teme; ma perdonate e abbiate una grande pietà, perché egli fu povero del tesoro che ogni uomo può avere sol che voglia: la bontà. Amatelo perché, col dolore che vi ha dato, vi ha dato un mezzo di meritare un premio più grande in Cielo. Unite al suo mezzo il vostro: il perdono, e il vostro premio crescerà ancora di più in Cielo.

42E non disprezzate alcuno, neanche se è di altra razza. Voi vedete che, quando Dio attira uno spirito, anche se è di pagano, lo trasforma in modo tale da superare molti del popolo eletto nella giustizia.

43Io vado. Ricordate ora e sempre queste e le altre mie parole».

Il dono migliore.

I doni di Dio.

44Pietro, che era pronto, punta il remo, e la barca si stacca da riva iniziando la navigazione, seguita dalle altre due. Il lago, un po’ mosso, imprime rullio alle barche, ma nessuno se ne sgomenta, perché breve è il tragitto. I fanali rossi mettono macchie di rubini sulle acque scure, o tingono di sanguigno le spume bianche.

45«Maestro, ma quell’uomo guarirà o non guarirà? Non ci ho capito nulla», chiede Pietro, senza lasciare il timone, dopo qualche tempo.

46Gesù non risponde. Pietro fa un cenno a Giovanni, che è seduto in fondo alla barca ai piedi del Maestro, con il capo abbandonato sui ginocchi di Gesù. E Giovanni ripete sottovoce la domanda.

47«Non guarirà».

«Perché, Signore? Io credevo, per quello che ho sentito, che avesse a guarire per espiare».

48«No, Giovanni. Peccherebbe nuovamente, perché è spirito debole».

Giovanni riappoggia il capo sui ginocchi dicendo: «Ma Tu lo potevi far forte…», e pare fare un dolce rimprovero.

Il dono migliore.

49Gesù sorride insinuando le dita fra i capelli del suo Giovanni e, alzando la voce in modo che tutti sentano, dà l’ultima lezione del giorno: «In verità vi dico che anche nel concedere grazia occorre saper tenere conto dell’opportunità di essa. Non sempre la vita è un dono, non sempre la prosperità è un dono, non sempre un figlio è un dono, non sempre, sì, anche questo, non sempre un’elezione è un dono. Dono divengono e restano quando chi li riceve sa farne buon uso e per fini soprannaturali di santificazione. Ma quando della salute, della prosperità, degli affetti, della missione, se ne fa rovina del proprio spirito, meglio sarebbe non averli mai. E talora Dio fa un dono, che più grande non potrebbe farlo, non dando ciò che gli uomini vorrebbero o penserebbero giusto avere come buona cosa. Il padre di famiglia o il medico saggio sanno quali sono le cose da dare ai figli o ai malati per non farli più malati o per non farli ammalare. Così ugualmente Dio sa ciò che è bene dare per il bene di uno spirito».

«Allora quell’uomo morirà? Infelice casa!».

50«Sarebbe forse più felice se abitata da un reprobo? E lui sarebbe più felice se, vivendo, continuasse a peccare? In verità vi dico che la morte è un dono quando serve ad impedire nuovi peccati e coglie l’uomo mentre è riconciliato col suo Signore».

Rientro sotto i primi goccioloni.

La chiglia striscia già sui fondali di Cafarnao.

51«In tempo. Questa notte burrasca. Il lago bolle, il cielo è senza stelle, nero come pece. Ma sentite dietro i monti? Vedete quelle luci? Tuoni e lampi. Fra poco acqua. Presto! Mettere in salvo le barche non nostre! Via le donne e il bambino prima che piova. Oh! Date mano!», urla Pietro ad altri pescatori, che ritirano reti e ceste.

52A forza di braccia spingono la barca ben su, sulla spiaggia, mentre già i primi cavalloni vengono a schiaffeggiare le membra seminude e le ghiaie della riva.

53E poi, via di corsa, a casa, mentre i primi goccioloni alzano la polvere dalla terra arsa e la fanno odorare forte, e i lampi sono già sopra al lago, mentre i tuoni empiono di fragore la coppa formata dai colli delle rive.

459. Il perdono a Samuele di Nazareth e lezione sulle cattive amicizie[269].

Pentimento di un matricida.

L’ apostolo oscuro.

1«Nella stanza alta vi sono uomini di Nazareth. E ieri sono venuti i tuoi fratelli a cercarti. E poi dei farisei. E dei malati, molti. E uno da Antiochia», comunica l’Iscariota appena li vede entrare in casa.

2«Sono ripartiti forse?».

«No. Quel di Antiochia è andato a Tiberiade. Ma torna dopo il sabato. I malati sono sparsi fra le case. Ma i farisei, con molti onori, hanno voluto con loro i tuoi fratelli. Sono tutti ospiti da Simone fariseo».

«Uhm! …», mugola Pietro.

3«Che hai? Non sei contento che onorino il Maestro nei suoi parenti?», chiede l’Iscariota.

«Oh! se sarà vero onore e utile incontro… felicissimo!».

«Diffidare è giudicare. Il Maestro non vuole che si giudichi».

«Ma sì! Ma sì! Ma per essere sicuro aspetterò a giudicare. Così non sarò stolto e peccatore».

4«Andiamo di sopra, dai nazareni. Domani andremo dai malati», dice Gesù.

5L’Iscariota si rivolge a Gesù. «Non puoi. É sabato. Vuoi farti rimproverare dai farisei? Se Tu non ci pensi, io penso al tuo onore», dice molto teatralmente Giuda. E termina: «Piuttosto, poiché capisco il tuo desiderio di fare subito sani questi che ti cercano, ecco, andremo noi e imporremo le mani in tuo Nome e…».

«No». Un no molto reciso che non ammette discussione.

6«Non vuoi che facciamo miracolo? Vuoi essere Tu a farlo? Ebbene… andremo a dire che ci sei e che prometti di guarirli. Saranno già felici…».

7«Non occorre. Ci hanno visto i pescatori. Perciò che Io ci sia si sa già. E che Io guarisca chi ha fede in Me essi lo sanno, tanto che sono venuti a cercarmi».

Giuda tace malcontento, col volto oscuro dei momenti brutti.

Il Matricida perdonato.

8Gesù esce senza curarsi del temporale, che rovescia scrosci d’acqua sulla terra, e sale alla stanza alta. Spinge la porta ed entra. Lo seguono gli apostoli. Le donne sono già lassù e parlano coi nazareni. In un angolo un uomo a me ignoto.

«La pace a voi».

9«Maestro!». I nazareni si inchinano. Poi dicono: «Ecco l’uomo», e accennano allo sconosciuto.

10«Vieni qui», ordina Gesù.

«Non mi maledire!».

11«Per farlo non occorreva che ti chiamassi qui. Non hai che questa parola da dire al Salvatore?». Gesù è austero, ma nello stesso tempo incoraggiante.

L’uomo lo guarda… Poi dà in uno scoppio di pianto e grida gettandosi al suolo: «Se Tu non mi perdoni, non avrò pace…».

12«Quando volevo farti buono, perché non mi volesti? Ora è tardi per riparare. Tua madre è morta».

«Ah! Non me lo dire! Sei crudele!».

13«No. Sono la Verità. Ero Verità quando ti dicevo che avresti ucciso tua madre. Lo sono ora. E tu, allora, mi deridevi. Perché ora mi cerchi? Tua madre è morta. Tu hai peccato, hai continuato a peccare pur sapendo che peccavi. Io te lo avevo detto. Questa è la colpa grande: hai voluto peccare respingendo la Parola e l’Amore. Perché ti lamenti se ora non hai pace?».

«Signore! Signore! Pietà! Ero pazzo e mi hai guarito, ho sperato in Te, prima disperavo di tutto. Non deludere la mia speranza…».

14«E perché disperavi?».

«Perché… ho fatto morire mia madre di dolore… anche l’ultima sera… era sfinita. e non ho avuto pietà… L’ho percossa, Signore!!!». É un vero grido da disperato quello che empie la stanza. «L’ho percossa!… É morta nella notte!… E non mi aveva detto che di esser buono… Mia madre!… Io l’ho uccisa…».

15«Sono anni che l’hai uccisa, Samuele! Da quando hai cessato di essere un giusto. Povera Ester! Quante volte l’ho vista piangere! E quante mi chiedeva una carezza di figlio al posto delle tue… E tu lo sai che non per amicizia per te, mio compaesano e di uguale età, ma per pietà di lei venivo a casa tua… Non dovrei perdonarti. Ma due madri hanno pregato per te, e il tuo pentimento è sincero. Perciò ti perdono. Con una vita intemerata cancella dal cuore dei cittadini il ricordo di un Samuele peccatore, e riconquistati tua madre. Lo farai se con una vita da giusto conquisterai il Cielo e tua madre con esso. Ma ricorda, e ricorda bene, che il tuo peccato fu ben grande, e perciò grande in proporzione deve essere la tua giustizia per annullare il debito».

Le mortificazioni espiano la colpa.

16«Oh! Tu sei buono! Non come quello dei tuoi che è uscito subito dopo essere entrato. E che è venuto a Nazareth soltanto per darmi terrore! Questi lo possono dire…».

17Gesù si volge… Degli apostoli manca unicamente l’Iscariota. Perciò è lui quello che maltrattò Samuele. Gesù che deve fare? Per non far criticare l’apostolo, come apostolo se non come uomo, dice: «Ogni uomo non può che esser severo col tuo peccato. Quando si fa il male bisognerebbe pensare che gli uomini giudicano, pensare che diamo ad essi il modo di giudicarci… Ma non avere rancore. La mortificazione che hai ricevuta mettila come espiazione sulle bilance di Dio. Andiamo. Qui, fra i giusti, è giubilo per la tua redenzione. Sei fra fratelli che non ti sprezzano. Perché ogni uomo può peccare, ma solo è spregevole quando persiste nel peccare».

18«Io ti benedico, Signore. Io ti chiedo perdono anche per tutte le volte che ti schernii… Io non so come ringraziare… E’ la pace, sai? La pace che torna in me», piange ora di un pianto calmo…

19«Ringrazia mia Madre. Se sei perdonato, se ti ho guarito dal delirio per darti facoltà di pentimento, è per Lei. Andiamo abbasso. La cena è pronta e spartiremo il cibo». Ed esce tenendo per mano l’uomo.

20La cena infatti è pronta. Ma Giuda non è neppure abbasso. In nessun luogo della casa. La padrona spiega: «É uscito. Ha detto: “Torno subito”».

«Va bene. Sediamo e mangiamo».

21Gesù offre, benedice e spartisce il cibo. Ma un’ombra di gelo è nella stanza illuminata da due lucerne e dal focolare. Fuori il temporale continua…

22Torna Giuda, affannato, bagnato come fosse caduto nel lago. I capelli, nonostante si fosse messo il mantello sul capo, quando getta a terra il mantello inzuppato appaiono stesi e molli d’acqua, incollati alle guance, al collo. Lo guardano tutti. Ma nessuno parla.

23Egli si vuole scusare, benché nessuno gli chieda nulla: «Sono corso dai tuoi fratelli a dire loro che sei qui. Ti ho ubbidito però. Non sono andato dai malati. Già non si poteva. Un’acqua! Un’acqua!… Ma ho voluto onorare subito i tuoi parenti… Non sei contento, Maestro? Non parli! …».

24«Ti ascolto. Prendi e mangia. E in attesa di andare al riposo parliamo fra noi.

Criterio per conoscere lo spirito dell’uomo. 

Discernimento di spiriti.

25Ascoltate. É detto di non affidare il cuore allo straniero perché non ne conosciamo le abitudini[270]. Ma possiamo dire di conoscere il cuore anche di chi ci è compaesano? Il cuore dell’amico? Quello del parente? Soltanto Dio conosce a perfezione il cuore dell’uomo, e l’uomo ha solo un mezzo per conoscere il cuore del suo simile e comprendere se egli è un vero suo compatriota, oppure amico vero e vero parente.

26Quale è questo mezzo? Dove si trova? Nel prossimo stesso e in noi. Nelle azioni e nelle parole di lui e nel retto giudizio nostro. Quando nelle parole del prossimo, nelle sue azioni, o nelle azioni che vorrebbe da noi, noi sentiamo, col nostro retto giudizio, che non c’è del bene, allora possiamo dire: “Costui non ha cuore buono e ne devo diffidare”. Trattarlo con carità, perché è un infelice dell’infelicità più grave, quella dello spirito malato, ma non seguirlo nelle sue azioni, non accettare le sue parole per vere e sagge e, tanto meno, seguire i suoi consigli.

Principio di discernimento.

27Non vi rovini l’orgoglioso pensiero: “Io sono forte e il male degli altri non entra in me. Io sono giusto e, anche se ascolto gli ingiusti, giusto mi serbo”. L’uomo è un abisso profondo, in cui sono tutti gli elementi del bene e del male. Aiutano a crescere e farsi re i primi, gli aiuti di Dio. Aiutano a svilupparsi e a regnare nocivi le passioni e le cattive amicizie. Tutti i germi del male e tutti gli aneliti al bene sono latenti nell’uomo per volere amoroso di Dio, per volere malvagio di Satana che suggestiona, che tenta, che aizza mentre Dio attira, conforta, ama. Tenta sedurre Satana, lavora a conquistare Dio. E non sempre vince Dio, perché la creatura è pesante finché non elegge l’amore a sua legge, ed essendo pesante scende ed appetisce più facilmente a ciò che è appagamento immediato e delle parti più basse dell’uomo.

False amicizie.

28Voi, per quello che dico sulla debolezza umana, potete capire quanto è necessario diffidare di se stessi e fare molta attenzione al prossimo nostro, per non unire il veleno di una coscienza impura a quello che già fermenta in noi. Quando si comprende che un amico è rovina del cuore, quando le sue parole turbano la coscienza, quando i suoi consigli danno scandalo, occorre saper lasciare l’amicizia che è dannosa. Persistendo, si finirebbe a perire nello spirito, perché si passerebbe ad azioni che allontanano Dio, che impediscono alla coscienza indurita di comprendere le ispirazioni di Dio.

29Se ogni uomo colpevole di gravi peccati potesse, volesse parlare, dicendo come giunse a quei peccati, si vedrebbe che alle origini ci fu sempre una cattiva amicizia…».

«É vero!», confessa sottovoce Samuele di Nazareth.

Falsi benefattori

30«Diffidate di coloro che, dopo avervi combattuto senza motivo, di colpo vi colmano di onori e di regali. Diffidate di coloro che lodano ogni vostra azione e sono uomini di tutte le lodi: ossia lodano il fannullone come buon lavoratore, l’adultero come marito fedele, il ladro come onesto, il violento come mite, il bugiardo come sincero, il cattivo fedele e il pessimo discepolo come modelli. Lo fanno per rovinarvi e servirsi della vostra rovina per i loro scopi astuti.

31Fuggite coloro che vi vogliono ubriacare di lodi e promesse per farvi fare azioni che, se non foste ebbri, non accettereste di fare. E, quando avete giurato fedeltà ad uno, non trattate con i nemici di quello. Non possono che avvicinarvi per nuocere a colui che odiano e nuocere col vostro aiuto stesso.

Accortezza.

32Aprite gli occhi. Ho detto: siate astuti come le serpi, oltreché semplici come colombe[271]. Perché per trattare delle cose di spirito è santa la semplicità, ma per vivere nel mondo senza nuocere a sé stessi e agli amici ci vuole astuzia che sa scoprire le astuzie di chi odia i santi. Il mondo è un serpaio. Sappiate conoscere il mondo e i suoi sistemi. E poi, stando come colombe, non fra il fango dove stanno le serpi, ma nel riparo alto sulla rupe, abbiate il cuore semplice dei figli di Dio.

Preghiera.

33E pregate, pregate perché in verità vi dico che il gran Serpente sibila intorno[272] a voi, e che siete in gran pericolo, e chi non vigilerà perirà. Sì. Fra i discepoli ci sarà chi perisce, con giubilo grande di Satana e infinito dolore del Cristo».

«Chi mai, Signore? Forse uno che non è dei nostri, un proselito, uno… non di Palestina, uno…».

 34«Non cercate. Non è forse detto che l’abominazione entrerà, come già è entrata, nel luogo santo? [273] Ora, se si può peccare anche presso il Santo, non potrà peccare alcuno che sia galileo o giudeo fra i miei seguaci?

Vigilanza.

35Vegliate, vegliate, amici miei. Vigilate voi stessi e gli altri, vigilate ciò che vi dicono gli altri e ciò che vi dice la vostra coscienza. E se da soli non avete luce a vedere, venite a Me. Io sono la Luce».

36Pietro armeggia e sussurra dietro la schiena di Giovanni, che fa cenno di no, di no.

37Gesù gira lo sguardo, vede… Pietro si dà un contegno e mostra di allontanarsi. Gesù si alza, sorride lievemente… Poi intona la preghiera, benedice, congeda. E resta solo a pregare ancora.

460. Farisei a Cafarnao con Giuseppe e Simone d’Alfeo. Gesù non nasconderà
alla Madre l’ora del Sacrificio
[274].

Celata attività di guarigione.

Opere d’amore.

1«Non riconduci il bambino a sua madre?», domanda Bartolomeo a Gesù trovandolo sulla terrazza assorto in profonda preghiera.

2«No. Attenderò che ella ritorni dalla sinagoga…».

3«Speri che là dentro il Signore le parli… e che ella… comprenda il suo dovere? Pensi da saggio. Ma ella non è saggia. Un’altra madre sarebbe corsa ieri sera a riprendere la sua creatura. Infine… avevamo navigato su un mare in tempesta… essa non sapeva da dove provenivamo… Si è forse preoccupata di vedere se il suo bambino ne aveva avuto danno? Viene forse questa mattina? Guarda quante madri sono già in piedi, nonostante sia da poco giorno, premurose a stendere le vesti di festa perché finiscano di asciugare e i bambini le indossino monde per il giorno del Signore. Un fariseo direbbe che fanno opera servile perché stendono quelle vesticciuole. Io dico che fanno opera d’amore, verso Dio e verso i figli loro. Sono povere donne per lo più. Guarda là Maria di Beniamino e Rebecca di Michea. E su quella povera terrazza Joanna che, paziente, districa le frange della povera veste del suo maschio, perché sembri meno povera per andare alla sacra funzione. E là ancora, sulla riva che fra poco sarà tutta sole, Selida stende la tela ancor grezza, perché paia fina ciò che è tela grossolana, bella solo per il sacrificio che le costa: tanti bocconi di pane, levati alla fame del ventre per mutarli in capecchio di canapa. E là, non è Adina che strofina con verdura la stinta vesticciuola della sua fanciulla perché sembri più verde? Ma lei non si vede…».

«Il Signore le muti il cuore! Non c’è altro da dire…».

Bella stagione.

4Restano appoggiati al muretto della terrazza guardando la natura rinfrescata dal temporale, che ha fatto pulita l’atmosfera e monde le verzure. Il lago, ancora un poco mosso e meno azzurro del solito, perché venato dalle acque scese dai torrenti pieni per poche ore e trascinanti il polverume del letto riarso, è bello nonostante queste infusioni d’ocra. Sembra un grande lapislazzuli rigato di perle, e ride sotto un limpido sole che balza ora da dietro i monti occidentali e accende tutte le gocce ancor trattenute fra le ramaglie. Rondini e colombi solcano festosi l’aria purificata, e fra le frasche uccelli di ogni specie trillano e cinguettano.

Guarigione dei malati.

5«Il caldo se ne va. Bella stagione, questa. Ricca e bella. Come un’età matura. Non è vero, Maestro?».

6«Bella… sì…». Ma si vede che Gesù è lontano col pensiero. Bartolomeo lo guarda… Poi chiede: «A che pensi? A quanto dirai oggi nella sinagoga?».

7«No. Penso che i malati attendono. Andiamo noi due a guarirli».

«Noi soli?».

8«Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni sono andati a ritirare le nasse messe da Toma in previdenza del nostro ritorno. Gli altri dormono. Andiamo noi due».

9Scendono, dirigendosi verso la campagna, alle case sparse fra le ortaglie o già fra i campi, alla ricerca dei malati ricoverati in case di poveri, sempre ospitali. Ma c’è chi corre avanti, intuendo dove va il Maestro, e c’è chi gli dice: «Attendi qui, nel mio orto. Te li porteremo qui…».

10E presto, da diverse parti, come acque di minuti rivoli che si uniscono in un unico stagno, i malati vengono, o vengono portati a Colui che guarisce.

11I miracoli si compiono. Gesù li congeda dicendo: «Non dite a chi vi interrogasse che vi ho guarito. Tornate alle case dove eravate. Questo mio discepolo prima del tramonto porterà dei soccorsi ai più poveri».

Segreto a voci.

12«Sì. Non dite. Gli fareste del male. Ricordate che è sabato e che molti lo odiano», rincara Bartolomeo.

13«Non faremo del male a chi ci ha beneficato. Lo diremo ai nostri paesi, senza dire in che giorno guarimmo», dice uno, prima paralitico.

14«Anzi, io direi di spargerci per le campagne in attesa del tramonto. I farisei sanno dove eravamo ospitati e potrebbero venire a vedere…», dice uno, prima malato d’occhi.

15«Dici bene, Isacco. Ieri chiedevano troppo e troppe cose… Penseranno che, stanchi di attendere, siamo partiti avanti il tramonto».

16«Ma ieri sera ci vide l’apostolo?», domanda uno che era cieco.

«Non era lui quello che parlava?».

17«No. Era un fratello del Signore. Non ci tradirà».

«Dite soltanto dove andate per potervi trovare quando verrò», dice Bartolomeo.

18I malati si consultano fra loro. Chi vorrebbe andare verso Corozim e chi verso Magdala. Si rimettono a Gesù. E Gesù dice: «Nei campi lungo la via che va a Magdala. Seguite il secondo torrente e troverete dopo poco una casa. Andate là e dite: “Ci manda Gesù”. Vi accoglieranno come fratelli. Andate, e Dio sia con voi e voi con Dio, non peccando in avvenire».

Ministri del culto.

19E Gesù si rimette in cammino, non tornando subito in paese per la via già fatta, ma facendo un semicerchio fra le ortaglie che lo porta presso la sorgente vicina al lago, sorgente presa d’assalto dalle donne che vogliono fare la loro provvista d’acqua mentre è fresca e il sole non è alto.

«Il Rabbi! Il Rabbi!».

20Un accorrere di donne e di bambini e anche di uomini del popolo, vecchi per lo più, e oziosi per il sabato.

21«Una parola, Maestro, per fare lieto questo giorno», dice un vecchione che ha per mano un bambino, forse un pronipote perché, se il vecchio è quasi certamente centenario, il bambino non ha più di un sei anni.

«Sì, accontenta il vecchio Levi. E noi con lui».

22«Oggi avete la spiegazione di Giairo. Io sono qui per udirlo. Avete un sapiente sinagogo…»

23«Perché dici così, Maestro? Tu sei il sinagogo dei sinagoghi, il Maestro d’Israele. Noi non conosciamo che Te».

24«Non dovete. I sinagoghi sono messi per esservi maestri, per esercitare il culto fra voi, dandovi esempio per farvi fedeli israeliti. I sinagoghi saranno anche quando Io non sarò più. Avranno un altro nome, altre cerimonie, ma saranno sempre i ministri del culto. Li dovete amare, e pregare per loro dovete. Perché, dove è un buon sinagogo, là sono buoni fedeli e là, perciò, è Dio».

«Lo faremo. Ma parlaci adesso. Ci fu detto che stai per lasciarci…».

25«Ho tante pecore sparse per la Palestina. Attendono tutte il loro Pastore. Ma avete i discepoli sempre più numerosi e sapienti…»

«Sì. Ma ciò che Tu dici è sempre buono e facile per le nostre menti ignoranti».

26«Che vi dirò? …».

27«Gesù, ti abbiamo cercato per ogni dove!», grida Giuseppe d’Alfeo che, insieme al fratello Simone e a un gruppo di farisei, è sopraggiunto.

28«E dove può essere il Figlio dell’uomo se non fra i piccoli e i semplici di cuore? Mi volevate? Eccomi. Ma prima lasciate che Io dica una parola a costoro…

L’ anima nella carità opera prodigi.

29Udite. Vi fu detto che Io sto per lasciarvi. È vero. Non l’ho negato. Ma prima di lasciarvi vi do questo comando: di sorvegliare molto voi stessi per conoscervi molto, di avvicinarvi sempre più alla Luce per poterci vedere. La mia parola è Luce. Custoditela in voi e, quando al suo lume scoprirete macchie od ombre, perseguitatele per cacciarle dal vostro cuore. Quello che eravate prima che Io vi conoscessi non dovete più esserlo. Dovete essere molto migliori, perché ora sapete molto di più. Prima eravate come in un crepuscolo, ora avete la Luce in voi. Dovete perciò essere figli della Luce. Guardate il cielo al mattino quando l’alba lo schiarisce: può sembrare sereno solo perché non è tutto coperto di nuvole temporalesche, ma come la luce cresce e il vivo chiarore del sole si affaccia ad oriente ecco che l’occhio, stupito, vede farsi macchie rosate sull’azzurro del cielo. Che sono? Oh! lievi nuvolette, così lievi che pareva non ci fossero finché la luce era incerta, ma che ora, poiché il sole le colpisce, appaiono come spume leggere sul campo del cielo. E vi stanno finché il sole le fonde, le annulla nel suo gran fulgore.

30Voi fate così della vostra anima. Portatela sempre più presso la Luce, per discoprirvi ogni nebbia anche lievissima, e poi tenetela sotto il grande sole della Carità. Essa consumerà le vostre imperfezioni come il sole fa evaporare l’umidore leggero che si condensa in quelle nuvolette così esili che il sole dissipa all’aurora. Se voi starete molto nella Carità, la Carità opererà in voi continui prodigi. Andate ora e siate buoni…».

Le iene mordono ancora.

L’ Agnello non sarà mai lupo.

31Li congeda e va presso i due cugini, che bacia dopo aver fatto profondi inchini ai farisei presenti, fra i quali è Simone il fariseo di Cafarnao. Gli altri sono visi nuovi.

32«Ti abbiamo cercato più per questi che per noi. Sono venuti a Nazareth a cercarti, e allora…», spiega Simone d’Alfeo accennando ai farisei.

33«La pace a voi. Di che abbisognavate?».

«Oh! nulla. Vederti, vederti soltanto. Ascoltarti. Sentire la saggezza delle tue parole…».

34«Per questo solo?».

«Anche per consigliarti, veramente… Tu sei troppo buono e il popolo se ne abusa. Non è buono questo popolo. E Tu lo sai. Perché non maledici i peccatori?».

35«Perché il Padre mi ordina di salvare, non di perdere».

«Andrai incontro a delle sventure…».

36«Non importa. Non posso trasgredire all’ordine dell’Altissimo per nessun utile umano».

«E se… Sai… si dice sottovoce che Tu accarezzi il popolo per servirtene in una sommossa. Noi siamo venuti a chiederti se è vero».

37«Siete venuti o vi hanno mandato?».

«É la stessa cosa».

38«No. Ma Io rispondo a voi e a chi vi ha mandato che l’acqua che trabocca dalla mia secchia è acqua di pace, che il seme che spargo è seme di rinuncia. Io poto i rami superbi, Io sono pronto a scalzare le male piante, perché non nuocciano alle buone se non si piegano all’innesto. Ma ciò che Io chiamo “buono” non è ciò che voi dite buono. Perché Io chiamo buona l’ubbidienza, la povertà, la rinuncia, l’umiltà, la carità che si piega a tutte le umiltà e a tutte le misericordie. Non temete nessuno. Il Figlio dell’uomo non insidia le potenze degli uomini, ma viene ad inculcare potenza agli spiriti. Andate e riferite che l’Agnello non sarà mai lupo».

39«Che vuoi dire? Tu ci comprendi male e noi ti comprendiamo male».

40«No. Io e voi ci si comprende molto bene…».

41«Ebbene, allora sai perché siamo venuti?».

42«Sì. Per dirmi che non devo parlare alle turbe. E non pensate che non potete interdirmi di entrare, come ogni israelita, là dove si leggono e spiegano le Scritture e dove ogni circonciso ha il diritto di parlare».

«Chi te lo ha detto? Giairo, non è vero? Lo riferiremo».

43«Non ho ancora visto Giairo».

«Tu menti».

44«Io sono la Verità».

45Un uomo dice di fra la folla che si è tornata a formare: «Egli non mente. Giairo è partito ieri prima del tramonto con la moglie e la figlia; le ha accompagnate, lasciando qui l’assistente, le ha accompagnate dalla madre che muore e non tornerà che dopo le purificazioni».

 46I farisei non hanno la gioia di poter mostrare che Gesù mente, ma hanno quella di saperlo senza l’amico più potente in Cafarnao. Si guardano fra di loro, tutta una mimica di sguardi.

Il Messia compie la volontà del Padre.

47Giuseppe d’Alfeo, maggiore della famiglia, sente il dovere di difendere Gesù e si volge a Simone fariseo: «Tu mi hai onorato volendo spartire con me il pane e il sale, e l’Altissimo terrà conto di questo onore dato ai discendenti di Davide. Tu mi ti sei mostrato giusto. Questo mio fratello è accusato da questi farisei. Ieri essi hanno detto a me, capo della casa, che l’unico dolore era che Gesù trascurasse la Giudea, perché essendo il Messia d’Israele aveva il dovere di amare ed evangelizzare ugualmente tutto Israele. Ho trovato giusto l’argomento e lo avrei detto a mio fratello. Ma perché allora parlano così, oggi? Almeno dicano perché non deve parlare. Non mi risulta che dica cose contrarie alla Legge e ai Libri. Date la ragione e io persuaderò Gesù a parlare altrimenti».

48«É giusto il tuo discorso. Rispondete all’uomo…», dice Simone fariseo.

49«Ha Egli detto cose… sacrileghe?».

50«No. Ma il Sinedrio lo accusa di separare, di tentare di separare la nazione. Il Re deve essere d’Israele, non solo di Galilea».

51«Cara tutta la patria, carissima nella patria la regione natia. Non è una causa tanto grave da meritare punizione, questo suo amore per la Galilea. Del resto, noi siamo di Davide e perciò…»

«Venga allora in Giudea. Non ci disprezzi».

52«Li odi? Questo è un onore per Te e per la famiglia!», dice, fra severo e buono, Giuseppe.

53«Odo».

54«Io ti consiglio a cedere al loro desiderio. É buono, è tutto onore. Tu dici che vuoi pace. Metti dunque fine, posto che sei amato da un confine all’altro, al dissapore che è fra le due regioni. Lo farai certamente. Oh! certo lo farà. Io lo assicuro per Lui, che è ubbidiente ai maggiori».

55«É detto: “Non c’è alcuno più grande di Me. Non c’è alcun altro dio avanti di Me”[275]. Io ubbidirò sempre a ciò che Dio vuole».

56«Lo sentite? Andate dunque in pace».

57«Lo sentiamo. Ma, o Giuseppe, prima di andare vogliamo sapere ciò che per Lui è ciò che Dio vuole».

58«Ciò che Dio vuole è che Io faccia la sua volontà».

«E sarebbe? Dilla».

59«Che Io raccolga le pecore d’Israele e le riunisca in un solo gregge. E lo farò».

«Teniamo conto delle tue parole».

60«Bene sarà. Dio sia con voi», e Gesù volge le spalle al gruppo fariseo e va verso casa.

Linguaggio del mondo.

61Giuseppe suo cugino gli si mette al fianco, mezzo contento, mezzo scontento, e con aria di protezione gli fa notare che a saperli prendere (come ha fatto lui), che a essere appoggiato ai parenti (come fortunatamente oggi), che a ricordare che si ha diritto al trono (come discendenti di Davide) e così via, anche i farisei diventano buoni amici.

62Gesù lo interrompe dicendo: «E tu lo credi? Credi alle loro parole? In verità l’orgoglio e la lode bugiarda bastano a coprire di lastre le viste più acute».

63«Io però… li accontenterei. Non puoi pretendere che ti portino in trionfo fra grida di osanna. Di un subito… Li devi conquistare. Un poco di umiltà, Gesù. Un poco di pazienza. L’onore merita ogni sacrificio…».

64«Basta! Tu parli con parola umana e più ancora. Dio ti perdoni. E ti dia luce, fratello. Ma scostati, perché mi dài dolore. E taci a tua madre, ai fratelli, alla Madre mia questi consigli stolti».

«Ti vuoi perdere! Sei causa della nostra rovina e della tua!».

65«Perché sei venuto, se sei sempre lo stesso? Non ho ancora patito per te. Ma lo farò. E allora…».

Giuseppe se ne è andato, inquieto.

66«Tu lo disgusti… É come il padre nostro, lo sai. É il vecchio israelita…», gli sussurra Simone.

67«Quando capirà, vedrà che la mia azione, ora a lui disgustosa, era santa…».

68Sono sulla porta di casa. Entrano. Gesù ordina a Pietro: «Fa’ che la barca sia pronta al tramonto. Accompagneremo a Tiberiade le due Marie, e Simone le accompagnerà a casa. Verrà con te Matteo, oltre i tuoi compagni pescatori. Gli altri rimarranno qui ad attenderci».

69Pietro tira in disparte Gesù: «E se viene quello di Antiochia? É per Giuda di Keriot che dico…».

70«Il tuo Maestro ti dice che lo troveremo sul molo di Tiberiade».

«Ah! allora!», e a voce forte: «La barca sarà pronta».

71«Madre, sali con Me. Staremo insieme queste ore».

Pronti al sacrificio.

72Maria lo segue senza parlare. Entrano nella stanza alta, fresca e ombrosa per la vite che la copre, per le tende messe a far ombra.

73«Te ne vai, Gesù mio?!». Maria è molto pallida.

74«Sì. É tempo».

75«E io non devo venire per i Tabernacoli? Figlio mio! …» Maria ha un singhiozzo.

76«Mamma! Perché? Non è la prima volta che ci lasciamo!».

77«No. É vero. Ma… Oh! ricordo quanto mi hai detto nel bosco presso Gamala… Figlio mio! Perdona ad una povera donna. Io ti ubbidirò… Io, con l’aiuto di Dio, sarò forte… Ma voglio una promessa da Te…».

78«Quale, Madre mia?».

79«Che Tu non mi nasconderai l’ora tremenda. Non per pietà, non per diffidenza di me… Sarebbe troppo dolore… e troppa tortura… Dolore perché… saprei tutto all’improvviso e da chi non mi ama come Tu ami questa povera Mamma… E sarebbe tortura se pensassi che forse nel momento in cui filo, o tesso, o curo i colombi, Tu, mia Creatura, sei messo a morte…».

80«Non temere, Madre. Tu saprai… Ma questo non è l’ultimo addio. Ci vedremo ancora…».

81«Veramente?».

82«Sì. Ci vedremo ancora».

83«E mi dirai: “Vado a compiere il Sacrificio”? Oh! …»

84«Non dirò così. Ma Tu capirai… E poi sarà la pace. Tanta pace… Pensa: aver fatto tutto ciò che Dio vuole da noi, suoi figli, per il bene di tutti gli altri figli. Tanta pace… La pace del perfetto amore…».

85Se l’è raccolta sul cuore e se la tiene stretta nell’abbraccio filiale, Lui tanto più alto e forte, Lei più minuta, giovane della sua incorrotta giovinezza di carni e di espressione, messa sull’eterna giovinezza del suo spirito immacolato. E Lei ripete, eroica, quanto eroica: «Sì, sì. Ciò che Dio vuole…».

86Non ci sono altre parole. I due Perfetti già consumano il sacrificio della loro più dura ubbidienza. Non ci sono neppure lacrime. E neppure baci. Ci sono solo Due che amano perfettamente e depongono ai piedi di Dio il loro amore.

 

 

 

 


 

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[1] MARIA VALTORTA, L’Evangelo come mi è stato rivelato, Ed. CEV, Isola del Lire

[2] Titolo voluto da Gesù, MARIA VALTORTA, Quadernetti N° 48,1).

[3] Matteo, Marco, Luca, Giovanni.

[4] Quest’Opera è manifestazione, rivelazione, venuta del FIGLIO DELL’UOMO,

in compimento della Sua profezia: “La venuta del Figlio dell’Uomo sarà come nei giorni di Noè e di Lot. Così sarà il tempo in cui il Figlio dell’Uomo si rivelerà” (Mt 24,37-40; Lc 17,26-30). La Malvagità di oggi ha superato la Malizia di quel tempo, fedelmente Gesù ha compiuto la promessa. È con noi 

[5] 9 aprile 1946.  Poema: VI, 102 

[6] Così dice il Signore: “Enormi, orribili cose ha commesso la vergine di Israele… Il mio popolo mi ha dimenticato; essi offrono incenso a un idolo vano. Così hanno inciampato nelle loro strade, nei sentieri di una volta, per camminare su viottoli, per una via non appianata. Il loro paese è una desola- zione, un oggetto di scherno perenne. Chiunque passa ne rimarrà stupito e scuoterà il capo. Come fa il vento d’oriente io li disperderò davanti al loro nemico. Mostrerà loro le spalle e non il volto nel giorno della loro rovina” (Ger 18,13-17). E altrove dice il Signore: “Figlia del mio popolo, vestiti di sacco e rotolati nella polvere. Fa’ lutto come per un figlio unico, lamentati amaramente, perché piomberà improvviso il distruttore su di noi! Io ti ho posto come saggiatore fra il mio popolo, perché tu conoscessi e saggiassi la loro condotta. Essi sono tutti ribelli, spargono calunnie, tutti sono corrotti. Il mantice soffia con forza, il piombo è consumato dal fuoco; invano si vuol raffinarlo a ogni costo, le scorie non si separano. Scoria di argento si chiamano, perché il Signore li ha rigettati” (Ger 6,26-30).

[7] Dice il profeta: “Io sono sceso nella bottega del vasaio ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pareva giusto” (Ger 18,3-4).

[8]  “Forse non potrei agire con voi, casa di Israele, come questo vasaio? Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele” (Ger 18,6).

[9]   “Talvolta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di sradicare, di abbattere e di distruggere; ma se questo popolo, contro il quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di fargli. (Ger 18,7-8).

[10]  “Ecco preparo contro di voi una calamità e medito contro di voi un progetto. Su, abbandonate la vostra condotta perversa, migliorate le vostre abitudini e le vostre azioni. Ma essi diranno: “E inutile, noi vogliamo seguire i nostri progetti; ognuno di noi agirà secondo la caparbietà del suo cuore malvagio” (Ger 18,11-12).

[11] “Altra volta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di edificare e di piantare; ma se esso compie ciò che è male ai miei occhi non ascoltando la mia voce, io mi pentirà del bene che avevo promesso di fargli” Ger 18,9-10

[12]  “Tu poi, spezzerai la brocca sotto gli occhi degli uomini che saranno venuti con te e riferirai loro: Così dice il Signore egli eserciti: Spezzerò questo popolo e questa città, così come si spezza un vaso di terracotta, che non si può più accomodare…” (Ger 19,10-11).

[13] “… Terminate queste parole, si avvicinò un Giudeo alla vista di tutti per sacrificare sull’altare in Modin secondo il devoto del re. Ciò vedendo Matatia arse di zelo; fremettero le sue viscere ed egli ribollì di giusto sdegno. Fattosi avanti di corsa, lo uccise sull’altare; uccise nel medesimo tempo il messaggero del re, che costringeva a sacrificare, e distrusse l’altare. Egli agiva per zelo verso la legge” (1 Maccabei 2,23-26).

[14] < cioè: di S. Giovanni Battista. Mt 14,3-12; Mc 6,17-29; Lc 3, 19-20 >

[15] “O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? (Atti 7,51-52). “Alcuni furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. Altri, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – di loro il mondo non era degno! – vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra” (Eb 11,35-38). Da questi ed altri passi biblici appare che svariati furono i Profeti i quali conclusero in martirio la vita terrena per esempio Zaccaria. Isaia. Geremia. Ezechiele. Amos.

[16] Pascur figlio di Immèr, sacerdote e sovrintendente-capo del tempio, udì Geremia predire tutte queste cose. Pascur fece fustigare il profeta Geremia e quindi lo mise in ceppi nella prigione che si trovava presso la porta superiore di Beniamino, nel tempio del Signore.  Quando poi il giorno dopo Pascur fece liberare dai ceppi Geremia, questi gli disse: “Il Signore non ti chiama più Pascur, ma Terrore all’intorno” (Ger 20,1-6).

[17] Il Signore mi mostrò due canestri di fichi posti davanti al tempio. Un canestro era pieno di fichi molto buoni, come i fichi primaticci, mentre l’altro canestro era pieno di fichi cattivi, così cattivi che non si potevano mangiare… “Come si ha riguardo di questi fichi buoni, così io avrò riguardo, per i loro bene dei deportati di Giuda… Come invece si trattano i fichi cattivi, che non si possono mangiare tanto sono cattivi così io farò di Sedecia re di Giuda, dei suoi capi e del resto di Gerusalemme, ossia dei superstiti in questo paese” (Ger 24,1-10)

[18] Esodo 12,1-14 

[19] Vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: “Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi” (Ap 7,2-3).

[20] “… La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra”. Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato. Caino si allontanò dal Signore (Gen 4,1-16).

[21] “Avvicinatevi, voi che dovete punire la città, ognuno con lo strumento di sterminio in mano”. In mezzo a loro c’era un altro uomo, vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco. Il Signore chiamò l’uomo vestito di lino e gli disse: “Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono”. Agli altri disse: “Seguitelo attraverso la città e colpite! Il vostro occhio non perdoni, non abbiate misericordia. Vecchi, giovani, ragazze, bambini e donne, ammazzate fino allo sterminio: solo non toccate chi abbia il tau in fronte; cominciate dal mio santuario!” (Ez 9,1-7).

[22] VANGELO SECONDO LUCA: Dopo che ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo (Lc 11,37).

[23] “Il Cristo, come Dio e come Santo dei Santi, penetrava nelle coscienze, vedeva e conosceva i loro riposti segreti (introspezione perfetta); come Uomo, conosceva, solo secondo il modo umano, le persone e i luoghi, quando il Padre suo e la sua propria natura divina non giudicavano essere utile il conoscere luoghi e persone senza chiedere” (Poema dell’Uomo – Dio. 2° volume, pag. 118, nota 7,)

[24] 10 aprile 1946.  Poema: VI, 103 

[25] VANGELO SECONDO LUCA: Egli entro (nella casa del fariseo) (Lc 11,37)

[26] Deuteronomio 27,15

[27] Giuditta si alzò dalla prostrazione, si tolse il sacco di cui era rivestita, depose le vesti di vedova, poi lavò con acqua il corpo e lo unse con profumo denso; spartì i capelli del capo e vi impose il diadema. Poi si mise gli abiti da festa, che aveva usati quando era vivo suo marito Manàsse. Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccialetti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affascinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista (Giuditta 10,1-4). Quando ebbe finito di pregare, Ester si tolse le vesti da schiava e si coprì di tutto il fasto del suo grado. Divenuta così splendente di bellezza… si presentò al re Assuero (Ester 5,1)

[28] VANGELO SECONDO LUCA: E si mise a tavola (Lc 11,37).

[29] “Perché le genti congiurano, perché invano cospirano i popoli? Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia. Egli mi ha detto: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (Sal. 2,1-2.7); 15; 21; 44; 71; 109; Isaia 2,1-5; 4,2-3; 7,10-25; 9,1-6; 11,1-16; 37,30-32; 42,1-9; 49,1-26; 50,4-11; 53,12

[30] Il Signore dice per voca di Sofonia: “Guai alla città ribelle e contaminata, alla città prepotente! I suoi capi in mezzo ad essa sono leoni ruggenti, i suoi giudici sono lupi della sera, che non hanno rosicchiato dal mattino. I suoi profeti sono boriosi, uomini fraudolenti. I suoi sacerdoti profanano le cose sacre, violano la legge” (Sof. 3,1-4). I profeti esaltati, uomini senza fede e fraudolenti sono i falsi profeti e quindi non c’è base di appoggio sulle parole che vengono dai falsi profeti. Ma se dovessimo, da questa profezia concludere che i profeti di tutti i tempi sono fraudolenti, dovremmo dire che Dio ha tratto in inganno il suo popolo e ciò è impossibile.

[31] “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: ‘Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa’” (Sofonia 3,14-18).

[32] “L’infamia mi sta sempre davanti e la vergogna copre il mio volto per la voce di chi insulta e bestemmia, davanti al nemico che brama vendetta” (Sal 44,16-17). “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? … Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: ‘Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico’” (Sal 22,2.7-9). 

[33] “Perciò aspettatemi – parola del Signore – quando risorgerò per accusare, perché ho decretato di adunare le genti, di convocare i regni, per riversare su di essi la mia collera, tutta la mia ira ardente: poiché dal fuoco della mia gelosia sarà consumata tutta la terra” (Sofonia 3,8).

[34]  “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire… egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti… Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo” (Isaia 53,3-8).

[35] “Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà sé stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza” (Isaia 53,10-11).

“Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non rimanessi nella tomba” (Sal 30,4). “Ma Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dal potere della morte” (Sal 49,16). “Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,9-11).

[36] Intangibile perché spirituale e rovente come il fuoco: “Ecco viene. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento…” (Ml 3,2-3.19).

[37] “Maledetto chi uccide il suo prossimo in segreto!” (Dt 27,24)

[38] “Maledetto chi accetta un regalo per condannare a morte un innocente! (Dt 27,25).

[39] L’Halascia, l’Haggadha e i Midrasciot sono i commentari rabbinici della Bibbia: Lc 11,51

[40] “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerò nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’al- leanza, che voi sospirate” (Ml 3,1); Mc 1,2

[41] VANGELO SECONDO LUCA: Il fariseo si meravigliò che (Gesù) non avesse fatto le abluzioni prima di pranzo (Lc11,38).

[42] VANGELO SECONDO LUCA: Allora il Signore gli disse: “Voi farisei purificate l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità” (Lc 11,39).

[43] VANGELO SECONDO LUCA: “Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo” (Lc 11,40-41)

[44] VANGELO SECONDO LUCA: “Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta, della rota e di ogni erbaggio, e poi trasgredite la giustizia e l’amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le altre” (Lc 11,42).

[45] VANGELO SECONDO LUCA: “Guai a voi perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo” (Lc 11,44).

[46] VANGELO SECONDO LUCA: Uno dei dottori della legge intervenne: “Maestro, dicendo questo, offendi anche noi” (Lc 11,45).

[47] VANGELO SECONDO LUCA: Egli rispose: “Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!” (Lc 11,46).

[48] VANGELO SECONDO LUCA: “Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi date testimonianza e approvazione alle opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite loro i sepolcri. Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò a loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno; perché sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione” (Lc 11, 47-51).

[49] VANGELO SECONDO LUCA: “Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito” (Lc 11,52).

[50] VANGELO SECONDO LUCA: Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo ostilmente e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca (Lc 11,53-54).

[51] 11 aprile 1946.  Poema: VI, 104 

[52] “Offri il dolore per la redenzione degli uomini…Dio si è fatto Uomo per aiutare gli uomini. Ma gli uomini possono aiutare Dio. Le opere dei giusti saranno unite alle mie nell’ora della Redenzione. Dei giusti morti da secoli, viventi o futuri. Tu unìscivi le tue da ora. È così bello fondersi alla Bontà infinita, aggiungervi ciò che possiamo dare della nostra bontà limitata, e dire: “Io pure coopero, o Padre, al bene dei fratelli”

[53] “Ora vengo e passo senza sostare. Vado al mio destino che mi incalza. Dio e l’uomo mi spronano, e non posso più sostare. Mi pungola l’amore e mi pungola l’odio”.

[54] Altrove disse: “… Pregate per Me. Avrò bisogno delle vostre preghiere… Saranno carezze… Saranno professioni di amore… Saranno aiuti” Poi spiega: “Pregare è ricordarsi di un essere, sia esso Dio o prossimo. Ricordarsi di uno vuol dire: amare quell’uno. Io avevo desiderio d’amore e di conforto per tutto l’odio che mi circondava. Anche ora ho desiderio che gli uomini si ricordino di pregare perché il mondo mi ami per avere salute”

[55] < La scrittrice di quest’Opera, Maria Valtorta, negli ultimi anni della sua vita, quando ormai sembrava divenuta assente e non profferiva se non poche parole o frasi macchinalmente, di tanto in tanto esclamava, in qualsiasi ora del giorno, anche più volte di fila: “Oh, che sole che c’è qui!” Nessuno capì mai cosa intendesse dire. Forse se ne può intuire o congetturare il significato alla luce dell’esclamazione, qui riferita, di Maria Maddalena, per la quale il Sole era Gesù >.

[56] 17 maggio 1944.  Poema: VI, 105 Dice Gesù: «Metterete qui la visione di Gesù e il mendico sulla via di Gerico, avuta il 17-5-44, e subito dopo quella della conversione di Zaccheo, avuta il 17 luglio 1944».

[57]  “Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno che avrete portato il covone da offrire con il rito di agitazione, conterete sette settimane complete (festa delle settimane). Conterete cinquanta giorni (Pentecoste) fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione” (Levitico23,15). “Osserverai la festa della mietitura, delle primizie dei tuoi lavori, di ciò che semini nel campo; la festa del raccolto, al termine dell’anno, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi” (Es.23,16). “Offrirete in olocausto di soave odore al Signore un giovenco, un ariete, sette agnelli dell’anno senza difetti, un capro espiatorio, dodici decimi di fior di farina intrisa in olio, oltre l’olocausto perpetuo e la sua oblazione” (Numeri 28,26-31). “Celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò in cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto. Gioirai davanti al Signore tuo Dio” (Dt 16,9-12) Atti 2,1

[58] “Contro due popoli sono irritato, il terzo non è neppure un popolo: quanti abitano sul monte Seir e i Filistei e lo stolto popolo che abita in Sichem” (Sir 50,25-26). Cioè i samaritani. Perciò erano odiati perché scismatici, idolatri da cancellare dalla faccia della terra.

[59] 17 luglio 1944.  Poema: VI, 106 

[60] VANGELO SECONDO LUCA: Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là (Lc 19,1-4).

[61] VANGELO SECONDO LUCA: Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da un peccatore!” (Lc 19,5-7).

[62] VANGELO SECONDO LUCA: Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto” (Lc 19,8).

[63] VANGELO SECONDO LUCA: Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza, è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,9-10).

[64] 18 luglio 1944.  Poema: VI, 107 

[65] Il caso non esiste, è solo una parola cognata dall’uomo per giustificare la propria ignoranza; ma nel linguaggio del Signore, quando si tratta del bene, ha un senso preciso: intervento dello spirito del Signore, come risulta dalla risposta del Signore all’archisinagogo nella scelta dei rotoli: “Dài a caso. Lo Spirito del Signore guiderà la scelta per il bene di questo popolo”.

[66] 13 aprile 1946.  Poema: VI, 109 

[67] 2 ottobre 1944.  Poema: VI, 110 Dice Gesù: «E qui metterete la visione: “Gesù in un paesello della Decapoli” del 2-10-44, e poi l’altra: “L’indemoniato della Decapoli” del 29-9-1944».

[68] “Nelle generazioni future nessun uomo della tua stirpe, che abbia qualche deformità, potrà accostarsi ad offrire il pane del suo Dio” (Levitino 21,16-24).

[69] 29 settembre 1944.  Poema: VI, 111 

[70] Il Signore disse a Mosè: “… alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto…”. Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; Le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra” (Es 14,15.21).

[71] Appena i portatori dell’arca furono arrivati al Giordano e i piedi dei sacerdoti che portavano l’arca si immersero al limite delle acque si fermarono le acque che fluivano dall’alto e stettero come un solo argine a grande distanza, mentre quelle che scorrevano verso il Mar Morto, se ne staccarono completamente e il popolo passò di fronte a Gerico (Giosuè 3,14-17).

[72] Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Genesi 2,18-25)

[73] Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una giovane schiava, che aveva uno spirito di divinazione e procurava molto guadagno ai suoi padroni facendo l’indovina. Essa seguiva Paolo e noi gridando: “Questi uomini sono servi del Dio Altissimo e vi annunziano la via della salvezza”. Questo fece per molti giorni finché Paolo, mal sopportando la cosa, si volse e disse allo spirito: “In nome di Gesù Cristo ti ordino di partire da lei” E lo spirito partì all’istante (Atti 16,16-18). Lo spirito di divinazione: alla lettera: “spirito pitone”. Così era detto in ricordo del serpente Pitone dell’oracolo di Delfi.

[74] Il Signore Dio disse al serpente: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15)

[75] 22 aprile 1946.  Poema: VI, 112 

[76] VANGELO SECONDO LUCA: Nel frattempo, radunatasi migliaia di persone che si calpestavano a vicenda. Gesù cominciò a dire anzitutto ai discepoli: “Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia” (Lc 12,1).

[77]  “Ci siamo saziati nelle vie del male e della perdizione; abbiamo percorso deserti impraticabili, ma non abbiamo conosciuto la via del Signore. Che cosa ci ha giovato la nostra superbia? Che cosa ci ha portato la ricchezza con la spavalderia? Tutto questo è passato come ombra e come notizia fugace” (Sap. 5,6-9; Sap 2,1.4-5);

[78] “L’empio è preda delle sue iniquità, è catturato con le funi del suo peccato. Egli morirà per mancanza di disciplina, si perderà per la sua grande stoltezza” (Pr 5,22-23)

[79] VANGELO SECONDO LUCA: “Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui teti. (Lc 12,2-3).

[80] VANGELO SECONDO LUCA: “A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui (Lc 12,4-5).

[81] VANGELO SECONDO LUCA: Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri” (Lv 12,6-7).

[82] VANGELO SECONDO LUCA: “Inoltre vi dico: Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio” (Lc 12,8-9).

[83] VANGELO SECONDO LUCA: “Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire” (Lc 12,11-12).

[84] 24 aprile 1946.  Poema: VI, 113 

[85] VANGELO SECONDO LUCA: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,7-10).

[86] 25 aprile 1946.  Poema: VI, 114 

[87] VANGELO SECONDO LUCA: “Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai” (Lc 17,3-4).

[88] 27 aprile 1946.  Poema: VI, 115 

[89] “V’è forse dominio e paura presso Colui che mantiene la pace nell’alto dei cieli? Si possono forse contare le sue schiere? E sopra chi non sorge la sua luce? (Giobbe 252-4); “O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra” (Sal 8,10); “Con te mi lancerò contro le schiere, con il mio Dio scavalcherò le mura” (18,30); 92; 103; 146-147; Pro. 8,22-31; Sir 42,15-43,37

[90] < in calce > Nota. Può dire “tutti” perché l’Iscariota non è presente, e degli apostoli solo l’uomo di Keriot si dannò >, come disse il Signore: “… Ma per uno nullo sarà il Sangue e nullo il Fuoco. Poiché il Sangue avrà avuto per lui potere di dannazione e in eterno conoscerà un altro fuoco in cui arderà eruttando sangue e inghiottendo sangue, chè sangue vedrà ovunque poserà il suo occhio mortale o il suo occhio spirituale dal momento che avrà tradito il sangue di un Dio” (VdRD Vol 14 n.361,41).

[91] Disse Gesù: “L’altra vita è attesa beata per i giusti, attesa paziente per i penanti, attesa orrenda per i dannati. Per i primi nel Limbo, per i secondi nel Purgatorio, per gli ultimi nell’Inferno” 2 Maccabei 12,38-46: Le precisazioni per i defunti, ricordate in questi libri suppongono l’esistenza di anime non proprio e soltanto in attesa della apertura della porta del Cielo ma capaci e bisognose di purificazione.

[92] Vecchio per età ma che si vede tra i discepoli per la prima volta.

[93] 30 aprile 1946.  Poema: VI, 116 

[94] 1 maggio 1946.  Poema: VI, 117 

[95] 2 maggio 1946.  Poema: VI, 118 

[96] <per esperienza umana, la quale dipende anche dalla libera volontà degli uomini >

[97] 4 maggio 1946.  Poema: VI, 119 

      [98] < … La dottrina che ne risulta può venir condensata ed espressa cosi: a) è Dio che ha donato e dona all’uomo la volontà libera, cioè il libero arbitrio, e lo rispetta; b) è Dio che dà al libero arbitrio la forza per volere, e con aiuti soprannaturali lo aiuta a voler il bene; c) ma il volere di fatto il bene o il male dipende dall’uomo, cioè dal libero arbitrio che liberamente sceglie ed eseguisce il bene o il male, meritando per la vita eterna nel primo caso, demeritando nel secondo. Basta ricordare un piccolo brano del dialogo tra Gesù e Giuda: “… Io sono Dio e rispetto il tuo libero arbitrio. Ti darò le forze per giungere a “volere”. Ma volere non essere schiavo deve venire da te” >

[99] 6 maggio 1946.  Poema: VI, 120 

[100] 16 giugno 1944.  Poema: VI, 121.  Dice Gesù: «E qui metterete la visione del 16 giugno 1944: Gesù, il nido caduto e il Fariseo». […] Più tardi, ore 10,30.

      [101] “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro…” (Es 20,8).

[102] Dt 22,1-2

[103] Dt 22,4

[104] Dt 22,6

[106] 6 maggio 1946.  Poema: VI, 123 

[107] 8 maggio 1946.  Poema: VI, 124 

[108] Ger. 36,1-32

[109] Dice il Signore: “Questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne? (Is 58,4-7). 

[110] 9 maggio 1946.  Poema: VI, 125 

[111] “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa” Cantico dei Cantici (Cc) 4,12

[112] “Sono cresciuta come una palma in Engaddi, come le piante di rose in Gerico, come ulivo maestoso nella pianura” (Siracide 24,18); “ascoltatemi, figli santi, e crescete come una pianta di rose su un torrente” (Sir 39,17)

[113] “Come un giglio fra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle” (Cc 2,2)

[114] “Giardino chiuso, fontana sigillata” (Cc 4,12)

[115] “Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano” (Cc 4,15)

[116] “Tu mi hai rapito il cuore sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo” (Cc 4,9). “Quanto sono suovi le tue carezze, quanto più deliziose del vino le tue carezze” (Cc 4,10); 5,1

[117] Disse Gesù: “La cosa dunque che è avvenuta è che Egli (Dio) abbia mandato il suo Verbo per salvare e redimere il Mondo. Dio che si separa da Dio per salvare la creatura colpevole”. Non esiste separazione senza privazione. Quindi se Dio Padre si è separato da Dio Figlio per mandarlo a noi è giusto affermare che Dio, per amore, si è privato della sua compiacenza. E questo per due volte, essendo vero che Gesù e Maria sono le compiacenze di Dio.

[118] “Una vigna aveva Salomone in Baal-Hamòn; egli affidò la vigna ai custodi; ciascuno gli doveva portare come suo frutto mille sicli d’argento. La vigna mia, proprio mia, mi sta davanti: a te, Salomone, i mille sicli e duecento per i custodi del suo frutto!” (Cc 8,11-12).

[119] Gesù, come uomo, conosceva, solo secondo il modo umano, le persone e i luoghi, quando il Padre suo e la sua propria natura divina non giudicavano essere utile il conoscere luoghi e persone senza chiedere.

[120] 10 maggio 1946.  Poema: VI, 126 

      [121] Erba saponaria di cui si servivano i lavandai per pulire a fondo i panni, come dice Geremia: “Anche se ti lavassi con la soda e usassi molta potassa, davanti a me resterebbe la macchia della tua iniquità” (Ger.2,22).

[122] 13 maggio 1946.  Poema: VI, 127 

[123] 14 maggio 1946.  Poema: VI, 128 

[124] La prima moglie di Giacobbe dalla quale ebbe due figli Giuseppe e Beniamino. Morì a Betlemme dando alla luce Beniamino: (Gen 29,15-35).

[125] Iefte fece voto al Signore e disse: “Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, la persona che uscirà per prima dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso sarà per il Signore e io l’offrirò in olocausto”. Il Signore glieli mise nelle mani. Dopo la vittoria Iefte tornò a casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con timpani e danze. Era l’unica figlia. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: “Figlia mia, tu mi hai rovinato! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi”. Essa gli disse: “Padre mio, se hai dato parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca…” (Giudici 10,6-12; 11,29-40).

[126] Anna moglie di Elkana. Era sterile, ma per mezzo della preghiera ottené un figlio da Dio; figlio che chiamò Samuele, fu profeta e l’ultimo Giudice d’Israele (1 Sam 1,1-4,1; Sir 46,16-23).

[127]  Ruth donna di Moab, rimasta vedova, divenne modello di fedeltà consacrando la sua vita a curare la sua suocera: “Dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te” (Rut 1,16-17). Benedetta da Dio divenne moglie di Booz personaggio importante nella genealogia del Messia.

[128] Tobia, detto Tobi, padre di Tobiolo, fu modello di pietà fata, più che di meditazioni e contemplazioni, di buone opere: elemosina, sepoltura dei morti, dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, pagamento delle decime ecc (Tobia capitoli 1 e 4).

[129] Tobiolo figlio di Tobi, giovane pieno di timor di Dio, meritò di avere per compagno di viaggio l’arcangelo Raffaele, e fu modello di matrimonio religioso (Tobia dal capitolo 5 al 12).

[130] Sir 45,1-6

[131] Genesi 17,1-4; Isaia 6,1-5

[132] “a mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d’Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero nel carcere sotterraneo, e tutti i primogeniti del bestiame. Un rande grido scoppiò in Egitto, perché non c’era casa dove non ci fosse un morto!” (12,2930).

[133] Dice il Signore: “Tornerò a Sion e dimorerò in Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà e il monte del Signore monte santo… Io salvo il mio popolo li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme… Riprendano forza le vostre mani. Voi in questi giorni ascoltate queste parole della bocca dei profeti; oggi vien fondata la casa del Signore degli eserciti con la ricostruzione del tempio”. (Zc 8,3.8-9; 9,9-10). Sal 2;15;21;44; 71.

[134] 15 maggio 1946.  Poema: VI, 129 

[135] 16 maggio 1946.  Poema: VI, 130 

[136] 20 maggio 1946.  Poema: VI, 131 

[137] “Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue mani e le sue stesse opere la lodino” (Pr 31-30). 

[138] Giuditta era rimasta nella sua casa in stato di vedovanza ed erano passati già tre anni e quattro mesi. Si era fatta preparare una tenda sul terrazzo della sua casa, si era cinta i fianchi di sacco e portava le vesti delle vedove. Da quando era vedova digiunava tutti i giorni, eccetto le vigilie dei sabati e i sabati, le vigilie dei novilumi e i novilumi, le feste e i giorni di gioia per Israele. Ornata dal dono di Fortezza, rischiando la propria vita, tagliò la testa di Oloferne generale supremo del esercito siro che in quella occasione assediava Betulla. (Giuditta capitoli dal 8 al 13)

[139]  Sisara, sconfitto, fuggi a piedi verso la tenda di Giaele. Entrato in casa le disse: “Sta’ all’ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti dicendo: “C’è qui un uomo?”, dirai: “Nessuno”. Ma Giaele, moglie di Eber, prese un picchetto della tenda, prese in mano il martello, venne pian piano a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì (Giudici 4,17-21).

[140] Il martirio dei sette fratelli (2 Maccabei cap. 7).

[141] 21 maggio 1946.  Poema: VI, 132 

[142] Mt 13,53-58; Mc 6,1-6.

[143] Lc 4,16-30.

[144] Mt 11,20-24.

[145] Lc 13,34-35.

[146] Lc 19,41-44.

[147] 22 maggio 1946.  Poema: VI, 133 

[148] < cioè: Se giudicassi in base alle tue parole e al tuo sconvolgimento, e quindi secondo le apparenze umane, sarei indotto a credere che tu avessi fatto cose ben più gravi… >

[149] Nella scrittura quando si parla di angeli si tratta o dell’angelo del Signore, in quanto non è distinto da Lui, ma ne è la sua manifestazione visibile, come il caso di Mose nell’Oreb: “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Mosè guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava… e Dio lo chiamò dal roveto” (Es 3,1ss), o si tratta di esseri spirituali purissimi creati da Dio, distinti da Lui, che vengono inviati da Lui sulla terra, generalmente ad annunciare e beneficare, insegnare, guidare, salvare, a volte a punire. Nel caso presente l’Angelo salvatore è Gesù, come affermano le donne: «Tu ci hai salvati! Tu sempre presente dove dei fedeli credo­no in Te!»  

[150] 23 maggio 1946.  Poema: VI, 134 

[151] Gamaliele, parlando al Sinedrio, disse: “Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s’erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch’egli perì e quanti s’erano lasciati persuadere da lui furono dispersi” (Atti 5,36-37).

[152] “… E anche a te una spada di dolore trafiggerà l’anima” (Lc 2,35).

[153] 25 maggio 1946.  Poema: VI, 135 

[154] 30 maggio 1946 (Ascensione).  Poema: VI, 136 

[155] Offrire suffragi per i morti era una pratica che risaliva ai Macabri, infatti Giuda Macabro mandò collette a Gerusalemme perché “fosse offerto un sacrificio espiatorio” per i caduti in guerra. “Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” (2 Maccabei 12,44-45). 

[156] L’amore a Dio e al prossimo è regolato da un solo comandamento: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. (Lc 10,27; Dt 6,5; Lv 19,18).  

[157] “La carità non avrà mai fine” (1 Cor 13,8).

[158] “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui (1 Gv 4,16). “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1 Gv 4.7-8).

[159] Allora l’uomo disse: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Genesi 2,23-24).

[160] < Espressione da intendersi alla luce del paragone sponsale inserito nel contesto: come Eva sposa era come della carne di Adamo suo sposo e formava con lui una sola carne, così la Carità è spirito dello Spirito di Dio e forma con lui un solo Spirito. In una parola, il testo vuole affermare che la Carità e Dio sono una sola cosa, come e più che una sposa con il suo sposo. Vedi un simile paragone in: 1 Corinti 6,15-17 >

[161] Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: “Ho acquistato un uomo dal Signore”. Poi partorì ancora suo fratello Abele. Gen 4,1-2) 

[162] “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25,34). “Una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Efesini 4,6). 

[163] Il Paradiso, è quello stato, ove le anime, pure da ogni macchia, godono della visione immediata di Dio: “Miei cari, già fin da ora siamo figli di Dio, ma non è ancora stato mostrato quel che saremo. Sappiamo che quando apparirà, saremo simili a Lui, poiché lo vedremo come Egli è” (1Gv 3,1-2). Il Paradiso è ricompensa: “Ormai è riservata a me la corona della giustizia, che mi darà il Signore in quel giorno, lui che è giusto giudice” (2 Tim 4,8). È ricompensa proporzionata ai meriti: “Ognuno riceverà la ricompensa, secondo la propria fatica” (1 Cor 3,8). “Il Figlio dell’uomo renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Mt 16,27).

[164]  L’inferno è quello stato in cui sono tormentate, subito dopo la morte, le anime di coloro che lasciano la terra in peccato mortale: “Luogo tenebroso coperto dalla caligine di morte, regione della miseria e delle tenebre, ove regna l’ombra di morte, il disordine e l’orrore perpetuo” (Giobbe 10,20-21). “Se la tua mano ti scandalizza, troncala; è meglio per te entrare monco nella vita, che, avendo due mani, andare all’inferno in un fuoco inestinguibile, dove il loro verme non muore il fuoco non si spegne” (Mc 9,42-43). “Via da me, maledetti, al fuoco eterno, che fu preparato per il diavolo e per i suoi angeli… E andranno questi all’eterno supplizio” (Mt 25,41-46). L’inferno è la mercede dell’iniquità: “Ma questi, come animali irragionevoli, nati per natura a essere presi e distrutti, mentre bestemmiano quel che ignorano, periranno nella propria corruzione, ricevendo la mercede dell’iniquità, essi che stimano come grande soddisfazione i piaceri effimeri. Questi sono fontane senz’acqua e nebbie sbattute dai turbini, ed essi è riservata la caligine tenebrosa” (2 Pt 2,12-17). “Badate e non errare: né fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né quelli che peccano contro natura, né i ladri, né gli avari, né i dediti all’ubriachezza, né i maldicenti, né i rapaci, avranno l’eredità del Regno di Dio” (1Cor 6,9-10).

[165] Il Limbo è quello stato in cui le anime degli abortivi, dei bambini senza battesimo e dei giusti pagani o virtuosi delle religioni non cristiane, attendono la manifestazione “del Santo del Verace di Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre” (Ap 3,7), per entrare nella vita eterna per mezzo di Lui che disse: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Rito per battezzare bambini abortivi o nati morti: si recita un Credo poi si ripete: “Bambini che siete stati uccisi nel seno materno di note  o di giorno, bambini che siete nati morti di notte o di giorno, affinché possiate entrare nella vita eterna per mezzo di Gesù Cristo, con il nome che la Ss.ma Trinità vi conceda avere,  (per fede si fa il gesto di spargere  verso i quattro punti cardinali, dicendo) io vi battezzo con la mistura del sangue di Gesù e le lacrime di Maria, nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito santo. Amen! Poi si recita un Padre nostro, un’Ave Maria e un Gloria al Padre! 

[166] Il Purgatorio è lo stato spirituale, dove le anime di coloro che sono morti in grazia ma con imperfezioni e pene temporali da scontare per i peccati gravi perdonati, espiano e si purificano prima di salire in Paradiso: “Mettiti d’accordo presto col tuo avversario, mentre sei per via con lui, perché egli non ti consegni al giudice e questo alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo! (Mt 5,25-26). “Ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco” (1 Cor 3,10-16).  

[167] Senza dubbio si richiede un’azione sopra naturale per esser degni di conseguire, cioè per meritare, un premio sopra naturale. È chiaro quindi che l’umana natura, per di più indebolita dal peccato che la spinge al male, nonostante l’aiuto della Grazia di Dio deve compiere, se ne avveda o no, uno sforzo per porre un’azione meritevole di un sì gran premio qual è il Paradiso: “Il Regno dei Cieli soffre violenza e coloro che violentano sé stessi se ne impadroniscono” (Mt 11,12).  “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!” (Mt 7,13-14; Lc 13,22-24; 16,16).

[168] Azioni meritorie. L’espressione: “E così via” indica chiaramente che molte altre sfumature e numerosi altri esempi potrebbero venir addotti. Un suggerimento o regola generale, secondo cui ogni azione umana può diventare meritoria del Paradiso, senza dubbio con un certo sforzo da parte di chi la pone, trovasi in: “Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Corinti 10,31); “E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre” (Col 3,17).

[169] 3 giugno 1946.  Poema: VI, 137 

 

[170] Dio non violenta la volontà libera dell’uomo, come dice di un giovane che volontariamente si lascia possedere di satana: «Perché adesso ha accolto in sé un demonio intelligente. Prima egli era albergo preso di forza da legione di demoni. Ma mancava in lui il consenso ad averli. Ora la sua intelligenza ha voluto Satana, e Satana ha messo in lui una forza demoniaca intelligente. Contro questa seconda possessione nulla posso. Dovrei violentare la volontà libera dell’uomo».

[171] 4 giugno 1946.  Poema: VI, 138 

[172] 22 giugno 1946.  Poema: VI, 139 

[173] Tutto il discorso di Isaia si trova in 2 Re 19,20-34.

[174]  “Siccome infuri contro di me e la tua arroganza è salita ai miei orecchi, ti porrò il mio anello alle narici e il mio morso alle labbra; ti farò tornare per la strada, per la quale sei venuto” (2 Re 19,28).

[175] Sennacherib re d’Assiria levò le tende, fece ritorno e rimase a Ninive. Mentre pregava nel tempio di Nisroch suo dio, suoi figli l’uccisero di spada, mettendosi quando al sicuro nel paese di Ararat (2 Re 19,36-37).

[176] L’uomo crudele tormenta la sua stessa carne (Pro 11,17).

[177] <cioè, come appare dal contesto: Io non approvo con le parole e coi fatti>

[178] Salmo 51,1-21

[179] 1 Cronache 22,8-10

[180] Geremia 5,1-31 (fare sintesi)

[181] “Perché ti dovrei perdonare? I tuoi figli mi hanno abbandonato, hanno giurato per chi non è Dio. Io li ho saziati ed essi hanno commesso adulterio, si affollano nelle case di prostituzione. Sono come stalloni ben pasciuti e focosi: ciascuno nitrisce dietro la moglie del suo prossimo. Non dovrei forse punirli per questo? E di un popolo come questo non dovrei vendicarmi? Salite sui suoi filari e distruggeteli, compite uno sterminio; strappatene i tralci, perché non sono del Signore. Poiché, certo, mi si sono ribellate la casa di Israele e la casa di Giuda”. Hanno rinnegato il Signore, hanno proclamato: “non è Lui!” (Ger 5,7-12).

[182] “Non verrà sopra di noi la sventura, non vedremo né spada né fame. I profeti sono come vento, la sua parola non è in essi” (Ger 5,12-13).

[183] Io pensavo: “Certo, sono di bassa condizione, agiscono da stolti, perché non conoscono la via del Signore, il diritto del loro Dio. Mi rivolgerò ai grandi e parlerò loro. Certo, essi conoscono la via del Signore, il diritto del loro Dio”. Ahimè, anche questi hanno rotto il giogo, hanno spezzato i legami! Per questo li azzanna il leone della foresta, il lupo delle steppe ne fa scempio, il leopardo sta in agguato vicino alle loro città, quanti ne escono saranno sbranati; perché si sono moltiplicati i loro peccati, sono aumentate le loro ribellioni (Ger 5,4-6).

[184] “Ma questo popolo ha un cuore indocile e ribelle; si voltano indietro e se ne vanno, e non dicono in cuor loro: “Temiamo il Signore nostro Dio che elargisce la pioggia d’autunno e quella di primavera a suo tempo, ha fissato le settimane per la messe e ce le mantiene costanti” (Geremia 5,23-24).

[185] 24 giugno 1946.  Poema: VI, 140 

[186] “Eppure tu (lucifero) pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso! (Is 14,13-15).

[187]  Chi comete il peccato è schiavo del peccato.

[188] L’uomo non ha saputo rimanere creatura di Dio e per mezzo del peccato diviene creatura e figlio del Demonio, anzi quasi immedesimato a lui, come disse Gesù per Giuda: “Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo” (Gv 6,70). L’uomo che per il peccato si unisce al diavolo si fa un solo spirito con lui e diventa impenitente perciò Dio non perdona.

[189] 25 giugno 1946.  Poema: VI, 141 

[190] 26 giugno 1946.  Poema: VI, 142 

      [191] questo Israelita sapeva che il Messia pur essendo Dio, non si sarebbe vantano della sua divinità; anzi, assumendo la condizione di servo avrebbe umiliato sé stesso facendosi obbediente e sottomesso al Padre fino alla morte e alla morte di croce (Cfr. filippesi 2,6-8).

[192] 27 giugno 1946.  Poema: VI, 143 

[193] Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse” (Col 3,19). “Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama sé stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa cristo con la Chiesa” (Ef 5,25-29). “Voi, mariti, trattate con riguardo le vostre mogli, perché il loro corpo è più debole, e rendete loro onore perché partecipano con voi della grazia della vita: così non saranno impedite le vostre preghiere” (1 Pt 3,7).

[194] “Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino” (Col 3,21).

[195] 1 Samuele 8,4-5

[196]  Educa tuo figlio e prenditi cura di lui, così non dovrai affrontare la sua insolenza (Pr. 30,13). Un cavallo non domato diventa restio, un figlio lasciato a sé stesso diventa sventato (Pr 30,8).

[197] Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta, per gioire di lui alla fine. Chi corregge il proprio figlio ne trarrà vantaggio e se ne potrà vantare con i suoi conoscenti. Chi ammaestra il proprio figlio renderà geloso il nemico (il diavolo), mentre davanti agli amici (i santi e giusti) potrà gioire (Pr 30,1-3).

[198] “Il Signore castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Es 34,7). Onore dei figli sono i loro padri (Pr 17,6) La gloria di un uomo dipende dall’onore del padre (Sir 3,11).

[199] “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto” (Ef 5,22-24).

[200] “…Anche se alcuni si rifiutano di credere alla parola, vengano dalla condotta delle mogli, senza bisogno di parole, conquistati considerando la vostra condotta casta e rispettosa” (1 Pt 3,1-2).

[201] “Il vostro ornamento non sia quello esteriore; cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio. Così una volta si ornavano le sante donne che speravano in Dio” (1 Pt 3,3,3-4)

[202] “Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita” (Pr. 31,10-12).

[203] “Chi si procura una sposa, possiede il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio. Dove non esiste siepe, la proprietà è saccheggiata, ove non c’è moglie, l’uomo geme randagio” (Sir 36,24-25). La moglie “Sorveglia l’andamento della casa; il pane che mangia non è frutto di pigrizia” (Sir 31,27)

[204] “Qualunque ferita, ma non la ferita del cuore; qualunque malvagità, ma non la malvagità di una donna. Preferirei abitare con un leone e con un drago piuttosto che abitare con una donna malvagia” (Sir 25,12.15).

[205] “È meglio abitare su un angolo del tetto che avere una moglie litigiosa e casa in comune” (Pr 21,9). “Meglio abitare in un deserto che con una moglie litigiosa e irritabile” (Pr 21,19) “I litigi della moglie sono come stillicidio incessante” (19,13)

[206] Beato il marito di una donna virtuosa (Sir 26,1). “La grazia di una donna allieta il marito, la sua scienza gli rinvigorisce le ossa. È un dono del Signore una donna silenziosa, non c’è compenso per una donna educata. Grazia su grazia è una donna pudica, non si può valutare il peso di un’anima modesta. Il sole risplende sulle montagne del Signore, la bellezza di una donna virtuosa adorna la sua casa” (Sir 26,13-116)

[207] la grazia di una donna allieta il marito Sir 26,13

[208] “i suoi figli sorgono a proclamarla beata e suo marito a farne l’elogio. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue mani e le sue stesse opere la lodino alle porte della città” (Pr 31,28.30-31).

[209] I figli assicurano un nome, ma più ancora sarà stimata una donna senza macchia (Sir 40,19)

[210] Dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo. Come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza (Sal 127,3-4)

[211] Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce (Is 40,6-7). “Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce. Così anche il ricco appassirà nelle sue imprese” (Gc 1,11). 

[212] “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Cor 2,9)

[213] Chi confida nella propria ricchezza cadrà; i giusti invece verdeggeranno come foglie (Pr 11,28). Chi ama l’oro non sarà esente da colpa, chi insegue il denaro per esso peccherà. Molti sono andati in rovina a causa dell’oro, è una trappola per quanti ne sono entusiasti, ogni insensato vi resta preso (Sir 31,5-7).

[214] “Figli, agite in modo da essere salvati. Il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli, ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati; chi riverisce la madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi riverisce il padre vivrà a lungo; chi obbedisce al Signore dà consolazione alla madre” (Pr 3,1-6).

 [215] “Chi teme il Signore rispetta il padre e serve come padroni i genitori” (Pr 3,7).

[216] ” Voi, figli obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore” (Col 3,20), “perché questo è giusto, perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra” (Ef 6,1-3).

[217] Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Chi abbandona il padre è come un bestemmiatore, chi insulta la madre è maledetto dal Signore (Sir 3,12-16)

[218] Il dovere dei domestici: “Il Figlio dell’uomo, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28): “Domestici, state soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili. È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, Lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia” (1 Pt 2,18-23).

Il dovere dei servi: “Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo” (Mt 20,26): “Voi, servi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni; non servendo solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che come ricompensa riceverete dal Signore l’eredità. Servite a Cristo Signore. Chi commette ingiustizia infatti subirà le conseguenze del torto commesso, e non v’è parzialità per nessuno” (Col 3,22-25).

Il dovere degli schiavi: “Colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo” (Mt 20,27): “Quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù, trattino con ogni rispetto i loro padroni, perché non vangano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. Quelli poi che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio, proprio perché sono credenti e amati coloro che ricevono i loro servizi” (1 Tm 6,1-3).

[219] 29 giugno 1946.  Poema: VI, 144 

[220] “Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo santo monte? (Salmo 15,1)

[221] “Colui che cammina senza colpa, agisce con giustizia e parla lealmente, non dice calunnia con la lingua, non fa danno al suo prossimo e non lancia insulto al suo vicino” (Sal 15,2-3)

[222] “Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore. Giurando al suo prossimo non inganna; presta denaro senza fare usura, e non accetta doni contro l’innocente” (Sal 15,4-5)

[223] “Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre” (Sal 15,5).

[224] Sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore… Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono (Es 19,16-19).

[225] “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13). “Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12,47).

[226] < Quel Dio che discese dal Cielo per salvarci, divenendo l’Uomo dei dolori, non cessò infatti di esser uno col Padre ch’è nei Cieli >

[227] 2 luglio 1946.  Poema: VI, 145. Prego scusare se questo quaderno è particolarmente scritto male. Sono episodi visti mentre ero fra morte e vita dopo l’infausto 2 luglio 1946… L’ho scritto stando stesa e con febbri altissime oltre… dolori altissimi…

[228] “O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete” (Isaia 55,1-3).

[229] Abramo si avvicinò al Signore che andava a distruggere Sodoma e Gomorra e gli disse: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? … forse là se ne troveranno dieci giusti”. Rispose: “Non la distruggerò per riguardo a quei dieci” (Gen 18,32).

[230] Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io – Sono mi ha mandato a voi” (Es 3,13-14). “Jahve” si può tradurre: “Io sono colui che sono”, “Io sono colui che è”, “Io sono l’esistente”.  “Io sono il Signore: questo è il mio nome; non cederò la mia gloria ad altri, né il mio onore agli idoli” (Is 42,8).

[231] 3 luglio 1946.  Poema: VI, 146 

[232] < Nella luce della dottrina del corpo Mistico, espressa nel contesto, si capisce bene in che senso la Madonna sia parte di Dio: cioè la porzione più eletta del mistico Corpo di Cristo > “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1 Cor 6,17).

[233] Elia camminò fino al monte di dio, l’Oreb. Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il signore gli disse: “Che fai qui, Elia?”. Egli rispose: “sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita”. Gli fu detto: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. (Re 19,8-13).

      [234] M.V fu ingiustamente privata della comunione eucaristica

[235] 8 luglio 1946.  Poema: VI, 147 

[236] < A Gesù, come Dio creatore, nulla poterono insegnare gli uccelli; insegnarono però a Lui come Uomo, nel senso che gli fornirono l’occasione di conoscere, anche per esperienza umana, tale semplicissimo modo di lavarsi. L’espressione perciò è esatta, così come è innegabile che la Madre Santissima gli abbia insegnato a parlare e a ravviarsi, e San Giuseppe a lavorare con le braccia >

[237] Dice Gesù: “Maria non deluderà il desiderio di Dio. Non lo ha mai deluso. Dalle richieste di amore totale a quelle di sacrificio totale Ella si è data e si darà” (VdRE. Vol 14 n.346,24) < La Madre, associandosi nel Sacrificio a suo Figlio, deve avere arrecato gran conforto alla santissima Umanità della Vittima (Lc 22,43) >

[238] Dice Gesù: “Il vero significato (del nome di Maria) comincerà ad apparire chiaro ai veri credenti e ai veri amorosi in un’ora tremenda di strazio, quando la Genitrice sarà suppliziata col suo Nato, quando la Redentrice redimerà col Redentore” (VdRE Vol 14 n.346,17). “Ostia con l’Ostia”.

[239] < Non certo perché ne sia costretta, ma per amore e riconoscenza verso il suo Capolavoro: Maria infatti è l’amorosissima, e quindi perfettissima, Figlia, Sposa, Madre di Dio, Cooperatrice nell’opera dell’umano riscatto, perenne Interceditrice presso il Buonissimo per il vero bene della intera umanità >

[240] Isaia 40,1-5

[241] “Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati” (Is 40,1).

[242] Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato” (Is 40,3-5)).

[243] Si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. (Mc 1,2-4).

[244] Isaia 40,6-7

[245] Is 40,8

[246] “Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti” (Is 61,1-2).

[247] < sottintendi: di Dio >

[248] Così dice il signore: “Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché prossima a venire è la mia salvezza; la mia giustizia sta per rivelarsi”. Beato l’uomo che così agisce e il figlio dell’uomo che a questo si attiene, che osserva il giorno del Signore senza profanarlo, che preserva la sua mano da ogni male (Is 56,1-2)

[249] Non dica l’eunuco: “Ecco, io sono un albero secco!”. Poiché così dice il Signore: “Agli eunuchi, che osservano i miei giorni, preferiscono le cose di mio gradimento e restano fermi nella mia alleanza, io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome migliore che ai figli e alle figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato” (Is 56,3-5).

[250] “Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il “giorno del Signore” e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mi casa di preghiera” (Is 56,6-7).

[251] “I loro olocausti e i loro sacrifici saliranno graditi sul mio altare, perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,7

[252] Is 56,7

[253] 13 luglio 1946.  Poema: VI, 148 

[254] Vedi Inferno: N°444,19, nota 55

[255] Vedi Purgatorio: N°444,19, nota 57

[256] Vedi Limbo: N° 444,19, nota 56

[257] “Se un uomo si rivolge ai negromanti e agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo” (Levitino 20,6)

[258] 15 luglio 1946.  Poema: VI, 149 

[259] Il popolo si fermò a Kades. Qui morì e fu sepolta Maria. Mancava l’acqua per la comunità: ci fu un assembramento contro Mosè e contro Arone. Il popolo ebbe una lite con Mosè… (Numeri: (Nm) 20,1-5) 

[260] Allora Mosè e Aronne si allontanarono dalla comunità per recarsi all’ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la gloria del Signore apparve loro (Nm 20,6).

[261]   (Es 32 1-6).

[262] Il Signore disse a Mosè: “Prendi il bastone e tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e alla loro presenza parlaste a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua; tu farai sgorgare per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame” (Nm 20,7-8).

[263] Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva ordinato. Mosè e Aronne convocarono la comunità davanti alla roccia e Mosè disse loro: “Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?” (Nm 20,9

[264] Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e tutto il bestiame (Nm 20,11)

[265] Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: “Poiché non avete avuto fiducia in me per dar gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le do”. Queste sono le acque di Mèriba, dove gli Israeliti contesero con il Signore e dove Egli si dimostrò santo in mezzo a loro (Nm 20,12-13).

[266] 16 luglio 1946.  Poema: VI, 150 

[267] La bilancia falsa è in abominio al Signore, ma del peso esatto egli si compiace (Pr 11,1). Doppio peso e doppia misura sono due cose in abominio al Signore (Pr 20,10. 23).

[268] È un laccio per l’uomo esclamare subito: “Sacro!” e riflettere solo dopo aver fatto il voto (Pr 20,25). 

[269] 17 luglio 1946.  Poema: VI, 151 

[270] Davanti a uno straniero non fare nulla di riservato, perché non sai che cosa ne seguirà. Con un uomo qualsiasi non aprire il tuo cuore ed egli non abbia a portar via il tuo bene (Sir 8,18-19)

[271] “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16).

[272] “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi” (1 Pt 5,8-9).

[273] L’Empio devastatore “farà cessare il sacrificio e l’offerta; sull’ala del tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore” (Daniele 9,27). Forze da lui armate si muoveranno a profanare il santuario della cittadella, aboliranno il sacrificio quotidiano e vi metteranno l’abominio della desolazione (11,31).

[274] 18 luglio 1946.  Poema: VI, 152 

[275] “Io sono il Signore, tuo Dio, non avrai altri dèi di fronte a me” (Es 20,1; Dt 5,6). “…Prima di me non fu formato alcun dio né dopo ce ne sarà. Io, io sono il Signore, fuori di me non v’è salvatore. Io ho predetto e ho salvato, mi son fatto sentire e non c’era tra voi alcun dio straniero. Voi siete miei testimoni e Io sono dio” (Is 43,10-12).

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