GESU’ DI NAZARETH
LA BUONA NOVELLA AI
PICCOLI
DEL GREGGE DI
GESU’
LIBRO 10
CAP. 364 – 412
Dalla contemplazione all’azione, discorsi di commiato.
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S
(Servo dell’Ordine dei Salvatori)
S O M M A R I O
Terzo anno della vita pubblica di Gesù (continuazione)
364. Al Tempio. Preghiera universale e parabola del figlio vero e dei figli bastardi
Verso il Tempio cantando i salmi.
Una parabola per Giovanni d’Endor.
Chi è forte sfida il mondo per Gesù.
Fede e coraggio dei proseliti.
L’unica cura veramente grande e utile.
Uguaglianza e fraternità universale.
Opera di misericordia spirituale.
Padre, “sia santificato il tuo nome”.
I figli bastardi e il figlio vero.
Raccomandazioni sull’ ascolto della Parola.
Scindere sempre l’umanità dal ministero.
Nessuno è completamente buono o malvagio.
Turbare il cuore del fanciullo è delitto.
Lazzaro tormentato dalle piaghe.
Notizie dei missionari e di Anastasica.
“Se non c’ è umiltà non si procede”.
Anastasica presentata alla famiglia.
367. Giovedì avanti Pasqua. Preparativi nel Getsemani.
Anastatica, la sua volontà di servire.
I doveri futuri dei fedeli cristiani.
368. Giovedì avanti Pasqua. La madre di Annalia e altri incontri a Gerusalemme e nel Tempio.
Annalia scelta da Dio a sposa.
Annalia lascia la carne per la Luce.
Vergine in eterno per amore di Dio.
Le vittorie e le sconfitte di Gesù.
Il fedifrago, Marco di Giosia.
Possessione di un demonio intelligente.
Esperienze mistiche e carismatiche.
370. Giovedì avanti Pasqua. Al convito dei poveri nel palazzo di Cusa.
Pagina del Vangelo tradotta in azione.
La vedova che aveva fiducia nel Signore.
La discepola dell’ubbidienza ilare.
La discepola dell’anima pietosa.
La splendida e serena Maddalena.
Grande giorno per quattro vergini.
Uffici e glorie delle vergini cristiane.
“Ogni stato è buono se in esso si serve il Signore”.
“Procedete nella via del Signore”.
Il perdono di Gesù e penitenza ridanno la verginità.
Triste madre del futuro deicida.
Le Patrizie, serve degli infimi del mondo.
I fatti parlano con la loro evidenza.
Claudia appoggia la fondazione del Regno.
Alla aurora delle future fraternità cristiane.
Regola per divenire discepolo perfetto.
Agite col fine di meritare la vita eterna.
Fate il vostro dovere di servi.
Siate tutti fratelli buoni e fedeli.
Titti siete utili nel Regno del Signore.
372. Giorno di Parasceve. Uno scampato pericolo e il coraggio di Maria di Magdala.
Gesù in preghiera e meditazione.
373. Giorno di Parasceve. Al Tempio, tra l’odio giudaico e l’amore dei poveri. Incontro con Niche.
Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia.
I lupi ringhiosi e il Pastore del gregge.
Il Messia è la voce di chi non ha voce.
Niche la missionaria del Regno.
La verga che percuote il violento.
374. Giorno di Parasceve. Per le vie di Gerusalemme e nel sobborgo di Ofel.
Gente dai quattro angoli della terra.
Chi è in piedi, guardi di non cadere.
La menzogna porta sulla via del Male.
La pietà verso il marito infedele.
375. La cena rituale in casa di Lazzaro e il banchetto sacrilego in casa di Samuele.
La cena pasquale in casa di Lazzaro.
La fortuna di chi ama totalmente.
Onorate sempre il povero che nessuno ama.
La Regina della festa è Maria.
La cena pasquale in casa di Samuele.
La paga del peccato è la morte.
376. Le opere salvifiche dei giusti. Gli umori di Erode e condanna per il Tempio corrotto.
La comunione dei santi è per i santi.
Condanna per il tempio corrotto.
Il bubbone più fetido è il Tempio.
Un Sommo Sacerdote complice e assassino.
Il Messia giudicato bestemmiatore e sacrilego
Chi crede nel Cristo è nell’amicizia di Dio
377. Parabola dell’acqua e del giunco per Maria di Magdala, che ha scelto la parte migliore.
La Donna dall’anima di angelo.
I cittadini della Gerusalemme eterna.
Similitudine dell’acqua e il giunco.
La scelta della parte migliore (Lc 10,38-42). .
Il pentimento purifica, l’ amore preserva.
La più grande risorta del Vangelo.
Le virtù si formano nelle difficoltà.
L’apologia sugli uccelli diurni e notturni.
Non impedite ai fanciulli di venire a me.
Il miracolo del piede ricomposto.
Disputa fra due gruppi opposti.
Il sangue dei martiri è seme dei cristiani.
379. Una premonizione dell’apostolo Giovanni.
Il più piccolo è il più grande.
Premonizione dell’apostolo Giovanni.
380. Gli apostoli esortati ad amare, a conclusione del ritiro sul monte Carit.
Sul luogo della contemplazione.
Dalla contemplazione all’azione.
Sfamati dagli avvoltoi feroci!
Un amore infinito (Insegnamento)
Fusi con Dio per potenza d’amore.
Ogni azione sovrabbondanza della carità.
Nel fuoco dello Spirito Santo.
381. La parabola del fattore infedele e accorto. Ipocrisia dei farisei e conversione di un esseno.
L’ora della bellezza per il triste monte.
Insegnamento sul buon uso dei doni.
Parabola del fattore infedele.
amministrazione mancata (Lc 16,1-2).
Accortezza, scaltrezza (Lc 16,5-7).
Accortezza, scaltrezza (Lc 16,5-7).
Il buon uso della disonesta ricchezza (Lc 16,9).
Fedeltà in tutto e sempre (Lc 16,10-12). .
Nessuno può servire a due padroni (Lc 16,13). .
Convenienza della risurrezione del corpo.
Importanza del pentimento e la conversione.
Ciò che è abominevole dinanzi a Dio (Lc 16,14-15).
La Legge durerà quanto la terra (Lc 16,17).
Fedeltà sino alla morte (Lc 16,18).
382. Sosta ristoratrice in casa di Niche, che dovrà sovvenire l’esseno penitente.
L’accoglienza: rito di fraterno amore.
Pietro è lavorabile come una pasta.
La Veronica del volto sacro di Gesù.
383. Discorso presso il guado del Giordano dopo l’atto sfrontato di una meretrice.
Al guado fra Gerico e Betabara.
Nella carne sozza l’anima è profanata.
La vita è la preparazione della morte.
La morte è la preparazione alla Vita vera.
Ragione di morte e di vergogna.
Il perdono è amore dello spirito.
384. Il vecchio Anania diventa il custode della casetta di Salomon.
Curiosità indiscreta dell’Iscariota.
385. Parabola del quadrivio e miracoli presso il paese di Salomon.
Evangelizzazione a misura d’uomo.
Chi dona al povero impresta a Dio.
Chi percorre le vie del Signore incontra il Signore.
386. Verso la sponda occidentale del Giordano.
Anania il custode della casetta.
Il Salvatore di chi vuole salvezza.
Il più grande delitto è odiare e maledire.
Il pentimento riporta la benedizione.
«Sopportare le molestie è opera di misericordia».
“Non tentare il Signore Iddio tuo!”.
Le pietre del prodigio di Giosuè. (Lezione biblica)
Le dodici pietre scelte da Giosuè.
Le dodici pietre scelte dal Messia.
Profezia su apostoli che diverranno demoni.
La verità su Sodoma e Gomorra.
Le città infondo al Mar Morto.
Miele selvatico e acqua di sorgente.
Scendendo nella valle del Cedron.
I padri si sostituiscono ai figli.
L’ amore di Gesù per l’Iscariota (esortazione)
Gesù offre tutto il suo sangue per Giuda.
Il pensiero che nuoce a Giuda.
Patire tre passioni per salvare con due Giuda solo.
Giuda non coglie il nocciolo del discorso.
389. Arrivo ad Engaddi con dieci apostoli.
L’oasi superstite dell’eden punito da Dio
Questa è Engaddi! (delucidazione biblica)
390. La fede di Abramo d’Engaddi e la parabola del seme di palma.
Chiamando all’ascolto del Messia.
Professione di fede del sinagogo Abramo.
Ricordi della visita dei tre Re Maggi.
Parabola del seme di palma. (Insegnamento)
391. Guarigione del lebbroso Eliseo d’Engaddi.
Fede, giustizia e speranza premiate.
392. L’ostilità di Masada, città-fortezza.
Sorte comune con Sodoma e Gomorra.
Cittadini ipocriti, ostili al Messia.
Improvviso scoppio di pianto di Giovanni.
393. Nella casa di campagna di Maria di Keriot.
Amore che non bastò a salvare l’Iscariota.
Madri che meritano amore di predilezione.
L’amore che avrebbe salvato l’ Iscariota.
394. Parabola delle due volontà e commiato dai cittadini di Keriot.
La buona volontà e l’ubbidienza. (discorso di addio)
Seguire unicamente la buona volontà.
La superbia e la disubbidienza.
L’ubbidienza vale più dei sacrifici.
Conseguenze dell’assunzione del Messia.
395. Le due madri infelici di Keriot. Addio alla madre di Giuda.
Prima volta che un rabbi non rimprovera.
Il Messia aprirà le porte del Paradiso.
Ci sono dolori più grandi del nostro.
Nella schiera delle martiri e delle corredentrici.
396. Con i bambini presso Jutta. La mano risanatrice di Gesù.
A Jutta presso la casa di Sara.
Il Maestro è maestro anche dei piccini.
Il fluido d’amore nelle mani del Messia.
397. Discorso di commiato ai fedeli di Jutta.
Commiato-compimento profetico (Isaia 66,1-18)
La inabilitazione di Dio nell’ uomo.
La Casa di Dio è luogo di preghiera.
Offerta del cuore contrito e ubbidiente.
Il popolo nuovo nato dal Messia.
Baci e baci sulle carni sante del Messia.
Jesai, agnellino dell’Agnello di Dio.
398. Discorso di commiato a Hebron e le illusioni di Giuda Iscariota.
Gli hebroniti osannanti accolgono il Messia.
Commiato – lamento profetico (salmo 74,1-23)
Salmo di Asaf cantore profetico.
Un’ora di vittoria sul Messia.
L’Iscariota sogna momenti di gloria.
399. Discorso di commiato a Betsur e l’amore materno di Elisa.
Omaggio delle discepole al suo Maestro.
Il Salvatore, il suo popolo e suoi testimoni.
400. A Bétèr da Giovanna di Cusa. Conseguenze deleterie di un incontro dell’Iscariota con Claudia.
Consapevolezza della discepola del Messia.
Il giardino a roseto di Giovanna.
I possessi fioriti della discepola.
401. Pietro e Bartolomeo a Bétèr per un grave motivo. Estasi della scrittrice.
Il Portavoce consapevole dell’amore.
L’ Iscariota, apostolo indemoniato.
Pietro finalmente consapevole dell’amore.
402. Giuda Iscariota si sente scoperto nel discorso di commiato a Bétèr.
I partecipanti all’ incontro con l’Amore.
Il Re di un Regno spirituale. (discorso)
Satanismo ancora da compatire.
L’idea messianica, eredità dei Padri.
La santità di Mosè e d’Aronne.
Coloro che barattano l’idea messianica.
Fedeltà all’eredità del Padre.
403. La lezione del silenzio. Simone di Giona in una sua lotta e vittoria spirituale.
Motivi del silenzio del Signore.
Esercizio continuo di vigilanza e ubbidienza.
I sacrifici non sono mai senza premio.
404. In cammino verso Emmaus della pianura.
Il conforto della preghiera mattutina.
Ogni azione di Dio è giustizia e verità.
Ogni atto di Dio è giustizia e verità.
405. Il riposo in un fienile e il discorso presso Emmaus della pianura. Il piccolo Micael.
Rispetto della proprietà altrui e ospitalità.
Discepoli consapevoli del loro amore per Gesù.
La logica infantile del piccolo Micael.
Ancora una pioggia di domande.
Il futuro confessore del Dio vero.
I bambini non danno mai dolore a Gesù.
Terreno bonificato dai pastori.
Il potere della fede sul cuore di Dio.
I mezzi per ottenere aiuto da Dio.
Se Dio è con noi, chi contro di noi?
Stoltezza di chi vuole consigliare Dio.
I nemici esterni e interni dell’uomo.
Il Male va combattuto finché la vita dura.
Lotta contro il dubbio, le parole e le persecuzioni.
406. A Joppe. Predica inutile a Giuda di Keriot e dialogo sull’anima con alcuni Gentili.
Il riposo del Messia viandante.
Seduto nel cortile della casa.
Supplica inutile a Giuda di Keriot.
Come vuole suo apostolo il Messia.
Cosa è venuto a offrire il Messia.
Il santo desiderio delle mamme.
Le ragioni della stanchezza dell’anima.
Dialogo sull’anima con alcuni Gentili.
Tutti gli uomini sono di un sangue solo.
Chi è santo ama far cose gradite a Dio.
Profezia sulla missione di Pietro a Roma.
Sul lungo mare di città marittima.
407. Nelle campagne di Nicodemo. La parabola dei due figli.
Due buoni discepoli del Messia.
Il Regno del Messia, speranza di poveri.
Cercare prima la salute dell’anima.
La parabola dei due figli (Mt 21,28-31).
408. Nelle campagne di Giuseppe d’Arimatea. Moltiplicazione del grano e potenza della fede.
Fede quanto un granello di senapa.
Moltiplicazione miracolosa del grano.
“Aumenta la nostra fede” (Lc 17,5-6)!
Il Messia tutto può e tutto vuole.
409. Il dramma familiare del sinedrita Giovanni.
Il Messia sa capire e compatire.
Solo Dio sa i segreti dei cuori.
I demoni della lussuria e della gelosia.
410. Provocazioni di Giuda Iscariota nel gruppo apostolico.
La virtù si perfeziona nelle prove.
Lezione degli insetti sui fiori.
Lezione del ragno che insidia gli insetti.
Satana obbliga a stare vigilante.
I volontari della solidarietà.
Il segreto dell’ilarità del Messia.
PRESENTAZIONE
Studio liberamente tratto dalla fonte, L’Evangelo come mi è stato rivelato, (MARIA VALTORTA, Ed. CEV, Isola del Lire), per l’uso privato della scuola di Dio Uno e Trino y dedicato al Piccolo resto, col nuovo titolo: “La Buona novella ai piccoli del Gregge di Gesù”, titolo voluto da Gesù (Quadernetti N° 48,1). Nella scuola sarà usato col titolo biblico “il Vangelo eterno” (Ap 14,6). In questo Vangelo, Il Figlio dell’Uomo, si è rivelato, secondo la sua promessa (Mt 24, 3-40; Lc 17,26-30). Con questa rivelazione comincia la sua seconda Evangelizzazione, senza più far sentire la sua voce in pubblico, ma nel cuore di chi lo ascolta per audio o leggendolo nel libro (Is 42,2-4), per guidarlo alla conoscenza completa della sua persona e della sua dottrina mediante la luce dello Spirito Santo (Gv 14,26; 16,13) e prepararlo all’Evento della sua seconda venuta per l’Avvento del suo Regno (Mt 21,43).
Questa Buona Novella è il Vangelo eterno che dobbiamo annunciare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e paese. (Ap. 14,6-7)
Il Curatore
DICHIARAZIONE
Dopo approfondita e responsabile valutazione, dichiaro che questo studio comparato e approfondito del Vangelo rivelato a Maria Valtorta[1] e ora pubblicato col titolo voluto dal suo autore “La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù”[2], contiene integralmente i quattro Vangeli[3] e dimostra che il Vangelo rivelato a Maria Valtorta è compimento della promessa di Gesù (Gv 14,26), è il Libro del Signore (Is 34,16), è il Libro di memorie scritto davanti al Signore (Ml 3,16-20), è la strada appianata chiamata Via santa (Is 35,8-10), è il libro delle parole miracolose (Is 29,18-24), è il Vangelo eterno (Ap 14,6-7), è Opera di Gesù suo autore divino. Quindi senza la fede in questo Vangelo non c’è salvezza: “Andate in tutto il mondo proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà dannato” (Mc 16,15-16)
Il curatore
AVERTIMENTO
LA RIVELAZIONE DI GESÙ A MARIA VALTORTA È PAROLA DI DIO
CHI LA RESPINGE COMETE PECCATO CONTRO LO SPIRITO SANTO
La maledizione del Re dei re, emessa da Gesù il 16 giugno di 1950, pende sulla gerarchia cattolico colpevole dal delitto più grande verso l’umanità.
Se la Gerarchia non si pente, lasciando ai fedeli libero apostolato, alla luce di questa rivelazione, la maledizione colpirà la cristianità globale, cosi come tutto l’Israele fu colpito per il peccato della sua gerarchia.
Non è lecito negare l’origine soprannaturale della rivelazione di Gesù a Maria Valtorta perché è delitto imperdonabile essendo peccato contro lo Spirito Santo.
Gesù il Messia ritornato[4]
L’Opera è un Libro rivelato
«Giusto è definire che lo scrittore ispirato “ha Dio per autore”. Dio che rivela o illumina misteri o verità, secondo che a Lui piace, a questi suoi strumenti “eccitandoli e movendoli con soprannaturali virtù, assistendoli nello scrivere in modo che essi rettamente concepiscano coll’intelligenza e vogliano fedelmente scrivere, e con mezzi adatti e con infallibile verità esprimano tutte e sole quelle cose da Lui, Dio, comandate.
È Dio che con triplice azione illumina l’intelletto perché conosca il vero senza errore, o con la rivelazione per verità ancora ignorate, o con l’esatto ricordo se sono stabilite ma ancora alquanto incomprensibili alla umana ragione; muove perché sia scritto con fedeltà quanto soprannaturalmente l’ispirato viene a conoscere; assiste e dirige perché le verità siano dette, nella forma e nel numero che Dio vuole, con verità e chiarezza, perché siano note ad altri per il bene di molti, con la stessa parola divina negli insegnamenti diretti, o con le parole dell’ispirato nel descrivere visioni o ripetere lezioni soprannaturali».
Gesù di Nazareth
Terzo anno della vita pubblica di Gesù (continuazione)
364. Al Tempio. Preghiera universale e parabola del figlio vero e dei figli bastardi[5]
Gesù al Tempio.
Come santificare il giorno.
Dice Gesù:
1«Alzati, Maria. Santifichiamo il giorno con una pagina di Vangelo. Perché la mia Parola è santificazione. Vedi, Maria. Perché vedere i giorni di Cristo sulla Terra è santificazione. Scrivi, Maria. Perché scrivere del Cristo è santificazione, perché ripetere ciò che dice Gesù è santificazione, perché predicare Gesù è santificazione, perché istruire i fratelli è santificazione. Ti sarà data grande ricompensa per questa carità».
Verso il Tempio cantando i salmi.
2Gesù ha lasciato Rama[6] ed è già in vista di Gerusalemme. Procede, come lo scorso anno, cantando i salmi prescritti. Molti, sulla strada affollata, si voltano a guardare il gruppo apostolico che passa. Chi saluta reverente; chi si limita a sogguardare, sorridendo con venerazione, e queste sono per lo più donne; chi osserva soltanto; chi ha un sorrisetto ironico e sprezzante; e chi, infine, passa con sussiego e con palese malanimo.
3Gesù va tranquillo nella sua veste pulita e buona. Come tutti, anche Lui si è mutato per entrare in ordine e, direi, in eleganza nella città santa.
4Anche Marziam quest’anno è all’altezza del momento nelle sue vesti nuove e cammina a fianco di Gesù, cantando a tutta gola con la sua voce in verità un poco aspretta perché non ancora virile. Ma il suo tono imperfetto si perde nel coro pieno delle voci dei compagni, e solo emerge limpido come tinnulo d’argento negli acuti che egli emette ancora con voce bianca e sicura. É felice, Marziam…
Una parabola per Giovanni d’Endor.
5In una pausa dei canti, mentre, già in vista della porta di Damasco – perché entrano di lì per andare subito al Tempio – sostano in attesa che passi una pomposa carovana che tiene tutta la via e fa ingorgo, di modo che chi è prudente si ferma ai margini della strada, Marziam chiede: «Signor mio, non dirai un’altra bella parabola per tuo figlio lontano? Vorrei unirla agli altri scritti che ho; perché certo troveremo a Betania i suoi messi e le sue notizie. Ed io mi struggo di dare a lui una gioia, secondo che gli ho promesso e che il suo cuore ed il mio cuore vogliamo…».
6«Sì, figlio mio. Certo che te la darò».
«Una, proprio che lo consoli, che gli dica che egli è sempre il tuo amato…».
7«Così dirò. E ne avrò gioia perché sarà verità detta».
«Quando la dirai, Signore?».
8«Subito. Andremo subito al Tempio come è dovere, e là parlerò prima che mi si impedisca di farlo».
«E parlerai per lui?».
9«Sì, figlio mio».
«Grazie, Signore! Deve essere doloroso tanto essere separato così…», dice Marziam che ha quasi un luccichio di pianto negli occhi neri.
Proseliti della Diaspora.
10Gesù gli pone la mano sui capelli e si volta ad accennare ai dodici di accostarsi per riprendere la marcia. I dodici, infatti, si erano fermati ad ascoltare alcuni, non so se credenti nel Maestro o desiderosi di conoscerlo, che si erano fermati anche loro per la stessa causa che aveva arrestato Gesù e i suoi.
11«Veniamo, Maestro. Ascoltavamo costoro, fra i quali sono proseliti venuti da lontano, i quali chiedevano dove ti avrebbero potuto avvicinare», dice Pietro accorrendo.
12«Per quale motivo lo desiderano?».
E Pietro, ora al fianco di Gesù che riprende il cammino, dice: «Per volontà di udire la tua parola e per essere guariti da alcuni malanni. Vedi quel carro coperto, dopo il loro? Vi sono proseliti della Diaspora, venuti per mare o con lungo viaggio, spinti dalla fede in Te, oltre che dal rispetto alla Legge, a fare questo viaggio. Ve ne sono di Efeso, Perge e Iconio, e ve ne è uno, povero, di Filadelfia, che essi, ricchi mercanti per lo più, hanno accolto nel carro per pietà, pensando propiziarsi il Signore».
13«Marziam, va’ a dire loro di seguirmi nel Tempio. E avranno questo e quello: salute all’anima con la parola e salute ai corpi se sapranno aver fede».
14Il giovinetto se ne va svelto. Ma dai dodici sale un coro di disapprovazioni per «l’imprudenza» di Gesù che vuole mettersi in evidenza nel Tempio…
Lo spirito di fortezza.
15«Andiamo apposta per mostrare loro che non ho paura. Per mostrare che nessuna minaccia mi può fare disubbidire al precetto. Ma non avete ancora capito il loro giuoco? Tutte queste minacce, tutti questi, solo in apparenza, amichevoli consigli, sono volti all’intento di farmi peccare, per poter avere un elemento vero di accusa. Non siate vili. Abbiate fede. Non è la mia ora».
16«Ma perché non vai prima a rassicurare tua Madre? Ti attende…», dice Giuda Iscariota.
17«No. Prima vado al Tempio che, fino al momento segnato dall’Eterno per la nuova epoca, è la Casa di Dio. Mia Madre soffrirà meno, attendendomi, di quello che non soffrirebbe sapendomi a predicare nel Tempio. E in tal modo Io onorerò il Padre e la Madre, dando al Primo la primizia delle mie ore pasquali e alla seconda tranquillità. Andiamo, non temete. Del resto, chi ha paura vada al Getsemani a covare la sua paura fra le donne».
18Gli apostoli, sferzati da questa ultima osservazione, non parlano più. Si rimettono in fila, a file di tre per tre, e solo in quella dove è Gesù, la prima, sono in quattro, finché non viene Marziam a renderla di cinque, tanto che il Taddeo e lo Zelote si mettono dietro a Gesù lasciandolo al centro fra Pietro e Marziam.
Chi è forte sfida il mondo per Gesù.
19Alla porta di Damasco vedono Mannaen. «Signore, ho pensato che era meglio farmi vedere per levare ogni dubbio sulla situazione. Ti assicuro che non c’è nulla, tolto il malanimo dei farisei e scribi, di pericoloso per Te. Puoi andare sicuro».
20«Lo sapevo, Mannaen. Ma ti sono grato. Vieni con Me al Tempio. Se non ti è di peso…».
21«Di peso? Ma per Te sfiderei tutto il mondo! Farei ogni fatica!».
22L’Iscariota borbotta qualcosa.
23Mannaen si volta risentito. Dice con voce sicura: «No, uomo. Non sono “parole”. Prego il Maestro di provare la mia sincerità».
24«Non ce ne è bisogno, Mannaen. Andiamo».
Procedono fra l’ingorgo della folla e, giunti ad una casa amica, si liberano dalle sacche che Giacomo, Giovanni e Andrea depositano per tutti in un atrio lungo e oscuro, raggiungendo poi i compagni. Entrano nel recinto del Tempio passando presso l’Antonia. I soldati romani guardano, ma non si muovono. Parlottano fra di loro. Gesù li osserva per vedere se c’è alcuno di sua conoscenza. Ma non vede né Quintilliano né il milite Alessandro.
L’apostolo tentatore.
25Eccoli nel Tempio. Fra il brulichio poco sacro dei primi cortili dove sono mercanti e cambiavalute.
26Gesù guarda e freme. Impallidisce e pare alzarsi più ancora di statura, tanto è solenne il suo incedere severo.
27L’Iscariota lo tenta: «Perché non ripeti il gesto santo? Lo vedi? Se ne sono dimenticati… e la profanazione è di nuovo nella Casa di Dio. Non te ne accori? Non sorgi a difesa?». Il viso bruno e bello, ma ironico e falso nonostante ogni studio di Giuda per non farlo apparire tale, è persino volpino mentre, un poco curvo, come per venerabondo ossequio, dice queste parole a Gesù, scrutandolo da sotto in su.
28«Non è l’ora. Ma tutto ciò sarà purificato. E per sempre! …», dice reciso Gesù.
29Giuda ride lievemente e commenta: «Il “per sempre” degli uomini!! Molto precario, Maestro! Tu lo vedi! …».
30Gesù non gli risponde, intento come è a salutare da lontano Giuseppe d’Arimatea che passa avvolto nei suoi paludamenti, seguito da altri.
Fede e coraggio dei proseliti.
31Fanno le preghiere di rito e poi tornano al cortile dei Gentili, sotto i cui portici si affolla la gente.
32I proseliti, incontrati per via, hanno sempre seguito Gesù. Hanno trascinato i loro malati con loro ed ora li adagiano all’ombra, sotto i portici, vicino al Maestro. Le loro donne, che li hanno attesi qui, si accostano piano piano. Tutte velate. Ma una è già seduta, forse perché malata, e le compagne la conducono presso gli altri malati. Altra gente si affolla intorno a Gesù. Vedo che c’è dello stupore e del disorientamento nei gruppi rabbinici e sacerdotali per l’aperta venuta e predicazione di Gesù.
Madre Pasqua (Discorso)
L’unica cura veramente grande e utile.
33«La pace sia con voi, o voi tutti che ascoltate! La Pasqua santa riconduce i figli fedeli nella Casa del Padre. Sembra, questa nostra Pasqua benedetta, una madre sollecita del bene dei figli, la quale li appelli a gran voce perché vengano, vengano da ogni dove, lasciando in sospeso ogni cura per una cura più grande. L’unica veramente grande ed utile. Quella di onorare il Signore e Padre.
Uguaglianza e fraternità universale.
34Da questo si capisce come siamo fratelli; e da questo, con testimonianza soave, sorge l’ordine e l’impegno di amare il prossimo come se stessi. Non ci siamo mai visti? Ci ignoravamo? Sì. Ma se qui siamo, perché figli di un unico Padre che ci vuole nella sua Casa al banchetto pasquale, ecco che, se non coi sensi materiali, certo con la parte superiore, noi sentiamo di essere uguali, fratelli, venuti da Un solo, e ci amiamo perciò come fossimo cresciuti insieme. Anticipo, questa nostra unione di amore, dell’altra più perfetta che godremo nel Regno dei Cieli, sotto lo sguardo di Dio, tutti abbracciati dal suo Amore: Io Figlio di Dio e dell’uomo, con voi, uomini figli di Dio; Io, Primogenito, con voi, fratelli amati oltre ogni umana misura, sino a farmi Agnello per i peccati degli uomini.
Opera di misericordia spirituale.
35Ma noi, che godiamo al momento presente la nostra fraterna unione nella Casa del Padre, ricordiamoci anche dei lontani, che pure ci sono fratelli: nel Signore o nell’origine. Abbiamoli in cuore. Portiamoli nel nostro cuore, essi, gli assenti, davanti all’altare santo. Preghiamo per loro, raccogliendo con lo spirito le loro voci lontane, le loro nostalgie di essere qui, i loro aneliti. E come raccogliamo questi aneliti coscienti degli israeliti lontani, raccogliamo anche quelli delle anime che appartengono a uomini che neppur sanno di avere un’anima e di essere figli di Un solo. Tutte le anime del mondo gridano nelle prigioni dei corpi verso l’Altissimo. In buia carcere gemono verso la Luce. Noi, che nella luce della fede vera siamo, abbiamo misericordia di loro.
La preghiera universale
Padre, “sia santificato il tuo nome”.
36Oriamo: Padre nostro che sei nei Cieli, sia santificato da tutta l’umanità il tuo Nome! Conoscerlo è avviarsi alla santità. Fa’ che i gentili e i pagani conoscano questa tua esistenza, o Padre santo, e come i tre saggi di un tempo, ormai lontano ma non inerte, perché nulla è inerte di ciò che ha attinenza coll’avvento della Redenzione nel mondo, vengano a Dio, a Te, Padre, guidati dalla Stella di Giacobbe, dalla Stella del mattino, dal Re e Redentore della stirpe di Davide, dal tuo Unto, già offerto e consacrato per essere Vittima per i peccati del mondo.
“Venga il tuo Regno”.
37Venga il tuo Regno in ogni luogo della Terra dove ti si conosce e ama, dove ancora non ti si conosce. E venga soprattutto a quelli, i tre volte peccatori, che pur conoscendoti non ti amano nelle tue opere e manifestazioni di luce, e cercano respingere e soffocare la Luce venuta nel mondo, perché sono anime di tenebre che preferiscono le opere di tenebre, e non sanno che voler soffocare la Luce del mondo è fare offesa a Te stesso, perché Tu sei Luce Santissima e Padre di tutte le luci, cominciando da quella che si è fatta Carne e Parola per portare la tua luce a tutti gli animi di buona volontà.
“Sia fatta la tua volontà”.
38Sia fatta, Padre Santissimo, la tua volontà da ogni cuore che è nel mondo, si salvi cioè ogni cuore, e per nessuno sia senza frutto il sacrificio della Gran Vittima, perché questa è la tua volontà: che l’uomo si salvi e goda di Te, Padre santo, dopo il perdono che sta per essere dato.
“Daci i tuoi aiuti”.
39Dàcci i tuoi aiuti, o Signore; tutti i tuoi aiuti. E dalli a tutti quelli che attendono, a quelli che non sanno di attendere, Dàlli ai peccatori col pentimento che salva, dalli ai pagani con la ferita della tua chiamata che scuote, dalli agli infelici, dalli ai reclusi, agli esiliati, ai malati di corpo o di spirito, dalli a tutti, Tu che sei il Tutto, perché il tempo della Misericordia è venuto.
Perdona i nostri peccati.
40Perdona, o Padre buono, i peccati dei tuoi figli. Di quelli del tuo popolo, che sono i più gravi, di quelli dei colpevoli di voler stare nell’errore, mentre il tuo amore di predilezione proprio a questo popolo ha dato la Luce[7]. E dà il perdono a quelli che abbrutisce un paganesimo corrotto che insegna il vizio, e che affogano nella idolatria di questo paganesimo pesante e mefitico, mentre fra essi sono anime di prezzo esse pure, e che Tu ami avendole create[8]. Noi perdoniamo, Io per primo perdono perché Tu possa perdonare[9], e sulla debolezza delle creature invochiamo la tua protezione perché liberi dal Principio del Male, dal quale vengono tutti i delitti, tutte le idolatrie, tutte le colpe, tentazioni e errori, i tuoi creati. Liberali, o Signore, dal Principe orrendo, perché possano venire alla Luce eterna[10]».
Una parabola sui figli.
Eventi nell’ intervallo.
41La gente ha seguito attenta questa solenne orazione. Si sono accostati rabbi famosi, fra i quali, tenendosi pensosamente il mento barbuto, è anche Gamaliele… E si sono accostate un gruppo di donne, tutte avvolte in mantelli con una specie di cappuccio che ne vela i volti. E i rabbi si sono scostati sdegnosi… E sono accorsi, attirati dalla notizia che il Maestro è giunto, molti discepoli fedeli, fra i quali Erma, Stefano, il sacerdote Giovanni. E poi Nicodemo e Giuseppe, inseparabili, e altri amici loro che mi pare di avere già visto. Nella pausa che succede all’orazione del Signore, che si raccoglie in Sé, solennemente austero, si sente Giuseppe d’Arimatea dire: «Ebbene, Gamaliele? Non ti pare questa, ancora non ti pare questa, parola del Signore?».
42«Giuseppe, mi fu detto: “Queste pietre fremeranno al suono delle mie parole”», risponde Gamaliele.
43Stefano, irruente, grida: «Compi il prodigio, o Signore! Ordina, ed esse si scardineranno! Crollasse l’edificio, ma sorgessero nei cuori le muraglie della tua Fede, grande dono sarebbe! Fallo al mio maestro!».
44«Bestemmiatore!», urla un gruppo rabbioso di rabbi e di allievi degli stessi.
45«No», grida a sua volta Gamaliele.
«Il mio discepolo parla dicendo parola ispirata. Ma noi non possiamo accettarla perché l’angelo di Dio[11] non ci ha ancora mondati dal passato col carbone tolto all’Altare di Dio… E forse, neppure se il grido della sua voce», e accenna a Gesù, «scrollasse i cardini di queste porte, noi sapremmo ancora credere…». Si rialza un lembo dell’ampio mantello candidissimo e se ne incappuccia, velandosi quasi il volto, e se ne va.
46Gesù lo guarda andare… Poi riprende la parola rispondendo ad alcuni che borbottano fra loro e che appaiono scandalizzati e che, per fare più esplicito il loro scandalo, lo scaricano su Giuda di Keriot con una sequela di querimonie che l’apostolo sorbisce senza reagire, stringendosi nelle spalle con un volto per nulla soddisfatto.
I figli bastardi e il figlio vero.
47Gesù dice: «In verità, in verità vi dico che coloro che paiono bastardi sono figli veri, e quelli che sono figli veri divengono bastardi.
Udite, voi tutti, una parabola.
48Un tempo ci fu un uomo il quale, per alcuni suoi impegni, dovette assentarsi per lungo tempo da casa lasciando dei figli ancora poco più che fanciulli. Dal luogo in cui si trovava scriveva lettere ai suoi figli maggiori per tenerli sempre nel rispetto del padre lontano e per ricordare loro i suoi insegnamenti. L’ultimo, nato quando egli era partito, era ancora a balia presso una donna lontana di lì, dei paesi della moglie, che non era della sua razza. La moglie venne a morire mentre questo figlio era ancora piccolo e lontano da casa. I fratelli dissero: “Lasciamolo là dove è, presso i parenti di nostra madre. Forse il padre se ne scorderà e noi ne avremo utile, avendo a dividere con uno di meno, quando nostro padre verrà a morte”. E così fecero. In questa maniera il fanciullo lontano visse allevato dai parenti materni, ignorando gli insegnamenti del padre, ignorando di avere un padre e dei fratelli, o peggio conoscendo l’amarezza della riflessione: “Essi tutti mi hanno ripudiato come fossi un bastardo”, e giunse persino a credere di esserlo, tanto si sentiva reietto dal padre.
49Il caso volle che, fatto uomo e messosi ad un impiego – perché, inasprito come era dai pensieri sopraddetti, aveva preso in odio anche la famiglia di sua madre, che riputava colpevole di adulterio – questo giovane andasse nella città dove era il padre suo. E senza sapere chi fosse lo avvicinò ed ebbe modo di sentirlo parlare. L’uomo era un saggio. Non avendo soddisfazioni dai figli lontani – che ormai facevano da sé, mantenendo solo rapporti convenzionali col padre lontano, tanto per ricordargli che essi erano i “suoi” figli e che perciò se ne ricordasse nel testamento – si occupava molto di dare retti consigli ai giovani che aveva modo di avvicinare nella terra dove era. Il giovane fu attratto da quella rettezza, che era paterna verso tanti giovani, e non solo si accostò a lui ma fece tesoro di ogni sua parola, facendo buono il suo animo inasprito.
50L’uomo si ammalò, dovette decidersi a tornare in patria. E il giovane gli disse: “Signore, tu solo mi hai parlato con giustizia, elevando l’animo mio. Lascia che io ti segua come servo. Non voglio ricadere nel male di prima”. “Vieni con me. Starai al posto di un figlio di cui non ho più potuto avere notizia”. E tornarono insieme alla casa paterna.
51Né il padre, né i fratelli, né lo stesso giovane, intuirono che il Signore aveva riunito di nuovo quelli di un sangue sotto un unico tetto. Ma il padre ebbe molto a piangere per i figli a lui noti, perché li trovò dimentichi dei suoi insegnamenti, avidi, duri di cuore, non più con la fede in Dio ma sibbene con molte idolatrie in cuore: superbia, avarizia e lussuria erano i loro dèi, e non volevano sentire di altro che utile umano non fosse. Lo straniero, invece, sempre più si accostava al Signore, si faceva giusto, buono, amoroso, ubbidiente. I fratelli lo odiavano perché il padre amava quello straniero. Egli perdonava e amava perché aveva capito che nell’amore è la pace.
52Il padre, un giorno, disgustato dalla condotta dei figli, disse: “Voi vi siete disinteressati dei parenti di vostra madre e persino del fratello vostro. Mi ricordate la condotta dei figli di Giacobbe verso il loro fratello Giuseppe. Voglio andare a quelle terre per sapere di lui. Può darsi che lo ritrovi e che ne abbia conforto”. E si accomiatò tanto dai figli noti come dal giovane sconosciuto, dando a questo viatico di denaro perché potesse tornare al luogo da dove era venuto e mettervi un piccolo commercio.
53Giunto alle terre della moglie morta, i parenti di essa gli raccontarono che il figlio abbandonato, dal nome primitivo di Mosè era passato a quello di Manasse, perché realmente egli col suo nascere aveva fatto dimenticare al padre di essere giusto avendolo abbandonato.
54“Non fatemi torto! Mi era stato detto che del fanciullo si erano perdute le tracce, e neppure speravo trovare più alcun di voi. Ma ditemi di lui. Come è? É cresciuto forte? Assomiglia alla mia amata sposa che si esaurì nel darmelo? É buono? Mi ama?”.
55“Forte è forte, e bello è come la madre sua, solo che ha gli occhi di un nero schietto. Ma persino della madre ha preso la voglia di carruba sul fianco. Di te invece ha la pronuncia lievemente blesa. Andò da adulto via di qui, inasprito della sua sorte, avendo dubbi sull’onestà della madre, e per te avendo del rancore. Buono sarebbe stato se non avesse avuto questo rancore nell’anima. Andò oltre monti e fiumi fino a Trapezius per…”.
56“A Trapezius dite? Nel Sinopio? Oh! dite! Io là ero e vidi un giovane che era lievemente bleso, solo e triste, e buono tanto sotto la sua crosta di durezza. É lui? Dite!”.
57“Forse lui sarà. Ricercalo. Sul fianco destro ha la carruba rilevata e scura come l’aveva la moglie tua.
58L’uomo partì a precipizio, sperando ritrovare ancora lo straniero alla sua casa. Era partito per tornare verso la colonia di Sinopio. E l’uomo dietro… Lo trovò. Lo fece venire per scoprirgli il fianco. Lo riconobbe. Cadde in ginocchio lodando Iddio per avergli reso il figlio, e buono più degli altri che sempre più imbestiavano mentre questo, nei mesi che erano intercorsi, si era sempre più fatto santo. E al figlio buono disse: “Tu avrai la parte dei fratelli perché tu, senza amore da parte di alcuno, ti sei fatto giusto più di ogni altro”.
59E non era giustizia? Sì che lo era. In verità vi dico che sono veri figli del Bene coloro che reietti dal mondo e spregiati, odiati, vilipesi, abbandonati come bastardi, reputati obbrobrio e morte, sanno superare i figli cresciuti nella casa ma ribelli alle leggi di essa. Non è essere d’Israele che dà diritto al Cielo. Né è essere farisei, scribi o dottori che assicura la sorte. É avere buona volontà e venire generosamente alla Dottrina di amore, farsi nuovi in essa, farsi per essa figli di Dio in spirito e verità.
60Voi tutti che udite, sappiate che molti, che si credono sicuri in Israele, saranno soppiantati da coloro che per essi sono pubblicani, meretrici, gentili, pagani e galeotti. Il Regno dei Cieli è di chi sa rinnovarsi accogliendo la Verità e l’Amore».
Guarigione collettiva.
61Gesù si volge e va verso il gruppo dei malati proseliti.
«Sapete voi credere in quanto ho detto?», chiede forte.
«Sì, o Signore!», rispondono in coro.
62«Volete voi accogliere Verità e Amore?».
«Sì, o Signore».
63«Non vi dessi che queste, sareste contenti?».
«Signore, Tu sai ciò che più ci abbisogna. Dacci soprattutto la tua pace e la vita eterna».
64«Alzatevi e andate a lodare il Signore! Siete guariti nel Nome santo di Dio».
65E rapido si dirige alla prima porta che trova, mescolandosi nella folla che satura Gerusalemme, prima ancora che l’orgasmo e lo stupore che è nel cortile dei Pagani possa mutarsi in ricerca osannante di Lui…
66Gli apostoli, disorientati, lo perdono di vista. Solo Marziam, che non ha mai lasciato di tenergli un lembo del mantello, gli corre a lato felice dicendo: «Grazie, grazie, grazie, Maestro! Per Giovanni, grazie! Ho scritto tutto mentre parlavi. Non ho che da aggiungere il miracolo. Oh! è bello! Proprio per lui! Egli ne sarà felice tanto! …».
365. L’insidia dell’Iscariota all’innocenza di Marziam. Un nuovo
discepolo, fratello di latte di Gesù. A Betania,
da
Lazzaro malato[12].
Gesù nell’orto degli Ulivi.
Raccomandazioni sull’ ascolto della Parola.
1Gesù entra nel verde placido dell’orto degli Ulivi. Marziam è sempre al suo fianco e ride pensando alla corsa affannosa che certo farà Pietro per raggiungerli. Dice: «Oh! Maestro! Chissà quante ne dice! Se poi Tu avessi proseguito per Betania senza fermarti qui, sarebbe proprio in uno stato desolato».
2Gesù sorride anche Lui guardando il giovinetto e risponde: «Sì. Mi seppellirà sotto i lamenti. Ma gli servirà per un’altra volta. A stare più attento. Io parlavo, lui si distraeva a ciarlare con questo e quello…».
«Lo interrogavano, Signore», scusa Marziam non ridendo più.
3«Con buona grazia si fa cenno che si risponderà dopo, quando la Parola del Signore tace. Ricordatelo, per la tua vita futura. Per quando sarai sacerdote. Esigi il massimo rispetto nelle ore di istruzione e nei luoghi di istruzione».
4«Ma allora sarà il povero Marziam, Signore, quello che parlerà…».
5«Non importa. É sempre Dio che parla sulle labbra dei suoi servi, nelle ore del loro ministero. E come tale va udito con silenzio e rispetto».
6Marziam fa una smorfietta significativa a commento di un suo interno ragionamento.
7Gesù, che lo osserva, dice: «Non ne sei persuaso? Perché quell’espressione? Parla, figlio, senza timore».
8«Signor mio, mi chiedevo se Dio è anche sulle labbra e nel cuore dei suoi sacerdoti di ora… e… con terrore mi dicevo se saranno uguali quelli futuri… E concludevo dicendo che… fanno fare una brutta figura al Signore molti sacerdoti… Ho certo peccato… Ma sono così cattivi ed esosi, così aridi… che…».
Scindere sempre l’umanità dal ministero.
9«Non giudicare. Ma ricorda però questo senso di disgusto. Abbilo presente nel futuro. E con tutte le tue forze mira a non essere quali sono quelli che ti disgustano. E che non lo siano quelli che dipenderanno da te. Fa’ servire al bene anche il male che vedi. Ogni azione e ogni cognizione deve essere mutata in bene passando da un giudizio e da una volontà retta».
10«Oh! Signore! Prima di entrare nella casa che già si vede, rispondimi ancora ad una cosa! Tu non neghi che l’attuale sacerdozio sia manchevole. Dici a me di non giudicare. Ma Tu giudichi. E lo puoi fare. E giudichi con giustizia. Ora ascolta, Signore, il mio pensiero. Quando gli attuali sacerdoti parlano di Dio e della religione, essendo quali sono nella maggioranza, ed io parlo ora dei più cattivi fra essi, vanno ancora ascoltati come verità?».
11«Sempre, figlio mio. Per rispetto alla loro missione. Quando fanno atti del loro ministero non sono più l’uomo Anna, o l’uomo Sadoc, e così via. Ma sono “il sacerdote”. Scindi sempre la povera umanità dal ministero».
Nessuno è completamente buono o malvagio.
«Ma se fanno male anche questo…».
12«Dio sopperirà. E poi!… Ascolta, Marziam! Non c’è nessun uomo completamente buono e nessuno completamente malvagio. E nessuno è così completamente buono da essere in diritto di giudicare i fratelli per completamente malvagi. Bisogna tenere presenti i nostri difetti, contrapporre ad essi le doti buone di chi vogliamo giudicare, e allora avremmo una misura giusta di caritatevole giudizio. Io non ho ancora trovato un uomo completamente malvagio».
«Neppure Doras, Signore?».
13«Neppure lui, perché è marito onesto e padre amoroso».
«Neppure il padre di Doras?».
14«Egli pure era marito onesto e padre amoroso».
«Ma non era che quello, però!».
15«Non era che quello. Ma in quello non era malvagio. Perciò non era completamente malvagio».
«E neanche Giuda è malvagio?».
16«No».
«Ma non è buono, però».
17«Non è totalmente buono come non è totalmente malvagio. Non sei persuaso di ciò che dico?».
18«Sono persuaso che Tu sei totalmente buono e che sei assolutamente privo di malvagità. Questo sì. Lo sei tanto che non trovi mai accusa per nessuno…».
La carità tutto scusa.
19«Oh! figlio mio! Se Io dicessi la prima sillaba di una parola di accusa, voi tutti vi scagliereste come belve sull’accusato… Io evito che voi vi macchiate di peccato di giudizio col fare così. Capiscimi, Marziam. Non è che Io non veda il male là dove è. Non è che Io non veda il miscuglio di male e bene che è in alcuni. Non è che Io non capisca quando un’anima sale o scende dal livello dove l’ho portata. Non è nulla di tutto questo, figlio mio. Ma è prudenza per evitare le anticarità in voi. E farò sempre così. Anche nei secoli futuri, quando dovrò pronunciarmi su una creatura. Non lo sai, figlio, che talora vale più una parola di lode, di incoraggiamento, a mille rimproveri? Non sai che su cento casi pessimi, indicati come relativamente buoni, almeno la metà divengono realmente buoni perché non manca allora, dopo la mia benevola parola, l’aiuto dei buoni che altrimenti fuggirebbero dall’individuo indicato come pessimo? Bisogna sorreggerle le anime. Non accasciarle. Ma se Io non sono il primo a sorreggere, a velare le parti brutte, a sollecitare in voi benignità e aiuto per esse, mai voi vi dareste ad esse con attiva misericordia. Ricordalo, Marziam…».
20«Sì, Signore… (un gran sospirone). Lo ricorderò… (altro sospirone) … Ma è molto difficile davanti a certe evidenze…».
L’apostolo profanatore.
21Gesù lo guarda fissamente. Ma del giovinetto non vede che il sommo della fronte perché egli abbassa molto il viso.
22«Marziam, alza il volto. Guardami. E rispondimi. Quale è l’evidenza che è difficile trascurare?».
Marziam si confonde… Si fa rosso sotto il brunetto della pelle… Risponde: «Ma… sono tante, Signore…».
23Gesù incalza: «Perché hai nominato Giuda? Perché è una “evidenza”. Forse quella che ti è più difficile superare… Che ti ha fatto Giuda? In che ti ha scandalizzato?», e Gesù pone le mani sulle spalle del giovanetto, che ora è tutto di porpora cupa tanto è arrossito.
24Marziam lo guarda ad occhi lustri e poi si svincola e scappa gridando: «É un profanatore, Giuda!… Ma non posso dire… Rispettami, Signore! …», e si imbosca piangendo, invano chiamato da Gesù che ha un atto di sconfortato dolore.
25La sua voce ha però attirato l’attenzione di quelli della casa del Getsemani. E sulla soglia della cucina appare Giona e poi la Madre di Gesù e dietro le discepole: Maria di Cleofa, Maria Salome e Porfirea. Vedono Gesù e si dànno a camminare alla sua volta.
L’ubbidienza delle discepole.
26«La pace a voi tutti! Eccomi, Mamma!».
«Solo? Perché?».
27«Sono corso avanti. Gli altri li ho lasciati al Tempio… Ma ero con Marziam…»
«E dove è ora il figlio mio, che non lo vedo?», chiede Porfirea un poco inquieta.
28«É salito lassù… Ma ora verrà. Avete cibo per tutti? Fra poco verranno gli altri».
«No, Signore. Avevi detto che andavi a Betania…».
29«Già… Ma ho pensato essere bene di fare così. Andate svelte a prendere quanto occorre, e svelte tornate. Io resto con la Madre mia».
Le discepole ubbidiscono senza discutere.
Turbare il cuore del fanciullo è delitto.
30Restano soli Gesù con Maria e passeggiano lenti sotto l’intrico delle ramaglie, dalle quali filtrano aghi di sole a mettere cerchiolini d’oro sull’erbetta verde e fiorita.
31«Andrò dopo il pasto a Betania. Con Simone».
«Simone di Giona?».
32«No. Con Simone Zelote. E porterò meco Marziam…». Gesù tace pensieroso.
Maria l’osserva. Poi chiede: «Hai dispiaceri da Marziam?».
33«No, Mamma. Tutt’altro! Perché lo pensi?».
«Perché sei pensieroso?… Perché lo chiamavi con imperio? E perché lui ti ha lasciato? Perché si è staccato da Te come vergognoso? Neppure è venuto a salutare sua madre e me!».
34«Il fanciullo è fuggito per una mia domanda».
35«Oh! …», lo stupore di Maria è profondissimo. Tace per un poco e poi mormora, come parlando a sé stessa: «I due nel terrestre Paradiso fuggirono, dopo il peccato, udendo la voce di Dio… Ma, o Figlio mio, bisogna avere pietà del fanciullo. Comincia ad essere uomo… e forse… Figlio mio, Satana morde tutti gli uomini…». Maria è tutta pietosa e supplichevole…
36Gesù la guarda e le dice: «Come sei madre! Come sei “la Madre”! Ma non credere che il fanciullo abbia peccato. Anzi devi credere che soffra per la scottatura di una rivelazione. È molto puro. É molto buono… Lo porterò con Me, oggi. Per fargli capire, senza parole, che lo capisco. Ogni parola sarebbe di troppo… e non ne troverei una per scusare il violatore di un’innocenza».
37Gesù è severo in queste ultime parole.
38«Oh! Figlio! A questo siamo! Non ti chiedo nomi. Ma se uno ci fu capace, fra noi, di turbare il fanciullo, uno solo può essere stato… Che demonio!».
39«Andiamo a cercare Marziam, Mamma. Egli non fuggirà davanti a te».
Vanno e lo scovano dietro un cespuglio di biancospini.
40«Coglievi dei fiori per me, figlio mio?», chiede Maria andandogli davanti ed abbracciandolo…
«No. Ma ti desideravo», dice Marziam con ancora delle lacrime sul viso.
41«Ed io sono venuta. Su, presto! Ché oggi devi andare col mio Gesù a Betania! E devi essere ravviato come si conviene».
Marziam splende nel viso, già sviato dal suo turbamento di prima, e dice: «Io solo con Lui?».
42«E con Simone Zelote». Marziam, molto fanciullo ancora, fa un salto di gioia e corre fuori dal suo nascondiglio andando a cadere sul petto di Gesù… Si trova confuso. Ma Gesù ride e lo eccita dicendo: «Corri a vedere se è venuto tuo padre».
43E mentre Marziam parte di corsa, Gesù osserva: «un vero fanciullo pur essendo già assennato nel pensiero. Turbargli il cuore è un gran delitto. Ma provvederò», e intanto cammina verso casa con Maria. Ma non fanno a tempo ad arrivare che vedono Marziam che galoppa indietro.
44«Maestro… Madre… Ci sono persone… persone di quelle che erano nel Tempio… I proseliti… C’è una donna… Una donna che vuole vedere te, o Madre… Dice che ti ha conosciuta a Betlemme… Si chiama Noemi».
«Ne ho conosciute tante, allora! Ma andiamo…».
Carità profonda di Maria Ss.
45Giungono al piazzaletto dove è la casa. Un gruppo di persone attende e, appena vede Gesù, si prostra. Ma subito una donna si alza e corre a gettarsi ai piedi di Maria salutandola a nome.
46«Chi sei? Io non ti ricordo. Alzati».
La donna si alza e sta per parlare quando giungono trafelati gli apostoli.
47«Ma Signore! Ma perché? Abbiamo corso come pazzi per Gerusalemme.
Ti credevamo andato da Giovanna o da Annalia… Perché non ti sei fermato?», domandano e informano confusamente.
48«Ora siamo insieme. Inutile spiegare il perché. Lasciate che questa donna parli in pace».
Tutti si affollano ad ascoltare.
49«Tu non ti ricordi di me, o Maria di Betlemme. Ma io da trentuno anni ricordo il tuo nome e il tuo viso come quello della pietà. Ero venuta anche io da lontano, da Perge, per l’Editto. Ed ero gravida. Ma speravo tornare in tempo. Il marito si ammalò per via, e a Betlemme languì fino a morire. Io avevo partorito da venti giorni quando egli morì. E le mie grida forarono il cielo e mi seccarono il latte o lo fecero veleno. Io mi coprii di pustole e di pustole si coprì il figlio mio… E fummo gettati in una spelonca a morire… Ebbene… Tu, tu sola venisti, guardinga, ogni poco per tutta una luna, portandomi cibo e medicando le mie piaghe, piangendo con me, dando latte alla mia creatura che è viva per te, per te sola… Hai rischiato di essere uccisa a colpi di pietra, perché mi chiamavano “la lebbrosa”… Oh! mia stella soave! Non ho dimenticato questo. Sono partita dopo la guarigione. E ho saputo della strage a Efeso. Ti ho cercata tanto! Tanto! Tanto! Non potevo crederti uccisa col Figlio nella notte tremenda. Ma non ti ho mai trovata. Nella scorsa estate uno di Efeso udì tuo Figlio, seppe chi era, lo seguì alcun tempo, fu con altri al suo seguito ai Tabernacoli… E tornando ha detto. Io sono venuta per vederti, o Santa, prima di morire. Per benedirti tante volte quante sono le stille del latte che hai dato al mio Giovanni, levandolo al Figlio tuo benedetto…». La donna piange, stando in posa riverente, un poco curva, con le mani strette alle braccia di Maria…
50«Il latte non si nega mai, sorella. E.…».
51«Oh! no. Io non sorella tua! Tu, Madre del Salvatore; io, povera donna sperduta, lontana dalla sua casa, vedova con un figlio al seno, al seno arido come torrente in estate… Senza te sarei morta. Tu tutto mi hai dato, ed ho potuto tornare dai fratelli miei, mercanti ad Efeso, per te».
52«Eravamo due madri, due povere madri, con due bambini, per il mondo. E tu avevi il tuo dolore di vedova, io quello di dover essere trafitta nel mio Figlio, come diceva nel Tempio il vecchio Simeone. Non ho fatto che il mio dovere di sorella dandoti ciò che tu non avevi più. E il figlio tuo vive?».
Il fratello di latte.
53«Egli è là. E il tuo Figlio santo me lo ha guarito questa mattina. Che ne sia benedetto!».
E la donna si prostra al Salvatore gridando: «Vieni, Giovanni, a ringraziare il Signore».
54Viene avanti, lasciando i compagni, un uomo dell’età di Gesù, robusto, dal volto leale se non bello. Di bello ha l’espressione degli occhi profondi.
55«La pace a te, fratello di Betlem. Di che ti ho guarito?».
«Dalla cecità, Signore. Un occhio perduto, l’altro prossimo a perdersi. Ero sinagogo, ma non potevo più leggere i sacri rotoli».
56«Ora li leggerai con maggior fede».
57«No, Signore. Ora leggerò Te. Voglio rimanere come discepolo. E senza vantare diritti per le gocce del latte succhiate al seno dove Tu ti nutrivi. Non sono niente i giorni di una luna per creare un legame. Ma tutto è la pietà di tua Madre, allora, e la tua di questa mattina».
58Gesù si volge alla donna: «E tu che ne pensi?».
«Che mio figlio ti appartiene per due volte. Accettalo, Signore. E il sogno della povera Noemi sarà compiuto».
59«Sta bene. Sarai del Cristo. A voi: ricevete il compagno in nome del Signore», dice volgendosi agli apostoli.
60I proseliti sono esaltati di emozione. Gli uomini vorrebbero subito rimanere. Tutti. Ma Gesù fermamente dice: «No. Voi restate ciò che siete. Tornate alle vostre case conservando la fede e attendendo l’ora della chiamata. E il Signore sia sempre con voi. Andate».
«Potremo trovarti ancora qui?», chiedono.
61«No. Come un uccello che vola di ramo in ramo, Io andrò senza sosta. Non mi troverete qui. Non ho itinerario e dimora. Ma, se giusto sarà, ci vedremo e mi udrete. Andate. Resti la donna col nuovo discepolo». Ed entra in casa seguito dalle donne e dagli apostoli, che commentano commossi l’episodio, ignorato fino ad allora, e la carità profonda di Maria.
Betania.
Andando a Betania.
62E Gesù, con passo sollecito, va a Betania. Sono ai suoi lati Simone Zelote e Marziam. Felici di essere loro due i prescelti per questa visita. Marziam, completamente rasserenato, fa mille domande sulla donna venuta da Efeso, chiede se Gesù sapeva questo fatto, e così via.
63«Non lo sapevo. Le bontà di mia Madre sono infinite e fatte con così mite silenzio che restano per lo più ignote».
«É molto bello, però, l’episodio», dice lo Zelote.
«Sì. Tanto che lo voglio far sapere a Giovanni di Endor. Che dici, Maestro? Troveremo sue lettere a Betania?».
64«Ne sono quasi certo».
«Dovremmo trovare anche la donna guarita dalla lebbra», osserva lo Zelote.
65«Sì. Ha osservato con fedeltà i precetti. Ma ormai il tempo della purificazione deve essere compiuto».
Betania appare sul suo pianoro.
Decide Dio l’ora di miracolo.
66Passano davanti alla casa dove un tempo erano i pavoni, fenicotteri e gralle. Ora è abbandonata e chiusa. Simone lo nota. Ma la sua osservazione è interrotta dal giulivo saluto di Massimino che sbuca fuor dal cancello.
«Oh! Maestro santo! Che felicità in tanto dolore!».
67«Pace a te. Perché dolore?».
«Perché Lazzaro spasima per le sue gambe ulcerate. E non sappiamo che fare per sollevare quella pena. Ma vedendo Te starà meglio, di spirito almeno».
Entrano nel giardino e, mentre Massimino corre avanti, loro procedono adagio verso la casa.
68Corre fuori Maria di Magdala col suo grido adorante: «Rabbonì!», e la segue più calma Marta. Sono entrambe pallide come chi ha sofferto e vegliato.
«Alzatevi. Andiamo subito da Lazzaro».
69«Oh! Maestro! Maestro che puoi tutto, guariscimi il fratello mio!», supplica Marta.
70«Sì, Maestro buono! Egli soffre più che non possa! Si emunge, geme. Certo morirà se così dura. Abbi pietà di lui, Signore!», incalza Maria.
71«Ho tutta la pietà. Ma non è per lui ora di miracolo. Sia forte, e voi con lui. Sostenetelo a fare la volontà del Signore».
«Ah! Tu vuoi dire che egli deve morire?!», geme e chiede Marta in lacrime.
72E Maria, con gli occhi nuotanti nel pianto e la passione, la duplice passione per Gesù e per il fratello, nella voce: «Oh! Maestro, ma così facendo mi impedisci di seguirti e servirti, e impedisci al fratello di godere della mia risurrezione. Non vuoi dunque che in casa di Lazzaro si giubili per una risurrezione?».
73Gesù la guarda con un sorriso buono e arguto, e dice: «Per una? Una sola? Suvvia! Mi credete ben poca cosa, se credete che possa una cosa sola! Siate buone e forti. Andiamo. E non piangete così. Lo accascereste di penosi sospetti». E si avvia per il primo.
Lazzaro tormentato dalle piaghe.
74Lazzaro, per comodità di assistenza di certo, è stato portato in una sala presso la biblioteca, di fronte alla sala maggiore dedicata ai conviti. Massimino indica la porta, ma lascia che Gesù entri solo.
75«La pace a te, Lazzaro, amico mio!».
76«Oh! Maestro santo! La pace a Te. Per me, nelle mie membra, non c’è più pace. E accasciato è lo spirito mio. Soffro tanto, Signore! Dammi il caro comando: “Lazzaro, vieni fuori”, ed io sorgerò guarito, per servirti…».
77«Te lo darò, Lazzaro. Ma non ora», risponde Gesù abbracciandolo.
78Lazzaro è molto magro, giallognolo, cogli occhi incavati. Palesemente molto malato e molto indebolito. Piange come un bambino nel mostrare le sue gambe gonfie, bluastre, con piaghe che direi varicose, aperte in più punti. Forse spera che, mostrando a Gesù quella rovina, Gesù si commuova e faccia miracolo. Ma Gesù si limita a ricomporre con delicatezza i lini sparsi di balsamo sulle piaghe.
«Sei venuto per fermarti?», chiede Lazzaro deluso.
79«No. Ma verrò sovente».
«Come? Neppure quest’anno fai la Pasqua con me? Mi sono fatto portare qui apposta. Mi avevi promesso ai Tabernacoli che saresti stato tanto con me, dopo le Encenie…»
80«E ci starò. Ma non ora. Ti do noia a sedermi qui, sulla sponda del tuo letto?».
«Oh! no. Anzi, la frescura della tua mano pare mitigare l’ardore della mia febbre. Perché non resti, Signore?».
81«Perché, come tu sei tormentato dalle piaghe, Io lo sono dai nemici. Per quanto Betania sia considerata nei termini per la Cena, e per tutti, per Me si considererebbe peccato consumare la Pasqua qui. Tutto è cammello e trave di ciò che Io faccio, per il Sinedrio e i farisei…».
«Ah! i farisei! É vero! Ma in una mia casa, allora… Questo almeno!».
82«Questo sì. Ma lo dirò all’ultima ora. Per prudenza».
Notizie dei missionari e di Anastasica.
83«Oh! sì. Non ti fidare. Ti è andata bene con Giovanni. Sai? Ieri è venuto Tolmai con altri e mi ha portato lettere per Te. Le hanno le sorelle. Ma dove sono rimaste Marta e Maria? Non provvedono a farti onore?». Lazzaro è inquieto come molti malati.
84«Sta’ buono. Sono fuori con Simone e Marziam. Sono venuto con loro. E non abbisogno di nulla. Ora li chiamo».
85E infatti chiama quelli che, prudenti, erano rimasti fuori. Marta esce e torna con due rotoli che dà a Gesù. Maria riferisce intanto che il servo di Nicodemo ha detto che precede il padrone che viene con Giuseppe d’Arimatea. E contemporaneamente Lazzaro si sovviene di una donna «giunta ieri a tuo nome», dice.
«Ah! sì! Sai chi è?».
86«Ce lo ha detto. É figlia di un ricco di Gerico andato in Siria da anni, da giovane. L’ha chiamata Anastasica in ricordo del fior del deserto. Non ha voluto rivelare il nome del marito, però», spiega Marta.
87«Non occorre. L’ha ripudiata e perciò ella è unicamente “la discepola”. Dove è?».
«Dorme stanca. In questi giorni e notti è vissuta molto male. Se vuoi la chiamo».
88«No. Lasciala dormire. Provvederò domani».
Lazzaro guarda Marziam ammirato. E Marziam è sulle spine. Vorrebbe sapere ciò che è nei rotoli. Gesù lo comprende e li apre.
Lazzaro dice: «Come? Egli sa?».
89«Sì. Egli e gli altri meno Natanaele, Filippo, Tommaso e Giuda…».
L’Iscariota è l’obbrobrio.
90«Bene hai fatto a tenerlo celato a lui!», prorompe Lazzaro.
«Io ho molti sospetti…».
91«Non sono imprudente, amico», lo interrompe Gesù e legge i rotoli riferendo poi le notizie principali, ossia che i due si sono acclimatati, che la scuola prospera e che, senza il declinare di Giovanni, tutto andrebbe bene. Ma non può dire di più perché si annuncia la venuta di Nicodemo e Giuseppe.
«Dio ti salvi, o Maestro! Sempre, come stamane!».
92«Grazie, Giuseppe. E tu, Nicodemo, non c’eri?».
«No. Ma, saputo che eri giunto, ho pensato venire da Lazzaro, quasi certo di trovarti. E Giuseppe si è unito a me».
93Parlano dei fatti del mattino intorno al letto di Lazzaro, che tanto se ne interessa da parere sollevato dal suo soffrire.
«Ma quel Gamaliele, Signore! Hai sentito?», dice Giuseppe d’Arimatea.
94«Ho sentito».
95Nicodemo dice: «Io invece dico: ma quel Giuda di Keriot, Signore! Dopo la tua partenza lo trovai vociante come un demonio in mezzo a un gruppo di allievi dei rabbi. Ti accusava e difendeva insieme. E sono certo che era convinto di non fare che bene. Essi volevano trovarti in colpa, certo aizzati in ciò dai maestri. Egli controbatteva le accuse con una foga accorata dicendo: “Solo una colpa ha il Maestro mio! Di fare troppo poco risaltare la sua potenza. Lascia fuggire l’ora buona. Stanca i buoni con la sua eccessiva mitezza. Re è! E da re deve agire. Voi lo trattate da servo perché Egli è mite. Ed Egli si rovina per non essere che mite. Per voi, vili e crudeli, non c’è che la sferza di un potere assoluto e violento. Oh! perché non posso fare di Lui un violento Saulle?».
96Gesù crolla il capo senza parlare.
«Eppure, a modo suo ti ama», osserva Nicodemo.
«Che uomo sconcertante!», esclama Lazzaro.
«Sì. Hai detto bene. Io non lo capisco ancora, dopo due anni che gli sto vicino», conferma lo Zelote.
97Maria di Magdala si alza con un’imponenza da regina, e con la sua splendida voce proclama: «Io l’ho capito più di tutti: è l’obbrobrio vicino alla Perfezione. E non c’è altro da dire», ed esce per qualche incombenza, portando con sé Marziam.
«Forse Maria ha ragione», dice Lazzaro.
«Lo penso io pure», dice Giuseppe.
L’Iscariota è “l’uomo”.
«E Tu, Maestro, che dici?».
98«Dico che Giuda è “l’uomo”. Come lo è Gamaliele. L’uomo limitato presso Dio infinito. L’uomo è così ristretto nel suo pensiero, finché non dà ad esso respiro soprannaturale, che può accogliere una sola idea, incrostarla in sé, o incrostarsi in essa, e stare lì. Anche contro l’evidenza. Cocciuto. Ostinato. Per fede, magari, alla cosa che più lo ha colpito. In fondo Gamaliele ha una fede, come pochi in Israele, nel Messia da lui intravisto e riconosciuto in un fanciullo. Ed è fedele alle parole di quel fanciullo… E così Giuda. Saturo dell’idea messianica quale il più d’Israele la coltiva, confermato in essa dal mio primo manifestarsi a lui, vede, vuol vedere nel Cristo il re. Il re temporale e potente… ed è fedele a questo suo concetto.
99Oh! quanti, anche in futuro, si rovineranno per una concezione di fede sbagliata, testarda ad ogni ragione! Ma che credete voi? Che sia facile seguire la verità e la giustizia in tutte le cose? Che credete voi? Che sia facile salvarsi solo perché si è un Gamaliele e un Giuda apostolo? No. In verità, in verità vi dico che è più facile si salvi un fanciullo, un comune fedele, che uno elevato a carica speciale e a speciale missione. Generalmente entra, nei vocati a sorte straordinaria, la superbia della loro vocazione, e questa superbia apre le porte a Satana, cacciando Dio. Le cadute delle stelle sono più facili di quelle dei sassi. Il Maledetto cerca di spegnere gli astri e si insinua, si insinua tortuoso a far da leva agli eletti per poterli ribaltare. Se cadono nei comuni errori mille e diecimila uomini, la loro caduta non travolge che loro stessi. Ma se cade uno eletto a straordinaria sorte, e diviene strumento di Satana anziché di Dio, sua voce anziché “mia” voce, suo discepolo anziché “mio” discepolo, allora la rovina è ben più grande e può dare origine persino ad eresie profonde che ledono un numero senza numero di spiriti.
100Il bene che Io do ad uno darà molto bene se cade su terreno umile e che sa rimanere tale. Ma se cade su terreno superbo o che diventa tale per il dono avuto, allora da bene diviene male. A Gamaliele fu concessa una delle prime epifanie del Cristo. Doveva essere la sua precoce chiamata al Cristo. É la ragione della sua sordità alla mia voce che lo chiama. A Giuda fu concesso di essere apostolo, uno dei dodici apostoli fra le migliaia di uomini di Israele. Doveva questo essere la sua santificazione. Ma che sarà?… Amici miei, l’uomo è l’eterno Adamo… Aveva tutto Adamo. Tutto meno una cosa. Volle quella. E purché l’uomo resti Adamo! Ma ben sovente diviene Lucifero. Ha tutto meno la divinità. Vuole quella. Vuole il soprannaturale per stupire, per essere acclamato, temuto, conosciuto, celebrato… E per avere qualcosa di ciò che solo Dio può dare gratuitamente si abbranca a Satana, il quale è la Scimmia di Dio e dà simulazioni di doni soprannaturali. Oh! che orrenda sorte quella di questi insatanassati!
101Vi lascio, amici. Mi ritiro alquanto. Ho bisogno di raccogliermi in Dio…».
102Gesù, molto turbato, esce…
L’ odio cresce.
103I rimasti: Lazzaro, Giuseppe, Nicodemo e lo Zelote, si guardano.
«Hai visto come si era turbato?», chiede sottovoce Giuseppe a Lazzaro.
«Ho visto. Pareva vedesse uno spettacolo orrendo».
«Che avrà nel cuore?», chiede Nicodemo.
«Solo Lui e l’Eterno lo sanno», risponde Giuseppe.
«Tu sai nulla, Simone?».
«No. Certo è che da mesi Egli è molto angosciato».
104«Dio lo salvi! Ma certo è che l’odio cresce».
«Sì, Giuseppe. L’odio cresce… Io credo che presto l’odio vincerà l’Amore».
105«Non lo dire, Simone! Se così deve essere, non chiederò più di essere guarito! Meglio morire anziché assistere al più orrendo degli errori».
«Dei sacrilegi, devi dire, Lazzaro…».
106«Eppure… Israele è capace di questo. É maturo a ripetere il gesto di Lucifero muovendo guerra al Signore benedetto», sospira Nicodemo.
107Un silenzio penoso si forma, come una morsa che strozzi ogni gola… La sera scende nella stanza dove quattro onesti pensano ai delinquenti futuri.
366. Verso il Getsemani con Simone Zelote, Marziam e la nuova discepola Anastatica. Lettere da Antiochia[13].
Cammino di perfezione.
Reminiscenza.
1Gesù ha lasciato Betania insieme a quelli che erano con Lui, ossia Simone Zelote e Marziam. Ma ad essi si è aggiunta Anastatica che, tutta velata, cammina di fianco a Marziam, mentre Gesù è un poco indietro con Simone. Le due coppie camminano parlando. Ognuna per conto proprio, e di ciò che più gli sta a cuore.
2Dice Anastatica a Marziam, continuando un discorso già avviato: «Non vedo l’ora di conoscerla». Forse la donna parla di Elisa di Betsur. «Credi che non ero così commossa quando andai a nozze o fui dichiarata lebbrosa. Come la saluterò?».
3E Marziam con un sorriso dolce e serio nello stesso tempo: «Oh! col suo vero nome! Mamma!».
«Ma io non la conosco! Non è troppa confidenza? Chi sono, infine, io rispetto a lei?».
4«Ciò che ero io lo scorso anno. Anzi tu molto più di me sei! Io ero un povero orfanello sporco, spaurito, rozzo. Eppure lei mi ha sempre chiamato figlio, dal primo momento, e una vera madre mi è stata. L’anno passato ero io che tremavo d’orgasmo in attesa di vederla. Ma poi, solo a vederla, non ho tremato più. Cessato del tutto quello spavento che m’era restato nel sangue da quando avevo visto con i miei occhi di bimbo, prima le furie della natura che avevano tutto distrutto della mia casa e della famiglia mia, e poi… e poi, con questi miei occhi di bimbo avevo potuto, dovuto vedere come l’uomo è fiera più crudele dello sciacallo e del vampiro… Tremare sempre… piangere sempre… sentire un nodo qui, stretto, duro, doloroso di paura, di pena, di odio, di tutto… In pochi mesi ho conosciuto tutto il male e il dolore e la ferocia che è nel mondo… E non potevo più credere che ci fosse la bontà ancora, l’amore ancora, la protezione ancora…».
5«Ma come! Quando il Maestro ti ha preso?!… E quando sei stato fra quei suoi discepoli, così buoni!?»
«Ho tremato ancora, sorella… e ho odiato ancora. Oh! c’è voluto del tempo per persuadermi di non avere paura… E ancor di più ce ne è voluto per giungere a non odiare chi aveva fatto soffrire l’anima mia mettendola a conoscenza di ciò che può essere un uomo: un demone in veste di belva. Non si è sofferto senza conseguenze lunghe, specie quando si è bambini… Resta il segno, perché il nostro cuore è ancora tenero e tiepido dei baci della mamma, affamato di baci più che di pane. E in luogo di baci vede dare percosse…».
«Povero bambino!».
6«Sì. Povero. Tanto povero! Non avevo più neppure la speranza in Dio né il rispetto per l’uomo… Avevo paura dell’uomo. Anche vicino a Gesù, anche in braccio a Pietro avevo paura… Dicevo: “Possibile? Oh! non durerà così. Anche essi si stancheranno d’essere buoni…”. E sospiravo di giungere a Maria. Una mamma è sempre mamma, non è vero? E infatti, quando l’ho vista, quando sono stato fra le sue braccia, non ho più temuto. Ho capito che proprio tutto il passato era finito e che dall’inferno ero passato al paradiso… L’ultimo dolore fu vedere che mi dimenticavano in disparte… Ero sospettoso sempre di male. E ho pianto forte. Oh! allora! Con che amore mi ha preso! No. Non ho più pianto la mamma mia da quel momento, non ho più tremato… Maria è la dolcezza e la pace degli infelici…».
«E di dolcezza e pace ho bisogno anche io…», sospira la donna.
7«E fra poco l’avrai. Vedi quel verde laggiù? É nascosta là dentro la casa del Getsemani».
«E ci sarà anche Elisa? Ma che dirò loro? Che mi diranno?».
8«Se Elisa ci sia non so. Era malata».
«Oh! non morirà?! Chi mi prenderebbe per figlia, allora?».
9«Non temere. Egli ha detto: “Avrai madre e casa”. E così sarà. Andiamo avanti un poco più svelti. Io non so frenarmi quando sono prossimo a Maria».
Affrettano il passo e non sento più il loro parlare.
10Lo Zelote li vede quasi correre sulla via affollata e osserva a Gesù: «Sembrano fratelli. Guarda come sono buoni amici».
Cammino di perfezione.
11«Marziam sa stare con tutti. É una virtù difficile e tanto necessaria per la sua missione futura. Ho cura di aumentare in lui questa felice disposizione perché molto gli servirà».
«Questo te lo modelli a tuo gusto. Vero, Maestro?».
12«Sì. L’età me lo permette».
«Eppure anche il vecchio Giovanni Felice hai potuto modellare…».
13«Sì. Ma perché si è lasciato distruggere e ricreare completamente da Me».
«È vero. Ho notato che i più grandi peccatori quando si convertono superano nella giustizia noi, uomini di relativa consapevolezza. Perché mai?».
14«Perché la contrizione in loro è in proporzione al loro peccato. Immensa. Perciò li stritola sotto la macina del dolore e dell’umiltà. “Il mio peccato è sempre contro di me” dice il salmista. Ciò tiene umile lo spirito. É un ricordo buono, quando è ricordo unito a speranza e a fiducia nella Misericordia. Le mezze perfezioni, o anche meno di mezze, molte volte si arrestano perché non hanno il pungolo del rimorso di aver peccato gravemente e di dover riparare a farle procedere verso la perfezione vera. Stagnano come acque chiuse. Si sentono soddisfatte di essere limpide. Ma anche l’acqua più limpida, se non si depura nel moto delle particelle di polvere, dei detriti che il vento porta in essa, finisce per divenire melmosa e corrotta».
“Se non c’ è umiltà non si procede”.
«E le imperfezioni che noi lasciamo esistere e persistere in noi sono polvere e detriti?».
15«Sì, Simone. Siete troppo stagnanti ancora. Avete un moto quasi impercettibile verso la perfezione. Non sapete che il tempo è rapido? Non pensate che nello spazio che resta dovreste sforzarvi di divenire perfetti? Se non possederete la forza della perfezione, conquistata con una volontà decisa in questo tempo che avanza, come potrete resistere alla tempesta che Satana e i suoi figli scatenerà contro il Maestro e la sua Dottrina? Un giorno verrà che, sbalorditi, vi chiederete: “Ma come potemmo essere travolti, noi che fummo con Lui per tre anni?”. Oh! la risposta è in voi, nel vostro modo di agire! Chi più si sforzerà a divenire perfetto in questo tempo che resta, colui più sarà capace di essere fedele».
«Tre anni… Ma allora… Oh! mio Signore!… Dunque la primavera prossima ti perderemo?».
16«Queste piante hanno i frutticini ed Io li gusterò maturi. Ma mai più gusterò, dopo i frutti di quest’anno, nuovi raccolti… Non ti desolare, Simone. La desolazione è sterile. Sappi e provvedi a corroborarti in giustizia per poter essere fedele al momento tremendo».
«Sì. Lo farò. Con tutte le mie forze. Posso dire questo agli altri? Perché si preparino essi pure?»
17«Puoi dirlo. Ma solo chi avrà forte volontà vorrà».
«E gli altri? Perduti?».
18«No. Ma duramente provati dal loro atto. Saranno come uno che si credeva forte e si trova atterrato e vinto. Sbalorditi. Avviliti. Umili, finalmente! Perché, credilo Simone, se non c’è umiltà non si procede. L’orgoglio è la pietra su cui ha piedestallo Satana. Perché tenerla nel cuore? É maestro gradevole questo orrido essere?».
«No, Maestro».
19«Eppure tenete nel cuore il punto di appoggio, la cattedra per le sue lezioni. Siete impastati di orgoglio. Ne avete per tutto e per tutti i motivi. Anche l’essere “miei” vi è orgoglio. Ma, o stolti, non vi guarisce il confronto di ciò che siete con Colui che vi ha eletti? Non è perché vi ho chiamati che sarete santi. È per il modo come sarete divenuti dopo la mia chiamata. La santità è fabbrica che ognuno eleva da sé stesso. La Sapienza può indicargliene il metodo e il disegno. Ma l’opera materiale spetta a voi».
«È vero. Allora, però, non ci perderemo? Dopo la prova saremo più santi perché umili? …».
20«Sì». Il sì è breve e severo.
«Così lo dici, Maestro?».
21«Così lo dico».
«Vorresti da noi santità avanti la prova…».
22«Vorrei così. E per tutti».
«Per tutti! Non saremo uguali nella prova?».
23«Non uguali né prima, né durante, né dopo di essa. Eppure a tutti ho dato la stessa parola…».
«E lo stesso amore, Maestro. Siamo dei grandi colpevoli verso di Te…».
24Gesù sospira…
Anastasica presentata alla famiglia.
25Lo Zelote, dopo un silenzio piuttosto lungo, sta per parlare. Ma quasi di corsa vengono loro incontro gli apostoli e i discepoli che hanno incontrato Marziam alle prime pendici del Getsemani, e Simone tace mentre Gesù risponde ai saluti di tutti procedendo poi a fianco di Pietro verso l’uliveto e la casa.
26Pietro informa che erano alle vedette dall’alba, che Elisa è ancora sofferente in casa di Giovanna, che la sera avanti erano venuti dei farisei, che… che… che… un fastello di notizie arruffate alquanto, dalle quali finalmente esce la domanda: «E Lazzaro?», alla quale Gesù risponde esaurientemente.
Pietro, molto curioso, non sa trattenersi dal chiedere: «E.… nulla, Signore? Nessuna… notizia…».
27«Sì. A suo tempo le saprai. Dove è Marziam con la donna? Già alla casa?».
«Oh, no! La donna non ha osato andare avanti. É seduta su un ciglio e ti aspetta. Marziam… Marziam… mi è scomparso. Sarà corso in casa».
«Affrettiamo il passo».
28Ma, per quanto lo affrettino, non giungono alla casa prima che Maria con la cognata, Salome, Porfirea e le mogli di Bartolomeo e Filippo ne siano uscite venerando. Gesù le saluta da lontano e si dirige al luogo dove Anastasica sta dimessa, la prende per mano conducendola verso la Madre e le donne.
29«Ecco, questo è il fiore di questa Pasqua, Madre. Uno solo quest’anno. Ma ti sia soave perché Io te lo conduco».
La donna si è inginocchiata.
30Maria si curva e la solleva dicendo: «Le figlie stanno sul cuore, non ai piedi delle mamme. Vieni, figlia. Conosciamoci nel volto come già i nostri spiriti si conoscono. Ecco le sorelle presenti. Altre ne verranno. E sia una dolce famiglia tutta amore fra i suoi membri e tutta santità per la gloria di Dio».
31Si scambiano fra discepole il bacio di amore e si scrutano a vicenda. Entrano in casa salendo sulla terrazza circondata dal glauco di centinaia di ulivi. I gruppi si separano. Gesù con gli uomini. Le donne a parte intorno alla nuova venuta. Torna Susanna, andata in città col marito. Viene Giovanna coi bambini. Col suo viso d’angelo appare Annalia; e Giairo, che era mescolato ai discepoli mentre correvano da Gesù, torna con sua figlia che va nel gruppo delle donne, vicina a Maria che la carezza.
32Pace e amore è nell’accolta di persone. Poi il sole cala e, prima di congedare chi torna alle proprie case o a quelle ospitali, Gesù li riunisce tutti in preghiera e li benedice. Poi li congeda rimanendo con quelli che preferiscono pigiarsi nella casa del Getsemani o pernottare sotto gli ulivi piuttosto che allontanarsi di lì. Restano perciò Maria, Maria d’Alfeo, Salome, Anastatica, Porfirea, delle donne; e Gesù, Pietro, Andrea, Giacomo e Giuda d’Alfeo, Giacomo e Giovanni di Zebedeo, Simone Zelote, Matteo, Marziam, degli uomini.
I confidenti.
33La cena è presto consumata. E, dopo, Gesù invita sua Madre e Maria d’Alfeo ad andare con Lui e con i discepoli per l’uliveto silenzioso. Forse le altre tre donne andrebbero volentieri esse pure. Ma Gesù non le chiama, e anzi dice a Salome e Porfirea: «Fate sante parole con la nuova sorella e poi coricatevi senza attenderci. La pace sia con voi». E le tre si rassegnano al loro destino. Pietro è un poco imbronciato e tace, mentre tutti parlano mentre in gruppo vanno proprio verso il futuro masso dell’agonia. Si siedono sul ciglio avendo di fronte Gerusalemme, che si quieta lentamente dopo la confusione della giornata.
34«Accendi dei rami, Pietro», ordina Gesù.
«Perché?»
35«Perché voglio leggervi ciò che scrivono Giovanni e Sintica. Per questo, tu che sei malcontento sappilo, per questo non ho fatto venire le tre donne».
«Ma mia moglie c’era quella sera! …»
36«Ma escludere soltanto Salome, delle vecchie discepole, sarebbe stato brutto… Del resto ciò ti darà modo di sfogare la tua lingua narrando alla tua moglie prudente ciò che ora senti».
Pietro, gongolante per l’elogio dato a Porfirea e per la concessione di poterla mettere al corrente del segreto, perde il broncio di colpo e si dà da fare ad accendere un allegro falò, dal quale si alzano fiamme diritte, ferme nell’aria calma.
37Gesù si leva dalla cintura le due lettere, le svolge e legge nel mezzo del cerchio attento di undici volti.
Lettere da Antiochia.
Saluti.
38«”A Gesù di Nazareth onore e benedizione. A Maria di Nazareth benedizione e pace. Ai fratelli santi pace e salute. A Marziam beneamato pace e carezze.
39Lacrime e sorrisi sono nel mio cuore e sul mio volto mentre mi siedo per scrivere questa lettera per voi tutti. Ricordi, nostalgie, speranze e pace del dovere compiuto sono in me. Tutto il passato che per me ha valore, ossia quello iniziato dodici mesi or sono, mi è davanti, e un salmo di riconoscenza a Dio, troppo pietoso per il colpevole, mi sgorga dal cuore. Che Tu sia benedetto, e con Te la Santa che ti ha dato al mondo, e l’altra madre che mi ricordo come la compassione incarnata, e con Te benedetti Pietro, Giovanni, Simone, Giacomo e Giuda, e l’altro Giacomo, e Andrea e Matteo, e infine, preso sul cuore per benedirlo, Marziam carissimo, per tutto quanto mi avete dato, dal momento che vi conobbi a quello che vi lasciai! Oh! non per mio volere! Dio perdoni coloro che hanno strappato me a voi! Dio li perdoni. E aumenti in me la capacità di farlo, di mio. Per ora, col suo aiuto, insieme a Lui lo posso fare. Ma da solo, no, ancora non potrei, perché troppo rovente è la ferita che essi mi hanno fatto con lo strapparmi alla mia vera Vita, a Te, Santissimo. Troppo rovente ancora nonostante i tuoi conforti siano una pioggia continua e balsamica su me…”»
Interferenza di Pietro.
40Gesù scorre molte righe senza leggerle. E riattacca: «”La mia vita… “»; ma Pietro, che per aiutare il Maestro a vedere ha preso un ramo fiammeggiante e lo tiene alzato, stando presso il Maestro e allungando il collo per vedere lo scritto, dice: «No, no, non è così! Perché non leggi, Maestro? C’è dell’altro in mezzo! Bestia sono, ma non tanto da non saper leggere piano. Io leggo: “Le tue promesse hanno superato le mie speranze…”»
41«Ma sei terribile! Peggio di un ragazzo!», dice Gesù sorridendo.
«Sicuro! Sono un vecchio a momenti! Perciò ho più malizia di un fanciullo».
«Dovresti anche avere più prudenza».
42«É buona per i nemici. Qui siamo fra amici. Qui Giovanni dice delle belle cose di Te. Voglio saperle. Per regolarmi anche io per quando Tu mi spedissi come una mercanzia altrove. Su, leggi tutto! Madre, diglielo tu che non è giusto darci le notizie sceverate come tanti pesciolini. Fuori! Fuori! Alghe, mota, pesce minuto e pesce prelibato. Tutto! Aiutatemi voi! Sembrate tante statue! Mi fate stizza! E ridono!».
43Non ridere è difficile davanti all’agitazione di Pietro, che salta qua e là come un puledro imbizzito, scuotendo il suo ramo fiammeggiante senza curarsi delle scintille che gli piovono addosso. Gesù deve cedere per calmarlo e potere andare avanti nella lettura.
Apparizione di Gesù.
44«”Le tue promesse hanno superato le mie speranze nelle tue promesse. Oh! Maestro santo! Quando in quella triste mattina d’inverno Tu mi hai promesso che Tu saresti venuto a consolare il tuo triste discepolo, io non ho capito il vero valore della tua promessa. Il dolore e la relatività dell’uomo opprimevano le facoltà dello spirito, ed esso era ottuso nel capire la portata della tua promessa.
45Che Tu sia benedetto, spirituale visitatore delle mie notti, che perciò non sono desolazione e dolore come mi prevedevo, ma attesa di Te, o gioioso incontro con Te. La notte, orrore dei malati, degli esiliati, dei soli, dei colpevoli, per me, veramente Felice di fare il tuo volere e di servirti, si è fatta ‘l’attesa delle vergini sagge per l’arrivo dello sposo’. La povera anima mia ha anzi più ancora. Ha la beatitudine di essere la sposa che attende il suo Amore, che viene nella stanza nuziale per darle ogni volta la gioia del primo incontro e l’estasi fortificante della fusione.
Supplica.
46Oh! mio Maestro e Signore, mentre ti benedico del tanto che mi dai, ti prego di ricordarti le due altre promesse che mi hai fatto. La più importante, per il troppo debole uomo che sono, è di non lasciarmi in vita per l’ora del tuo dolore. Tu conosci la mia debolezza! Non fare che colui che per il tuo amore si è spogliato dall’odio debba, per l’odio verso gli uomini tuoi carnefici, tornare a vestire le spinose e brucianti divise dell’odio. La seconda è per il tuo povero discepolo, anche esso troppo debole e incompiuto nella perfezione. Siimi presso, come hai detto, nell’ora del mio morire. Ora che so come per Te non esistono distanze, e mari, monti, fiumi e volere degli uomini non ti impediscono di dare a chi ti ama il conforto della tua sensibile presenza, non dubito più di poterti avere al mio spirare. Vieni, Signore Gesù! E vieni presto ad introdurmi nella pace.
Ed ora che ti ho parlato dello spirito, ti darò notizie del mio lavoro.
Il pedagogo.
47Ho molti allievi, di ogni razza e paese. Per non urtare questi o quelli, ho diviso i giorni e alterno un dì ai pagani, uno ai fedeli, con molto profitto, data l’assenza qui di pedagoghi. Il guadagno lo do ai poveri e così li attiro al Signore. Ho ripreso il mio antico nome non perché lo ami, ma per prudenza. Nelle ore che sono del mondo, sono ‘Felice’. Nelle ore che sono di Gesù solo, sono ‘Giovanni’: la grazia di Dio. Ho spiegato a Filippo che il vero nome era Felice e che Giovanni ero detto solo per distinguermi fra i fratelli. E nessuno stupore ha creato la cosa, data la facilità con cui cambiamo nomi o chiamiamo per soprannomi. Spero di fare qui molto lavoro, per preparare la via ai fratelli santi. Se avessi più forze vorrei spingermi per queste campagne a rendere noto il tuo Nome. Ma forse lo potrò nella prima estate o per le frescure di autunno. E solo che possa, lo farò. L’aria pura di Antigonio, questi giardini così placidi e belli, i fiori, i fanciulli, le gallinelle, l’affetto dei giardinieri, e soprattutto quello grande, saggio, figliale di Sintica, mi giovano molto. Direi che sono migliorato. Così non la pensa Sintica, benché questo suo pensiero si palesi solo dalle sollecite e continue cure che ha di me, per il mio cibo, per il mio riposo, perché io non prenda freddo… Ma io mi sento meglio. Questa non è forse sensazione che viene dal dovere eroicamente compiuto? Così dice Sintica. E vorrei sapere se dice bene. Perché il dovere è cosa morale, mentre la malattia è cosa carnale.
48E anche vorrei sapere se Tu vieni realmente o se mi appari soltanto ai sensi spirituali, ma così perfettamente da non lasciarmi distinguere dove finisce la realtà materiale della tua Presenza.
49Maestro caro e benedetto, il tuo Giovanni si inginocchia chiedendoti benedizione. Alla Madre, a Maria, ai fratelli santi, pace e benedizione. A Marziam un bacio perché si ricordi di mandare le sante parole, pane agli esuli che sono operai nella vigna del Signore”.
Questa è la lettera di Giovanni… Che ne dite?».
50Un incrociarsi di impressioni… Ma più forte di tutte è quella sulla presenza di Gesù. Lo tempestano di domande… sul come può essere, se può essere, e se Sintica vede ecc. ecc.
Gesù fa un gesto di silenzio e apre il rotolo di Sintica.
La maestra cristiana.
51Legge: «”Sintica al Signore Gesù con tutto l’amore di cui è capace. Alla Madre benedetta venerazione e lode. Ai fratelli nel Signore riconoscenza e benedizione. A Marziam l’abbraccio della sorella lontana.
52Giovanni ti ha detto, o Maestro, la nostra vita. Molto sinteticamente ti ha detto ciò che egli fa e che io, donnescamente, faccio. Ho la mia scuoletta piena di fanciulle e molto guadagno spiritualmente perché te le guadagno, o mio Signore, parlando del vero Dio attraverso allo stesso lavoro. Qui, in questa regione dove tante razze si sono mescolate, è una matassa arruffata di religioni. Tanto arruffata che… non sono più che impraticabili religioni, filacce di religioni che non servono più a nulla. In mezzo, rigida e intransigente, la fede degli israeliti che col suo peso spezza i già logori fili delle altre senza ottenere nulla.
53Giovanni, avendo alunni, deve agire con prudenza. Io, con le fanciulle, vado più liberamente. Essere donne è sempre una inferiorità, tanto che alle famiglie di diverse religioni non importa se le fanciulle si mescolano in un’unica scuola. Basta che imparino la fruttuosa arte del ricamo. E sia benedetto il concetto dispregioso che il mondo ha di noi donne, perché mi permette così di allargare sempre più il mio cerchio di azione. I ricami vanno a ruba, la fama si estende, vengono dame da lontano. A tutte ho modo di parlare di Dio… Oh! come anche i fili, che divengono fiori, animali, stelle sul telaio o sulla tela, servono, sol che si voglia, ad indirizzare le anime alla Verità. Avendo conoscenza di diverse lingue posso usare il greco coi greci, il latino coi romani, l’ebraico con gli ebrei. Anzi, in questo sempre più mi miglioro con l’aiuto di Giovanni.
La carismatica.
54Altro mezzo di penetrazione è l’unguento di Maria. Ne ho fatto molto, di novello, con le essenze qui esistenti, e ad esso ho mescolato una particella di quello originario, per santificarlo. Ulceri e dolori, ferite e mal di petto scompaiono. Vero è che io, mentre spalmo e fascio, non faccio che dire i due Nomi santi: Gesù-Maria. Anzi, giocando sul nome greco di Cristo, ho chiamato questo balsamo: ‘Unto Mirra’. Non è forse così? Non c’è in esso l’essenza salutifera della Mirra di Dio che ti ha generato, o prezioso Olio che ci fai re? Devo stare molte volte alzata per poterne preparare sempre di nuovo, e pregherei la Santa di prepararne ancora e mandarmelo per i Tabernacoli, per poterlo mescolare all’altro fatto dalla infima serva di Dio. Però, se facessi male a fare così, dillo, Signore. E mai più lo farò.
La testimone.
55Il caro Giovanni mi loda molto. E che dovrei dire io di lui, allora? Soffre acutamente, ma è di una fortezza meravigliosa. Non sapessi il suo segreto ne stupirei. Ma da quella notte che tornando da un malato l’ho scoperto estatico e trasfigurato, ed ho sentito le sue parole, e prostrata mi sono, intuendo che Tu eri presente al tuo servo, io non posso più stupirmi. Forse qualche fratello stupirà invece sentendo che non mi rammarico di non aver visto io pure. Perché dovrei farlo? Tutto è bene, tutto è sufficiente di ciò che Tu dai. Ognuno riceve la parte che merita e che gli è necessaria. Bene dunque è se Giovanni ha Te visibile ed io ti ho solo nello spirito.
56Sono io felice? Come donna ho rimpianti del tempo che fui con Te e Maria. Ma come anima felicissima sono, perché solo ora io ti servo, mio Signore. Penso che il tempo è un nulla. Penso che l’ubbidienza è moneta per entrare nel tuo Regno. Penso che darti aiuto è grazia che supera ciò che la povera schiava poteva sognare anche in ora di delirio, e che Tu mi hai concesso di aiutarti. Penso che, separata ora, ti avrò infine per tutta l’eternità. E canto la canzone di Giovanni come fa una calandra a primavera sui campi d’oro dell’Ellade. Le mie fanciulle la cantano perché dicono che è bella. Io le lascio cantare sul ritmo del telaio, così simile a quello del remo in quel giorno lontano, perché penso che dire il tuo nome, o Madre, sia predisporsi alla Grazia.
57Giovanni mi prega di aggiungere la notizia che ti ha mandato un ottimo cittadino di Antiochia. Nicolai è il suo nome. La sua prima conquista per il tuo gregge. Molto speriamo che Nicolai non deluda il concetto che di lui abbiamo in cuore.
58Benedici la tua serva, Signore. Benedicila, o Madre, beneditemi tutti, o voi, santi, e tu, fanciullo benedetto che cresci in sapienza presso il Signore”.
Postilla.
59Così scrive Sintica. E ha aggiunto una postilla all’insaputa di Giovanni. Dice in essa: “Giovanni non grandeggia e rinforza che nello spirito. Il resto declina nonostante ogni cura. Molto conta nel primo dell’estate. Io penso che non potrà fare ciò che dice. Penso che l’inverno soffochi la sua larva di vita… Ma è in pace. E si santifica con le opere e con la sofferenza. Mantienigli la forza con la tua presenza, o mio Signore! Ti chiedo di sottoporre me ad ogni pena in cambio di questo dono per il tuo discepolo. Mandando queste da Tolmai a Lazzaro, ti supplico di volere dire a lui e alle sorelle che ricordiamo le loro bontà per noi, e per loro costantemente e ardentemente preghiamo”».
Tutti si scambiano nuove impressioni.
Il pianto di Maria.
60Andrea si curva per chiedere qualcosa a Maria e resta stupefatto a vedere delle lacrime sul suo volto.
61«Piangi?», chiede.
«Perché piange? Ma come? Madre!», dicono in molti.
62«Io lo so perché piange», dice Marziam.
«Perché, allora?».
63«Perché Giovanni ha ricordato la morte del Signore».
«Già. É vero! E come lo sa se non c’era più quando Tu l’hai predetta?».
64«Perché da Me l’ha saputo per suo conforto».
«Umh! Conforto! …».
65«Sì, conforto. La promessa che non attenderà molto ad avere il Regno. Egli lo merita perché vi ha superati nella volontà e nell’ubbidienza. Torniamo a casa. Prepareremo le risposte per darle a Tolmai, e tu, Marziam, unirai i tuoi libri».
«Ah! capisco! capisco! Scriveva per loro! …».
66«Sì. Andiamo. Domani andremo al Tempio…».
367. Giovedì avanti Pasqua. Preparativi nel Getsemani[14].
La volontà di servire.
Il risveglio.
1É appena un principio di aurora. Ma già gli uomini emulano gli uccelli che si agitano nei primi voli e nei primi lavori e canti del giorno. La casa del Getsemani si desta piano piano e si trova prevenuta dal Maestro, che già torna dalla preghiera fatta alle prime luci dell’alba, seppure non rientra dopo una intera notte di preghiera.
2Si ridesta lentamente il vicino campo dei Galilei sul pianoro del monte Uliveto, e grida e richiami vanno per l’aria serena, attutiti dalla distanza, ma abbastanza netti per fare comprendere che i pii pellegrini colà radunati stanno per riprendere le cerimonie pasquali, interrotte la sera avanti.
3Si ridesta la città, giù, in basso, iniziando il clamore che la fa piena, in questi giorni di sovraffollamento, con i ragli dei somarelli degli ortolani e dei venditori di agnelli, che si pigiano alle porte per entrare, e col pianto così commovente di centinaia di agnellini che, su carri, su basti, su bastoni o su spalle, vanno al loro tragico destino e chiamano la madre, piangono la sua lontananza non sapendo che dovrebbero piangere la vita giunta al termine così precocemente. Poi sempre più il rumore cresce in Gerusalemme, per lo scalpiccio di passi nelle vie, per i richiami da terrazza a terrazza e da queste alla via o viceversa. E il rumore giunge, come quello di un flutto marino, attutito dalla lontananza, sino alla serena conca del Getsemani.
La cupola del Tempio.
4Un primo raggio di sole sciabola diretto su di una cupola preziosa del Tempio e la accende tutta come fosse un sole sceso sulla terra, un piccolo sole posato su di un candido piedestallo, ma tanto bello, pur nella sua piccolezza.
5I discepoli e le discepole guardano ammirate quel punto d’oro. É la Casa del Signore! É il Tempio! Per capire cosa era questo luogo per gli israeliti, basta vedere i loro sguardi nel fissarlo. Sembra che vedano, fra il rutilare dell’oro acceso dal sole, balenare la Faccia SS. di Dio. Adorazione e amor di patria, santo orgoglio di essere ebrei, sono palesi in quegli sguardi più che se le labbra parlassero.
Porfirea.
6Porfirea, che non è più stata a Gerusalemme da tanti anni, ha persino lacrime di commozione negli occhi mentre, inconsapevolmente, stringe il braccio del suo uomo che le indica non so che con la mano, e si abbandona un poco sopra di lui, simile ad una sposa novella, innamorata dello sposo, ammirata di lui, beata di essere da lui istruita.
Anastatica, la sua volontà di servire.
7Intanto le altre donne parlano piano, appena a monosillabi, per chiedersi ciò che è da fare nel giorno, e Anastasica, non ancora pratica e un poco spaesata, sta lievemente discosta, assorta nei suoi pensieri. Maria, che parlava con Marziam, la vede e va da lei passandole un braccio intorno alla vita.
8«Ti senti un poco sola, figlia mia? Ma oggi andrà meglio. Vedi? Mio Figlio sta ordinando agli apostoli di andare alle case delle discepole per avvertirle di radunarsi e di attenderlo nel pomeriggio in casa di Giovanna. Vuole certo parlare a noi, proprio a noi donne, e certo in precedenza ti avrà già data una madre. Buona, sai? La conosco da quando ero al Tempio. Era una madre fino da allora per le più piccole fra le vergini. E comprenderà il tuo cuore perché anche ella ha molto pianto. Mio Figlio la guarì l’anno scorso da una malinconia mortale che l’aveva presa dopo la morte dei suoi due figli. Tanto ti dico perché tu sappia chi è colei che d’ora in poi ti amerà e tu amerai. Però, come l’anno scorso dissi a Simon Pietro che riceveva Marziam per figlio, ora dico a te: “Che questo affetto non ti illanguidisca il cuore nella sua volontà di servire Gesù”. Se così fosse, il dono di Dio ti sarebbe pernicioso più della lebbra, perché spegnerebbe in te la volontà buona che ti darà un giorno il possesso del Regno».
9«Non temere, o Madre. Per quanto sta in me, di questo affetto farò una fiamma per sempre più accendere me stessa al servizio del Salvatore. Non mi appesantirò in esso e non appesantirò Elisa, ma insieme, anzi, sorreggendoci e spronandoci, in santa gara voleremo, con l’aiuto del Signore, per la sua via».
I doveri futuri dei fedeli cristiani.
10Mentre parlano, dal campo dei Galilei, dalla città, da case sparse per le pendici e dalla frazione, o borgatella che sia, che è appena fuori città, su una delle due vie che da Gerusalemme vanno a Betania e, per specificare, sulla via più lunga che Gesù fa raramente, sopraggiungono discepoli antichi e recenti, e ultimi ad arrivare sono Filippo con la famiglia, Tommaso solo, Bartolomeo con la moglie.
11«Dove sono i figli di Alfeo, Simone e Matteo?», chiede Tommaso che non li vede.
12Gesù gli risponde: «Sono andati avanti. I due ultimi a Betania ad avvisare le sorelle di essere nel pomeriggio in casa di Giovanna. I due primi dalla stessa e da Annalia, per dire loro che nel pomeriggio sarò da Giovanna. Ci troveremo all’ora di terza alla porta Dorata. Andiamo intanto a dare l’obolo ai mendicanti e ai lebbrosi. Bartolomeo vada con Andrea avanti, a comperare cibarie per essi. Noi li seguiremo lentamente fermandoci al sobborgo di Ofel, presso la porta, per andare poi dai poveri lebbrosi».
«Tutti?», dicono alcuni poco entusiasti.
13«Tutti e tutte. La Pasqua, quest’anno, ci riunisce come mai fu possibile. Insieme facciamo ciò che saranno i doveri futuri di uomini e donne operanti nel mio Nome. Ecco Giuda di Simone che viene di fretta. Ne ho piacere perché voglio sia lui pure con noi».
14Infatti Giuda viene trafelato.
15«In ritardo, Maestro? Colpa di mia madre. É venuta, contrariamente al solito e a ciò che le avevo detto. L’ho trovata ieri sera presso un amico di casa nostra. E questa mattina mi ha trattenuto in discorsi… Voleva venire con me. Ma non ho voluto».
16«Perché? Maria di Simone non merita forse di stare dove tu stai? Anzi molto più di te lo merita. Va’ perciò di corsa a prenderla e raggiungici al Tempio, alla porta Dorata».
17Giuda va via senza obbiettare.
18Gesù si mette in cammino, davanti, con gli apostoli e i discepoli. Le donne, con Maria al centro, dietro agli uomini.
368. Giovedì avanti Pasqua. La madre di Annalia e altri incontri a Gerusalemme e nel Tempio[15].
Annalia scelta da Dio a sposa.
La causa di Annalia.
1Non vedo la distribuzione di cibi ai lebbrosi di Hinnon, e di essi sento solo parlare. Ma non mi pare siano avvenuti miracoli fra essi, perché Simone Pietro dice: «La solitudine atroce non ha dato loro la grazia di credere e conoscere dove è la Salute».
2Poi la città li accoglie dalla Porta che mette nel chiassoso e popolato sobborgo di Ofel.
3Dopo qualche metro, da una porta di casa socchiusa balza fuori tutta festosa Annalia, che venera il Maestro dicendo: «Ho licenza dalla madre di stare fino a sera con Te, Signore».
«Non se ne dispiacerà Samuele?».
4«Non c’è più Samuele nella mia vita, Signore. E l’Altissimo ne abbia grazie. Solo mi conceda che, come ha lasciato me, non lasci Te, o mio Dio». La bocca giovanile sorride eroicamente, mentre un luccicore di pianto splende negli occhi casti.
5Gesù la guarda fissamente e le dice, per tutta risposta: «Unisciti alle discepole», e riprende il cammino. Ma la vecchia madre di Annalia, più vecchia per i dolori che per l’età, si avvicina a sua volta, tutta curvata in venerabondo e accasciato saluto, e dice: «La pace a Te, Maestro. Quando ti potrei parlare? Ho tanto affanno! …».
6«Subito, donna». E volgendosi a chi è con Lui ordina: «Sostate qui fuori. Io entro un poco in questa casa», e fa per avviarsi dietro alla donna.
7Ma Annalia, dal gruppo delle discepole, lo richiama con una sola parola: «Maestro!», ma quanto c’è in essa! E congiunge le mani nel dirla, come supplicasse…
8«Non temere. Sta’ in pace. La tua causa è nelle mie mani e così il tuo segreto», la rassicura Gesù. E poi, rapido, entra nella porta socchiusa.
Annalia lascia la carne per la Luce.
9Fuori si commenta sul fatto, e curiosità maschili e femminili sono in gara per sapere… sapere… sapere…
10Dentro si ascolta e si piange. Gesù ascolta. Appoggiato con le spalle alla porta, che ha chiuso da Sé non appena entrato, con le braccia conserte sul petto, ascolta la madre della fanciulla che piangendo gli narra della volubilità del promesso sposo, che ha colto un pretesto per sciogliersi del tutto dal legame… «Dimodoché Annalia è come una ripudiata e mai più avrà nozze, perché ella ha dichiarato che Tu non approvi chi dopo il ripudio torna a sposarsi. Ma così non è. Ella è fanciulla ancora! Ella non vende se stessa ad altro uomo, perché di nessun uomo è stata. Ed egli colpevole è di crudeltà. E più. Perché in lui è venuta volontà d’altre nozze, ma sarà mia figlia che apparirà colpevole, e il mondo la deriderà. Provvedi, o Signore, perché per Te questo avviene».
«Per Me, donna? In che ho peccato?».
11«Oh! Tu non hai peccato. Ma egli dice che Annalia ti ama. E finge gelosia. Ieri sera venne, ed essa era da Te. Si infuriò e fece giuramento di non volerla più per moglie, e Annalia, sopraggiunta allora, gli rispose: “Bene fai. Solo mi spiace che tu abbia a vestire la verità di menzogna e di calunnia. Tu sai che Gesù non si ama che con l’anima. Ma è la tua anima che ormai si è corrotta e lascia la Luce per la carne, mentre io lascio la carne per la Luce. Non potremmo più essere un sol pensiero come due sposi devono essere. Va’, dunque, e Dio vegli su te”. Non una lacrima, capisci? Nulla che abbia toccato il cuore dell’uomo! Le mie speranze deluse! Ella… oh! certo per leggerezza, causa la sua rovina. Chiamala, Signore. Parlale. Piegala alla ragione. Cerca Samuele. É da Abramo suo parente, alla terza casa dopo la Fonte del fico. Aiutami! Ma prima parla a lei, subito…».
Vergine in eterno per amore di Dio.
12«Parlare, parlerò. Ma dovresti ringraziare Dio che scioglie un legame umano che, chiaro è, non dava affidamento buono. L’uomo è volubile e ingiusto verso Dio e verso la donna sua…».
13«Sì, ma è atroce che il mondo pensi lei colpevole, Te colpevole, solo perché ella ti è discepola».
14«Il mondo accusa e poi dimentica. Il Cielo invece è eterno. Tua figlia sarà fiore del Cielo».
15«Allora perché l’hai fatta vivere? Sarebbe stata fiore senza aver avuto la lapidazione delle calunnie. Oh! Tu che sei Dio, chiamala, falla ragionare e poi fa riflettere Samuele…»
16«Ricordati, donna, che neppure Iddio può opprimere la volontà e la libertà dell’uomo. Essi, Samuele e tua figlia, hanno diritto di seguire ciò che sentono essere bene per loro. Specie Annalia ne ha diritto…».
17«Ma perché?».
«Perché più di Samuele essa è amata da Dio. Perché più che a Samuele essa dà amore a Dio. É di Dio tua figlia!».
18«No. In Israele ciò non è. La donna deve essere sposa… È mia la figlia… Il suo sponsale mi dava pace di giorni futuri…».
19«Tua figlia era del sepolcro da un anno se Io non agivo. Chi sono Io per te?».
«Il Maestro e Dio».
20«E come Dio e Maestro dico che l’Altissimo ha diritto più di ogni altro sui suoi figli, e che molto sta per mutarsi nella Religione, e sarà d’ora in poi possibile alle vergini di esser tali in eterno per amore di Dio. Non piangere, o madre. Lascia la tua casa e vieni con noi, oggi. Vieni! Là fuori è la Madre mia e altre eroiche madri che hanno dato i figli al Signore. Unisciti ad esse…».
Il voto di verginità.
«Parla ad Annalia… Prova, Signore!», geme la donna fra i singhiozzi.
21«Sta bene. Farò come tu vuoi», dice Gesù. E aperta la porta chiama: «Madre, vieni con Annalia».
Le due chiamate vanno leste. Entrano.
22«Fanciulla, tua madre vuole che Io ti dica di riflettere ancora. Vuole che Io parli a Samuele. Che devo fare? Che risposta mi dai?».
«Parla pure a Samuele. Anzi io pure ti supplico di farlo. Ma solo perché vorrei che, udendo Te, giusto si facesse. Riguardo a me, Tu sai. Ti prego dare a mia madre la risposta più vera».
23«Senti, donna?».
«Quale è dunque la risposta?», chiede con voce spezzata la vecchia, che in sul primo delle parole della figlia credeva ad una resipiscenza della stessa e che poi ha compreso che così non è.
24«La risposta è che da un anno tua figlia è di Dio, e il voto è perenne finché duri la vita».
«Oh! misera me! Quale madre più di me infelice?!».
25Maria lascia la mano della fanciulla per prendere fra le braccia la donna e dirle dolcemente: «Non peccare col tuo pensiero e con la tua lingua. Non è infelicità dare a Dio un figlio, ma gloria ben grande. Mi hai detto un giorno che il tuo dolore era di non avere avuto che una figlia, perché avresti amato avere il maschio sacro al Signore. Non un maschio ma un angelo, un angelo che precederà il Salvatore nel suo trionfo tu hai. E vuoi dirti infelice? Mia madre spontaneamente mi consacrò al Signore dal primo palpito che udì nel seno di me, concepita in tarda età. E non mi ebbe che per tre anni. Né io l’ebbi che nel cuore. Eppure la sua pace nel morire fu l’avermi data a Dio… Suvvia, vieni al Tempio a cantare la lode a Colui che tanto ti ama da scegliere la tua fanciulla a sua sposa. Abbi una vera sapienza nel cuore. Vera sapienza è non porre limiti alla propria generosità verso il Signore».
26La donna non piange più. Ascolta… Poi si decide. Prende il manto e vi si avvolge. Ma passando davanti alla figlia sospira: «Prima la malattia, poi il Signore… Ah! non dovevo averti! …»
27«No, mamma. Non dire così! Mai come ora mi hai. Tu e Dio. Dio e tu. Voi soli, fino alla morte…», e l’abbraccia dolcemente chiedendo: «Una benedizione, madre! Una benedizione… perché ho tanto sofferto per doverti far soffrire. Ma Dio mi voleva così…».
28Si baciano, piangendo. Poi escono, precedute da Gesù e Maria, e chiudono la casa accodandosi alle discepole…
Presso il palazzo di Cusa.
29«Perché entriamo di qui, Signore? Non era meglio entrare dall’altra parte?», chiede Giacomo di Zebedeo.
30«Perché, passando di qui, passiamo davanti all’Antonia».
«E Tu speri… Sta’ attento, Maestro!… Il Sinedrio ti spia», dice Tommaso.
31«Come lo sai?», gli chiede Bartolomeo.
«Basta riflettere all’interessamento dei farisei per capire. Mi dite che con mille scuse vengono continuamente ad osservare ciò che facciamo!… Per che scopo, se non per trovare in colpa il Maestro?».
32«Hai ragione. Non passiamo allora dall’Antonia, Maestro. Se i romani non ti vedono, tanto di meglio».
33«E in questa ragione non tanto premura per Me quanto schifo per essi è contenuto, non è vero, Bartolmai? Come saresti sapiente se levassi dal tuo cuore queste miserie!», risponde Gesù, che procede però per la sua via senza ascoltare nessuno.
34Per andare all’Antonia devono passare per il Sisto, dove è il palazzo di Giovanna e quello di Erode, poco lontano l’uno dall’altro.
35E Gionata è sulla porta del palazzo di Cusa e, non appena vede Gesù, dà la voce a quelli di casa. Esce subito Cusa e si inchina. Lo segue Giovanna, già pronta per unirsi al gruppo delle discepole.
36Cusa parla: «Ho udito che oggi sei da Giovanna. Concedi al tuo servo di averti ospite in un convito».
37«Sì. Ma purché tu mi conceda di fare, di esso, convito di carità per i poveri e gli infelici».
«Come credi, Signore. Ordina e farò ciò che Tu vuoi».
38«Grazie. La pace sia con te, Cusa».
Giovanna chiede: «Hai ordini per Gionata? Egli è a tua disposizione».
39«Li darò dopo essere stato al Tempio. Andiamo, perché siamo attesi».
Passano dopo poco presso il bello e crudele palazzo di Erode. Ma è chiuso come fosse senza abitanti. Passano presso l’Antonia. I militi osservano il piccolo corteo del Nazareno.
Il ritorno delle iene.
Un piccolo sacro al Signore.
40Entrano nel Tempio; e mentre le donne si fermano nella parte inferiore, gli uomini proseguono per il luogo ad essi concesso.
41Giungono così al luogo dove vengono presentati i fanciulli e purificate le donne. Un piccolo gruppetto di gente accompagna una giovane madre e si ferma ad osservare le cerimonie del rito.
«Un piccolo sacro al Signore, Maestro!», dice Andrea che osserva la scena.
42«É, se non erro la donna di Cesarea di Filippo, quella del castello. Mi è passata davanti mentre ti aspettavamo alla porta Dorata», dice Giacomo d’Alfeo.
43«Sì. C’è anche la suocera e l’intendente di Filippo. Non ci hanno visti. Ma noi abbiamo visto loro», aggiunge il Taddeo. E Matteo aggiunge: «Noi due abbiamo invece visto Maria di Simone con un vecchio. Ma Giuda non c’era. Pareva molto triste la donna. Si guardava intorno con affanno».
44«La cercheremo poi. Ora preghiamo. E tu, Simone di Giona, fa’ l’offerta al gazofilacio. Per tutti».
45Pregano a lungo, molto notati dalla gente che si indica il Maestro. Un breve alterco, nel quale emerge la nota acuta di una voce femminile, fa volgere il capo agli oranti meno raccolti.
Il verso delle iene.
46«Se qui sono stata per offrire il maschio a Dio, posso rimanervi un altro poco per offrirlo a Chi lo ha salvato al Signore», dice la voce acuta.
E voci nasali d’uomo insistono: «Non è lecito alla donna fermarsi qui dopo il rito. Va’ via».
«Vi andrò. Ma dietro a Lui».
«Chiamalo, allora, e vattene con Lui».
47«Piano! Piano! Lasciate che la donna parli e dica come può dire che il Nazareno ha salvato a Dio il fanciullo», dice una strascicata voce di uomo.
«E che te ne preme, Gionata di Uziel?».
48«Se me ne preme!? Qui certo è un nuovo peccato. Una nuova prova. Odimi, o donna. Come quell’uomo ti salvò il figlio? Vuoi dirlo ai cercatori tenaci della verità?», chiede mellifluo questo fariseo che non mi è nuovo.
49«Oh! sì. Con gratitudine lo dico. Ero disperata perché il bambino m’era nato morto. Vedova sono, e questa creatura è tutto per me. Egli venne e gli dette vita».
50«Quando? Dove?».
«A Cesarea di Filippo. Sono del castello di Cesarea».
«La vita! Sarà stato solo un mancamento del fanciullo…».
«No. Era morto. La madre mia lo può dire. E dire lo può l’intendente del castello. Egli venne e gli alitò in bocca, e il bimbo si agitò e vagì».
51«E tu dove eri?».
«In letto, signore. Avevo partorito allora».
«Oh! orrore!».
«Ah! Anatema».
«Impuro!».
«Sacrilego!».
«Vedete se avevo ragione di interrogare?».
«Sapiente sei, Gionata di Uziel! Come intuisti?».
52«Conosco l’uomo. Lo vidi violare il sabato nelle mie terre della pianura per saziare la sua fame».
«Cacciamolo di qua!».
«Riferiamo ai Principi dei sacerdoti».
53«No. Interroghiamolo se si è purificato. Non possiamo accusare senza sapere…».
«Taci là, Eleazar. Non ti sporcare con una stolta difesa».
La giovane Dorca, presa in mezzo, causa di tanto parapiglia, dà uno scoppio di pianto e grida: «Oh! per mia causa non gli nuocete!».
Un mazzo d’accuse.
54Ma alcuni scalmanati hanno raggiunto il Signore e imperiosamente gli dicono: «Vieni qui e rispondi».
Gli apostoli e i discepoli sono agitati da ira e da timore. Gesù calmo e solenne segue chi lo chiama.
55«Riconosci questa donna?», urlano spingendolo nel mezzo del cerchio che si è fatto intorno a Dorca e additandola come fosse una lebbrosa.
«Sì. É una giovane vedova e madre di Cesarea di Filippo. E quella è la suocera sua. E quello è l’intendente del castello. Ebbene?».
56«Ella ti accusa di essere entrato da lei mentre ancora il parto avveniva»[16].
57«Non è vero, Signore! Io non l’ho detto. Ho detto che mi hai rianimato il figlio. E non di più! Volevo farti onore e ti faccio del male. Oh! perdono! perdono!».
58L’intendente di Filippo interviene in suo aiuto e dice: «Non è vero. Voi mentite. La donna così non ha detto ed io ne sono testimone, pronto a giurare questo, e anche che il Rabbi non entrò nella stanza, ma dalla soglia operò il miracolo».
«Taci tu, servo».
59«No. Non tacerò. E lo dirò a Filippo che venera il Rabbi più di voi, falsi devoti del Dio altissimo».
L’alterco scivola dalla donna al terreno religioso e politico. Gesù tace. Dorca piange.
60Eleazar; l’ospite giusto del banchetto in casa di Ismaele, dice: «Credo che sia chiarito il dubbio e cada l’accusa, e il Rabbi, giustificato, possa essere libero d’andare».
61«No. Voglio sapere se si è purificato dall’aver toccato il morto[17]. Lo giuri su Jeovè!», urla Gionata di Uziel.
62«Non mi sono purificato perché il fanciullo non era morto, ma solo stentava a respirare».
«Ah! ti fa comodo ora dire che non risuscitò, eh?», urla un fariseo.
«Perché non ti vanti come facesti a Cedes?», chiede un altro.
«Ma non perdiamo tempo in parole! Cacciamolo e portiamo la nuova accusa al Sinedrio. Un mazzo d’accuse!».
63«Quale altra?», chiede Gesù.
«Quale? E l’aver toccato la lebbrosa senza poi purificarti? Puoi negarlo?[18] E l’avere bestemmiato a Cafarnao tanto che i più giusti ti hanno abbandonato? Puoi negarlo?» [19].
64«Non nego nulla. Ma sono senza peccato perché tu, Sadoc, che accusi, sai dal marito di Anastasica che ella non era lebbrosa, tu lo sai, tu pronubo dell’adulterio di Samuele, tu mentitore davanti al mondo con lui per favorire la libidine del sozzo, dando il nome di lebbra a ciò che non era lebbra, e condannando una donna a quella tortura che è l’esser detti “lebbrosi” in Israele, solo perché sei complice del colpevole marito».
65Lo scriba Sadoc, uno di quelli che erano a Giscala e poi a Cedes, colpito in pieno, se la svigna senza più parlare. La gente gli urla dietro beffarda.
66«Silenzio! Il luogo è sacro», dice Gesù. E ordina alla donna e a chi è con lei: «Andiamo. Venite con Me dove sono atteso». E si avvia severo e maestoso, seguito dai suoi.
67La donna intanto, interrogata da molti, racconta e racconta, ripetendo ogni volta: «Mio figlio è suo e a Lui lo consacro».
Le vittorie e le sconfitte di Gesù.
Dorca madre e martire.
68L’intendente, invece, si accosta a Gesù e dice: «Maestro, ho detto a Filippo il miracolo. Egli mi ha mandato per dirti che egli ti ama. Tienilo presente nelle insidie di Erode… e degli altri. Ma vorrebbe vedere lui pure, e udirti. Non verrai oggi alla sua casa? Ti terrebbe volentieri, anche nella Tetrarchia».
69 «Non sono un istrione né un mago. Sono il Maestro della Verità. Venga alla Verità ed Io non lo respingerò».
Sono nel cortile delle donne.
«Eccolo! Eccolo!», dicono le discepole a Maria che è in pena per il ritardo.
70Si riuniscono, e Gesù vorrebbe congedare quelli di Cesarea per andare alla ricerca di Maria madre di Giuda, ma Dorca si inginocchia e dice: «Ti cercavo io prima di lei, di questa che Tu cerchi e che è madre di un discepolo. Ti cercavo per dirti: “Questo figlio è tuo. Maschio unigenito, io te lo consacro. Tu sei il Dio vivente. Sia egli il tuo servo”».
71«Sai cosa vuol dire questo? Vuol dire consacrare tuo figlio al dolore, perderlo come madre e acquistarlo come martire in Cielo. Ti senti d’essere martire nella tua creatura?».
72«Sì, mio Signore. Martire mi avrebbe fatto la sua morte, e di un martirio di povera donna madre. Per Te lo sarò in maniera perfetta, gradita al Signore».
Maria di Simone.
73«E così sia!… Oh! Maria di Simone, quando sei venuta?».
«Ora. Con Anania, mio parente… Io pure ti cercavo, Signore…».
«Lo so. E ho mandato Giuda a dirti di venire. Non è venuto?».
74La madre di Giuda china il capo e mormora: «Sono uscita subito dopo di lui per venire al Getsemani. Ma Tu eri partito di là… Sono corsa al Tempio… Ora ti trovo… In tempo per sentire questa fanciulla, già madre e così felice!… Oh! come vorrei potere dirti come lei, Signore, e di un Giuda neonato… dolce, dolce… come uno di questi agnellini…», e piangendo indica i belanti agnelli che vanno verso il sacrificatore. Si avvolge nel manto per celare il suo pianto.
75«Vieni con Me, madre. Parleremo nella casa di Giovanna. Qui non è il luogo».
Le discepole prendono in mezzo Maria, madre di Giuda, mentre il parente Anania si mescola ai discepoli. Anche Dorca e la suocera vanno fra le discepole, e Maria d’Alfeo e Salome vanno in estasi nel vezzeggiare il piccino.
Si avviano all’uscita. Ma prima di giungervi ecco uno schiavo romano portare una tavoletta cerata a Giovanna, che la legge e risponde: «Dirai che sì. Nel pomeriggio da me, a palazzo».
Jaia, Mattia…
76E poi è il trillo di Jaia e sua madre vedendo il Salvatore: «Eccolo, eccolo il Datore della luce! Benedetto Te, Luce di Dio!», e sono a fronte a terra, felici.
La gente si accalca, chiede, comprende, osanna.
77E poi è il vecchio Mattia, l’uomo che ospitò nella notte tempestosa Gesù e i suoi presso Jabes Galaad, che venera e benedice.
78E poi è il nonno di Marziam e gli altri contadini ai quali Gesù, dopo avere parlato con Giovanna, dice: «Venite con Me», come lo ha detto già a Dorca, a Jaia, a Mattia.
Il fedifrago, Marco di Giosia.
79Ma presso la porta Dorata ecco Marco di Giosia, il discepolo fedifrago, che parla animatamente con Giuda Iscariota. Giuda vede venire il Maestro e lo dice al compagno. Questo si volta quando ha già Gesù alle spalle. Gli sguardi si intrecciano. Che sguardo quello del Cristo! Ma l’altro ormai è sordo ad ogni santo potere. Per fuggire più presto, quasi getta Gesù contro una colonna. E Gesù, per tutta reazione, dice: «Marco, fermati. Per pietà della tua anima e di tua madre!».
«Satana!», grida l’altro. E se ne va.
«Orrore!», gridano i discepoli.
«Ma maledicilo, Signore!». E il primo a dirlo è l’Iscariota.
«No. Non sarei più Gesù… Andiamo».
Possessione di un demonio intelligente.
80«Ma come, come ha potuto diventare così? Era così buono!», dice Isacco, che pare trapassato da una freccia tanto è accorato del mutamento di Marco.
«E’ un mistero. Una inspiegabile cosa!», dicono in molti.
81E Giuda di Keriot: «Sì. Lo facevo parlare. Tutta un’eresia. Ma come detta! Quasi ti persuade. Non era sapiente tanto, quando era giusto».
«Devi dire che non era folle tanto, quando era indemoniato presso Gamala!», dice Giacomo di Zebedeo.
E Giovanni chiede: «Perché, Signore, quando era indemoniato ti nuoceva meno di ora? Non potresti guarirlo perché non ti nuoccia?».
82«Perché adesso ha accolto in sé un demonio intelligente. Prima egli era albergo preso di forza da legione di demoni. Ma mancava in lui il consenso ad averli. Ora la sua intelligenza ha voluto Satana, e Satana ha messo in lui una forza demoniaca intelligente. Contro questa seconda possessione nulla posso. Dovrei violentare la volontà libera dell’uomo».
«Tu soffri, Maestro?!».
83«Sì. Sono le mie angosce… le mie sconfitte[20]… E me ne accoro perché sono anime che si perdono. Per questo solo. Non per il male che fanno a Me».
L’apostolo presuntuoso.
84Fermi come sono, in attesa di avere la via sgombra da un ingorgo di gente e di cavalcature, sono tutti in crocchio. E lo sguardo della madre di Giuda è di una tale potenza che suo figlio le chiede: «Ma insomma? Che hai? Vedi il mio volto per la prima volta? In verità tu sei malata e devo farti curare…».
«Non sono malata, figlio! E non ti vedo per la prima volta!».
«E allora?».
«E allora… nulla. Vorrei solo che tu non meritassi mai quelle parole dal Maestro».
«Io non lo abbandono e non lo accuso. Sono il suo apostolo io!».
85Riprendono a camminare fino a che Gesù si ferma per salutare Giovanna e le discepole che vanno con Giovanna alla casa di questa. Gli uomini, invece, vanno tutti al Getsemani.
«Potevamo andare tutti là. Avrei voluto vedere ciò che diceva Elisa», brontola fra i denti Pietro.
86«Lo vedrai. Perché solo oggi ella saprà, e da Me, che le affido Anastasica».
87«E questa sera convito?».
«Sì. Ho detto a Giovanna ciò che deve fare».
«Che deve fare? Quando lo hai detto?», chiedono in più d’uno.
88«Lo vedrete. Prima di lasciarla. Mentre la salutavo. Andiamo presto per essere presto al giardino di Giovanna».
369. Giovedì avanti Pasqua. Parabola della lebbra delle case e altre istruzioni agli apostoli per il tempo futuro[21].
Esperienze mistiche e carismatiche.
Le apparizioni di Gesù.
1E nella via del ritorno verso la casa di Giovanna, mentre sono un poco isolati fra la gente che si pigia nelle vie e che separa l’un dall’altro i molti della compagnia che segue Gesù, Pietro, che è col Maestro e con i due figli di Alfeo, domanda: «Ecco, Signore. Adesso che possiamo parlare un poco fra noi, mi dici una cosa che da ieri sera penso?».
2«Sì, Simone. Dimmi che cosa è, ed Io risponderò».
«É da ieri sera che penso alla grande grazia che Tu concedi a Giovanni ad Antigonio. Ma sai che è ben grande?! Una cosa unica. Fatta solamente a lui! Eppure anche Sintica merita tanto… E infine c’è tanta brava gente che… meriterebbe di vederti… e che non ti vede altro che quando ti è vicina. Noi, per esempio, come saremmo stati consolati quando ci hai mandati per il mondo! E delle volte si è stati in momenti che una tua parola ci avrebbe levati dall’incertezza… Ma Tu, a noi, non vieni mai… Perché questa differenza?».
3«Concludendo, tu, Simone mio, sei un poco geloso? …».
«Noooh! Ma… Insomma vorrei sapere tre cose: perché a Giovanni di Endor; se a lui solo; e se non c’è il caso che un giorno avvenga anche a noi, a me, per esempio, di vederti miracolosamente e di sapere da Te come regolarmi».
4«Ed Io ti rispondo. A Giovanni perché è uno spirito volonterosissimo ma che, per le sue avventure passate, ha delle debolezze, più fisiche che altro, che potrebbero far rovinare l’edificio che egli ha costruito della sua elevazione a Dio.
“La lebbra delle mura”.
5Vedi, amico mio? Il passato, stato per tanto tempo su noi come una crosta penetrata fin nel profondo, ha inciso segni indelebili, non solo, ma lascia tendenze indelebili in ogni uomo. Guarda ad esempio quella casupola costruita sotto il monte. Le acque del suolo, quelle che scolano dal monte durante le piogge, l’hanno penetrata lentamente. Ora c’è sole caldo, per mesi ci sarà. Ma le muffe che hanno penetrato la calcina saranno sempre presenti come macchie di lebbra. La casa è abbandonata perché dichiarata lebbrosa. In altri tempi, meno irridenti, la casa sarebbe stata demolita del tutto, secondo la legge. Perché è avvenuto questo disastro alla povera casa? Perché i proprietari di essa non hanno provveduto a tenere scavati fossatelli intorno ad essa per non fare stagnare le acque alla base, per derivare lontano dal lato che si appoggia al monte le acque scendenti dallo stesso. Ora la casa non solo è brutta, ma è minata dall’umido. Se un volonteroso pensasse a quei lavori e poi la ripulisse, raschiando le mura e cambiando i mattoni imporriti con altri nuovi, essa potrebbe essere usata ancora. Però presenterebbe sempre debolezze tali che in un terremoto sarebbe la prima a crollare. Giovanni è stato penetrato per anni dai veleni del male del mondo. Ha provveduto con la volontà a reciderli dalla sua anima tornata viva. Ma nella base nascosta nella carne, nella parte inferiore, sono rimaste debolezze… Lo spirito è forte, ma la sua carne è debole, e la carne sprigiona pure tempeste quando i suoi fomiti si congiungono ad elementi del mondo, capaci di scuotere l’io. Giovanni!… Che rimuovere di particelle del passato ha causato quanto è accaduto! Io ne aiuto la resistenza, la depurazione, la vittoria sul risorgere del passato, do conforto al suo troppo soffrire come posso. Perché egli lo merita. Perché è giusto aiutare una volontà santa contro cui si è lanciata in assalto tutta la nequizia del mondo. Sei persuaso?».
«Sì, Maestro. E … a lui solo ti mostri?».
6Gesù sorride guardando Pietro, che lo guarda dal basso e pare un bambino che osservi il volto del padre. Risponde: «Non a lui solo. Anche ad altri che sono lontani a costruirsi la loro santità, faticosamente e da soli».
I doni e la buona volontà.
«Chi sono?».
7«Ciò non è necessario sapere». Giacomo d’Alfeo chiede: «E a noi, per esempio, quando saremo soli e chissà come tormentati dal mondo?… Non ci aiuterai della tua presenza?».
8«Voi avrete il Paraclito con le sue luci».
«Va bene… Ma io… non lo conosco… e … penso che non riuscirò mai a capirlo. Tu invece… Dirò: “Oh! ecco il Maestro” e ti chiederò cosa fare, con sicurezza che sei Tu…», dice Pietro. E termina: «Il Paraclito! Troppo eccelso per il povero pescatore! Chissà come parla difficile e come è … leggero: un soffio che passa… Chi se ne accorge? Io ho bisogno di uno scrollone, di un urlo, perché la mia zucca si svegli e possa capire. Ma Tu, se mi appari, ti vedo, e allora… Promettimi, anzi, promettici che ci apparirai anche a noi. Ma così, eh?! Così di carne e sangue. Che ti si veda bene e ti si senta meglio».
9«E se venissi a rimproverare?».
«Non importa! Ma almeno – vero, voi due? – almeno sapremo ciò che c’è da fare!».
I due figli di Alfeo annuiscono.
10«Ebbene, ve lo prometto. Per quanto, credetelo, il Paraclito saprà farsi capire dalle vostre anime. Ma verrò Io a dirvi: “Giacomo, fa’ questo e quello. Simon Pietro, non sta bene che tu faccia quest’altro. Giuda, fortificati per essere pronto a questo o a quest’altro”»
11«Oh! molto bene. Ora sono più quieto. E vieni sovente, sai? Perché io sarò come un povero bambino sperduto e che non fa che piangere e… fare cose non buone…». E quasi quasi Pietro ci piange da ora…
I doni e la buona volontà.
Giuda Taddeo chiede: «Non potresti farlo per tutti, da ora? Voglio dire: per i dubitosi, per i colpevoli, per i rinnegatori. Forse un miracolo…».
12«No, fratello. Il miracolo fa molto bene, il miracolo di tal genere specialmente, quando è dato a tempo e luogo, a persone non maliziosamente colpevoli. Dato a persone maliziosamente colpevoli, aumenta la loro colpevolezza perché aumenta la loro superbia. Il dono di Dio lo prendono per debolezza di Dio che supplica loro, gli orgogliosi, di permettergli di amarli. Il dono di Dio lo prendono per un prodotto dei loro grandi meriti. Si dicono: “Dio si umilia con me perché io sono santo”. É la rovina completa, allora. La rovina di un Marco di Giosia, ad esempio, e con lui di altri… Guai, guai a chi prende questa via satanica. Il dono di Dio si muta in esso in veleno di Satana. É la prova più grande e più sicura del grado di elevazione e di volontà santa in un uomo essere beneficato di doni straordinari. Molto sovente l’uomo se ne inebria umanamente, e da spirituale diviene tutto umanità, e poi scende e diviene satanicità».
I doni e il libero arbitrio.
«E allora perché Dio li concede? Sarebbe meglio non li concedesse!».
13«Simone di Giona, per farti imparare a camminare tua madre ti ha sempre tenuto nelle fasce e sulle braccia?».
«No. Mi metteva per terra e a gambe libere».
14«Ma sarai caduto?».
«Oh! infinite volte! Molto più che ero molto… Insomma fin da piccolo avevo pretesa di fare da me e di fare tutto bene».
15«Ma ora non caschi più?».
«Ci mancherebbe altro! Ora so che andare in cima ad una spalliera di sedia è pericoloso, che pretendere di usare delle grondaie per scendere dal tetto alla corte è errore, che volere volare dal fico dentro la casa, come fossimo uccelli, è da matto. Ma da piccino non lo sapevo. E se non mi sono ammazzato è proprio un mistero. Però pian piano ho imparato a fare buon uso delle gambe e anche del cervello».
16«Allora Dio ha fatto bene a darti gambe e cervello, e tua madre a lasciarti imparare a tue spese?».
«Certo!».
17«Così fa Dio con le anime. Dà loro i doni e, come una madre, avverte e insegna. Ma poi ognuno deve da sé ragionare a come usarli».
«E se è ebete?».
18«Dio non dà i doni agli ebeti. Questi li ama perché sono infelici, ma non dà ciò che non comprenderebbero di avere».
«Ma se li desse e loro li usassero male?».
19«Dio li tratterebbe da quel che sono: incapaci, e perciò irresponsabili. Non li giudicherebbe».
«E se uno, intelligente quando li riceve, poi diviene stolto o folle?».
20«Se è per malattia, non è colpevole di non usare il dono avuto».
«Ma… uno di noi, per esempio? Giosia… o… o un altro, ecco?!».
21«Oh! allora! Meglio per lui non esser nato! Ma così si separano i buoni dai malvagi… Penosa operazione, ma giusta».
l’Iscariota sdottora.
22«Ma che dite di buono? Nulla per noi?», chiedono altri apostoli che, data la larghezza della via, possono riunirsi a Gesù.
23«Parlavamo di tante cose. Gesù mi ha detto una parabola sulla lebbra delle case. Ve la dirò poi», risponde Pietro.
24«Che superstizioni, però! Proprio degne di quel tempo. I muri non prendono lebbra. Gli antichi, stolti, applicavano a vesti e mura proprietà animali. Cose ridicole e che ci fanno ridicoli», sdottora l’Iscariota.
25«Non sono come dici, Giuda. Sotto l’apparenza, che era quale era necessaria per le menti di quel tempo, è un grande scopo, che è formato da sante previdenze. Come tanti altri precetti del vecchio Israele. Precetti volti alla salute del popolo. Conservare un popolo sano è dovere dei legislatori, è onorare Dio e servirlo, perché il popolo è fatto di creature di Dio. Non va dunque trascurato mentre non si trascurano le bestie e le piante. Le case definite lebbrose non hanno, è vero, la malattia carnale della lebbra. Ma hanno difetti di costruzione e di ubicazione che le fanno malsane e che si palesano con le macchie definite “lebbra delle mura”. A lungo andare divengono non solo malsane all’uomo, ma pericolose perché facili al crollo. Perciò bene prescrive la Legge, e ne impone l’abbandono e il rifacimento e anche la distruzione se, ricostruite, tornano ad apparire malate».
«Oh! ma un poco d’umido! Che fa? Si asciuga con dei bracieri».
26«E l’umido non apparisce all’esterno, l’inganno aumenta. L’umido cresce nel profondo e rode, e un bel giorno crolla la casa e seppellisce chi è in essa. Giuda, Giuda! Meglio avere eccessiva sorveglianza che essere imprudenti!».
«Io non sono una casa».
27«Sei la casa della tua anima. Non lasciare che nella casa si infiltri il male e sgretoli… Veglia alla incolumità della tua anima. Vegliate tutti».
«Veglierò, Maestro. Ma, dimmi con verità, sei impressionato delle parole di mia madre? Quella donna è malata. Vede delle ombre. La devo far curare. Guariscimela Tu, Maestro».
28«Io le darò conforto. Ma solo tu la puoi guarire, calmando il suo affanno».
«Affanno senza fondamento. Credilo, Signore».
29«Meglio così, Giuda. Meglio così. Ma tu, con condotta sempre più giusta, vedi di annullarlo. Se è sorto, ci sarà stato un movente. Annulla anche il ricordo di esso, e tua madre ed Io ti benediremo».
Santificarsi santificando.
«Maestro, temi che mi accordassi con Marco di Giosia?».
30«Non temo nulla».
«Ah! bene! Perché io proprio cercavo di convincerlo. E credo che fosse il mio dovere. Nessuno lo fa! Ho zelo per le anime, io!».
31«Sta’ attento che non ti avvenga male», dice Pietro bonariamente.
«Che vuoi dire?», aggredisce Giuda.
32«Niente più che questo: che per toccare ciò che brucia va preso un che di isolante».
«E che, nel nostro caso?».
33«Che? Una grande santità».
«E io non ce l’ho, non è vero?».
34«Né tu, né io, né nessuno fra noi. Perciò… potremmo scottarci e rimanere segnati».
«E allora chi si occuperà delle anime?».
35«Per ora il Maestro. Dopo, quando, secondo la sua promessa, avremo i mezzi per poterlo fare, noi».
«Ma io voglio fare prima. Mai troppo presto si lavora per il Signore».
36«Ecco, io penso che dici bene. Ma penso che il primo lavoro per il Signore va fatto in noi. Andare a predicare santità agli altri prima che a noi stessi…».
«Sei egoista».
«No affatto».
«Sì».
«No».
37La disputa ha inizio. Interviene Gesù: «Pietro ha ragione per buona parte. Tu pure hai un poco di ragione. Perché la predicazione deve appoggiarsi sui fatti. Perciò santificarsi per poter dire: “Fate ciò che io dico perché giusto”. E ciò appoggia ciò che dice Pietro. Però anche il lavorare sugli spiriti altrui serve a formare i propri, perché ci obbliga a migliorarci per non sentirci fare osservazioni dai convertendi. Ma eccoci alla casa di Giovanna… Entriamo a godere dell’amore di essere fra operai del Signore e a predicare, coi fatti, il tempo futuro».
370. Giovedì avanti Pasqua. Al convito dei poveri nel palazzo di Cusa[22].
Nel palazzo di Cusa.
Un palazzo principesco.
1«La pace sia a questa casa e su tutti i presenti», saluta Gesù entrando nell’ampio vestibolo molto fastoso, tutto illuminato nonostante sia giorno. Né sono superflue le lampade. Perché, se è vero che è giorno, è anche vero che fuori il sole è abbacinante nelle vie e sulle facciate bianche di calcina, mentre qui, nell’ampio ma soprattutto lungo corridoio vestibolo, che deve tagliare tutta la casa, dal portone massiccio al giardino il cui verde pieno di sole appare là in fondo – e pare lontano per un giuoco di prospettiva – vi deve essere abitualmente una penombra che è ombra del tutto per chi viene da fuori, con gli occhi abbacinati dal gran sole.
2Perciò Cusa ha provveduto acciò le ampie e numerose padelle di rame sbalzato, infisse a distanze regolari sulle due pareti del vestibolo, siano tutte accese, e così pure il lampadario centrale, un’ampia conca di alabastro rosa con incastrati, nella levità carnea dell’alabastro, dei diaspri e altre scaglie preziose e multicolori che, per la luce accesa nell’interno, splendono come tante stelle, gettando arcobaleni sulle pareti tinte in azzurro cupo, sui volti, sul pavimento di marmo cipollino. E sembra che minute stelle si posino sulle pareti, sui volti, sul suolo, minute e mobili stelline multicolori, perché il lampadario ondeggia lievemente per la corrente d’aria che percorre il vestibolo, e perciò lo sfaccettìo delle scaglie preziose si sposta di continuo.
3«La pace a questa casa», ripete Gesù inoltrandosi, mentre senza sosta benedice i servi curvi fino a terra, gli ospiti stupiti di essere lì raccolti, a contatto con il Rabbi, in un palazzo principesco…
Pagina del Vangelo tradotta in azione.
4Gli ospiti! Il pensiero di Gesù si delinea chiaramente. Il convito d’amore che ha voluto in casa della buona discepola è una pagina del Vangelo tradotta in azione. Sono mendicanti, storpi, ciechi, orfani, vecchi, giovani vedove con i piccoli attaccati alle vesti o succhianti lo scarso latte della madre denutrita. La ricchezza di Giovanna ha già provveduto a sostituire le vesti cenciose con vesti modeste ma pulite e nuove. Ma se le chiome ravviate, in provvidenziale misura di pulizia, e se le vesti monde dànno a questi infelici, che i servi allineano o sorreggono per portarli al posto, un aspetto meno miserabile certo di quello che avevano quando Giovanna li mandò a raccogliere negli angiporti, ai crocicchi, sulle carraie che conducono a Gerusalemme, là dove la loro miseria si celava vergognosa oppure si esponeva per avere elemosina, in compenso restano visibili gli stenti sui volti, le infermità nelle membra, le sventure, le solitudini negli sguardi…
5Gesù passa e benedice. Ogni infelice riceve la sua benedizione e, se la destra è alzata a benedire, la sinistra si abbassa ad accarezzare tremule e canute teste di vegliardi o innocenti testoline di bimbi. Percorre così in su e in giù il vestibolo, per benedire tutti, anche quelli che entrano mentre Egli già benedice e, ancora cenciosi, si nascondono con timore e soggezione in un angolo finché i servi, con atti gentili, li portano altrove per essere, come coloro che li hanno preceduti, lavati e vestiti di vesti monde.
La vedova che aveva fiducia nel Signore.
6Passa una giovane vedova con la sua chiocciata di bambini… Che miseria! Il più piccolo nudo affatto, stretto nello stracciato velo della madre… i più grandicelli con appena quel tanto da salvare la decenza. Solo il maggiore, un allampanato fanciullo, ha un abito che può dirsi tale, ma in compenso è scalzo. Gesù osserva e chiama la donna dicendo: «Da dove vieni?».
7«Dal piano di Saron, Signore. Levi mi è divenuto maggiorenne… E l’ho dovuto accompagnare al Tempio… io… posto che non ha più padre», e la donna piange senza rumore, il pianto muto di chi ha troppo pianto.
8«Quando ti è morto l’uomo?».
«Fu un anno a scebat. Ero incinta di due lune…», e inghiotte i singhiozzi per non turbare, curvandosi tutta sul piccolino.
9«Il pargolo ha dunque otto mesi?».
«Sì, Signore».
10«Che faceva tuo marito?». La donna mormora così piano che Gesù non capisce. Si curva per sentire dicendo: «Ripeti senza timore».
«Faceva il fabbro in una mascalcia… Ma fu malato molto… perché aveva ferite che marcivano». E termina pianissimo: «Era un soldato di Roma».
11«Ma tu sei d’Israele?».
«Sì, Signore. Non mi scacciare per immonda come fecero i miei fratelli quando sono andata ad implorare pietà dopo la morte di Cornelio…».
12«Non avere paure di tal genere! Che fai ora di lavoro?».
«La serva, se mi vogliono, la spigolatrice, la follatrice di panni, batto la canapa… di tutto… per sfamare questi. Levi ora farà il contadino… se lo vorranno, perché… bastardo nella razza».
13«Confida nel Signore!».
«Non avessi confidato, mi sarei uccisa con tutti loro, Signore».
14«Va’, donna. Ci vedremo ancora», e la congeda.
Le discepole incontro a Gesù.
La discepola dell’ubbidienza ilare.
Giovanna intanto è accorsa e sta in ginocchio in attesa che il Maestro la veda. Egli si volge, infatti, e la vede.
15«Pace a te, Giovanna. Mi hai ubbidito a perfezione».
«Ubbidirti è la mia gioia. Ma non sono stata la sola a procurarti “la corte” come Tu volevi. Cusa mi ha aiutata in ogni maniera, e Marta e Maria anche. Ed Elisa con loro. Chi mandando i servi loro a prendere ciò che occorreva e ad aiutare i servi miei a radunare gli ospiti, chi aiutando le ancelle e i servi dei bagni a rendere mondi i “beneamati”, come Tu li chiami. Ora, con tua licenza, darò a tutti un po’ di cibo, perché non siano esausti in attesa delle mense».
16«Fa’, fa’ pure. Dove sono le discepole?».
«Sulla terrazza superiore dove faccio preparare le mense. Ho pensato giusto?».
17«Sì, Giovanna. Lassù staranno quieti, e noi con loro».
La discepola dell’anima pietosa.
18«Sì, ho pensato io pure così. D’altronde in nessuna sala avrei potuto allestire per così tanti… E non volevo fare separazioni per non creare gelosie e dolore. Gli infelici hanno una sensibilità così acuta, una dolorabilità, anzi!… Sono tutti una ferita, e basta uno sguardo a farli soffrire».
19«Sì, Giovanna. Tu hai l’anima pietosa e comprendi. Dio ti dia bene per la tua pietà. Ci sono molte discepole?».
«Oh! Tutte quelle presenti in Gerusalemme!… Ma… Signore… io forse ho peccato… Vorrei dirti una cosa in segreto».
20«Conducimi in luogo solitario».
Vanno loro due soli in una stanza che, per i balocchi sparsi dovunque, si intuisce luogo di giuochi di Maria e Mattia.
21«Ebbene, Giovanna?».
«O mio Signore, io certo sono stata imprudente… Ma mi è venuto così spontaneo l’atto, così impetuoso! Cusa me ne ha rimproverata. Ma ormai… Al Tempio venne uno schiavo di Plautina con una tavoletta. Ella e le compagne chiedevano se era possibile vederti. Ho risposto: “Sì. Nel pomeriggio a casa mia”. E verranno… Ho fatto male? Oh! non per Te!… Ma per gli altri, per quelli che sono tutti Israele… e non sono amore come Te. Se ho mancato, provvederò a riparare… Ma desidero tanto che il mondo, tutto il mondo, ti ami, che… che non ho riflettuto che nel mondo Tu solo sei Perfezione e troppo pochi cercano di assomigliarti».
22«Hai fatto bene. Oggi Io predico a voi tutti con le opere. E la presenza dei gentili fra i credenti in Gesù Salvatore sarà una delle cose da farsi in futuro dai miei credenti. I bambini dove sono?».
23«Da per tutto, Signore», sorride Giovanna tranquillizzata, e termina: «La festa li esalta e corrono qua e là come uccellini felici».
24Gesù la lascia, torna nel vestibolo, fa un cenno agli uomini che erano con Lui, e si avvia verso il giardino per poi salire alla vasta terrazza. Una lieta operosità empie la casa dalle cantine al tetto. Chi va, chi viene con cibi e suppellettili, con fasci di vesti, con sedili, accompagnando ospiti, rispondendo a chi interroga, tutti con letizia e amore.
25Gionata, solenne nella sua funzione di intendente, dirige, sorveglia, consiglia instancabile.
La vecchia Ester.
26La vecchia Ester; felice di vedere Giovanna così animata e prospera, ride in mezzo ad un cerchio di poveri bambini, ai quali distribuisce focacce mentre narra novelle meravigliose.
27Gesù si ferma un momento ad ascoltare la conclusione splendida di una di esse, in cui è detto che «alla buona Alba di maggio, che mai si ribellava al Signore per i dolori che erano venuti alla sua casa, Dio concesse molti aiuti, per cui Alba di maggio fu salvezza e bene anche dei fratellini suoi. Gli angeli empivano la piccola madia, finivano il lavoro sul telaio per aiutare la buona fanciulla dicendo: “É nostra sorella perché ama il Signore e il suo prossimo. Va aiutata da noi».
28«Dio ti benedica, Ester! Quasi mi fermo Io pure ad ascoltare le tue parabole! Mi vuoi?», dice Gesù sorridendo.
«Oh! mio Signore! Io devo ascoltare Te! Ma per i piccoli basto anche io, povera vecchia stolta!».
29«La tua anima giusta serve anche agli adulti. Continua, continua, Ester…», e le sorride andandosene.
Per il vasto giardino ormai sono sparsi gli ospiti e consumano il loro primo spuntino guardandosi intorno e guardandosi l’un l’altro con stupefazione. Parlano scambiandosi commenti sulla insperata fortuna. Ma vedendo passare Gesù si alzano, solo che possano farlo, e si curvano adorando.
30«Mangiate, mangiate. State in libertà e benedite il Signore», dice Gesù passando, diretto alle stanze dei giardinieri, dalle quali ha inizio la scala che per un’aerea rampa conduce alla vasta terrazza.
La splendida e serena Maddalena.
31«Oh! Rabbonì mio!», grida la Maddalena che corre fuori da una stanza con le braccia cariche di fasce e camiciole per i pargoli. E la sua voce vellutata d’organo d’oro empie il viale ombroso sotto cui sono festoni di rose.
32«Maria, Dio sia con te. Dove vai così di fretta?».
«Oh! ho dieci pargoli da vestire! Li ho lavati e ora li vesto, e poi te li porterò, freschi come fiori. Fuggo, Maestro, perché… li senti? sembrano dieci agnellini belanti…», e corre via ridendo, splendida e serena nella sua semplice e signorile veste di candido lino, stretta alla vita da una cintura sottile d’argento, coi capelli stretti in un semplice nodo sulla nuca, sorretti da un nastro bianco che si annoda alla fronte.
33«Come è diversa da quella che era sul monte delle Beatitudini!», esclama Simone Zelote.
Grande giorno per quattro vergini.
34Nella prima rampa di scale incrociano la figlia di Giairo e Annalia, che scendono così svelte che sembra che volino.
«Maestro!», «Signore!», esclamano.
35«Dio sia con voi. Dove andate?».
«A prendere tovaglie. Ci manda l’ancella di Giovanna. Parli, Maestro?».
«Certamente!».
«Oh! allora corri, Mirjam! Facciamo presto!», dice Annalia.
36«Avete tutto il tempo di fare ciò che dovete. Attendo altre persone. Ma da quando, fanciulla, ti chiami Mirjam?», dice guardando la figlia di Giairo.
«Da oggi. Da ora. Me lo ha dato tua Madre il nome. Perché… vero, Annalia? Oggi è un grande giorno per quattro vergini…».
«Oh! sì. Lo diremo al Signore o lasciamo a Maria di dirlo?».
«A Maria, a Maria. Va’, va’, Signore. La Madre ti parlerà», e corrono via leggere, nel primo fiorire della gioventù, umane nelle belle forme, angeliche nello sguardo radioso…
Elisa di Betsur.
37Sono alla terza rampa quando incrociano Elisa di Betsur, che scende gravemente insieme alla moglie di Filippo.
«Ah! Signore!», grida quest’ultima. «A chi togli, a chi dai… Ma che Tu sia benedetto lo stesso!».
38«Di che parli, donna?».
«Ora lo saprai… Che pena e che gloria, Signore! Tu mi mutili e mi incoroni».
39Filippo, che è vicino a Gesù, dice: «Che dici? Di che parli? Tu mi sei moglie e ciò che ti avviene mi tocca…».
«Oh! lo saprai, Filippo. Va’, va’ col Maestro».
40Gesù intanto chiede a Elisa se è ben guarita. E la donna, alla quale il grande dolore dei tempi passati ha dato una maestà di regina dolente, dice: «Sì, mio Signore. Ma soffrire con la pace nel cuore non è spasimo. Ed io ora ho la pace in cuore».
41«E presto avrai più ancora».
«Che, Signore?».
42«Va’ e torna, e lo saprai».
Le discepole incontro a Gesù.
43«C’è Gesù! C’è Gesù!», trillano i due bambini che hanno il visetto appoggiato contro la rabescata ringhiera, che limita la terrazza dai due lati che guardano sul giardino, e dalla quale scendono rami in fiore di rose e gelsomini, perché il terrazzo è un vasto giardino pensile sul quale, in quest’ora di sole, è steso un velano multicolore. Tutte le persone che si agitano in preparativi sulla terrazza si volgono al grido di Maria e Mattia e, lasciando in tronco ciò che facevano, vengono incontro a Gesù, alle cui ginocchia già sono avviticchiati i due fanciulli.
44Gesù saluta le donne; numerose, che si affollano. Fra le vere e proprie discepole o mogli, figlie, sorelle di apostoli e discepoli, sono mescolate altre meno note, meno intime, quali la moglie del cugino Simone, le madri degli asinai di Nazareth, la madre di Abele di Betlemme di Galilea, Anna di Giuda (casa presso il lago Meron), Maria di Simone madre di Giuda di Keriot, Noemi di Efeso, Sara e Marcella da Betania (Sara è la donna che Gesù guarì sul monte delle Beatitudini e mandò da Lazzaro col vecchio Ismaele. Ora sembra ancella di Maria di Lazzaro); poi la madre di Jaia, la madre di Filippo d’Arbela, Dorca la giovane madre di Cesarea di Filippo e sua suocera, la madre di Annalia, Maria di Bozra la miracolata di lebbra venuta col marito a Gerusalemme, e altre, altre, non nuove allo sguardo ma non menzionabili dalla mente con nome proprio.
45Gesù si inoltra sulla vasta terrazza rettangolare, che da un lato si affaccia sul Sisto, e va a mettersi presso la stanza che è sbocco alla scala interna, credo, e che è simile ad un cubo basso messo nell’angolo settentrionale della terrazza. Gerusalemme si mostra tutta, e con essa i suoi immediati dintorni. Una vista stupenda. Tutte le discepole, tutte le donne anzi, lasciano di occuparsi delle mense per stringersi intorno a Lui. I servi proseguono il loro lavoro.
Le vergini cristiane.
Le primizie per Gesù.
46Maria è presso al Figlio. Nella luce dorata che filtra dal grande velano steso su buona parte della terrazza, e che poi diviene luce delicatamente smeraldina là dove, per giungere ai visi, deve filtrare da un intrico di gelsomini e rosai messi a fare pergola, Ella pare ancor più giovane e snella; una sorella delle più giovani discepole, appena di poco maggiore, e bella, bella come la più splendida delle rose fiorite nel giardino pensile, nelle capaci vasche messe tutt’intorno ad esso a contenere rosai, gelsomini, mughetti, gigli e altre piante gentili.
47«Madre, mia moglie ha parlato in un certo modo… Che è avvenuto perché mia moglie possa dirsi mutilata e incoronata insieme?», chiede Filippo che brucia nella voglia di sapere.
48Maria sorride dolcemente mentre lo guarda e, Lei così restia a confidenze, gli prende la mano dicendo: «Saresti capace tu di dare al mio Gesù la cosa a te più cara? Veramente dovresti… perché Egli a te dà il Cielo e la via per andarvi».
«Ma certo, Madre, che saprei… specie se ciò che darei avesse potere di farlo felice».
49«Lo ha. Filippo, anche la tua altra figlia si consacra al Signore. Lo ha detto poco fa a me e alla madre, alla presenza di molte discepole…»
50«Tu!? Tu?!», chiede Filippo sbalordito, puntando l’indice sulla gentile fanciulla che si stringe a Maria quasi per esserne protetta. L’apostolo inghiotte male questo secondo colpo che lo priva per sempre da speranza di nipoti. Si asciuga il sudore improvviso che la notizia gli ha dato… gira lo sguardo sui volti che gli sono intorno. Lotta… Soffre. La figlia geme: «Padre… il tuo perdono… e la tua benedizione…», e gli scivola ai piedi. Filippo la carezza macchinalmente sui capelli castani e si schiarisce la gola stretta in un nodo. Infine parla: «Si perdonano i figli che peccano… Tu non pecchi consacrandoti al Maestro… e… e … e il tuo povero padre non può che dirti… che dirti: “che tu sia benedetta”… Ah! figlia! figlia mia… Come è soave e tremendo il volere di Dio!», e si china, la alza, l’abbraccia, la bacia sulla fronte, sui capelli, piangendo… e poi, tenendola ancora fra le braccia, va verso Gesù e gli dice: «Ecco. Io l’ho generata, ma Tu sei il suo Dio… Il tuo diritto è più del mio… Grazie… grazie, Signore, della… della gioia che…»; non può più proseguire. Cade a ginocchi ai piedi di Gesù e si curva a baciarne i piedi gemendo: «Mai, mai più nipoti!… Il mio sogno!… Il sorriso della mia vecchiaia!… Perdona questo pianto, mio Signore… Sono un povero uomo…».
Uffici e glorie delle vergini cristiane.
51«Alzati, amico mio. E sii lieto di dare le primizie alle aiuole angeliche. Vieni. Vieni qui fra Me e mia Madre. Sentiamo da Lei come avvenne la cosa, perché, te lo assicuro, per la mia parte Io non ne ho né colpa né merito».
52Maria spiega: «Poco so io pure. Parlavamo fra noi donne e, come spesso avviene, mi interrogavano sul mio voto verginale. Mi interrogavano ancora sul come saranno le vergini future, quali uffici, quali glorie prevedevo per esse. Io rispondevo come so… E per il futuro prevedevo per esse vita di orazione e di consolazione alle sofferenze che il mondo darà a Gesù mio. Dicevo: “Saranno le vergini quelle che sostengono gli apostoli, quelle che laveranno il mondo insozzato vestendolo della loro purezza, di essa profumandolo, saranno gli angeli che canteranno le laudi per coprire le bestemmie. E Gesù ne sarà felice, e grazie darà al mondo, e darà misericordia per queste agnelle sparse fra i lupi…”, e altre cose dicevo. Fu allora che la figlia di Giairo mi disse: “Dammi un nome, o Madre, per il mio futuro di vergine, perché io non posso concedere che un uomo goda il corpo che fu rianimato da Gesù. Di Lui solo è questo mio corpo fino a che sarà la carne del sepolcro e l’anima del Cielo”; e Annalia disse: “Io pure così ho sentito di fare. E oggi sono più allegra di rondine perché ogni legame è spezzato”. E fu anche allora che tua figlia, o Filippo, disse: “Anche io sarò come voi. Vergine in eterno!”. La madre, ecco che viene, le fece considerare che così non si può prendere tanta decisione. Ma ella non mutò parere. E a chi le chiedeva se era antico pensiero diceva “no”, e a chi le chiedeva come le era venuto diceva: “Non so. Come una freccia di luce mi ha squarciato il cuore e ho capito di che amore amo Gesù”».
53La moglie di Filippo chiede al marito: «Udisti?».
«Sì, donna. La carne geme… e dovrebbe cantare perché è la sua glorificazione questa. Essa, la nostra pesante carne, ha generato due angeli. Non piangere, donna. Tu l’hai detto avanti: Egli ti ha incoronata… La regina non piange quando riceve il serto…»
“Ogni stato è buono se in esso si serve il Signore”.
54Ma piange anche Filippo, e piangono in molti, sia uomini che donne, ora che tutti sono raccolti quassù. Maria di Simone piange a dirotto in un angolo… Maria di Magdala piange in un altro, tormentando il lino della sua veste alla quale strappa macchinalmente i fili della bordura che l’orna. Anastasica lacrima tentando celare con la mano il volto lacrimoso.
55«Perché piangete?», chiede Gesù.
Nessuno risponde. Gesù chiama Anastasica e l’interroga di nuovo, e lei: «Perché, Signore, per una gioia nauseabonda, avuta per una notte sola, ho perduto d’essere una tua vergine».
56«Ogni stato è buono, se in esso si serve il Signore. Nella Chiesa futura occorreranno vergini e matrone. Tutte utili al trionfo del Regno di Dio nel mondo e al lavoro dei fratelli sacerdoti. Elisa di Betsur; vieni qua. Consola questa quasi fanciulla…».
“Procedete nella via del Signore”.
57E mette di sua mano Anastasica fra le braccia di Elisa. Le osserva mentre Elisa la carezza e l’altra si abbandona fra quelle braccia di madre, e poi chiede: «Elisa, conosci la sua storia?».
«Sì, Signore. E mi fa tanta pena, povera colomba senza nido».
58«Elisa, ami tu questa sorella?».
«Amarla? Tanto. Ma non come sorella. Ella mi può essere figlia. E ora che la tengo fra le braccia mi pare di tornare ad essere la madre felice del tempo passato. A chi affiderai questa dolce gazzella?».
59«A te, Elisa».
«A me?». La donna slega il cerchio delle braccia per guardare il Signore, incredula…
60«A te. Non la vuoi?».
«Oh! Signore! Signore! Signore!»… Elisa in ginocchio striscia da Gesù e non sa, non sa come, cosa dire, cosa fare per esprimere la sua gioia.
61«Alzati e siile santamente madre, ed ella ti sia santamente figlia, e ambedue procedete nella via del Signore. Maria di Lazzaro, perché piangi, tu, tanto ilare poc’anzi? Dove sono i dieci fiori che mi volevi portare? …».
Il perdono di Gesù e penitenza ridanno la verginità.
«Dormono sazi nel nitore, Maestro… E io piango perché mai più avrò il nitore delle vergini, e l’anima mia sempre piangerà, mai sazia perché… perché ho peccato…».
62«Il mio perdono e il pianto tuo ti fanno più monda di essi. Vieni qui. Non piangere più. Lascia il pianto a chi ha da vergognarsi di qualcosa. Su. Va’ a prendere i tuoi fiori; andate anche voi, spose e vergini. Andate a dire agli ospiti di Dio di salire. Occorre congedarli avanti la chiusura delle porte, perché molti di essi stanno sparsi per la campagna».
63Vanno ubbidienti, rimanendo solo sul terrazzo Gesù, al suo posto, che carezza Maria e Mattia; Elisa e Anastasica che poco più là si tengono per mano guardandosi negli occhi con un sorriso intriso di un pianto felice; Maria di Simone sulla quale si curva pietosa Maria SS.; e Giovanna che sulla porta della stanza guarda incerta un poco dentro, un poco fuori, verso Gesù.
Gli apostoli e discepoli sono scesi insieme alle donne per aiutare i servi a trasportare gli storpi, ciechi, zoppi, rattratti, vecchi, per la lunga scala.
I servi dei poveri.
Triste madre del futuro deicida.
64Gesù alza il capo che aveva chino sui due fanciulli e vede Maria curva sulla madre di Giuda. Si alza e va da loro. Posa la mano sulla testa brizzolata di Maria di Simone: «Perché piangi, donna?».
«Oh! Signore! Signore! Io ho partorito un demonio! Nessuna madre in Israele sarà pari a me nel dolore!».
65«Maria, un’altra madre, e per lo stesso motivo che è tuo, mi ha detto e dice queste parole. Povere madri! …».
«O mio Signore, vi è dunque un altro che come Giuda mio sia un perfido e scellerato verso di Te? Oh! non può essere! Egli, che ha Te, si è dato a pratiche immonde. Egli, che respira il tuo alito, è libidinoso e ladro, forse diverrà omicida. Egli… oh! Menzogna è il suo pensiero! Febbre la sua vita. Fallo morire, Signore! Per pietà! Fallo morire!».
66«Maria, il tuo cuore te lo mostra peggio che non sia. La paura ti fa folle. Ma calmati e ragiona. Che prove hai del suo agire?»
«Verso Te nulla. Ma è una valanga che scende. L’ho sorpreso, e non ha potuto nascondere le prove che… Eccolo… Per pietà, taci! Mi guarda. Sospetta. É il mio dolore. Nessuna madre più infelice di me in Israele! …»
67Maria sussurra: «Io… Perché al mio unisco il dolore di tutte le madri infelici… Perché il mio dolore è dato dall’odio non di uno, ma di tutto un mondo».
68Gesù, chiamato da Giovanna, va da lei; intanto Giuda viene verso la madre, che è ancora confortata da Maria, e l’apostrofa: «Hai potuto dire i tuoi deliri? Calunniarmi? Sei lieta ora?».
69«Giuda! Così parli a tua madre?», chiede severa Maria. É la prima volta che la vedo così…
«Sì. Perché sono stanco della sua persecuzione».
70«Oh! figlio mio, non è una persecuzione! É amore. Tu mi dici malata. Ma tu sei il malato! Tu dici che io ti calunnio e che ascolto tuoi nemici. Ma tu ti fai torto, ma tu segui e coltivi esseri nefasti che ti travolgeranno. Perché tu sei debole, figlio mio, ed essi se ne sono accorti… Dà retta a tua madre. Ascolta Anania, vecchio e saggio. Giuda! Giuda! Pietà di te, di me! Giuda!!! Dove vai, Giuda?!».
Giuda, che traversa quasi di corsa la terrazza, si volta e grida: «Dove sono utile e venerato», e scende a precipizio la scala mentre l’infelice madre, sporgendosi dal parapetto, gli grida: «Non andare! Non andare! Essi vogliono la tua rovina! Figlio! Figlio! Figlio mio! …».
Giuda è giunto in basso e gli alberi lo nascondono alla vista della madre. Riappare per un momento in uno spazio vuoto prima di entrare nel vestibolo.
71«É andato… La superbia lo divora!», geme sua madre.
72«Preghiamo per lui, Maria. Preghiamo noi due insieme…», dice la Vergine tenendo per mano la triste madre del futuro deicida. Intanto cominciano a salire gli ospiti… e Gesù parla con Giovanna.
Le Patrizie, serve degli infimi del mondo.
73«Va bene. Vengano pure. Molto meglio se si sono messe vesti ebree per non urtare le prevenzioni di molti. Le attendo qui. Va’ a chiamarle», e addossato allo stipite osserva l’afflusso dei convitati, che apostoli, discepoli e discepole guidano con amorevolezza alle tavole secondo un ordine prestabilito. Al centro è la tavola bassa dei fanciulli, poi, di qua e di là, tutte le altre, parallele. Ma mentre ciechi, zoppi, rattratti, storpi, vecchi, vedove, mendichi si dispongono con le loro storie di dolori impresse sui volti, ecco che, gentili come cesti di fiori, vengono portati dei cestoni mutati in cuna, persino dei piccoli cofani, nei quali, adagiati su cuscini, dormono sazi i poppanti presi alle madri mendiche. E Maria di Magdala, rasserenata, corre da Gesù dicendo: «Sono giunti i fiori. Vieni a benedirli, mio Signore».
74Ma nello stesso tempo Giovanna emerge dalle scale interne dicendo: «Maestro, ecco le discepole pagane». Sono sette donne, vestite di oscure e dimesse vesti simili a quelle delle ebree. Un velo è sul volto di tutte e un mantello le copre fino ai piedi.
75Due sono alte e maestose, le altre di media statura. Ma quando, dopo aver venerato il Maestro, si levano il mantello è facile riconoscere Plautina, Lidia, Valeria; la liberta Flavia, quella che ha scritto le parole di Gesù nel giardino di Lazzaro; e poi vi sono tre sconosciute. Una dallo sguardo uso al comando e che pure si inginocchia dicendo al Signore: «E con me Roma si prostri ai tuoi piedi», e poi una formosa matrona sui cinquant’anni, e infine una giovinetta esile e serena come un fior di campo.
Maria di Magdala riconosce le romane, nonostante le loro vesti ebree, e mormora: «Claudia!!!», e resta ad occhi sgranati.
76«Io. Basta di udire per altrui parola! La Verità e la Sapienza vanno attinte alla fonte diretta».
«Credi che ci riconosceranno?», chiede Valeria a Maria di Magdala.
«Se non vi tradite col nominarvi, non credo. Del resto vi metterò in luogo sicuro».
77«No, Maria. Alle tavole, a servire i mendichi. Nessuno potrà pensare che le patrizie siano serve ai poveri, agli infimi del mondo ebraico», dice Gesù.
«Bene sentenzi, o Maestro. Perché la superbia è innata in noi».
78«E l’umiltà è il segno più netto della mia dottrina. Chi mi vuole seguire deve amare la Verità, la Purezza e l’Umiltà, avere carità per tutti ed eroismo per sfidare l’opinione degli uomini e le pressioni dei tiranni. Andiamo».
79«Perdona, o Rabbi. Questa fanciulla è una schiava figlia di schiavi. L’ho riscattata perché di origine israelita e Plautina con sé la tiene. Ma io te l’offro, pensando che bene è farlo. Il suo nome è Egla. Ti appartiene».
80«Maria, accoglila. Poi penseremo… Grazie, donna».
I servi dei poveri.
81Gesù va sul terrazzo a benedire i fanciulli. Molta curiosità destano le dame. Ma così vestite e pettinate all’ebrea, in vesti quasi povere, non destano sospetti. Gesù va al centro della terrazza, presso la tavola dei fanciulli, e prega, offrendo per tutti il cibo al Signore, benedice e dà ordine di iniziare il pasto.
82Apostoli, discepoli, discepole, dame, sono i servi dei poveri, e Gesù ne dà l’esempio rimboccandosi le larghe maniche della veste rossa e occupandosi dei suoi bambini, aiutato da Mirjam di Giairo e da Giovanni.
Le bocche di tanti denutriti lavorano egregiamente, ma gli occhi sono tutti rivolti al Signore. La sera scende e viene levato il velano mentre lumi, ancora superflui, vengono portati dai servi.
83Gesù circola fra le tavole. Non lascia nessuno senza conforti di parole e di aiuto. Sfiora così più volte le regali Claudia e Plautina, che dimesse spezzano il pane o portano il vino alle labbra dei ciechi, dei paralitici, dei monchi; sorride alle sue vergini che si occupano delle donne, alle madri discepole tutte pietose presso gli infelici, a Maria di Magdala che si prodiga a una tavolata di vecchioni, la più triste di tutte, piena di tossi, di tremiti, di mascelle sdentate che biasciano e di bocche che sbavano; e aiuta Matteo che palleggia un infante, che si è fatto andare per traverso una mollica di focaccia che succhiava e mordeva coi dentini novelli; complimenta Cusa che, sopraggiunto al principio del pasto, scalca le carni e serve come un servo provetto.
Il pasto ha termine. Nei volti coloriti, negli occhi più lieti, è palese la soddisfazione dei miseri.
L’ amore misericordioso.
Viva Gesù!
84Gesù si curva su un vecchione scosso da un tremito e dice: «Che pensi, o padre, che sorridi?».
«Penso che non è proprio un sogno. Fino a poco fa credevo di dormire e sognare. Ma ora sento che è proprio vero. Ma chi ti fa così buono, che fai buoni così i tuoi discepoli? Viva Gesù!», grida per ultimo.
E tutte le voci di questi miseri, e sono centinaia, gridano: «Viva Gesù!».
Gesù va di nuovo al centro e apre le braccia, facendo cenno di tacere e di stare fermi, e inizia a parlare stando seduto con un fanciullino sulle ginocchia.
Significati del nome di Gesù.
85«Viva, sì, viva Gesù, non perché Io sono Gesù. Ma perché Gesù vuol dire l’amore di Dio fatto carne e sceso fra gli uomini per essere conosciuto e per far conoscere l’amore che sarà il segno della nuova era. Viva Gesù perché Gesù vuol dire “Salvatore”. Ed Io vi salvo. Vi salvo tutti, ricchi e poveri, fanciulli e vegliardi, israeliti e pagani, tutti, purché voi vogliate darmi la volontà di essere salvati. Gesù è per tutti. Non è per questo o quello. Gesù è di tutti. Di tutti gli uomini e per tutti gli uomini. Per tutti sono l’Amore misericorde e la Salvezza sicura.
Requisiti per essere di Gesù.
86Cosa è necessario fare per essere di Gesù, e perciò per avere salvezza? Poche cose. Ma grandi cose. Non grandi perché cose difficili come quelle che fanno i re. Ma grandi perché vogliono che l’uomo si rinnovelli per farle e per divenire di Gesù. Perciò amore, umiltà, fede, rassegnazione, compassione. Ecco. Voi, che discepoli siete, cosa avete fatto oggi di grande? Direte: “Nulla. Abbiamo servito un pasto”. No. Avete servito l’amore. Vi siete umiliati. Avete trattato da fratelli gli sconosciuti di tutte le razze, senza chiedere chi sono, se sono sani, se sono buoni. E lo avete fatto in nome del Signore. Forse speravate grandi parole da Me, per la vostra istruzione. Vi ho fatto fare grandi fatti. Abbiamo iniziato il giorno con la preghiera, siamo sovvenuti lebbrosi e mendichi, abbiamo adorato l’Altissimo nella sua Casa, abbiamo iniziato le agapi fraterne e la cura dei pellegrini e dei poveri, abbiamo servito perché servire per amore è essere simile a Me che sono Servo dei servi di Dio, Servo fino ad annichilimento di morte per ministrare a voi salvezza…».
Re del Regno dell’amore
87Un vocio e uno scalpiccio interrompe Gesù. Un gruppo scalmanato di israeliti sale di corsa le scale. Le romane più note, ossia Plautina, Claudia, Valeria e Lidia, si ritirano nell’ombra calando il velo.
I disturbatori irrompono sul terrazzo e pare cerchino chissà che. Cusa, offeso, va loro davanti e chiede: «Che volete?».
«Nulla che ti riguardi. Cerchiamo Gesù di Nazareth e non te».
88«Eccomi. Non mi vedete?», chiede Gesù posando a terra il fanciullino e alzandosi imponente.
«Che fai qui?».
89«Lo vedete. Faccio ciò che insegno e insegno ciò che va fatto: l’amore ai più poveri. Che vi era stato detto?».
«Furono uditi gridi sediziosi. E siccome dove sei Tu là è sedizione, siamo venuti a vedere».
90«Là dove Io sono è pace. Il grido era: “Viva Gesù”».
«Appunto. Fu pensato, tanto al Tempio che al palazzo d’Erode, che qui si congiurasse contro…».
91«Chi? Contro chi? Chi è re in Israele? Non il Tempio, non Erode. Roma domina, e folle è chi pensa a farsi re là dove essa impera».
«Tu dici d’esser re».
92«Re sono. Ma non di questo regno. Troppo meschino per Me! Troppo meschino è anche l’impero. Re Io sono del Regno santo dei Cieli, del Regno dell’Amore e dello Spirito. Andate in pace. O restate, se volete, e imparate come si accede a questo mio Regno. I miei sudditi eccoli: i poveri, gli infelici, gli oppressi, e poi i buoni, gli umili, i caritatevoli. Restate, unitevi ad essi».
«Però Tu sei sempre ai conviti in case fastose, fra belle donne e …».
93«Basta! Non si insinua e non si offende il Rabbi in casa mia. Uscite!», tuona Cusa.
La serpe e l’Agnello.
94Ma dalla scala interna balza sul terrazzo una figuretta snella di fanciulla velata. Corre leggera come una farfalla fino a Gesù e là getta velo e manto, cadendogli ai piedi e tentando baciarglieli.
«Salomè!», grida Cusa e con lui altri. Gesù si è ritirato così violentemente, per sfuggire il contatto, che il suo sedile si rovescia ed Egli ne approfitta per metterlo fra Sé e Salomè come separazione.
I suoi occhi fanno paura tanto sono fosforescenti, terribili. Salomè, leggera e sfrontata, tutta moine, dice: «Sì, io. L’acclamazione è giunta al Palazzo. Erode manda ambasceria a dirti che ti vuol vedere. Ma io l’ho prevenuta. Vieni con me, Signore. Io ti amo tanto e ti desidero tanto! Sono io pure carne d’Israele».
95«Va’ alla tua casa».
«La Corte ti attende per darti onore».
96«La mia Corte è questa. Non ne conosco altra né altri onori», e colla mano indica i poveri seduti alle tavole.
«Ti porto doni per essa. Ecco i miei monili».
97«Non li voglio».
«Perché li rifiuti?».
98«Perché sono immondi e dati per immondo scopo. Va’ via!».
Salomè si rialza interdetta. Guarda di sfuggita il Terribile, il Purissimo che la fulmina col braccio teso e lo sguardo di fuoco. Guarda furtiva tutti e vede beffa o nausea sui volti. I farisei sono pietrificati e osservano la scena potente. Le romane osano farsi avanti per vedere meglio. Salomè tenta un’ultima prova.
«Avvicini anche i lebbrosi…», dice sommessa e supplichevole.
99«Sono dei malati. Tu sei un’impudica. Va’ via!».
L’ultimo «va’ via!» è talmente potente che Salomè raccoglie velo e manto e, curva, strisciando, si dirige alle scale.
«Bada, Signore!… Ella è potente… Potrebbe nuocerti», sussurra Cusa sottovoce.
100Ma Gesù risponde a voce fortissima, ché tutti possano sentire, la scacciata per prima: «Non importa. Preferisco essere ucciso ad avere alleanze con il vizio. Sudore di donna lasciva e oro di meretrice sono veleni d’inferno. Alleanza di viltà coi potenti è colpa. Io sono Verità, Purezza e Redenzione. E non muto. Va’. Accompagnala…»
«Punirò i servi che l’hanno lasciata passare».
101«Non punirai nessuno. Una sola va punita. Lei. E lo è. E sappia, e sappiate che il suo pensiero mi è noto e che ne ho ribrezzo. Torni la serpe nel suo covo. L’Agnello torna ai suoi giardini».
I fatti parlano con la loro evidenza.
102Si siede. Suda. Tace. Poi dice: «Giovanna, dà ad ognuno l’obolo perché meno triste sia per qualche giorno la vita… Che altro vi devo fare, figli del dolore? Che volete che Io vi possa dare? Leggo nei cuori. Ai malati che sanno credere, pace e salute!».
103Un attimo di sosta e poi un grido… e sono molti e molti che sorgono guariti. I giudei venuti a sorprendere se ne vanno sbalorditi e trascurati nel delirio generale di acclamazioni per il miracolo e per la purezza di Gesù.
104Gesù sorride baciando i bambini. Poi congeda gli ospiti trattenendo le vedove e parla con Giovanna in loro favore. Giovanna prende nota e le invita per il domani. Poi esse pure vanno. Ultimi vanno i vecchi… Restano apostoli, discepoli, discepole e le romane.
105Gesù dice: «Così è e deve essere l’unione futura. Non ci sono parole. I fatti parlino agli spiriti e alle menti colla loro evidenza. La pace sia con voi».
106Si dirige verso le scale interne e scompare seguito da Giovanna e poi dagli altri.
107Alla base delle scale scontra Giuda: «Maestro, non andare al Getsemani! Ti cercano là dei nemici. E tu, madre, che dici ora? Tu che mi accusi! Se non fossi andato, non avrei saputo l’insidia tesa al Maestro. In un’altra casa! In un’altra casa andiamo!».
108«Nella nostra, allora. In casa di Lazzaro non entra che chi è amico di Dio», dice Maria di Magdala.
109«Sì. Quelli che ieri erano al Getsemani vengano con le sorelle al palazzo di Lazzaro. Domani provvederemo».
371. Giovedì avanti Pasqua. Protezione di Claudia e ricovero nel palazzo di Lazzaro. Lo statuto del Regno[23].
Tutto per il Messia Re.
Eroismo della Maddalena.
1Non brillano certo per il loro eroismo i seguaci di Gesù!
2La notizia portata da Giuda è simile all’apparizione di uno sparviero su un’aia piena di pulcini, o di un lupo sul ciglio prossimo ad un gregge! Spavento, o per lo meno orgasmo, sono su almeno nove decimi dei volti presenti, e specie dei volti maschili. Io credo che molti hanno già l’impressione del filo della spada o del flagello contro l’epidermide, e il meno che pensano è di avere a provare le segrete delle carceri in attesa di processo.
3Le donne sono meno agitate. Più che agitate, sono impensierite per i figli o i mariti e consigliano questi e quelli di squagliarsi a piccoli gruppi spargendosi nelle campagne.
4Maria di Magdala insorge contro quest’onda di timore esagerato: «Oh! quante gazzelle sono in Israele! Non vi fa vergogna tremare così? Vi ho detto che nel mio palazzo sarete più sicuri che in una fortezza. Venite dunque! E sulla mia parola vi assicuro che non vi accadrà nulla di nulla. Se oltre ai designati da Gesù ve ne sono altri che pensano essere sicuri nella mia casa, vengano. Ci sono letti e lettucci per una centuria. Andiamo, decidete, in luogo di basire di paura! Soltanto prego Giovanna di farci seguire dai servi con delle cibarie. Perché in palazzo non ce n’è per tanti, ed è sera ormai. Un buon pasto è la miglior medicina per rinfrancare i pusilli». E non è solo imponente nella sua veste bianca, ma è abbastanza ironica negli occhi splendidi mentre, dall’alto della sua statura, guarda il gregge spaurito che si pigia nel vestibolo di Giovanna.
5«Provvederò subito. Andate pure, ché Gionata vi seguirà coi servi ed io con lui, perché mi concedo la gioia di seguire il Maestro e senza paura, ve lo assicuro, tanto senza paura che porto con me i bambini», dice Giovanna. Si ritira a dare ordini, mentre le prime avanguardie dello spaurito esercito mettono caute la testa fuori dal portone e, vedendo che non c’è nulla di pauroso, osano uscire nella via e avviarsi seguiti dagli altri.
6Il gruppo verginale è al centro, immediatamente dopo Gesù che è nelle prime file. Dietro, oh!, dietro alle vergini le donne; e poi i più… vacillanti nel coraggio, che hanno le spalle protette da Maria di Lazzaro che si è unita alle romane, decise a non staccarsi da Gesù tanto presto. Ma poi Maria di Lazzaro corre avanti a dire qualcosa alla sorella, e le sette romane restano con Sara e Marcella, rimaste esse pure alla retroguardia per ordine di Maria e nell’intento di far passare ancor più inosservate le sette romane.
7Sopraggiunge a passo svelto Giovanna coi bambini per mano, e dietro a lei è Gionata coi servi carichi di borse e ceste, che si mettono in coda alla piccola turba che, in verità, nessuno nota, perché le vie formicolano di gruppi che vanno alle case o agli accampamenti, e la penombra rende meno riconoscibili i volti. Adesso Maria di Magdala insieme a Giovanna, Anastasica e Elisa, è proprio in prima fila e guida, per viette secondarie, i suoi ospiti al palazzo.
Claudia appoggia la fondazione del Regno.
8Gionata cammina quasi a pari delle romane, alle quali rivolge la parola come a serve delle discepole più ricche. Ne approfitta Claudia per dirgli: «Uomo, ti prego di andare a chiamare il discepolo che ha portato la notizia. Digli che venga qui. E dillo in maniera da non attirare l’attenzione. Va’!». La veste è dimessa, ma il modo è involontariamente potente, di chi è uso al comando. Gionata sbarra gli occhi cercando vedere, attraverso il velo calato, chi è che gli parla così. Ma non riesce che a vedere il balenio di due occhi imperiosi. Però deve intuire che non è una serva la donna che gli parla, e prima di ubbidire si inchina.
9Raggiunge Giuda di Keriot, che parla animatamente con Stefano e con Timoneo, e lo tira per la veste.
«Che vuoi?».
«Ti devo dire una cosa».
«Dilla».
«No. Vieni indietro con me. Ti vogliono, per una elemosina, credo…».
10La scusa è buona ed è accettata con pace dai compagni di Giuda e con entusiasmo da Giuda, che torna indietro svelto insieme a Gionata.
11Eccolo alla fila ultima. «Donna, ecco l’uomo che volevi», dice Gionata a Claudia.
12«Grata ti sono per avermi servito», risponde questa stando sempre velata. E poi, volgendosi a Giuda: «Ti piaccia sostare un momento per ascoltarmi».
Giuda, che sente un modo di parlare molto raffinato e vede due occhi splendidi attraverso il velo sottile, e che forse si sente prossimo ad una grande avventura, acconsente senza ostacolo.
13Il gruppo delle romane si separa. Restano, con Claudia, Plautina e Valeria; le altre proseguono.
14Claudia si guarda intorno. Vede solitaria la vietta in cui sono rimasti fermi e con la mano bellissima getta da parte il velo, scoprendo il viso. Giuda la riconosce e, dopo un attimo di sbalordimento, si curva salutando con un misto di atti giudei e di parola romana: «Domina!».
15«Sì. Io. Alzati e ascolta. Tu ami il Nazareno. Del suo bene ti preoccupi. Bene fai. É un virtuoso e va difeso. Noi lo veneriamo come grande e giusto. I giudei non lo venerano. Lo odiano. So. Ascolta. E intendi bene, e bene ricorda e applica. Io lo voglio proteggere. Non come la lussuriosa di poc’anzi. Con onestà e virtù. Quando il tuo amore e la tua sagacia ti lasceranno capire che vi è insidia per Lui, vieni o manda. Claudia tutto può su Ponzio. Claudia otterrà protezione per il Giusto. Intendi?».
«Perfettamente, domina. Il nostro Dio ti protegga. Verrò, solo che possa, verrò io, personalmente. Ma come passare da te?».
16«Chiedi sempre di Albula Domitilla. E’ una seconda me stessa, ma nessuno si stupisce se parla con giudei, essendo quella che si occupa delle mie liberalità. Ti crederanno un cliente. Forse ti umilia?».
«No, domina. Servire il Maestro e ottenere la tua protezione è onore».
17«Sì. Vi proteggerò. Una donna sono. Ma sono dei Claudi. Posso più di tutti i grandi in Israele perché dietro me è Roma. Tieni, intanto. Per i poveri del Cristo. Il nostro obolo. Però… vorrei essere lasciata fra i discepoli questa sera. Procurami questo onore e tu sarai protetto da Claudia».
Su un tipo come l’Iscariota le parole della patrizia operano prodigiosamente. Egli va al settimo cielo!… Osa chiedere: «Ma tu veramente lo aiuterai?».
18«Sì. Il suo Regno merita di essere fondato, perché è regno di virtù. Ben venga, in opposizione alle laide onde che coprono i regni attuali e che schifo mi fanno. Roma è grande, ma il Rabbi è ben più grande di Roma. Noi abbiamo le aquile sulle nostre insegne e la superba sigla. Ma sulle sue saranno i Geni e il santo suo Nome. Grande sarà, veramente grande Roma, e la Terra, quando metteranno quel Nome sulle loro insegne e il suo segno sarà sui labari e sui templi, sugli archi e le colonne».
Giuda è trasecolato, sognante, estatico. Palleggia la pesante borsa che gli è stata data, e lo fa macchinalmente, e dice col capo di sì, di sì, di sì, a tutto…
19«Or dunque andiamo a raggiungerli. Alleati siamo, non è vero? Alleati per proteggere il tuo Maestro e il Re degli animi onesti».
20Cala il velo e rapida, snella, va quasi di corsa a raggiungere il gruppo che l’ha preceduta, seguita dalle altre e da Giuda, che ha il fiato grosso non tanto per la corsa quanto per ciò che ha sentito. Il palazzo di Lazzaro sta inghiottendo le ultime coppie dei discepoli quando lo raggiungono. Entrano svelti, e il portone ferrato si chiude con grande sferragliare di chiavistelli messi dal custode.
Tutto per il Messia!
21Una solitaria lampada, sorretta dalla moglie del custode, a mala pena rischiara il quadrato vestibolo tutto bianco del palazzo di Lazzaro. Si capisce che la casa non è abitata, per quanto sia ben custodita e tenuta in ordine.
22Maria e Marta guidano gli ospiti in un vasto salone, certo adibito ai conviti, dalle fastose pareti coperte di stoffe preziose, che disvelano i loro rabeschi man mano che vengono accesi i lampadari e posati i lumi sulle credenze, sui cofani preziosi, messi intorno alle pareti, o sulle tavole addossate ad un lato, pronte ad essere usate, ma certo da tempo inservibili. Ma Maria ordina siano portate al centro della sala e preparate per la cena coi viveri che i servi di Giovanna estraggono da borse e ceste e mettono sulle credenze. Giuda prende da parte Pietro e gli dice qualcosa all’orecchio. Vedo Pietro che sgrana gli occhi e scuote una mano come si fosse scottato le dita, mentre esclama: «Fulmini e cicloni! Ma che dici?».
«Sì. Guarda. E pensa! Non aver più paura! Non essere più così angustiati!».
23«Ma è troppo bello! Troppo! Ma come ha detto? Proprio che ci protegge? Che Dio la benedica! Ma quale è?».
«Quella vestita di color tortora selvatica, alta, snella. Ecco, ci guarda…».
24Pietro guarda l’alta donna dal volto regolare e serio, dagli occhi dolci eppure imperiosi. «E… come hai fatto a parlarle? Non hai avuto…».
«No, affatto».
25«Eppure tu odiavi i contatti con loro! Come me, come tutti…».
26«Sì. Ma li ho superati per amor del Maestro. Come ho superato il desiderio di troncarla cogli antichi compagni del Tempio… Oh! tutto per il Maestro! Voi tutti, e mia madre con voi, credete che io sia ambiguo. Tu, di recente, mi hai rimproverato le amicizie che ho. Ma se non le mantenessi, e con forte pena, non saprei tante cose. Non è bene mettersi bende agli occhi e cera nelle orecchie per paura che il mondo entri in noi per occhi e orecchi. Quando si è in una impresa pari alla nostra, occorre vegliare a occhi e orecchi più che liberi. Vegliare per Lui, per il suo bene, per la sua missione, per la fondazione di questo benedetto regno…».
Molti degli apostoli e qualche discepolo si sono avvicinati e ascoltano, approvando col capo. Perché, infatti, non si può dire che Giuda parli male!
27Pietro, onesto e umile, lo riconosce e dice: «Hai proprio ragione! Perdona i miei rimproveri. Tu vali più di me, sai fare. Oh! andiamolo a dire al Maestro, a sua Madre, alla tua! Era tanto angustiata!
28«Perché male lingue hanno insinuato… Ma per ora taci. Dopo, più tardi. Vedi? Si siedono a mensa e il Maestro ci fa cenno di andare…».
29…La cena è rapida. Anche le romane, sedute al tavolo delle donne, mescolate ad esse di modo che proprio Claudia è seduta fra Porfirea e Dorca, mangiano in silenzio ciò che viene loro messo davanti, e fra loro e Giovanna e Maria di Magdala corrono misteriose parole fatte di sorrisi e di ammicchi. Sembrano scolarette in vacanza.
30Gesù, dopo la cena, ordina di formare un quadrato di sedili e di prendervi posto per ascoltarlo. Egli si mette al centro e inizia a parlare in mezzo ad un quadrato attento di volti, nei quali sono chiusi solo gli occhietti innocenti del figliolino di Dorca, dormente in seno alla madre, e stanno velandosi di sonno quelli di Maria, seduta sulle ginocchia di Giovanna, e di Mattia, che si è accoccolato sui ginocchi di Gionata.
Lo statuto del Regno.
Alla aurora delle future fraternità cristiane.
31«Discepoli e discepole qui radunati in nome del Signore, o qui attratti per desiderio di Verità, desiderio che viene ancora da Dio che vuole luce e verità in tutti i cuori, udite. Questa sera ci è concesso, e proprio la nequizia che ci vuole dispersi lo procura, di essere tutti uniti. Né, voi di sensi limitati, sapete quanto è profonda e vasta questa unione, vera aurora delle future che saranno quando il Maestro non sarà più fra voi, carnalmente, ma sarà in voi col suo spirito. Allora saprete amare. Allora saprete praticare. Per ora siete come bambini ancora al seno. Allora sarete come adulti che potrete gustare ogni cibo senza che vi nuoccia. Allora saprete, come Io dico, dire: “Venite a me voi tutti, perché tutti fratelli siamo, e per tutti Egli si è immolato”.
32Troppe prevenzioni in Israele! Queste sono tante frecce lesive alla carità. Parlo a voi, fedeli, apertamente, perché fra voi non sono i traditori, né i saturi di preconcetti che separano, che si mutano in incomprensione, in caparbietà, in odio per Me che vi indico le vie del futuro. Io non posso parlare diversamente.
Regola per divenire discepolo perfetto.
33E d’ora in poi parlerò più poco, perché vedo che inutili o quasi sono le parole. Ne avete avute da santificarvi e ammaestrarvi in maniera perfetta. Ma poco avete proceduto, specie voi, uomini fratelli, perché vi piace la parola ma non la mettete in atto. D’ora in poi, e con misura sempre più stringente, vi farò fare ciò che dovrete fare quando il Maestro sarà tornato al Cielo dal quale è venuto. Vi farò assistere a ciò che è il Sacerdote futuro. Più che le parole, osservate i miei atti, ripeteteli, imparateli[24], uniteli all’insegnamento. Allora diverrete discepoli perfetti.
Praticate la carità attiva[25]
34Che ha fatto e che vi ha fatto fare e praticare oggi il Maestro? La carità nelle sue multiformi forme. La carità verso Dio. Non la carità di preghiera, vocale, di rito soltanto. Ma la carità attiva[26], che rinnovella nel Signore[27],
che spoglia dallo spirito del mondo[28], dalle eresie del paganesimo[29], il quale non è solo nei pagani, ma che è anche in Israele con le mille consuetudini che si sono sostituite alla vera Religione, santa, aperta, semplice come tutto ciò’ che da Dio viene. Non atti buoni, o apparentemente tali, per essere lodati dagli uomini, ma azioni sante per meritare la lode di Dio.
Agite col fine di meritare la vita eterna.
35Chi è nato muore. Lo sapete. Ma non finisce la vita con la morte. Essa prosegue in altra forma e per l’eternità con un premio a chi fu giusto, con un castigo a chi fu malvagio. Questo pensiero di certo giudizio non sia paralisi durante il vivere e nell’ora del morire. Ma sia pungolo e freno, pungolo che sprona al bene, freno che trattiene da male passioni.
36Siate perciò veramente amanti del Dio vero, agendo nella vita sempre col fine di meritarlo nella vita futura. O voi che amate le grandezze, quale grandezza più grande di divenire figli di Dio, dèi perciò?
Siate santi.
37O voi che temete il dolore, quale sicurezza di non più soffrire, quale quella che vi attende nel Cielo? Siate santi[30]. Volete fondare un regno anche sulla Terra? Vi sentite insidiati e temete non riuscirvi? Se agirete da santi riuscirete. Perché la stessa autorità che ci domina non potrà impedirlo, nonostante le sue coorti, perché voi persuaderete le coorti a seguire la dottrina santa così come Io, senza violenza, ho persuaso le donne di Roma che qui è Verità…».
«Signore! …», esclamano le romane vedendosi scoperte.
38«Sì, donne. Ascoltate e ricordate. Io dico ai miei seguaci d’Israele, Io dico a voi, non d’Israele ma di animo giusto, lo statuto del Regno mio.
39Non rivolte. Non servono. Santificare l’autorità impregnandola della nostra santità[31]. Sarà un lungo lavoro, ma sarà vittorioso. Con mitezza e pazienza, senza frette stolte, senza deviazioni umane, senza rivolte inutili, ubbidendo là dove l’ubbidire non nuoce alla propria anima, voi perverrete a fare dell’autorità, che ora ci domina paganamente, una autorità protettrice e cristiana.
Fate il vostro dovere di servi.
40Fate il vostro dovere di sudditi verso l’autorità, come fate quello di fedeli verso Dio. Vogliate vedere in ogni autorità non un oppressore ma un elevatore, perché vi dà il modo di santificarlo e di santificarvi con l’esempio e l’eroismo.
Siate tutti fratelli buoni e fedeli.
41Vogliate essere, come siete buoni fedeli e buoni cittadini, dei buoni mariti, delle buone mogli, santi, casti, ubbidienti, amorosi l’un dell’altro, uniti per allevare i figli nel Signore, per essere paterni e materni anche coi servi e con gli schiavi, che essi pure hanno anima e carne, sentimenti e affetti come voi li avete. Se la morte vi leva il compagno o la compagna, non siate, potendolo, vogliosi di nuove nozze. Amate gli orfani anche per il compagno scomparso. E voi, servi, siate sommessi ai padroni, e se sono imperfetti santificateli col vostro esempio. Grande merito ne avrete agli occhi del Signore. In futuro nel mio Nome non saranno più padroni e servi, ma fratelli. Non saranno più razze, ma fratelli. Non saranno più oppressi e oppressori che si odiano, perché gli oppressi chiameranno fratelli i loro oppressori.
Amatevi come Dio vi ama.
42Amatevi voi di una fede, dando l’un l’altro aiuto così come oggi vi ho fatto fare. Ma non limitate l’aiuto ai poveri, ai pellegrini, ai malati della vostra razza. Aprite le braccia a tutti, così come la Misericordia le apre a voi.
43Chi più ha, dia a chi non ha o ha poco. Chi più sa, insegni a chi non sa o sa poco, e insegni con pazienza e umiltà, ricordando che, in verità, prima della mia istruzione nulla sapevate. Ricercate la Sapienza non per lustro, ma per aiuto nel procedere nelle vie del Signore.
Titti siete utili nel Regno del Signore.
44Le donne maritate amino le vergini, e queste le coniugate, e ambe diano affetto alle vedove. Tutte siete utili nel Regno del Signore.
45I poveri non invidino, i ricchi non creino odi con la mostra di ricchezze e la durezza di cuore.
46Abbiate cura degli orfani, dei malati, dei senza dimora. Aprite il cuore prima ancora della borsa e della casa, perché se anche date, ma con mal garbo, non fate onore ma offesa a Dio che è presente in ogni infelice.
47In verità, in verità vi dico che non è difficile servire il Signore. Basta amare. Amare il Dio vero, amare il prossimo quale che sia. In ogni ferita o febbre che curerete Io sarò. In ogni sventura che soccorrerete Io sarò. E tutto quello che farete a Me nel prossimo, se è bene, sarà a Me fatto; se male, anche a Me sarà fatto. Volete farmi soffrire? Volete perdere il Regno di pace, il divenire dèi, soltanto per non esser buoni col prossimo vostro?
Ultime raccomandazioni.
48Mai più saremo tutti così uniti. Verranno altre Pasque… e non potremo essere insieme per molte cause; le prime: quelle di una prudenza santa in parte e in parte eccessiva, ed ogni eccesso è colpa, per cui dovremo stare divisi; le altre Pasque ancora perché Io non sarò più fra voi… Ma ricordate questa giornata. Fate in futuro, e non per la sola Pasqua ma per sempre, ciò che vi ho fatto fare.
49Non vi ho mai lusingato sulla facilità di appartenermi. Appartenermi vuol dire vivere nella Luce e Verità, ma mangiare anche il pane della lotta e delle persecuzioni. Ora, però, più voi sarete forti nell’amore e più sarete forti nella lotta e nella persecuzione.
50Credete in Me. Per quello che sono realmente: Gesù Cristo, il Salvatore, il cui Regno non è di questo mondo, la cui venuta indica pace ai buoni, il cui possesso vuol dire conoscere e possedere Dio, perché veramente chi ha Me in sé ed ha se stesso in Me è in Dio, e possiede Dio nel suo spirito per averlo poi nel Regno celeste in eterno.
51La notte è discesa. Domani è Parasceve. Andate. Purificatevi, meditate, compite una Pasqua santa.
52Donne di altra razza, ma di retto spirito, andate. La buona volontà che vi anima vi sia via per venire alla Luce. In nome dei poveri che sono Me stesso, Io vi benedico per l’obolo generoso e vi benedico per le vostre buone intenzioni verso l’Uomo che è venuto a portare amore e pace sulla Terra. Andate! E tu, Giovanna, e quanti altri non temono più insidie, andate pure».
L’ora dello stupore.
Lo stupore per le romane.
53Un brusìo di stupore scorre l’assemblea mentre le romane – riposte le tavolette cerate, che Flavia ha scritto mentre Gesù parlava, in una borsa – ridotte a sei, perché Egla resta presso Maria di Magdala, escono dopo un saluto collettivo. Tanto è lo stupore che nessuno dei presenti, meno Giovanna, Gionata e i servi di Giovanna che portano in braccio i piccoli dormenti, si muove. Ma quando il rumore cupo del portone che si chiude dice che le romane sono partite, un clamore succede al brusìo.
54«Ma chi sono?».
«Come fra noi?».
«Che hanno fatto?».
55E su tutti grida Giuda: «Come sai, Signore, dell’obolo opimo che mi hanno dato?».
56Gesù seda il tumulto col gesto e dice: «Claudia e le sue dame sono. E mentre le alte dame di Israele, tementi l’ira dei consorti, o con lo stesso pensiero e cuore dei consorti, non osano divenire le mie seguaci, le sprezzate pagane, con astuzie sante, sanno venire ad apprendere la Dottrina che, anche se accettata per ora umanamente, è sempre elevatrice… E questa fanciulla, già schiava, ma di razza giudea, è il fiore che Claudia offre alle schiere di Cristo, rendendola alla libertà e dandola alla fede di Cristo. Riguardo a sapere dell’obolo… oh! Giuda! Tutti meno te potrebbero farmi questa domanda! Tu sai che Io vedo nei cuori».
L’ Iscariota fa stupire.
57«Allora vedrai che ho detto il vero dicendo che c’era insidia e che io l’ho sventata andando a far parlare… esseri colpevoli?».
È vero».
58«Dillo allora ben forte, che mia madre lo senta… Madre, un ragazzo sono, ma non un ribaldo… Madre, facciamo la pace. Comprendiamoci, amiamoci, uniti nel servizio a Gesù nostro».
59E Giuda va umile e amoroso ad abbracciare la madre che dice: «Sì, figliuolo! Si, Giuda mio! Buono! Buono! Sempre buono sii, o mia creatura! Per te, per il Signore! Per la tua povera mamma!».
60Intanto la sala è piena di agitazioni e commenti, e molti definiscono imprudente l’avere accolto le romane e rimproverano Gesù.
61Giuda sente. Lascia la madre e accorre in difesa del Maestro. Racconta il suo colloquio con Claudia e termina: «Non è spregevole aiuto. Anche senza averla ricevuta avanti fra noi, non abbiamo evitato persecuzione. Lasciamola fare. E, ricordatevelo bene, è meglio tacere con chicchessia. Pensate che, se è pericoloso per il Maestro, non lo è di meno per noi essere amici di pagani. Il Sinedrio che, in fondo, è trattenuto da paura verso Gesù per un superstite timore di alzare la mano sull’Unto di Dio, non avrebbe tanti scrupoli ad ammazzarci come cani, noi che siamo poveri uomini qualunque. In luogo di fare quelle facce scandalizzate, ricordate che poco fa eravate come tante passere spaurite, e benedite il Signore di aiutarci, con mezzi impensati, illegali se volete, ma tanto forti, a fondare il Regno del Messia. Tutto potremo se Roma ci difende! Oh! io non temo più! Grande giorno è oggi! Più che per tutte le altre cose, per questa… Ah! quando Tu sarai il Capo! Che potere dolce, forte, benedetto! Che pace! Che giustizia! Il Regno forte e benevolo del Giusto! E il mondo che viene lentamente ad esso!… Le profezie che si avverano! Turbe, nazioni… il mondo ai tuoi piedi! Oh! Maestro! Maestro mio! Tu Re, noi tuoi ministri… In Terra pace, in Cielo gloria… Gesù Cristo di Nazareth, Re della stirpe di Davide, Messia Salvatore, io ti saluto e ti adoro!»; e Giuda, che pare rapito in un’estasi, termina prostrandosi: «In Terra, in Cielo e fino negli Inferni è noto il tuo Nome, è infinito il tuo potere. Quale forza può resisterti, o Agnello e Leone, Sacerdote e Re, Santo, Santo, Santo?»; e resta curvo fino a terra nella sala che è muta di stupore.
372. Giorno di Parasceve. Uno scampato pericolo e il coraggio di Maria
di Magdala[32].
Il coraggio dell’amore.
Il risveglio.
1Il palazzo di Lazzaro, tramutato in dormitorio per quella notte, mostra corpi d’uomini dormienti sparsi per ogni dove. Le donne non si vedono. Forse sono state condotte nelle stanze superiori. L’alba chiara inalba lentamente la città, penetra nei cortili del palazzo, desta i primi cinguettii timidi fra il fogliame degli alberi, messi a fare ombria in essi, e i primi tubamenti dei colombi che dormono nell’incassatura del cornicione. Ma gli uomini non si destano. Stanchi e sazi di cibo e di emozioni, dormono e sognano…
Gesù in preghiera e meditazione.
2Gesù esce senza rumore nel vestibolo e da esso passa nel cortile d’onore. Si lava ad una fonte chiara che canta al centro di esso, fra un quadrato di mortella al cui piede sono dei piccoli gigli molto simili ai cosiddetti mughetti francesi. Si ravvia e, sempre senza fare rumore, torna là dove è la scala che porta ai piani superiori e alla terrazza sulla casa. Sale sino lassù, a pregare, a meditare…
Passeggia lentamente avanti e indietro, e gli unici che lo vedono sono i colombi che, allungando il collo e sgrugolando, sembra si chiedano l’un l’altro: «Chi è costui?». Poi si appoggia al muretto e sta raccolto in Se stesso, immobile. Infine alza il capo, forse richiamato dal primo apparire del sole che si alza da dietro i colli che celano Betania e la valle del Giordano, e guarda il panorama che è ai suoi piedi.
3Il palazzo di Lazzaro è certo su una delle tante elevazioni del suolo che fanno delle vie di Gerusalemme un sali e scendi continuo, specie nelle meno belle. Quasi al centro della città, ma lievemente spinto verso sud ovest.
4Collocato su una bella strada che sfocia sul Sisto, formando con essa un T, domina la città bassa, avendo di fronte Bezeta, Moria e Ofel, e dietro ad essi la catena dell’Uliveto; sul dietro, e già appartenente al posto dove sorge, il monte Sion, mentre ai due fianchi l’occhio spazia a sud verso i colli meridionali, mentre al nord Bezeta nasconde molta parte di panorama. Ma, oltre la valle di Gihon, la testa calva del Golgota emerge giallastra nella luce rosea dell’aurora, lugubre sempre anche in questa luce lieta.
5Gesù la guarda… Il suo sguardo, benché più virile e più pensoso, mi ricorda quello della lontana visione di Gesù dodicenne nella visione della disputa coi dottori. Ma ora, come allora, non è uno sguardo di terrore. No. E’ un dignitoso sguardo di eroe che guarda il suo campo di estrema battaglia.
6Poi si volta a guardare i colli a meridione della città e dice: «La casa di Caifa!», e con lo sguardo segna come tutto un itinerario da quel punto al Getsemani, e poi al Tempio, e poi ancora guarda oltre la cinta della città, verso il Calvario… Il sole intanto è sorto del tutto e la città si accende di luce…
Lo sfratto dal Getsemani.
7Al portone del palazzo, dei colpi vigorosi vengono dati senza mettere sosta fra l’uno e l’altro. Gesù si sporge per vedere, ma il cornicione molto sporgente, mentre il portone è molto rientrante nelle pareti massicce, gli impediscono di vedere chi bussa. In compenso sente subito il vocio dei dormenti che si destano, mentre il portone, aperto da Levi, viene richiuso con fragore. E poi sente il suo Nome gridato da tante voci di uomo e di donna… Si affretta a scendere dicendo: «Eccomi. Che volete?».
8Coloro che lo chiamavano, non appena lo sentono, prendono d’assalto la scala salendo di corsa e vociando. Sono gli apostoli e i discepoli più antichi, e fra mezzo a loro è Giona, il conduttore del Getsemani. Parlano tutt’insieme e non si capisce nulla.
9Gesù deve imporre con violenza che si fermino dove sono e facciano silenzio, per poterli calmare. Li raggiunge dicendo subito: «Che avviene?».
10Altro subbuglio fragoroso, inutile perché incomprensibile. Dietro agli urlanti si affacciano volti mesti o stupefatti di donne e di discepoli…
11«Parli uno per volta. Tu, Pietro, per primo».
«É venuto Giona… Ha detto che erano in tanti e che ti hanno cercato da per tutto. Lui è stato male tutta la notte, e poi all’apertura delle porte è andato da Giovanna e ha saputo che eri qui. Ma come facciamo? La Pasqua la dobbiamo pur fare!».
12Giona del Getsemani rinforza la notizia dicendo: «Sì, mi hanno anche maltrattato. Io ho detto che non sapevo dove eri, che forse non tornavi. Ma hanno visto le vostre vesti e hanno capito che tornate al Getsemani. Non mi fare del male, Maestro! Io ti ho sempre ospitato con amore, e questa notte ho patito per…Te. Ma… ma…».
13«Non avere paura! Non ti metterò più in pericolo d’ora in poi. Non sosterò più in casa tua. Mi limiterò a venire di passaggio, nella notte, a pregare… Non me lo puoi vietare…». Gesù è dolcissimo verso lo spaurito Giona del Getsemani.
Il coraggio dell’ amore.
14Ma la voce d’oro di Maria di Magdala prorompe veemente: «Da quando, o uomo, ti dimentichi che sei servo e che la condiscendenza nostra ti fa usare modi da padrone? Di chi la casa e l’uliveto? Solo noi possiamo dire al Rabbi: “Non andare a fare danno ai nostri beni”. Ma non lo diciamo. Perché sommo bene sempre sarebbe se anche per cercare Lui i nemici del Cristo distruggessero piante, mura, e persino facessero franare le balze. Perché tutto sarebbe distrutto per avere ospitato l’Amore, e l’Amore darebbe amore a noi suoi fedeli amici. Ma vengano! Distruggano! Calpestino! E che fa? Basta che Egli ci ami e sia illeso!».
15Giona è preso fra la paura dei nemici e quella dell’ardente padrona, e mormora: «E se mi fanno del male al figlio?…».
16Gesù lo conforta: «Non temere, ti dico. Non sosterò più. Puoi dire a chi te lo chiede che il Maestro non abita più al Getsemani… No, Maria! Così è bene fare. E lasciami fare! Io ti sono grato della tua generosità… Ma non è la mia ora, non è ancora la mia ora! Suppongo fossero farisei…»
17«E sinedristi, e erodiani, e sadducei… e soldati di Erode… e… tutti… tutti… Non mi levo il tremito della paura… Però lo vedi, Signore? Sono corso ad avvisarti… da Giovanna… poi qui…». L’uomo ci tiene a far notare che a rischio della sua pace ha fatto il suo dovere verso il Maestro.
18Gesù sorride con compatimento e bontà e dice: «Lo vedo! Lo vedo! Dio te ne compensi. Ora va’ in pace a casa tua. Ti manderò a dire dove mandare le borse, o manderò a ritirarle Io stesso».
19L’uomo se ne va, e nessuno, meno Gesù e Maria Santissima, lo risparmia di rimproveri o schemi. Salato è quello di Pietro, salatissimo quello dell’Iscariota, ironico quello di Bartolomeo, Giuda Taddeo non parla ma lo guarda in un tal modo! E il mormorio e gli sguardi di rimprovero lo accompagnano anche fra le file delle donne, terminando nel razzo finale di Maria di Magdala, la quale all’inchino del servo-contadino risponde: «Riferirò a Lazzaro che per il convito di festa venga a procurarsi polli ben ingrassati nelle terre del Getsemani».
20«Non ho pollaio, padrona».
«Tu, Marco e Maria: tre magnifici capponi! Ridono tutti per l’uscita inquieta e… significativa di Maria di Lazzaro, che è furente di vedere la paura nei suoi dipendenti e per il disagio del Maestro, privato del quieto nido del Getsemani.
21«Non ti inquietare, Maria! Pace! Pace! Non tutti hanno il tuo cuore!».
«Oh! no, purtroppo! Avessero tutti il mio cuore, Rabbonì! Neppure le lance e le frecce a me dirette mi farebbero separare da Te!».
22Un mormorio fra gli uomini… Maria lo raccoglie e risponde pronta: «Sì. Lo vedremo! E speriamo presto, se questo può servire a insegnarvi il coraggio. Niente mi farà paura se io posso servire il mio Rabbi! Servire! Sì! Servire! E si serve nelle ore pericolose, fratelli! Nelle altre… Oh! nelle altre non è servire! É godere!… E il Messia non va seguito per godere!».
Gli uomini chinano il capo, punti da queste verità.
23Maria fende le file e viene di fronte a Gesù. «Che decidi, Maestro? É Parasceve. Dove la tua Pasqua? Ordina.. e, se tanto ho trovato grazia presso di Te, concedimi di offrirti un mio cenacolo, di pensare a tutto…».
24«Grazia hai trovato presso il Padre dei Cieli, grazia perciò presso il Figlio del Padre al quale è sacro ogni movimento del Padre. Ma se accetterò il cenacolo, lascia che al Tempio, a sacrificare l’agnello, vada Io, da buon israelita…».
«E se ti prendono?», dicono in molti.
25«Non mi prenderanno. Nella notte, nell’oscurità, come usano i ribaldi, possono osarlo. Ma in mezzo alle turbe che mi venerano, no. Non diventatemi vili!…».
Il Regno è dello Spirito.
26«Oh! poi ora c’è Claudia!», grida Giuda.
«Il Re e il Regno non sono più in pericolo!…».
27«Giuda, te ne prego! Non farli crollare in te! In te non insidiarli. Il mio Regno non è di questo mondo. Io non sono un re come quelli che sono sui troni. Il mio Regno è dello spirito. Se tu lo avvilisci alla meschinità di un regno umano, tu in te lo insidi e lo fai crollare».
«Ma Claudia! …».
28«Ma Claudia è una pagana. Non può perciò sapere il valore dello spirito. Molto è se intuisce e appoggia Colui che per lei è un Saggio… Molti in Israele neppure come saggio mi giudicano!… Ma tu non sei pagano, amico mio! Il provvidenziale tuo incontro con Claudia non fare che ti si volga in danno, così come non fare che ogni dono di Dio per raffermare la tua fede e la tua volontà di servire il Signore ti divenga sciagura spirituale».
«E come lo potrebbe, mio Signore?».
29«Facilmente. Non in te soltanto. Se un dono dato per soccorrere la debolezza dell’uomo, in luogo di fortificarlo e sempre più farlo voglioso di bene soprannaturale, o anche semplicemente morale, servisse ad appesantirlo di appetiti umani e a trarlo lontano dalla via retta, su vie in discesa, allora il dono diverrebbe danno. Basta la superbia a fare di un dono un danno. Basta il disorientamento provocato da una cosa che esalta, per cui si perde di mira il Fine supremo e buono, per fare di un dono un danno. Ne sei persuaso? La venuta di Claudia deve darti solo la forza di una considerazione. Questa: che se una pagana ha sentito la grandezza della mia dottrina e la necessità che essa trionfi, tu, e con te tutti i discepoli, con ancora più grande potenza dovete sentire tutto ciò e, di conseguenza, darvi tutti a ciò. Ma sempre spiritualmente. Sempre…
Il cenacolo.
30Ed ora decidiamo. Dove dite essere bene consumare la Pasqua? Voglio che siate in pace di spirito per questa Cena di rito, per sentire Dio che non si sente nel turbamento. Siamo molti. Ma mi sarebbe dolce stare tutti insieme per potervi far dire: “Consumammo una Pasqua con Lui”. Scegliete dunque un luogo dove, suddividendoci secondo il rituale, di modo da formare gruppi sufficienti a consumare ognuno il proprio agnello, si possa però dire: “Eravamo uniti, e l’uno sentiva la voce dell’altro fratello”».
31Chi nomina questo e chi quel luogo. Ma le sorelle di Lazzaro la vincono. «Oh! Signore! Qui! Manderemo a prendere il fratello nostro. Qui! Molte sono le sale e le stanze. Saremo insieme, e secondo il rito. Accetta, Signore! Il palazzo ha stanze atte per almeno duecento persone divise per gruppi di venti. E tanti non siamo. Facci liete, Signore! Per Lazzaro nostro così triste… così malato…». Le due sorelle piangono, finendo: «…che non si può pensare che mangi un’altra Pasqua…».
32«Che dite? Che pensate concedere alle sorelle buone?», dice Gesù interpellando tutti.
«Io direi che sì», dice Pietro.
33«Io pure», dice l’Iscariota e molti altri. Chi non parla, assente.
34«Provvedete, allora. E noi andiamo al Tempio, a mostrare che chi è sicuro di ubbidire all’Altissimo non ha paura e non è vile. Andiamo. A chi resta, la mia pace».
35E Gesù scende il resto di scala, traversa il vestibolo ed esce coi discepoli nella via piena di folla.
373. Giorno di Parasceve. Al Tempio, tra l’odio giudaico e l’amore dei poveri. Incontro con Niche[33].
Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia[34].
I lupi ringhiosi e il Pastore del gregge.
1Gesù entra nel Tempio. E dai primi passi che fa in esso è facile capire l’umore degli animi verso il Nazareno. Occhiatacce; ordini alle guardie del Tempio di sorvegliare il «conturbatore», e dati palesemente, perché tutti vedano e sentano; parole di sprezzo per chi è con Lui; anche urtoni, volontariamente dati a discepoli… Insomma l’odio è tale che gli splendidi farisei, scribi e dottori assumono pose e atti da facchini o da peggio ancora, e non pensano, tanto sono accecati dal livore, che si avviliscono molto, anche come uomini, facendo così.
2Gesù passa tranquillo, come neppure lo riguardassero quegli atti! É il primo a salutare non appena vede qualche personaggio che per grado sacro o per potenza è un «superiore» del mondo ebraico. E se quello non risponde al saluto dignitoso che Gesù gli rivolge, non per questo Gesù muta atteggiamento. Certo che il suo viso, quando si volge da uno di questi superbi a uno o a più dei tanti umili – e molti sono i mendichi e malati poveri che ieri Egli ha raccolto e che, per l’impensata fortuna avuta, possono fare una Pasqua quale forse da anni non facevano, e che riuniti in gruppi, in piccole società formatesi spontaneamente, vanno a comperare gli agnelli da immolare, felici di essere, loro, i derelitti, pari agli altri nelle vesti e nelle possibilità – il suo volto diviene dolcissimo di sorriso. E si ferma benigno ad ascoltarli nei loro propositi, nelle loro narrazioni stupefatte, nelle loro benedizioni… Vecchi, bambini, vedove, infermi ieri, ora guariti, miserevoli ieri, stracciati, affamati, derelitti, oggi rivestiti, e nella felicità di essere uomini come gli altri nelle giornate della grande festa d’Azzimi!
3Le voci, così varie, da quelle d’argento dei piccoli a quelle tremule dei vecchi e in mezzo a questi due estremi, le voci trepide delle donne, salutano, accompagnano, seguono Gesù. I baci piovono sulle sue vesti, sulle sue mani. E Gesù sorride e benedice mentre i suoi nemici, lividi di stizza per quanto Lui è luminoso di pace, si rodono d’ira impotente.
Commenti diversi.
Afferro brani di discorsi…
4«Dici bene tu! Ma facessimo un atto, essi (e un fariseo indica il popolo che si stringe a Gesù) ci farebbero a pezzi».
5«Pensate! Ci ha raccolti, sfamati, vestiti, guariti, e molti hanno trovato lavoro e assistenza per mezzo dei ricchi discepoli. Ma in verità tutto è venuto per Lui, che Dio lo salvi sempre!», dice un uomo che forse ieri era infermo e mendico.
6«Sfido io! Compera la plebe così, il sedizioso, per gettarcela contro!», arrota fra i denti uno scriba parlando con un collega.
7«Una sua discepola ha preso il mio nome e mi ha detto di andare da lei dopo la Pasqua, ché mi conduce nelle sue campagne a Bétèr. Capisci, donna? Io e i figli. Lavorerò. Ma cosa è lavorare con protezione e sicurezza? Gioia è! E il mio Levi non si spezzerà nel lavoro dei grani. Perché la discepola che ci prende lo mette ai roseti… Un giuoco, ti dico! Ah! L’Eterno dia gloria e bene al suo Messia!», dice la vedova del piano di Saron ad una israelita benestante che la interroga.
8«Oh! e io non potrei?… Siete tutti a posto, ormai, voi che ieri ha raccolti?», dice la donna ricca israelita.
9«No, donna. Ci sono ancora altre vedove con figli e altri uomini».
10«Vorrei dirgli se mi dà grazia di aiutarlo».
«Chiamalo!»
«Non oso».
11«Va’ tu, Levi mio, a dirgli che una donna gli vuol parlare…».
Il fanciullo va lesto e riferisce a Gesù.
Il Messia è la voce di chi non ha voce.
12Intanto un sadduceo malmena un vecchio che pontifica in mezzo ad una turba venuta da Oltre Giordano e che tesse l’elogio del Maestro di Galilea.
13Il vecchio si difende dicendo: «Che faccio di male? Volevi essere lodato tu? Non avevi che fare ciò che Egli fa. Ma tu, che Dio ti perdoni, alla canizie e alla miseria dai sprezzo e non amore, falso israelita che non rispetti il Deuteronomio avendo pietà per i poveri»[35].
14«Sentite? Ecco il frutto della dottrina del sobillatore! Insegna alla plebe ad offendere i santi d’Israele».
15Gli risponde un sacerdote del Tempio: «Ma di noi è la colpa, se ciò avviene! Non facciamo che minacce senza tradurle in atto!».
16Gesù dice intanto alla donna d’Israele: «Se ti impegni veramente di essere madre agli orfani e sorella alle vedove, vai al palazzo di Cusa, al Sisto. Di’ a Giovanna che Io ti mando. Va’ e ti fruttifichi il suolo come quello dell’Eden per la tua pietà. E più ti fruttifichi il cuore nell’amore sempre più vasto al prossimo tuo».
17Vede intanto le guardie trascinare il vecchio che aveva parlato prima. Grida: «Che fate al vecchio? E che ha fatto?».
18«Ha insultato gli strategoi che lo redarguivano».
19«Non è vero. Un sadduceo mi ha malmenato perché parlavo di Te a quei pellegrini. E avendo alzato su me la mano, perché vecchio e povero, gli ho detto che è un falso israelita che calpesta le parole del Deuteronomio».
20«Rilasciate quel vecchio. É con Me. La verità fu sulla sua bocca. Non la sincerità: la Verità. Dio, se parla sulle labbra dei fanciulli, parla pure sulle labbra dei vecchi. É detto: “Non disprezzare l’uomo nella sua vecchiaia perché sono dei nostri quelli che invecchiano”[36]. E ancora: “Non disprezzare le parole dei vecchi saggi ma abbi famigliari le loro massime, perché da loro tu imparerai la sapienza e gli insegnamenti dell’intelligenza”[37], e ancora: “Dove sono dei vecchi non parlare molto”[38]. Se lo ricordi Israele, quella parte d’Israele che vuol dirsi perfetta, perché altrimenti l’Altissimo ha modo di smentirla. Padre, vieni al mio fianco[39]».
21Il vecchione va da Gesù, mentre i sadducei, colpiti dal rimprovero, se ne vanno con ira.
Niche la missionaria del Regno.
22«Sono una donna ebrea della Diaspora, o Re atteso. Potrei servirti come quella donna che mandasti da Giovanna?», dice una donna che mi pare tutta quella che, di nome Niche, asciugò il volto di Gesù sul Golgota, ottenendo il Sudario. Ma le ebree sono molto somiglianti fra di loro, e potrei, a distanza di mesi da quella visione, sbagliare.
23Gesù la guarda. Vede una donna sui quarant’anni, una ben vestita, franca di modi. Le chiede: «Sei vedova, non è vero?».
24«Sì. E senza figli. Sono tornata di recente e ho preso terre a Gerico. Per essere vicina alla città santa. Ma ora vedo che più grande di essa Tu sei. E ti seguo. E ti prego di avermi per serva. Conosco di Te da discepoli. Ma Tu superi i loro racconti».
25«Va bene. Ma che vuoi di preciso?»
26«Aiutarti nei poveri e, come posso, farti amare e conoscere. Conosco molti delle colonie della Diaspora, avendo seguito il marito nei commerci. Ho mezzi. Ma mi basta poco. Posso fare molto, perciò. E molto voglio fare per tuo amore e per suffragare lo spirito di colui che mi prese vergine vent’anni or sono e che mi fu compagno amabile fino all’estremo sospiro. Lo diceva nel morire. Pareva profetasse: “Morto che io sia, consegna la carne che ti amò alla tomba e va’ nella patria nostra. Troverai il Promesso. Oh! tu lo vedrai! Cercalo. Seguilo. Egli è il Redentore e Risuscitatore e mi aprirà le porte della Vita. Sii buona per aiutarmi ad esser pronto quando Egli aprirà i Cieli a coloro che non hanno più debiti verso la Giustizia, e sii buona per meritare di incontrarlo presto. Giura che lo farai e che muterai le sterili lacrime di una vedovanza in fortezza operosa. Abbi Giuditta[40] a tuo esempio, o sposa, e tutte le nazioni conosceranno il tuo nome”. Povero sposo mio! Io chiedo soltanto che Tu mi conosca…».
27«Ti conoscerò per discepola buona. Va’ tu pure da Giovanna, e Dio sia con te»…
I falsi all’ assalto.
28Noiosi come pecchie tornano all’assalto i nemici di Gesù, mentre Egli, immolato l’agnello e atteso che fossero immolati quelli presi dai discepoli per averne quanti erano necessari per tanti, ritorna verso la cinta del Tempio.
29«Quando fai conto di finirla con le tue pose da re? Tu non sei re! Tu non sei profeta! Fino a quando abusi della nostra bontà, uomo peccatore, ribelle, causa di male ad Israele? Quante volte ti dobbiamo dire che non hai diritto di fare il rabbi qui dentro?».
30«Sono venuto ad immolare l’agnello. Non me lo potete impedire. Ma, del resto, vi ricordo Adonia e Salomone».
«Che c’entrano? Che vuoi dire? Sei Tu Adonia?».
31«No. Adonia con frode si fece re, ma la Sapienza vegliava e consigliava, e re fu soltanto Salomone. Io non sono Adonia. Salomone sono».
32«E Adonia chi è?».
«Voi tutti».
33«Noi? Come parli?».
34«Con verità e giustizia».
35«Noi osserviamo la Legge, in ogni punto, crediamo ai profeti e …».
La verga che percuote il violento[41].
36«No. Non credete ai profeti. Essi mi nominano, e voi in Me non credete. No. Non osservate la Legge. Essa consiglia atti giusti. Voi non li fate. Anche quelle offerte che venite a compiere non sono rette.
37É detto: “Immonda è l’offerta di chi sacrifica roba di mal acquisto”[42].
38É detto: “L’Altissimo non accetta i doni degli iniqui, non volge l’occhio sulle loro oblazioni, né sarà propizio ai loro peccati per il gran numero dei loro sacrifizi”[43].
39É detto: “Chi offre sacrifizio con la roba dei poveri è come chi sgozza un figlio sotto gli occhi del padre”[44]. Questo è detto, o Giocana!
40É detto: “Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, chi lo toglie loro è un assassino”[45]. Questo è detto, o Ismael!
41É detto: “Chi toglie il pane del sudore è come se uccidesse il povero”[46]. Questo è detto, o Doras figlio di Doras.
42É detto: “Chi sparge il sangue e chi defrauda la mercede all’operaio sono fratelli”[47]. Questo è detto, o Giocana, Ismael, Chanania, Doras, Gionata.
43E ricordate anche che è detto: “Chiunque chiude i suoi orecchi alle grida del povero griderà anch’egli ma non sarà ascoltato”[48].
44E tu, Eleazar ben Anna, ricordati e ricorda a tuo padre che è detto: “I miei sacerdoti siano santi e non si contaminino per nessuna ragione”[49].
45E tu, Cornelio, sappi che è detto: “Chi avrà maledetto padre e madre sia punito di morte”[50], e morte non è soltanto quella che dà il carnefice. Una più grande attende i peccatori contro i parenti, eterna, tremenda.
46E tu, Tolmè, ricorda che è detto: “Chi esercita magia è sterminato da Me”[51].
47E tu, Sadoc, scriba d’oro, ricorda che fra l’adultero e il suo paraninfo nell’adulterio non c’è differenza agli occhi di Dio, ed è detto che colui che giura il falso è preda delle fiamme senza fine[52]. E di’ a colui che l’ha dimenticato che chi prende una vergine, e sazio la recide da sé mentendo accuse, va condannato. Oh! non qui. Nell’altra vita, e per la menzogna, il falso giuramento, il danno fatto alla moglie, e per l’adulterio. E che? Fuggite? Davanti all’inerme che dice parole non sue ma di quelli che voi citate per santi in Israele, e perciò non potete dire che l’inerme è un bestemmiatore, perché dicendolo direste bestemmiatori i libri sapienziali e quelli mosaici che da Dio sono dettati? Davanti all’inerme voi fuggite? Sono forse pietre le mie parole? O vi destano, picchiando sul bronzo duro del vostro duro cuore, la coscienza, ed essa sente che ha il dovere di purificarsi, essa, non le membra soltanto, in questa Parasceve, per potere consumare senza peccato di immondezza l’agnello santo? Oh! se così è, lode al Signore! Perché vera sapienza, o voi che volete essere lodati per saggi, è conoscere se stessi, riconoscere i propri errori, pentirsene e andare ai riti con “vera” devozione. Ossia con culto e rito dell’anima, e non rito esteriore…
48Sono andati! E noi pure andiamo a dar pace a chi ci attende…».
374. Giorno di Parasceve. Per le vie di Gerusalemme e nel sobborgo di Ofel[53].
Per le vie di Gerusalemme.
Gente dai quattro angoli della terra[54].
1Escono dal Tempio, brulicante di folla, per immergersi nel brulichio delle vie dove tutti corrono, indaffarati negli ultimi preparativi pasquali, e i ritardatari cercano affannosamente una stanza, un vestibolo, un purché sia, per mutarlo in cenacolo per consumarvi l’agnello.
2É facile così incontrarsi, ed è facile anche non riconoscersi, nel pigia pigia continuamente agitato che fa passare sotto gli occhi volti di tutte le età, di tutte le regioni dove sono israeliti, e dove il sangue puro di Israele ha contratto, per mescolanze di sangue o anche semplicemente per mimetismo, somiglianze con altre razze.
3Cosicché si vedono ebrei che sembrano egiziani e anche che, per i labbri sporgenti, i nasi camusi e l’angolo facciale, sembrano incroci coi nubiani; altri che per i visi taglienti, minuti, le membra snelle, gli sguardi arguti, denunciano di essere delle colonie greche, o mescolanze con greci; mentre dei robusti e alti uomini, dal viso piuttosto squadrato, parlano chiaramente di essere non del tutto estranei coi latini; e ve ne sono anche molti che noi moderni diremmo circassi o persiani, con già un ricordo di occhi mongolici o indiani nei visi bianchissimi dei primi, nei visi olivastri dei secondi. Un bel caleidoscopio di volti e di vesti! L’occhio ne resta stanco, tanto che è facile finisca a guardare senza vedere.
4Ma ciò che sfugge a uno viene notato dall’altro. É dunque comprensibile che ciò che sfugge al Maestro, sempre un poco assorto in Sé stesso quando lo lasciano in pace, senza interrogarlo, è notato da questo o quello di chi è con Lui. E gli apostoli, i più vicini a Gesù, si indicano ciò che vedono e parlottano fra di loro con commenti… molto umani per le persone indicate.
Carità a tutta prova.
5Uno di questi commenti salati, su un ex discepolo che passa con sussiego fingendo di non vederli, viene afferrato da Gesù: «A chi dite quelle parole?», interroga.
«A quel barbagianni là», accenna Giacomo di Zebedeo.
6«Ha finto di non vederci, e non è il solo a fare così. Però quando Tu lo dovevi guarire e ti cercava, allora sapeva vederci! Gli venga la pustola maligna!».
7«Giacomo!! Con questi sentimenti sei al mio fianco e ti prepari a consumare l’agnello? In verità tu sei più incoerente di lui. Lui si è separato con franchezza quando ha sentito di non poter fare ciò che dicevo. Tu resti, ma non fai ciò che Io dico. Non sei forse più peccatore di lui?».
8Giacomo diventa rosso fino alla congestione e si ritira dietro ai compagni, mortificato.
9«É che fa male vederli fare così, Maestro!», dice Giovanni per aiutare il fratello che è stato rimproverato.
«Il nostro amore si ribella a vedere il loro disamore…»
10«Già. Ma credete di portarli all’amore facendo così? Sgarbi, male parole, insulti, non hanno mai portato al punto dove si vorrebbe portare un rivale o uno di altro pensiero. É la dolcezza, la pazienza, la carità, perseveranti nonostante ogni ripulsa, che finiscono ad ottenere. Io capisco e compatisco il vostro cuore che soffre nel non vedermi amato. Ma vorrei sapervi, vedervi più soprannaturali negli atti e nei mezzi per farmi amare. Suvvia, Giacomo, vieni qui. Non è per mortificarti che ho parlato. Comprendiamoci, amiamoci almeno fra di noi, amici miei… C’è già tanta incomprensione e dolore per il Figlio dell’uomo!».
Giacomo, rasserenato, gli torna al fianco.
Gravità della apostasia.
Camminano qualche tempo in silenzio, poi Tommaso esplode in una tonante esclamazione: «Però è proprio una vergogna!».
11«Che cosa?», chiede Gesù.
«Ma la viltà di tanti! Maestro, non vedi in quanti fingono di non conoscerti?».
12«E che perciò? Muterà un iota di ciò che è scritto di Me il loro modo di fare? No. Solo per loro si muta ciò che potrebbe essere scritto. Perché nei libri eterni poteva essere detto di loro: “I discepoli buoni”, mentre si scriverà: “Coloro che non furono buoni, coloro per i quali fu nulla la venuta del Messia”. Parola tremenda, sapete? Peggiore a quella di: “Adamo, con Eva, peccò”[55].
13Perché Io posso annullare quel peccato. Ma non potrò[56] annullare questo di rinnegare il Verbo Salvatore…
14Pieghiamo da questa parte. Io mi fermerò coi fratelli, con Simon Pietro e Giacomo nel sobborgo di Ofel. Giuda di Simone rimarrà pure. Ma Simone Zelote, Giovanni e Tommaso andranno al Getsemani a prendere le borse…».
Chi è in piedi, guardi di non cadere.
«Sì, così Giona inghiottirà per dritto il suo agnello», dice ancora inquieto Pietro.
Gli altri ridono…
15«Buono, buono! Non ti stupire se ha paura. Domani potresti averla tu».
16«Io, Maestro? É più facile che il mar di Galilea si muti in vino che non io avere paura», asserisce sicuro Pietro.
17«Eppure… l’altra sera… Oh! Simone! Non parevi molto coraggioso sulle scale del palazzo di Cusa», morde Giuda di Keriot, senza molta ironia ma… con sempre sufficiente sarcasmo, capace di pungere Pietro.
18«É perché… temevo per il Signore che ero agitato, io! Non per altro».
19«Bene! Bene! Auguriamoci di non avere mai… paura per non fare brutte figure, eh!», risponde Giuda di Keriot battendogli una mano sulla spalla, protettore e maligno… In altri momenti il suo modo di fare avrebbe scatenato una reazione.
20Ma Pietro, dalla sera avanti, è in stato di… ammirazione per Giuda e lo sopporta in tutto.
21Gesù dice: «Filippo e Natanaele con Andrea e Matteo vadano al palazzo di Lazzaro, a dire che stiamo venendo».
Nel sobborgo di Ofel.
Sulla via del Giovedì Santo.
22Si separano questi ultimi, e gli altri procedono con Gesù. I discepoli, meno Stefano e Isacco, vanno con gli apostoli mandati al palazzo. Al sobborgo di Ofel nuova separazione. Quelli inviati al Getsemani vanno lesti insieme a Isacco. Stefano resta con Gesù, i figli di Alfeo, Pietro, Giacomo e l’Iscariota, e per non stare fermi al crocicchio vanno lentamente nella stessa direzione di quelli andati al Getsemani. Fanno proprio la stradetta che nella notte del giovedì santo sarà percorsa da Gesù fra i suoi torturatori. Ora, sul mezzodì, è vuota di popolo. Una piccola piazzetta, con una fonte ombreggiata da un fico che apre le foglie tenerelle sullo specchio dell’acqua cheta, si trova dopo pochi passi.
La menzogna porta sulla via del Male.
23«Ecco là Samuele di Annalia», dice Giacomo d’Alfeo che lo deve conoscere bene. Il giovane sta per entrare in casa con l’agnello… È carico anche di altre cibarie»
«Provvede alla cena pasquale anche per il parente», osserva Giuda di Alfeo.
«Ma ora si è stabilito qui? Non era via?», dice Pietro.
24«Sì. Si è stabilito qui. Si dice che amoreggi con la figlia di Cleofa il sandalaio. È denarosa…»
25«Ah! e allora perché dice che Annalia lo ha abbandonato?», chiede l’Iscariota.
«Ciò è menzogna!».
26«L’uomo di essa si serve con facilità. E non sa che così facendo si mette sulla via del male. Basta il primo passo, un passo, per non potersi poi più liberare… È un vischio… è un labirinto… è una trappola. Una trappola in discesa…», dice Gesù a Giuda di Keriot.
«Peccato! L’uomo pareva così buono lo scorso anno!», dice Giacomo di Zebedeo.
27«Sì. Io credevo proprio che avrebbe imitato la sposa nel darsi tutto a Te e fare una coppia di sposi angeli e tuoi servi. Ci avrei giurato…», dice Pietro.
28«Simone mio! Non giurare mai sul futuro di un uomo. È la cosa più incerta che ci sia. Nessun elemento, presente al momento del giuramento, può essere mallevadoria di sicuro giuramento. Ci sono delinquenti che diventano santi, e ci sono giusti, o dall’apparenza di giusti, che divengono delinquenti», gli risponde Gesù.
L’odio di Samuele.
29Samuele, intanto, dopo essere entrato in casa, ne è uscito di nuovo per andare ad attingere alla fonte acqua pura… Vede così Gesù. Lo guarda con palese sprezzo e lancia un insulto di certo, ma è detto in ebraico e non lo capisco.
30L’Iscariota si getta in avanti di scatto, lo prende per un braccio, scrollandolo come una pianta dalla quale si vuole far cadere le frutta mature: «Così parli al Maestro, o peccatore? Giù, in ginocchio! Subito. Chiedigli perdono, lingua sporca di lordura di porco! Giù! O ti spezzo!». È terribile nella violenza subitanea il bel Giuda! Il suo viso si àltera paurosamente. Inutilmente Gesù cerca di calmarlo. Finché non vede inginocchiato nella terra fangosa che è intorno alla fonte il bestemmiatore, non rallenta la pressione.
31«Perdono», dice fra i denti il malcapitato, che deve essere torturato dalla tenaglia delle dita di Giuda. Ma lo dice male. Proprio perché vi è forzato.
32Gesù risponde: «Non ho rancore. Tu sì, nonostante quello che dici. La parola è inutile se è scompagnata dal moto del cuore. Tu nel cuore mi bestemmi ancora. E con doppia colpa. Perché mi accusi e mi odi per un motivo che la tua coscienza, nel suo profondo, ti dice non vero. E perché tu, tu solo sei quello che ha mancato, non Annalia, non Io. Ma di tutto ti perdono. Va’ e fa’ di tornare onesto e gradito a Dio. Lascialo, Giuda».
33«Vado. Ma ti odio! Mi hai traviato Annalia, e ti odio…».
34«Ti consoli però con Rebecca, figlia del sandalaio. E te ne consoli da quando ancora Annalia ti era sposa e, malata, pensava a te solo…».
35«Ero vedovo… pensavo di esserlo già…. e mi cercavo moglie… Ora sono tornato a Rebecca perché… perché… Annalia non mi vuole», si scusa Samuele che si vede scoperto nelle sue marachelle.
36Giuda Iscariota termina: «…e perché Rebecca è molto ricca. Brutta come un sandalo scalcagnato… e vecchia come una suola perduta su un sentiero… ma ricca, oh! ricca!…», e ride sarcastico mentre l’altro fugge.
37«Come lo sai?», chiede Pietro.
«Oh… è facile sapere dove sono vergini e denari!».
38«Bene! Andiamo per la stradetta, Maestro? Questa piazza è un forno da pane. Là c’è ombra e ventilazione», supplica Pietro che suda.
Vanno, adagio, in attesa degli altri di ritorno. La stradetta è deserta.
La pietà verso il marito infedele.
39Una donna si stacca da una porta e viene a prostrarsi ai piedi di Gesù piangendo.
40«Che hai?».
«Maestro!… Ti sei già purificato?».
41«Sì. Perché lo chiedi?».
«Perché volevo dirti… Ma non lo puoi avvicinare. È tutto un marciume… Il medico lo dice infetto. Dopo la Pasqua chiamerò il sacerdote… e … e Hinnon lo accoglierà. Non mi dire colpevole. Io non lo sapevo… Ha lavorato a Joppe per molti mesi e mi è tornato così, dicendo che si era ferito. Ho usato i balsami e i lavaggi con gli aromi… Ma non giovavano. Ho interrogato un semplicista. Mi ha dato polveri per il sangue… Ho separato i figli… ho separato il letto… perché… cominciavo a capire. È peggiorato. Ho chiamato il medico. Mi ha detto: “Donna, tu sai il tuo dovere e io il mio. Ciò è ferita di lussuria. Recidilo da te. Io lo reciderò dal popolo. Il sacerdote da Israele. Doveva pensarci quando offendeva Dio, te e se stesso. Ora espii”. Ho ottenuto il silenzio suo fino al dì dopo gli Azzimi. Ma se Tu avessi pietà del peccatore, e di me che l’amo ancora, e dei cinque figli innocenti…».
42«Che vuoi che Io ti faccia? Non pensi che chi peccò è giusto che espii?».
«Sì, o Signore! Ma Tu sei la Misericordia vivente!». Tutta la fede di cui una donna è capace è nella voce, nello sguardo, nell’atto della donna inginocchiata, a braccia protese verso il Salvatore.
43«Ed egli che ha in cuore?».
«Avvilimento… Che vuoi altro che abbia, o Signore?».
44«Basterebbe un movimento soprannaturale di pentimento, di giustizia, per ottenere pietà…».
«Giustizia?».
45«Sì. Dire: “Ho peccato. La colpa mia merita questo e ben altro, ma a coloro che ho offeso chiedo pietà”».
«Io gliel’ho già data. Tu, Dio, dagliela. Non posso dirti: entra… Vedi che non ti tocco neppure io… Ma se vuoi lo chiamo e dal terrazzo lo faccio parlare».
46«Sì».
Potenza del pentimento.
47La donna, con la testa dentro l’uscio di casa, chiama forte: «Giacobbe! Giacobbe! Sali sul tetto. Affacciati. Non temere».
48L’uomo, dopo qualche momento, si mostra al parapetto del terrazzo. Un viso giallastro, gonfio, la gola fasciata, una mano fasciata… un rudere d’uomo corrotto… Guarda con gli occhi acquosi del malato di ignobili malattie. Chiede: «Chi mi vuole?».
49«Giacobbe, c’è il Salvatore! …». La donna non dice di più, ma pare voglia ipnotizzare il malato, trasfondergli il suo pensiero…
50L’uomo, sia che senta questo pensiero di lei, sia che abbia un moto spontaneo, tende le braccia e dice: «Oh! liberami! Io credo in Te! È orribile morire così!».
51«È orribile mancare al proprio dovere. A questa non pensavi? Non ai figli?».
52«Pietà, Signore… Per essi, per me… Perdono! Perdono!». E si abbatte sul muretto piangendo, le mani fasciate sporgenti con tutto il braccio, che resta scoperto per la manica che sale in alto, chiazzato già delle prossime pustole, gonfio, repellente… L’uomo, così come è messo, pare un burattino macabro, una salma gettata lì, già in procinto di decomporsi. Fa pena e nausea insieme.
53La donna piange, sempre fra la polvere, in ginocchio. Gesù pare attendere una parola ancora… Finalmente essa scende, fra i singhiozzi: «Gemo a Te nella contrizione del cuore! Dammi almeno promessa che essi non patiranno la fame… e poi… me ne andrò rassegnato all’espiazione. E Tu fa’ salva l’anima mia, Salvatore benedetto! Questa almeno! Questa almeno!».
54«Sì. Ti guarisco. Per gli innocenti. Per darti modo di mostrarti giusto. Comprendi? Ricordalo che il Salvatore ti ha guarito. Dio, dal modo come tu risponderai a questa grazia, ti assolverà delle tue colpe. Addio. La pace a te, donna».
55E se ne va quasi di corsa incontro a quelli che vengono dal Getsemani. Neppure i gridi dell’uomo, che si sente e vede guarire, lo fermano, e non quelli della moglie…
56«Pieghiamo da questo vicolo, per non passare di nuovo di là», dice Gesù dopo essersi ricongiunto con gli altri.
57Prendono un vicolo miserabile, così stretto che a mala pena due vi passano di fianco e, se un asino lo percorre con un basto, non c’è che schiacciarsi al muro come francobolli. Vi è penombra per i tetti che quasi si toccano, solitudine, silenzio e cattivo odore. Vanno in fila come tanti frati finché dura il chiassuolo miserevole. Poi, ad una piazzetta piena di ragazzi, si riuniscono.
58«Perché hai detto quelle parole a quell’uomo? Non le usi mai…», chiede curioso Pietro.
59«Perché quell’uomo sarà uno dei miei nemici. E questa colpa futura aggraverà quella che già ha».
60«E lo hai guarito?!», chiedono tutti stupefatti.
«Sì. Per i piccoli innocenti».
«Umh! Tornerà ad ammalarsi…».
61«No. Per la vita del corpo, dopo lo spavento e la sofferenza avuta, avrà cura. Non si ammalerà più».
62«Ma peccherà contro Te, dici. Io lo facevo morire».
63«Tu sei un uomo peccatore, Simone di Giona».
64«E Tu sei troppo buono, Gesù di Nazareth», replica Pietro.
65Una via centrale li assorbe e non vedo più niente.
Nota del Portavoce.
66Nota mia. Tanto l’uomo guarito come Samuele li riconosco. Il primo è quello che nella Passione colpisce con un sasso Gesù al capo. Riconosco, più che lui, la moglie, dolente ora come allora, e la casa che ha una caratteristica porta alta su tre gradini. E così, nella maschera d’odio che lo trasforma, riconosco in Samuele il giovane che uccide la madre con un calcio per poter andare a colpire il Maestro con un randello. Per conto mio metterò queste note ai piedi della… della Passione.
375. La cena rituale in casa di Lazzaro e il banchetto sacrilego in casa di Samuele[57].
La cena pasquale in casa di Lazzaro.
Promessa di Gesù a Lazzaro.
1Quando Gesù entra nel palazzo, lo vede invaso da una turba di servi venuti da Betania, i quali si affrettano nei preparativi. Lazzaro, sdraiato su un lettuccio e molto sofferente, saluta con un pallido sorriso il suo Maestro, che si affretta verso di lui e che si china tutto amore sul lettuccio chiedendo: «Hai molto sofferto, non è vero, amico mio?, con le scosse del carro».
2«Molto, Maestro», risponde Lazzaro, sfinito tanto che solo a rievocare ciò che ha provato ha da capo negli occhi le lacrime.
3«Per colpa mia! Perdonami!».
4Lazzaro prende una delle mani di Gesù e se la porta al viso, ci strofina contro la guancia scarnita, la bacia e mormora: «Oh! non per colpa tua, Signore! E sono tanto contento che Tu faccia con me la Pasqua… la mia ultima Pasqua! …»
5«Se Dio vorrà, nonostante ogni cosa, tu ne farai molte ancora, Lazzaro. E sempre il tuo cuore sarà con Me».
6«Oh! io sono finito! Tu mi conforti… ma è finita. E mi spiace…». Piange.
7«Lo vedi, Signore? Lazzaro non fa che piangere» dice pietosa Marta. «Digli che non lo faccia. Si sfinisce!».
8«La carne ha anche i suoi diritti. La sofferenza è penosa, Marta, e la carne piange. Ha bisogno di questo sfogo. Ma l’anima è rassegnata, non è vero, amico mio? La tua anima di giusto fa volentieri la volontà del Signore…».
9«Sì… Ma io piango perché Tu, essendo così perseguitato, non potrai assistermi nella morte… Ho ribrezzo, ho paura di morire… Se ci fossi Tu, non l’avrei tutto ciò. Mi rifugerei nelle tue braccia… e mi addormenterei così… Come farò? Come farò a morire senza avere moti contro l’ubbidienza a questa tremenda volontà?».
10«Suvvia! Non pensare a queste cose! Vedi? Fai piangere le sorelle… Il Signore ti aiuterà così paternamente che tu non avrai paura. Paura devono averla i peccatori…».
11«Ma Tu, se puoi venire, ci vieni alla mia agonia? Promettimelo!».
12«Te lo prometto[58]. Questo e più ancora».
13«Mentre preparano, raccontami ciò che hai fatto questa mattina…».
14E Gesù, seduto sull’orlo del lettuccio, una delle scarne mani di Lazzaro nelle sue, racconta per filo e per segno tutto quanto è accaduto, finché Lazzaro, sfinito, si assopisce, e Gesù non lo lascia neppure allora. Sta immobile per non turbare quel sonno riparatore, facendo segno che si faccia il meno rumore possibile, tanto che Marta, dopo avere portato un ristoro a Gesù, si ritira in punta di piedi calando la tenda pesante e chiudendo la porta massiccia. Il rumore della casa, tutta in moto, si attutisce così in un brusio appena sensibile. Lazzaro dorme. Gesù prega e medita.
La fortuna di chi ama totalmente.
15Passano le ore così, finché Maria di Magdala viene a portare una lampadetta, perché la sera scende e vengono chiuse le finestre.
«Dorme ancora?», sussurra.
«Sì. É molto quieto. Gli farà bene».
16«Da mesi non dormiva tanto… Credo che molto lo tenesse agitato il timore della morte. Con Te vicino non c’è paura… di nulla… Lui fortunato!».
17«Perché, Maria?».
«Perché lui potrà averti vicino nel morire. Ma io…».
18«Perché tu no?».
«Perché Tu vuoi morire… e presto. E io chissà quando morirò. Fammi morire prima di Te, Maestro!».
19«No, tu mi devi servire per tanto ancora».
«E allora ho ragione di dire che Lazzaro è fortunato!».
20«I beneamati saranno tutti fortunati come lui, più di lui».
«Chi sono? I puri, vero?».
21«Coloro che sanno totalmente amare. Tu, per esempio, Maria».
«Oh! mio Maestro!». Maria scivola a terra, sulla stuoia multicolore che copre il pavimento di questa stanza, e sta lì, in adorazione del suo Gesù.
Onorate sempre il povero che nessuno ama.
22Marta, cercandola, mette dentro il capo. «Vieni, dunque! Dobbiamo parare la sala rossa per la cena del Signore».
23«No, Marta. Quella la darete ai più umili, ai contadini di Giocana, ad esempio».
«Ma perché, Maestro?».
24«Perché i poveri sono tanti Gesù ed Io sono in essi. Onorate sempre il povero che nessuno ama, se volete essere perfette. Per Me preparerete nell’atrio. Tenendo aperte le porte delle molte stanze che dànno in esso, tutti mi vedranno ugualmente ed Io tutti vedrò».
25Marta, non troppo soddisfatta, obbietta: «Ma Tu in un vestibolo!… Non è degno di Te!…».
26«Va’, va’. Fa’ ciò che ti dico. É degnissimo fare ciò che il Maestro consiglia».
Marta e Maria escono senza fare rumore e Gesù resta paziente a vegliare l’amico che riposa.
La Regina della festa è Maria.
27Le cene sono in pieno svolgimento. Con poco giusta distribuzione degli ospiti, secondo il punto di vista umano, ma con una superiore vista tesa a dare onore e amore a quelli che il mondo solitamente trascura.
28Così nella splendida, regale sala rossa, la cui volta è sorretta da due colonne di porfido rosso, fra le quali è stata messa la lunga tavola, sono seduti i contadini di Giocana insieme a Marziam e a Isacco più altri discepoli, fino a compire il numero adatto. Nella sala dove ebbe luogo la cena della sera avanti sono altri discepoli fra i più umili. Nella sala bianca – un sogno di candore – sono le discepole vergini e con esse, che sono solo quattro, sono le sorelle di Lazzaro e Anastasica e altre giovani, ma la regina della festa è Maria, la Vergine per eccellenza. Nella stanza vicina, che forse è una biblioteca perché è tappezzata di alti scrigni oscuri che forse contengono dei rotoli, o ne contenevano, sono le vedove e le mogli, e ne sono direttrici Elisa di Betsur e Maria d’Alfeo. E così via.
Il Re della festa è Gesù.
29Ma ciò che colpisce è vedere Gesù nell’atrio marmoreo. Vero è che il gusto signorile delle due sorelle di Lazzaro ha fatto del quadrato vestibolo un vero salone luminoso, fiorito, splendido più di una sala. Ma è sempre il vestibolo! Gesù è coi dodici, ma al suo fianco è Lazzaro. E con Lazzaro è anche Massimino.
30Le cene proseguono secondo il rito… e Gesù sfavilla nella letizia di essere al centro di tutti i suoi discepoli fedeli.
31Terminate le cene, consumato l’ultimo calice, cantato l’ultimo salmo, tutti quelli che erano nelle diverse sale affluiscono nell’atrio. Ma non vi stanno, data la presenza della tavola che ingombra non poco.
32«Andiamo nella sala rossa, Maestro. Spingeremo la tavola contro la parete e staremo tutti intorno a Te», suggerisce Lazzaro facendo cenno ai servi di eseguire.
33Ora Gesù, seduto al centro, fra le due preziose colonne, sotto il rutilante lampadario, alto su un piedistallo fatto di due sedili-lettucci usati per la cena, pare proprio un re seduto sul trono in mezzo ai suoi cortigiani. La sua veste di lino, messa avanti la cena, splende come fosse di fili preziosi, e sembra ancor più bianca, messa a confronto con il rosso opaco delle pareti e con quello lucido delle colonne. E il suo viso è veramente divino e regale mentre parla o ascolta chi gli è intorno. Anche i più umili, che Egli ha voluto molto vicino, sentendosi amati fraternamente dagli altri, parlano con sicurezza, dicendo speranze e affanni con semplicità e fede.
Il nonno di Marziam.
34Ma il più beato fra tanti beati è il nonno di Marziam! Non si separa dal nipote neppure per un momento e si bea di guardarlo, di ascoltarlo… Ogni tanto, stando seduto presso Marziam che è in piedi, curva il capo canuto sul petto del nipote che lo carezza.
35Gesù vede quest’atto più volte e interpella il vecchio: «Padre, il tuo cuore è felice?».
«Oh! ben felice, mio Signore! Non mi sembra neppure vero. Non ho più che un desiderio…».
36«Quale?».
«Quello che ho detto al figlio mio. Ma egli non lo approva».
37«Che desiderio è?».
38«É che vorrei morire, possibilmente in questa pace. Presto almeno. Perché ormai il massimo bene l’ho avuto. Non di più può averne creatura sulla Terra. Andarmene… non penare più… Andare… Come hai detto bene nel Tempio, o Signore! “Chi offre sacrifizi con la roba dei poveri è come chi sgozza un figlio sotto gli occhi del padre”. Solo il timore di Te trattiene Giocana da emulare Doras. Gli sta passando il ricordo di ciò che avvenne all’altro, i campi suoi prosperano ed egli li feconda col nostro sudore. Il sudore non è forse la roba del povero, il suo sé stesso che si spreme in fatiche superiori alle sue forze? Non ci picchia, ci dà tanto da tenerci forti al lavoro. Ma non ci sfrutta più del bue? Ditelo voi, compagni miei…».
I contadini di Giocana
I contadini vecchi e nuovi di Giocana annuiscono.
«Uhm! Credo che… Sì, che le tue parole lo facciano più vampiro che mai; e su questi… Perché le hai dette, Maestro?», chiede Pietro.
39«Perché egli le meritava già. Non è vero, voi dei campi?».
40«Oh, sì! I primi mesi… andò bene. Ma ora… peggio di prima», asserisce Michea.
41«La secchia del pozzo per il suo stesso peso discende», sentenzia il sacerdote Giovanni.
42«Sì, e il lupo presto si stanca di apparire agnello», rincara Erma.
Le donne sussurrano fra loro, impietosite.
43Gesù, con gli occhi fatti dilatati dalla pietà, guarda i poveri contadini, afflitto di essere impotente[59] a sollevarli.
44Lazzaro dice: «Avevo offerto somme pazze per avere quei campi e dare loro pace. Ma non sono riuscito ad averli. Doras mi odia, simile in tutto a suo padre».
45«Ebbene… morremo così. É la nostra sorte. Ma verrà bene il riposo in seno ad Abramo!», esclama Saulo, altro contadino di Giocana.
46«In seno a Dio, figlio! In seno a Dio. La Redenzione sarà compiuta, i Cieli aperti, e voi al Cielo andrete e…».
La cena pasquale in casa di Samuele.
Cena sacrilega.
47Al portone vengono dati colpi vigorosi che rimbombano forte. Vi è allarme fra i convenuti.
«Chi è?».
«Chi gira in sera di Pasqua?».
«Milizie?».
«Farisei?».
«Soldati di Erode?».
48Ma mentre l’orgasmo si estende appare Levi, il custode del palazzo: «Perdona, o Rabbi», dice, «vi è un uomo che ti vuole. É nell’ingresso. Pare molto afflitto. É vecchio, e mi sembra popolano. Vuole Te. E presto».
49«Oh! là là! Non è sera di miracoli questa! Torni domani…», dice Pietro.
50«No. Ogni sera è ora di miracoli e di misericordia», dice Gesù alzandosi e scendendo dal suo seggio per andare verso l’atrio.
«Vai solo? Vengo anch’io», dice Pietro.
51«No. Tu stai dove ti trovi». Esce al fianco di Levi.
In fondo, presso il pesante portone, nell’atrio semioscuro perché sono state spente le lampade che lo illuminavano prima, è un vecchio molto agitato. Gesù gli si accosta.
52«Fermati, Maestro. Forse io ho toccato un morto e non voglio contaminarti. Sono il parente di Samuele, lo sposo di Annalia. Consumavamo la cena e Samuele beveva, beveva… come non è lecito fare. Ma il giovane mi sembra folle da qualche tempo. É il rimorso, Signore! Mezzo ebbro, diceva nel bere di nuovo: “Così non mi ricordo più di avergli detto che lo odio. Perché io, sappiatelo, ho maledetto il Rabbi”. E mi pareva Caino, perché ripeteva: “La mia iniquità è troppo grande. Non merito perdono! Bere devo! Bere per non ricordare. Perché è detto che chi maledice il suo Dio porterà il suo peccato ed è reo di morte”[60]. Delirava già così quando entrò nella casa un parente della madre di Annalia per chiedere ragione del ripudio. Samuele, semi ebbro, reagì con male parole e l’uomo lo minacciò di portarlo dal magistrato per il danno che fa all’onore della famiglia. Samuele lo schiaffeggiò per il primo. Si presero…
53Io vecchio sono, e vecchia è mia sorella, vecchio il servo e la servente. Ché potevamo fare noi quattro e ché le due fanciulle, sorelle di Samuele? Gridare potevamo! Cercare di dividerli potevamo! Nulla più… E Samuele, presa la scure con cui avevamo preparato le legna per l’agnello, la dette nel capo dell’altro… Non gli aperse la testa perché colpì col ceppo, non colla lama. Ma l’altro barcollò gorgogliando e cadde… Non abbiamo gridato più… per… per non attirare gente… Ci siamo barricati in casa… Atterriti… Speravamo che l’uomo rinvenisse gettandogli acqua sul capo. Ma gorgoglia, gorgoglia. Certo muore. A momenti pare già morto. Io sono fuggito a chiamarti in un momento di questi. Domani… forse prima, i parenti cercheranno l’uomo. E da noi, perché certo sanno che è venuto. E lo troveranno morto… E Samuele, secondo la Legge, sarà ucciso… Signore! Signore! Il disonore è già su noi… Ma questo no! Per mia sorella pietà, Signore! Egli ti ha maledetto… Ma la madre ti ama… Che dobbiamo fare?».
54«Attendimi qui, vengo Io», e Gesù torna nella sala chiamando dalla porta: «Giuda di Keriot, vieni con Me».
«Dove, Signore?», dice Giuda ubbidendo subito.
55«Lo saprai. Voi tutti state con pace e amore. Saremo presto di ritorno».
La paga del peccato è la morte.
Escono dalla sala, dal vestibolo, dalla casa. Le vie, deserte e oscure, sono presto percorse. Giungono alla casa fatale.
«La casa di Samuele?! Perché…».
56«Silenzio, Giuda. Ti ho preso perché ho fiducia nel tuo buon senso».
Il vecchio si è fatto riconoscere. Entrano. Salgono alla stanza del cenacolo, dove hanno trascinato il colpito.
«Un morto?! Ma Maestro! Ci contaminiamo!».
57«Non è morto. Lo vedi che respira e lo senti che rantola. Ora Io lo sanerò…»
58«Ma è colpito al capo! Qui c’è stato un delitto! Chi è stato?… E nel giorno dell’agnello!». Giuda è esterrefatto.
59«Lui è stato», dice Gesù indicando Samuele che è gettato in un angolo, in un gomitolo, più morente dello stesso morente, rantolante di terrore come l’altro d’agonia, col lembo del mantello sul capo per non vedere e non essere visto, guardato con orrore da tutti fuorché dalla madre, che all’orrore per l’omicida unisce lo strazio per il figlio colpevole e condannato in anticipo dalla ferrea legge d’Israele.
60«Lo vedi a che porta un primo peccato? A questo, o Giuda! Ha cominciato ad essere spergiuro alla donna, poi a Dio; indi si è fatto calunniatore, mentitore, bestemmiatore, poi si è dato al vino, ed ora è omicida. Così si diviene di Satana, o Giuda. Abbilo sempre presente…».
61Gesù è terribile mentre col braccio teso indica Samuele. Ma poi guarda la madre che, aggrappata ad un’imposta, si regge a stento, scossa da un tremito, e pare prossima a morte, e con mestizia dice: «E così, o Giuda, vengono uccise, senz’altra arma che quella del delitto del figlio, le povere madri!… Per essa ho pietà. Ho pietà delle madri, Io! Io, il Figlio che non vedrà pietà per la Madre sua…».
Gesù piange… Giuda lo guarda sbalordito…
Perdonare per guarire.
62Gesù si china sul morente e gli posa la mano sul capo. Prega. L’uomo apre gli occhi. Pare un poco ebbro. Stupito… Ma presto torna in sé. Si siede puntando i pugni al suolo. Guarda Gesù. Chiede: «Chi sei?».
«Gesù di Nazareth».
63«Il Santo! Perché presso a me? Dove sono? Dove è mia sorella e sua figlia? Che è accaduto?». Cerca di ricordare.
64«Uomo, tu mi chiami santo. Mi credi dunque tale?».
«Sì, Signore. Tu sei il Messia del Signore».
65«La mia parola ti è dunque sacra?».
«Sì, o Signore».
66«Allora…». Gesù si alza in piedi. É imponente: «Allora Io, come Maestro e Messia, ti ordino di perdonare. Qui venisti e fosti insultato…».
«Ah! Samuele! Sì!… La scure! Lo denun…», dice alzandosi.
67«No. Perdona in nome di Dio. Ti ho sanato per questo. Tu hai a cuore la madre di Annalia perché ha sofferto. Questa di Samuele soffrirebbe più ancora. Perdona».
L’uomo tergiversa alquanto. Guarda il feritore con chiaro rancore. Guarda la madre angosciata. Guarda Gesù che lo domina… Non si sa decidere.
68Gesù gli apre le braccia e lo attira sul petto dicendo: «Per amor mio!».
L’uomo si dà a piangere… Essere così fra le braccia del Messia, sentire il suo alito fra i capelli e un bacio che scende dove era la percossa!… Piange, piange…
69Gesù dice: «Sì, non è vero? Tu perdoni per mio amore? Oh! beati i misericordiosi! Piangi, piangi sul mio cuore. Esca col pianto ogni rancore! Tutto nuovo! Tutto puro! Ecco, così! Mite, oh! mite come deve esserlo un figlio di Dio…».
E l’uomo alza il viso e fra le lacrime dice: «Sì, sì. Il tuo amore è tanto dolce! Ha ragione Annalia! Ora la comprendo… Donna! Non piangere più! Il passato è passato. Nessuno saprà nulla dalla mia bocca. Godi del figlio tuo, ammesso che egli ti possa dare gioia. Addio, donna. Torno alla mia casa», e fa per uscire.
70Gesù gli dice: «Vengo con te, uomo. Addio, madre. Addio, Abramo. Addio, fanciulle». Non una parola a Samuele, che non trova una parola a sua volta.
La madre gli strappa il mantello dal capo e, nella reazione di ciò che ha passato, si avventa sul figlio: «Ringrazia il tuo Salvatore, anima dura! Ringrazialo, uomo indegno che sei! …».
71«Lascialo, lascialo, donna. Non avrebbe valore la sua parola. Il vino lo fa stolto e la sua anima è chiusa. Prega per lui… Addio».
72Scende le scale, raggiunge sulla via Giuda e l’altro, si libera dal vecchio Abramo che gli vuole baciare le mani e si dà a camminare rapido nel primo raggiare di luna.
73«Stai lontano?», chiede all’uomo.
«Ai piedi del Moria».
74«Allora dobbiamo separarci».
«Signore, Tu mi hai serbato ai figli, alla sposa, alla vita. Che devo fare per Te?».
75«Essere buono, perdonare e tacere. Mai, per nessuna ragione, devi dire parola su quanto è avvenuto. Lo prometti?».
«Lo giuro sul sacro Tempio! Per quanto mi dolga non potere dire che Tu mi hai salvato…».
76«Sii un giusto ed Io ti salverò l’anima. E questo lo potrai dire. Addio, uomo. La pace sia con te».
L’uomo si inginocchia, saluta. Si separano.
Lezione per i sacrileghi.
«Che cose! Che cose!», dice Giuda, ora che sono soli.
77«Sì. Orrende. Giuda, tu pure non parlerai».
«No, Signore. Ma perché hai voluto me con Te?».
78«Non sei contento della mia fiducia?».
«Oh! tanto! Ma…».
79«Ma perché volevo che tu meditassi a che può condurre la menzogna, l’avidità di denaro, la crapula e le pratiche inerti di una religione non più sentita e praticata spiritualmente. E che era il banchetto simbolico per Samuele? Nulla! Una crapula. Un sacrilegio. E in esso divenne omicida. Molti in futuro saranno come esso, e col sapore dell’Agnello sulla lingua, e non dell’agnello nato da pecora, ma dell’Agnello divino, andranno al delitto. Perché ciò? Come ciò? Non te lo chiedi? Ma Io te lo dico lo stesso: perché avranno preparato quell’ora con molti antefatti, commessi per sbadataggine all’inizio, per cocciutaggine poi. Ricordalo, Giuda».
«Sì, Maestro. E che diremo agli altri?».
80«Che c’era uno molto grave. É verità».
Scantonano svelti per una strada e li perdo di vista.
376. Le opere salvifiche dei giusti. Gli umori di Erode e condanna per
il Tempio corrotto[61].
La comunione dei santi è per i santi.
I discepoli.
1Molti discepoli e discepole si sono congedati, tornando alle case ospitali o riprendendo le vie dalle quali erano venuti.
2Nel pomeriggio splendido di questo inoltrato aprile restano nella casa di Lazzaro i discepoli veri e propri, e particolarmente i più votati alla predicazione. Ossia i pastori, Erma e Stefano, il sacerdote Giovanni, Timoneo, Ermasteo, Giuseppe d’Emmaus, Salomon, Abele di Betlemme di Galilea, Samuele e Abele di Corozim, Agapo, Aser e Ismaele di Nazareth, Elia di Corozim, Filippo d’Arbela, Giuseppe barcaiolo di Tiberiade, Giovanni d’Efeso, Nicolai d’Antiochia. Delle donne restano, oltre le note discepole, Annalia, Dorca, la madre di Giuda, Mirta, Anastasica, le figlie di Filippo. Non vedo più Miryam di Giairo, né Giairo stesso. Forse è tornato dove era ospitato.
3Passeggiano lentamente nei cortili, oppure sul terrazzo della casa, mentre intorno a Gesù, che è seduto presso il lettuccio di Lazzaro, sono quasi tutte le donne e tutte le vecchie discepole. Ascoltano Gesù che parla con Lazzaro, descrivendo paesi attraversati nelle ultime settimane avanti il viaggio pasquale.
Il Salvatore.
4«Sei arrivato proprio in tempo per salvare il piccolino», commenta Lazzaro dopo il racconto del castello di Cesarea di Filippo, accennando al poppante che dorme beato fra le braccia materne. E Lazzaro aggiunge: «É un bel bambino! Donna, me lo fai vedere da vicino?».
5Dorca si alza e silenziosamente, ma trionfalmente, porge il suo nato all’ammirazione del malato.
6«Un bel bambino! Proprio bello! Il Signore te lo protegga e lo faccia crescere sano e santo».
7«E fedele al suo Salvatore. Così non avesse a divenire, lo vorrei morto, anche ora. Tutto, ma non che il salvato sia ingrato al Signore!», dice Dorca fermamente, tornando al suo posto.
8«Il Signore giunge sempre in tempo per salvare», dice Mirta, madre di Abele di Betlemme. «Il mio non era meno prossimo a morte, e a che morte!, del piccolo di Dorca. Ma Egli è giunto… ha salvato. Che ora tremenda!…». Mirta impallidisce ancora nel ricordo…
L’ amore perfetto.
9«Allora verrai in tempo anche per me, non è vero? Per darmi pace…», dice Lazzaro carezzando la mano di Gesù.
10«Ma non stai un poco meglio, fratello mio?», chiede Marta.
«Da ieri mi sembri più sollevato…».
«Sì. E me ne stupisco io stesso. Forse Gesù…».
11«No, amico. É che Io verso in te la mia pace. La tua anima ne è satura, e ciò sopisce il soffrire delle membra. É decreto di Dio che tu soffra».
12«E muoia. Dillo pure. Ebbene… sia fatta la sua volontà, come Tu insegni. Da questo momento non chiederò più guarigione né sollievo. Ho tanto avuto da Dio (e guarda involontariamente Maria, sua sorella) che è giusto che ricambi il tanto avuto con la mia sommissione…»
13«Fa’ di più, amico mio. Già molto è essere rassegnati e subire il dolore. Ma tu dà ad esso un valore maggiore».
«Quale, mio Signore?».
14«Offrilo per la redenzione degli uomini».
15«Sono un povero uomo io pure, Maestro. Non posso aspirare ad essere un redentore».
16«Tu lo dici. Ma sei in errore. Dio si è fatto Uomo per aiutare gli uomini. Ma gli uomini possono aiutare Dio. Le opere dei giusti saranno unite alle mie nell’ora della Redenzione. Dei giusti, morti da secoli, viventi, o futuri. Tu unìscivi le tue, da ora. E’ così bello fondersi alla Bontà infinita, aggiungervi ciò che possiamo dare della nostra bontà limitata e dire: “Io pure coopero, o Padre, al bene dei fratelli”. Non ci può essere amore più grande, per il Signore e per il prossimo, di questo di saper patire e morire per dare gloria al Signore e salvezza eterna ai fratelli nostri. Salvarsi per se stessi? É poco. É un “minimo” di santità. Bello è salvare. Darsi per salvare. Spingere l’amore fino a farsi rogo immolatore per salvare. Allora l’amore è perfetto. E grandissima sarà la santità del generoso».
17«Come è bello tutto ciò, non è vero, sorelle mie?», dice Lazzaro con un sorriso sognante nel volto affilato.
Marta annuisce col capo, commossa.
Eroismo perfetto.
18Maria, che è seduta su un cuscino, ai piedi di Gesù, nella sua posa abituale di umile e ardente adoratrice, dice: «Forse che io costo queste sofferenze al fratello mio? Dimmelo, Signore, perché la mia ambascia sia completa!…».
19Lazzaro esclama: «No, Maria, …dovevo morire di ciò. Non metterti frecce nel cuore».
20Ma Gesù, sincero fino all’estremo, dice: «Certo che sì! Io l’ho sentito il buon fratello nelle sue preghiere, nei suoi palpiti. Ma questo non ti deve dare ambascia che appesantisce. Bensì volontà di divenire perfetta, per ciò che costi. E giubila! Giubila perché Lazzaro, per averti strappata al demonio…».
«Non io! Tu, Maestro»
21«…per averti strappata al demonio, ha meritato da Dio un premio futuro, per cui di lui parleranno le genti e gli angeli. E come per Lazzaro, di altri, e specie di altre, che hanno strappato a Satana la preda col loro eroismo».
I Salvatori.
22«Chi sono? Chi sono?», chiedono curiose le donne, e forse tutte sperano di essere loro, una per una. Maria di Giuda non parla. Ma guarda, guarda il Maestro…
23Gesù pure la guarda. Potrebbe illuderla. Non lo fa. Non la mortifica, ma non la illude. Risponde a tutte: «Lo saprete in Cielo».
24La sempre angosciata madre di Giuda chiede: «E se una non riuscisse, pur volendo? Quale la sua sorte?».
«Quale la sua anima buona la merita».
25«Il Cielo? Ma, o Signore, una moglie, una sorella, od una madre che… che non riuscisse a salvare quelli che ama e li vedesse dannati, potrebbe avere il Paradiso, pur essendo nel Paradiso? Non credi Tu che ella non avrà mai gioia perché… la carne della sua carne e il sangue del suo sangue avranno meritato condanna eterna? Io penso che non potrà godere vedendo l’amato in atroce pena…».
26«Sei in errore, Maria. La vista di Dio, il possesso di Dio sono fonti di una beatitudine così infinita che non sussiste pena per i beati. Operosi e attenti per aiutare ancora coloro che possono essere salvati, non soffrono più per i recisi da Dio, e perciò da loro stessi, che sono in Dio. La comunione dei santi è per i santi».
27«Ma se aiutano coloro che possono ancora essere salvati è segno che questi aiutati non sono ancora santi», obbietta Pietro.
28«Ma hanno volontà, almeno passiva, di esserlo. I santi in Dio aiutano anche nei bisogni materiali per fare passare costoro da una volontà passiva ad una attiva. Mi comprendi?».
29«Sì e no. Ecco, per esempio, se io fossi in Cielo e vedessi, per un supposto, un movimento fuggevole di bontà in… Eli il fariseo, diciamo, che farei?».
30«Coglieresti tutti i mezzi per aumentare i suoi movimenti buoni».
31«E se non giovasse a nulla? Dopo?».
32«Dopo, quando egli fosse dannato, te ne disinteresseresti».
33«E se, come lo è ora, fosse tutt’affatto degno di dannazione, ma mi fosse caro – cosa che non sarà mai – che dovrei fare?».
34«Anzitutto sappi che pericoli di dannarti tu col dire che non lo hai né avrai caro; poi sappi che se fossi in Cielo, tutt’uno con la Carità, pregheresti per lui, per la sua salvezza, fino al momento del suo giudizio. Ci saranno spiriti salvati nell’ultimo momento dopo tutta una vita di preghiere per loro».
Condanna per il tempio corrotto.
Il tetrarca sozzo e omicida.
35Entra un servo dicendo: «É venuto Mannaen. Vuole vedere il Maestro».
36«Venga. Certo vuole parlare di cose serie».
37Le donne, discrete, si ritirano e i discepoli le seguono. Ma Gesù richiama Isacco, il sacerdote Giovanni, Stefano ed Erma, e Mattia e Giuseppe dei pastori discepoli.
38«É bene che sappiate anche voi che siete discepoli», spiega.
39Entra Mannaen, che si inchina.
40«La pace a te», saluta Gesù.
41«La pace a Te, Maestro. Il sole tramonta. Il primo passo dopo il sabato per Te, mio Signore».
42«Avesti buona Pasqua?»
«Buona!! Nulla di buono può esservi dove è Erode ed Erodiade! Confido di aver mangiato per l’ultima volta l’agnello con essi. A costo della morte non rimarrò più a lungo con loro!».
43«Credo che tu faccia un errore. Puoi servire il Maestro restando…», obbietta l’Iscariota.
44«Questo è vero. Ed è quello che mi ha finora trattenuto. Ma che nausea! Potrebbe sostituirmi Cusa…».
45Bartolomeo gli osserva: «Cusa non è Mannaen. Cusa è… Sì. Egli barcamena. Non denuncerebbe mai il padrone. Tu sei più schietto».
46«Ciò è vero. E vero è ciò che dici. Cusa è il cortigiano. Subisce il fascino della regalità… Regalità! Che dico!? Del fango regale! Ma gli pare di essere re per essere col re… E trema dello sfavore reale. L’altra sera era come un veltro bastonato quando, quasi strisciando, è apparso davanti ad Erode che lo aveva chiamato dopo avere ascoltato le lamentele di Salomè, scacciata da Te. Cusa era in un ben aspro momento. Il desiderio di salvarsi, ad ogni costo, magari accusando Te, dandoti torto, era scritto sul suo volto. Ma Erode!… Voleva solo ridere alle spalle della fanciulla, di cui ha nausea ormai, così come ha nausea della madre di essa. E rideva come un folle sentendo ripetere da Cusa le tue parole. Ripeteva: “Troppo, troppo dolci ancora per questa giovane… (e disse una parola così sconcia che non te la ripeto). La doveva calpestare sul seno smanioso… Ma si sarebbe contaminato!”, e rideva. Poi facendosi serio disse: “Però… l’affronto, meritato per la femmina, non va permesso per la corona. Io sono magnanimo (è la sua fissazione di esserlo e, posto che nessuno glielo dice, se lo dice da sé) e perdono al Rabbi, anche perché ha detto a Salomè ciò che è vero. Ma però voglio che Egli venga a Corte per perdonarlo del tutto. Voglio vederlo, sentirlo e farlo operare miracoli. Che venga, e io mi farò suo protettore”. Così diceva l’altra sera. E Cusa non sapeva che dire. No, al monarca non voleva dirlo. Sì, non poteva. Perché Tu non puoi certo accedere alle voglie di Erode. Oggi ha detto a me: “Tu certo vai da Lui… Digli la mia volontà”. La dico. Ma… so già la risposta. Però dimmela, che io possa trasmetterla».
47«No!». Un “no” che pare un fulmine.
48«Non te ne farai un nemico troppo forte?», chiede Tommaso.
49«Anche un carnefice. Ma non posso che rispondere: “no”».
50«Ci perseguiterà…»
51«Oh! fra tre giorni non se ne ricorderà più», dice Mannaen scrollando le spalle. E aggiunge: «Gli hanno promesso delle… mimme… Giungeranno domani… Ed egli dimenticherà tutto! …».
Il bubbone più fetido è il Tempio.
52Torna il servo: «Padrone, ci sono Nicodemo, Giuseppe, Eleazaro e altri farisei e capi del Sinedrio. Vogliono salutarti».
53Lazzaro guarda Gesù interrogativamente. Gesù capisce: «Che vengano! Li saluterò volentieri». Dopo poco entrano Giuseppe, Nicodemo, Eleazaro (quello giusto del banchetto di Ismael), Giovanni (quello del lontano banchetto del d’Arimatea), un altro che sento chiamare Giosuè, uno Filippo, uno Giuda e l’ultimo Gioachino. I saluti non finiscono più. Meno male che la stanza è ampia, se no come facevano a farci entrare tanti inchini e sbracciamenti e paludamenti? Ma, per quanto ampia, si fa tanto colma che i discepoli se la filano. Restano soltanto Lazzaro con Gesù. Forse anche non pare loro vero di non essere sotto il fuoco di tante pupille sinedrali!
54«Sappiamo che sei a Gerusalemme, o Lazzaro. E siamo venuti!», dice quello di nome Gioachino.
55«Me ne fo stupore e gioia. A momenti non ricordavo più il tuo viso…», dice un poco ironico Lazzaro.
«Ma… sai… Sempre si voleva venire. Ma… Tu eri scomparso…».
56«E non pareva vero che lo fossi! Molto difficile, infatti, è venire da un infelice!».
57«No! Non lo dire! Noi… rispettavamo il tuo desiderio. Ma ora che… ora che… vero, Nicodemo?».
58«Sì, Lazzaro. Gli antichi amici tornano. Anche per desiderio di sentire tue notizie e di venerare il Rabbi».
Un Sommo Sacerdote complice e assassino.
59«Che notizie mi portate?».
«Umh!… Ecco… Le solite cose… Il mondo… Già…» sbirciano Gesù che sta rigido sul suo sedile, un poco assorto.
60«Come mai tutti uniti oggi che è appena finito il sabato?».
«Ci fu adunanza straordinaria».
61«Oggi?! Quale ragione mai tanto urgente?…».
I convenuti sogguardano Gesù significativamente. Ma Egli è assorto…
«Molti motivi…», rispondono poi.
62«E non riguardano il Rabbi?».
«Sì, Lazzaro. Anche Lui. Ma anche un grave fatto fu giudicato, mentre le feste ci hanno tutti adunati in città…», spiega Giuseppe d’Arimatea.
63«Un grave fatto? Quale?».
«Un… un errore di… gioventù… Uhm! Già! Una brutta discussione, perché… Rabbi, dacci ascolto. Sei fra onesti. Se anche non ti siamo discepoli, non siamo però tuoi nemici. In casa di Ismaele Tu mi hai detto che non sono lontano dalla giustizia», dice Eleazaro.
64«E’ vero. E lo confermo».
«E io ti ho difeso al banchetto di Giuseppe contro Felice», dice Giovanni.
65«E’ vero anche questo».
66«E questi la pensano come noi. Oggi noi siamo stati chiamati a decidere… e non siamo contenti di ciò che si decise. Perché la vinsero i più contro di noi. Tu, saggio più di Salomone, ascolta e giudica».
67Gesù li trivella col suo occhio profondo. Poi dice: «Parlate».
«Siamo sicuri di non essere uditi? Perché è … cosa orrenda…», dice quello di nome Giuda.
68«Chiudi porta e tenda, e saremo in un sepolcro», gli risponde Lazzaro.
69«Maestro, ieri mattina Tu hai detto a Eleazaro di Anna di non contaminarsi per nessuna ragione. Perché lo hai detto?», chiede Filippo.
70«Perché andava detto. Egli si contamina. Ma non Io, i libri sacri lo dicono».
71«E’ vero. Ma come sai che si contamina? La fanciulla, forse, ti parlò avanti la morte?», chiede Eleazaro.
72«Quale fanciulla?».
«Quella che è morta dopo la violenza e con lei la madre, né si sa se fu il dolore a ucciderle, o se si uccisero, o se furono uccise con veleno perché non parlassero più».
73«Io non so nulla di questo[62]. Vedevo l’anima corrotta del figlio di Anna. Ne sentivo il fetore. Ho parlato. Altro non sapevo né vedevo».
74«Ma che è stato?», chiede Lazzaro con interesse.
«É stato che Eleazaro di Anna vide una fanciulla, figlia unica di una vedova, e … l’attrasse con la scusa di ordinarle del lavoro, poiché per vivere facevano lavori per le vesti, e … ne abusò. La fanciulla è morta… tre giorni dopo, e con lei la madre. Ma prima di morire, nonostante le minacce avute, hanno detto tutto all’unico parente… E lui è andato da Anna, a portare l’accusa, e non contento l’ha detto a Giuseppe, a me, ad altri… Anna lo ha fatto prendere e gettare in carcere. Da lì passerà alla morte, o non sarà mai più libero. Oggi Anna ha voluto sapere come la pensiamo», dice Nicodemo.
75«Non lo avrebbe fatto se non avesse saputo che noi sapevamo già», brontola fra i denti Giuseppe.
76«Sì… Insomma con una larva di votazione, con una simulazione di giudizio fu deciso dell’onore e della vita di tre infelici e della punizione per il colpevole», termina Nicodemo.
77«Ebbene?».
«Ebbene! É naturale! Noi che votammo per la libertà dell’uomo e la punizione di Eleazaro fummo minacciati e scacciati come ingiusti. Tu che dici?».
78«Che Gerusalemme mi fa ribrezzo e che in Gerusalemme il bubbone più fetido è il Tempio», dice lento e terribile Gesù. E termina: «Riportatelo pure a quelli del Tempio».
79«E Gamaliele che fece?», chiede Lazzaro.
80«Non appena sentito il fatto, si coperse il volto e usci dicendo: “Venga presto il nuovo Sansone a far perire i filistei corrotti”».
81«Ha detto bene! Ma presto verrà». Un silenzio.
Il Messia giudicato bestemmiatore e sacrilego
«E di Lui non è stato parlato?», chiede Lazzaro indicando Gesù.
«Oh, sì! Prima di ogni cosa. Ci fu chi riportò che Tu hai detto “meschino” il regno d’Israele. E perciò bestemmiatore sei stato detto. Sacrilego, anzi. Perché il regno d’Israele è da Dio».
82«Ah, sì?! E come fu chiamato dal Pontefice il violatore di una vergine? L’insozzatore del suo ministero? Rispondete!», chiede Gesù.
83«Egli è il figlio del Sommo Sacerdote. Perché è sempre Anna il vero re là dentro», dice, intimorito dall’imponenza di Gesù, Gioachino che lo ha di fronte, alto, in piedi, col braccio teso…
84«Sì. Il re della corruzione. E volete che non dica “meschino” un Paese in cui abbiamo un Tetrarca sozzo e omicida, un Sommo Sacerdote complice di un violatore e di un assassino? …».
«Forse la fanciulla si uccise o morì di dolore», sussurra Eleazaro.
Il tempio speco di Satana
85«Assassinata sempre dal suo violatore… E ora non si fa la terza vittima nel parente imprigionato perché non parli? E non si profana l’altare accostandovisi con tanti delitti? E la giustizia non viene soffocata con imporre silenzio ai giusti, troppo rari, del Sinedrio? Sì, venga presto il novello Sansone e abbatta questo luogo profanato, stermini per risanare!… Io, al vomito per la nausea che sento, non solo dico meschino questo infelice Paese. Ma mi allontano dal suo cuore marcioso, pieno di delitti senza nome, speco di Satana… Vado. Non per paura della morte. Vi dimostrerò che non ho paura. Ma vado perché non è la mia ora e non dò perle ai porci d’Israele, ma le porto agli umili sparsi per i tuguri, i monti, le valli dei poveri paesi. Là dove ancora si sa credere e amare, se c’è chi lo insegni. Là dove sono degli spiriti sotto le rozze vesti, mentre qua le tuniche e i manti sacri, e più ancora l’efod e il razionale, servono a coprire immonde carogne e a contenere armi omicide. Dite loro che in nome del Dio vero Io li consacro alla loro condanna, e novello Micael li caccio dal Paradiso. E per sempre. Essi che vollero essere dèi, e demoni sono. Non c’è bisogno che siano morti per essere giudicati. Lo sono già. E senza remissione».
86Gli imponenti sinedristi e farisei sembrano divenire piccoli, tanto si rincantucciano davanti all’ira tremenda del Cristo che pare, invece, farsi un gigante, tanto è sfolgorante di sguardi e violento negli atti.
Lazzaro geme: «Gesù! Gesù! Gesù!»…
87Gesù lo sente e, cambiando tono e aspetto, dice: «Che hai, amico mio?».
«Oh! non terribile così! Non sei più Tu! Come avere speranza nella misericordia se Tu ti mostri così terribile?».
88«Eppure così, e più ancora, sarò quando giudicherò le dodici tribù d’Israele. Ma fa’ cuore, Lazzaro. Chi crede nel Cristo è già giudicato…». Si siede di nuovo.
Un silenzio.
Chi crede nel Cristo è nell’amicizia di Dio
89Finalmente Giovanni chiede: «E noi, per avere preferito gli improperi a mentire nella giustizia, come saremo giudicati?».
«Con giustizia. Perseverate e perverrete dove Lazzaro già è: nell’amicizia di Dio».
Si alzano.
«Maestro, ci ritiriamo. La pace a Te. E a te, Lazzaro».
90«La pace a voi».
«Che ciò che fu detto, qui resti», supplicano in diversi.
91«Non temete! Andate. Dio vi guidi in ogni nuovo atto».
Escono. Restano soli Gesù e Lazzaro. Dopo un poco, questo dice: «Che orrore!».
92«Sì. Che orrore!… Lazzaro, vado a predisporre la partenza da Gerusalemme. Sarò tuo ospite a Betania fino alla fine degli Azzimi». Ed esce…
377. Parabola dell’acqua e del giunco per Maria di Magdala, che ha scelto la parte migliore[63].
Betania: Casa di accoglienza.
Gesti d’ amore.
1Comprendo subito che si è ancora intorno alla figura della Maddalena[64], perché la vedo per prima cosa in una semplice veste di un rosa lillà come è il fiore della malva. Nessun ornamento prezioso, i capelli sono semplicemente raccolti in trecce sulla nuca. Sembra più giovane di quando era tutta un capolavoro di toletta. Non ha più l’occhio sfrontato di quando era la «peccatrice», e neppure lo sguardo avvilito di quando ascoltava la parabola della pecorella, e quello vergognoso e lucido di pianto di quando era nella sala del Fariseo… Ora ha un occhio quieto, tornato limpido come quello di un bambino, e un riso pacato vi risplende.
2Ella è appoggiata ad un albero presso il confine della proprietà di Betania e guarda verso la via. Attende. Poi ha un grido di gioia. Si volge verso la casa e grida forte per essere udita, grida con la sua splendida voce vellutata e passionale, inconfondibile: «Giunge!… Marta, ci hanno detto giusto. Il Rabbi è qui!», e corre ad aprire il pesante cancello che stride. Non dà tempo ai servi di farlo e esce sulla via a braccia tese, come fa un bambino verso la mamma, e con un grido di gioia amorosa: «O Rabboni mio! [65]», (io scrivo “Rabboni” perché vedo che il Vangelo porta così. Ma tutte le volte che ho sentito la Maddalena chiamarlo, mi è parso dicesse “Rabbomi”, con l’emme e non l’enne), e si prostra ai piedi di Gesù, baciandoglieli fra la polvere della via.
3«Pace a te, Maria. Vengo a riposare sotto il tuo tetto».
4«O Maestro mio!», ripete Maria levando il volto con una espressione di riverenza e d’amore che dice tanto… È ringraziamento, è benedizione, è gioia, è invito ad entrare, è giubilo perché Egli entra…
5Gesù le ha messo la mano sul capo e pare l’assolva ancora.
6Maria si alza e, a fianco di Gesù, rientra nel recinto della proprietà. Sono corsi intanto servi e Marta. I servi con anfore e coppe. Marta col suo solo amore. Ma è tanto.
7Gli apostoli, accaldati, bevono le fresche bevande che i servi mescono. Vorrebbero darla a Gesù per il primo. Ma Marta li ha prevenuti. Ha preso una coppa piena di latte e l’ha offerta a Gesù. Deve sapere che gli piace molto.
8Dopo che i discepoli si sono ristorati, Gesù dice loro: «Andate ad avvertire i fedeli. A sera parlerò loro».
9Gli apostoli si sparpagliano in diverse direzioni non appena fuori dal giardino.
Gesù inoltra fra Marta e Maria.
10«Vieni, Maestro», dice Marta. «Mentre giunge Lazzaro, riposa e prendi ristoro».
11Mentre pongono piede in una fresca stanza che dà sul portico ombroso, ritorna Maria che si era allontanata a passo rapido. Torna con una brocca d’acqua, seguita da un servo che porta un bacile. Ma è Maria che vuole lavare i piedi di Gesù. Ne slaccia i sandali polverosi e li dà al servo, perché li riporti puliti insieme al mantello, pure dato perché fosse scosso dal polverume. Poi immerge i piedi nell’acqua, che qualche aroma fa lievemente rosea, li asciuga, li bacia. Poi cambia l’acqua e ne offre di monda a Gesù, per le mani. E mentre attende il servo coi sandali, accoccolata sul tappeto ai piedi di Gesù, glieli accarezza e, prima di mettergli i sandali, li bacia ancora dicendo: «Santi piedi che avete tanto camminato per cercarmi!».
12Marta, più pratica nel suo amore, va all’utile umano e chiede: «Maestro, oltre i tuoi discepoli chi verrà?».
13E Gesù: «Non so ancora di preciso. Ma puoi preparare per altri cinque oltre gli apostoli».
Marta se ne va.
Immagine delle anime pure.
14Gesù esce nel fresco giardino ombroso. Ha semplicemente la sua veste azzurro cupo. Il mantello, ripiegato con cura da Maria, resta su una cassapanca della stanza. Maria esce insieme a Gesù.
15Vanno per vialetti ben curati, fra aiuole fiorite, sin verso la peschiera che pare uno specchio caduto fra il verde. L’acqua limpidissima è appena rotta, qua e là, dal guizzo argenteo di qualche pesce e dalla pioggiolina dello zampillo esilissimo, alto e centrale. Dei sedili sono presso l’ampia vasca che pare un laghetto e dalla quale partono piccoli canali di irrigazione. Credo anzi che uno sia quello che alimenta la peschiera e gli altri, più piccoli, quelli di scarico adibiti ad irrigare.
16Gesù siede su un sedile messo proprio contro il margine della vasca. Maria gli si siede ai piedi, sull’erba verde e ben curata. In principio non parlano. Gesù gode visibilmente del silenzio e del riposo nel fresco del giardino. Maria si bea di guardarlo.
17Gesù gioca con l’acqua limpida della vasca. Vi immerge le dita, la pettina separandola in tante piccole scie e poi lascia che tutta la mano sia immersa in quella pura freschezza.
18«Come è bella quest’acqua limpida!», dice.
19E Maria: «Tanto ti piace, Maestro?».
«Sì, Maria. Perché è tanto limpida. Guarda. Non ha una traccia di fango. Vi è acqua, ma è tanto pura che pare non vi sia nulla, quasi non fosse elemento ma spirito. Possiamo leggere sul fondo le parole che si dicono i pesciolini…».
20«Come si legge in fondo alle anime pure. Non è vero, Maestro?», e Maria sospira con un rimpianto segreto.
21Gesù sente il sospiro represso e legge il rimpianto velato da un sorriso, e medica subito la pena di Maria.
Maria, l’anima, il paradiso.
La Donna dall’anima di angelo.
22«Le anime pure dove le abbiamo, Maria? È più facile che un monte cammini che non una creatura sappia mantenersi pura delle tre purità. Troppe cose intorno ad un adulto si agitano e fermentano. E non sempre si può impedire che penetrino nell’interno. Non vi sono che i bambini che abbiano l’anima angelica, l’anima preservata, dalla loro innocenza, dalle cognizioni che possono mutarsi in fango. Per questo li amo tanto. Vedo in loro un riflesso della Purezza infinita. Sono gli unici che portino seco questo ricordo dei Cieli.
23La Mamma mia è la Donna dall’anima di bambino. Più ancora. Ella è la Donna dall’anima di angelo. Quale era Eva uscita dalle mani del Padre. Lo pensi, Maria, cosa sarà stato il primo giglio fiorito nel terrestre giardino? Tanto belli anche questi che fanno guida a quest’acqua. Ma il primo, uscito dalle mani del Creatore! Era fiore o era diamante? Erano petali o fogli d’argento purissimo? Eppure mia Madre è più pura di questo primo giglio che ha profumato i venti. E il suo profumo di Vergine inviolata empie Cielo e Terra, e dietro ad esso andranno i buoni nei secoli dei secoli. Il Paradiso è luce, profumo e armonia. Ma se in esso non si beasse il Padre nel contemplare la Tutta Bella che fa della Terra un paradiso, ma se il Paradiso dovesse in futuro non avere il Giglio vivo nel cui seno sono i tre pistilli di fuoco della divina Trinità, luce, profumo e armonia, letizia del Paradiso, sarebbero menomati della metà. La purezza della Madre sarà la gemma del Paradiso.
I cittadini della Gerusalemme eterna.
24Ma è sconfinato il Paradiso! Che diresti di un re che avesse una gemma sola nel suo tesoro? Anche fosse la Gemma per eccellenza? Quando Io avrò aperto le porte del Regno dei Cieli… – non sospirare, Maria, per questo Io son venuto – molte anime di giusti e di pargoli entreranno, scia di candore, dietro alla porpora del Redentore. Ma saranno ancora pochi per popolare di gemme i Cieli e formare i cittadini della Gerusalemme eterna. E dopo… dopo che la Dottrina di verità e santificazione sarà conosciuta dagli uomini, dopo che la mia Morte avrà ridato la Grazia agli uomini, come potrebbero gli adulti conquistare i Cieli, se la povera vita umana è continuo fango che rende impuri? Sarà dunque allora il mio Paradiso solo dei pargoli? Oh! no! Come pargoli occorre saper divenire. Ma anche agli adulti è aperto il Regno. Come pargoli… Ecco la purezza.
Similitudine dell’acqua e il giunco.
25Vedi quest’acqua? Pare tanto limpida. Ma osserva: basta che Io con questo giunco ne smuova il fondale che ecco si intorbida. Detriti e fango affiorano. Il suo cristallo si fa giallognolo e nessuno ne beverebbe più. Ma se Io levo il giunco, la pace ritorna e l’acqua torna poco a poco limpida e bella. Il giunco: il peccato. Così delle anime. Il pentimento, credilo, è ciò che depura…».
La scelta della parte migliore (Lc 10,38-42). [66].
26Sopraggiunge Marta affannata: «Ancora qui sei, Maria? Ed io che mi affanno tanto!… L’ora passa. I convitati presto verranno e vi è tanto da fare. Le serve sono al pane, i servi scuoiano e cuociono le carni. Io preparo stoviglie, mense e bevande. Ma ancora sono da cogliere le frutta e preparare l’acqua di menta e miele…».
27Maria ascolta sì e no le lamentele della sorella. Con un sorriso beato continua a guardare Gesù, senza muoversi dalla sua posizione.
28Marta invoca l’aiuto di Gesù: «Maestro, guarda come sono accaldata. Ti pare giusto che sia io sola a sfaccendare? Dille Tu che mi aiuti». Marta è veramente inquieta.
29Gesù la guarda con un sorriso per metà dolce e per metà un poco ironico, meglio, scherzoso.
30Marta ci si inquieta un poco: «Dico sul serio, Maestro. Guardala come ozia mentre io lavoro. Ed è qui che vede…».
31Gesù si fa più serio: «Non è ozio, Marta. È amore. L’ozio era prima. E tu hai tanto pianto per quell’ozio indegno. Il tuo pianto ha messo ancor più ala al mio andare per salvarmela e rendertela al tuo onesto affetto. Vorresti tu contenderla di amare il suo Salvatore? La preferiresti allora lontana di qui per non vederti lavorare, ma lontana anche da Me? Marta, Marta! Devo dunque dire che costei (e Gesù le pone la mano sul capo), venuta da tanto lontano, ti ha sorpassata nell’amore? Devo dunque dire che costei, che non sapeva una parola di bene, è ora dotta nella scienza dell’amore? Lasciala alla sua pace! È stata tanto malata! Ora è una convalescente che guarisce bevendo le bevande che la fortificano. È stata tanto tormentata… Ora, uscita dall’incubo, guarda intorno a sé e in sé, e si scopre nuova e scopre un mondo nuovo. Lascia che se ne faccia sicura. Con questo suo “nuovo” deve dimenticare il passato e conquistarsi l’eterno… Non sarà conquistato questo unicamente col lavoro, ma anche con l’adorazione. Avrà ricompensa chi avrà dato un pane all’apostolo e al profeta. Ma doppia ne avrà chi avrà dimenticato anche di cibarsi per amarmi, perché più grande della carne avrà avuto lo spirito, il quale avrà avuto voci più forti di quelle degli anche leciti bisogni umani. Tu ti affanni di troppe cose, Marta. Costei di una sola. Ma è quella che basta al suo spirito e soprattutto al suo e tuo Signore. Lascia cadere le cose inutili. Imita tua sorella. Maria ha scelto la parte migliore. Quella che non le sarà mai più tolta. Quando tutte le virtù saranno superate, perché non più necessarie ai cittadini del Regno, unica resterà la carità. Essa resterà sempre. Unica. Sovrana. Ella, Maria, ha scelto questa, e questa si è presa per suo scudo e bordone. Con questa, come su ali d’angelo, verrà nel mio Cielo».
32Marta abbassa la testa mortificata e se ne va.
Il pentimento purifica, l’ amore preserva.
33«Mia sorella ti ama molto e si cruccia per farti onore…», dice Maria per scusarla.
34«Lo so, e ne sarà ricompensata. Ma ha bisogno di esser depurata, come si è depurata quest’acqua, del suo pensare umano. Guarda, mentre parlavamo, come è tornata limpida. Marta si depurerà per le parole che le ho detto. Tu… tu per la sincerità del tuo pentimento…».
35«No, per il tuo perdono, Maestro. Non bastava il mio pentirmi a lavare il mio grande peccato…».
36«Bastava e basterà alle tue sorelle che ti imiteranno. A tutti i poveri infermi dello spirito. Il pentimento sincero è filtro che depura; l’amore, poi, è sostanza che preserva da ogni nuova inquinazione. Ecco perciò che coloro che la vita fa adulti e peccatori potranno tornare innocenti come pargoli ed entrare come essi nel Regno mio. Andiamo ora alla casa. Che Marta non resti troppo nel suo dolore. Portiamole il nostro sorriso di Amico e di sorella».
La più grande risorta del Vangelo.
Dice Gesù:
37«Il commento non occorre. La parabola dell’acqua è commento all’operazione del pentimento nei cuori.
38Hai così il ciclo della Maddalena completo[67]. Dalla morte alla Vita. È la più grande risorta del mio Vangelo. È risorta da sette morti. È rinata. L’hai vista, come pianta da fiore, alzare dal fango lo stelo del suo nuovo fiore sempre più in alto, e poi fiorire per Me, olezzare per Me, morire per Me. L’hai vista peccatrice, poi assetata che si accosta alla Fonte, poi pentita, poi perdonata, poi amante, poi pietosa sul Corpo ucciso del suo Signore, poi serva della Madre, che ama perché Madre mia; infine penitente sulle soglie del suo Paradiso.
39Anime che temete, imparate a non temere di Me leggendo la vita di Maria di Magdala. Anime che amate, imparate da lei ad amare con serafico ardore. Anime che avete errato, imparate da lei la scienza che rende pronti al Cielo.
40Vi benedico tutti per darvi aiuti a salire. Va’ in pace».
378. Parabola degli uccelli e predilezione per i fanciulli. Tranello teso da nemici giudei. Intervento di Claudia Procula[68].
Le virtù si formano nelle difficoltà.
Ubbidire è amare.
1Gesù a Betania, tutta ubertosa e fiorita in questo bel mese di nisam, sereno, puro, come se il creato fosse dilavato da ogni sozzura. Ma le turbe, che certo lo hanno cercato a Gerusalemme e che non vogliono partire senza averlo sentito, per potere portare seco, nel cuore, la sua parola, lo raggiungono. Numerose tanto che Gesù ordina di adunarle perché Egli possa ammaestrarle. E i dodici coi settantadue, che si sono ricomposti in tale numero, o giù di lì, coi nuovi discepoli aggregatisi ad essi in questi ultimi tempi, si spargono per ogni dove per eseguire l’ordine avuto.
2Intanto Gesù, nel giardino di Lazzaro, si accomiata dalle donne, e specie dalla Madre, che per suo ordine tornano in Galilea scortate da Simone d’Alfeo, Giairo, Alfeo di Sara, Marziam, lo sposo di Susanna e Zebedeo. Vi sono saluti e lacrime. Vi sarebbe molta volontà anche di non ubbidire. Una volontà data ancora dall’amore al Maestro. Ma più forte ancora è la forza dell’amore perfetto, perché tutto soprannaturale, per il Verbo Santissimo, e questa forza le fa ubbidire accettando la penosa separazione.
3Quella che meno parla è Maria, la Madre. Ma il suo sguardo dice più di tutto quanto dicono tutte le altre messe insieme. Gesù interpreta quello sguardo e la rassicura, la consola, la sazia di carezze, se si può mai saziare una madre, e specie quella Madre, tutt’amore e tutt’ambascia per il Figlio perseguitato. E le donne se ne vanno, infine, volgendosi, rivolgendosi a salutare il Maestro, a salutare i figli e le fortunate discepole giudee che restano ancora col Maestro.
4«Hanno sofferto ad andare…», osserva Simone Zelote.
«Ma è bene che siano andate, Simone».
«Prevedi giorni tristi?».
5«Agitati per lo meno. Le donne non possono sopportare le fatiche come noi. Del resto, ora che ne ho un numero quasi pari di giudee e di galilee, è bene siano divise. A turno mi avranno, avendo a turno la gioia di servirmi, esse; e il conforto del loro affetto santo, Io».
L’ eroismo della fede.
6La gente intanto aumenta sempre più. Il frutteto posto fra la casa di Lazzaro e quella che era dello Zelote formicola di folla. Ve ne è di tutte le caste e condizioni, né mancano farisei di Giudea, sinedristi e donne velate.
7Dalla casa di Lazzaro escono in gruppo, stretti intorno ad una lettiga su cui viene trasportato lo stesso, i sinedristi che il sabato pasquale erano in visita da Lazzaro a Gerusalemme, e altri ancora. Lazzaro, passando, fa un gesto ed ha un sorriso felice per Gesù. E Gesù glielo ricambia mentre si accoda al piccolo corteo per andare là dove la gente attende.
8Gli apostoli si uniscono a Lui, e Giuda Iscariota, che è trionfante da qualche giorno, in una fase felicissima, getta qua e là gli sguardi dei suoi occhi nerissimi e scintillanti, e annuncia all’orecchio di Gesù le scoperte che fa.
9«Oh! guarda! Ci sono anche dei sacerdoti!… Ecco, ecco! C’è anche Simone sinedrita. E c’è Elchia. Guarda che bugiardo! Solo pochi mesi fa diceva inferno di Lazzaro e ora lo ossequia come fosse un dio!… E là Doro l’Anziano e Trisone. Vedi che saluta Giuseppe? E lo scriba Samuele con Saulo… E il figlio di Gamaliele! E là c’è un gruppo di quelli di Erode… E quel gruppo di donne così velate sono certo le romane. Stanno appartate, ma vedi come osservano dove ti dirigi per potersi spostare e sentirti? Riconosco le loro persone nonostante i mantelloni. Vedi? Due alte, una più larga che alta, le altre di media statura, ma in proporzione giusta. Vado a salutarle?».
10«No. Esse vengono come sconosciute. Come anonime che desiderano la parola del Rabbi. Tali le dobbiamo considerare».
11«Come vuoi, Maestro. Facevo per… ricordare a Claudia la promessa…».
12«Non ce n’è bisogno. E anche ce ne fosse, non diveniamo mai dei questuanti, Giuda. Non è vero? L’eroismo della fede deve formarsi fra le difficoltà».
«Ma era per… per Te, Maestro».
13«E per la tua idea perenne di un trionfo umano. Giuda, non ti creare illusioni. Né sul mio modo di agire futuro, né sulle promesse avute. Tu credi a ciò che ti dici da te stesso. Ma nulla potrà mutare il pensiero di Dio, ed esso è che Io sia Redentore e Re di un regno spirituale».
Giuda non ribatte nulla.
Gli ascoltatori.
14Gesù è al suo posto, fra il cerchio degli apostoli. Quasi ai suoi piedi è Lazzaro sul suo lettuccio. Poco lontano da Lui sono le discepole giudee, ossia le sorelle di Lazzaro, Elisa, Anastasia, Giovanna coi bambinelli, Annalia, Sara, Marcella, Niche. Le romane, o almeno quelle che Giuda ha dette tali, sono più indietro, quasi nel fondo, mescolate ad un mucchio di popolani. Sinedristi, farisei, scribi, sacerdoti sono, è inevitabile, in prima fila. Ma Gesù li prega di fare largo a tre barelline, dove sono dei malati che Gesù interroga ma non guarisce subito.
15Gesù, per prendere l’idea del suo discorso, richiama l’attenzione dei presenti sul gran numero di uccelli che si annidano fra le fronde del giardino di Lazzaro ed il frutteto dove sono radunati gli ascoltatori.
L’apologia sugli uccelli diurni e notturni.
16«Osservate. Ve ne sono di indigeni e di esotici, di ogni razza e dimensione. E quando scenderanno le ombre, ad essi si sostituiranno gli uccelli della notte, essi pure qui numerosi, per quanto sia quasi possibile dimenticarli solo per il fatto che non li vediamo. Perché tanti uccelli dell’aria qui? Perché trovano di che vivere felici. Qui sole, qui quiete, qui pasto abbondante, ricoveri sicuri, fresche acque. Ed essi si adunano venendo da oriente e occidente, da mezzogiorno e settentrione se sono migratori, rimanendo fedeli a questo luogo se indigeni. E che? Vedremo dunque che gli uccelli dell’aria sono superiori in sapienza ai figli dell’uomo? Quanti, fra questi uccelli, sono figli di uccelli ora morti, ma che lo scorso anno, o più lontano ancora nel tempo, qui nidificarono trovandovi sollievo! Essi lo hanno detto ai loro nati, avanti di morire. Hanno indicato questo posto, ed essi, i nati, sono venuti ubbidienti. Il Padre che è nei Cieli, il Padre degli uomini tutti, non ha forse detto ai suoi santi le sue verità, dato tutte le indicazioni possibili per il benessere dei suoi figli? Tutte le indicazioni. Quelle rivolte al bene della carne e quelle rivolte al bene dello spirito. Ma che vediamo noi? Vediamo che, mentre ciò che fu insegnato per la carne – dalle tuniche di pelli, che Egli fece ai progenitori, ormai denudati ai loro occhi della veste dell’innocenza che il peccato aveva lacerata, alle ultime scoperte che per lume di Dio l’uomo ha fatte – sono ricordate, tramandate, insegnate, l’altro, quello che fu insegnato, comandato, indicato per lo spirito, non viene conservato e insegnato e praticato».
Molti del Tempio bisbigliano. Ma Gesù li calma col gesto.
17«I1 Padre, buono come l’uomo non può lontanamente pensare, manda il suo Servo a ricordare il suo insegnamento, a radunare gli uccelli nei luoghi di salute, a dare loro esatta conoscenza di ciò che è utile e santo, a fondare il Regno dove ogni angelico uccello, ogni spirito, troverà grazia e pace, sapienza e salute. E in verità, in verità vi dico che, come gli uccelli nati in questo luogo a primavera diranno ad altri di altri luoghi: “Venite con noi, che vi è un luogo buono dove gioirete della pace e dell’abbondanza del Signore”, e così si vedrà, l’anno novello, novelli uccelli qui affluire, nello stesso modo, da ogni parte del mondo, così come è detto dai profeti[69], vedremo affluire spiriti e spiriti alla Dottrina venuta da Dio, al Salvatore fondatore del Regno di Dio. Ma agli uccelli diurni sono mescolati in questo luogo uccelli notturni, predatori, disturbatori, capaci da gettare terrore e morte fra gli uccelletti buoni. E sono gli uccelli che da anni, da generazioni, sono tali, e nulla li può snidare perché le loro opere si fanno nelle tenebre e in luoghi impenetrabili da parte dell’uomo. Questi, col loro occhio crudele, col loro volo muto, con la loro voracità, con la loro crudeltà, nelle tenebre lavorano e, immondi, seminano immondezza e dolore. A chi li paragoneremo noi? A quanti in Israele non vogliono accettare la Luce venuta ad illuminare le tenebre, la Parola venuta ad ammaestrare, la Giustizia venuta a santificare. Per essi inutilmente sono venuto. Anzi per essi sono cagione di peccato, perché mi perseguitano e perseguitano i miei fedeli. Che allora dirò? Una cosa che già ho detto altre volte: “Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno con Abramo e Giacobbe nel Regno dei Cieli. Ma i figli di questo regno saranno gettati nelle tenebre esteriori”».
La bava dei rettili.
«I figli di Dio nelle tenebre? Tu bestemmi!», urla uno dei sinedristi contrari. È il primo spruzzo della bava dei rettili, stati troppo tempo zitti e che non possono più tacere perché affogherebbero nel loro veleno.
18«Non i figli di Dio», risponde Gesù.
«L’hai detto Tu! Hai detto: “I figli di questo regno saranno gettati nelle tenebre esteriori”».
19«E lo ripeto. I figli di questo regno. Del regno dove la carne, il sangue, l’avarizia, la frode, la lussuria, il delitto sono padroni. Ma questo non è il mio Regno. Il mio è il Regno della Luce. Questo vostro è il regno delle tenebre. Al Regno della Luce verranno da oriente e occidente, mezzogiorno e settentrione gli spiriti retti, anche quelli per ora pagani, idolatri, spregevoli ad Israele. E vivranno in santa comunione con Dio, avendo in sé accolta la luce di Dio, in attesa di salire alla vera Gerusalemme, dove non è più lacrima e dolore e soprattutto non è la menzogna. La menzogna che ora regge il mondo delle tenebre e satura i figli di esso, al punto che in essi non cade una briciola di luce divina. Oh! vengano i figli nuovi al posto dei figli rinnegatori! Vengano! E, quale che sia la loro provenienza, Dio li illuminerà ed essi regneranno nei secoli dei secoli!».
La prova dei miracoli.
«Hai parlato per insultarci!», gridano i giudei nemici.
20«Ho parlato per dire la verità».
«Il tuo potere sta nella lingua con la quale, novello serpente, seduci le folle e le travisi».
21«Il mio potere sta nella potenza che mi viene dall’essere uno col Padre mio».
«Bestemmiatore!», urlano i sacerdoti.
22«Salvatore! O tu che giaci ai miei piedi, di che soffri?».
«Ebbi rotta la spina da fanciullo, e da trenta anni sto sul dorso».
23«Sorgi e cammina! E tu, donna, di che soffri?».
«Pendono inerti le mie gambe da quando questo, che col marito mio mi porta, vide la luce», e accenna ad un giovanetto di almeno sedici anni.
«Tu pure sorgi e loda il Signore. E quel fanciullo perché non va da solo?».
24«Perché è nato ebete, sordo, cieco, muto. Un pezzo di carne che respira», dicono quelli che sono coll’infelice.
«Nel nome di Dio abbi intelletto, parola, vista e udito. Lo voglio!».
25E, compiuto il terzo miracolo, si volge agli ostili e dice: «E che dite?».
26«Dubbi miracoli. Perché non guarisci il tuo amico e difensore, allora, se tutto puoi?».
«Perché Dio vuole altrimenti».
27«Ah! Ah! Già! Dio! Comoda scusa! Se ti portassimo noi un malato, anzi due, li guariresti?».
«Sì. Se lo meritano».
28«Attendici, allora», e vanno lesti, ghignando.
«Maestro, bada! Ti tendono qualche tranello!», dicono in diversi.
Non impedite ai fanciulli di venire a me.
29Gesù fa un gesto, come dire: «Lasciateli fare!», 8e si china ad accarezzare dei fanciulli che piano piano si sono accostati a Lui lasciando i parenti. Alcune madri li imitano, portandogli quelli che sono ancora troppo incerti nel passo o poppanti del tutto.
30«Benedici le nostre creature, Tu benedetto, perché siano amanti della Luce!», dicono le madri.
31E Gesù impone le mani, benedicendo. Ciò origina tutto un movimento fra la folla. Tutti quelli che hanno fanciulli vogliono la stessa benedizione e spingono e urlano per farsi largo. Gli apostoli, parte perché sono innervositi dalle solite cattiverie degli scribi e farisei, parte per pietà di Lazzaro, che rischia di essere travolto dalla ondata dei parenti che portano i piccoli alla divina benedizione, si inquietano e urlano sgridando questo e quello, respingendo questo e quello, specie i fanciullini venuti lì da soli.
32Ma Gesù, dolce, amoroso, dice: «No, no! Non fate così! Non impedite mai ai fanciulli di venire a Me, né ai loro parenti di portarmeli. Proprio di questi innocenti è il Regno. Essi saranno innocenti del gran delitto e cresceranno nella mia fede. Lasciate dunque che ad essa Io li consacri. Sono i loro angeli che a Me li conducono».
33Gesù ora è in mezzo ad una siepe di fanciulli che lo guardano estatici: tanti visetti alzati, tanti occhi innocenti, tante boccucce sorridenti…
34Le donne velate hanno approfittato della confusione per girare dietro alla folla e venire alle spalle di Gesù, come se la curiosità le spronasse a questo.
Truffa tentata a Dio.
Mentitori!
35Tornano i farisei, scribi ecc. ecc. con due che paiono molto sofferenti. Uno specialmente geme, nella sua barellina, stando tutto coperto dal mantello. L’altro è, in apparenza, meno grave, ma certo è molto malato perché è scheletrito e ansimante.
36«Ecco i nostri amici. Guariscili. Questi sono veramente malati. Questo soprattutto!», e indicano il gemente.
37Gesù abbassa gli occhi sui malati, poi li rialza sui giudei. Dardeggia i suoi nemici con uno sguardo terribile. Ritto dietro la siepe innocente dei fanciulli che non gli raggiungono l’inguine, pare alzarsi da un cespo di purezza per essere il Vendicatore, come se da questa purezza traesse forza per esserlo. Apre le braccia e grida: «Mentitori! Costui non è malato! Io ve lo dico. Scopritelo! O realmente sarà morto fra un istante per la truffa tentata a Dio».
L’uomo balza fuori dalla barella urlando: «No, no! Non mi colpire! E voi, maledetti, tenete le vostre monete!», e getta una borsa ai piedi dei farisei fuggendo a gambe levate…
La folla mugola, ride, fischia, applaude…
Il miracolo del piede ricomposto.
38L’altro malato dice: «E io, Signore? Io sono stato preso dal mio letto per forza ed è da questa mattina che subisco disturbo… Ma io non sapevo d’essere in mano ai tuoi nemici…».
39«Tu, povero figlio, guarisci e sii benedetto!», e gli impone le mani fendendo la siepe viva dei fanciulli.
L’uomo alza un attimo la coperta stesa sul suo corpo, guarda non so che… Poi si alza in piedi. Così appare nudo dalle cosce in giù. E urla, urla fino ad essere roco: «Il mio piede! Il mio piede! Ma chi sei, ma chi sei che rendi le cose perdute?», e cade ai piedi di Gesù e poi sorge, salta in bilico sul lettuccio e grida: «Il male mi rodeva le ossa. Il medico mi aveva strappato le dita, arsa la carne, aperto tagli fino all’osso del ginocchio. Guardate! Guardate i segni. E morivo lo stesso. E ora… Tutto guarito! Il mio piede! Il mio piede ricomposto!… E non più dolore! E forza, e benessere… Il petto libero!… Il cuore sano!… Oh! mamma! Mamma mia! Vengo a darti la gioia!».
Fa per correre via. Ma poi la riconoscenza lo ferma. Torna da Gesù di nuovo e bacia, bacia i piedi benedetti finché Gesù non gli dice, accarezzandolo sui capelli: «Va’! Va’ da tua madre e sii buono».
Risposta dei perfidi Giudei!
40E poi guarda i suoi nemici scornati e tuona: «E ora? Che vi dovrei fare? Che dovrei fare, o turbe, dopo questo giudizio di Dio?».
La folla urla: «Alla lapidazione gli offensori di Dio! A morte! Basta di insidiare il Santo! Che siate maledetti!», e danno di piglio a zolle di terra, a rami, a ciottoletti, pronti a iniziare una sassaiola.
41Li ferma Gesù. «Questa è la parola della folla. Questa è la sua risposta. La mia è diversa. Io dico: andate! Non mi sporco a colpirvi. L’Altissimo si incarichi di voi. Egli è la mia difesa contro gli empi».
42I colpevoli, in luogo di tacere, pur avendo paura della plebe, non hanno ritegno di offendere il Maestro e spumanti d’ira urlano: «Noi siamo giudei e potenti! Noi ti ordiniamo di andartene. Ti proibiamo di ammaestrare. Ti cacciamo. Va’ via! Basta di Te. Noi abbiamo il potere nelle mani e lo usiamo; e sempre più lo faremo, perseguitandoti, o maledetto, o usurpatore, o…».
Intervento di Claudia.
43Stanno per dire altro fra un tumulto di grida, di pianti, di fischi, quando, venuta avanti fino a mettersi fra Gesù e i suoi nemici con mossa rapida e imperiosa, con sguardo e voce ancor più imperiosa, la donna velata più alta scopre il viso e, tagliente, sferzante più di una frusta sui galeotti e di una scure sul collo, cade la sua frase: «Chi dimentica di essere schiavo di Roma?». È Claudia. Riabbassa il velo. Si inchina lievemente al Maestro. Torna al suo posto.
Ma è bastato. I farisei si calmano di colpo. Solo uno, a nome di tutti e con un servilismo strisciante, dice: «Domina, perdona! Ma Egli turba il vecchio spirito di Israele. Tu, potente, dovresti impedirlo, farlo impedire dal giusto e prode Proconsole, vita e lunga salute a lui!».
«Questo non ci riguarda. Sufficiente è che non turbi l’ordine di Roma. E non lo fa!», risponde sdegnosa la patrizia; poi dà un ordine secco alle compagne e si allontana, andando verso un folto d’alberi in fondo al sentiero, dietro il quale scompare, per poi ricomparire sul cigolante carro coperto del quale fa abbassare tutte le tende.
Disputa fra due gruppi opposti.
44«Sei contento di averci fatto insultare?», chiedono tornando all’attacco i giudei, i farisei, scribi e compagni.
45La folla urla, presa da sdegno. Giuseppe, Nicodemo e tutti quelli che si sono mostrati amici – e con questi, senza unirvisi ma con uguali parole, è il figlio di Gamaliele – sentono il bisogno di intervenire rimproverando gli altri di passare la misura. La disputa passa dai nemici contro Gesù ai due gruppi opposti, lasciando fuori della disputa il più interessato in essa.
46E Gesù tace, a braccia conserte, ascoltando, mentre credo sprigioni una forza per trattenere la folla e specie gli apostoli, che vedono rosso dall’ira.
47«Noi dobbiamo difenderci e difendere», urla un giudeo scalmanato; «Basta di vedere le turbe affascinate dietro di Lui», dice un altro; «Noi siamo i potenti! Noi soli! E solo noi andiamo ascoltati e seguiti», strepita uno scriba; «Vada via di qua! Gerusalemme è nostra!», sbraita un sacerdote rosso come un tacchino.
48«Siete dei perfidi!»; «Più che ciechi siete!»; «Le turbe vi abbandonano perché voi lo meritate»; «Siate santi se volete essere amati. Non è commettendo soprusi che si conserva il potere, che si fonda sulla stima del popolo in chi lo governa!», urlano alla loro volta quelli del partito opposto e molti della folla.
Il sangue dei martiri è seme dei cristiani.
49«Silenzio!», impone Gesù. E quando esso si fa, dice: «La tirannia e le imposizioni non possono mutare gli affetti e le conseguenze del bene ricevuto. Io raccolgo ciò che ho dato: amore. Voi col perseguitarmi non fate che aumentare questo amore che mi vuole compensare del vostro disamore. Non sapete, con tutta la vostra sapienza, che perseguitare una dottrina non serve che ad accrescerne il potere, specie quando questa corrisponde nei fatti a ciò che insegna? Udite una mia profezia, o voi d’Israele. Quanto più perseguiterete il Rabbi di Galilea e i suoi seguaci, tentando di annullare con la tirannia la sua dottrina, che è divina, e tanto più la farete prospera ed estesa nel mondo. Ogni stilla del sangue dei martiri fatti da voi, sperando trionfare e regnare con le vostre corrotte, ipocrite leggi e precetti, non più rispondenti alla Legge di Dio, ogni lacrima dei santi conculcati, sarà seme di futuri credenti. E voi sarete vinti quando crederete di essere trionfatori. Andate. Io pure vado. Coloro che mi amano mi cerchino ai confini della Giudea e nell’Oltre Giordano, o mi attendano in essi, perché come lampo che da oriente scorre a occidente, ratto così sarà l’andare del Figlio dell’uomo fino a quando salirà sull’altare e sul trono, Pontefice e Re nuovo, e vi starà, ben fermo al cospetto del mondo, del creato e dei Cieli, in una delle sue tante epifanie che solo i buoni sanno comprendere».
50I farisei ostili e i loro compagni se ne sono andati. Restano gli altri. Il figlio di Gamaliele lotta in sé stesso per venire a Gesù, ma poi se ne va, senza parlare…
51«Maestro, Tu non ci odierai perché siamo delle stesse loro caste?», chiede Eleazaro.
52«Io non colpisco mai di anatema il singolo perché la classe è rea. Non temere», risponde Gesù.
53«Ora ci odieranno…», mormora Gioachino.
54«Onore per noi l’esserlo!», esclama Giovanni sinedrista.
55«Dio fortifichi i vacillanti e benedica i forti. Io tutti benedico in nome del Signore», e aperte le braccia dà la benedizione mosaica a tutti i presenti.
56Poi si accomiata da Lazzaro e dalle sorelle, da Massimino, dalle discepole, e inizia il suo andare…
57Le verdi campagne che costeggiano la via diretta a Gerico lo accolgono nel loro verde che si arrossa per un tramonto fastoso.
379. Una premonizione dell’apostolo Giovanni[70].
Il più piccolo è il più grande.
Gli eroi del Cristo.
1«Dove andiamo, che la sera scende?», chiedono fra loro gli apostoli. E parlottano su quanto è successo. Ma non dicono nulla di forte per non accasciare il Maestro, che è visibilmente molto pensieroso.
2La sera scende mentre vanno, sempre dietro al Maestro pensieroso. Ma un villaggio si mostra ai piedi di una catena di monti molto frastagliati.
3«Fermiamoci qui a pernottare», ordina Gesù. «Anzi, fermatevi qui. Io vado a pregare su quei monti…».
4«Da solo? Ah! no! Sull’Adomin da solo non ci vai! Con tutti quei ladroni che ti insidiano, no, che non ci vai! …», dice ben deciso Pietro.
5«E che vuoi che mi facciano? Non ho nulla!».
«Hai… Te stesso. Io parlo dei ladroni più veri, di quelli che ti odiano. E a quelli basta la tua vita. Tu non devi essere ucciso come… come… così, ecco, in una imboscata vile. Per dare modo ai tuoi nemici di inventare chissà che per allontanare le turbe anche dalla tua dottrina», ribatte Pietro.
6«Simone di Giona ha ragione, Maestro. Sarebbero capaci di fare sparire il tuo corpo e dire che sei fuggito sapendoti smascherato. Oppure di… magari portarti in luoghi di mal affare, in casa di una meretrice, per poter dire: “Vedete dove e come è morto? In rissa per una meretrice”. Tu hai detto bene: “Perseguitare una dottrina vuol dire accrescerne la potenza”, e ho notato, perché non l’ho perduto mai di vista, che il figlio di Gamaliele approvava col capo mentre Tu lo dicevi. Ma però è anche detto bene se si dice che coprire di ridicolo un santo e la sua dottrina è l’arma più sicura per farla cadere e per levare la stima delle turbe nel santo», dice Giuda Taddeo.
7«Sì. E ciò di Te non deve avvenire», termina Bartolomeo.
8«Non ti prestare al giuoco dei tuoi nemici. Pensa che non Tu soltanto, ma la Volontà che ti ha mandato sarebbe resa nulla da questa imprudenza e si vedrebbe così che i figli delle Tenebre sono stati, almeno momentaneamente, vincitori sulla Luce», aggiunge lo Zelote.
9«Ma sì! Tu dici sempre, e ci trafiggi il cuore col dirlo, che devi essere ucciso.
10Ricordo il tuo rimprovero a Simon Pietro e non ti dico: “Ciò non sia mai’. Ma credo di non essere Satana se dico: “Almeno ciò sia in modo che sia glorificazione per Te, inequivocabile sigillo al tuo Essere santo e condanna sicura ai tuoi nemici. Che le turbe sappiano, possano avere elementi per distinguere e credere”. Questo almeno, o Maestro. La missione santa dei Maccabei mai tanto apparve per tale come quando Giuda, figlio di Matatia, morì da eroe e salvatore sul campo di battaglia[71]. Vuoi andare sull’Adomin? E noi con Te. Siamo i tuoi apostoli! Dove Tu Capo, noi tuoi ministri», dice Tommaso, e poche volte l’ho sentito parlare con tanta solenne eloquenza.
11«É vero! É vero! E se ti assalgono, noi devono assalire per primi!», dicono in diversi.
12«Oh! non ci assaliranno tanto facilmente! Stanno medicandosi il bruciore delle parole di Claudia e… sono astuti, tanto, troppo! Non trascurano di riflettere che Ponzio saprebbe chi colpire per la tua morte. Si sono troppo traditi, e agli occhi di Claudia, e lo mediteranno, studiando tranelli più sicuri di una volgare aggressione. Forse la nostra paura è stolta. Non siamo più i poveri ignoti di prima. Ora c’è Claudia!», dice l’Iscariota.
13«Bene, bene… Ma non mettiamoci a cimento. Cosa vuoi fare, poi, sull’Adomin?», chiede Giacomo di Zebedeo.
Premonizione dell’apostolo Giovanni.
14«Pregare e cercare un posto per pregare tutti, nei giorni futuri, per prepararci alle nuove e sempre più accanite lotte».
«Dei nemici?».
15«Anche del nostro io. Ha molto bisogno di essere fortificato».
16«Ma non hai detto che vuoi andare ai confini della Giudea e nell’Oltre Giordano?».
«Sì. E vi andrò. Ma dopo la preghiera. Andrò ad Acor e poi, per Doc, a Gerico».
17«No, no, Signore! Posti infausti per i santi d’Israele. Non ci andare, non ci andare. Io te lo dico, io lo sento! É qualcosa che lo dice in me. Non ci andare! In nome di Dio non ci andare!», grida Giovanni che pare prossimo ad uscire dai sensi, come preso da un senso d’estasi paurosa… Tutti lo guardano stupefatti, perché così non lo hanno visto mai. Ma nessuno lo schernisce. Hanno tutti la percezione di essere di fronte ad un fatto soprannaturale e, rispettosi, conservano il silenzio. Anche Gesù tace, finché non vede Giovanni ricomporsi nell’aspetto abituale e dire: «O mio Signore! Come ho sofferto!».
18«Lo so. Andremo al Carit. Che dice il tuo spirito?». Mi colpisce profondamente il rispetto con cui Gesù si rivolge all’ispirato…
19«A me lo chiedi, o Signore? Al povero fanciullo stolto, Tu, Sapienza Santissima?[72]».
20«A te. Sì. Il più piccolo è il più grande quando, con umiltà, comunica col suo Signore per il bene dei fratelli. Parla…»
21«Sì, Signore. Andiamo al Carit. Vi sono gole sicure per raccogliersi in Dio, e prossime sono le strade di Gerico e per la Samaria. Noi scenderemo per riunire chi ti ama e in Te spera, e te li condurremo, o condurremo Te ad essi, e poi ancora ci nutriremo di preghiera… E scenderà il Signore a parlare ai nostri spiriti… ad aprire le nostre orecchie che sentono il Verbo ma non lo capiscono interamente… a invadere soprattutto i nostri cuori con i suoi fuochi. Perché solo se arderemo sapremo resistere ai martiri della Terra. Perché solo se prima avremo subìto il dolce martirio del completo amore potremo essere pronti a subire quelli dell’odio umano… Signore… che ho detto?».
22«Le mie parole, Giovanni. Non temere. Allora sostiamo qui, e domani all’alba andremo sui monti».
380. Gli apostoli esortati ad amare, a conclusione del ritiro sul monte Carit[73].
Sul luogo della contemplazione.
Ambiente di pace.
1Da un gruppo montagnoso, che pare occupato e preoccupato di elevarsi sempre più – ed ogni, dirò così, fase del suo sforzo è segnata da un’aspra catena di colline rocciose, dalle coste dirupate, a picco, tagliate da valli strette come tagli giganteschi, incoronate da creste selvagge – si possono intravvedere incidentalmente squarci di mar Morto, messo a sud est del luogo dove sono gli apostoli col Maestro. Il Giordano e la sua vallata fertile e pacifica non si vedono, e non si vede Gerico né altre città. Solo monti e monti che si alzano in direzione della Samaria, e il cupo mar Morto fra due squarci puntuti di monte. In basso, un torrente in direzione ovest-est, che va certo al Giordano. Grande stridere di falchi e gracchiare di corvi nel cielo di un azzurro vivo. Grande cinguettio di uccelli fra le fronde delle pendici selvagge. Un flautare di venti per le gole, portanti odori e rumori lontani, oppure soverchianti anche quelli vicini, a seconda che sono lievi o intensi. Qualche rumore di sonagli che sale dalla strada che certo è a valle. Qualche belato di pecora che pascola sui pianori. Qualche rumore d’acque che stillano e che scrosciano da rocce e da torrenti. Ma la stagione è buona, asciutta, tiepida, le pendici sono tutte uno smalto di fiori sullo smeraldo dell’erba, e ancora fiori, a grappoli e festoni, pendono dai tronchi e dalle fronde, e lieto è l’aspetto del luogo. Lietissimi, di una letizia soprannaturale, sono i volti dei tredici lì raccolti. Il mondo è stato dimenticato. É lontano… Gli spiriti hanno ripreso l’equilibrio scosso da tanti urti, hanno potuto rientrare nell’alone di Dio, ossia della pace. E pace si legge sui volti. Ma la sosta è finita e Gesù ne parla. E Pietro ripete la sua preghiera del Tabor: «Oh! perché non rimaniamo qui? É bello stare qui con Te!».
Dalla contemplazione all’azione.
2«Perché il lavoro ci attende, Simone di Giona. Non possiamo essere soltanto dei contemplativi. Il mondo ci aspetta per essere ammaestrato. Non possono sostare gli operai del Signore finché ci sono campi da seminare».
3«Ma allora… io, che divento un poco buono solo quando mi isolo così, non potrò mai… Il mondo è tanto grande! Come potremo lavorarlo tutto e prima di morire riuscire a raccogliersi in Te?».
4«Non lo lavorerete certo tutto. Secoli e secoli ci vorranno. E quando una parte sarà lavorata, Satana vi entrerà a sciupare il fatto. Sarà perciò un lavoro continuo fino alla fine dei secoli».
5«Oh! allora come potrò prepararmi a morire?». Pietro è proprio sconsolato.
6Gesù lo rassicura abbracciandolo e dicendo: «Ne avrai il tempo. Non occorre molto. Basta un attimo di raccoglimento perfetto per prepararsi a comparire davanti a Dio. Ma tu ne avrai tutto il tempo. Del resto, sappi che la esecuzione del volere di Dio è sempre preparazione alla morte in santità. Se Dio ti vuole attivo e tu ubbidisci, tu ti prepari meglio nell’azione ubbidiente che se ti chiudessi fra le rocce più solitarie a pregare e contemplare. Ne sei persuaso?».
Sfamati dagli avvoltoi feroci!
«Certo! Lo dici Tu! Allora che dobbiamo fare?».
7«Spargervi per le vie delle valli. Radunare chi sarà ad attendermi, predicare il Signore e la Fede finché Io verrò».
«Resti solo?».
8«Ma sì. Non temete. Vedete che il male serve al bene qualche volta. Qui Elia fu sfamato dai corvi[74]. Noi possiamo dire che gli avvoltoi feroci ci sfamarono».
«Pensi che sia stato un movimento di conversione?».
9«No. Ma la carità, sia pure mossa dal pensiero che usando generosità ci avrebbero messi in condizioni di non tradirli…».
10«Ma noi non li avremmo traditi!», esclama Andrea.
11«No. Ma essi, gli infelici ladroni, non lo sanno. Nulla di spirituale opera in loro, carichi come sono di delitti».
12«Signore, Tu dicevi che la carità… Che volevi dire?», chiede Giovanni.
13«Volevo dire: la carità che ci hanno usata non sarà senza ricompensa, almeno nei migliori. La conversione, non avvenuta ora, può operarsi lentamente, ma può venire. É per questo che vi ho detto: “Non respingeteli nelle loro offerte”. E le ho accettate benché mi sapessero fetore di peccato».
«Ma Tu neppure ne hai mangiato…».
Un amore infinito (Insegnamento)
Fusi con Dio per potenza d’amore.
14«Ma non ho mortificato i peccatori col respingerli. Avevano un movimento iniziale di bontà. Perché distruggerlo? Quel torrente là in fondo non ha inizio dalla sorgiva che goccia da quel dirupo? Ricordatevelo sempre. É lezione per la vostra vita futura. Per quando Io non sarò più fra voi. Se troverete sulle vie dei vostri viaggi apostolici dei delinquenti, non siate come i farisei, i quali sprezzano tutti e non si curano di sprezzare per primi sé stessi, corrotti come sono. Ma avvicinateli con amore grande. Vorrei poter dire con ”infinito amore”. Lo dico, anzi. Ed è possibile che ciò avvenga anche se l’uomo è “finito, limitato” nei suoi atti e azioni. Sapete come l’uomo può possedere infinito amore? Essendo talmente unito a Dio da essere tutt’uno con Dio. Allora veramente, scomparendo la creatura nel Creatore, opera il Creatore, il quale è infinito. E così, uni col loro Dio per potenza di amore che tanto si stringe all’Origine da fondersi ad essa, devono essere gli apostoli miei. Non sarà per come parlerete, ma per come amerete che convertirete i cuori.
Ogni azione sovrabbondanza della carità.
15Troverete peccatori? Amateli. Soffrirete per discepoli che si traviano? Cercate di salvarli con l’amore. Ricordate la parabola della pecorella smarrita. Oh! per secoli e secoli essa sarà il richiamo dolcissimo lanciato ai peccatori. Ma sarà anche l’ordine sicuro dato ai sacerdoti miei. Con ogni arte, con ogni sacrificio, anche, a costo di perdere la vita nel tentativo di salvare un’anima, con ogni pazienza, voi dovrete andare cercando gli smarriti per riportarli all’Ovile. L’amore vi darà gaudio. Vi dirà: “Non temere”. Vi darà un potere di espansione nel mondo quale Io stesso non ebbi. Non deve più l’amore dei giusti futuri essere messo come un segno esteriore sul cuore e sul braccio, come dice il Cantico dei Cantici[75].
16Ma deve essere messo nel cuore. Deve essere la leva che spinge l’anima ad ogni azione. E ogni azione deve essere sovrabbondanza della carità che non si appaga più di amare Dio o il prossimo soltanto mentalmente, ma scende nell’agone, in lotta con i nemici di Dio, per amare Dio e prossimo anche contingentemente, in azioni anche materiali, vie ad azioni più vaste e perfette che terminano alla redenzione e santificazione dei fratelli.
17Per la contemplazione si ama Dio, ma per l’azione si ama il prossimo; né i due amori sono scissi perché uno solo è l’amore, e amando il prossimo amiamo Dio che ci comanda questo amore e che il prossimo ci ha dato per fratello. Non potrete voi, e non potranno dire i sacerdoti futuri, di essere miei amici se la carità vostra e di loro non si volgerà tutta alla salvezza delle anime per le quali Io mi sono incarnato e per le quali patirò. Io vi do l’esempio di come si ama. Ma ciò che Io faccio, voi, e quelli che verranno dopo di voi, dovete fare.
Nel fuoco dello Spirito Santo.
18Il nuovo tempo viene. Quello dell’amore. Io sono venuto a gettare questo fuoco nei cuori, ed esso crescerà ancora dopo la mia Passione e Ascensione e vi incendierà quando l’Amore del Padre e del Figlio scenderà a consacrarvi al ministero.
9Divinissimo Amore! A che tardi a consumare la Vittima e ad aprire gli occhi e le orecchie, a sciogliere le lingue e le membra a questo mio gregge, onde vada fra i lupi e insegni che Dio è Carità e che chi non ha in sé carità non è che un bruto e un demone? Oh! vieni, Spirito dolcissimo e fortissimo, e incendia la Terra, non per distruggerla ma per purificarla. Incendia i cuori! Fànne degli altri Me, dei Cristi, ossia degli unti dall’amore, operanti per amore, santi e santificanti per amore. Beati coloro che amano perché saranno amati, e non cesserà un momento la loro anima di cantare a Dio insieme agli angeli fino a che canteranno l’eterna gloria nella luce dei Cieli. Così sia di voi, amici miei. Ora andate e fate con amore ciò che vi ho detto».
381. La parabola del fattore infedele e accorto. Ipocrisia dei farisei e conversione di un esseno[76].
Il Verbo del Padre.
L’ora della bellezza per il triste monte.
1Molta folla è in attesa del Maestro ed è sparsa per le pendici più basse di un monte piuttosto isolato, perché emergente da un intreccio di valli che lo circondano e dalle quali le sue pendici sorgono, meglio, balzano dirute, a picco quasi, in certi posti proprio a picco. Per giungere alla cima, un sentiero intagliato nella roccia calcarea graffia le coste del monte con una serpentina, che in certi posti ha per confine da un lato la parete diritta del monte, dall’altro il precipizio che scoscende. E lo scabro sentiero giallastro cupo, tendente quasi al rossastro, pare un nastro gettato fra il verde polveroso di bassi cespugli spinosi, tutti aculei; direi che le foglie sono gli aculei stessi che coprono le pietrose e aride pendici, infioccandosi qua e là di un fiore vivace viola-rosso, simile ad un pennacchio o ad un batuffolo di seta strappato alle vesti di qualche malcapitato, passato per quella prunaia. E questa veste tormentosa, fatta di punte spinose, di un verde glauco, triste come fosse sparso di impalpabile cenere, si propaga per strisce anche alle basi del monte e nella pianura fra il monte e altri monti, tanto a nord-ovest come a sud-est, alternandosi ai primi posti dove sia vera erba e veri arbusti che non siano tortura e inutilità.
2La gente si è accampata su questi e attende paziente la venuta del Signore. Deve essere il giorno seguente al discorso agli apostoli, perché è fresca mattina e la rugiada non si è ancora evaporata su tutti gli steli. Specie in quelli più in ombra, ancora decora di sé spini e foglie, e tramuta in un fiocco diamantato i bizzarri fiori degli spinosi arbusti. L’ora della bellezza certo per il triste monte. Perché nelle altre ore, sotto il sole spietato o nelle notti lunari, deve avere l’orrido aspetto di un luogo di espiazione infernale.
3All’est, una ricca e vasta città si vede nella pianura fertilissima. E non si vede altro da questa costa, bassa ancora, dove sono i pellegrini, ma dalla cima l’occhio deve godere di una vista impareggiabile sulle zone vicine. Io credo che, per l’altezza del monte, si dovrebbe spaziare sul mar Morto e le zone a oriente di esso, come pure fino alle catene della Samaria e a quelle che nascondono Gerusalemme. Ma io sulla vetta non ci sono stata, e perciò…
4Gli apostoli circolano fra la folla cercando di tenerla quieta e ordinata, di mettere nei posti migliori i malati. Dei discepoli, forse quelli operanti nella zona e che avevano guidato presso i confini della Giudea i pellegrini vogliosi di sentire il Maestro, li aiutano a fare questo.
“Il Signore!”.
5L’apparizione di Gesù, bianco-vestito di lino ma ammantellato del rosso mantello per conciliare il caldo delle ore solari col fresco delle notti non ancora estive, è subitanea. Egli guarda, non visto, la gente che lo attende, e sorride. Pare provenire dal dietro (ovest) del monte, da una mezza altezza, e scende rapido per il sentieruolo difficile.
6È un fanciullo che, non so se per seguire un volo di uccelli annidati fra i cespugli e alzatisi a volo spaventati da un sasso che rotola dall’alto, o per attrazione di sguardo, vede Gesù e grida balzando in piedi: «Il Signore!».
7Tutti si volgono e vedono Gesù, ormai lontano un duecento metri al massimo. Fanno per correre a Lui, ma Egli, con il gesto delle braccia e la voce che giunge netta, forse per eco di monte, dice: «Rimanete dove siete». E sempre sorridendo scende fino a chi attende, fermandosi al punto più alto del pianoro. Di lì saluta: «La pace a voi tutti», e con un particolare sorriso ripete il saluto agli apostoli e discepoli che gli si sono stretti intorno.
Divinità traboccante.
8Gesù è raggiante di bellezza. Col sole in fronte e la costa verdastra del monte alle spalle, pare una visione di sogno. Le ore passate in solitudine, qualche fatto a noi ignoto, forse uno straripare su Lui delle paterne carezze, non so che, accentuano la sua sempre perfetta bellezza, la fanno gloriosa e imponente, pacifica, serena, direi ilare, come di chi torna da un convegno d’amore e seco porta la letizia di esso in tutto l’aspetto, nel sorriso, negli sguardi. Qui la testimonianza di questo convegno d’amore, che è divino, traluce moltiplicata per cento e cento di quanto solitamente è visibile dopo un convegno di povero amore umano, e il Cristo ne sfolgoreggia. E soggioga i presenti che, ammirati, lo contemplano in silenzio, come intimiditi dall’intuizione di un mistero di riunione dell’Altissimo col suo Verbo… È un segreto, una segreta ora d’amore fra il Padre e il Figlio. Nessuno la conoscerà mai. Ma il Figlio ne conserva il segno, quasi che, dopo essere stato il Verbo del Padre quale è in Cielo, a mala pena potesse tornare ad essere il Figlio dell’uomo. L’infinità, la sublimità stenta a tornare «l’Uomo». La divinità trabocca, esplode, irraggia dall’umanità come olio soave da una creta porosa o luce di fornace da un velo di vetri opachi.
9E Gesù china gli occhi raggianti, curva il volto beato, nasconde il prodigioso sorriso, curvandosi sui malati che carezza e guarisce e che guardano stupiti quel viso di sole e d’amore curvo sulla loro miseria per dare gioia. Ma poi si deve infine rialzare e deve mostrare alle turbe ciò che è il volto del Pacifico, del Santo, del Dio fatto Carne, tutt’ancora avvolto nella luminosità lasciata dall’estasi. Ripete: «La pace a voi». Persino la voce è più musicale del solito, infusa di note soavi e trionfali… Potente si spande sui muti ascoltatori, ricerca i cuori, li carezza, li scuote, li chiama ad amare.
10Meno quel gruppo di farisei, aridi e scabri, spinosi e arcigni più del monte stesso, che stanno come statue di incomprensione e livore in un angolo; meno l’altro che, tutto bianco e appartato, ascolta da un ciglio, e che sento indicare come «esseni» da Bartolomeo e l’Iscariota – e Pietro brontola: «E così c’è un pollaio di sparvieri di più!» – gli altri ne sono tutti scossi.
11«Oh! lasciali fare. Il Verbo è per tutti!», dice Gesù sorridendo al suo Pietro, alludendo agli esseni.
Insegnamento sul buon uso dei doni.
Dio non si inganna. Mai.
Poi inizia a parlare.
12«Bello sarebbe se l’uomo fosse perfetto come lo vuole il Padre dei Cieli. Perfetto in ogni suo pensiero, affetto, atto. Ma l’uomo non sa essere perfetto e usa male i doni di Dio, il quale ha dato all’uomo libertà di agire, comandando, però, le cose buone, consigliando le perfette, acciò l’uomo non potesse dire: “Io non sapevo”.
13Come usa l’uomo della libertà che Dio gli ha data? Come potrebbe usarne un bambino nella gran parte dell’umanità, o come uno stolto, o anche come un delinquente, nelle altre parti. Ma poi viene la morte, e allora l’uomo è soggetto al Giudice che chiederà severo: “Come usasti e abusasti di ciò che ti avevo dato?”. Tremenda domanda! Come allora men che festuche di paglia appariranno i beni della Terra, per i quali così spesso l’uomo si fa peccatore! Povero di una miserabilità eterna, nudo di una veste che nulla può surrogare, starà avvilito e tremante davanti alla maestà del Signore, né troverà parola per giustificarsi. Perché sulla Terra è facile giustificarsi, ingannando i poveri uomini. Ma in Cielo ciò non può accadere. Dio non si inganna. Mai. E Dio non scende a compromessi. Mai.
Sfruttare tutto per il Bene.
14Come allora salvarsi? Come fare servire tutto a salvezza, anche ciò che è venuto dalla Corruzione che ha insegnato i metalli e le gemme come strumenti di ricchezza, che ha acceso smanie di potere e appetiti di carne? Non potrà allora l’uomo, che per povero che sia può sempre peccare desiderando smoderatamente oro, cariche e donne – e talora diviene ladro di queste cose per avere ciò che il ricco aveva – non potrà allora l’uomo, ricco o povero che sia, salvarsi mai? Sì che può. E come? Sfruttando le dovizie per il Bene, sfruttando la miseria per il Bene. Il povero che non invidia, non impreca e non attenta a ciò che è d’altri, ma di ciò che ha si contenta, sfrutta il suo umile stato per averne santità futura e, in verità, la maggioranza dei poveri sa fare questo. Meno lo sanno fare i ricchi, per i quali la ricchezza è un continuo tranello di Satana, della triplice concupiscenza.
Parabola del fattore infedele.
amministrazione mancata (Lc 16,1-2)[77].
15Ma udite una parabola e vedrete che anche i ricchi possono salvarsi pur essendo ricchi, o riparare ai loro errori passati coll’uso buono delle ricchezze anche se male acquistate. Perché Dio, il Buonissimo, lascia sempre molti mezzi ai suoi figli perché si salvino.
16C’era dunque un ricco il quale aveva un fattore. Alcuni, nemici di questo perché invidiosi del buon posto che aveva, oppure molto amici del ricco e perciò premurosi del suo benessere, accusarono il fattore al suo padrone: “Egli dissipa i tuoi beni. Se ne appropria. Oppure trascura di farli fruttare. Sta’ attento! Difenditi!”.
17Il ricco, udite le ripetute accuse, comandò al fattore di comparirgli davanti. E gli disse: “Di te mi è stato detto questo e quello. Come mai hai agito in tal modo? Dammi il rendiconto della tua amministrazione perché non ti permetto più di tenerla. Non posso fidarmi di te e non posso dare un esempio di ingiustizia e di supinità che indurrebbe i conservi ad agire come tu hai agito. Va’ e torna domani con tutte le scritture, che io le esamini per rendermi conto della posizione dei miei beni prima di darli ad un nuovo fattore”.
Riflessione (Lc 16,3-4).[78].
18E licenziò il fattore, che se ne andò pensieroso dicendo fra sé: “E ora? Come farò ora che il padrone mi leva la fattoria? Economie non ne ho perché, persuaso come ero di farla franca, tanto usurpavo tanto godevo. Mettermi come contadino e sottoposto non mi va perché sono disusato al lavoro e appesantito dai bagordi. Chiedere l’elemosina mi va meno ancora. Troppo avvilimento! E che farò?”.
19Pensa e pensa, trovò modo di uscire dalla penosa situazione. Disse: “Ho trovato! Con lo stesso mezzo come mi sono assicurato un bel vivere fino ad ora, d’ora in poi mi assicurerò amici che mi ospiteranno per riconoscenza quando non avrò più la fattoria. Chi benefica ha sempre amici. Andiamo dunque a beneficare per essere beneficato e andiamoci subito, prima che la notizia si sparga e sia troppo tardi”.
Accortezza, scaltrezza (Lc 16,5-7)[79].
20E andato dai diversi debitori del suo padrone disse al primo: “Quanto devi tu al mio padrone per la somma che ti prestò alla primavera di tre anni fa?”.
E l’interrogato rispose: “Cento barili d’olio per la somma e gli interessi”.
“Oh! poverino! Tu, così carico di prole, tu afflitto da malattie nei figli, dover dare tanto?! Ma non ti dette per un valore di trenta barili?”.
“Sì. Ma avevo bisogno subito e lui mi disse: ‘Te lo do. Ma a patto che tu mi dia quanto la somma ti frutta in tre anni’. Mi ha fruttato per un valore di cento barili. E li devo dare”.
“Ma è un’usura! No. No. Lui è ricco e tu sei appena fuori della fame. Lui è con poca famiglia e tu con tanta. Scrivi che ti ha fruttato per cinquanta barili e non ci pensare più. Io giurerò che ciò è vero. E tu avrai benessere”.
“Ma non mi tradirai? Se lo viene a sapere?”.
“Ti pare? Io sono il fattore, e ciò che giuro è sacro. Fa’ come ti dico e sii felice”.
L’uomo scrisse, consegnò e disse: “Te benedetto! Mio amico e salvatore! Come compensarti?”.
“Ma in nessun modo! Vuol dire che, se per te avessi a soffrire ed essere cacciato, tu mi accoglierai per riconoscenza”.
“Ma certo! Certo! Contaci pure”.
21Il fattore andò da un altro debitore, tenendo su per giù lo stesso discorso. Costui doveva rendere cento staia di grano, perché per tre anni la secca aveva distrutto le sue biade e aveva dovuto chiederne al ricco per sfamare la famiglia.
“Ma non ci pensare a raddoppiare ciò che ti ha dato! Negare il grano! Esigerne il doppio da uno che ha fame e figli, mentre il suo tarla nei granai perché ce ne è in esuberanza! Scrivi ottanta staia”.
“Ma se si ricorda che me ne ha date venti e venti e poi dieci?”.
“Ma che vuoi che ricordi? Io te li ho dati e io non voglio ricordare. Fa’, fa’ così e mettiti a posto. Giustizia ci vuole fra poveri e ricchi! Io già, se ero io il padrone, volevo solo le cinquanta staia e forse condonavo anche quelle”.
“Tu sei buono. Fossero tutti come te! Ricordati che la mia casa ti è amica”.
22Il fattore andò da altri, tenendo lo stesso metodo, professandosi pronto a soffrire per rimettere le cose a posto con giustizia. E offerte di aiuti e benedizioni piovvero su lui.
Accortezza, scaltrezza (Lc 16,5-7)[80].
23Rassicurato sul domani, andò tranquillo dal padrone, il quale a sua volta aveva pedinato il fattore e scoperto il suo giuoco. Pure lo lodò dicendo: “La tua azione non è buona e per essa non ti lodo. Ma lodarti devo per la tua accortezza. In verità, in verità i figli del secolo sono più avveduti dei figli della luce”.
Il buon uso della disonesta ricchezza (Lc 16,9)[81].
24E ciò che disse il ricco Io pure vi dico: “La frode non è bella, e per essa Io non loderò mai nessuno. Ma vi esorto ad essere, almeno come figli del secolo, avveduti con i mezzi del secolo, per farli usare a monete per entrare nel regno della Luce“. Ossia con le ricchezze terrene, mezzi ingiusti nella ripartizione e usati per l’acquisto di un benessere transitorio che non ha valore nel Regno eterno, fatevene degli amici che vi aprano le porte di esso. Beneficate coi mezzi che avete, restituite quello che voi, o altri della vostra famiglia, hanno preso senza diritto, distaccatevi dall’affetto malato e colpevole per le ricchezze. E tutte queste cose saranno come amici che nell’ora della morte vi apriranno le porte eterne e vi riceveranno nelle dimore beate.
25Come potete esigere che Dio vi dia i suoi beni paradisiaci se vede che non sapete fare buon uso neppure dei beni terrestri? Volete che, per un impossibile supposto, ammetta nella Gerusalemme celeste elementi dissipatori? No, mai. Lassù si vivrà con carità e con generosità e giustizia. Tutti per Uno e tutti per tutti. La comunione dei santi è società attiva e onesta, è santa società. E nessuno che abbia mostrato di essere ingiusto e infedele può entrarvi.
Fedeltà in tutto e sempre (Lc 16,10-12). [82].
26Non dite: “Ma lassù saremo fedeli e giusti perché lassù tutto avremo senza temenze di sorta”. No. Chi è infedele nel poco sarebbe infedele anche se il Tutto possedesse, e chi è ingiusto nel poco ingiusto è nel molto. Dio non affida le vere ricchezze a chi nella prova terrena mostra di non sapere usare delle ricchezze terrene. Come può Dio affidarvi un giorno in Cielo la missione di spiriti sostenitori dei fratelli sulla Terra, quando avete mostrato che carpire e frodare, o conservare con avidità, è la vostra prerogativa? Vi negherà perciò il vostro tesoro, quello che per voi aveva conservato, dandolo a quelli che seppero essere avveduti sulla Terra, usando anche ciò che è ingiusto e malsano in opere che giusto e sano lo fanno.
Nessuno può servire a due padroni (Lc 16,13). [83].
27Nessun servo può servire due padroni. Perché o dell’uno o dell’altro sarà, o l’uno o l’altro odierà. I due padroni che l’uomo può scegliere sono Dio o Mammona. Ma se vuole essere del primo non può vestire le insegne, seguire le voci, usare i mezzi del secondo».
La volontà libera e la Legge.
Il libero arbitrio.
28Una voce si alza, dal gruppo degli esseni: «L’uomo non è libero di scegliere. È costretto a seguire un destino. Né diciamo che sia distribuito senza saggezza. Anzi la Mente perfetta ha stabilito, a proprio disegno perfetto, il numero di coloro che saranno degni dei Cieli. Gli altri inutilmente si sforzano di divenirlo. Così è. Diverso non può essere. Come uno, uscendo di casa, può trovare la morte per una pietra che si stacca dal cornicione, mentre uno nel più fitto di una battaglia si può salvare dalla più piccola ferita, ugualmente colui che vuole salvarsi, ma così non è scritto, non farà che peccare anche senza saperlo, perché è segnata la sua dannazione».
29«No, uomo. Così non è, e ricrediti. Pensando così tu fai grave ingiuria al Signore».
«Perché? Dimostramelo ed io mi ravvedrò».
30«Perché tu, dicendo questo, ammetti mentalmente che Dio è ingiusto verso le sue creature. Egli le ha create in ugual modo e con uno stesso amore. Egli è un Padre. Perfetto nella sua paternità come in ogni altra cosa. Come può allora fare distinzioni, e quando un uomo viene concepito maledirlo mentre è innocente embrione? Sin da quando è incapace di peccare?».
«Per avere una rivalsa all’offesa avuta dall’uomo».
31«No. Non così si rivale Dio! Egli non si accontenterebbe di un misero sacrificio quale questo, e di un ingiusto, forzato sacrificio. La colpa a Dio può essere solo levata dal Dio fatto Uomo. Egli sarà l’Espiatore. Non questo o quell’uomo. Oh! fosse stato possibile che Io avessi a levare solo la colpa d’origine! Che nessun Caino avesse avuto la Terra, nessun Lamec[84], nessun corrotto sodomita[85], nessun omicida, ladro, fornicatore, adultero, bestemmiatore, nessuno senza amore ai genitori, nessun spergiuro, e così via! Ma di ognuno di questi peccati non Dio, ma il peccatore è colpevole e autore. Dio ha lasciato libertà ai figli di scegliere il Bene o il Male».
Il serpente tentatore.
32«Non fece bene», urla uno scriba. «Ci ha tentati oltre misura. Sapendoci deboli, ignoranti, avvelenati, ci ha messi in tentazione. Ciò è imprudenza o malvagità. Tu che sei giusto devi convenire che dico una verità».
33«Dici una menzogna per tentarmi. Dio ad Adamo ed Eva aveva dato tutti i consigli, e a che servì?».
«Fece male anche allora. Non doveva mettere l’albero, la tentazione, nel Giardino».
34«E allora dove il merito dell’uomo?».
«Ne faceva senza. Viveva senza proprio merito e per unico merito di Dio».
«Essi ti vogliono tentare, Maestro. Lascia quei serpi e ascolta noi che viviamo in continenza e meditazione», grida di nuovo l’esseno.
35«Sì, vi vivete. Ma malamente. Perché non vivervi santamente?».
Convenienza della risurrezione del corpo.
36L’esseno non risponde a questa domanda, ma chiede: «Come mi hai detto ragione persuasiva sul libero arbitrio, ed io la mediterò senza malanimo sperando poterla accettare, or dimmi. Credi Tu realmente in una risurrezione della carne e in una vita degli spiriti completati da essa?».
37«E vuoi che Dio ponga fine così alla vita dell’uomo?».
«Ma l’anima… Posto che il premio la fa beata, a che serve far risorgere la materia? Aumenterà ciò il gaudio dei santi?».
38«Niente aumenterà il gaudio che un santo avrà quando possederà Iddio. Ossia una cosa sola lo aumenterà l’ultimo Giorno: quello di sapere che il peccato non è più. Ma non ti pare giusto che, come durante questo giorno carne e anima furono unite nella lotta per possedere il Cielo, nel Giorno eterno carne e anima siano unite per godere il premio? Non ne sei persuaso? E allora perché vivi in continenza e meditazione?».
39«Per… per essere maggiormente uomo, signore sopra gli altri animali che ubbidiscono agli istinti senza freno, e per essere superiore alla maggior parte degli uomini che sono imbrattati di animalità anche se ostentano filatterie e fimbrie, e zizit, e larghe vesti, e si dicono “i separati”».
40Anatema! I farisei, ricevuta in pieno la frecciata che fa mormorare di approvazione la folla, si contorcono e gridano come ossessi. «Egli ci insulta, Maestro! Tu sai la santità nostra. Difendici», urlano gesticolando.
41Gesù risponde: «Anche egli sa la vostra ipocrisia. Le vesti non corrispondono alla santità. Meritate di esser lodati e potrò parlare. Ma a te, esseno, Io rispondo che troppo per poco ti sacrifichi. Perché? Per chi? Per quanto? Per una lode umana. Per un corpo mortale. Per un tempo rapido come volo di falco. Eleva il tuo sacrificio. Credi al Dio vero, alla beata risurrezione, alla volontà libera dell’uomo. Vivi da asceta. Ma per queste ragioni soprannaturali. E con la carne risorta godrai dell’eterna gioia».
Importanza del pentimento e la conversione.
42«È tardi! Sono vecchio! Ho forse sciupato la mia vita stando in una setta d’errore… È finita!…».
43«No. Mai finita per chi vuole il bene! Udite, o voi peccatori, o voi che siete negli errori, o voi, quale che sia il vostro passato. Pentitevi. Venite alla Misericordia. Vi apre le braccia. Vi indica la via. Io sono fonte pura, fonte vitale. Gettate le cose che vi hanno traviato fin qui. Venite nudi al lavacro. Rivestitevi di luce. Rinascete. Avete rubato come ladroni sulle vie, o signorilmente e astutamente nei commerci e nelle amministrazioni? Venite. Avete avuto vizi o passioni impure? Venite. Siete stati oppressori? Venite. Venite. Pentitevi. Venite all’amore e alla pace. Oh! ma lasciate che l’amore di Dio possa riversarsi su di voi. Sollevatelo questo amore in ambascia per la vostra resistenza, paura, titubanza. Io ve ne prego in nome del Padre mio e vostro. Venite alla Vita e alla Verità, e avrete la vita eterna».
Ciò che è abominevole dinanzi a Dio (Lc 16,14-15)[86].
Un uomo dalla folla grida: «Io sono ricco e peccatore. Che devo fare per venire?».
44«Rinuncia a tutto per amore di Dio e della tua anima».
45I farisei mormorano e scherniscono Gesù come «venditore di illusioni e di eresie», come «peccatore che si finge santo», e lo ammoniscono che gli eretici sono sempre eretici, e tali sono gli esseni. Dicono che le conversioni subitanee non sono che esaltazioni momentanee e che l’impuro sarà sempre tale, il ladro ladro, l’omicida omicida, terminando col dire che solo loro, che vivono in santità perfetta, hanno diritto al Cielo e alla predicazione.
46«Era un giorno felice. Una semina di santità cadeva nei cuori. Il mio amore, nutrito dal bacio di Dio, dava ai semi vita. Il Figlio dell’uomo era beato di santificare… Voi mi avvelenate il giorno. Ma non importa. Io vi dico – e, se dolce non sarò, di voi è la colpa – Io vi dico che voi siete di quelli che si mostrano giusti, o tentano di farlo, al cospetto degli uomini, ma giusti non siete. Dio conosce i vostri cuori. Ciò che è grande al cospetto degli uomini è abominevole dinanzi all’immensità e perfezione di Dio.
La legge è amore (Lc 16,16)[87].
47Voi citate la Legge antica. Perché allora non la vivete? Voi modificate a vostro pro la Legge, aggravandola di pesi che vi danno utilità. Perché allora non lasciate che Io la modifichi a pro di questi piccoli, levando da essa tutti gli zizit e i telefin pesanti, inutili, dei precetti fatti da voi, tali e tanti che la Legge essenziale scompare sotto di essi e muore affogata? Io ho pietà di queste turbe, di queste anime che cercano il respiro nella Religione e trovano il nodo scorsoio. Che cercano l’amore e trovano il terrore…
48No. Venite, o piccoli d’Israele. La Legge è amore! Dio è amore! Così Io dico agli intimoriti da voi. La Legge severa e i profeti minaccianti che mi hanno predetto, ma non sono riusciti a tenere indietro il peccato nonostante gli urli del loro profetare angoscioso, sono fino a Giovanni. Da Giovanni in poi viene il Regno di Dio, il Regno dell’amore. Ed Io dico agli umili: “Entratevi. È per voi”. Ed ognuno di quelli di buona volontà si sforza ad entrarvi. Ma per coloro che non vogliono curvare il capo, battersi il petto, dire: “Ho peccato”, non vi sarà il Regno. È detto: “Circoncidete il vostro cuore senza indurare più la vostra cervice”.
La Legge durerà quanto la terra (Lc 16,17)[88].
49Questa terra vide il prodigio di Eliseo che fece dolci le acque amare col gettarvi dentro il sale. Ed Io non getto il sale della Sapienza nei vostri cuori? E allora perché siete inferiori ad acque e non mutate lo spirito vostro? Intridete nelle vostre formule il mio sale e avranno novello sapore, perché ridaranno alla Legge la primitiva forza. In voi, prima di tutti, i più bisognosi. Voi dite che Io muto la Legge? No. Non mentite. Io rendo alla Legge la sua primitiva forma da voi travisata. Perché è legge che durerà quanto la Terra, e prima spariranno cielo e terra che uno solo dei suoi estremi o dei suoi consigli.
Fedeltà sino alla morte (Lc 16,18)[89].
50E se voi la mutate, perché così vi piace, e sottilizzate cercando scappatoie alle vostre colpe, sappiate che ciò non giova. Non giova, o Samuele! Non giova, o Isaia! Sempre è detto: “Non fare adulterio”, e Io completo: “Chi rimanda una sposa per prenderne un’altra è adultero, e chi sposa una ripudiata dal marito è adultero, perché ciò che Dio ha unito solo la morte può dividere”.
51Ma le parole dure sono per i peccatori impenitenti. Coloro che hanno peccato, ma si dolgono con desolazione per averlo fatto, sappiano, credano che Dio è Bontà, e vengano a Colui che assolve, perdona e ammette alla Vita. Andate con questa certezza. Spargetela nei cuori. Predicate la misericordia che vi dà la pace benedicendovi nel nome del Signore».
52La gente sfolla lentamente, sia perché il sentiero è stretto, sia perché Gesù l’attrae. Ma sfolla…
Guarigione dello spirito.
53Restano gli apostoli con Gesù e, parlando, s’incamminano. Cercano ombra camminando presso un piccolo boschetto di tamerici scapigliati. Ma dentro vi è un esseno. Quello che ha parlato con Gesù. Si sta spogliando delle vesti bianche.
54Pietro, che è avanti a tutti, resta di stucco vedendo che l’uomo si riduce con le sole brache corte, e corre indietro dicendo: «Maestro! Un matto! Quello che parlava con Te, l’esseno. Si è messo nudo e piange e sospira. Non possiamo andar là».
55Ma l’uomo, magro, barbuto, nudo affatto nel corpo, meno le corte brache e i sandali, già esce dal folto del boschetto e viene verso Gesù piangendo e battendosi il petto. Si prostra: «E io sono il miracolato nel cuore. Mi hai guarito lo spirito. Ubbidisco alla tua parola. Mi rivesto di luce lasciando ogni altro pensiero che mi fosse veste d’errore. Mi separo per meditare il Dio vero, per ottenere vita e risurrezione. Basta così? Indicami il nuovo nome e un luogo in cui vivere di Te e delle tue parole».
56«È matto! Non sappiamo viverci noi che ne sentiamo tante! E lui… per un solo discorso…», dicono fra loro gli apostoli.
57Ma l’uomo, che sente, dice: «E volete mettere termini a Dio? Egli mi ha infranto il cuore per darmi uno spirito libero. Signore! …», supplica tendendo le braccia a Gesù.
58«Sì. Chiamati Elia e sii fuoco. Quel monte è pieno di caverne. Va’ in esso, e quando sentirai scuotere la terra per tremendo terremoto esci e cerca i servi del Signore per unirti a loro. Sarai rinato per essere servo tu pure. Va’».
59L’uomo gli bacia i piedi, si alza e si avvia.
«Ma va così nudo?», chiedono sbalorditi.
60«Dategli un mantello, un coltello, un’esca e un acciarino, e un pane. Camminerà oggi e domani, e poi, dove sostammo, si ritirerà in preghiera e il Padre provvederà a suo figlio».
61Andrea e Giovanni partono di corsa e lo raggiungono mentre sta per scomparire dietro una svolta.
62Tornano dicendo: «Li ha presi. Gli abbiamo anche indicato il luogo dove eravamo. Che preda impensata, Signore!».
63«Dio anche sulle rocce fa fiorire i fiori. Anche nei deserti dei cuori fa sorgere spiriti di volontà per mio conforto. Ora andiamo verso Gerico. Sosteremo in qualche casa di campagna».
382. Sosta ristoratrice in casa di Niche, che dovrà sovvenire l’esseno penitente[90].
L’accoglienza: rito di fraterno amore.
Fornace sotto il sole.
1La strada, per quanto tagli delle verdi campagne, bordate fino al ciglio della via da alberi fronzuti, è una fornace sotto il sole meridiano. Dai campi, dove le messi si avviano rapidamente alla maturazione, viene un calore e un odore di forno in cui il fior della farina si muti in pane. La luce è abbagliante. Ogni spiga pare una piccola lampada d’oro fra le glume d’oro e le reste pungenti, e lo sfaccettìo del sole sulla paglia degli steli è tormentoso all’occhio come quello della strada, abbacinante di sole. Invano l’occhio cerca sollievo sulle fronde. Se si alza a cercarle, ancor più si dà in balia del sole spietato e deve riabbassarsi subito, per fuggire quella violenza, e stringersi, ridursi ad un taglio sottile fra le ciglia polverose, arrossate, dolenti. Il sudore fa righe lucide sulle guance polverose. I piedi stanchi si trascinano sollevando nuova polvere che tormenta, tormenta, tormenta.
2Gesù conforta i suoi stanchi apostoli. Per quanto sudi Lui pure, si è messo sul capo, a difesa del sole, il mantello, e consiglia gli altri a imitarlo. E quelli ubbidiscono senza parlare. Troppo spossati per trovare fiato ad una delle abituali lamentele. Vanno come ubriachi…
3«Confortatevi. Ecco una casa là fra i campi…», dice Gesù.
«Se è come le altre… non c’è che lo sconforto di fare molto cammino fra i campi ardenti senza scopo», brontola dentro al mantello Pietro. E gli altri confermano con un «uhm!» sconsolato.
4«Vado Io. Voi rimanete qui, sotto questo poco d’ombra».
«No. No. Veniamo noi pure. Almeno un pozzo ce lo avranno, qui dove l’acqua non manca… e berremo per spegnere il fuoco che abbiamo dentro».
5«Bere così accaldati vi farebbe male».
«Moriremo… ma sarà sempre meglio di quanto abbiamo ora…».
Casa di accoglienza.
6Gesù non ribatte nulla. Sospira e va avanti per il primo, per un sentieruolo fra i campi di messi. I campi non giungono sino alla casa, ma si fermano ai limiti di un frutteto meraviglioso, ombroso, temperato nella luce e nel calore che fa un anello opimo e ristoratore intorno alla casa. E gli apostoli, con un «ah!» di sollievo, ci si ficcano dentro.
7E Gesù va avanti, incurante delle loro richieste di sostare alquanto. Un tubare di colombi, un cigolio di carrucole, delle quiete voci di donna giungono dalla casa e si spargono nel silenzio assolato della campagna.
8Gesù sbuca su un piazzaletto che circonda la casa, come un marciapiede largo e pulito sul quale una pergola d’uva stende un ricamo di fronde e una protettrice ombria. Due pozzi, uno al lato destro, uno al sinistro della casa, ombreggiati dalla vite. Delle aiuole contro i muri della casa. Tende leggere, a righe oscure, ondeggiano alle porte aperte. Voci di donne e muovere di stoviglie escono da una stanza. Gesù si dirige a quella, e al suo passare una dozzina di colombi, che becchettavano delle granaglie sparse al suolo, prendono il volo con grande sbatacchio d’ali. Il rumore attira l’attenzione di chi è nella stanza, ed è contemporaneo lo scostarsi della tenda per opera di Gesù, che la sposta con la mano a destra, e per opera di una servente che la sposta a sinistra rimanendo stupita davanti allo Sconosciuto.
9«La pace a questa casa! Posso, come pellegrino, avere ristoro?», dice Gesù stando sulla soglia di questa stanza, che è una vasta cucina nella quale le serventi stanno rigovernando le stoviglie, usate per il pasto del mezzodì.
10«La padrona non ti respingerà. Vado ad avvertirla».
«Ho con Me altri dodici, però, e se dovessi avere ristoro per Me solo preferirei non averlo affatto».
«Lo diremo alla padrona e certo…».
Accoglienza cristiana.
11«Maestro e Signore! Tu qui? Da me? Quale grazia è mai questa?», interrompe una voce; e una donna, Niche, viene avanti lesta, inginocchiandosi a baciare i piedi di Gesù.
12Le serventi sono come statue. Quella che lavava i piatti è rimasta col cencio nella destra e un piatto gocciolante nella sinistra, arrossata dall’acqua bollente. Un’altra, intenta a lucidare i coltelli, seduta al suolo sui calcagni in un angolo, si drizza sui ginocchi per vedere meglio, e i coltelli cadono con fracasso al suolo. Una terza, intenta a svuotare dalla cenere i fornelli, alza il viso incenerato e resta così, emergente dal livello del focolare a bocca aperta.
13«Qui sono. Ci hanno respinti da molte case. Siamo stanchi e assetati».
14«Oh! Vieni! Vieni! Non qui. Nelle sale di settentrione che sono fresche e ombrose. E voi preparate acque per le membra e bevande aromatiche. E tu, fanciulla, corri a destare il fattore, che ti sovvenga per le prime vivande, in attesa del banchetto…».
15«No, Niche! Non sono l’ospite mondano. Sono il tuo Maestro perseguitato. Ti chiedo ricovero e amore più che cibo. Pietà chiedo. Più per i miei amici che per Me stesso…».
16«Sì, Signore. Ma quando avete fatto l’ultimo pasto?».
«Essi non so. Io ieri, all’aurora, con loro».
17«Vedi dunque… Non farò sprechi. Ma come una sorella o una madre darò a tutti il necessario e a Te, come serva e discepola, darò onore e aiuto. Dove sono i fratelli?».
«Nel frutteto. Ma forse già vengono. Sento le voci».
18Niche corre fuori e li vede e li chiama e poi li conduce insieme a Gesù in un fresco vestibolo, dove già sono catini e asciugamani e dove possono ristorarsi viso, braccia e piedi dal polverone e dal sudore.
19«Ve ne prego. Posate le vesti così accaldate. Date subito tutto alle serventi. Gran ristoro sarà avere vesti monde e sandali freschi. E poi venite a quella sala. Là vi attendo».
E Niche se ne va, chiudendo la porta…
Pietro è lavorabile come una pasta.
20…«Ah! si sta pur bene in quest’ombra e così rinfrescati!», sospira Pietro entrando nella sala dove Niche li attende, premurosa e rispettosa.
21«La mia gioia per potervi dare sollievo è certo più grande del tuo stesso sollievo, o apostolo del mio Signore».
22«Uhm! Apostolo… Già… Ma senti, Niche, facciamo alla buona. Tu senza fare pesare che sei ricca e sapiente, io senza far pesare che sono apostolo. Così… da buoni fratelli che hanno bisogno l’uno dell’altro per l’anima e per la carne. Mi fa troppo… paura a pensare che sono “apostolo”».
23«Paura di che?», chiede stupefatta la donna e sorride.
«Di… di essere troppo… troppo grosso rispetto alla creta che sono, e di dover crollare per il peso… Paura di… andare in gallo per la superbia… Paura che… con l’idea che sono l’apostolo, gli altri… i discepoli voglio dire, e le anime buone, mi stiano alla larga, tacendo anche se sbaglio… E questo io non lo voglio, perché fra i discepoli, anche fra quelli che credono, così, semplicemente e solamente, ci sono tanti che sono meglio di me, chi in questo e chi in quello, e io voglio fare come… come quell’ape lì, che è entrata e dalle ceste di frutta che hai fatto portare per noi si è succhiata un poco di questo e un poco di quello, e ora ci mette, a compimento, i succhi di quei fiori, e poi andrà fuori a succhiare trifogli e fiordalisi, camomille e convolvoli. Prende da tutti. E io ho bisogno di fare come lei…».
24«Ma tu succhi il più bel fiore! Il Maestro».
25«Sì, Niche. Ma da Lui imparo a divenire figlio di Dio. Dagli uomini buoni imparerò a divenire uomo».
«Lo sei».
26«No, donna. Sono poco meno di un animale. E non so proprio come il Maestro mi sopporti…».
27«Ti sopporto perché sai ciò che sei, e perciò sei lavorabile come una pasta. Ma se fossi resistente, caparbio, superbo soprattutto, ti caccerei come un demonio», dice Gesù.
L’ angelo dei Pellegrini.
28Entrano delle serventi con tazze di latte freddo e anfore porose dove i liquidi sono certo molto freschi.
«Vogliate ristorarvi», dice Niche.
29«Dopo potrete riposare fino a sera. La casa ha stanze e letti. E non li avessi darei i miei per il vostro ristoro. Maestro, io mi ritiro per le cure della casa. Sapete tutti dove trovarmi e trovare le serventi».
«Va’ e non ti crucciare per noi».
30Niche esce. Gli apostoli fanno onore allo spuntino che è stato offerto. E mangiando con allegro appetito parlano e commentano.
«Buona frutta!».
31«E buona discepola».
«Bella casa. Non lussuosa ma senza miseria».
32«E retta da una che è dolce e forte insieme. Ordine, nitore, rispetto e nello stesso tempo amorevolezza».
33«Che bei campi ha intorno! Una ricchezza!».
«Sì. E una fornace! …», dice Pietro, che non è ancora dimentico di ciò che ha sofferto.
Gli altri ridono.
«Però qui si sta bene. Ma lo sapevi che Niche stava qui?», chiede Tommaso.
34«Non più di quanto lo sapeste voi. Sapevo che presso Gerico aveva delle terre di recente acquisto. Non più di così. Il caro angelo dei pellegrini ci ha guidati»[91].
35«Veramente ha guidato Te. Noi non volevamo venire».
36«Io ero pronto a buttarmi a terra e a farmi bruciare dal sole piuttosto che fare più un passo», dice Matteo.
37«Non si può più camminare di giorno. Quest’anno il sole è forte molto presto. Sembra che stia impazzendo esso pure».
38«Sì, cammineremo alle prime ore del giorno e nella sera. Ma presto andremo sui monti. Là è più temperato il caldo».
39«A casa mia?», chiede l’Iscariota.
«Sì, Giuda. E a Jutta e a Ebron».
«Ma non ad Ascalona, eh?».
40«No, Pietro. Andremo dove ancora non si è andati. Ma certo avremo anche sole e calore. Un poco di sacrificio per amor mio e delle anime. Ora riposatevi. Io esco a pregare nel frutteto».
41«Ma non sei mai stanco, Tu? Non sarebbe meglio che riposassi Tu pure?», chiede Giuda d’Alfeo.
«Forse il Maestro vuole fermarsi qui…», osserva lo Zelote.
42«No. All’alba partiremo per guadare il fiume nelle ore fresche».
«Dove andiamo oltre Giordano?».
43«Le turbe tornano dopo la Pasqua alle case. A Gerusalemme da troppi fui cercato invano. Predicherò e sanerò al guado. Poi andremo a ordinare la casetta di Salomon. Ci sarà preziosa…».
«Ma non torniamo in Galilea?».
44«Andremo anche là. Ma molto staremo in queste parti meridionali e sarà prezioso un ricovero. Dormite. Io vado».
Un rito di fraterno amore.
45La cena deve avere avuto luogo. É notte. Rugiade abbondanti che cadono sonando dai cornicioni sulle foglie della vite. Stelle inverosimili in cielo. Un numero incalcolabile di stelle nelle quali lo sguardo si smarrisce. Canti di grilli e di uccelli notturni e silenzio della campagna.
46Gli apostoli si sono ritirati già. Ma Niche è alzata e ascolta il Maestro.
47Lui è seduto rigidamente su un sedile di pietra contro la casa. La donna è in piedi, davanti a Lui, in posa di attento rispetto. Gesù deve terminare un discorso già avviato. Dice: «Sì. L’osservazione è giusta. Ma ero certo che al penitente, meglio, al “rinascente”, non sarebbe mancato l’aiuto del Signore. Mentre si cenava e tu interrogavi servendo, Io pensavo che l’aiuto sei tu. Hai detto: “Io non posso seguirti che per brevi periodi, perché la casa e la servitù nuova vanno sorvegliate”. E ti rammaricavi di ciò, dicendo che se avessi saputo di trovarmi subito non avresti fatto l’acquisto che ti lega. Tu vedi che esso ha servito ad ospitare gli evangelizzatori. Dunque buono è. Ma puoi servire ancora… In attesa di servire perfettamente il tuo Signore. Io ti chiedo un servizio per amore di quell’anima che sta rinascendo, che è piena di buona volontà ma che è molto debole. L’eccesso di penitenza potrebbe angosciarla, e Satana servirsi di quell’angoscia».
«Che devo fare, o mio Signore?».
48«Andare. Ad ogni luna andare come fosse un rito. Lo è. È un rito di fraterno amore. Andrai al Carit e, salendo per il sentiero fra i roveri, chiamerai: “Elia! Elia!”. Egli si affaccerà stupito e tu lo saluterai così: “La pace a te, fratello, in nome di Gesù il Nazareno”. Gli porterai tanti pani biscottati quanti sono i giorni di una luna. Nulla più nell’estate. Dai Tabernacoli in poi, insieme ai pani gli porterai quattro log di olio ogni mese. E ai Tabernacoli gli porterai una veste caprina, pesante e che non si bagna, e una coperta. Non più».
«E nessuna parola?».
49«Quelle strettamente utili. Ti chiederà di Me. Dirai ciò che sai. Ti confiderà le sue dubitanze, speranze e accasciamenti. Tu dirai ciò che la tua fede e la tua pietà ti ispirano. Non durerà molto, d’altronde, il sacrificio… Neppure dodici lune… Vuoi essere pietosa a Me e al penitente?».
«Sì, mio Signore… Ma perché tanto mesto?».
La Veronica del volto sacro di Gesù.
50«E tu perché piangi?».
«Perché nelle tue parole sento presagio di morte… Tanto presto ti perderò, Signore?».
Niche piange nel suo velo.
51«Non piangere! Sarà tanta pace per Me, dopo… Non più odio. Non più agguati. Non più tutto questo… orrore del peccato su Me, intorno a Me… Non più vicinanze atroci… Oh! non piangere, Niche! Il tuo Salvatore sarà in pace. Vittorioso sarà…».
«Ma prima… ma prima… Col marito mio sempre leggevamo i profeti… E tremavamo d’orrore per le parole di Davide e Isaia[92]… Ma proprio, proprio così sarà di Te?».
52«Questo e più ancora…».
«Oh!… Chi ti darà sollievo? Chi ti farà morire con… speranza ancora?».
53«L’amore dei discepoli e specie delle discepole fedeli».
54«Anche il mio, allora. Perché io a nessun costo sarò lontana dal mio Redentore. Solo… oh! Signore! Esigi da me ogni penitenza, ogni sacrificio, ma dammi un coraggio virile per quell’ora. Quando Tu sarai “come un coccio disseccato”, “con la lingua attaccata al palato” per la sete, quando sembrerai “il lebbroso che si copre il volto”, fa’ che io ti conosca Re dei re e ti sovvenga come ancella devota. Non mi nascondere il tuo volto torturato, o Dio mio! Ma, come ora lasci che io mi bei nel fulgore di Te, Stella del mattino, fa’ che io possa guardarti allora e il tuo volto si imprima nel mio cuore che, oh! anche il mio come il tuo, sarà molle come cera, in quel giorno, per il dolore…». Niche è ora in ginocchio, quasi prostrata, e ogni tanto alza il volto lacrimoso a guardare il suo Signore, candore di carne nel candore della luna contro lo scuro della muraglia.
55«Avrai tutto questo. E Io avrò la tua pietà. Salirà con Me sul mio patibolo e da lì salirà con Me al Cielo. La tua corona in eterno. Angeli e uomini diranno di te la lode più bella: “Nell’ora della sventura, del peccato, del dubbio, ella fu fedele, non peccò e soccorse il suo Signore”. Alzati, donna. E che tu sia benedetta fin da ora e per sempre».
56Le impone le mani mentre essa sta per sorgere in piedi, e poi rientrano nella casa silenziosa, per il riposo della notte.
383. Discorso presso il guado del Giordano dopo l’atto sfrontato
di una meretrice[93].
Le terme romane.
Al guado fra Gerico e Betabara.
1Le rive del Giordano presso il guado sono simili in tutto ad un accampamento di nomadi, in questi giorni di ritorno delle carovane verso i paesi di residenza. Tende, o anche semplicemente coperte, stese da tronco a tronco, appoggiate su dei rami piantati al suolo, legate all’alta sella di un cammello, fissate, insomma, in qualche modo, tanto da permettere di ficcarcisi sotto, al riparo della guazza che deve essere addirittura una pioggia in questi luoghi sotto il livello del mare, sono sparse da per tutto lungo i boschi che fanno una cornice verde intorno al fiume.
2Quando Gesù coi suoi giunge presso le rive, a nord del guado, gli accampamenti stanno svegliandosi piano piano. Gesù deve essere partito dalla casa di Niche proprio al primo albore, perché ora non è ancor piena l’aurora e bello, fresco, sereno è l’aspetto del luogo. I più solleciti, destati dai nitriti, dai ragli, dai versacci di cavalli, asini e cammelli, e dalle risse o dai canti di centinaia di passeri e altri uccelli fra le fronde dei salici, dei canneti, o delle alte piante che fanno gallerie verdi sopra le sponde fiorite, cominciano a sgusciare da sotto le tende variopinte e scendere al fiume per lavarsi.
3Qualche pianto di bambino e voci dolci di madri che parlano ai figli. La vita torna in tutte le sue manifestazioni, minuto per minuto. Dalla vicina Gerico vengono venditori d’ogni specie e nuovi pellegrini, guardie e soldati preposti alla sorveglianza e al mantenimento dell’ordine, in questi giorni in cui tribù d’ogni regione si incontrano e non si risparmiano insulti e rimproveri, e nei quali anche non devono essere infrequenti i furti da parte dei ladroni che si mescolano alle turbe in veste di pellegrini, in realtà per commettere ladronerie, né mancano donne pubbliche che cercano di fare il loro pellegrinaggio pasquale, ossia carpire ai pellegrini più doviziosi e più lussuriosi denaro e regali a compenso di un’ora di piacere, nella quale miseramente si annullano tutte le purificazioni pasquali… Le donne oneste, che sono fra i pellegrini insieme ai consorti o ai figli già adulti, stridono come gazze inquiete per richiamare a loro i loro uomini che si incantano, o così sembra alle mogli o madri, ad osservare le meretrici. Queste ridono sfrontate e rispondono per le rime alle… qualifiche che le oneste propinano loro. Gli uomini, specie i soldati, ridono e non rifiutano di scherzare con le donne pubbliche. Qualche israelita, veramente rigido di morale o solo ipocritamente rigido, si allontana sdegnato, e altri… anticipano l’alfabeto dei sordomuti perché a cenni si intendono veramente bene con le mondane.
Terme romane.
4Gesù non segue la strada diretta che lo porterebbe in mezzo all’accampamento. Ma scende sul greto del fiume, si scalza e cammina dove già l’acqua lambe le erbe. E gli apostoli lo seguono. I più anziani, quelli più intransigenti, brontolano: «E dire che qui il Battista predicò penitenza!».
5«Già! E meno di un portico di terme romane è divenuto questo luogo!».
«Né sdegnano di trovarvi sollazzo quelli che si dicono santi!».
«Hai visto anche tu?».
«Ho gli occhi in testa anche io. Ho visto! Ho visto…»
6I più giovani o i meno severi – ossia Giuda di Keriot, che ride e guarda molto attentamente ciò che succede negli accampamenti e non sdegna di contemplare le belle sfrontate, venute in cerca di clienti; e Tommaso, che se la ride vedendo le ire delle mogli e gli sdegni dei farisei; e Matteo che, peccatore un tempo, non può parlare severamente contro il vizio e i viziosi, e si limita a sospirare e scuotere il capo; e Giacomo di Zebedeo, che osserva senza interesse e senza critiche, con indifferenza – vanno in coda alla piccola loro turba, che ha sul davanti Gesù fra Andrea, Giovanni, Giuda e Giacomo di Alfeo.
7Il viso di Gesù è chiuso, marmoreo come fosse intagliato in una pietra. E sempre più si chiude quanto più, dall’alto dell’argine, vengono a Lui frasi ammirative, o discorsi procaci fra un uomo poco onesto e una donna di piacere. Guarda sempre avanti a Sé, fissamente. Non vuole vedere. E la sua intenzione è ben chiara in tutto il suo aspetto.
Nella carne sozza l’anima è profanata.
8Ma un giovane, molto riccamente vestito, che con altri suoi pari sta parlando con due mondane, dice forte a una di queste: «Vai, vai! Vogliamo ridere un poco. Offriti! Consolalo! É triste perché, povero come è, non può comperarsi femmine».
9Gesù ha un’onda di rossore sul viso d’avorio e poi torna pallido. Ma non volge l’occhio. Il colore che si altera è l’unico segno che Egli ha sentito.
10La sfrontata, tutto un suonar di monili fra leggero svolazzar di vesti, salta con un grido lezioso dal basso argine sul greto e trova modo, nel farlo, di far balenare molte segrete bellezze. Piomba proprio ai piedi di Gesù e, tutta un trillo di risa sulla bella bocca e un invito di occhi e di forme, grida: «Oh! bello fra i nati di donna! Per un bacio della tua bocca tutta me stessa senza mercede!».
11Giovanni, Andrea Giuda e Giacomo d’Alfeo sono paralizzati di scandalizzato stupore e non sanno fare un gesto. Ma Pietro! Fa un balzo da pantera e dal suo gruppo piomba sulla malcapitata, che è in ginocchio mezzo rovesciata indietro, la scrolla, la alza, la scaglia con un epiteto tremendo contro l’argine e le carica addosso per darle il resto.
12Gesù dice: «Simone!». Un grido in cui è più che un discorso.
E Simone torna, rosso d’ira, al suo Signore. «Perché non mi lasci punirla?».
13«Simone, non si punisce la veste che si è sporcata. Ma la si lava. Colei ha per veste la sua carne sozza e la sua anima è profanata. Preghiamo per detergerla e nell’anima e nella carne».
14E lo dice dolcemente a voce bassa, ma non tanto che non possa essere sentito dalla donna; e, rimettendosi in cammino, volge, ora sì che lo volge, per un attimo lo sguardo dei suoi dolci occhi sulla sciagurata. Uno sguardo, uno solo! Un attimo, uno solo! Ma c’è tutta la potenza del misericordioso amore in esso! E la donna china il capo e rialza il velo, se ne fascia… Gesù prosegue la sua via.
Il guado.
15Eccolo al guado. Le acque, basse, permettono che siano passate a piedi dagli adulti. Basta sollevarsi le vesti sopra il ginocchio e cercare le pietre larghe e sommerse che biancheggiano sotto le acque cristalline a fare da marciapiede ai guadanti. Più a valle, invece, passano coloro che sono su cavalcature.
16Gli apostoli sguazzano contenti fino a mezza coscia, e non par vero a Pietro di farlo. Promette e si promette che nella sosta in casa di Salomon non mancherà modo di regalarsi un bagno «rinfrescatore», dice lui, a compenso dell’«arrostitura» di ieri.
17Eccoli dall’altra parte. Anche qui è folla che si mette in moto dopo la notte o che si riasciuga dopo aver guadato.
Un corteo piangente.
17Gesù ordina: «Spargetevi a dire che c’è il Rabbi. Io vado presso quel tronco abbattuto e vi attendo».
Presto molta folla è avvisata e accorre.
18Gesù inizia a parlare. E prende lo spunto dal passare di un corteo piangente dietro una lettiga, dove è uno che si è ammalato a Gerusalemme e, spacciato dai medici, viene portato di fretta a casa per morirvi. Tutti ne parlano perché è ricco e giovane ancora. E molti dicono: «Però deve essere un gran dolore morire quando si ha tante dovizie e così pochi anni!». E c’è chi dice, forse sono persone che già credono in Gesù: «Gli sta bene! Non sa avere fede. I discepoli sono andati a dire ai parenti: “Là è il Salvatore. Se avrete fede e chiederete, il malato guarirà”. Ma, lui per il primo, hanno ricusato di venire dal Rabbi». Le critiche succedono alle commiserazioni. E Gesù di tutto questo si serve per iniziare a parlare.
La vita, la morte, le virtù.
La vita è la preparazione della morte.
19«La pace a voi tutti! Certo il morire spiace ai ricchi e giovani, che sono soltanto ricchi e giovani di denaro e di anni. Ma a quelli che sono ricchi di virtù e giovani per purezza di costumi non duole il morire. Il vero sapiente, dall’uso della ragione in poi, si regola in modo da rendersi placido il morire. La vita è la preparazione della morte, come la morte è la preparazione alla più grande Vita[94]. Il vero sapiente, da quando comprende la verità del vivere e del morire, del morire per risorgere, si studia in tutti i modi di spogliarsi di tutto quanto è inutile e di arricchirsi di tutto ciò che è utile, ossia le virtù e gli atti buoni per avere un corredo di beni davanti a Colui che a Sé lo richiama per giudicarlo, per premiarlo, o per castigarlo con giustizia perfetta. Il vero sapiente conduce una vita che lo fa adulto più di un vegliardo in saggezza e giovane più di un adolescente, perché vivendo con virtù e giustizia conserva al cuore una freschezza di sentimenti che talora neppure i giovanetti hanno. Come allora è dolce morire! [95] Reclinare il capo stanco sul seno del Padre, raccogliersi nel suo abbraccio[96], dire fra le nebbie della vita che fugge[97]: “Ti amo, spero in Te, in Te credo”, dirlo per l’ultima volta sulla terra per poi dirlo, il giubilante “Ti amo!”, per tutta l’eternità fra i fulgori del Paradiso.
La morte è la preparazione alla Vita vera.
20Duro pensiero la morte? No. Giusto decreto per tutti i mortali[98], non è gravoso di affanno altro che per coloro che non credono e sono carichi di colpe. Inutilmente l’uomo, per spiegare gli affanni scomposti di uno che muore e che nel suo vivere non fu buono, dice: “É perché non vorrebbe morire ancora, perché non ha compito alcun bene, o poco bene ha fatto, e vorrebbe vivere ancora per riparare”. Invano dice: “Se fosse vissuto di più, avrebbe potuto avere premio più grande perché avrebbe fatto di più”. L’anima sa, almeno confusamente, quanto tempo le è dato[99]. Un nulla di tempo rispetto all’eternità[100]. E l’anima sprona l’io tutto ad agire. Ma, povera anima! Come spesse volte è soverchiata, calpestata, imbavagliata per non sentire le sue parole!
21Questo succede nei mancanti di buona volontà. Mentre negli uomini giusti fin dalla fanciullezza è ascolto dell’anima, ubbidienza ai suoi consigli, è operosità continua; e giovane d’anni ma ricco di meriti muore il santo, talora ancor nell’aurora della vita; né, per cento o mille anni aggiunti, potrebbe esser più santo di quanto lo è già, perché l’amore di Dio e di prossimo, praticati in tutte le forme e con tutta generosità, lo fanno perfetto. In Cielo non si guarda a quanti anni si è vissuti, ma a come si è vissuti.
Idolatria degli affetti.
22Si fa il lutto sopra i cadaveri. Si piange su essi. Ma il cadavere non piange. Si trema di dover morire. Ma non ci si cura di vivere in modo da non tremare nell’ora della morte. E perché non si piange e si fa lutto sui cadaveri viventi, i più veri cadaveri, quelli che come in un sepolcro portano nel corpo un’ anima morta? E perché quelli che piangono, pensando che deve morire la loro carne, non piangono sul cadavere che hanno dentro? Quanti cadaveri Io vedo, e che ridono e scherzano e non piangono su sé stessi! Quanti padri, madri, sposi, fratelli, figli, amici, sacerdoti, maestri Io vedo che piangono stoltamente per un figlio, uno sposo, un fratello, un genitore, un amico, un fedele, un discepolo, morti in palese amicizia con Dio, dopo una vita che è una ghirlanda di perfezioni, e che non piangono sui cadaveri delle anime di un figlio, sposo, fratello, padre, amico, fedele, discepolo, che morto è per il vizio, per il peccato, e morto in eterno, per sempre perduto se non si ravvede! Perché non cercare di risorgerli? Questo è amore, sapete? É il più grande amore. Oh! stolte lacrime su una polvere tornata tale! Idolatria degli affetti! Ipocrisia degli affetti! Piangete, ma sulle anime morte dei vostri più cari. Cercate di portarli alla Vita. E parlo specialmente a voi, donne che tanto potete su coloro che amate.
Ragione di morte e di vergogna.
23Ora insieme guardiamo ciò che la Sapienza indica come cagione di morte e di vergogna.
24Non insultate Dio facendo mal uso della vita che vi ha data, sporcandola con male azioni che disonorano l’uomo. Non insultate i genitori con una condotta che getta fango sui loro capelli bianchi e triboli di fuoco sui loro ultimi giorni. Non insolentite chi vi benefica per non essere maledetti per l’amore che calpestate. Non insolentite chi governa, perché non è con la ribellione ai governanti che si fanno grandi e libere le nazioni, ma è con la condotta santa dei cittadini che si ottiene l’aiuto del Signore, il quale può toccare il cuore dei governanti o toglierli dal luogo o anche dalla vita, come più volte insegna la nostra storia d’Israele, quando passano la misura e specie quando il popolo, santificandosi, merita perdono da Dio, che perciò leva lo strumento oppressore dal collo dei puniti[101].
25Non insolentite la sposa col farle affronto di adulteri amori, e non insolentite l’innocenza dei figli con cognizioni di illeciti amori.
Siate santi.
26Siate santi davanti a quelli che in voi vedono, per affetto e per dovere, colui che deve essere l’esempio della loro vita. Non potete scindere la santità verso il prossimo più prossimo da quella verso Dio, perché una germina l’altra, come i due amori, di Dio e di prossimo, si germinano l’uno dall’altro.
Siate giusti.
27Siate giusti presso gli amici. L’amicizia è una parentela dell’anima. É detto: “Quanto è bello per gli amici procedere insieme”[102]. Ma è bello se si procede su un cammino di bene. Guai a colui che corrompe e tradisce l’amicizia col fare di essa un egoismo, o un tradimento, o un vizio, o un’ingiustizia. Troppi sono coloro che dicono: “Ti amo” per sapere le cose dell’amico e sfruttarle a loro pro! Troppi quelli che usurpano i diritti dell’amico!
Siate onesti.
28Siate onesti presso i giudici. Tutti i giudici. Da quello altissimo che è Dio e che non si truffa né inganna con pratiche ipocrite, a quello intimo che è la coscienza, a quelli amorosi e sofferenti, e attenti nel loro amore vigile, che sono gli occhi dei famigliari, a quello severo dei giudici del popolo. Non mentite invocando Dio per dare forza alla menzogna.
Onestà nel commercio.
29Siate onesti nel vendere e nel comperare. Mentre vendete, e la concupiscenza vi dice: “Ruba per avere più guadagno”, mentre la coscienza vi dice: “Sii onesto perché ti dorresti di essere derubato”, ascoltate quest’ultima voce, ricordando che non va fatto agli altri ciò che non vorremmo fatto a noi stessi. Il denaro che vi viene dato a scambio di merce è sovente bagnato di sudore e di pianto del povero. Costa fatica. Voi non sapete quanto dolore esso costa, quanti dolori sono dietro quella moneta che a voi, venditori, pare sempre troppo poca per ciò che date. Creature malate, bambini senza padre, vecchi con scarsa pecunia… Oh! dolore santo, e santa dignità del povero che il ricco non comprende, anche se non meritata? Perché c’è onestà nel vendere al forte, al potente, per paura delle sue rappresaglie, mentre si abusa dell’indifeso, dell’ignoto fratello? Ciò è delitto più contro l’amore che verso l’onestà stessa. E Dio lo maledice perché la lacrima spremuta al povero, che non ha che il pianto per reazione contro al sopruso, per il Signore ha la stessa voce del sangue strappato alle vene di un uomo da un omicida, da un Caino del proprio simile[103].
Siate onesti negli sguardi
30Siate onesti negli sguardi così come nella parola e nelle azioni. Uno sguardo, dato a chi non merita o negato a chi lo merita, è pari a laccio e a pugnale. Lo sguardo che si allaccia con la pupilla sfrontata della meretrice e le dice: “Sei bella!”, e risponde al suo sguardo d’invito col suo di adesione, è peggio del nodo scorsoio per l’impiccato.
Il perdono è amore dello spirito.
31Lo sguardo negato al parente povero o all’amico caduto in miseria è simile ad un pugnale piantato nel cuore di questi infelici. E così lo sguardo di odio o quello di sprezzo dati al nemico o al mendico. Il nemico va perdonato e amato almeno con lo spirito, se la carne si rifiuta di amarlo. Il perdono è amore dello spirito. Il non vendicarsi è amore dello spirito.
Obolo e pietà.
32Il mendico va amato perché nessuno lo conforta. Non basta gettare un obolo e passare sprezzanti. L’obolo serve per la carne affamata, nuda, senza asilo. Ma la pietà che sorride nel dare, che si interessa del pianto dell’infelice, è pane del cuore.
Amate, amate, amate.
Onestà sempre e dovunque.
33Siate onesti nelle decime[104] e nelle consuetudini, onesti nell’interno delle case non abusando del servo oltre misura e non attentando alla serva che dorme sotto il vostro tetto. Se anche il mondo ignora il furto commesso nel segreto della casa, furto alla moglie ignara e alla serva che disonorate, Dio sa il vostro peccato.
34Siate onesti nella lingua. E onesti nell’educare i figli e le figlie. É detto: “Fa’ ciò perché la figlia non ti renda zimbello della città”[105]. Io dico: “Fate ciò perché lo spirito di vostra figlia non muoia.
35Ed ora andate. Io pure vado dopo avervi dato un viatico di sapienza. Il Signore sia con quelli che si sforzano ad amarlo».
36Li benedice col gesto e, rapido, scende dal tronco abbattuto e prende un sentieruolo fra le piante, risalendo il fiume e scomparendo presto fra gli intrichi verdi. La folla commenta animatamente e con pareri contrari. Naturalmente i contrari sono quei pochi esemplari di scribi e farisei presenti fra le turbe degli umili.
384. Il vecchio Anania diventa il custode della casetta di Salomon[106].
Amato per la sua dolce bontà.
Un villaggetto di barcaioli.
1La casetta di Salomon, quella che senza saperne il proprietario ho visto nel marzo 1944 nella visione della risurrezione di Lazzaro, è una delle ultime dell’unica via, che va a sfociare al fiume, di questo villaggetto povero e fuori mano. Un villaggetto di barcaioli, con le casette più… ricche messe lungo la vietta polverosa, le altre sparse a casaccio fra le piante delle rive. E non sono certo molte. Credo che non arrivino a cinquanta. E così piccine che entrerebbero tutte in uno di quei casamenti popolari delle grandi città attuali. Ora la primavera le fa apparire meno misere perché le decora della sua freschezza, e ghirlande di convolvoli, o festoni di viti, o ridere aperto di gialli fiori di zucche, sono sulle embrionali palizzate che segnano i possessi, sui bordi dei tetti, intorno alle porte delle case, né manca qualche rosa che pare spaesata nella sua bellezza in mezzo a ceste e reti, a giallore di senapi in fiore, a umile dondolare dei primi baccelli dei legumi.
2Anche la via pare meno brutta, perché il canneto là in fondo non ha solo le bacche dure dei nocchi polverosi, ma si infiocchetta di pennacchi delle eleocarie e fra i nastri delle foglie delle canne drizza i coltelli dei gladioli selvatici, che si pompeggiano nelle spighe multicolori dei loro fiori, mentre leggeri vilucchi, dallo stelo filiforme, abbracciano a spirale nocchi e canne e ad ogni giro mettono il calice delicatissimo del piccolo fiore di un rosa lilla tenuissimo. E uccelli, a miriadi, amoreggiano fra i canneti, civettando in cima alle canne, dondolandosi appesi ai vilucchi, mettendo trilli e colori fra il verde delle rive palustri.
La topaia.
3Gesù spinge il rustico cancelletto che immette in un orticello o cortile. Certo, se era un orto, ora è un arruffio selvaggio di erbe rinate; se era un cortile, è ugualmente una gazzarra di erbacce seminate dai venti. Solo delle zucche hanno mostrato saggezza, attaccandosi all’unica pianta di vite e al fico e salendo a mettere le bocche ridenti dei loro fiori vicino ai grappolini in miniatura della vite o alle foglie tenerelle del fico, che alla base, nella cuna del picciolo, hanno la gemma dura dei fichi-fiore appena formati. Le ortiche tormentano i piedi nudi, tanto che Pietro e Tommaso, raccolti due remi tarlati, si dànno a mortificare le irritanti piantacce per sminuirne il veleno.
4Intanto Giacomo e Giovanni cercano di far funzionare la grossa serratura arrugginita e, pervenuti allo scopo, aprono la porta grezza, penetrando in una stanza-cucina dal forte odore di muffa e di rinchiuso. Polvere e ragnatele decorano le pareti, un tavolo grezzo, delle panche e sedili, una mensola l’ammobiliano, e due porte si aprono in una parete.
5Pietro esplora… «Qui c’è una stanzetta con un solo letto. Buona per Gesù… E qui? Ah! ho capito! Questo è la dispensa, l’arsenale, il granaio e il topaio… Guarda che corse di topi! Hanno rosicchiato tutto in questi mesi. Ma ora ci penso io a voi, non dubitate. Maestro… si può proprio far da padroni qui?».
«Così ha detto Salomon».
6«Molto bene! Di’, fratello, e tu, Giacomo. Venite qui a chiudere tutti i buchi. E tu, Matteo, con Giuda mettiti sulla porta e bada che non esca neppure un topo. Fa’ conto di essere ancora l’amabile gabelliere di Cafarnao. Allora non ti scappava un cliente neppure se si faceva sottile come una lucertola al risveglio… E voi andate a prendere quante più erbacce potete nell’orto e portatele qui. E Tu, Maestro, va’… dove ti pare, mentre io… sistemo questi satana immondi che hanno rovinato queste comode reti e mangiata un’intera chiglia di barca…». E mentre parla accumula legni rosicati, pezzi di rete ridotta a stoppa, fascine… tutto in mezzo alla stanza e, avute le erbe verdi, le mette sopra al resto e poi dà fuoco e scappa, mentre le prime volute di fumo si alzano dalla catasta. Ride dicendo: «E muoiano tutti i filistei!».
7«Ma non darai fuoco a tutto?», chiede Simone Zelote. «No, caro. Perché l’umido delle frasche tiene mortificate le fiamme, e le fiamme sprigionano dalle erbe il fumo e così, con buona alleanza, il secco e il verde si aiutano a fare vendetta. Senti che puzza? Fra poco sentirai che stridi! Chi è che mi raccontava dei cigni che cantano prima di morire? Ah! Sintica! Fra poco anche i topi canteranno».
Curiosità indiscreta dell’Iscariota.
8Giuda Iscariota tronca a mezzo una risata e osserva: «Non si è potuto sapere più niente di lei. E niente di Giovanni d’Endor. Chissà dove sono finiti?».
«Al posto giusto, certo», risponde Pietro.
9«Lo sai?».
«So che non ci sono più a essere bersaglio al malanimo».
10«Non hai chiesto a nessuno? Io sì».
«E io no. Non è cosa che mi interessa sapere dove sono. Mi basta pensare e pregare perché si conservino santi».
11Tommaso dice: «A me ne hanno chiesto dei ricchi farisei, clienti di mio padre. Ma ho risposto che non ne so nulla».
12«E non sei curioso di sapere?», insiste Giuda.
«Io no e dico il vero…».
13«Sentite! Sentite! Il fumo fa effetto. Ma andiamo fuori, perché se no si affoga anche noi», dice Pietro. E il diversivo mette fine all’argomento.
Il Divino ortolano.
14Gesù è nell’orto e raddrizza degli steli di legumi, nati da sementi cadute, striscianti a terra. «Fai l’ortolano, Maestro?», chiede sorridendo Filippo.
15«Sì. Mi fa pena anche vedere una pianta che striscia, inutile, mentre è destinata a elevarsi verso il sole e a fruttificare».
16«Bel soggetto per un discorso, Maestro», osserva Bartolomeo.
«Sì. Bello. Ma tutto serve da soggetto per chi sa meditare».
17«Ti aiutiamo anche noi. Su! Chi va alle canne del fiume, a prenderne per i legumi?».
18I giovani vanno, ridendo, e i più anziani si danno a fare pulizia strappando attenti le erbe parassite.
19«Oh! così si vede che è un orto. Non c’è l’insalatina. Ma porri, agli, verdure, erbe fini e legumi ce ne sono. E zucche! Quante zucche. Bisogna potare la vite, liberare il fico e…».
«Ma Simone, non rimaniamo qui! …», dice Matteo.
20«Ma ci verremo più volte. Lo ha detto Lui. E non ci darà noia avere un poco d’ordine intorno. Guarda, guarda! Anche un gelsomino, poveretto, sotto questa cascata di zucche. Se vedesse Porfirea questa pianta così afflitta, ci piangerebbe sopra e le parlerebbe come ad un bambino. Già, perché prima di avere Marziam parlava coi suoi fiori come a figli… Ecco. Anche qui ho fatto posto. Ho levato la zucca perché… Oh! ecco i ragazzi con le canne e con un… Maestro, c’è da fare per Te. É cieco!»
Il cieco Anania.
21Entrano infatti Giacomo e Giovanni, Andrea e Tommaso, carichi di canne, e Tommaso quasi porta di peso un povero vecchierello tutto stracciato e dagli occhi bianchi per cataratte. «Maestro, egli cercava i radicchi sulle sponde e per poco cadeva in acqua. É rimasto solo da qualche mese perché il figlio che lo manteneva è morto, la nuora è tornata a casa e lui… vive come può. Vero, padre?».
«Sì. Sì. Dove è il Signore?», dice girando gli occhi velati.
«Qui è. Vedi quel biancore lungo? É Lui».
22Ma Gesù viene già avanti e lo prende per mano. «Sei solo, povero padre? E non ci vedi?».
23«No. Finché ho visto, intrecciavo cesti e nasse e facevo reti. Ma ora… Vedo con le dita più che con gli occhi, e nel cercare erbe mi sbaglio, e delle volte mi faccio male al ventre per erbe nocive».
«Ma in paese…».
24«Oh! sono tutti poveri e pieni di figli, e io sono vecchio… Se muore un asino… spiace. Ma se muore un vecchio!… Che è un vecchio? Che sono? Mi ha levato tutto la nuora. Ma mi avesse almeno portato con sé, come una vecchia pecora, perché avessi vicino i nipotini… i figli di mio figlio…»; piange abbandonato sul petto di Gesù, che lo tiene fra le braccia e lo carezza.
25«Non hai casa?».
«L’ha venduta».
26«E come vivi?».
«Come le bestie. I primi giorni mi aiutava il paese. Ma poi si è stancato…».
«Salomon dirazza allora, perché lui è generoso», osserva Matteo.
«Con noi, però. Perché non ha dato la casa al vecchio?», chiede Filippo.
«Perché quando è passato di qui l’ultima volta io avevo ancora una casa. Salomon è buono. Ma il paese lo chiama “il pazzo” da qualche tempo e non fa più quello che Salomon aveva insegnato di fare», dice il vecchio.
I baci del Messia.
27«Staresti volentieri qui con Me?».
«Oh! non rimpiangerei più i nipoti!».
28«Anche se rimanessi povero e cieco, ti basterebbe di servirmi per essere felice?».
«Sì!». Un “sì” tremulo, ma così sicuro…
29«Va bene, padre. Ascolta. Tu non puoi fare il cammino che Io faccio. Io non posso rimanere qui. Ma possiamo volerci bene e farci del bene l’uno coll’altro».
30«Tu sì, a me. Ma io… Che può fare il vecchio Anania?».
«Guardarmi la casa e l’orto perché la trovi ad ogni ritorno ordinata. Ti piace?».
31«Oh! sì! Ma sono cieco… La casa… mi abituerò alle mura. Ma l’orto… Che fare per curarlo, se non distinguo le erbe? Oh! che sarebbe così bello servirti, Signore! Finire la vita così…». Il vecchietto tiene le mani sul cuore sognando l’impossibile cosa.
32Gesù si china sorridendo e lo bacia sugli occhi appannati…
33«Ma io… comincio a vedere… Io vedo… Oh! Oh! Oh! …» Vacilla nella gioia e cadrebbe se Gesù non lo sorreggesse.
34«Eh! la gioia! …», dice Pietro con voce grossa di commozione.
35«E la fame, anche… Ha detto che sono giorni che vive con soli radicchi senz’olio né sale…», termina Tommaso.
36«Sì, lo abbiamo portato per questo. Per sfamarlo…»
37«Povero vecchio!», tutti compiangono.
38Il vecchietto rinviene e piange, piange. Il povero pianto dei vecchi… così triste anche quando è di letizia, e mormora: «Ora sì, ora posso servirti, benedetto! Benedetto! Benedetto!», e vorrebbe chinarsi a baciare i piedi di Gesù.
39«No, padre. Ora andremo dentro e mangeremo, e poi ti daremo una veste e tu sarai fra figli e noi avremo un padre che ci darà il benvenuto ad ogni ritorno e la benedizione ad ogni partenza. Andremo a cercare due colombi perché tu abbia creature vive intorno. Cercheremo sementi per l’orto e tu seminerai semi nelle aiuole e la fede in Me nei cuori di questo paese».
40«La carità, insegnerò! Non ce l’hanno!».
«Anche la carità. Ma sii dolce…».
41«Oh! lo sarò. Non ho detto una parola dura alla nuora che mi abbandonava. Ho capito e perdonato».
42«Te l’ho visto in cuore. Per questo ti ho amato. Vieni. Vieni con Me…». E Gesù entra in casa tenendo per mano il vecchietto.
43Pietro li guarda andare e si asciuga una lacrima col dorso della mano prima di riprendere il lavoro interrotto.
Risposta salomonica.
44«Piangi, fratello?». Pietro non risponde.
Andrea incalza: «Perché piangi, fratello?».
45«Occupati delle gramigne, tu. Se piango è perché… perché lo so io…».
«Dillo anche a noi, sii buono», dicono in diversi.
46«É perché… É perché a me toccano più il cuore queste lezioni così… così… insomma fatte così, che non quando tuona imponente…».
47«Ma allora si vede in Lui il Re!», esclama Giuda.
«E qui si vede il Santo. Ha ragione Pietro», dice Bartolomeo.
48«Ma per regnare deve essere forte».
«Ma per redimere deve essere santo».
49«Per le anime, sì. Ma per Israele…».
«Israele non sarà mai Israele se le anime non si santificano».
50I «sì» e i «no» si intrecciano. E ognuno porta il suo parere diverso.
Il vecchietto torna fuori con una brocchetta in mano. Va a prendere acqua alla fonte. Non pare più quello di prima, tanto è felice.
51«Vecchio padre, ascolta. Secondo te, di che ha bisogno Israele per essere grande?», interroga Andrea. «Di un re o di un santo?»
52«Di Dio ha bisogno. Di quel Dio che là dentro prega e medita. Ah! figli! figli! Siate buoni, voi che lo seguite! Siate buoni, buoni, buoni! Ah! che dono vi ha fatto il Signore! Che dono! Che dono!», e se ne va agitando le braccia verso il cielo e mormorando: «Che dono! Che dono!»…
385. Parabola del quadrivio e miracoli presso il paese di Salomon[107].
Evangelizzazione a misura d’uomo.
Tutti ad evangelizzare.
1La piccola turba esce dalla casetta, aumentata del vecchio che si ammira nella veste di qualche apostolo di piccola statura.
«Se vuoi rimanere, padre…», sta per dire Gesù.
2Ma il vecchio lo interrompe: «No, no. Vengo anche io. Oh! lasciami venire! Ho mangiato ieri! Ho dormito questa notte e in un letto! E non c’è più il dolore nel cuore! Sono forte come un giovane…».
3«E allora vieni. Starai con Me, con Bartolomeo e mio fratello Giuda. Voi, due per due, spargetevi come si è detto. Avanti sesta tutti qui di nuovo. Andate e la pace sia con voi».
4Si separano andando chi verso il fiume, chi verso le campagne. Gesù li lascia andare avanti e poi, per ultimo, si avvia Lui. Attraversa lentamente il paese, notato dai pescatori che tornano dal fiume o ci vanno, e dalle massaie solerti che si sono alzate all’alba per i bucati, per innaffiare gli orticelli o fare il pane. Ma nessuno parla.
Chi dona al povero impresta a Dio.
5Solo un fanciulletto, che spinge verso il fiume sette pecorelle, interroga il vecchio: «Dove vai, Anania? Lasci il paese?».
6«Vado col Rabbi. Ma torno con Lui. Sono il suo servo».
7«No. Sei mio padre. Ogni vecchio giusto è un padre e una benedizione per il luogo che l’ospita e per chi lo soccorre. Beati quelli che amano e onorano i vecchi», dice Gesù con aspetto solenne.
8Il fanciullo lo guarda intimorito, poi mormora: «Io, del mio pane, ne davo sempre un poco ad Anania…», come per dire: «Non mi rimproverare, ché non lo merito».
9«Sì. Micael era buono con me. Era amico dei miei nipoti… e lo è rimasto anche del nonno. Anche sua madre non è cattiva e soccorrerebbe. Ma ha undici figli e vivono tutti con la pesca…»
Delle donne si avvicinano curiose e ascoltano.
10«Dio aiuterà sempre chi fa ciò che può al povero. E sempre c’è modo di aiutare. Molte volte il dire: “Non posso” è menzogna. Perché volendo si trova sempre il boccone superfluo, la coperta sdrucita, la veste dismessa per porgerla a chi non l’ha. E il Cielo compensa del dono. Dio ti renderà, o Micael, i bocconi dati al vecchio». Gesù carezza il fanciullo e si incammina.
11Le donne restano mortificate dove erano e poi interrogano il fanciullo che dice ciò che sa. E la paura prende le avare donne che hanno chiuso il cuore ai bisogni del vecchio…
La Parola non si nega mai.
12Intanto Gesù, giunto all’ultima casa, si dirige verso un bivio che dalla strada maestra piega verso il villaggetto. Si vede da qui che sulla strada passano carovane di ritorno verso le città della Decapoli e della Perea.
13«Andiamo là e predichiamo. Vuoi farlo tu pure, padre?».
«Non sono capace. Che devo dire?».
14«Sei capace. La tua anima sa la sapienza del perdonare e dell’essere fedele a Dio e rassegnato anche nelle ore del dolore. E sai che Dio soccorre chi spera in Lui. Va’ e dillo ai pellegrini».
«Oh! questo sì!».
«Giuda, va’ con lui. Io resto con Bartolomeo al bivio».
15E infatti, giunto là, si mette all’ombra di un ciuffo di platani fronzuti e attende, paziente. I campi intorno sono belli di messi e di frutteti. Freschi nell’ora mattutina. L’occhio li guarda con piacere. E le carovane passano per la via… Pochi guardano i due addossati ai tronchi dei platani. Forse li credono viandanti stanchi. Ma qualcuno c’è che riconosce Gesù e lo accenna, oppure si inchina salutando. Infine c’è il primo che ferma il suo asinello e quelli dei parenti, e smonta dirigendosi a Gesù: «Dio sia con Te, o Rabbi! Sono di Arbela. Ti ho udito all’autunno. Questa è mia moglie, questa sua sorella vedova, e mia madre. Questo uomo anziano è suo fratello. E quello giovane è il fratello di mia moglie. Ed ecco i figli di noi tutti. La tua benedizione, Maestro. Ho saputo che hai parlato al guado. Ma sono giunto là a sera… Non una parola a noi?».
16«La Parola non si nega mai. Ma attendi qualche minuto perché altri stanno venendo…».
17Infatti, mogi mogi, stanno raggiungendo il bivio gli abitanti del villaggio, e altri, già passati per la via, diretti a nord, tornano indietro; altri, incuriositi, si fermano scendendo dalle cavalcature o anche rimanendo in sella. Si forma un piccolo uditorio che sempre aumenta.
18Tornano anche Giuda d’Alfeo col vecchio, e con loro sono due malati e diversi sani.
Gesù inizia a parlare.
Cammino spirituale
Chi percorre le vie del Signore incontra il Signore.
19«Coloro che percorrono le vie del Signore, le vie indicate dal Signore, e le percorrono con volontà buona, finiscono col trovare il Signore. Voi trovate il Signore venendo dall’aver fatto il vostro dovere di fedeli israeliti per la Pasqua santa. Ed ecco che la Sapienza vi parla, come desiderate, a questo crocicchio dove la bontà divina ci fa incontrare.
20Tanti sono i crocicchi che l’uomo incontra sulla via della sua vita. Ancor più crocicchi soprannaturali che crocicchi materiali. Ogni giorno la coscienza è messa di fronte ai bivi e ai quadrivi del Bene e del Male. E deve scegliere con attenzione per non errare. E, se erra, deve saper tornare umilmente indietro quando uno lo richiama e l’avverte. E se anche gli pare più bella la via del Male, o anche semplicemente della tiepidezza, deve saper scegliere la via scabra ma sicura del Bene.
La parabola del quadrivio.
Udite una parabola.
21Un gruppo di pellegrini, venuti da lontane regioni in cerca di lavoro, si trovò ai confini di uno stato. A questi confini erano dei procacciatori di lavoro mandati da diversi padroni. Vi era chi cercava uomini per le miniere e chi per campi e boschi, chi servi per un ricco infame e chi soldati per un re che stava in cima ad un monte, nel suo castello al quale si accedeva per una strada molto erta. Il re voleva milizie, ma esigeva che le stesse fossero non tanto milizie di violenza quanto di sapienza, per mandarle poi per le città a santificare i suoi sudditi. Per questo viveva lassù, come in un romitaggio, per formare i suoi servi senza che le distrazioni mondane li corrompessero rallentando o annullando la formazione del loro spirito. Non prometteva alte mercedi. Non prometteva vita comoda. Ma dava assicurazione che dal suo servizio sarebbe scaturita santità e premio.
22Così dicevano i suoi messi a quelli che giungevano alle frontiere. Invece i messi dei padroni delle miniere o dei campi dicevano: “Non sarà vita comoda, ma però sarete liberi e guadagnerete di che darvi un poco di sollazzo”. E quelli che cercavano servi per un padrone infame promettevano addirittura cibo abbondante, ozio, godimenti, ricchezze: “Basta che acconsentiate ai suoi capricci – oh! per nulla penosi! – e godrete come tanti satrapi”.
23I pellegrini si consultarono fra loro. Dividersi non volevano… Chiesero: “Ma i campi e le miniere, il palazzo dell’uomo gaudente e quello del re, sono vicini?”. “Oh! no!”, risposero i procacciatori. “Venite a quel quadrivio e vi mostreremo le diverse strade”. Andarono.
24“Ecco! Questa splendida via, ombrosa, fiorita, liscia, con fonti fresche, discende al palazzo del signore”, dissero i procacciatori dei servi.
25“Ecco! Questa che è polverosa, fra campi sereni, conduce ai campi. C’è sole, ma vedete che è bella ancora”, dissero quelli dei campi. “Ecco! Questa così solcata da ruote pesanti e sparsa di chiazze scure segna la direzione delle miniere. Non è né bella né brutta…”, dissero quelli delle miniere.
26“Ecco, questo sentiero ripido, tagliato fra rocce che il sole accende, sparso di pruni e burroni che rallentano l’andare ma in compenso fanno difesa facile contro gli assalti dei nemici, conduce a oriente, al castello severo, diremmo quasi sacro, dove gli spiriti si formano al Bene”, dissero quelli del re.
27E i pellegrini guardavano, guardavano. Calcolavano… Tentati da molte cose delle quali solo una era totalmente buona. E lentamente si divisero. Erano dieci. Tre piegarono verso i campi… e due verso le miniere. I superstiti si guardarono e due dissero: “Venite con noi. Dal re. Non guadagneremo e non godremo sulla Terra, ma saremo santi in eterno”.
28“Quel sentiero lì? Fossimo matti! Non guadagnare? Non godere? Non valeva la pena di lasciare tutto e venire in esilio per avere ancor meno di ciò che avevamo nella patria nostra. Noi vogliamo guadagnare e godere…”.
29“Ma perderete il Bene eterno! Non avete sentito che è padrone infame?”.
30“Fole! Dopo un poco lo lasceremo, ma avremo goduto e saremo ricchi”.
31“Non ve ne libererete più. Male hanno fatto i primi seguendo l’avidità del denaro. Ma voi! Voi seguite l’avidità del piacere. Oh! non mutate per un’ora fuggente la sorte eterna!”.
33“Siete degli stolti e credete alle promesse ideali. Noi andiamo alla realtà. Addio…”, e di corsa presero la bella via ombrosa, fiorita, ricca d’acque, liscia, in fondo alla quale brillava al sole il magico palazzo del gaudente.
34I due superstiti presero, piangendo e pregando, l’erto sentiero. E dopo pochi metri quasi si sconfortarono, tanto era difficile. Ma perseverarono. E la carne parve sempre più lieve più essi procedevano, la fatica si faceva consolata da un giubilo strano. Giunsero anelanti, graffiati, in cima al monte e furono ammessi al cospetto del re, il quale disse loro tutto quanto esigeva per farne i suoi prodi e terminò dicendo: “Pensateci per otto giorni e poi rispondete”.
35Ed essi molto pensarono e dure lotte sostennero col Tentatore che voleva sgomentarli, con la carne che diceva: “Voi mi sacrificate”, col mondo i cui ricordi seducevano ancora. Ma vinsero. Rimasero. Divennero eroi del Bene. Venne la morte, ossia la glorificazione. Dall’alto dei Cieli videro nel profondo quelli che erano andati dal padrone infame. Incatenati anche oltre la vita, gemevano nel buio dell’inferno. “E volevano essere liberi e godere!”, dissero i due santi.
36E i tre dannati li videro e, orridi, li maledissero e maledissero tutti, Dio per il primo, dicendo: “Ci avete tutti ingannati!”.
37“No. Non lo potete dire. Vi era stato detto il pericolo. Avete voluto il vostro male”, risposero i beati, sereni anche vedendo e udendo gli scherni osceni e le oscene bestemmie lanciate ad essi. E videro quelli dei campi e delle miniere in diverse regioni purgative, e quelli li videro e dissero: “Non fummo né buoni né cattivi, ed ora espiamo la tiepidezza nostra. Pregate per noi!”.
38“Oh! lo faremo! Ma perché mai non siete venuti con noi?”. “Perché fummo non demoni, ma uomini… Ingenerosi fummo. Amammo il transitorio, anche se onesto, più dell’eterno e santo. Ora impariamo a conoscere e ad amare con giustizia”.
39La parabola è finita. Ogni uomo è al quadrivio. Ad un perpetuo quadrivio. Beati quelli che sono fermi e generosi nel volere seguire le vie del Bene. Dio sia con essi. E Dio tocchi e converta chi così non è, e lo porti ad esser tale. Andate in pace».
«E i malati?».
40«Che ha la donna?».
«Febbri maligne che le torcono le ossa. É andata fino alle acque miracolose del Mar Grande. Ma senza sollievo».
41Gesù si china sulla malata e le chiede: «Chi credi tu che Io sia?».
«Colui che cercavo. Il Messia di Dio. Pietà di me che ti ho cercato tanto!».
42«La tua fede ti dia salute alle membra come al cuore. E tu, uomo?».
43L’uomo non risponde. Per lui parla la donna che l’accompagna: «Un cancro gli rode la lingua. Non può parlare e muore di fame». Infatti l’uomo è uno scheletro.
44«Hai fede che ti possa guarire?». L’uomo accenna di sì col capo.
45«Apri la tua bocca», ordina Gesù. E accosta il suo viso all’orrida bocca rosa dal cancro. Alita in essa. Dice: «Voglio!».
46Un momento di attesa e poi due gridi: «Le mie ossa tornate sane!»; «Maria, io sono guarito! Guardate! Guardate la mia bocca. Osanna! Osanna!», e vuole alzarsi ma vacilla per debolezza.
47«Dategli da mangiare», ordina Gesù. E fa per ritirarsi.
«Non te ne andare! Altri malati verranno! Altri torneranno indietro… Anche a loro, anche a loro!», grida la folla.
48«Ogni mattina dall’aurora all’ora di sesta Io verrò qui. Qualche volonteroso provveda a radunare i pellegrini».
«Io, io, Signore!», dicono in diversi.
49«Dio vi benedica, perciò». E Gesù piega verso il paese coi suoi primi compagni e con gli altri, venuti alla spicciolata mentre parlava, e tutti con della gente.
Evangelizzatori del Messia.
50«Ma dove sono Pietro e Giuda di Keriot?», chiede Gesù.
«Sono andati alla città vicina. Pieni di denaro. Fanno acquisti…»
51«Sì. Giuda ha operato miracolo ed è in festa», osserva sorridendo Simone Zelote.
52«Anche Andrea, e ha una pecora a ricordo. Ha guarito la gamba rotta ad un pastore e lui l’ha compensato così. La daremo al padre. Il latte fa bene ai vecchi…», dice Giovanni accarezzando il vecchietto, che è beato.
53Rientrano in casa e preparano un poco di cibo… Stanno per sedersi a tavola quando, carichi come asini e seguiti da un carretto carico di quei graticci che servono da letti per i poveri di Palestina, giungono i due mancanti.
«Perdona, Maestro. Ma questo ci voleva. Ora andremo bene», dice Pietro.
54E Giuda: «Osserva. Abbiamo preso il puro necessario, pulito e povero. Come a Te piace», e lavorano a scaricare, congedando il carrettiere.
55«Dodici lettucci e dodici stuoie. Qualche stoviglia. Qui i semi. Qua i colombi. Là i denari. E domani molta gente. Auf! che caldo! Ma ora va tutto bene. Che hai fatto, Maestro? …».
56E, mentre Gesù narra, si siedono a tavola, contenti.
386. Verso la sponda occidentale
del Giordano[108].
Coerenza dell’uomo buono.
Anania il custode della casetta.
1Gesù è di nuovo in cammino. Volte le spalle al nord, costeggia i meandri del fiume per cercare chi lo traghetti. I suoi gli sono tutti intorno e rievocano gli avvenimenti dei pochi giorni passati nel paesello di Salomon e nella sua casa. Da quanto comprendo, sono rimasti fino a che non si è sparsa presso ambienti nemici la voce della presenza colà del Maestro, e quando questo è avvenuto se ne sono andati, lasciando a custodia della casetta riordinata il vecchio Anania, sereno nella sua povertà non più desolata.
2«Speriamo che lo stato degli animi duri come al presente», dice Bartolomeo.
3«Se andremo e verremo, come il Maestro dice, li terremo in quelle disposizioni», risponde Giuda d’Alfeo.
Parlare da santo.
4«Piangeva, povero vecchio! Si era affezionato…», dice ancora commosso Andrea.
5«E mi è piaciuto il suo ultimo discorso. Vero, Maestro, che parlò da saggio?», dice Giacomo di Zebedeo.
6«Da santo parlò, io dico!», esclama Tommaso.
7«Sì. E terrò presente il suo desiderio», risponde Gesù.
8«Ma che ha detto di preciso? Io ero via con Giovanni per dire alla madre di Micael di ricordarsi di fare ciò che il Maestro ha detto, e non so di preciso», dice l’Iscariota.
9«Ha detto: “Signore, se passerai dal paese di mia nuora, dille che io non il serbo rancore e che sono contento di essere non più un derelitto, perché in tal modo meno grande sarà per lei il giudizio di Dio. Dille che cresca i nipoti nella fede del Messia, ché così li avrò con me in Cielo, e appena sarò nella pace pregherò per loro e per la loro salute”. E lo dirò. Cercherò la donna e lo dirò, perché è bene così», dice Gesù.
10«Non una parola di rimprovero! Anzi si felicita che, non più morendo di fame e di derelizione, diminuisca il peccato della donna. É ammirevole!», osserva Giacomo d’Alfeo.
Effetti dei desideri buoni.
11«Ma agli occhi di Dio sminuirà proprio la colpa della nuora? Questo è da sapersi!», dice Giuda d’Alfeo.
12I pareri sono contrari. Matteo si rivolge a Gesù: «Tu che giudichi, Maestro? Le cose resteranno come erano prima o muteranno?».
13«Muteranno…».
«Lo vedi che ho ragione io…», trionfa Tommaso.
14Ma Gesù fa cenno di lasciarlo parlare e dice: «Muteranno per il vecchio, così in Cielo come mutarono in Terra per la sua dolcezza indulgente. Per la donna non muteranno. La sua colpa grida sempre agli occhi di Dio. Solo se si pentisse potrebbe mutarsi il giudizio severo. E glielo dirò».
«Dove abita?»
15«A Masada, presso i fratelli».
«E vuoi andare fino là?».
16«Anche quelli sono luoghi da evangelizzare…»
«E a Keriot?».
17«Risaliremo a Keriot da Masada e andremo a Jutta, Ebron, Betsur; Bétèr, per essere di nuovo a Gerusalemme per la Pentecoste».
«Masada è luogo d’Erode…»
18«Che importa? É fortezza. Ma egli non vi è. E anche vi fosse!… Non sarà la presenza di un uomo che potrà impedirmi di essere il Salvatore».
«Ma dove passiamo il fiume?».
19«Verso Galgala. Di lì costeggeremo seguendo i monti. Le notti sono fresche e la nuova luna di ziv è luminosa nel cielo sereno».
«Se andiamo per quei luoghi, perché non si va al monte dove digiunasti? É giusto che tutti lo si abbia a conoscere bene», dice Matteo.
20«Andremo anche là. Ma ecco una barca. Contrattate il traghetto perché si possa passare dall’altra parte».
387. A Galgala. Il mendico Ogla e gli scribi tentatori. Gli apostoli paragonati alle dodici pietre del prodigio di Giosuè[109].
Il Salvatore di chi vuole salvezza.
Galgala.
1Non so come sia ora Galgala. Al momento che ci entra Gesù è una comune città palestinese, abbastanza popolosa, sita su un colle poco alto, coperto di vigneti e ulivi per lo più. Ma il sole vi è così padrone che anche le biade possono trovarvi posto, seminate a casaccio sotto le piante o tra i filari. E maturano nonostante le fronde, perché sono arrostite a dovere dal sole che già risente del deserto vicino.
2Polvere, vocio, sudiciume, confusione di giorno di mercato. E, inesorabili come il destino, i soliti zelanti e non convinti farisei e scribi, che con grandi gesti discutono e sdottorano nell’angolo migliore della piazza e che fingono di non vedere Gesù o di non conoscerlo. Gesù tira diritto, andando a consumare il suo pasto in una piazzetta secondaria, quasi alla periferia, tutta ombrosa per un intreccio di rami fatto da piante d’ogni genere. Ho l’impressione che sia un pezzo di monte da poco incluso nell’abitato e conservante ancora quel ricordo del suo stato naturale.
Il mendico Ogla.
3Il primo ad accostarsi a Gesù, che mangia pane e ulive, è un uomo cencioso. Chiede un po’ di pane. Gesù gli passa il suo con tutte le ulive che ha in mano.
«E Tu? Non abbiamo quattrini, lo sai…», osserva Pietro.
«Abbiamo lasciato tutto ad Anania…»
4«Non importa. Non ho fame. Sete, questa sì…».
Il mendico dice: «Qui dietro è un pozzo. Ma perché mi hai dato tutto? Potevi darmi metà del tuo pane… Se non hai ribrezzo a riprenderlo…»
5«Mangia, mangia. Io posso stare senza. Ma per levarti il sospetto che Io abbia schifo di te, dammi con le tue mani un sol boccone e lo mangerò per essere tuo amico…».
6L’uomo, un volto triste e senza luce, si abbella in un sorriso stupito e dice: «Oh! è la prima volta, da quando sono il povero Ogla, che uno mi dice di volermi essere amico!», e dà il boccone di pane a Gesù. E chiede: «Chi sei? Come ti chiami?».
7«Sono Gesù di Nazareth, il Rabbi di Galilea».
«Ah!… Ho sentito da altri parlare di Te… Ma… non sei il Messia? …».
8«Lo sono».
«E Tu, Messia, sei così buono coi mendichi? Il Tetrarca ci fa battere dai servi se ci vede sulla sua via…».
9«Io sono il Salvatore. Non batto, ma amo».
L’uomo lo guarda fisso fisso. Poi si mette a piangere lentamente.
10«Perché piangi?».
«Perché… vorrei essere salvato… Non hai più sete, Signore? Ti condurrei al pozzo e ti parlerei…».
11Gesù intuisce che l’uomo vuole confessare qualcosa e si alza dicendo: «Andiamo».
«Vengo anche io!», scatta Pietro.
12«No. Torno subito, d’altronde… E bisogna avere stima di chi si pente».
Va con l’uomo dietro una casa oltre la quale è la campagna.
«Lì è il pozzo… Bevi e poi ascoltami».
13«No, uomo. Versa prima tu in Me il tuo affanno e poi… berrò Io. E forse avrò una fonte ancor più dolce dell’acqua del suolo per la mia sete».
«Quale, Maestro?».
14«Il tuo pentimento. Andiamo sotto quelle piante. Qui le donne ci osservano. Vieni», e gli pone la mano sulla spalla e lo spinge avanti in un folto d’ulivi.
«Come sai che io sono colpevole e che sono pentito?».
15«Oh!… Ma parla. E non avere paura di Me».
Caino torna a Dio.
16«Signore… Eravamo sette fratelli di un solo padre, ma io ero nato dalla donna che mio padre aveva sposata nella vedovanza. Ed ero odiato dagli altri sei. Il padre, morendo, lasciò a tutti in uguale misura. Ma morto che fu, corrompendo i giudici, i sei mi tolsero ogni bene e cacciarono me e la madre con accuse infami. Ella morì che io avevo sedici anni… e morì di stenti… E da allora io non ho più avuto nessuno che mi amasse…»; piange con molto affanno. Si riprende e continua: «I sei, ricchi e felici, prosperavano anche col mio, e io morivo di fame perché mi ero ammalato assistendo la madre consunta… Ma Dio uno per uno li percosse. Li ho tanto maledetti, tanto odiati, che il malocchio fu su loro. Facevo male? Certo. Lo so. E lo sapevo. Ma come non poterli odiare e maledire? L’ultimo, che in realtà era il terzogenito, resisteva a tutte le maledizioni, anzi prosperava coi beni degli altri cinque che si era presi legittimamente per i tre più piccoli, morti senza moglie, e sposando la moglie del primogenito morto senza figli, e fraudolentemente per il secondo, alla vedova e agli orfani del quale aveva con raggiri e prestiti preso molta parte del padre. E quando mi incontrava per caso ai mercati dove andavo, servo di un ricco, a vendere derrate, mi insultava e bastonava… Una sera l’ho incontrato… Ero solo. Era solo. Era un poco ebbro di vino lui… E io ero ebbro di ricordi e di odio… Erano dieci anni dal giorno che m’era morta la madre… Mi insultò, insultando la morta… La chiamò “cagna immonda” e chiamò me figlio della iena…”. Signore… non mi avesse toccato la madre… avrei sopportato. Ma me l’ha insultata… L’ho preso per il collo. Abbiamo lottato… Lo volevo solo percuotere… Ma è scivolato a terra… e la terra era coperta di erba scivolosa, in pendio… e sotto c’era un burrone e un torrente… É rotolato, ebbro come era, ed è caduto… Lo cercano ancora dopo tanti anni… Ma è sepolto fra i pietroni e le sabbie di uno dei torrenti del Libano. Io non sono più tornato dal padrone. E lui non è più tornato a Cesarea Paneade. Io sono andato senza pace… Ah! la maledizione di Caino! Paura di vivere… e paura di morire… Mi sono ammalato… E poi… ho sentito di Te… Ma avevo paura… Dicevano che vedevi nel cuore dell’uomo. E sono così cattivi i rabbi d’Israele!… Non conoscono la pietà… Tu, Rabbi dei rabbi, eri il mio terrore… E scappavo davanti a Te. Eppure vorrei essere perdonato…». Piange accasciato al suolo…
Il più grande delitto è odiare e maledire.
17Gesù lo guarda e mormora: «E prendiamo su Me anche questi peccati… Figlio! Ascolta. Io sono la Pietà, non il terrore. Anche per te Io sono venuto. Non vergognarti di Me… Sono il Redentore. Vuoi essere perdonato? Di che?».
«Del mio delitto. Me lo chiedi? Ho ucciso mio fratello».
18«Hai detto: “Lo volevo solo percuotere”, perché in quel momento eri offeso e irato. Ma quando odiavi e maledivi, non uno ma sei fratelli, non eri offeso e irato. Lo facevi come il respiro. Spontaneamente. L’odio e la maledizione, il giubilo di vederli colpiti era il tuo pane spirituale, non è vero?».
«Sì, Signore. Per dieci anni il mio pane».
19«Ebbene, in realtà il più grande delitto tu lo hai iniziato dal momento che hai odiato e maledetto. Sei omicida dei fratelli sei volte».
«Ma Signore, essi mi avevano rovinato e odiato… E la madre mi è morta di fame…».
20«Vuoi dire che avevi ragione di farti vendetta».
«Sì. Lo voglio dire».
21«Non hai ragione. Dio c’era per punire. Tu dovevi amare. E Dio ti avrebbe benedetto in Terra e in Cielo».
«Non mi benedirà dunque mai?».
Il pentimento riporta la benedizione.
22«Il pentimento riporta la benedizione. Ma quanto dolore, quanto affanno ti sei dato! Molto più di quanto ti davano i fratelli, ti sei dato col tuo odio! …».
23«É vero! É vero! Un orrore che dura da ventisei anni. Oh! perdonami in nome di Dio. Tu vedi che ho dolore della colpa in me! Io non chiedo nulla per la mia vita. Mendico sono e malato. Ma tale voglio restare, soffrire, espiare. Ma dammi la pace di Dio! Ho fatto dei sacrifici al Tempio soffrendo la fame per accumulare la somma per l’olocausto. Ma non potevo dire il mio delitto, e non so se sarà stato accetto il sacrificio».
24«Nullo. Anche se ogni giorno ne avessi consumato uno, a che ti giovava quando con menzogna l’immolavi? Rito superstizioso e inutile è quello non preceduto da sincera confessione della colpa. Colpa aggiunta alla colpa, e perciò ancor più che inutile. Sacrilega offerta. Che dicevi tu al sacerdote?».
25«Dicevo: “Ho peccato per ignoranza facendo cose dal Signore proibite e voglio espiare”. Io pensavo: “Io so in che ho peccato, e Dio lo sa. Ma all’uomo non posso dire con chiarezza. Dio, che è onniveggente, sa che io penso al mio peccato”».
26«Restrizioni mentali, scappatoie indegne. L’Altissimo le odia. Quando si pecca, si espia. Non lo fare più».
27«No, Signore. E sarò perdonato? O devo andare a confessare ogni cosa? Pagare con la vita la vita che ho presa? Mi basta morire col perdono di Dio».
28«Vivi per espiare. Non potresti rendere il marito alla vedova e il padre ai figli… Prima di uccidere, prima di lasciare che l’odio diventi il nostro padrone, occorrerebbe pensare! Ma sorgi e cammina per la nuova via. Troverai, andando, dei discepoli miei. I monti della Giudea, se da Tecua vai a Betlemme e oltre verso Ebron, sono certo percorsi da essi. Di’ loro che Gesù ti manda e dice che avanti la Pentecoste Egli risalirà verso Gerusalemme passando da Betsur e Bétèr. Cerca di Elia, Giuseppe, Levi, Mattia, Giovanni, Beniamino, Daniele, Isacco. Ricorderai questi nomi? Rivolgiti a loro particolarmente. Ora andiamo…».
«E non bevi?».
29«Ho bevuto il tuo pianto. Un’anima che torna a Dio! Non c’è nulla di più ristorante per Me».
«Perdonato sono, allora?! Tu dici: “Torna a Dio”…»
30«Sì. Sei perdonato. E non odiare mai più».
L’uomo si china di nuovo, poiché si era alzato in piedi, e bacia i piedi di Gesù. Tornano dagli apostoli e li trovano in disputa con alcuni scribi.
Satana torna a colpire.
«Sopportare le molestie è opera di misericordia».
«Eccolo il Maestro. Egli vi può rispondere e dire che voi siete peccatori».
31«Cosa c’è?», chiede Gesù, il cui saluto deferente non ha risposta.
«Maestro, ci vessano con domande e schemi…»
32«Sopportare le molestie è opera di misericordia».
«Ma offendono Te. Ti fanno oggetto di scherno… e la gente tituba. Lo vedi? Eravamo riusciti a radunare persone… Ora chi resta? Due o tre donne…».
33«Oh! no! Avete anche un uomo, un lurido uomo! É fin troppo per voi! Soltanto, o Maestro, non ti pare di contaminarti troppo, Tu che sempre dici che le brutture ti fanno ribrezzo?», motteggia un giovane scriba accennando al mendico che è di fianco a Gesù.
34«Questo non è bruttura. Non è la bruttura che mi ripugna. Questo è “il povero”. Il povero non fa ribrezzo. La sua miseria deve solo aprire l’anima a sentimenti di pietà fraterna. Io ho ribrezzo delle miserie morali, dei cuori fetidi, delle anime a brandelli, degli spiriti piagati».
«E sai se egli non è tale?».
35«So che egli crede e spera in Dio e nella sua misericordia, ora che l’ha conosciuta».
36«Conosciuta? Dove abita? Dillo, ché noi pure vi andiamo per vederne il volto. Ah! Ah! Il Dio terribile, che Mosè non ardiva guardare, deve aver una ben terribile faccia anche nella misericordia, anche fosse ammollito, dopo tanti secoli, il suo rigore!», ribatte il giovane scriba e ride di un riso negatore più di una bestemmia.
37«Io sono che ti parlo la Misericordia di Dio!», grida Gesù, eretto e sfolgorante potenza dagli occhi e dal gesto. Non so come l’altro non abbia paura… Però, se anche non fugge, non osa più fare sarcasmi e tace, mentre un altro lo surroga: «Oh! quante parole inutili! Noi vorremmo soltanto poter credere. Non chiederemmo di meglio. Ma per credere bisogna avere delle prove. Maestro, sai Tu cosa è Galgala per noi?».
38«E stolto mi credi?», dice Gesù. E prendendo il tono di salmo, lento, un poco strascicato, inizia: «”E Giosuè, alzatosi avanti giorno, levò il campo. Partiti da Setim, egli e tutti i figli d’Israele arrivarono al Giordano ove si fermarono tre giorni, alla fine dei quali gli araldi percorsero il campo gridando: ‘Quando vedrete l’arca dell’alleanza del Signore Dio vostro, portata dai sacerdoti della stirpe di Levi, partite anche voi e seguiteli, ma tra voi e l’arca sia un intervallo di duemila cubiti, affinché possiate vedere da lontano e distinguere la via per la quale dovete camminare, non essendoci mai passati e…[110]»
“Non tentare il Signore Iddio tuo!”.
39«Basta, basta! La lezione la sai. Orbene, noi vorremmo da Te, per credere, un miracolo uguale. Al Tempio, nella Pasqua, fummo rintronati dalla notizia portata da un barcaiolo che Tu hai fermato il fiume in piena. Or dunque, se per un uomo qualunque hai fatto tanto, per noi, tanto più di un uomo, fa’ quello di scendere nel Giordano coi tuoi e di passarlo a piedi asciutti come Mosè al mar Rosso[111] e Giosuè a Galgala[112]. Suvvia! I sortilegi non servono che per gli ignoranti. Ma noi non saremo sedotti dalla tua negromanzia, benché Tu, è noto, conosca i segreti d’Egitto e le formule magiche».
40«Non ne ho bisogno».
«Scendiamo al fiume e crederemo in Te».
41«É detto: “Non tentare il Signore Iddio tuo”!»[113].
42«Tu non sei Dio! Sei un povero folle. Sei uno che sovverti le folle ignoranti. Con quelle è facile, poiché Belzebù è con Te. Ma con noi, ornati dei segni d’esorcismo, sei men che nulla», morde uno scriba.
43«Non lo offendere! Pregalo di accontentarci. Così come fai, si avvilisce e perde il potere. Su, Rabbi di Nazareth! Dacci una prova e noi ti adoreremo», dice serpentino un vecchio scriba, ed è più nemico nella sua tortuosa blandizia che non gli altri con l’aperta ferocia.
“Va’ via, Satana!”.
44Gesù lo guarda. Poi si volge verso sud-ovest e apre le braccia protendendole in avanti. Dice: «Là è il deserto di Giuda e là mi fu detto dallo Spirito del Male di tentare il Signore mio Dio. Ed Io ho risposto: “Va’ via, Satana! É detto che solo Dio va adorato, non tentato. E va seguito al di sopra della carne e sangue”. Così dico a voi».
45«A noi dài nome di Satana? A noi? Ah! maledetto!», e più simili a monellacci che a dottori della Legge dànno di mano alle pietre sparse al suolo per colpirlo e urlano: «Va’ via! Va’ via! Maledetto Te in eterno!».
46Gesù li guarda, senza paura. Li paralizza nel gesto sacrilego, raccoglie il mantello e dice: «Andiamo! Uomo, procedi avanti di Me», e torna verso il pozzo, verso l’uliveto della confessione, vi si addentra… E china il capo accasciato con due lacrime intenibili che rotolano dalle ciglia sul volto pallido.
47Giungono ad una via. Si ferma Gesù e dice al mendico: «Darti denaro non posso. Non ne ho. Ti benedico. Addio. Fa’ ciò che ti ho detto».
48Si separano… Gli apostoli sono afflitti. Non parlano. Si guardano sottecchi…
Le pietre del prodigio di Giosuè. (Lezione biblica)
Le dodici pietre scelte da Giosuè.
49Gesù rompe il silenzio riprendendo il tono di salmo interrotto dallo scriba: «”E il Signore disse a Giosuè: ‘Prendi dodici uomini, uno per tribù, e fa’ loro prendere di mezzo al letto del Giordano, dove si sono fermati i piedi dei sacerdoti, dodici durissime pietre che erigerete nel luogo degli accampamenti, dove pianterete le tende questa notte. E Giosuè, chiamati a sé dodici uomini scelti fra i figli d’Israele, uno per tribù, disse loro: ‘Andate davanti all’arca del Signore Dio vostro in mezzo al Giordano e togliete di là sulle vostre spalle una pietra per ciascuno, secondo il numero dei figli d’Israele, per farne un monumento fra voi. E quando in futuro i vostri figli vi chiederanno, dicendo: che significano queste pietre?, risponderete loro: le acque del Giordano sparirono davanti all’arca dell’alleanza del Signore che le traversava, e queste pietre furono poste come eterno monumento dei figli d’Israele’ “[114]».
Le dodici pietre scelte dal Messia.
50Alza il capo che teneva dimesso. Gira lo sguardo sui dodici che lo guardano. Dice con altra voce, la sua dei momenti di maggior mestizia: «E l’Arca fu nel fiume. E non le acque ma i Cieli si apersero[115] per rispetto al Verbo, che in esse stava a santificarle più che sante non fossero per l’Arca ferma nel letto del fiume. E il Verbo si è scelto dodici pietre. Durissime. Perché devono essere durature sino alla fine del mondo. E perché devono essere fondamenta al Tempio nuovo e alla Gerusalemme eterna. Dodici. Ricordatevelo. Questo deve essere il numero. E poi altre dodici le scelse a seconda testimonianza. I primi discepoli pastori e Abele lebbroso e Samuele storpio, i primi guariti… e riconoscenti… Durissime anche perché dovranno resistere ai colpi di Israele che odia Dio!… Che odia Dio!…».
Profezia su apostoli che diverranno demoni.
51Che voce straziata, affievolita, quasi bianca ha Gesù mentre piange sulla durezza di Israele. Riprende: «Nel fiume i secoli e l’uomo sparpagliarono le pietre ricordo… Sulla Terra l’odio sparpaglierà i miei dodici. Sulle sponde del fiume i secoli e gli uomini hanno distrutto l’altare ricordo… Le prime e le seconde pietre, servite a tutti gli usi per astio dei demoni che non sono solo nell’inferno ma anche dentro agli uomini, non si riconoscono più. Talune servirono anche per uccidere. E chi mi dice che nelle selci alzate contro Me non ci fossero schegge delle pietre durissime scelte da Giosuè? Durissime! Nemiche! Oh! durissime! Anche fra i miei vi saranno i dispersi che faranno da marciapiede ai demoni marcianti su Me… e selce si faranno per colpirmi… e non saranno più le pietre scelte… ma i satana… Oh! Giacomo, fratello mio! Durissimo è Israele col suo Signore!»; e, cosa mai vista, Gesù, sopraffatto da non so quale imponente sconforto, si piega sulla spalla di Giacomo di Alfeo e lo abbraccia piangendo…
388. Nei luoghi colpiti dal castigo divino. Raccomandazioni a Giuda Iscariota che andrà a Betania con Simone Zelote[116].
La verità su Sodoma e Gomorra.
Verso Engaddi.
1Devono aver proseguito nella notte lunare, sostato in qualche caverna per delle ore e ripreso il cammino all’alba. E sono visibilmente stanchi per il cammino difficile su rocce sminuzzate, fra arbusti spinosi e liane che strisciano impigliando i piedi. Guida la marcia Simone Zelote, che pare molto pratico del luogo e che si scusa del difficile cammino, come se la difficoltà di esso dipendesse da lui.
2«Ora, quando saremo di nuovo sui monti che vedete, andremo meglio e vi prometto miele selvatico in abbondanza e acque pure in abbondanza…».
Le città infondo al Mar Morto.
3«Acque? Mi ci butto dentro! La sabbia mi ha roso i piedi come avessero camminato sul sale, e la pelle mi brucia tutta. Che luoghi maledetti! Oh! si sente, sì, si sente che siamo vicini ai luoghi puniti col fuoco del Cielo[117]! C’è rimasto nel vento, nella terra, nelle spine. In tutto!», esclama Pietro.
«Eppure qui c’era bello un tempo, non è vero, Maestro?».
4«Bellissimo. Nei primi secoli del mondo un piccolo Eden erano questi luoghi. Fertilissimo il suolo, ricco di sorgenti atte a tanti usi. Ma ordinate a non dare che del bene. Poi… il disordine degli uomini parve prendere gli elementi. E fu la rovina. I saggi del mondo pagano spiegano in molti modi il castigo terribile. In modi di uomo, però, talora con superstizioso terrore. Ma, credete, fu solo il volere di Dio che levò l’ordine dagli elementi; e quelli del cielo chiamarono quelli del profondo, si scossero, si avventarono l’un contro l’altro per una del suolo avevano sparso disordinatamente, e fuoco dalle viscere della terra e fuoco sulla terra, e fuoco dal cielo ad alimentare quello terrestre e ad aprire, con le spade dei fulmini, nuove ferite nella terra tremante nella convulsione spaventosa, bruciò, distrusse, corrose stadi e stadi di un luogo che era prima un paradiso, facendone l’inferno che vedete e nel quale non può essere vita».
Gli apostoli ascoltano attentamente…
5Bartolomeo chiede: «Tu credi che, se si potesse prosciugare il velo delle acque spesse, in fondo al mar Grande troveremmo resti delle città punite?».
6«Certamente. E quasi intatte, perché lo spessore delle acque fa da calcina alle città sepolte. Ma molta sabbia ha sparso su esse il Giordano. E sepolte due volte sono, perché non risorgano più, simbolo di coloro che, ostinati nella colpa, sono inesorabilmente sepolti dalla maledizione di Dio e dalla prepotenza di Satana, che con tanta ansia hanno servito nella loro vita».
I partigiani di Israele.
7«E qui si rifugiò Matatia di Giovanni di Simeone, il giusto Asmonei che è gloria, coi figli, di tutto Israele? [118]».
8«Qui. Fra monti e deserti, e qui riordinò popolo e esercito, e Dio fu con lui».
9«Però, almeno… A lui fu più facile, perché gli Assidei furono più giusti che non i farisei con Te!».
10«Oh! essere più giusti dei farisei è pur facile! Più facile ancora che pungere per questo spino che mi si è attaccato alle gambe… Guardate qui!», dice Pietro che, nell’ascoltare, non ha guardato per terra ed è stato avvolto in un groviglio spinoso che lo fa sanguinare nei polpacci.
11«Sui monti ce ne sono di meno. Vedi come diminuiscono già?», conforta Simone Zelote.
12«Umh! Sei molto pratico…».
«Ci sono vissuto proscritto e perseguitato…».
«Ah! Allora! …».
Due volontari per Betania.
Miele selvatico e acqua di sorgente.
13Infatti i monticelli si fanno verdi di un verde meno tormentoso, benché siano poco ombrosi e con erbette poco alte ma in compenso odorosissime e sparse di fiori come un tappeto di colori. Api e api vi si satollano, e poi vanno alle caverne di cui i fianchi montuosi sono dotati e là, sotto pendule tendine di edere e caprifogli, depositano il miele in alveari naturali. Simone Zelote va ad una caverna e ne esce con favi di miele d’oro, e a un’altra, e a un’altra ancora finché ne ha per tutti, e offre al Maestro e agli amici che mangiano volentieri il dolce e filante miele.
«Se ci fosse del pane! Come è buono!», dice Tommaso.
14«Oh! anche senza è buono! Meglio delle spighe filistee. E… si spera che nessun fariseo venga a dirci che non se ne può mangiare!», dice Giacomo di Zebedeo.
15Vanno mangiando così e raggiungono una cisterna in cui si riversano le acque di alcuni ruscelli, convogliate poi non so dove. L’acqua che supera esce dal bacino ed è fresca, cristallina, essendo protetta, dal sole e dall’inquinamento, dalla volta del roccione in cui è scavata la cisterna, e cadendo fa come un laghetto minuscolo nella roccia siliceo-nerastra.
16Con palese piacere gli apostoli si spogliano e a turno si immergono nella vasca inaspettata. Ma prima hanno voluto che ne godesse Gesù, «per essere poi santificati nelle membra», dice Matteo.
Scendendo nella valle del Cedron.
17Riprendono la marcia, ristorati, sebbene più affamati di prima, e i più affamati, oltre a mangiare il miele, rosicchiano steli di finocchio selvatico e altri virgulti mangerecci di cui non so il nome. La vista è bella dai pianori di questi bizzarri monti, che sembrano avere avuto la vetta decapitata da un colpo di spada. Squarci d’altri monti verdi e di pianure fertili si vedono al sud, e anche qualche sfondo sul mar Morto, che invece è visibile a oriente, coi monti lontani dell’altra sponda, sfumanti in una nebbia di nuvole leggere, sorgenti da sud est; al nord, quando si mostra fra creste di monti, si vede il verde lontano della pianura giordanica, a ovest i monti alti della Giudea.
18Il sole comincia a scottare e Pietro sentenzia che «quelle nubi sui monti di Moab sono segno di calore forte».
19«Ora scenderemo nella valle del Cedron. É ombrosa…», dice Simone.
«Il Cedron!?! Oh, come si è fatto a venire così presto al Cedron?».
«Sì, Simone di Giona. É stata via aspra, ma come ha abbreviato il percorso! Andando per la sua valle presto si giunge a Gerusalemme», spiega lo Zelote.
Due volontari per Betania.
20«E a Betania… Io dovrei mandare alcuni di voi a Betania, per dire alle sorelle di condurre Egla da Niche. Me ne ha tanto pregato. Ed è giusta preghiera. La vedova senza figli avrà essa pure un santo amore, e la fanciulla senza genitori una madre veramente israelita, che la crescerà nella fede nostra antica e nella mia. Vorrei venire Io pure… Un riposo di pace per lo spirito amareggiato… Nella casa di Lazzaro il cuore del Cristo non trova che amore… Ma lungo è il viaggio che voglio compiere avanti la Pentecoste!».
21«Manda me, Signore. E con me qualcuno di gamba buona. Andremo a Betania e poi io risalirò a Keriot e là ci incontreremo», dice l’Iscariota entusiasta. Gli altri, invece, in attesa di essere scelti per quel viaggio che li separerebbe dal Maestro, non sono per niente entusiasti. Gesù pensa. E nel pensare guarda Giuda. É incerto se acconsentire. Giuda incalza: «Sì, Maestro! Di’ di sì. Fammi contento! …».
22«Sei il meno adatto di tutti, o Giuda, ad andare a Gerusalemme!».
«Perché, Signore? La conosco più di ogni altro!».
23«É ben per questo!… Essa non solo ti è nota, ma penetra in te più che in ogni altro».
«Maestro, ti do la mia parola che non mi fermerò a Gerusalemme e non vedrò nessuno d’Israele, per mia volontà… Ma lasciami andare. Ti precederò a Keriot e…»
24«E non farai pressioni per darmi onori umani?».
«No, Maestro. Lo prometto».
25Gesù pensa ancora.
26«Perché, Maestro, titubi tanto? Così forte diffidi di me?».
«Tu sei un debole, Giuda. E come ti allontani dalla Forza, cadi! Sei così buono da qualche tempo! Perché vuoi turbarti e darmi dolore?».
27«Ma no, Maestro, che non voglio queste cose! Dovrò bene un giorno essere senza di Te! E allora? Come farò, se non mi sarò preparato?».
«Giuda ha ragione», dicono in diversi.
28«E va bene!… Vai. Vai con Giacomo mio fratello».
I padri si sostituiscono ai figli.
29Gli altri respirano di sollievo. Giacomo sospira di pena, ma docilmente dice: «Sì, Signor mio. Benedicici e partiremo».
30Simone Zelote ha pietà della sua pena e dice: «Maestro, i padri si sostituiscono volentieri ai figli per dare loro una gioia. Costui io l’ho preso per figlio insieme a Giuda. Il tempo è passato, ma il mio pensiero è sempre lo stesso. Accogli la mia preghiera… Manda me con Giuda di Simone. Sono vecchio, ma resistente come un giovane, e Giuda non avrà a lamentarsi di me».
31«No, non è giusto che tu ti sacrifichi allontanandoti dal Maestro in mia vece. Certo ti è dolore non andare con Lui…», dice Giacomo d’Alfeo.
32«Il dolore si tempera nella gioia di lasciare te col Maestro. Mi racconterai poi ciò che faceste… D’altronde… io vado volentieri a Betania…», termina lo Zelote quasi per sminuire il valore della sua offerta.
33«Va bene. Andrete voi due. Intanto proseguiamo sino a quel paesello. Chi sale a cercarvi pane in nome di Dio?».
34«Io! Io!». Vogliono andare tutti. Ma Gesù trattiene Giuda di Keriot.
L’ amore di Gesù per l’Iscariota (esortazione)
Gesù offre tutto il suo sangue per Giuda.
35Quando tutti si sono allontanati, Gesù gli prende le mani e gli parla proprio viso a viso. Sembra voglia trasfondergli il suo pensiero, suggestionarlo sino al punto che Giuda non possa avere altri pensieri che non siano quelli che Gesù vuole.
36«Giuda… Non ti fare del male! Non ti fare del male, Giuda mio! Non ti senti più calmo e felice da qualche tempo, libero dalle piovre del tuo io peggiore, di quell’io umano che è così facile zimbello di Satana e del mondo? Sì, che ti senti così! Orbene, preserva la tua pace, il tuo benessere. Non nuocerti, Giuda. Io leggo in te. Sei in un momento così buono! Oh! potessi, potessi, a costo di tutto il mio Sangue, mantenerti così, distruggere anche l’ultimo baluardo in cui si annida un grande nemico per te, e farti tutto spirito, intelletto di spirito, amore di spirito, spirito, spirito!».
37Giuda, petto a petto, viso a viso con Gesù, le mani nelle mani, è quasi sbalordito. Mormora: «Nuocermi? Ultimo baluardo? Quale mai? …»
Il pensiero che nuoce a Giuda.
38«Quale?! Tu lo sai. Lo sai con che ti nuoci! Col tuo coltivare pensieri di grandezza umana e amicizie che supponi utili a darti questa grandezza. Non ti ama Israele, credilo. Ti odia come odia Me e come odia chiunque può avere aspetto di trionfatore probabile. E tu, proprio perché non celi il tuo pensiero di voler essere tale, sei odiato. Non credere alle loro bugiarde parole, non alle loro false domande, fatte con la scusa di interessarsi al tuo pensiero per aiutarti. Ti circuiscono per nuocere, per sapere e nuocere. E non ti prego per Me. Ma per te, per te solo. Io, se sono fatto segno a nequizia, sarò sempre il Signore. Potranno torturare la carne, ucciderla. Non più di così. Ma tu, ma tu! A te l’anima ucciderebbe … Fuggi la tentazione, amico mio! Dimmi che la fuggirai! Dà al tuo povero Maestro perseguitato, affannato, questa parola di pace!».
Patire tre passioni per salvare con due Giuda solo.
39Lo ha preso fra le braccia, ora, e gli parla gota a gota presso l’orecchio, e i capelli d’oro cupo di Gesù si mescolano ai pesanti ricci bruni di Giuda.
40«Io lo so che devo patire e morire. So che la mia corona sarà solo quella del martire. So che la mia porpora sarà solo quella del mio Sangue. Per questo sono venuto. Perché per questo martirio Io redimerò l’Umanità, e amore mi sprona da un tempo senza limiti a questa azione. Ma vorrei che nessuno dei miei si perdesse. Oh! tutti cari gli uomini, perché in essi è l’immagine e somiglianza del Padre mio, è l’anima immortale che Egli ha creato. Ma voi, voi diletti e prediletti, voi sangue del mio sangue, pupilla del mio occhio, no, no, perduti no! Oh! che non ci sarà tortura pari a questa – fosse pure Satana che infiggesse in Me le sue armi ardenti di zolfi infernali e mi mordesse, mi avvinghiasse, lui, il Peccato, l’Orrore, il Ribrezzo – non ci sarà tortura pari a questa, per Me, di un mio eletto che si perde… Giuda, Giuda, Giuda mio! Ma vuoi che chieda al Padre di patire tre volte la mia Passione orrenda, e di queste tre, due siano per salvare te solo? Dimmelo, amico, e Io lo farò. Io dirò di moltiplicare all’infinito le mie sofferenze per questo. Ti amo, Giuda, tanto ti amo. E vorrei, vorrei darti Me stesso, farti Me stesso, per salvarti da te stesso…».
Giuda non coglie il nocciolo del discorso.
41«Non piangere, non dire così, Maestro. Io anche ti amo. Io pure darei me stesso per vederti forte, rispettato, temuto, trionfante. Non ti amerò con perfezione. Non penserò con perfezione. Ma tutto ciò che sono lo uso, e forse ne abuso, per ansia di vederti amato. Ma ti giuro, su Jeovè ti giuro, che non avvicinerò né scribi, né farisei, né sadducei, né giudei, né sacerdoti. Diranno che sono pazzo. Ma non importa. Mi basta che Tu non abbia affanno per me. Sei contento? Un bacio, Maestro, un bacio per tua benedizione, per tua protezione».
42Si baciano e si separano, mentre gli altri tornano di corsa giù dal colle agitando delle larghe focacce e delle formaggelle fresche. Si siedono sull’erba verde delle rive e spartiscono il cibo raccontando che ebbero buona accoglienza, perché nelle poche case vi è gente che conosce i pastori-discepoli ed è propizia al Messia.
43«Non abbiamo detto che c’eri, perché se no…», termina Tommaso.
44«Cercheremo di passare di qui qualche volta. Non bisogna trascurare alcuno», risponde Gesù. Il pasto ha termine. Gesù si alza e benedice i due che vanno a Betania e che non attendono la sera per riprendere il cammino, dato che la valle è ombrosa e fresca d’acque. Gesù e i dieci che restano si sdraiano invece sull’erba e riposano, in attesa del tramonto per tornare verso la strada di Engaddi e Masada, come sento dire dai rimasti.
389. Arrivo ad Engaddi con
dieci apostoli[119].
L’oasi superstite dell’eden punito da Dio
Il panorama del Mar Morto.
1I pellegrini, per quanto siano stanchi da una lunga marcia, fatta forse in due tappe dal tramonto a questa aurora, su sentieri non certo facili, non possono trattenersi dall’avere una esclamazione di ammirazione quando, superato l’ultimo pezzo di strada su una costa che si accende di diamanti al primo sole del mattino, si trovano aperto davanti il panorama completo del mar Morto nelle sue due sponde.
2Mentre quella occidentale lascia un piccolo spazio pianeggiante fra il mar Morto e la linea dei monticelli che, poco alti come sono, paiono l’ultima onda delle catene di monti della Giudea – onda spintasi avanti, sul lido desolato, e rimasta là, bella di vegetazione, dopo aver messo il deserto nudo fra sé e la più prossima catena giudea – la riva orientale ha invece i monti che scoscendono quasi a picco nel bacino del mar Morto. Si ha proprio l’impressione che il terreno, in una spaventosa catastrofe tellurica, sia franato così, a taglio netto, lasciando delle crepe verticali al lago, dalle quali scendono torrenti più o meno ricchi d’acque destinate a evaporarsi in sale nelle acque cupe, maledette, del mar Morto. Dietro, oltre il lago e la prima cornice di monti, altri e altri monti, belli nel sole mattutino. A nord l’imboccatura verdazzurra del Giordano, a sud monti a far da cornice al lago.
3Uno spettacolo di grandezza solenne, triste, ammonitrice, in cui si fondono i vaghi aspetti dei monti e quello cupo del mar Morto che sembra ricordare, col suo aspetto, ciò che può il peccato e ciò che può l’ira del Signore. Perché è tremendo un così vasto specchio d’acqua senza una vela, una barca, un uccello, un animale che lo solchi, o sorvoli, o beva sulle sue sponde!
4E, a contrasto dell’aspetto punitivo del mare, i miracoli del sole sui monticelli e sulle dune, fin sulle sabbie del deserto, dove i cristalli del sale prendono l’aspetto di diaspri preziosi sparsi sulla rena, sui sassi, sugli steli rigidi delle piante desertiche, mutando tutto in bellezza per la spolveratura diamantifera che ricopre ogni cosa. E, ancor più miracoloso, il fertile aspetto di un pianoro alto un cento-centocinquanta metri sul mare, splendido di palmizi e di piante e vigne di ogni genere, sul quale scorrono acque azzurre e si estende una bella città circondata dalle lussureggianti campagne. Sembra, nel passare lo sguardo dal cupo aspetto del mare, da quello tormentato della riva orientale che mostra una mesta pace solo in una lingua di terra bassa e verde che si spinge a sud-est nel mare, da quello desolato del deserto di Giuda, da quello severo dei monti giudei, a questo, così dolce, ridente, fiorito, che si spezzi un sogno d’incubo febbrile e si muti in una soave visione di pace.
Questa è Engaddi! (delucidazione biblica)
5«Quella è Engaddi, cantata dai poeti della nostra Patria. Ammirate come è bella la regione alimentata da acque di grazia frammezzo a tanta desolazione! Scendiamo a tuffarci nei suoi giardini, perché tutto è giardino qui, e il prato, e il bosco, e il vigneto[120]. Questa è l’antica Asason Tamar; dal nome indicatore dei suoi belli palmizi[121], sotto cui più bello ancora era drizzare le capanne e coltivare la terra, amarsi, crescere i figli e i greggi al fruscio cantante del fogliame delle palme. Questa è l’oasi ridente, superstite fra le terre dell’eden punito da Dio, circondata, come perla in castone, dai sentieri praticabili solo alle caprette e ai caprioli, come è detto nei Re[122], nei quali sentieri si aprono per i perseguitati, gli stanchi e i derelitti, caverne ospitali. Ricordate Davide, re nostro, e ricordate la sua bontà per Saul suo nemico[123]. Questa è Asasontamar, che è Engaddi, la fontana, la benedetta, la bellezza, dalla quale mossero i nemici contro re Giosafat e i figli del popolo suo, che, sbigottiti, furono da Jaasiel, figlio di Zaccaria, confortati, parlando in lui lo Spirito di Dio. E grande vittoria ebbero, perché ebbero fede nel Signore e meritarono aiuto per la penitenza e la preghiera con le quali precedettero la battaglia[124].
6Questa è la cantata da Salomone[125] come paragone alle bellezze della Bella fra le belle. Questa la nominata da Ezechiele[126] come una delle alimentate dalle acque del Signore… Scendiamo! Andiamo a portare l’Acqua viva, che dal Cielo discende, alla gemma d’Israele».
Per un sentiero rompicollo.
7E inizia quasi a corsa la discesa per un sentiero rompicollo, tutto a svolte e a zig-zag nella roccia calcarea rossastra che, nei punti che più si accosta al mare, va proprio sul termine del monte che fa cornice ad esso. Un sentiero da dare il capogiro anche ai più destri montanari. Gli apostoli stentano a stargli dietro, e i più anziani sono assolutamente distanziati dal Maestro quando Questo si ferma alle prime palme e vigne del fertile pianoro cantante d’acque cristalline e di uccelli d’ogni specie.
Paradiso sperso sulla terra.
8Pecore bianche pascolano sotto il frusciante tetto dei palmizi, delle mimose, delle piante da balsami, degli alberi di pistacchi e di altri che esalano aromi sottili o acuti che si fondono a quelli dei roseti, dello spigonardo in fiore, della cannella, cinnamomo, mirra, incenso, zafferano, gelsomini, gigli, mughetti, e del fior dell’aloe che qui è gigante, e dei garofani e benzoini che lacrimano insieme ad altre resine dai tagli incisi nei tronchi. Veramente questo è «l’orto chiuso, la fonte di giardino», e frutta e fiori, fragranze, bellezza sorgono da ogni parte! [127] Ancora non avevo visto in Palestina un luogo bello come questo, nella sua vastità e naturalezza. Comprendo ora molte pagine di poeti d’Oriente, quando cantano le bellezze delle oasi come quelle di paradisi spersi sulla Terra.
9Gli apostoli, sudati, ma ammirati, si riuniscono al Maestro e insieme scendono per una strada ben tenuta verso la riva, che si raggiunge dopo aver superato successivi terrapieni tutti coltivati, dai quali, con cascatelle ridenti, scendono acque benefiche ad alimentare tutte le colture fino alla pianura che termina poi sul lido. E a mezza costa entrano nella città bianca, frusciante per i palmizi, odorosa di roseti e di mille fiori dei suoi giardini, e cercano alloggio, in nome di Dio, alle prime case. E le case, benigne come la natura, si aprono senza incertezze, mentre gli abitanti di esse chiedono chi è «il profeta che sembra re Salomone vestito di lino e raggiante bellezza» …
10Gesù, con Giovanni e Pietro, entra in una casetta dove è una vedova con un figlio. Gli altri si spargono qua e là, dopo la benedizione del Maestro e l’intesa di riunirsi al tramonto sulla piazza più grande.
390. La fede di Abramo d’Engaddi e
la parabola del seme di palma[128].
Chiamando all’ascolto del Messia.
La città di Egaddi.
1Gesù, verso il tramonto, un tramonto di fuoco che arrossa le case bianchissime d’Engaddi e dà sfaccettature di madreperla nera al mar Morto, si avvia verso la piazza principale. È con Lui il giovane che lo ha ospitato e che lo guida per i meandri della città, veramente orientale nella sua architettura. A difesa del sole – che deve essere molto forte in questi luoghi così aperti di fronte alla lastra pesante del mar Salato, dal quale mi fa l’impressione che debbano nei mesi estivi uscire soffi infocati, così isolati come sono in mezzo al deserto brullo
su cui il sole deve battere spietato arroventando il terreno – gli abitanti di Engaddi hanno costruito strade strette, che paiono ancor più tali per le grondaie e i cornicioni delle case che sono molto sporgenti, di modo che alzando gli occhi si vede una strisciolina sola di cielo, di un azzurro violento, apparire lassù.
2Le case sono alte, quasi tutte a due piani, sormontate da una terrazza sulla quale, nonostante l’altezza, si sono arrampicate e distese le viti a fare ombra e a dare diletto di grappoli che devono, a maturazione compiuta sotto il sole sovrano, fra il riverbero delle muraglie e del suolo del terrazzo, essere dolci come zibibbo appassito. E le viti gareggiano, a dare ristoro agli uomini e ai numerosissimi uccelli che, dal passero al colombo, nidificano in Engaddi, con palme svettanti, nate per ogni dove, e con piante da frutto di un’opulenza magnifica, che si alzano nei cortili, nei giardini chiusi fra le case, e si affacciano sui chiassuoli, e traboccano giù dai muri bianchi con i loro rami già carichi di frutta che matura al sole giocondo, e superano gli archivolti numerosissimi che formano delle vere gallerie in certi posti, interrotte qua e là da esigenze architettoniche, e salgono verso il cielo azzurro, così unito, così pastoso nel colore da dare l’impressione che, se fosse possibile toccarlo, sarebbe come toccare un velluto grave o un cuoio liscio, dipinti e tinti da un artefice sapiente con quella tinta perfetta, più carica di un turchese, meno carica di uno zaffiro, bellissima, indimenticabile.
3E acque… Quante fontane e fontanelle devono gorgogliare nei cortili e giardini delle case, fra il verde di mille piante! Passando per le viuzze ancora deserte, perché gli abitanti sono o ai lavori o nelle case, se ne sente il gocciare, il chioccolare, il frusciare, come tante note d’arpa tratte da un’arpista nascosta. E ad aumentarne il fascino, gli archivolti, gli angoli continui delle vie raccolgono quelle voci d’acque, le amplificano, le aumentano di numero per echi, ne fanno tutto un arpeggiare. E palme, palme, palme. Dove è una piazzetta, magari larga quanto una comune stanza, ecco i fusti snelli, altissimi, sfrecciare verso il cielo e avere appena un moto di oscillazione lassù, nel ciuffo delle foglie sonanti, stretto a pennello in cima al fusto, e l’ombra, che certo nel meriggio cade a perpendicolo sulla piazza minuscola e la copre tutta, ora si riflette bizzarramente sui muretti delle terrazze più alte.
4Però la città è pulita rispetto alle città palestinesi. Forse le case, così strette le une contro le altre, o l’avere tutte cortili e giardini coltivati, hanno contribuito ad insegnare agli abitanti a non gettare tutte le immondizie sulle vie, a raccogliere, anzi, queste e le lordure degli animali in appositi letamai per concimare gli alberi e le aiuole, oppure è un… molto raro caso di ordine. Le viette sono pulite, asciugate dal sole, e non si riscontrano quelle poco leggiadre esposizioni di verdure scartate, sandali rotti, cenci sudici, escrementi e simili, che si vedono nella stessa Gerusalemme, nelle vie appena appena un poco periferiche.
Chiamando a raccolta.
5Ecco il primo coltivatore che torna dal lavoro cavalcando un ciuchino grigio. A difesa dalle mosche l’uomo ha messo un’intera gualdrappa di rami di gelsomino al suo asinello, che se ne va trotterellando e scuotendo le orecchie e i sonagli in mezzo all’ondulante e profumata cortina di rami. L’uomo guarda e saluta. Il giovane dice: «Vieni alla piazza grande. Sentirai il Rabbi che è da me».
6Ecco una mandria di pecorelle che invade la via, incanalandosi in essa da una piazzetta oltre la quale si vede uno sfondo di campagna. Vanno incastrate una all’altra, mettendo gli zoccoletti dove l’altra li mette, tutte a testa china, come se le teste fossero troppo pesanti per il collo sottile rispetto al corpo obeso, trotterellando col loro passo strano e i loro corpi grassi che paiono fagotti appoggiati su quattro stecchi…
7Gesù, Giovanni e Pietro imitano l’uomo che è con loro e si addossano al muro caldo di una casa per lasciarle passare. Un uomo e un fanciullo seguono la mandria. Guardano e salutano. Il giovane dice: «Mettete le pecore nel chiuso e venite nella piazza grande, con i parenti. Fra noi è il Rabbi di Galilea. Ci parla».
8Ecco la prima donna che esce, attorniata da una nidiata di figli, per andare chissà dove. Il giovane dice: «Vieni con Giovanni e i figli a udire il Rabbi che chiamano Messia».
9Le case si aprono a poco a poco nella sera che viene e lasciano intravvedere sfondi verdi di giardini, o quieti cortili nei quali i colombi fanno l’ultimo pasto. Il giovane mette dentro la testa in ognuna delle porte aperte e grida: «Venite a sentire il Rabbi, il Signore».
10Sbucano infine in una via diritta, l’unica diritta in questa città che non si è costruita come avrebbe voluto, ma come hanno voluto le palme o i potenti alberi da pistacchi, certo centenari e rispettati come notabili dai cittadini, che devono ad essi di non morire d’insolazione. Ecco in fondo una piazza in cui fanno da colonne i fusti di numerosi palmizi. Sembra una di quelle sale ipostili dei templi e delle regge antichissime, fatte di un vasto ambiente empito di colonne messe a distanze regolari a fare una foresta di pietra sorreggente il soffitto. Qui le palme fanno da colonne e, fitte come sono, formano, con le foglie che si baciano, un soffitto di smeraldo alla piazza bianca, in mezzo alla quale è una alta e quadrata fontana colma d’acque cristalline, che sgorgano da una colonnetta al centro del bacino e ricadono in vasche più basse, alle quali possono abbeverarsi gli animali. In questo momento i colombi, domestici, pacifici, l’hanno presa d’assalto e bevono o minuettano con le zampette rosa sul bordo più alto, oppure si spruzzano le piume, che brillano aumentando il loro cangiante per le gocce d’acqua sospese per un momento alle barbe delle penne.
11Vi è gente. E vi sono gli otto apostoli che erano andati qua e là in cerca d’alloggio, e ognuno ha racimolato i suoi fedeli, desiderosi di sentire Colui che l’apostolo ha indicato come il Messia promesso. Gli apostoli si affrettano ad accorrere da ogni parte verso il Maestro e come tante comete si trascinano dietro i gruppetti delle loro conquiste.
Professione di fede del sinagogo Abramo.
La fede del sinagogo Abramo.
12Gesù alza la mano a benedire i discepoli e quelli di Engaddi. Giuda d’Alfeo parla per tutti: «Ecco, Maestro e Signore. Abbiamo fatto ciò che ci hai detto e costoro sanno che oggi la Grazia di Dio è fra di loro. Ma essi vogliono anche la Parola. Molti ti conoscono per sentito dire. Alcuni per averti incontrato a Gerusalemme. Tutti, le donne in specie, desiderano conoscerti, e con essi, primo fra tutti, il sinagogo. Eccolo. Vieni avanti, Abramo».
L’uomo, molto, molto vecchio, viene avanti. É commosso. Vorrebbe dire, dire, e nell’emozione non trova più una parola di quelle che si era preparate. Si curva per inginocchiarsi, appoggiandosi al suo bastone, ma Gesù glielo impedisce e lo abbraccia per il primo, dicendo: «Pace al vecchio e giusto servo di Dio!»; e l’altro, sempre più commosso, non sa che rispondere: «Lode a Dio! I miei occhi hanno visto il Promesso! E che più devo io chiedere a Dio?», e alzando le braccia, con posa ieratica, intona il salmo di Davide (34°):
Salmo 40.
13“Ho aspettato ansiosamente il Signore ed Egli a me si è rivolto”[129].
Ma non lo dice tutto. Lo dice nei punti più adatti all’evento: «”Ha ascoltato il mio grido e mi ha tratto dall’abisso della miseria e dal fango del pantano[130]…
Mi ha messo in bocca un cantico nuovo[131].
Beato l’uomo che ha posto la sua speranza nel Signore[132].
Molte cose meravigliose hai fatte, o Signore mio Dio, ne c’è chi ti eguagli nei tuoi disegni. Vorrei enunziarli, parlarne, ma la loro moltitudine sorpassa ogni numero[133].
Non hai voluto sacrifizio, né oblazione, ma mi hai aperto le orecchie… (si commuove sempre più) [134].
É detto che devo fare la tua volontà… La tua legge mi sta in mezzo al cuore[135].
Ho annunziato la tua giustizia alla grande assemblea. Ecco, io non ho tenuto chiuse le labbra, Tu lo sai, o Signore[136].
Non ho tenuto nascosta dietro di me la tua giustizia, ho proclamato la tua verità e la salvezza che da Te viene[137]…
Ma Tu, o Signore, non allontanare da me la tua compassione[138]… Disgrazie senza numero (e piange proprio del tutto, dicendo le parole con voce ancor più vecchia e tremula per il pianto) mi sono venute addosso…[139] Io son mendico e bisognoso, ma il Signore ha cura di me. Tu sei il mio aiuto, il mio protettore, o mio Dio, non tardare! …”[140].
Le sofferenze dei giusti.
14Questo è il salmo, mio Signore, e aggiungo di mio: dimmi “Vieni” ed io ti dirò ciò che il salmo dice: “Ecco, io vengo!”». E tace, piangendo, con tutta la fede raccolta negli occhi offuscati dagli anni. La gente spiega: «Gli è morta la figlia lasciandogli dei piccoli nipoti. La moglie gli è divenuta cieca ed ebete per i molti dolori, e dell’unico maschio non se ne sa nulla. É scomparso così, dall’oggi al domani…».
15Gesù posa la mano sulla spalla del vecchio e gli dice: «Le sofferenze dei giusti hanno la rapidità di una rondine rispetto alla durata del premio eterno. Ma renderemo alla tua Sarai i suoi occhi di un tempo e la mente dei suoi vent’anni, perché conforti la tua vecchiaia».
16«Si chiama Colomba», avverte uno del popolo…
17«Per lui è la sua principessa. Ma ora udite la parabola che vi propongo…».
18«Non libererai prima dalle tenebre gli occhi e la mente della moglie mia perché possa ella pure gustare la Sapienza?», chiede ansioso il vecchio sinagogo.
19«Puoi credere che Dio può tutto e che da uno all’altro mondo scorre il suo potere?».
Ricordi della visita dei tre Re Maggi.
20«Sì, o Signore, ricordo una sera di molti anni fa. Allora ero felice, ma credente anche nella gioia. Perché così è! L’uomo, finché è felice, può anche dimenticarsi di Dio. Io credevo in Dio anche in quel tempo di gioia, in cui giovane e sana era la moglie e mi cresceva Elisa, giovinetta bella come una palma, già promessa sposa, e Eliseo l’uguagliava in bellezza e superava in fortezza come a uomo si conviene… Ero andato col fanciullo alle fonti presso le vigne che sono dote di Colomba, lasciando la moglie e la figlia ai telai su cui si tesseva il corredo nuziale… Ma forse ti annoio? Il misero sogna la passata gioia ricordando… ma agli altri non interessa…».
«Parla, parla!».
21«Ero andato col fanciullo… Le fonti… Se sei venuto dalla via d’occidente sai dove sono… Le fonti erano al limite del luogo benedetto, e guardando si vedeva, oltre, il deserto, e la via biancheggiante per le pietre romane, allora ancora ben visibili nelle sabbie di Giuda… Dopo… finito anche quel segno! E nulla è che un segno si sperda nelle arene! Male è che si sia disfatto il segno di Dio, mandato a indicarti, negli spiriti d’Israele. In troppi spiriti! Il mio maschio disse: “Padre! Guarda! Una grande carovana, e cavalli, e cammelli, e servi e signori alla volta d’Engaddi. Forse vengono alle fonti prima che la sera cali…”. Alzai gli occhi dai tralci che curavo, stanchi dopo l’abbondante vendemmia, e vidi… Gli uomini venivano proprio alle fonti. E scesero e mi videro e chiesero se potevano accamparsi in quel luogo per una notte.
22“Engaddi ha case ospitali, e vicina è, risposi.
23“No. Vegliamo per essere pronti a fuggire, perché ci ricerca Erode. Le guardie da qui vedranno ogni via, e facile sarà fuggire a chi ci ricerca”.
24“Quale peccato avete commesso?”, chiesi stupito e pronto ad indicare le caverne dei nostri monti, come è sacro nostro costume verso i perseguitati. E aggiunsi: “Stranieri siete e di luoghi diversi… Io non so come possiate aver peccato contro Erode…”.
25“Abbiamo adorato il Messia che è nato a Betlem di Giuda e al quale ci ha guidati la stella del Signore. Erode lo cerca, e perciò ci cerca perché noi si indichi dove si trova. E lo cerca per dargli morte. Noi forse morte avremo, nei deserti, per lunga e ignota via, ma non denunceremo il Santo sceso dai Cieli!”.
26Il Messia! Il sogno di ogni vero israelita! Il mio sogno! Ed era al mondo! Ed era a Betlemme di Giuda secondo il predetto!… Chiesi, tenendomi sul cuore il mio fanciullo, notizie e notizie, dicendo: “Ascolta, Eliseo! Ricorda! Tu certo lo vedrai!”. Io avevo già cinquant’anni e più non speravo vederlo… né speravo campare tanto da vederlo uomo… Eliseo… non lo può più adorare…».
27Il vecchio piange di nuovo. Ma si riprende. Dice: «I tre sapienti parlarono con dolcezza paziente e ti hanno descritto nella tua santità infante, e la Madre, e il padre… Avrei fatto la notte con loro… Ma Eliseo mi si addormiva in seno. Salutai i tre sapienti dando promessa di tacere per non permettere possibili delazioni a loro danno. Ma a Colomba, nella stanza nuziale, narrai tutto, e questo fu il sole nelle nostre successive sventure. Poi si seppe l’eccidio… e per anni ho ignorato se Tu eri salvo. Ora lo so. Ma io soltanto, perché Elisa è morta, Eliseo non c’è, e Colomba non può intendere la notizia felice… Ma la fede nel potere di Dio, già viva, si fece perfetta da quella sera lontana in cui tre uomini, di razza diversa, testimoniarono la potenza di Dio col loro essere uniti, per voce d’astri e d’anime, sulla via di Dio, per adorare il suo Verbo».
Parabola del seme di palma. (Insegnamento)
Cosa è la fede?
28«E premio avrà la tua fede. Ora udite.
29Cosa è la fede? Pari ad un duro seme di palma è talora minuscola, formata di una breve frase: “Dio c’è”, nutrita di una sola asserzione: “Io l’ho visto”. Così come fu quella di Abramo in Me per le parole dei tre saggi d’Oriente. Così come fu quella del nostro popolo, dai più lontani patriarchi, trasmessa l’un l’altro, da Adamo ai posteri, da Adamo, peccatore, ma che fu creduto quando disse: “Dio c’è, e noi ci siamo perché Egli ci ha creati. Ed io l’ho conosciuto”. Così come fu quella, sempre più perfetta perché sempre più rivelata, che venne in seguito, e ci è retaggio, fulgente di manifestazioni divine, di apparizioni angeliche, di luci dello Spirito. Sempre semi minuscoli rispetto all’Infinito. Minuscoli semi. Ma gettando radici, fendendo la scorza dura della animalità coi suoi dubbi e le sue tendenze, trionfando sulle erbe nocive delle passioni, dei peccati, sulle muffe degli avvilimenti, sui tarli dei vizi, su tutto, si alza nei cuori, cresce, si slancia al sole, al cielo, sale, sale… finché si libera dalla restrizione della carne e si fonde a Dio, nella sua conoscenza perfetta, nel completo possesso, oltre la vita e la morte, nella vera Vita.
Il possesso della fede.
30Chi possiede la fede possiede la via della Vita. Chi sa credere non erra. Vede, riconosce, serve il Signore ed ha salvezza eterna. Per lui è vitale il Decalogo, e ogni ordine di esso è una gemma di cui si orna la sua futura corona. Per lui è salute la promessa del Redentore. Morto è già il credente da avanti che Io fossi sulla Terra? Non importa. La sua fede lo eguaglia a quelli che ora mi avvicinano con amore e fede. I giusti trapassati presto giubileranno, perché la loro fede sta per avere il premio. Io andrò, dopo aver compiuto la volontà del Padre mio, e dirò: “Venite!”, e tutti coloro che sono morti nella fede saliranno con Me nel Regno del Signore.
L’esempio delle palme.
31Imitate nella fede le palme delle vostre terre, nate da piccolo seme, ma così forti nel voler crescere, e nel crescere così diritte, dimentiche del suolo ma innamorate del sole, degli astri, del cielo. Abbiate fede in Me. Sappiate credere ciò che troppo pochi in Israele credono, ed Io vi prometto il possesso del Regno celeste, per il perdono della colpa d’origine e per la giusta ricompensa a tutti coloro che praticano la mia dottrina, che è la dolcissima perfezione del perfetto Decalogo di Dio. Io resterò fra voi oggi e domani, che è il sabato sacro, e partirò all’alba del giorno dopo il sabato. Chi è afflitto venga a Me! Chi è dubbioso venga a Me! Chi vuole la Vita venga a Me! Senza timore, perché Io sono la Misericordia e l’Amore».
Guarigione di Colomba.
32E Gesù fa un ampio gesto di benedizione per congedare i suoi ascoltatori onde possano andare al pasto serale e al riposo, e fa per avviarsi quando una vecchierella, fino allora nascosta dall’angolo di una vietta, fende la folla che ancora vuole stare col Maestro e, fra il gridio stupito della stessa folla, si va ad inginocchiare ai piedi di Gesù gridando: «Te benedetto! E l’Altissimo che ti manda! E le viscere che ti hanno generato, che più che di donna sono se hanno potuto portare Te!».
33Un grido d’uomo si fonde al suo: «Colomba! Colomba! Oh! Tu vedi! Tu intendi! Tu parli con sapienza riconoscendo il Signore! Oh! Dio! Dio dei miei padri! Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe! Dio dei profeti! Dio di Giovanni, il profeta! Dio! Dio mio! Figlio del Padre! Re come il Padre! Salvatore in ubbidienza al Padre! Dio come il Padre, e Dio mio, Dio del tuo servo! Che Tu sia benedetto, amato, seguito, adorato in eterno!».
34E il vecchio sinagogo scivola in ginocchio di fianco alla sua vecchietta e, abbracciandola con il braccio sinistro, stringendosela al cuore, si curva e la fa curvare per baciare i piedi del Salvatore, mentre un gridio di gioia di tutta la gente fa vibrare i tronchi, tanto è vivo, e spaurire i colombi che, già posati ai loro nidi, si rialzano a volo, rotando su Engaddi come a spargere a tutti i luoghi della città buona la novella che il Salvatore è fra le sue mura.
391. Guarigione del lebbroso
Eliseo d’Engaddi[141].
Fede, giustizia e speranza premiate.
Partenza al chiarore di luna.
1Devono, forse per consiglio degli stessi abitanti di Engaddi, avere anticipato la partenza, perché è assolutamente notte e la luna, che si avvia al plenilunio, illumina di una luce vivissima la città. Le stradette sono nastri d’argento fra i cubi delle case e le muraglie dei giardini, che sembra mutino la calcina in marmo scultoreo per l’effetto del magico raggio lunare. Le palme e gli altri alberi prendono un fantomatico aspetto, avvolti nella fosforescenza della luna. Le fontane, i piccoli rivoli d’acque, sono cascatelle e collane di diamanti. E dai fogliami gli usignoli sfilano collane di note d’oro, unendo i loro prodigi alle voci delle acque, che nella notte sembrano sempre più nette nel loro suono.
2La città dorme. Ma qualcuno è con Gesù che parte. E sono gli uomini delle case dove erano ospitati Gesù e gli apostoli, e qualche altro abitante si è unito a questi. Il sinagogo cammina al fianco di Gesù. Oh! non vuole rinunciare ad accompagnarlo neppure quando Gesù lo prega di farlo, prima di inoltrarsi nella aperta campagna.
3E vanno, diretti alla via che conduce a Masada, non la strada bassa, quella che costeggia il mar Morto e che sento definire malsana e pericolosa a farsi di notte, ma alla via dell’interno, tagliata nella costa, quasi sulla cresta dei colli che bordeggiano il lago.
4Splendida l’oasi nella notte lunare! Sembra di camminare in un paese di sogno. Poi l’oasi, la vera oasi, cessa, e diradano i palmizi. Ed è il monte vero e proprio, coi suoi alberi d’alto fusto, i suoi prati, i suoi fianchi spaccati da caverne come quasi tutti i monti palestinesi. Ma qui direi che spesseggiano, e le loro bocche strane, quali longitudinali e quali piatte, quali diritte e quali sbieche, quali rotonde a mezza costa, quali ridotte a fessura, hanno paurosi aspetti al chiaro di luna.
La logica della fede.
5«Abramo, la strada è più in basso. Perché torni a salire, allungando la via e prendendo questo sentiero impraticabile?», ammonisce uno di Engaddi.
6«Perché ho da mostrare al Messia una cosa e chiedergli di fare ancora una cosa da unirsi ai grandi benefici che ha fatto per noi. Ma se siete stanchi, tornate a casa o attendetemi qui. Andrò da solo», risponde il vecchio sinagogo, che arranca ansando sul sentiero difficile ed erto.
«Oh! no! Veniamo con te. Ma ci fa pena la tua fatica. Il tuo cuore affanna…»
7«Oh! non è il sentiero!… É un’altra cosa! É una spada che mi si rigira nel cuore… e una speranza che lo gonfia. Venite, figli miei, e conoscerete quanto dolore, quanto dolore era nel cuore di quello che confortava ogni vostro dolore! Quanta… non disperazione, questo no, ma… ammissione che non c’era da illudersi d’avere mai più gioia, era in quello che sempre vi diceva di sperare nel Signore che tutto può… Vi ho insegnato a credere nel Messia… Vi ricordate come, quando potevo ormai farlo senza dargli danno, parlavo sicuro di Lui? Voi dicevate: “Ma la strage di Erode?”.
8Eh! sì! Una grande spina in cuore! Ma mi apprendevo con tutto me stesso alla speranza… Dicevo: “Se Dio a tre, neppur d’Israele, mandò la stella per invitarli ad adorare il Fanciullo Messia e li guidò con essa alla povera casa che ignoravano i rabbi d’Israele, i principi dei sacerdoti e gli scribi, se con un sogno li avvertì di non ripassare da Erode, per salvare il Fanciullo, non avrà, con ancor maggior potenza, avvisato il padre e la Madre di fuggire, portando in salvo la speranza di Dio e dell’uomo?”.
La logica della speranza.
9E la fede nella sua salvezza cresceva, invano attaccata dal dubbio umano e dalle parole di altri… E quando… e quando il più grande dolore di un padre mi prese… quando dovetti condurre ad un sepolcro un vivente… e dirgli… e dirgli… “Sta’ qui finché durerà la tua vita… e pensa che, se amor di materne carezze o altro motivo ti spingesse verso le case, io dovrei maledirti, colpirti per il primo, e relegarti dove neppur più il mio desolato amore ti potrebbe dare soccorso”, quando dovetti far questo… ancor più mi abbrancai alla fede in Dio, salvatore del suo Salvatore, e dire a me e al figlio mio… al figlio mio lebbroso… capite?, lebbroso… dire… “Chiniamo il capo alla volontà del Signore e crediamo nel suo Messia! Io Abramo… tu Isacco, immolato dal male, non, dal fuoco, offriamo il dolore per avere il miracolo…”. E ogni mese, ad ogni neomenia… nel venire qui di nascosto, carico di cibarie… di vesti… di amore… che dovevo deporre lontano dalla mia creatura… perché dovevo tornare presso di voi… miei figli… e presso l’accecata sposa, l’inebetita sposa, fatta cieca ed ebete dal tremendo dolore… tornare nella mia casa senza più figli… senza più pace di reciproco consapevole amore… nella mia sinagoga e parlarvi di Dio… delle sue grandezze… delle sue bellezze sparse nel creato… e avevo negli occhi l’aspetto corroso del mio maschio… e neppure potevo difenderlo quando coglievo mormorazioni a suo carico, in cui era detto che era un ingrato, o un delinquente fuggito di casa…, e ogni mese, dicevo, nel fare questo pellegrinaggio di padre al sepolcro del figlio vivo, a lui, per sostenergli il cuore ripetevo: “C’è il Messia. Verrà. Ti guarirà…”.
10Lo scorso anno, alla Pasqua a Gerusalemme, mentre ti cercavo, nel breve tempo che stavo lontano dalla moglie cieca, mi fu detto: “C’è proprio. Era qui ieri. Ha guarito anche dei lebbrosi. Gira tutta la Palestina guarendo, consolando, ammaestrando”. Oh! tornai così lesto che parevo un giovane che vada alle nozze! Neppure ho sostato a Engaddi, ma sono venuto qui e ho chiamato il mio fanciullo, il mio maschio, il mio seme che muore, dicendogli: “Egli verrà!”.
11Signore, … Tu hai fatto ogni bene nella città nostra. Parti non lasciando uno che sia malato ancora… Persino le piante e gli animali ci hai benedetto… E non vorrai… Mi hai già guarito la moglie… ma non avrai pietà del frutto delle sue viscere?… Un figlio alla madre! Rendi un figlio alla madre, il Figlio perfetto della Madre d’ogni grazia! In nome di tua Madre, abbi pietà di me, di noi! …»
12Piangono tutti insieme al vecchio che è stato potente e straziante nel suo dire…
13E Gesù lo raccoglie fra le braccia, mentre egli singhiozza, e gli dice: «Non piangere più! Andiamo dal tuo Eliseo. La tua fede, la tua giustizia, la tua speranza meritano questo e più ancora. Non piangere, o padre! E non tardiamo oltre a liberare dall’orrore una creatura».
«La luna cala. Difficile è il sentiero. Non potremmo attendere l’aurora?», dicono alcuni.
Guarigione di Eliseo.
14«No. Le piante da resina sono folte intorno a noi. Coglietene dei rami, accendeteli e andiamo», ordina Gesù. Salgono ancora per un sentiero stretto e penoso; sembra il letto disseccato di qualche acqua alluvionale. Le torce crepitano fumose e rossastre, mandando un grande odore di resine per l’aria. Una caverna stretta di apertura, quasi celata da macchioni ubertosi, nati presso i margini di una sorgente, si mostra al di là di uno stretto pianoro, spaccato in mezzo da un crepaccio in cui si riversa la sorgente.
15«Là è Eliseo, da anni… in attesa della morte o della grazia di Dio…», dice il vecchio sottovoce, indicando lo speco.
16«Chiama la tua creatura. Confortalo. Che non abbia paura, ma fede».
17E Abramo chiama forte: «Eliseo! Eliseo! Figlio mio!», e ripete il grido, tremando di paura per il silenzio che solo gli risponde.
«É morto forse?», dicono alcuni.
«No! Morto, ora, no! Al termine della tortura! Senza una gioia, no! Oh! il mio maschio!», geme il padre…
18«Non piangere. Chiama ancora».
«Eliseo! Eliseo! Perché non rispondi al…».
19«Padre! Padre mio! Come vieni fuori del tempo solito? Forse la madre è morta, e tu me lo vieni a …». La voce, prima lontana, si è avvicinata, e uno spettro sposta i rami che occultano la soglia, un orrendo spettro, uno scheletro, seminudo, corroso… il quale, vedendo tanta gente con fiaccole e bastoni, chissà cosa crede e arretra gridando: «Padre, perché mi hai tradito? Io non sono mai uscito di qui… Perché mi porti i lapidatori?!».
La voce si allontana, mentre dell’apparizione non resta per ricordo che i rami che ondeggiano.
20«Confortalo! Digli che qui è il Salvatore!», incita Gesù.
Ma l’uomo non ha più forza… Piange desolato…
21Gesù parla Lui: «Figlio di Abramo e del Padre dei Cieli, ascolta. Si compie ciò che il giusto tuo padre ti profetizzava. Qui è il Salvatore, e con Lui sono i tuoi amici d’Engaddi e gli apostoli del Messia, venuti a godere della tua risurrezione. Vieni senza paura! Vieni avanti fino al crepaccio, ed Io pure verrò, e ti toccherò, e sarai mondato. Vieni senza timore al Signore che ti ama!».
22I rami tornano a scostarsi e il lebbroso guarda fuori spaurito. Guarda Gesù, forma bianca che cammina sull’erba del pianoro e che si ferma ai limiti del crepaccio… Guarda gli altri… e specie il vecchio padre che, come affascinato, segue Gesù a braccia tese, con gli occhi fissi sul volto del figlio lebbroso. Viene avanti, rassicurato. Zoppica forte per le piaghe ai piedi… stende le braccia con le mani corrose… Viene di fronte a Gesù… Lo guarda… E Gesù protende le sue bellissime mani, alza gli occhi al cielo, raccoglie, pare raccogliere in Sé tutta la luce delle infinite stelle e raggiarne lo splendore purissimo sulle carni impure, marciose, cadenti, che le fiaccole, agitate perché facciano più luce, fanno apparire ancor più tremende nella luce rossa dei rami accesi.
23Gesù si sporge sul crepaccio, tocca col sommo delle sue dita il sommo delle dita lebbrose e dice: «Voglio!», e lo dice con un sorriso di una bellezza non descrivibile. Ripete: «Voglio!» altre due volte. Prega e comanda con quella parola…
24Poi si stacca, si arretra di un passo aprendo le braccia a croce e dice: «E quando sarai purificato predica il Signore, perché a Lui appartieni. Ricorda che Dio ti ha amato perché fosti un buon israelita e un figlio buono. Abbi una sposa e dei figli e crescili al Signore. Ecco che è annullata l’amarissima amarezza tua. Benedicine Iddio e sii beato!».
Ciò che può il Signore!
25Poi si volge e dice: «Voi, delle torce! Venite avanti e vedete ciò che può il Signore per coloro che lo meritano».
26Abbassa le braccia che, così aperte e impaludate dal manto, facevano ostacolo alla visione del lebbroso, e si scosta. Il primo grido è quello del vecchio, inginocchiato dietro a Gesù: «Figlio! Figlio! Figlio quale eri nei tuoi vent’anni! Bello come allora! Sano come allora! Bello, oh! bello più di allora!… Oh! una tavola, un ramo, qualcosa per venire da te!», e fa per lanciarsi.
27Ma Gesù lo trattiene: «No! La gioia non ti faccia violare la Legge. Prima deve purificarsi. Guardalo! Bacialo con gli occhi e il cuore, forte ora come lo fosti per tanti anni. E sii felice…».
28Infatti questo è un miracolo completo. Non è solo guarigione, ma restaurazione di ciò che il male aveva distrutto, e l’uomo, sui quarant’anni, è intatto come nulla mai avesse avuto; soltanto resta di una forte magrezza che gli dà un aspetto ascetico di una bellezza non comune e soprannaturale. Ed egli agita le braccia, si inginocchia, benedice… non sa che fare per dire a Gesù che lo ringrazia. Infine vede dei fiori fra l’erba, li coglie, li bacia e li getta oltre il crepaccio ai piedi del Salvatore.
29«Andiamo! Voi di Engaddi rimanete col vostro sinagogo. Noi proseguiamo verso Masada».
«Ma non sapete… Non ci vedete…».
30«So, so la via. Tutto so! E le strade della Terra e quelle dei cuori per le quali passano Dio e il Nemico di Dio, e vedo chi accoglie questo o Quello. State! State con la mia pace! D’altronde fa presto giorno e con rami accesi faremo luce fino all’alba. Abramo, vieni, che ti dia il bacio di addio. Il Signore sia sempre con te, come lo fu fino ad ora, e coi tuoi, e con la tua città buona».
31«Non tornerai più in essa, Signore? Per vedere la mia casa felice?».
32«No. La mia strada sta per giungere alla sua mèta. Ma in Cielo tu sarai con Me e i tuoi con te. Amatemi e crescete i piccoli nella fede del Cristo… Addio a tutti. Pace e benedizione a tutti i presenti e alle loro famiglie. Pace a te, Eliseo. Sii perfetto per riconoscenza al Signore. Venite voi, miei apostoli…».
33E si mette in testa del piccolo corteo che alza rami accesi e procede, e gira un masso sporgente e scompare con la sua veste bianca; poi scompaiono uno per uno gli apostoli, si allontana il loro scalpiccio, si dilegua il rossastro dei rami fiammeggianti… Restano sul pianoro padre e figlio, seduti sui margini del crepaccio, in contemplazione l’uno dell’altro… E dietro, in gruppo, con bisbigli ammirati, quelli di Engaddi… Attendono l’alba per tornare al paese con la notizia della prodigiosa guarigione.
392. L’ostilità di Masada, città-fortezza[142].
Sorte comune con Sodoma e Gomorra.
Salita da capre.
1Stanno salendo per una salita da capre ad una città che pare un nido d’aquila su un picco alpino. E questo – che così faticosamente assalgono, venendo da occidente verso oriente, volgendo le spalle ad una catena continua di monti che fanno già parte del sistema montagnoso giudeo, e che, con una propaggine poderosa simile al contrafforte di una colossale muraglia, si protende verso il mar Morto nel suo lato occidentale estremo, ossia verso il termine sud del mare Morto – è proprio un picco alto, solitario, diruto, quale lo amano le aquile per i loro regali amori, disdegnosi di testimoni e di comunanze.
2«Che strada, mio Dio!», geme Pietro.
«Peggiore ancora a quella di Jiftael», conferma Matteo.
«Però qui non piove, non c’è umido, non si scivola.
«É già qualche cosa…», osserva Giuda Taddeo.
3«Eh! sì! Questo conforto c’è… Ma non c’è che questo. Va’ pur là che te non ti pigliano i nemici! Se non ti scoscende un terremoto, tu, per opera d’uomo, non cadi!», dice Pietro parlando alla città-fortezza, serrata nell’anello stretto delle sue difese, con le case pigiate, strette l’una all’altra come i semi di un melagrana nello scrigno della grossa buccia.
4«Lo credi, Pietro?», interroga Gesù.
«Se lo credo? Lo vedo! Ed è di più!».
5Gesù crolla il capo e non ribatte nulla.
«Forse era meglio venire dalla parte del mare. Se c’era Simone… lui è pratico di questi luoghi», sospira Bartolomeo che non ne può più.
6«Quando saremo in città e vedrete l’altra via, mi ringrazierete di avere scelto questa. Di qui può a fatica salire un uomo. Sull’altra a fatica sale una capra», risponde Gesù.
«Come lo sai? Te ne ha parlato qualcuno, o…?»
7«So. E d’altronde da questa parte sta la nuora di Anania. Voglio, per prima cosa, parlarle».
«Maestro… non ci saranno pericoli lassù?… Perché… qui non si può uscire con sveltezza, e se ci inseguono… a casa non si torna più. Guarda che precipizi! E che pietre taglienti… dice Tommaso.
8«Non abbiate paura. Non troveremo un’Engaddi. Di Engaddi ce ne sono ben poche in Israele. Ma non ci accadrà del male».
«É perché… Lo sai che è fortezza di Erode? …»
9«Ebbene? Ma non temere, Toma! Finché non è l’ora, nulla accade di veramente grave».
Vanno, vanno e giungono presso le mura arcigne che il sole è ormai alto. Ma l’altezza tempera il calore. Entrano in città passando sotto l’arco di una porta stretta, cupa. Le muraglie dei bastioni sono potenti, con spesse torri e strette aperture.
«Che trappola da selvaggina!», dice Matteo.
10«Io penso a quei disgraziati che hanno portato qui i materiali, questi blocchi, questi lastroni di ferro…», dice Giacomo d’Alfeo.
11«Amor santo di patria e di indipendenza fece leggeri i pesi agli uomini di Gionata Maccabeo[143]. Amore malvagio di sé stesso e terrore dell’ira del popolo impose il giogo pesante, non a sudditi ma a peggio che schiavi, per volere di Erode il Grande. E di sangue e lacrime battezzata, nel sangue e nelle lacrime perirà, quando sarà l’ora della punizione divina».
«Maestro, ma che c’entrano gli abitanti?».
12«Nulla. E tutto. Perché quando i sudditi emulano i capi nelle colpe o nei meriti, dei capi hanno lo stesso premio o castigo. Ma ecco la casa, che è la terza della seconda strada e col pozzo davanti. Andiamo…
Donna arida più della selce.
13Gesù bussa alla porta chiusa di una casa alta e stretta. Apre un fanciullo.
«Sei parente di Anania?».
«Ne porto il nome perché è padre di mio padre».
14«Chiama tua madre. Dille che vengo dal paese dove è Anania e il sepolcro dello sposo estinto».
Il fanciullo va e torna.
«Ha detto che non le importa di sapere nulla del vecchio. Che puoi andare».
15Gesù fa il volto molto severo.
«Non andrò altro che dopo averle parlato. Fanciullo, va’ e dille che Gesù di Nazareth, in cui credeva il marito suo, è qui e le vuole parlare. Dille che non tema. Il vecchio non c’è…».
16Il ragazzo torna ad andare. L’attesa è lunga. Della gente si è fermata ad osservare e qualcuno interroga i discepoli. Ma vi è un’atmosfera dura o indifferente o ironica… Gli apostoli cercano di essere cortesi, ma sono visibilmente impressionati. E finiscono d’esserlo quando sopraggiungono i notabili del paese e degli armigeri. Gli uni e gli altri con certi visi da… galera che non danno punto fiducia.
17Gesù, sulla soglia, addossato allo stipite, a braccia conserte, attende paziente, assorto. Finalmente ecco la donna. Alta, bruna, con l’occhio duro, il profilo tagliente. Non è brutta né vecchia, ma l’espressione la fa parere vecchia e brutta.
«Che vuoi? Fa’ presto, che ho da fare», dice altezzosa.
18«Nulla voglio. Nulla. Rassicurati. Soltanto ti porto il perdono di Anania, il suo affetto, la sua preghiera…».
19«Non lo riprendo! Inutile pregare. Non voglio vecchi lamentosi. Tutto è finito fra noi. E, del resto, presto io vado a nuove nozze e non posso imporre in casa di un ricco il rozzo contadino che egli è. Ne ho avuto abbastanza del mio errore di avere accettato di sposare suo figlio! Ma allora ero una stolta fanciulla e guardai solo la bellezza dell’uomo. Sciagura a me! Sciagura a me! Sia maledetto il motivo che lo portò sui miei passi! Sia anatema anche il ricordo di…». Pare una macchina…
20«Basta! Rispetta i vivi e i morti che non meritavi di avere, donna arida più della selce. Sciagura a te! Sì! Sciagura! Perché in te non è amor di prossimo, e perciò Satana è in te. Ma trema, o donna! Trema che le lacrime del vecchio, che quelle dello sposo, che certo hai oppresso col tuo disamore, non divengano pioggia di fuoco su quanto ti è caro. Hai figli, o donna! …».
21«Figli! Magari non li avessi! Sarebbe spento anche l’ultimo legame! E del resto non voglio sentire nulla. Non voglio sentirti. Va’ via! Sono in casa mia, in casa di mio fratello. Non ti conosco. Non voglio ricordare il vecchio. Non…». Strilla come una gazza spennata viva. Una vera arpia…
«Bada!», dice Gesù.
«Mi minacci?».
22«Ti richiamo a Dio, alla sua Legge, per pietà della tua anima. Che figli vuoi educare con questi sentimenti? Non temi il giudizio di Dio?».
23«Oh! basta. Saul, va’ a chiamare mio fratello e digli che venga con Gionata. Ti farò vedere! Ti…».
Cittadini ipocriti, ostili al Messia.
24«Oh! no. Non occorre. La tua anima non sarà forzata da Dio. Addio». E Gesù se ne va, fendendo la gente. La strada è stretta, fra alte case. Ma la città, atta a difesa, ha il cuore della stessa difesa nella parte orientale, là dove tutto strapiomba per centinaia di metri e dove il nastro esile di un sentiero serpeggiante, di una ripidità veramente impressionante, sale dalla pianura, dalle rive del mare, alla cima del picco. Gesù va proprio là, dove è una piazzuola per le macchine di guerra, e inizia a parlare, ripetendo per una nuova volta il suo invito al Regno dei Cieli, del quale dà le linee schematiche. E sta per illustrarle quando, aprendosi un varco fra la piccola folla che è curiosa più che credente, si fanno avanti dei notabili che vociano fra di loro. Non appena sono di fronte a Gesù, intimano, confusamente perché parlano tutti insieme, concordi soltanto nel cacciare Gesù: «Va’ via! Qui bastiamo noi a educare i figli d’Israele».
25«Via! Le nostre donne non hanno bisogno di essere rimproverate da Te, galileo!»;
26«Via, offensore! Come ti permetti di offendere la donna di un erodiano, in una delle città predilette dal grande Erode? Usurpatore, dalla nascita, dei suoi sovrani diritti! Via di qua!».
27Gesù li guarda, specie questi ultimi, e dice una sola parola: «Ipocriti!».
«Via! Via!».
28Un vero tumulto di voci discordi, le quali, ognuna per suo conto, accusano, o difendono la loro casta. Non si capisce più nulla. Nella piazzetta stretta, delle donne strillano e svengono, dei bimbi piangono, degli armati cercano farsi largo uscendo dalla vera e propria fortezza, e per farsi largo fanno del male ai pigiati nella piazza che reagiscono imprecando a Erode e ai suoi soldati, al Messia e ai suoi seguaci. Un bel baccano! Gli apostoli, stretti intorno a Gesù, unici che lo difendano più o meno coraggiosamente, urlano a loro volta improperi salati, e ne hanno per tutti.
Partenza senza ritorno.
29Gesù li richiama dicendo: «Usciamo di qua. Gireremo dietro alla città e ce ne andremo…».
«E per sempre, sai? E per sempre!», urla Pietro paonazzo d’ira.
«Sì, per sempre…».
30Sfilano uno dopo l’altro e l’ultimo, nonostante ogni pressione dei suoi, è Gesù. Le guardie, pur beffeggiando il «profeta beffato», come dicono facendo lazzi di ogni specie, hanno tanto buon senso da affrettarsi a chiudere il portello delle mura e addossarcisi contro, con le armi volte verso la piazza.
31Gesù cammina per un sentierino che costeggia le mura, un sentiero largo due palmi, sotto il quale è il vuoto, la morte. Gli apostoli lo seguono evitando di guardare l’abisso pauroso.
32Eccoli di nuovo presso la porta dalla quale sono entrati. Gesù, senza sostare, procede per la discesa. La città ha la porta chiusa anche da questo lato…
33 A molti metri dalla città Gesù si arresta e pone la mano sulla spalla di Pietro, che dice asciugandosi il sudore: «L’abbiamo scampata bella! Maledetta città! E maledetta donna! Oh! povero Anania! Quella è peggio di mia suocera!… Che serpente!».
34«Sì. Ha il cuore freddo delle serpi… Simone di Giona, che ne dici? Nonostante tutte le difese, ti pare sicura questa città?».
35«No, Signore! Non ha Dio in sé. Io dico che avrà sorte comune con Sodoma e Gomorra».
36«Bene hai detto, Simone di Giona! Essa sta accumulando contro di sé le folgori dell’ira divina. E non tanto per avermi cacciato, quanto perché in essa il Decalogo è violato in tutti i suoi comandi. Andiamo ora. Una grotta ci accoglierà nella sua ombra fresca, in queste ore di sole. E al tramonto andremo verso Keriot, finché la luna lo permette…».
Improvviso scoppio di pianto di Giovanni.
37«Maestro mio!», geme Giovanni in un improvviso scoppio di pianto.
«Ma che hai?», chiedono tutti.
Giovanni non si spiega. Piange con le mani sul volto, un poco curvo… Pare già lo straziato Giovanni della giornata di Passione…
38«Non piangere! Vieni qui… Abbiamo ancora ore dolci davanti a noi», dice Gesù attraendolo a Sé. Cosa che, se consola il cuore, fa anche aumentare il pianto.
«Oh! Maestro! Maestro mio! Come farò?! Come farò?!».
39«Ma a che, fratello?»,
«A che, amico?», chiedono Giacomo e gli altri.
40Giovanni stenta a dire; poi, alzando il viso e gettando le braccia al collo di Gesù e obbligandolo a curvarsi sul suo viso straziato, grida, e risponde a Gesù invece che a quelli che l’hanno interrogato: «A vederti morire!».
41«Dio ti soccorrerà, fanciullo suo diletto! Non ti mancherà il suo aiuto. Non pianger più. Andiamo! Andiamo…», e Gesù cammina tenendo per mano l’accecato dalle lacrime…
393. Nella casa di campagna di
Maria di Keriot[144].
Amore che non bastò a salvare l’Iscariota.
La donna forte e buona.
1Giungono alla casa di campagna di Giuda in una fresca e splendida mattina. I pometi sono roridi di rugiada e l’erba ai loro piedi è un tappeto di fiori sui quali ronzano le api. La casa è già con le finestre spalancate. Colei che la dirige, la forte donna che tempera la sua padronanza con una grande bontà, sta impartendo ordini ai servi e ai contadini e distribuisce di sua mano il cibo prima di mandare ognuno al suo lavoro. Dall’ampia porta spalancata della vasta cucina la si vede passare e ripassare nella sua veste scura, parlando con questo e quello, facendo le parti a seconda dei bisogni del lavoratore. Una schiera di colombi attendono, sgrugolando davanti alla porta, di avere essi pure la loro parte.
2Gesù si avanza sorridendo ed è quasi sulla porta quando, con un sacchetto di granaglie in mano, Maria di Simone si affaccia dicendo: «E ora a voi, colombini. Ecco il primo pasto, poi andate felici, al sole, a lodare il Signore. Buoni, buoni! Ce ne è per tutti senza necessità di beccarvi…». E sparge il grano, gettandolo in ogni senso per impedire risse violente fra gli ingordi colombi. Non vede Gesù, perché sta a testa china, e si curva anche ad accarezzare dei volatili che le sbeccuzzano le dita dei piedi per vezzo d’amore. Maria ne prende uno fra le mani e se lo carezza. Poi lo posa e sospira.
Madri che meritano amore di predilezione.
3Gesù fa un passo avanti dicendo: «La pace a te, Maria, e alla tua casa!».
4«Il Maestro!», esclama la donna, lasciando cadere il sacchetto che teneva sotto il braccio, e corre incontro a Gesù mettendo in fuga i colombi, che però si posano subito di nuovo al suolo lavorando accaniti intorno alla cordicella del sacchetto, alla sua tela, per scioglierla, per diradarla e soddisfare la loro voracità.
5«O Signore! Che giorno santo e felice!», e fa per inginocchiarsi a baciare i piedi di Gesù.
6Ma Egli lo impedisce dicendo: «Le madri dei miei apostoli e le israelite sante non devono avvilirsi come schiave al mio cospetto. Mi hanno dato il loro spirito fedele e il loro figlio. Io do ad esse un amore di predilezione».
7La madre di Giuda, commossa, gli bacia allora le mani mormorando: «Grazie, Signore!».
L’amore che avrebbe salvato l’ Iscariota.
8Poi alza il capo e guarda il gruppetto degli apostoli che si è arrestato alle ultime piante e, stupita di non vedere venirle incontro suo figlio, osserva meglio il gruppo. Il suo volto si fa pallido di sgomento. Ha quasi un grido per chiedere: «Mio figlio dove è?», e guarda con paura e con pena Gesù.
9«Non temere, Maria. Io l’ho mandato con Simone Zelote alla casa di Lazzaro per una missione. Se mi fossi potuto fermare a Masada quanto avevo deciso, lo avrei trovato qui. Ma non ho potuto fermarmi. La città, ostile, mi ha scacciato. E Io sono venuto qui sollecitamente per trovare conforto presso una madre e per darle il conforto di sapere che suo figlio serve il Signore», dice Gesù sottolineando le ultime parole per dare ad esse un più ampio significato.
10Maria è come un fiore appassito che si ristora. Le torna il colore sulle guance, le torna la luce nello sguardo. Chiede: «Davvero, Signore? Egli è buono? Ti fa contento? Sì? Oh! gioia! Gioia del cuor della madre! Ho tanto pregato! Tanto! Ho fatto tante elemosine! Tante! E penitenze… tante… E che non farei per fare di mio figlio un santo? Grazie, Signore! Grazie di amarlo tanto. Perché è il tuo amore che lo salva, il mio Giuda…».
«Sì. É il “nostro” amore che lo… sostiene…».
11«Il nostro amore! Come sei buono, Signore! Mettere il mio povero amore vicino, unito al tuo, divino!… Oh! quale parola mi hai detta! Quanta sicurezza! Quanto conforto e pace mi dài con essa! Finché era il mio povero amore, poco utile poteva averne Giuda. Ma Tu, col tuo perdono… perché Tu le sai le sue colpe, Tu col tuo infinito amore che sembra cresca più egli ne ha bisogno dopo una colpa, oh! Tu… Giuda mio vincerà se stesso, infine, per sempre. Non è vero, Maestro?». La donna lo guarda fisso, coi suoi occhi seri e profondi, le mani congiunte in preghiera.
12Gesù… oh! Gesù, che non può dirle di sì e che non le vuole negare quest’ora di pace, di dispersione dei suoi timori, trova una parola che non è menzogna, che non è promessa, ma che la donna può accogliere con sollievo. Dice: «La sua buona volontà congiunta al nostro amore può fare dei veri miracoli, Maria. Abbi pace nel cuore pensando sempre che Dio ti ama. Molto. Ti comprende. Molto. E ti sarà amico sempre».
13Maria gli bacia di nuovo le mani per ringraziarlo. E poi dice: «Entra allora nella mia casa, in attesa di Giuda. Qui è amore e pace, benedetto Maestro».
E Gesù, chiamati i suoi, entra nella casa a prendere ristoro e riposo.
Sera dolce e placida.
14É la sera. La notte cala lentamente sulla campagna. I rumori cessano uno ad uno e non resta che il vento leggero fra le fronde a mettere una voce nel silenzio. Poi ecco il primo grillo nei campi di messi mature. Un altro,… un altro. E tutta la campagna frinisce nel canto monotono… finché un usignolo lancia il primo interrogativo canoro alle stelle… tace in ascolto e poi riprende. Tace di nuovo… Che attende?… Forse il primo raggio di luna?… Bisbiglia piano, si deve essere messo sul folto noce presso la casa, forse ci ha il nido. Sembra che parlotti con la compagna che forse è alla cova… Un belato insistente, poco lontano. Un rumore di sonagli sulla via che porta a Keriot. Poi silenzio.
15Gesù è seduto vicino a Maria sui sedili messi davanti alla casa. Riposa in serenità fra i suoi e la servitù della casa. L’ora è dolce, placida. I corpi e gli spiriti ne hanno sollievo. Gesù parla poco, a larghi intervalli. Lascia che gli apostoli narrino di Engaddi, del vecchio sinagogo, del miracolo. Maria e i servi ascoltano attenti.
Il belato della pecora.
16Qualche cosa si muove fra i fusti dei meli. Ma se qui, nella piazzuola che è davanti alla casa, ancora un poco ci si vede per le chiare stelle che gremiscono il cielo, là, sotto il folto fogliame, non c’è luce affatto, e solo il rumore di qualcosa che si muove giunge all’orecchio.
17«Qualche animale notturno? Qualche pecora dispersa?», si chiedono in diversi. E il ricordare una pecora riconduce al pensiero di molti la pecora che si lamenta perché le è stato levato l’agnello per ucciderlo.
18«Non si dà pace quella bestia!», dice il fattore. «Temo che le si impietri il latte. Da stamane non mangia e bela, bela… Sentitela! …»
19«Le passerà… Figliano perché noi si mangi l’agnello», dice filosoficamente un servo.
20«Ma non tutte sono uguali. Questa è meno stolta e soffre di più. Senti? Non pare proprio un pianto? Non dirmi stolta, Maestro… Ne ho pena come fosse un pianto di donna che ha perduto suo figlio…».
Giuda sogna a occhi aperti.
21«Invece tu lo trovi, o madre, tuo figlio!», dice Giuda di Keriot apparendo alle loro spalle insieme a Simone e facendo sobbalzare tutti per la sorpresa.
«Maestro! La tua benedizione al ritorno come ce la desti alla partenza».
22«Sì, Giuda», e Gesù abbraccia i due di ritorno.
«La tua, mamma…». Anche Maria bacia e abbraccia suo figlio.
23«Non credevamo trovarti già qui, Maestro. Abbiamo camminato instancabili, quasi sempre per scorciatoie per evitare di essere trattenuti. Ma abbiamo incontrato dei discepoli e abbiamo avvisato Giovanna ed Elisa che presto ci vedranno», spiega Simone.
24«Sì. E Simone camminava come un giovane. Maestro, abbiamo fatto l’ambasciata. Lazzaro sta molto male. Il caldo lo fa soffrire più ancora. Si raccomanda di andare presto da lui… Maestro, meno che all’Antonia, per fare carità a Egla che prima di partire per Gerico voleva ringraziare Claudia, io non sono andato in nessun luogo. Non è vero, Simone?».
25«E’ vero. E all’Antonia siamo andati nell’ora di sesta, in una giornata d’afa che consigliava tutti a stare nelle case. Mentre Giuda parlava con Claudia, che Albula Domitilla aveva chiamata nel giardino, io ero interrogato dalle altre dame. Non credo di aver fatto male a spiegare come potevo ciò che volevano sapere».
26«Hai fatto bene. É in loro vera volontà di conoscere la Verità».
27«E in Claudia è vera volontà di aiutarti. Ha congedato Egla, che è andata a salutare Plautina e le altre, e mi ha fatto molte domande. Se bene ho compreso, ella vuole persuadere Ponzio a non credere alle calunnie farisee, sadducee e così via. Ponzio si fida fino ad un certo punto dei suoi centurioni, buoni per le battaglie ma poco buoni per le ambascerie. E molto si serve della moglie, che deve essere intelligente fino all’astuzia, per sapere le cose con sicurezza. In verità il Proconsole è Claudia. Lui deve essere una nullità che sta su perché lei è lei come potenza e come consigliera. Ci hanno voluto dare del denaro per i tuoi poveri. Eccolo».
28«Quando siete arrivati? Non parete stanchi e polverosi», chiede Giacomo di Zebedeo.
29«All’ora fra terza e sesta. Andammo a Keriot per vedere se là era mia madre e per avvisare del tuo arrivo. Ma sono stato come Tu vuoi, Maestro. Non mi sono lasciato tentare da desideri umani. Non è vero, Simone?».
È vero».
30«Hai fatto bene. Ubbidisci sempre e ti salverai».
31«Sì, Maestro. Oh! ora che so che Claudia è con noi, non ho più le mie stolte frette. Tutte amore, però. Ne devi convenire. Disordinato amore… Disordinato perché si sentiva senza protezione, senza aiuto per raggiungere il suo scopo, che è quello di farti amato, rispettato come meriti, come deve essere. Ora sono più calmo. Non temo più. E mi è dolce anche attendere…». Giuda sogna ad occhi aperti.
31«Non ti abbandonare ai sogni, Giuda. Sta’ nella verità. Io sono la Luce del mondo e la luce sarà sempre invisa alle tenebre…», ammonisce Gesù.
32La luna si è alzata. Il suo biancore bagna la campagna, fa pallidi i volti, inargenta case e piante. Il noce ne è tutto fasciato ad oriente. L’usignolo raccoglie l’invito lunare e scioglie il canto, lungo, melodioso, che teneva in serbo, per salutare la notte e la luna.
394. Parabola delle due volontà e commiato dai cittadini di Keriot[145].
La buona volontà e l’ubbidienza. (discorso di addio)
Una parabola di addio.
1Gesù parla nell’interno della sinagoga di Keriot che è stipata inverosimilmente. Sta rispondendo a questo e a quello, che lo interrogano per consigli intimi, in disparte. Poi, fattili tutti contenti, inizia a parlare a voce alta.
“Le due volontà”.
2«Genti di Keriot, udite la mia parabola di addio. Daremo ad essa il nome di: “Le due volontà”. Un padre perfetto aveva due figli. Amati ambedue di uguale sapiente amore. Indirizzati ambedue su vie buone. Nessuna differenza nel modo di amare e di dirigere. Eppure, sensibile differenza era nei due figli.
3Uno, il primogenito, era umile, ubbidiente, senza discutere faceva la volontà paterna, sempre ilare e contento del suo lavoro.
4L’altro, benché minore, era sovente malcontento e aveva discussioni col padre e col suo proprio io. Sempre meditava, e con molto umana meditazione, sui consigli e sugli ordini che riceveva. E in luogo di eseguirli così come venivano dati, si permetteva di modificarli in tutto o in parte, come se chi lo comandava fosse uno stolto. Il maggiore gli diceva: “Non fare così. Dài pena al padre!”. Ma egli rispondeva: “Sei uno stolto. Grande e grosso come sei, e primogenito per giunta, adulto ormai, oh! io non vorrei rimanermene al rango dove il padre ti ha messo. Ma vorrei fare di più. Impormi ai servi. Che capiscano che io sono il padrone. Sembri un servo tu pure, con la tua perpetua mansuetudine. Non vedi come in fondo passi inosservato con tutta la tua primogenitura? Qualcuno ti deride persino…”. Il secondogenito, tentato – più che tentato, allievo di Satana, di cui con attenzione metteva in pratica le insinuazioni – tentava il primogenito. Ma costui, fedele al Signore nel rispetto della Legge, si manteneva fedele anche verso il padre suo, che onorava con la sua condotta perfetta.
5Passarono gli anni e il secondogenito, seccato di non poter regnare come sognava, dopo avere pregato il padre più volte: “Da’ a me il comando di fare in tuo nome, per il tuo onore, in luogo di mantenerlo a quello stolto che è più mite di una pecorella”, dopo aver tentato di spingere il fratello a fare più che il padre non comandasse per imporsi sui servi, sui concittadini e confinanti, disse a se stesso: “Oh! basta! Qui ci va di mezzo anche il nostro buon nome! Posto che nessuno vuol fare, farò io”. E si mise a fare cose di sua testa, abbandonandosi alla superbia e alla menzogna e disubbidendo senza scrupoli.
6Il padre gli diceva: “Figlio mio, sta’ sotto al primogenito. Egli sa ciò che fa”. Diceva: “Mi dicono che hai fatto questo. É vero?”. E il secondogenito diceva, scrollando le spalle, all’una e all’altra parola paterna: “Sa, sa! É troppo timido, titubante. Perde le occasioni di trionfo”. Diceva: “Io non l’ho fatto”. Il padre diceva: “Non andare in cerca di aiuti da questo e quello. Chi vuoi che ti aiuti meglio di noi a dare lustro al nome nostro? Sono falsi amici, che ti aizzano per ridere poi alle tue spalle”. E il secondogenito diceva: “Sei geloso che sia io quello che ho iniziativa? Del resto, io so di fare bene”. Passò ancora del tempo. Sempre più il primo cresceva in giustizia e l’altro nutriva le male passioni. Infine il padre disse: “É l’ora di finirla. O ti pieghi a ciò che è detto, o perdi il mio amore”. E il ribelle andò a dirlo ai falsi amici. “Te la prendi per questo? Ma no! C’è modo di porre il padre nell’impossibilità di preferire un figlio all’altro. Metticelo nelle nostre mani e noi ci penseremo. Tu sarai senza colpa materiale, e il possesso dei beni rifiorirà perché, levato di mezzo il troppo buono, tu potrai dargli gran lustro. Non sai che è meglio un atto forte, anche se dà dolore, all’inerzia che è danno del possesso?”, risposero loro.
7E il secondogenito, ormai saturo di mala volontà, aderì all’indegno complotto.
8Ora ditemi. Si può forse incolpare il padre di avere dato due sistemi di educazione ai due figli? Si può dire che egli è complice? No. E come, allora, mentre un figlio è santo, l’altro è malvagio? La volontà dell’uomo è forse, in anticipo, data in due modi? No. Data è in un ‘unica maniera. Ma l’uomo a suo pro’ la muta; e chi è buono, buona fa la sua volontà; chi malvagio, malvagia.
Seguire unicamente la buona volontà.
9Io vi esorto, o voi di Keriot – e sarà l’ultima volta che vi esorto a seguire vie di sapienza – a seguire unicamente la buona volontà. Quasi al termine del mio ministero, Io vi dico le parole cantate sul mio nascere: “Pace è per gli uomini di buona volontà”. Pace! Ossia riuscita, ossia vittoria in Terra e in Cielo, perché Dio è con chi ha buona volontà di ubbidirlo. Dio non guarda tanto le opere altisonanti che l’uomo fa di sua iniziativa, quanto l’umile ubbidienza, pronta, fedele, alle opere che Egli propone.
La superbia e la disubbidienza.
10Vi ricordo due episodi della storia d’Israele. Due dimostrazioni che Dio non è dove l’uomo vuole fare da sé, calpestando l’ordine ricevuto. Vediamo i Maccabei (I° 5, 17-61). É detto in essi che, mentre Giuda Maccabeo con Gionata andava a combattere in Galaad mentre Simone andava a liberare gli altri di Galilea, era stato ordinato a Giuseppe di Zaccaria e ad Azaria, capi del popolo, di rimanere in Giudea per difenderla. E Giuda disse loro: “Abbiate cura di questo popolo e non attaccate battaglia con le nazioni fino al nostro ritorno”.
11Ma Giuseppe e Azaria, sentendo le grandi vittorie dei Maccabei, vollero fare anche loro, dicendo: “Facciamoci anche noi un nome e andiamo a combattere contro le nazioni che ci stanno intorno”. E furono vinti e percossi e “grande fu la fuga del popolo, perché essi non avevano dato retta a Giuda e ai suoi fratelli credendo di agire da eroi”. La superbia e la disubbidienza.
L’ubbidienza vale più dei sacrifici.
12E che si legge nei Re[146]? Si legge che Saul fu riprovato per una e una volta, e la seconda fu tanto riprovato per avere disubbidito da eleggere in suo luogo Davide’. Per avere disubbidito![147] Ricordate! Ricordate! “Vuol forse il Signore degli olocausti o delle vittime, o non piuttosto che s’ubbidisca alla voce del Signore? L’ubbidienza vale più dei sacrifici, il dar retta più che l’offrire il grasso dei montoni; perché la ribellione è come un reato di magia, il non volere assoggettarsi è come un delitto d’idolatria. Ora, siccome tu hai rigettato la parola del Signore, il Signore ti ha rigettato per non farti essere più re”[148].
Il Signore vede il cuore.
13Ricordate! Ricordate! Quando Samuele, ubbidiente, riempì il suo corno d’olio e andò da Isai Betlemita, perché là il Signore si era provveduto un altro re, entrato Isai coi figli al convito, dopo il sacrificio, vennero presentati a Samuele questi figli. Per primo Eliab, bello di volto, età e statura. Ma il Signore disse a Samuele: “Non badare al suo volto né all’altezza della sua statura, perché Io l’ho scartato. Io non giudico secondo le vedute umane. Perché l’uomo mira le cose che vedono i suoi occhi, ma il Signore vede il cuore”. E Samuele non volle prendere per re Eliab. Gli fu presentato Aminadab.
14Ma Samuele disse: “Il Signore non ha eletto neppur questo”. E Isai gli presentò Samma. Ma Samuele disse: “Neppur questo è l’eletto del Signore”. E così per tutti i sette figli di Isai, presenti al convito. Ma Samuele disse: “Son tutti qui i tuoi figli?”. “No”, rispose Isai. “Resta uno, fanciullo ancora, che pasce le pecore”. “Fallo venire, perché non ci metteremo a tavola altro che quando egli è arrivato”. E venne Davide, biondo e bello, un fanciullo. E il Signore disse: “Ungilo. É lui il re”.
15Perché, sappiatelo sempre, Dio sceglie chi vuole e leva a chi demerita avendo corrotta la sua volontà con superbie e disubbidienze.
Conseguenze dell’assunzione del Messia.
16Io non tornerò più fra voi, dopo questa volta. Il Maestro sta per compiere il suo ministero. Dopo sarà più che Maestro. Preparate l’animo per quell’ora, perché ricordate che, come la mia nascita fu salute per coloro che ebbero buona volontà, altrettanto la mia assunzione sarà salute a quelli che saranno stati di buona volontà nel seguirmi come Maestro nella mia dottrina e a quelli che mi seguiranno in essa dopo, anche dopo la mia assunzione.
17Addio, uomini, donne, fanciulli di Keriot! Addio! Guardiamoci bene negli occhi! Facciamo che i cuori, il mio e i vostri, si fondano in abbraccio d’amore e di commiato, e che l’amore resti, sempre vivo, anche quando Io non sarò più, mai più fra voi… Qui, la prima volta che venni, un giusto spirò nel bacio del suo Salvatore, in una visione di gloria… Qui, nell’ultima volta che vengo, vi benedico con l’amore…
18Addio… Il Signore vi dia fede, speranza e carità in misura perfetta. Vi dia amore, amore, amore. Per Lui, per Me, per i buoni, per gli infelici, per i colpevoli, per coloro che portano il peso di una colpa non loro… Ricordatevi. Siate buoni. Non siate ingiusti. Ricordate che Io ho sempre perdonato non solo ai colpevoli ma ho avvolto di amore tutto Israele. Tutto Israele che è composto di buoni e di non buoni, così come in una famiglia ci sono i buoni e i non buoni, e ingiustizia sarebbe dire che tutta una famiglia è cattiva perché uno di essa lo è.
19Io vado… Se ancora qualcuno di voi ha da parlarmi, venga entro sera alla casa di campagna di Maria di Simone».
Il Re Messia.
20Gesù alza la mano e benedice, poi esce svelto dalla porticina secondaria, seguito dai suoi.
La gente bisbiglia: «Non torna più!».
«Che ha voluto dire?».
«Aveva lacrime nell’addio…».
21«Avete sentito? Dice che sarà assunto».
«Allora ha proprio ragione Giuda! Certo che dopo, come re, non sarà più fra noi come ora…».
22«Ma io ho parlato con i fratelli suoi. Essi dicono che non sarà re come noi pensiamo. Ma Re di redenzione, come dicono i profeti. Sarà il Messia, ecco!».
23«Il Re Messia, certo!».
«Ma no! Il Re Redentore. L’uomo dei dolori».
«Sì».
«No» …
24Gesù intanto va lesto verso la campagna.
395. Le due madri infelici di Keriot.
Addio alla madre di Giuda[149].
Due madri infelici.
Da Anna madre infelice.
1«Signore, non verresti con me, con me sola, da una madre infelice? Questo è ciò che desidero più di ogni altra cosa», dice Maria di Simone stando rispettosamente di fronte a Gesù mentre, dopo il pasto di mezzodì, gli apostoli si sono sparsi per il riposo prima di riprendere il cammino, a sera. Gesù, invece, è al rezzo dei meli gremiti di meline verdi che si avviano a maturare, e sembra che Maria riprenda un discorso fatto prima.
2«Sì, donna. Io pure ho desiderio di stare con te, soli in queste ultime ore come nelle prime che fui qui. Andiamo». E rientrano in casa per prendere Gesù il mantello, Maria il velo e il mantello.
3Vanno per delle vie fra i campi, fra pometi e altri alberi d’alto fusto. Fa ancora caldo. Dai campi dei grani maturi vengono aliti ardenti. Ma il vento della montagna tempera il calore che in pianura sarebbe insopportabile.
4«Mi spiace farti camminare in questo caldo. Ma dopo… non potremmo più. E ho tanto desiderato questa cosa, senza mai osare di chiedertela. Poco fa Tu mi hai detto: “Maria, per mostrarti che ti amo come tu mi fossi madre, ti dico: chiedimi ciò che desideri ed Io ti accontenterò”, e allora ho osato. Signore, sai dove andiamo?».
5«No, donna».
«Andiamo alla casa di quella che doveva essere la suocera di Giuda… (Maria sospira con dolore). Doveva… Non lo è né sarà mai, perché Giuda ha abbandonato la fanciulla che è morta di dolore… e la madre ha rancore con me e col figlio mio. Lo maledice sempre… Giuda è tanto… è tanto… tanto debole al Male, che di sole benedizioni ha bisogno!… Io vorrei che Tu le parlassi… Tu la puoi persuadere… dirle che è stata una grazia il non essere avvenute le nozze… dirle che io non ne ho colpa… dirle che muoia senza rancore; perché la donna muore lentamente, e con questo nodo nell’anima. Io vorrei che fra noi fosse pace… perché io ne ho sofferto, e con vergogna, di quanto è accaduto, e con dolore vedo spezzata un’amicizia con una che mi era compagna da quando io venni qui sposa. Insomma Tu sai, Signore…».
6«Sì, non avere affanno. Giusta è la tua richiesta, ed Io compirò l’incarico che è buono».
7Salgono, dopo aver superato una valletta, ad un’altra elevazione su cui è un paesello.
8«Anna sta qui da quando è successa la morte di sua figlia. Nei suoi poderi. Prima stava a Keriot. Ma, finché ci viveva e ci si incontrava, i suoi rimproveri mi straziavano il cuore».
Prima volta che un rabbi non rimprovera.
9Piegano per un sentiero poco prima del paese e giungono ad una casa bassa, fra i campi.
«Ecco! Oh! mi trema il cuore ora che qui sono! Non mi vorrà vedere… mi caccerà… sì inquieterà, e il suo povero cuore soffrirà più ancora… Maestro…».
10«Sì, vado Io. Tu resta finché ti chiamo. E prega per aiutarmi».
11E Gesù va avanti, da solo, fino alla porta spalancata della casa, dove entra salutando col suo dolce saluto.
Accorre una donna: «Che vuoi? Chi sei?».
12«Vengo a dare sollievo alla tua padrona. Conducimi da lei».
«Un medico? Non giova! Non c’è più speranza. Il suo cuore sta morendo».
13«C’è ancora l’anima da curare. Sono il Rabbi».
«Non servi neppure come questo. Ella è inquieta con l’Eterno e non vuole sentire prediche. Lasciala stare».
14«É perché è in tale stato che sono venuto. Lasciami passare ed ella sarà meno infelice nei suoi ultimi giorni».
La donna si stringe nelle spalle e dice: «Entra!».
15Un corridoio semibuio e fresco, delle porte. In fondo, l’ultima è socchiusa e ne escono lamenti. La donna va là ed entra dicendo: «Padrona mia, c’è un rabbi che ti vuole parlare».
«Perché?… Per dirmi che sono maledetta? Che non avrò pace neppure nell’altra vita?», dice ansando, inquieta, la malata.
16«No. Per dirti che la tua pace sarà completa, sol che tu voglia, e beata sarai con la tua Joanna, in eterno», dice Gesù apparendo sulla soglia.
17La malata, gialla, gonfia, ansante sul lettuccio, appoggiata a molti guanciali, lo guarda e dice: «Oh! Che parole! É la prima volta che un rabbi non mi rimprovera… Che speranza!… La mia Joanna… con me… in beatitudine… non più il dolore… il dolore dato da un maledetto… non impedito da colei che lo ha generato… e che mi ha tradita… dopo avermi lusingata… Infelice figlia mia…». Ansa sempre più forte.
«Lo vedi? La fai stare male. Lo sapevo. Vieni via».
18«No. Va’ via tu. Lasciami solo…».
Il Messia aprirà le porte del Paradiso.
19La donna esce crollando il capo. Gesù si avvicina al letto lentamente. Asciuga con bontà il sudore della malata, che stenta a farlo con le sue mani gonfie inverosimilmente, le fa vento con un ventaglio di palma. Le dà da bere, posto che lei cerca refrigerio nella bevanda che è su un tavolino. Sembra un figlio presso la madre inferma. E poi si siede, dolcemente ma fermamente deciso di compiere la sua missione. La donna lo osserva, mentre si calma, e con un sorriso sofferente dice: «Sei bello e sei buono. Chi sei, o rabbi? Hai la delicatezza della figlia mia diletta nel darmi conforto».
20«Sono Gesù di Nazareth!».
«Tu?!?!… Da me?… Perché? …».
21«Perché ti amo. Ho una madre anche io, e in ogni madre vedo la mia, e nelle lacrime delle madri vedo quelle della mia…».
«Perché? Piange tua madre? Perché? Le è morto un altro figlio?».
22«Non ancora… Sono il suo unigenito e vivo ancora. Ma Ella piange già perché sa che Io devo morire».
«Oh! Oh! Infelice! Sapere avanti che un figlio deve morire! Ma come lo sa? Sei sano. Sei forte. Sei buono. Io mi sono illusa fino a che m’è morta, ed era tanto malata!… Come può tua madre sapere che Tu devi morire?».
23«Perché Io sono il Figlio dell’uomo, predetto dai profeti. Sono l’Uomo dei dolori visto da Isaia[150], il Messia cantato da Davide[151] e descritto nelle sue torture di Redentore[152]. Sono il Salvatore, il Redentore, o donna. E la morte mi aspetta, orrenda… e mia Madre assisterà ad essa… e mia Madre sa, da quando nacqui, che il suo cuore sarà aperto come il mio dal dolore[153]… Non piangere… Col mio morire[154] aprirò le porte del Paradiso alla tua Joanna[155]…»
«Anche a me! Anche a me!».
24«Sì. A suo tempo. Ma prima devi imparare ad amare e a perdonare. A tornare ad amare. Ad essere giusta. E a perdonare… Altrimenti non potrai andare in Cielo, con Joanna, con Me…».
25La donna piange con affanno. Geme: «Amare… Amare quando gli uomini ci hanno insegnato ad odiare… quando Dio ci ha disamato non usandoci pietà, è difficile… Come amare, quando gli uomini ci hanno torturato, e le amiche ferito, e Dio ci ha abbandonato? …».
Ci sono dolori più grandi del nostro.
26«No. Non abbandonato. Io sono qui. A dirti promesse celesti. Ad assicurarti che il tuo dolore finirà in gaudio sol che tu voglia. Anna, ascoltami… Tu piangi per delle nozze annullate, le fai causa di ogni tuo dolore, accusi di assassinio un uomo per questo e di complice la sua madre infelice. Ascolta, Anna. Non passeranno che pochi mesi che tu vedrai che fu grazia del Cielo che Joanna non sia stata moglie di Giuda…».
«Non lo nominare!», grida la donna.
27«Lo nomino. E per dirti che devi ringraziare il Signore, e lo ringrazierai fra pochi mesi…».
«Sarò presto morta…».
28«No. Sarai viva e mi ricorderai, e comprenderai che ci sono dolori più grandi del tuo…».
«Più grandi? Non è possibile!».
Due madri infelici.
29«Dove metti quello della Madre mia che mi vedrà morire in croce?». Gesù si è alzato. É imponente.
30«E dove quello della madre del traditore di Gesù Cristo, del Figlio di Dio? Pensa, o donna, a quella madre… Tu… Tutta Keriot, e le campagne e oltre, ti hanno compianta nel tuo dolore! Di esso hai potuto gloriartene come di una corona di martire. Ma quella madre! Come Caino, senza essere Caino, ma essendo l’Abele – la vittima del figlio suo traditore, uccisore di Dio, sacrilego, maledetto – ella non potrà sopportare sguardo d’uomo, perché ogni sguardo sarà come una pietra di lapidazione, e in ogni voce d’uomo, in ogni parola, le parrà di sentire una maledizione, un improperio, e non troverà rifugio sulla Terra, mai, fino alla morte, fino a quando Dio, che è giusto, non prenderà con Sé la martire, smemorandola di essere la madre dell’uccisore di Dio col darle il possesso di Dio… Non è più grande dolore, questo, di questa madre?».
«Oh! immenso dolore! …».
31«Tu vedi… Sii buona, Anna. Riconosci che Dio fu buono nel suo agire…».
«Ma mia figlia è morta! Giuda me l’ha fatta morire per cercare maggior dote… Sua madre lo ha approvato».
32«No. Questo no. Io te lo dico, Io che vedo nei cuori. Giuda – è mio apostolo, ma lo dico – ha agito male e ne avrà punizione. Ma la madre è innocente. Ti ama, vorrebbe che tu l’amassi… Anna, siete due madri infelici. Ma tu ti glori della tua fanciulla morta, innocente, pura, che il mondo celebra con onore… Maria di Simone non può gloriarsi di suo figlio. Le sue azioni sono biasimate dagli uomini».
Conversione e guarigione.
«Ciò è vero. Ma se avesse sposato Joanna non sarebbe biasimato».
33«Ma fra poco vedresti morire di dolore Joanna, perché Giuda perirà di morte violenta».
«Che dici? Oh! infelice Maria! Quando? Dove?».
34«Presto. E in maniera orrenda… Anna! Anna! Tu sei buona! Tu sei madre! Tu conosci cosa è il dolore di una madre! Anna, torna ad essere amica di Maria! Il dolore vi accomuni come doveva accomunarvi la gioia. Lasciami partire contento di sapere che ella avrà un’amica, una sola, una almeno…».
«Signore… amarla… Vuol dire perdonarla… É molto penoso… Mi sembra di seppellire di nuovo mia figlia… Di ucciderla io pure…».
35«Pensieri che vengono dalle Tenebre! Non li ascoltare. Ascolta Me, Luce del mondo. La Luce ti dice che meno amara è stata la sorte di Joanna morendo vergine che morendo vedova di Giuda. Credimi, Anna. E pensa che, più di te, infelice è Maria di Simone…».
36La donna pensa, pensa, lotta, piange, dice: «Ma io l’ho maledetta, lei e il frutto delle sue viscere! Ho peccato…».
37«E Io te ne assolvo. E più l’amerai, più sarai assolta in Cielo»[156].
38«Ma se le sarò amica… incontrerò Giuda. Non posso, Signore, fare questo…»
39«Non lo incontrerai più. Io non tornerò mai più a Keriot e Giuda nemmeno. Abbiamo già salutato i cittadini…».
«Oh! hai detto…».
40«Che non tornerò più. Giuda ha detto che non potrà più venire fino a dopo la mia assunzione. Ma egli crede di vedermi salire su un trono. E invece mi attende la morte di croce. E crede di diventare un mio ministro. Invece lo attende la morte. Ma tu non dirai questo. Mai. Che la madre ignori finché tutto sarà compiuto. Tu lo hai detto: “Infelice! Sapere avanti che il figlio deve morire. Ma se le sofferenze di mia Madre, anche per questo, vanno già ad aumentare i meriti del mio sacrificio, per Maria di Simone è pietoso il silenzio. Tu non parlerai».
«No, Signore. Lo giuro in nome della mia Joanna».
41«Voglio un’altra promessa! Grande! Santa! Tu sei buona. Mi ami già…».
«Sì. Tanto. Sono in pace da quando sei qui…».
42«Quando Maria di Simone non avrà più figlio e il mondo la coprirà di… scherno, tu, tu sola le aprirai casa e cuore. Me lo prometti? In nome di Dio e di Joanna. Ella lo avrebbe fatto, perché Maria era sempre per lei la madre del sempre amato», incalza Gesù.
«…Si!», e un pianto…
43«Dio ti benedica, o donna, e ti dia pace… e salute… Vieni andiamo incontro a Maria, a darle il bacio di pace…».
44«Ma… Signore… Io non posso camminare. Ho gonfie e immobili le gambe. Vedi? Sto qui, vestita, ma non sono che un tronco…».
45«Lo eri. Vieni!», e le porge la mano, invitante. La donna, cogli occhi fissi in quelli di Lui, sposta le gambe, le sporge dal lettuccio, posa a terra i piedi scalzi, si alza, cammina… Pare affascinata. Non si accorge neppure della guarigione avvenuta… Esce, sempre per mano a Gesù, nel corridoio semioscuro… Va verso l’uscita. Vi è quasi giunta quando incontra la servente di prima, che dà un grido di gioioso spavento… Accorrono altri servi, temendo sia segno di morte, i quali vedono che la padrona, dianzi morente e col rancore per Maria di Simone, ora va lesta, a braccia tese, avendo lasciato Gesù, verso la avvilita Maria, e la chiama, e l’accoglie sul cuore, piangendo ambedue…
Nella schiera delle martiri e delle corredentrici.
46…E nel ritorno verso la sua casa, dopo il commiato di pace, Maria di Simone ringrazia il suo Signore e chiede: «Quando verrai a fare altro bene?».
47«Mai più, o donna. L’ho già detto ai cittadini. Ma il mio cuore sarà sempre con te. Ricorda, ricorda sempre che ti ho amata e che ti amo. Ricorda che Io so che sei buona, e che Dio ti ama per questo. Ricordalo sempre. Anche quando saranno ore tremende. Non ti prenda mai il pensiero che Dio ti giudichi come colpevole. Agli occhi suoi la tua anima appare e apparirà sempre ornata delle gemme delle tue virtù e delle perle del tuo soffrire. Maria di Simone, madre di Giuda, Io ti voglio benedire, Io ti voglio abbracciare e baciare perché il tuo bacio materno, sincero, fedele, mi compensi di ogni altro… perché il mio bacio ti compensi da ogni dolore. Vieni, madre di Giuda. E grazie, grazie per tutto quanto mi hai dato di amore e di onore», e la abbraccia e bacia sulla fronte, come fa con Maria d’Alfeo.
48«Ma ci vedremo ancora! Verrò alla Pasqua…».
49«No. Non venire. Te ne supplico. Vuoi farmi felice? Non venire. Le donne alla Pasqua prossima, no!».
«Ma perché? …».
50«Perché… ci sarà una tremenda sommossa a Gerusalemme la prossima Pasqua. Non è luogo di donne! Anzi… Maria, Io ordinerò al tuo parente di raggiungerti. State insieme. Ne hai bisogno perché… Giuda d’ora in poi non potrà più aiutarti, né venire…».
51«Farò come Tu dici… Dunque mai più, mai più vedrò il tuo volto in cui è riflessa la pace del Cielo? Quanta pace hai riversato dai tuoi occhi nel mio cuore doloroso! …».
Maria piange.
52«Non piangere. La vita è breve. Dopo mi vedrai per sempre nel mio Regno».
53«Allora Tu pensi che la tua umile serva vi entri? …».
54«Vedo già il tuo posto nella schiera delle martiri e delle corredentrici. Non temere, o Maria. Il Signore sarà il tuo eterno compenso. Andiamo. La sera scende ed è ora di porsi in cammino… E rifanno la strada fra i campi e i pometi, fino alla casa dove gli apostoli attendono. Gesù abbrevia gli addii, benedice, si pone alla testa dei suoi… Se ne va… Maria piange, in ginocchio…
396. Con i bambini presso Jutta. La mano risanatrice di Gesù[157].
A Jutta presso la casa di Sara.
Panorama montano.
1La mia gioia d’oggi. Vedo un luogo di montagna. Dove sia non lo so. Vi è una gola di monti che entrano ed escono con le loro propaggini da una valle, nel cui letto scorre un fiumiciattolo torrentizio tutto a balzi e spume. É stretto, ma come tutti i corsi d’acqua montani è rapido, tutto cascatelle sonanti. Va in direzione sud rispetto a me. Altri monti più lontani sono oltre un altro scoscendere di costa, oltre un’altra valle. Comprendo d’essere in un gruppo di monti, non eccessivamente alti, ma già monti, non colline. Così come è il nostro Appennino in tanti luoghi, come per esempio nella valle della Magra o verso Porretta. La vegetazione è più atta alla pastorizia che ad altre colture. Vedo prati verdi digradare o salire su e giù per i greppi che, nell’ora che mi sembra volgente al tramonto, sembrano farsi, nelle parti più basse, d’un viola indaco. La stagione deve essere di un principio d’estate, perché l’erba è bella.
Strade di montagna…
2Già alta ma non ancora arsa dal sole. Vedo, dal punto in cui mi trovo, una strada mulattiera salire verso un paese ed entrare fra le case dello stesso. Una caratteristica strada di montagna, ciottolosa e a dislivelli continui. Sale da sud a nord (sempre rispetto a me) di modo che io la vedo entrare in quella direzione nel paese e correre incontro al fiumiciattolo che va in direzione opposta, ma non nel paese: giù nella valle. Vi è anche un’altra stradetta che dalla valle si inerpica su questo sperone dove è annidato il paese. Una stradetta che è più un sentiero che una stradetta e che costeggia proprio il crinale del monte. Giù, oltre essa, la montagna degrada ripidamente con dei pascoli verdi fino al torrentello spumeggiante, oltre il quale sono altri pascoli che danno l’assalto ad altri monti che si aggruppano ad est.
Viandanti senza tregua.
3Dal sentiero sale Gesù insieme ai discepoli. Non tutti. Vedo Pietro e Andrea, Giovanni e Giuda Iscariota. Non vedo gli altri.
4Gesù è vestito di bianco ed è avvolto in un manto azzurro cupo, più blu mare che azzurro. É a testa nuda e sale agilmente, solo. Dietro, in gruppo, i quattro apostoli che parlano fra loro. Gesù, che li precede di qualche metro, non parla. Pensa. Si guarda intorno ma non parla mai.
5Ad un certo punto la stradina costeggia un muretto a secco che delimita (almeno mi pare) una proprietà, come per impedire che la terra di questa frani a valle. Gesù entra in questa proprietà dai pascoli molto ben curati, sui quali sono sparsi alberi di melo e noci e fichi. Tutti molto ben tenuti e già pieni di frutti.
6Gesù si ferma un istante proprio sul punto dove lo sperone del monte forma come un triangolo puntuto, simile al tagliamare di una nave. Si appoggia al muretto e guarda giù, su, intorno a Sé. Attende gli apostoli che salgono, specie Pietro, piuttosto lentamente. Poi, quando sono insieme, dice loro qualche parola che non afferro. Lo vedo curvarsi lievemente per parlare, perché Egli è molto più alto di loro. Non capisco le parole ma intuisco il loro significato, perché vedo l’Iscariota dirigersi sveltamente verso una casa che sorge al termine del muretto.
Casa di persone benestanti.
7É una casa molto diversa da quella di Cana. Questa non ha terrazza sul tetto, ma è sormontata da una specie di cupola ricurva, forse per impedire alle nevi invernali di stagnare sul tetto, perché, data la località, l’inverno deve essere certo nevoso, o per lo meno molto piovoso. In cambio della terrazza che manca, ha un’ala sporgente da un lato, ala in cui sbocca la scala, esterna sempre ma riparata come da un tetto sporgente. Quest’ala è, al terreno, un portico e, sopra, un loggiato coperto. La casa è tutta bianca e spicca sul verde che la circonda. Ha sul davanti un largo spiazzo erboso con al centro un pozzo circondato da alberi da frutto, messi già con pretesa di fare un giardino, perché dei fioretti sono seminati intorno ad essi formando tonde aiuole. Ho l’impressione sia casa di persone benestanti e più raffinate che non quelle della casa di Cana.
8La strada mulattiera passa sul davanti della casa, di modo che si può accedere a questa tanto dalla scorciatoia che dalla mulattiera. La siepe di rovi non è una barriera insormontabile, molto più che i due rustici cancelli che si aprono in essa sono appena accostati. Giuda entra liberamente in casa, come se conoscesse molto bene chi vi abita.
Caratteri somatici di Sara.
9Ne esce subito una fiorente mamma circondata da tre bambini e con in braccio il più piccino. Essa va sorridendo incontro a Gesù, che nel frattempo è venuto fin verso il pozzo. Noto che questa donna è molto bruna e formosa, sulla trentina. Ha i capelli, nerissimi e piuttosto ricci, stretti in due trecce che le circondano il capo. Anche gli occhi sono neri e grandi, naso aquilino, bocca dalle labbra piuttosto grosse e molto rosse. É alta e ben fatta. Noto anche che è vestita diversa da come vestono Maria e le altre donne viste a Cana. Ha anche lei una lunga veste di un azzurro quasi bianco, ma poi è tutta avvolta in una specie di scialle azzurro cupo che le si stringe addosso modellandola. Esso passa sotto le ascelle, da tutte e due le parti, e un lembo, quello superiore, gira poi dietro la spalla sinistra e sale sul capo che vela colla punta frangiata sino sulla fronte. Il tutto mi fa pensare che non sia galilea, perché i caratteri somatici e la veste sono differenti da quelli notati nelle donne galilee. Il piccolino che ha in braccio, un morettino come lei, avrà un due anni al massimo. É un bel bambino vestito di una specie di camicina di lana bianca. Gli altri bambini sono una fanciullina di un sei anni circa, tutta riccia, di un biondo castano, vestita di un rosa pallido, e due maschietti più piccoli, anche loro con due tunichette di lana azzurrina come la mamma. Devono conoscere molto bene Gesù, perché gli si affollano intorno ridenti.
La mano risanatrice di Gesù.
Rito di fraterno amore.
10La giovane mamma lo saluta: «Entra, Maestro, ché la mia casa è tua», e sorride.
11Gesù le risponde: «Il Signore ti compensi», e poi allunga il braccio destro – il sinistro è piegato sul petto e tiene con la mano raccolto un lembo del manto – a carezzare il piccino. Vedo la bella mano del mio Gesù toccare la fronte del piccolino, che fa il vezzoso e che nasconde la testina, ridendo, contro il collo della mamma, e da quel nido guarda Gesù e ride, ride per invitarlo a ripetere la carezza. Presso il pozzo, sotto un albero di melo, carico di frutta che cominciano a maturare, vi è un banco di pietra, un sedile.
12Gesù si siede lì mentre la donna entra in casa e ne esce con una brocca. Gesù le dice di dargli il piccino e se lo siede in grembo, mentre la donna attinge l’acqua e poi torna con una coppa colma di acqua e una di latte e le dà a Gesù, e gli sceglie delle mele, mature, fra le altre ancora acerbe, e gli offre anche queste, mettendo tutto su un vassoio posto sul banco, a fianco di Gesù.
Si capisce che già altre volte ha fatto così. Sa ciò che piace a Gesù.
Gli apostoli hanno seguito Giuda e bevono loro pure sotto al porticato.
13Gesù beve prima l’acqua; ha sempre il piccino in grembo e ride perché questo gli prende i capelli e la barba. Gli altri tre sono intorno a Gesù. Gesù prende le mele e ne dà una per una ai tre più grandi, e per ultimo ne prende e mangia una Lui pure. Al piccino dà invece da bere del latte che è nella coppa e poi beve Lui pure.
Il Maestro è maestro anche dei piccini.
14É contento Gesù. Ride come non l’ho mai visto ridere. La bambina gli va fin contro i ginocchi e confidenzialmente gli mette la testolina in grembo. Gesù la carezza sui ricci. I due maschietti, che s’erano allontanati correndo, tornano uno con un colombino stretto sul petto, l’altro trascinando per un orecchio un agnellino di pochi giorni che bela disperatamente. Mostrano a Gesù i loro tesori.
15Gesù si interessa ma, impietosito della condizione delle due povere bestie, si fa dare il colombino e, dopo averlo ammirato, lo lascia volare al suo nido, e alza l’agnellino sul sedile carezzandolo e tenendolo al sicuro finché la mamma dei bambini torna e lo riporta al suo posto. La bambina, che non possiede altro, si curva e fa un mazzetto di fiori e lo dà a Gesù. Il Maestro è maestro anche con questi piccini e, sempre tenendo in braccio il più piccolo, parla ai più grandi dei fiori «tanto belli fatti dal Padre celeste, dai più grandi ai più piccoli, i fiori che sono agli occhi di Dio belli come i bambini quando sono buoni. E per essere buoni bisogna essere come i fiori, che non fanno del male a nessuno, ma anzi a tutti dànno profumo e letizia e fanno sempre la volontà del Signore nel nascere dove Egli vuole, nel fiorire quando Egli vuole, nel lasciarsi cogliere se a Lui così piace».
16Parla dei colombi «così fedeli al loro nido e così puliti che non si posano mai sulle cose brutte, che ricordano sempre la loro casa e che Dio ama perché sono fedeli e puri. Anche i figli di Dio devono essere così: come tortorelle che amano la casa del Signore ed in essa fanno il loro nido d’amore e che per essere degni di essa sanno conservarsi puri». Parla degli agnellini «così miti, così pazienti, così rassegnati, che dànno lana e latte e carne e si lasciano immolare per il nostro bene, dandoci tanto esempio di amore e di mansuetudine. Gli agnellini così tanto amati da Dio che Egli chiamerà “Agnello” il Figlio suo. Il buon Dio ama come figli prediletti coloro che sanno conservare anima d’agnello sino alla morte».
Tutti i piccini son buoni.
17Mentre Gesù parla, altri bambini entrano nel recinto e si affollano. E non bambini soltanto. Ma anche adulti che ascoltano. Vi sono altre mamme che offrono i più piccini e alcuni sofferenti a Gesù perché li carezzi, li prenda in grembo un momento. I più grandicelli ci pensano da loro. Gesù è circondato da una nidiata di bambini. Ne ha davanti, ai fianchi, alle spalle, fra le gambe. Non può muoversi. Ma ride in mezzo a quella siepe irrequieta e anche un po’ rissosa. Tutti vorrebbero il primo posto, e i padroncini di casa non intendono cederlo, cosa che dà modo a Gesù d’esser maestro una volta ancora: «Non bisogna essere egoisti neppure nel bene. Io lo so che mi amate e ne ho gioia. Anche Io vi amo, ma vi amerò di più se ora lascerete gli altri venire a Me. Un poco per uno. Da buoni fratelli. Siete tutti fratelli e uguali agli occhi di Dio e miei. Tutti uguali. Anzi, coloro che sono ubbidienti e amorosi verso i loro compagni, sono i più amati da Me e da Dio». Lo sciame, per mostrare che… è ubbidiente e amoroso, si allontana di colpo. Sono tutti buoni (!). Gesù ride. Ma poi torna lo sciame innocente. Torna a dispetto delle mamme che non vorrebbero tanta invadenza irrispettosa, e soprattutto dei discepoli.
Il fluido d’amore nelle mani del Messia.
18L’Iscariota è il più intransigente, Giovanni il meno. Si è seduto sull’erba e ride anche lui, circondato di bambini. Ma Giuda fa gli occhiacci e brontola. Anche Pietro si lamenta. Ma i bambini, stretti intorno a Gesù, non se ne curano. Guardano con sfida i brontoloni e solo il rispetto di Gesù li trattiene da fare qualche smorfia ai due. Si sentono protetti da Gesù, che ha aperto le braccia e attratto a Sé quanti più bambini poteva: un mazzo di fiori vivi. Vi sono dei bambini che mostrano a Gesù dei giocattoli… rotti.
19E Gesù, con un pezzetto di ramo, rimette l’asse alle ruote di un carrettino e aggiusta, con una cordicella e il rinforzo di un legno, la gamba ad un cavallino di legno che un morettino gli mostra. Vi sono pastorelli che, lasciato un momento il gregge sulla via – ormai la sera scende – si accostano a Gesù che li carezza e benedice. Uno gli porta una agnellina ferita e Gesù, che non vuole che il suo piccolo amico sia sgridato dal padrone, stagna il sangue dell’agnellina e la rende.
20Entra una mamma e si fa largo. Ha in braccio un bambino cereo, malato. É molto ammalato. Sta tutto abbandonato sul petto della madre.
21Gesù, che ha già toccato altri bambini malaticci che le madri gli avevano presentato, apre le braccia e prende in grembo il quasi morticino. La madre si raccomanda piangendo. Gesù l’ascolta e la guarda. Poi guarda la povera creaturina scarna ed esangue. La carezza e la bacia ninnandola un poco perché piange. Il bambino, o bambina – non capisco che sia perché ha i cappellucci lunghi sino alle orecchie – apre gli occhi e guarda Gesù con un triste sorriso. Gesù gli parla piano. Non capisco ciò che gli dice perché è sussurrato. Il malatino sorride ancora. Gesù lo rende alla mamma piangente e la fissa coi suoi occhi dominatori: «Donna, abbi fede. Domani mattina il tuo bambino giuocherà insieme a questi. Va’ in pace». E traccia ancora un segno di benedizione sulla faccina cerea.
In diretta col Messia.
22E qui, o Padre! E qui mi pare di accostarmi al mio Gesù e di dirgli[158]: «Maestro, che c’è nella tua mano che tutto si aggiusta o guarisce o muta aspetto quando la tocchi?».
23Domanda molto sciocca, in verità, ma alla quale il mio Gesù risponde con divina bontà: «Nulla, figlia, fuorché il fluido del mio immenso amore. Guarda la mia mano, osservala». E mi porge la destra. La prendo con venerazione, con la punta delle dita, sulla punta delle dita. Non oso di più mentre il cuore mi batte forte forte. Non ho mai toccato Gesù. Ne sono stata toccata, ma io non avevo mai osato. Ora lo tocco. Sento il tepore delle sue dita. Sento la sua epidermide liscia, le unghie molto lunghe (lunghe non in sporgenza, in forma sull’ultima falange). Vedo le lunghe dita sottili, la palma fortemente concava, noto che il metacarpo è molto più corto delle dita, osservo all’inizio del polso il ricamo delle vene. Gesù mi lascia la sua mano con benignità. Ora si è alzato in piedi ed io sono in ginocchio. Non lo vedo perciò in volto, ma sento che sorride perché il sorriso è nella sua voce: «Lo vedi, anima che amo, che non vi è nulla. I miei anni di lavoro mi hanno lasciato capacità di aggiustare i giocattoli dei bambini, ed uso di questa mia capacità perché anche essa serve ad attirare a Me le creature che prediligo: i bambini. La mia umanità, che si ricorda d’esser stata operaia, opera in questo. La mia divinità opera in quest’altro di guarire i bambini malati, così come guarisco i giocattoli malati e gli agnellini. Non ho nulla fuorché il mio amore ed il mio potere di Dio. E su nessuno lo effondo con pari gioia come su questi innocenti che vi do a modello per entrare nel Regno dei Cieli.
24Mi riposo in mezzo ad essi. Sono semplici e schietti. Ed Io che sono il Tradito, ed ho ribrezzo di chi tradisce, trovo pace presso questi che non sanno tradire; ed Io che sarò Colui di cui tanti diffideranno, trovo gioia presso questi che non sanno diffidare. Ed Io che sarò rinnegato da chi, con riflessione di adulto, penserà a mettersi al sicuro in ore di burrasca, trovo conforto presso questi che credono in Me senza pensare se da questo credere può loro venire un bene o un male. Credono perché mi amano.
25Sii tu pure come una bambina. Come una di queste, e avrai il Regno dei Cieli che si apre sotto la spinta impaziente di Gesù, che arde di avere presso di Sé quelli che più ha amato perché l’hanno più amato. Va’ in pace, ora. Ti carezzo come uno di questi piccini per farti felice. Va’ in pace».
26Noti che la visione è venuta mentre, disgustata da una risposta sgarbata – non la prima di oggi – piangevo sconfortata e desolata e piena di rimpianto e di disgusto per le constatazioni che faccio dell’altrui animo. La visione m’ha calmata sin dal suo inizio e poi m’ha rallegrata. Ma quando poi ho potuto avere la gioia di sentire le dita di Gesù, io ho sentito il dolce dell’estasi soverchiare ogni amarezza. Mi guardo la mano che scrive e che conserva la sensazione di aver toccato quella di Gesù, e mi pare santa come cosa che ha toccato una reliquia[159]. Che il mio Gesù sia benedetto!
397. Discorso di commiato ai
fedeli di Jutta[160].
Commiato-compimento profetico (Isaia 66,1-18)
Tutta Jutta ama il Messia.
1Gesù parla in una quieta mattina al popolo di Jutta. Oh! si può proprio dire che tutta Jutta è ai suoi piedi. Anche i pastorelli, di solito sparsi per i dossi dei monti, sono lì, ai margini della folla con le loro pecorelle. Anche quelli che di solito vanno altrove, ai campi, ai boschi, ai mercati, sono lì. E lì sono i vecchi cadenti, e lì, proprio intorno a Gesù, i piccoli ridenti, e lì le fanciulle, e lì le spose novelle, e lì le prossime a dare alla luce una creatura, e lì quelle che l’hanno al seno. Tutta Jutta.
2Lo sperone di monte che si protende verso il sud è l’anfiteatro che accoglie questa serena accolta di gente. Seduti sull’erba o a cavalcioni del muretto a secco, con l’ampio orizzonte intorno, il cielo sconfinato sopra, il torrente in basso, che ride e scintilla al sole mattutino, la bellezza dei monti erbosi, boschivi, che sorgono da ogni lato, essi, quei di Jutta, ascoltano il Maestro che parla, ritto in piedi, addossato ad un noce altissimo, bianco nella veste di lino contro il tronco scuro, sorridente nel volto, gli occhi accesi della gioia d’essere amato, i capelli accesi dal sole che lo carezza da oriente. In un silenzio riverente, attento, rotto solo dai canti degli uccelli e dalla voce del torrente là in basso, le sue parole scendono lente nei cuori, e la voce perfetta empie l’aria tranquilla della sua musicalità.
La inabilitazione di Dio nell’ uomo.
3Sta ripetendo, mentre io scrivo, ancora una volta la necessità di ubbidire al Decalogo, perfezionato, nella sua applicazione nei cuori, dalla sua dottrina d’amore «per edificare negli spiriti la dimora dove il Signore abiterà fino al giorno in cui coloro che hanno vissuto fedeli alla Legge andranno ad abitare in Lui nel Regno dei Cieli»[161]. Così dice. E prosegue: «Perché così è. La inabitazione di Dio negli uomini e degli uomini in Dio si fa con l’ubbidienza alla sua Legge, che si inizia con un comando d’amore e che è tutta amore dal primo all’ultimo precetto del Decalogo. Questa è la vera casa che Dio vuole, in cui Dio abita, e il premio del Cielo, avuto per l’ubbidienza alla Legge, è la vera casa in cui voi abiterete con Dio, in eterno.
4Perché – ricordate Isaia nel suo 66° capo[162] – Dio non ha dimora sulla Terra, che è sgabello, solo sgabello alla sua immensità, e ha per suo trono il cielo che è sempre piccolo, un nulla, a contenere l’Infinito, ma l’ha nel cuore degli uomini. Solo la perfettissima bontà del Padre di ogni amore può concedere ai suoi figli di accoglierlo; ed è infinito mistero, che sempre più si perfeziona, questo potere essere il Dio uno e trino, il purissimo triniforme Spirito, nel cuore degli uomini. Oh! quando, quando, o Padre santo, Tu mi darai di fare, di questi che ti amano, non più, non più solo un tempio allo Spirito nostro, ma, per la tua perfezione d’amore e di perdono, un tabernacolo, facendo di ogni cuore fedele l’arca in cui sia il vero Pane del Cielo, come lo fu nel seno della Benedetta fra tutte le donne?
La Casa di Dio è luogo di preghiera.
5Oh! amatissimi discepoli di Jutta che mi fu preparata da un giusto, abbiate alla mente il profeta e ciò che dice, ed è il Signore che parla, rivolgendosi a coloro che edificano vuoti templi di pietra, in cui non è giustizia e amore, e non sanno edificare in sé il trono del loro Signore coll’ubbidienza ai suoi comandi. Dice il profeta: “Che è questa casa che voi mi edificherete, e che è questo luogo del mio riposo?”. E vuol dire: “Credete di avermi perché mi erigete delle povere mura? Credete di darmi gioia con le menzognere pratiche alle quali non fa riscontro santità di vita?” No. Dio non si ha per delle esteriorità che celano piaghe e vuoto, come il manto d’oro gettato su un lebbroso o su una statua d’argilla vuota nel suo interno, senza la vita dell’anima.
6E dice il Signore confessando, Egli, il Padrone del mondo, la sua povertà di Re con troppi pochi sudditi, di Padre di troppi figli fuggiaschi dalla sua dimora: “A chi volgerò lo sguardo se non al poverello, al contrito di cuore che trema alla mia parola?”. Perché trema? Per sola paura di Dio? No. Per profondo rispetto, per vero amore. Per umiltà di suddito, di figlio, che dice, che riconosce che il Signore è il Tutto ed egli il nulla, e trema di emozione sentendosi amato, perdonato, sovvenuto dal Tutto.
Offerta del cuore contrito e ubbidiente.
7Oh! non cercate Dio fra i superbi![163] Là non c’è. Non cercatelo fra i duri di cuore[164]. Là non c’è. Non cercatelo fra gli impenitenti[165] . Là non c’è. Egli è nei semplici, nei puri, nei misericordiosi, nei poveri di spirito, nei miti, in quelli che piangono senza imprecare, nei cercatori di giustizia, nei perseguitati, nei pacifici. Là è Dio. Ed è in coloro che si pentono e vogliono perdono e chiedono espiazione. E non fanno, tutti questi, il sacrificio di un bue o di una pecora, l’oblazione di questo o quello, per essere applauditi, per superstizioso terrore di un castigo, per superbia di apparire perfetti. Ma fanno il sacrificio del loro cuore contrito e umiliato, se peccatori; del loro cuore ubbidiente fino all’eroismo, se giusti. Ecco ciò che il Signore gradisce. Ecco per quali offerte si dona coi suoi ineffabili tesori d’amore e di delizie soprannaturali. Agli altri non si dona. Essi hanno già le loro povere delizie nelle abominazioni, ed è inutile che Dio li chiami per le sue vie, posto che essi hanno già scelta la loro. A loro non manderà che abbandono, spavento e punizione, perché non hanno risposto al Signore, non hanno ubbidito, hanno fatto il male sotto gli occhi di Dio con scherno e con scelta malvagia.
Il popolo nuovo nato dal Messia.
8Ma voi, voi, miei diletti di Jutta, voi che tremate d’amore nella conoscenza di Dio, voi che per Me siete scherniti come stolti dai potenti, e persistete ad amarmi nonostante gli scherni, voi che siete respinti, e più, sempre più lo sarete per causa del mio Nome e di Me, ripudiati come bastardi d’Israele, come bastardi di Dio, mentre proprio in voi e in chi è come voi è innestato il tralcio della Vite eterna, di Colui che ha radice nel Padre, e perciò di Dio siete parte, di Dio, del suo succo vivete, voi che si vorrebbe persuadere che siete in errore, ai cui occhi, semplici ma illuminati dalla Grazia, ci si vorrebbe giustificare per non apparire sacrileghi e malfattori, voi a cui è detto: “Mostri il Signore la sua gloria e lo riconosceremo con la vostra stessa gioia”[166], voi soli avrete la gioia. Essi saranno confusi.
9Oh! Io già sento, dopo la confusione che li schiaccerà ma non li farà più buoni, Io già sento le vipere che non cessano di esser nocive altro che quando è loro schiacciato il capo esecrando, e mordono e uccidono anche se spezzate in due, anche se emergenti solo con la testa da una schiacciante manifestazione di Dio, già le sento gridare: “Come può avere partorito il Signore, di un subito, il nuovo suo popolo, se noi, da tanto tempo portati nel suo seno, ancora non siamo nati alla Luce? Può un partorire senza che il suono delle doglie empia la casa? Prima del tempo ha mai potuto partorire il Signore? Può mai la terra partorire in un sol giorno e può mai essere partorito tutto insieme un popolo?[167]“
10Io rispondo, e ricordatela questa risposta per darla a coloro che vi perseguiteranno schernendovi: “Mai avrebbero potuto essere nati alla Luce coloro che sono frutto morto nel seno di Dio, frutto che s’è seccato perché si è staccato dalla matrice rimanendo inerte, come male nascosto nel seno anziché come embrione che si completa. E per espellere il seme morto dal suo seno e avere figli, onde non muoia il suo Nome sulla Terra, Dio si è reso fecondo di nuovi figli[168], segnati del suo Tau, e nel segreto, nel silenzio, onde Satana e i satana che servono Lucifero non potessero nuocere, con anticipo dato da ardore d’amore, ha partorito il suo Maschio e partorisce insieme il nuovo suo popolo, perché tutto può il Signore”. Oh! Egli lo dice per bocca del profeta Isaia: “E che forse non potrò partorire Io che faccio partorire gli altri? Io, che concedo agli altri fecondità, sarò sterile?”[169].
11Rallegratevi con la Gerusalemme dei Cieli, esultate con lei, voi tutti che amate il Signore! Rallegratevi con lei di vera gioia, voi che attendete, voi che sperate, voi che soffrite![170]
La consolazione di Dio.
12Oh! tornate, tornate a Me, parole! Parole venute dal Verbo di Dio. Parole dette dal portavoce di Dio, Isaia, suo profeta. Venite, tornate alla Fonte, o parole eterne, per esser sparse su questa aiuola di Dio, su questo gregge, su questa prole!
13Oh! Venite! Questa è una delle ore e delle adunanze per le quali siete state date, o profetiche parole, o suono d’amore, o voci di verità!
14Ecco che vengono! Ecco che tornano a Chi le ha ispirate! Ecco che Io, in nome del Padre, del mio Essere, e dello Spirito, le dico a questi amati da Dio, gli scelti fra il gregge di Dio, che tutto d’agnelli doveva essere, e s’è corrotto con arieti e bestie anche più immonde. Voi succhierete e sarete saziati alle mammelle della Consolazione divina e trarrete abbondanti delizie dalla molteplice gloria di Dio[171]. Ecco! Vi dice il Signore: Io riverserò su di voi come un fiume di pace e, come un torrente che inonda, su voi sarà molto più che la gloria delle nazioni. La gloria del Cielo vi inonderà. Voi la succhierete, portati sul suo seno, e sulle sue ginocchia sarete accarezzati[172]. Sì, come una madre accarezza il bambino, come Io accarezzo questo pargolo a cui ho messo il mio nome (e realmente Gesù prede il piccolo Jesai dalle braccia della madre, che è quasi ai suoi piedi fra i suoi tre figli), così Io consolerò voi che mi amate[173] e continuerete ad amarmi, e presto sarà che voi siate consolati per sempre nel mio Regno. Voi lo vedrete e il vostro cuore sarà nella gioia, e le vostre ossa come erba rinverdiranno[174], o liberi da ogni paura perché a Me fedeli, quando il Signore verrà nel fuoco[175], sopra un cocchio simile al turbine, a guidare nel fuoco dell’amore e della giustizia, e a punire o ad esaltare, dividendo gli agnelli dai lupi[176], ossia da quelli che credevano santificarsi e farsi puri e invece idolatri si facevano[177].
15Il Signore, che ora parte, verrà[178], e beati quelli che troverà perseveranti sino alla fine.
16Questo il mio addio e con esso la mia benedizione. Inginocchiatevi, che Io vi fortifichi con essa. Il Signore vi benedica e vi custodisca. Il Signore vi mostri la sua faccia e abbia di voi misericordia. Il Signore vi dia la sua pace.
17Andate! Lasciate che Io mi accomiati dai buoni fra i buoni di Jutta».
Congedo nel segno dell’amore.
Baci e baci sulle carni sante del Messia.
18La gente se ne va a malincuore. Ma quando un fanciullo per primo dice: «Signore, lascia che io ti baci la mano», e Gesù consente, tutti vogliono dare un bacio sulle carni sante dell’Agnello di Dio, e anche chi è già avviato verso il paese torna indietro, e baci di fanciulli sul volto, e baci di vecchi sulle mani, e baci di donne sui piedi nudi fra l’erba, cadono, con lacrime e parole di addio e di benedizione.
19Gesù paziente li accoglie e ha per tutti un particolare saluto.
20Finalmente tutti sono accontentati… Resta la famiglia ospitale… E si stringe a Gesù. E Sara dice: «Non tornerai proprio più?».
21«No, donna. Mai più. Ma non saremo divisi. Il mio amore sarà sempre con te, con voi, e il vostro con Me. Non mi dimenticherete, lo so. Ma vi dico: anche nelle ore più tremende, che verranno, non accogliete la Menzogna neppure come ospite di passaggio o come invasore improvviso… Dammi il fanciullino, Sara».
Jesai, agnellino dell’Agnello di Dio.
22La donna gli dà Jesai e Gesù si siede sull’erba col piccolo in grembo e parla col viso curvo sui capellucci del piccolo: «Ricordatevi sempre che Io sono l’Agnello che Isacco vi ha fatto amare anche prima che mi conosceste. E che un agnello è sempre innocente, come questo fanciullino, anche se viene coperto di pelle di lupo per farlo passare per malfattore. Ricordate che Io sono ancor più innocente di questo pargolo… che, lui beato! per la sua innocenza e puerizia non potrà comprendere la calunnia degli uomini sul suo Signore e perciò non ne sarà turbato… e continuerà ad amarmi così,… come ora… Abbiate il suo cuore, abbiatelo per l’Agnello, per l’Amico, per l’Innocente, per il Salvatore, che vi ama e benedice in maniera tutta speciale.
23Addio, Maria! Vieni a darmi un bacio… Addio, Emanuele! Vieni tu pure… Addio, Jesai, agnellino dell’Agnello… Siate buoni… Amatemi…»
Il pianto del Messia.
24«Tu piangi, Signore!?», chiede stupita la bimba, vedendo brillare una lacrima fra i capellucci di Jesai.
«Piange?», chiede il marito di Sara.
25«Tu piangi, o Maestro! Perché?», chiede la donna.
26«Non vi dolete del mio pianto. É amore e benedizione… Addio, Sara. Addio, uomo. Venite, come gli altri, a baciare il vostro Amico che parte…», e ricevuto sulle mani il bacio dei due sposi, rimette il piccolo nelle braccia della madre, benedice ancora e poi svelto inizia la discesa per la stessa stradetta usata per venire.
27Le voci di addio dei rimasti lo seguono: profonda quella dell’uomo, commossa quella della donna, trillanti quelle dei fanciulli, fino al basso del colle. Poi è solo il torrente, risalito verso nord, quello che saluta ancora il Maestro che lascia per sempre la terra di Jutta.
398. Discorso di commiato a Hebron e le illusioni di Giuda Iscariota[179].
Gli hebroniti osannanti accolgono il Messia.
Hebron, terra di miracolo.
1Ed ecco Hebron fra i suoi monti selvosi e prativi. L’entrata di Gesù in essa è salutata con gridi di osanna dai primi che lo vedono e che, in parte, corrono via a darne l’annuncio per tutto il paese.
2Accorre il sinagogo, accorrono i miracolati dell’anno avanti, accorrono i notabili. Ognuno vuole ospite il Signore. Ma Gesù, ringraziando tutti, dice: «No, non sosto che il tempo di parlarvi… Andiamo perciò alla povera, santa casa del Battista. Che Io saluti anche quella… E’ terra di miracolo. Voi non sapete».
3«Oh! sappiamo, Maestro. I guariti colà sono fra noi!…», dicono in molti.
4«Molto prima di or è un anno fu terra di miracolo. Lo fu trentatré anni fa per la prima volta, quando la grazia del Signore rinverdì le seccate viscere per farle albero al dolce pomo del Precursore mio. Lo fu trentadue anni or sono, quando, per opera misteriosa, Io lo presantificai, essendo Io e lui due frutti che maturavano in profondo seno. E poi quando al padre di Giovanni Io sciolsi la favella legata. Ma, alle segrete operazioni dell’Incarnato non ancor nato, or sono due anni si allaccia un grande miracolo che voi tutti ignorate. Ricordate la donna che abitava là dentro? …».
Aglae proposta a modello.
5«Chi? Aglae?», chiedono in molti.
6«Essa. Io l’ho rinverdita, non nelle viscere ma nell’anima essiccata dal paganesimo e dal peccato, e l’ho fatta feconda di giustizia, liberandola da ciò che la teneva, aiutato dalla sua buona volontà. E ve la propongo a modello. Non vi scandalizzate. In verità vi dico che ella è da citarsi ad esempio e da imitarsi, perché pochi in Israele hanno fatto tanta via quanto la pagana e peccatrice per raggiungere le fonti di Dio».
7«Noi la credevamo fuggita con altri amanti… C’era chi diceva che era mutata, che era buona… Ma dicevamo: “É un capriccio!”. C’era anche chi diceva che era venuta da Te per… peccare…», spiega il sinagogo.
8«É venuta infatti da Me. Ma per essere redenta».
«Abbiamo peccato di giudizio…».
9«Per questo Io dico: “Non giudicate”».
«E dove è ora?».
Ave, o casa del Precursore!
10«Solo Dio lo sa. In aspra penitenza certo. Pregate per sostenerla… Ti saluto, o casa santa dal mio Parente e Precursore! La pace a te! Per quanto ora tu sia sola e desolata, sempre la pace a te, o santa dimora di pace e di fede!». Gesù pone piede, benedicendo, nel giardino divenuto selvaggio, e si inoltra fra le erbe invadenti e costeggiando quelle che una volta erano pergole od ordinate spalliere di lauri e bossi, e che ora sono una scapigliata famiglia di piante fasciate di edere, di vitalbe, di convolvoli che le opprimono; va in fondo, ai resti di ciò che era il sepolcro, e sosta là.
La gente si pigia, ordinata e silenziosa, in cerchio intorno a Lui.
Commiato – lamento profetico (salmo 74,1-23)
Salmo di Asaf cantore profetico.
11«Figli di Dio, popolo di Hebron, ascolta! Perché voi non siate turbati e tratti in inganno di giudizio sul vostro Salvatore, come lo foste per la peccatrice, Io vengo a confermarvi e fortificarvi nella fede. Vengo a darvi il viatico della mia parola, perché essa resti luminosa in voi nell’ora delle tenebre e non vi faccia Satana smarrire la via del Cielo.
12Presto verranno ore in cui i vostri cuori gemeranno le parole del salmo di Asaf[180] cantore profetico, e direte: “Perché, o Dio, ci hai rigettati per sempre? Perché il tuo furore divampa contro le pecorelle da Te pascolate?”[181]; e veramente potrete allora alzare, come un diritto di protezione, la redenzione ormai compiuta e gridare: “Questo è tuo popolo e Tu lo redimesti!”[182] per invocare protezioni contro i nemici, che ogni male avranno fatto nel vero Santuario[183] dove Dio è come in Cielo, nel Cristo del Signore, e abbattuto il Santo[184] per prima cosa cercheranno poi di abbattere le mura di esso, i suoi fedeli[185]. Veri profanatori e persecutori di Dio, più di Nabucodonosor e di Antioco, più dei futuri, essi alzano già le mani ad abbattermi nella loro superbia senza limiti, che non vuole esser convertita, che non vuole aver fede, carità, giustizia e che, come lievito in un mucchio di farina, gonfia e trabocca dal Santuario, divenuto cittadella dei nemici di Dio.
Un’ora di vittoria sul Messia.
13Figli, ascoltate! Quando sarete perseguitati per avermi amato, fortificate il cuore pensando che prima di voi Io fui il Perseguitato. Ricordate che essi hanno già nella strozza l’ululo delle loro grida di trionfo e preparano le bandiere perché sventolino in un’ora di vittoria, e su ogni bandiera sarà una menzogna contro di Me[186], che sembrerò il Vinto, il Malfattore, il Maledetto.
14Scuotete il capo? Non credete? Il vostro amore vi è ostacolo al credere… Grande cosa l’amore! Grande forza… e grande pericolo! Sì, pericolo. L’urto della realtà nell’ora delle tenebre sarà violento in maniera sovrumana nei cuori che l’amore, non ancora ordinato in perfezione, fa ciechi. Non potete credere che Io, il Re, il Potente, possa essere dato in balìa dei nulla. Non lo potrete credere soprattutto allora, e sorgerà il dubbio: “Era proprio Lui? E se lo era, come poté essere vinto?”.
15Rafforzate il cuore per quell’ora! Sappiate che se “in un momento” i nemici del Santo hanno spezzato le porte, atterrando ogni cosa, e dato fuoco d’odio al Santo di Dio, se hanno abbattuto e atterrato il Tabernacolo del Nome SS., dicendo in cuor loro: “Facciamo cessare sulla Terra tutte le feste di Dio”, perché è festa avere Dio fra voi, dicendo: “Non si vedano più le sue insegne, non ci sia più alcun profeta che ci conosca per quello che siamo”[187], presto, più presto ancora, Colui che ha dato saldezza al mare e stritolato nelle acque le immonde teste dei coccodrilli sacri e dei loro adoratori, Colui che ha fatto scaturire fonti e torrenti e seccare fiumi perenni, Colui di cui è il giorno e la notte, l’estate e la primavera[188], la vita e la morte, tutto, farà risorgere, come è detto, il suo Cristo, e Re sarà. Re in eterno. E coloro che saranno stati fermi nella fede con Lui regneranno in Cielo.
16Questo ricordate. E quando mi vedrete innalzato e vilipeso, non vacillate. E quando sarete innalzati e vilipesi, non vacillate.
Preghiera messianica.
17Oh! Padre! Padre mio! Io, a nome di questi che ti sono e mi sono cari, ti prego. Esaudisci il tuo Verbo, ascolta il Propiziatore! Non abbandonare alle bestie le anime di quelli che ti lodano amandomi, non dimenticare per sempre le anime dei tuoi piccoli. Abbi riguardo, o Dio buono, al tuo patto, perché i luoghi oscuri della Terra sono covi di iniquità dai quali esce il terrore per sgomentare i tuoi piccoli[189]. Padre! Oh! Padre mio! L’umile che spera in Te non torni via confuso! Il povero e il bisognoso diano lode al tuo Nome per l’aiuto che Tu darai loro![190]
18Sorgi, o Dio! Per quell’ora, per quelle ore, ti prego! Sorgi, o Dio! Per il sacrificio di Giovanni e la santità dei tuoi patriarchi e profeti! Per il sacrificio mio, o Padre, difendi questo tuo e mio gregge! Dalla luce nelle tenebre, fede e fortezza contro i seduttori! Dàgli Te, o Padre! Dàgli Noi, ora, domani e sempre, fino all’entrata nel tuo Regno! Noi nel loro cuore fino all’ora in cui dove Noi siamo essi siano nei secoli dei secoli. E così sia».
19E Gesù, posto che non ci sono miracoli da compiere, passa fra le file della folla quasi estatica e benedice, uno per uno, i suoi ascoltatori. E riprende ad andare, sotto il sole già alto che gli alberi fronzuti e l’aria montanina rendono sopportabile.
Le Illusioni dell’Iscariota.
L’Iscariota sogna momenti di gloria.
20Dietro, in gruppo, parlano gli apostoli.
Parlano fitto fitto. «Che discorsi! Fanno fremere!», dice Bartolomeo.
21«Ma come sono tristi! Fanno piangere!», sospira Andrea.
22«Eh! è il suo commiato. Ho ragione io. Egli va proprio verso il trono», esclama Giuda Iscariota.
23«Trono? Uhm! Mi pare che parlino di persecuzioni invece che di onori!», osserva Pietro.
24«Macché! Il tempo delle persecuzioni è finito! Ah! io sono felice!», grida l’Iscariota.
25«Buon per te! Io vorrei essere ancora ai giorni in cui eravamo ignoti, due anni fa… o all’Acqua Speciosa… Io tremo dei giorni futuri…», dice Giovanni.
26«Perché sei un cuor di cerbiatto… Ma io! Io vedo già nel futuro… Cortei!… Cantori!… Popolo prostrato!… Onori di altre nazioni!… Oh! è l’ora! Veramente i cammelli di Madian e le turbe di ogni dove verranno… e non saranno i tre poveri Magi… ma una moltitudine… Israele grande come Roma. Più di Roma… Superate le glorie dei Maccabei, di Salomone… tutte le glorie… Egli, il Re dei re… e noi i suoi amici… Oh! Dio altissimo! Chi mi darà forza per quell’ora?… Se ci fosse mio padre ancora!…». Giuda è esaltato. Splende evocando il futuro che sogna di vivere…
L’ assunzione del Messia.
27Gesù è molto avanti. Ma si ferma, il futuro re secondo Giuda, e, assetato, fa giumella delle mani per attingere acqua a un ruscelletto e bere… come l’uccello del bosco o l’agnello pascolante, e poi si volge e dice: «Qui vi sono dei frutti selvatici. Cogliamone per la nostra fame…».
«Hai fame, Maestro?», chiede lo Zelote.
28«Sì», confessa umilmente Gesù.
«Sfido io! Ieri sera hai dato tutto a quel miserello!», esclama Pietro.
29«Ma perché non hai poi voluto sostare a Hebron?», chiede Filippo.
«Perché Dio mi chiama altrove. Voi non sapete».
30Gli apostoli si stringono nelle spalle e si danno a cogliere frutticini ancora acerbi da piante selvatiche sparse sui dossi montani. Sembrano meline selvatiche. E il Re dei re se ne nutre insieme ai compagni, che fanno boccacce per l’asprezza del frutto selvatico e acerbo. Gesù, assorto, mangia e sorride.
31«Mi fai quasi rabbia!», esclama Pietro.
32«Perché?».
«Perché potevi stare bene e fare felici quelli di Hebron, e invece ti sciupi ventre e denti su questo veleno amaro e acido più dell’erba vetriola!».
33«Oh! Ho voi che mi amate! Quando sarò innalzato e avrò sete e fame, penserò con desiderio a quest’ora, a questo cibo, a voi che ora siete con Me e che allora…».
34«Ma allora non avrai né sete, né fame! Un re ha di tutto! E noi ti saremo più ancora vicini!», esclama l’Iscariota.
35«Tu lo dici».
«E Tu pensi che ciò non sarà, Maestro?», chiede Bartolomeo.
36«No, Bartolmai. Quando ti ho visto sotto al fico, i suoi frutti erano tanto acerbi che chi li avesse colti ne avrebbe avuto arse lingua e fauci… Ma più dolci di favo di miele sono gli acerbi frutti del fico o di questi alberi rispetto a ciò che sarà per Me la mia assunzione… Andiamo…».
37E si rimette in marcia per primo, avanti a tutti, meditabondo, mentre dietro i dodici bisbigliano, bisbigliano.
399. Discorso di commiato a Betsur e l’amore materno di Elisa[191].
A Betsur le discepole fedeli.
Gli infaticabili camminatori.
1É appena fatto giorno quando gli infaticabili camminatori giungono alle viste di Betsur. Stanchi, sgualciti nelle vesti per un riposo certo molto scomodo nei boschi, guardano con gioia la cittadina ormai prossima, dove sono certi di trovare ospitalità. I contadini che si recano ai loro lavori sono i primi ad incontrare Gesù, e pensano sia bene lasciare in asso i lavori per tornare in città ad ascoltare il Maestro. E così fanno dei pastori dopo avere chiesto se si trattiene o se non lo fa.
2«Lascerò Betsur a sera», risponde Gesù.
«E parlerai, Maestro?».
3«Certamente».
«Quando?».
4«Subito».
«Noi abbiamo i greggi… Non potresti parlare qui, nelle campagne? Le pecore brucherebbero l’erba e noi non perderemmo la tua parola».
5«Seguitemi. Lo farò sui pascoli a settentrione. Devo prima vedere Elisa».
Omaggio delle discepole al suo Maestro.
6I pastori col loro bastone fanno volgere le pecore, e dietro agli uomini si mettono loro e le loro pecore belanti. Attraversano il paese. Ma la notizia è già arrivata alla casa di Elisa. Ed è sulla piazza, che sta davanti alla casa, che Elisa con Anastasica rendono il loro omaggio di discepole al Maestro che le benedice.
7«Entra nella mia casa, Signore. Tu l’hai liberata dal dolore, ed essa ti vuole essere conforto in ogni suo abitante e suppellettile», dice Elisa.
8«Sì, Elisa. Ma vedi quanto popolo ci segue? Ora parlerò a tutti e poi, dopo l’ora di terza, verrò e sosterò nella tua casa per ripartire a sera. E parleremo fra noi…», promette per consolare Elisa, che sperava un più lungo soggiorno e che fa un viso deluso sentendo le intenzioni di Gesù. Ma Elisa è buona discepola e non fa obbiezioni. Chiede solo licenza di dare ordine ai servi prima di andare con gli altri dove Gesù si dirige. E lo fa sollecita, ben diversa dalla inerte donna dello scorso anno…
9Gesù è già fermo in un vasto prato su cui scherza il sole filtrando dalle fronde leggere di alberi d’alto fusto, che, se non erro, sono frassini, e sta guarendo un bambino e un vecchio, malato il primo di qualche malattia interna, l’altro agli occhi. Non ci sono altri malati e Gesù benedice i piccoli che le madri gli offrono, attendendo paziente che Elisa lo raggiunga insieme ad Anastasica. Eccole, infine. Gesù inizia subito a parlare.
Il Salvatore, il suo popolo e suoi testimoni.
Incontro a piccoli gruppi.
«Popolo di Betsur, ascolta.
10Lo scorso anno vi ho detto cosa occorre fare per guadagnare il Regno di Dio. Ora ve lo confermo perché non abbiate a perdere ciò che avete guadagnato. È l’ultima volta che il Maestro vi parla così, ad un’assemblea nella quale non manca alcuno. Dopo potrò incontrarvi ancora, per caso, ad uno ad uno, o a piccoli gruppi, sulle vie della nostra patria terrena. Dopo, più tardi ancora, potrò vedervi nel mio Regno. Ma non sarà mai più come ora.
L’ amore è forte.
11In futuro tante cose vi verranno dette di Me, contro di Me, di voi e contro di voi. Vi vorranno terrorizzare.
12Io con Isaia[192] vi dico: non temete, perché Io vi ho redento e vi ho chiamato a nome. Solo coloro che vorranno abbandonarmi avranno ragione di temere. Non coloro che, essendo fedeli, sono miei. Non temete! Siete miei ed Io sono vostro[193]. Né le acque dei fiumi, né le fiamme dei roghi, né le pietre, né le spade potranno separarvi da Me se in Me perseverate, anzi sempre più le fiamme, le acque, le spade e le pietre a Me vi uniranno[194],, e altri Me sarete e il mio premio avrete. Io sarò con voi nelle ore dei tormenti, con voi nelle prove, con voi fino alla morte; e dopo, nulla più ci potrà separare[195].
Popolo Santo.
13Oh! popolo mio! Popolo che Io ho chiamato e radunato, e chiamerò e radunerò più ancora quando sarò innalzato, traendoti tutto a Me, o popolo scelto, popolo santo, non temere, perché Io sono e sarò teco e tu mi annuncerai, popolo mio, e perciò voi che lo componete sarete detti i miei ministri[196] e a voi darò, do fin da ora l’ordine di dire al settentrione, all’oriente, all’occidente e al mezzogiorno, di rendere i figli e le figlie del Dio Creatore, anche quelli degli estremi confini del mondo, perché tutti mi conoscano per loro Re e mi invochino secondo il mio vero Nome, ed abbiano quella gloria per cui sono stati creati e siano la gloria di chi li ha fatti e formati[197].
Testimone di Gesù.
14Isaia lo dice che le tribù e le nazioni per credere invocheranno dei testimoni della mia gloria[198]. E dove troverò dei testimoni se il Tempio e la Reggia, se le caste potenti mi odiano e mentono per non voler dire che Io sono chi sono? Dove li troverò? Eccoli, o Dio, i miei testimoni! Questi che ho istruiti nella Legge, questi che ho guariti nel corpo e nello spirito, questi che erano ciechi e ora vedono, sordi e ora odono, muti e ora sanno dire il tuo Nome, questi che erano oppressi e sono liberati, tutti, tutti questi ai quali il tuo Verbo è stato Luce, Verità, Via, Vita.
15Voi siete i miei testimoni, i servi da Me eletti affinché conosciate e crediate e comprendiate che sono proprio Io[199].
Fede intrepida.
16Sono Io il Signore, il Salvatore. Credetelo per vostro bene. All’infuori di Me non vi è altro salvatore[200]. Sappiate credere questo contro ogni umana o satanica insinuazione. Dimenticate ogni altra cosa che vi sia stata detta da bocca che non è la mia e che sia disforme alla mia parola. Respingete ogni altra cosa che vi possa essere detta nel futuro. Dite, a chiunque vorrà farvi abiurare il Cristo, dite: “Le sue opere parlano al nostro spirito”, e siate perseveranti nella fede.
17Molto ho fatto per darvi una fede intrepida. Ho curato i vostri malati e sollevato i vostri dolori, come un Maestro buono vi ho istruiti e come un Amico ascoltati, ho spezzato con voi il pane e spartito la bevanda. Ma queste sono ancora opere di santo e profeta. Altre ne farò, e tali da levare ogni dubbio che le tenebre possano suscitare come il turbine suscita nuvole di tempesta nel sereno di un cielo estivo.
L’ amore misericordioso.
18Lasciate passare il nembo stando fermi nella carità per il vostro Gesù, per questo Gesù che ha lasciato il Padre per venire a salvarvi e che lascerà la vita per darvi la salute.
19Voi, voi che ho amato ed amo ben più di Me stesso, perché non c’è amore più grande di quello di immolarsi per il bene di coloro che si ama, non vogliate essere inferiori a coloro che nella profezia d’Isaia sono detti bestie selvatiche, dragoni e struzzi, ossia gentili, idolatri, pagani, immondi[201], i quali, quando da Me stesso avrò testimoniato la potenza del mio amore e della mia Natura, vincendo da solo anche la Morte – che è cosa che si può constatare e che nessuno, che non sia menzogna, potrà negare – diranno: “Egli era il Figlio di Dio!”[202], e vincendo ostacoli, in apparenza insormontabili, di secoli e secoli di paganesimo immondo, di tenebre, di vizio, verranno alla Luce, alla Fonte, alla Vita[203]. Non siate, non siate come troppo Israele che non m’offre olocausto, che non mi onora con le vittime, ma anzi mi dà pena con le sue iniquità e mi fa vittima del suo animo duro[204], e al mio amore che perdona risponde con l’odio sotterraneo che mi scalza il terreno per farmi cadere, onde poter dire: “Vedete? É caduto perché Dio l’ha fulminato”[205].
20Cittadini di Betsur, siate forti. Amate la mia Parola perché è vera e il mio Segno perché è santo. Il Signore sia sempre con voi, e voi siate con i servi del Signore, tutti uniti, perché ognun di voi sia là dove Io vado e sia fatta un’eterna dimora in Cielo per tutti quelli che, superata la tribolazione e vinta la battaglia, muoiono nel Signore e nel Signore risorgono, in eterno!».
Il Redentore.
Il Re Redentore.
21«Signore, ma che hai voluto dire? Gridi di trionfo e gridi di dolore sono stati nel tuo parlare!», dicono alcuni cittadini.
22«Sì. Sei simile a colui che si sa attorniato da nemici», dicono altri.
23«E quasi ci dici che noi pure lo saremo», e altri.
24«Che c’è nel tuo domani, o Signore?», e altri ancora.
25«La gloria!», grida Giuda di Keriot.
26«La morte!», sospira Elisa piangendo.
27«La Redenzione. Il compimento della mia missione. Non temete. Non piangete. Amatemi. Io sono felice di essere il Redentore. Vieni, Elisa. Andiamo alla tua casa…», e si avvia per il primo fendendo la gente che è turbata da opposte emozioni.
28«Ma perché, Signore, sempre questi discorsi?!», brontola, interrogando e rimproverando, Giuda. E aggiunge: «Non sono da re».
Il Re del Regno dei Cieli.
29Gesù non gli risponde. Risponde invece a suo cugino Giacomo, che gli chiede con l’occhio lucido di pianto: «Perché, o fratello, citi sempre brani del Libro nei tuoi commiati?».
30«Onde chi mi accusa non dica che Io farnetico e bestemmio, e onde chi non si vuole arrendere alla realtà delle cose capisca che da sempre la Rivelazione mi ha mostrato Re di un regno non umano, che si disegna, si costruisce e cementa coll’immolazione della Vittima, dell’unica Vittima che può ricreare il Regno dei Cieli, distrutto da Satana e dai progenitori. Superbia, odio, menzogna, lussuria, disubbidienza, hanno distrutto. Umiltà, ubbidienza, amore, purezza, sacrificio, ricostruiranno… Non piangere, donna. Coloro che ami e che attendono, sospirano l’ora della mia immolazione…»
Il Re del Regno dei Cieli.
31Entrano in casa e, mentre ancora gli apostoli si occupano di ristorarsi membra e stomaco, Gesù va nel giardino, ordinato, fiorito, e, solo con Elisa, l’ascolta parlare.
32«Maestro, io sola so che Giovanna ti vuole parlare, in segreto. Mi ha mandato Gionata. Ha detto: “Per cose molto gravi”. Neppure la figlia che Tu mi hai dato – e che Tu ne sia benedetto – lo sa. Giovanna ha mandato servi in ogni direzione a cercarti. Ma non ti hanno trovato…».
33«Ero molto lontano, e sarei andato ancor più lontano se non mi avesse spronato lo spirito a tornare… Elisa, tu verrai con Me e con lo Zelote da Giovanna. Gli altri rimarranno qui per due giorni in riposo e poi verranno a Bétèr. Tu ritornerai con Gionata».
34«Sì, mio Signore…». Elisa lo guarda, materna, lo scruta… Non sa trattenere una parola: «Tu soffri?».
35Gesù crolla il capo senza un vero cenno di diniego ma con chiaro sconforto.
36«Sono una madre… Tu sei il mio Dio… ma… Oh! mio Signore! Che pensi che voglia Giovanna? Parlavi di morte ed io l’ho capito, perché nel Tempio le vergini molto leggevano le Scritture dove parlano di Te Salvatore, e mi ricordo quelle parole. Parlavi di morte e il tuo viso splendeva di gioia celeste… Ora non splende il tuo volto… Maria mi fu come una figlia… e Tu sei il Figlio di Lei… Perciò, se non è peccato dirlo, ti vedo un poco come figlio mio… Tua Madre è lontana… Ma una madre è al tuo fianco. Benedetto di Dio, non posso sollevare la tua pena?».
37«Già la sollevi perché mi ami. Che penso su quanto Giovanna ha da dirmi? La mia vita è come questo roseto. Le rose siete voi, discepole buone. Ma, levate le rose, che restano? Spine…».
38«Ma noi ti resteremo fino alla morte».
39«E’ vero. Fino alla morte! Ed il Padre vi benedirà per il conforto che mi darete. Entriamo in casa. Riposiamo. Al tramonto partiremo per Bétèr».
400. A Bétèr da Giovanna di Cusa. Conseguenze deleterie di un incontro dell’Iscariota con Claudia[206].
Consapevolezza della discepola del Messia.
Il giardino a roseto di Giovanna.
1Gesù, seguito dallo Zelote che conduce per la briglia l’asinello cavalcato da Elisa, batte alla porta del guardiano di Bétèr. Non hanno fatto la strada dell’altra volta e sono giunti ai possedimenti di Giovanna dal paesello sparso per le chine occidentali del monte su cui sorge il castello.
2Il guardiano, che riconosce il Signore, si affretta a spalancare il cancello che è a fianco della sua casetta e che immette nel giardino che precede l’abitazione, e che costituisce il principio di quel luogo di sogno che sono i giardini a roseto di Giovanna. Un intenso odore di rose fresche e di essenza di rose stagna nell’aria calda del crepuscolo, e quando il primo vento della sera, venendo da oriente, passa facendo ondulare i roseti in fiore, più acuto si fa il profumo, più fresco, più vero, perché veniente dai poggi messi a roseto e vincente il pesante profumo dell’essenza, che esce da una bassa e larga tettoia posta contro il muraglione occidentale del possesso.
La padrona buona.
3Il guardiano spiega: «La mia padrona è là. Ogni sera va là, dove a quest’ora si raccolgono i coglitori e gli essenzieri, e parla loro, li interroga, li medica, li conforta. Oh! è buona la nostra padrona. Lo è sempre stata. Ma da quando poi è tua discepola!… Ora la chiamo… Sono tempi di molto lavoro questi, e i coglitori abituali non bastano, benché siano da Pasqua aumentati coi nuovi servi e serve che ella ha preso. Attendimi, o Signore…».
4«No, vado Io da lei. Dio ti benedica e ti dia pace», dice Gesù alzando la mano a benedire il vecchio guardiano, che fino allora ha ascoltato parlare pazientemente. E, lasciatolo, se ne va verso la bassa e larga tettoia.
La discepola adorante.
5Ma il rumore dei passi sulla terra dura del sentiero fa sporgere il capo a Mattia, curiosetto alquanto, e con uno strillo il bambino si precipita fuori, a braccia già aperte e alte, in invito e desiderio di abbraccio. «C’è Gesù! C’è Gesù!», grida correndo. E quando egli è già fra le braccia del Signore che lo bacia, si affaccia Giovanna in mezzo ai suoi servi.
6«Il Signore!», grida a sua volta e cade in ginocchio, per venerarlo subito dal luogo dove si trova. Si prostra e poi si alza, con un volto che l’emozione tinge di un porporino simile a petalo di rosa accesa. E poi viene verso Gesù. E si prostra ancora a baciarne i piedi.
La discepola prudente.
7«La pace a te, Giovanna. Mi volevi? Sono venuto».
«Ti volevo… Sì, Signore…». Giovanna torna pallida e seria.
8Gesù lo nota. «Alzati, Giovanna. Cusa sta bene?».
«Sì, mio Signore».
9«E la piccola Maria, che non vedo qui?».
«Anche, Signore… É andata con Ester a portare medicamenti ad un servo malato».
10«Per questo servo mi hai chiamato?».
«No, Signore… Per… Te». Giovanna, è ben visibile, non vuole parlare alla presenza di tutti, che si sono affollati intorno.
11Gesù lo comprende e dice: «Va bene. Andiamo a vedere i tuoi roseti…».
«Sarai stanco, Signore. Dovrai mangiare… Avrai sete…».
12«No. Abbiamo sostato nelle ore calde in una casa di discepoli dei pastori. Non sono stanco…».
13«Allora andiamo… Gionata, preparerai tutto per il Signore e per chi è con Lui… Scendi, Mattia…», ordina all’intendente che le sta presso rispettoso e al piccolo che si è fatto un nido fra le braccia di Gesù e, carezzoso, tiene la testolina bruna nell’incavo del collo di Gesù come un tortorino sotto l’ala paterna. Il bambino ha un sospirone di pena, però si appresta a ubbidire.
14Ma Gesù dice: «No. Verrà con noi e non darà noia. Sarà il piccolo angelo davanti al quale non può esser fatto atto o parola scandalosa, e che impedirà che il più lieve sospetto sorga nei cuori. Andiamo…».
«Maestro, io ed Elisa entriamo in casa, o ci vuoi vicini?», chiede lo Zelote.
15«Andate pure».
I possessi fioriti della discepola.
16Giovanna conduce Gesù per il largo viale che divide il giardino, dirigendosi ai roseti che scendono e risalgono le chine opposte che costituiscono i possessi fioriti della discepola. E prosegue, Giovanna. Quasi voglia proprio isolarsi là dove soltanto sono roseti e piante, e uccellini fra i rami, nelle ultime risse per trovare un posto per il sonno, o nelle ultime cure ai nidiaci.
17Le rose, questa sera ancora in boccio socchiuso, e che domani, sbocciate, cadranno sotto le cesoie, olezzano fortemente prima di riposare sotto le rugiade. Si fermano in una valletta fra due rughe di terreno, su cui a festoni ridono da una parte rose carnicine, dall’altra rose rosse come macchie di sangue che stia rapprendendo. Vi è lì un masso a far da sedile, o da appoggio ai cesti dei coglitori. Rose e petali sgualciti sono fra l’erba e sul masso, testimonianza del lavoro del giorno.
18Giovanna, con la mano inanellata, spazza via quegli scarti dal sedile e dice: «Siedi, Maestro. Ti devo parlare… a lungo».
19Gesù si siede e Mattia si pone a correre qua e là sull’erbetta, finché trova un grande interesse nell’inseguire un grosso rospo venuto a prendere il fresco della sera, e si allontana con gridi e salti di gioia, andando, venendo, dietro al povero rospo, finché lo distrae la tana di un grillo dentro la quale si pone a frugare con uno steccolino.
La discepola fedele.
20«Giovanna, Io sono qui per ascoltarti… Non parli?», chiede Gesù dopo qualche tempo di silenzio, e lascia di osservare il bambino per guardare la discepola che gli sta ritta davanti seria e silenziosa.
«Sì, Maestro. Ma… e molto difficile… e credo sia penoso ad udirsi…».
21«Parla con semplicità e fiducia…».
22Giovanna si lascia scivolare sull’erba e, semi seduta sui calcagni, in basso rispetto a Gesù che è seduto più in alto, sul suo sedile, austero e rigido nella posa, distante come uomo più che se fosse separato da metri e metri e da ostacoli e ostacoli, vicino come Dio e Amico per la bontà dello sguardo e del sorriso. E lo guarda, lo guarda Giovanna, nel crepuscolo dolce della sera di maggio. Infine parla: «Mio Signore… prima di parlare… io ho bisogno di interrogarti… di conoscere il tuo pensiero… di comprendere se io mi sono sempre sbagliata nel comprendere le tue parole… Sono donna, una stolta donna… forse ho sognato… e solo ora io so realmente le cose… le cose come le hai dette, come le hai preparate, come le vuoi per il tuo Regno… Forse ha ragione Cusa… e io torto…».
23«Cusa ti ha rimproverata?».
«Sì e no, Signore. Soltanto mi ha detto, con possanza di marito, che se è come i fatti ultimi lo fanno pensare, io devo lasciarti perché egli, dignitario di Erode, non può permettere che sua moglie cospiri contro Erode».
24«E quando mai fosti cospiratrice? Chi pensa di danneggiare Erode? Il suo povero trono, così sozzo, è inferiore a questo sedile fra i roseti. Qui mi siedo, là non mi sederei. Si rassicuri Cusa! Non il trono di Erode, ma neppur quello di Cesare mi suscitano voglia. Non sono questi i miei troni, né questi i miei regni».
25«Oh! Sì, Signore?! Te benedetto! Quanta pace mi dài! Sono giorni che soffro per questo! Maestro mio, santo e divino, il mio caro Maestro, il mio Maestro di sempre quale ti ho capito, visto, amato, quale ti ho creduto, così alto, così alto sopra la terra, così… così divino, o mio Signore e Re celeste!», e Giovanna, presa la mano di Gesù, ne bacia rispettosamente il dorso stando a ginocchi, come in adorazione.
La discepola saggia.
26«Ma che, dunque, è avvenuto? Cosa, che Io ignoro, capace di turbarti così, di offuscare in te la limpidità della mia figura morale e spirituale? Parla!».
27«Che? Maestro, i fumi dell’errore, della superbia, della avidità, della cocciutaggine si sono elevati come da fetidi crateri e ti hanno offuscato nel concetto di alcuni, di alcune… e tentavano fare lo stesso in me. Ma io sono la tua Giovanna, la tua grazia, o Dio. E non mi sarei perduta. Almeno lo spero, conoscendo quanto è buono Iddio. Ma chi non è che un embrione di anima che lotta per formarsi può ben morire per un disinganno. Ma chi non è che uno che da mare fangoso, turbato da correnti violente, tenta raggiungere il lido, il porto, purificarsi, conoscere altri luoghi di pace, di giustizia, può ben essere sopraffatto da stanchezza, se perde la fiducia in questo lido, in questi luoghi, e lasciarsi riprendere dalle correnti, dal fango. Ed io di questa rovina di anime, per le quali impetro la tua luce, mi dolevo, mi torturavo. Le anime che formiamo alla Luce eterna ci sono ancor più care dei corpi che diamo alla luce terrena. Ora lo comprendo cosa è essere madri di una carne e madri di un’anima. Si piange per la creaturina nostra che muore. Ma è solo nostro dolore. Per uno spirito che abbiamo cercato di crescere nella tua luce e che muore, si soffre non per noi sole. Ma con Te, con Dio… perché nel nostro dolore per la morte spirituale di un’anima è anche il tuo dolore, infinito dolore di Dio… Non so se mi spiego bene…».
La discepola confidente.
28«Oh! molto bene. Ma racconta con ordine, se vuoi che Io ti consoli».
29«Sì, Maestro. Tu hai mandato Simone Zelote e Giuda di Keriot a Betania, non è vero? Per quella fanciulla ebrea che le romane ti hanno dato e che Tu hai mandata a Niche…».
30«Sì. Ebbene? …».
«Ed essa volle salutare le buone padrone, e Simone e Giuda l’accompagnarono all’Antonia. Lo sai?».
31«Lo so. Ebbene?»
«Maestro… ti devo dare un dolore… Maestro, Tu proprio non sei che un Re dello spirito? Non pensi a regni terreni?».
32«Ma no, Giovanna! Come lo puoi ancora pensare?»
«Maestro, per riavere la gioia di vederti divino, solo divino. Ma a Te, proprio perché sei tale, devo dare un dolore… Maestro, l’uomo di Keriot non ti capisce, e non capisce chi ti rispetta come sapiente, come grande filosofo, come Virtù sulla Terra, ma solo per questo ti ammira e ti si professa protettrice. É strano che delle pagane comprendano ciò che un tuo apostolo non comprende, dopo essere con Te da tanto…».
33«Lo acceca l’umanità, l’amore umano».
34«Tu lo scusi… Ma ti nuoce, Maestro. Mentre Simone parlava con Plautina, Lidia e Valeria, Giuda ha parlato con Claudia, in tuo nome, come tuo ambasciatore. Le voleva strappare promesse per una restaurazione del regno d’Israele. Claudia lo ha molto interrogato… Egli molto ha parlato. Certo pensa di essere alle soglie del suo folle sogno, là dove il sogno si muta in realtà. Maestro, Claudia si è sdegnata di questo. É figlia di Roma… Ha l’impero nel sangue… Vuoi mai che ella, proprio lei, figlia dei Claudi, vada contro Roma? Ne ha avuto un urto così profondo che ha dubitato di Te e della santità della tua dottrina. Ella ancora non può concepire, capire la santità della tua origine… Ma vi perverrà, perché in lei è la buona volontà. Vi perverrà quando si sarà rassicurata su di Te. Per ora le appari come ribelle, usurpatore, avido, falso… Plautina e le altre hanno cercato di rassicurarla… Ma lei vuole una risposta immediata, da Te».
35«Dille che non tema. Io sono il Re dei re, Colui che li creo e li giudico, ma non avrò altro trono che non sia quello di Agnello, immolato prima e poi trionfante in Cielo. Faglielo sapere subito».
36«Sì, Maestro. Andrò io, personalmente. Prima che lascino Gerusalemme, perché Claudia è tanto sdegnata che non resta oltre all’Antonia… per non… vedere i nemici di Roma, dice».
37«Chi ti ha detto ciò?».
38«Plautina e Lidia. Sono venute… e Cusa era presente… e dopo… mi ha posto il dilemma. O Tu sei il Messia spirituale o lasciarti per sempre».
39Gesù ha un sorriso stanco sul volto, che è impallidito di dolore per il racconto di Giovanna, e dice: «Cusa non viene qui?».
«Domani è sabato e vi sarà».
40«Ed Io lo rassicurerò. Non temere. Nessuno tema. Non Cusa per il suo posto a Corte, non Erode per eventuali usurpazioni, non Claudia per amore di Roma, non tu per tema di esserti ingannata, di poter essere separata… Nessuno tema… Io solo devo temere… e soffrire…».
La discepola amante.
41«Maestro, questo dolore non te lo avrei voluto dare. Ma tacere sarebbe stato inganno… Maestro, come ti comporterai con Giuda?… Io ho paura delle sue reazioni… per Te, sempre per Te…».
42«Con verità. Facendogli capire che so e che disapprovo il suo atto e la sua caparbietà».
«Mi odierà perché capirà che per me Tu sai…».
43«Te ne duoli?».
44«Il tuo odio mi darebbe dolore. Non il suo. Sono donna. Ma più virile di lui nel servirti. Ti servo perché t’amo, non per avere onori da Te. Se domani per Te perdessi ricchezze, amore di sposo e anche libertà e vita, ti amerei più ancora. Perché allora non avrei che Te da amare e ad amarmi», dice Giovanna con impeto, alzandosi in piedi.
45Anche Gesù si alza, e dice: «Sii benedetta, Giovanna, per questa parola. E sta’ in pace. Né l’odio né l’amore di Giuda possono alterare ciò che è scritto in Cielo. La mia missione sarà compiuta come è deciso. Non avere rimorsi, mai. Sii tranquilla come il piccolo Mattia, che dopo aver lavorato a fare una casa, secondo lui più bella, al suo grillo, si è addormentato con la fronte contro dei petali di rosa e sorride… credendo averla sulle rose. Perché bella è la vita quando si è innocenti. Anche Io sorrido, anche se la mia vita umana non ha fiori, ma petali sfogliati, appassiti. Ma in Cielo avrò tutte le rose dei salvati… Vieni. La notte scende. Fra poco non vedremmo più il sentiero».
Giovanna fa per prendere il bimbo in braccio.
46«Lascia… Lo prendo Io. Guarda come sorride! Certo sogna il Cielo. La mamma. E te… Anche Io, nelle mie pene di ogni ora, sogno il Cielo, la Mamma e le buone discepole».
E lentamente si avviano verso la casa…
401. Pietro e Bartolomeo a Bétèr per un grave motivo. Estasi della scrittrice[207].
Tatto perfetto di Gesù.
1Gesù passeggia per i boschetti di rose, dove ferve il lavoro dei coglitori. Trova così modo di parlare con questo e quello, e anche con la donna vedova e i suoi figli, che Giovanna ha, per suo amore, preso come serva a Pasqua, dopo il banchetto dei poveri. Non sembrano più quelli. Rifioriti, sereni, compiono il loro lavoro giulivi, ognuno secondo le proprie capacità, e i più piccoli, che proprio ancora non sanno neppur distinguere una rosa dall’altra, nel colore, o nella freschezza, per la cernita, giuocano con altri piccini nei posti più quieti, e i loro cinguettii di nidiaci umani si confondono a quelli dei pigolanti implumi, che stridono fra le fronde degli alberi per salutare i genitori che tornano con l’imboccata.
2Gesù si dirige a queste piccole nidiate umane e si curva, si interessa, carezza, placa piccole risse, rialza chi è caduto e frigna, sporco di terra, con la fronte o le manine graffiate, dal suolo. E i pianti, le risse, le gelosie cessano di colpo sotto la carezza e la parola dell’Innocente agli innocenti, si mutano magari nell’offerta dell’oggetto causa della contesa o della caduta, ossia dello scarabeo dorato, del sassolino colorato o brillante, del fiore colto… Gesù ne ha piene le mani e la cintura, e non si fa vedere quando depone scarabei e coccinelle sulle fronde, rendendoli alla libertà. Quante volte ho ormai notato il perfetto tatto di Gesù anche verso i piccini, per non mortificarli, per non deluderli! Egli ha l’arte e il fascino per saperli migliorare e farsi amare con dei nonnulla, in apparenza, che in realtà sono perfezioni d’amore adattato alla piccolezza del fanciullo…
Il Portavoce consapevole dell’amore.
Albori dell’amore.
3Come a me. Oh! mi ha proprio sempre trattato da «pargolo» per migliorare la miseria mia, per farsi amare! Dopo, quando l’ho amato con tutta me stessa, ha premuto la mano, mi ha trattata da adulta, sordo alle mie suppliche: «Ma non vedi che sono una buona da nulla?». Ha sorriso e mi ha obbligata a fare opere da adulti… Oh! solo quando la povera Maria è proprio tutta afflitta, allora torna ad essere il Gesù dei fanciulli per la povera mia anima, così incapace, e si accontenta dei… miei scarabei, sassolini… fioretti… di ciò che riesco a dargli… e mi mostra che li trova belli… e che mi ama perché sono «il nulla che si affida, si perde nel Tutto».
Follia dell’amore.
4Caro il mio Gesù! Amato, amato fino alla follia! Amato con tutta me stessa! Sì, lo posso proclamare! Alla vigilia del mio 49° anno, esaminandomi attentamente, alla vigilia della sentenza umana sull’opera di me portavoce, scrutando attentamente il mio spirito, tutta me stessa per decifrare le parole vere che sono in me, posso dire che ora amo, capisco di amare con tutta me stessa il mio Dio. Ci ho tenuto 48 anni ad arrivare a questo amore totale, tanto totale da non avere un pensiero di personale timore in previsione di una condanna, ma solo uno spasimo per la ripercussione che essa potrebbe avere su anime che io ho portato a Dio, che sono convinta di essere state redente da Gesù vivente in me, e che si staccherebbero dalla Chiesa, anello di congiunzione fra l’umanità e Dio.
Consapevolezza dell’amore.
5Diranno alcuni: «Non te ne vergogni di averci tenuto tanto?». No, affatto. Ero tanto debole, tanto niente, che ci ho tenuto tutto questo tempo. E del resto sono convinta che ci ho tenuto esattamente il tempo che Gesù ha voluto. Non un minuto di più, non uno di meno; perché, questo lo posso dire, da quando ho cominciato a capire cosa è Iddio non ho mai rifiutato a Dio nulla.
Da quando, quattrenne, lo sentivo tanto onnipresente che lo credevo persino nel legno della spalliera della seggiola su cui mi sedevo e gli chiedevo scusa di voltargli le spalle e di appoggiarmi a Lui, da quando, sempre quattrenne, fin nel sonno meditavo che i nostri peccati lo avevano ferito e ucciso, e sorgevo in piedi, sul letto, supplicando, nel mio camicione da notte, senza guardare nessun quadro sacro ma volgendomi al mio Amato ucciso per noi, supplicando: «Non io! Non io! Fammi morire ma non dirmi che io ti ho ferito!».
Adesione dell’amore.
6E sù sù… Tu li sai, o Amore mio, i miei ardori. Non te ne è ignoto uno… Tu lo sai che solo il baleno di una tua proposta diveniva accettazione subito per la tua Maria. Anche se mi proponevi di darti l’amore di fidanzata – anzi, proprio allora, nel Natale del ’21, si è ribadito il mio amore per Te – l’amore dei parenti, la vita, la salute, l’agiatezza… e di divenire sempre più un «niente» nella vita sociale, un relitto che il mondo guarda con compassione o con scherno, una che non può prendersi un bicchiere d’acqua se ha sete e se non c’è chi glielo porge, una inchiodata come Te, come Te, e come ho tanto desiderato di esserlo, e come vorrei subito ritornare ad esserlo se Tu mi guarissi.
7Tutto! Il nulla ha dato tutto, il suo tutto di creatura… Ebbene, anche ora, anche ora, che posso essere giudicata male e interdetta, colpita, che ti dico? «Lasciami Te, la tua Grazia. Tutto il resto è nulla. Solo ti prego di non levarmi il tuo amore e di non permettere che coloro che ti ho donato ricadano nelle tenebre».
Fusione d’amore trinitario.
8Ma dove sono andata, o mio Sole, mentre Tu ti aggiri fra i roseti? Dove il mio cuore, che si è sforzato d’amore per Te, mi porta. E palpita, e mi accende il sangue nelle vene. E la gente dirà: «Ha febbre e cardiopalmo». No. É che questa mattina Tu ti riversi in me con la forza di un divino uragano d’amore, ed io… ed io mi annullo in Te che mi penetri, e non connetto più come creatura, ma provo ciò che deve essere il vivere dei serafini… e ardo e deliro e ti amo, ti amo, ti amo. Pietà, nel tuo amore! Pietà se vuoi che io viva ancora per servirti, o Amore divinissimo, eterno, o Amore dolcissimo, o Amore dei Cieli e del Creato, Dio, Dio, Dio… Ma no! Non pietà! Anzi più ancora! Più ancora! Fino alla morte sul rogo dell’amore! Fondiamoci! Amiamoci! Affinché si sia nel Padre, come Tu hai detto pregando per noi: «Siano (quelli che mi amano) dove Noi siamo. Una cosa sola».
9Una cosa sola! Ecco una delle parole del Vangelo che mi hanno sempre fatto sprofondare in un abisso di adorazione amorosa. Cosa hai chiesto per noi, o mio divino Maestro e Redentore! Cosa hai chiesto, o mio Divino folle d’amore! Che noi si sia una sola cosa con Te, col Padre, con lo Spirito Santo, poiché chi è in Uno è nei Tre, o inscindibile e pur libera Trinità del Dio uno e trino! Benedetto! Benedetto! Benedetto con ogni mio palpito e respiro…
Notizie sull’Iscariota
L’ Iscariota, apostolo indemoniato.
10Ma riprendiamo la visione, posto che vedo avanzarsi a passo veloce, tanto che le sue vesti si agitano come una vela che il vento scuote, Pietro, seguito da Bartolomeo che procede più calmo.
11Piomba alle spalle del Maestro, che sta curvo a vezzeggiare dei poppanti, certo figli di coglitrici, messi su strapuntini al rezzo delle piante.
«Maestro!».
12«Simone! Come mai qui? E tu, Bartolomeo? Dovevate partire domani sera, dopo il tramonto del sabato…».
«Maestro, non ci rimproverare… Ascoltaci prima».
13«Vi ascolto. E non vi rimprovero perché penso che abbiate disubbidito per un grave motivo. Rassicuratemi solo che nessuno di voi è malato o ferito».
«No, no, Signore. Nessun male ci incolse», si affretta a dire Bartolomeo.
14Ma Pietro, sincero e irruente sempre, dice: «Uhm! Per me dico che era meglio se eravamo tutti con le gambe rotte, rotta la testa magari, anziché…».
15«Cosa è accaduto allora?».
16«Maestro, abbiamo pensato che era meglio venire per porre fine a…», sta dicendo Bartolomeo quando lo interrompe Pietro: «Ma di’ più in fretta!». E termina: «Giuda è diventato un demonio da quando sei partito. Non si poteva più parlare, non ragionava più. Ha litigato con tutti… E ha scandalizzato tutti i servi di Elisa e altri ancora…».
17«Forse si è ingelosito perché Tu hai preso Simone con Te…», scusa Bartolomeo vedendo che il viso di Gesù si fa molto severo.
18«Macché gelosia! Finiscila di scusarlo!… O litigo con te per sfogarmi di non avere potuto litigare con lui… Perché, Maestro, sono riuscito a tacere! Pensa! A tacere! Proprio per ubbidienza e per amore a Te… Ma che fatica! Bene. In un momento che Giuda si è allontanato sbatacchiando le porte, ci siamo consigliati… e abbiamo pensato che era meglio partire per porre fine allo scandalo in Betsur e… evitare di… di prenderlo a schiaffi… E io con Bartolomeo siamo partiti subito. Ho pregato gli altri di lasciarmi andare via subito, prima che egli tornasse… perché… perché proprio sentivo che non mi sarei contenuto più… Ecco. Ho detto. Ora rimproverami se ti pare che ho sbagliato».
19«Hai fatto bene. Avete fatto tutti bene».
«Anche Giuda? A no, Signor mio! Non lo dire! Ha dato un indegno spettacolo!».
20«No. Lui non ha fatto bene. Ma non giudicarlo tu».
«…No, Signore…». Il «no» esce con molto sforzo.
Pietro finalmente consapevole dell’amore.
21Un silenzio. Poi Pietro chiede: «Ma almeno me lo dici perché Giuda è divenuto così, tutto d’un tratto? Pareva diventato così buono! Si stava così bene! Io avevo fatto preghiere e sacrifici perché durasse… Perché non posso vederti afflitto. E Tu sei afflitto quando noi si fa male… E dall’Encenie so che anche il sacrificio di un cucchiaio di miele ha valore… Me l’ha dovuta insegnare un discepolo, il più piccolo discepolo, un povero bambino, questa verità, a me, tuo apostolo stolido. Ma non l’ho trascurata. Perché ne ho visto il frutto. Perché ho capito anche io, zuccone, qualche cosa per lume di Sapienza che si è piegata benigna su me, che è scesa fino a me, al rozzo pescatore, all’uomo peccatore. Ho capito che bisogna amarti non solo con le parole. Ma col salvarti le anime col nostro sacrificio. Per darti una gioia. Per non vederti così come sei ora, come eri a scebat. Così pallido e mesto, mio Maestro e Signore che non siamo degni di avere, che non ti comprendiamo, noi vermi presso Te, Figlio di Dio, noi fango presso Te, Stella, noi tenebre presso Te, Luce. Ma non è giovato a nulla! A nulla! É vero. Le mie povere offerte… così povere… così malfatte… A che dovevano servire? Fu superbia la mia credere che potessero servire… Perdonami. Ma ti ho dato quanto avevo. Mi sono offerto per darti tutto quanto ho. E credevo essere giustificato perché ti ho amato, o mio Dio, con tutto me stesso, con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima, con tutte le mie forze, così come è detto[208]. E, ora capisco anche questo e lo dico io pure come dice sempre Giovanni, il nostro angelo, e ti prego (e si inginocchia ai piedi di Gesù) di aumentare il tuo amore nel tuo povero Simone, perché aumenti il mio amore per Te, o mio Dio». E Pietro si curva a baciare i piedi di Gesù, rimanendo così.
22Bartolomeo, che ha ascoltato, ammirato e assentito, lo imita.
23«Alzatevi, amici. Il mio amore cresce sempre in voi e sempre più crescerà. E siate benedetti per il cuore che avete. Quando verranno gli altri?».
«Prima del tramonto».
24«Sta bene. Anche Giovanna con Elisa e con Cusa tornerà prima del tramonto. Passeremo il sabato qui e poi partiremo».
25«Sì, Signore. Ma perché ti ha chiamato Giovanna con tanta urgenza? Non poteva aspettare? Era fissato che si sarebbe venuti qui! Con la sua imprudenza ha causato un bel fatto! …».
26«Non la rimproverare, Simone di Giona. Ella agì per prudenza e per amore. Mi ha chiamato perché c’erano anime da raffermare nella buona volontà».
27«Ah! Allora non parlo più… Ma, Signore, perché Giuda si è alterato così?».
28«Non ci pensare! Non ci pensare! Godi di questo Eden tutto fiori e pace. Godi del tuo Signore. E lascia e dimentica l’umanità in tutte le sue forme peggiori, nei suoi assalti sullo spirito del tuo povero compagno. Ricorda solo di pregare per lui, molto, molto. Venite. Andiamo da quei piccoli che ci guardano stupiti. Parlavo loro di Dio poco fa, da anima ad anima, con l’amore, e ai più grandicelli con le bellezze di Dio…».
29E abbraccia alla vita i suoi due apostoli, dirigendosi ad un cerchio di bambini che lo attendono.
402. Giuda Iscariota si sente scoperto nel discorso di commiato a Bétèr[209].
Convegno nel piccolo Eden.
Verso il tramonto.
1Non so come farò a scrivere, sfinita come sono dai continui attacchi cardiaci diurni e notturni…
Ma vedo e devo scrivere.
2Vedo Gesù sul davanti del palazzo di Giovanna a Bétèr. Lì, il giardino che precede la casa si allarga, facendo come due ali verdi a tenaglia, formando così un piazzaletto semicircolare, nudo di piante nel centro, limitato ai contorni da alberi molto alti e annosi, fronzuti, che frusciano lievemente alla brezza che scorre su questa cima di colle e che gettano una propizia ombra a riparo del sole quando è ad occidente. Sotto gli alberi, una siepe di rose mette un semicerchio di colori e fragranze a confine del piazzale. É verso il tramonto perché il sole, che si vede nitidamente scendere per un buon arco di orizzonte, essendo questo castello su un luogo elevato, sta per nascondersi dietro ai monti che sono ad occidente e che Andrea accenna a Filippo ricordando la loro paura, là a Betginna, di dover annunziare il Signore. Si capisce che su quei monti è Betginna dove il Signore, or è un anno, guarì la figlia dell’alberghiere, all’inizio della sua peregrinazione verso le sponde mediterranee, se ricordo bene. Sono sola, non posso farmi dare i fascicoli di mesi fa per confrontare, e la mia testa non riesce a ricordare.
I partecipanti all’ incontro con l’Amore.
3Gli apostoli sono tutti presenti. Non so come si è svolto l’incontro di Gesù con Giuda. In apparenza pare nel migliore dei modi, perché non noto sostenutezze né alterazioni nelle fisionomie, e Giuda è disinvolto, allegro, come nulla fosse. Tanto che è tutto gentilezza anche coi servi più umili, cosa non molto facile in lui e che scompare del tutto quando è inquieto.
4Vi è ancora Elisa e, certo venuta con gli apostoli e la servente di Elisa, c’è Anastasica. E vi è Cusa, tutto ossequioso, con Mattia per mano; e Giovanna presso Elisa con la piccola Maria al fianco. E Gionata è dietro alla sua padrona.
5Di fronte a Gesù – al quale fa da riparo al sole, che ancora batte sulla facciata d’occidente, questa, una tenda tesa su delle corde e dei pali, come un baldacchino – sono tutti i servi e giardinieri di Bétèr e certo non solo quelli abituali, ma anche gli avventizi, presi nel paese che dipende dal castello. Stanno al rezzo del semicerchio fronzuto, riparati dal sole, silenziosi, allineati, aspettando la benedizione di Gesù che pare prossimo a partire, in attesa solo che il tramonto segni la fine del sabato.
Quanti volti indagatori.
6Gesù ora sta parlando con Cusa un poco in disparte. Non so cosa gli dice, perché parlano sottovoce. Ma vedo che Cusa si profonde in inchini e in assicurazioni, mettendosi la mano destra sul petto come per dire: «In parola mia, sta’ sicuro che per mio conto», ecc. ecc.
7Gli apostoli, discreti, si sono radunati in un angolo. Ma nessuno può impedire loro di osservare e, se sul viso di Pietro e Bartolomeo è semplice sguardo di chi sà già un poco di che si tratta, sul volto degli altri, meno Giuda, vi è apprensione, una mesta espressione, specie nei volti di Giacomo d’Alfeo, Giovanni e Simone e Andrea, mentre Giuda d’Alfeo pare quasi inquieto e severo, e l’altro Giuda, che vuol essere disinvolto, guarda più di tutti e sembra voglia decifrare dai segni delle mani, delle labbra, ciò che Gesù e Cusa dicono.
8Le discepole, zitte, rispettose, osservano pure loro, e Giovanna ha un involontario sorriso, un poco ironico nella sua mestizia, e sembra compassionare lo sposo quando Cusa, alzando la voce al termine del colloquio, proclama: «Il mio debito di riconoscenza è tale che in nessun modo me ne potrò mai disobbligare. Perciò ti concedo quanto ho di più caro: Giovanna mia… Ma devi comprendere il mio previdente amore per lei… Lo sdegno di Erode… la sua legittima difesa… si sarebbero sfogati in rappresaglie sui beni nostri, su… sulla nostra potenza… e Giovanna è abituata a queste cose, è delicata… ne ha bisogno… Io tutelo i suoi interessi. Ma ti giuro che, ora che sono sicuro che Erode non avrà a sdegnarsi verso di me come di un suo servo complice di un suo nemico, non farò che servirti con assoluta gioia, concedendo a Giovanna ogni libertà…».
9«Sta bene. Ma ricorda che barattare i beni eterni per un breve onore umano è come barattare la primogenitura con un piatto di lenticchie. E molto peggio ancora…».
10Le parole le hanno sentite le discepole. Ma anche gli apostoli. E mentre ai più fanno l’effetto di un discorso accademico, Giuda di Keriot vi sente un sapore speciale e cambia colore e fisionomia, gettando uno sguardo fra spaventato e irritato su Giovanna… Intuisco che fino ad ora Gesù non abbia parlato di quanto è avvenuto, e che solo adesso Giuda abbia il primo sospetto che il suo giuoco è scoperto.
11Gesù si volge a Giovanna dicendole: «Ebbene, ora facciamo contenta la buona discepola. Parlerò, come lo hai desiderato, ai tuoi servi prima di partire».
12Viene avanti, fino al limite d’ombra che sempre più si allunga per il sole che cala, cala lentamente, e che pare già una arancia mutilata nella base, e sempre più si fa larga la mutilazione mentre l’astro scende dietro i monti di Betginna lasciando un rossore di fuoco sul cielo terso.
Il Re di un Regno spirituale. (discorso)
L’ Eden.
13«Amici diletti Cusa e Giovanna, e voi, buoni servi di essa, che già conoscete il Signore per la bocca del mio discepolo Gionata, da molti anni, e per bocca di Giovanna da quando m’è discepola fedele, udite.
14Mi sono accomiatato da tutti i paesi giudei dove più numerosi ho discepoli per opera dei discepoli primi, i pastori, e per loro rispondenza al Verbo che è passato istruendo per salvare. Ora mi accomiato da voi perché mai più Io tornerò in questo Eden, bello tanto, ma non bello solo per i roseti e la pace che vi regnano, non solo per la buona padrona che vi è regina, ma quanto perché qui si crede nel Signore e si vive secondo la sua Parola. Un paradiso! Sì. Che era il paradiso di Adamo ed Eva? Uno splendido giardino dove si viveva senza peccato e dove risuonava la voce di Dio, amata, accolta con gioia dai suoi primi due figli… [210]
Satana va scacciato subito
15Orbene, Io vi esorto a vegliare acciò non vi accada ciò che avvenne nell’Eden: che si insinui il serpente della menzogna, della calunnia, del peccato[211], e vi morda nel cuore separandovi da Dio. Vegliate e state fermi nella Fede… Non vi agitate. Non fate atti di incredulità. Ciò potrebbe avvenire perché il Maledetto entrerà, cercherà entrare dovunque, come già è entrato in molti luoghi, per distruggere l’opera di Dio. E finché entra nei luoghi, il Sottile, l’Astuto, l’Instancabile, e scruta, origlia, insidia, sbava, tenta sedurre, poco male ancora è. Nulla e nessuno può impedirgli di farlo. Lo ha fatto nel Paradiso terrestre… Ma male più grande è lasciarvelo sostare senza scacciarlo. Il nemico che non si scaccia finisce a divenire padrone del luogo, perché vi si insedia e vi si costruisce i suoi ripari e le sue offese. Dategli subito la caccia, mettetelo in fuga usando l’arma della fede, della carità, della speranza nel Signore.
Satanismo ancora da compatire.
16Male sommo, malissimo, poi, è quando non solo viene lasciato vivere indisturbato fra gli uomini, ma quando viene lasciato penetrare dall’esterno all’interno, e lasciato a farsi nido nel cuore dell’uomo. Oh! allora!! Eppure già molti uomini lo hanno accolto nel loro cuore, contro il Cristo.
17Hanno accolto Satana con le sue malvagie passioni cacciando il Cristo. E se non avessero conosciuto ancora Cristo nella sua verità, se la loro conoscenza fosse stata superficiale, così come ci si conosce fra viandanti, incontrandosi per caso su una via, molte volte solo guardandosi per un momento, sconosciuti che si vedono per la prima e ultima volta, altre volte scambiandosi soltanto qualche parola per chiedere la via giusta, per chiedere un pizzico di sale, per chiedere l’esca per accendere il fuoco o il coltello per preparare le carni, se così fosse stata la conoscenza del Cristo in questi cuori che ora, e più domani, sempre più, scacciano il Cristo per far posto a Satana, ancora potrebbero essere compatiti e trattati con misericordia, perché ignoranti sul Cristo.
Satanismo imperdonabile.
18Ma guai a coloro che mi conoscono per quello che sono, realmente, che della mia parola e del mio amore si sono nutriti, e adesso mi scacciano, accogliendo Satana che li seduce con bugiarde promesse di trionfi umani la cui realtà sarà l’eterna dannazione.
19Voi, voi che siete umili e non sognate troni e corone, voi che non cercate le glorie umane, ma la pace e il trionfo di Dio, il suo Regno, il suo amore, la vita eterna, e questo solo, non imitateli mai. Vegliate! Vegliate! Serbatevi puri da corruzioni, forti contro le insinuazioni, contro le minacce, contro tutto».
20Giuda, che ha capito che Gesù sà qualcosa, è divenuto una maschera terrea di bile. I suoi occhi saettano lampi cattivi sul Maestro e su Giovanna… Si ritira dietro alle spalle dei compagni, come per appoggiarsi al muro. In realtà lo fa per non essere visto nel suo disappunto.
21Gesù prosegue dopo una breve interruzione, messa come per dividere la prima parte del discorso dalla seconda.
La vigna di Nabot
22Dice: «Vi fu un tempo in cui il jezraelita Nabot aveva una vigna presso la reggia di Acab, re di Samaria. Una vigna dei suoi padri, carissima perciò al suo cuore, quasi sacra per lui perché era l’eredità che il padre gli aveva lasciato dopo averla ereditata a sua volta da suo padre, e questo da suo, e così via. Generazioni di parenti avevano sudato in quella vigna per farla sempre più florida e bella. Nabot l’amava molto. Acab gli disse: “Cedimi la tua vigna, che è vicina alla mia casa e perciò molto mi servirà a farne un orto per me e chi è con me. In cambio io ti darò una vigna migliore o del denaro, se lo preferisci”. Ma Nabot rispose: “Mi spiace disgustare te, re. Ma non posso accontentarti. Quella vigna mi viene in eredità dai miei padri e sacra mi è. Dio mi guardi dal darti l’eredità dei miei padri”[212].
L’idea messianica, eredità dei Padri.
23Meditiamo questa risposta. Troppo poco è meditata da troppo pochi in Israele. Gli altri, i più, quelli che ho detto prima, facili a scacciare il Cristo per accogliere Satana, non hanno molto riguardo all’eredità dei padri e, pur di avere molto denaro o molto terreno, ossia onori e sicurezza di non essere soppiantati, con facilità aderiscono a cedere l’eredità dei padri. Ossia l’idea messianica per quello che essa è, in verità, così come è stata rivelata ai santi d’Israele e che sacra dovrebbe essere nei suoi minimi particolari, non manomessa, non alterata, non avvilita con limitazioni umane. Quanti, quanti, quanti barattano la luminosa idea messianica, tutta santa e spirituale, con un fantoccio di regalità umana, agitata a spauracchio, a danno, a bestemmia contro le autorità e contro la verità!
La santità di Mosè e d’Aronne.
24Io, Misericordia, non giungo a maledire questi con le tremende maledizioni di Mosè ai trasgressori della Legge[213]. Ma dietro alla Misericordia è la Giustizia. Ognun lo ricordi!
25Io, per mio conto, ricordo a questi – e, se fra i presenti ve ne è alcuno, prenda con cuore buono l’ammonimento – Io ricordo altre parole di Mosè, dette a coloro che volevano essere più che Dio non avesse per loro stabilito. Disse Mosè a Core, Datan e Abiron, che si dicevano santi come Mosè e Aronne e si ribellavano ad esser solo figli di Levi nel popolo di Israele: “Domani il Signore farà conoscere chi gli appartenga e farà accostare a Sé i santi, quelli che avrà eletti si appresseranno a Lui. Mettete fuoco nel vostro incensiere e, sul fuoco, incenso davanti al Signore, e venite voi e i vostri con Aronne. E vedremo chi elegge il Signore. Vi innalzate un po’ troppo, o figli di Levi!”[214].
26Voi, buoni israeliti, conoscete quale fu la risposta di Dio a coloro che si volevano innalzare un po’ troppo, dimenticando che solo Dio è Colui che destina i posti dei suoi figli[215], ed elegge, ed elegge con giustizia, ed elegge fino al punto giusto. Anche Io devo dire: “Vi sono alcuni che si vogliono innalzare un po’ troppo, e saranno puniti in modo che i buoni comprenderanno che essi hanno bestemmiato il Signore”.
Coloro che barattano l’idea messianica.
27Coloro che barattano l’idea messianica, come l’ha rivelata l’Altissimo, con la povera idea loro, umana, pesante, limitata, vendicativa, non sono forse simili a quelli che volevano giudicare il santo che era in Mosè e Aronne? Coloro che, pur di raggiungere il loro scopo, l’attuazione della povera loro idea, vogliono prendere iniziative loro, da loro, superbamente dicendole più giuste di quelle di Dio, non vi pare che vogliano innalzarsi troppo e, da stirpe di Levi, divenire stirpe d’Aronne, illegalmente? Coloro che sognano un povero re d’Israele e lo preferiscono al Re dei re spirituale, coloro ai quali fan da malate pupille la superbia e l’avidità, per cui vedono deformate le verità eterne scritte nei libri santi, e ai quali la febbre di una umanità concupiscente rende incomprensibili le parole chiarissime della Verità rivelata, non sono forse coloro che barattano per un nulla senza valore la eredità di tutta la stirpe? La più sacra eredità?
Fedeltà all’eredità del Padre.
28Ma, se essi lo fanno, Io non baratterò la eredità del Padre e dei padri, e morirò fedele a questa promessa che vive da quando fu necessità di redimere, a quest’ubbidienza che è da sempre, perché Io non ho deluso mai il Padre mio e mai lo deluderò per timore di morte, per orrenda che sia. Procurino i nemici i falsi testimoni, fingano zelo e pratiche perfette. Non muterà questo il loro delitto e la mia santità. Ma colui e quelli che, suoi complici dopo esserne stati corruttori, crederanno poter stendere la mano su ciò che è mio, troveranno i cani e gli avvoltoi a pascersi del loro sangue, del loro corpo sulla Terra, e i demoni a pascersi del loro sacrilego spirito, sacrilego e deicida, nell’Inferno.
29Questo vi ho detto perché sappiate. Perché ognuno sappia. E chi è malvagio possa pentirsi, mentre ancora lo può fare, imitando Acab, e chi è buono non sia turbato nell’ora delle tenebre.
30O figli di Bétèr; addio. Il Dio d’Israele sia sempre con voi e la Redenzione faccia scendere le sue rugiade su un campo mondo, perché si aprano in esso tutti i semi sparsi nei vostri cuori dal Maestro che vi ha amato fino alla morte».
31Gesù li benedice e li guarda andare, lentamente. Il tramonto è avvenuto. Solo un rosso, che si smorza lentamente in violaceo, resta a ricordo del sole. Il riposo sabatico è finito. Gesù può partire. Bacia i piccoli, saluta le discepole, saluta Cusa. E sulla soglia del cancello si volge ancora e dice forte, perché tutti odano: «Io parlerò, quando potrò farlo, a quelle creature. Ma tu, o Giovanna, provvedi a far loro sapere che in Me non c’è che il nemico della colpa e il re dello spirito. E ricordalo tu pure, o Cusa. E non tremare. Nessuno deve tremare di Me. Neppure i peccatori, perché Io sono la Salute. Solo gli impenitenti fino alla morte dovranno tremare del Cristo, Giudice dopo essere stato il Tutto Amore… La pace sia con voi».
32Ed esce per primo, iniziando la discesa…
403. La lezione del silenzio. Simone di Giona in una sua lotta e vittoria spirituale[216].
Ubbidienza della Portavoce.
Motivi del silenzio del Signore.
1In Nomine Domini. ‘E ti ripiglio finalmente, dolce Evangelo, santa sequela del mio Maestro per le vie di Palestina! Fatte tutte le ubbidienze, ti riprendo. Meglio detto: «Mi riprendi». Non so se c’è chi riflette sulla lezione muta, ma tanto formativa, che dà il Signore coi suoi silenzi, causati da tre motivi diversi:
2I° la pietà per la debolezza del portavoce malato e delle volte tutt’affatto morente;
3II° la punizione del silenzio per chi non si comporta bene verso il suo dono;
4III° la lezione che mi dà, ed è quella di cui voglio parlare, del dovere di ubbidire sempre, anche se è un’ubbidienza che ci può parere inferiore al lavoro che sospendiamo per essa.
Esercizio continuo di vigilanza e ubbidienza.
5Oh! non è facile essere «voci»! Si vive sempre in un esercizio continuo di vigilanza e ubbidienza. E Gesù, Lui che è il Padrone del mondo, non si permette di far trasgredire l’ubbidienza che sta compiendo il suo strumento, quando è ubbidienza data da chi è in veste di poterla dare.
6Io, in questi giorni, dovevo ubbidire alle cose che mi aveva detto di fare P. Migliorini. Erano burocratiche alquanto, e perciò noiose alquanto. Ma Gesù non è mai intervenuto, perché dovevo fare l’ubbidienza. E esatta, totale, come ieri ha detto Azaria nella sua spiegazione della S. Messa.
Lotta e vittoria spirituale.
Verso il dominio dei nemici.
7Ma ora, fatto tutto, ti posso contemplare, o mio Signore che scendi per strade scoscese verso una fertile valle, lasciando dietro alle tue spalle il castello di Bétèr, ancora luminoso nel giorno morente, lassù in cima al suo colle fiorito… Lasciando lassù l’amore delle discepole, dei piccoli, degli umili, e scendendo verso le vie che vanno a Gerusalemme, verso il mondo, verso il basso… E non sono più oscure delle vette soltanto perché sono «valle» – e perciò il sole, la luce, da tempo l’hanno lasciata – ma perché, soprattutto perché in basso, nel mondo, c’è l’agguato, c’è l’astio, tanto male c’è ad attenderti, mio Signore…
8Gesù è in testa a tutti. Forma bianca e silenziosa che incede maestosa anche nello scendere per i sentieri malagevoli e diruti, presi per abbreviare la via. Nella discesa la lunga veste, l’ampio mantello strusciano sulla china, e Gesù pare già avvolto in manto regale che faccia strascico dietro ai suoi passi.
I sacrifici non sono mai senza premio.
9Dietro a Lui, meno maestosi, ma ugualmente silenziosi, gli apostoli… Ultimo Giuda, un poco distanziato, nel suo rovello cupo che lo fa brutto. Qualche volta i più semplici – Andrea, Tommaso – si voltano a guardarlo, e Andrea anche gli dice: «Perché stai così solo, indietro di tanto? Ti senti male?». Il che provoca un aspro: «Pensa a te», che stupisce Andrea, molto più che è accompagnato da un basso epiteto.
10Pietro è il secondo della fila degli apostoli, dietro a Giacomo d’Alfeo che segue immediatamente il Maestro. E Pietro sente, nel grande silenzio della sera fra i monti. E si volta, di scatto. E di scatto sta per tornare indietro, andare da Giuda. Poi si arresta sui due piedi. Pensa un momento, poi corre da Gesù. Lo prende rudemente per un braccio e lo scuote dicendo con ansia: «Maestro, mi assicuri che è proprio come mi hai detto l’altra sera? Che sacrifici e preghiere non sono mai senza riuscita, anche se sembra che non servano?…»
11Gesù, mite, triste, pallido, guarda il suo Simone che suda nello sforzo di non reagire subito all’insulto, che è paonazzo, che trema persino, che forse gli fa male, tanto lo tiene rudemente al braccio, e risponde con un sorriso di mesta pace: «Non sono mai senza premio. Siine sicuro».
Lotta spirituale.
12Pietro lo lascia e va, non al suo posto, ma sulla china del monte, fra gli alberi, e si sfoga a rompere, a rompere arbusti e giovani piante, con una violenza che era diretta altrove e che si scarica qui, sopra dei tronchi.
13«Ma che fai? Sei matto?», gli chiedono in diversi.
Pietro non risponde. Rompe, rompe, rompe. Si lascia sorpassare da tutta la fila degli apostoli, da Giuda… e rompe, rompe, rompe. Pare lavori a cottimo, tanto va con velocità. Ai suoi piedi è un fastello che basterebbe ad arrostire un vitello. Se lo carica a fatica e si dà a raggiungere i compagni. Non so come faccia, così impicciato dal manto, dal peso, dalla bisaccia, dal sentiero malagevole. Ma tanto va, curvo molto, come sotto un giogo…
14E Giuda ride vedendolo venire e dice: «Sembri uno schiavo!».
Pietro torce a fatica il capo da sotto il suo giogo e sta per dire qualcosa. Ma tace, stringe i denti e va avanti.
15«Ti aiuto, fratello», dice Andrea.
«No».
16«Ma per un agnello è troppa questa legna», osserva Giacomo di Zebedeo.
17Pietro non risponde. Va avanti così. E non deve poterne più. Ma non cede. lnfine, presso una grotta quasi in fondo alla scesa, Gesù ferma, e con Lui tutti.
18«Staremo qui, per partire alle prime luci», ordina il Maestro. «Preparate la cena».
19Allora Pietro butta a terra il suo carico e ci si siede sopra, senza spiegare ad alcuno il motivo di quella sua grande fatica, mentre legna è da per tutto. Ma quando chi va qui e chi là per prendere acqua da bere, per pulire il suolo della grotta, per lavare l’agnello da cuocere, e Pietro resta solo col suo Maestro, Gesù, in piedi, posa la mano sul capo brizzolato del suo Simone e carezza quel capo onesto…
20Allora Pietro afferra quella mano e la bacia, e se la tiene contro la guancia e la ribacia, la carezza… Una goccia scende sulla mano bianca, una goccia che non è sudore del rude e onesto apostolo, ma è il suo pianto silenzioso di amore e di pena, di vittoria dopo lo sforzo.
21E Gesù si china, e lo bacia dicendogli: «Grazie, Simone!».
22Ecco, Pietro non è certo un bell’uomo. Ma quando rovescia indietro il capo per guardare il suo Gesù, che lo ha baciato e ringraziato perché Egli, solo Egli ha capito, la venerazione, la gioia lo fanno bello… E su questa trasformazione mi cessa la visione.
404. In cammino verso Emmaus
della pianura[217].
Il conforto della preghiera mattutina.
Il primo annuncio d’aurora.
1L’alba mette una luminosità verde lattea sulla volta del cielo, alto sulla valle fresca e silenziosa. E poi il suo chiarore così indefinibile, che è già luce e non è ancora luce, bagna il sommo delle due pendici. Pare carezzi lievemente le parti più alte dei monti giudei, dica alle piante annose che le incoronano: «Eccomi, scendo dal cielo, vengo da oriente, precedo l’aurora, caccio le ombre, porto la luce, l’operosità, la benedizione di un nuovo giorno che Dio vi concede», e le cime si svegliano con un sospiro di fronde, con il zirlo dei primi uccelli risvegliati da quel lieve fremere di frasche, da quel primo chiarore. E scende l’alba più giù, ai cespugli del sottobosco, poi alle erbe, poi alle chine, sempre più in basso, e la salutano sempre più numerosi cinguettii fra le fronde e fruscii fra le erbe dei ramarri risvegliati. E poi raggiunge il torrentello del fondo, ne muta le acque cupe in un opaco scintillio d’argento, che sempre più si monda e si fa brillante. E lassù, intanto, nel cielo, che aveva appena schiarito l’indaco notturno in un celestino verdastro d’alba, si spennella il primo annuncio d’aurora e lo fa celeste con note di rosa… E poi ecco un cirro, minuto, fioccoso, veleggiare, già tutto di spuma rosata…
Al primo posto la preghiera.
2Gesù esce dalla grotta e guarda… Poi si lava al torrente, si ravvia, si riveste, occhieggia nella grotta… Non chiama… Sale il monte, invece, e va a pregare su un picco sporgente e già tanto elevato da concedere un largo raggio di visuale sull’oriente tutto roseo d’aurora, sull’occidente ancora infuso di indaco. Prega… ardentemente prega, in ginocchio, i gomiti a terra, quasi prono… E prega così finché dal basso salgono le voci dei dodici risvegliati che lo chiamano.
3Si alza, risponde: «Vengo!». E l’eco della stretta valle ripercuote più volte l’eco della voce perfetta. Pare che la valle propaghi alla pianura, che si intravvede ad occidente, la promessa del Signore: «Vengo», perché la pianura ne giubili in anticipo.
4Gesù si avvia con un sospiro e una frase, che compendia il suo lungo pregare e lo spiega: «E Tu, Padre, dammi conforto…».
5Scende svelto e, giunto al basso, saluta con un sorriso dolcissimo i suoi apostoli e con le parole usuali: «La pace sia con voi nel nuovo giorno».
«E a Te, Maestro», rispondono gli apostoli. Tutti.
Il primo nemico del Messia.
6Anche Giuda che, non so se rassicurato del silenzio avuto da Gesù che non lo ha rimproverato e che lo tratta come tutti gli altri, o se perché abbia nella notte meditato un piano a suo pro, è meno torvo e meno appartato, e anzi è proprio quello che interroga per tutti: «Andiamo a Gerusalemme? Se sì, occorre tornare un poco indietro e prendere quel ponte. Oltre c’è una via che va diretta a Gerusalemme».
7«No. Andiamo ad Emmaus della pianura».
«Ma perché? E le Pentecoste?».
8«Vi è tempo. Voglio andare da Nicodemo e da Giuseppe per le pianure verso il mare…».
«Ma perché?».
9«Perché non ci sono ancora stato e quel popolo mi aspetta… E perché i buoni discepoli lo hanno desiderato. Avremo tempo a tutto».
«Questo ti ha detto Giovanna? Per questo ti ha chiamato?».
10«Non ce ne era bisogno. A Me, direttamente a Me, lo hanno detto nei giorni di Pasqua. E mantengo».
11«Io non ci andrei… Forse saranno già a Gerusalemme… La festa è vicina… E poi… Potresti incontrare nemici e…».
12«Nemici ne incontro dovunque e li ho sempre vicini…», e Gesù dardeggia uno sguardo sull’apostolo che è il suo dolore… Giuda non parla più. Troppo è pericoloso addentrarsi oltre! Egli lo sente e tace.
Verso Emmaus.
13Tornano Giovanni e Andrea con delle piccole frutta, sembrano della famiglia dei lamponi, o fragoloni, ma più scure, quasi come more immature, e le offrono al Maestro: «Ti piacciono. Le abbiamo occhiate ieri sera e siamo saliti a coglierle per Te. Mangiale, Maestro. Son buone».
14Gesù carezza i due buoni e giovani apostoli, che gli offrono i loro frutti su una larga foglia lavata al torrente e che, più che i frutti, gli offrono il loro amore, e sceglie le più belle frutticine e ne dà un poco a tutti, che le mangiano col pane.
15«Ti abbiamo cercato latte. Ma non c’è ancora un pastore…», si scusa Andrea.
16«Non importa. Andiamo presto per essere ad Emmaus avanti il grande calore».
17Vanno, e i più d’appetito mangiano ancora, andando per la valle fresca che sempre più allarga, finendo a sboccare in un’ubertosa pianura dove già ferve l’opera dei mietitori.
«Non sapevo che Nicodemo avesse case ad Emmaus», osserva Bartolomeo.
18«Non a Emmaus. Oltre. Campi di parenti ereditati da lui…», spiega Gesù.
19«Che bella campagna!», esclama il Taddeo.
Infatti è un mare di spighe d’oro tramezzato da frutteti di sogno, da vigne che già promettono una gloria di grappoli. Irrigua come è, per i prossimi monti che vi riversano i cento e cento torrentelli nei mesi più necessari di irrigazione, certo dotata di vene d’acqua sotterranee, è un vero eden agricolo.
20«Uhm! è più bella di quella dello scorso anno», brontola Pietro.
«Almeno c’è acqua e frutta…».
«Quella di Saron è anche più bella», gli risponde lo Zelote.
«Ma non è già questa?».
«No. Viene dopo questa. Ma questa già ne risente…».
I due apostoli si mettono a parlare fra loro, allontanandosi un poco.
Ogni azione di Dio è giustizia e verità.
Il razzismo è peccato.
21«Roba di farisei, eh?», interroga Giacomo di Zebedeo accennando la bella campagna.
22«Di giudei certo. Hanno preso i luoghi migliori usurpandoli, con mille maniere, ai primi possessori», gli risponde il Taddeo, che forse ricorda i beni paterni di Giudea, dai quali furono cacciati perdendo molto benessere.
23Se ne risente l’Iscariota: «Se vi sono stati presi è perché voi, galilei, siete meno santi, inferiori…».
24«Ti prego ricordare che Alfeo e Giuseppe erano della stirpe di Davide. Tanto che l’editto li fece andare a segnarsi a Betlem di Giuda. Ed Egli è nato là per questo», risponde calmo Giacomo d’Alfeo, prevenendo la risposta mordente del suo focoso fratello e indicando il Signore, che sta parlando con Matteo e Filippo.
25«Oh! bene! Io per me dico che il buono e il cattivo c’è in ogni luogo. Nel nostro commercio abbiamo avvicinato persone d’ogni razza e vi assicuro che ho trovato onesti e disonesti in ogni razza. E poi… Perché vantarsi d’essere giudei? L’abbiamo forse voluto noi? Uhm! Sapevo assai, quando ero nel seno di mia madre, cosa era essere giudeo o galileo! Ero là… e ci stavo. E nato che fui stavo nelle fasce, bello caldo, senza chiedermi se l’aria che respiravo era giudea o galilea… Non conoscevo che il capezzolo materno… E come me noi tutti. Ora perché prendersela così, perché uno è nato più su, l’altro più giù? Non siamo ugualmente di Israele?», dice, bonario e giusto, Tommaso.
Unica stirpe, quella di Gesù.
26«Hai ragione, Toma», risponde Giovanni. E conclude: «E poi ora siamo di un ‘unica stirpe, quella di Gesù».
27«Sì, il quale – e credo sia stato voluto dall’Altissimo, per insegnarci che le divisioni sono contro l’amor di prossimo e che Egli è mandato a raccogliere tutti come l’amorosa chioccia di cui parlano i libri santi[218] – il quale è di stirpe giudea, ma concepito e residente in Galilea, dopo essere nato a Betlemme, quasi a dirci, con la voce dei fatti, che Egli è il Redentore di tutto Israele, dal settentrione a mezzogiorno. Solo perché Egli è detto “il Galileo”[219], non si dovrebbe avere dispregio per i galilei», dice, dolce e fermo, Giacomo di Alfeo.
Ogni atto di Dio è giustizia e verità.
28Gesù, che pareva distratto a parlare con Matteo e Filippo, avanti di qualche metro, si volge e dice: «Bene hai detto, Giacomo d’Alfeo. Tu comprendi la Verità e le verità, e le giustizie di ogni atto di Dio. Perché Dio, ricordatevelo tutti e sempre, non fa mai nulla senza scopo, così come non lascia senza premio nulla di quanto fanno coloro che hanno retto cuore. Beati quelli che sanno vedere le ragioni di Dio negli avvenimenti anche più lievi e le risposte di Dio ai sacrifici degli uomini».
29Pietro si volge e fa per parlare. Poi rinchiude la bocca e si limita a sorridere al suo Maestro, che ora si imbranca coi suoi apostoli essendo il luogo, dove camminano adesso, una larga via maestra fra campi d’oro.
30Procedono verso Emmaus che già è vicina, un mucchio di un bianco accecante fra il biondo dei grani maturi e il verde degli opimi frutteti.
Beati fra i beati.
31«Maestro! Maestro! Fermati! I tuoi discepoli!», gridano voci lontane, e un pugno d’uomini, lasciando in asso dei contadini che riposano un poco all’ombra di un pometo, corrono verso Gesù per una viottola assolata. Sono Mattia e Giovanni, ex pastori e discepoli poi del Battista, e con loro è Nicolai, Abele ex lebbroso, Samuele, Ermasteo e altri ancora.
32«La pace a voi. Qui siete?».
«Sì, Maestro. Abbiamo fatto tutte le sponde del mare. Ora veniamo verso Gerusalemme. Più su sono Stefano con altri. E più su ancora Erma e altri. E poi Isacco, il piccolo maestro di tutti noi, ancora più su. Almeno c’era. Come era Timoneo nell’Oltre Giordano. Ma ormai staranno tutti per venire alla festa di Pentecoste. Ci siamo divisi così, in tanti gruppi, piccoli ma non inerti. Così, se ci perseguitano, potranno catturare alcuni, ma non tutti», spiega Mattia.
33«Avete fatto bene. Mi stupivo non avervi trovato per tutta la Giudea meridionale…».
«Maestro… Tu ci andavi… Chi meglio di Te? E poi… Oh! essa ha avuto più che non occorra a divenire santa!… E invece!… Dà pietre a chi porta la parola del Cielo. Elia e Giuseppe, nelle gole del Cedron, furono percossi e sono andati nell’Oltre Giordano in casa di Salomon. Giuseppe fu quasi ucciso con una pietra al capo. Per otto giorni vissero in una grotta profonda, con uno da Te mandato che conosceva tutti i segreti dei monti. Poi, di notte, lentamente, andarono dall’altra parte…».
34I discepoli e gli apostoli sono agitati nel rievocare e nel conoscere queste persecuzioni. Ma Gesù li calma dicendo: «Gli Innocenti hanno tinto della porpora del loro sangue innocente la via del Cristo. Ma quella via deve sempre essere rimporporata per cancellare le impronte del Male sulla via di Dio. È strada regale. La imporporano i martiri per amor mio. Beati fra i beati coloro che per Me soffrono persecuzione».
35«Maestro, noi parlavamo a quei contadini. Non parlerai Tu, ora?», domanda l’ex-pastore Giovanni.
36«Andate a dire che al tramonto parlerò presso alla porta di Emmaus. Ora il sole lo impedisce. Andate. E Dio sia con voi. Sarò sul termine di questa via».
37Li benedice e riprende ad andare cercando ombra, perché il sole è cocente sulla strada bianca, sulla quale sono solo due esili fili d’ombra per dei platani messi a far da riparo ai limiti della strada.
405. Il riposo in un fienile e il discorso presso Emmaus della pianura.
Il piccolo Micael[220].
Rispetto e ospitalità.
Rispetto della proprietà altrui e ospitalità.
1Presso la porta di Emmaus vi è una casa di contadini. Silenziosa, perché tutti sono nei campi, al lavoro. Sull’aia già sono ammucchiati i covoni del giorno avanti. E vi sono fieni nei rustici fienili. Il sole cocente del mezzodì trae un odore caldo dai fieni e dai covoni. Non c’è alcun rumore fuorché lo sgrugolio dei colombi e il chiacchiericcio dei passeri, sempre pettegoli e rissosi. Gli uni e gli altri vanno senza tregua dal tetto o dagli alberi vicini ai mucchi di covoni e di fieni e, primi fra tutti coloro che gusteranno di quei prodotti, beccuzzano fra le spighe erette, si azzuffano con colpi d’ala, giostrano per carpire più semi, per rubare i fili più morbidi di fieno, avidi, battaglieri, spregiudicati. Gli unici ladri comuni in Israele, dove, l’ho notato, vi è un massimo rispetto della proprietà altrui. Le case hanno voglia di rimanere aperte e le aie o le vigne incustodite! Meno i rarissimi predoni di mestiere, i veri briganti che assalgono nelle gole dei monti, non ci sono i ladruncoli, o anche semplicemente i… golosi che allungano la mano alla pianta da frutto o al piccioncino altrui. Ognuno va per la sua via e, anche traversando le proprietà del prossimo, è come non avesse occhi e mani. Vero è che l’ospitalità è così largamente esercitata che non vi è necessità di rubare per poter mangiare. Solo per Gesù, e per causa di un odio che è tanto grande da far trascurare l’abitudine secolare di essere ospitali al pellegrino, solo per Lui si verifica il fatto di case che negano ospitalità e cibo. Ma per gli altri, generalmente, vi è sempre pietà, e specie nelle classi più umili.
Il riposo in un Fienile.
2Così è che senza paura gli apostoli, dopo avere bussato alla casa chiusa e non avere trovato nessuno, si sono messi al riparo di una tettoia sotto la quale sono attrezzi agricoli e orci vuoti, e da padroni si sono serviti dei fieni per sedile, delle secchie per attingere al pozzo, degli orcioli per bere e bagnare così i bocconi di pane stantio e di agnello freddo, che mangiano quasi in silenzio, tanto sono assonnati e sbalorditi dal sole. E, con la stessa libertà con cui si sono serviti dei fieni e degli orcioli, si sdraiano poi sui fieni odorosi, e presto è un coro di russamenti vari di tono e di durata.
3Anche Gesù è stanco. Più che stanco, mesto. Guarda per qualche tempo i dodici addormentati. Prega. Pensa… Pensa seguendo macchinalmente con gli occhi le lotte dei passeri e dei colombi e il saettare delle rondini sull’aia assolata. Sembra che gli stridi di queste veloci padrone del volo mettano affermazioni recise agli interrogativi penosi che si pone Gesù. Poi Lui pure si sdraia sul fieno, e presto i dolci e tristi occhi di zaffiro si velano sotto le palpebre, mentre il viso si compone nel sonno e, forse perché nel sonno sprofonda con la mestizia nel cuore, il suo volto prende molto dell’espressione stanca e dolorosa che avrà nella morte…
Discepoli consapevoli del loro amore per Gesù.
4Tornano i contadini proprietari della casa. Uomini, donne, fanciulli. E con loro sono i discepoli visti prima. Vedono Gesù e i suoi dormenti sui fieni e spengono le voci in un sussurro per non risvegliarli. Qualche mamma allunga uno scappellotto al bimbo che non vuole tacere. O almeno ne fa l’atto. Un piccolo va con passetti di tortorino e un ditino in bocca ad osservare Gesù, «il più bello» dice, che dorme col capo appoggiato sul braccio ripiegato a far da guanciale. E tutti, scalzi, in punta di piedi, finiscono ad imitarlo, primi fra tutti Mattia e Giovanni, i quali si commuovono vedendolo così dormiente sul fieno, e Mattia osserva: «Come nel suo primo sonno anche ora, il nostro Maestro, e meno felice di allora… Anche la Madre gli manca…».
5«Sì. Non ha che la persecuzione vicina sempre. Ma noi lo ameremo sempre, lo amiamo sempre come in quell’ora…», risponde Giovanni.
6«Più ancora, Mattia. Più ancora. Allora amavamo solo per fede e perché è dolce amare un bambino. Ma ora noi amiamo anche per conoscenza…».
7«É stato odiato fin da piccino, Giovanni. Ricorda che avvenne per colpire Lui!…», e Mattia sbiadisce nel ricordo.
8«E’ vero… Ma sia benedetto quel dolore! Abbiamo tutto perduto, meno Lui. E ciò conta. Che ci avrebbe giovato avere ancora i parenti, la casa, il nostro piccolo benessere, se Egli fosse morto?».
9«E’ vero. Hai ragione, Mattia. E che ci gioverà avere anche tutto il mondo quando Egli non sarà più nel mondo?».
10«Non me ne parlare… Allora saremo proprio derelitti… Andate voi. Noi restiamo presso il Maestro», dice poi Giovanni congedando i contadini.
11«Ci spiace non avere pensato a dar loro la chiave. Potevano entrare in casa, stare meglio…», dice l’uomo più anziano della casa.
12«Glielo diremo… Ma Egli sarà felice anche per il vostro amore. Andate, andate…».
13I contadini vanno in casa, e presto un fumo che si alza dal camino dice che stanno preparando il cibo. Ma lo fanno con garbo, trattenendo i piccoli, facendo poco rumore… e ugualmente senza rumore portano poi le vivande ai discepoli e mormorano: «Per loro le abbiamo tenute in disparte… Per quando si desteranno» …
14Poi il silenzio riavvolge la casa. Forse i mietitori, al lavoro dall’alba, si sono gettati sui letti per riposare in queste ore in cui sarebbe impossibile stare nei campi sotto il sole rovente. Sonnecchiano anche i discepoli… Anche i colombi e i passeri sono a sosta… Solo le rondini saettano instancabili e il loro volo rapido scrive parole azzurre negli spazi e parole d’ombra sull’aia bianca…
La logica infantile del piccolo Micael.
Il piccolo cercatore di Gesù.
15Il piccoletto di prima, bellissimo nella breve tunichella alla quale si è ridotto in quest’ora torrida il suo vestimento, mette il capino bruno fuori dall’uscio di cucina, sbircia, viene avanti cauto coi piedini tenerelli, che soffrono sul suolo bollente di sole. La tunichella, slegata, scivola quasi giù dalla spalla grassoccia. Raggiunge i discepoli e fa per scavalcarli, per andare da capo a guardare Gesù. Ma le sue gambette sono troppo corte per poter superare i corpi muscolosi degli adulti e incespica cadendo addosso a Mattia, che si sveglia e vede il visetto mortificato, prossimo al pianto, del piccolino. Sorride e dice, intuendo la manovra del bambino: «Vieni qui, ti metterò fra me e Gesù. Ma sta’ zitto e fermo. Lascialo fare la nanna, ché è stanco».
Perché Gesù è stanco?
16E il piccolo, felice, si siede in adorazione del bel viso di Gesù. Lo guarda, lo studia, ha una grande voglia di fargli una carezza, di toccargli i capelli d’oro. Ma Mattia veglia sorridendo e non lo permette. Allora il piccolino chiede piano: «Fa la nanna sempre così?».
«Sempre così», risponde Mattia.
17«È stanco? Perché?».
«Perché cammina tanto e parla tanto».
18«Perché parla e cammina?».
«Per insegnare ai bambini ad essere buoni, ad amare il Signore per andare con Lui in Cielo».
19«Lassù? Come si fa? È lontano…».
Cosa è l’anima e dove è?
20«L’anima, lo sai cosa è l’anima?».
«Nooo!»
«É la cosa più bella che è in noi, e…».
21«Più degli occhi? La mamma mi dice che ho per occhi due stelle. Sono belle le stelle, sai?!».
Il discepolo sorride e risponde: «É più’ bella delle stelline dei tuoi occhi, perché l’anima buona è più bella del sole».
22«Oh! E dove è? Dove ce l’ho?».
«Qui. Nel cuoricino. E vede, sente tutto, e non muore mai. E quando uno non fa mai il cattivo e muore da giusto, l’anima vola lassù, col Signore».
23«Con Lui?», e il piccolo accenna a Gesù.
«Con Lui».
Gesù ce l’ha l’anima?
24«Ma Lui ce l’ha l’anima?».
«Lui ha l’anima e la divinità. Perché è Dio quell’Uomo che tu guardi».
25«Come lo sai tu? Chi te lo ha detto?».
«Gli angeli».
26Il bambino, che si era seduto del tutto addosso a Mattia, non può ricevere tranquillamente questa notizia e scatta in piedi dicendo: «Tu hai visto gli angeli?», e guarda Mattia sbarrando gli occhioni. Tanto stupefacente la notizia, che per un istante dimentica Gesù e perciò non vede che Egli socchiude gli occhi, destato dal grido leggero del fanciullino, e poi con un sorriso li rinchiude girando il capo di là.
«Zitto! Vedi? Lo svegli… Ti mando via».
Ancora una pioggia di domande.
27«Sto buono. Ma come sono gli angeli? Quando li hai visti?». La vocina è tornata un sussurro. E Mattia, paziente, racconta la notte di Natale al piccolino, che si è tornato a sedere sul suo petto, estatico. E paziente risponde a tutti i perché: «Perché era nato in una stalla? Non aveva casa? Povero tanto da non trovare una casa? E ora non ha casa? Non ha la mamma? Dove è la mamma? Perché lo lascia solo, lei che sa che già l’hanno voluto uccidere? Non gli vuole bene? …». Una pioggia di domande e una di risposte. E l’ultima – alla quale Mattia risponde: «Gli vuole molto bene quella Mamma santa al suo divino Figlio. Ma fa il sacrificio del suo dolore di lasciarlo andare perché gli uomini si salvino. Per consolarsi pensa che ci sono ancora uomini buoni capaci d’amarlo…», – suscita questa risposta: «E che ci sono bambini buoni che lo amano non lo sa? Dove sta? Dimmelo, che io ci andrò e le dirò: “Non avere del pianto. Al tuo Figlio ci do io l’amore”. Che dici? Sarà contenta?».
«Tanto, fanciullo», dice Mattia baciandolo.
28«E Lui sarà contento?».
«Tanto, tanto. Glielo dirai quando si sveglia».
29«Oh! sì!… Ma quando si sveglia?». Il bambino è ansioso…
Il piccolo contemplativo.
30Gesù non resiste più. Si rivolge, con gli occhi bene aperti e col sorriso luminoso, e dice: «Me lo hai già detto, perché ho sentito tutto. Vieni qui, fanciullo».
31Oh! non se lo fa dire due volte il bambino e si rovescia addosso a Gesù carezzandolo, baciandolo, toccandogli col ditino la fronte, le sopracciglia, le ciglia d’oro, specchiandosi negli occhi azzurri, strofinandosi sulla barba morbida e sui capelli setosi, dicendo ad ogni scoperta: «Come sei bello! Bello! Bello!».
32Gesù sorride e sorride Mattia. E poi, man mano che si svegliano gli altri, perché ora il piccolo non ha più tanti riguardi, sorridono discepoli e apostoli nel vedere quell’esame accurato, ripetuto dall’ometto in miniatura, seminudo, grassoccio, che se la passeggia beatamente sul corpo di Gesù per osservarlo dalla testa ai piedi, e finisce col dire: «Voltati!», e spiega poi: «per vedere le ali», e chiede deluso: «Perché non le hai?».
«Non sono un angelo, bambino».
Logica infantile.
«Ma sei Dio! Come fai a essere Dio se non sei pieno d’ali? Come farai ad andare in Cielo?».
33«Sono Dio. Appunto perché Dio, non ho bisogno di ali. Faccio ciò che voglio e tutto posso».
«Allora fammi gli occhi come i tuoi. Sono belli».
34«No. Quelli che hai te li ho dati Io e mi piacciono così. Di’ piuttosto di farti un’anima di giusto per amarmi sempre più».
«Anche quella me l’hai data Tu e allora ti piacerà come ce l’ho», dice con logica infantile il piccolo.
35«Sì, ora mi piace tanto perché è innocente. Ma mentre i tuoi occhi saranno sempre di questo colore di uliva matura, la tua anima da bianca può divenire nera se diventi cattivo».
36«Cattivo no. Ti voglio bene e voglio fare come dicevano di fare gli angeli quando sei nato: “Pace a Dio in Cielo e gloria agli uomini di buona volontà”», dice il fanciullino sbagliando, il che provoca una fragorosa risata negli adulti, cosa che lo mortifica e ammutolisce.
37Ma Gesù lo consola pur correggendolo: «Dio è sempre Pace, fanciullo. É la Pace. Ma gli angeli gli davano gloria per l’avvenuta nascita del Salvatore, e davano agli uomini la prima regola per ottenere la pace che dalla mia nascita sarebbe venuta: “avere buona volontà”. Quella che tu vuoi».
Il futuro confessore del Dio vero.
38«Sì. Allora dammela. Mettimela qui dove quell’uomo dice che ho l’anima», e coi due indici picchia più volte sul piccolo petto.
39«Sì, piccolo amico. Come ti chiami?».
«Micael!».
40«Nome del potente arcangelo. Allora la buona volontà a te, Micael. E che tu sia un confessore del Dio vero, dicendo ai persecutori come il tuo angelico patrono: “Chi come Dio?”[221]. Sii benedetto ora e sempre», e gli impone le mani.
41Ma il piccolo non è persuaso. Dice: «No. Bacia qui. Sull’anima. E dentro c’entrerà la tua benedizione e ci resterà chiusa», e scopre il piccolo petto per essere baciato senza che nessun ostacolo si frapponga tra il suo corpicino e le labbra divine. Sorridono e sono commossi insieme i presenti. E c’è di che! La fede meravigliosa dell’innocente, che per istinto, direbbero alcuni, io dico “per sprone di spirito”, è andato a Gesù, è veramente commovente, e Gesù lo fa notare dicendo: «Eh! se tutti avessero il cuore dei fanciulli…»
I bambini non danno mai dolore a Gesù.
42Le ore sono passate intanto. La casa si rianima. Voci di donne, di bimbi, di uomini si fanno sentire. E una madre chiama: «Micael! Micael! Dove sei?», e si affaccia spaurita guardando il pozzo basso con un atroce pensiero in cuore.
43«Non temere, donna. Tuo figlio è con Me».
«Oh! temevo… Tanto gli piace l’acqua…».
44«É infatti venuto all’Acqua viva che dal Cielo discende a dare Vita agli uomini».
«Ti ha disturbato… Mi è scivolato via così piano che non ho sentito…», si scusa la donna.
45«Oh! no! Non m’ha disturbato. Consolato mi ha! I bambini non dànno mai dolore a Gesù».
Terreno bonificato dai pastori.
46Si accostano gli uomini, le altre donne. Il capo famiglia dice: «Entra e ristorati. E perdona se non ti abbiamo fatto padrone della nostra casa da quando ti vedemmo…».
47«Non ho nulla da perdonare. Qui sono stato, e bene. Il tuo rispetto mi dà ogni onore. Avevamo cibo e il tuo pozzo è fresco, morbidi i fieni. Più che non occorra per il Figlio dell’uomo. Non sono un satrapo siriano».
48E Gesù, seguito dai suoi, entra nell’ampia cucina per prendere il cibo, mentre sull’aia gli uomini preparano in modo che vi sia posto per quelli che già vengono da ogni parte per sentire il Maestro, e altri si affrettano a preparare bevande, cibarie e a scuoiare un agnelletto per darlo di viatico agli evangelizzatori, e le donne portano uova e burro. Ciò che provoca le proteste di Pietro, che giustamente dice non potersi portare nelle bisacce quell’alimento così facile a sciogliersi in quei calori. Ma gli orcioli ci sono per qualcosa… Ed esse ne colmano uno di burro, lo chiudono e lo calano nel pozzo perché raffreddi più che mai. Gesù ringrazia e vorrebbe limitare quelle offerte. Ma sì! Parole sprecate. Altri doni vengono da ogni parte e ognuno si scusa di dare poco…
49Pietro mormora: «Si vede che qui ci sono stati i pastori. Terreno bonificato… terreno buono».
50L’aia è piena di gente, imperterrita nonostante ancor non sia rinfrescato il giorno e ancora un superstite raggio di soli sfiori l’aia.
Il Promesso di Dio (Discorso)
Il potere della fede sul cuore di Dio.
51Gesù inizia a parlare: «La pace sia con voi! Non sto, qui dove vedo che già è conosciuta la dottrina del Maestro d’Israele per opera dei discepoli buoni, a ripetere ciò che già voi sapete. Lascio ai buoni discepoli la gloria e il compito di avervi istruito e di farlo sempre più fino a darvi la sicurezza perfetta che Io sono il Promesso di Dio e che la mia Parola è da Dio».
52«E i tuoi miracoli sono da Dio, Te benedetto!», grida una voce di donna dal mezzo alla folla, e molti si volgono a guardare in quella direzione. La donna alza sulle braccia un fanciullo florido e ridente e grida: «Maestro, è il piccolo Giovanni che Tu guaristi all’Acqua Speciosa. Il bambinello dalle anche spezzate, che nessun medico poteva guarire e che io ti portai con fede e che Tu guaristi tenendolo seduto sul tuo grembo».
53«Ricordo, donna. La tua fede meritava miracolo».
54«É cresciuta, Maestro. Tutta la mia parentela crede in Te. Vai, figlio, a ringraziare il Salvatore. Lasciatelo andare a Lui…», prega la donna. E la folla si fende lasciando passare il fanciullo, che va svelto a Gesù tendendo le braccia per poterlo abbracciare. Il che avviene fra gli osanna e i commenti della gente della città o avventizia. Perché quelli della campagna sanno già il fatto e non ne hanno stupore.
Gesù riprende a parlare tenendo per mano il fanciullo.
55«Ed ecco confermata da una madre riconoscente la mia Natura e confermato il potere della fede sul cuore di Dio, che non delude mai le fidenti e giuste richieste dei suoi figli.
Fede nella potenza di Dio.
56Vi invito a ricordare Giuda Maccabeo quando si affacciò su questa pianura a studiare il formidabile accampamento di Gorgia, forte di cinquemila fanti e di mille cavalieri addestrati alla battaglia, ben protetti da corazze e da armi e torri di guerra. Giuda guardava coi suoi tremila fanti, senza scudo né spada, e sentiva il timore insinuarsi nei cuori dei suoi soldati. Allora parlò, forte del suo diritto che Dio approvava, perché volto non a soprusi ma a difesa della Patria invasa e profanata. E disse: “Non vi spaventi il loro numero, non abbiate paura del loro attacco. Ricordate come i nostri padri furono salvati nel mar Rosso, quando Faraone l’inseguiva con grande esercito”. E, rianimata la fede nella potenza di Dio, che è sempre coi giusti, insegnò ai suoi i mezzi per ottenere aiuto. Disse: “Or dunque alziamo la voce al Cielo e il Signore avrà pietà di noi e, ricordandosi dell’alleanza fatta coi padri nostri, oggi distruggerà dinanzi a noi quest’esercito, e tutte le genti conosceranno che vi è un Salvatore che libera Israele”[222].
I mezzi per ottenere aiuto da Dio.
57Ecco. Io vi indico due punti capitali per avere Dio con sé, ad aiuto nelle giuste imprese. La prima: per averlo alleato, avere l’animo giusto dei nostri padri. Ricordate la santità, la prontezza dei patriarchi nell’ubbidire al Signore, sia che la cosa richiesta fosse di poco o di sommo valore. Ricordate con che fedeltà essi rimasero fedeli al Signore. Molto ci lamentiamo in Israele di non avere più il Signore con noi, benigno come lo era un tempo. Ma Israele ha più l’animo dei suoi padri? Chi ruppe e rompe continuamente l’alleanza col Padre?
58Seconda cosa capitale per avere Dio con sé: l’umiltà. Giuda Maccabeo era un grande israelita ed era un grande soldato. Ma non dice: “Io oggi distruggerò quest’esercito e le genti conosceranno che io sono il salvatore di Israele”. No. Dice: “E il Signore distruggerà quest’esercito davanti a noi, incapaci di farlo, deboli come siamo”[223]. Perché Dio è Padre ed ha cura dei suoi piccoli e, per non farli perire, manda le sue potenti schiere a combattere con armi sovrumane i nemici dei figli suoi.
Se Dio è con noi, chi contro di noi?
59Quando Dio è con noi, chi può vincerci? Questo ditevi sempre ora e più in futuro, quando vorranno vincervi e non già per cosa relativa come è una battaglia nazionale, ma in una cosa molto più vasta nel tempo e nelle conseguenze come è per la vostra anima. Non lasciatevi prendere da sgomento o da superbia. Ambedue sono dannosi. Dio sarà con voi se sarete perseguitati a causa del mio Nome e vi darà forza nelle persecuzioni. Dio sarà con voi se sarete umili, se riconoscerete che voi, per voi, non siete capaci di nulla, ma tutto potete se uniti al Padre.
60Giuda non si pompeggia ornandosi del titolo di salvatore di Israele. Ma dà quel titolo al Dio eterno. Infatti inutilmente gli uomini si agitano se Dio non è coi loro sforzi. Mentre senza agitarsi vince colui che fida nel Signore, il quale sa quando è giusto premiare con vittorie e quando è giusto punire con sconfitte.
Stoltezza di chi vuole consigliare Dio.
61Stolto quell’uomo che vuole giudicare Dio, consigliarlo o criticarlo. Ve la immaginate una formica che, osservando l’opera di un tagliatore di marmo, dicesse: “Tu non sai fare. Io farei meglio e più presto di te”? Uguale figura fa l’uomo che vuole fare da maestro a Dio. E alla figura ridicola unisce quella di un ingrato e prepotente, dimentico di ciò che è: creatura, e di ciò che è Dio: Creatore. Or dunque, se Dio ha creato un essere tanto ben creato che egli può credersi capace di consigliare lo stesso Dio, quale sarà la perfezione dell’Autore di ogni creatura? Questo solo pensiero dovrebbe bastare a tenere bassa la superbia, a distruggerla, questa malvagia e satanica pianta, questo parassita che, insinuatosi che sia in un intelletto, lo invade e soppianta, soffoca, uccide ogni albero buono, ogni virtù che fa l’uomo grande sulla Terra, veramente grande, non per censo né per corone ma per giustizia e sapienza soprannaturale, e beato nel Cielo per tutta l’eternità.
Lotta spirituale continua.
62E guardiamo un altro consiglio che ci danno il grande Giuda Maccabeo e gli avvenimenti di quel giorno in questa pianura[224].
63Appiccatasi la battaglia, le schiere di Giuda, con le quali era Dio, vinsero e sgominarono i nemici, parte mettendoli in fuga fino a Jezeron, Azoto, Idumea e Jamnia, dice la storia, e parte trapassandoli di spada, lasciandone morti per i campi oltre tremila. Ma ai suoi armati, ebbri di vittoria, Giuda dice: “Non vi fermate a far preda, perché la guerra non è finita e Gorgia col suo esercito è nella montagna vicino a noi. Or dobbiamo combattere ancora contro i nostri nemici e vincerli completamente, e dopo, tranquillamente, fare la preda”[225]. E così fecero. Ed ebbero sicura vittoria e preda opima e liberazione e, tornando, cantavano benedizioni a Dio perché “è buono, perché la sua misericordia è eterna”.
I nemici esterni e interni dell’uomo.
64Anche l’uomo, ogni uomo, è come i campi intorno alla città santa dei giudei. Circondato di nemici esterni e interni, e tutti crudeli, tutti speranzosi di dare battaglia alla città santa del singolo uomo – il suo spirito – e darla all’improvviso per prendere di sorpresa con mille astuzie e distruggerla. Le passioni, che Satana coltiva e aizza, e che l’uomo non sorveglia con tutta la sua volontà per tenerle a freno, pericolose se non riesce a domarle, ma innocue se sorvegliate come ladrone incatenato, e il mondo che dall’esterno congiura con esse con le sue seduzioni di carne, di censo, di orgoglio, sono ben simili ai potenti eserciti di Gorgia, corazzati, dotati di torri di guerra, di arcieri buoni frecciatori, di cavalieri veloci, sempre pronti ad iniziare l’attacco agli ordini del Male.
Il Male va combattuto finché la vita dura.
65Ma che può il Male se Dio è con l’uomo che vuole essere giusto? L’uomo soffrirà, resterà ferito, ma avrà salva libertà e vita, e conoscerà vittoria dopo la buona battaglia. La quale però non avviene una volta, ma sempre si rinnova finché la vita dura, o finché l’uomo tanto si spoglia della sua umanità e diviene spirito più che carne, spirito fuso a Dio, che le frecce, i morsi, i fuochi di guerra non possono più fargli male nel profondo e cadono, dopo averlo percosso superficialmente come può fare una goccia su un duro e lucente diaspro.
66Non fermatevi a far preda, non distraetevi finché non siete alle soglie della vita. Non di questa vita della Terra, ma della vera Vita dei Cieli. Allora, vittoriosi, raccogliete le vostre prede ed entrate, e inoltrate, gloriosi, davanti al Re dei re e dite: “Ho vinto. Ecco le mie prede. Le ho fatte col tuo aiuto e con la mia buona volontà e ti benedico, Signore, perché sei buono e la tua misericordia è eterna.
Lotta contro il dubbio, le parole e le persecuzioni.
67Questo per la vita in generale, per tutti. Ma per voi, per voi che in Me credete c’è in agguato un’altra battaglia. Più battaglie. Quella contro il dubbio. Quella contro le parole che vi verranno dette. Quella contro le persecuzioni.
68Io sto per essere assunto al luogo per il quale sono venuto dal Cielo. Questo luogo vi farà paura, vi parrà smentita alle mie parole. No. Guardate con occhio spirituale l’evento. E vedrete che quello che avverrà sarà la conferma di ciò che realmente Io sono. Non il povero re di un povero regno. Ma il Re predetto dai profeti, ai piedi del cui trono unico, immortale, come fiumi all’oceano, verranno tutte le genti della Terra dicendo: “Ti adoriamo, o Re dei re e Giudice eterno, perché per il tuo santo Sacrificio hai redento il mondo”.
69Resistete al dubbio. Io non mento. Io sono Colui di cui parlano i profeti. Come la madre di Giovanni poco fa, alzate il ricordo di ciò che Io vi ho fatto e dite: “Queste opere sono da Dio. Egli ce le ha lasciate a ricordo, a conferma, ad aiuto per credere, e credere proprio in quest’ora”. Lottate e vincerete contro il dubbio che strozza il respiro delle anime. Lottate contro le parole che vi verranno dette. Ricordate i profeti e le mie opere. E alle parole nemiche rispondete con i profeti e con i miracoli che mi avete visto fare. Non abbiate paura. E non siate ingrati per paura tacendo ciò che vi ho fatto. Lottate contro le persecuzioni. Ma non lottate dando persecuzione a chi vi perseguita. Ma dando eroismo di confessione a chi vorrà con minacce di morte persuadervi a rinnegarmi. Lottate sempre contro i nemici. Tutti. Contro la vostra umanità, le vostre paure, i compromessi indegni, le alleanze utilitarie, le pressioni, le minacce, le torture, la morte.
Imparare da Gesù a redimere.
70La morte! Io non sono il capo di un popolo che dice al suo popolo: “Soffri per me mentre io godo”. No. Io soffro per il primo per darvi l’esempio. Io non sono un duce d’eserciti che dice agli eserciti: “Combattete per difendermi. Morite per darmi la vita”. No. Io combatto per il primo. Io morirò per il primo per insegnarvi a morire. Così come ho sempre fatto ciò che ho detto di fare, e predicando la povertà sono rimasto povero, la continenza casto, la temperanza temperante, la giustizia giusto, il perdono e ho perdonato e perdonerò, come ho fatto tutto questo farò anche l’ultima cosa. Vi insegnerò come si redime. Ve lo insegnerò non a parole ma con i fatti. Vi insegnerò a ubbidire ubbidendo alla più dura ubbidienza, quella della mia morte…
Imparare da Gesù a perdonare.
71Vi insegnerò a perdonare, perdonando fra gli ultimi strazi come ho perdonato sulla paglia della mia cuna, all’Umanità che mi aveva strappato dai Cieli[226]. Perdonerò come ho sempre perdonato. A tutti. Per mio conto a tutti. Ai piccoli nemici, agli inerti, indifferenti, volubili, e ai grandi nemici che non solo mi danno il dolore di essere apatici al mio potere e al mio desiderio di salvarli, ma che mi danno e daranno lo spasimo di essere i deicidi. Perdonerò. E poiché ai deicidi impenitenti non potrò dare assoluzione, pregherò ancora, con gli ultimi spasimi, il Padre per loro… perché li perdoni… essendo ebbri di un satanico liquore… Perdonerò… E voi perdonate in mio Nome. E amate. Amate come Io amo, come Io vi amo e vi amerò, in eterno.
72Addio. La sera scende. Preghiamo insieme e poi ognuno torni alle sue case con la parola del Signore nel cuore, e vi faccia essa granita spiga per le vostre fami future, quando desidererete di udire ancora l’Amico, il Maestro, il Salvatore vostro, e solo lanciando lo spirito nei Cieli potrete trovare Colui che vi ha amati più di Se stesso.
73Padre nostro che sei nei Cieli…».
74E Gesù, a braccia aperte, alta e candida croce contro il muro scuro della facciata di settentrione, dice lentamente il Pater.
75Poi benedice con la benedizione mosaica. Bacia i bimbi. Li benedice ancora. Si accomiata e va verso il nord, costeggiando la cinta di Emmaus senza entrarvi.
76Le tinte violacee del crepuscolo assorbono lentamente la dolce visione del Maestro che va, sempre più va verso il suo destino. Nella corte semioscura è un silenzio di pace dolorosa… Quasi di attesa.
77Poi il pianto del piccolo Micael, un pianto di agnellino che si trova solo, rompe l’incanto, e molti occhi si bagnano di lacrime e molte labbra ripetono le innocenti parole del piccolo: «Oh! perché sei andato via? Torna! Torna!… Fallo tornare, Signore!».
78E quando Gesù è proprio scomparso, il desolato riconoscimento del fatto compiuto: «Non c’è più Gesù!», inutilmente cercato di consolare dalla madre del piccolo Micael, che piange come avesse perduto più della madre, e dalle braccia di lei non ha occhi che per il punto dove è sparito Gesù, e tende le braccia chiamando: «Gesù! Gesù!».
79Gesù attende di essere alquanto lontano, poi dice: «Andremo a Joppe. I discepoli vi hanno molto lavorato e attende la parola del Signore».
80Non c’è molto entusiasmo per la prospettiva di allungare ancora la via, ma Simone Zelote fa osservare che da Joppe ai poderi di Nicodemo e Giuseppe ci si va presto e per belle strade, e Giovanni è contento di andare verso il mare. E gli altri, trascinati da queste considerazioni, finiscono coll’andare con più volontà per la strada che si dirige al mare.
Dice Gesù: «Metterete qui la visione del 20 settembre 1944: “Gesù e i Gentili in una città di mare”, che intitolerete: “Gesù a Joppe parla a Giuda di Keriot e a dei Gentili”, perché quell’episodio là avvenne dopo un giorno di miracoli e di predicazione».
406. A Joppe. Predica inutile a Giuda di Keriot e dialogo sull’anima
con alcuni Gentili[227].
Il riposo del Messia viandante.
Seduto nel cortile della casa.
1Vedo Gesù seduto in un cortile interno di una casa di decente aspetto pur senza essere lussuosa. Pare molto stanco. Sta seduto su una banchina di pietra messa presso ad un pozzo, basso di sponda, sul quale fa arco una pergola verde. I grappoli sono appena una larva. Da poco deve essere caduto il fiore, e gli acinelli sembrano chicchi di miglio sospesi a peduncolini verdi. Gesù tiene sul ginocchio destro puntato il gomito destro e appoggia il mento nel cavo della mano. Delle volte, come per trovare maggior riposo, appoggia il braccio ripiegato sull’orlo del pozzo e sul braccio il capo. Come volesse dormire. I capelli allora gli scendono a far velo al viso stanco, che altrimenti appare, pallido e serio, fra le bande ondulate delle ciocche biondo-rosse.
2Una donna va e viene con le mani infarinate, passando da una stanza della casa ad un bugigattolo posto al lato opposto del cortile e che deve essere il forno. Guarda Gesù tutte le volte. Ma non ne turba il riposo. Deve esser prossima la sera, perché il sole sfiora appena il culmine della terrazza sul tetto, sempre meno, sempre meno, finché l’abbandona.
Sorelle colombe.
3Una decina di colombi fa per scendere sgrugolando nel cortile per l’ultimo pasto. Roteano intorno a Gesù come per rendersi conto chi è quello sconosciuto e, diffidenti, non osano posarsi al suolo. Gesù si toglie ai suoi pensieri e sorride, tende una mano, a palma volta in su, e dice: «Avete fame? Venite», come parlasse a degli umani. Il più audace si posa su quella mano e, dopo questo, un altro e un altro. Gesù sorride. «Non ho nulla, Io», dice davanti al loro richiedere tubante. E poi chiama a voce alta: «Donna! I tuoi colombi hanno fame. Hai grano per essi?».
«Sì, Maestro. É nel sacco sotto al portico. Ora vengo».
4«Lascia. Dò Io. Mi piace».
«Non verranno. Non ti conoscono».
5«Oh! ne ho sulle spalle e fin sulla testa…» Gesù cammina infatti col suo strano cimiero, fatto da un colombo plumbeo, dal petto che pare una corazza preziosa tanto è cangiante.
La donna incredula si affaccia e dice: «Oh!».
6«Lo vedi? I colombi sono meglio degli uomini, donna. Sentono chi li ama. Gli uomini… no».
«Non ci pensare, Maestro, all’accaduto. Sono pochi quelli che qui ti odiano. Gli altri, se non tutti, t’amano, ti rispettano almeno».
7«Oh! non mi accascio per questo. Dico per farti notare come sovente le bestie siano migliori degli uomini».
8Gesù ha aperto il sacco e immerso in esso la lunga mano e estratto grano biondo che pone nel lembo del mantello. Richiude e torna in mezzo al cortile, difendendosi dall’invadenza dei colombi che vogliono servirsi da loro. Apre il suo fagottino e sparge al suolo i chicchi, e ride per la giostra e le risse dei pennuti ingordi. Il pasto è presto consumato. I colombi bevono ad un piatto cavo che è presso il pozzo e guardano ancora Gesù.
9«Ora andate. Non c’è più nulla».
Le bestiole svolazzano ancora un poco sulle spalle e le ginocchia di Gesù e poi tornano ai nidi. Gesù ricade nella sua meditazione.
Supplica inutile a Giuda di Keriot.
Come vuole suo apostolo il Messia.
Dei picchi robusti alla porta. La donna corre ad aprire. Sono i discepoli.
10«Venite», dice Gesù.
«Avete distribuito il denaro ai poveri?».
«Sì, Maestro».
11«Fino all’ultimo picciolo? Ricordatevi che ciò che ci viene dato non è per noi, ma per la carità. Noi siamo poveri e dell’altrui misericordia si vive. Misero l’apostolo che sfrutta la sua missione per fini umani!».
«E se un giorno si è senza pane e si è accusati di violare la Legge perché si imitano i passeri schiccolando spighe?».
12«Ti è mai mancato nulla, Giuda? Nulla di essenziale da quando sei con Me? Sei caduto languente per via, qualche volta?».
«No, Maestro».
13«Quando ti ho detto: “Vieni”, ti ho promesso comodi e ricchezze? E nelle mie parole a chi mi ascolta ho detto mai che Io darò ai “miei” utile sulla Terra?».
«No, Maestro».
14«E allora, Giuda? Perché sei tanto mutato? Non sai, non senti che il tuo scontento, il tuo raffreddarti mi dà dolore? Non vedi che esso scontento si comunica ai tuoi fratelli? Perché, Giuda, amico, tu chiamato a tanta sorte, tu venuto con tanto entusiasmo al mio amore e alla mia luce, or mi abbandoni?».
Cosa è venuto a offrire il Messia.
«Maestro, io non ti abbandono. Sono quello che più mi curo di Te, dei tuoi interessi, della tua riuscita. Vorrei vederti trionfare ovunque, credilo».
15«Lo so. Umanamente tu vuoi questo. É già molto. Ma non voglio questo, Giuda, amico mio… Sono venuto per ben altro che per un trionfo umano e un regno umano… Sono venuto non per dare ai miei amici briciole di un umano trionfo. Ma per darvi una mercede larga, premuta, copiosa, una mercede che non è più mercede tanto è piena: è compartecipazione nel mio Regno eterno, è unione nei diritti di figli di Dio… Oh! Giuda! Perché non t’esalta questo sublime retaggio, a cui si accede per rinunzia, ma che non conosce tramonto? Vienimi ancor più vicino, Giuda.
Il santo desiderio delle mamme.
16Lo vedi? Siamo soli. Gli altri hanno capito che volevo parlare a te, distributore delle mie… ricchezze, delle elemosine che il Figlio dell’uomo, che il Figlio di Dio riceve per darle in nome di Dio e dell’Uomo all’uomo. E si sono ritirati in casa. Siamo soli, Giuda, in quest’ora così dolce della sera, nella quale il nostro cuore vola alle nostre case lontane, alle nostre mamme che certo, preparando la loro cena solitaria, pensano a noi e carezzano con la mano quel posto dove noi sedevamo prima di quest’ora di Dio, in cui il Volere santissimo ci ha presi per farlo amare in spirito e in verità.
17Le nostre mamme! La mia, così santa e pura, che vi vuole tanto bene e prega per voi, amici del suo Gesù… La mia, che non ha che questa pace, nell’affanno della sua maternità di Madre del Cristo: quella di sapermi circondato dal vostro affetto… Non deludete, non ferite questo cuore di Madre, amici. Non spezzatelo con una vostra mala azione! La tua mamma, Giuda. La tua mamma che, l’ultima volta che siamo passati da Keriot, non finiva di benedirmi e voleva baciarmi i piedi, perché è felice che il suo Giuda sia nella luce di Dio, e mi diceva: “Oh! Maestro! Fallo santo il mio Giuda! Che vuole un cuore di madre se non il bene del suo bambino? E quale bene che sia più bene del Bene eterno?”. Infatti! Qual bene più grande, Giuda, di quello a cui vi voglio portare e al quale si giunge seguendo la mia via? Santa donna tua madre, Giuda. Una vera figlia d’Israele. Io non ho voluto che mi baciasse i piedi. Perché voi siete i miei amici e perché in ogni madre vostra, in ogni madre buona, Io vedo la mia, Giuda. E vorrei che voi, nella vostra, vedeste la mia col suo tremendo destino di Corredentrice, e non voleste, no, non voleste ucciderla perché… perché vi parrebbe di uccidere la vostra.
Come perdona il Messia.
18Giuda, non piangere. Perché piangere? Se nulla hai sul cuore che ti rimorde verso la tua e mia madre, perché ti sgorga quel pianto? Vieni qui, metti il capo sulla mia spalla e di’ all’Amico tuo il tuo affanno. Hai mancato? Ti senti prossimo a mancare? Oh! non restare solo! Vinci Satana con l’aiuto di chi ti ama. Sono Gesù, Giuda. Sono il Gesù che sana i morbi e caccia i demoni. Sono il Gesù che salva… e che ti vuole tanto bene, che si cruccia di vederti così indebolito. Sono il Gesù che insegna di perdonare settanta volte sette. Ma Io, Io di mio, non settanta ma settecento, settemila volte sette vi perdono… e non vi è colpa, Giuda, non vi è colpa, Giuda, non vi è colpa, Giuda, che Io non perdoni, che Io non perdoni, che Io non perdoni, se, pentito, il colpevole mi dice: “Gesù, ho peccato”. Meno ancora, se dice solo: “Gesù!”. Ancor meno, se mi guarda solo, supplicante. E le prime colpe che perdono, sai, amico, a chi le perdono? Ai più colpevoli e ai più pentiti. E le primissime fra le prime che Io perdono, sai quali sono? Quelle fatte a Me.
Come onora il Messia!
19Giuda!… Non trovi una parola di risposta per il tuo Maestro?… Tanto è grave il tuo affanno che ti mozza la parola? Temi che Io ti denunci? Non lo temere! É tanto che ti voglio parlare così, tenendoti sul Cuore, come due fratelli nati in una cuna, da un unico parto, quasi una carne sola, due che si sono scambiati a vicenda il capezzolo tiepido e sentito il sapore della saliva fraterna in uno col dolciore del latte materno. Ora ti ho e non ti lascio, finché tu non mi dici che t’ho guarito. Non temere, Giuda. É una confessione che voglio. Ma i tuoi compagni penseranno che è un colloquio d’amore, tanto raggeranno di reciproca pace, di reciproco amore i nostri volti dopo questo colloquio. Ed Io farò che sempre più lo credano, tenendoti contro il mio petto questa sera a cena, intingendoti il mio stesso pane e porgendotelo con predilezione, e ti darò la coppa per il primo, dopo averne reso grazie a Dio. Sarai il re del convito, Giuda. E realmente lo sarai. Sposa dello Sposo sarai, o anima che amo, se ti farai monda e libera, deponendo la tua polvere nel mio seno purificatore. Ancora non parli per dirmi il tuo pianto?».
Le ragioni della stanchezza dell’anima.
20«Mi hai parlato così dolce… della mamma… della casa… del tuo amore… Un momento di debolezza… Sono tanto stanco!… E mi pareva Tu non mi amassi più così da tempo…».
21«No. Non è questo. Nelle tue parole non c’è che una verità. Ed è che sei stanco. Ma non della strada, della polvere, del sole, del fango, della folla. Sei stanco di te. La tua anima è stanca della tua carne e della tua mente. Tanto stanca che finirà spenta di stanchezza mortale. Povera anima che Io chiamai ai fulgori eterni! Povera anima che sa che ti amo e ti rimprovera di strapparla al mio amore! Povera anima che ti rimprovera, inutilmente, come Io inutilmente ti carezzo col mio amore, di agire subdolamente col tuo Maestro. Ma non sei tu che agisci. É colui che ti odia e mi odia. Per questo ti dicevo: “Non restare solo”. Ebbene, ascolta. Tu sai che le mie notti passano in gran parte in preghiera. Se un giorno sentirai in te il coraggio di esser uomo e la volontà di esser mio, vieni a Me mentre i compagni dormono. Le stelle, i fiori, gli uccelli sono testimoni prudenti e buoni. Segreti. Pietosi. Inorridiscono per il delitto che avviene sotto il loro raggio, ma non prendono voce per dire agli uomini: “Costui è un Caino di suo fratello”. Hai inteso, Giuda?».
Come ama il Messia!
«Sì, Maestro. Ma credi, non ho altro che stanchezza ed emozione. Io ti amo con tutto il cuore e…».
22«Va bene. Basta così».
«Mi dai un bacio, Maestro?».
23«Sì, Giuda. Questo e altri te ne darò…». Gesù sospira profondamente, con pena. Ma bacia Giuda sulla guancia. E poi gli prende il capo fra le palme e tenendolo ben stretto fra la morsa delle mani, di fronte a Sé, alla distanza di pochi decimetri, lo fissa, lo studia, lo trivella col suo sguardo magnetico. E Giuda, questo sciagurato, non trassale. Resta in apparenza imperterrito sotto quell’esame. Solo diviene un poco pallido e per un attimo chiude gli occhi.
24E Gesù lo bacia sulle palpebre abbassate e poi sulla bocca e poi sul cuore, chinando il capo a cercare il cuore del discepolo… e dice: «Ecco: per cacciare le nebbie, per farti sentire la dolcezza di Gesù, per fortificarti il cuore». E poi lo lascia andare e si avvia verso casa, seguito da Giuda.
Dialogo sull’anima con alcuni Gentili.
Notizia sui gentili.
«Bene vieni, Maestro! Tutto è pronto. Si attendeva Te solo», dice Pietro.
25«Già. Parlavo con Giuda di tante cose… Vero, Giuda? Bisognerà provvedere anche a quel povero vecchio che ebbe il figlio ucciso».
«Ah!». Giuda prende la buona occasione a volo per finire di rimettersi e per deviare, se mai vi fossero, i sospetti degli altri. «Ah! Sai, Maestro? Oggi siamo stati fermati da un gruppo di gentili mescolati a giudei delle colonie romane di Grecia. Volevano sapere molte cose. Abbiamo risposto come abbiamo potuto. Ma non li abbiamo certo persuasi. Però furono buoni e ci hanno dato molta moneta. Eccola, Maestro. Potremo fare molto bene». E Giuda pone una grossa sacca di morbida pelle che, battendo sul tavolo, suona con suon d’argento. È grossa come una testa di bambino.
26«Va bene, Giuda. Distribuirai il denaro con equità. Che volevano sapere quei gentili?».
«Cose sulla vita futura… se l’uomo ha l’anima e se è immortale. Facevano nomi di loro maestri. Ma noi… che si poteva dire?».
27«Dovevate dir loro di venire».
«Lo abbiamo detto. Verranno forse».
Il pasto prosegue.
28Gesù ha vicino Giuda e gli dà il pane bagnato nel sugo che è sul piatto della carne arrostita. Stanno mangiando delle piccole ulive nere quando si ode picchiare alla porta. E dopo poco entra la donna di casa e dice: «Maestro, vogliono Te».
Presenza dei gentili.
29«Chi sono?».
«Uomini stranieri».
«Ma è impossibile!»,
«Il Maestro è stanco!»,
«È tutto il giorno che cammina e parla!»,
«E poi! Gentili in casa! Ohibò!».
I dodici sono tutti in subbuglio come un alveare disturbato.
30«Sss! Pace! Non m’è fatica ascoltare chi mi cerca. È mio riposo».
«Potrebbe essere un tranello! A quest’ora…»
31«No. Non è. State quieti e riposate voi. Io ho già avuto riposo mentre vi attendevo. Io vado. Non vi chiedo di venire meco… per quanto… per quanto vi dico che proprio fra i gentili dovrete portare il vostro giudaismo che non sarà più che cristianesimo. Attendetemi qui».
«Vai solo? Ah! questo mai!», dice Pietro e si alza.
32«Resta dove sei. Vado solo».
33Esce. Si affaccia alla porta di strada. Nel crepuscolo sono molti uomini che attendono.
Tutti gli uomini sono di un sangue solo.
34«La pace sia con voi. Mi volete?».
«Salve, Maestro». Parla un vecchio imponente, avvolto in una veste romana che sporge da un mantelletto tondo con cappuccio rialzato sul capo. «Oggi parlammo coi tuoi discepoli. Ma non ci seppero dire molto. Vorremmo parlare con Te».
35«Siete quelli del ricco obolo? Grazie per i poveri di Dio». Gesù si volge alla padrona di casa e dice: «Donna, Io esco con questi. Di’ ai miei che vengano a raggiungermi presso la riva perché, se ben vedo, costoro sono commercianti degli empori…».
«E navigatori, Maestro. Bene vedi».
Escono tutti insieme nella via, a cui fa lume un bel chiaro di luna.
36«Venite da lontano?».
37Gesù è al centro del gruppo, con a fianco il vecchio che ha parlato per primo, un bel vecchio dal tagliente profilo latino. Dall’altro lato ha un altro attempato, dal volto nettamente ebraico, e poi intorno due o tre magrolini e olivastri, occhi aguzzi e un poco ironici, e altri più robusti di età diverse. Una decina di persone.
38«Siamo delle colonie romane di Grecia e d’Asia. Parte giudei e parte gentili… Non osavamo venire per questo… Ma ci hanno assicurato che Tu non sprezzi i gentili… come fanno gli altri… I giudei osservanti, volevo dire, quelli d’Israele, perché altrove anche i giudei sono… meno rigidi. Tanto che io, romano, ho per moglie una giudea di Licaonia, mentre costui ha per moglie una romana, lui, ebreo d’Efeso».
39«Non sprezzo nessuno… Ma bisogna compatire coloro che ancora non sanno pensare che, Uno essendo il Creatore, sono tutti gli uomini di un sangue solo».
«Lo sappiamo che sei grande fra i filosofi. E quanto dici lo conferma. Grande e buono».
40«Buono è chi fa il bene. Non chi bene parla».
«Tu parli bene e bene fai. Sei perciò buono».
Socrate, filosofo greco.
41«Che volevate sapere da Me?».
42«Oggi, perdona Maestro se ti stanchiamo con le nostre curiosità. Ma sono curiosità buone, perché cercano con amore la Verità… Oggi volevamo sapere dai tuoi la verità su una dottrina che fu già accennata da filosofi antichi di Grecia e che Tu, ci si dice, torni a predicare più vasta e bella. E unica, mia moglie, ha parlato con giudei che ti udirono e mi ha ripetuto quelle parole. Sai, E unica, greca, è colta e conosce le parole dei saggi della sua patria. Ha trovato riscontro fra le parole tue e quelle di un grande filosofo greco. E anche a Efeso sono giunte quelle tue parole. Onde venuti, chi per commercio e chi per rito, in questo porto, ci siamo ritrovati fra amici e abbiamo parlato. Gli affari non distolgono dal pensare anche ad altre più alte cose. Empiti gli empori e le stive, abbiamo tempo di risolvere questo dubbio. Tu dici che l’anima è eterna. Socrate disse che essa è immortale. Conosci le parole del maestro greco?».
43«No. Non ho studiato nelle scuole di Roma e Atene. Ma parla pure. Ti intendo ugualmente. Non ignoro il pensiero del filosofo greco».
Immortalità dell’anima.
44«Socrate, contrariamente a ciò che crediamo noi di Roma, e anche a ciò che credono i vostri sadducei, ammette e sostiene che l’uomo abbia l’anima e che questa sia immortale. Dice che, tale essendo, la morte non è che liberazione per l’anima e passaggio di questa da un carcere ad un libero luogo in cui si ricongiunge a quelli che amò, e là conosce i saggi del cui senno udì parlare e i grandi, gli eroi, i poeti, e non trova più ingiustizie né dolore. Ma felicità eterna in un soggiorno di pace, aperto alle anime immortali che vissero con giustizia. Tu che ne dici, Maestro?».
45«In verità ti dico che il maestro greco, pur essendo nell’errore di una religione non vera, era nella verità dicendo l’anima immortale. Ricercatore del Vero e cultore della Virtù, sentiva nel fondo dello spirito mormorare la voce del Dio ignoto, del vero Dio, del Dio unico: l’Altissimo Padre da cui Io vengo per portare gli uomini alla Verità.
L’ anima e lo Spirito.
46L’uomo ha un’anima. Una. Vera. Eterna. Signora. Meritevole di premio e castigo. Tutta sua. Creata da Dio. Destinata, nel Pensiero creativo, a tornare a Dio. Voi, gentili, troppo vi dedicate al culto della carne. Mirabile opera, in verità, su cui sta il segno del Pollice eterno. Troppo ammirate la mente, gioiello chiuso nello scrigno del vostro capo e di là emanante i suoi raggi sublimi. Grande, superno dono di Dio Creatore che vi ha fatto secondo il suo Pensiero come forme, ossia opera perfetta d’organi e membra, e vi ha dato la sua somiglianza col Pensiero e con lo Spirito. Ma la perfezione della somiglianza è nello spirito. Poiché Dio non ha membra e opacità di carne, come non ha senso e fomite di lussuria. Ma è Spirito purissimo, eterno, perfetto, immutabile, instancabile nell’operare, continuamente rinnovantesi nelle sue opere, che paternamente adegua al cammino ascensionale della sua creatura. Lo spirito, creato per tutti gli uomini da una stessa Fonte di potenza e bontà, non conosce variazioni di perfezioni iniziali. Uno solo è lo spirito creato perfetto e rimasto tale. Tre sono gli spiriti creati perfetti…».
«Uno sei Tu, Maestro».
47«Non Io. Io nella mia Carne ho lo Spirito che non fu creato ma che è stato generato dal Padre per esuberanza d’Amore».
«Quali, dunque?».
48«I due progenitori da cui venne la razza, creati perfetti e poi caduti, volontariamente, in imperfezione. Il terzo, creato per delizia di Dio e dell’universo, è troppo superiore alla possibilità di pensiero e di fede del mondo d’ora perché Io ve lo indichi. Gli spiriti, dicevo, creati da una stessa Fonte con ugual misura di perfezione, subiscono poi, per loro merito e volontà, una duplice metamorfosi».
«Allora Tu ammetti seconde vite?».
49«Non vi è che una vita. In questa l’anima, che ebbe la somiglianza iniziale con Dio, passa, per la giustizia fedelmente praticata in tutte le cose, ad una più perfetta somiglianza, ad una, direi, seconda creazione di sé stessa, per cui evolve ad una doppia somiglianza col suo Creatore, facendosi capace di passare a possedere la santità, la quale è perfezione di giustizia e somiglianza di figli col Padre. Questa è nei beati, ossia in quelli che il vostro Socrate dice abitino l’Ade. Mentre Io vi dico che, quando la Sapienza avrà detto le sue parole e col sangue le avrà firmate, costoro saranno i beati del Paradiso, del Regno, cioè, di Dio».
«E dove sono ora costoro?».
50«Nell’attesa».
«Di che?».
51«Del Sacrificio. Del Perdono. Della Liberazione».
«Si dice che sarà il Messia il Redentore, e che Tu sei tale… È vero?».
52«È vero. Io son che vi parlo».
«Allora Tu dovrai morire? Perché, Maestro? Il mondo ha tanto bisogno di Luce e Tu vuoi lasciarlo?».
53«Tu, greco, mi chiedi questo? Tu, in cui le parole di Socrate hanno trono?».
Chi è santo ama far cose gradite a Dio.
«Maestro, Socrate era un giusto. Tu santo sei. Guarda quanto bisogno di santità ha la Terra».
54«Essa aumenterà di diecimila potenze per ogni dolore, per ogni ferita, per ogni stilla del mio Sangue».
«Per Giove! Mai stoico fu più grande di Te, che non ti limiti a predicare il disprezzo della vita, ma ti appresti a gettarla».
55«Io non disprezzo la vita. La amo come la cosa più utile per comperare la salvezza del mondo».
«Ma sei giovane, Maestro, per morire!»
56«Il tuo filosofo dice che è caro agli dèi ciò che è santo, e tu mi hai chiamato santo. Se santo sono, devo aver sete di tornare alla Santità da cui venni. Mai abbastanza giovane, perciò, per non aver questa sete. Dice anche Socrate che chi è santo ama far cose gradite agli dèi. Qual cosa più gradita di rendere all’amplesso del Padre i figli che la colpa ha allontanati e dare all’uomo la pace con Dio, fonte di ogni bene?».
«Tu dici che non conosci le parole socratiche. Come allora sai queste che dici?».
57«Tutto Io so. Il pensiero degli uomini – quanto è pensiero buono – non è che la riflessione di un mio pensiero. Quanto buono non è, non è mio, ma Io l’ho letto negli evi e ho saputo, so e saprò, quando fu, viene e verrà detto. Io so».
Lo Spirito evangelizzatore.
«Signore, vieni a Roma, faro del mondo. Qui l’odio ti circonda. Là ti circonderà venerazione».
58«All’uomo. Non al Maestro del soprannaturale. Io sono venuto per il soprannaturale. Lo devo portare ai figli del popolo di Dio, per quanto siano i più duri col Verbo».
«Roma e Atene non ti avranno, allora?».
59«Mi avranno. Non temete. Mi avranno. Coloro che mi vorranno mi avranno».
«Ma se ti uccideranno…»
60«Lo spirito è immortale. Quello di ogni uomo. Non lo sarà il mio, Spirito del Figlio di Dio? Verrò col mio Spirito operante… Verrò… Vedo le turbe infinite e le case levate al mio Nome… Sono ovunque… Parlerò nelle cattedrali e nei cuori… Non avrà sosta il mio evangelizzare… L’Evangelo scorrerà la Terra… i buoni tutti a Me… ed ecco… Io passo alla testa del mio esercito di santi e lo porto al Cielo. Venite alla Verità…».
«Oh! Signore! Abbiamo l’anima fasciata di formule e di errori. Come faremo ad aprirle le porte?».
61«Io disserrerò le porte d’Inferno, aprirò le porte del vostro Ade e del mio Limbo. E non potrò aprire le vostre? Dite: “Voglio” e, come serrame fatto d’ali di farfalla, esse cadranno polverizzate sotto il passare del mio Raggio».
Profezia sulla missione di Pietro a Roma.
«Chi verrà in tuo Nome?»
62«Vedete quell’uomo che viene a questa volta insieme ad un poco più che adolescente? Quelli verranno a Roma e alla Terra. E con essi molti ancora. Così solleciti, come ora, per l’amor di Me che li sprona e che non fa loro trovar riposo che al mio fianco, verranno, per l’amor dei redenti dal Sacrificio mio, a cercare voi, a radunarvi, a portarvi alla Luce. Pietro! Giovanni! Venite. Ho finito, credo, e son con voi. Avete altro a dirmi?».
«Altro, Maestro. Andiamo portando seco noi le tue parole».
63«Germoglino in voi con radici eterne. Andate. La pace sia con voi».
«Salve a Te, Maestro».
E la visione ha fine…
64Ma dice ancora Gesù: «Sei sfinita? Dettato pesante. Più dettato che visione. Ma è argomento desiderato da alcuni. Chi? Lo saprai nel mio Giorno. Ora va’ in pace tu pure».
Sul lungo mare di città marittima.
65Di mio aggiungo che il discorso fra Gesù e i gentili accadeva lungo un lungomare di città marittima. Ben visibili al chiaro di luna erano le placide onde, che andavano a morire con risucchio sugli scogli dell’antemurale di un porto capace pieno di navigli. Non ho potuto dirlo prima perché il gruppo ha sempre parlato e, se descrivevo il luogo, perdevo il filo delle parole. Parlano andando avanti e indietro per un pezzo del lungo mare presso il porto. La via è solitaria perché passeggeri non ce ne sono e i naviganti sono tutti tornati alle loro navi, di cui si vedono i fanali rossi splendere come stelle di rubino nella notte. Che città sia non so. Certo bella e importante.
407. Nelle campagne di Nicodemo. La parabola dei due figli[228].
Nelle campagne di Nicodemo.
Il duolo della terra.
1Gesù vi arriva in una fresca aurora. E sono belle queste fertili campagne del buon Nicodemo in queste prime luci del sole. Belle nonostante che molti campi siano già segati e mostrino l’aspetto stanco dei campi dopo la morte dei grani che, a biche d’oro, oppure ancor stesi come salme al suolo, aspettano di essere portati sulle aie. E con loro muoiono i fiordalisi stellari e zaffirei, le violacee bocche di leone, le corolle minute delle scabiose, il labile calice delle campanelle, le ridenti raggiere delle camomille e margheritoni, i violenti papaveri e i cento altri fiori che, a stelle, a pannocchie, a grappoli, a raggiere, ridevano prima là dove ora è giallore di stoppie. Ma, a consolare il duolo della terra spogliata dei grani, stanno le fronde degli alberi da frutto, sempre più festose per i frutti che crescono e si spennellano di sfumature e che, in quest’ora, brillano di uno spolvero diamantifero per le rugiade non ancora arse dal sole.
Letizia dei mietitori.
2I contadini sono già al lavoro. Lieti di essere prossimi alla fine del penoso lavoro della mietitura. E cantano falciando, e ridono allegri, incitandosi a chi è più svelto e chi è più esperto nel menare la falce o stringere i covoni… Schiere e schiere di contadini ben pasciuti, che sono lieti di lavorare per il padrone buono. E, ai margini dei campi, o dietro ai legatori, dei bimbi, delle vedove, dei vecchi, che attendono di spigolare e che attendono senza ansia, perché sanno che ce ne sarà per tutti, come sempre, «per ordine di Nicodemo», come spiega una vedova a Gesù che l’interroga.
Due buoni discepoli del Messia.
3«Egli sorveglia», dice, «perché di proposito siano lasciati steli e steli fuor dei covoni, per noi. E non contento ancora di tanta carità, dopo aver preso il giusto frutto in proporzione al seme, distribuisce il resto a noi. Oh! non aspetta già a far questo nell’anno sabatico! [229] Ma sempre lo fa di beneficare il povero con le sue biade, e così fa con le ulive e coi vigneti. Per questo Dio lo benedice con raccolti di miracolo. Le benedizioni dei poveri sono come rugiade sui semi e sui fiori, e fanno che ogni seme dia più spighe e non un fiore cada senza allegare a frutto. Quest’anno, poi, ci ha fatto sapere che tutto è nostro, perché anno di grazia. Di che grazia parli non so. Se non è perché si dice fra noi poveretti e fra i suoi servi felici che egli è, in segreto, discepolo di Quello che si dice il Cristo, il quale predica l’amore ai poveri per mostrare amore a Dio… Forse Tu lo conosci, se sei amico di Nicodemo… Perché gli amici di solito hanno gli stessi affetti… Giuseppe d’Arimatea, ad esempio, è grande amico di Nicodemo, e anche di lui si dice che sia amico del Rabbi… Oh! che ho detto! Dio mi perdoni! Ho nuociuto ai due buoni della pianura! …». La donna è costernata.
Il Regno del Messia, speranza di poveri.
Gesù sorride e chiede: «Perché, donna?».
4«Perché… Oh! dimmi, sei Tu vero amico di Nicodemo e di Giuseppe, o sei uno del Sinedrio, uno dei falsi amici che nuocerebbero ai due buoni se avessero certezza che sono amici del Galileo?».
5«Rassicurati. Sono vero amico dei due buoni. Ma tu sai molte cose, o donna! Come le sai?».
6«Oh! tutti le sappiamo! In alto, con odio. In basso, con amore. Perché, anche se non lo conosciamo, noi amiamo il Cristo, noi derelitti che Egli solo ama e che insegna ad amare. E tremiamo per Lui… Così perfidi i giudei, farisei, scribi e sacerdoti!… Ma io ti do scandalo… Perdona. È lingua di donna e non sa tacere… Ma è perché tutto il dolore ci viene da essi, i potenti che ci opprimono senza pietà e che ci obbligano a digiuni non prescritti dalla Legge, ma imposti dalla necessità di trovare denari a pagare tutte le decime che essi, i ricchi, hanno messo sui poveri… Ed è perché tutta la speranza è nel regno di questo Rabbi che, se tanto è buono ora che è perseguitato, che sarà mai quando potrà essere re?».
Il Regno del Messia.
7«Il suo Regno non è di questo mondo, o donna. Egli non avrà né regge né armati. Non imporrà leggi umane. Non elargirà denari. Ma insegnerà ai migliori a fare ciò. E i poveri troveranno non due o dieci, o cento amici fra i ricchi, ma tutti coloro che credono nel Maestro uniranno i loro beni per aiutare i fratelli senza beni. Perché d’ora in poi non più sarà detto “prossimo” il proprio simile, ma “fratello “, in nome del Signore».
8«Oh! …». La donna è stupita, sognante quest’era di amore. Carezza i suoi bambini, sorride, poi alza il capo e dice: «Allora mi assicuri che non ho nuociuto a Nicodemo… parlando con Te? Mi è venuto così spontaneo… I tuoi occhi sono così dolci! Così sereno il tuo aspetto… Non so… Mi sento sicura come fossi presso un angelo di Dio… Ho parlato per questo…».
9«Non hai nuociuto. Sta’ certa. Anzi hai dato al mio amico una grande lode, per cui Io lo elogerò, e più caro che mai mi sarà… Sei di questi luoghi?».
Cercare prima la salute dell’anima.
10«Oh! no, Signore. Son di fra Lida e Bettegon. Ma quando c’è da aver sollievo si corre, Signore, anche se lunga è la via! Più lunghi sono i mesi d’inverno e di fame…».
11«E più lunga della vita è l’eternità. Occorrerebbe avere per l’anima la sollecitudine che si ha per la carne, e correre dove sono parole di vita…».
12«E lo faccio coi discepoli del Rabbi Gesù, quello buono, sai? L’unico buono dei troppi rabbi che abbiamo».
13«Bene fai, donna», dice Gesù sorridendo, ma facendo cenno ad Andrea e Giacomo di Zebedeo, che sono con Lui mentre gli altri sono andati verso la casa di Nicodemo, di smetterla di fare tutto un armeggio per significare alla donna che il Rabbi Gesù è quello che le parla.
14«Certo che faccio bene. Io voglio essere senza il peccato di non averlo amato e creduto… Dicono che è il Cristo… Io non lo conosco. Ma credere voglio. Perché penso che guai verranno a quelli che non lo vogliono accettare per tale».
15«E se i discepoli suoi fossero in inganno?», tenta Gesù.
16«Non può essere, Signore. Sono troppo buoni, umili e poveri, per pensare che siano seguaci di uno non santo. E poi… Ho parlato con gente guarita da Lui. Non fare il peccato di non credere, Signore! Ti danneresti l’anima… Infine… io penso che, se anche fossimo tutti ingannati ed Egli non fosse il Re promesso, certo santo e amico di Dio è, se dice quelle parole e guarisce anime e corpi… E stimare i buoni fa sempre bene».
Incontro con Nicodemo.
17«Bene hai detto. Persisti nella tua fede… Ecco là Nicodemo…»
18«Sì. Con dei discepoli del Rabbi. Sono per le campagne, infatti, evangelizzando i mietitori. Anche ieri noi mangiammo il loro pane».
19Nicodemo, in veste succinta, viene intanto avanti senza scorgere il Maestro e ordina ai contadini di non levare una spiga di quelle segate.
20«Per noi ne abbiamo, del pane… Diamo il dono di Dio a chi ne è privo. E diamolo senza timore. Potevamo avere le biade distrutte dal gelo tardivo. Non s’è perduto un seme. Rendiamo a Dio il suo pane dandolo ai suoi figli infelici. E vi assicuro che ancor più fruttuoso, al mille per cento, sarà il raccolto dell’anno prossimo perché, Egli lo ha detto, “misura traboccante sarà data a chi ha dato”».
21I contadini, deferenti e lieti, ascoltano il padrone annuendo. E Nicodemo, da campo a campo, da schiera a schiera, ripete il suo ordine buono. Gesù, semicelato da una cortina di canne presso un fossato divisorio, approva e sorride. Sempre più sorride quanto più Nicodemo si avvicina ed è imminente l’incontro e la sorpresa. Eccolo che salta il fossatello per passare ad altri campi… Ed eccolo restare pietrificato di fronte a Gesù, che gli tende le braccia.
22Infine ritrova la parola: «Maestro santo, e come, Tu benedetto, a me?».
23«Per conoscerti, se ce ne fosse stato ancor bisogno, dalle parole dei più veri testimoni: coloro che tu benefichi…»
24Nicodemo è in ginocchio, curvo fino al suolo, e in ginocchio sono i discepoli capitanati da Stefano e Giuseppe dell’Emmaus montana. I contadini intuiscono. Intuiscono i poveri e tutti sono a terra, nello stupore venerabondo.
L’Anno di grazia.
25«Alzatevi. Fino a poco fa ero il Viandante che ispira fiducia… Ancora per tale vedetemi. E amatemi senza paure. Nicodemo, ho mandato i dieci che mancano alla tua casa…».
26«Ho pernottato fuori per sorvegliare che fosse fatto un ordine…».
27«Sì. Per il quale ordine Dio ti benedice. Quale voce ti ha detto che questo è anno di grazia, e non l’anno veniente, ad esempio?»
28«…Non so… E so… Non sono profeta. Ma stolto non sono. E alla mia intelligenza si è unita una luce del Cielo. Maestro mio… volevo che i poveri godessero dei doni di Dio mentre Dio è ancora fra i poveri… E non osavo sperare di averti, a dar sapore soave e potenza santificatrice a queste biade, e alle mie ulive, e alle vigne e ai frutteti che saranno per i poveri figli di Dio, miei fratelli… Ma ora che ci sei, alza la tua mano benedetta e benedici, acciò, col nutrimento alla carne, scenda in quelli che se ne pasceranno la santità che da Te emana».
29«Sì, Nicodemo. Giusto desiderio che il Cielo approva». E Gesù apre le braccia per benedire.
30«Oh! Attendi! Che io chiami i contadini», e con uno zufolo fischia tre volte, un fischio acuto che si spande per l’aria cheta e che provoca una corsa di mietitori, spigolatori, curiosi, da ogni parte. Una piccola folla…
31Gesù apre le braccia e dice: «Per la virtù del Signore, per il desiderio del suo servo, la grazia della salute dello spirito e della carne scenda in ogni granello, in ogni acino, uliva o frutto, e prosperi e santifichi coloro che se ne pascono con spirito buono, puro da concupiscenze e da odii, e desideroso di servire il Signore con l’ubbidienza alla sua divina e perfetta Volontà».
32«Così avvenga», rispondono Nicodemo, Andrea, Giacomo, Stefano e gli altri discepoli…
33«Così avvenga», ripete la piccola folla sorgendo in piedi, perché si era inginocchiata per essere benedetta.
34«Sospendi i lavori, amico. Voglio parlare a costoro».
35«Dono nel dono. Grazie per essi, o Maestro!».
36Vanno sotto l’ombra di un folto frutteto e attendono di essere raggiunti dai dieci mandati alla casa, che accorrono trafelati e delusi di non avere trovato Nicodemo.
La Volontà del Padre.
La parabola dei due figli (Mt 21,28-31)[230].
Poi Gesù parla:
37«La pace sia con voi. A voi tutti che mi state d’attorno Io voglio proporre una parabola. E ognuno ne colga quell’insegnamento e quella parte che a lui più si conviene.
38Udite. Un uomo aveva due figli. Avvicinatosi al primo, disse: “Figlio mio, vieni a lavorare oggi nella vigna del padre tuo”. Un grande segno di onore era quello del padre! Egli giudicava il figlio capace di lavorare là dove fino ad allora il padre aveva lavorato. Segno che vedeva nel figlio buona volontà, costanza, capacità, esperienza e amore per il padre. Ma il figlio, un poco distratto da cose del mondo, timoroso di apparire in veste di servo – Satana fa uso di questi miraggi per allontanare dal Bene – temendo beffe e forse anche rappresaglie da nemici del padre, che su di lui non osavano alzare la mano, ma meno riguardi avrebbero avuto col figlio, rispose: “Non ci vado. Non ne ho voglia”.
39Il padre andò allora dall’altro figlio, dicendogli ciò che aveva detto al primo. E il secondo figlio rispose subito: “Sì, padre. Vado subito”. Però, che avvenne? Che il primo figlio, essendo di animo retto, dopo un primo momento di debolezza nella tentazione, di ribellione, pentitosi di avere disgustato il padre, senza parlare andò alla vigna e lavorò tutto il giorno fino alla più tarda sera, tornando poi soddisfatto alla sua casa con la pace nel cuore per il dovere compiuto. Il secondo, invece, menzognero e debole, uscì di casa, è vero, ma poi si perse a vagabondare per il paese in inutili visite ad amici influenti, dai quali sperava avere utili. E diceva in cuor suo: “Il padre è vecchio e non esce di casa. Dirò che gli ho ubbidito ed egli lo crederà…”.
40Ma, venuta la sera anche per lui e tornato alla casa, il suo aspetto stanco di ozioso, le vesti senza sgualciture e l’insicuro saluto dato al padre, che l’osservava e lo confrontava col primo – tornato stanco, sporco, scarmigliato, ma gioviale e sincero nello sguardo umile, buono, che, senza volere vantarsi del dovere compiuto, voleva però dire al padre: “Ti amo. E con verità. Tanto che per farti contento ho vinto la tentazione” – parlarono chiaramente all’intelletto del padre. Il quale, abbracciato il figlio stanco, disse: “Te benedetto, perché hai compreso l’amore!”.
41Infatti, che ve ne pare? Quale dei due aveva amato? Certo voi dite: “Colui che aveva fatto la volontà del padre suo”. E chi l’aveva fatta? Il primo o il secondo figlio?».
42«Il primo», risponde la folla unanime.
Ubbidire è amare.
43«Il primo. Sì. Anche in Israele, e voi ve ne lamentate, non sono quelli che dicono: “Signore! Signore!”, battendosi il petto senza avere nel cuore il vero pentimento dei loro peccati – tanto è vero che sempre più duri di cuore si fanno – non sono quelli che ostentano devoti riti per esser detti santi, ma in privato sono senza carità e giustizia, non sono questi, che si ribellano, in verità, alla volontà di Dio che mi manda, e l’impugnano come fosse volontà di Satana – e ciò non sarà perdonato – non sono questi quelli che sono i santi agli occhi di Dio. Ma sono quelli che, riconoscendo che Dio tutto bene fa ciò che fa, accolgono il Messo di Dio e ne ascoltano la parola per saper fare meglio, sempre meglio ciò che il Padre vuole, sono questi quelli che sono santi e cari all’Altissimo.
44In verità vi dico: gli ignoranti, i poveri, i pubblicani, le meretrici andranno avanti a molti che sono detti “maestri”, “potenti”, “santi”, ed entreranno nel Regno di Dio. E giustizia sarà. Perché è venuto Giovanni ad Israele per condurlo sulle vie della Giustizia, e troppo Israele non gli ha creduto, l’Israele che si chiama da se stesso “dotto e santo”, ma i pubblicani e le meretrici gli hanno creduto. Ed Io sono venuto, e i dotti e santi non mi credono, ma credono in Me i poveri, gli ignoranti, i peccatori. Ed ho fatto miracoli; e neppure a questo si è creduto, né viene pentimento di non credere in Me. Anzi, odio viene su Me e su chi mi ama.
45Ebbene Io dico: “Benedetti coloro che sanno credere in Me e fare questa volontà del Signore in cui è salute eterna”. Aumentate la vostra fede e siate costanti. Possederete il Cielo perché avrete saputo amare la Verità.
46Andate. Dio sia con voi, sempre».
47Li benedice e congeda e poi, a fianco di Nicodemo, va verso la casa del discepolo per sostarvi mentre il sole è cocente…
408. Nelle campagne di Giuseppe d’Arimatea. Moltiplicazione del
grano e potenza della fede[231].
Fede quanto un granello di senapa.
Fine della mietitura.
1Anche qui ferve l’opera dei mietitori. Anzi, è meglio detto, è stata fervida l’opera dei mietitori. Ormai le falci sono inutili perché non c’è più ritta una spiga, in questi campi ancor più prossimi alla sponda mediterranea di quelli di Nicodemo. Perché Gesù non è andato ad Arimatea, ma nei poderi che Giuseppe ha nel piano, verso il mare e che, avanti la mietitura, dovevano essere un altro piccolo mare di spighe, tanto sono estesi.
2Una casa bassa, larga, bianca, è là, al centro dei campi spogli. Una casa di campagna, ma ben tenuta. Le sue quattro aie stanno riempiendosi di covoni e covoni, messi a fasci come fanno i soldati con le salmerie durante le soste al campo. Carri e carri portano quel tesoro dai campi alle aie, e uomini e uomini scaricano e ammucchiano, e Giuseppe gira da un’aia all’altra e sorveglia che tutto sia fatto, e fatto bene.
3Un contadino, dall’alto del mucchio affastellato su un carro, annuncia: «Abbiamo finito, padrone. Tutto il grano è sulle tue aie. Questo è l’ultimo carro dell’ultimo podere».
Grano per i figli di Dio.
4«Sta bene. Scarica e poi stacca i bovi e conducili alle vasche e alle stalle. Hanno ben lavorato e meritano riposo. E anche voi tutti avete ben lavorato e meritate riposo. Ma l’ultima fatica sarà lieve, perché ai cuori buoni è sollievo la gioia altrui. 2Ora faremo venire i figli di Dio e daremo loro il dono del Padre. Abramo, va’ a chiamarli», dice poi volgendosi ad un patriarcale contadino, che forse è il primo dei servi contadini di questa tenuta di Giuseppe. Lo penso perché vedo che il rispetto degli altri servi è molto palese per questo vegliardo, che non lavora ma sorveglia e consiglia aiutando il padrone.
5E il vecchio va… Lo vedo dirigersi ad una vasta e molto bassa costruzione, più simile ad una tettoia che ad una casa, munita di due portoni giganteschi che toccano la grondaia. Penso sia una specie di magazzeno dove stiano ricoverati i carri e gli altri attrezzi agricoli. Entra là dentro e ne esce seguito da una eterogenea e misera folla di tutte le età… e di tutte le miserie… Vi sono esseri macilenti ma senza sventure fisiche e vi sono storpi, ciechi, monchi, malati d’occhi… Molte vedove coi molti orfanelli intorno, o anche delle mogli di qualche malato, tristi, dimesse, scarnite dalle veglie e dai sacrifici per curare il malato.
6Vengono avanti con quell’aspetto particolare dei poveri quando vanno ad un luogo in cui saranno beneficati: timidezza di sguardi, ritrosia del povero onesto, eppure un sorriso che affiora sopra la tristezza che giorni di dolore hanno impresso sui volti smunti, eppure una scintilla minima di trionfo, quasi una risposta all’accanirsi del destino in giorni tristi, continui, un dirgli: «Oggi, un giorno c’è anche per noi di festa, oggi è festa, è allegria, è sollievo per noi!».
7I piccoli sgranano gli occhi davanti ai mucchi dei covoni, più alti della casa, e dicono accennandoli alle mamme: «Per noi? Oh! belli!». I vecchi mormorano: «Il Benedetto benedica il pietoso!». I mendichi, storpi, o ciechi, o monchi, o malati d’occhi: «Avremo pane, infine, anche noi, senza sempre dovere stendere la mano!». E i malati ai parenti: «Almeno potremo curarci sapendo che voi non soffrite per noi. Le medicine ci faranno bene, ora». E i parenti ai malati: «Vedete? Ora non direte più che noi digiuniamo per lasciare a voi il boccone. Ora state dunque lieti!…». E le vedove agli orfanelli: «Creature mie, occorrerà benedire molto il Padre dei Cieli che vi fa da padre, e il buon Giuseppe che è il suo amministratore. Ora non vi sentiremo più piangere per fame, o figli che non avete che le vostre mamme a darvi aiuto… le povere mamme che di ricco non hanno che il cuore…». Un coro e uno spettacolo che allietano ma portano anche lacrime agli occhi…
Moltiplicazione miracolosa del grano.
8E Giuseppe, avuti davanti questi infelici, si dà a scorrere le file, a chiamare uno per uno, domandando quanti sono in famiglia, da quanto tempo vedove, o da quanto malati, e così via… e prende appunto. E per ogni caso ordina ai servi contadini: «Dài dieci. Dài trenta».
9«Dài sessanta», dice dopo avere ascoltato un vegliardo semicieco che gli viene davanti con diciassette nipoti, tutti sotto i dodici anni, figli di due suoi figli, morti uno nella mietitura dell’anno prima, l’altra di parto… e dice il vecchio: «lo sposo s’è consolato e ad altre nozze è andato dopo un anno, rimandandomi i cinque figli, dicendo che ci avrebbe pensato. Mai un denaro, invece!… Ora mi è morta anche la donna e sono solo… con questi…».
10«Dài sessanta al vecchio padre. E tu, padre, resta, ché dopo ti darò vesti per i piccoli».
Il servo fa notare che, se si va a sessanta covoni per volta, non basterà il grano per tutti…
11«E dove è la tua fede? Per me accumulo forse i covoni e li spartisco? No. Per i figli più cari al Signore. Il Signore stesso provvederà a che basti per tutti», risponde Giuseppe al servo.
«Sì, padrone. Ma il numero è numero…».
12«Ma la fede è fede. Ed io, per mostrarti che la fede può tutto, ordino che sia raddoppiata la misura già data ai primi. Chi ebbe dieci abbia altri dieci, e chi venti altri venti, e centoventi siano dati al vecchio. Fa’! Fate!».
13I servi si stringono nelle spalle ed eseguiscono. E la distribuzione continua fra lo stupore gioioso dei beneficati, che si vedono dare una misura al disopra di tutte le loro più folli speranze. E Giuseppe ne sorride, carezzando i piccoli che si affannano ad aiutare le mamme, o aiuta gli storpi che fanno il loro piccolo mucchio, aiuta i vecchi troppo cadenti per farlo, o le donne troppo macilente, e fa mettere da un lato due malati per beneficarli con altri aiuti, come ha fatto col vecchio dai diciassette nipoti. I cumuli, alti più della casa, sono ora molto bassi, quasi a terra. Ma tutti hanno avuto il loro e in misura abbondante.
14Giuseppe domanda: «Quanti covoni restano ancora?».
«Centododici, padrone», dicono i servi dopo avere contato i residui.
15«Bene. Ne prenderete…». Giuseppe scorre la lista dei nomi che ha segnato e poi dice: «Ne prenderete cinquanta. Li riporrete per semente, perché è seme santo. E il resto sia dato, uno per uno, ad ogni capo di famiglia qui presente. Sono esattamente sessantadue capi».
16I servi ubbidiscono. Portano sotto un portico i cinquanta covoni e danno il resto. Ora le aie non hanno più i grossi mucchi d’oro. Ma per terra sono sessantadue mucchietti di diversa misura, e i loro proprietari si affannano a legarli e a caricarli su primordiali carriole, oppure su stenti asinelli che sono andati a slegare da una staccionata sul dietro della casa
Fede e Carità premiate.
17Il vecchio Abramo, che ha confabulato coi principali fra i servi contadini, si avvicina con questi al padrone che li interroga: «Ebbene? Avete visto? Ce ne è stato per tutti! E con avanzo!».
18«Ma padrone! Qui c’è un mistero! I nostri campi non possono aver dato il numero dei covoni che tu hai distribuito. Io sono nato qui e ho settantotto anni. Sego da sessantasei anni. E so. Mio figlio aveva ragione. Senza un mistero non avremmo potuto dare tanto !…».
19«Ma è realtà che abbiamo dato, Abramo. Tu eri al mio fianco. I covoni sono stati dati dai servi. Non c’è sortilegio. Non è irrealtà. I covoni si possono ancora contare. Sono ancora là, sebbene divisi in tante parti».
«Sì, padrone. Ma… Non è possibile che i campi ne abbiano dati tanti!».
20«E la fede, figli miei? E la fede? Dove mettete la fede? Poteva smentire il Signore il suo servo che prometteva in suo Nome e per santo fine?».
«Allora tu hai fatto miracolo?!», dicono i servi, pronti già all’osanna.
21«Non sono uomo da miracoli io. Sono un povero uomo. Il Signore lo ha fatto. Mi ha letto nel cuore e vi ha visto due desideri: il primo era quello di portarvi alla mia stessa fede. Il secondo era quello di dare tanto, tanto, tanto a questi miei fratelli infelici. Dio ha annuito ai miei desideri… ed ha fatto. Che Egli ne sia benedetto!», dice Giuseppe con un inchino riverente come fosse davanti ad un altare.
22«E il suo servo con Lui», dice Gesù che è rimasto fino ad allora celato dietro lo spigolo di una casetta cinta da una siepe, non so se forno o frantoio, e che adesso appare apertamente sull’aia dove è Giuseppe.
23«Maestro mio e mio Signore!!», esclama Giuseppe cadendo in ginocchio per venerare Gesù.
24«La pace a te. Sono venuto a benedirti in nome del Padre. Per premiare la tua carità e la tua fede. 5Sono tuo ospite per questa sera. Mi vuoi?».
Giuseppe uomo spirituale.
25«Oh! Maestro! Lo chiedi? Soltanto… Soltanto qui non potrò farti onore… Sono fra servi contadini… nella mia casa di campagna… Non ho stoviglie fini, non ho maestri di mensa né servi capaci… Non ho cibi raffinati… Non ho vini scelti… Non ho amici… Sarà una ben povera ospitalità… Ma Tu compatirai… Perché, Signore, non mi hai fatto avvisato? Avrei provveduto… Ma ieri l’altro Erma, coi suoi, fu qui… Anzi me ne sono servito per fare avvisati questi ai quali volevo dare, rendere, ciò che è di Dio… Ma non mi ha detto nulla, Erma! Avessi saputo!… Permetti, Maestro, che dia ordini, che cerchi di rimediare… Perché sorridi così?», chiede infine Giuseppe che è tutto sossopra per la gioia improvvisa e per la situazione che egli giudica… disastrosa.
26«Sorrido per le tue inutili pene. Ma, o Giuseppe, che cerchi? Ciò che hai?».
«Che ho? Non ho nulla».
27«Oh! come sei uomo ora! Perché non sei più lo spirituale Giuseppe di poco fa, quando parlavi da sapiente? Quando promettevi, sicuro, per la fede e per dare la fede?».
«Oh! hai sentito?».
28«Sentito e visto, Giuseppe. Quella siepe di lauri è molto utile a vedere che ciò che ho seminato non è morto in te. E per questo ti dico che ti dai delle inutili pene. Non hai maestri di tavola né servi capaci? Ma dove si esercita carità là è Dio, e dove è Dio là sono i suoi angeli. E che maestri di casa vuoi avere più capaci di quelli? Non hai cibi né vini prelibati? E quale cibo vuoi darmi e quale bevanda più prelibata dell’amore che hai avuto per costoro e che hai per Me? Non hai amici per farmi onore? E questi? Quali amici più diletti dei poveri e degli infelici per il Maestro che ha nome Gesù? Suvvia, Giuseppe! Neppure se Erode si convertisse e mi aprisse le sue sale per ospitarmi e darmi onore, in una reggia purificata, e con lui fossero i capi di tutte le caste ad onorarmi, Io avrei una corte più scelta di questa alla quale voglio Io pure dire una parola e dare un dono. Permetti?».
29«Oh! Maestro! Ma tutto ciò che Tu vuoi io voglio! Ordina».
30«Di’ loro che si radunino, e così si radunino i servi. Per noi ci sarà sempre un pane… Meglio è che ora ascoltino la mia parola anziché correre qua e là, indaffarati in povere cure».
La gente si accalca sollecita, stupita…
Fede in Dio e nel suo Cristo.
31Gesù parla: «Qui avete già conosciuto che la fede può moltiplicare il grano quando questo desiderio viene da desiderio d’amore. Ma non limitate la vostra fede alle necessità materiali. Dio creò il primo chicco di frumento e d’allora spighisce il frumento per il pane degli uomini. Ma Dio creò anche il Paradiso ed esso attende i suoi cittadini. È stato creato per coloro che vivono nella Legge e restano fedeli nonostante le prove dolorose della vita. Abbiate fede e riuscirete a conservarvi santi con l’aiuto del Signore, così come Giuseppe riuscì ad assegnare il grano in misura doppia per farvi felici due volte e confermare nella fede i suoi servi. In verità, in verità vi dico che se l’uomo avesse fede nel Signore, e per un giusto motivo, neppur le montagne, confitte con le loro viscere di roccia nel suolo, potrebbero resistere, e al comando di chi ha fede nel Signore si sposterebbero. Avete voi fede in Dio?», chiede rivolgendosi a tutti.
«Sì, o Signore!».
32«Chi è Dio per voi?».
«Il Padre Santissimo, come i discepoli del Cristo insegnano».
33«E il Cristo chi è per voi?».
«Il Salvatore. Il Maestro. Il Santo!».
34«Questo solo?».
«Il Figlio di Dio. Ma non bisogna dirlo, perché i farisei ci perseguitano se lo diciamo».
35«Ma voi credete che Egli lo sia?».
«Sì, o Signore».
36«Orbene, crescete nella vostra fede. Anche se voi tacerete, le pietre, le piante, le stelle, il suolo, tutte le cose proclameranno che il Cristo è il vero Redentore e Re. Lo proclameranno nell’ora della sua assunzione, quando Egli sarà nella porpora santissima e col serto di Redenzione. Beati quelli che sapranno credere questo fin da ora, e più ancora lo crederanno allora, e avranno fede nel Cristo e vita eterna perciò. L’avete voi questa fede incrollabile in Cristo?».
“Aumenta la nostra fede” (Lc 17,5-6)[232]!
37«Sì, o Signore. Insegnaci dove Egli è, e noi lo pregheremo di aumentare la nostra fede per essere beati così». E l’ultima parte di preghiera la fanno non solo i poveri, ma anche i servi, gli apostoli e Giuseppe.
38«Se avrete tanta fede quanto un granello di senapa e questa fede, perla preziosa, terrete nel cuore senza farvela rapire da nessuna cosa umana, o soprumana e malvagia, potrete tutti anche dire a quel gelso potente che ombreggia il pozzo di Giuseppe: “Sbarbati di lì e trapiantati fra le onde del mare”».
Il Messia tutto può e tutto vuole.
39«Ma Cristo dove è? Noi lo attendiamo per essere guariti. I discepoli non ci hanno guariti, ma ci hanno detto: “Egli lo può”. Vorremmo guarire per lavorare, noi», dicono degli uomini malati o inabili.
40«E credete che Cristo lo possa?», dice Gesù facendo cenno a Giuseppe di non dire che il Cristo è Lui.
«Lo crediamo. Egli è il Figlio di Dio. Tutto può».
41«Sì. Tutto può… e tutto vuole!», grida Gesù stendendo con impero il braccio destro e abbassandolo come per giurare. E termina con un grido potente: «E così sia fatto, a gloria di Dio!».
42E fa per volgersi verso la casa. Ma i guariti, una ventina, urlano, accorrono e lo serrano in un groviglio di mani stese a toccare, a benedire, a cercare le sue mani, le sue vesti, per baciare, per carezzare. Lo isolano da Giuseppe, da tutti…
43E Gesù sorride, carezza, benedice… Si libera lentamente e, ancora inseguito, scompare nella casa, mentre gli osanna salgono nel cielo che si fa violaceo nel primo crepuscolo.
409. Il dramma familiare del
sinedrita Giovanni[233].
Il Messia sa capire e compatire.
Un dramma familiare.
1Giuseppe d’Arimatea è in riposo in una stanza semioscura perché tutte le tende sono calate per riparo del sole. Un silenzio assoluto è per tutta la casa. Giuseppe sonnecchia su un basso sedile coperto di stuoie… Entra un servo, si dirige al padrone, lo tocca per svegliarlo. Giuseppe apre gli occhi assonnati e guarda il servo interrogativamente.
«Padrone, c’è il tuo amico Giovanni…».
2«Il mio amico Giovanni?! Come qui, anche se non è finito il sabato?!». Giuseppe si è destato di colpo sotto la sorpresa della visita di un sinedrita in giorno di sabato. E ordina: «Fallo subito entrare».
3Il servo esce e Giuseppe, mentre attende, passeggia pensieroso per la stanza semioscura e fresca…
4«Dio sia con te, Giuseppe!», dice il sinedrista Giovanni, quello che vedemmo già nel primo banchetto dato ad Arimatea a Gesù e anche in casa di Lazzaro all’ultima Pasqua, sempre in veste, se non di discepolo, almeno di non astioso per Gesù.
5«E con te, Giovanni! Ma… sapendoti giusto, mi stupisco vederti avanti il tramonto…».
6«E’ vero. Ho infranto la legge sabatica. E ho peccato sapendo di peccare. Dunque grande peccato il mio… E grande sarà il sacrificio che consumerò per essere perdonato. Ma è anche molto grande il motivo che mi ha incitato a questo peccato… Jaavé, che è giusto, compatirà il suo servo colpevole in vista del grande motivo che mi ha spinto alla colpa…».
7«Una volta non parlavi così. Per te l’Altissimo era soltanto rigore, inflessibilità. Ed eri perfetto perché lo temevi come un Dio inesorabile…».
8«Oh! perfetto!… Giuseppe, a te non ho mai confessato le mie colpe segrete… Ma è vero. Giudicavo Dio inesorabile. Come molti in Israele. Ci hanno insegnato a crederlo così: il Dio delle vendette…».
9«E tu hai continuato a crederlo anche dopo che il Rabbi è venuto a far conoscere al suo popolo il vero Volto di Dio, il suo vero Cuore… Un volto, un cuore di Padre…».
10«E’ vero. É vero. Ma… non lo avevo ancora sentito parlare a lungo… Però… lo ricorderai, fin dalla prima volta che lo vidi al convito in casa tua, ho assunto un atteggiamento di… rispetto, se non d’amore, per il Rabbi».
11«E’ vero… Ma per il bene che ti voglio vorrei che tu passassi ad un atteggiamento d’amore per Lui. É troppo poco il rispetto…».
12«Tu lo ami, vero, Giuseppe?»
«Sì. E te lo dico benché sappia che i principi dei sacerdoti odiano coloro che amano il Rabbi. Ma tu non sei capace di delazione…»
13«No. Non ne sono capace… E vorrei essere come te. Ma ci riuscirò mai?»
«Io pregherò perché tu ci riesca. Sarebbe la tua salute eterna, amico…».
Un silenzio pieno di riflessioni…
Gelosie febbrili.
14Poi Giuseppe interroga: «Mi hai detto che un grande motivo ti ha spinto a violare il sabato. Quale mai? Posso chiedertelo senza essere troppo indiscreto? Penso che sei venuto per avere aiuto dall’amico tuo… E per aiutarti devo sapere…».
15Giovanni si passa la mano sulla fronte, se la stringe, questa fronte ampia lievemente stempiata di uomo nella completa virilità, si carezza macchinalmente i capelli che appena cominciano a brizzolare, la barba folta e quadrata… Poi alza il capo e fissa Giuseppe dicendo: «Sì. Un grande motivo. E un penoso motivo. E… e una grande speranza…».
16«Quali?».
«Giuseppe, lo pensi che la mia casa è un inferno e presto non sarà più una casa ma… ma una cosa devastata, dispersa, distrutta, finita?».
17«Che? Che dici? Vaneggi?».
«No. Non vaneggio… Mia moglie vuole andarsene… Sei stupito?».
18«Sì… perché… l’ho sempre conosciuta buona e… perché la vostra mi pareva una famiglia esemplare… tu tutto bontà… lei tutta virtù…».
Giovanni si siede con la testa fra le mani…
19Giuseppe prosegue: «Ora… questa… questa decisione… Io… Ecco… non posso credere che Anna abbia mancato… o che tu abbia mancato… Ma ancora meno lo credo di lei… tutta casa, tutta figli… No!… In lei non ci può essere colpa!…».
20«Ne sei sicuro? Proprio sicuro?».
«Oh! povero amico! Io non ho l’occhio di Dio. Ma per quanto posso giudicare, giudico così…».
21«Non pensi che Anna sia… infedele…?».
«Anna?! Ma, amico! Il sole estivo ti ha ammalato il capo? Infedele con chi? Non esce mai dalla casa, preferisce la campagna alla città. Lavora come la prima delle serve, non fa che essere umile, schiva, operosa, amorosa per te, per i bambini. La donna leggera non ama queste cose. Credilo. Oh! Giovanni, ma su che fondi i sospetti? Da quando?».
«Da sempre».
«Da sempre? Ma allora la tua è una malattia! …»
22«Giuseppe, io ho molti torti. Ma non li voglio confessare a te solo. Ieri l’altro sono passati dei discepoli da casa mia e dei poveri. Dicevano che il Rabbi era alla volta della tua casa. E ieri… ieri fu un giorno di grande tempesta per la mia casa… tanto che Anna ha preso la decisione che ho detto… Nella notte, e che notte, molto ho pensato… E ho concluso che solo Lui, il Rabbi perfetto…».
23«Divino, Giovanni, divino!»
24«…Come vuoi… Che solo Lui può guarirmi e riparare… ricostruire la mia casa, ridarmi la mia Anna… i miei figli… tutto…». L’uomo piange e fra le lacrime continua: «Perché solo Lui vede e dice la verità… e a Lui crederò… Giuseppe, amico mio, lasciami stare qui ad attenderlo…».
25«Il Maestro è qui. Partirà dopo il tramonto. Te lo vado a chiamare», e Giuseppe esce…
Pochi minuti di attesa e poi la tenda si scosta nuovamente per far passare Gesù…
Giovanni si alza in piedi e si curva in deferente saluto.
Solo Dio sa i segreti dei cuori.
26«La pace a te, Giovanni. Per quale motivo mi hai cercato?».
«Perché Tu mi aiuti a vedere… e perché Tu mi salvi. Sono molto infelice. Ho peccato contro Dio e contro la mia carne gemella. E di peccato in peccato sono giunto a violare la legge del sabato. Assolvimi, Maestro».
27«La legge del sabato! Grande, santa legge! E lungi da Me il pensiero di giudicarla piccola e sorpassata. Ma perché la anteponi al primo dei comandamenti? E che? Tu chiedi assoluzione per avere violato il sabato e non la chiedi per avere mancato all’amore e torturato un’innocente, e portato alla disperazione e alla soglia del peccato l’anima della tua sposa? Ma di questo ti devi angustiare più di ogni altra cosa! Della calunnia che le hai fatta…».
28 «Signore, solo con Giuseppe, poco fa, ne ho parlato. Con nessun altro, credilo. Tanto tenevo nascosto il mio dolore che Giuseppe, buon amico mio, non si era accorto di nulla e se ne è stupito. Ora egli te lo ha detto. Ma per venirmi in aiuto. Con nessun’altra persona parlerà il giusto Giuseppe».
29«Con Me non ha parlato. Mi ha detto soltanto che tu mi cercavi».
«Oh! E allora come sai?».
30«Come so? Come sa Dio i segreti dei cuori. Vuoi che ti dica lo stato del tuo?» …
31Giuseppe fa per ritirarsi discretamente. Ma lo stesso Giovanni lo ferma dicendo: «Oh! resta. Tu mi sei amico! Tu puoi aiutarmi presso il Rabbi, tu, paraninfo delle mie nozze…»; e Giuseppe torna presso i due.
Il matrimonio creato da Dio.
32«Vuoi che te lo dica? Vuoi che ti aiuti a conoscerti? Oh! non temere! Non ho mano crudele. So scoprire le ferite, ma non le faccio sanguinare per curarle. So capire e compatire. E so curare e guarire, solo che si voglia essere guariti. Tu questa voglia ce l’hai. Tanto che mi hai cercato. Siedi qui, al mio fianco, fra Me e Giuseppe. Egli è stato il paraninfo delle tue nozze terrestri. Io vorrei essere il paraninfo delle tue nozze spirituali… Oh! se lo vorrei!… Così! E ora ascolta bene. E rispondi con schiettezza, a tutto. Tu come pensi che sia l’atto di Dio di creare l’uomo e la donna perché fossero uniti? Un atto buono o un atto cattivo?»[234].
«Buono, Signore. Come tutte le cose fatte da Dio».
33«Bene hai risposto. Ora dimmi: se l’atto era buono, quali dovevano essere le sue conseguenze?».
34«Buone parimenti, o Signore. E buone furono, nonostante che Satana sia entrato a turbarle, perché Adamo ebbe sempre conforto da Eva, ed Eva da Adamo. Anzi ancor più fu sensibile il conforto quando soli, esuli sulla Terra, furono l’uno all’altra di sostegno. E buone le conseguenze materiali, ossia i figli per i quali si propagò l’uomo e attraverso ai quali brillò la potenza e la bontà di Dio».
35«Perché? Quale potenza e bontà?».
36«Ma… quella svolta a favore degli uomini. Se guardiamo indietro… sì… vi sono giuste punizioni ma vi sono, e più numerose, le bontà… E bontà infinita è il patto stretto con Abramo[235], ripetuto a Giacobbe[236] e su, su fino… fino al giorno d’oggi. E ripetuto da bocche senza menzogna: i profeti… fino a Giovanni…».
37«E da quella del Rabbi, Giovanni», interrompe Giuseppe.
38«Quella non è bocca di profeta… Quella non è bocca di maestro… É… di più».
39Gesù fa un sorriso appena accennato davanti alla… professione di fede ancora legata del sinedrista, che non giunge a dire: «É bocca divina», ma già lo pensa.
40«Dunque Dio ha fatto bene ad unire uomo e donna. É detto. Ma come volle che fossero uomo e donna?», chiede Gesù.
I demoni della lussuria e della gelosia.
42«Va bene. Allora può la carne odiare sé stessa?».
«No».
43«Può un membro odiare l’altro membro?».
«No».
44«Può un membro separarsi dall’altro membro?».
45«No. Solo una cancrena, o una lebbra, o una sventura possono recidere un membro dal resto del corpo».
46«Benissimo. Perciò solo una cosa dolorosa o malvagia può separare ciò che per volere di Dio non è che una unità?».
«Così è, Maestro».
47«E allora perché tu, convinto di queste cose, non ami la tua carne, e tanto la odi da far sorgere una cancrena fra l’uno e l’altro membro per cui, cadendo in mortificazione, il membro più debole si separa e ti lascia solo?».
48Giovanni curva il capo tacendo e tormentando le frange della veste.
49«Io te lo dirò il perché. Perché Satana è entrato, turbatore come sempre, fra te e la moglie. Anzi, è entrato in te con un amore disordinato per la moglie. L’amore quando è disordinato diventa odio, Giovanni. Satana ha lavorato sulla tua sensualità di maschio per giungere a farti peccare. Perché da qui è cominciato il tuo peccato. Da un disordine che ha generato sempre più nuovi e grandi disordini. Nella moglie tu non hai visto soltanto la buona compagna e la madre dei tuoi figli. Ma anche l’oggetto di piacere. E questo ti ha fatto venire pupille come quelle del bue che tutto vede alterato. Hai visto come tu vedevi. Così hai visto tua moglie. Oggetto di piacere per te, l’hai giudicata tale anche per gli altri, donde la tua gelosia febbrile, la tua paura senza ragione, la tua prepotenza peccaminosa che di lei ha fatto una spaurita, una carcerata, una torturata, una calunniata. E che importa se tu non la bastoni, se tu non la vituperi pubblicamente? Ma il tuo sospetto è bastone! Ma il tuo dubbio è calunnia! Tu la calunni pensandola capace di giungere a tradire. Che importa se tu la tratti come il suo rango ti impone? Ma peggio di schiava nell’intimo della casa ella ti è, per la tua bestialità di lussuria che l’avvilisce oltre misura, che lei ha sopportato sempre in silenzio e con docilità sperando persuaderti, calmarti, farti buono, e che non è giovato che ad esasperarti sempre più, fino a fare della tua casa un inferno in cui ruggono i demoni della lussuria e della gelosia. La gelosia! Ma cosa vuoi di più calunnioso, per una moglie, della gelosia? E che di più chiaramente indicatore, dello stato reale di un cuore, della gelosia? Credi pure che dove essa si annida, e così stolta e irragionevole, infondata, offensiva, ostinata, no, non c’è amore di prossimo né di Dio. Ma c’è l’egoismo. Di questo, non di uno scorcio di sabato violato ti devi angustiare! E per essere perdonato devi riparare alla devastazione che hai provocata…».
Volontà di divenire nuovo.
50«Ma Anna se ne vuole andare, ormai… Vieni a persuaderla Tu… Tu solo puoi, sentendola parlare, giudicare se proprio ella è innocente e …».
51«Giovanni!! Vuoi guarire e non vuoi credere a ciò che dico?».
52«Hai ragione, Signore. Mutami il cuore. É vero. Non ho motivo di fondato sospetto. Ma l’amo tanto… lussuriosamente, è vero… Tu hai visto bene… E tutto mi è ombra…».
53«Entra nella luce. Esci dal viluppo ardente del senso così feroce. Ti costerà sul principio… Ma molto più ti costerebbe perdere una buona moglie e guadagnarti l’inferno scontando il tuo peccato di disamore, calunnia e adulterio, e il suo, perché ti ricordo che chi spinge una donna al divorzio si mette e la mette sulla via dell’adulterio. Se saprai resistere per una luna, almeno per una luna al tuo demone, Io ti prometto che l’incubo sarà finito. Me lo prometti?».
54«Oh! Signore! Signore! Vorrei… Ma è un fuoco… Spegnimelo Tu. Tu potente! …».
55Il sinedrista Giovanni è scivolato in ginocchio davanti a Gesù e piange col capo sulle mani appoggiate al suolo.
56«Ed Io te lo sopirò. Te lo circoscriverò. Metterò freni e limiti a questo demone. Ma tu hai molto peccato, Giovanni, e devi lavorare da te stesso al tuo risorgere. I convertiti da Me sono venuti a Me col pieno volere di divenire nuovi, liberati… Avevano già operato, con le loro sole forze, il principio della loro redenzione. Così Matteo, così Maria di Lazzaro e altri ancora. Tu sei venuto qui solo per sapere se ella era colpevole e perché ti aiutassi a non perdere la fonte alla quale si abbevera il tuo piacere. Io circoscrivo il potere del tuo demone non per una, ma per tre lune. Durante questo tempo medita ed elevati. Proponi di prendere una nuova vita di sposo. Una vita di uomo dotato d’anima. E non la vita di bruto condotta fino ad ora. E fortificato dalla preghiera e dalla meditazione, dalla pace che ti dono per tre mesi, sappi lottare e conquistarti la Vita eterna e riconquistarti l’amore e la pace della sposa e della casa. Va’».
Il Messia-Salvatore.
57 «Ma che dirò ad Anna? Forse la troverò già pronta alla partenza… Che parole, dopo tanti anni di… offese, per persuaderla che l’amo e che non voglio perderla? Vieni Tu…»
58«Non posso. Ma è così semplice… Sii umile. Chiamala in disparte e confessa il tuo tormento. Dille che sei venuto da Me perché vuoi essere perdonato da Dio. E dille di perdonarti, perché il perdono di Dio ti sarà dato solo se lei te lo invoca e per prima te lo dà… Oh! infelice! Quanto bene, quanta pace hai disperso con la tua febbre! Quanto male crea l’indisciplina dei sensi, il disordine negli affetti! Su, sorgi! E va’ tranquillo. Ma non capisci che ella, perché è buona e ti è fedele, è più straziata di te per il pensiero di lasciarti e non attende che una parola tua per dirti: “Tutto ti è perdonato”? Su, va’. Il tramonto si è compiuto ormai. Non fai dunque peccato nel tornare alla tua casa… E di averlo fatto per venire al tuo Salvatore, il tuo Salvatore ti assolve. Va’ in pace. E non peccare più».
59«Oh! Maestro! Maestro… Io non merito queste parole! Maestro… io… Io vorrò amarti d’ora in poi…».
60«Sì, sì. Va’. Non tardare. E ricorda quest’ora nell’ora in cui Io sarò l’Innocente calunniato».
«Che vuoi dire?».
61«Nulla. Va’. Addio», e Gesù si ritira lasciando i due sinedristi commossi e accalorati nel giudicarlo veramente santo e sapiente come solo Dio può esserlo.
410. Provocazioni di Giuda Iscariota
nel gruppo apostolico[237].
La virtù si perfeziona nelle prove.
La disputa si accende.
1«Non vedo l’ora di essere sui monti!», esclama Pietro sbuffando e asciugandosi il sudore che gli cola lungo le guance e il collo.
2«Come? Tu che li odiavi i monti, ora li desideri?», chiede sarcastico Giuda Iscariota che, vista terminare in nulla la sua paura di essere scoperto, si è rifatto prepotente e spavaldo.
3«Sì, proprio. Ora li desidero. Di questa stagione sono propizi. Mai come il mio mare… Quello, ah!… Ma però… Io non so perché i campi siano più caldi dopo la mietitura. Il sole è sempre quello, eppure…».
4«Non è che siano più caldi. É che sono più tristi, e ci si stanca a vederli così più di quando hanno i grani», risponde con buon senso Matteo.
5«No. Simone ha ragione. Sono caldi in una maniera insopportabile dopo la segatura. Mai sentito un caldo così», dice Giacomo di Zebedeo.
6«Mai? E dove metti quello che abbiamo sentito andando da Niche?», rimbecca Giuda di Keriot.
«Mai come questo», gli risponde Andrea.
7«Sfido! L’estate è più avanzata di quaranta giorni e il sole scotta di conseguenza», insiste Giuda.
8«È un fatto che le stoppie emanano più calore dei campi a spiga, e si spiega anche. Il sole, che prima si arrestava sull’alto delle spighe, ora arroventa direttamente il suolo nudo e arso, e questo riverbera i suoi calori verso l’alto, in risposta del sole che dall’alto scende al basso, e l’uomo si trova fra due fuochi», sentenzia Bartolomeo.
9L’Iscariota ride ironico e fa un gran saluto al compagno dicendo: «Rabbi Natanael, ti saluto e ringrazio della dotta lezione». É offensivo quanto mai.
Bartolomeo lo guarda… e tace.
10Ma Filippo lo difende: «C’è poco da fare ironia! Ha detto giusto! Non vorrai certo negare una verità che milioni di cervelli di buon senso hanno giudicato vera, logica, constatabile».
11«Ma sì, ma sì! Lo so, lo so che voi siete dotti, esperti, sensati, buoni, perfetti… Tutto siete! Tutto! Solo io sono la pecora nera del gregge bianco!… Solo io sono l’agnello bastardo, l’obbrobrio che si disvela e mette corna da ariete… Solo io sono il peccatore, l’imperfetto, la causa di tutto il male fra noi, in Israele, nel mondo… forse anche nelle stelle… Non ne posso più! Più di vedere che sono l’ultimo, di vedere che delle nullità, come quei due stolti che parlano col Maestro, sono ammirati come due oracoli santi, stanco di…».
12«Senti, ragazzo…», comincia a dire Pietro, che è rosso più nello sforzo di contenersi che per il caldo.
13Ma Giuda Taddeo lo interrompe: «Misuri gli altri colla tua misura? Cerca di essere tu “nullità”, come lo sono Giacomo mio fratello e Giovanni di Zebedeo, e non vi saranno più imperfezioni nel gruppo apostolico».
14«Ma ecco se non ho ragione! L’imperfezione sono io! Ah! ma è troppo! Ma è…».
15«Sì, credo che infatti è stato troppo il vino che ci ha fatto bere Giuseppe… e con questo caldo ti fa male… Scherzi del sangue…», dice calmo calmo Tommaso per volgere in burla la disputa che si accende.
Il buon senso del pescatore.
16Ma Pietro ha esaurito la sua sopportazione e a denti stretti, a pugni chiusi per dominarsi ancora, dice: «Senti, ragazzo. Per te è consigliabile una cosa. Separati per un poco…».
17«Io? Io separarmi? Per tuo ordine? Solo il Maestro può ordinarmi e a Lui solo ubbidisco. Chi sei tu? Un povero…».
18«Pescatore, ignorante, rozzo, buono a nulla. Hai ragione… Me lo dico io prima di te. E davanti all’onnipresente e onniveggente nostro Jeovè testifico che preferirei essere l’ultimo al primo, testifico che vorrei vedere te, chiunque altro al mio posto, ma te più di tutti, perché tu fossi liberato dal mostro della gelosia che ti fa ingiusto, e non avere che da ubbidire, ubbidirti, ragazzo… E credi che mi costerebbe meno fatica di questo doverti parlare come “primo”. Ma Egli, il Maestro, mi ha fatto “primo” fra voi… E a Lui devo ubbidire per prima cosa, e a Lui più che a ogni altro… E tu devi ubbidire. E col mio buon senso di pescatore ti dico non di separarti, come tu, vedendo fuoco nelle parole più fresche, hai compreso, ma di allontanarti per un poco, stare solo, riflettere… Ci stavi pure in coda a tutti, da Bétèr alla valle? Fa’ così anche ora… Il Maestro in testa… tu in coda… In mezzo noi… le nullità… Non c’è che stare soli per capire e per calmarsi… Dà retta… É meglio per tutti, per te per il primo…». E lo prende per un braccio e lo tira fuori dal gruppo, dicendo: «Lì, sta’ lì mentre noi raggiungiamo il Maestro. E poi… vieni su adagio adagio… e vedrai che ti passa… il temporale», e lo pianta in asso raggiungendo i compagni che sono già oltre di qualche metro.
Esercitazioni nella virtù.
19«Auf! Ho sudato più parlandogli che camminando… Che temperamento! Ma si potrà mai ottenere qualcosa da lui?».
20«Mai, Simone. Mio fratello si ostina a tenerlo. Ma… non ne farà mai nulla di buono», gli risponde Giuda Taddeo.
21«È un bel castigo che abbiamo fra noi!», mormora Andrea e termina: «Io e Giovanni ne abbiamo quasi paura e si tace sempre per tema di altre dispute».
22«É la misura migliore, infatti», dice Bartolomeo.
23«Io non riesco a tacere», confessa il Taddeo.
24«Ci riesco male anche io… Ma ho trovato il segreto per farlo», dice Pietro.
25«Quale? Quale? Insegnacelo…», dicono tutti.
«Lavorando come un bue all’aratro. Un lavoro inutile, magari… Ma che serva a farmi riversare ciò che mi bolle dentro su… qualcosa che non sia Giuda».
26«Ah! ho capito! Ecco perché hai fatto quel rovinio di piante nella discesa della valle! Per questo, eh?», gli chiede Giacomo di Zebedeo.
27«Sì, per questo… Ma oggi… qui… non avevo cosa spezzare senza far danno. Non ci sono che alberi da frutto ed era peccato rovinarli… Ho faticato tre volte di più a… spezzarmi io stesso per non… per non essere il vecchio Simone di Cafarnao… Ne ho le ossa indolenzite…»
28Bartolomeo e lo Zelote hanno lo stesso movimento e le stesse parole, abbracciano Pietro esclamando: «E ti stupisci che Egli ti abbia fatto il primo fra noi? Tu ci sei maestro…».
29«Io? Per questo?… Inezie!… Sono un povero uomo… Ma vi chiedo soltanto di volermi bene dandomi i dotti consigli, gli amorosi e semplici consigli. Amore e semplicità perché io diventi come voi… E unicamente per amore di Lui che ha già tante pene…».
30«Hai ragione. Almeno noi a non dargliene!», esclama Matteo.
31«Io ho avuto una grande paura per la chiamata di Giovanna. Voi non sapete proprio nulla, voi due che siete andati avanti?», interroga Tommaso.
32«No, di sicuro no. Ma dentro di noi abbiamo pensato che sia stato quello là dietro che… ne ha combinata qualcuna», risponde Pietro.
33«Taci! Ho avuto lo stesso pensiero udendo parlare il Maestro nel sabato», confessa Giuda Taddeo.
«Io pure», soggiunge Giacomo di Zebedeo.
«Toh!… Non ci avevo pensato… neppure vedendo Giuda così cupo quella sera, e così villano, bisogna dirlo», dice Tommaso.
34«Bene. Non parliamone più. E cerchiamo di… farlo migliore con tanto amore, tanto sacrificio. Come ci ha insegnato Marziam…», dice Pietro.
Volontà di miglioramento.
35«Che farà Marziam?», domanda sorridendo Andrea.
«Mah!… Presto saremo con lui. Non ne vedo l’ora… Mi costano proprio queste separazioni».
36«Chissà perché il Maestro le vuole. Ormai… Potrebbe stare con noi anche Marziam. Non è più un fanciullo né un gracile», osserva Giacomo di Zebedeo.
37«E poi… Se ha fatto tanta via lo scorso anno quando era così esile, con più ragione potrebbe camminare adesso», dice Filippo.
38«Io penso che sia per non farlo trovare presente a certe birbonate…», dice Matteo.
39«O con certi contatti…», borbotta il Taddeo che proprio non sopporta l’Iscariota.
«Forse avete ragione tutti e due», dice Pietro.
40«Ma no! Farà per finire di farlo irrobustire! Vedrete che il prossimo anno è con noi», afferma Tommaso.
41«Il prossimo anno! Ci sarà ancora il Maestro con noi il prossimo anno?», chiede pensieroso Bartolomeo.
42«A me i suoi discorsi sembrano così… indicatori…».
«Non lo dire!», supplicano gli altri.
«Non lo vorrei dire. Ma non dire non serve ad allontanare ciò che è segnato».
43«Ebbene… Ragione di più per noi di migliorarci molto in questi mesi… Per non dargli dei dolori ed essere pronti. Voglio dirgli che ora, quando saremo in riposo in Galilea, ci istruisca molto, molto, proprio noi dodici… Tanto presto ci saremo…».
Verifica della situazione.
44«Sì. E non ne vedo l’ora. Sono anziano e queste marce con questo caldo mi danno molti incomodi segreti», confessa Bartolomeo.
45«A me pure. Sono stato un vizioso e sono più vecchio che non si pensi numerando gli anni. Gli stravizi… eh! Ora li sento tutti nelle ossa… Poi noi, figli di Levi, soffriamo di dolori proprio per natura…».
46«E io? Sono stato malato per anni… e quella vita, nelle spelonche, con poco cibo e miserevole. Si ritrovano queste cose! …», dice lo Zelote.
47«Ma se hai sempre detto che da quando sei stato guarito ti sei sentito sempre forte?», chiede alle sue spalle Giuda che li ha raggiunti.
«Ti è forse finito l’effetto del miracolo?».
48Lo Zelote ha una mossa tipica sul volto brutto ed espressivo, sembra dica: «É qui! Signore, dammi pazienza!». Ma risponde con somma cortesia: «No. Non è finito l’effetto del miracolo. E lo si vede. Non mi sono più ammalato. Sono forte. Resistente. Ma gli anni sono anni e le fatiche fatiche. E questi calori che ci mettono in sudore come fossimo caduti in un fossato, e poi queste notti direi gelide rispetto al calore del giorno e che ci ghiacciano il sudore addosso mentre la guazza finisce di inumidire le vesti già zuppe di sudore, non mi fanno certo bene. E non vedo l’ora di essere a riposo per riguardarmi un poco. Alla mattina, specie se si dorme a ciel sereno, sono tutto indurito. Se mi infermo del tutto, a che servo?».
49«A soffrire. Egli dice che la sofferenza vale lavoro e preghiera», gli risponde Andrea.
50«Va bene. Ma io preferirei servirlo apostolicamente e…».
51«E sei stanco anche tu. Confessalo. Sei stanco di continuare questa vita senza prospettiva di ore buone, ma anzi con prospettiva di persecuzioni e… sconfitte. Cominci a riflettere che risichi di tornare ad essere il proscritto», dice Giuda di Keriot.
52«Non rifletto niente. Dico che sento che mi ammalo».
53«Oh! come ti ha guarito una volta!…», e Giuda ride ironico.
54Bartolomeo sente prossimo un altro battibecco e lo storna chiamando Gesù.
55«Maestro! Per noi non c’è nulla? Sei sempre avanti!…».
«Hai ragione, Bartolmai. Ma adesso ci fermiamo. Vedi quella ad andare. Bisogna affrettarsi nel ritorno verso Gerusalemme, perché la Pentecoste è alle porte».
56«Di che parlavate fra voi?», chiede Giuda Taddeo al fratello.
«Ma figurati! Avevamo cominciato a parlare di Giuseppe d’Arimatea e abbiamo finito a parlare dell’antico podere di Gioacchino a Nazareth e del suo costume, finché poté farlo, di prendere metà raccolti per sé e dare il resto ai poveri, cosa che i vecchi di Nazareth ricordano così bene. Quante astinenze quei due giusti di Anna e Gioacchino! Per forza hanno ottenuto il miracolo della Figlia, di quella Figlia!… E con Gesù rievocavo quando si era bambini…».
57Il racconto prosegue mentre procedono verso la casa fra i campi assolati.
411. Lezioni tratte dalla natura e spigolatura miracolosa per una vecchietta. Come aiutare chi si ravvede[25].
Lezione tratta dalla natura.
La mietitura.
1Per una campagna tutta bionda di messi passa Gesù coi suoi discepoli. Fa molto caldo, per quanto il giorno sia nelle sue prime ore. I mietitori falciano fra i solchi gremiti di spighe, facendo vuoti fra l’oro delle biade. Le falci brillano al sole un attimo, scompaiono fra le alte spighe, riappaiono dall’altra parte per un altro attimo e il manipolo piega e si adagia, come stanco d’esser stato eretto per mesi e mesi, sulla terra calda di sole.
2Delle donne passano, legando i covoni, dietro ai falciatori. La campagna è per ogni dove intenta a questo lavoro. La messe è stata molto buona e i mietitori ne sono giubilanti.
3Molti, quando il gruppo apostolico passa lungo la via ed essi sono prossimi ad essa, sospendono per un attimo il lavoro appoggiandosi alla falce e asciugandosi il sudore e guardano, e così le donne che legano i covoni. Nei loro abiti chiari, col capo coperto da un telo bianco, paiono tanti fiori emersi dalla terra spogliata di grano, papaveri, fiordalisi e margheritone. Gli uomini, in corte tuniche, o bigie o giallognole, sono meno vistosi. Non hanno, di chiaro, che il telo legato da una funicella sul capo e ricadente sul collo e sulle guance. Fra quel bianco i volti abbronzati di sole paiono anche più neri.
4Gesù, quando si vede osservato, passa salutando: «La pace e benedizione di Dio sia con voi», e gli altri rispondono: «La benedizione di Dio torni su Te», oppure più semplicemente: «Sia anche con Te».
5Alcuni, più loquaci, interessano Gesù alla messe dicendo: «Fu buona, quest’anno. Guarda che spighe granite e come sono fitte nei solchi. Si fatica a segarle. Ma è pane!…».
“Dare è meglio che ricevere”.
6«Siatene grati al Signore. E lo sapete che non a parole ma ad opere si deve mostrare la gratitudine. Siate misericordiosi in questa vostra raccolta, pensando all’Altissimo che fu misericorde di rugiade e di sole ai vostri campi perché aveste molto grano. Ricordatevi il precetto del Deuteronomio[238]. Pensate, nel raccogliere la ricchezza che Dio vi ha data, a chi non ne ha, e lasciate ad essi un poco del vostro. Santa menzogna questa, che è carità di prossimo vostro e che Dio vede. Meglio è esser pronti a lasciare che a raccogliere con avidità. Dio benedice i generosi. Dare è meglio che ricevere[239], perché obbliga il giusto Dio a dare più abbondante mercede a colui che fu pietoso».
7Gesù passa e ripete i suoi consigli d’amore.
Viene il sole più caldo. I mietitori cessano il lavoro e i vicini alle case rientrano in esse, i lontani si raccolgono all’ombra di alberi e là riposano, mangiano, sonnecchiano.
8Anche Gesù si rifugia in un boschetto molto folto che è nell’interno della campagna, e seduto sull’erba, dopo aver pregato offrendo il parco cibo di pane, formaggio e ulive, distribuisce le parti e mangia parlando coi suoi. Vi è ombra e frescura e un grande silenzio. Il silenzio delle ore assolate d’estate. Un silenzio che invita al sonno. E i più sonnecchiano, infatti, dopo il cibo.
Lezione degli insetti sui fiori.
9Gesù no. Riposa, con le spalle appoggiate ad un albero, e intanto si interessa del lavoro degli insetti sui fiori. Ad un certo punto fa cenno a Giovanni, Giuda Iscariota e a uno dei più anziani che Egli chiama Bartolomeo, e avutili intorno dice: «Ma osservate questo piccolo insetto quale lavoro sta facendo. Guardate. É del tempo che lo sorveglio. Vuole rapire a questo calice così piccino il miele che ne empie il fondo e, poiché non vi passa, guardate, allunga prima una zampina e poi l’altra, le intinge nel miele e poi se ne ciba. A momenti l’ha vuotato. Vedete che ammirabile cosa la provvidenza di Dio! Non ignorando che senza certi organi l’insetto, creato per essere un volante crisolito sul verde dei prati, non avrebbe potuto nutrirsi, ecco che lo ha munito di queste minuscolissime barbe lungo le zampette. Le vedete? Tu, Bartolomeo? No? Guarda. Ora lo piglio e te lo mostro contro luce», e delicatamente prende lo scarabeo, che pare d’oro brunito, e se lo pone a dorso in giù sulla mano. Lo scarabeo fa il morto e i tre osservano le sue zampette. E poi si mette a sgambettare per fuggire. Non vi riesce, naturalmente, ma Gesù l’aiuta e lo mette sulle zampe. La bestiolina cammina sulla palma, va sulla punta delle dita, si spenzola, apre le ali. Ma è sospettoso. «Non sa che Io non voglio che il bene di ogni essere. Non ha che il suo piccolo istinto. Perfetto se si paragona alla sua natura, sufficiente a tutto quanto gli abbisogna. Ma tanto inferiore al pensiero umano. Perciò l’insetto non è responsabile se fa mala azione. L’uomo no. L’uomo ha in sé una luce d’intelligenza superiore, e più l’avrà per quanto più sarà nelle cose di Dio istruito. Perciò sarà responsabile del suo operare».
Lezione del ragno che insidia gli insetti.
10«Allora, Maestro», dice Bartolomeo, «noi che Tu ammaestri abbiamo molta responsabilità?».
11«Molta. E più ne avrete in futuro, quando il Sacrificio sarà compiuto, la Redenzione venuta e con essa la Grazia che è forza e luce. E, dopo essa, verrà Chi ancor più vi farà capaci di volere. Chi, poi, non vorrà, sarà molto responsabile».
«Allora ben pochi si salveranno!».
12«Perché Bartolomeo?».
«Perché è tanto debole l’uomo!».
13«Ma se fortifica la sua debolezza con la fiducia in Me diviene forte. Credete che Io non capisca le vostre lotte? E non compatisca le vostre debolezze? Vedete? Satana è come quel ragno che sta tendendo la sua insidia da quel rametto a questo stelo. É così sottile e così subdolo! Guardate come splende quel filo. Pare argento di una filigrana impalpabile. Sarà invisibile nella notte e domani all’alba sarà splendido di gemme, e le mosche imprudenti, che girano nella notte cercando cibi poco puliti, vi cascheranno dentro, e anche le farfalline leggere, che sono attirate da ciò che splende…».
14Altri apostoli si sono avvicinati e ascoltano la lezione tratta dal regno vegetale e animale.
15«…Ebbene, il mio amore fa, verso Satana, ciò che fa ora la mia mano. Distrugge la tela. Guardate come fugge il ragno e si nasconde. Ha paura del più forte. Anche Satana ha paura del più forte. E il più forte è l’Amore».
Satana obbliga a stare vigilante.
16«Non sarebbe meglio distruggere il ragno?», dice Pietro, molto pratico nelle sue conclusioni.
17«Sarebbe meglio. Ma esso ragno fa il suo dovere. Vero è che uccide le povere farfalline così belle, ma stermina anche gran numero di mosche luride che portano malattie e contaminazioni da malati a sani, da morti a vivi».
«Ma nel nostro caso che fa il ragno?».
18«Che fa, Simone? (anche Simone è molto anziano, ed è quello che si lamentava dei reumatismi). Fa quello che fa la buona volontà in voi. Distrugge le tiepidezze, i quietismi, le vane presunzioni. Vi obbliga a stare vigilanti. Quale è la cosa che vi fa degni di premio? La lotta e la vittoria. Potete aver vittoria se non avete lotta? La presenza di Satana obbliga ad una vigilanza continua. L’Amore, poi, che vi ama, rende la presenza non inesorabilmente nociva. Se state presso all’Amore, Satana tenta, ma viene reso incapace di nuocere veramente».
«Sempre?».
19«Sempre. Nelle grandi e piccole cose. Per esempio, una piccola cosa: a te inutilmente ti consiglia di aver cura della tua salute. Subdolo consiglio per cercare di levarti a Me. L’Amore ti tiene stretto, Simone, e i tuoi dolori perdono valore anche agli occhi tuoi».
«Oh! Signore! Tu sai? …».
20«Sì. Ma non te ne accasciare. Su, su! Te ne darà tanto di ardimento l’Amore, che ora è il primo a sorridere sulla tua umanità che trema per i suoi reumi…» Gesù ride del confuso discepolo e se lo stringe a Sé per consolarlo. Anche nel ridere è pieno di dignità. Anche gli altri ridono.
Spigolatura miracolosa.
I volontari della solidarietà.
21«Chi viene ad aiutare quella povera vecchia?», dice Gesù accennando una vecchierella che, sfidando il solleone, spigola nei solchi falciati.
«Io», dice Giovanni e, con lui, Tommaso e Giacomo.
22Ma Pietro prende Giovanni per una manica e, portandoselo un poco discosto, gli dice: «Domanda al Maestro cosa ha che lo fa tanto felice. Io gliel’ho chiesto ma non mi ha detto altro che: “La mia felicità è vedere che un’anima ricerca la Luce”. Ma se tu glielo chiedi… A te dice tutto».
23Giovanni è in contrasto tra il ritegno e la voglia di sapere e di accontentare Pietro.
Raggiunge lentamente Gesù che è già nel campo e spigola.
24La vecchietta, vedendo tutti quei giovani, ha una mossa desolata e si affanna per esser svelta.
25«Donna! Donna!», grida Gesù. «Spigolo per te. Non stare al sole, madre. Ora vengo».
26La vecchietta, interdetta da tanta bontà, lo guarda fisso, poi ubbidisce e porta la sua striminzita personcina, curva e un poco tremante, lungo il filo d’ombra della proda.
27Gesù va sollecito, raccattando spighe. Giovanni lo segue da presso. Più lontano sono Tommaso e Giacomo.
28«Maestro», affanna Giovanni. «Come trovi tante spighe? Io nel solco accanto ne trovo così poche!».
29Gesù sorride e non parla. Non lo potrei giurare. Ma mi pare che spighe falciate e non raccolte scaturiscano là dove l’occhio divino si posa. Gesù raccoglie e sorride. Ha un vero fascio di spighe fra le braccia.
30«Tieni, Giovanni, il mio. Così ne hai tante anche tu e la piccola madre sarà felice».
31«Ma, Maestro… Tu… Tu fai miracolo? Non è possibile che ne trovi tante!»
32«Sss! É per la piccola madre… pensando alla mia e alla tua. Guarda che vecchierella che è!… Il buon Dio, che sfama l’uccellino che è appena nato, vuole empire il minuscolo granaio di questa nonnetta. Ne avrà pane per questi mesi che ancora le restano. Non vedrà la nuova messe. Ma non voglio abbia fame nel suo ultimo inverno. Ora udrai le esclamazioni. Preparati, Giovanni, ad averne lacerate le orecchie, come Io mi preparo ad esser lavato di pianto e di baci…».
Il segreto dell’ilarità del Messia.
33«Come sei ilare, Gesù, da qualche giorno! Perché?».
34«Sei tu che lo vuoi sapere o vi è chi ti manda?».
Giovanni, già rosso per la fatica, diviene cremisi.
35Gesù capisce: «Di’ a chi ti manda che c’è un mio fratello che è malato e cerca guarigione. La sua volontà di guarire mi empie di gioia».
36«Chi è, Maestro?».
«Un tuo fratello, un che Gesù ama, un peccatore».
37«Allora non uno di noi?».
«Giovanni, credi che fra voi non sia peccato? Credi che Io non gioisca che per voi?».
«No, Maestro. So che noi pure siamo peccatori e che tutti gli uomini Tu vuoi salvare».
38«E allora? Ti ho detto: “Non indagare” quando vi era da scoprire il male. Ti dico lo stesso ora che c’è un’aurora di bene… La pace a te, madre! Ecco le nostre spighe. I miei compagni verranno poi con le loro».
Madre di figli martiri.
39«Dio ti benedica, figlio. Come ne hai trovate tante? Vero è che poco io ci vedo. Ma questi sono proprio due covoni, grossi… grossi…». La vecchia li palpeggia, la sua mano tremula li carezza, li vuole alzare… Non può.
40«Ti aiuteremo. Dove è la tua casa?».
«Quella». Accenna ad una casetta oltre i campi.
41«Sei sola, vero?».
«Sì. Come lo sai? E Tu chi sei?».
42«Sono uno che ha una madre».
«É tuo fratello questo?».
«Mio amico è».
43L’amico fa, da dietro le spalle di Gesù, dei grandi segni alla vecchina. Ma questa, dalle pupille velate, non li vede. É fra l’altro troppo intenta ad osservare Gesù. Il suo cuore di vecchia madre si commuove.
44«Sei sudato, figlio. Vieni qui al riparo di questa pianta. Siedi. Guarda come ti cola il sudore! Asciugati col mio velo. É logoro ma pulito. Prendi, prendi, figlio mio».
«Grazie, madre».
45«Benedetta chi madre è di Te, buono. Dimmi il tuo nome e il suo. Che io li dica a Dio perché vi benedica».
«Maria e Gesù».
46«Maria e Gesù… Maria e Gesù… Aspetta… Una volta ho pianto molto… Il figlio del mio figlio fu ucciso per aver difeso il suo maschio, e il figlio mi morì di dolore per questo… e allora si disse che fu ucciso l’innocente perché si cercava un di nome Gesù… Ora sono alle soglie della morte e quel nome torna…».
47«Allora per quel Nome piangesti, madre. Ora quel Nome ti dia benedizione…».
48«Sei Tu quel Gesù… dillo ad una che muore e che è vissuta senza maledire, perché le fu detto che il suo dolore era per salvare il Messia a Israele».
Giovanni raddoppia i suoi gesti.
49Gesù tace.
50«Oh! dimmelo! Sei Tu? Tu a benedirmi sull’estremo della vita? In nome di Dio, parla».
51«Io sono».
52«Ah!». La vecchietta si prostra contro terra. «Salvatore mio! Son vissuta nell’attesa e non speravo vederti. Vedrò il tuo trionfo?».
53«No, madre. Come Mosè morrai senza conoscere quel giorno. Ma Io ti anticipo la pace di Dio. Io son la Pace. Io la Via. Io la Vita. Tu, madre e nonna di giusti, mi vedrai in un altro eterno trionfo, ed Io ti aprirò le porte, a te e al figlio, al figlio del figlio e al suo maschio. Sacro al Signore quel maschio, morto per Me! Non piangere, madre!…»
Commiato.
54«Ed io ti ho toccato! E Tu mi hai colto le spighe! Oh! come ho meritato questo onore?!».
55«Per la tua rassegnazione santa. Vieni, madre. Alla tua casa. E questo grano ti dia pane per l’anima più che per il corpo. Io sono il Pane vero che è sceso dal Cielo per sfamare tutte le fami dei cuori. Voi (Tommaso e Giacomo li hanno raggiunti col loro manipolo). Prendete questi covoni. E andiamo».
56E vanno carichi tutti e tre di spighe, e Gesù li segue con la nonnetta che piange e mormora parole di preghiera. La casetta è raggiunta. Due stanzette, un minuscolo forno, un fico, un poco di vite. Lindura e povertà.
57«Questo è il tuo asilo?».
«Questo. Benedicilo, Signore!».
58«Chiamami figlio. E prega perché mia Madre abbia conforto nel suo dolore, tu che sai cosa è il dolore di una madre. Addio, madre. Ti benedico nel nome del Dio vero».
59E Gesù alza la mano e benedice la piccola dimora, e poi si curva e abbraccia la vecchina e se la stringe al cuore e la bacia sul capo coperto di pochi capellucci bianchi. E lei piange e striscia le labbra sulle mani di Gesù, lo venera, lo ama…
Come aiutare chi si redime.
60…e me mi soverchia il dolore. Perché penso a mia madre che ebbe paura di Te, Gesù, quando ti vide… Perché paura di Te, Gesù?
Dice Gesù:
61«Perché? Molti perché sono nel tuo cuore dopo questo dettato. Ma comincio dall’ultimo[240].
62L’altro perché che hai nel cuore è sapere che Io sapevo che Giuda non si sarebbe salvato nonostante quel conato alla salvezza.
63Lo sapevo.
64E allora perché ero felice?
65Perché anche il solo desiderio presente, fiore nella landa del cuore di Giuda, faceva guardare benignamente dal Padre questo mio discepolo che amavo e che non avrei potuto salvare. L’occhio di Dio su un cuore! Che vorrei se non che il Padre vi guardasse tutti e con amore? E lo dovevo, essere felice, per dare al disgraziato anche questo mezzo per risorgere. Il pungolo della mia gioia nel vederlo tornare a Me.
66Un giorno, dopo la mia morte, Giovanni seppe questa verità e la disse a Pietro, Giacomo, Andrea e agli altri, perché così Io avevo comandato al Prediletto, al quale non fu ignoto nessun segreto del mio cuore. Lo seppe e lo disse, perché tutti avessero norma nel guidare poi i discepoli e i fedeli.
67Sull’anima che, caduta, viene al ministro di Dio e confessa il suo errore, all’amico o al figlio, allo sposo o al fratello che, avendo sbagliato, vengono dicendo: “Tienimi con te. Voglio non più errare per non dare dolore a Dio e a te“, non si deve, oltre alle altre cose, far mancare la soddisfazione di vedere la nostra felicità nel vederli desiderosi di farci felici.
68Ci vuole un tatto infinito nel curare i cuori. Io, Sapienza, anche conoscendo che nel caso di Giuda ciò era inutile, l’ho avuto per insegnare a tutti l’arte di redimere, di aiutare chi si redime.
69E ora dico anche a te come a Simon cananeo: “Su, su!”, e ti stringo a Me per farti sentire che c’è chi ti ama.
70Da queste mani scendono punizioni ma anche carezze, e dalle mie labbra parole severe ma anche, più numerose e dette con tanta più gioia, parole di compiacimento.
71Va’ in pace, Maria. Non hai dato pena al tuo Gesù, e ciò sia il tuo conforto».
412. Elogio del giglio delle convalli, simbolo di Maria, e sacrificio di
Pietro
per il bene di Giuda[241].
Il fiore simbolo di Maria.
Giglio della con valle.
1Il gruppo apostolico ha volto le spalle alla pianura e per vie collinose, fra monti e convalli, si dirige verso Gerusalemme. Per abbreviare la via non hanno preso le strade maestre, ma scorciatoie solitarie, faticose ma molto spedite.
2In questo momento sono nel fondo di una verde convalle ricca d’acque e di fioretti, né mancano gli steli odorosi delle convallarie, cosa che fa osservare al Taddeo che molto giusto è appellare il mughetto «giglio della convalle» e lodarne la bellezza, fragile eppure resistente e così delicatamente fragrante.
3«Però sono gigli all’incontrario», osserva Tommaso. «Guardano in giù invece che in su».
4«E come sono piccini! Abbiamo fiori più pomposi di questo. Non so perché l’hanno tanto lodato…», dice Giuda urtando con sprezzo un ciuffetto di mughetti in fiore.
5«No! Perché? Sono così gentili!», interviene Andrea in difesa dei poveri fiori, e si china a raccogliere gli steli spezzati.
6«Sembrano fieno e nulla più. Più bello è il fiore dell’agave, così maestoso, potente. Degno di Dio e di fiorire per Dio».
7«Io ci vedo più ancora Dio in questi calici minuti… Ma guarda che grazia!… Dentellati, così concavi… Paiono di alabastro, di cera vergine, e lavorati da manine piccolissime… Invece è l’Immenso che li ha fatti! Oh! Potenza di Dio!…». Andrea è quasi estatico nella contemplazione e meditazione dei fiori e della Perfezione creativa.
8«Mi sembri una femminuccia malata di nervi!…», motteggia Giuda di Keriot ridendo maligno.
9«No. Veramente trovo anche io, e orafo sono e perciò me ne intendo, che questi steli sono una perfezione. Più difficili a farsi nel metallo che non l’agave. Perché sappi, amico, che è l’infinitamente piccolo che rivela la capacità dell’artefice. Dammi uno stelo, Andrea… E tu, dall’occhio bovino che ammira solo il grandioso, vieni qui e osserva. Ma quale artefice poteva fare queste coppe così leggere, perfette, decorarle di quel topazio minuscolo là nel fondo e unirle al gambo con questo stelo di filigrana curvo così, aereo così… Ma è una meraviglia! …».
«Oh! che poeti sono sorti fra noi! Anche tu, Toma, così…»
10«Non stolto, sai, non femmina, sai? Ma artista. E sensibile artista. E me ne vanto. Maestro, ti piacciono questi fiori?». Tommaso interpella il Maestro, che ha tutto ascoltato senza parlare.
Dio ha fatto tutto bene, utile, variato.
11«Tutto della creazione mi piace. Ma questi fiori sono fra i prediletti…».
12«Perché?», chiedono in diversi. E contemporaneamente chiede Giuda: «Anche le vipere ti piacciono?», e ride.
13«Anche esse. Servono…».
«A che?», interrogano in molti.
«A mordere. Ah! Ah! Ah!», ride offensivo Giuda.
14«Allora dovrebbero piacere moltissimo a te», gli ribatte il Taddeo spezzandogli la risata sotto il sottinteso molto esplicito. Ora sono gli altri che ridono della botta ben data.
15Gesù non ride. É anzi pallido e triste. Guarda i suoi dodici, e specie i due antagonisti che si guardano l’uno con ira, l’altro con severità, e risponde a tutti per rispondere all’Iscariota in particolare.
16«Se Dio le ha fatte, segno è che servono. Nulla di inutile, di totalmente nocivo è nel creato. Solo il Male è nettamente e solamente nocivo, e guai a quelli che se ne lasciano mordere. Uno dei frutti del suo morso è l’incapacità di distinguere più il Bene dal Male, è la deviazione della ragione e della coscienza pervertita verso cose non buone, ed è la cecità spirituale per la quale, o Giuda di Simone, non si vede più risplendere la potenza di Dio sulle cose, anche se minute. In questo fiore essa sta scritta per la bellezza, il profumo, la forma così diversa da quella di ogni altro fiore, per questa goccia di rugiada che trema e splende sospesa al ciglio cereo del minuscolo petalo e pare una lacrima di riconoscenza per il Creatore che ha fatto tutto, e tutto bene, tutto utile, tutto variato. Ma è detto che tutto era bello ai progenitori finché non ebbero le cataratte del peccato… E tutto parlava loro di Dio finché sulle cose, meglio, nella loro pupilla non fu istillato l’umore che svisò la loro capacità di vedere Dio… Anche al momento attuale, Dio tanto più si disvela più lo spirito è re in una creatura…».
17«Salomone cantò le meraviglie di Dio e così Davide… e non avevano certo lo spirito re! Maestro, questa volta ti ho colto in fallo».
18«Ma impudente che sei! Come osi dire questo?», scatta Bartolomeo.
Il fiore simbolo di Maria.
19«Lascialo parlare… Non ne tengo conto. Parole che il vento disperde e delle quali non si scandalizzano erbe e piante. Noi, unici che le ascoltiamo, sappiamo dare ad esse il peso che meritano, non è vero? E non le ricordiamo più. La giovinezza è spesso irriflessiva, Bartolmai. Compatiscila… Ma qualcuno mi aveva chiesto perché preferisco il giglio delle convalli… Ecco che rispondo: “Per la sua umiltà”. Tutto parla in esso di umiltà… I luoghi che ama… l’attitudine del fiore… Mi fa pensare alla Madre mia… Questo fiore… Così piccino! Eppure, sentite come odora un solo stelo. L’aria intorno se ne profuma… Anche mia Madre umile, schiva, ignota, che chiedeva solo di rimanere ignota… Pure il suo profumo di santità fu tanto forte che mi aspirò dal Cielo…».
20«Ci vedi un simbolo di tua Madre in quel fiore?».
«Sì, Toma».
21«E pensi che i nostri antichi, lodando il giglio della convalle, presentissero Lei?», chiede Giacomo d’Alfeo.
«Allora l’hanno anche paragonata ad altre piante[242] e fiori. Alla rosa, all’ulivo e ai più gentili animali: tortore, colombe[243]…», dice quasi con ira l’Iscariota.
22«Ognuno le diceva ciò che egli vedeva di più bello nel creato. E del creato Ella realmente è la Tutta Bella. Ma Io la chiamerei Giglio della convalle e pacifico Ulivo se dovessi celebrare le sue lodi», e 20Gesù si rasserena e illumina pensando a sua Madre, e si dilunga per isolarsi…
Ciò che fa felice il Maestro.
23Il cammino continua, nonostante l’ora calda, perché il fondo valle è un susseguirsi di piante che riparano il sole.
24Pietro, dopo qualche tempo, affretta il passo e raggiunge il Maestro. Lo chiama piano: «Maestro mio!».
25«Mio Pietro!».
«Ti disturbo se vengo con Te?».
26«No, amico. Che vuoi dirmi di così urgente che ti spinge a venire presso il Maestro tuo?».
«Una domanda… Maestro, io sono un uomo curioso…».
27«Ebbene?». Gesù sorride nel guardare il suo apostolo.
«E mi piace sapere tante cose…».
28«Ciò è difetto, Pietro mio».
29«Lo so… Ma non credo che questa volta sia difetto. Volessi sapere delle cose brutte, delle birbonate per poter criticare chi le ha fatte, oh! allora sarebbe difetto. Ma Tu vedi che io non ti ho chiesto se Giuda c’entrava nella chiamata a Bétèr e perché…»
30«Ma ne avevi una grande voglia…».
«Sì. É vero. Ma anzi ciò è merito più grande, no?».
31«É merito più grande. Come grande merito è dominare sé stessi. Questo dimostra, in chi lo fa, una buona, seria evoluzione nello spirituale, un veramente attivo apprendere e assimilare le lezioni del Maestro».
32«Sì, eh?! E Tu ne sei contento?».
33«Oh! Pietro, me lo chiedi? Beato ne sono».
34«Sì? Proprio sì? O Maestro mio! Ma allora il tuo povero Simone è quello che ti fa così felice?».
35«Sì. Ma non lo sapevi già?».
36«Non osavo crederlo. Ma vedendoti tanto felice, ieri ti ho fatto interrogare. Perché pensavo che poteva essere anche Giuda quello che si migliorava… benché non abbia prove di ciò… Ma io posso vedere male. Giovanni mi ha detto che Tu gli hai detto che sei felice perché c’è uno che si fa santo… Poi, poco fa, Tu mi dici che di me sei contento perché mi faccio più buono. Ora so. Quello che ti fa felice e allegro sono io, il povero Simone… Però adesso vorrei che i miei sacrifici facessero mutare Giuda. Non sono invidioso. Vorrei tutti perfetti per farti perfettamente felice. Ci riuscirò?».
37«Confida, Simone, confida e persevera».
38«Lo farò! Certo che lo farò. Per Te… e anche per lui. Perché non ci deve certo godere ad essere sempre così. In fondo… potrebbe essermi quasi figlio… Uhm! Veramente preferisco essere padre a Marziam! Ma… gli farò da padre lavorando per dargli un’anima degna di Te».
39«E di te, Simone», e Gesù si china e lo bacia sui capelli. Pietro è tutto beato… Dopo un po’ chiede: «E non mi dici altro? Non c’è altro di buono, qualche fiore fra le spine che trovi da per tutto?».
40«Sì. Un amico di Giuseppe che viene alla Luce».
«Davvero? Un sinedrista?».
41«Sì. Ma non bisogna dirlo. Pregare si deve. Soffrire per questo. Non mi chiedi chi è? Non sei curioso?».
42«Molto! Ma non lo chiedo. Un sacrificio per questo sconosciuto»
43«Te benedetto, Simone! Oggi mi fai proprio felice. Continua così e ti amerò sempre più e sempre più ti amerà Dio. Ora fermiamoci attendendo gli altri…».
1
[1] MARIA VALTORTA, L’Evangelo come mi è stato rivelato, Ed. CEV, Isola del Lire
[2] Titolo voluto da Gesù, MARIA VALTORTA, Quadernetti N° 48,1).
[3] Matteo, Marco, Luca, Giovanni.
[4] Quest’Opera è manifestazione, rivelazione, venuta del FIGLIO DELL’UOMO,
in compimento della Sua profezia: “La venuta del Figlio dell’Uomo sarà come nei giorni di Noè e di Lot. Così sarà il tempo in cui il Figlio dell’Uomo si rivelerà” (Mt 24,37-40; Lc 17,26-30). La Malvagità di oggi ha superato la Malizia di quel tempo, fedelmente Gesù ha compiuto la promessa. È con noi
[5] 1° gennaio 1946 – ore 6,35 antimeridiane. Poema: V, 54
[6] visione del 17-12-45
[7] “Con Cristo Gesù, Dio ha dato vita a Israele, che era morto per i suoi peccati e per l’indurimento del suo cuore incirconciso, perdonando tutti i suoi peccati” (Cfr. Col 2,13). Quindi con giusto diritto Gesù chiede perdono al Padre per i peccati del suo popolo, perché sono stati pagati col sacrificio del suo corpo: “Dio ha mandato il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne” (Rm 8,3), perché il perdono della misericordia si adempisse in coloro che credono in Lui. Il peccato è stato pagato, il perdono è stato concesso, ma Israele deve credere per meritarlo.
[8] “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la bendeizione di Abramo passasse al paganesimo (corrotto) e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede” (Galati 3,13-14)
Il peccato del paganesimo e neopaganesimo è stato pagato, il perdono è stato concesso, ma i neopagani, cioè i materialisti atei, i comunisti, i socialisti, i satanisti, i membri di tutte le religioni devono credere in Cristo per meritarlo.
[9] “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil.2,5-8). “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2 Cor 5,21). Il Peccato originale e inostri peccati personali sono stati tutti pagati. Il perdono è stato concesso, ma noi dobbiamo praticare la nostra fede per meritarlo.
[10] “Con Lui dio ha dato vita anche a voi… annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce; avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo” (Col 2,14).
[11] “Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato” (Isaia 6,6)
[12] 3 gennaio 1946. Poema: V, 55
[13] 22 gennaio 1946. Poema: V, 56
[14] 23 gennaio 1946. Poema: V, 57
[15] 24 gennaio 1946. Poema: V, 56
[16] Dell’impurità per il parto: “Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole” (Lev 12,2). “Se l’uomo si trova sul giaciglio o sul mobile mentre essa vi siede, per tale contatto sarà immondo fino alla sera” (Lev. 15,23).
[17] dell’impurità per i cadaveri: “Un sacerdote non dovrà rendersi immondo per il contatto con un morto della sua parentela, se non per un suo parente stretto. Signore tra i suoi parenti, non si dovrà contaminare, profanando sé stesso” (Lev 21,1.4); “Quando un uomo o una donna farà un voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi al Signore. Per tutto il tempo in cui rimane consacrato al Signore, non si avvicinerà a un cadavere” (Numeri 6,2.6-8). Se uno che è contaminato per il contatto di un cadavere tocca qualunque cosa, sarà essa immonda (Cfr. Ageo 2,13): Perciò “Chiunque ha toccato un cadavere si purifichi il terzo e il settimo giorno” (Num 31,19);
[18] dell’impurità per la lebbra: “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lev 13,45-46; Num 12; Dt 24,8-9)
[19] a riguardo del delitto della bestemmia: “Chiunque maledirà il suo Dio, porterà la pena del suo peccato. Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte” (Levitino 24,15-16)
[20] < Espressione di spiccata umiltà ed amore, perché tali “sconfitte” non sono dovute a… impotenza dell’Onnipotente ma alla libera volontà di Dio di non violentare la libera volontà dell’uomo. Iddio, perciò, pur di conservare all’intera umanità questa altissima rassomiglianza con Lui, quale è la libertà, strumento di merito e quindi di conseguimento della beatitudine eterna per tanti, sopporta che alcuni, abusandone con animo impenitente cioè sprezzante del Divino Amore sino alla fine, trasformino la libertà stessa in istrumento di demerito e quindi di conseguimento della dannazione perpetua >
[21] 25 gennaio 1946. Poema: V, 59
[22] 26 gennaio 1946. Poema: V, 60
[23] 27 gennaio 1946.
[24] “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5); “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà di mansuetudine, di pazienza” (Col 3,12); “E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù” (Rm 15,5).
[25] “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità; niente mi giova.” (1 Cor 13,1-3).
[26] La carità attiva “è paziente, è benigna; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,4-7). Perciò siate solleciti per le necessità dei fratelli (Rm 12,9-21); siate a servi- zio gli uni degli altri (Gal 5,13); portate i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2).
[27] Chi fa la carità al povero fa un prestito al Signore (Pr 19,17). “Sconta i tuoi peccati con l’elemosina e le tue iniquità con atti di misericordia verso gli afflitti, perché tu possa godere lunga prosperità” (Dn 4,24). “L’acqua spegne un fuoco acceso, l’elemosina espia i peccati. Chi ricambia il bene provvede all’avvenire, al momento della sua caduta troverà un sostegno” (Sir. 3,29-30). “Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8). “L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno elemosina godranno lunga vita” (Tb12,9).
[28] “Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza” (1Cor 10,24.33). “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4).
[29] La scienza gonfia, la carità edifica. Se alcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto” (1 Cor 8,2-3).
[30] “Colui che il Signore avrà scelto sarà santo” (Nm 16,7). Dio ci ha chiamati con una vocazione santa (2 Tm 1,9). Per essere santi nel corpo e nello spirito (1Cor 7,34). Il santo si preoccupa delle cose del Signore e come possa piacere al Signore sempre.
[31] “Perciò, dopo aver preparato la vostra mente all’azione, siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà (Gesù Cristo si è rivelato in questo Vangelo). Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri d’un tempo, quando eravate nell’ignoranza, ma ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo”. (1 Pt 1,13-16).
[32] 30 gennaio 1946. Poema: V, 62
[33] 31 gennaio 1946. Poema: V, 63
[34] “Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà” (Is 11,5).
[35] “Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo. Non disprezzerai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio” (Lev 19,13-14; Dt 24,10-22)
[36] “Non disprezzare un uomo quando è vecchio, perché anche di noi alcuni invecchieranno” (Siracide 8,6)
[37] “Non disdegnare i discorsi dei saggi, medita piuttosto le loro massime, perché da essi imparerai la dottrina e potrai essere a servizio dei grandi. Non trascurare i discorsi dei vecchi, perché anch’essi hanno imparato dai loro padri; da essi imparerai l’accorgimento e come rispondere a tempo opportuno” (Sir. 8,8-9).
[38] “Fra i grandi non crederti loro uguale, se un altro parla, non ciarlare tropo. Prima del tuono viene la folgore, la grazia precede l’uomo modesto” (Sir 32,9-10).
[39] Giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese (Is 11,4)
[40] Giuditta 8,16
[41] La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento (Is 11,4)
[42] “Sacrificare il frutto dell’ingiustizia è un’offerta da burla; i doni dei malvagi non sono graditi” (Sir 34,18).
[43] L’Altissimo non gradisce le offerte degli empi, e per la moltitudine delle vittime non perdona i peccati” (Sir 34,19).
[44] “Sacrifica un figlio davanti al proprio padre chi offre un sacrificio con i beni dei poveri” (Sir 34,24).
[45] “Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio” (Sir 34,25).
[46] “Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio” (Sir 34,26).
[47] Sir 34,27
[48] “Chi chiude l’orecchio al grido del povero invocherà a sua volta e non otterrà risposta” (Pr, 21,13). “Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio” (Gc 2,13). “Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero lo onora” (Pr 14,31). (4,11; Tobia 4,7-11; Dt 15,7-11)
[49] “Un sacerdote non dovrà rendersi immondo per il contatto con un morto della sua parentela” (Lv 21,1); “Osserveranno dunque ciò che ho comandato, altrimenti porteranno la pena del loro peccato e moriranno per aver profanato le cose sante” (Lv.22,9)
[50] “Chiunque maltratta suo padre o sua madre dovrà essere messo a morte; ha maltrattato suo padre o sua madre: il suo sangue ricadrà su di lui” (Lev. 20,9). “Colui che maledice suo padre o sua madre sarà messo a morte” (Es. 21,17). “Maledetto chi maltratta il padre e la madre!” (Dt 27,16). “Chi abbandona il padre è come un bestemmiatore, chi insulta la madre è maledetto dal Signore” (Sir 3,16).
[51] “Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia” (Lv 19,26). “Non vi rivolgete ai negromanti né agli indovini; non li consultate per non contaminarvi per mezzo loro” (Lv 19,31). “Se un uomo si rivolge ai negromanti e agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo” (Lv 20,6). Perciò “non si trovi in mezzo a te chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore” (Dt 18,10-12).
[52] “Il falso testimone non resterà impunito, chi diffonde menzogne non avrà scampo e perirà” (Pr. 19,5.9; 21,28). “Poi alzai gli occhi e vidi un rotolo che volava. L’angelo mi domandò: “Che cosa vedi?”. E io: “Vedo un rotolo che vola: è lungo venti cubiti e largo dieci”. Egli soggiunse: “Questa è la maledizione che si diffonde su tutta la terra: ogni ladro sarà scacciato via di qui come quel rotolo; ogni spergiuro sarà scacciato via di qui come quel rotolo. Io scatenerò la maledizione in modo che essa penetri nella casa del ladro e nella casa dello spergiuro riguardo al mio nome; rimarrà in quella casa e la consumerò insieme con le sue travi e le sue pietre” (Zaccaria 5,1-4).
[53] 2 febbraio 1946. Poema: V, 64
[54] “Egli alzerà un vessillo per le nazioni (La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù) e raccoglierà gli espulsi di Israele (gli ebrei e tutte le chiese scismatiche); radunerà i dispersi di Giuda dai quattro angoli della terra” (Is 11,12). “Ecco, io farò cenno con la mano ai popoli, per le nazioni isserò il mio vessillo (La Buona Novella). Riporteranno i tuoi figli in braccio, le tue figlie saran portate sulle spalle” (Is 49,22).
[55] Genesi 3
[56] < A causa della incredulità, mala volontà, ostinata impenitenza da parte di tali rinnegatori >
[57] 3 febbraio 1946. Poema: V, 65
[58] < Certamente Gesù, con la sua divina e spirituale presenza e assistenza, non mancò all’agonia di Lazzaro >
[59] < dinanzi alla misericordiosa volontà dell’Eterno Padre e all’odio dell’impenitente padrone: volontà del Padre che sa trarre il bene dal male, ed ai suoi poveri e perseguitati riserva non le periture ricchezze terrene (Lc 12,13-21) ma l’imperituro Regno dei Cieli (Mt 5,3-10)>
[60] “Chiunque maledirà il suo Dio, porterà la pena del suo peccato. Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare” (Lv 24,10-16).
[61] 4 febbraio 1946. Poema: V, 66
[62] < per esperienza umana >
[63] 14 agosto 1944. Poema: V, 67
[64] < La presente “visione” fu scritta immediatamente dopo i tre episodi riguardanti la conversione della Maddalena >
[65] < Io scrivo “Rabboni” perché vedo che il Vangelo porta così. Ma tutte le volte che ho sentito la Maddalena chiamarlo, mi è parso dicesse “Rabbomi”, con l’emme e non l’enne>.
[66] VANGELO SECONDO LUCA: Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa è necessaria. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,38-42).
[67] < Gli episodi riguardanti la conversione della Maddalena furono scritti insieme, e poi collocati, secondo le indicazioni della scrittrice stessa ai loro giusti posti nell’Opera >
[68] 6 febbraio 1946. Poema: V, 68 Far precedere dalla visione del 14-8-44: la pecorella nell’ovile ai piedi del buon Pastore.
[69] “Fra gli dèi nessuno è come te, Signore, e non c’è nulla che uguagli le tue opere. Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome; grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio” (Sal 86,8-10). “Alla fine dei giorni… Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti. Forgeranno le loro spade in vomeri. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,1-5; Mi 4,1-8; Is 9,1-7). “Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore. Io sono il Signore, che parlo con giustizia, che annunzio cose rette. Chi ha fatto sentire quelle cose da molto tempo e predetto ciò fin da allora? Non sono forse io, il Signore? Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra” (45.14-25); 60; Ger 16,19-21; “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore” (Sofonia 3,9-10); “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. Taccia ogni mortale davanti al Signore, poiché egli si è destato dalla sua santa dimore” (Zc 2,10-13); “In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi” (Zc 8,23).
[70] 7 febbraio 1946. Poema: V, 69
[71] 1 Maccabei 9,1-22
[72] “Ogni sapienza viene dal Signore ed è sempre con lui. Uno solo è sapiente, molto terribile, seduto sopra il trono. Il Signore ha creato la sapienza; l’ha vista e l’ha misurata, l’ha diffusa su tutte le sue opere, su ogni mortale, secondo la sua generosità, la elargì a quanti lo amano” (Sir 1,1.6-8). Per sapere sulla Sapienza vedere Proverbi Cap. 8 e 9; Sapienza Cap. 6 e 9.
[73] 9 febbraio 1946. Poema: V, 70
[74] A Elia fu rivolta questa parola del Signore: “Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo”. Egli eseguì l’ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit. I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente (1 Re 17,2-6)
[75] “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!” (Cc 8,6)
[76] 10 febbraio 1946. Poema: V, 71
[77] VANGELO SECONDO LUCA: Diceva anche ai discepoli: “C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. (Lc 16,1-2)
[78] VANGELO SECONDO LUCA: “L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché quando sarò allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. (Lc 16,3-4).
[79] VANGELO SECONDO LUCA: “Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. (Lc 16,5-7).
[80] VANGELO SECONDO LUCA: “Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. (Lc 16,5-7).
[81] VANGELO SECONDO LUCA: Ebbene, Io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9).
[82] VANGELO SECONDO LUCA: “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?” (Lc 16,10-12).
[83] VANGELO SECONDO LUCA: “Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro. Oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona” (Lc 16,13).
[84] Lamech disse alle mogli: “Ada e Zilla, ascoltate la mia voce; mogli di Lamech, porgete l’orecchio al mio dire: Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette” (Genesi 4,23-24).
[85] Sodomita viene da Sodomia. A Sodomia gli uomini era tutti omosessuali:
Due angeli arrivarono a Sodoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sodoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra. E disse: “miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina, per tempo, ve ne andrete per la vostra strada” … Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sodoma, si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. Chiamarono Lot e gli dissero: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!” (Gen 19,1-29).
[86] VANGELO SECONDO LUCA: I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: “Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio” (Lc 16,14-15).
[87] VANGELO SECONDO LUCA: “La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il Regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi” (Lc 16,16).
[88] VANGELO SECONDO LUCA: “È più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge” (Lc 16,17).
[89] VANGELO SECONDO LUCA: “Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio” (Lc 16,18).
[90] 12 febbraio 1946. Poema: V, 72
[91] “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui. Se tu ascolti la sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari” (Es 23,2022). (Gen 24,1-10; Tobia 5).
[92] “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? … Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo…Mi circondano tori di Basan… sono slogate tutte le mie ossa… Un branco di cani mi circonda…. Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa… si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte… (Sal. 22; Is 53,1-9)
[93] 14 febbraio 1946. Poema: V, 73
[94] “In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato” (Sir 7,36).
[95] “Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli”
[96] Ritorna la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torna a Dio che lo ha dato (Qoèlet 12,7). Lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace (Lc 2,29). Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23,46).
[97] L’uomo nato di donna, breve di giorni (Gb 14,1) Un soffio sono i miei giorni (Gb 7,16); i miei gironi passano più veloci d’un corriere (Gb 9,25); più veloci d’una spola (7,6).
[98] La morte destino comune “Non temere la sentenza della morte. Questo è il decreto del Signore per ogni uomo; perché ribellarsi al volere dell’Altissimo? Siano dieci, cento, mille anni; negli inferi non ci sono recriminazioni sulla vita” (Sir 41,3-4). “Nessuno può riscattare se stesso, o dare a Dio il suo prezzo. Per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare per vivere senza fine, e non vedere la tomba. Vedrà morire i sapienti; lo stolto e l’insensato periranno insieme e lasceranno ad altri le loro ricchezze” (Sal 49,8-11). Il Signore assegnò agli uomini giorni contati (Sir 17,2). La vita dell’uomo ha i giorni contati (Sir 37,25).
[99] Rivelami, Signore, quale sia la misura dei miei giorni (Sal 39,5). “Finiamo i nostri anni come un soffio. Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo” (Sal 90,9-10).
[100] Come l’erba sono i giorni dell’uomo (Sal 103,15). I giorni dell’uomo sono come ombra che passa (Sal 144,4).
[101] < L’aiuto di Dio, anche in forma straordinaria, si è manifestato più volte nel corso della storia d’Israele. Ad esempio, per la liberazione dalla schiavitù egiziana: Esodo 14,5-15, 20; per la conquista della Terra promessa: Giosuè 5,12-6, 21; per la liberazione dalla schiavitù babilonia: 1 Esdra 1-2; per la liberazione dall’influsso e giogo ellenistico: 2 Maccabei 2,1-3,9)
[102] Sal 132,1
[103] Sul delitto di Caino (Genesi 4,1-16)
[104] La decima annuale: “Dovrai prelevare la decima da tutto il frutto della tua sementa, che il campo produce ogni anno (Deuteronomio 14,22-29); La decima triennale: “Quando avrai finito di prelevare tutte le decime delle tue entrate, il terzo anno, l’anno delle decime, e le avrai date al levita, al forestiero, all’orfano e alla vedova perché ne mangino nelle tue città e ne siano sazi, pregherai dinanzi al Signore tuo Dio…” (26,12-15).
[105] “Su una figlia indocile rafforza la vigilanza, perché non ti renda scherno dei nemici, oggetto di chiacchiere in città e favola della gente, sì da farti vergognare davanti a tutti” (Sir 42,11).
[106] 15 febbraio 1946. Poema: V, 74
[107] 16 febbraio 1946. Poema: V, 75
[108] 17 febbraio 1946. Poema: VI, 76
[109] 18 febbraio 1946. Poema: VI, 77
[110] Giosuè 3,1-4
[111] Es 13,17, 15,21
[112] “…Appena i portatori dell’arca furono arrivati al Giordano e i piedi dei sacerdoti che portavano l’arca si immersero al limite delle acque si fermarono le acque che fluivano dall’alto e stettero come un solo argine a grande distanza, mentre quelle che scorrevano verso il mare dell’araba, il Mar Morto, se ne staccarono completamente e il popolo passò di fronte a Gerico. I sacerdoti che portavano l’arca dell’alleanza del Signore si fermarono immobili all’asciutto in mezzo al Giordano, mentre tutto Israele passava all’asciutto, finché tutta la gente non ebbe finito di attraversare il Giordano” (Giosuè 3,14 – 17)
[113] Dt 6,16
[114] Giosuè 4,1-7
[115] < in calce > Allude al suo Battesimo.
[116] 19 febbraio 1946. Poema: VI, 78
[117] Gen. 19,1-29
[118] 1 Maccabei 2,28 (tutto il capitolo 2)
[119] 20 febbraio 1946. Poema: VI, 79
[120] “Il mio diletto è per me un grappolo di cipro nelle vigne di Engaddi” (Cc: Cantico dei Cantici 1,14)
[121] “Sono cresciuta come una palma in Engaddi” (Sir: Siracide 24,14)
[122] Davide da quel luogo salì ad abitare nel deserto di Engaddi. Quando Saul tornò dall’azione contro i Filistei, gli riferirono: “Ecco, Davide è nel deserto di Engaddi”. Saul scelse tremila uomini valenti in tutto Israele e partì alla ricerca di Davide di fronte alle Rocce dei caprioli (1 Sam. 24,1-3)
[123] Saul arrivò ai recinti dei greggi lungo la strada, ove c’era una caverna. Saul vi entrò per un bisogno naturale, mentre Davide e i suoi uomini se ne stavano in fondo alla caverna. Gli uomini di Davide gli dissero: “Ecco il giorno in cui il Signore ti dice: Vedi, metto nelle tue mani il tuo nemico, trattalo come vuoi”. Davide si alzò e tagliò un lembo del mantello di Saul, senza farsene accorgere. Ma ecco, dopo aver fatto questo, Davide si sentì battere il cuore per aver tagliato un lembo del mantello di Saul. Poi disse ai suoi uomini: “Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore” Davide dissuase con parole severe i suoi uomini e non permise che si avventassero contro Saul” (1 Sam. 24,4-8)
[124] In seguito i Moabiti e gli Ammoniti, aiutati dai Muniti, mossero guerra a Giosafat. Andarono ad annunziare a Giosafat: “Una grande moltitudine è venuta contro di te da oltre il mare, da Edom. Ecco sono in Cazezon-Tamàr, cioè in Engaddi”. Nella paura Giosafat si rivolse al Signore; per questo indisse un digiuno per tutto Giuda. Quelli di Giuda si radunarono per implorare aiuto dal Signore… Allora lo spirito del Signore, in mezzo all’assemblea, fu su Iacazièl, figlio di Zaccaria. Egli disse: “Non temete e non spaventatevi davanti a questa moltitudine immensa perché la guerra non è diretta contro di voi, ma contro Dio”2 Cronache 20,1-4.14-15
[125] Cc 1,14
[126] “Sulle sue rive vi saranno pescatori: da Engaddi a En-Eglàim vi sarà una distesa di reti, I pesci, secondo le loro specie, saranno abbondanti come i pesci del Mar Mediterraneo” (Ezechiele 47,10)
[127] “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata. I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, alberi di cipro con nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamomo con ogni specie d’alberi da incenso; mirra e aloe con tutti i migliori aromi. Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano” (Cc 4,12-15).
[128] 21 febbraio 1946. Poema: VI, 80
[129] Ho sperato: ho sperato nel Signore ed egli su di me si è chinato (v.2)
[130] Ha dato ascolto al mio grido. Mi ha tratto dalla fossa della morte. Dal fango della palude; i miei piedi ha stabilito sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi. (v. 2-3).
[131] Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, lode al nostro Dio (v. 4)
[132] Beato l’uomo che spera nel Signore e non si mette dalla parte dei superbi, né si volge a chi segue la menzogna. (v. 5)
[133] Quanti prodigi tu hai fatto, Signore Dio mio, quali disegni in nostro favore: nessuno a te si può paragonare. Se li voglio annunziare e proclamare sono troppi per essere contati (v. 6)
[134] Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa (v. 7)
[135] Allora ho detto: “Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel è nel profondo del mio cuore” (v.8-9).
[136] Ho annunziato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi, non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai (v.10).
[137] Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al cuore, la tua fedeltà e la tua salvezza ho proclamato. Non ho nascosto la tua grazia e la tua fedeltà alla grande assemblea. (v. 11)
[138] Non rifiutarmi, Signore, la tua misericordia, la tua fedeltà e la tua grazia mi proteggano sempre (v. 12)
[139] poiché mi circondano mali senza numero, le mie colpe mi opprimono e non posso più vedere. Sono più dei capelli del mio capo, il mio cuore viene meno. (v. 13)
[140] Io sono povero e infelice; di me ha cura il Signore. Tu, mio aiuto e mia liberazione, mio Dio, non tardare. (v.18).
[141] 22 febbraio 1946. Poema: VI, 81
[142] 25 febbraio 1946. Poema: VI, 82
[143] 1 Maccabei 9,62 <su Gionata 9,23; 13,30
[144] 26 febbraio 1946. Poema: VI, 83
[145] 27 febbraio 1946. Poema: VI, 84
[146] 1 Sam. 13,1-14; 15,1-16.
[147] “Hai agito da stolto, non osservando il comando che il Signore Dio tuo ti aveva imposto, perché in questa occasione il Signore avrebbe reso stabile il tuo regno su Israele per sempre. Ora invece il tuo regno non durerà. Il Signore si è già scelto un uomo secondo il suo cuore e lo costituirà capo del suo popolo, perché tu non hai osservato quanto ti aveva comandato il Signore” (1 Sam 13,13-14).
[148] “Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è più del grasso degli arieti. Poiché peccato di divinazione è la ribellione, e iniquità e terafim l’insubordinazione. Perché hai rigettato la parola del Signore, Egli ti ha rigettato come re” (1 Sam 15, 22-23).
[149] 28 febbraio 1946. Poema: VI, 85
[150] “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. (Is 53, 2-3)
[151] Annunzierò il decreto del Signore. Egli mi ha detto: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai” (Sal 2,7-9). “Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi” (Sal 110,1).
[152] Perché le genti congiurano, perché invano cospirano i popoli? Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia (Sal 2,1-2).
[153] “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,34).
[154] Anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita. (Sal 16,9-11).
[155] Ascende Dio tra le acclamazioni (Sal 47,6-7); “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria” (Sal 24,7-10); “Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini” (Ef 4,8); “Sei salito in alto conducendo prigionieri, hai ricevuto uomini in tributo: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio” (Sal 68,19).
[156] In questa parte di dialogo fra Gesù e la donna, vengono proposti, ordinatamente e concatenatamene, i concetti (o le realtà) di peccato, esame, dolore, confessione, perdono, espiazione. Di peccato: “Pensieri che vengono dalle Tenebre! …”; di esame: “…pensa, pensa…”; di dolore: “…piange…”; di confessione: “… Ho peccato…”; di perdono: “E Io te ne assolvo”; di efficace espiazione per il peccato detestato, confessato e perdonato: “E più l’amerai più sarai assolta in Cielo”. A riguardo di peccato, dolore, confessione, perdono, espiazione, vedi da 2 Samuele 11,2 fino a 2 Sam.12,22; a proposito del valore espiatorio dell’amore, vedi: “L’amore ricopre ogni colpa” (Proverbi 10,12). “Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati” (Giacomo 5,19-20). “Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8). “La carità tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,7). “Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco” (Lc 7,47-48)
[157] 7 febbraio 1944, ore 18. Poema: VI, —
[158] Il Portavoce riferisce a noi scene di 2000 anni fa, come può entrare in contatto diretto con il protagonista di questi episodi nel suo stesso tempo dopo 2000 anni di differenza? Per il principio di onnipresenza eterna. Gesù Cristo è vero uomo e vero Dio, come Dio È, semplicemente È, non fu, non sarà, è presente eterno, quindi, onnipresente non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Ogni sua azione è presente fino alla consumazione dei millenni, come ha lasciato detto: “Io sono con voi fino alla consumazione dei secoli”. Quindi ognuno di noi fu presente a Lui, ma questo presente è talmente eterno che in qualunque tempo uno si rivolga a Lui è sempre presente. Perciò se uno si accosta a Gesù, in qualunque momento della sua vita terrena e gli parla, come ha fatto l’umile serva di Dio, per uno è novità, ma non per Gesù, perché Gesù ha vissuto già quel momento, come dice di Abramo: “Abramo vide il mio giorno e se ne rallegrò” (Gv 8,56)
[159] È giusto fare ricordare a chi ha labile memoria che nella esumazione del corpo della serva di Dio Maria Valtorta, hanno incontrato la mano destra, precisamente quella che ha scritto “Il Vangelo del Regno di Dio”, l’hanno incontrata incorrotta, è, quindi, mano santa che ancora oggi conserva la sensazione di aver toccato la mano di Gesù.
[160] 5 marzo 1946. Poema: VI, 86
[161] “Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché prossima a venire è la mia salvezza; la mia giustizia sta per rivelarsi… Agli eunuchi che preferiscono le cose di mio gradimento Io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome migliore che ai figli e alle figlie… Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,1-7).
[162] “Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi. Quale casa mi potreste costruire?” (Is 66,1).
[163] “Uno sacrifica un bue e poi uccide un uomo” (Is 66,3)
[164] “Uno immola una pecora e poi strozza un cane” Idem.
[165] “Uno brucia incenso e poi venera l’iniquità. Costoro hanno scelto le loro vie, essi si dilettano dei loro abomini; anch’io sceglierò la loro sventura e farò piombare su di essi ciò che temono” (Is 66,3-4).
[166] “Ascoltate la parola del Signore voi che venerate la sua parola. Hanno detto i vostri fratelli che vi odiano, che vi respingono a causa del mio nome: “Mostri il Signore la sua gloria, e voi fateci vedere la vostra gioia!”. Ma essi saranno confusi” (Is 66,5).
[167] “Giunge un rumore, un frastuono dalla città, un rumore dal tempio: è la voce del Signore che paga il contraccambio ai suoi nemici. Prima di provare i dolori, ha partorito; prima che le venissero i dolori, ha dato alla luce un maschio. (Is 66,6-7).
[168] Chi ha mai udito una cosa simile, chi ha visto cose come queste? Nasce forse un paese in un giorno; un popolo è generato forse in un istante? Eppure Sion, appena sentiti i dolori, ha partorito i figli” (Is 66,8).
[169] “Io che apro il grembo materno, non farò partorire?” dice il Signore. “Io che faccio generare, chiuderei il seno?” dice il tuo Dio” (Is 66,9).
[170] “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto” (Is 66,10).
[171] “Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni; succhierete, deliziandovi, all’abbondanza del suo seno” (Is 66,11).
[172] “Poiché così dice il Signore: ‘Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati” (Is 66,12).
[173] “Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,13).
[174] “Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saran rigogliose come erba fresca. La mano del Signore si farà manifesta ai suoi servi, ma si sdegnerà contro i suoi nemici” (Is 66,14).
[175] “Poiché, ecco, il Signore viene con il fuoco, i suoi carri sono come un turbine, per riversare con ardore l’ira, la sua minaccia con fiamme di fuoco” (Is 66,15.
[176] “Con il fuoco infatti il Signore farà giustizia su tutta la terra e con la spada su ogni uomo; molti saranno i colpiti dal Signore” (Is 66,16).
[177] “Coloro che si consacrano e purificano nei giardini, seguendo uno che sta in mezzo, che mangiano carne suina, cose abominevoli e topi, insieme finiranno –oracolo del Signore – con le loro opere e i loro propositi” (Is 66,17-18).
[178] Questo brano della profezia si compie con noi, perché il Signore che allora partì è ora venuto fatto parola nel Vangelo che stiamo contemplando: “Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porro in essi un segno e manderò i loro superstiti alle genti, ai lidi lontani che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni” (Is 66,18-19).
[179] 7 marzo 1946. Poema: VI, 87
[180] Salmo di Asaf: Salmo 74
[181] “O Dio, perché ci respingi per sempre, perché divampa la tua ira contro il gregge del tuo pascolo? (Sal 74,1).
[182] “Ricordati del popolo che ti sei acquistato nei tempi antichi. Hai riscattato la tribù che è tuo possesso, il monte Sion, dove hai preso dimora” (Sal 74,2)
[183] “Volgi i tuoi passi a queste rovine eterne: il nemico ha devastato tutto nel tuo santuario” (Sal 74,3).
[184] “Ruggirono i tuoi avversari nel tuo Tempio, issarono i loro vessilli come insegna. Come chi vibra in alto la scure nel folto di una selva, con l’ascia e con la scure frantumano le sue porte” (Sal 74,4-6).
[185] “Hanno dato alle fiamme il tuo santuario, hanno profanato e demolito la dimora del tuo nome; pensavano: “Distruggiamoli tutti”; hanno bruciato tutti i santuari di Dio nel paese. (Sal 74,7-8).
[186] Fino a quando, o Dio, insulterà l’avversario, il nemico continuerà a disprezzare il tuo nome? Perché ritiri la tua mano e trattieni in seno la destra? Eppure Dio è nostro re dai tempi antichi, ha operato la salvezza nella nostra terra” (Sal 74,10-12).
[187] “Non vediamo più le nostre insegne, non ci sono più profeti e tra di noi nessuno sa fino a quando…” (Is 74,9)
[188] “Tu con potenza hai diviso il mare, hai schiacciato la testa dei draghi sulle acque. Al Leviatan hai spezzato la testa, lo hai dato in pasto ai mostri marini. Fonti e torrenti tu hai fatto scaturire, hai inaridito fiumi perenni. Tuo è il giorno e tua è la notte, la luna e il sole tu li hai creati. Tu hai fissato i confini della terra, l’estate e l’inverno tu li hai ordinati” (Sal 74,13-17
[189] “Ricorda: il nemico ha insultato Dio, un popolo stolto ha disprezzato il tuo nome. Non abbandonare alle fiere la vita di chi ti loda, non dimenticare mai la vita dei tuoi poveri. Sii fedele alla tua alleanza; gli angoli della terra sono covi di violenza” (Sal 74,18-20).
[190] “L’umile non torni confuso, l’afflitto e il povero lodino il tuo nome” (Sal. 74,21).
[191] 9 marzo 1946. Poema: VI, 88
[192] Isaia 43 1-25
[193] “Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele: ‘Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43,1).
[194] “Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché Io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore” (Is 43,2-3).
[195] “Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo, do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita” (Is 43,3-34)
[196] “Io ho predetto e ho salvato, mi son fatto sentire e non c’era tra voi alcun dio straniero. Voi siete miei testimoni e Io sono Dio, sempre il medesimo dall’eternità” (Is 43,12,13)
[197] “Non temere, perché io sono con te; dall’oriente farò venire la tua stirpe, dall’occidente io ti radunerò. Dirò al settentrione: Restituisci, e al mezzogiorno: Non trattenere; fa’ tornare i miei figli da lontano e le mie figlie dall’estremità della terra, quelli che portano il mio nome e che per la mia gloria ho creato e formato e anche compiuto” (Is 43,5-7).
[198] “Fa uscire il popolo cieco, che pure ha occhi, i sordi, che pure hanno orecchi. Si radunino insieme tutti i popoli e si raccolgano le nazioni. Chi può annunziare questo tra di loro e farci udire le cose passate? Presentino i loro testimoni e avranno ragione, ce li facciano udire e avranno detto la verità” (Is 43,8-9)
[199] “Voi siete i miei testimoni, miei servi, che io mi sono scelto perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono Io. Prima di me non fu formato alcun dio né dopo ce ne sarà” (Is 43,10).
[200] “Io, sono il Signore, fuori di me non v’è salvatore” (Is 43,11).
[201] “Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa per dissetare il mio popolo, il mio eletto” (Is 43,20)
[202] “Il popolo che Io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi” (Is 43,21)
[203] “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa” (Is 43,18-19).
[204] “Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele. Non mi hai portato neppure un agnello per l’olocausto, non mi hai onorato con i tuoi sacrifici… Ma tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità” (Is 43,22-24)
[205] “”Io, io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati. Il tuo primo padre peccò, i tuoi intermediari mi furono ribelli. I tuoi principi hanno profanato il mio santuario; per questo ho votato Giacobbe alla esecrazione, Israele alle ingiurie” (Is 4325-28).
[206] 12 marzo 1946. Poema: VI, 89
[207] 13 marzo 1946. Poema: VI, 90
[208] Deuteronomio 6,4
[209] 16 marzo 1946. Poema: VI, 91
[210] Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò (Gen 1,27). Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. (Gen 2,8-9). Poi Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra” (Gen. 1,28). Il Signore Dio passeggiava nel giardino alla brezza del giorno (Gen. 3,8).
[211] “La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Sap. 2,24; gen. cap. 3)
[212] Nabot di Izreèl possedeva una vigna vicino al palazzo di Acab re di Samaria. Acab disse a Nabot: “Cedimi la tua vigna; siccome è vicina alla mia casa, ne farei un orto. In cambio ti darà una vigna migliore oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale” Nabot rispose ad Acab: “Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri” (1 Re 21,1-3).
[213] “Ma se non mi ascolterete e se non metterete in pratica tutti questi comandi, ecco che cosa farò a voi a mia volta: manderò contro di voi il terrore, la consunzione e la febbre, che vi faranno languire gli occhi e vi consumeranno la vita. Seminerete invano il vostro seme: se lo mangeranno i vostri nemici… Spezzerò la vostra forza superba. Le vostre forze si consumeranno invano…Manderò contro di voi le bestie selvatiche, che vi rapiranno i figli… Manderò contro di voi la spada, vindice della mia alleanza… Mangerete perfino la carne dei vostri figli e mangerete la carne delle vostre figlie. Butterò i vostri cadaveri sui cadaveri dei vostri idoli e io vi avrò in abominio… (Levitico 26,14-46); Deuteronomio 27; 28,15-46
[214]; Numeri 16,4-7; Levitico 10,1-3
[215] Mosè disse alla comunità: “Da questo saprete che il Signore mi ha mandato per fare tutte queste opere e che io non ho agito di mia iniziativa…Allontanatevi dalle tende di questi uomini empi …” Quelli si ritirarono dal luogo dove stavano Core, Datan e abiron… La terra spalancò la bocca e li inghiottì: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutta la loro roba. Scesero vivi agli inferi essi e quanto loro apparteneva; la terra li ricoprì ed essi scomparvero dall’assemblea… un fuoco uscì dalla presenza del Signore e divorò i duecentocinquanta uomini, che offrivano l’incenso. (Num 16,28-35).
[216] 25 marzo 1946. Poema: VI, 92
[217] 27 marzo 1946. Poema: VI, 93
[218] “Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie. È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce” (35,8-10); “Dimorerò nella tua tenda per sempre, all’ombra delle tue ali troverò riparo” (60,5); “Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge. Ti coprirà con le sue penne sotto le sue ali troverai rifugio. La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza; non temerai i terrori della notte né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo stermino che devasta a mezzogiorno” (90,4-6); Mt 23,37
[219] < perché concepito, miracolosamente, a Nazareth, città della Galilea. Mt 1,18; Lc 1,26-38 >
[220] 28 marzo 1946. Poema: VI, 94
[221] Michele: secondo la tradizione giudaica, è il campione di Dio. Il suo nome vuol dire: “Chi è come Dio?”. Protettore del popolo d’Israele: “In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo” (Dn 12,1). Aiuta gli angeli che servono il popolo del Signore: L’angelo disse a Daniele: Michele, uno dei primi principi, mi è venuto in aiuto… Nessuno mi aiuta in questo se non Michele, il vostro principe” (Dn 10,13.21). Si oppone a Satana: “L’arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signor!” (Giuda 9). È il vincitore di Lucifero: “Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago, il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo” (Ap 12,7).
[222] 1 Maccabei 4,6-11
[223] “Come potremo resistere di fronte a loro, se tu non ci aiuterai? Il Cielo farà succedere gli avvenimenti secondo quanto è stabilito lassù. Alziamo la nostra voce al Cielo, perché ci usi benevolenza e si ricordi dell’alleanza con i nostri padri e voglia sconfiggere questo schieramento davanti a noi oggi; si accorgeranno tutti i popoli che c’è uno che riscatta e salva Israele” (1 Mac 3,53.60; 4,10-11).
[224] 1 Maccabei 4,14-25
[225] Quando Giuda e i suoi armati tornarono dal loro inseguimento, egli disse alla sua gente: “Non siate avidi delle spoglie, perché ci attende ancora la battaglia. Gorgia e il suo esercito è sul monte vicino a noi; ora voi state pronti ad opporvi ai nemici e a combatterli; in seguito farete tranquillamente bottino” (1 Mac 4,16-18)
[226] < L’Umanità da Dio creata e da Lui amata più che un padre ami la propria figlia e uno sposo la propria sposa, peccando aveva praticamente costretto il Buonissimo. Che è tutto Amore e Misericordia, a farsi Uomo per salvarla; così come un naufrago costringe (pur non togliendogli la libertà) un generoso a gettarsi in acqua per tararlo a riva>
[227] 20 settembre 1944. Poema: VI, 95
[228] 29 marzo 1946. Poema: VI, 95
[229] La terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore. Per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti; ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore. Ciò che la terra produrrà ne mangeranno gli indigenti del tuo popolo e ciò che lasceranno sarà divorato dalle bestie della campagna. Così farai per la tua vigna e per il tuo oliveto (Es 23,10-11; Lev. 25,1-7)
[230] VANGELO SECONDO MATTEO: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. Dicono: “L’ultimo” (Mt 21,28-31).
[231] 31 marzo 1946. Poema: VI, 97
[232] VANGELO SECONDO LUCA: Gli apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe” (Lc 17,5-6).
[233] 2 aprile 1946. Poema: VI, 98
[234] “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,27.31)
[235] “non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande. Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. Tale sarà la tua discendenza” (Gen 15,1-5). “Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii perfetto. La mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli” (Gen 17,1-5).
[236] Isacco ripete a Giacobbe la benedizione di Abramo: “Ti benedica Dio onnipotente, ti renda fecondo e ti moltiplichi, sì che tu divenga una assemblea di popoli. Conceda la benedizione di Abramo a te e alla tua discendenza con te, perché tu possieda il paese dove sei stato forestiero, che Dio ha dato ad Abramo” (Gen 28,3-4).
[237] 5 aprile 1946. Poema: VI, 99
[25] 27 settembre 1944. Poema: VI, 100
Dice Gesù: «Qui metterete la visione del miracolo della spigolatura per la vecchietta (nella pianura fra Emmaus della pianura e i monti che portano a Gerusalemme) avuta il 27 settembre 1944».
[238] Dt 24,19
[239] Atti 20,33-35
[240] < E segue una rassicurazione sulla sorte eterna della madre della scrittrice >
[241] 8 aprile 1946. Poema: VI, 101
[242] “Sono cresciuta come un cedro sul Libano, come un cipresso sui monti dell’Ermon, come una palma in Engaddi, come le piante di rose in Gerico, come un ulivo maestoso nella pianura” (Sir. 24,13-14).
[243] “Unica è la mia colomba, la mia perfetta, ella è l’unica di sua madre, la preferita della sua genitrice” (Cc6,9).
